Italia e il mondo

SpaceX e la corsa al recupero della Germania..e altro _ di German Foreign Policy

L’IPO da record di SpaceX e le sue ripercussioni

La valutazione dell’IPO da record di Musk rischia di provocare una fuga di capitali dalla Germania e dall’UE. Starlink, la controllata di SpaceX, potrebbe mettere fuori gioco gli operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom. Berlino sta progettando un equivalente satellitare tedesco.

10

giugno

2026

WASHINGTON/BERLINO (notizia redatta dalla nostra redazione) – L’offerta pubblica iniziale (IPO) di SpaceX, la società di Elon Musk, rischia di creare gravi problemi alle economie tedesca e dell’Unione Europea. La quotazione in borsa da record, prevista per il 12 giugno, dovrebbe raccogliere 75 miliardi di dollari e portare il valore di mercato dell’azienda a ben 1,75 trilioni di dollari. Attualmente, SpaceX sta ancora subendo pesanti perdite, ma nutre grandi speranze di realizzare profitti futuri. Sta mobilitando somme di denaro senza precedenti grazie all’introduzione di nuove tecnologie legate all’intelligenza artificiale, come i data center alimentati a energia solare con sede nello spazio. La struttura dell’IPO di Musk è piuttosto insolita. L’azienda offre agli investitori tedeschi e ad altri investitori europei un accesso particolarmente favorevole, e questo sta suscitando preoccupazioni riguardo a una potenziale fuga di capitali dall’Europa. La controllata di SpaceX, Starlink, con la sua bassa latenza del segnale, rappresenta una minaccia per il mercato delle comunicazioni mobili terrestri convenzionali. Investendo in questo segmento, Starlink potrebbe superare in competitività aziende come Deutsche Telekom e la sua controllata T-Mobile. Nel frattempo, a due società tedesche del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, è stato dato il via libera per la loro prevista joint venture nel settore satellitare. L’idea è quella di creare un equivalente tedesco sovrano di Starlink, investendo miliardi di euro provenienti dall’enorme bilancio della difesa tedesco.

La più grande offerta pubblica iniziale di tutti i tempi

La SpaceX di Elon Musk punta alla più grande offerta pubblica iniziale (IPO) della storia. L’obiettivo è raccogliere 75 miliardi di dollari, una cifra mai raggiunta prima in occasione della quotazione in borsa di un’azienda.[1] Il record attuale è detenuto dalla compagnia petrolifera Saudi Aramco, che è stata quotata in borsa nel 2019 raccogliendo 25,6 miliardi di dollari. [2] Nel caso di SpaceX, il piano è di vendere 555,6 milioni di azioni al prezzo di 135 dollari ciascuna. Se l’operazione avrà successo, il valore di mercato del colosso spaziale e delle comunicazioni di Musk raggiungerà 1,75 trilioni di dollari. Con una valutazione del genere, solo sei società dell’indice azionario S&P 500, che raggruppa le cinquecento società quotate con sede negli Stati Uniti di maggior valore, varrebbero più di SpaceX. Il gruppo, che gestisce Starlink tra le altre iniziative, ha acquisito all’inizio di quest’anno la start-up di intelligenza artificiale di Musk, xAI. L’operazione ha portato il valore di SpaceX a 1.000 miliardi di dollari.[3] Uno degli obiettivi dell’acquisizione era quello di costruire un’infrastruttura di energia solare nello spazio per soddisfare la domanda energetica nell’era del boom dell’intelligenza artificiale. SpaceX è impegnata in un roadshow promozionale dal 4 giugno, durante il quale i banchieri coinvolti stanno promuovendo l’IPO presso i potenziali investitori.

«I racconti di Musk»

Tuttavia, i dati finanziari alla base di questa valutazione record offrono molti motivi di scetticismo. Delle tre divisioni aziendali attualmente gestite da SpaceX – ovvero la divisione lanci, la divisione satellitare Starlink e la società di intelligenza artificiale xAI, che include la piattaforma social X – solo la seconda sta attualmente generando profitti.[4] È vero, i ricavi di SpaceX sono in aumento. Ma lo sono anche le sue perdite. Nel 2025, SpaceX ha generato ricavi pari a circa 18,7 miliardi di dollari, un terzo in più rispetto all’anno precedente, registrando al contempo perdite di quasi 5 miliardi di dollari. Solo nel primo trimestre del 2026, con ricavi di circa 4,7 trilioni di dollari, le perdite sono ammontate a circa 4,3 miliardi di dollari.[5] xAI ha aperto un enorme buco nel bilancio con una perdita operativa di 2,47 miliardi di dollari. [6] In risposta, un fondo pensione danese ha già inserito SpaceX nella lista nera, sostenendo che la valutazione dell’azienda fosse “generosamente gonfiata”. Il prezzo, ha affermato, era determinato più dalle “narrazioni” di Musk che dalle “realtà economiche”. [7] SpaceX ha riposto gran parte delle sue speranze di crescita nei progressi dell’IA. I piani di fatturato del gruppo si basano in misura significativa su tecnologie che devono ancora essere sviluppate o maturate, non da ultimo i data center spaziali alimentati a energia solare. Secondo Reuters, l’azienda ha puntato gli occhi su un mercato potenziale di 28,5 trilioni di dollari nel settore dell’IA.[8]

Fuga di capitali

Rompendo con la struttura tradizionale delle IPO americane, la quotazione in borsa di SpaceX sta incoraggiando la partecipazione degli investitori al dettaglio provenienti dalla Germania e dall’Europa. La società fintech berlinese Trade Republic ha annunciato che i propri clienti europei potranno sottoscrivere azioni SpaceX direttamente tramite un’app.[9] Ciò potrebbe causare problemi all’economia europea. Come avverte Holger Schmieding, capo economista della Berenberg Bank, una grande quantità di capitali viene attirata verso gli Stati Uniti. «Queste massicce IPO stanno sottraendo capitali. E lo stanno facendo a valutazioni fortemente influenzate dalla speculazione», spiega Schmieding, aggiungendo: «Ciò renderà più difficile finanziare gli investimenti in Europa.»[10] Allo stesso tempo, agli investitori provenienti dalla Cina, compresa Hong Kong, è stato negato l’accesso all’IPO di SpaceX – per “motivi di sicurezza”. Ai principali sottoscrittori è stato ordinato di non accettare ordini da investitori in Cina, poiché l’amministrazione statunitense ha imposto restrizioni normative e di conformità sull’esportazione di tecnologie critiche.[11]

Un colpo di mano senza precedenti

Tuttavia, la recente espansione mondiale di SpaceX, in particolare in Europa, sta suscitando un certo malessere nel settore delle comunicazioni terrestri tradizionali, non da ultimo presso Deutsche Telekom. Sebbene le comunicazioni satellitari esistessero già molto prima di SpaceX o Starlink, esse dovevano affrontare un problema fondamentale: i satelliti orbitavano intorno alla Terra ad altitudini elevate, spesso a 35.000 chilometri di altezza. Da questa distanza, il segnale impiega un tempo relativamente lungo per tornare sulla Terra. Il ritardo è di mezzo secondo, a volte anche di più, il che rende impossibile lo streaming video e una navigazione fluida in Internet. Starlink ha cambiato radicalmente il modello di comunicazione posizionando più di 10.000 mini-satelliti nell’orbita terrestre bassa, a un’altitudine compresa tra i 340 e i 550 chilometri. Il segnale impiega ora solo 20 millisecondi per essere trasmesso.[12] In confronto, una moderna rete 5G in Germania, come quelle gestite da Deutsche Telekom, Vodafone e Telefónica, ha una latenza del segnale compresa tra i 15 e i 25 millisecondi. Inoltre, Starlink ha ricevuto l’approvazione dalla Federal Communications Commission (FCC) statunitense per lanciare altri 15.000 satelliti nello spazio, portando molti a credere che i piani a lungo termine di SpaceX includano la trasformazione in un operatore di rete mobile e la sostituzione dei fornitori tradizionali.

“In sella al drago”

Il CEO di Telekom, Timotheus Höttges, vede sicuramente questa situazione come una sfida per il suo gruppo. «Posso solo confermare che Starlink è un’azienda tecnologica di prim’ordine», afferma Höttges: «Se non puoi combattere il drago, cavalca il drago». [13] Höttges vuole portare avanti l’attuale collaborazione di Telekom con Starlink come operatore di rete; si tratta di una delle 35 partnership operative che Starlink mantiene attualmente in sei continenti. Il capo di Telekom spera che Starlink non riesca mai a sostituire la rete terrestre. Tuttavia, i dati suggeriscono il contrario. Con una valutazione di 1,75 trilioni di dollari, SpaceX può ottenere risultati ben superiori a quelli del suo principale concorrente europeo. Al contrario, il valore di Deutsche Telekom è stimato in 150 miliardi di dollari, mentre quello di T-Mobile in 209 miliardi. Inoltre, T-Mobile ha già registrato un calo del prezzo delle azioni del dieci per cento: da circa 210 dollari per azione dodici mesi fa a circa 190 dollari oggi. Per quanto riguarda il mercato della telefonia mobile, Starlink sta già partecipando in modo aggressivo alle aste per le frequenze mobili negli Stati Uniti. Se l’azienda dovesse affermarsi in questo settore, la crescita di T-Mobile negli Stati Uniti potrebbe essere ostacolata. Ciò aumenterebbe direttamente la posta in gioco per Deutsche Telekom, che dipende dalle sue attività negli Stati Uniti per circa tre quarti della sua capitalizzazione di mercato.

Uno Starlink tedesco

Nel frattempo, in Europa si stanno intensificando gli sforzi per creare un concorrente di Starlink. Mentre SpaceX preparava la sua quotazione in borsa, l’Ufficio federale tedesco dei cartelli ha dato il via libera a due aziende del settore della difesa e della tecnologia, Rheinmetall e OHB, per il loro progetto di consorzio satellitare.[14] Con questa joint venture le due società intendono partecipare alla gara d’appalto indetta dalla Bundeswehr tedesca per un contratto multimiliardario finalizzato alla realizzazione di una rete satellitare di comunicazioni militari paragonabile a Starlink. OHB sarebbe responsabile della produzione dei satelliti e della costruzione delle stazioni di terra, mentre Rheinmetall realizzerebbe i segmenti di rete e le apparecchiature per gli utenti finali. Il gruppo franco-tedesco Airbus, che inizialmente era in concorrenza con la joint venture tra Rheinmetall e OHB, ha ora aderito al consorzio. Sebbene la nuova alleanza a tre crei di fatto un monopolio che elimina la concorrenza, dal punto di vista della Bundeswehr essa consente di attuare rapidamente il progetto sovrano di satelliti LEO (orbita terrestre bassa). L’approccio del consorzio contribuisce inoltre a evitare controversie legali che potrebbero sorgere se l’appalto fosse aggiudicato a un unico offerente. Se l’impresa tedesca riuscirà a fornire una comunicazione satellitare senza interruzioni, i suoi utilizzi militari potrebbero sovrapporsi ai servizi commerciali.

[1] Echo Wang, Milana Vinn: SpaceX fissa a 135 dollari il prezzo per la sua quotazione in borsa da record, stravolgendo le convenzioni di Wall Street. reuters.com 03.06.2026.

[2] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa della storia, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.

[3] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.

[4] Uwa Ede-Osifo, Lauren Almeida, Dan Milmo: SpaceX punta al più grande debutto in borsa di sempre, mettendo Musk sulla buona strada per diventare un «trillionaire». theguardian.com, 4 giugno 2026.

[5] Thomas Jahn: Le domande e le risposte più importanti sull’ingresso in borsa di SpaceX. handelsblatt.com, 21 maggio 2026.

[6] Matthias Lindner: SpaceX in vista della quotazione in borsa: un fondo pensione inserisce l’azienda di Musk nella lista nera. telepolis.de, 30 maggio 2026

[7] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.

[8] Echo Wang: Secondo una fonte, SpaceX intende fissare il prezzo dell’IPO a 135 dollari per azione, puntando a raccogliere la cifra record di 75 miliardi di dollari. reuters.com 03.06.2026.

[9] Bernd Müller: Trade Republic apre le IPO a tutti: ecco cosa devono sapere gli investitori. telepolis.de, 6 giugno 2026.

[10] Alex Hofmann: SpaceX, Anthropic: cosa significano queste mega-IPO per l’economia tedesca. table.media, 6 giugno 2026.

[11] Cathy Chan: Investitori cinesi e di Hong Kong esclusi dall’IPO di SpaceX per motivi di sicurezza. bloomberg.com, 5 giugno 2026.

[12], [13] Thomas Jahn, Stephan Scheuer: Come Elon Musk intende conquistare il mercato globale della telefonia mobile. handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[14] L’Autorità antitrust tedesca approva l’alleanza nel settore satellitare tra Rheinmetall e OHB. handelsblatt.com, 16 aprile 2026. Vedi anche: Lo Starlink tedesco.

SpaceX e la corsa al recupero della Germania

L’ingresso in borsa del gruppo statunitense SpaceX mette nuovamente in luce le debolezze dell’industria aerospaziale tedesco-europea e la sua dipendenza dagli Stati Uniti. I tentativi di recuperare il ritardo risentono della rivalità franco-tedesca.

12

giugno

2026

BERLINO/WASHINGTON (Articolo originale) – L’imminente quotazione in borsa, prevista per oggi, venerdì, del gruppo statunitense SpaceX mette in luce il crescente ritardo della Germania e dell’Europa rispetto all’industria spaziale statunitense. Già da tempo think tank come la Fondazione Wissenschaft und Politik (SWP) di Berlino lamentano che la Repubblica Federale Tedesca sia “estremamente dipendente dagli Stati Uniti” nel settore spaziale. Politici ed esperti avvertono all’unanimità che il governo statunitense – in particolare quello guidato dal presidente Donald Trump – potrebbe sfruttare senza pietà le dipendenze esistenti a proprio vantaggio. L’UE ha nel frattempo intrapreso i primi passi per ridurre la propria dipendenza. Lo scorso anno ha annunciato una nuova legge spaziale (Space Act), che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Gli Stati Uniti temono svantaggi per le loro aziende del settore e si oppongono con forza allo Space Act. Il governo federale tedesco intende inoltre investire ben 35 miliardi di euro entro il 2030 per realizzare, tra le altre cose, uno “Starlink tedesco”. Il suo obiettivo è tuttavia quello di assumere un ruolo di leadership puramente tedesco nel settore spaziale, escludendo le aziende francesi.

Appalti militari del valore di miliardi

Il 29 maggio, alla vigilia della quotazione in borsa di SpaceX, la più grande della storia fino a quel momento, la U.S. Space Force, il corpo delle Forze Armate statunitensi responsabile delle operazioni spaziali, ha assegnato all’azienda di Elon Musk un contratto del valore di 4,16 miliardi di dollari per un programma satellitare volto a individuare e contrastare le minacce provenienti dall’alto. [1] Si tratta di un sottoprogramma del previsto sistema di difesa missilistica Golden Dome denominato Space-Based Advanced Moving Target Indicator (SB-AMTI). L’SB-AMTI dovrebbe combinare sensori spaziali, collegamenti di comunicazione sicuri e stazioni di terra, ampliando così il sistema Golden Dome con una componente spaziale. Secondo la Space Force, «il primo contratto, valido fino al 2028, riguarda una costellazione di satelliti che consentirà alle forze congiunte di eliminare tempestivamente i punti ciechi operativi». Solo pochi giorni prima, il 26 maggio, la Space Force aveva inoltre assegnato a SpaceX un contratto del valore di 2,29 miliardi di dollari per la creazione di una rete di comunicazione satellitare sicura e veloce, al fine di collegare tra loro sensori militari e piattaforme d’arma in tutto il mondo. [2] In questo modo, nel giro di pochi giorni SpaceX si è aggiudicata appalti governativi per un valore di circa 6,45 miliardi di dollari e detiene ora una quota di Golden Dome superiore a quella di tutte le altre undici società partecipanti messe insieme.[3] Ciò rappresenta un grande vantaggio in vista della quotazione in borsa.

Dipendente dagli Stati Uniti

In Germania, alla luce dell’esempio di SpaceX, si levano ancora una volta voci che esortano a portare avanti con determinazione le proprie attività spaziali. L’ingresso in borsa del gruppo deve rappresentare un «campanello d’allarme» per l’Europa, spiega Fabian Mehring (Freie Wähler), ministro bavarese per il Digitale. Sostenendo che la superiorità tecnologica si traduce direttamente in potere in politica estera, Mehring afferma: «Chi non plasma il futuro con le proprie mani, diventa dipendente da chi lo fa.»[4] Da tempo si discute ripetutamente dei timori relativi al ritardo dell’UE nell’industria spaziale. Nell’ottobre 2025, ad esempio, Juliana Süß, esperta del gruppo di lavoro sulla politica di sicurezza della Fondazione Scienza e Politica (SWP) di Berlino, ha affermato che l’UE è «estremamente dipendente dagli Stati Uniti» nel settore spaziale . Ha sottolineato in particolare che tale dipendenza comprende elementi insostituibili come il sistema di navigazione statunitense GPS per i missili da crociera tedeschi Taurus e si estende fino alla «ricognizione, comunicazione e navigazione» nonché al «rilevamento precoce dei missili». [5] Il fatto che l’Europa dipenda, tra l’altro, anche dallo Starlink di Musk è dimostrato dall’esempio dell’Ucraina, dove l’azienda mantiene la connessione Internet del Paese, fondamentale in guerra, attraverso l’impiego di circa 50.000 terminali. A Berlino e a Bruxelles dilaga da tempo il timore che il governo statunitense possa sfruttare queste dipendenze, in particolare l’attuale amministrazione guidata dal presidente Donald Trump.[6]

Rivalità transatlantica

L’ascesa di SpaceX e della sua controllata Starlink, specializzata in satelliti, rischia di causare gravi problemi all’economia della Germania e dell’UE. Con Starlink, Musk è riuscito a mettere in orbita terrestre bassa più di 10.000 satelliti di comunicazione. In prospettiva, l’azienda potrebbe competere su tutto il territorio con operatori di rete terrestri come Deutsche Telekom (come riportato da german-foreign-policy.com [7]). Starlink ha già sottratto quote di mercato alle aziende europee nel settore delle connessioni Internet. Negli ultimi anni, gruppi come Airbus e Thales Alenia Space (TAS), una joint venture controllata al 67% da Thales e al 33% da Leonardo, hanno dovuto tagliare centinaia di posti di lavoro a causa di contratti spaziali non redditizi. Nel frattempo, l’UE si sta adoperando per proteggere e sostenere meglio l’industria spaziale europea. Ad esempio, nel giugno dello scorso anno ha proposto una nuova legge spaziale dell’UE che mira a creare un mercato interno dell’UE per lo spazio attraverso l’armonizzazione delle frammentate normative nazionali. Il progetto di legge, che probabilmente non entrerà in vigore prima del 1° gennaio 2030, è stato attaccato dagli Stati Uniti con la scusa che sarebbe anticoncorrenziale. Il motivo: la legge comporta costi aggiuntivi per le aziende spaziali statunitensi che desiderano operare nell’UE, poiché dovrebbero rispettare gli standard tecnici, di sicurezza informatica e ambientali dell’Unione.[8]

Gli ambiziosi progetti della Germania

Anche la Germania, dal canto suo, ha adottato misure volte a rafforzare le proprie capacità spaziali. Lo scorso anno, infatti, la Repubblica Federale ha comunicato, non solo in occasione della riunione del Consiglio dei ministri dell’Agenzia spaziale europea (ESA), la propria decisione di aumentare il contributo tedesco al bilancio complessivo dell’ESA a cinque miliardi di euro. [9] Ma soprattutto, in occasione della presentazione della sua prima strategia di sicurezza spaziale nel novembre 2025, il governo federale ha annunciato che entro il 2030 metterà a disposizione 35 miliardi di euro per progetti spaziali.[10] Inoltre, Berlino sta portando avanti diversi progetti spaziali ambiziosi. Ad esempio, la Bundeswehr sta progettando un sistema satellitare destinato a competere direttamente con Starlink. Il progetto, definito «Starlink tedesco», prevede una costellazione costituita da una fitta rete di satelliti di comunicazione che orbiteranno intorno alla Terra in orbite basse comprese tra i 200 e i 2.000 chilometri. In una prima fase, da 100 a 200 satelliti collegheranno tra loro le truppe tedesche e le attrezzature militari. [11] Inoltre, lo scorso dicembre il governo federale ha assegnato un appalto del valore di 1,7 miliardi di euro a una joint venture tra Rheinmetall e la startup finlandese ICEYE. L’obiettivo è quello di mettere in orbita 40 satelliti SAR (Synthetic Aperture Radar) entro la fine del decennio. [12] I satelliti SAR sono in grado di fornire immagini ad alta risoluzione delle attività a terra in qualsiasi condizione meteorologica. Con questi due progetti, la Bundeswehr intende diventare indipendente dagli Stati Uniti per quanto riguarda i satelliti di comunicazione e ricognizione.

Se possibile, senza la Francia

Tuttavia, la ricerca dell’autonomia da parte della Germania è caratterizzata da continue divergenze con la Francia. Ad esempio, nel progetto denominato «Starlink tedesco», che all’interno delle forze armate tedesche porta ufficialmente il nome di SATCOMBw Livello 4, Airbus Defence and Space era inizialmente tra i principali candidati. L’azienda gestisce già gli attuali sistemi di comunicazione SATCOMBw, il che la pone in una posizione migliore rispetto ai suoi concorrenti, come OHB di Brema. Tuttavia, Airbus costruisce i satelliti principalmente nei suoi stabilimenti in Francia; Berlino, invece, punta a un rigoroso controllo nazionale sulla rete satellitare. [13] Non si è disposti a «esternalizzare all’estero» «commissioni di questo tipo», come ad esempio quella per la creazione di un sistema satellitare, ha confermato il generale di divisione Armin Fleischmann, responsabile presso le forze armate tedesche della pianificazione e dell’attuazione dei progetti spaziali.[14] Fleischmann ammette che determinati componenti devono essere acquistati da «partner occidentali», tra cui la «Francia». Il governo federale si sta tuttavia adoperando per mantenere questa quota il più bassa possibile. Nel frattempo, per lo «Starlink tedesco» è stata confermata una joint venture tra Rheinmetall e OHB di Brema. Come riportato ieri, giovedì, la società è stata ora costituita.[15] Si dice che sia possibile il coinvolgimento di Airbus, ma solo in una funzione secondaria.

[1] SpaceX si aggiudica un contratto da 4,16 miliardi di dollari con la Space Force per la realizzazione di satelliti di rilevamento delle minacce. cnbc.com, 29 maggio 2026.

[2] Mike Stone: La US Space Force assegna a SpaceX un contratto da 2,29 miliardi di dollari per una rete spaziale militare. reuters.com, 20 maggio 2026.

[3] Andreas Sommer: Azioni SpaceX: 6,45 miliardi di contratti con il Pentagono prima dell’IPO. kapitalmarketexperten.de, 31 maggio 2026.

[4] Richard Mayr: Il ministro del Digitale Mehring: «Più di una semplice quotazione in borsa». ausburger-allgemeine.de, 10 giugno 2026.

[5] Si veda a questo proposito Rivali spaziali transatlantici.

[6] Si veda a questo proposito La lotta per la sovranità digitale (II).

[7] Peggy Hollinger, Sylvia Pfeifer, Barbara Moens: I piani europei per la creazione di un leader nel settore spaziale devono affrontare una tempistica impegnativa. ft.com, 12 giugno 2025.

[8] Si veda a questo proposito Rivali spaziali transatlantici.

[9] La Germania aumenta in modo significativo il proprio contributo all’Agenzia spaziale europea. deutschlandfunk.de, 26 novembre 2025.

[10] Responsabilità nello spazio: prima strategia di sicurezza spaziale del governo federale. bmvg.de, 19 novembre 2025.

[11] Si veda a questo proposito Lo Starlink tedesco.

[12] Le costellazioni SAR tedesche da 35 miliardi di euro: SPOCK, HANSA e l’asse nordico ISR. grosswald.org, 28 marzo 2026.

[13] Si veda a questo proposito Lo Starlink tedesco.

[14] Thomas Jahn: «Dopo gli Stati Uniti, saremmo all’avanguardia nell’informazione e nella comunicazione». handelsblatt.com, 22 gennaio 2026.

[15] OHB e Rheinmetall stringono una collaborazione per un progetto militare. handelsblatt.com, 11 giugno 2026.

Imparare dall’Ucraina

La conferenza sulla difesa tenutasi a Berlino ha riunito rappresentanti di startup tedesche specializzate in droni e militari ucraini appartenenti a unità che rendono omaggio ai collaboratori nazisti. Obiettivo: una cooperazione intensa per l’ulteriore sviluppo della guerra high-tech.

11

giugno

2026

BERLINO/KIEV (Resoconto proprio) – Lunedì, in occasione di una conferenza sull’armamento tenutasi a Berlino, rappresentanti di startup tedesche produttrici di droni e militari appartenenti a unità ucraine che rendono omaggio ai collaboratori nazisti hanno discusso dell’evoluzione della guerra high-tech e della produzione dei sistemi d’arma necessari a tal fine. Alla conferenza New Age Defence, alla quale hanno partecipato ben 800 persone, erano presenti, tra gli altri, rappresentanti delle brigate della Guardia Nazionale Ucraina che utilizzano simboli delle Waffen-SS o celebrano i membri dell’OUN, un’organizzazione fascista di collaboratori nazisti ucraini. In collaborazione con militari come loro e sfruttando le esperienze ucraine al fronte, le aziende tedesche continuano a sviluppare i loro UxS – sistemi senza pilota, dove x sta per la varietà di questi sistemi in aria (droni), a terra (robot) e in acqua (droni marini). Per quanto riguarda New Age Defence, gli organizzatori hanno affermato di voler collegare più strettamente produttori, soldati e politica e unire l’esperienza ucraina al fronte con il know-how industriale in Germania. In questo contesto, l’importante non è tanto la produzione di innumerevoli armi, quanto piuttosto la messa a disposizione di capacità produttive in grado, in caso di guerra, di sfornare in un batter d’occhio le attrezzature belliche più moderne.

Coordinare le risorse

La conferenza New Age Defence si è tenuta lunedì a Berlino per la prima volta. È stata organizzata da alcuni produttori di UxS; né i nomi precisi di questi ultimi né la sede dell’evento sono stati resi noti in anticipo. L’evento è stato sostenuto dalle startup tedesche Helsing e Quantum Systems, nonché dall’azienda ucraina Uforce; tra i partner industriali figuravano, ad esempio, Arx Robotics e Stark. La partecipazione era possibile solo su invito. La data è stata scelta appositamente in vista del Salone Internazionale dell’Aeronautica e dello Spazio di Berlino, che ha aperto i battenti ieri, mercoledì. Riguardo all’obiettivo dell’evento, è stato affermato che «non è un problema di tecnologia» difendere l’Europa «nella guerra moderna». [1] La tecnologia necessaria è disponibile; l’esercito sa comunque «di cosa ha bisogno». Anche «la volontà politica» di riarmarsi sta aumentando. Tuttavia, esiste «una lacuna nel coordinamento»: «Ciò che manca è il momento in cui tutte e tre le forze si incontrano, si coordinano e procedono insieme». Questo è ciò che New Age Defence dovrebbe garantire ora, così come in futuro. Di conseguenza, all’evento erano presenti, oltre a soldati e rappresentanti di diverse aziende UxS, anche politici. Si parla di circa 800 partecipanti, provenienti soprattutto dalla Germania, dall’Ucraina e dai Paesi baltici.

Capacità anziché magazzino

Tra i temi trattati durante la conferenza figuravano i profondi cambiamenti che si profilano nel settore della produzione di armamenti. Secondo gli organizzatori, l’industria europea delle armi tradizionale si è sempre contraddistinta per «tecnologie costose, lunghi cicli di produzione e sistemi concepiti per un tipo di guerra che ormai non esiste più». [2] Durante la conferenza è stato affermato che il settore UxS, in particolare, è strutturato in modo completamente diverso. Solo «chi è un passo avanti al nemico in tutti i settori» – in «innovazione, produzione, implementazione, sviluppo, tattiche operative, interconnessione» – potrà prevalere nella guerra moderna. [3] Ciò ha delle conseguenze. «Alla luce dei rapidi cicli di sviluppo e della corsa globale alle tecnologie più efficienti», ad esempio, lo stoccaggio tradizionale dei sistemi d’arma «nel settore dei sistemi senza equipaggio ha senso solo in misura limitata»; troppo grande è il rischio che, quando l’apparecchio sarà necessario in guerra, risulti tecnologicamente o tatticamente obsoleto. Alla New Age Defence si è quindi discusso in particolare di «come creare e mantenere capacità produttive adeguate» per essere «pronti a reagire in qualsiasi momento» e in grado di produrre apparecchiature in linea con i più recenti sviluppi nella conduzione della guerra.

Competenze e industria

In questo contesto, come è emerso durante la conferenza, l’Ucraina, le sue forze armate e le sue aziende produttrici di armamenti rivestono un’importanza particolare. I soldati ucraini mettono alla prova le armi più recenti sul campo di battaglia e intrattengono stretti contatti soprattutto con le aziende produttrici di armamenti ucraine, ma anche con quelle tedesche, che cercano costantemente di adattare il materiale bellico alle esigenze delle truppe. Si “impara” molto dalla parte ucraina – dalle “esperienze” che essa fa costantemente e “paga purtroppo a caro prezzo”, come afferma Bastian Ernst, deputato della CDU al Bundestag e presidente dell’Associazione dei riservisti della Bundeswehr. [4] L’amministratrice delegata di New Age Defence è Kateryna Mykhalko, un’ucraina che in precedenza ha lavorato per tre anni presso Tech Force in UA, un’associazione che riunisce circa 100 produttori ucraini di UxS; di conseguenza, gode di un’ottima rete di contatti a Kiev. Alla conferenza di Berlino è stato affermato che «proprio la combinazione tra il know-how ucraino nell’uso dei droni e la conseguente ottimizzazione continua delle tecnologie esistenti da un lato» e «le esperienze e le capacità europee nel campo della produzione industriale» «dall’altro» offre «molte opportunità» per la creazione di un settore UxS di successo in futuro.[5]

Specialisti con esperienza sul campo

Di conseguenza, lunedì la presenza ucraina al New Age Defence è stata molto consistente. Oltre all’ambasciatore dell’Ucraina in Germania, Oleksij Makejew, erano presenti rappresentanti di aziende ucraine del settore della difesa, come Uforce, nonché collaboratori delle filiali ucraine di startup militari tedesche. Ai collaboratori dei think tank ucraini si sono aggiunti soprattutto numerosi militari ucraini. Al Combat Hub, una sezione della conferenza in cui erano state annunciate in particolare «dimostrazioni pratiche di moderne tattiche di combattimento e dell’uso di sistemi senza pilota», secondo l’annuncio degli organizzatori i partecipanti hanno avuto «l’opportunità di parlare direttamente con membri delle forze armate ucraine che avevano esperienza con diversi sistemi senza pilota sul campo di battaglia». [6] Sono stati inoltre annunciati specificatamente militari della 12ª brigata speciale “Azov” del 1° corpo della Guardia Nazionale e della 17ª brigata del 2° corpo “Chartija” della Guardia Nazionale, tra cui specialisti in sistemi senza pilota e in ricognizione; per la ricognizione del campo di battaglia oggi vengono impiegati – oltre ai satelliti – soprattutto droni. La presenza congiunta di soldati ucraini e rappresentanti di startup tedesche ha lasciato intravedere a Berlino la cooperazione quotidiana tra le due parti, praticata ormai da anni.

Sostenitori dei collaborazionisti nazisti

Ciò è interessante anche perché l’orientamento politico delle unità ucraine presenti alla conferenza New Age Defence parla chiaro. Ad esempio, la 12ª Brigata speciale «Azov» del 1° Corpo della Guardia Nazionale utilizza il simbolo del Wolfsangel, un tempo impiegato dalle Waffen-SS. [7] Secondo quanto riportato, la brigata speciale rende inoltre omaggio sui propri canali social ai collaboratori nazisti dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (OUN). Il governo ucraino sta attualmente provvedendo al trasferimento delle loro spoglie a Kiev, dove saranno onorate in un “Pantheon degli ucraini illustri” (come riportato da german-foreign-policy.com [8]). La 17ª brigata del 2° corpo d’armata «Chartija», a sua volta, secondo quanto riportato, ha celebrato da ultimo il 1° gennaio 2026 il compleanno del leader dell’OUN Stepan Bandera; in precedenza aveva promosso la “Marcia degli eroi” il 14 ottobre 2025 in memoria dell’Esercito insurrezionale ucraino (UPA), i cui miliziani durante la Seconda guerra mondiale massacrarono più di 90.000 polacchi e migliaia di ebrei per creare – dalla loro prospettiva razzista – i presupposti per un’Ucraina “etnicamente pura”. Le concezioni storiche e politiche dei soldati ucraini influenzano la cooperazione con le startup tedesche del settore UxS, che si considerano il nucleo dell’industria degli armamenti del futuro.

[1], [2] New Age Defence. new-age-defence.berlin.

[3] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.

[4] Johanna Urbancik, Franziska Müller: Vertice sui droni a Berlino: guerra in Ucraina, difesa-

Tecnologia avanzata e innovazioni. de.euronews.com 10/06/2026.

[5] Jan Schönberg: «Quando si parla di droni, una maggiore velocità garantisce una maggiore sicurezza». drones-magazin.de, 9 giugno 2026.

[6] Gli innovatori presentano droni e intelligenza artificiale al New Age Defence di Berlino. mezha.net 08.06.2026.

[7] Susann Witt-Stahl: Una nuova era della guerra. junge Welt, 8 giugno 2026.

[8] Si veda a questo proposito Nel pantheon dei collaborazionisti.

«Portare avanti il movimento contro la guerra a livello internazionale»

Un’intervista a Kate Hudson sui principali fattori all’origine dell’attuale minaccia di guerra, sulla conferenza contro la guerra che si terrà a Londra il 20 giugno e sulla necessità di organizzarsi a livello internazionale contro la guerra.

09

giugno

2026

LONDRA german-foreign-policy.com ha intervistato l’attivista contro la guerra Kate Hudson in merito alle crescenti proteste contro la militarizzazione in Europa e alla prossima conferenza internazionale contro la guerra in programma il 20 giugno. Kate Hudson è stata presidente (dal 2003 al 2010), segretaria generale (dal 2010 al 2024) e vicepresidente (dal 2024) della Campagna per il Disarmo Nucleare (CND) e membro della Stop the War Coalition dal 2002. Hudson sottolinea che la principale minaccia alla pace mondiale attualmente non proviene dalla Russia e dalla Cina, ma dagli Stati Uniti e dai loro alleati occidentali. Gli Stati Uniti sono in declino economico e stanno reagendo con ogni mezzo a loro disposizione. Inoltre, il capitalismo è in una profonda crisi e ha prodotto “un modello estremo” incarnato da “figure di estrema destra” come Donald Trump – un “incubo politico”, afferma Hudson. Insiste sul fatto che il movimento contro la guerra deve organizzarsi a livello internazionale, proprio come fanno coloro che guidano la militarizzazione – «forze statali, forze capitaliste e governi». Consiglia di agire tempestivamente per contrastare la minaccia che la Germania acquisisca armi nucleari.

german-foreign-policy.com: Il 20 giugno si terrà a Londra un’importante conferenza internazionale contro la guerra. Quali sono le sue aspettative?

Kate Hudson: Questa conferenza rappresenta un passo avanti molto significativo, un’opinione condivisa da tutti gli organizzatori, sia quelli britannici che quelli con cui collaboriamo in tutta Europa. È molto importante sottolineare che, sebbene la conferenza si svolga in Gran Bretagna, si tratta di un evento veramente internazionale. Pur essendo noi gli ospiti, abbiamo lavorato insieme per garantire non solo la presenza di numerosi relatori internazionali, ma anche di molti partecipanti provenienti da tutto il mondo. Centinaia di persone stanno arrivando da tutta Europa per partecipare alle discussioni. Partecipare alla conferenza non è solo un’occasione per ascoltare ottimi discorsi e trarne ispirazione. È anche un’opportunità per riunirsi e avere una discussione strategica seria, per pianificare concretamente come il movimento contro la guerra in Europa e oltre possa lavorare insieme e compiere passi concreti in avanti.

Ciò è tanto più importante in quanto sappiamo che le forze statali, le forze capitaliste e i governi si organizzano costantemente a livello internazionale. Non esistono confini nazionali dalla loro parte della lotta di classe. È quindi assolutamente fondamentale che, dalla nostra parte della lotta di classe, non ci limitiamo alle nostre preoccupazioni interne, nazionali. In quanto movimento contro la guerra, dobbiamo organizzarci a livello internazionale. Se non lo facciamo, siamo destinati al fallimento. Guardate, è un dato di fatto che nessuno dei problemi che affrontiamo è di natura interna o nazionale. Sono tutti problemi internazionali, che si tratti di guerra, della catastrofe climatica o dell’ascesa dell’estrema destra. Tutte queste questioni sono questioni internazionali e dobbiamo affrontarle a livello internazionale.

La conferenza di Londra sarà la seconda organizzata da un gruppo emergente di forze politiche provenienti da tutta Europa. La prima conferenza si è tenuta lo scorso ottobre a Parigi, e probabilmente ne seguirà una terza nel corso dell’anno. Come potete vedere, siamo molto determinati. Non si tratta di un evento isolato, ma di un processo continuo volto a portare avanti il movimento.

german-foreign-policy.com: Lei è attivo nel movimento contro la guerra da decenni. Oggi il mondo è teatro di un numero sempre crescente di conflitti. A cosa è dovuto questo fenomeno?

Kate Hudson: Individuerei due ragioni in particolare. In primo luogo, gli sviluppi economici globali legati alle dinamiche tra le grandi potenze. Negli ultimi decenni abbiamo assistito al declino relativo degli Stati Uniti in termini economici. Ciò non significa che non siano ancora l’economia più potente al mondo secondo molti indicatori; ovviamente lo sono. Ma sotto certi aspetti, in base ad alcuni indicatori, è chiaro che gli Stati Uniti stanno perdendo terreno. Allo stesso tempo, negli ultimi due decenni abbiamo assistito all’emergere di altre potenze economiche, provenienti in gran parte dal Sud del mondo. Chiaramente, la Cina ne è l’esempio più significativo. I suoi indicatori possono fluttuare leggermente, ma la traiettoria è ascendente. Molti paesi si sono uniti nella coalizione BRICS, una nuova forma di cooperazione, sostegno economico e sviluppo, che ha avuto origine nel Sud del mondo.

Agli Stati Uniti, in sostanza, la cosa non piace. Dal punto di vista del movimento contro la guerra, si possono tracciare dei paralleli con la Guerra Fredda. All’epoca, l’obiettivo principale degli Stati Uniti era fondamentalmente quello di mettere fuori gioco l’Unione Sovietica e il suo blocco. Ciò non tanto per ragioni ideologiche, quanto perché l’Unione Sovietica rappresentava un ostacolo all’espansione dei mercati statunitensi. Gli Stati Uniti volevano semplicemente avere porte aperte per le loro imprese ovunque. Dopo il 1989, non solo hanno ottenuto la libertà economica, ma hanno anche acquisito un potere globale insuperabile e senza rivali. Questo, di fatto, si ricollega alla Dottrina Wolfowitz degli Stati Uniti dei primi anni ’90, che si può riassumere così: gli americani si ritrovano l’unica superpotenza globale, la cosa gli piace e vogliono che questa situazione continui. A mio avviso, questa è ancora la situazione odierna, e gli Stati Uniti stanno ancora lottando per mantenere quella posizione. Periodicamente – ricordate la guerra in Iraq – gli Stati Uniti attraversano fasi in cui decidono di mettere fuori gioco i paesi non conformi – i regimi, come chiamerebbero i loro governi – che non si allineano alla visione economica o strategica degli Stati Uniti.

german-foreign-policy.com: Paesi come quelli che gli Stati Uniti hanno definito «l’asse del male»…

Kate Hudson: Esatto. Basta guardare indietro: i paesi che circa 25 anni fa costituivano l’«asse del male» di George W. Bush erano la Corea del Nord, l’Iraq e l’Iran. L’Iraq è stato messo fuori gioco, ma l’Iran e la Corea del Nord fanno ancora parte del nuovo «asse del male» degli Stati Uniti, e vi si sono aggiunti numerosi altri paesi. Si tratta di paesi che non condividono la visione degli Stati Uniti e compiono azioni che la contrastano attivamente. Pertanto, periodicamente, gli Stati Uniti intraprendono delle guerre. Ci sono guerre che riguardano le risorse, ci sono guerre volte a ristabilire il dominio statunitense – gli attacchi al Venezuela, ad esempio, o l’imminente attacco a Cuba. Sono tutte condotte per neutralizzare gli Stati che sfidano la supremazia degli Stati Uniti.

La seconda ragione dell’aumento del numero di guerre è la crisi del capitalismo. Qualunque forma assuma oggi il capitalismo, è ovviamente un sistema insostenibile che non è più in grado di garantire alcuni dei benefici che un tempo offriva alle masse popolari nelle sue fasi iniziali. Negli ultimi anni, il capitalismo ha generato quel tipo di modello estremo rappresentato da personaggi di estrema destra come Donald Trump, disposti a tutto, dal razzismo estremo alle retate dell’ICE, dalle fake news alle leggi basate su menzogne, assurdità e idee antiscientifiche: è semplicemente un disastro totale. Questo incubo politico generato dalla crisi del capitalismo si aggiunge alla determinazione degli Stati Uniti a rimanere il leader indiscusso, cercando di difendere la propria supremazia contro l’emergere di nuove forze economiche molto dinamiche altrove. Forze economiche, tra l’altro, che speriamo stiano ragionando meglio dell’Occidente – meglio in termini di ciò che è in definitiva vantaggioso per l’umanità nel suo insieme. In questa situazione, la cosa fondamentale è fondamentalmente evitare la guerra nucleare e il collasso climatico totale, in modo che quando usciremo da questa lotta, da questa crisi del capitalismo, da questo tentativo dell’imperialismo di mantenersi, costi quel che costi – allora, ci sarà ancora un mondo che potrà essere sviluppato in modo migliore.

german-foreign-policy.com: Quindi non sarebbe d’accordo con quanto ci viene ripetutamente detto dai politici e dai media, ovvero che sono la Russia e la Cina a minacciare la pace nel mondo?

Kate Hudson: Ad essere sincera, non vedo prove a sostegno di questa tesi. Non approvo la guerra della Russia contro l’Ucraina, ma, pur non approvandola, penso che ci siano ragioni storiche e politiche specifiche per cui è scoppiata. Per me, che provengo dal movimento pacifista, una delle ragioni principali è ovviamente l’espansione della NATO – un’alleanza militare altamente sofisticata, dotata di ingenti risorse e armata di armi nucleari – nell’ex blocco sovietico, e persino nelle ex repubbliche sovietiche, e il senso di vulnerabilità della Russia o la sensazione di essere sotto attacco. Da parte della Russia è chiaro da tempo che non vogliono che l’Ucraina faccia parte della NATO, il che comporterebbe un enorme allungamento del confine diretto con la NATO. Nonostante ciò, c’è stata l’apparente mossa dell’Ucraina verso l’adesione alla NATO, oltre al maltrattamento della comunità russa all’interno dell’Ucraina, in contrasto con quanto previsto dagli accordi di Minsk riguardo ai loro diritti di cittadini e alla loro lingua. Per me, questo non significa che la Russia sia una potenza imperialista che attaccherà tutti e ovunque; vedo l’Ucraina come una questione molto specifica. Naturalmente, ci sono tutti i tipi di problemi che avrei con il sistema politico russo e con la politica russa. Ma spetta al popolo russo internamente determinare quale sia il proprio governo, e lo cambierà quando vorrà farlo. Questo non deve essere deciso altrove.

E la Cina – non vedo alcuna prova che la Cina sia militarmente aggressiva. Ovviamente sta potenziando sempre più il proprio arsenale, anche con armi nucleari, cosa alla quale mi oppongo; mi oppongo al fatto che qualsiasi paese sviluppi armi nucleari o aumenti le proprie scorte. Uno dei problemi legati al fatto che alcuni paesi procedano a potenziamenti bellici, stringano alleanze militari e concentrino truppe e materiale bellico sul territorio è che gli altri paesi reagiranno. Era questa la situazione con la corsa agli armamenti durante la Guerra Fredda. Attualmente siamo in una corsa agli armamenti, ma non definirei la Russia e la Cina come i principali protagonisti in termini di aggressività militare o di minaccia generale alla pace e alla sicurezza del mondo nel suo complesso.

german-foreign-policy.com: Diamo un’occhiata alla Germania. La Germania sta potenziando le proprie capacità militari a un ritmo che non si vedeva dagli anni ’50. Il cancelliere Friedrich Merz punta a rendere la Bundeswehr la forza militare convenzionale più potente d’Europa. Qual è la sua opinione al riguardo?

Kate Hudson: Non va affatto bene. Sembra una gara con la Gran Bretagna e la Francia, una sorta di nazionalismo militarista che si sta sviluppando. Come reagiranno i francesi a tutto questo? La Francia possiede armi nucleari. La Germania intende svilupparne? Naturalmente, ciò sarebbe illegale secondo il diritto internazionale. La Germania intende semplicemente ignorare il diritto internazionale? Espone la propria popolazione a un rischio enorme agendo in questo modo? Lo sviluppo di armi nucleari comporta rischi seri, per non parlare del fatto di rendersi un bersaglio nucleare: è un’idea folle e il costo è assolutamente esorbitante.

german-foreign-policy.com: Attualmente in Germania è in corso un dibattito sulla possibilità di sviluppare armi nucleari. Un’altra opzione al vaglio è quella di ottenere l’accesso agli arsenali nucleari francesi o britannici.

Kate Hudson: La Francia non ha mai assegnato le proprie armi nucleari alla NATO. La Gran Bretagna non possiede armi nucleari proprie in senso stretto. Le armi nucleari in possesso del Regno Unito non sono realmente di proprietà britannica né controllate dal Regno Unito, anche se al governo piace affermare il contrario. Guarda, un sistema di armi nucleari è composto da tre parti. Pensa a una pistola: c’è la mano che impugna la pistola; poi c’è la pistola stessa e, infine, c’è il proiettile, che è l’elemento letale. È simile con le armi nucleari. C’è un sottomarino o un jet che le trasporta. Poi c’è il missile che le trasporta dal sottomarino o dall’aereo al bersaglio. Infine, c’è la testata, l’esplosivo all’estremità. La Gran Bretagna costruisce i propri sottomarini, ma sono modelli statunitensi e alcuni dei componenti vengono forniti dagli Stati Uniti. I missili provengono dagli Stati Uniti; li acquistiamo o li prendiamo in leasing, dobbiamo tornare negli Stati Uniti per la manutenzione e così via. Le testate sono una produzione congiunta. Il sistema GPS è gestito comunque dagli Stati Uniti. E, ultimo ma non meno importante, la Gran Bretagna ha assegnato le sue armi nucleari alla NATO. Se gli Stati Uniti decidessero di staccare la spina – addio, armi nucleari britanniche. Se la Gran Bretagna volesse condividerle con la Germania, cosa direbbero gli Stati Uniti al riguardo? Beh, probabilmente – non le condividerete, addio. Se il governo tedesco è davvero serio al riguardo, sembra non avere una comprensione adeguata della situazione reale.

german-foreign-policy.com: Considerando le discussioni in corso in Germania sulla possibilità di sviluppare una bomba tedesca qualora l’accesso alle armi nucleari francesi o britanniche dovesse rivelarsi impossibile – alla luce della sua esperienza nella Campagna per il disarmo nucleare (CND), cosa consiglierebbe alla popolazione tedesca di fare?

Kate Hudson: Organizzare una grande campagna contro di esse – cos’altro sennò! Negli anni ’80 ci fu una massiccia mobilitazione in Germania contro i missili Pershing, così come in Gran Bretagna e altrove, e alla fine ebbe successo. Ci siamo sbarazzati di tutti quei missili. Ci sarà opposizione a tantissimi livelli della società. Non è solo la sinistra a opporsi alle armi nucleari. Ad esempio, anche le comunità di fede e molte organizzazioni religiose sono contrarie; il Papa è contro le armi nucleari. La gente comune semplicemente non vuole avere armi nucleari che faranno saltare in aria loro, i loro figli e i loro nipoti, quando potrebbero invece avere una piscina, un asilo nido o una biblioteca nel loro quartiere. Ci sono così tanti livelli della società da cui è possibile costruire un movimento. Si può lanciare una petizione, si possono organizzare manifestazioni di massa, si può chiedere il boicottaggio, si possono organizzare proteste presso i siti nucleari, come già avviene in Germania, a Büchel. Queste sono cose che la gente faceva in Gran Bretagna negli anni ’50 e ’60, quando fu fondata la CND. Si lavora con i sindacati, si cerca di boicottare la costruzione, di impedirne la realizzazione, si avvia un’azione diretta non violenta, si organizzano grandi manifestazioni – si fa semplicemente di tutto per bloccarla completamente.

german-foreign-policy.com: In Germania sono in corso delle proteste, ma non riguardano tanto le armi nucleari quanto piuttosto il servizio militare obbligatorio. Fin dalla fine dello scorso anno si sono tenuti scioperi scolastici contro questa misura. Si sta verificando qualcosa di simile nel Regno Unito o in altri paesi europei?

Kate Hudson: La Germania è il Paese di cui ho sentito parlare di più. In altre parti d’Europa potrebbero esserci dei sviluppi. In Gran Bretagna non c’è un grande movimento specifico su questo tema, poiché al momento non si sta discutendo di nulla che assomigli al servizio militare obbligatorio. Tuttavia, alcune organizzazioni studentesche si stanno mobilitando contro questa eventualità; l’idea è quella di cercare di fermarla prima che abbia inizio. Allo stesso tempo, però, qui si sta lavorando molto contro la presenza dell’esercito nell’istruzione. Circa un anno fa, il governo ha presentato la sua Strategic Defence Review (Revisione strategica della difesa), alla quale ci siamo opposti pubblicando l’Alternative Defence Review. Keir Starmer parlava di un approccio “che coinvolga l’intera società” alla preparazione alla guerra, il che significherebbe la militarizzazione della nostra società. Significa non solo consentire i tentativi di reclutare persone nelle scuole e nelle università per l’esercito, ma anche introdurre l’esercito e argomenti militari nell’istruzione stessa. Significa investire nelle università per sviluppare la ricerca militare, per promuovere posti di lavoro nell’esercito e nella produzione di armi, e significa soprattutto cercare di promuovere la produzione militare e il cosiddetto settore della difesa non solo come potenziale datore di lavoro, ma come qualcosa che stimolerebbe l’economia in modo positivo. Come sappiamo, ovviamente, questo è un mito. È proprio questo il tema attorno al quale si stanno ora organizzando molti giovani, soprattutto nel settore dell’istruzione superiore, sia a livello di personale che a livello di studenti.

A proposito di giovani: la maggior parte di loro non ha alcun interesse ad andare a combattere una guerra in trincea all’estero. Non è nelle loro intenzioni. In linea di massima – anche se non si può generalizzare eccessivamente – le generazioni più giovani tendono ad essere più progressiste su tutte le questioni sociali. Sono i giovani ad essere molto più ottimisti, inclusivi e ad accettare le persone così come sono; non vedono la razza come un problema, per esempio. Non vogliono essere trascinati in una guerra e morire. È piuttosto semplice, no? Il fatto che la corruzione ai vertici della politica sia ora così smascherata si aggiunge a questo: molti giovani non vedono alcun motivo per cui dovrebbero fare ciò che questi politici corrotti ed egoisti vogliono che facciano. Speriamo che attraverso l’organizzazione delle generazioni più giovani – e allo stesso tempo la continua organizzazione della generazione più anziana – siamo in grado di sconfiggere questi sviluppi molto, molto negativi nella società. Guardate il movimento palestinese in Gran Bretagna: è stato ed è una cosa straordinaria in termini di portata della mobilitazione, ampiezza e diversità. Abbiamo visto enormi marce e ogni tipo di azione che la gente ha intrapreso in Gran Bretagna. È un movimento di massa molto inclusivo e molto diversificato. Questo è il tipo di cooperazione di cui abbiamo bisogno. Può funzionare anche nel movimento contro la guerra.

Altre informazioni sulla lotta contro la militarizzazione in Europa: “Salari, non armi”“Abbasso le armi, su con i salari”“A pagare il conto sono entrambi” e “La prospettiva di pace”.

I due pesi e le due misure e le loro conseguenze

La politica di potere di Berlino ha subito una grave battuta d’arresto in seguito al fallimento della candidatura della Germania a un seggio nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Una punizione per gli evidenti due pesi e due misure nella politica estera?

05

giugno

2026

BERLINO/NEW YORK (notizia propria) – Il fallimento della candidatura della Germania a un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU infligge un duro colpo alle ambizioni politiche globali del governo tedesco. Con soli 104 voti, la Germania è rimasta molto indietro rispetto a Stati di dimensioni notevolmente inferiori come il Portogallo (134) e l’Austria (131) nella votazione di mercoledì a New York. Il doppio standard con cui opera Berlino è ampiamente considerato come una delle ragioni principali: mentre la Germania critica aspramente avversari come la Russia per presunte o effettive violazioni del diritto internazionale e chiede agli altri Stati di sostenere le sanzioni, chiude un occhio sui crimini commessi da stretti alleati, non da ultimo Israele e gli Stati Uniti, e viene addirittura vista come complice. In risposta alla debacle all’Assemblea Generale dell’ONU, persino i Socialdemocratici (SPD), il partner minore della coalizione di governo tedesca, affermano ora che in futuro «non si devono applicare due pesi e due misure nel diritto internazionale». La battuta d’arresto indica anche che il predominio dei principali Stati occidentali nella politica internazionale sta diminuendo. Paesi più piccoli come l’Austria e il Portogallo possono aspettarsi di godere di nuove fonti di simpatia in futuro. Il governo tedesco sta lasciando intendere che non presenterà un’altra candidatura fino al mandato 2035/36. In risposta allo sgarbo diplomatico, da alcuni ambienti in Germania si levano richieste affinché i contributi del paese all’ONU vengano ridotti se non avrà un seggio nel Consiglio di Sicurezza.

«Dare forma alla politica estera»

L’anno scorso, il ministro degli Esteri Johann Wadephul ha parlato apertamente degli obiettivi che la Repubblica Federale di Germania si prefiggeva con la sua candidatura per mantenere il seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite era «l’organismo più importante, realmente globale, per la sicurezza mondiale», per il quale, nonostante tutti i conflitti nel mondo, «c’è ancora, in linea di principio, consenso e sostegno da parte di tutti», ha affermato Wadephul nel suo discorso alla conferenza di tutti gli ambasciatori tedeschi l’8 settembre 2025. Egli ha affermato che «la Germania appartiene a questo tavolo in quanto una delle principali potenze europee». La presenza della Germania nel Consiglio di Sicurezza era, ha aggiunto, necessaria soprattutto «perché vogliamo plasmare la politica estera in questo mondo» – «e perché questo è nel nostro interesse!»[1] Il politico della CDU ha sottolineato che, «soprattutto in un clima geopolitico sempre più aspro, l’appartenenza al Consiglio di Sicurezza apre l’accesso a decisioni, formati e informazioni». Infatti: «Un accesso che rimarrà aperto anche anni dopo la nostra appartenenza». Un posto al tavolo dei grandi era, secondo Wadephul, di grande importanza per Berlino: «soprattutto quando il diritto internazionale è sotto pressione e il multilateralismo vacilla, è nostra responsabilità opporci con determinazione a tutto ciò».

Reati? Chi se ne frega.

Una delle ragioni principali addotte per spiegare il fallimento della candidatura della Germania al Consiglio di Sicurezza è il fatto che il governo tedesco predica costantemente un’adesione astratta al diritto internazionale, ma non ne tiene conto nei casi concreti in cui i suoi alleati sono accusati di gravi violazioni – anche quando vengono messi sotto esame sulla scena mondiale. Per anni, il governo tedesco si è ostinatamente rifiutato di prendere posizione sulle palesi violazioni del diritto internazionale da parte di Israele – non da ultimo durante la guerra di Gaza. Berlino si è limitata a offrire banali luoghi comuni. Nel dicembre 2025, sotto la pressione di Israele, non ha nemmeno accettato di sostenere la proroga del mandato dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi (UNRWA). Questo silenzio è tanto più sorprendente se si considera che Berlino attacca regolarmente la Russia – un avversario – con toni molto duri per presunti o effettivi crimini di guerra in Ucraina. Nel caso di Israele, la posizione della Germania è particolarmente grave perché, come osserva Daniel Forti, esperto delle Nazioni Unite presso l’International Crisis Group, «una larga maggioranza degli Stati membri dell’ONU […] ha sostenuto la Palestina ed è molto preoccupata per la guerra di Israele a Gaza e in Cisgiordania».[2] Anche la repressione in Germania delle voci filopalestinesi e di tutti gli oppositori della guerra di Israele ha suscitato una forte condanna internazionale.[3]

«Troppo complesso»

Il governo tedesco ha inoltre riscontrato scarsa comprensione in molti paesi per la sua posizione di sostegno di fatto alle guerre di aggressione degli Stati Uniti. Mentre Berlino continua a esercitare pressioni sugli Stati di tutto il mondo affinché impongano sanzioni alla Russia per la sua guerra contro l’Ucraina, sembra ancora incapace di formulare una valutazione giuridica ufficiale, alla luce del diritto internazionale, della guerra di aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran. Lo stesso vale per l’incursione statunitense in Venezuela all’inizio di gennaio e il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Il cancelliere Friedrich Merz ha affermato che «la classificazione giuridica dell’operazione statunitense» era «complessa», per cui era necessario «tempo» per affrontare questo atto.[4] Il «tempo» necessario si è ormai protratto per oltre cinque mesi senza che sia stata rilasciata alcuna dichiarazione ufficiale. Questa acquiescenza sta ora suscitando critiche anche all’interno della coalizione di governo tedesca. Siemtje Möller, vice presidente del gruppo parlamentare SPD al Bundestag, è stata recentemente citata per aver affermato che era necessario che il governo federale «denunciasse in futuro i comportamenti che violano il diritto internazionale per quello che sono, indipendentemente da chi li metta in discussione».[5] Anche Adis Ahmetovic, portavoce per la politica estera del gruppo parlamentare SPD, ha espresso una nota critica, chiedendo: «Non si devono applicare due pesi e due misure in materia di diritto internazionale».

Poteri in declino

Oltre alla diffusa avversione per l’ipocrisia e la doppiezza nella politica estera tedesca, il fallimento della candidatura della Germania è attribuibile anche ai cambiamenti nell’equilibrio di potere nella politica internazionale. Negli ultimi decenni, la Repubblica Federale era sempre riuscita a raggiungere il proprio obiettivo di essere eletta al Consiglio di Sicurezza dell’ONU una volta ogni otto anni. Poiché il mandato dura due anni, la Germania, in una prospettiva a lungo termine, ha occupato un seggio non permanente nel Consiglio di Sicurezza per un quarto di ogni periodo di otto anni. Ciò è stato considerato notevolmente sproporzionato. Ma Berlino poteva giustificare la propria presenza con il fatto che la Germania versa un contributo di adesione all’ONU più elevato rispetto alla maggior parte degli altri Stati. La Germania, in quanto paese grande ed economicamente potente, rivendica un peso diplomatico sufficiente per tenere testa ai potenti membri permanenti. L’accettazione del ruolo della Germania sta evidentemente diminuendo nella comunità internazionale. Ciò è già evidente dal fatto che due paesi dell’Europa occidentale più piccoli, l’Austria e il Portogallo, hanno entrambi presentato candidati contro la Germania contemporaneamente. Il fallimento della Repubblica Federale nel voto dell’Assemblea dimostra che c’è un crescente bisogno globale di respingere, almeno in una certa misura, le grandi potenze che esercitano la loro influenza.

«Tagliamo i contributi all’ONU!»

Il risultato rappresenta un duro colpo per le ambizioni politiche globali del governo tedesco, tanto più che Berlino nutre obiettivi di ampio respiro e aspira addirittura a un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Dopo il fallimento della candidatura tedesca a un seggio non permanente, è più che mai difficile capire come tale pretesa possa essere giustificata. Di conseguenza, stiamo ora assistendo ai primi segnali di un calo dell’interesse tedesco per le Nazioni Unite. Dato che la Germania è uno dei maggiori contributori, alcuni politici hanno avanzato l’idea di ridurre i contributi. Nel 2025, Berlino ha trasferito 3,22 miliardi di euro all’organismo con sede a New York. Il politico della CDU Manfred Pentz, che attualmente ricopre la carica di Ministro degli Affari Internazionali dello Stato dell’Assia, ha concluso: «Se in futuro non avremo l’influenza che ci spetta, sorge la domanda: perché dovremmo continuare a investire così tanto denaro nelle Nazioni Unite?»[6] L’amministrazione Trump ha dimostrato quali danni si possano causare trattenendo i pagamenti alle Nazioni Unite e ritirandosi dalle agenzie per motivi simili. E con il taglio dei finanziamenti, il ruolo dell’ONU sta diventando sempre più precario.

[1] Discorso del ministro degli Esteri Johann Wadephul in occasione dell’apertura della conferenza dei capi delle rappresentanze diplomatiche tedesche all’estero. auswaertiges-amt.de, 8 settembre 2025.

[2] Martin Ganslmeier: Atmosfera da sbornia e ricerca dei responsabili. tagesschau.de, 4 giugno 2026.

[3] Vedi: «Stigmatizzati, criminalizzati, attaccati».

[4] Il cancelliere federale Friedrich Merz si esprime sulla situazione in Venezuela. bundesregierung.de, 3 gennaio 2026.

[5] Cosa comporta il fallimento della candidatura della Germania all’ONU? zdfheute.de, 4 giugno 2026.

[6] Per questo motivo la Germania è stata penalizzata nelle elezioni dell’ONU. n-tv.de, 4 giugno 2026.

Nel pantheon dei collaboratori

L’Ucraina rimpatria le salme dei collaboratori nazisti sepolti all’estero. Un’unità delle forze speciali sarà intitolata a dei criminali di guerra. Due leader nazisti ucraini vengono sepolti a Monaco di Baviera. Berlino tace.

02

giugno

2026

BERLINO/KIEV (notizia propria) – Il governo tedesco mantiene il silenzio sui riconoscimenti conferiti ripetutamente a Kiev a collaboratori nazisti e autori di genocidi ucraini. Questo silenzio è tanto più sconcertante in quanto le autorità tedesche potrebbero presto contribuire attivamente all’organizzazione di ulteriori cerimonie di questo tipo. La scorsa settimana, i resti di Andriy Melnyk sono stati trasferiti dal Lussemburgo in Ucraina, dove sono stati sepolti nuovamente alla presenza del presidente Volodymyr Zelenskyy. Melnyk era il leader dell’OUN(M) (Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini-Melnyk), un’organizzazione di collaboratori nazisti ucraini, molti dei quali si unirono alla Divisione Galizia delle Waffen-SS. Zelenskyy ha recentemente conferito il titolo di “Eroi dell’UPA” a un’unità delle Forze Speciali ucraine. Durante la Seconda Guerra Mondiale, l’UPA (Esercito Insurrezionale Ucraino) massacrò quasi 100.000 polacchi e innumerevoli ebrei. In Polonia e in Israele è stata espressa indignazione per questa glorificazione, ma dal governo tedesco non è giunta alcuna parola di critica. Kiev sta ora progettando di istituire quello che definisce un “Pantheon degli ucraini illustri”. A tal fine, intende riesumare altri collaboratori nazisti. Sono attualmente in corso discussioni riguardo al trasferimento delle spoglie di due di questi personaggi infami sepolti a Monaco. Una mossa del genere richiede l’approvazione delle autorità tedesche.

“Gli eroi dell’Ucraina”

L’onorificenza ufficiale dei collaboratori nazisti non è in realtà una novità in Ucraina. È iniziata sotto il presidente filo-occidentale Viktor Yushchenko (dal 2005 al 2010), il quale nel 2007 ha dichiarato postumo Roman Shukhevych «Eroe dell’Ucraina» e, analogamente, Stepan Bandera nel 2010. Shukhevych era uno dei comandanti dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) e continuò le operazioni militari clandestine contro l’Unione Sovietica dopo il 1945. Bandera era il leader dell’OUN(B), un’organizzazione rivale dell’OUN(M) di Melnyk. Con il colpo di Stato filo-occidentale a Kiev nel febbraio 2014, questa glorificazione dei collaboratori nazisti è diventata sempre più comune. Nell’aprile 2015, il parlamento ucraino ha classificato i membri dell’OUN e dell’UPA come “combattenti per l’indipendenza ucraina”. Da allora, una risoluzione parlamentare ha reso illegale persino mettere in discussione la “legittimità” della loro “lotta per l’indipendenza dell’Ucraina”.[1] E la data di fondazione dell’UPA, il 14 ottobre, è diventata da allora una festa nazionale. Dal 2018 il saluto ufficiale delle forze armate ucraine è la dichiarazione «Gloria all’Ucraina! Gloria agli eroi!». Questo era stato il saluto ufficiale dell’OUN. L’affermazione del regime ucraino secondo cui il saluto è più antico dell’OUN non è più accurata dell’affermazione che il suo equivalente tedesco, «Sieg Heil!», sia più antico del partito nazista.

Divisione ucraina delle Waffen-SS «Galizia»

La riabilitazione dei collaboratori nazisti ucraini ha recentemente ricevuto nuovo slancio. Innanzitutto, l’Ucraina ha organizzato la riesumazione e la nuova sepoltura dei resti di Andriy Melnyk, leader dell’OUN(M), deceduto nel 1964.[2] I resti di Melnyk sono stati riesumati in Lussemburgo il 19 maggio, trasportati a Kiev e sepolti nel Cimitero Militare Nazionale nei pressi della capitale ucraina nel corso di una cerimonia ufficiale di Stato. Tra i presenti c’erano il presidente Volodymyr Zelenskyy e Kyrylo Budanov, che dall’inizio dell’anno è a capo dell’Ufficio presidenziale. Si dice che Budanov sia stato la forza trainante di questa iniziativa. [3] Melnyk e l’OUN(M) collaborarono strettamente con il Reich nazista sin dall’inizio nei loro sforzi per staccare l’Ucraina dall’Unione Sovietica e trasformarla in uno Stato autoritario sul modello del fascismo. Fu solo quando, in seguito all’invasione dell’Unione Sovietica, cercarono di compiere progressi concreti verso la creazione di uno Stato ucraino separato che le autorità naziste, contrarie a tale piano, arrestarono Melnyk. I membri dell’OUN(M) hanno svolto un ruolo chiave nella formazione della 14ª Divisione Waffen-Grenadier delle SS (“1ª Galiziana”), nota come Divisione Waffen-SS Galizia. Essa fu coinvolta nei massacri della popolazione polacca della Volinia e della Galizia orientale, che causarono ben oltre un migliaio di morti.

«Le tradizioni storiche delle forze armate»

Tuttavia, la responsabilità della stragrande maggioranza delle vittime della pulizia etnica in Volinia e nella Galizia orientale ricade sull’UPA. Si stima che tra il febbraio 1943 e la fine della guerra siano stati uccisi fino a 100.000 civili polacchi. A differenza della divisione Waffen-SS Galizia, l’UPA reclutava i propri membri principalmente dall’OUN(B), compresi coloro che avevano precedentemente partecipato a pogrom e massacri della popolazione ebraica nell’Unione Sovietica occupata. Uno dei luoghi di questa sete di sangue fu Lemberg (oggi Lviv) alla fine di giugno del 1941. Fu lì che i miliziani dell’OUN, assistiti dagli occupanti tedeschi, uccisero circa 4.000 ebrei. [4] I massacri di civili polacchi compiuti dall’UPA a partire dal 1943 avevano lo scopo di creare un territorio in Volinia e nella Galizia orientale popolato esclusivamente da ucraini. L’idea era quella di far entrare queste regioni a far parte di uno Stato ucraino da istituire dopo la fine della guerra. Anche innumerevoli ebrei caddero vittime dei massacri dell’UPA. Le milizie ucraine furono protagoniste chiave della Shoah. Eppure martedì scorso è entrato in vigore un decreto con cui il presidente Zelenskyy ha conferito il titolo di «Eroi dell’UPA» a un’unità delle forze speciali ucraine – un atto, ha dichiarato, compiuto «con l’obiettivo di far rivivere le tradizioni storiche delle forze armate nazionali».[5]

«Motivo di grande preoccupazione»

La riesumazione di Melnyk e il conferimento ufficiale del titolo di «Eroi dell’UPA» all’unità delle forze speciali hanno suscitato alcune proteste a livello internazionale. In una dichiarazione, il Ministero degli Affari Esteri israeliano ha affermato di «deplorare la decisione» di onorare il leader dell’OUN Melnyk, «che collaborò con i nazisti». Non dovrebbe esserci «spazio per ignorare la verità storica e la memoria delle vittime uccise dai nazisti e dai loro collaboratori» .[6] Il Memoriale dell’Olocausto di Yad Vashem ha dichiarato che la riesumazione di Melnyk ha destato «grande preoccupazione». «Onorare il leader di un movimento che ha sostenuto la Germania nazista durante la persecuzione e l’uccisione di milioni di ebrei» ha minato «l’integrità morale» che era «indispensabile per la commemorazione dell’Olocausto».

«Profonda disapprovazione»

La rinnovata glorificazione dell’UPA sta suscitando grande risentimento soprattutto in Polonia. Il 28 maggio, il Ministero degli Esteri polacco ha espresso «profonda disapprovazione» all’ambasciatore ucraino. Il 29 maggio, il chargé d’affaires polacco a Kiev ha ribadito le obiezioni della Polonia durante un incontro presso il Ministero degli Esteri ucraino.[7] Lo stesso giorno il presidente polacco, Karol Nawrocki, ha annunciato che avrebbe fatto in modo che al suo omologo ucraino Zelenskyy venisse revocato l’Ordine dell’Aquila Bianca. Zelenskyy aveva ricevuto l’Ordine, la più alta onorificenza dello Stato polacco, nell’aprile 2023. L’allora presidente polacco Andrzej Duda ha spiegato che Zelenskyy riceveva il premio in quanto “figura eccezionale” che “non aveva deluso il suo paese durante la fase più difficile della storia ucraina”.[8] Si dice che la decisione sulla revoca dell’onorificenza verrà presa a Varsavia lunedì prossimo. In Polonia, il primo ministro Donald Tusk sta ora lavorando per appianare le cose. Tusk sta distogliendo l’attenzione dai crimini di massa dell’OUN e dell’UPA e sta enfatizzando l’idea che Polonia e Ucraina abbiano un nemico comune, riferendosi alla Russia. Alla fine della scorsa settimana ha sostenuto che se i polacchi si fossero lasciati trascinare in una disputa sulle «emozioni storiche», allora Mosca avrebbe avuto motivo di festeggiare.[9] Questo doveva essere evitato.

«Un’umiliazione»

Mentre si levano proteste dai paesi in cui vivono i parenti e i discendenti delle vittime dei collaboratori nazisti ucraini, non vi è stata alcuna reazione da parte del governo tedesco, che si vanta di essere il più forte sostenitore dell’Ucraina. In questo modo, Berlino sta tollerando che vengano onorati assassini di massa razzisti e antisemiti – e sta deludendo coloro che si sono espressi contro questa decisione, come la ricercatrice ucraina sull’Olocausto Marta Havryshko. Ha descritto la riesumazione di Melnyk come «un’umiliazione per tutti coloro che un tempo credevano che “Mai più” avesse ancora un significato nell’Ucraina di oggi».[10] Sta diventando evidente che le autorità tedesche potrebbero presto essere coinvolte in misure identiche. Ci sono notizie secondo cui il governo di Kiev intende istituire un “Pantheon degli ucraini illustri” come “luogo speciale per il consolidamento dei valori del popolo ucraino”. A tal fine, si stanno ora preparando le premesse per la riesumazione delle spoglie di altri nazionalisti ucraini. Il trasferimento delle spoglie del fondatore dell’OUN Yevhen Konovalets, sepolto a Rotterdam, è stato ad esempio già approvato. [11] La riesumazione di Yaroslav Stetsko, che continuò a guidare l’OUN dall’esilio nella Germania Ovest dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, è nella lista dei desideri, ed è ipotizzabile persino quella del famigerato leader dell’OUN(B) Stepan Bandera. Stetsko e Bandera sono sepolti nel cimitero Waldfriedhof di Monaco. Il trasferimento delle loro spoglie richiederà l’approvazione delle autorità tedesche competenti.

[1] Vedi: Di carnefici, vittime e collaboratori (II).

[2] Kate Tsurkan: I resti di Andrii Melnyk, leader militare ucraino del XX secolo, sono stati trasportati a Kiev per essere sepolti nuovamente. kyivindependent.com, 22 maggio 2026.

[3] Leonid Ragozin: La riesumazione di Melnyk segna un cambiamento ideologico in Ucraina. intellinews.com, 29 maggio 2026.

[4] Vedi: Di carnefici, vittime e collaboratori (II).

[5] Tim Zadorozhnyy: La decisione di Zelensky di intitolare un’unità militare all’Esercito Insurrezionale Ucraino della Seconda guerra mondiale suscita indignazione in Polonia. kyivindependent.com, 29 maggio 2026.

[6] Nava Freiberg: Israele si oppone alla riesumazione con onori di Stato di un collaboratore nazista in Ucraina. timesofisrael.com, 25 maggio 2026.

[7] Comunicato del Ministero degli Affari Esteri. gov.pl, 29 maggio 2026.

[8] Stefan Locke: Dal punto di vista polacco, Zelenskyj rende omaggio alle persone sbagliate. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 1 giugno 2026.

[9] Ewan Jones: I pezzi grossi della politica polacca criticano aspramente Zelenskyy per aver reso omaggio a un’unità responsabile di un massacro durante la Seconda guerra mondiale. tvpworld.com, 29 maggio 2026.

[10], [11] Daniel Säwert: Un riconoscimento discutibile. nd-aktuell.de, 26 maggio 2026.

La trasformazione dell’Ungheria

Con lo sblocco di 16,4 miliardi di euro, l’UE pone fine al blocco che durava da anni nei confronti dell’Ungheria. Il prezzo da pagare è costituito da riforme profonde, una riorganizzazione delle istituzioni statali e una maggiore sottomissione alle direttive dell’UE.

03

giugno

2026

BUDAPEST/BRUXELLES (Notizia propria) – Il cancelliere federale Friedrich Merz ha assicurato il proprio sostegno al nuovo primo ministro ungherese Péter Magyar in occasione della visita di insediamento di quest’ultimo a Berlino, tenutasi ieri, martedì. Magyar ha avviato il processo, auspicato dalla Germania e dall’UE, di smantellamento delle reti e della base di potere del suo predecessore Viktor Orbán in ambito politico ed economico. Intende infatti destituire il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, non però secondo le norme vigenti, bensì tramite una modifica costituzionale. Anche i presidenti della Corte costituzionale, dell’Autorità di vigilanza sui media e di altre istituzioni dovrebbero essere sostituiti. Gli oligarchi ungheresi, strettamente legati a Orbán, temono ripercussioni negative. Il tentativo di aprire maggiormente i settori in cui operano all’accesso degli investitori stranieri attraverso l’abolizione di un’imposta speciale sembra però essere fallito: sarebbe stato possibile solo trasferendo i costi ad altri settori, in particolare all’industria delle esportazioni, di cui fanno parte soprattutto i gruppi automobilistici tedeschi. Come incentivo, la Commissione europea ha sbloccato fondi UE per l’Ungheria per un valore di 16,4 miliardi di euro. Magyar deve però attuare le riforme richieste da Bruxelles.

Fondi dell’UE per Péter Magyar

La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (CDU) ha annunciato venerdì, al termine dei negoziati con il nuovo governo ungherese, che la Commissione sbloccherà i fondi pari a 16,4 miliardi di euro che erano stati congelati durante il mandato del primo ministro Viktor Orbán. Péter Magyar, successore di Orbán insediatosi il 9 maggio, ha parlato di una «giornata storica per l’Ungheria». Von der Leyen ha tuttavia chiarito una condizione per l’effettivo trasferimento dei fondi: «Tutte le riforme» – misure che Orbán si era rifiutato di attuare – «devono essere completate». «Non accetteremo scorciatoie.»[1] In questo modo, la presidente della Commissione ha tenuto conto del fatto che, in un caso molto simile riguardante la Polonia, la Commissione aveva concesso un voto di fiducia al nuovo primo ministro Donald Tusk dopo il cambio di governo del 2023 e sbloccato tutti i fondi UE congelati a causa della controversia con il governo precedente. Tuttavia, le riforme dello Stato di diritto richieste da Bruxelles in Polonia non sono state ancora attuate, poiché prima il presidente Andrzej Duda e poi il suo successore Karol Nawrocki hanno posto il veto. A differenza di Tusk, però, Magyar dispone di una maggioranza dei due terzi in Parlamento e può effettivamente approvare tutte le riforme.[2]

Riforme sotto pressione

A Magyar resta poco tempo per portare a termine le riforme necessarie affinché i fondi UE possano essere erogati. Queste devono essere approvate dal Parlamento entro la fine di agosto, motivo per cui quest’anno i deputati non godranno della pausa estiva. Per ingraziarsi Bruxelles sul piano politico, venerdì Magyar ha presentato alla presidente della Commissione una richiesta di adesione dell’Ungheria alla Procura dell’UE, sebbene ciò non rientrasse tra i requisiti richiesti. La Procura dell’UE è considerata a Bruxelles un’importante istanza di controllo politico, poiché può indagare in modo indipendente qualora sussista il sospetto che i fondi dell’UE non vengano utilizzati come concordato. Magyar ha inoltre già annunciato che rafforzerà l’autorità nazionale anticorruzione. Inoltre, in futuro i ministri dovranno rendere pubblici il proprio patrimonio e le proprie partecipazioni in società. Le false dichiarazioni saranno punite con una pena detentiva fino a due anni.[3]

Miliardi per le infrastrutture e l’industria

Oltre ai dieci miliardi di euro di aiuti anti-Covid congelati, l’Ungheria dovrebbe ricevere anche 6,4 miliardi di euro dal Fondo di coesione dell’UE. Nel corso dei negoziati della scorsa settimana, il governo ungherese e la Commissione europea hanno concordato un elenco di progetti concreti per l’utilizzo dei fondi. In particolare, sono previsti 1,5 miliardi di euro per l’ammodernamento della rete energetica ungherese e per l’allacciamento di impianti eolici. Si prevede l’acquisto di nuovi vagoni ferroviari per un valore di 1,8 miliardi di euro. 500 milioni di euro saranno destinati alla costruzione di una gigafactory dedicata all’intelligenza artificiale, mentre altri 500 milioni di euro andranno alla rete satellitare dell’UE Iris2.[4] Non da ultimo, ciò apre la strada a contratti miliardari per i gruppi industriali tedeschi.

Riorganizzazione dell’apparato statale

Magyar ha nel frattempo avviato una profonda riorganizzazione dello Stato. Poco dopo il suo insediamento, aveva dato ai titolari delle più alte cariche dello Stato un ultimatum fino al 31 maggio per dimettersi volontariamente dai loro incarichi. Tra i destinatari figuravano il presidente della Repubblica Tamás Sulyok, i presidenti della Corte Suprema, della Corte Costituzionale, della Corte dei conti e dell’Autorità di vigilanza sui media, oltre al procuratore generale. Lunedì Magyar ha annunciato di voler destituire il presidente della Repubblica non secondo le norme vigenti, ma con l’ausilio di un emendamento costituzionale; dopo un incontro con Sulyok ha dichiarato: «Prenderemo le decisioni necessarie a breve».[5] È previsto inoltre un ulteriore emendamento costituzionale volto a limitare a otto anni il mandato del primo ministro – una promessa elettorale di Magyar. Il testo di legge è stato tuttavia formulato in modo tale da avere anche effetto retroattivo. In questo modo Orbán non potrebbe diventare capo del governo un’altra volta. Con un terzo emendamento costituzionale, Magyar intende nazionalizzare una serie di fondazioni che il Fidesz ha sostenuto con miliardi di forint e che ha allineato alla sua linea politica – come ad esempio il Mathias Corvinus Collegium (MCC).[6]

Smantellamento della rete del Fidesz

Tra i perdenti, dopo l’insediamento di Magyar, figurano anche gli oligarchi ungheresi che fanno parte della rete politica di Orbán. È il caso, ad esempio, di Lőrinc Mészáros, un fedele di lunga data di Orbán, il cui conglomerato Opus Global ha perso un terzo del proprio valore dopo le elezioni. Mészáros controlla anche la seconda banca ungherese per grandezza, la MBH Bank, il cui titolo azionario ha subito un crollo a doppia cifra. Sotto Orbán, Mészáros è passato dall’essere un idraulico a diventare uno degli ungheresi più ricchi. Ha beneficiato di un accesso privilegiato agli appalti pubblici e ai progetti infrastrutturali finanziati dall’UE. Anche il genero di Orbán, István Tiborcz, rischia di subire perdite. Tiborcz ha creato il conglomerato BDPST, che comprende banche, società di logistica e immobiliari. Il suo successo è strettamente legato alla rete del Fidesz.[7]

Controversia sulle imposte speciali

Orbán ha attuato una politica economica che ha sovvenzionato massicciamente l’industria delle esportazioni. Tra i grandi beneficiari di questa politica figurano i gruppi automobilistici tedeschi. Dopo la crisi economica mondiale del 2008, tuttavia, Orbán ha sottoposto i settori strategici a una politica industriale restrittiva che favorisce gli imprenditori locali – spesso, concretamente, gli oligarchi vicini a Orbán già menzionati. Da allora, gli investitori stranieri nei settori delle telecomunicazioni, delle banche, della logistica, dell’edilizia e del commercio al dettaglio lamentano, tra le altre cose, l’imposizione di tasse speciali. Durante la campagna elettorale, Magyar ha affermato che le aziende tedesche sarebbero state “perseguitate” e che avrebbe cambiato questa situazione: “Vogliamo offrire condizioni uguali per tutti.”[8] Ora, però, il nuovo ministro delle Finanze András Kármán ha dichiarato in un’audizione in Parlamento che le imposte speciali sono un’importante fonte di entrate; pertanto non vi è «alcuna intenzione» di abolirle a breve termine. Kármán ha messo in relazione le imposte speciali per determinati settori con le agevolazioni fiscali concesse ad altri. Ha definito questa situazione una ridistribuzione tra i diversi settori economici. Se le imposte speciali venissero gradualmente eliminate, anche le agevolazioni fiscali dovrebbero essere riviste – con grande disappunto delle case automobilistiche tedesche.[9] Magyar sembra non voler correre il rischio che ciò comporta.

Limiti dell’approssimazione

Anche se Magyar sta facendo di tutto per smantellare il più possibile le reti di Orbán in ambito politico ed economico, permangono potenziali fonti di conflitto con l’UE, ad esempio in materia di politica migratoria. Su questo fronte Magyar manterrà la linea politica di Orbán; ad esempio, respinge il Patto europeo sulla migrazione. [10] Durante i colloqui tra Magyar, von der Leyen e il presidente del Consiglio dell’UE António Costa è stata inoltre ripetutamente affrontata la questione dell’adesione dell’Ucraina all’UE. Magyar blocca il progetto – come ha fatto finora Orbán – facendo riferimento alla mancanza di diritti della minoranza ungherese in Ucraina. La sua nuova ministra degli Esteri, Anita Orbán – che non ha alcun legame di parentela con l’ex primo ministro – ha definito i diritti della minoranza ungherese «la questione più importante che dobbiamo chiarire con Kiev».[11] Magyar intende inoltre continuare a importare materie prime russe, come il petrolio greggio attraverso l’oleodotto Druzhba, che attraversa l’Ucraina.[12]

[1] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE sblocca 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.

[2] Jakob Hanke Vela, Carsten Volkery: Quando riceverà Magyar i miliardi dell’UE congelati? handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[3] Thomas Gutschker: Una manna finanziaria per l’Ungheria – a patto che rispetti le condizioni. faz.net, 29 maggio 2026.

[4] Carsten Volkery: Trionfo di Magyar – L’UE stanzia 16,4 miliardi di euro per l’Ungheria. handelsblatt.com, 29 maggio 2026.

[5] Il nuovo primo ministro progetta una modifica costituzionale contro il capo dello Stato. ksta.de, 1 giugno 2026.

[6] Alexander Haneke: Magyar, maestro del confronto. faz.net, 31 maggio 2026.

[7] Michaela Seiser: Gli oligarchi alla gogna. faz.net, 29 aprile 2026.

[8] Si veda a questo proposito L’eredità di Orbán, la linea politica di Magyar.

[9] Carsten Volkery: L’imposta speciale rimane – Magyar va allo scontro con l’UE. handelsblatt.com, 26 maggio 2026.

[10] Thomas Gutschker: Una manna finanziaria per l’Ungheria – a patto che rispetti le condizioni. faz.net, 29 maggio 2026.

[11] Jakob Hanke Vela, Carsten Volkery: «Quando riceverà Magyar i miliardi dell’UE congelati?», handelsblatt.com, 28 maggio 2026.

[12] Florian Kellermann: Il primo ministro ungherese cerca di avvicinarsi alla Polonia. tagesschau.de, 20 maggio 2026.

«Scuotere il Paese»

Si fanno sempre più insistenti le richieste di aprirsi a una collaborazione con l’AfD, non da ultimo nel mondo dell’economia. Secondo un sondaggio, una coalizione tra l’Unione e l’AfD è attualmente considerata l’opzione di governo più promettente.

01

giugno

2026

BERLINO (Notizia propria) – In Germania si fa sempre più forte, nei settori dell’economia, della politica e dei media, la richiesta di aprirsi alla collaborazione con l’AfD. Diversi imprenditori, tra cui l’ex amministratore delegato di Trigema Wolfgang Grupp, si sono espressi nel fine settimana a favore della fine del “muro di separazione”. In precedenza, l’ex capo di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy, aveva auspicato, a causa di una certa resistenza soprattutto all’interno dell’SPD contro una demolizione totale dello Stato sociale, di «scuotere il Paese con un governo di minoranza». Naturalmente ciò porterà a un “enorme tumulto”, ha previsto Kaeser: “Il muro tagliafuoco andrà in fiamme”. Ufficialmente, gli organi direttivi di CDU/CSU e SPD respingono ancora una collaborazione formale con l’AfD. Alla fine della scorsa settimana, tuttavia, poco prima della sua elezione, il nuovo presidente dell’FDP Wolfgang Kubicki ha dichiarato che in Parlamento non si possono «subordinare le mozioni a chi le approva». A titolo sperimentale, l’attuale Cancelliere federale Friedrich Merz aveva già vinto, prima della sua elezione, una votazione al Bundestag senza una cooperazione formale, ma con l’aiuto dell’AfD. Al Parlamento europeo un simile approccio è già stato praticato più volte.

Prova generale al Bundestag

A posteriori, il voto del Bundestag del 29 gennaio 2025 su una mozione del gruppo parlamentare CDU/CSU volta a contrastare l’afflusso di rifugiati può essere considerato un primo banco di prova per un governo di minoranza in Germania. Il piano prevedeva, secondo quanto dichiarato, un «divieto di ingresso di fatto» per le persone sprovviste di documenti di ingresso validi, tra cui in particolare i richiedenti asilo. [1] Inoltre, richiedeva che i rifugiati “soggetti a un obbligo di espulsione esecutivo” fossero internati in “caserme e container vuoti”; secondo i dati di Amnesty International, si trattava di un quarto di milione di persone, tra cui bambini. Il piano ricalcava concetti noti nel repertorio dell’estrema destra; per questo motivo, per i deputati dell’SPD, di Bündnis 90/Die Grünen, del partito Die Linke e del BSW era inammissibile fin dall’inizio. L’allora presidente della CDU Friedrich Merz aveva implicitamente confermato in anticipo che non gli avrebbe dato fastidio l’approvazione dell’AfD: «Non guardo né a destra né a sinistra, guardo solo dritto davanti a me.»[2] Il risultato della votazione ha dimostrato che l’AfD era disposta ad aiutare l’Unione a ottenere la maggioranza: 75 deputati dell’AfD hanno votato «sì»; ciò ha determinato una maggioranza di 348 voti contro 345.[3] La presidente dell’AfD Alice Weidel ha poi esultato: «Il muro di contenimento è caduto!»[4]

Modello del Parlamento europeo

Se la votazione del 29 gennaio 2025 è rimasta finora l’unica al Bundestag in cui l’AfD è stata utilizzata, in modo prevedibile – e evidentemente calcolato – per garantire la maggioranza, nel Parlamento europeo si è ormai affermata una prassi analoga. Lì, il gruppo conservatore PPE, guidato dal suo presidente Manfred Weber (CSU), ricorre sempre più spesso ai gruppi di estrema destra European Conservatives and Reformists (ECR), Patriots for Europe (PfE) e, talvolta, anche Europe of Sovereign Nations (ESN) per far approvare in Parlamento mozioni che i gruppi socialdemocratici e dei Verdi rifiutano di sostenere. Ciò è avvenuto per la prima volta il 19 settembre 2024, quando è stata approvata con una maggioranza conservatrice di estrema destra una risoluzione in cui il Parlamento europeo si è eretto a giudice delle elezioni parlamentari in Venezuela e ha dichiarato vincitore a mani basse il candidato ufficialmente sconfitto. [5] Il 13 novembre 2025, sempre con una maggioranza di estrema destra, è stato approvato un significativo indebolimento della direttiva sulle catene di approvvigionamento. Il 26 marzo 2026, grazie al consenso dell’ECR, del PfE e dell’ESN, il Parlamento europeo ha infine approvato un drastico inasprimento delle misure di respingimento dei rifugiati. [6] Nulla ostacola ulteriori votazioni con una maggioranza conservatrice di estrema destra.

«Non basarsi su chi è d’accordo»

Sebbene i partiti di governo di Berlino, CDU/CSU e SPD, dichiarino ufficialmente di non avere intenzione di procedere a votazioni congiunte sporadiche con l’AfD né tantomeno di optare per un governo di minoranza con il sostegno regolare di tale partito, nel frattempo si fanno sempre più forti le voci contrarie. Recentemente, Torsten Albig (SPD), ex primo ministro dello Schleswig-Holstein, si è espresso a favore di una collaborazione con l’AfD «su determinati temi». Nella Germania orientale, dopo le elezioni di settembre, non si possono escludere governi di minoranza tollerati dall’AfD.[7] Inizialmente ciò ha suscitato un ampio rifiuto. Alla fine della scorsa settimana il dibattito si è riacceso. Il candidato alla presidenza dell’FDP Wolfgang Kubicki aveva dichiarato di non conoscere «alcun muro tagliafuoco» [8]; in Parlamento il suo partito non dovrebbe «subordinare le mozioni… a chi le approva» [9]. Si vedrà invece «da dove provengono le maggioranze». Martin Hagen, segretario generale designato dell’FDP, aveva parlato di uno «spauracchio chiamato muro di contenimento» e aveva invocato «un approccio diverso» nei confronti dell’AfD. Dopo la sua elezione a presidente del partito, Kubicki ha tuttavia affermato: «Non ci sarà mai una collaborazione con l’AfD da parte dei liberali». Tuttavia, un approccio come quello di Merz alla fine di gennaio 2025 si colloca al di sotto della soglia della cooperazione ufficiale.

«Il muro tagliafuoco andrà in fiamme»

Nel contempo, si fanno sempre più pressanti le richieste provenienti dal mondo economico affinché non si insista più sulla «linea di demarcazione» e si passi eventualmente a un governo di minoranza. Già in autunno era stato riferito che, tra le piccole e medie imprese, i contatti con l’AfD stavano aumentando in modo tangibile (come riportato da german-foreign-policy.com [10]). A metà aprile, l’ex amministratore delegato di Siemens Joe Kaeser, che oggi ricopre la carica di presidente del consiglio di sorveglianza di Siemens Energy e Daimler Truck, ha lamentato che, secondo le «norme sociali», attualmente sarebbe concepibile solo una grande coalizione; poiché questa non sarebbe in grado di approvare leggi favorevoli all’economia e di smantellare lo stato sociale, molto presto si porrà la domanda: «Si avrà il coraggio di scuotere il Paese con un governo di minoranza?»[11] La Germania avrebbe urgente bisogno di «una sorta di rottura». Sebbene ci sarà probabilmente un «enorme tumulto», ha previsto Kaeser: «Il muro tagliafuoco andrà in fiamme». Mentre le grandi associazioni di categoria lo rifiutano ancora ufficialmente, altri imprenditori stanno ora uscendo allo scoperto. Ad esempio, l’ex capo di Trigema Wolfgang Grupp ha dichiarato che il «muro tagliafuoco» verso l’AfD «non ha senso». [12] Il capo del Brockhaus Group, Caspar Brockhaus, chiede che si rendano immediatamente possibili «nuove costellazioni democratiche»: «Il muro tagliafuoco paralizza la politica, l’economia e quindi il nostro Paese». Parallelamente, anche tra le imprese francesi inizia l’apertura a una cooperazione con l’estrema destra (come riportato da german-foreign-policy.com [13]).

«Aprire gli spazi del dicibile»

Un ulteriore impulso a favore di una possibile apertura nei confronti dell’AfD arriva ora anche dalla stampa Springer. Il quotidiano Springer *Welt am Sonntag* aveva già pubblicato alla fine del 2024 un articolo a firma di Elon Musk in cui si leggeva: «L’Alternativa per la Germania è l’ultima scintilla di speranza per questo Paese». [14] Successivamente, il quotidiano Die Welt aveva invitato la leader dell’AfD Weidel a un «vertice economico», mentre il capo del gruppo Mathias Döpfner aveva confermato che avrebbe «continuato a spianare decisamente la strada a ciò che è lecito dire».[15] Già in precedenza Welt-TV aveva dato voce ai politici dell’AfD in interviste e dibattiti. La scorsa settimana il quotidiano Bild è intervenuto con maggiore intensità nel dibattito. Inizialmente si affermava che, in un sondaggio – non meglio specificato – condotto tra i propri lettori, l’84 per cento si fosse espresso a favore di una collaborazione tra SPD e AfD, mentre appena il 14 per cento fosse contrario. [16] Nel fine settimana, secondo un sondaggio INSA commissionato da Bild, quasi il 70% degli intervistati riteneva che dopo le elezioni in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore a settembre ci sarebbe stato almeno un primo ministro dell’AfD. Interrogati sul “muro di contenimento”, il 45% riteneva che fosse utile all’AfD; solo il 30% riteneva che le fosse dannosa.[17] Alla domanda su quale coalizione potesse «risolvere al meglio i problemi attuali», il 9% ha risposto «governo di minoranza dell’Unione»; il 19% ha risposto: «Unione e SPD». Il valore più alto, pari al 23%, è stato raggiunto dalla variante «Unione e AfD».

[1] Si veda a questo proposito L’ascesa della destra.

[2] Nadja Aswad, Nikolaus Harbusch, Filipp Piatov, Peter Tiede: Merz e la delicata partita a poker sull’asilo con l’AfD. bild.de, 24 gennaio 2025.

[3] L’AfD aiuta Merz a ottenere la maggioranza per le richieste in materia di asilo. Frankfurter Allgemeine Zeitung, 30 gennaio 2025.

[4] Nadja Aswad, Nikolaus Harbusch, Filipp Piatov, Peter Tiede: Merz e la delicata partita a poker sull’asilo con l’AfD. bild.de, 24 gennaio 2025.

[5] Si veda a questo proposito Chi abbatte il muro tagliafuoco.

[6] Il PPE vota insieme ai partiti di estrema destra a favore di norme più severe in materia di asilo. tagesschau.de, 26 marzo 2026.

[7] L’ex presidente regionale Albig raccomanda all’SPD di collaborare con l’AfD. noz.de, 23 maggio 2016.

[8] I possibili nuovi vertici dell’FDP in disaccordo su come comportarsi con l’AfD. zeit.de, 29 maggio 2026.

[9] Rixa Fürsen: Il vice designato di Kubicki si schiera contro di lui – «Non intendo collaborare in alcun modo con l’AfD». welt.de, 29 maggio 2026.

[10] Si veda a questo proposito «Niente spazio per i muri tagliafuoco» (II).

[11] Joe Kaeser: «Il muro tagliafuoco andrà in fiamme». thepioneer.de, 20 aprile 2026.

[12] Il mondo economico chiede l’abolizione del «muro tagliafuoco». focus.de, 31 maggio 2026.

[13] Si veda a questo proposito L’asse Berlino-RN.

[14] Elon Musk, Jan Philipp Burgard: Perché Elon Musk punta sull’AfD – e perché si sbaglia. welt.de, 28 dicembre 2024.

[15] Mathias Döpfner: «In attesa del tuono?» welt.de, 14 gennaio 2025.

[16] Stefan Schlagenhaufer: Ecco cosa pensano i lettori di BILD del firewall. bild.de, 25 maggio 2026.

[17] Ismael Hormeß: «Ecco cosa pensano davvero i tedeschi dell’AfD». bild.de, 30 maggio 2026.

L’UE prevede dazi sulla Cina alla Trump

L’UE prevede un drastico inasprimento dei dazi doganali sulle importazioni dalla Cina. Berlino cerca di placare gli animi a Pechino, nell’interesse degli affari tedeschi con la Cina. Nel contempo, alcuni deputati del Bundestag sono in visita a Taiwan; si discute anche di cooperazione nel settore della difesa.

29

Maggio

2026

BERLINO/PECHINO/TAIPEI (Notizia propria) – In vista del dibattito della Commissione europea, annunciato per oggi, sulle misure doganali dell’UE nei confronti della Cina, che prevedono un inasprimento drastico, Berlino invia segnali fortemente contraddittori. Da un lato, durante una visita a Pechino, la ministra federale dell’Economia Katherina Reiche ha promosso la prosecuzione della cooperazione economica e la collaborazione anziché il confronto – nell’interesse degli affari con la Cina, che per molte aziende tedesche continuano ad essere di fondamentale importanza. Allo stesso tempo, una delegazione del Bundestag è in visita a Taiwan, dove non solo si impegna a favore del potenziamento delle relazioni economiche civili; si è parlato anche di una collaborazione nel campo dell’intelligenza artificiale (IA). Il presidente di Taiwan Lai Ching-te insiste nel contempo sul potenziamento della cooperazione in materia di armamenti, per la quale già lo scorso anno sono stati compiuti i primi passi. La Repubblica Popolare ha nel frattempo inserito una prima azienda tedesca del settore della difesa in una lista di controllo delle esportazioni, accusandola di essere coinvolta nella fornitura di armi a Taiwan. Le misure doganali previste dall’UE si ispirano ai modelli statunitensi e comprendono, tra l’altro, dazi doganali a presunta tutela della “sicurezza nazionale”.

L’asse Berlino-RN

Berlino sonda il leader dell’estrema destra del Rassemblement National, Jordan Bardella, potenziale futuro presidente della Francia. Bardella intende contrastare il predominio tedesco nell’UE.

22

maggio

2026

PARIGI/BERLINO (notizia originale) – La Germania sta sondando il terreno con Jordan Bardella, esponente del partito di estrema destra francese Rassemblement National (RN), alla ricerca di un’intesa nel caso in cui l’RN dovesse vincere le elezioni presidenziali francesi del prossimo aprile. È stato recentemente rivelato che Bardella ha incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia a febbraio – il primo contatto ufficiale in assoluto con un politico dell’RN. Bardella ha annunciato in un’intervista a un importante quotidiano tedesco che, a seguito di una vittoria elettorale, intende cooperare strettamente con il governo tedesco ovunque possibile. Il controllo dei migranti e dei rifugiati, ha affermato, dovrebbe essere un’area chiave di cooperazione. Ha elogiato la politica di controllo delle frontiere della Germania. Bardella, che è in testa nei sondaggi per le elezioni presidenziali del prossimo anno, è sostenuto dall’impero mediatico del miliardario di estrema destra Vincent Bolloré. Bardella è consigliato in materia economica da uno stretto collaboratore di Bolloré, Pierre-Édouard Stérin. E la leadership del RN è ora in trattativa con una serie di importanti figure del mondo imprenditoriale francese, non da ultimo i vertici di Airbus, TotalEnergies e Renault, insieme al CEO del gruppo di beni di lusso LVMH, Bernard Arnault, che è l’uomo più ricco al mondo non americano. Bardella afferma di voler riconfigurare l’Unione Europea e contrastare il predominio tedesco.

Sostenuti da miliardari

I sondaggi sull’orientamento degli elettori in vista delle prossime elezioni presidenziali francesi dell’aprile 2027 indicano da tempo, in modo costante, che Jordan Bardella, in qualità di probabile candidato del RN, vincerà nettamente il primo turno con oltre un terzo dei voti e che, successivamente, dovrebbe aggiudicarsi la vittoria al ballottaggio. Permangono tuttavia alcuni dubbi, soprattutto qualora dovesse trovarsi a confrontarsi con il popolare Édouard Philippe al ballottaggio. Philippe è stato il primo primo ministro dal 2017 al 2020 sotto la presidenza di Emmanuel Macron. Nella futura campagna elettorale, Bardella potrà contare sul potente impero mediatico del miliardario Vincent Bolloré, che ha utilizzato i profitti del suo conglomerato industriale Groupe Bolloré per acquistare ogni tipo di giornale, rivista, emittente radiofonica e televisiva. In qualità di proprietario, ha orientato questi mezzi di comunicazione, tra cui il popolare canale televisivo CNews e il settimanale di lunga tradizione «Le Journal du dimanche», verso un’agenda di estrema destra. Bardella gode anche del sostegno del miliardario Pierre-Édouard Stérin. Stérin deve la sua fortuna in parte al suo veicolo di investimento, Otium Capital, il cui ex amministratore delegato, François Durvye, si è dimesso dal suo incarico ad aprile per diventare consulente di Bardella sulle questioni economiche e sulle politiche da definire in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno. Queste manovre garantiscono al presunto candidato del RN l’accesso a contatti influenti e a una notevole influenza.[1]

«Gli interessi degli amministratori delegati»

Negli ultimi mesi, Bardella e Marine Le Pen, leader di lunga data del RN, hanno incontrato più volte esponenti di spicco del mondo imprenditoriale francese. Éric Trappier, amministratore delegato del costruttore di aerei da combattimento Dassault Aviation, ha incontrato Le Pen e Bardella nel maggio 2024. E nel dicembre 2025, i leader di estrema destra hanno avuto un colloquio con un altro esponente del settore della difesa, il presidente del consiglio di amministrazione del gruppo Safran. Qualsiasi tabù sul dialogare con Bardella era stato superato nel gennaio 2026, quando questi ha incontrato Guillaume Faury, amministratore delegato del Gruppo Airbus. Poi, ad aprile, Le Pen ha incontrato per la prima volta un gruppo esclusivo di alti dirigenti, tra cui i vertici di TotalEnergies, Renault, Engie, Accor e Bolloré, oltre a Bernard Arnault, CEO del gruppo di beni di lusso LVMH. Con un patrimonio di circa 150 miliardi di dollari, Arnault è attualmente l’undicesima persona più ricca al mondo e il più ricco cittadino non statunitense. [2] Bardella è stato ricevuto il 20 aprile dai leader della principale associazione dei datori di lavoro francesi, il MEDEF, insieme ad altri rappresentanti delle organizzazioni imprenditoriali francesi.[3] Sullo sfondo di questa alleanza emergente, un miliardario è stato citato in forma anonima mentre affermava che Macron aveva fallito nella sua politica economica, mentre il RN era ormai «diventato neoliberista». Infatti, «il partito che oggi rappresenta meglio i miei interessi come amministratore delegato è il RN!»[4]

«Un’Europa diversa»

Dopo due incontri con i vertici del MEDEF e alcuni dei più influenti amministratori delegati del Paese, Bardella ha illustrato gli obiettivi chiave della sua politica economica in un’intervista a «Le Journal du dimanche». Ha affermato che un governo del RN ridurrebbe drasticamente le tasse e ogni tipo di regolamentazione a carico delle imprese francesi. In qualità di neoeletto presidente della Francia, ha aggiunto, il suo primo viaggio ufficiale all’estero sarebbe stato a Bruxelles. Bardella ha sostenuto che l’UE, non da ultimo con il suo “Green Deal”, stava creando un quadro normativo eccessivo che minacciava di soffocare le imprese francesi. L’UE era responsabile della crisi dell’economia francese. In effetti, l’UE avrebbe ridotto la Francia a una mera “variabile della politica commerciale”, e questo degrado sarebbe stato specificamente progettato “per servire gli interessi tedeschi”.[5] Un governo del RN “rappresenterebbe gli interessi del nostro Paese” a Bruxelles in modo da “riconquistare i vantaggi comparativi” di cui altri Stati godono da tempo. In questo contesto, Bardella ha annunciato la sua intenzione di creare “un’Europa diversa” – “un’Europa della cooperazione intergovernativa” e della “sovranità nazionale”. Questa posizione è diametralmente opposta al tradizionale interesse dell’industria tedesca: ancora egemonica in Europa, l’industria tedesca vuole la più stretta integrazione possibile all’interno dell’UE.

Contatti dell’Ambasciata

Jordan Bardella ha ora mosso i primi passi verso un’intesa con la Germania sulle politiche di un futuro governo del RN. È stato reso noto solo di recente che, già a febbraio, aveva incontrato l’ambasciatore tedesco in Francia, Stephan Steinlein. Gli osservatori politici francesi sottolineano che si è trattato del primo incontro tra un ambasciatore tedesco e un rappresentante dell’estrema destra, sia che si tratti del RN o del suo predecessore, il Front National (FN). Non si sa ancora nulla sul contenuto della loro discussione. L’Ambasciata tedesca a Parigi non ha fornito ulteriori dettagli.[6] Parlando al quotidiano parigino Le Monde, un membro anonimo del governo tedesco ha tuttavia affermato che la Germania sta assistendo alla «trasformazione del RN in un partito consolidato». La fonte ha osservato che «il RN è meno radicale dell’AfD e non fa costantemente riferimento al nazionalsocialismo». [7] Bardella era già stato ricevuto a dicembre dall’ambasciatore statunitense in Francia, Charles Kushner, il cui figlio Jared Kushner è il genero di Donald Trump e ricopre il ruolo di inviato speciale dell’amministrazione statunitense per presunte missioni di pace. Inoltre, ad aprile, l’ambasciatore israeliano in Francia, Joshua Zarka, ha ricevuto Marine Le Pen.

«Rafale, non F-35»

La scorsa settimana, Bardella ha illustrato le linee guida del suo pensiero sulle future relazioni franco-tedesche in un’intervista alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Ha dichiarato al quotidiano di considerare gli stretti legami tra i due paesi «essenziali per garantire l’indipendenza e l’autonomia strategica delle nazioni europee». [8] Bardella vede un “terreno comune” con il Cancelliere federale Friedrich Merz “sulla questione della riduzione della burocrazia”, “sulla necessità di costruire un’Europa competitiva” e “sulla politica migratoria”. Sulla questione dell’immigrazione, ha elogiato i controlli alle frontiere della Germania, affermando che “il diritto nazionale … deve avere la precedenza sul diritto europeo”. Bardella chiede le dimissioni della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Secondo lui, la von der Leyen è stata «completamente incapace di difendere gli interessi europei». Ha inoltre annunciato la sua intenzione di guidare la Francia «fuori dalle strutture di comando integrate della NATO» dopo la fine della guerra in Ucraina, proprio come fece un tempo Charles de Gaulle. Allo stesso tempo, sostiene i progetti di difesa franco-tedeschi, ma insiste sul fatto che la Germania, da parte sua, debba acquistare armi francesi, come «i caccia Rafale, non gli F-35 americani». Il Rafale è prodotto da Dassault Aviation. Il suo amministratore delegato, Éric Trappier, intrattiene da anni rapporti informali con il RN.

[1] Clément Guillou: François Durvye, nuovo consigliere economico di Jordan Bardella con un bilancio controverso, intervistato da Pierre-Edouard Stérin. lemonde.fr, 24 aprile 2026.

[2] Clément Lacombe, Camille Vigogne, «Le Coat»: Marine Le Pen, Bernard Arnault e il fior fiore dei grandi imprenditori riuniti in occasione di una cena simbolica. novelobs.com, 8 aprile 2020.

[3] Agnès Soubiran: «Per vincere nel 2027, bisogna riunire il popolo e le élite»: Jordan Bardella pranza con i dirigenti del Medef. radiofrance.fr, 20 aprile 2026.

[4] Elodie Guéguen: «Jordan Bardella è l’unico a difendere posizioni favorevoli alle imprese»: al centro del discreto avvicinamento tra il RN e i grandi imprenditori. franceinfo.fr, 30 aprile 2026.

[5] Jules Torres: Jordan Bardella, presidente del RN: «Non mi vergogno della mia azienda». lejdd.fr, 25 aprile 2026.

[6], [7] Elsa Conesa: Jordan Bardella è stato ricevuto dall’ambasciatore tedesco in Francia, una prima assoluta per il presidente del Rassemblement National. lemonde.fr 08.05.2026.

[8] «Faremo prevalere il diritto nazionale su quello europeo». Frankfurter Allgemeine Zeitung, 13 maggio 2026.

Korybko: Chi ha vinto la terza guerra del Golfo?Korybko….e altro

Chi ha vinto la terza guerra del Golfo?

Andrew Korybko15 giugno
 LEGGI NELL’APP 

L’Iran è pronto a rientrare gradualmente nell’ordine occidentale guidato dagli Stati Uniti, entro certi limiti, esattamente come la fazione moderata iraniana desiderava da tempo; la fazione intransigente è riuscita a preservare le forze armate e il loro arsenale missilistico, mentre Israele non ha raggiunto nessuno dei suoi obiettivi, subendo la sua più clamorosa sconfitta.

L’Iran e gli Stati Uniti prevedono di firmare venerdì in Svizzera un memorandum d’intesa (MoU) ispirato all’accordo Zarif per porre fine alla Terza Guerra del Golfo. I dettagli esatti non sono ancora noti e, secondo Fortune , esistevano almeno tre testi concorrenti, ma tutti “includono elementi simili riguardanti la riapertura del vitale Stretto di Hormuz, la concessione di un allentamento delle sanzioni all’Iran e l’apertura della strada a negoziati a lungo termine sul suo programma nucleare”. Questo è già sufficiente per giungere a diverse conclusioni molto importanti.

Innanzitutto, la riapertura dello stretto senza il sistema di pedaggio basato sul petroyuan, in vigore durante la guerra, rappresenterebbe una significativa concessione da parte della Repubblica islamica, i cui media hanno celebrato questo modello come una pietra miliare storica nel multipolarismo. Lo stesso vale per la ripresa dei negoziati sul suo programma nucleare, politicamente delicato. Tuttavia, l’allentamento delle sanzioni in cambio potrebbe valerne la pena, a giudicare da questa stima dei profondi danni economico-finanziari causati dal blocco (imperfetto) degli Stati Uniti.

Su questo argomento, a fine marzo è stato spiegato che “gli Stati Uniti avranno perso la Terza Guerra del Golfo se la Cina potrà continuare a contare sull’Iran come fornitore di energia affidabile a basso costo, trasformando al contempo lo yuan in una valuta di riserva globale che sfida il petrodollaro”. Pertanto, impedire entrambe le cose è imperativo dal punto di vista degli Stati Uniti. Con il petroyuan apparentemente fuori gioco, la dipendenza dell’Iran dalle esportazioni di petrolio rimarrebbe invariata rispetto alla Cina, ma un allentamento delle sanzioni potrebbe contribuire a reindirizzare gradualmente le sue vendite ( ad esempio verso l’India ) senza sconvolgere il mercato.

Allo stesso modo, se le notizie relative a un fondo di ricostruzione per l’Iran da 300 miliardi di dollari fossero vere (anche se la somma finale fosse molto inferiore, ma comunque nell’ordine di decine di miliardi di dollari), allora gli investimenti statunitensi e dei Paesi del Golfo nel settore energetico iraniano potrebbero portare al controllo delle esportazioni del Paese. A gennaio si è valutato che ” gli Stati Uniti vogliono replicare il modello venezuelano in Iran “, il che rappresenterebbe un passo verso la sua attuazione in tale scenario. La conseguente interdipendenza potrebbe rafforzare la sicurezza collettiva e facilitare il ritiro degli Stati Uniti dalla regione .

Le fazioni iraniane moderate (“riformiste”) e intransigenti (“principaliste”) raggiungerebbero quindi alcuni dei loro obiettivi: la prima per quanto riguarda l’allentamento delle sanzioni e la seconda per quanto concerne la salvaguardia delle forze armate (probabilmente indebolite) del paese, nonché del suo arsenale missilistico, per non parlare del sistema politico. Tuttavia, l’equilibrio tra le fazioni si sarebbe spostato a favore dei moderati, poiché gli Stati Uniti non avrebbero firmato un memorandum d’intesa se i moderati non fossero riusciti a controllare gli intransigenti “ribelli”, che avrebbero potuto potenzialmente riaccendere la guerra.

Si può quindi concludere che i moderati abbiano sconfitto gli oltranzisti nella lotta per il potere all’interno dello Stato profondo iraniano, ma ciò è avvenuto grazie all’uccisione, da parte di Stati Uniti e Israele, di decine di figure di spicco della linea dura, a seguito della quale le rispettive istituzioni (in particolare il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche) sono state indebolite e infine domate dai moderati. Certo, gli oltranzisti “fuorilegge” – a prescindere dal loro legame con il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie – potrebbero ancora sabotare il Memorandum d’intesa, ma Trump 2.0 si sente abbastanza sicuro che ciò non accadrà, altrimenti la firma non sarebbe andata a buon fine.

Sta emergendo una nuova era regionale in cui la Terza Guerra del Golfo potrebbe benissimo portare alla graduale reincorporazione dell’Iran nell’ordine occidentale guidato dagli Stati Uniti, seppur entro certi limiti, ponendo le basi per migliori relazioni con i suoi vicini del Golfo. In questo scenario, Israele rischierebbe di perdere, poiché non potrebbe più dividere e governare l’Iran e il Golfo, né gli Stati Uniti lo sosterrebbero se Israele riprendesse le ostilità con l’Iran a causa della recente riacutizzazione della spaccatura, forse insanabile, tra Trump e Bibi . Israele è quindi il più grande attore della guerra. perdente .

Passa alla versione a pagamento

La reazione veemente di Bordachev alle ultime elezioni in Armenia potrebbe dettare il tono per i suoi colleghi.

Andrew Korybko15 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Se il solitamente impassibile Bordachev si lasciasse provocare dagli eventi al punto da reagire in modo così veemente, allora i suoi colleghi (la maggior parte dei quali non nutre un ottimismo paragonabile al suo nei confronti dei vicini meridionali della Russia) potrebbero presto adottare posizioni ancora più dure nei loro confronti, influenzando di conseguenza le decisioni politiche.

Da uno dei recenti articoli del direttore del programma del Valdai Club, Timofei Bordachev, è emerso che egli è ottimista sulla situazione lungo il fianco meridionale della Russia, nonostante il riorientamento filo-occidentale dell’Armenia che, a suo avviso, indebolirà i loro legami. La sua noncuranza nei confronti dell’Armenia, che ha assunto anche la forma di un suo atteggiamento evidente, Il fatto che nel suo lavoro sull’Armenia abbia omesso qualsiasi riferimento all'”Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale” (TRIPP) dello scorso agosto, rende la sua reazione alle elezioni armene ancora più sorprendente.

RT ha tradotto e ripubblicato il suo articolo su questo argomento, originariamente intitolato ” La Russia non deve niente a nessuno “, segnalando così ai lettori che conoscono le sue opinioni che non si sarebbe mostrato calmo, conciliante e ottimista come al solito. La sua rabbia è palpabile, seppur controllata, in tutto il testo. Bordachev ha iniziato spiegando che “Quando si considera la strategia appropriata nei confronti dell’Armenia e di tutti i paesi confinanti con la Russia, sono possibili diverse opzioni. Non si escludono a vicenda”.

Il primo punto è che la Russia non ha alcun obbligo di riconoscere la vittoria del Primo Ministro Nikol Pashinyan poiché “l’esempio della Georgia dimostra che possono esistere legami commerciali ed economici perfettamente sani anche in assenza di relazioni diplomatiche, per non parlare del riconoscimento dei risultati ufficiali di un voto popolare”. Il secondo punto è che la Russia potrebbe imporre conseguenze economiche all’Armenia, esattamente come aveva fatto in precedenza lo stesso Putin. implicito , anche prima che le politiche filo-occidentali dell’Armenia inizino a infliggere danni tangibili alla Russia.

In terzo luogo, la Russia adotta una politica multidimensionale, proprio come i suoi vicini , il che implica che non dipende da nessuno di essi e potrebbe quindi isolarli qualora si dimostrassero ostili. Infine, Bordachev scrisse che “nel definire le priorità di cooperazione con qualsiasi Paese, la Russia è libera di decidere cosa le sta più a cuore. I suoi vicini sono guidati dalle proprie percezioni, interessi e configurazioni politiche. Nessuno a Mosca è obbligato ad accettare queste come base per il dialogo”.

È vero, così come lo è ciò che scrisse in seguito riguardo al fatto che “gli interessi della Russia si riducono tutti a un unico compito strategico: garantire la sopravvivenza e lo sviluppo della nazione russa multietnica”. Ecco perché la sicurezza ha la precedenza nei rapporti con l’Asia centrale, sottolineò, forse sottintendendo che lo stesso potrebbe presto accadere anche nei rapporti con il Caucaso meridionale. Finora ha ignorato il duplice ruolo del TRIPP come corridoio logistico militare della NATO lungo la periferia meridionale della Russia, ma forse sta finalmente aprendo gli occhi.

Bordachev ha poi concluso in modo inquietante che “nessuno dovrebbe dubitare che qualsiasi decisione presa dalla massima leadership politica russa si baserà esclusivamente sugli interessi attuali della Russia. Non su sentimenti fraterni, né su sentimenti storici, né su legami tradizionali, perché la Russia non deve nulla a nessuno”. L’intero articolo è insolito per lui e sembra quasi scritto da un’altra persona. Ciò suggerisce che potrebbe star ricalibrando, seppur tardivamente, le sue opinioni sulle minacce provenienti dal sud e provenienti dalla NATO .

Anche se lui e i suoi colleghi non dovessero infrangere quello che è stato definito il “tabù assoluto” di parlare del TRIPP a causa delle sue implicazioni per la sicurezza nazionale , potrebbero comunque iniziare a guardare ai loro vicini del sud attraverso una lente di sicurezza ancora più intransigente. Dopotutto, se il solitamente indifferente Bordachev si è lasciato provocare dagli eventi fino a reagire in modo così veemente, allora i suoi colleghi (la maggior parte dei quali non è affatto ottimista quanto lui su questo argomento) potrebbero presto adottare posizioni ancora più dure, influenzando così le politiche.

Passa alla versione a pagamento

Perché Lukashenko ha scandalosamente insinuato che le truppe russe siano “carne da cannone”?

Andrew Korybko15 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Potrebbe star incanalando, in modo sottile, la diffidenza che i suoi compatrioti nutrono nei confronti dell’operazione speciale.

All’inizio di giugno, in un clima di crescente tensione con l’Ucraina, Lukashenko ha ribadito che la Bielorussia non ha alcuna intenzione di entrare in guerra con essa. Nelle sue parole : “Dovremmo andare a combattere in Ucraina secondo la volontà di qualcun altro? Vogliamo essere carne da cannone lì? No, non lo vogliamo”. La sua retorica è stata incredibilmente importante per ciò che implica riguardo al modo in cui la questione viene percepita dai bielorussi, la maggior parte dei quali è filo-russa e si considera persino orgogliosamente parte del mondo russo.

Leggendo tra le righe, Lukashenko sta segnalando che il suo popolo crede che la partecipazione diretta del loro paese all’operazione speciale, sulla falsariga di quanto affermato da Zelensky all’inizio della primavera, avverrebbe per volontà della Russia e non della Bielorussia. L’allusione è che la Bielorussia è percepita come un partner minore della Russia, che un giorno potrebbe avanzare una simile richiesta proprio per questo motivo, sebbene la Bielorussia sia in realtà un partner privilegiato della Russia, come dimostrano i generosi sussidi energetici.

Questa percezione potrebbe essere condivisa persino dallo stesso Lukashenko, che in passato vi aveva già accennato durante i suoi occasionali scontri con la Russia nel corso dei decenni. Non è un’ipotesi azzardata, visto che l’inviato speciale di Trump, John Coale, con cui si è incontrato diverse volte, ha tutto l’interesse a convincerlo di ciò. Lo stesso vale per il presidente francese Emmanuel Macron, che di recente ha telefonato a Lukashenko per la prima volta in quattro anni, diventando così il primo leader europeo a rompere la politica di “isolamento” del blocco nei suoi confronti.

Anche la parte successiva della sua retorica, secondo cui i bielorussi sarebbero carne da cannone qualora combattessero in Ucraina per volere della Russia, è molto rivelatrice. Suggerisce fortemente che coloro che partecipano al conflitto muoiono inutilmente a causa di quella che molti hanno definito l’attuale situazione di stallo, causata dal quasi perfetto equilibrio di forze tra Russia e Ucraina, sostenuta dalla NATO. Descrivere i partecipanti, soprattutto nel contesto di coloro che combattono dalla parte della Russia, come “carne da cannone” rimane comunque molto insensibile.

Questa osservazione rafforza quanto ipotizzato in precedenza riguardo alle opinioni di Lukashenko su come presumibilmente vede oggi la Bielorussia e il partner minore della Russia, una percezione errata che l’Occidente sta sfruttando per cercare di indurlo a “disertare” . Ora, inoltre, si potrebbe ipotizzare che non apprezzi nemmeno l’operazione speciale. Dopotutto, se la sostenesse davvero, non definirebbe le forze russe “carne da cannone”. La sua ipotetica avversione personale per l’operazione speciale potrebbe persino essere condivisa da molti bielorussi.

Riflettendo sulla lezione emersa dalla battuta di Lukashenko, si può concludere che esistono serie divergenze di percezione tra Bielorussia e Russia sulla natura delle loro relazioni e sull’operazione speciale, divergenze che dovrebbero essere affrontate tempestivamente. Ignorarle, per illusione o per convenienza politica, rischia di aumentare la probabilità che un giorno Lukashenko “diserti” e/o che le guerre informative occidentali sfruttino queste divergenze per dividere ulteriormente bielorussi e russi.

Per quanto riguarda Lukashenko personalmente, Putin dovrebbe assecondare il suo ego in modo rispettoso, mentre i media russi potrebbero fare di più per spiegare in modo convincente ai bielorussi come l’operazione speciale sia finalizzata a garantire la sovranità del loro paese, proprio come quella della Russia. Anche se molti di loro continuano a nutrire una certa diffidenza nei confronti dell’operazione speciale, è fondamentale che questo sentimento non si trasformi in radicalizzazione, come auspica l’Occidente. La Russia può gestire con successo questi problemi, a patto che finalmente ne riconosca l’esistenza.

La rivelazione di Tulsi sui laboratori di biotecnologie ucraine finanziati dagli Stati Uniti è incredibilmente importante per il dibattito nazionale

Andrew Korybko14 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Molti sostenitori di MAGA ricordano di essere stati diffamati e definiti “propagandisti russi” per aver creduto a questa tesi.

La rivelazione di Tulsi Gabbard, direttrice uscente dell’intelligence nazionale, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero finanziato alcuni laboratori biologici ucraini esattamente come affermato dalla Russia, ha scatenato un putiferio sui social media. Mentre alcuni sostenitori di MAGA, guidati da Laura Loomer, hanno affermato che ciò dimostrerebbe che lei e altre persone che possono essere genericamente definite “dissidenti MAGA” fanno parte di un'”operazione di influenza russa” (RIO), di cui si è discusso qui , altri si sono detti orgogliosi di quanto fatto, ricordando che il governo aveva smentito tale affermazione.

Questo video mostra l’ex portavoce della Casa Bianca Jen Psaki che manipola la verità. Si possono leggere anche i tweet della sua successora, Karine Jean-Pierre, che ha fatto la stessa cosa. Entrambe hanno negato che i laboratori biologici ucraini finanziati dagli Stati Uniti fossero collegati a programmi di guerra biologica, ma Tulsi ha appena dimostrato il contrario. L’amministrazione Biden ha quindi mentito agli americani, e molti sono stati di conseguenza diffamati come “propagandisti russi” per aver creduto a ciò che la Russia affermava correttamente.

Chiunque può ancora avere l’opinione che vuole sul fatto che la Russia speciale L’operazione è giustificata alla luce della rivelazione di Tulsi, secondo cui stava dicendo la verità sui laboratori biologici finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina, ma l’importanza interna della rivelazione di Tulsi risiede nel fatto che coloro che sono stati diffamati ora sono riabilitati. Inoltre, la conseguente spaccatura interna al movimento MAGA su questa questione dimostra che una parte significativa del movimento guidato da Laura sta ora tacitamente difendendo l’amministrazione Biden su questo tema, il che è ironico.

Le vendette personali che nutrono contro Tulsi li hanno portati a ripetere a pappagallo le argomentazioni dei Democratici sui RIO, mentre i Democratici restano a guardare mentre il movimento MAGA si autodistrugge a causa di questa teoria del complotto. Certo, la Russia, come tutti i paesi, cerca di influenzare altri governi e società, ma né Tulsi né le affermazioni sui biolaboratori finanziati dagli Stati Uniti in Ucraina sono RIO. A prescindere da ciò che si possa pensare di lei personalmente e delle sue opinioni politiche, non è in combutta con la Russia, e i suddetti laboratori esistono realmente.

È impensabile che i Democratici si scontrino tra loro come sta facendo il movimento MAGA. Ad esempio, nessun membro di spicco del loro movimento, al livello di Laura, condannerebbe mai un funzionario democratico per aver rivelato che Trump 1.0 o 2.0 ha mentito su qualcosa di rilevanza internazionale, figuriamoci accusare loro e coloro che concordano con i fatti che hanno condiviso di far parte di un’operazione di influenza straniera. Questo è un fenomeno peculiare del MAGA, dovuto alle numerose e meschine faide personali al suo interno.

I Democratici hanno ogni ragione di sfruttare queste divisioni in vista delle elezioni di medio termine di novembre e poi, naturalmente, delle elezioni presidenziali del 2028, nel tentativo di riprendere il controllo del governo. Mentre la Russia non gradisce che Trump abbia rinnegato lo “Spirito di Ancoraggio”, che si ritiene si riferisca alla promessa fatta a Putin di costringere Zelensky a ritirarsi dal Donbass in cambio della cessazione delle ostilità , i Repubblicani nel complesso tendono ad essere relativamente (parola chiave) più pragmatici nei confronti della Russia rispetto ai Democratici.

È quindi illogico ipotizzare che la Russia stia controllando i “dissidenti MAGA”, per non parlare del Direttore dell’Intelligence Nazionale sotto la cui supervisione la Dottrina Neo-Reagan di Trump 2.0 ha indebolito l’influenza russa in tutto il mondo. Questa teoria del complotto non fa altro che aiutare i Democratici a dividere e governare i sostenitori del MAGA, obiettivo che la fedelissima di Trump, Laura, sta involontariamente promuovendo dando falsa credibilità a questa strampalata affermazione. Dato che sono amici, farebbe bene a dirle di smetterla e di tornare al più presto a combattere i Democratici.

Passa alla versione a pagamento

Laura Loomer e i sostenitori di MAGA come lei si sbagliano: i “dissidenti di MAGA” non sono un’operazione di influenza russa

Andrew Korybko13 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Guidata da Laura Loomer, l’affermazione del movimento MAGA secondo cui i “dissidenti MAGA” come Candace, Tucker e ora Tulsi, come molti di loro la considerano, farebbero parte di un'”operazione di influenza russa” è screditante, e questa teoria del complotto è ironicamente simile nello spirito alle teorie del complotto di Candace che loro deridono.

La direttrice uscente dell’intelligence nazionale, Tulsi Gabbard, ha reso pubbliche quattro pagine parzialmente declassificate relative ai laboratori biologici ucraini finanziati dagli Stati Uniti. I lettori possono guardare il suo annuncio qui , leggere il comunicato stampa qui e accedere ai documenti qui . Non c’è nulla di nuovo, solo la conferma dell’esistenza di questi laboratori e del loro effettivo finanziamento da parte degli Stati Uniti, ma la sua mossa ha scatenato un nuovo dibattito sui social media tra il movimento MAGA di Trump e quelli che possono essere definiti i cosiddetti “dissidenti MAGA”.

Il primo gruppo è attualmente guidato online da Laura Loomer, mentre il secondo può essere considerato guidato congiuntamente da Candace Owens e Tucker Carlson. L’ex direttore del National Counterterrorism Center, Joe Kent, si è unito alle fila dei “dissidenti MAGA” in seguito alle sue dimissioni, che a quanto pare hanno preceduto il suo licenziamento. Laura e molti sostenitori del MAGA credono che anche Tulsi, che ha assunto Joe, sia una “dissidente MAGA”. La sua inaspettata rivelazione sui laboratori biologici ha definitivamente convinto molti di loro.

Ironicamente, nonostante i Democratici abbiano accusato il movimento MAGA negli ultimi dieci anni di essere un'”operazione di influenza russa” (RIO) e Trump sia tuttora considerato da loro un “burattino di Putin”, Laura e molti altri sostenitori del MAGA oggi teorizzano che i “dissidenti del MAGA” siano delle RIO. Questa teoria covava già dalla fine del 2024, con lo scandalo Tenet Media, in cui la società, composta da presunti influencer di destra, fu accusata dalle autorità federali di essere finanziata dalla Russia. Nessuno, però, fu condannato.

Tuttavia, quello scandalo, a posteriori, ha piantato il seme nella mente di alcuni sostenitori di MAGA, facendo credere che coloro che, pur essendo in linea di massima dalla loro parte (o almeno affermando di esserlo), non graditi a loro, potessero essere pagati dalla Russia; da qui la base della teoria del complotto di Laura e dei suoi seguaci. Lei stessa ha affermato esplicitamente che “il Deep State ha trascorso anni a fabbricare una falsa bufala sulla collusione con la Russia contro il presidente Donald Trump, al fine di desensibilizzare intenzionalmente l’opinione pubblica alla reale sovversione straniera”. Il “duginismo”, secondo lei, è il modus operandi della Russia.

Da allora ha elaborato una contorta teoria del complotto secondo cui la maggior parte delle figure influenti che possono essere considerate “dissidenti MAGA” (anche se non sono mai state veramente MAGA fin dall’inizio secondo la maggior parte dei MAGA) sono in qualche modo collegate alla Russia, tra cui Tulsi e soprattutto Candace e Tucker . La realtà è che i media russi sono sempre alla ricerca di stranieri filo-russi da promuovere, mentre i “dissidenti MAGA” sono sempre alla ricerca di nuovo pubblico. Questo crea un matrimonio di convenienza.

Anche i media russi vogliono infastidire Trump promuovendo i suoi “dissidenti” come vendetta per il suo tradimento dello “Spirito di Ancoraggio”, in base al quale avrebbe accettato di costringere Zelensky a ritirarsi dal Donbass in cambio della cessazione delle ostilità da parte di Putin . Anche i “dissidenti MAGA” vogliono irritarlo, seppur per motivi propri, aggiungendo così un’ulteriore dimensione al loro “matrimonio”. Questo non li rende tutti agenti di influenza, così come non tutti i “dissidenti” stranieri promossi dagli Stati Uniti sono frutto di operazioni di influenza interne.

Sebbene sia vero che ognuno abbia interesse a promuovere i “dissidenti” dell’altro, è un terreno scivoloso dipingerli tutti come agenti stranieri. Eppure, l’antipatia personale di molti sostenitori di MAGA nei confronti di Candace, Tucker e Tulsi li ha portati a diventare ciò che un tempo odiavano, ovvero i Russiagate di stampo democratico. Nessuno di loro, soprattutto non il direttore uscente dell’intelligence nazionale, è un agente russo. Continuare ad affermare il contrario è disdicevole e, ironicamente, simile nello spirito alle teorie del complotto di Candace che i sostenitori di MAGA deridono.

La presunta cancellazione del dispiegamento dei missili Tomahawk da parte degli Stati Uniti in Germania non è poi una notizia così grave.

Andrew Korybko10 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Una simile mossa non allevierebbe in modo sostanziale la nuova pressione sulla Russia, derivante dall’inasprimento della morsa di contenimento che la circonda nell’Artico-Baltico, nell’Europa centrale, nel Caucaso meridionale e nell’Asia centrale, e nell’Asia nord-orientale, rispettivamente, guidata da Regno Unito, Polonia, Turchia e Giappone.

La scorsa settimana Politico ha riportato che ” il Pentagono probabilmente annullerà la vendita di missili alla Germania per timori legati alla Russia “, ma ha poi aggiunto in un editoriale che “i funzionari americani, pur temendo principalmente la reazione della Russia, sono probabilmente preoccupati anche per la riduzione delle scorte di armi statunitensi”. È l’esaurimento delle scorte statunitensi durante la Terza Guerra del Golfo, e non i “timori legati alla Russia”, la vera forza motrice di questa decisione. Dopotutto, il massimo che la Russia potrebbe fare è schierare più missili – inclusi missili nucleari – a Kaliningrad, in Bielorussia e/o in Crimea.

La Russia possiede già armi strategiche di questo tipo in quella regione, quindi l’unica cosa che cambierebbe sarebbe la quantità. Sebbene la notizia che gli Stati Uniti stiano pianificando di annullare il dispiegamento dei missili Tomahawk in Germania rappresenti comunque uno sviluppo positivo per la Russia, l’ultima analisi citata nel paragrafo precedente ha valutato che “anche se gli Stati Uniti, in via ipotetica, ritirassero tutte le loro forze dall’Europa centrale nell’ambito di un ampio compromesso con la Russia, ciò non risolverebbe completamente le preoccupazioni di sicurezza russe”.

Quell’articolo faceva riferimento all’analisi dello scorso novembre secondo cui ” il ritiro del Pentagono dall’Europa non allevierà i problemi di sicurezza della Russia ” perché “gli Stati Uniti stanno scaricando la maggior parte delle responsabilità per il contenimento della Russia su Polonia, Regno Unito, Francia e Germania”. Di fatto, è stato recentemente osservato che ” britannici, francesi e tedeschi sono ormai proprio alle porte della Russia “, il che è tanto più preoccupante alla luce del recente avvertimento di Medvedev sulla minaccia, simile a quella del 1941, rappresentata dalla rimilitarizzazione della Germania .

Comunque sia, e ricordando i calcoli dettati da interessi personali che probabilmente si celerebbero dietro la cancellazione di questo dispiegamento, qualora venisse confermata, in relazione alla necessità di ricostituire le scorte missilistiche esaurite degli Stati Uniti, una simile mossa potrebbe convenientemente facilitare la rappresentazione da parte del Cremlino dell’UE a guida tedesca come suo principale avversario . Se Putin dovesse raggiungere un accordo sull’Ucraina entro la metà dell’estate, come ipotizzato qui e qui , ciò sarebbe probabilmente preceduto da un cambiamento nella percezione della minaccia rappresentata dagli Stati Uniti da parte della Russia, un obiettivo che questa mossa contribuirebbe a raggiungere.

A prescindere dalle speculazioni su quel conflitto, questa decisione riportata si allinea con il concetto statunitense di ” NATO 3.0 “, come ha accennato Politico scrivendo che “La mossa fa parte di un più ampio disimpegno americano dall’alleanza NATO, che include la cancellazione del dispiegamento di migliaia di soldati statunitensi in Germania e i piani per il ritiro di alcune risorse, mentre gli Stati Uniti stravolgono le strette partnership che hanno consolidato la relazione per generazioni”. Il giornale ha anche citato il comandante delle forze statunitensi in Europa, il quale avrebbe recentemente esortato i suoi omologhi a “fare di più”.

La tendenza generale è che si stia formando un “cordone sanitario” attorno alla Russia nell’Artico e nel Baltico grazie agli sforzi guidati dal Regno Unito , nell’Europa centrale grazie agli sforzi guidati dalla Polonia , in tutta la sua periferia meridionale grazie agli sforzi guidati dalla Turchia e nell’Asia nord-orientale grazie agli sforzi guidati dal Giappone . Gli Stati Uniti possono quindi ritirare comodamente le proprie forze dall’Europa al minimo indispensabile per mantenere la “deterrenza”, visto che la morsa di contenimento attorno alla Russia si è stretta in modo senza precedenti nell’ultimo anno.

Con l’Europa “sotto controllo”, secondo la visione degli Stati Uniti, e l’Asia occidentale sulla buona strada per esserlo, in attesa dell’esito della Terza Guerra del Golfo, in particolare della richiesta di Trump che gli altri regni del Golfo aderiscano agli Accordi di Abramo, gli Stati Uniti possono ora concentrarsi maggiormente sull’America Latina e sull’Asia orientale. Di conseguenza, non sarebbe sorprendente se venissero cancellati altri dispiegamenti in Europa e ritirate ulteriori truppe, cosa che la Russia apprezzerebbe, sebbene non allevierebbe sostanzialmente la nuova pressione su di essa, come spiegato.

Passa alla versione a pagamento

L’E3 ha confermato l’intenzione di schierare truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco.

Andrew Korybko12 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Le probabilità che la Russia accetti questa proposta in qualsiasi circostanza restano estremamente basse.

Zelensky ha recentemente incontrato a Londra i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, i cui paesi costituiscono il cosiddetto E3 . In seguito, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui hanno ribadito la loro visione di una pace duratura, il cui terzo punto “prevede il dispiegamento della Forza Multinazionale per l’Ucraina” (MFU) una volta raggiunto un cessate il fuoco. Sebbene non sia ancora chiaro quali paesi parteciperanno a questa missione, contro la quale la Russia ha ripetutamente messo in guardia, è lecito supporre che almeno questi tre paesi saranno coinvolti.

Gli osservatori meno attenti potrebbero non averlo notato, ma ” Gli inglesi, i francesi e i tedeschi sono ormai alle porte della Russia “, i primi due possiedono armi nucleari e la Francia ha appena esteso il proprio ombrello nucleare su una vasta area europea, il che contribuisce ad aggravare la già elevata percezione di minaccia da parte della Russia. È ormai noto che la Russia considererebbe qualsiasi forza straniera in Ucraina, in qualsiasi circostanza, un obiettivo legittimo. Se poi la Russia decidesse effettivamente di colpirla, tuttavia, resta oggetto di dibattito.

L’obiettivo principale della Russia, a quasi quattro anni e mezzo dall’inizio dell’operazione speciale, è ottenere il pieno controllo del Donbass, almeno secondo quanto descritto da un collaboratore di RT come il quid pro quo concordato durante il vertice di Anchorage, in cui Putin avrebbe promesso la cessazione delle ostilità se l’Ucraina si fosse ritirata dalla regione. È quindi ipoteticamente possibile che la Russia possa ulteriormente scendere a compromessi accettando il dispiegamento dell’MFU se Zelensky subordinasse il suo ritiro dal Donbass al ricevimento di questa ” garanzia di sicurezza “.

Allo stesso tempo, tuttavia, esistono ragioni per cui la Russia potrebbe respingere un simile accordo, anche se le Forze di Mobilitazione Popolare (MFU) intendessero schierare solo una forza superficiale a ovest del Dnepr (almeno inizialmente). Innanzitutto, la presenza formale di forze NATO in Ucraina potrebbe innescare una situazione di stallo che trasformerebbe un eventuale scontro di confine in una vera e propria guerra tra NATO e Russia. Ciò sarebbe particolarmente vero se le truppe ucraine fungessero da “scudi umani” presso le basi o le infrastrutture critiche, contro le quali la Russia potrebbe reagire.

In secondo luogo, lo scenario sopra descritto potrebbe essere innescato da una provocazione ucraina sotto falsa bandiera, che la Russia non avrebbe il potere di impedire se Kiev la mettesse in atto. Ad esempio, basterebbe che un drone russo, catturato intatto dopo essere stato abbattuto da un attacco di guerra elettronica, colpisse un giorno una postazione MFU, innescando così la guerra su vasta scala di cui si è parlato. La Russia vuole scongiurare preventivamente questa possibilità, poiché non desidera affatto una guerra aperta con la NATO.

Infine, ” l’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia di quanto non lo sia l’UE “, anche senza che alcuna delle sue forze si sia formalmente schierata in Ucraina, quindi questa minaccia non farebbe che aumentare se ciò accadesse. Peggio ancora, la Russia ha recentemente messo in guardia contro la minaccia, simile a quella del 1941, rappresentata dalla rimilitarizzazione della Germania, quindi lo schieramento delle sue truppe in quel paese sarebbe psicologicamente destabilizzante per essa. La Russia potrebbe quindi non solo colpire l’Ucraina come minacciato, ma potrebbe persino lanciare un attacco preventivo contro la NATO europea .

Per questi motivi, sebbene sia ancora ipoteticamente possibile che la Russia acconsenta al dispiegamento delle Forze di Mobilitazione Popolare a ovest del Dnepr (almeno inizialmente) in cambio del ritiro dell’Ucraina dal Donbass, un simile accordo porterebbe probabilmente a più problemi di quanti ne risolverebbe. Le probabilità che la Russia raggiunga un simile compromesso con l’Occidente sono quindi estremamente basse. L’E3 dovrebbe pertanto prestare attenzione ai ripetuti avvertimenti della Russia contro il dispiegamento di forze straniere in Ucraina in qualsiasi circostanza.

Passa alla versione a pagamento

La campagna allarmistica degli Stati Uniti sui piani della Russia per il Baltico dopo la crisi ucraina mira a rafforzarne il contenimento.

Andrew Korybko11 giugno
 LEGGI NELL’APP 

La serie di battute d’arresto subite dalla Russia all’estero dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, soprattutto lungo tutta la sua periferia meridionale a causa del duplice ruolo logistico-militare della “Rotta Trump per la pace e la prosperità internazionali”, ha incoraggiato la sua amministrazione a prendere in considerazione l’ipotesi di minacciare Kaliningrad.

Il vice assistente del segretario di Stato per gli affari europei ed eurasiatici Christopher Smith ha detto ai legislatori durante un’audizione sulle minacce agli Stati baltici a metà maggio che gli Stati Uniti si aspettano che la Russia reindirizzi parte delle sue forze dall’Ucraina verso quel fronte dopo lo speciale L’operazione è terminata. Ha anche affermato che la Russia starebbe già conducendo una guerra ibrida contro quei tre paesi e ha insistito sul fatto che gli Stati Uniti non li abbandoneranno, né abbandoneranno il fianco orientale della NATO in generale. Questa campagna allarmistica è motivata da secondi fini.

In precedenza si era valutato che ” l’UE rappresenta una minaccia molto più credibile per la Russia di quanto non lo sia l’UE “, e la monumentale opera pubblicata di recente dal vicepresidente del Consiglio di sicurezza Dmitry Medvedev sulla minaccia, simile a quella del 1941, rappresentata dalla rimilitarizzazione tedesca, ribadisce questa tesi. Per quanto riguarda il fronte baltico della Nuova Guerra Fredda, di cui Smith ha parlato durante l’audizione, la Germania non solo ha già una brigata corazzata in Lituania , come da lui menzionato, ma mira anche a dominare militarmente l’intera UE.

Questo movente e i mezzi per raggiungerlo sono stati approfonditi qui , il che giustifica naturalmente il potenziale riposizionamento difensivo delle forze convenzionali russe su questo fronte una volta terminato il conflitto ucraino . Per rendere tale mossa ancora più convincente dal punto di vista dei legittimi interessi di sicurezza nazionale della Russia, il Regno Unito ha annunciato che guiderà una nuova iniziativa navale multinazionale per il contenimento della Russia nel Mar Baltico e nell’Oceano Artico, che, secondo questa analisi, si stanno rapidamente fondendo in un unico fronte.

La crescente minaccia di un blocco navale contro la Russia nel Mar Baltico, in particolare contro l’exclave di Kaliningrad e in parallelo con l’interruzione dei collegamenti terrestri attraverso la Lituania , giustifica misure di deterrenza più incisive da parte di Mosca. Smith è consapevole delle dinamiche militari e strategiche descritte grazie alla sua posizione di vertice all’interno del Dipartimento di Stato, quindi il suo allarmismo rappresenta in realtà una disonesta distorsione della realtà, volta a rafforzare il contenimento della Russia in quella zona.

In parole semplici, dipingendo falsamente il potenziale riposizionamento difensivo delle forze convenzionali russe sul fronte baltico come un’aggressione non provocata che implica l’intenzione di lanciare un primo attacco contro la NATO, sta accelerando il consolidamento delle forze di contenimento anti-russe regionali in quella zona. Lo scopo è quello di infondere un falso senso di urgenza nel compito di massimizzare la minaccia che questa coalizione regionale rappresenta per la Russia, nella speranza che ciò sia sufficiente per ricattare l’avversario e ottenere future concessioni.

Come spiegato qui a fine aprile, tuttavia, la Russia non permetterà che ciò accada e, nel peggiore dei casi, si prevede che ricorra a mezzi nucleari per rompere qualsiasi blocco che la NATO potrebbe un giorno tentare di imporle nel Mar Baltico (soprattutto se questo minacciasse di isolare Kaliningrad). Questa valutazione credibile mette in luce l’estremo pericolo dei piani della NATO per il Baltico, volti a rafforzare il contenimento della Russia lungo questo fronte, e suggerisce che tali piani dovrebbero essere accantonati per evitare lo scoppio di una Terza Guerra Mondiale a causa di un errore di valutazione.

Questo potrebbe non accadere finché la Russia non riuscirà a contrastare efficacemente la dottrina neo-reaganiana che, nell’ultimo anno, ha indebolito la sua influenza nel mondo. La serie di battute d’arresto subite dalla Russia all’estero dal ritorno di Trump alla Casa Bianca, soprattutto lungo tutta la sua periferia meridionale a causa del duplice ruolo logistico-militare della “Via Trump per la Pace e la Prosperità Internazionale”, lo ha incoraggiato a minacciare Kaliningrad. Riconsidererà questi piani solo se imparerà la lezione.

Analisi delle reazioni di alcuni importanti esperti russi alle ultime elezioni in Armenia.

Andrew Korybko13 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Lo scenario migliore è che i sei esperti interpellati da RT stiano cercando di “destabilizzare la Turchia” fingendosi ingenui riguardo al TRIPP, al punto che nessuno di loro ne ha fatto cenno nelle proprie risposte, mentre lo scenario peggiore è che non lo ritengano davvero abbastanza importante da parlarne.

RT ha condiviso le reazioni di sei importanti esperti russi alle ultime elezioni in Armenia, che hanno visto la vittoria del Primo Ministro uscente Nikol Pashinyan, esplicitamente sostenuto dall’Occidente , nonostante le accuse di frode. In questo articolo, le loro opinioni saranno brevemente esaminate e criticate. Il caporedattore di Russia in Global Affairs, Fyodor Lukyanov, ha osservato che Pashinyan non ha ottenuto la maggioranza qualificata necessaria per riformare la costituzione, richiesta dall’Azerbaigian per un trattato di pace, ma ha ignorato il fatto che la situazione di pace probabilmente continuerà.

Un docente della Facoltà di Economia dell’Università RUDN ha affermato che “l’adesione all’UE rimane più uno slogan politico che uno scenario realistico. Eppure questa retorica serve a uno scopo interno importante. Permette a Pashinyan di proiettare un’immagine di modernizzazione, riforma e rinnovamento della politica estera”. Nel frattempo, Alexander Bobrov, responsabile degli studi diplomatici presso l’Università RUDN, ritiene che la svolta filo-occidentale dell’Armenia potrebbe procedere gradualmente, non a un ritmo accelerato come molti si aspettano. Potrebbe presto essere smentito.

Successivamente è intervenuto il vicepresidente del Consiglio della Federazione, Konstantin Kosachev, il quale ritiene che i risultati “non conferiscano a Pashinyan alcun mandato – morale, politico o legale – per perseguire riforme radicali della politica interna o estera dell’Armenia”. Molti in Russia concorderebbero con la sua valutazione, ma ciò non significa che Pashinyan rallenterà la sua svolta filo-occidentale. Quanto al vicedirettore dell’Istituto dei Paesi della CSI, Vladimir Zharikin, egli pensa che “tutti abbiano perso”, sia Pashinyan che l’Armenia.

Infine, il capo del Consiglio scientifico del Centro per la congiuntura politica, Alexei Chesnakov, ha condiviso cinque insegnamenti tratti dalla campagna elettorale, esprimendo tra l’altro il suo disaccordo con coloro che hanno presentato il voto come una “battaglia finale per il Caucaso”. È invece palesemente assente dalle risposte di tutti e sei i principali esperti russi qualsiasi riferimento all'”Accordo di Trump per la pace e la prosperità internazionale” ( TRIPP ) dello scorso agosto, che ha il duplice scopo di fungere da corridoio logistico militare della NATO verso l’Asia centrale.

In precedenza , in una recensione dell’intervista rilasciata ai media italiani dal nuovo presidente del RIAC, Dmitry Trenin, si era ipotizzato che “[l’accordo TRIPP] potrebbe davvero essere il tabù per eccellenza tra gli esperti russi in questo momento”, un tabù che nemmeno lui, noto per aver infranto i tabù politici russi , osa violare. Il motivo potrebbe essere quello di evitare di allarmare la Turchia, spingendola ad accelerare il suo ruolo di primo piano nell’espansione dell’influenza della NATO lungo la periferia meridionale della Russia, qualora interpretasse le valutazioni critiche degli esperti di alto livello sul TRIPP come un segnale proveniente dallo Stato russo.

Comunque sia, il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha già dichiarato all’agenzia TASS all’inizio di aprile che il TRIPP “ha sconvolto l’equilibrio regionale esistente dal 1828”, e anche i rappresentanti dei ministeri della Difesa e degli Esteri hanno accennato a minacce provenienti da sud, in particolare dalla NATO, come evidenziato qui . Queste minacce possono realisticamente concretizzarsi su larga scala solo attraverso il TRIPP, che ora verrà attuato durante il terzo mandato di Pashinyan, rendendo così la sua rielezione di immensa importanza per la sicurezza nazionale della Russia .

” Un ex alto funzionario della polizia russa ha finalmente dato all’establishment un bagno di realtà atteso da tempo “, avvertendo che la “nuova guerra” che la Russia sta combattendo e che potrebbe durare alcuni decenni potrebbe estendersi a nuove regioni, e il Caucaso meridionale e/o l’Asia centrale potrebbero essere tra queste a causa dell’accordo TRIPP. Lo scenario migliore è quindi che gli esperti interpellati da RT stiano cercando di “intimidire la Turchia” fingendo di non saperne nulla del TRIPP, mentre il peggiore è che non lo ritengano abbastanza importante da parlarne.

Passa alla versione a pagamento

Il massimo diplomatico indiano ha ricordato a tutti la doppiezza degli Stati Uniti sugli acquisti di petrolio russo.

Andrew Korybko14 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Il danno reputazionale che l’India potrebbe infliggere agli Stati Uniti attraverso questi mezzi non è paragonabile al danno economico che i dazi statunitensi miravano a infliggere all’India, ma si tratta comunque di una forma di ritorsione “plausibilmente negabile”.

Il Ministro degli Affari Esteri indiano, Dr. Subrahmanyam Jaishankar, ha recentemente confermato durante un evento in Finlandia che “all’epoca (prima del ritorno di Trump), gli Stati Uniti chiesero specificamente all’India di acquistare petrolio russo per stabilizzare il mercato petrolifero”. Ha poi spiegato che “in quel momento, gran parte del petrolio disponibile sul mercato proveniva dalla Russia perché gli europei stavano essenzialmente acquistando il petrolio mediorientale, che era il nostro fornitore tradizionale. Le circostanze ci hanno spinto in una certa direzione”.

Jaishankar ha anche criticato i numerosi cambi di rotta degli Stati Uniti sotto la presidenza Trump 2.0, osservando: “Proprio ora, se guardate, dopo averci imposto dazi per l’acquisto di petrolio russo, gli Stati Uniti hanno poi revocato le sanzioni… Non fingiamo che ci sia qualche grande principio in ballo. Non credo che sia giustificato fare della moralità la questione”. L’importanza del suo richiamo alla doppiezza degli Stati Uniti sugli acquisti di petrolio russo risiede nel fatto che l’India è stata ferocemente diffamata dai media occidentali per anni proprio per questo motivo.

Nulla di tutto ciò è nuovo, dato che se ne è già parlato in precedenza, ma assume una nuova importanza a causa della crisi petrolifera globale scatenata dalla Terza Guerra del Golfo , iniziata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. Fu proprio quel conflitto a spingere gli Stati Uniti a concedere una deroga mondiale all’importazione di petrolio russo via mare, nel momento in cui venne presa questa decisione. Ciò, a sua volta, ha screditato i dazi punitivi imposti per sei mesi dall’amministrazione Trump all’India per questi acquisti e ha anche dimostrato che la Terza Guerra del Golfo non stava andando come previsto.

Dopotutto, Trump 2.0 ha deciso di permettere all’India di fare esattamente quello che faceva prima, ma questa volta senza dazi punitivi, a causa delle pressioni esercitate dai suoi partner stranieri sull’impennata dei prezzi globali del petrolio, causata dal conflitto che gli Stati Uniti (e Israele) hanno iniziato dopo aver perso il controllo di alcune delle sue conseguenze. Diversi mesi dopo, le esportazioni del Golfo non sono ancora tornate ai livelli prebellici e i danni che l’Iran ha inflitto alle infrastrutture energetiche dei regni regionali non saranno riparati a breve.

Questo ha portato gli esperti del settore a prevedere che i prezzi globali del petrolio rimarranno elevati almeno fino al prossimo anno, nella migliore delle ipotesi. Di conseguenza, alcuni ritengono che gli Stati Uniti continueranno a prorogare l’esenzione dai dazi sul petrolio russo fino a quando l’industria energetica del Golfo non inizierà a riprendersi. Una volta che ciò accadrà, gli Stati Uniti potrebbero riprendere la loro politica di imposizione di dazi punitivi sui paesi che mantengono i loro livelli di acquisto di petrolio russo, riportando così potenzialmente l’India nel mirino.

Al fine di evitare il ripetersi della campagna di pressione della scorsa estate, l’India sta esplorando attivamente l’importazione di petrolio venezuelano (ora sotto il controllo statunitense), sebbene questo processo potrebbe essere lento per le ragioni spiegate qui . Ciononostante, considerando i tempi necessari, l’India potrebbe ipoteticamente sostituire parte del suo petrolio russo con quello venezuelano a un ritmo graduale che soddisfi le aspettative degli Stati Uniti senza però destabilizzare la Russia. Questo rappresenterebbe l’approccio ottimale nell’ottica della politica di multi-allineamento dell’India.

Tornando al punto di partenza, ricordare a tutti la doppiezza degli Stati Uniti riguardo agli acquisti di petrolio russo da parte dell’India, come ha fatto Jaishankar, può essere interpretato non solo come un atto di rispetto nazionale di fronte alle critiche dei media, ma anche come un modo sottile per ripagare gli Stati Uniti per le pressioni esercitate sull’India. Il danno reputazionale che l’India potrebbe infliggere agli Stati Uniti attraverso questi mezzi non è paragonabile al danno economico che i dazi statunitensi miravano a infliggere all’India, ma rappresenta comunque una forma di ritorsione “plausibilmente negabile”.

Passa alla versione a pagamento

Putin ha respinto con fermezza i falchi che vorrebbero che attaccasse la NATO.

Andrew Korybko10 giugno
 LEGGI NELL’APP 

A suo dire, parlare di un attacco della Russia alla NATO “non è semplicemente una sciocchezza; è una provocazione”.

Il mese scorso, diversi influenti esponenti del movimento “Non-Russian Pro-Russians” (NRPR) hanno lanciato l’allarme sui presunti piani della Russia di attaccare la NATO, ispirati dal falco Sergey Karaganov e dall’allora ambasciatore russo presso l’OSCE Dmitry Polyanskiy , che ne riprendeva in modo inquietante la retorica. I lettori possono consultare esempi dei loro avvertimenti qui , qui , qui , qui e qui . Gli NRPR meno esperti si sono quindi preparati a quello che, in quello scenario, se si fosse concretizzato, sarebbe stato quasi certamente l’inizio della Terza Guerra Mondiale.

Ovviamente non è successo e probabilmente non succederà mai, a giudicare dalla risposta di Putin quando, durante un incontro con giornalisti stranieri, gli è stato chiesto di questi presunti piani. Nelle sue parole : “Perché la Russia dovrebbe attaccare l’Europa o entrare in guerra con la NATO? Quale sarebbe lo scopo? Come ho già detto, queste affermazioni non sono semplici sciocchezze. A mio avviso, si tratta di una provocazione deliberata, volta a creare l’impressione di una minaccia che in realtà non esiste”.

Putin ha poi precisato: “L’obiettivo è persuadere le loro popolazioni ad aumentare le spese per la difesa e, come primo passo, a finanziare il regime che ha preso il potere a Kiev. Questa, credo, sia la vera spiegazione. Non si tratta di una semplice assurdità; è una provocazione. Ciò che mi sorprende, tuttavia, è che alcune persone nei paesi europei sembrino crederci. Lo trovo sconcertante. L’intera idea è semplicemente assurda. Sarebbe divertente se non fosse così triste.”

Non si tratta solo di “alcune persone nei paesi europei” che “sembrano crederci”, ma il suo stesso falco di punta sta promuovendo questa politica, che è stata recentemente amplificata al massimo da importanti influencer NRPR, molti dei quali possono essere definiti “vicini allo Stato” perché godono di visibilità sui media finanziati con fondi pubblici, partecipano a conferenze organizzate dal governo e/o effettuano tour nel Donbass con la protezione dello Stato. Gli NRPR occasionali si chiedono quindi se Putin stia dicendo la verità o se stia “manipolando l’Occidente”.

In casi come questo, quando sorgono dubbi, è sempre meglio attenersi a quanto affermato dallo stesso Putin, poiché la confusione è dovuta al fatto che i principali opinion leader dell’NRPR praticano quello che è stato definito ” potemkinismo “, ovvero la creazione di “realtà alternative” sugli interessi e la politica russa per “scopi strategici” (qualunque essi siano). L’esempio più noto è quello di Putin come antisionista segretamente alleato con l’Iran contro Israele, nonostante si dichiari un fiero filosemita da sempre, come dimostrano le sue numerose dichiarazioni in tal senso tratte dal sito ufficiale del Cremlino .

Pertanto, sebbene sarebbe impreciso definire il fedelissimo Karaganov un “provocatore” nello stesso senso in cui Putin condanna coloro che auspicano un attacco russo alla NATO, egli ha comunque respinto con forza falchi come lui, così come i principali opinionisti dell’NRPR che ne amplificavano la retorica. Detto questo, i servizi segreti esteri russi hanno effettivamente avvertito il mese scorso che il loro paese potrebbe effettuare attacchi di rappresaglia contro la Lettonia se l’Ucraina lanciasse droni da quel paese, un avvertimento che va preso sul serio.

Questo è completamente diverso da ciò che Karaganov ha spinto, vale a dire una prima Un attacco contro la NATO potrebbe facilmente degenerare nella Terza Guerra Mondiale, ed è importante che chi non conosce i rapporti tra Stati e Paesi in via di sviluppo lo capisca. Come ha affermato lo stesso Putin, tali discorsi “non sono semplicemente sciocchezze; sono una provocazione”. Quando chi è dalla parte della Russia lo fa, a prescindere dalle proprie intenzioni, inavvertitamente “persuade [gli occidentali] ad aumentare le spese per la difesa e, come primo passo, a finanziare il regime che ha preso il potere a Kiev”.

Putin ha respinto la richiesta di Zelensky di un incontro bilaterale per validi motivi.

Andrew Korybko11 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Secondo quanto riportato, l’obiettivo minimo della Russia, in base allo “Spirito di Ancoraggio”, è ottenere il pieno controllo del Donbass.

La scorsa settimana Zelensky ha pubblicato una lettera aperta altamente incendiaria indirizzata a Putin, in cui chiedeva un incontro bilaterale per porre fine al conflitto ucraino congelando le linee del fronte, senza alcuna concessione da parte dell’Ucraina. Putin ha respinto la richiesta , a ragione, ma non prima di aver chiarito che gli era già stata discretamente trasmessa da un membro della comunità imprenditoriale russa, precedentemente invitato a Kiev, dove Zelensky gli aveva chiesto di riferire la sua proposta. Zelensky ha poi confermato che si trattava di Roman Abramovich .

Putin ha poi spiegato al pubblico presente alla sessione plenaria dell’ultimo Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF) che “l’unico obiettivo, dal punto di vista ucraino, è quello di ostacolare il progresso delle nostre Forze Armate, nient’altro. Richiediamo accordi che durino non solo pochi mesi, non sei mesi, ma un periodo storico significativo”. Solo dopo aver raggiunto un accordo su tutti i punti, ha affermato, prenderà in considerazione l’idea di incontrare Zelensky per firmare il conseguente accordo di pace.

Putin ha fatto anche riferimento all’attentato al dormitorio di Starobelsk , che si ritiene sia stato compiuto dall’Ucraina (deliberatamente secondo la Russia o a causa di informazioni errate, come sostengono altri), dicendo all’uomo d’affari che Zelensky ha confermato essere Abramovich: “Cosa significa tutto questo? Chiedono un incontro mentre perpetrano crimini così orrendi come l’omicidio di bambini. Qual è la implicazione di ciò?”. Ha poi concluso che la lettera scortese di Zelensky aveva lo scopo di rendere comunque impossibile un simile incontro.

Il giorno prima, Putin aveva incontrato i capi delle agenzie di stampa internazionali, confermando che, al vertice di Anchorage, “alcune questioni erano state sottoposte alla Russia affinché potessimo concordare alcuni compromessi. La Russia accetta i compromessi discussi ad Anchorage. È necessario che anche l’Ucraina accetti. A quel punto, il conflitto si risolverà in modo naturale e rapido”. Un collaboratore di RT aveva precedentemente descritto l’accordo come una cessazione delle ostilità da parte della Russia in cambio del ritiro dell’Ucraina dal Donbass.

Sebbene lo speciale L’operazione inizialmente non aveva obiettivi territoriali, che sono diventati parte del suo epilogo ufficialmente previsto dopo che i referendum del settembre 2022 hanno portato all’annessione di quattro nuove regioni alla Russia, incluse le due che compongono il Donbass (le Repubbliche Popolari di Donetsk e Luhansk). Queste due regioni sono le più delicate delle quattro, poiché sono il luogo in cui è scoppiata la guerra civile ucraina subito dopo “EuroMaidan”, quindi è logico che la loro piena incorporazione nella Russia sia il minimo indispensabile che Putin debba raggiungere.

Questo obiettivo è più vicino alle masse rispetto alla riforma dell’architettura di sicurezza europea, mentre la completa denazificazione dell’Ucraina appare più lontana che mai dopo che Zelensky ha recentemente rincarato la dose glorificando la Volinia. I responsabili del genocidio a livello statale. Di conseguenza, si prevede che l’operazione speciale continuerà almeno fino a quando tutto il Donbass non sarà sotto il controllo della Russia, il che probabilmente implica procedere da soli senza il supporto cinese e possibilmente “intensificare per de-escalare” come previsto qui e qui .

In definitiva, Putin ha respinto con buone ragioni la richiesta di Zelensky di un incontro bilaterale, il che probabilmente prolungherà il conflitto per un periodo di tempo indeterminato se Trump non costringerà Zelensky a ritirarsi dal Donbass o se le linee del fronte non crolleranno prima. L’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov ha condiviso la sua valutazione allo SPIEF secondo cui la Russia si trova in una “nuova guerra” che potrebbe durare alcuni decenni, ma ha anche presentato alcune proposte su cosa la Russia dovrebbe fare in tal caso, che fungono da piano d’azione in tale eventualità.

Passa alla versione a pagamento

Trenin si è dimostrato molto diplomatico nella sua valutazione della sfida posta dalla Turchia alla Russia.

Andrew Korybko11 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Trenin non ha fatto menzione del TRIPP, proprio come il suo collega di Valdai, Timofei Bordachev, ha omesso qualsiasi riferimento ad esso nel suo recente rapporto sulla “vicinanza” della Russia all’inizio di quest’anno; quindi potrebbe davvero trattarsi del tabù più grande tra gli esperti russi in questo momento, un tabù che nemmeno lui osa infrangere.

Il nuovo presidente del Consiglio russo per gli affari internazionali (RIAC), Dmitriy Trenin, si è fatto conoscere per aver infranto tabù, come ha fatto rispettivamente qui e qui, riguardo al suo vibrante appello a correggere le errate percezioni in materia di politica estera, anche sull’Ucraina, e per le sue critiche costruttive all’élite russa. È stato quindi sorprendente constatare la sua maggiore riservatezza nella valutazione della sfida posta dalla Turchia alla Russia, valutazione che si è espressa in modo molto diplomatico nella sua recente intervista ai media italiani .

I lettori possono consultare questa analisi qui per aggiornarsi sull’argomento, qualora non lo avessero seguito, che può essere riassunto come il ruolo della Turchia nell’espansione dell’influenza della NATO lungo la periferia meridionale della Russia attraverso la “Trump Route for International Peace and Prosperity” dello scorso agosto. Più comunemente nota con l’acronimo TRIPP , questa iniziativa commerciale svolge la duplice funzione di corridoio logistico militare della NATO verso il Caucaso meridionale, il Mar Caspio e l’Asia centrale.

Trenin non ha fatto menzione del TRIPP, proprio come il suo collega di Valdai, Timofei Bordachev, ha omesso qualsiasi riferimento in merito nel suo recente rapporto sulla “vicinanza” della Russia, che è stato oggetto di critiche costruttive qui . Potrebbe quindi trattarsi davvero del tabù più grande tra gli esperti russi al momento, un tabù che nemmeno lui osa infrangere. In ogni caso, ha comunque alluso alla sfida geostrategica che esso rappresenta, dichiarando: “Penso che [gli esperti russi associati] sappiano tutto ciò che è importante sapere sulle ambizioni strategiche della Turchia”.

Ha inoltre affermato che “Mosca osserva attentamente gli sforzi di Ankara per riunire le varie nazioni turche sotto l’egida di un’organizzazione guidata dalla Turchia”, ma ha aggiunto che “non ne è particolarmente preoccupata”. Trenin ha poi spiegato che “tutti gli stati a maggioranza turca dell’ex Unione Sovietica perseguono politiche estere multidimensionali . La Turchia è solo una di queste. La Russia non dà più per scontate le ex repubbliche sovietiche e sta imparando a competere con altre potenze per proteggere e promuovere i propri legittimi interessi in quei territori”.

È interessante notare che Trenin ha affermato che “Baku, tuttavia, non gradisce il ruolo di fratello minore di Ankara. L’equilibrio geopolitico nel Caucaso meridionale è molto complesso, ma i paesi della regione non devono essere considerati semplici burattini delle grandi potenze”. È vero che l’Azerbaigian non è un burattino della Turchia, ma con tutto il rispetto, sembra minimizzare l’importanza strategica della loro alleanza militare. Un’altra critica costruttiva a Trenin è che ignora il fatto che l’Armenia si sta subordinando a entrambi.

Ha concluso affermando che “allo stato attuale delle cose, sono gli altri paesi della NATO, non la Turchia, a essere percepiti da Mosca come una minaccia concreta e imminente” e ha aggiunto che la Russia apprezzerebbe un ruolo più incisivo della Turchia nell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e nei BRICS, come mezzo per gestire in modo ancora più efficace la loro rivalità. Tuttavia, Trenin è abbastanza astuto da sapere che la Turchia sta guidando l’espansione dell’influenza della NATO lungo tutta la periferia meridionale della Russia attraverso l’accordo TRIPP, quindi quasi certamente sta minimizzando la questione per ragioni diplomatiche.

Dopotutto, è uno dei massimi esperti russi che presumibilmente informa occasionalmente i funzionari in virtù del suo ruolo di primo piano, ricoperto per decenni nella comunità di esperti del paese, quindi è comprensibile che non voglia inavvertitamente peggiorare le tensioni russo-turche con il suo lavoro. Questo spiega la sua evidente decisione di non menzionare l’accordo TRIPP né di criticare la politica russa nei confronti della Turchia. Trenin è stato eccessivamente cauto per non spaventare la Turchia e non indurla a trasformare lo scenario peggiore relativo all’accordo TRIPP in un fatto compiuto.

L’appello dell’Etiopia per la pace regionale potrebbe essere l’ultima possibilità per scongiurare un’altra guerra.

Andrew Korybko12 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Due nemici diventati alleati si sono simbolicamente uniti per pubblicare un articolo su Al Jazeera, implorando coloro che nella comunità internazionale hanno influenza sul TPLF integralista e sui suoi sostenitori eritrei di esercitare la massima pressione su di loro per scongiurare la nuova guerra che si sta profilando.

Getachew Reda e Redwan Hussein hanno scritto insieme un incisivo articolo per Al Jazeera sul perché ” l’Etiopia non deve essere trascinata di nuovo in guerra “. Hanno firmato l’Accordo di Pretoria del 2022 a nome del Fronte di Liberazione del Popolo del Tigray (TPLF), movimento ribelle, e del governo federale. Getachew è anche l’ex presidente dell’Amministrazione Regionale Provvisoria del Tigray, che ora ricopre la carica di Ministro Consigliere per gli Affari dell’Africa Orientale nel governo federale etiope, mentre Redwan è il capo dei servizi segreti etiopi.

Le loro credenziali sono incredibilmente rilevanti per via dell’immagine che si crea quando si riuniscono per mettere in guardia contro un’altra guerra del Nord. Guerra . La prima parte del loro articolo ricordava ai lettori il conflitto precedente, i negoziati a volte tesi per porvi fine e la gioia provata dalla maggior parte degli etiopi al suo termine. Le notevoli eccezioni erano i falchi del TPLF e la milizia Amhara Fano, che rispettivamente volevano sfruttare la tregua nei combattimenti per prepararsi a un altro conflitto e ritenevano che l’accordo fosse troppo indulgente nei confronti del TPLF.

Gli autori hanno valutato che “altrettanto, se non più, determinante nella sua opposizione all’Accordo di Pretoria è stato il Governo dell’Eritrea”, in particolare il Presidente Isaias Afwerki. Hanno poi approfondito il modo in cui ha sfruttato le divisioni interne all’Etiopia per dividere e governare quello che considera il suo eterno nemico. Recentemente, le sue spie hanno mediato un’alleanza tra gli oltranzisti del TPLF, Fano e altri oppositori dell’Accordo di Pretoria, denominata Tsimdo, e hanno avvertito che ciò potrebbe scatenare un’altra guerra del Nord.

Questi due gruppi, un tempo nemici e ora alleati, dichiararono allora che “è imperativo che chiunque abbia influenza sul TPLF e sui suoi sostenitori ad Asmara eserciti la massima pressione su di loro per evitare una ripresa del conflitto”. Il ministro degli Esteri etiope, il dottor Gedion Timothewos, aveva già messo in guardia contro questa minaccia lo scorso autunno e aveva lanciato un appello simile, ma senza successo. I recenti sviluppi, come l’aggravarsi delle tensioni tra Sudan ed Etiopia e il colpo di stato di fatto nel Tigray , dimostrano che ora il tempo stringe.

Recentemente si è sostenuto che ” il presunto riavvicinamento degli Stati Uniti all’Eritrea potrebbe avvantaggiare anche l’Etiopia ” se Trump 2.0 prendesse spunto dall’accordo di pace tra Armenia ed Azerbaigian per proporre un corridoio di trasporto regionale simile, controllato dagli Stati Uniti, tra Etiopia ed Eritrea come parte di un proprio accordo di pace. Finora non è successo nulla, probabilmente perché il suo team ha dato priorità ai colloqui con l’Iran, ma gli Stati Uniti potrebbero ancora usare la loro consolidata influenza sul TPLF e la nuova relativa influenza sull’Eritrea per scongiurare la guerra.

Il principale sostenitore di quei due, l’Egitto, storico rivale dell’Etiopia, non agirà da solo. Anzi, potrebbe persino cinicamente desiderare una guerra regionale di vasta portata nel tentativo di “balcanizzare” l’Etiopia. La proverbiale testa del serpente, quindi, non si trova ad Asmara, ma al Cairo, ed è in parte subordinata a Washington. Pertanto, se desidera veramente la pace, Trump 2.0 farebbe bene a coinvolgere tutti e tre gli antagonisti: la mente egiziana, il suo alleato regionale eritreo e i militanti locali del TPLF, fedelissimi di quei due.

L’Etiopia non può permettere che il Tigray post-golpe diventi un’estensione di fatto dell’Eritrea sostenuta dall’Egitto, poiché in tal caso otterrebbe la profondità strategica necessaria per armare in modo più efficace la vicina milizia Amhara Fano, al fine di innescare un conflitto ibrido sostenuto dall’estero. Una guerra mascherata da guerra civile. Il conflitto potrebbe poi estendersi e coinvolgere Eritrea, Sudan e persino Somalia, trasformandosi in una guerra regionale su vasta scala con conseguenze umanitarie inimmaginabili. È dovere di Trump 2.0 agire ora.

Passa alla versione a pagamento

Come prevedibile, Bordachev si mostra ottimista riguardo alla situazione sul fianco meridionale della Russia.

Andrew Korybko12 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Ha minimizzato le minacce agli interessi russi provenienti da questo fronte, ha auspicato un allineamento tra pazienza strategica e una visione a lungo termine dell’intera regione, e ha citato il ruolo degli Stati Uniti in America Latina come esempio.

RT ha recentemente tradotto e ripubblicato un altro articolo di Timofei Bordachev, uno dei direttori di programma del Valdai Club e tra i massimi esperti di Russia, sulla situazione lungo il fianco meridionale della Russia . Il contesto immediato riguardava il viaggio di successo di Putin in Kazakistan alla fine di maggio, il cui esito è stato analizzato in questo articolo come la base per contrastare gli sforzi della Turchia, sostenuta dalla NATO, volti a dividere e governare il Kazakistan e la Russia, a condizione ovviamente che il Kazakistan mantenga la volontà politica.

Bordachev ha elogiato le relazioni russo-kazake, per poi passare a commentare i legami della Russia con gli altri paesi dell’Asia centrale e del vicino Caucaso meridionale. Ha sostenuto che “la Russia ha mantenuto, e continua a mantenere, una notevole influenza sul suo vicinato immediato” grazie alle sue “dimensioni, alla sua economia, alla sua cultura e alla sua geografia”. Ciononostante, ha anche riconosciuto che alcuni dei loro equilibri geopolitici pendono verso l’Occidente, citando la Georgia come esempio di un paese che ha saputo ricalibrare i propri rapporti.

“L’Armenia rappresenta un caso più difficile”, ha ammesso, prevedendo che presto i suoi legami con la Russia potrebbero indebolirsi, proprio come aveva recentemente previsto Putin . Per approfondire l’argomento, i lettori possono consultare questa analisi su come “l’appoggio di Trump a Pashinyan promuove la dottrina neo-reaganiana”, che si riferisce al ridimensionamento dell’influenza russa nel mondo da parte della sua amministrazione . Bordachev attribuisce questa tendenza alle dinamiche socio-economiche, al crescente nazionalismo e alle rivalità tra le élite, e non a un “fallimento della diplomazia russa”.

Ciò che è stato vistosamente omesso è il “Trump Route for International Peace and Prosperity” ( TRIPP ) dello scorso agosto , che svolge la duplice funzione di corridoio logistico della NATO tra la Turchia e l’Azerbaigian, membro ombra della NATO, attraverso l’Armenia meridionale, al fine di espandere l’influenza del blocco in Asia centrale. A quanto risulta dai suoi articoli, Bordachev non ha ancora commentato questo progetto, sebbene si tratti, per usare un eufemismo, di una grave battuta d’arresto per la diplomazia russa, date le implicazioni per la sicurezza nazionale.

Proseguendo, Bordachev ha fatto riferimento all’incapacità degli Stati Uniti di dominare il proprio emisfero, citando come esempi Cuba, Nicaragua e Venezuela fino a tempi recenti, per consigliare: “Nulla di tutto ciò ha indotto Washington a concludere che la storia fosse finita o che ogni svolta ostile fosse irreversibile. La Russia dovrebbe adottare la stessa pazienza. L’Unione Sovietica si è indebolita in parte a causa delle spese eccessive per la sua presenza all’estero. Non dobbiamo ripetere lo stesso errore, perché per una superpotenza militare, il nemico più pericoloso è spesso se stessa”.

Ha poi concluso affermando che “la stabilità socio-economica della Russia è più importante degli eventi nello spazio post-sovietico o altrove. Questo non significa ritirarsi dai nostri vicini e, al contrario, dovremmo rafforzare i legami attraverso il commercio e i contatti umani, e non dovremmo considerare ogni alti e bassi in queste relazioni come una tragedia”. Il suo caratteristico ottimismo è incoraggiante, ma con tutto il rispetto dovuto, sembra non avere la minima idea delle latenti grandi minacce strategiche poste dall’accordo TRIPP.

Allo stesso tempo, un cinico potrebbe ipotizzare che egli comprenda quanto detto in precedenza, ma sia giunto alla conclusione che la cessione dell’influenza russa nel Caucaso meridionale e forse anche in alcune parti dell’Asia centrale sia inevitabile, da cui la frase “dobbiamo pensare a lungo termine” e “avere la stessa pazienza” degli Stati Uniti in America Latina. Al momento è difficile dire cosa creda veramente e cosa potrebbe comunicare ai politici a porte chiuse, ma per evitare qualsiasi ambiguità, sarebbe opportuno che Bordachev chiarisse presto le sue opinioni sul TRIPP.

Gli stretti legami con il Kazakistan sono indispensabili per il futuro della sovranità russa.

Andrew Korybko10 giugno
 LEGGI NELL’APP 

Se il duo NATO-OTS li dividesse e li governasse, un’altra operazione speciale e una possibile guerra per procura tra NATO e Russia potrebbero diventare inevitabili, a loro discapito e a vantaggio del duo.

La dottrina neo-reaganiana di Trump 2.0 , che si riferisce al suo aggressivo ridimensionamento dell’influenza russa in tutto il mondo come mezzo per fare pressione su Putin affinché ( potenzialmente Nonostante i dolorosi compromessi sull’Ucraina, la Russia ha avuto molto successo lungo tutta la sua periferia meridionale, nel Caucaso meridionale e in Asia centrale. L'”Incrocio Trump per la pace e la prosperità internazionale” ( TRIPP ) dello scorso agosto ha la duplice funzione di corridoio logistico militare della NATO attraverso la prima regione e di corridoio logistico attraverso il Mar Caspio.

Nel suo appoggio alla candidatura per la rielezione del Primo Ministro armeno Nikol Pashinyan, Trump si è vantato di come il TRIPP “trasformerà il Caucaso meridionale e aiuterà le nostre meravigliose compagnie energetiche americane ad accedere all’Asia centrale fino agli Stati Uniti”. Si tratta di un’allusione ai piani, a lungo discussi in Occidente e recentemente rilanciati dal Ministro dell’Energia turco, per un gasdotto transcaspico . Questi piani non si sono ancora concretizzati a causa della forte opposizione russa, ma gli Stati Uniti sembrano intenzionati a riproporli.

Ciò che è cambiato nell’oltre trentesimo secolo trascorso da quando questa idea fu proposta per la prima volta all’inizio degli anni ’90 è che l’Azerbaigian è ora un membro ombra della NATO, dopo che le sue forze armate hanno completato l’adeguamento agli standard del blocco lo scorso novembre. Lo scopo militare iniziale dell’operazione TRIPP è quindi quello di consolidare la presenza de facto della NATO in Azerbaigian, sulla falsariga di quanto si era cercato di fare in Ucraina prima dell’operazione speciale , ed è stato uno dei motivi per cui è stata autorizzata dopo che la diplomazia non è riuscita a impedirlo.

La rielezione di Pashinyan e l’attuazione del TRIPP, che potrebbe essere strategicamente neutralizzato sul piano militare se l’opposizione patriottica salisse al potere e ripristinasse il controllo russo su questo corridoio, come lui stesso aveva concordato nel novembre 2020 , sono necessarie per raggiungere questo obiettivo. Data la sua vittoria, ci si aspetta ora che la NATO consolidi rapidamente la sua presenza de facto nell’Azerbaigian, membro ombra, prima di tentare più energicamente di “sottrarre” il Kazakistan alla Russia, che rappresenta una seria minaccia latente.

Il Kazakistan ha già raggiunto un accordo con gli Stati Uniti sui minerali critici lo scorso novembre e un mese dopo ha annunciato l’intenzione di produrre proiettili conformi agli standard NATO . Il presidente Kassym-Jomart Tokayev, inoltre , si è spinto sospettosamente oltre nel tentativo di compiacere Trump durante la riunione del Consiglio di Pace. Inoltre, ” l’autoproclamazione del Kazakistan come successore dell’Orda d’Oro potrebbe rappresentare una minaccia per la Russia “, ponendo, intenzionalmente o meno, le basi ideologiche per future insurrezioni musulmane laiche all’interno della Russia.

A tal proposito, si segnala che ” Il capo dell’FSB ha avvertito che il ‘Santo Graal della guerra ibrida’ dell’Occidente viene dispiegato nella CSI “, e che, secondo l’analisi precedente collegata tramite hyperlink, potrebbe manifestarsi attraverso guerre informative assistite dall’intelligenza artificiale, volte a promuovere i suddetti obiettivi di “defezione” e “balcanizzazione”. Questi due scenari oscuri potrebbero coincidere con la decisione del Kazakistan di seguire le orme dell’Azerbaigian, con il supporto della Turchia, suo partner nell’Organizzazione degli Stati Turchi (OTS), per adeguare le proprie forze armate agli standard NATO.

Il risultato finale potrebbe quindi essere una crisi lungo tutta la periferia meridionale della Russia, che oscurerebbe quella vissuta lungo la sua periferia occidentale nel periodo precedente all’attuale operazione speciale. Proprio come nel conflitto attuale, anche questo potrebbe trasformarsi in una “guerra di logoramento” con il rischio di una guerra aperta tra NATO e Russia a causa dell’alleanza della Turchia con l’Azerbaigian, che ha una triplice identità geostrategica in quanto stato del Caucaso meridionale, stato turco e, recentemente, anche stato dell’Asia centrale dopo l’adesione al suo gruppo di integrazione regionale .

Se la Russia non applicherà presto la sua versione della Dottrina Monroe nel Caucaso meridionale per stroncare sul nascere questa sequenza, come le è stato suggerito in precedenza , rischia di perdere la sua influenza geostrategica in tutta la regione, il che la metterebbe sulla difensiva in Asia centrale. La grande priorità strategica della Russia sarebbe quindi quella di contenere le minacce della NATO, promosse dall’accordo TRIPP, provenienti dal Caucaso meridionale e prevedibilmente guidate dall’asse azero-turco, verso l’Asia centrale e impedire la “defezione” del Kazakistan.

Probabilmente è stato proprio con questo obiettivo in mente che Putin ha recentemente visitato il Kazakistan, durante la quale lui e Tokayev hanno riaffermato il partenariato strategico russo-kazako e, cosa ancora più importante, hanno concordato i ” Sette principi fondamentali di amicizia e buon vicinato tra i popoli del Kazakistan e della Russia “. Di seguito, la traduzione letterale di ciascun principio tratta dal sito web ufficiale di Tokayev:

“1. Il primo fondamento è una storia comune e un atteggiamento responsabile nei confronti della sua comprensione oggettiva, nello spirito di amicizia e di buon vicinato.

2. Il secondo fondamento è costituito dagli sforzi comuni per sviluppare l’integrazione eurasiatica e creare uno spazio di cooperazione, sicurezza e dialogo nella regione.

3. La terza base è il confine comune come spazio di buon vicinato e cooperazione.

4. Il quarto pilastro è la partnership economica

5. Il quinto pilastro è la diversità linguistica e culturale come patrimonio comune, i valori tradizionali e la vicinanza di civiltà.

6. Il sesto pilastro è la cooperazione giovanile, gli scambi educativi e la cooperazione nel campo dello sport.

7. La Settima Fondazione: Una visione condivisa per il futuro”

Questi sette principi fondamentali sono autoesplicativi, ma la loro importanza risiede nel fatto che forniscono le linee guida per il mantenimento del partenariato strategico russo-kazako di fronte ai tentativi congiunti della NATO e dell’OTS di dividerli e dominarli. La Russia è il principale partner di sicurezza del Kazakistan e il suo secondo partner economico dopo la Cina. Condividono inoltre il confine terrestre più lungo del mondo. Il Kazakistan subirebbe quindi enormi danni se questo complotto della NATO e dell’OTS, volto a dividere e dominare, avesse successo.

Nonostante gli sforzi compiuti dalla NATO e dall’OTS, il Kazakistan mantiene stretti legami con entrambe, soprattutto con la seconda. Questo perché crede nella strategia del multi-allineamento tra centri di potere concorrenti, al fine di massimizzare i benefici derivanti da ciascuno, seguendo il modello inaugurato dall’India di Narendra Modi. Tuttavia, Putin o uno dei suoi emissari avranno certamente fatto presente che esistono dei limiti ben precisi a quanto il Kazakistan possa spingersi oltre senza che tali mosse vengano percepite come una minaccia dalla Russia, da cui i sette punti sopracitati.

Resta da vedere quali meccanismi verranno impiegati per rafforzare queste basi, ad esempio se le relative responsabilità saranno delegate alle istituzioni competenti o se verrà creato un nuovo gruppo di lavoro congiunto per coordinare il tutto, ma è necessaria una stretta supervisione per garantire la piena attuazione della politica. Ad esempio, la Russia deve monitorare attentamente l’evoluzione delle minacce ideologiche e legate all’intelligenza artificiale menzionate in precedenza, al fine di informare tempestivamente il Kazakistan qualora queste dovessero concretizzarsi.

Considerata la stretta cooperazione in materia di sicurezza e nello spirito dei sette principi cardine dell’amicizia recentemente concordati, ci si aspetterebbe che il Kazakistan si occupasse delle questioni sollevate dalla Russia, anche monitorando le persone e le entità coinvolte e, se necessario, perseguendole penalmente. Lo stesso vale per i legami del Kazakistan con il duo NATO-OTS, che la Russia accetta, ma solo entro limiti ben precisi, oltre i quali il Kazakistan sarebbe tenuto a fare un passo indietro su richiesta russa.

Esercitazioni congiunte della NATO, o anche bilaterali, con la Turchia, membro della NATO, in Kazakistan, sarebbero comprensibilmente viste come molto ostili dalla Russia, così come un’alleanza sull’intelligenza artificiale simile a quella armena con gli Stati Uniti, che potrebbe portare alla costruzione in loco dei “laboratori digitali” di cui il capo dell’FSB ha messo in guardia nell’analisi citata in precedenza. Condividere esperienze di base in materia di antiterrorismo con la NATO, rafforzare i legami socio-culturali con gli altri paesi turcofoni ed espandere gli scambi commerciali con l’Occidente sono attività positive, ma qualsiasi altra iniziativa potrebbe essere vista con sospetto.

È nell’interesse nazionale oggettivo del Kazakistan non lasciarsi manipolare al punto da provocare una crisi NATO-Russia simile a quella ucraina, per non parlare di una guerra per procura tra le due nazioni. Tuttavia, l’esperienza ucraina dimostra che i governi e i loro cittadini non sempre agiscono razionalmente. È relativamente facile manipolare alcuni di loro affinché agiscano contro i propri interessi nazionali oggettivi, che nel caso del Kazakistan potrebbero consistere nell’utilizzare la nostalgia per l’Orda d’Oro come arma contro la Russia e nel “disertare” dall’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO).

Per evitare qualsiasi malinteso, si tratta di uno scenario che non si è ancora concretizzato, ma ” Putin ha messo in guardia gli analisti strategici russi dal lasciarsi andare a illusioni ” nell’estate del 2022, quindi liquidarlo con leggerezza come improbabile sarebbe avventato. La strategia degli Stati Uniti è semplice: espandere la propria presenza strategica, compresa quella dei partner e degli alleati, il più vicino possibile ai confini della Russia al fine di esercitare la massima pressione per ottenere concessioni unilaterali che, in ultima analisi, portino alla cancellazione della sua sovranità.

Gli stretti legami con il Kazakistan sono pertanto indispensabili per il futuro della sovranità russa. Se il duo NATO-OTS li dividesse e li governasse, un’altra operazione speciale e una possibile guerra per procura tra NATO e Russia potrebbero diventare inevitabili, a discapito del Kazakistan e a vantaggio del duo NATO-Russia. I sette pilastri dell’amicizia appena concordati forniscono le linee guida per scongiurare preventivamente questo scenario oscuro. Ora spetta alla Russia, e soprattutto al Kazakistan, mantenerli a tempo indeterminato.

Passa alla versione a pagamento

Rassegna stampa tedesca, 74a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Sembra che proprio Merz, l’antipodo della Merkel, sia passato alla modalità Merkel. Manca solo
che annunci di volersi avvicinare d’ora in poi all’obiettivo prefissato a piccoli passi. Vede la
montagna di riforme che si è accumulata fino a diventare una catena montuosa, così alta che
anche a giugno sarebbe ancora coperta di neve. La cordata nero-rossa ha già superato i primi
scogli pericolosi con la riforma del diritto d’asilo e quella del reddito di cittadinanza, che da inizio
luglio si chiamerà reddito di sicurezza. Più in alto si trovano una riforma sanitaria non ancora
approvata, una riforma dell’assistenza in fase di bozza, una riforma della legge sull’orario di lavoro
e una riforma dell’imposta sul reddito, che forse potrà essere finanziata solo con un aumento
dell’IVA. Da lì in poi l’aria si fa rarefatta. Lì l’SPD spinge per una riforma del freno all’indebitamento
e l’Unione per una riforma della legge elettorale. E quando, tra pochi giorni, una commissione di
esperti presenterà le sue proposte per la riforma del sistema pensionistico, ci sarà un grave
pericolo di frana.

STERN
11.06.2026
QUANDO SI ANDRÀ AVANTI?
Il cancelliere Merz smorza le aspettative su un grande pacchetto di riforme. La storia dimostra quanto
velocemente falliscano i cambiamenti politici – e cosa si possa imparare da essi
Forse è stato a Pentecoste, quando è scaduta senza esito l’ennesima di quelle tante scadenze. Forse è stata
colpa dell’ultima dichiarazione della sua ministra degli Affari sociali, Bärbel Bas.

Chi sia nel calcio il GOAT, il Greatest Of All Time, è, secondo i cosiddetti esperti, piuttosto
indiscusso: Lionel Messi, rappresentante argentino del dio del calcio. Il mio collega Jan Christoph
Wiechmann lo ha incontrato già nel 2006. All’epoca Messi riusciva a malapena a dire una parola,
aveva 18 anni, era alla vigilia del suo primo Mondiale e borbottava frasi incomplete come «grande
onore» e «grande gioia» e nutriva rispetto per le «macchine» tedesche. Messi voleva
semplicemente giocare, più possibile, meglio era. Così è rimasto fino ad oggi.

STERN
11.06.2026
EDITORIALE

Non dimenticherò mai il 7 luglio 1985: fu il giorno della vittoria a Wimbledon di Boris Becker, un prodigio
diciassettenne dai capelli rossi.

Nei sondaggi l’SPD si attesta tra l’11 e il 13 per cento. Il crollo sotto la soglia del 10 per cento
sembra attualmente più vicino rispetto al magro 16,4 per cento che i compagni hanno ottenuto alle
ultime elezioni federali. E già quello era un risultato storicamente negativo. Non si intravede alcuna
ripresa. Per i due presidenti dell’SPD è un dilemma: da un lato devono trovare compromessi con
CDU e CSU. Dall’altro, i propri membri accusano già ora la leadership dell’SPD di sottomettersi
troppo al partner di coalizione. A ciò si aggiunge la pressione delle tre imminenti elezioni regionali
di settembre: nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, per l’SPD si tratta di difendere la presidenza
del Land. A Berlino, il partito lotta per riconquistare il Rotes Rathaus. E in Sassonia-Anhalt si sta
sforzando, non per la prima volta nella sua storia, di non essere espulsa dal parlamento regionale.

12.06.2026
Prepararsi per il giorno X
Lars Klingbeil e Bärbel Bas dell’SPD devono fare i conti con un partito frustrato. All’interno del partito si
specula già sui possibili successori. Tra questi figurano volti noti

Di Sophie Garbe, Andreas Niesmann
Esistono ancora, gli appuntamenti piacevoli per Lars Klingbeil. Come lunedì sera in un tendone vicino alla
Cancelleria. Una rivista di PR assegna dei premi ai politici, il veterano dell’SPD Franz Müntefering riceve il
riconoscimento per la sua opera di una vita.

La Germania soffre sotto la tirannia degli anziani. Gli interessi delle generazioni che subentrano
vengono messi in contrapposizione con i presunti bisogni degli anziani. La denuncia dei giovani,
secondo cui sarebbero sistematicamente discriminati, è giustificata. L’accordo di coalizione tra
CDU e SPD ne è pieno. Gli accordi dei governi precedenti non erano migliori.

12.06.2026
EDITORIALE
La tirannia degli anziani
Da decenni il dibattito politico si svolge lungo la linea di demarcazione tra ricchi e poveri. In realtà, è un
altro conflitto a minacciare il futuro del Paese

Di Christian Reiermann
È nella natura delle società che invecchiano che i loro dibattiti politici finiscano col tempo per logorarsi. La
lotta della coalizione nero-rossa per la riforma del sistema fiscale e della previdenza sociale ne fornisce un
chiaro esempio.

Il governo federale spera che l’economia tedesca si riprenda dal recente shock dei prezzi del
petrolio e torni a crescere in modo leggermente più forte nel 2027. L’Handelsblatt Research
Institute (HRI) dipinge un quadro più cupo. Le conseguenze della guerra in Iran dovrebbero
diventare sempre più visibili dopo l’inizio d’anno sorprendentemente forte del 2026: sotto forma di
difficoltà di approvvigionamento, prezzi energetici più elevati e costi di produzione in aumento. Già
nel secondo trimestre l’economia ristagnerà quindi. Per il terzo e il quarto trimestre, l’HRI prevede
un leggero calo della performance economica: la Germania scivolerebbe quindi nuovamente in
una recessione tecnica. La fine della spinta alla globalizzazione durata due decenni, la
trasformazione dell’approvvigionamento energetico e il rafforzamento dei concorrenti cinesi
rappresentano un pericolo acuto per il modello economico tradizionale dell’economia tedesca. Il
settore privato è attualmente travolto da un’ondata di fallimenti che distrugge attività imprenditoriali,
posti di lavoro, capitale umano.

12.06.2026
PREVISIONI CONGIUNTURALI HRI: la Germania
scivola nuovamente in recessione
Dopo un inizio d’anno piuttosto positivo, l’economia tedesca tornerà a contrarsi nella seconda metà
dell’anno. Il commercio estero, un tempo fiorente, sta diventando un grave problema

Di Dennis Huchzermeier, Bernhard Köster, Axel Schrinner – Düsseldorf
L’Handelsblatt Research Institute (HRI) ha nuovamente rivisto al ribasso le sue previsioni economiche per la
Germania. Per l’anno in corso, gli economisti prevedono, in linea con il governo federale, una crescita
economica reale dello 0,5%; per il 2027, tuttavia, si aspettano solo un aumento molto modesto dello 0,3%.
Tre mesi fa, gli economisti dell’HRI prevedevano ancora una crescita dello 0,7 e dello 0,8%.

Molti economisti temono che le conseguenze economiche più gravi della guerra con l’Iran debbano
ancora arrivare. Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze
economiche di una guerra con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi
dello Stretto di Hormuz e dei margini di manovra dell’Europa.

12.06.2026
«Potrebbe esserci un ulteriore inasprimento
della situazione»
Il nuovo presidente del World Economic Forum ritiene che alcune conseguenze economiche di una guerra
con l’Iran siano state sottovalutate. Parla dei nuovi rischi legati alla crisi dello Stretto di Hormuz e dei
margini di manovra dell’Europa

Di Annett Meiritz, Tom Thiele Berlino
Alois Zwinggi è presidente del World Economic Forum dal marzo 2026. Dal 2010 ha ricoperto diverse
posizioni dirigenziali presso il WEF.

Il Trumpator potrà anche cambiare le sue frasi più velocemente di quanto un bambino cambi i suoi
giocattoli, ma non rinuncerà a Ramstein ecc. Perché le guerre “interessanti” sono a migliaia di
miglia dall’America. Per puro interesse personale, l’America protegge gli europei, i presunti “free
rider”. I due principali rivali, Cina e Russia, non dispongono di nulla di paragonabile. Trump vuole
punire gli europei, non mettere a rischio la posizione di potenza mondiale degli Stati Uniti. Trump,
però, agisce come Arnold Schwarzenegger nei panni del “Terminator”. Conduce guerre tariffarie
contro gli amici, li ricatta e smantella le istituzioni internazionali. In questo modo non si crea né
legittimità né potere “morbido”. Winston Churchill predicò ad Harvard nel 1943: «Il prezzo della
grandezza è la responsabilità».


12.06.2026
SAGGIO
Gli Stati Uniti hanno bisogno della Germania
Nonostante tutti gli attacchi contro i «parassiti»: il presidente americano Trump non abbandonerà i suoi
alleati europei. Perché noi abbiamo qualcosa di cui la potenza mondiale americana non può fare a meno

Donald Trump, nemico della NATO, ha colpito ancora una volta scatenando i soliti riflessi di paura:
«Rivelata la lista dei martelli», «Per l’Europa sarà dura», «Il ritiro di Trump dalla NATO colpisce duramente
l’Europa», recitano i titoli.

Per gli israeliani, questa vicenda dimostra che Trump usa due pesi e due misure. Mette anche in
evidenza che il tono tra i partner, che fino a poco tempo fa apparivano come alleati inseparabili, sta
diventando sempre più aspro. «Times of Israel» ha scritto che il rapporto tra Stati Uniti e Israele ha
raggiunto un nuovo punto di minimo 100 giorni dopo l’inizio della guerra comune. La “fratellanza”
tra Trump e Netanyahu, durata dieci anni, sembra trovarsi in una grave crisi. Si tratta di un
allontanamento che ormai ha coinvolto entrambe le sponde dell’Atlantico. Il sostegno a Israele è
sempre stato negli Stati Uniti una questione trasversale. Ma ora non è più così. Gli interessi dei
partner nella guerra contro l’Iran divergono sempre più. Anche la popolazione israeliana si sente
sempre più abbandonata dal partner americano.


12.06.2026
Resoconto di un allontanamento
Con insolita durezza, Donald Trump prende le distanze da Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano
minimizza la controversia definendola una «divergenza tattica». Ma gli interessi dei due capi di governo si
stanno allontanando, toccando questioni esistenziali

Di CLEMENS WERGIN
Che differenza possono fare 48 ore. Quando domenica l’Iran ha lanciato una raffica di missili balistici contro
Israele, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha cercato con veemenza di dissuadere Israele dal
contrattaccare.

Mediatori pakistani e qatarioti si recano regolarmente a Teheran per consegnare le bozze di testo
americane e ricevere le modifiche iraniane. Si dice che a volte circolino contemporaneamente
bozze diverse e che solo pochi addetti ai lavori sappiano su quale documento si stia negoziando in
quel momento. Le personalità e i vincoli politici di Donald Trump e della Guida Suprema iraniana
Khamenei non facilitano il raggiungimento di un accordo. Entrambe le parti cercano di indebolire la
posizione negoziale dell’altra. Nonostante l’indebolimento militare, Teheran non solo è in grado di
causare danni con i droni nelle regioni immediate del Golfo Persico, ma è anche ancora in grado di
attaccare Israele con i missili. Questo non fa fare bella figura a Trump agli occhi dell’opinione
pubblica americana. La sua incostanza non facilita le cose: in vista delle elezioni congressuali in
autunno, egli vuole almeno un accordo provvisorio con Teheran.


12.06.2026
Negoziare con la forza bruta
Donald Trump vuole costringere l’Iran a un accordo con le bombe. Ma il regime di Teheran sembra
determinato

Di Friederike Böge, Istanbul, e Majid Sattar, Washington
Da più di due mesi Teheran e Washington si scontrano su una misera dichiarazione d’intenti, che per ora
dovrebbe solo riaprire lo Stretto di Hormuz.

Quando il Parlamento discute questioni di bioetica e di etica medica, non c’è vincolo di partito. I
deputati sono tradizionalmente vincolati solo alla propria coscienza quando si tratta, ad esempio, di
modificare le condizioni per la donazione di organi o la gestione dei test prenatali. In questi casi si
formano gruppi interpartitici di deputati che cercano di convincere più della metà dei deputati della
loro causa. Ma che dire dell’AfD? Ormai rappresenta quasi un quarto dei deputati. Il presidente del
Consiglio etico, Helmut Frister, afferma di non ritenere riprovevole che nelle votazioni di etica
medica si formino maggioranze che non sarebbero possibili senza i deputati dell’AfD.


12.06.2026
Quando il muro di contenimento raggiunge i propri limiti
Il presidente del Consiglio etico non ritiene riprovevole il raggiungimento di maggioranze con l’AfD su
questioni etiche delicate

Di Paul Gross
Di norma, i discorsi al Bundestag hanno una funzione puramente di facciata. Il loro scopo è quello di
illustrare in modo incisivo la posizione del proprio gruppo parlamentare, evidenziare le carenze
dell’avversario politico e attirare l’attenzione.

TRAGEDIA DELLA DEBOLEZZA, IL VERO ENIGMA DELLA PACE _ di Daniele Lanza

TRAGEDIA DELLA DEBOLEZZA, IL VERO ENIGMA DELLA PACE

(intervento pesante, importante **: astenersi perditempo, consigliato a tutti gli altri)

PROLOGO. Il detto latino “Si vis pacem para bellum” tenta di spiegarci – con la propria radicale contraddizione in termini – che per raggiungere il fine preposto, a volte occorre agire in modo controintuitivo: andando al cuore del significato, sta ad indicare che il soggetto pacifico può apparire DEBOLE, facile bersaglio per il predatore di turno il quale sarà più motivato ad attaccare.

Insomma, il proverbio romano – riformulato in altro modo – sottolinea un riflesso tra i più viscerali nella meccanica dei rapporti i forza (che sia un alterco tra due ragazzini in un vicolo, quanto una collisione tra due eserciti su una linea di confine): si è maggiormenti pronti ad un atteggiamento intransigente se si è nella convinzione che l’opponente non sia in grado di reagire efficacemente. Questo, naturalmente, può non dimostrarsi del tutto esatto alla prova dei fatti: l’impatto col muro della realtà rende subito chiaro quanto percepita o reale sia la “debolezza” dell’avversario (a esordio I° guerra mondiale, TUTTI i governi belligeranti – da una parte e dall’altra – firmarono per l’ingresso nel conflitto nella convinzione che sarebbe tutto durato poche settimane: che si sarebbe arrivati alla capitale avversaria in 1 mese o poco più. Assurdità agli occhi di oggi, ma cosa probabile per le illusioni degli statisti di allora), ma a quel punto è tardi perchè non si può più tornare indietro……..nulla può più evitare il mare di macerie e distruzione che invece una corretta valutazione iniziale avrebbe prevenuto (…).

Detta breve: i romani di 2000 anni orsono ci dicono che apparire modesti, tranquilli e composti al fine di garantire la concordia, può non sortire il risultato sperato, ma anzi tutto l’opposto.

Arrendevolezza e vulnerabilità – anche solo percepite tali – possono determinare vere e proprie TRAGEDIE, pur senza averne (si capisce) l’intenzione.

L’attinenza di quanto scritto con gli eventi degli ultimi anni ? Profondissima, direi esistenziale (che parola abusata, ma tant’è): lo scoppio del maggiore conflitto convenzionale in Europa dal 1945 ad oggi ed il suo persistere al giorno presente è il risultato proprio dei ragionamenti fatti nel lungo prologo sopra.

Alla luce della riflessione fatta a partire dal proverbio romano……uno dei più grandi e gravi talloni d’Achille geopolitici della RUSSIA contemporanea non ha tanto a che vedere con fattori economici, militari, sociali etc……..ma con la sua stessa storia negli ultimi 100 anni (mi spiego).

Il fatto è che il XX secolo nel suo insieme è stato il baratro della civiltà russa: il mega stato sovranazionale che rappresentava questo popolo è collassato su sè stesso per 2 volte. La prima nel 1917 quando si disintegra l’impero degli tsar, la seconda nel 1991 quando si dissolve la grande casa sovietica: in ambo i casi le conseguenze sono state non quantificabili per ordine di grandezza che non ha nemmeno senso rievocarle (dovremmo in realtà aggiungere anche una 3° volta ossia in occasione dell’urto con la Germania nazista, quando tuttavia si evitò il crollo, ma al prezzo di difficoltà inenarrabili che furono notate dall’occidente).

E allora ? dove vogliamo arrivare ribadendo tutto questo ?

Basilare: l’occidente NON teme la Russia fondamentalmente, o non abbastanza quanto occorrerebbe.

Determinate fasi di successo e prestanza militare dell’URSS, possono aver suggestionato, ma su un piano maggiormente professionale di valutazione geostrategica……le elite euro-atlantiche non temono Mosca, punto (e proprio da qui nasce il dramma).

Le due onde sismiche del 1917 e 1991 (più quella scampata per un pelo nel 1941) hanno plasmato un’immagine fragile del paese agli occhi del del rivale europeo e americano: l’immagine di un gigante dai piedi di argilla, quest’ultima, metafora onnipresente nel discorso politico/militare di area atlantica.

Il malcelato leit motiv di tante riflessioni anti-russe suona grossomodo così: “Eh, però in fondo Mosca potrebbe anche collassare a un certo punto ! Basterebbe darle una spintarella e il gioco è fatto”. Oppure: “Aspettiamo, aspettiamo ancora….prima o poi deve accadere ! Presto o tardi arriverà un default economico o una rivolta, insomma qualcosa che dall’interno farà implodere la Russia…”.

La radice del problema è che la Russia ha subito talmente tanto nel corso del 900, si è resa protagonista di rivolgimenti socioeconomici talmente epocali (rivoluzioni) al punto da confondere l’osservatore occidentale e portarlo a fare un’impropria equazione tra i disastri umani che si sono generati in tali circostanze storiche – ed una DEBOLEZZA innata del paese in analisi (…).

A dirla in altro modo, le circostanze storiche cataclismatiche di cui si parla possono essere valutate secondo 2 differenti prismi: da un punto di vista INTERNO (russo) possono essere accolte ed assimilate – con orgoglio – in quanto parte dell’identità storica e spirituale del paese (vedi l’epos legato alla rivoluzione d’ottobre o quello connesso alla resistenza antinazista nella guerra patriottica). Se viste invece valutate da un punto di vista ESTERNO (l’analista di geopolitica di paesi rivali) si traducono in un giudizio di fragilità e tendenza alla disintegrazione.

Solo sul crollo del 1991 sono tutti (relativamente) d’accordo: tanto i patrioti post-sovietici quanto gli analisti occidentali sono d’accordo sul fatto che si sia trattato di un collasso (i primi lo ammettono con un velo di tristezza…..mentre i secondi lo sottolineano con un velo di sollievo e compiacimento).

Con il secolo XX, Mosca ha perso la faccia agli occhi dei propri rivali e vicini (come se non bastasse tutto il resto).

L’ha persa nella psiche collettiva dei rivali (e pure alleati) ad una profondità che è difficile decifrare (giusta o sbagliata che tale percezione sia), il che ci porta a giorni nostri, al lungo elenco alfabetico che riporto qui in basso……

A – Per queste ragioni (di disistima) che negli anni 90 l’Alleanza atlantica se n’è infischiata delle promesse fatte a Gorobachev nel 1989, inglobando tutta l’Europa orientale: perchè sapevano che dall’altra parte della cortina non c’erano più 200 divisioni di fanteria, ma un singolo ebete alcolizzato al Cremlino di cui non farò nemmeno il nome.

B – Per queste ragioni hanno continuato ad espandersi ad est e nel Caucaso anche negli anni 2000 – senza rendersi conto che la leadership era cambiata – quando infine Mosca iniziò a domandare di fermarsi.

C – Per queste ragioni si è avuto l’ardire di organizzare “rivoluzioni colorate” (suprema forma di sfottò) in stati alle porte di Mosca, fino in territori che erano da secoli parte del suo areale storico (heartland slavo orientale che esiste da ben prima dell’URSS), in mezzo ad un fiume di ONG ed altre organizzazioni finanziate e finalizzate a propaganda (necessariamente soppresse dal Cremlino al prezzo di passare per autocrazia antidemocratica).

D – Per queste ragioni non ci si è fermati nemmeno di fronte al GOLPE in Ucraina, quando si è capito che legalmente non si poteva averla (pensando la Nuland ed altri, tra un brindisi e un altro, che ancora una volta Mosca non avrebbe avuto la forza di reagire).

E – Per queste ragioni si è continuato a NON dare nessuna forma di garanzia al Cremlino – che ancora le chiedeva a parole nel 2021 – e sbeffeggiarne le richieste (progettando al contrario di farla entrare nella NATO e piazzarvi laboratori biologici, vettori missilistici a piacimento, rigorosamente puntati ad est, etc.).

F – Per queste ragioni………si è iniziato a finanziare senza nessun tetto di spesa una elite ultranazionalista che esibisce lla livrea storica del genocidio banderista (e rea di illegalità al livello di signori della guerra dei paesi del terzo mondo che in buona parte mai emergeranno perchè l’occidente deve salvaguardare la propria immagine).

G – Per queste ragioni……..si continua ancora adesso a tentennare, malgrado si sappia dal 2024 che le forze di Kiev NON possono materialmente vincere (pure bardate con tutti gli attrezzi che il mondo industrializzato può regalargli): si continua a tentennare ed aspettare. Aspettare cosa ?

Aspettare che prima o poi la Russia CADA ! Che collassi sotto il suo stesso peso, come già successo altre volte nel secolo passato, ecco cosa. Si spera in questo. Si è disposti ad aspettare anche altri 2 anni (e l’ulteriore mezzo milioni di morti ucraini), al fine di sfiancare il colosso russo quel tanto…..che cada. Tanti ragionamenti, riflessioni e considerazioni più sofisticate che si può, ma alla fine il fondo di tutto è demenzialmente semplice: SFIANCARE l’orso (come Reagan fece trascinandolo in un’ennesima corsa agli armamenti negli anni 80). Si fa tutto – incluso sacrificare 2 milioni di militari ucraini – a questo unico grande fine, utile alla salvezza dell’occidente liberale e democratico (i cui esponenti più intraprendenti – angloamericani – nella più idilliaca e inconfessabile delle ipotesi fantapolitiche, passerebbero poi di diritto a reclamare il bottino nel territorio euroasiatico “liberato”, in concomitanza con la Cina che vorrebbero reclutare nell’impresa già ora, evocandole – con grottesche strizzate d’occhio – la possibilità di annessioni in Siberia ed estremo oriente).

CONCLUSIONE

La Russia è fragile, l’orso russo ha i piedi di cartapesta e così via; furono in fondo anche le medesime considerazioni di Hitler al momento di firmare il piano d’attacco all’URSS, dopo aver visto la deludente prova sovietica contro la finlandia nell’inverno passato (…). Sfortunatamente i calcoli non sempre si fanno nel medesimo modo, e se la collisione diventa esistenziale……allora l’equazione cambia anche contro ogni pronostico: ecco perchè gli analisti occidentali possono attendere sulle loro scrivanie ere geoplogiche, al prezzo delle loro pedine (ma del resto gli ucraini sono anch’essi europei di serie B per loro, non ha troppa rilevanza).

L’analisi è “striata” di sfogo, si dirà: è vero. Uno sfogo moralmente necessario contro tutti i benpensanti del web che inneggiano a PACE, FRATERNITA’ e rispetto dell’ordine internazionale: quelli che invocano la cultura del disarmo avanzando la teoria che promuova equilibrio ed armonia.

L’equilibrio e l’armonia derivanti da una Russia imbelle e disarmata per 20 anni, alla mercè dei suoi vicini (che dopo il 1991 non dovevano più essere nemici a rigore di logica) li si è potuti vedere (dalla lettera A alla F, sopra). Se poi non avesse conservato l’arsenale atomico ? Oh beh, in tal caso avremmo visto Mosca bullizzata ed umiliata come si è visto fare all’IRAN negli ultimi 3 mesi. Sì certo, essere disarmati è la cosa migliore: Washington lo esige da tutti infatti (fuorchè per sè). Sono esentati ed anzi incoraggiati, gli alleati cui è permesso di spendere per la NATO (cioè per un esercito che nemmeno comandano)