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Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico _ di FuturEarly

Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico

Il disegno di legge da 300 miliardi di dollari e l’aritmetica di Hormuz


Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico

Il disegno di legge da 300 miliardi di dollari e l’aritmetica di Hormuz

FuturEarly13 giugno
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Esattamente il 13 giugno 2026, ricorre il primo anniversario dell’attacco israeliano all’Iran nell’ambito dell’Operazione “Rising Lion”. Ciò che seguì nei dodici mesi successivi – culminato con l’Operazione Midnight Hammer, l’Operazione Epic Fury e una serie di scambi di rappresaglie – ha lasciato un segno profondo non solo sugli equilibri di potere regionali, ma anche sull’economia globale.

Il conflitto ha provocato la distruzione di una notevole quantità di infrastrutture e beni civili iraniani: migliaia di case, ospedali, università, scuole, ponti, raffinerie, depositi di petrolio e altre strutture critiche.

E poi l’Iran ha applicato la sua “Dottrina dello Stretto”. Dopo aver subito per anni una stretta finanziaria esercitata con notevole precisione dal Dipartimento del Tesoro statunitense e dall’OFAC, Teheran ha risposto mettendo la mano su una delle vie respiratorie più sensibili del mondo.

Se lo strumento prediletto da Washington è stato a lungo il controllo delle infrastrutture finanziarie globali, la risposta dell’Iran è stata quella di ricordare a tutti che esso si trova a cavallo di una parte delle infrastrutture energetiche globali. Una parte ha scoperto il potere delle sanzioni; l’altra ha riscoperto il valore della geografia.

L’Iran ha successivamente presentato una stima di 300 miliardi di dollari e ha indicato di voler recuperare parte di queste perdite attraverso un’imposta, un dazio o una tassa di transito sulle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz.

Nei primi giorni successivi all’annuncio, molti osservatori si sono mostrati perplessi di fronte alla proposta iraniana di addebitare circa 2 milioni di dollari per ogni VLCC (Very Large Crude Carrier, petroliera di grandi dimensioni). Eppure, il calcolo alla base di questa cifra è sorprendentemente semplice. Una VLCC trasporta in genere circa due milioni di barili di petrolio greggio, il che significa che l’Iran, di fatto, proponeva un costo di circa 1 dollaro al barile.

Col senno di poi, tale cifra appare piuttosto modesta se paragonata alla volatilità e ai picchi di prezzo che hanno accompagnato anche la temporanea interruzione del traffico attraverso lo Stretto. Sebbene l’idea di una “tassa Hormuz” abbia generato titoli prevedibili, gli aspetti economici sottostanti meritano un esame più attento.

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Persino magnati greci del settore armatoriale come Evangelos Marinakis, comproprietario del Nottingham Forest, sembrano rendersi conto che rifiutarsi di pagare il pedaggio potrebbe rivelarsi più un autogol che una saggia decisione commerciale. In altre parole, il pedaggio proposto è probabilmente molto meno punitivo delle conseguenze economiche di una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz.

In termini di analisi dei risarcimenti, la prima domanda da porsi è se una richiesta di risarcimento di 300 miliardi di dollari sia intrinsecamente inverosimile. La risposta è no. Una cifra del genere può comprendere non solo la ricostruzione dei beni materiali, ma anche la perdita di produzione economica, l’interruzione dell’attività, la bonifica ambientale, le spese sanitarie, la sostituzione delle infrastrutture e anni di investimenti mancati.

Le guerre di vasta portata generano regolarmente perdite economiche che superano di gran lunga il costo diretto di sostituzione di edifici e attrezzature. La vera questione, quindi, non è se 300 miliardi di dollari siano possibili, ma piuttosto quanto di tale importo possa essere verificato in modo indipendente e attribuito causalmente.

Senza contare che la perdita di vite innocenti, inclusi i 168 bambini di Minab, per mano di Maven e Claude, non ha prezzo, non può essere annullata, non può essere compianta a sufficienza . Nulla può cancellare queste tragedie.

La seconda questione riguarda il meccanismo di recupero proposto. Lo Stretto di Hormuz è una delle poche risorse strategiche a disposizione dell’Iran che potrebbero, almeno in teoria, generare entrate compensative a lungo termine.

Da una prospettiva puramente finanziaria, uno Stato che si trova ad affrontare un accesso limitato ai mercati dei capitali internazionali, beni congelati all’estero e vie limitate per ottenere risarcimenti, cercherebbe naturalmente di trarre vantaggio da un bene strategico sotto la sua influenza come fonte di ripresa.

Dopo quasi quarantacinque anni vissuti sotto le sanzioni primarie e secondarie degli Stati Uniti, l’Iran ha deciso che era giunto il momento di sfruttare quello che potrebbe essere definito il suo accesso primario, secondario e persino terziario allo Stretto di Hormuz. Si potrebbe definire una rappresaglia strategica attesa da tempo.

Se un simile meccanismo verrebbe infine accettato dalla comunità internazionale è una questione giuridica e politica a sé stante. Dal punto di vista finanziario, tuttavia, la logica è comprensibile.

La terza questione è dove l’aritmetica diventa particolarmente rivelatrice. Un onere di 1 dollaro al barile può sembrare eccessivo se espresso come tassa di transito, eppure è relativamente piccolo rispetto alla normale volatilità dei prezzi del petrolio, delle tariffe di trasporto, dei premi assicurativi e dei premi per il rischio geopolitico.

Ancora più importante, anche nelle ipotesi più ottimistiche, ci vorrebbero decenni per recuperare 300 miliardi di dollari con una tariffa del genere. Basandosi sul normale traffico pre-chiusura attraverso Hormuz, un’imposta di 1 dollaro al barile applicata ai carichi di petrolio greggio e un’imposta comparabile applicata alle navi metaniere Q-Max richiederebbero circa trent’anni per generare 300 miliardi di dollari.

Se i proventi venissero condivisi con l’Oman, le cui acque territoriali fanno anch’esse parte dello Stretto, il periodo di recupero si estenderebbe a circa sei decenni.

Questa, forse, è la conclusione macroeconomica più interessante. 300 miliardi di dollari sono una cifra enorme rispetto alle entrate generate da un modesto pedaggio di transito. Persino il controllo del più importante punto di strozzatura energetica del mondo non si traduce facilmente nel recupero di una somma simile.

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Per recuperare 300 miliardi di dollari entro cinque anni, ad esempio, l’imposta effettiva dovrebbe essere più vicina a 6-7 dollari per barile equivalente, ipotizzando un ritorno del traffico ai volumi normali. In tale contesto, una proposta di 1 dollaro al barile appare meno straordinaria di quanto molti avessero inizialmente ipotizzato.

Nessuno di questi elementi risolve le questioni legali, politiche o morali che circondano il conflitto. Né stabilisce se la rivendicazione iraniana reggerebbe a un esame indipendente.

Tuttavia, dalla prospettiva ristretta dell’economia dei risarcimenti, i numeri raccontano una storia interessante. L’aspetto controverso della proposta non è la matematica, ma il principio.

I calcoli sono internamente coerenti. Anzi, se si considera che ingenti beni iraniani rimangono congelati all’estero a causa delle sanzioni statunitensi e non sono ancora stati sbloccati, si può comprendere perché Teheran non veda un prelievo di 1 dollaro al barile come una richiesta aggressiva, bensì come un tentativo relativamente modesto di stabilire un meccanismo di compensazione a lungo termine. Che si condivida o meno questa posizione, la proposta appare considerevolmente meno irrazionale se esaminata attraverso la lente dell’economia piuttosto che della politica.

Parlando di principi, viene da chiedersi se qualche principio possa sopravvivere alle guerre di scelta.

“Solo i morti hanno visto la fine della guerra.” George Santayana

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Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, di Titanium Στρατηγός

Osservazioni geopolitiche riguardanti l’attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente

Scritto da Titanium Στρατηγός

Composto tra il novembre ed il dicembre 2024, rivisto il giugno 2026

Sommario:

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La Francia e la Turchia appartengono – quantomeno formalmente – al medesimo blocco strategico ereditato dall’epoca della Guerra fredda e del periodo post-Guerra fredda: la NATO. Ciononostante, esse sono state coinvolte in una dinamica di attrito tanto latente quanto manifesta nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente. Una relazione tanto aspra tra due potenze regionali di media grandezza, che costituisce una questione geopolitica di rilievo, purtroppo, non è ampiamente discussa né frequentemente menzionata dai principali organi mediatici dedicati alla politica estera e alle relazioni internazionali.Entrambe le potenze recano il peso storico dell’eredità di un passato da superpotenze. Da un lato, la Turchia fu l’Impero Ottomano, che raggiunse il proprio apogeo tra il XVI e il XVII secolo. Dall’altro lato, la Francia – sebbene con fortune alterne – toccò il massimo della propria potenza dalla seconda metà del XVII secolo fino alla prima metà del XX secolo. Parigi, grazie a un elevato grado di industrializzazione e a una significativa capacità di proiezione della potenza verso l’esterno, un secolo fa – e persino successivamente durante la Guerra fredda – era in grado di esercitare un’influenza considerevole nelle aree MENA (Middle East and North Africa). Ciò risultò vero tanto durante la fase coloniale quanto nel periodo successivo alla decolonizzazione.Tuttavia, le dinamiche strutturali del potere risultano oggi mutate. In tal senso, la Francia sembra trovarsi in una fase di ripiegamento strategico e di progressiva perdita della propria presa su tali regioni. Sul versante opposto, la Turchia, che un secolo fa – dal punto di vista della mera potenza materiale (senza considerare le conquiste sociali e politiche ottenute dai cittadini turchi attraverso le riforme di Atatürk) – rappresentava soltanto l’ombra del proprio passato imperiale, andava progressivamente perdendo tutta la propria influenza nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente.L’attuale potenza turca, invece, sostenuta internamente da una robusta politica strutturale di industrializzazione, sta riaffermando la propria influenza in tutte queste aree. Ankara sta colmando i vuoti di potere lasciati dal progressivo arretramento dell’influenza francese. Tale realtà geopolitica si manifesta pertanto in una dinamica di attrito reciproco tra le due potenze sopra menzionate. Si tratta di una rivalità che si dispiega su molteplici livelli: dalla competizione economica agli scambi reciproci di insulti pubblici tra i rispettivi leader attraverso i mezzi di comunicazione di massa; dalla corsa all’imposizione di modelli culturali di dominio in tali regioni fino ai conflitti regionali per procura, combattuti sul terreno attraverso forze alleate e proxy locali.

Saggio:

Concentrando l’attenzione sul cosiddetto “Grande Mediterraneo(1)” al fine di valutare il peso dei principali attori geopolitici e strategici presenti in tale area, ed escludendo la poderosa presenza militare statunitense nel continente europeo(2) – particolarmente concentrata in Italia e in Germania quale conseguenza dell’ordine mondiale instauratosi dopo la Seconda guerra mondiale – appare evidente come gli eserciti, e conseguentemente gli Stati, più vasti, meglio addestrati, meglio armati, più avanzati tecnologicamente, maggiormente finanziati e più competenti siano effettivamente la Francia(4) e la Turchia(5).

I due Paesi condividono caratteristiche comuni nonostante la diversità dei rispettivi percorsi storici. Entrambi sono infatti ex superpotenze appartenenti a una precedente fase della storia mondiale. Da un lato, la Turchia, nella forma dell’Impero Ottomano, costituì una superpotenza tra il XVI e il XVII secolo(6). Dall’altro lato, la Francia rappresentò una potenza globale di primo rango dalla metà del XVII secolo fino alla sconfitta di Napoleone nel 1815(7). Successivamente, pur subordinata in termini di forza alla Gran Bretagna, Parigi mantenne il proprio status di grande potenza per tutta la prima metà del XX secolo(8).Nonostante la decadenza strutturale interna dell’Impero Ottomano negli ultimi secoli della sua esistenza, esso mantenne il controllo sulla maggior parte del Nord Africa fino alla fine del XIX secolo. A tal riguardo, occorre sottolineare che tali territori si trovavano sotto dominio turco sin dal XVI secolo. Tuttavia, la fragilità strutturale della Turchia divenne particolarmente evidente nel momento in cui essa iniziò a perdere quei possedimenti.

Più precisamente, perse la Tunisia a favoredella Francia nel 1881(8), l’Egitto a favore della Gran Bretagna nel 1882(9) e la Tripolitania e la Cirenaica – ossia la Libia – a favore dell’Italia nel 1911-1912(10).

La Turchia mantenne inoltre il controllo sulla maggior parte del Medio Oriente fino al termine della Prima guerra mondiale, quando perse integralmente tali territori a vantaggio delle potenze vincitrici del conflitto: Francia e Gran Bretagna(11). Pertanto, da una prospettiva storica, emerge con chiarezza l’esistenza di una presenza turca di lungo periodo in tutte le aree geografiche del Mediterraneo, del Nord Africa e del Medio Oriente. Di conseguenza, risulta comprensibile come l’ideologia revanscista neo-ottomana – che costituisce il faro orientatore del processo geopolitico di espansione dell’influenza perseguito da Ankara nel XXI secolo – fondi una delle proprie basi nel precedente storico rappresentato dai secoli di controllo esercitati dalla Turchia su tali regioni(12).

La Francia esercitò un’influenza rilevante nel Mediterraneo e nel Nord Africa a partire dal XIX secolo. Tale processo ebbe inizio con l’invasione dell’Algeria nel 1830(13) e si ampliò successivamente con la conquista della Tunisia nel 1881(14). Esso proseguì poi con la costituzione dell’Africa Occidentale Francese(15), un insieme di colonie e protettorati che perdurò dalla seconda metà del XIX secolo fino agli inizi della seconda metà del XX secolo.Occorre inoltre ricordare che, tra gli anni Cinquanta e Sessanta del XX secolo, Parigi perse il controllo diretto su tutti quei territori in conseguenza del processo di decolonizzazione(16). Ciononostante, tali Paesi rimasero sottoposti a una sostanziale influenza francese(17). Questa rappresenta una caratteristica tipica del cosiddetto neocolonialismo, esercitato attraverso l’economia, la cultura, i media, nonché mediante la strutturazione dei sistemi educativi e amministrativi locali.

Inoltre, a seguito della vittoria nella Prima guerra mondiale, la Francia acquisì un’influenza significativa anche in diverse aree del Medio Oriente. Più precisamente, le regioni sottoposte alla sua amministrazione furono il Libano e la Siria(18), risultanti dalla spartizione dell’Impero Ottomano sconfitto. Parallelamente, la Gran Bretagna ottenne, quale bottino di guerra, il controllo sulla Palestina-Giordania, sull’Iraq e sul Kuwait(19). Tuttavia, il controllo diretto europeo su tali territori ebbe durata relativamente breve, giungendo generalmente al termine durante o immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale(20).

Nonostante ciò, la volontà e la capacità della Francia di esercitare un controllo di soft power sulla Siria e sul Libano perdurarono per diversi decenni: per l’intera seconda metà del XX secolo e – sebbene in maniera fortemente declinante – anche nei primi decenni del XXI secolo(21). Tali dinamiche strutturali si manifestarono in molteplici forme. Da un lato, esse si tradussero nell’eredità dell’influenza francese nell’organizzazione educativa e amministrativa dei summenzionati Paesi mediorientali, quali la Siria(22) e il Libano(23). Questi territori hanno a lungo privilegiato infatti il modello francese di istruzione superiore (quantomeno sino al cambio di regime in Siria del dicembre 2024);

di conseguenza, all’interno delle rispettive società, la frequenza di tali istituzioni venne associata all’appartenenza a una classe sociale elevata e/o a uno status sociale superiore (ancora, anche ciò, fu vero sino al cambio di regime nel dicembre del 2024).Dall’altro lato, tale influenza coincise con la diffusione dei modelli francesi di mass media e informazione(24). Tuttavia, la presenza e l’impatto contemporanei di tali strumenti comunicativi ed educativi rappresentano oggi soltanto l’ombra di ciò che essi costituivano probabilmente cinquanta o persino trent’anni fa(25) (inoltre, quanto rimaneva di cotale impalcatura strutturale è stata progressivamente demolita e rimossa anch’essa a partire dal dicembre 2024).

In aggiunta, tali regioni conobbero una significativa presenza di imprese, capitali e investimenti francesi, che contribuirono alla creazione di canali economici privilegiati e al mantenimento di una considerevole presenza francese in quei mercati(26). Oltre a ciò, un ulteriore elemento degno di nota consiste nel fatto che Parigi esercitò una rilevante – sebbene progressivamente decrescente – influenza sulle élite locali accuratamente coltivate e orientate verso la Francia(27).

Vi è inoltre un ulteriore aspetto di rilievo da considerare, non applicabile al Medio Oriente ma fondamentale nel contesto dell’Africa nord-occidentale. La lingua francese – sebbene in progressivo declino – continua infatti a costituire un idioma largamente diffuso in Algeria e in Tunisia accanto ai dialetti locali dell’arabo(28). Ciò testimonia con evidenza il grado di dominio culturale esercitato da Parigi nelle regioni nordafricane(29), affiancandosi alla mera influenza politica ed economica.

Pertanto, alla luce delle dinamiche storiche, geoeconomiche e geopolitiche precedentemente evidenziate, è possibile concludere che la Francia abbia detenuto – pur in una condizione diprogressivo ridimensionamento – una presenza strutturale profonda, multifattoriale e di lunga durata nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA.

Considerando l’attuale potenza francese, tanto da una prospettiva di peso strutturale quanto da una prospettiva cronologicamente estesa, e confrontandola con quella del secolo scorso (o persino dei secoli precedenti), essa può essere interpretata come inserita in una condizione di lento ma esponenziale declino(30). Tuttavia, nonostante le summenzionate debolezze sistemiche, la Francia permane ancora oggi come uno degli attori regionali più dominanti del bacino mediterraneo(31). Nondimeno, a causa delle proprie carenze strutturali interne – se comparate alla forza del passato – la sua influenza in aree quali il Nord Africa risulta progressivamente in diminuzione(32).

Inoltre, Parigi continua a operare costantemente per approfondire le proprie relazioni con l’intero Mediterraneo orientale: da un lato mantenendo stretti legami con il precedente governo ufficiale siriano (il deposto, nel dicembre 2024, governo ba‘thista), dall’altro coltivando strutturalmente le proprie forze proxy armate in Libia(33). Ciò nonostante, il predominio francese nelle aree MENA è oggi messo in discussione da diversi altri attori, tra cui la Turchia; di conseguenza, il ruolo della Francia sembra progressivamente declinare a vantaggio di nuove potenze regionali emergenti(34), oltre che di grandi attori globali quali la Russia e gli Stati Uniti.

Da una prospettiva storica legata alla proiezione geopolitica della potenza, uno dei principali fattori strutturali che hanno reso Parigi un attore internazionale progressivamente più debole nell’età contemporanea è costituito proprio dal costante e accentuato collasso industriale. Infatti – analogamente a quanto avvenuto in Italia e in Gran Bretagna – la Francia ha attraversato un massiccio processo di deindustrializzazione, intensificatosi a partire dagli anni Settanta, che ha comportato una vasta perdita di posti di lavoro, un significativo deficit della bilancia commerciale, una relativa diminuzione del PIL e, in ultima istanza, un indebolimento della propria potenza(35).

Al contrario, la Turchia ha perseguito un insieme coerente di politiche strutturalmente pianificate e orientate all’incremento esponenziale della propria capacità produttiva fisica industriale e manifatturiera(36). Tale strategia ha conseguentemente favorito la crescita delle infrastrutture connesse e degli assetti produttivi industriali(37). Per questa ragione, il XXI secolo ha rappresentato un periodo di significativa espansione per l’industria della difesa turca, nonché per l’intero apparato industriale nazionale. Questo sviluppo è stato ampiamente determinato dallestrategie adottate dal Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) sotto la lunga leadership di Recep Tayyip Erdoğan.

La classe dirigente di Ankara ha pertanto posto un’enfasi costante sulla riduzione della dipendenza dai fornitori stranieri, favorendo un rilevante incremento delle capacità produttive domestiche(38). Ne è derivata una solida base strutturale atta a sostenere la proiezione esterna della potenza turca oltre i propri confini nazionali.

È opportuno osservare che, in virtù del contesto storico, geopolitico e strategico della Guerra Fredda, tanto la Francia quanto la Turchia continuano tuttora a far parte dell’Alleanza Atlantica(39). Più precisamente, la Francia ne è membro fondatore sin dal 1949, mentre la Turchia vi aderì nel 1952(40). Tuttavia, è altresì vero che Parigi partecipò esclusivamente alla dimensione politica dell’Alleanza dal 1966 al 2009(41), a causa del ritiro quarantennale dalla sua struttura militare integrata. Ad ogni modo, negli ultimi sedici anni, entrambi i Paesi hanno preso parte e si sono pienamente integrati tanto nell’aspetto politico quanto in quello militare del blocco geopolitico NATO/OTAN(42).

Nonostante appartengano alla medesima alleanza – caratteristica condivisa e retaggio di una precedente fase storica – Francia e Turchia sono state coinvolte in una dinamica di attrito talvolta più sottile, talvolta più manifesta, in aree quali il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente. Tale contesa è stata determinata dalle dinamiche precedentemente evidenziate relative al progressivo declino della potenza francese in quelle regioni, accompagnato dalla parallela crescita dell’influenza turca nel medesimo spazio geopolitico(43). Come numerosi studiosi hanno osservato, la Francia sta lentamente perdendo la propria presa nella cosiddetta regione del “Grande Mediterraneo”, tanto nel Nord Africa(44) quanto nel Medio Oriente(45). Viceversa, e parallelamente, la Turchia sta avanzando con continuità nelle medesime aree geopolitiche, sostituendo frequentemente la precedente influenza francese.

Tale processo si è sviluppato ovunque si sia manifestato un vuoto di potere lasciato dalla Francia. Di conseguenza, i due attori internazionali risultano oggi coinvolti in una competizione di potenza condotta prevalentemente dietro le quinte – sebbene talvolta emergente anche agli occhi dell’opinione pubblica – che si dispiega attraverso il Mediterraneo, il Medio Oriente(46) e l’Africa occidentale e settentrionale(47).

Inoltre, queste dinamiche competitive tra Parigi e Ankara risultano intrinsecamente intrecciate con le realtà interne dei Paesi MENA. A tal punto che diversi analisti hanno condotto studi sulle rappresentazioni geopolitiche e ideologiche di tali regioni elaborate dalle élite politiche e culturali francesi e turche, interpretandole come riflesso delle giustificazioni poste a fondamento delle rispettive scelte strategiche in cotali regioni(48). Tali studi mettono altresì in evidenza la tendenza delle classi strategiche, manageriali e dirigenti francesi a percepire come minacciosa la crescente influenza di altri Stati(49). Una dinamica alla quale la Francia, nonostante la propria attuale debolezza strutturale – almeno se comparata alla gloria del passato – ha reagito con una crescente determinazione a mantenere il proprio attivo coinvolgimento in tali regioni(50).

Un ulteriore elemento, riscontrabile tanto come dato empirico nelle realtà del Medio Oriente, del Mediterraneo e del Nord Africa, quanto come prospettiva presente nell’immaginario geopolitico delle due potenze, consiste nel fatto che la Turchia rappresenti una delle forze emergenti che, sin dagli inizi degli anni Duemila(51), si confrontano con la Francia nella regione. Tuttavia, diversamente da Parigi, le classi dirigenti turche giustificano e concettualizzano le proprie attività nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente come una presenza legittima e come un diritto partecipativo in un’area dalla quale la Turchia sarebbe stata ingiustamente esclusa nel periodo compreso tra il post-Prima guerra mondiale e gli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, a causa della propria debolezza interna(52).

È tuttavia necessario aggiungere che anche l’ideologia neo-ottomana fornisce un ulteriore apparato giustificativo a sostegno dell’espansione dell’influenza geopolitica turca in tali aree(53). Inoltre, ciò che emerge dagli studi geopolitici dedicati all’argomento è che, al di là delle reciproche rappresentazioni ideologiche delle due potenze, sia la Francia sia la Turchia tendono a privilegiare strumenti e azioni fondati sull’hard power – sebbene prevalentemente esercitati dietro le quinte e al di fuori del controllo dell’opinione pubblica – piuttosto che limitarsi a dinamiche esclusivamente riconducibili al soft power(54).

Infatti, nonostante la sovrammenzionata debolezza interna(55) e il declino della propria proiezione esterna(56) nel contesto geopolitico e delle relazioni internazionali, la Francia ha perseguito con costanza azioni e politiche – di natura militare, commerciale, economica e diplomatica – finalizzate ad ampliare la propria influenza nel Mediterraneo e nelle regioniMENA(57). Tale aspetto emerge chiaramente considerando la presenza militare francese in Libia, Libano, Siria, Iraq ed Emirati Arabi Uniti(58).Il declino dell’influenza francese in tali aree procede parallelamente all’avvento dell’ascesa della Turchia(59). Una chiara manifestazione di questo processo è rappresentata dalla diffusione dei modelli mediatici turchi finalizzati alla costruzione di consenso attraverso strumenti di soft power. Ciò risulta evidente osservando l’ampia diffusione delle soap opera turche nel Grande Mediterraneo e nelle regioni MENA, le quali costituiscono un importante strumento di soft power posto al servizio delle ambizioni geopolitiche di Ankara(60).

La storia condivisa e la prossimità culturale rendono infatti i drammi televisivi turchi estremamente popolari nel mondo arabofono, al punto da superare largamente e di vasti margini l’industria dell’intrattenimento occidentale in termini di penetrazione culturale(61). La conseguenza immediata della popolarità di tali produzioni televisive nel mondo arabo consiste, da un lato, nella crescente percezione della Turchia quale entità moderna, attraente e politicamente positiva; dall’altro lato, nella diffusione stessa della lingua turca, potenziale fondamento per futuri legami politici, economici e commerciali(62).

Inoltre, tutti questi elementi risultano ulteriormente rafforzati dalla fondazione e dal finanziamento, da parte di Ankara, di istituti culturali turchi in varie aree del Medio Oriente, come in Siria(63) e in Libano(64). A ciò si aggiunge il fatto che la Turchia sta altresì ampliando la propria influenza di soft power sugli istituti di istruzione superiore del Nord Africa(65). È dunque possibile comprendere come l’obiettivo di tali dinamiche consista nella formazione di una classe dirigente, amministrativa e politica locale caratterizzata da sentimenti turcofili.

Parallelamente, la crescente leva esercitata dalla Turchia in tali regioni è segnalata anche dalla creazione di reti mediatiche di propaganda turca in lingua araba – oltre che in altre lingue – finalizzate ad accrescere la presa del soft power di Ankara sulle regioni MENA(66). In questo contesto, i servizi d’intelligence turchi hanno organizzato e condotto campagne di influenza sull’opinione pubblica estremamente complesse, sviluppate come un insieme di operazioni di lungo periodo e costantemente implementate tanto all’interno della Turchia quanto su scala internazionale. Tali attività sono state poste in essere allo scopo di promuovere specifiche agende politiche e di orientare l’opinione pubblica in una direzione favorevole al posizionamento geopolitico e alla governance di Ankara(67).

A ben vedere, sulla base delle dinamiche sopra menzionate – che costituiscono il necessario retroterra dei pubblici insulti rivolti negli ultimi anni da Erdoğan nei confronti di Macron(68) – è possibile comprendere il carattere duplice di tale forma di comunicazione massmediatica. Da un lato, essa era rivolta all’opinione pubblica interna turca. In effetti, il suo obiettivo consisteva nel rappresentare il presidente turco quale uomo forte della politica, al fine di consolidare il consenso popolare attorno all’attuale élite detentrice del potere. Dall’altro lato, tale diffusione di messaggi deve essere interpretata da una prospettiva geopolitica, soprattutto alla luce dell’espansione del potere e dell’influenza turca nei Paesi MENA. Questo tipo di comunicazione rappresenta infatti una delle strategie volte a modellare l’opinione pubblica internazionale. Di conseguenza, gli insulti veicolati attraverso i mass media possono essere interpretati come strumenti finalizzati a rappresentare la Francia come un attore debole e incapace agli occhi delle popolazioni locali, contrapponendole invece un’immagine della Turchia quale soggetto politico forte, orgoglioso e risoluto.

Di conseguenza, a causa del crescente attrito tra Francia e Turchia nel Mediterraneo, nel Nord Africa e nel Medio Oriente, il fenomeno dell’espansionismo turco è inevitabilmente entrato nel campo d’attenzione delle Forze Armate francesi(69), nonché, per estensione, dell’intero apparato d’intelligence e sicurezza di Parigi. A tal punto che, secondo alcuni esperti, il progressivo incremento dei dissensi reciproci tra i due Paesi e la competizione di potenza sviluppatasi attorno ai dossier relativi alla Siria, alla Libia, al Mediterraneo e ad altri scenari regionali hanno alimentato il timore di un conflitto per procura suscettibile di degenerare in un confronto militare diretto tra due membri dell’Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord(70).

In effetti, la situazione appare tale per cui la Francia contesta apertamente le ambizioni neoottomane turche, mentre, al contempo, Parigi guarda con crescente preoccupazione alle iniziative di Ankara che eccedono ciò che, secondo una concezione storicamente novecentesca, erano considerate le tradizionali e circoscritte sfere dell’interesse nazionale turco(71). Pertanto, nel medio periodo, i due Paesi sembrano sottoporsi reciprocamente a una costante prova di forza finalizzata alla ridefinizione delle rispettive zone d’influenza, adattando continuamente i propri obiettivi di politica estera alle turbolente dinamiche geopolitiche del corrente periodo storico(72).

In tale contesto, ispirandosi al modello strategico dell’equilibrio di potenza(73), la Francia ha adottato una postura volta a contrastare l’ascesa della Turchia nel centro del Mediterraneo(74). Aquesto proposito, Parigi ha scelto di costruire una partnership strategica con la Grecia, in virtù della percezione condivisa secondo cui la rapida crescita del profilo geopolitico turco avrebbe destabilizzato il precedente ordine internazionale consolidato(75). Di conseguenza, le élite francesi hanno deciso di rafforzare strutturalmente la Grecia mediante la fornitura di armamenti di nuova generazione(76), nonché attraverso la costituzione di una partnership bilaterale franco-greca di carattere strategico, economico, diplomatico e militare, orientata al contenimento di Ankara(77).

Inoltre, sulla base delle dinamiche sopra evidenziate, al fine della costruzione di una deterrenza più solida nei confronti della Turchia, è attualmente in fase di sviluppo una cooperazione profondamente integrata tra le forze terrestri della Francia e della Grecia(78). Pertanto, occorre sottolineare che, dalla prospettiva di Parigi, tale configurazione geopolitica nel cuore del Mediterraneo persegue l’obiettivo di contrastare efficacemente l’avanzata turca.Un ulteriore teatro nel quale la Francia si oppone con decisione ai progressi di Ankara è rappresentato dal più ampio Mediterraneo orientale(79). Infatti, in cooperazione con altri attori quali gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, Parigi è attivamente impegnata nel contenimento della Turchia(80). Più precisamente, nel Nord di Cipro è presente da lungo tempo una significativa e forte presenza militare turca(81), progressivamente ampliata nel corso degli anni(82). Parallelamente, nella parte meridionale dell’isola permane una consistente presenza militare britannica sin dall’epoca precedente alla decolonizzazione(83).

In aggiunta, al fine di fronteggiare l’ascesa turca, la Francia ha stipulato un accordo bilaterale di difesa con Cipro(84) ed è attivamente impegnata nella vendita di armamenti di nuova generazione al governo di Nicosia(85). Ad ogni modo, è necessario osservare che una delle principali ragioni della competizione geoeconomica e geopolitica nel Mediterraneo orientale risiede nello sfruttamento dei vasti giacimenti di gas situati nelle profondità marine della regione(86), tra i quali il più rilevante è il celebre giacimento Leviathan(87).

Infine, gli analisti turchi interpretano tali scelte strategiche francesi come ostili(88), contribuendo così ad accentuare ulteriormente l’attrito reciproco anche sul piano concettuale e ideologico.

Inoltre, il crescente attrito tra Turchia e Francia si è già manifestato apertamente in diversi episodi verificatisi nel Mediterraneo e nelle regioni MENA. Ad esempio, nel 2020, le forze delgenerale Haftar, basate in Cirenaica, attaccarono la regione della Tripolitania in Libia con il sostegno della Francia; al contrario, la Turchia decise di intervenire appoggiando la fazione del governo ufficialmente riconosciuto(89). Tuttavia, la situazione giunse infine a una fase di stallo, sebbene persistesse un attrito di bassa intensità. È però importante osservare che le forze speciali francesi e turche, insieme alle rispettive forze proxy locali, giunsero direttamente a combattersi sul terreno(90).

Un’altra area che ha evidenziato la realtà di tale competizione fondata sull’attrito è la Siria(91). Più precisamente, come precedentemente ricordato, e nel quadro di una situazione protrattasi per molti decenni, la Francia ha esercitato in quel Paese un’influenza politica, economica e di soft power. Parallelamente, la Turchia ha tentato di consolidare la propria presa sulla Siria sia sostenendo eserciti ribelli proxy operanti sul campo(92), sia attraverso la creazione di istituzioni e leve di soft power(93). In tale contesto, nel 2022 e nel 2024, l’esercito turco d’occupazione bombardò direttamente gli impianti industriali della compagnia francese Lafarge Cement(94). Peculiarmente, tali stabilimenti risultavano ancora di proprietà di imprese francesi, nonostante le loro attività fossero cessate sin dall’inizio della guerra civile siriana(95). Notabile è però il fatto di come le multinazionali francese, in cotale precedente regime, avessero avuto un accesso preferenziale ad operare in quei settori, con quella manodopera, ed in quel mercato.

Inoltre, soffermandosi ulteriormente sul caso siriano, è necessario osservare che, tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre 2024, il governo ba‘thista siriano, al potere da oltre cinquant’anni, è caduto(96). Le forze ribelli che hanno assunto il controllo del Paese provenivano dalla città settentrionale di Idlib ed erano state significativamente sostenute e armate da Ankara(97), sebbene anche altri attori abbiano contribuito al loro supporto(98). Numerosi analisti hanno infatti evidenziato come la Turchia rappresenti probabilmente il principale vincitore del nuovo assetto regionale di potere(99): una potenza geopolitica ormai impossibile da ignorare(100).

In aggiunta, per suggellare simbolicamente tale “conquista”, soltanto pochi giorni dopo il cambiamento di regime, un alto funzionario dell’intelligence turca, İbrahim Kalın, si recò a Damasco per pregare pubblicamente nella principale moschea della città(101). L’evento ricevette un’ampia e deliberata copertura mediatica. Pertanto, sebbene attraverso forze locali proxy, è importante sottolineare che la Turchia è tornata a esercitare la propria influenza su alcuni deglistessi territori dai quali era stata estromessa in seguito alle conseguenze della Prima guerra mondiale.

Pertanto, in conclusione, alla luce di tutto quanto precedentemente esposto, analizzato ed evidenziato, è possibile comprendere con chiarezza come tra le due potenze sopra menzionate – la Francia e la Turchia – si sia ormai consolidata una dinamica di attrito reciproco strutturale, progressivamente divenuta sempre più evidente sul piano geopolitico, strategico e geoeconomico. Tale competizione non si limita infatti a episodi isolati o contingenti, bensì assume i tratti di un confronto di potenza di lungo periodo, destinato a incidere profondamente sugli equilibri regionali del Mediterraneo allargato.

Questo confronto si sviluppa simultaneamente su molteplici livelli interconnessi. Esso comprende l’impiego di strumenti di soft power, quali la diffusione culturale, mediatica ed educativa; le dinamiche geoeconomiche legate agli investimenti, alle reti commerciali e al controllo delle infrastrutture strategiche; il sostegno a forze proxy all’interno dei conflitti regionali; nonché il ricorso a forme più tradizionali di proiezione della potenza, fondate sul dispiegamento militare, sulla deterrenza strategica e sulle logiche classiche dell’equilibrio di potenza.

In tale contesto, il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente si configurano come lo spazio geopolitico entro il quale si manifesta concretamente la rivalità tra Parigi e Ankara. Da un lato, la Francia tenta di preservare la propria storica influenza, ereditata dall’epoca coloniale e post-coloniale, cercando di mantenere attivi i propri canali politici, economici, culturali e militari nella regione. Dall’altro lato, la Turchia appare intenzionata a riaffermare una presenza che le proprie classi dirigenti percepiscono come storicamente legittima, attraverso una strategia di espansione dell’influenza che combina strumenti economici, culturali, mediatici e militari.

Ne deriva un conflitto geopolitico e strategico diffuso, spesso combattuto indirettamente e attraverso attori locali, ma nondimeno reale e rilevante nelle sue implicazioni sistemiche. Tale confronto, esteso all’intero spazio mediterraneo e mediorientale, rappresenta dunque il contesto entro il quale verrà progressivamente definita la supremazia della principale potenza regionale dell’area, nonché il futuro equilibrio di potere nel Grande Mediterraneo del XXI secolo.

Fonti:

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Israele, l’Iran e la negazione dell’Olocausto _ di Ron Unz

Israele, l’Iran e la negazione dell’Olocausto • 44m 

Ron Unz• 8 giugno 2026

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Per molti anni, il generale Qasem Soleimani è stato uno dei comandanti militari più importanti e influenti dell’Iran, una figura di spicco del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Iraniane (IRGC). Aveva svolto un ruolo centrale nell’organizzazione della sconfitta delle forze radicali sunnite dell’ISIS in Siria e Iraq, ed era anche l’artefice della strategia politica regionale del suo paese volta a contrastare la potenza militare israeliana e americana.

Pertanto, il suo improvviso assassinio, avvenuto all’inizio di gennaio 2020 in seguito a un attacco con un drone americano, ha sconvolto l’intera regione. Come ho scritto all’epoca:

L’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani, avvenuto il 2 gennaio per mano degli Stati Uniti, è stato un evento di enorme portata.

Il generale Soleimani era la figura militare di più alto rango nel suo Paese di 80 milioni di abitanti e, con una carriera trentennale costellata di successi, era una delle personalità più amate e stimate a livello nazionale. La maggior parte degli analisti lo collocava al secondo posto per influenza, subito dopo l’Ayatollah Ali Khamenei, l’anziano leader supremo dell’Iran, e circolavano voci diffuse secondo cui gli veniva chiesto di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2021.

Anche le circostanze della sua morte in tempo di pace furono piuttosto singolari. Il suo veicolo fu distrutto da un missile lanciato da un drone Reaper americano nei pressi dell’aeroporto internazionale di Baghdad, in Iraq, poco dopo il suo arrivo con un volo di linea per partecipare ai negoziati di pace originariamente proposti dal governo americano.

I nostri principali media non hanno certo ignorato la gravità di questo omicidio improvviso e inaspettato di una figura politica e militare di così alto rango, e gli hanno dedicato un’enorme attenzione. Un giorno o due dopo, la prima pagina del mio New York Times del mattino era quasi interamente occupata dalla copertura dell’evento e delle sue implicazioni, insieme a diverse pagine interne dedicate allo stesso argomento. Più tardi quella stessa settimana, il quotidiano nazionale di riferimento degli Stati Uniti ha dedicato più di un terzo di tutte le pagine della sua sezione principale alla stessa storia scioccante.

Ma nemmeno questa copiosa copertura mediatica da parte di team di giornalisti esperti è riuscita a fornire all’incidente il giusto contesto e a metterne in luce le implicazioni. L’anno scorso, l’amministrazione Trump aveva dichiarato la Guardia Rivoluzionaria Iraniana «organizzazione terroristica», suscitando critiche diffuse e persino scherno da parte di esperti di sicurezza nazionale inorriditi all’idea di classificare un ramo importante delle forze armate iraniane come «terroristi». Il generale Soleimani era un alto comandante di quell’organismo, e questo apparentemente ha fornito la foglia di fico legale per il suo assassinio in pieno giorno mentre era impegnato in una missione diplomatica di pace.

Gli israeliani e i loro sostenitori americani avevano svolto un ruolo centrale nel convincere l’amministrazione Trump a compiere quel passo drastico, e questo mi ha spinto a scrivere un articolo molto lungo in cui si analizza il forte coinvolgimento di Israele in numerosi omicidi nel corso dei decenni.

Al momento della sua morte, Soleimani aveva ricoperto per oltre vent’anni il ruolo di comandante della Forza Quds, un’unità d’élite all’interno del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) che fa capo direttamente alla Guida Suprema dell’Iran ed è responsabile delle operazioni extraterritoriali e della guerra non convenzionale. Alti funzionari statunitensi avevano talvolta descritto tale organizzazione come una combinazione tra la CIA americana e il JSOC (Joint Special Operations Command), il comando militare delle forze speciali.

Dopo la morte di Soleimani, gli è succeduto il suo vice di lunga data Esmail Qaani, molto meno conosciuto a livello internazionale ma con quarant’anni di esperienza nell’IRGC.

In qualità di nuovo capo della Forza Quds, Qaani è diventato immediatamente uno dei più importanti comandanti militari dell’Iran. Ha assunto il compito di coordinare il sostegno iraniano ai vari alleati regionali, tra cui spicca l’organizzazione libanese Hezbollah.

Nel settembre 2024, una serie di massicci attacchi aerei israeliani ha ucciso il leader di Hezbollah Hassan Nasrallah e diversi suoi alti funzionari nel loro bunker di comando sotterraneo a Beirut. Un articolo del New York Times ha messo in evidenza alcune notizie non confermate riportate dai media israeliani e arabi secondo cui Qaani potrebbe essere rimasto ferito o ucciso nello stesso attacco, insieme ad altri importanti ufficiali dell’IRGC iraniano.

Qaani, invece, ne è uscito illeso. Ma ben presto è emersa una nuova versione dei fatti, particolarmente scioccante, su Middle East Eye, una delle principali testate occidentali che si occupano di quella regione. Ci è stato riferito che l’assassinio di Nasrallah, così come la recente uccisione di molti altri leader di spicco di Hezbollah, fosse stata resa possibile da falle nei servizi segreti iraniani, con Qaani in stato di arresto, sospettato di aver lavorato per Israele. Questa storia è stata ulteriormente amplificata da un articolo del Times of Israel, che citava un servizio di Sky News Arabic secondo cui durante l’interrogatorio Qaani avrebbe avuto un infarto ed era stato ricoverato in ospedale, mentre anche il suo capo di stato maggiore era sotto indagine come agente israeliano. I media sauditi hanno persino suggerito che Qaani fosse stato giustiziato per aver collaborato con il Mossad israeliano.

Se fossero vere, queste notizie rappresenterebbero sicuramente uno dei colpi politici più devastanti che l’Iran abbia mai subito. Immaginiamo che, nel pieno della Guerra Fredda, il direttore della nostra stessa CIA fosse stato arrestato o addirittura giustiziato con l’accusa di essere un agente sovietico.

Tuttavia, pochi giorni dopo l’Iran ha tenuto una cerimonia funebre per uno dei generali della Forza Quds ucciso in quel recente attacco israeliano, e Qaani è apparso in pubblico, illeso, non arrestato, non ricoverato in ospedale e perfettamente vivo. Ciò mi ha portato a sospettare che tutte quelle precedenti notizie riportate dai media fossero probabilmente il frutto di operazioni di disinformazione israeliane volte a danneggiare la reputazione dell’Iran e di uno dei suoi più importanti comandanti militari del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche.

L’anno successivo, Israele approfittò dei negoziati di pace in corso per sferrare un improvviso attacco a sorpresa contro l’Iran, riuscendo ad assassinare numerose figure di spicco iraniane. Tra queste figuravano alcuni dei più alti comandanti militari del Paese e i principali scienziati nucleari; il conflitto che ne seguì nel giugno 2025 passò alla storia come la Guerra dei dodici giorni tra Iran e Israele. Il New York Times inizialmente riportò la notizia della morte di Qaani, anche se in seguito modificò l’articolo per spiegare che era sopravvissuto, come dimostrato da un filmato di Teheran che lo ritraeva in azione.

Il 28 febbraio di quest’anno, poi, gli Stati Uniti e Israele hanno nuovamente sfruttato il pretesto dei negoziati di pace per sferrare un attacco a sorpresa contro l’Iran, dando inizio al conflitto con un’enorme ondata di attacchi missilistici devastanti che hanno causato la morte della Guida Suprema Ali Khamenei e di molti dei principali comandanti politici e militari del Paese. Ancora una volta, numerosi media hanno affermato che Qaani era un traditore che aveva facilitato quegli attacchi contro il proprio Paese, e alcune di queste notizie hanno riportato che era stato giustiziato dal suo stesso governo iraniano. Questo sconvolgente sviluppo è stato riportato persino dal servizio di informazione in lingua inglese dell’emittente statale ufficiale francese France 24.

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Ricordo di essermi stupito del fatto che la notizia del tradimento di Qaani fosse stata accolta con nonchalance e diffusa da uno o due dei podcaster dei media alternativi che seguivo regolarmente, persone che per il resto erano estremamente scettiche nei confronti di qualsiasi affermazione sui paesi del Medio Oriente diffusa dai media occidentali.

Tuttavia, questa volta mi sono mostrato molto più cauto nel credere a tali notizie. Ho anche notato che, nonostante la posizione di grande rilievo di Qaani nella gerarchia militare del suo Paese, non è mai stato incluso in nessuna delle classifiche pubblicate dal Times che elencavano i principali leader politici e militari iraniani, sia deceduti che ancora in vita.

La mia cautela si è presto rivelata giustificata, poiché Qaani ha iniziato a rilasciare regolarmente varie dichiarazioni pubbliche riguardo alle operazioni militari dell’Iran, e ciò è proseguito nelle settimane successive. Ad esempio, solo pochi giorni fa ha minacciato un’ulteriore escalation del conflitto e ha chiesto il ritiro completo di Israele dal Libano. Piuttosto che essere stato arrestato e giustiziato, non sembrava esserci la minima prova che il governo iraniano avesse mai sospettato Qaani di alcuna slealtà.

Quelle prime notizie riportate dai media che coinvolgevano Qaani avevano sottolineato con forza il fatto che non fosse stato visto in pubblico negli ultimi tempi, ma ciò non era affatto sorprendente, visti i continui tentativi da parte di Israele e degli Stati Uniti di assassinare i principali leader militari e politici iraniani. In effetti, sospettavo che quelle notizie sulla presunta esecuzione di Qaani fossero state diffuse deliberatamente per spingerlo a compiere azioni avventate che lo rendessero un bersaglio più facile da colpire e uccidere.

Recentemente sono circolate anche notizie di dubbia attendibilità sui media riguardanti un altro leader iraniano di grande rilievo.

L’ondata di attacchi aerei che ha dato inizio all’attuale guerra in Iran ha causato la morte dell’86enne Guida Suprema Ali Khamenei nella sua residenza di Teheran, mietendo anche le vite di molti dei suoi familiari, tra cui una figlia, una nipote, un genero e una nuora, sebbene, contrariamente alle prime notizie, sua moglie fosse sopravvissuta.

Tra i sopravvissuti feriti c’era Mojtaba, il secondogenito di Khamenei, e poco più di una settimana dopo il Consiglio degli Esperti iraniano lo ha eletto nuovo Guida Suprema in sostituzione del padre.

In circostanze normali, una simile successione dinastica sarebbe stata vista con estrema sfavore dalla leadership della Repubblica Islamica; infatti, in passato sia Khamenei senior che Khamenei junior avevano espresso la loro forte opposizione al governo ereditario. Ma tale fattore potrebbe essere stato superato dall’importanza percepita di dimostrare una risoluta determinazione nazionale e continuità politica di fronte all’uccisione di così tanti leader iraniani di alto rango e al martirio di numerosi membri della famiglia Khamenei.

Dopo che il giovane Khamenei era stato nominato terzo Guida Suprema dell’Iran, israeliani e americani lo avevano messo nel mirino, quindi, per ovvie ragioni, evitava di apparire in pubblico o di rivelare in altro modo dove si trovasse. Tuttavia, sui media occidentali cominciarono presto a circolare notizie non confermate che fornivano altre spiegazioni per la sua riservatezza. Secondo alcune di queste, l’attentato che aveva ucciso suo padre lo aveva lasciato gravemente ferito e inabilestorpio o sfigurato. Oppure era in coma, o era fuggito dal Paese, o era addirittura già morto.

In quel periodo, gli omicidi perpetrati da Israele continuarono, causando la morte di Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano e spesso considerato il leader politico più importante dell’Iran, oltre che di molti altri alti comandanti militari. Pertanto, queste voci su Mojtaba potrebbero essere state diffuse con l’intento di attirarlo allo scoperto, consentendone l’eliminazione. Gli israeliani potrebbero aver sperato che l’uccisione di due Guide Supreme in rapida successione avrebbe spezzato lo spirito della Repubblica Islamica.

Qualche settimana prima, un’inchiesta di Bloomberg avrebbe rivelato che Mojtaba Khamenei possedeva «un impero immobiliare globale» costituito da «investimenti internazionali su vasta scala», tra cui proprietà di lusso nel Regno Unito del valore di circa 138 milioni di dollari. Queste notizie erano state ampiamente diffuse, ma io le guardavo con grande scetticismo poiché non mi era chiaro come un religioso islamico soggetto a severe sanzioni finanziarie occidentali e residente in Iran potesse trarre beneficio dal possesso di lussuose dimore britanniche.

In Iran l’omosessualità è un reato penale e la sodomia è talvolta punita con la pena di morte. Ma pochi giorni dopo la nomina di Mojtaba, il New York Post, notoriamente ostile, ha affermato che i servizi segreti americani avevano stabilito che il nuovo leader supremo dell’Iran fosse probabilmente gay. Lo stesso articolo menzionava con tono neutro la morte della moglie e del figlio adolescente nell’attacco aereo che aveva ucciso suo padre, sottolineando al contempo che aveva altri due figli sopravvissuti.

Era certamente possibile che il più alto dignitario sciita della Repubblica Islamica fosse in realtà un edonista omosessuale che acquistava avidamente dimore lussuose in Gran Bretagna che non avrebbe mai potuto visitare, figuriamoci utilizzare come residenza. Ma la propaganda disonesta è un elemento ricorrente in tutti i conflitti militari, e di questi tempi il governo americano e i suoi mentori israeliani sono particolarmente spudorati in tal senso. Quindi è ovvio che si debba mantenere un notevole scetticismo nei confronti di storie così scandalose, che in realtà sembrano proprio una proiezione del comportamento scandaloso delle élite occidentali, ormai sempre più chiamate “la classe Epstein”.

Credo che questi fatti debbano essere tenuti presenti mentre esaminiamo la vicenda più eclatante degli ultimi tempi che vede protagonista un’importante figura politica iraniana.

Sebbene oggi probabilmente solo una minima parte degli americani riconosca il suo nome, Mahmoud Ahmadinejad ha ricoperto la carica di presidente dell’Iran per due mandati, dal 2005 al 2013.

Cresciuto in una famiglia povera e laureato in ingegneria, Ahmadinejad era considerato un outsider conservatore e populista, che aveva ricoperto un solo mandato come sindaco di Teheran prima di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2005 nel suo Paese. Sebbene non fosse affatto considerato uno dei favoriti, la sua disponibilità a sostenere posizioni fortemente antiamericane e il suo deciso appoggio al programma nucleare iraniano gli valsero un ampio sostegno popolare. Dopo aver raggiunto il ballottaggio, vinse con una schiacciante maggioranza del 62% contro Akbar Rafsanjani, un ex presidente che aveva ricoperto due mandati e che era già stato per decenni una delle figure politiche più potenti dell’Iran.

La sua pagina di Wikipedia ha utilmente riassunto alcune delle questioni che hanno permesso ad Ahmadinejad di ottenere la sua clamorosa vittoria a sorpresa:

Ahmadinejad è stato l’unico candidato alla presidenza a esprimersi contro le future relazioni con gli Stati Uniti. Ha dichiarato all’emittente della Repubblica Islamica dell’Iran che le Nazioni Unite sono «di parte, schierate contro il mondo islamico». Si è opposto al diritto di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: «Non è giusto che pochi Stati possano sedersi e porre il veto su decisioni globali. Se un tale privilegio dovesse continuare a esistere, lo stesso privilegio dovrebbe essere esteso al mondo musulmano, con una popolazione di quasi 1,5 miliardi di persone». Ha difeso il programma nucleare iraniano e ha accusato «alcune potenze arroganti» di cercare di limitare lo sviluppo industriale e tecnologico dell’Iran in questo e in altri campi.

Leggendo di recente quella lunga voce su Wikipedia, mi ha colpito scoprire che nella sua autobiografia si menzionava che, da studente liceale, si era classificato al 132° posto su 400.000 partecipanti agli esami nazionali di ammissione all’università del 1976. Questo risultato lo aveva collocato ben al di sopra del 99,9° percentile e gli aveva garantito l’ammissione alla principale università di scienze e tecnologia dell’Iran, dove in seguito ha conseguito un dottorato in ingegneria. Considerati i suoi numerosi nemici politici in Iran, dubito che avrebbe fatto una simile affermazione se non fosse vera.

Una volta insediato, Ahmadinejad ha continuato ad assumere posizioni pubbliche molto decise su temi scottanti e, di conseguenza, è stato oggetto di aspre critiche in Occidente. Ad esempio, quando i nostri media affermano regolarmente che i leader iraniani hanno promesso di «cancellare Israele dalla mappa», non fanno altro che ripetere un famigerato errore di traduzione di una dichiarazione da lui rilasciata poco dopo essere diventato presidente.

Ma sebbene quelle specifiche affermazioni fossero infondate, è innegabile che Ahmadinejad si sia distinto per un atteggiamento più ostile nei confronti di Israele e degli Stati Uniti rispetto a qualsiasi altro leader iraniano di spicco, sia prima che dopo di lui. Inoltre, veniva regolarmente denunciato dagli attivisti americani per i diritti dei gay per le sue posizioni su questioni a loro care.

Pertanto, quando nel 2009 si candidò per la rielezione come esponente della linea dura conservatrice, suscitò un’enorme opposizione da parte degli elementi più liberali e filo-occidentali del suo Paese, e i loro attacchi furono notevolmente amplificati dai nostri stessi media mainstream. Dopo che fu dichiarato vincitore, un’enorme ondata di proteste pubbliche contestò i risultati definendoli fraudolenti e ne chiese l’annullamento, con questo cosiddetto “Movimento Verde” che durò per molti mesi. Questa campagna anti-Ahmadinejad ha ispirato le più grandi proteste iraniane dai tempi della Rivoluzione Islamica originale di trent’anni prima, e queste sono state così fortemente sostenute dall’Occidente da essere spesso considerate solo un’altra “rivoluzione colorata” volta a rovesciare un governo anti-americano.

Sebbene tali accuse di brogli elettorali fossero state sostenute quasi all’unanimità dai principali opinionisti e mezzi di comunicazione americani di ogni orientamento ideologico, ricordo di essermi mostrato piuttosto scettico all’epoca, osservando che la sua percentuale di voti nel 2009 era in realtà molto simile a quella ottenuta quattro anni prima, nel 2005. Sospettavo che gli elementi iraniani più benestanti e liberali fossero stati fuorviati da qualcosa di simile alla famosa citazione errata di Pauline Kael, secondo cui lei non riusciva a credere che Richard Nixon fosse stato rieletto con una vittoria schiacciante nel 1972 perché, da newyorkese liberale, non conosceva una sola persona che avesse votato per lui.

Recentemente ho letto Going to Tehran, un’apprezzata analisi politica del 2013 sulle nostre travagliate relazioni con l’Iran, scritta da Flynt e Hillary Mann Leverett, ex funzionari della CIA e del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) statunitensi specializzati in quel Paese. Non solo gli autori hanno pienamente confermato la mia visione di quelle controverse elezioni del 2009, ma hanno trattato Ahmadinejad con notevole rispetto nel loro resoconto, sottolineando che la sua sorprendente ascesa ai vertici del governo iraniano era stata dovuta alle sue eccezionali capacità di conduttore di campagne politiche.

La retorica americana condanna sistematicamente l’Iran definendolo una dittatura oppressiva. Ma basti pensare agli esiti del tutto inaspettati di molte elezioni nazionali iraniane, in cui potenti esponenti dell’establishment vengono spesso sconfitti da candidati outsider. Alla luce di questi dati, l’Iran si configura in realtà come una delle pochissime vere democrazie del Medio Oriente, certamente molto più di Israele, che da oltre mezzo secolo nega qualsiasi diritto politico alla metà palestinese della sua popolazione totale.

Sebbene Ahmadinejad abbia lasciato la carica nell’agosto 2013, il suo nome continuava a comparire di tanto in tanto sui media internazionali.

Durante i suoi due mandati, Ahmadinejad è stato oggetto di una demonizzazione senza precedenti da parte dei media occidentali e il suo Paese ha subito alcune delle conseguenze politiche di tale atteggiamento, tra cui gravi sanzioni economiche. In parte per questo motivo, il suo successore alla presidenza è stato Hassan Rouhani, una figura di gran lunga più moderata che aveva basato la propria campagna elettorale su un programma volto a rafforzare l’economia migliorando le relazioni con l’Occidente. A pochi mesi dall’insediamento, Rouhani aveva avviato i negoziati sull’accordo nucleare JCPOA con l’America e il resto del mondo, consentendo ispezioni internazionali rigorose per garantire che non venissero sviluppate armi nucleari iraniane, firmando infine quel patto nel 2015.

Ahmadinejad e altri conservatori iraniani si sono mostrati piuttosto critici nei confronti dell’accordo, sostenendo che l’amministrazione Rouhani avesse negoziato sotto pressione e assunto impegni unilaterali iniqui. Ma quando ha preso in considerazione l’idea di sfidare Rouhani per la rielezione nel 2017, il Consiglio dei Guardiani dell’Iran ha bloccato la sua candidatura presidenziale, facendo lo stesso anche nel 2021 e nel 2024, apparentemente perché riteneva che i suoi rapporti estremamente tossici con l’Occidente avrebbero danneggiato l’Iran se fosse tornato in carica. Un altro fattore potrebbe essere stato le continue accuse di corruzione che egli ha rivolto contro vari alti funzionari iraniani.

L’Iran aveva negoziato il JCPOA con l’amministrazione Obama, e i timori di Ahmadinejad si sono rivelati fondati quando Trump ha iniziato a criticare aspramente l’accordo poco dopo essere diventato presidente nel 2017 e poi si è ritirato ufficialmente da esso l’anno successivo.

Sebbene Ahmadinejad fosse spesso descritto come un oppositore fanatico del miglioramento delle relazioni con l’Occidente, la realtà era ben diversa. Quando nel 2019 il presidente Donald Trump dichiarò di essere disposto a dialogare con l’Iran “senza precondizioni”, Ahmadinejad reagì in modo piuttosto favorevole, dichiarando in una lunga intervista al Times di sostenere i colloqui diretti tra i due paesi, una posizione avallata separatamente anche dal ministro degli Esteri iraniano. Ma a causa dell’influenza degli estremisti anti-iraniani nell’amministrazione Trump, questa possibile apertura diplomatica non ha portato a nulla.

L’anno successivo, invece, la situazione ha preso una piega ben diversa. A partire dall’aprile 2020 ho pubblicato una lunga serie di articoli in cui sostenevo che esistessero prove solide, se non addirittura schiaccianti, del fatto che l’epidemia di Covid fosse il risultato di un attacco di guerra biologica sferrato dagli Stati Uniti contro la Cina e l’Iran. Come ho spiegato nel mio articolo originale:

Man mano che il coronavirus cominciava gradualmente a diffondersi oltre i confini della Cina, si verificò un altro evento che moltiplicò notevolmente i miei sospetti. La maggior parte di questi primi casi si era verificata esattamente dove ci si sarebbe potuto aspettare, ovvero nei paesi dell’Asia orientale confinanti con la Cina. Ma verso la fine di febbraio l’Iran era diventato il secondo epicentro dell’epidemia globale. Ancora più sorprendente, le sue élite politiche erano state particolarmente colpite, con ben il 10% dell’intero parlamento iraniano presto infettato e almeno una dozzina dei suoi funzionari e politici morti a causa della malattia, compresi alcuni che erano di alto rango. Infatti, gli attivisti neoconservatori su Twitter hanno iniziato a notare con gioia che i loro odiati nemici iraniani stavano cadendo come mosche.

Consideriamo le implicazioni di questi fatti. In tutto il mondo, le uniche élite politiche che abbiano finora subito perdite umane significative sono state quelle iraniane, e i loro membri sono morti in una fase molto precoce, prima ancora che si verificassero focolai significativi in quasi qualsiasi altra parte del mondo al di fuori della Cina. Pertanto, abbiamo l’America che assassina il comandante militare di punta dell’Iran il 2 gennaio e poi, solo poche settimane dopo, gran parte delle élite al potere iraniane viene contagiata da un nuovo virus misterioso e letale, con molti di loro che muoiono presto di conseguenza. Qualunque individuo razionale potrebbe mai considerare tutto questo una semplice coincidenza?

In un articolo successivo ho sottolineato che i vertici del regime iraniano e i principali media erano giunti pubblicamente alla stessa conclusione. Ahmadinejad si è espresso con particolare veemenza su Twitter, rivolgendo le sue accuse formali persino al Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres; uno solo dei suoi numerosi tweet ha raccolto migliaia di retweet e “Mi piace”.

All’epoca, i media internazionali avevano liquidato come pura follia la tesi iraniana secondo cui il virus del Covid fosse stato sviluppato in un laboratorio biologico statunitense. Tuttavia, il prof. Jeffrey Sachs ha ricoperto il ruolo di presidente della Commissione Covid della rivista Lancet, e i suoi recenti articoli hanno pienamente confermato la plausibilità di tale scenario.

Nel novembre 2020, Trump è stato sconfitto alle elezioni presidenziali da Joseph Biden, che aveva ricoperto la carica di vicepresidente sotto Barack Obama, e così la classe politica iraniana sperava di migliorare le relazioni con gli Stati Uniti e di rilanciare il JCPOA. Quando Ahmadinejad ha dichiarato la sua intenzione di candidarsi alle presidenziali del 2021, gli è stata nuovamente impedita la partecipazione, forse in parte perché la leadership iraniana temeva che le sue accuse a gran voce secondo cui il Covid sarebbe stato un’arma biologica americana avrebbero eliminato qualsiasi possibilità del genere.

Israele e i suoi sostenitori sionisti avevano da tempo diffamato Ahmadinejad definendolo il loro nemico iraniano più ostile, arrivando talvolta ad affermare che egli nutrisse una determinazione apocalittica a distruggere Israele e l’Occidente. L’articolo di Wikipedia “Mahmoud Ahmadinejad e Israele” conta più di 10.000 parole e cita importanti funzionari internazionali secondo cui le sue dichiarazioni pubbliche equivalevano a inviti al genocidio contro lo Stato ebraico. Vari leader ebrei in tutto il mondo a volte hanno descritto Ahmadinejad come un “secondo Hitler”, così come hanno fatto gli editoriali dello Yale News e molte altre pubblicazioni altamente rispettabili. Tale antagonismo estremamente aspro si è placato solo gradualmente dopo che ha lasciato la carica nel 2013.

Nel giugno 2025, Israele sferrò un attacco a sorpresa contro l’Iran, con una serie di omicidi mirati che colsero nel segno importanti funzionari iraniani; pochi giorni dopo, alcune notizie riportarono che uomini armati e mascherati avevano ucciso Ahmadinejad insieme alla moglie e ai figli. Queste notizie furono accolte con gioia dagli attivisti filoisraeliani sebbene fossero poi smentite e si rivelassero errate. Altre versioni, in qualche modo diverse, di un tentativo di assassinio fallito circolarono nello stesso periodo.

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Quando Israele e gli Stati Uniti hanno nuovamente attaccato l’Iran alla fine di febbraio di quest’anno, la Guida Suprema Khamenei e molti altri alti funzionari militari e politici iraniani sono stati immediatamente uccisi dalle prime ondate di attacchi aerei. Il giorno successivo, un importante quotidiano israeliano ha riportato che tra le vittime figuravano anche Ahmadinejad e le sue guardie del corpo dell’IRGCI media iraniani e altri organi di informazione regionali hanno riportato la stessa notizia, e FoxNews ha dato grande risalto alla morte dell’odiato ex presidente.

Ma queste notizie sono state presto smentite da uno stretto collaboratore di Ahmadinejad e si sono rivelate errate, dato che l’ex presidente iraniano è sopravvissuto ed è stato portato in un luogo sicuro.

Tutto questo non mi ha sorpreso più di tanto. Non tutti i tentativi di assassinio vanno a buon fine e la confusione tipica dei primi giorni di un conflitto militare è sempre presente.

Tuttavia, più di due mesi dopo, il New York Times ha improvvisamente pubblicato un’importante inchiesta che presentava una versione completamente diversa degli stessi fatti di base, una versione che è stata ampiamente ripresa e ripetuta dai media di tutto il mondo.

Basandosi esclusivamente su fonti anonime provenienti da funzionari americani e israeliani, i quattro giornalisti del Times hanno spiegato che, anziché cercare di uccidere Ahmadinejad, i governi americano e israeliano avevano pianificato di insediarlo come nuovo leader dell’Iran dopo aver assassinato con successo l’Ayatollah Khamenei e la maggior parte degli altri alti funzionari politici e militari iraniani. I missili lanciati contro l’abitazione dell’ex presidente erano destinati semplicemente a uccidere le sue guardie del corpo dell’IRGC e quindi a liberarlo dalla loro prigionia. Tuttavia, il piano fallì quando Ahmadinejad rimase inavvertitamente ferito in quell’attacco missilistico e si diede alla macchia invece di proclamarsi nuovo leader dell’Iran.

Ho trovato questa ricostruzione dei fatti piuttosto bizzarra e ho notato che si basava interamente sulle dichiarazioni di fonti anonime ben note per la loro sincerità.

Il Times ha attinto ad alcuni elementi contenuti in un articolo dell’Atlantic pubblicato dieci giorni dopo l’attacco, anch’esso basato su fonti anonime. L’Atlantic è attualmente diretto dal famigerato Jeffrey Goldberg, il cui impegno personale nei confronti di Israele era così forte che si è trasferito in quel paese e si è notoriamente offerto volontario come guardia carceraria israeliana. Goldberg ha poi vinto importanti premi giornalistici per i suoi articoli che promuovevano la ridicola bufala israeliana secondo cui Saddam Hussein aveva stretti legami con Osama bin Laden ed era un pazzo che minacciava l’America con le sue vaste scorte di armi di distruzione di massa irachene.

Uno degli autori del Times era Ronan Bergman, un israeliano residente a Tel Aviv che intrattiene legami estremamente stretti con i servizi segreti israeliani. Bergman è noto soprattutto per Rise and Kill First, il suo magistrale volume del 2018 sulla storia degli omicidi del Mossad.

Ahmadinejad era stato per tutta la vita un sostenitore dei palestinesi e un feroce oppositore di Israele. Dal 2023, le terribili atrocità e i massacri che Israele ha inflitto a civili palestinesi innocenti hanno completamente ribaltato la percezione di quel conflitto e dello Stato israeliano in tutto il mondo, compresa la maggior parte degli americani. Eppure ci si aspetta che crediamo che, proprio in questi stessi anni, le simpatie di Ahmadinejad siano cambiate nella direzione esattamente opposta, portandolo a diventare un zelante tirapiedi di Israele. Suppongo che ciò sia possibile, ma difficilmente lo considererei probabile.

A sostegno della sorprendente teoria secondo cui Ahmadinejad avrebbe deciso di diventare un collaboratore volontario dei nemici nazionali del proprio Paese, il Times ha citato un lungo articolo pubblicato su New Lines Magazine, una testata cartacea e online anti-iraniana apparentemente ben finanziata con sede negli Stati Uniti. Tra le altre cose, quell’articolo sosteneva che due persone strettamente legate ad Ahmadinejad, di nome Mohammad Rostami e Reza Golpour, fossero state arrestate e incarcerate nel 2017 con l’accusa di spionaggio a favore di Israele. Ma quando ho cercato di confermare quelle affermazioni sorprendenti, ho scoperto che quei due individui sembravano invece legati all’IRGC e apparentemente erano entrati in conflitto con alcune aspre dispute tra fazioni all’interno dell’establishment della sicurezza nazionale iraniana. Sembravano avere pochi o nessun legame diretto con Ahmadinejad.

Dubito che molti occidentali comprendano davvero tutti i complessi meccanismi interni della politica iraniana, e non mi annovero certo in quel ristretto gruppo. Forse Ahmadinejad ha deciso di tradire il proprio Paese e diventare un burattino degli Stati Uniti e di Israele, esattamente come sosteneva il Times. Alcuni dei podcaster dei media alternativi che seguo normalmente ignorerebbero quasi tutto ciò che il Times pubblica sul Medio Oriente considerandolo menzogne, ma hanno accettato quella storia senza discutere, chiedendosi perché il governo iraniano non avesse già arrestato e giustiziato Ahmadinejad come traditore. Penso che questo possa illustrare l’efficacia della tecnica della “Grande Bugia”.

Mi è venuto in mente, però, anche uno scenario ben diverso. Nel corso della sua lunga carriera, Ahmadinejad era diventato famoso per essere il leader iraniano più ostile a Israele e agli Stati Uniti, e a quanto pare gli era stato impedito di candidarsi alle elezioni presidenziali in tre occasioni a causa dell’enorme reazione negativa a livello internazionale provocata dalle sue dure dichiarazioni pubbliche. Nel giugno del 2025 erano circolate notizie di un tentativo di assassinio da parte di Israele ai suoi danni.

L’attuale presidente dell’Iran è il moderato Masoud Pezeshkian, insediatosi nel 2024 in seguito alla morte del presidente della linea dura Ebrahim Raisi. Quest’ultimo era rimasto ucciso in un incidente in elicottero molto sospetto poche settimane dopo aver bombardato Israele con una serie di attacchi missilistici e con droni in rappresaglia al letale bombardamento israeliano dell’ambasciata iraniana a Damasco.

Con Israele e gli Stati Uniti sul punto di sferrare un attacco su vasta scala senza precedenti contro l’Iran alla fine di febbraio, forse temevano che la popolarità politica di Ahmadinejad potesse ora tornare a crescere. Così, mentre gli israeliani lanciavano ondate di missili per eliminare la maggior parte degli attuali vertici politici e militari iraniani, hanno preso di mira Ahmadinejad con lo stesso metodo, colpendo la sua abitazione e uccidendo diverse delle sue guardie del corpo dell’IRGC, anche se lui stesso è rimasto solo ferito.

Ma dato che Ahmadinejad era ancora vivo e si nascondeva come un martire nazionale ferito, hanno deciso che la soluzione migliore fosse quella di minare la sua potenziale popolarità politica inventando la storia secondo cui si sarebbe trasformato in un traditore, desideroso di collaborare con i paesi nemici che avevano improvvisamente sferrato un attacco massiccio e immotivato contro il suo.

Ho trovato molto strano che un collaboratore anonimo di Ahmadinejad si fosse affrettato a parlare con i giornalisti ostili del Times e avesse confermato che l’ex presidente iraniano, molto popolare, si fosse alleato con Israele e gli Stati Uniti contro il proprio Paese. Ho ritenuto la mia ricostruzione contraria molto più plausibile, e lo stesso biografo di Ahmadinejad

ha avuto una reazione simile, mentre alcuni esperti israeliani erano altrettanto scettici riguardo al resoconto del Times.

Leggendo l’articolo del Times, ho notato un’omissione particolarmente evidente. Durante i suoi otto anni alla presidenza dell’Iran, Ahmadinejad era diventato tristemente famoso per la sua forte difesa della negazione dell’Olocausto, arrivando persino a organizzare un’importante conferenza internazionale nel 2006 dedicata proprio a quel movimento così controverso. Non si era mai tenuta prima una conferenza internazionale di questo tipo, che ha attirato una copertura mediatica molto critica. Secondo quanto riportato dai media, alcuni importanti funzionari iraniani temevano che ciò avrebbe aumentato notevolmente i sentimenti anti-iraniani in tutto il mondo.

Questo era stato uno dei motivi principali dell’enorme contraccolpo politico occidentale che l’Iran aveva subito durante la sua presidenza. Sebbene non fosse certo un esperto tecnico dell’argomento, si era sottoposto a interviste ostili sulla negazione dell’Olocausto da parte di ABC News, Larry King della CNN e numerosi altri media mainstream, affermandosi probabilmente come la figura pubblica più importante al mondo su tale questione.

Link al video

Eppure, nel lungo articolo del Times se ne faceva a malapena menzione. Se i governi israeliano e americano avessero pianificato di insediare il più famoso negazionista dell’Olocausto al mondo come nuovo leader dell’Iran, verrebbe da supporre che i giornalisti del Times avessero qualche domanda da porre su quel piano controverso, ma a quanto pare non è stato così.

Inoltre, erano interessanti le ragioni che hanno spinto Ahmadinejad a interessarsi all’argomento e a decidere di organizzare quella conferenza.

Quando entrò in carica, la resistenza all’occupazione americana dell’Iraq era ancora in pieno svolgimento, mentre i gruppi neoconservatori e filoisraeliani facevano del loro meglio per diffamare i musulmani. Sono stati quindi compiuti vari sforzi per provocare e incitare i musulmani pubblicando vignette che attaccavano il profeta Maometto, o bruciando o comunque profanando copie del Corano, e compiendo queste azioni presumibilmente in nome della “libertà di espressione”.

Ahmadinejad e altri musulmani hanno cercato di rispondere a questa provocazione con le stesse monete. Ma, a differenza degli occidentali ignoranti, i musulmani veneravano Gesù come santo profeta di Dio e immediato predecessore di Maometto, mentre la Vergine Maria era considerata la più perfetta tra tutte le donne. Pertanto, qualsiasi attacco a questi simboli principali del cristianesimo sarebbe stato ancora più inaccettabile nelle società islamiche di quanto non lo fosse nell’Occidente fortemente secolarizzato.

Tuttavia, Ahmadinejad e i suoi alleati si resero conto che alcune altre questioni erano difese con vero e proprio fervore religioso nelle società occidentali che sostenevano di aver abbandonato la religione. Come ho spiegato in un lungo articolo del 2019:

Nel 2009, Papa Benedetto XVI cercò di sanare la frattura di lunga data all’interno della Chiesa cattolica causata dal Concilio Vaticano II e di riconciliarsi con la fazione separatista della Fraternità San Pio X. Ma la questione si trasformò in una grave controversia mediatica quando si scoprì che il vescovo Richard Williamson, uno dei membri di spicco di quest’ultima organizzazione, era da tempo un negazionista dell’Olocausto e riteneva inoltre che gli ebrei dovessero convertirsi al cristianesimo. Sebbene le numerose altre differenze nella dottrina cattolica fossero pienamente negoziabili, apparentemente il rifiuto di accettare la realtà dell’Olocausto non lo era, e Williamson rimase estraneo alla Chiesa cattolica. Poco dopo fu persino perseguito per eresia dal governo tedesco.

Alcuni critici su Internet hanno avanzato l’ipotesi che, nel corso delle ultime due generazioni, energici attivisti ebrei siano riusciti a convincere i paesi occidentali a sostituire la loro religione tradizionale, il cristianesimo, con la nuova religione dell’«olocaustianesimo», e il caso Williamson sembra certamente avvalorare tale conclusione.

Si prenda ad esempio la rivista satirica francese Charlie Hebdo. Finanziata da circoli ebraici, per anni ha sferrato feroci attacchi contro il cristianesimo, talvolta in modo crudelmente pornografico, e ha anche periodicamente diffamato l’Islam. Tali attività sono state salutate dai politici francesi come prova della totale libertà di pensiero concessa nella terra di Voltaire. Ma nel momento in cui uno dei suoi principali vignettisti ha fatto una battuta molto blanda sugli ebrei, è stato immediatamente licenziato, e se la rivista avesse mai ridicolizzato l’Olocausto, sarebbe stata sicuramente chiusa immediatamente e tutto il suo staff probabilmente gettato in prigione.

I giornalisti occidentali e gli attivisti per i diritti umani hanno spesso espresso il proprio sostegno alle azioni audacemente trasgressive delle attiviste di Femen, finanziate da fondi ebraici, quando queste profanano chiese cristiane in tutto il mondo. Ma questi stessi opinionisti si scaglierebbero sicuramente contro chiunque agisse in modo simile nei confronti della crescente rete internazionale di musei dell’Olocausto, la maggior parte dei quali costruiti con fondi pubblici.

In effetti, una delle cause alla base dell’aspro conflitto tra l’Occidente e la Russia di Vladimir Putin sembra essere il fatto che egli abbia restituito al cristianesimo un ruolo privilegiato in una società in cui i primi bolscevichi avevano un tempo fatto saltare in aria le chiese e massacrato migliaia di sacerdoti. Le élite intellettuali occidentali nutrivano sentimenti ben più positivi nei confronti dell’URSS, nonostante i suoi leader mantenessero un atteggiamento fortemente anticristiano.

L’Iran e i suoi principali mezzi di comunicazione conservano ancora qualche traccia di quella visione originariamente promossa da Ahmadinejad. Qualche anno fa sono stato intervistato da un’emittente televisiva iraniana su una serie di argomenti considerati molto controversi in Occidente, e due di quelle puntate di mezz’ora erano dedicate all’Olocausto.

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L’accordo lovecraftiano con l’Iran _ di Constantin von Hoffmeister

L’accordo lovecraftiano con l’Iran

Come l’impero trovò l’abisso

Constantin von Hoffmeister13 giugno
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Sotto il bagliore elettrico dell’impero del ventunesimo secolo si è consumato uno strano spettacolo. Il presidente Trump, circondato da consiglieri, generali, finanzieri, figure mediatiche e dall’immensa macchina di una civiltà che un tempo si credeva padrona di ogni orizzonte, è giunto a un punto in cui le vie da percorrere si restringevano in un lugubre corridoio. La grande strategia che prometteva pressione, intimidazione e un’azione unilaterale si è scontrata con una forza che resisteva all’assorbimento in formule consolidate. In quel momento, nel vasto labirinto dei calcoli geopolitici, solo due porte rimanevano visibili: una discesa verso un confronto militare di ben maggiore portata o un passo verso un sostanziale accordo con Teheran. Questa realtà merita di essere ricordata ogni volta che si celebra questo episodio come una dimostrazione di forza inequivocabile.

Il significato più profondo va oltre gli eventi immediati. Lovecraft descriveva spesso studiosi solitari che vagavano tra archivi dimenticati solo per scoprire che la mappa di cui si fidavano celava strutture più antiche e immense sotto terra. Allo stesso modo, gli architetti della politica americana sembravano confrontarsi con una geometria nascosta. Anni di sanzioni, minacce, operazioni segrete, manovre diplomatiche e pressioni regionali crearono l’impressione di un controllo schiacciante. Eppure, sotto l’architettura visibile si celava una realtà diversa, vasta e antica a suo modo: uno stato civilizzato radicato in memorie, simboli e istituzioni che si estendevano ben oltre la durata di qualsiasi amministrazione. Le sicure equazioni del potere si scontrarono con variabili provenienti da strati più profondi, come quelle città ciclopiche sepolte i cui angoli violavano la percezione ordinaria in ” Alle montagne della follia” .

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In questo dramma in divenire, Trump assomigliava a uno dei protagonisti di Lovecraft che entra in una camera aspettandosi di dominare forze misteriose e si ritrova invece intrappolato nel loro disegno. Ogni escalation generava nuove pressioni. Ogni dimostrazione di risolutezza richiedeva corrispondenti dimostrazioni di resistenza. Il meccanismo della deterrenza iniziò ad assomigliare a un elaborato rituale i cui partecipanti si resero gradualmente conto che le forze evocate possedevano una propria inerzia. Attraverso deserti, montagne, rotte marittime, corridoi diplomatici, reti di intelligence e sistemi finanziari, correnti invisibili convergevano in una configurazione che limitava ogni attore coinvolto. Ciò che da lontano appariva come libertà d’azione si rivelava sempre più come un movimento attraverso passaggi angusti scavati dal peso accumulato della storia stessa.

La mitologia della forza spesso si basa sulle immagini. Fotografie, discorsi, portaerei, missili, bandiere e dichiarazioni creano impressioni che si diffondono rapidamente nella moderna sfera dell’informazione. Lovecraft aveva compreso la natura ingannevole delle apparenze. I suoi narratori spesso contemplavano paesaggi ordinari per poi intravedere, attraverso un fugace cambio di prospettiva, forme colossali in agguato oltre la comprensione umana. Allo stesso modo, l’immagine superficiale che circondava lo scontro suggeriva dominio e iniziativa. Eppure la struttura più profonda indicava qualcosa di completamente diverso. Un leader la cui strategia culmina nella scelta tra una guerra su vasta scala e significative concessioni occupa una posizione plasmata tanto dai limiti quanto dal comando. L’immagine proiettata all’esterno può irradiare sicurezza, mentre la realtà sottostante parla di costrizione, pressione e inferiorità strategica.

Si potrebbe persino paragonare la situazione agli esploratori che incontrarono le antiche entità del cosmo di Lovecraft. Quei viaggiatori portavano con sé strumenti avanzati, conoscenze scientifiche e un’immensa fiducia nelle proprie capacità. Poi giunse la rivelazione che forze ben più grandi abitavano già quel territorio. In termini geopolitici, la lezione rimane simile. La superiorità tecnologica, la portata economica e la potenza militare conservano un’importanza enorme, eppure coesistono con la resilienza della civiltà, l’impegno ideologico, la resistenza demografica, la profondità geografica e la memoria storica. Questi elementi raramente compaiono nei titoli dei giornali, sebbene spesso determinino gli esiti nel corso dei decenni. La posizione di Teheran traeva forza proprio da queste fondamenta sotterranee, creando un ambiente strategico in cui la sola coercizione poteva ottenere risultati limitati.

L’ironia finale ha un sapore decisamente lovecraftiano. Molte storie si concludono con un protagonista che si confronta con una rivelazione che trasforma il significato di tutto ciò che l’ha preceduta. L’apparente cacciatore scopre di essere parte di uno schema più ampio. L’investigatore diventa parte del mistero che cercava di svelare. Il conquistatore trova dei limiti laddove sembrava certa un’espansione illimitata. Pertanto, la narrazione della forza dimostrata merita un attento esame. La forza si manifesta più chiaramente laddove le opzioni si moltiplicano e l’iniziativa si espande. Trump, tuttavia, è una figura che si erge davanti a vasti cancelli ombrosi sotto stelle aliene, circondato da poteri e circostanze che hanno silenziosamente ridotto il regno delle possibili azioni. Così vengono rivelati i veri contorni della realtà strategica, molto più chiaramente di quanto non farebbe qualsiasi proclamazione trionfale.

Ordina Lovecraft on Civilization Questo volume, curato e annotato da Constantin von Hoffmeister, rivela il creatore dell’horror cosmico come un acuto osservatore della civiltà occidentale, riunendo opere di narrativa e saggistica che esplorano cultura, identità, ordine e declino.

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