Italia e il mondo

Voi, il popolo…di Aurèlien

Voi, il popolo…

Può anche andarsene al diavolo.

Aurelien27 maggio
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Oggigiorno leggiamo che la democrazia è minacciata da persone come noi. O almeno qualcosa che si definisce “democrazia”, ​​che sia un’ideologia, una serie di procedure o semplicemente non definita affatto, è minacciata da persone come noi che votano per i partiti politici sbagliati. I media tedeschi sono in preda al panico questa settimana per i sondaggi che mostrano un ulteriore aumento di consensi per l’AfD. L’élite politica francese sostiene che la democrazia stessa sarebbe in pericolo se qualcuno fosse così irresponsabile da votare per il Rassemblement national . In effetti, per gran parte dei media europei e per gran parte della classe politica, oggi c’è un solo tema rilevante nella politica: parlare incessantemente della necessità di fermare l'”estrema destra”.

Non ho intenzione di lanciarmi nell’ennesima invettiva contro l’ipocrisia di un sistema politico che pretende di credere che la democrazia possa essere salvata solo impedendo alle persone di votare in determinati modi. Del resto, non sono bravo nelle invettive. Piuttosto, e fedele al principio fondamentale di questo sito, che consiste nel trattare la politica come un’ingegneria e nell’analizzare forze, tensioni e processi, vorrei cercare di spiegare come, a mio avviso, siamo arrivati ​​a questo pasticcio alla Ubu. Ma poiché la retorica confusa e spesso aggressiva che vediamo sulla “difesa della democrazia” ha sempre una sua origine – come sempre – vale la pena innanzitutto cercare di capire dove si trovi questa origine, per poi passare ad esaminare alcune delle forze sottostanti più profonde che ci hanno condotto a questa situazione.

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Non esiste una definizione condivisa di “democrazia”, ​​e rimarrete sorpresi nell’apprendere, così come sono pochi i paesi al mondo che dichiarano esplicitamente di non essere democrazie. Proclamare con orgoglio che la propria nazione non è una democrazia è passato di moda, se non addirittura caduto in disuso. È opportuno notare, di passaggio, che, come molte idee politiche liberali, la democrazia può significare sostanzialmente qualsiasi cosa si voglia, a seconda del potere e dell’influenza che si riesce a esercitare, e diverse interpretazioni, anche contrastanti, possono coesistere pacificamente nella mente del politico o dell’analista moderno, per essere invocate a seconda delle necessità.

E per molti versi, questa è la radice del problema. “Democrazia” è uno slogan, un giudizio di valore più che una descrizione, un termine di lode e di biasimo nei dibattiti politici più che un programma definito. Essere “democratici” significa essere buoni: essere “antidemocratici” significa essere percepiti come l’Altro, il fuorilegge di Agamben (letteralmente al di fuori della protezione della legge) contro il quale si possono legittimamente adottare misure normalmente inaccettabili. Poiché “democrazia” è in gran parte un termine privo di contenuto, il suo significato in un dato contesto è naturalmente determinato dall’equilibrio delle forze politiche che lo circondano. Nessun tribunale, ad esempio, potrebbe pronunciarsi sulla “democraticità” di una determinata iniziativa, personalità o partito, se non facendo riferimento a leggi che sono a loro volta il prodotto dell’equilibrio delle forze politiche. Il risultato è una totale confusione di idee e, quando c’è questa, ne consegue inevitabilmente una totale confusione di discorso e argomentazione.

Se interrogati, la maggior parte delle persone ripeterebbe ciò che ha sentito o imparato sulla democrazia. Per alcuni, si tratta di “governo del popolo”, traducendo letteralmente il greco. Per altri, si tratta di “avere elezioni”. Due cose sono immediatamente evidenti. La prima è che non c’è un collegamento ovvio tra le due idee (l’Unione Sovietica aveva le elezioni, mentre i Greci no, nel nostro senso) e non è nemmeno chiaro se la seconda debba essere considerata un caso particolare della prima. L’altra è che entrambe racchiudono una serie di presupposti, precondizioni e problemi irrisolvibili. Alcune domande sono fondamentali. Come governa il popolo? Il termine ha davvero un significato? Il popolo non è già diviso sulla maggior parte delle questioni? Chi decide cosa pensa il popolo? Tutto funziona tramite referendum o sorteggio? Cosa succede quando si commettono errori? Cosa succede quando il popolo non riesce a prendere una decisione? E che dire delle elezioni? Elezioni qualsiasi? Beh, che dire di elezioni “libere ed eque”? In tal caso, come si giudica e chi giudica? Le “elezioni libere” sono quelle in cui chiunque può candidarsi? Oppure certe persone – diciamo l'”estrema destra” – sono escluse dalla candidatura? E se sì, chi lo decide e che impatto ha questo sul concetto di “libertà”? E cos’è un’elezione “equa”? Chi ha il diritto di giudicare? Anzi, come sarebbe concretamente un’elezione “equa”? Cosa succede se un partito vince il voto popolare ma non la maggioranza dei seggi? È giusto? Il partito perdente dovrebbe sempre accettare la sconfitta? Cosa succede se si verificano frodi elettorali evidenti e trasparenti? O frodi abbastanza evidenti? O indizi di frode, ma nessuno ne è certo? O accuse di frode strenuamente negate?

Ora, sebbene tutto ciò sia materiale di grande interesse per i seminari di Scienze Politiche e abbia generato una vasta letteratura che non abbiamo il tempo di approfondire qui, la questione è in realtà molto più seria. La realtà è che la maggior parte delle persone non si considera residente in una “Democrazia”. Si considerano residenti in un Paese in cui lo Stato risponde o meno ai loro bisogni, in cui lo Stato stesso funziona bene o male, si comporta bene o male nei loro confronti, in cui fornisce o meno i servizi di cui hanno bisogno, in cui li protegge o meno, in cui il sistema politico è più o meno onesto e in cui, in definitiva, risponde o meno all’opinione pubblica. Le considerazioni astratte sulla teoria della “Democrazia” non entrano nel discorso comune della gente, ed è per questo che gli allarmi agghiaccianti sulla “Fine della Democrazia” raramente hanno effetto. “Se questa è la democrazia, allora ve la potete tenere” è quindi una reazione comune tra coloro che ricevono tali minacce.

Il problema, ovviamente, è che la “democrazia” è il soggetto liberale per eccellenza. È, a priori e per definizione, una cosa positiva, il che significa che le argomentazioni contro di essa, o persino a suo favore, sono automaticamente escluse, e coloro che si discostano dalla ristretta linea di espressione normativa consentita (che, naturalmente, varia a seconda delle circostanze) possono essere tranquillamente scomunicati. Inoltre, è altamente tecnica, piena di regole e regolamenti, e fonte di infinite opportunità professionali per avvocati, giornalisti, accademici, politologi, opinionisti e molte altre persone che non sanno fare altro. Infine, permette che la lotta per il potere, arbitrata e gestita da queste persone, sia in gran parte non ideologica (escludendo fin dall’inizio le idee scomode) e consente ai suoi sostenitori di guardarci dall’alto in basso con un senso di superiorità morale, dicendoci cosa fare e chi non votare. Poiché nessuna delle parole che usano ha un significato preciso, coloro che controllano il discorso non hanno bisogno di argomentare razionalmente a favore o contro l’accettabilità o meno di idee, candidati o partiti. L’affermazione è sufficiente. Quindi questo partito o candidato è estremista, quest’altro è moderato, queste elezioni sono state regolari, quest’altro no, questo candidato ha effettivamente vinto anche se avrebbe dovuto perdere e quest’altro candidato ha vinto davvero perché l’opposizione ha imbrogliato. Poiché non vi è alcun obbligo di fornire prove, non c’è modo di verificare, né tantomeno di contestare, tali affermazioni normative. Dobbiamo semplicemente accettarle.

Il fatto che esista un enorme divario tra ciò che i cittadini si aspettano dai propri governi e ciò che il sistema è disposto a fornire oggigiorno, porta anche alla questione correlata della legittimità. Come per la “democrazia”, ​​anche la “legittimità” è un concetto vagamente fuorviante. La parola deriva ovviamente dal latino ” lex”, che significa “legge”, da cui derivano anche “legale”, “legislazione” e altri termini correlati. Quindi, la definizione in una sola frase di un governo legittimo è quella di un governo eletto legalmente. Grazie. Bene, a questo punto potremmo ricordare che molto dipende da chi stabilisce le regole: dopotutto, il governo sovietico era eletto legalmente. (Dipende anche da quali siano le regole). Il pensiero liberale moderno considera un governo legittimo come un governo eletto secondo regole elettorali complesse e articolate, e che agisce, almeno in teoria, secondo una serie di vincoli legali formali. Si presume che il contenuto delle sue azioni sia perlopiù irrilevante, purché vengano seguite le procedure corrette. Inoltre, nel vero spirito liberale di rendere ancora più complicate le cose già complesse, anche i sistemi politici devono avere “controlli e contrappesi”, “supervisione” e “poteri di bilanciamento”: concetti vaghi e controversi che potrebbero non essere poi così diversi tra loro, ma che in ogni caso offrono un’occupazione redditizia ai membri della casta professionale e manageriale (PMC) che attualmente non sono al governo, o che forse cercano il potere in altri modi. E se sei un professore di diritto pubblico, puoi quindi scrivere articoli eruditi per le masse spiegando quanto siano formidabili e complesse questioni di legittimità che in realtà sono piuttosto semplici.

Ma ho suggerito che dietro tutta questa confusione sulla “democrazia” si celano problemi di ingegneria politica, quindi analizziamo il principale, che si può riassumere facilmente: chi prende le decisioni, su quale base rivendica la legittimità di prenderle e come fa a far sì che tale legittimità venga accettata? Quest’ultimo punto, in realtà, precede gli altri, perché, sebbene il potere assoluto e l’uso della violenza possano consentire a individui e gruppi di prendere e imporre decisioni fino a un certo punto, non si può costruire una società funzionante in questo modo. La domanda davvero interessante, formulata per la prima volta ai giorni nostri da Michel Foucault, ma non da lui originata, non è tanto perché le persone si ribellino, quanto perché obbediscano. E la risposta, in tutte le sue manifestazioni, è molto più complessa di quanto si possa immaginare.

Per gran parte della storia umana, le persone non si sono mai interrogate consapevolmente su questioni di questo tipo. Se aveste fermato un assiro o un egizio di un’antica dinastia per chiedere loro perché obbedissero al loro sovrano, vi avrebbero guardato perplessi e avrebbero risposto qualcosa del tipo “è così e basta”. Ed era proprio così. Noi, nell’Occidente moderno, siamo la prima civiltà in cui i suoi elementi – incluso il potere, ma anche molte altre cose – sono scollegati tra loro. Entro confini culturali molto ampi, la nostra società, il nostro sistema familiare, i nostri sistemi educativi, i nostri sistemi politici, le nostre filosofie, le nostre religioni, le nostre cosmologie, la nostra etica, i nostri costumi, le nostre leggi, le nostre economie, il nostro concetto di storia, il nostro concetto di scienza, il nostro concetto di arte e praticamente tutto il resto, hanno origini specifiche, divergenze proprie, seguono regole e strutture di potere proprie e hanno obiettivi propri, spesso in competizione tra loro o, nella migliore delle ipotesi, in totale disaccordo.

Per la maggior parte dei nostri antenati, e per molte società del mondo odierno, tutto ciò sarebbe sembrato incredibile. Il mondo era (e in alcuni casi lo è ancora in parte) concepito come un tutto organizzato e magico, dove ogni cosa era connessa a ogni altra, e l’intero mondo era come un libro in cui ogni animale, albero, pietra e fenomeno naturale era un segno del Creatore. Siamo così lontani da una simile mentalità che è difficile persino far credere alla gente che sia mai esistita. Ecco perché, per disperazione, esperti e persino storici oggi cercano spesso spiegazioni materialistiche per cose che, all’epoca, le persone facevano o pensavano per ragioni non materiali ben comprese e accettate, anche se oggi troviamo queste ragioni incomprensibili. E parte integrante di queste spiegazioni era un senso di Ordine intrinseco. Dopotutto, non importa quanto simbolicamente si interpreti il ​​Mito della Creazione della propria civiltà, la Creazione implica una struttura, e la struttura implica un ordine. Di certo, nessun Creatore si limiterebbe a gettare i pezzi e dire “fate come volete”.

Pertanto, il potere decisionale ultimo seguiva una struttura determinata dalla creazione del mondo in cui si viveva. Certo, molte decisioni quotidiane erano prese dalle strutture sociali tradizionali: la semina del raccolto poteva richiedere un sacrificio rituale, ma i dettagli venivano definiti dagli anziani del villaggio che lo avevano fatto cinquanta volte prima. Ciononostante, e non da ultimo nell’Europa premoderna, gli esseri umani vivevano all’interno di un universo divinamente costruito e ordinato, in cui le cose erano come erano, perché erano. L’universo premoderno era gerarchico, almeno tanto nella sua cosmologia quanto nella sua organizzazione politica e struttura sociale. Soprattutto, la sua visione della realtà era simbolica e metaforica, non una questione di interpretazione letterale dei testi: le mappe spesso mostravano Gerusalemme come il centro del mondo, non perché lo fosse geograficamente in senso letterale, ma perché era il centro simbolico del mondo. La Bibbia non doveva essere interpretata letteralmente, ma secondo quattro livelli di simbolismo crescente. Re e imperatori erano semidei (in alcune società, naturalmente, erano veri e propri dèi) il cui tocco poteva guarire, la cui salute si rifletteva nella salute del paese, ed erano nominati da Dio, con severe sanzioni per chiunque tentasse di deporli, il tutto come parte dell’ordine naturale delle cose.

Non possiamo nemmeno immaginare, in linea di principio, come doveva essere vivere in una società del genere, dove il Sole e la Luna erano esseri viventi, dove gli animali avevano un’anima (da dove pensate che derivi la parola “animale”?) e la Terra, la razza umana e il suo rapporto con il Dio creatore erano al centro di tutto, sia letteralmente che simbolicamente. Non vale davvero la pena provarci, ed è forse per questo che gli storici hanno, piuttosto disperatamente, scandagliato i documenti di quei tempi alla ricerca dei più piccoli precursori economici e politici del modernismo, che di solito si traducono in ben poco, se non in nulla, nella pratica. (I tentativi di sostenere che viviamo ancora oggi in un universo “incantato” perché la gente legge le rubriche di astrologia sui media sono francamente insensati in questo contesto).

Questo modo di pensare non è scomparso da un giorno all’altro con la “nuova filosofia” che, come lamentava John Donne, “mette tutto in dubbio”. Il concetto di un mondo ordinato e strutturato divinamente, e quindi di una società, e quindi di un sistema politico legittimo, è perdurato fino al XVIII secolo, e nella cultura popolare molto più a lungo. Come cantavano i bambini in chiesa prima che i versi venissero censurati:

 Il ricco nel suo castello/Il povero alla sua porta, 
Dio li creò, alti o bassi che fossero, e dispose la loro condizione.
 Nemmeno la gente comune dell'epoca era necessariamente animata da idee rivoluzionarie proto-democratiche, pur lamentandosi. La maggior parte delle lamentele – come nei famosi Cáhiers de doléances francesi – erano in realtà di natura reazionaria, non rivoluzionaria, e chiedevano il ripristino dei privilegi tradizionali, il licenziamento dei funzionari corrotti e simili. Ciò che i liberali consideravano progresso, la gente comune spesso lo diffidava e lo temeva; in parte, è vero, per un innato conservatorismo, ma anche perché stava distruggendo il mondo che avevano conosciuto, senza fornire alcuna struttura coerente che lo sostituisse. La violenta resistenza nell'ovest della Francia contro le azioni dei nuovi regimi rivoluzionari di Parigi era diretta contro un gruppo di intellettuali borghesi che sembravano intenzionati a distruggere tutto ciò che dava un senso al mondo, spesso senza alcun motivo. Che senso aveva chiudere le chiese, ad esempio, solo per poi creare il culto dell'Essere Supremo e pretendere che la gente lo adorasse?

È probabilmente vero che una filosofia politica come il liberalismo, basata sulla ricerca di un individualismo radicale, sia logicamente incapace di sviluppare una struttura complessiva condivisa. Ironicamente, una tale potenziale struttura avrebbe qualche somiglianza con il fascismo: i miei diritti e i tuoi diritti entrano inevitabilmente in conflitto e vince il più forte, o con la forza bruta o grazie all’avvocato più costoso. Ma una volta che ci si allontana da una teoria tradizionale coerente del potere e delle responsabilità, fondata sulla fede religiosa in un ordine strutturato, ci si ritrova nell’equivalente politico della confusione etica identificata da Alasdair MacIntyre. I tentativi puramente umani di sviluppare e attuare teorie di governo semplicemente non riescono a gestire la complessità delle civiltà moderne e quasi sempre degenerano in una serie di slogan, che incarnano concetti vaghi poi imposti da regole complesse ma imperfette. Questo non significa, ovviamente, che dovremmo tornare al diritto divino dei re, ma significa che dovremmo accettare che i sistemi politici creati dagli esseri umani saranno imperfetti e smettere di venerare acriticamente concetti ambigui come “democrazia”, ​​proprio come i nostri antenati veneravano sistemi istituiti divinamente ai loro tempi.

Ironicamente, le stesse ambizioni dei riformatori democratici – per quanto lodevoli – hanno creato gran parte del problema. Ad esempio, si sostiene che in una democrazia il governo dovrebbe essere “responsabile” nei confronti del “popolo”: l’immagine, come spesso accade con il liberalismo, deriva dal mondo degli affari, e quindi il governo è paragonato a un’azienda che sottopone i propri bilanci a un organismo indipendente per la verifica. Eppure, i tentativi di rendere operativa quest’idea non hanno portato a nulla. A parte le elezioni (che presentano i loro problemi) e i referendum (che potrebbero produrre risultati errati), non esiste un modo pratico per realizzare questo obiettivo, né una definizione utile di cosa si intenda per “popolo” in questo contesto. Pertanto, la soluzione è puramente performativa e simbolica, con vari membri del Comitato di Gestione del Popolo che agiscono in ruoli diversi all’interno di strutture diverse, affermando di rappresentare gli interessi del “popolo”, o oggigiorno più probabilmente di una sua parte definita.

Questo crea un problema che non esisteva in passato e che in alcuni luoghi non esiste ancora. Quando si ha un governo che non si dichiara “responsabile”, come uno stato a partito unico, una dittatura religiosa o un regime militare, le aspettative dei cittadini sono di conseguenza limitate. Per quanto ne sappiamo, le persone che vivono sotto tali regimi generalmente li accettano come “legittimi” nel senso più banale del termine, poiché si basano sul potere, e quindi cercano di evitare problemi con le autorità. In effetti, nel caso di molti regimi – l’ex Unione Sovietica, ad esempio – il regime era semplicemente “presente”: la legittimità in quanto tale non era il vero problema. In molti altri paesi, “responsabilità” ha un significato molto più definito e concreto: si vota per il proprio politico locale e quest’ultimo si occupa dei propri interessi. La teoria politica raramente entra in gioco.

In linea generale, più si elogia la “democrazia”, ​​più si afferma che essa va difesa, più si demonizzano coloro che la “minacciano”, più è necessario che funzioni per conservare il consenso e il sostegno dell’opinione pubblica. Ma la realtà è che nella maggior parte dei paesi occidentali odierni, i presunti benefici della “democrazia” sono raramente evidenti, eppure si chiede ai cittadini di rinunciare alla libertà di voto, teoricamente per proteggere un sistema in cui hanno in gran parte perso fiducia. Questo è il problema politico fondamentale dei sistemi politici occidentali odierni. Ma allora perché i cittadini hanno perso completamente la fiducia nel loro sistema politico?

Dobbiamo innanzitutto riconoscere che la situazione attuale è anomala. La democrazia, come concetto, non è mai stata del tutto chiara, né sempre facile da attuare, eppure le persone ci hanno provato. Il concetto di sovranità popolare è stato strappato, come denti, alla classe dominante durante il XIX secolo, con sangue, sofferenza, scontri industriali e persino violenza di massa. In particolare, quando i liberali della classe media iniziarono ad accedere al potere, si dimostrarono altrettanto violenti e spietati nel difendere i loro nuovi privilegi quanto lo erano stati i vecchi sistemi monarchici, non da ultimo perché il loro potere non si basava su consuetudini, religione e tradizione, ma sulla ricchezza e sull’accesso alla forza repressiva. E naturalmente le tradizionali strutture di potere sociale e finanziario erano ancora presenti, i media rappresentavano un importante fattore di distorsione, e così via. Ciononostante, per un periodo di diverse generazioni, si poteva votare per uno di una serie di partiti con ideologie distinte, in un sistema politico in cui l’ideologia veniva dibattuta, con la fiducia che, se il proprio partito fosse stato eletto, si sarebbe comportato in modo diverso dagli altri. Ormai ci siamo talmente abituati al governo del Partito dagli anni ’90 che abbiamo dimenticato – se mai lo abbiamo saputo – che questo fosse possibile, almeno in una certa misura.

Quando parlo di “ideologia”, mi riferisco alle argomentazioni su questioni che riguardano la vita delle persone comuni, non a temi come il matrimonio omosessuale. Tradizionalmente, i partiti si differenziavano su questioni come la tassazione, il controllo dell’economia, l’istruzione, i trasporti, la sanità, la ripartizione del potere tra livello locale e nazionale e una dozzina di altre cose. Nella maggior parte dei paesi, i diversi partiti hanno ancora opinioni diverse su alcune di queste questioni, ma in pratica ciò ha poca importanza. In generale, i governi hanno ormai rinunciato agli strumenti che un tempo permettevano loro di influenzare il funzionamento dell’economia e, di conseguenza, non sono in grado, non vogliono o entrambe le cose fare molto per affrontare i problemi della gente comune. La gente comune, non essendo stupida, se n’è accorta.

Incapace di affrontare questi problemi, la classe politica ha quindi optato per addossare la colpa alle vittime. Negli ultimi anni, è stato quasi allucinatorio vedere tutti quei temi che un tempo erano il pane quotidiano della politica democratica essere gettati senza tanti complimenti in un cestino della spazzatura etichettato come “estrema destra”. Tenevo mentalmente un elenco di alcune delle accuse più assurde di “estrema destra” mosse contro le persone in Francia (l’interesse per le tradizioni della propria regione d’origine, forse, l’organizzazione di feste di paese, la preoccupazione per il calo delle nascite?). Di fatto, ogni argomento che il Partito non sa come affrontare, o per cui non ha soluzioni, o che rischierebbe di provocare scontri tra le sue fazioni, viene semplicemente ignorato, e persino parlarne viene considerato un modo per rafforzare l'”estrema destra”. Il risultato è che il Partito si rifiuta deliberatamente di discutere le questioni che la gente ritiene più importanti, e denigra chiunque tenti di farlo.

Quello che qui chiamo il Partito – la maggioranza della classe politica occidentale moderna – non è certo assolutamente unito, ma lo è sulle questioni che contano. Riserva le sue dispute più feroci ad altri argomenti. Questo crea una situazione bizzarra di rigidità e sterilità ideologica. Da un lato, esiste una sola visione corretta su questioni come la tassazione, l’apertura delle frontiere, il commercio e gli investimenti, ecc., e i dissidenti vengono espulsi dal Partito. Dall’altro lato, ci sono violente divisioni interne su molte questioni sociali: non necessariamente solo a favore o contro, ma sull’importanza di una lobby rispetto a un’altra. Ho sempre sostenuto che il liberalismo politico fosse destinato a finire così. Eliminando la politica dalla politica stessa, creando una classe politica “professionale” ignara di tutto il resto e priva di qualsiasi esperienza di vita rilevante, e riducendo la vita politica stessa a una lotta per la popolarità e lo status all’interno del Partito, era praticamente inevitabile che il Partito non solo perdesse il contatto con l’elettorato, ma arrivasse anche a disprezzarlo e, in mancanza di qualsiasi senso di solidarietà, a disprezzarsi a vicenda.

Ed è qui che torniamo alla questione della legittimità. Essa è stata affrontata in diversi modi, da quando è stata abbandonata l’idea di un sistema che incorporasse, o quantomeno fosse progettato da, poteri religiosi. Alla domanda “Perché dovrei obbedire allo Stato?” ci sono state diverse risposte e, per gran parte dell’era secolare in Occidente, la risposta è stata un confuso miscuglio di deferenza ereditata, pragmatismo, rispetto per le persone più istruite e intelligenti, consuetudine e abitudine, identificazione con dottrine politiche, la convinzione che lo Stato agisse a proprio favore e il bisogno di protezione. Nei paesi in cui la Chiesa era forte, l’esercito influente, o entrambi, ampie fasce della popolazione vedevano lo Stato anche come custode e difensore del proprio stile di vita.

Oltre a ciò, naturalmente, i regimi rivoluzionari hanno rivendicato la propria legittimità in virtù del fatto stesso della rivoluzione. L’esempio classico è l’Unione Sovietica, il cui governo ha affermato in diverse occasioni di rappresentare gli interessi non solo della classe operaia del proprio paese, ma anche di altri paesi. I governi di “liberazione nazionale” hanno spesso avanzato le stesse rivendicazioni: il regime di Mugabe in Zimbabwe ha vissuto di questa argomentazione per decenni, e la legittimità di cui gode ancora oggi l’oscura struttura di potere in Algeria deriva dal ripetuto e spietato utilizzo della carta dell’indipendenza, sebbene la stragrande maggioranza della popolazione sia nata dopo il 1962 e la maggior parte dei giovani desideri semplicemente emigrare. In alternativa, i governi di diversi paesi islamici proclamano la propria legittimità seguendo gli insegnamenti dell’Islam, non attraverso il consenso popolare. All’altro estremo dello spettro, i governi di destra, come quelli di Franco in Spagna o di Pinochet in Cile, hanno rivendicato la propria legittimità in virtù del loro presunto ruolo nel “salvare la nazione” dal caos e dal comunismo.

Da parte sua, fino all’ultima generazione circa, la classe dirigente della maggior parte delle nazioni occidentali poteva vantare almeno qualche pretesa di quel tipo di legittimità che deriva dalla competenza, dall’esperienza e dall’aver già fatto qualcosa nella vita. Infatti, molti politici avevano già avuto successo in altre carriere al di fuori della politica, o avevano vissuto esperienze epiche come la Seconda Guerra Mondiale o altre crisi politiche. Non lontano da dove lavoravo a Parigi, c’era una targa su un palazzo che riportava il nome di qualcuno che vi aveva vissuto con la laconica descrizione Résistant, Déporté, Ministre . Non ricordo chi fosse ora, ma non importa: targhe simili sono ovunque, a testimonianza di un’intera generazione di politici, un tempo combattenti della Resistenza, deportati in campi come Buchenwald, tornati per aiutare a ricostruire i loro paesi. (Quale sarebbe l’equivalente oggi, mi chiedo: Consulente, Politico, Milionario reForse ?)

Ma la classe politica odierna e i suoi parassiti delle società di gestione collettiva non possono avanzare simili pretese. Università, ONG, “consigliere” politico, funzionario di partito, politico eletto… Per la maggior parte, non hanno nulla di concreto. Ma non c’è nemmeno nulla che li tenga uniti in un’identità politica collettiva. Pensate a questo: cinquant’anni fa potevate essere un imprenditore locale che viveva in una piccola città di provincia. Le vostre inclinazioni naturali erano conservatrici senza essere ideologiche, leggevate un giornale di destra, eravate membri della sezione locale del vostro principale partito politico di destra, anche se lo consideravate più un circolo sociale e un modo per incontrare clienti. Quindi, quando un funzionario locale del partito vi chiedeva se aveste mai pensato di entrare in politica, il contesto, l’ideologia, per quanto rudimentale, l’organizzazione e i contatti erano tutti presenti. Oppure potevate essere un funzionario sindacale, un tempo un artigiano qualificato, con una grande esperienza nella negoziazione, nel parlare in pubblico e nella vita in generale. Sei vicino alla sezione locale del principale partito di sinistra e, quando qualcuno ti chiede se hai mai pensato alla politica, allora, ancora una volta, le scelte sembrano naturali.

Oggigiorno, i membri alle prime armi del PMC trattano i partiti politici come tratterebbero dei potenziali datori di lavoro. Se un gruppo di loro finisce per lavorare nello stesso partito, è per ambizione condivisa. Nulla li unisce se non la brama di potere, e non hanno nulla da offrire all’elettorato se non stanchi cliché e un’aggressiva posa di vuota superiorità morale. Concordano con i loro ipotetici avversari sulla maggior parte delle questioni principali, sono pronti ad abbandonare qualsiasi principio residuo se necessario, e in generale disprezzano comunque l’elettorato. Le poche competenze che possiedono non sono quelle tradizionali della politica, ma quelle di scalare la gerarchia, trovare e adulare i protettori, pugnalare i rivali e apprendere le abilità necessarie per progredire nel partito. Di fatto, queste competenze sono molto simili a quelle che si trovano in uno stato a partito unico, dove l’unica cosa che conta per gli ambiziosi è scalare la gerarchia del partito.

In pratica, quindi, discorsi, tweet e pubblicazioni di questo tipo non servono a vincere le elezioni, né necessariamente a far conoscere meglio al pubblico il politico in questione: sono in genere parte della lotta politica interna per raggiungere le posizioni più elevate. Pertanto, è comune, persino normale, che un politico di successo, radicato nel sistema, si presenti sulla scena nazionale e venga immediatamente travolto da una delle crisi standard della vita politica. Se volete una sintesi concisa del perché la nostra attuale classe politica abbia trasformato in un disastro la situazione del Covid, dell’Ucraina e dell’Iran, eccola qui.

Questo genera una crisi di legittimità a cui i nostri attuali sistemi politici occidentali non sanno dare risposta. Eppure, in qualche modo, devono pur vincere le elezioni, e la maggior parte di loro è ben consapevole che relegare tutti i movimenti politici diversi dal proprio, così come tutte le tradizionali preoccupazioni politiche, nel paniere dell'”estrema destra” non sta funzionando molto bene. D’altro canto, affrontare concretamente le preoccupazioni della gente comune è al di là delle loro competenze, e persino discutere su come farlo scatenerebbe un bagno di sangue politico interno di proporzioni enormi. Il che non sorprende affatto, dato che, dopotutto, sono politici che vivono prevalentemente in un mondo simbolico e performativo: quasi platonico, idealista, dove solo le idee astratte hanno potere. Le argomentazioni sulle conseguenze pratiche delle loro idee normative ( ad esempio, ” No Borders! “) sono semplicemente inammissibili, e chi pone domande pratiche viene etichettato come appartenente all'”estrema destra” o come vittima di un raggiro che li ha indotti a “stare al loro gioco”. La realtà ultima è simbolica, non, ehm, reale.

Se la nostra attuale classe politica e i suoi parassiti delle compagnie militari private hanno un’ideologia, questa è la sua. Non ha coerenza, ma è un miscuglio di argomentazioni di parte da parte di gruppi di interesse e di operazioni orchestrate da speculatori che hanno individuato una falla nel mercato. Per avere successo, gli aspiranti politici di partito devono rispettare la sensibilità di tutti questi gruppi, anche quando si contraddicono a vicenda. Invece di compromesso e di uno sforzo collettivo per conquistare il potere, questo sistema incoraggia un radicalismo competitivo e scissivo, poiché la strada per arrivare al vertice del proprio gruppo è essere più estremisti di chiunque altro e poi pretendere che i leader del partito ti rispettino, piuttosto che qualcuno meno radicale. Fare una figuraccia o essere smentiti non importa: non c’è cattiva pubblicità.

In termini generali, e al di là di un po’ di retorica strumentalizzata, non c’è nulla di concreto dietro queste idee, ed è per questo che il Partito non si sforza seriamente di difendere la propria posizione, ma si limita ad aggredire i critici. Non ha altra argomentazione per la sua lista di imperativi in ​​continua evoluzione se non “Perché lo diciamo noi”. Il Partito e i suoi servitori sanno, senza bisogno di analisi, che le loro opinioni sono Giuste. (Devono esserlo per definizione, perché sono le opinioni che professano). Le opinioni del resto di noi non sono Giuste, quando differiscono dalle loro. La conoscenza, l’esperienza, persino l’istruzione sono meno importanti dell’avere i pensieri Giusti. E poiché le loro argomentazioni sono Giuste, l’opinione pubblica e persino i fatti concreti sono irrilevanti. L’Ucraina vincerà perché è Giusto. L’immigrazione incontrollata è Buona perché lo è.

Non credo che ci siamo mai trovati prima d’ora nella situazione di una classe politica dominante con un vuoto nel cranio, dove dovrebbe esserci il cervello. Persino i nazisti avevano una sorta di ideologia. Ma la convinzione che tutte le azioni politiche importanti siano performative e che le uniche vere questioni politiche siano simboliche, riduce il Partito a una folla di manipolatori di simboli litigiosi, uniti solo dall’odio collettivo per coloro che insistono sul fatto che la vita abbia problemi reali da risolvere.

L’incapacità del Partito di comprendere la Vita Reale e di abusare di coloro che vorrebbero che se ne occupasse è evidente a tutti i livelli, e deriva logicamente dall’incapacità di comprendere qualsiasi cosa che non siano simboli e performance. Nulla è in definitiva reale, tutto è gestibile con una presentazione PowerPoint. L’esempio più lampante è la sfida dell’Islam politico, che sta guadagnando terreno nelle comunità di immigrati in Europa, soprattutto tra i giovani. L’idea che le persone possano credere che una religione sia letteralmente vera, che agiscano violentemente in base a tale convinzione, che vogliano che la legge religiosa sostituisca quella civile e che considerino gli stati laici come abominazioni da distruggere, rappresenta troppe cose impossibili da credere prima di colazione. La realtà, di certo, non può essere così. Mi fa male la testa. Gli unici schemi di analisi del PMC sono simbolici e performativi. Suggerire che queste persone credano a ciò che dicono è islamofobia: il ruolo degli immigrati è quello di essere trattati con condiscendenza come vittime simboliche e poi votare nel modo giusto. Ironicamente, una delle poche ideologie che effettivamente negano gli ideali democratici viene fraintesa e minimizzata perché razzista.

Come l’islam politico, come l’immigrazione, esiste tutta una serie di argomenti quotidiani che NON devono essere discussi, perché anche solo menzionarli potrebbe in qualche modo avvantaggiare l'”estrema destra”. Questioni come l’istruzione, la sanità, la disoccupazione e la sicurezza quotidiana sono piene di trappole che l'”estrema destra” potrebbe tendere, quindi è meglio non parlarne. E se il Partito dovesse effettivamente discutere di una qualsiasi di queste questioni a un livello che vada oltre quello simbolico, la totale vacuità e superficialità del loro pensiero e della loro presunta superiorità morale diventerebbero crudelmente evidenti.

Ci odiano, ma hanno bisogno del nostro voto per impedire che vinca l'”estrema destra”. Quindi cercano di apostrofarci e insultarci per ottenere il nostro sostegno, ma con il passare degli anni questo metodo funziona sempre meno. Forse gli ” Dei Potenti” torneranno davvero e pretenderanno che si faccia qualcosa di concreto riguardo alle tradizionali preoccupazioni umane. E indovinate chi ne trarrà vantaggio alla fine? Ma certo, l'”estrema destra”.

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Questo è tutto per questa settimana. Come sempre, grazie a coloro che instancabilmente forniscono traduzioni nelle loro lingue. Maria José Tormo pubblica traduzioni in spagnolo sul suo sito qui , Marco Zeloni pubblica traduzioni in italiano su un sito qui e Italia e il Mondo le pubblica qui . Sono lieto di aggiungere che le versioni di questi saggi in ceco appariranno ora regolarmente in traduzione sul sito czstrat.cz . Sono sempre grato a coloro che pubblicano occasionalmente traduzioni e riassunti in altre lingue, purché citino l’originale e me lo facciano sapere.

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La “Geopolitica della lunga durata” di Antonio De Martini e la spiegazione dalla rivalità strategica tra Turchia e Russia _ di Lucio Cornelio Silla

La “Geopolitica della lunga durata” di Antonio De Martini e la spiegazione dalla rivalità strategica tra Turchia e Russia

Lucio Cornelio Silla

L’ascesa della Turchia nel XXI secolo non può essere compresa se isolata dal lungo arco della sua storia geopolitica, né tantomeno se letta attraverso la lente distorta con cui l’Europa ottocentesca cristallizzò l’immagine dell’Impero Ottomano come “Malato d’Europa”. Al contrario, una ricostruzione rigorosa delle dinamiche di potere mostra che la Turchia è stata, per secoli, una delle principali potenze dell’Eurasia mediterranea e che la sua attuale rinascita strategica rappresenta il ritorno di una costante storica, non la comparsa di un nuovo attore. La posizione unica sugli Stretti (Bosforo e Dardanelli), la funzione di cerniera tra tre continenti (Europa, Asia, Africa), e la millenaria competizione con la Russia per il controllo del Mar Nero, dei Balcani e del Caucaso costituiscono il telaio profondo su cui si innesta la politica estera turca contemporanea. Oggi, come nel passato, Ankara sta riattivando questi vantaggi strutturali attraverso la crescita economica, la maturazione industriale, l’autonomia tecnologico-militare e una diplomazia capace di manovrare tra le grandi potenze, dalla NATO alla Russia. Comprendere la Turchia di oggi significa dunque leggere la continuità della sua geografia, della sua strategia e della sua storia: la potenza non è una novità, ma un ritorno.

     Dunque, a tal riguardo, nel panorama italiano della geopolitica contemporanea, l’elaborazione analitica di Antonio De Martini ha rappresentato una delle espressioni più lucide della cosiddetta “Geopolitica di lunga durata”, ossia quell’approccio che considera gli equilibri internazionali non come fenomeni contingenti, ma come il risultato di vettori storici, geografici, economici e culturali che agiscono per secoli e modellano gli Stati ben oltre le volontà politiche del momento. De Martini – la cui scomparsa, nel 2023, ha lasciato un vuoto profondo nel dibattito geopolitico serio, realistico e non ideologizzato in Italia – univa ad una precoce esperienza politica d’alto livello fianco di Randolfo Pacciardi (repubblicano mazziniano ed ex Ministro della Difesa sotto De Gasperi della Democrazia Cristiana), nell’ambito che fu il movimento dell’Unione per la Nuova Repubblica, ad una formazione militare. In quanto, egli, dopo gli studi, fu ufficiale carrista dell’Esercito Italiano. Successivamente, sviluppò una lunga attività nel mondo del business, e poi anche della consulenza sia economica che della sicurezza, sia a livello nazionale che internazionale. Nonché, ricoprì ruoli di rilievo anche all’interno della FAO, che ampliarono ulteriormente la sua comprensione dei meccanismi profondi che governano potere, risorse e organizzazione degli Stati. Mentre, a livello dell’analisi della geopolitica, egli si definiva “un autonomo culture della materia”.

     A questo retroterra personale si aggiungeva un’eredità familiare straordinaria, in quanto, suo padre, Francesco De Martini (detto “il Turco”), era stata una figura leggendaria dell’intelligence militare italiana. Ciò sia durante i primi decenni della Guerra Fredda, che, in precedenza quando fu protagonista di operazioni audacissime nel Corno d’Africa durante la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre, tale percorso di vita che è stato anche immortalato nell’opera titolata Turco di Sylvain Chantal, pubblicata in Francia dalla casa editrice Le Dilettante, nel 2022 (che ne ricostruisce in forma narrativa-biografica, e con diverse interviste, sia la vita che l’opera).

     Dunque, è proprio da questa tradizione di concretezza operativa e di comprensione diretta dei rapporti di forza, nella contestualizzazione sia storica che geografica, che scaturiva la chiarezza analitica di Antonio De Martini. Le sue riflessioni venivano diffuse soprattutto attraverso il suo sito web personale di riflessioni sulla geopolitica, sull’alta politica, sull’economica, sulle relazioni internazionali, etc., titolato il Corriere della Collera. Nonché, anche tramite frequenti e approfondite interviste al sito di geopolitica Italia e il Mondo.

    In questo quadro, la “Geopolitica della lunga durata” di De Martini, all’interno del panorama del dibattito geopolitico italiano, si distingue non soltanto per la solidità dei riferimenti storici, ma per la capacità di cogliere – attraverso il ripetersi nei secoli di dinamiche costanti – le strutture profonde che rendono intelligibile l’azione degli Stati e delle Potenze nel presente. Comprendere questa prospettiva significa riconoscere che potenza, geografia, economie strategiche e continuità storiche non sono accessori della politica internazionale: sono la sua sostanza. E l’opera di De Martini rimane, nel dibattito e nell’analisi geopolitica fatta in Italia negli ultimi tre decenni, ancora oggi, uno dei contributi più rigorosi per interpretare le rivalità regionali e globali con uno sguardo che sia ad un tutt’uno storico, gran strategico d’alta politica, e concretamente realistico.

Dunque, rispetto al tema di questo breve saggio d’analisi, si può osservare come Antonio De Martini abbia dedicato numerose pagine e molto tempo all’analisi geopolitica della Turchia, sotto diversi aspetti e prospettive. Le quali posso trovarsi ad esempio, solo per citare alcune delle sue riflessioni, in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia, rilasciata nel 2019 per l’Italia ed il Mondo, od ancora, per la medesima piattaforma di geopolitica, Mediterraneo! La Turchia nel quadrante orientale, del 2021. Così come anche, nel suo sito web personale dedicato a questo tipo di analisi, il Corriere della Collera, si possono trovare rilevanti riflessioni del tipo: Brevi cenni essenziali su millecinquecento anni di storia della Turchia per capire che fa parte della nostra storia da sempre, del 2022; oppure: Turchia. verso uno “splendido isolamento” o verso l’asia russa?, del 2015; od ancora: Turchia in cerca di un nuovo Atatürk per restare in Europa, del 2013.

Dunque, questa analisi si fonda sulla geopolitica delle dinamiche di potere delle grandi potenze, osservata attraverso una prospettiva di lunga durata storica: questa è la “Geopolitica della lunga durata”. Essa considera tanto le strutture fondamentali del sistema politico esaminato quanto la realtà geografica che ne è alla base, da cui emergono tali dinamiche, a come queste si sviluppino o ripetano poi nei secoli, rendendo di fatto la geopolitica non un fenomeno contingente, ma una continua interazione tra forze storiche, politiche ed economiche (in un contesto spaziale e geografico, e, dunque, propriamente geopolitico).

     Pertanto, si può osservare come la Turchia per tutti questi primi tre decenni del XXI secolo sia stata una potenza in costante ascesa rispetto all’incrementarsi del proprio potere. Ciò è vero tanto a livello geopolitico, quanto strategico, quanto industriale, quant’anche economico, così come anche diplomatico e di soft power culturale (si pensi anche solo alle serie tv e soap opere della Turchia, che vanno diffondendosi macchia d’olio in molteplici paesi, dai Balcani, al Medio Oriente). Ad ogni modo, tale dinamica va completamente ribaltando la condizione storicamente impressa nelle menti occidentali degli ultimi secoli, quale fu quella in essere dell’Impero Ottomano a partire dal ‘700, il quale, rispetto alla cosiddetta Questione d’Oriente, veniva, non a caso, definito il “Malato d’Europa”.

     In primo luogo, nelle sue riflessioni, ed in special modo in in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia, del 2019, Antonio De Martini osserva come, andando a vedere gli scritti d’alta politica, diplomazia, e di tensioni strategiche di tale periodo storico, rispetto a quando veniva prodotto in tali ambiti nelle più grandi potenze europee dell’epoca, la Turchia venisse generalmente considerata “un paese europeo”. Ciò a discapito, da un lato, della differenza confessionale. Così come anche, dall’altro lato, a discapito del fatto che l’Impero Ottomano si estendesse non solo sui Balcani, ma anche nel Medio Oriente ed in parte del Nord Africa.

     Nonché, in secondo luogo, va altresì osservato, in accordo con la prospettiva geopolitica di lunga durata storica, così come elaborata da De Martini, che fu lo Zar di Russia a formulare, pubblicizzare, ed a far diffondere il termine “Malato d’Europa” in riferimento alla Turchia. Non a caso, così come riportato nella memorialistica del periodo, lo Zar russo Nicola I (regnante: 1825 – 1855), desiderando espandersi in alcune parti dell’Impero Ottomano in relazione alla cosiddetta Questione d’Oriente, descrisse la Turchia come “malata” o “il malato” durante il suo incontro con il cancelliere austriaco Metternich (in carica: 1809–1848).

     Questo perché, sin dal ‘700, la Russia aveva deciso di espandersi, cosa riuscita in modo effettivo sotto la Zarina Caterina II, in una zona controllata da confederazioni simil-feudali dei tartari, ed altre popolazioni turciche affini, nella zona della Crimea, del Mar d’Azov, della foce dei fiumi Don e Dnieper. La quale, per via della religione musulmana sunnita dei tartari e della loro debolezza militare e politica, era effettivamente un protettorato della Turchia/Impero Ottomano. Quest’ultimo controllava tutta la sponda opposta, e dunque meridionale – ed anche in larga parte occidentale – del Mar Nero. Ma esercitava, nella proiezione della propria influenza, tramite rapporti di protettorato, influenza anche in quelle aree della sponda Nord del Mar Nero. Pertanto tali aree furono definitivamente conquistate dalla Russia, dopo lunghe e ripetute guerre, solamente sotto Caterina II, nel 1783.

     Ad ogni modo, secondo la lettura strategica della “Geopolitica di lunga durata”, così come presentata dal fine analista geopolitico Antonio De Martini, così come sempre sostenuto in in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia, del 2019, va osservato come da Nord, nel XIX secolo, la pressione russa aveva fatto sì che anche i successori di Caterina II volessero cominciare ad espandersi al fine di ottenere il controllo degli Stretti (Bosforo e Dardanelli), per poter così entrare nel Mediterraneo. Perché? Perché ancora nel XIX secolo, da un punto di vista di grande strategia, il Mediterraneo, per quanto riguardasse le maggiori tratte mondiali del commercio, seppure surclassato dagli oceani – soprattutto Atlantico ed Indiano all’epoca – era ancora considerato tanto strategicamente quanto economicamente rilevante.

     Per quanto riguarda la Russia, il primo a proseguire tale politica dopo Caterina II fu Paolo I (regno 1796-1801), seguito poi da Alessandro I (1801-1825), ed infine da Nicola I (1825-1855), i quali, con intensità diverse, alimentarono l’idea di un accesso russo agli Stretti e quindi al Mediterraneo.

     Dunque, nel XIX secolo la Russia sviluppò un articolato progetto geopolitico volto all’acquisizione di Costantinopoli e al controllo degli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, considerati la chiave dell’accesso al Mediterraneo. Questo obiettivo affondava le sue radici nel precedente “Progetto Greco” di Caterina II (dagli anni ’70 agli anni ’90 del ‘700), che mirava alla ricostituzione di un impero bizantino filo-russo con capitale Costantinopoli, e nella più ampia dottrina ideologico-religiosa della “Terza Roma”, secondo cui Mosca sarebbe stata l’erede legittima dell’Impero bizantino. L’intero Ottocento vide la Russia tentare ripetutamente di raggiungere questo scopo attraverso le guerre russo-turche (1806–1812, 1828–1829, 1877–1878), ottenendo nel Trattato di Adrianopoli (1829) un’importante vittoria diplomatica: il riconoscimento del diritto di libero transito commerciale attraverso gli Stretti, che rafforzava l’influenza russa sulla politica ottomana. A ciò si aggiunse il Trattato di Hünkâr İskelesi (1833), con clausola segreta che impegnava gli Ottomani a chiudere gli Stretti alle potenze europee mantenendoli di fatto favorevoli alla Russia. L’intervento nella guerra di Crimea (1853–1856) e l’avanzata del 1877–1878 – che portò l’esercito russo a pochi chilometri da Costantinopoli e sembrò sancire l’espansione con il Trattato di Santo Stefano – confermano la centralità di questo obiettivo, poi ridimensionato dal Congresso di Berlino. Sotto questa cornice ideologica, religiosa e pan-slavista, agivano tuttavia interessi strategici ed economici molto concreti: la necessità di un accesso stabile ai mari caldi, il controllo delle rotte del grano e delle esportazioni del Mar Nero, la proiezione navale nel Mediterraneo e l’equilibrio di potenza con Regno Unito, Francia e Austria. Fino alla vigilia della Prima guerra mondiale, la conquista degli Stretti rimase così uno dei cardini della politica estera russa, sostenuta tanto da motivazioni ideologiche quanto da esigenze materiali di grande potenza.

     Sempre secondo la visione di De Martini, l’importanza del Mediterraneo del periodo era anche testimoniata dal fatto che nel Mar Mediterraneo ci fossero anche gli inglesi, che, pur non essendo un popolo mediterraneo, si erano insediati stabilmente ed in forze sin da prima dei tempi delle guerre di Napoleone (1796-1815). L’Inghilterra, parimenti, face anch’essa ripetuti tentativi di controllo territoriale: Malta (occupata nel 1800), la Corsica (1794-1796), Minorca (controllata più volte tra XVII e XVIII secolo), Cadice e parti della Spagna, e soprattutto Gibilterra, che dominavano già dal 1713 (Trattato di Utrecht). avevano compreso che chi controlla il Mediterraneo controlla una parte del mondo – seppure non assolutamente centrale come nei secoli precedenti – comunque davvero molto importante. Non a caso, si pensi, a tal riguardo, anche alla campagna d’Egitto intrapresa da Napoleone e dalla Francia (1798-1801), con enorme dispiegamento di uomini e mezzi, a testimonianza della rilevanza sia economica che strategica del Mediterraneo.

Facendo quindi un salto al XXI secolo, nel mondo contemporaneo e attuale, e tenendo presente tutto quanto sovrammenzionato, la crescita in potere della Turchia, secondo l’analista Antonio De Martini, non riflette solamente una dinamica commerciale ed economica, ma anche politica e, in misura crescente, militare. Nell’oggi, così come già si era delineata tra il XVIII ed il XIX secolo. Tale geografia, e tale geopolitica, arrivano a spiegare, come sostrato, il perché della spinta all’odierna crescita della Turchia. La quale, pur essendo un Paese che deve rendere conto ai propri alleati (in particolare all’interno della NATO, di cui fa parte dal 1952), sta progressivamente iniziando a giocare alcune partite geopolitiche per conto proprio. Il motivo è che Ankara mira a diventare il principale protagonista regionale in un’area che, per posizione e risorse, rimane una delle più strategiche del mondo.  

Qual è quest’area? Quella degli Stretti, Bosforo e Dardanelli, è un “pivot” e cardine essenziale di connessione tra tre continenti del mondo: Europa, Asia, e per estensione al di là del Mediterraneo, anche l’Africa. La Turchia, ad Ovest, si affaccia sull’Europa, a Nord controlla il Mar Nero e l’accesso “alla Russia” ed “alle steppe”, attraverso gli Stretti, a est rappresenta una delle porte terrestri – un macro-guado o passo marittimo – verso l’Asia centrale e il Caucaso, e a Sud è tanto vicina alle principali aree petrolifere del Medio Oriente, via terra, che, via mare, oltre il Mediterraneo, si apre all’Africa. Tutto ciò, come osservato da De Martini in in Centralità del Mediterraneo, dinamismo della Turchia (ma anche, seppure in sfumature diverse ma in concordanza di sostanza, in diversi altri luoghi), è, potenzialmente, a portata dell’apparato militare turco, che dispone di un esercito numericamente consistente (circa, misure moderate per difetto, a pubbliche dichiarazioni di 400.000 uomini, nascondenti invece, un minimo di 1,3–1,4 milioni di effettivi tra forze attive e riservisti) e caratterizzato da un forte ethos di disciplina e sacrificio al servizio dello Stato (conservante una mentalità di potenza e durezza più simile a quella degli eserciti presenti in Europa nel tempo della Restaurazione che a quelli attuali).

Dunque, vi è una ragione geopolitica, in senso classico, dietro alla potenza della Turchia, ed è la sua posizione geografica nel mondo, sull’Anatolia e con il controllo degli Stretti che collegano il Mediterraneo con il Mar Nero. Da qui anche il perché, nella lunga durata della geopolitica di grande potenza, la rivalità tra Russia e Turchia si è espressa attraverso una sequenza quasi continua di conflitti che, dal XVI al XX secolo, hanno plasmato l’equilibrio strategico del Mar Nero, dei Balcani, del Mediterraneo orientale e del Caucaso. Il primo grande scontro risale al 1568–1570, seguito dai conflitti del 1676–1681 e del 1686–1700, che aprirono alla Russia l’accesso al Mar d’Azov. Le ostilità proseguirono con la guerra del 1710–1711, quella del 1735–1739, e soprattutto con il conflitto del 1768–1774, decisivo perché il Trattato di Küçük Kaynarca sancì la proiezione russa nel Mar Nero. La guerra del 1787–1792 consolidò la conquista della Crimea (1774–1783), mentre i conflitti del 1806–1812 e del 1828–1829 spinsero ulteriormente la Russia nel Danubio, nei Balcani e nel Caucaso, aprendo anche il transito commerciale russo negli Stretti.

In questo contesto si inserisce anche la lunga guerra caucasica, culminata nella fase circassa (1763–1864), durante la quale Mosca assorbì territori e popolazioni del Caucaso occidentale tradizionalmente legate alla sfera ottomana. Sebbene non formalmente “guerra tra imperi”, questo fronte rappresentò un ramo essenziale della competizione russo-turca, perché definì il controllo degli accessi strategici tra il Mar Nero, l’Anatolia ed il Caspio.

La competizione diretta riprese poi nella guerra di Crimea (1853–1856), con l’intervento anglo-francese per impedire l’ingresso russo nel Mediterraneo, e culminò nella guerra del 1877–1878, quando l’esercito russo arrivò a minacciare Costantinopoli, imponendo il Trattato di Santo Stefano (poi ridimensionato a Berlino). L’ultimo grande ciclo bellico si svolse nel Caucaso durante la Prima Guerra Mondiale (1914–1918), chiudendo quasi quattro secoli di scontri periodici. Sommando guerre ufficiali (1568–1570; 1676–1681; 1686–1700; 1710–1711; 1735–1739; 1768–1774; 1787–1792; 1806–1812; 1828–1829; 1853–1856; 1877–1878; 1914–1918), più la guerra caucasica e gli scontri indiretti nei Balcani e nel Mar Nero, si comprendono i quindici cicli di conflitto tra i due imperi.

Questa stessa logica strategica riappare oggi nel conflitto russo-ucraino, iniziato nel 2014 con l’annessione russa della Crimea e divenuto una guerra nel 2022 (cioè, il conflitto russo-ucraino ancora durante oggi alla fine del 2025 ed all’alba del 2026). Mosca punta a controllare il Mar Nero e i corridoi terrestri verso la Crimea, mentre Ankara, pur mantenendo relazioni diplomatiche con il Cremlino, sostiene l’Ucraina sia pragmaticamente e platealmente mediante i famosi droni Bayraktar TB2, come anche discretamente dall’occhio pubblico, ma sostanzialmente, mediante supporto d’intelligence, logistica, cooperazione navale, aiuti umanitari e supporto ai corridoi del grano. Russia e Turchia, dunque, restano ancora oggi su fronti opposti, in continuità storica con una rivalità di potenza che da secoli ruota intorno agli stessi snodi strategici: Mar Nero, Stretti, Caucaso e Mediterraneo.

Pertanto, infine, come emerge chiaramente dalla prospettiva di De Martini della “Geopolitica di lunga durata”, traiettoria ascendente della Turchia nel XXI secolo non rappresenta un fenomeno episodico né un’espressione contingente di leadership politica momentanea, ma appare piuttosto come il risultato storico-geopolitico di lungo periodo di un Paese la cui collocazione geografica ha sempre costituito un vantaggio strutturale e una responsabilità strategica. La Turchia, infatti, sta progressivamente riattivando – in forme adattate al mondo contemporaneo – quell’antica centralità geografica che aveva reso l’Impero Ottomano, non solo ricco e potente, ma, per secoli, anche uno dei poli determinanti negli equilibri mondiali.

La sua posizione, che domina gli Stretti del Bosforo e dei Dardanelli, rimane un fattore imprescindibile nella definizione degli assetti di potenza globali: ancora oggi, chi controlla gli Stretti esercita un’influenza diretta sull’accesso navale ed economico tra Europa, Russia e Mar Nero, a livello regionale, e, per estensione, dunque, tra Europa, Asia, ed Africa, in una prospettiva più globale. Dunque, sfruttando la propria posizione geografica di base, e modulando il flusso e lo sviluppo – anche con una neo-economia di comando in settori strategici – delle energie, dei commerci e delle capacità militari, in un mondo sempre più competitivo, questa leva acquisisce un valore persino maggiore rispetto al passato (anche vista la profonda crescente ed esponenziale industrializzazione della Turchia odierna, perseguita negli ultimi decenni, quasi del tutto assente a cotali livelli un secolo fa od ancor meno ancor prima).

Quindi, è in questa cornice che va collocata l’ascesa turca: Ankara sfrutta la propria collocazione come un moltiplicatore di potenza, affiancando alla rilevanza geografica una crescente autonomia tecnologica e militare (come testimonia lo sviluppo dell’industria bellica nazionale, dai droni Bayraktar ai sistemi missilistici), un’espansione economica significativa verso Africa, Asia centrale e Balcani, e una diplomazia flessibile, capace di dialogare tanto con la NATO quanto con Mosca (seppure in un rapporto di diretta competizione), così come con l’Unione Europea, da un lato, e con il mondo turcofono ed anche con quello mediorientale dall’altro.

Non a caso, De Martini in Mediterraneo! La Turchia nel quadrante orientale, del 2021, ci ricorda come, negli ultimi tre lustri, la Turchia si sia proiettata non solamente nei Balcani, nel Medio Oriente, e nel Nord Africa, ma nell’Africa tutta. A tal riguardo, si può osservare anche come Erdogan sia stato il primo capo di stato al mondo cha abbia fatto il giro di tutta l’Africa, facendo viaggi diplomatici – diplomatico-economici nella stragrande maggioranza dei casi – in letteralmente tutti i paesi africani. uno per uno: dai più grandi, ai più ricchi, ai più piccoli, ai più poveri, ristabilendo contatti, creandone di nuovi, stabilendo saldi rapporti commerciali (spesso passati in sordina nelle rappresentazioni occidentali della Turchia e del suo operato).

Questo dinamismo non si limita a una semplice proiezione esterna: risponde, a livello profondo, alla volontà della Turchia di ridefinire la propria identità strategica. Non più solo “avamposto meridionale della NATO”, seppure parte essenziale e strategica dell’Alleanza. Né “periferia dell’Europa”, seppure strettamente, in modo crescente, integrata economicamente con essa. Ma, in principio, crescendo la propria Potenza, consapevole della propria eredità storica, delle proprie reti culturali e linguistiche (in Centro Asia), della comunanza religiosa (soprattutto sul mondo arabo del Medio Oriente e del Nord Africa, o verso il Pakistan), oltre che del nuovo contesto internazionale dove spazi di manovra intermedi, tra le grandi ingombranti potenze, tendono ad allargarsi.

Così, mentre per secoli l’immagine occidentale aveva cristallizzato l’Impero Ottomano nel ruolo del “Malato d’Europa”, oggi assistiamo a un rovesciamento di paradigma: la Turchia non è più un soggetto passivo dell’arena internazionale, bensì un attore in grado di interferire, orientare e plasmare dinamiche regionali decisive: dal Caucaso al Mediterraneo orientale, dal Mar Nero al Medio Oriente ed al Nord Africa, dall’Ucraina ai Balcani.

La logica profonda di questa trasformazione risiede, come già colse la Geopolitica Classica, nella geografia fisica stessa: nella Penisola Anatolica, ponte naturale tra continenti, e negli Stretti (Dardanelli e Bosforo), cerniera tra mari e civiltà. In un mondo globalizzato ma segnato dal ritorno della competizione strategica, la Turchia si trova nuovamente al centro di rotte, interessi e frizioni che ne accrescono inevitabilmente il peso internazionale.

In definitiva, la potenza turca del XXI secolo è il risultato dell’interazione tra un territorio eccezionalmente strategico, una tradizione storica di proiezione imperiale, e una leadership contemporanea determinata a valorizzare entrambi (ben evidente nella classe dirigente che ha come frontman il politico Erdoğan). Comprendere la sua ascesa significa riconoscere la continuità profonda tra storia e geopolitica: laddove la geografia lo permette, e laddove la volontà politica lo sostiene, la potenza ritorna. E nel caso della Turchia, questo ritorno appare oggi più evidente che mai.

Perciò, la Turchia nel XXI secolo non è solo il risultato di un’improvvisa ascesa politica, né una semplice manifestazione di dinamiche economiche o militari, ma piuttosto il ritorno di una potenza storica il cui potenziale geopolitico affonda radici lontane nel tempo. La “Geopolitica della lunga durata” di Antonio De Martini ci insegna che per comprendere la centralità della Turchia nel presente, bisogna ricollocarla all’interno di una continuità storica che ha visto l’Impero Ottomano, nonostante le sue fasi di declino, mantenere un’influenza fondamentale sulla mappa geopolitica dell’Asia (centrale ed occidentale), dell’Europa, del Nord Africa, e del Mediterraneo.

Dunque, da questa prospettiva, si può comprendere come la rivalità tra Turchia e Russia, che si sviluppa fin dal XVI secolo, che esplode nei secoli XVIII e XIX, continui ad essere un punto centrale di conflitto e competizione strategica ancora nel XXI secolo. Come sottolineato da De Martini, la geografia e la posizione strategica della Turchia, che si trova al crocevia tra Europa, Asia, Medio Oriente e Nord Africa, sono state e continuano ad essere il fattore determinante che alimenta la competizione tra queste due potenze storiche. Il controllo degli Stretti e la proiezione di potenza nel Mar Nero, nel Caucaso e nel Mediterraneo orientale sono ancora oggi al centro di questa rivalità, che si ripercuote nel conflitto russo-ucraino e nelle manovre geopolitiche della Turchia, sempre più assertiva nel suo ruolo di potenza regionale.

L’analisi di De Martini ci guida alla comprensione di come la geopolitica non sia solo un gioco di alleanze momentanee o di scelte politiche contingenti, ma un intreccio profondo di elementi storici, geografici e culturali che modellano le potenze nel lungo periodo. La Turchia, oggi, sta riattivando le proprie leve strategiche, economiche e diplomatiche in un contesto globale in cui le grandi potenze sono sempre più impegnate a rivendicare il controllo delle rotte energetiche, delle aree di transito e degli spazi marittimi.

Se nel XIX secolo l’Impero Ottomano veniva definito il “Malato d’Europa”, oggi, in questi ultimi decenni della prima metà del XXI secolo, la Turchia si ripresenta come una potenza regionale determinata a riorientare gli equilibri internazionali a suo favore. La sua ascesa non è più solo una questione di risorse o di potenza militare, ma di una visione geopolitica chiara che punta alla ricostruzione della propria centralità storica. In un mondo sempre più segnato da una competizione strategica globale, la Turchia ha infatti saputo navigare abilmente tra le grandi potenze, seppure inserita nella NATO, ma senza rinunciare al peso centrale del proprio interesse di potenza nelle sue decisioni strategiche.

In conclusione, l’ascesa della Turchia è la sintesi di una lunga storia geopolitica, un ritorno a una centralità che, come ci insegna la “Geopolitica della lunga durata”, è radicata in una geografia che ha sempre imposto a chi la occupa una responsabilità strategica di grande portata. La Turchia di oggi, come quella di ieri, è una potenza che rifiuta di essere passiva e che, attraverso la sua posizione e la sua volontà politica, è destinata a giocare un ruolo sempre più determinante nelle dinamiche globali dei futuri anni – e decenni – del XXI secolo.

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