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Il lusso italiano perde i suoi talenti pur registrando record nelle esportazioni, di Edoardo Secchi

Il lusso italiano perde i suoi talenti pur registrando record nelle esportazioni

par Edoardo Secchi

Una analisi interessante ma puramente descrittiva. L’Italia sta perdendo progressivamente il controllo delle proprie filiere e delle proprie imprese con la aperta complicità politica. Aggiungendo a questo l’aggravamento di problemi strutturali quali l’andamento demografico, la mancata definizione di interesse nazionale, in ruolo dell’intervento pubblico necessario a sopperire alle ataviche carenze della imprenditoria privata, il quadro si completa, l’epilogo già tracciato_Giuseppe Germinario

  • A partire dagli anni ’90, il lusso italiano domina il settore manifatturiero di alta gamma grazie a una combinazione unica di creatività ed eccellenza produttiva, che lo rende uno degli ultimi baluardi della sovranità industriale europea.
  • Dietro questo successo si nasconde una minaccia silenziosa: l’indebolimento del settore, la perdita di manodopera specializzata e la fuga dei giovani talenti — designer, ingegneri tessili, modellisti e manager esperti.
  • Entro il 2028 mancheranno circa 340.000 professionisti qualificati: l’Italia rischia di diventare un «museo del lusso», con marchi iconici ma senza la generazione successiva che ne garantisca la continuità.

A partire dagli anni ’90, il lusso italiano domina il settore manifatturiero di alta gamma grazie a un binomio unico di creatività ed eccellenza produttiva, che lo rende uno degli ultimi baluardi della sovranità industriale europea. Dietro questo successo si nasconde però una minaccia silenziosa: l’indebolimento della filiera, la perdita di manodopera specializzata che non percepisce più l’artigianato come un mestiere di alto valore sociale e l’emorragia dei giovani talenti — designer, ingegneri tessili, modellisti e manager esperti. L’Italia rischia di diventare un «museo del lusso»: marchi iconici e laboratori d’eccellenza, ma senza la generazione successiva a garantirne la continuità.

È proprio nel cuore della sua filiera produttiva che il modello italiano rivela oggi le sue principali debolezze. L’Italia rimane il principale centro manifatturiero del lusso europeo e un attore di primo piano nella produzione di alta gamma a livello mondiale, in particolare attraverso la subfornitura alle grandi case internazionali. Specializzata in abbigliamento, pelletteria e accessori, la filiera esporta oltre il 70% della propria produzione, per un totale di 60,8 miliardi di euro nel 2025. Questo storico basamento industriale è ora sottoposto a forte pressione.

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Un settore sotto pressione: distretti, lavoro e capitale umano

Le vere minacce che incombono sul lusso italiano non derivano né dalla transizione ecologica né dalla normativa europea, ma dall’erosione del capitale umano e dalla silenziosa disgregazione della sua filiera produttiva. La sostenibilità non ne è la causa, ma l’acceleratore: essa mette in luce un processo già avviato di concentrazione del valore e di indebolimento delle catene di competenze.

Il modello italiano si basa su un’architettura industriale al tempo stesso efficiente e fragile: distretti manifatturieri specializzati, trasmissione familiare delle competenze, fitta rete di subfornitura e manodopera qualificata che garantiscono flessibilità, qualità e reattività. Questo fondamento è stretto in una morsa tra la pressione dei costi energetici e la concorrenza delle piattaforme produttive cinesi, oltre che da una crisi interna di sopravvivenza. Le piccole imprese, pilastri del settore, sono schiacciate dall’impossibilità di trasferire i propri costi senza sacrificare margini già in caduta libera.

A questa fragilità si aggiunge una carenza di manodopera senza precedenti. Secondo le stime del settore, entro il 2028 mancheranno circa 340.000 professionisti qualificati per soddisfare la domanda mondiale di lusso italiano. Secondo Confindustria Moda e le analisi del Sistema Moda Italia (SMI), la filiera tessile-moda italiana deve affrontare un crescente deficit strutturale di competenze tecniche e artigianali. Il divario salariale alimenta questo deficit: le retribuzioni non sono più sufficienti ad attrarre le nuove generazioni verso mestieri manuali impegnativi. Il problema non è più solo quantitativo, ma di attrattiva sociale: l’artigianato non svolge più il suo ruolo di ascensore sociale.

Lo squilibrio principale riguarda il capitale umano. Mentre i profili creativi e i manager si trasferiscono a Parigi, Londra o New York per stipendi superiori del 30-50%, i laboratori vedono i propri maestri artigiani invecchiare, con un’età media che supera ormai i 58 anni.

Lo squilibrio principale riguarda il capitale umano. Mentre i profili creativi e i manager si trasferiscono a Parigi, Londra o New York per stipendi superiori del 30-50%, i laboratori vedono i propri maestri artigiani invecchiare, con un’età media che ormai supera i 58 anni.

L’Italia mantiene le sue fabbriche, ma perde l’intelligenza e la manodopera che le fanno funzionare. Questa fuga di competenze trasforma un rischio industriale in un rischio sistemico. Alimenta derive sociali: sotto pressione, alcune catene di subappalto diventano opache e dipendenti da una manodopera precaria. Infine, una parte dei grandi marchi sottovaluta ancora la portata del cambiamento, ritardando la rivalutazione dei salari e delle competenze, con il rischio di indebolire la propria eredità.

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Francia-Italia: interdipendenza industriale più che concorrenza

Il rapporto tra il lusso italiano e i grandi gruppi francesi va oltre le logiche di acquisizione e rivalità. Una parte determinante della produzione delle maison parigine si basa sui laboratori e sui distretti industriali italiani, garanti dell’eccellenza e della capacità di scalabilità del settore.

I dati illustrano questa dipendenza: circa il 62% della pelletteria del gruppo LVMH viene realizzata in Italia, principalmente in Toscana e in Veneto. Hermès impiega oltre 850 artigiani in Italia. Kering si affida a Kering Eyewear a Padova, che impiega 1.600 persone e genera un fatturato di 680 milioni di euro. Chanel lavora con oltre 40 produttori italiani per le sue collezioni di alta moda. L’insieme di questi dati, confermati dai rapporti LVMH e dalle analisi di Bain & Company (Luxury Goods Worldwide Market Study), sottolinea il ruolo strategico dell’Italia nella produzione del lusso europeo. Questa struttura produttiva dimostra che la chiusura di un laboratorio non costituisce una perdita locale, ma un indebolimento della catena del valore europea. La linea di frattura oppone meno Parigi e Milano che gli attori che catturano il valore — marchi, distribuzione, marketing — e coloro che producono e trasmettono il savoir-faire.

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Un nuovo patto industriale per evitare il «lusso senza produzione»

Se il lusso italiano vuole mantenere la leadership mondiale, non può più fare affidamento esclusivamente sui propri marchi o sulle esportazioni. È necessario un nuovo patto industriale, che coinvolga le politiche pubbliche, gli strumenti europei, le istituzioni finanziarie e i grandi gruppi, per sostenere la formazione, la transizione digitale e il passaggio generazionale. Gli strumenti ci sono: il PNRR italiano prevede 1,2 miliardi di euro per la transizione verde e digitale del made in Italy, e il fondo InvestEU potrebbe mobilitare fino a 400 milioni di euro di garanzie. Eppure, questi strumenti rimangono sottoutilizzati: solo il 18% delle PMI del settore del lusso ne fa uso.

Si delineano due percorsi: un’Europa in grado di mantenere i propri marchi e la propria produzione manifatturiera, oppure un modello in cui la produzione si sposta verso la Turchia, il Marocco, la Tunisia o il Sud-Est asiatico. In questo scenario, l’Italia diventa un laboratorio fondamentale per la capacità dell’Europa di trasformare il proprio vantaggio creativo e artigianale in un progetto industriale sostenibile.

Senza questa ambizione, l’Europa manterrà i marchi, ma perderà progressivamente la propria capacità produttiva. L’Italia diventerebbe allora un «paese del lusso» privo di sostanza industriale, semplice custode di un patrimonio di cui non avrebbe più i mezzi per garantire la continuità.

Senza questa ambizione, l’Europa manterrà i marchi, ma perderà progressivamente la propria capacità produttiva. L’Italia diventerebbe allora un «paese del lusso» privo di sostanza industriale, semplice custode di un patrimonio di cui non avrebbe più i mezzi per garantirne la continuità.