Italia e il mondo

Durkheim nell’era dei social network

Durkheim nell’era dei social network

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 Ferdinando Capicotto

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2 Aprile 2026

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Possiamo guardare al presente rileggendo i classici? sembra una domanda scontata, eppure è molto facile scadere in grossolani errori. Facciamo dunque un esercizio: proviamo a immaginare un dialogo con Durkheim nell’era dei social.

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Ribadiamo: per Émile Durkheim, la società non è una semplice somma di individui, ma una realtà morale che produce norme, valori e credenze condivise. La coscienza collettiva è quell’insieme di rappresentazioni comuni che tengono unita la società, rendendo possibile la coesione. Nelle società tradizionali prevaleva una solidarietà meccanica, basata sulla somiglianza. Nelle società moderne, invece, emerge una solidarietà organica, fondata sulla differenziazione e sull’interdipendenza.

Ma alla luce di quanto detto, cosa accade quando la modernità diventa digitale?

Émile Durkheim: il padre della sociologia
Scopri tutti gli articoli su Durkheim

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Social network: nuova piazza pubblica o frammentazione?

I social media sembrano aver creato una nuova forma di spazio pubblico. Hashtag globali, mobilitazioni online, indignazioni collettive: fenomeni che ricordano, almeno in apparenza, una rinnovata coscienza condivisa. Eppure, accanto a questa dimensione globale, assistiamo a una crescente frammentazione.
Algoritmi personalizzati, bolle informative, micro-comunità ideologiche producono universi paralleli. Non esiste più un unico “senso comune”, ma molteplici verità simultanee. La coscienza collettiva non scompare: si moltiplica.

Dalla solidarietà organica alla solidarietà algoritmica

Nel mondo digitale non siamo uniti dalla somiglianza né dalla semplice interdipendenza economica. Siamo connessi da affinità selezionate algoritmicamente.

Possiamo parlare di una solidarietà algoritmica: legami costruiti sulla base di interessi, emozioni e comportamenti tracciati. Questo tipo di coesione è fluida, instabile, emotiva. Si attiva rapidamente – come nei casi di indignazione virale – ma si dissolve con la stessa velocità. È una solidarietà intensa ma breve.

Anomia digitale: quando mancano riferimenti comuni

Durkheim parlava di anomia per descrivere una condizione di disorientamento normativo. Nel 2026, l’anomia può essere letta come sovraccarico di norme contraddittorie: troppe opinioni, troppe versioni della realtà, troppi standard morali. Il risultato è un senso diffuso di incertezza. Se ogni gruppo ha la propria verità, cosa resta come riferimento condiviso?

dipendenza da social network
approfondisci con “Narcosi e dipendenza da social network oggi” di Erico delle Donne

Eventi globali – crisi climatiche, guerre, emergenze sanitarie – sembrano ricreare momenti di unità simbolica. Ma questa unità è fragile e spesso mediata dall’emozione più che dalla riflessione.

Parallelamente, emergono vere e proprie tribù digitali, con codici linguistici, rituali e simboli propri. Meme, hashtag e trend diventano strumenti di coesione interna e di distinzione esterna. La società non è meno collettiva: è più segmentata.

L’attualità di Durkheim nell’era dei social

Durkheim non è superato: è più attuale che mai. La coscienza collettiva nell’era dei social non è scomparsa, ma ha cambiato forma. È più veloce, più emotiva, più fragile. La domanda centrale non è più se esiste ancora una coscienza collettiva, ma quale tipo di coesione vogliamo costruire in una società digitale che tende alla polarizzazione.

Se la modernità aveva trasformato la solidarietà, la digitalità la sta ridefinendo. E comprenderne i meccanismi è oggi una delle sfide principali della sociologia.

Bibliografia

  • Durkheim, É. (1893). La divisione del lavoro sociale.
  • Durkheim, É. (1897). Il suicidio.
  • Durkheim, É. (1912). Le forme elementari della vita religiosa.
  • Sunstein, C. R. (2017). #Republic: Divided Democracy in the Age of Social Media.
  • Pariser, E. (2011). The Filter Bubble.
  • Castells, M. (2012). Reti di indignazione e speranza.

Sociologia dell’antica Roma: una società schiavista?

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 Biagio De Risi

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28 Marzo 2026

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Immagina di entrare in una villa romana: fuori, campi sterminati coltivati da decine di persone che zappano sotto il sole; dentro, un tizio elegante che sorseggia vino mentre qualcuno gli sventola un ventaglio. Ora, chi sono quelle persone nei campi e in casa? Schiavi. Tanti, tantissimi schiavi. Siamo al quarto appuntamento della nostra rubrica su Sociologicamente.it, basata su Conquistatori e Schiavi di Keith Hopkins, e oggi ci tuffiamo nel mondo della schiavitù romana. Non è solo una questione di catene e frustate: Roma costruisce una società schiavista che funziona come un motore oliato, e c’è persino una sorpresa – molti di questi schiavi vengono liberati. Perché? È bontà d’animo o strategia? Siediti con me, che ti racconto una storia che ti farà vedere Roma da un’angolazione diversa!

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La nascita di una società schiavista

Partiamo dalle basi. Nei primi due articoli abbiamo visto come la conquista romana cambia l’Italia: le guerre portano milioni di prigionieri – circa due milioni tra il II e il I secolo a.C. – e questi finiscono a lavorare per i romani. Ma non è solo una questione di numeri: Roma diventa una società schiavista, un posto dove gli schiavi non sono un extra, ma il cuore pulsante dell’economia. È come se oggi un paese dipendesse totalmente da una manodopera a costo zero: senza di loro, tutto crolla.

Gli schiavi sono ovunque. Nei latifondi, quelle enormi tenute che abbiamo incontrato l’ultima volta, coltivano grano, vigne e olivi, producendo cibo per sfamare Roma e far guadagnare i padroni. Ma non si fermano ai campi: nelle città, lavorano come cuochi, sarti, scribi, persino medici o maestri per i figli dei ricchi. È un sistema totale: Hopkins calcola che alla fine del I secolo a.C. gli schiavi potrebbero essere stati un terzo della popolazione italiana, forse anche di più. Immagina un’Italia dove una persona su tre non è libera – pazzesco, no?

Perché funziona così bene? Semplice: gli schiavi sono una forza lavoro perfetta per i romani. Li compri – spesso a buon mercato, grazie alle guerre – e non devi pagarli. Li fai lavorare fino allo sfinimento, e se si ribellano, hai l’esercito per rimetterli in riga. Nei latifondi, per esempio, un padrone può gestire centinaia di schiavi con pochi sorveglianti, producendo tonnellate di grano a costi bassissimi. È brutale, sì, ma per i ricchi è un affare d’oro. E per Roma, che deve nutrire una capitale da un milione di abitanti, è una necessità: senza gli schiavi, addio banchetti e templi scintillanti.

L’affrancamento: umanità o strategia?

E qui arriva il colpo di scena: Roma non tiene tutti gli schiavi in catene per sempre. Molti, tantissimi, vengono liberati. Ti starai chiedendo: “Ma perché? Sono impazziti?”. Non proprio. L’affrancamento – cioè il processo per cui uno schiavo diventa libero – è una delle cose più sorprendenti di questa società, e Hopkins ci aiuta a capirne il perché. Non è solo un gesto di buon cuore, anche se a volte c’entra: è una strategia che conviene a tutti, padroni compresi.

Come funziona? Mettiamo che sei uno schiavo e il tuo padrone ti dà un po’ di autonomia. Magari ti lascia gestire un banchetto al mercato o fare il contabile per i suoi affari. Con il tempo, ti permette di mettere da parte qualche soldo – una specie di “paghetta” chiamata peculium. È come un conto in banca che non è proprio tuo, ma che puoi usare. Se sei bravo e fortunato, quel denaro lo usi per comprarti la libertà: paghi il padrone, e lui ti firma un documento che dice “sei libero”. È un po’ come un contratto di lavoro moderno dove, dopo anni di straordinari, ti “licenzi” da solo pagando una buonuscita.

Solo questione di soldi

Ma non è solo una questione di soldi. I padroni ci guadagnano in altri modi. Liberare uno schiavo fedele – magari quello che ti ha cresciuto i figli o ti ha salvato i conti – è un modo per premiarlo e tenerlo legato a te. Una volta libero, diventa un liberto, un ex schiavo che spesso continua a lavorare per il vecchio padrone come cliente o socio. È una relazione win-win: lo schiavo ottiene la libertà, il padrone un alleato fidato.

E c’è di più: liberare schiavi fa bella figura. Un ricco che affranca dieci persone in punto di morte sembra generoso, e in una società dove l’immagine conta, questo vale oro. Poi c’è il lato pratico. Gli schiavi non sono eterni: invecchiano, si ammalano, muoiono. Tenerli tutti a vita costa – vitto, sorveglianza, rischi di ribellione. Liberarne alcuni e sostituirli con schiavi nuovi, magari giovani e forti presi in guerra, è più conveniente. È un sistema cinico ma furbo: Roma non vuole una massa di schiavi incatenati per sempre, vuole un ciclo che si rinnovi e tenga tutto in equilibrio.

Un esempio concreto e un paragone per la società schiavista

Facciamo un esempio. Immagina uno schiavo chiamato Marco, catturato in Grecia durante una guerra. Lavora nei campi di un latifondo, ma è sveglio e il padrone lo nota. Lo mette a gestire le scorte di grano, gli dà un peculium, e dopo dieci anni Marco ha abbastanza soldi per comprarsi la libertà.

Diventa un liberto, apre una bottega a Roma e continua a fare affari con il vecchio padrone. È una storia comune: molti liberti diventano artigiani, commercianti, addirittura ricchi. Alcuni, come i liberti di Augusto, finiscono per gestire pezzi dell’impero!

Oggi sarebbe come se un’azienda sfruttasse lavoratori sottopagati ma offrisse loro una via d’uscita: dopo anni di sacrifici, ti “compri” un contratto da libero professionista e resti comunque nel giro. Certo, non è giustizia sociale – la schiavitù resta una schifezza – ma è un sistema che dà ai romani flessibilità e stabilità. E funziona: i liberti sono così tanti che a volte superano gli schiavi stessi, soprattutto in città.

Verso Delfi: un caso da scoprire

Ok, abbiamo capito come Roma diventa schiavista e perché l’affrancamento è una mossa astuta. Ma come si vive questa “libertà” nella pratica? Nel prossimo articolo faremo un salto a Delfi, una città greca sotto il controllo romano, dove gli schiavi possono comprarsi la libertà in un modo tutto particolare. È un esempio concreto di quello che abbiamo visto oggi, con un tocco di mistero – c’entra persino il dio Apollo! Sarà una chiacchierata su numeri, costi e legami che non si spezzano mai del tutto. Ci vediamo lì – porta la curiosità, che ne vale la pena!

Biagio De Risi

Biagio De Risi

Amante della comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando un prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.

Diventare un Dio: il culto dell’imperatore

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 Biagio De Risi

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18 Aprile 2026

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Ero a Pompei, qualche anno fa, in una di quelle giornate di maggio che sembrano già estate. Camminavo tra le rovine, il sole che picchiava sulle pietre, e mi sono fermato davanti a un altare piccolo, quasi nascosto. Sopra c’era un’iscrizione: dedicata a “Roma e all’Imperatore”. Niente di che, due righe. Ma mi ha colpito come un pugno. Perché lì, in mezzo a una città sepolta dalla cenere, capivi all’improvviso come funzionava davvero quell’impero enorme: non solo con le legioni, non solo con le strade. Funzionava soprattutto con gli altari. Con le statue. Con la gente che, in ogni angolo del mondo conosciuto, alzava gli occhi e pregava lo stesso uomo.

Ecco, questo è il cuore del settimo capitolo di Keith Hopkins: come si tiene insieme un territorio che va dalla Scozia al Sahara, con centinaia di lingue, divinità, usanze diverse? La risposta è brutale nella sua semplicità: trasformando l’imperatore in un dio. Non un re simpatico, non un politico bravo. Un dio vivente. Qualcuno a cui si fanno sacrifici, a cui si bruciano incensi, a cui si rivolgono preghiere.

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In principio fu l’imperatore Augusto

All’inizio non era così. Augusto, il primo, era stato attentissimo a non farsi chiamare re. Si presentava come “primo cittadino”. Ma già con lui, piano piano, le cose cambiano. I templi dedicati a “Roma e Augusto” spuntano ovunque. Non è un caso. È un progetto politico preciso. Hopkins lo spiega con una chiarezza che ti resta appiccicata addosso: il culto imperiale non serviva tanto a farsi amare dal popolo (quello veniva dopo). Serviva a creare un linguaggio comune. Un codice condiviso. Una cosa che tutti, dal mercante siriano al legionario britanno, dal contadino egiziano al nobile gallico, potessero capire.

Immagina. Sei in una città sperduta della Britannia, piove da tre giorni, fa un freddo cane. Entri in un tempietto di pietra e vedi la statua dell’imperatore. Stessa faccia che hai visto sulle monete. Stessi tratti che hai visto sui bassorilievi a Roma. E sai che in quel preciso momento, in Africa, in Asia, in Spagna, altra gente sta facendo la stessa cosa: si inchina, offre un animale, prega per la salute dell’imperatore. È un collante. È l’unica cosa che tiene insieme quell’enorme macchinario.

E non era solo propaganda vuota. Era un meccanismo sociale raffinatissimo.

I ricchi locali delle province lo avevano capito benissimo. Volevi fare carriera? Volevi entrare nel giro giusto? Costruivi un tempio all’imperatore. O almeno lo restauravi. O organizzavi i giochi in suo onore. Era il biglietto d’ingresso. I notabili di città come Efeso, Leptis Magna o Nîmes finanziavano altari, statue, feste. In cambio ottenevano privilegi: cittadinanza romana, esenzioni fiscali, posti nel consiglio provinciale, magari persino una statua loro accanto a quella dell’imperatore. Era un patto esplicito: io ti venero, tu mi proteggi.

Il consenso delle élite

Hopkins lo chiama “consenso delle élite”. E ha ragione da vendere. Non era il popolo minuto che decideva. Erano i ricchi locali, quelli che contavano davvero nelle province, a usare il culto imperiale come ascensore sociale. Diventavano flamines, sacerdoti del culto imperiale. Portavano il titolo con orgoglio. Si facevano ritrarre con la corona sacerdotale. E in cambio garantivano che la provincia restasse tranquilla. Che le tasse arrivassero a Roma. Che non scoppiassero ribellioni.

Perché il bello (o il terribile) è che il culto funzionava a due livelli. Per le masse era emozione: processioni, banchetti, spettacoli. Per le élite era calcolo freddo: potere, status, protezione.

E poi c’erano i simboli. Quelli che arrivavano ovunque.

Le monete. Ogni soldato, ogni mercante, ogni contadino le maneggiava tutti i giorni. E sopra c’era sempre lui: l’imperatore con la corona radiata, simbolo divino. O con il fulmine in mano, come Giove. O con la lancia, come un dio guerriero. La faccia dell’imperatore circolava più di qualsiasi altra cosa nell’impero. Era il primo “selfie” globale della storia.

Le statue, poi. Enormi. In marmo, in bronzo, dorate. Ce n’erano migliaia. In ogni foro, in ogni piazza, davanti a ogni tempio. E tutte con la stessa espressione: serena, distante, divina. Non sorridevano. Non erano vicine. Erano al di sopra. Proprio come l’imperatore voleva essere percepito: irraggiungibile, ma presente ovunque.

Parallelismi con oggi

Mi viene in mente una cosa mentre scrivo. Penso a certe foto che vediamo oggi, sui giornali o sui social: un leader che viene ritratto in pose quasi sacre, con luci studiate, in mezzo a folle adoranti. O a quelle monete virtuali, i meme, le immagini ripetute ossessivamente. Il meccanismo è identico. Cambia solo la tecnologia.

Hopkins non lo dice esplicitamente, ma leggendolo ti rendi conto che il culto dell’imperatore è stato uno degli strumenti di propaganda più efficaci mai inventati. Perché non era imposto con la forza. Era offerto. Era conveniente. Era utile. E soprattutto: era condiviso. Creava appartenenza. Ti faceva sentire parte di qualcosa di più grande.

Certo, non tutti ci credevano davvero. Molti lo facevano per convenienza. Ma questo non conta. Conta che il sistema funzionasse. Conta che per secoli, in un impero immenso e diversissimo, la gente – almeno formalmente – pregasse la stessa persona. Sacrificasse allo stesso altare. Riconoscesse la stessa faccia sulle monete.

E quando il cristianesimo arriverà a sfidare questo sistema, sarà proprio contro questo culto che si scontrerà più duramente. Perché i cristiani rifiutavano di bruciare incenso all’imperatore. Rifiutavano di riconoscerlo come dio. E questo, per Roma, era alto tradimento.

Il titolo di imperatore non è scomparso, si è evoluto

Ma questa è un’altra storia. Quello che resta, per me, è una domanda scomoda: quanto siamo cambiati davvero?

Oggi non abbiamo più templi dedicati a un uomo solo. O forse sì, solo che li chiamiamo diversamente. Abbiamo stadi pieni di gente che canta il nome di un leader. Abbiamo schermi che trasmettono la sua faccia ventiquattr’ore su ventiquattro. Abbiamo monete (digitali) con il suo profilo. Abbiamo élite locali che si affannano a mostrare lealtà per ottenere favori.

Il culto dell’imperatore non è morto. Si è solo evoluto. Ha cambiato nome, ha cambiato forma. Ma il bisogno di un “dio vivente” che tenga insieme le cose, che dia un centro al caos, quello sembra ancora fortissimo. E forse è la cosa più romana che ci sia rimasta.

Biagio De Risi

Libertà a metà: gli schiavi di Delfi

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 Biagio De Risi

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7 Aprile 2026

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Immagina una giornata assolata a Delfi, in Grecia, intorno al 150 a.C. Sei uno schiavo, magari un ragazzo strappato alla tua casa durante una guerra, e stai salendo i gradini di un tempio maestoso. Intorno a te, il profumo dell’incenso e il brusio di una folla che prega Apollo, il dio dell’oracolo. In mano hai un sacco di monete – sudate, risparmiate dopo anni di lavoro – e stai per fare il grande passo: comprarti la libertà. Ma non è una scena da film hollywoodiano, con catene che cadono e lacrime di gioia. È qualcosa di più complicato, un affare mezzo burocratico e mezzo sacro. Benvenuto al quinto articolo della nostra rubrica su Sociologicamente.it, basata su Conquistatori e Schiavi di Keith Hopkins. Oggi lasciamo l’Italia per un attimo e voliamo a Delfi, dove gli schiavi diventano liberi – o quasi – in un sistema che ti sorprenderà!

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Come si diventa liberi a Delfi

Allora, mettiamoci nei panni di uno schiavo qualsiasi – chiamiamolo Damas. Damas lavora per un padrone greco, magari pulendo casa o badando alle pecore, e sogna il giorno in cui non dovrà più prendere ordini. A Delfi, una città famosa per il suo santuario di Apollo, c’è una tradizione speciale per “comprarsi la libertà”. Non è come a Roma, dove magari convinci il padrone con un gruzzolo e una stretta di mano. Qui c’è un rituale vero e proprio, e il dio Apollo ci mette lo zampino.

Ecco come funziona: Damas e il suo padrone vanno al tempio e fanno un accordo. Il padrone “vende” Damas ad Apollo – sì, al dio! – per una somma di denaro, tipo 300 o 500 dracme, che Damas stesso deve tirar fuori. È un po’ come se pagassi una tassa per uscire di prigione, solo che la prigione è la tua vita da schiavo. Una volta pagato, i sacerdoti scrivono tutto su una stele di pietra – una specie di contratto pubblico – e dichiarano che Damas è libero perché Apollo lo ha “comprato”. In teoria, ora è un uomo libero, non appartiene più a nessuno. In pratica? Beh, non proprio, ma ci arriviamo.

Il processo è affascinante: non è solo una transazione privata, ma un evento sacro. Apollo diventa il garante della tua libertà, e questo dà un tocco di solennità alla cosa. È come se oggi andassi dal notaio con un prete al seguito per firmare un contratto – un mix di legge e fede. E non è raro: Hopkins racconta che a Delfi, tra il II e il I secolo a.C., centinaia di schiavi passano per questo rito. Le stele ritrovate sono piene di nomi, date e dettagli: una miniera d’oro per capire come funzionava davvero la schiavitù in quel mondo.

Libertà condizionata e qualche numero

Ok, Damas è libero, no? Non proprio. Questa “libertà” ha un sacco di asterischi. Intanto, il prezzo non è una passeggiata. Quelle 300-500 dracme – a volte anche di più, fino a 1000 – sono una fortuna per uno schiavo. Una dracma era più o meno il salario giornaliero di un lavoratore libero, quindi pensa a risparmiare l’equivalente di uno o due anni di stipendio lavorando gratis per il padrone. Come ci riesci? Spesso il padrone ti lascia guadagnare qualcosa, magari vendendo prodotti al mercato o facendo lavoretti extra – un po’ come il peculium romano che abbiamo visto l’ultima volta. Ma ci vuole tempo, pazienza e un padrone che non ti sprema troppo.

E poi c’è il trucco: anche dopo essere liberato, Damas non taglia i ponti col passato. Molte stele dicono che deve restare al servizio del vecchio padrone per un po’ – magari qualche anno, o fino alla morte del padrone – prima di essere davvero libero. È una libertà a metà: sei fuori dalla schiavitù, ma non del tutto indipendente. È come se oggi firmassi un contratto di lavoro che ti libera dal capo, ma solo dopo un periodo di “prova” in cui devi comunque obbedire. E se il padrone ha figli? Spesso devi promettere di servire anche loro, almeno un po’. Insomma, Apollo ti benedice, ma i legami con il passato restano.

Diamo un’occhiata ai numeri, perché rendono l’idea. Hopkins ha studiato queste stele e scoperto che tra il 200 e il 100 a.C. circa 1000 schiavi vengono affrancati a Delfi – e questo è solo quello che

sappiamo dalle iscrizioni ritrovate. La maggior parte sono donne – quasi il 60% – forse perché lavoravano in casa e avevano più chances di farsi voler bene dai padroni. I prezzi variano: una donna poteva costare 400 dracme, un uomo magari 600, a seconda dell’età e del lavoro che faceva. È un sistema che mescola soldi, religione e strategia: i padroni ci guadagnano – incassano il denaro – e gli schiavi ottengono una specie di promozione sociale.

Un sistema che racconta tanto

Cosa ci dice tutto questo? Che a Delfi la schiavitù non è solo catene e disperazione: c’è una via d’uscita, ma è piena di compromessi. Per i padroni, liberare uno schiavo è un affare: prendi i soldi, mantieni un lavoratore fedele, e magari fai pure bella figura con Apollo. Per gli schiavi, è una luce in fondo al tunnel, ma non proprio la libertà totale che sogniamo noi oggi. È un equilibrio strano, tipico del mondo antico: nessuno vince del tutto, ma il sistema va avanti.

E non è solo una curiosità locale. Quello che succede a Delfi ci aiuta a capire meglio la schiavitù romana che abbiamo visto l’ultima volta. Anche lì, l’affrancamento è una pratica comune, ma a Delfi diventa un rito pubblico, quasi una festa. È un esempio concreto di come i romani – e i greci sotto il loro controllo – gestiscono una società piena di schiavi senza farla crollare. E i numeri? Ci danno un assaggio di vite reali, di persone che ce l’hanno fatta – o quasi – a cambiare il loro destino.

Verso gli eunuchi: potere dietro le quinte

Abbiamo esplorato la schiavitù da vicino, con Damas e il suo sogno di libertà a metà. Ma la storia degli schiavi non finisce qui. Nel prossimo articolo ci sposteremo nel tardo impero romano, dove incontreremo un gruppo strano e affascinante: gli eunuchi. Schiavi anche loro, ma con un twist – finiscono per avere un potere enorme, gestendo corti e imperatori. Come ci riescono? Sarà una chiacchierata su intrighi, contraddizioni e un sistema che non smette mai di stupirci. Ci vediamo lì – la curiosità è d’obbligo!

Gli eunuchi alla corte romana: sociologia di un potere

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 Biagio De Risi

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11 Aprile 2026

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Stavo sfogliando un libro vecchio, di quelli con la copertina rovinata, seduto al solito bar sotto casa a Napoli. Fuori pioveva a dirotto, uno di quei temporali che ti fanno venire voglia di restare lì dentro per ore. E mi è caduto l’occhio su una frase: “gli eunuchi di corte nel tardo impero romano”. Ho riso da solo. Perché? Perché mi ha ricordato all’istante certi “assistenti” che ho conosciuto nella mia vita – gente che non aveva il titolo, non aveva il cognome, ma se volevi arrivare al capo dovevi passare per forza da loro. E loro decidevano. Sempre.

Ecco, proprio questo è il paradosso che Keith Hopkins ha sviscerato in uno dei suoi saggi più taglienti: come diavolo è possibile che degli uomini senza famiglia, senza discendenza, tecnicamente schiavi e spesso disprezzati da tutti, siano diventati i veri guardiani del potere imperiale nel IV secolo dopo Cristo?

Andiamo per ordine. Nel IV secolo l’imperatore non è più il primo tra i cittadini, come ai tempi di Augusto. È diventato una figura quasi divina, “dio in terra”, chiuso dentro palazzi sempre più grandi e lontani dal popolo. Non lo vedi quasi più. Non parli più direttamente con lui. E qui entra in scena la figura dell’eunuco di corte. Non è un semplice servitore. È il filtro. Se vuoi qualcosa dall’imperatore, se vuoi fargli arrivare una supplica, una denuncia, un consiglio, devi passare da loro. Sono loro che decidono chi entra, chi parla, chi viene ascoltato. Sono gli occhi e le orecchie del sovrano. E soprattutto: sono gli unici di cui lui si fida davvero.

Indice

Perché proprio loro?

Hopkins lo spiega con una lucidità sociologica che ancora oggi fa impressione. L’imperatore aveva bisogno di persone che non potessero mai, in nessun modo, diventare una minaccia dinastica. Un nobile con figli poteva sognare di mettere uno dei suoi sul trono. Un generale con un esercito alle spalle poteva fare lo stesso. Un eunuco no. Non poteva avere eredi. Non poteva fondare una famiglia potente. Il suo potere finiva con lui. Era sterile in tutti i sensi. E proprio questa “debolezza” biologica lo rendeva l’alleato perfetto. Il sovrano poteva dargli tutto – ricchezza, influenza, segreti di stato – sapendo che quel potere non sarebbe mai stato usato contro di lui per creare una nuova dinastia.

È un calcolo freddissimo. E geniale. Ma ovviamente non piaceva a tutti.

L’aristocrazia tradizionale romana – quei senatori con i loro nomi antichi, le ville immense, le clientele enormi – odiava gli eunuchi con un rancore viscerale. Li chiamavano “mezzi uomini”, “mostri”, “creature contro natura”. Li vedevano come intrusi che rubavano loro il posto a corte, che si intromettevano tra loro e l’imperatore. Perché un ex schiavo castrato poteva arrivare a comandare più di un console di sangue blu? Era un affronto al loro senso del mondo. Al loro senso di mascolinità. Al loro senso di superiorità.

E qui arriva l’esempio che, secondo me, riassume tutto: Eutropio.

Eutropio

Eutropio era un eunuco di origine probabilmente armena, ex schiavo, comprato e rivenduto chissà quante volte. Arriva a corte sotto l’imperatore Arcadio, alla fine del IV secolo. E in pochi anni diventa l’uomo più potente dell’Impero d’Oriente. Arriva addirittura a essere nominato console nel 399 d.C. – la carica più alta della tradizione romana, quella che un tempo era riservata solo ai grandi nomi della Repubblica. Il primo eunuco console della storia. Immaginate lo scandalo. I senatori che schiumavano di rabbia. Gli storici contemporanei che lo dipingevano come un mostro effeminato, avido, corrotto.

sociologia dell'impero romano società schiavista

Eppure per un periodo brevissimo ma intensissimo Eutropio ha tenuto in mano le redini dell’impero. Decideva nomine, gestiva la politica estera, controllava l’accesso all’imperatore. Poi, come spesso succede a chi sale troppo in fretta, è caduto. Deposto, esiliato, ucciso. Ma la sua parabola resta lì, lampante: uno schiavo senza testicoli era arrivato dove nessun nobile era riuscito ad arrivare in quel momento.

Hopkins usa proprio Eutropio per mostrare il meccanismo profondo. Non era solo questione di fiducia dell’imperatore. Era un sistema intero che si reggeva su questa figura paradossale. Gli eunuchi erano odiati perché incarnavano la nuova realtà del potere: un potere sempre più centralizzato, sempre più distante dal Senato, sempre più personale e sacro. E loro ne erano i perfetti servitori proprio perché non potevano mai aspirare a diventarne i padroni ereditari.

Eunuchi moderni

Io, leggendo queste cose, non posso fare a meno di pensare a quanto questo meccanismo sia ancora vivo oggi, solo camuffato. Quanti “eunuchi moderni” conosciamo? Pensate agli assistenti personali di certi potenti, ai segretari generali, ai capi di gabinetto, a certi consulenti che non hanno mai un titolo altisonante ma decidono chi vede il capo e chi no. Oppure, in un altro senso, a certi manager aziendali che non hanno “eredi” interni (perché non sono proprietari) e proprio per questo vengono messi a gestire patrimoni enormi. La loro fedeltà è garantita dal fatto che non possono “rubare” l’azienda per i figli.

È lo stesso principio: il potere viene dato a chi non può trasmetterlo per sangue.

E la società tradizionale – quella dei “veri uomini”, dei “veri nobili”, dei “veri proprietari” – li odia esattamente per lo stesso motivo: perché rompono lo schema. Perché dimostrano che il potere non è solo questione di nascita, di virilità, di discendenza. È questione di vicinanza al centro, di controllo dell’accesso, di gestione dell’informazione.

Hopkins lo dice chiaramente: gli eunuchi erano odiati non solo perché erano diversi, ma perché incarnavano il nuovo volto del potere imperiale – un potere che non aveva più bisogno della vecchia aristocrazia guerriera e terriera, ma di servitori fedeli, intelligenti, totalmente dipendenti dal sovrano.

E la cosa più affascinante, secondo me, è che questo sistema ha funzionato per secoli. Gli eunuchi di corte bizantini (e poi ottomani) hanno continuato a svolgere questo ruolo per più di mille anni. Non erano un’anomalia. Erano una soluzione strutturale a un problema strutturale: come tenere il potere assoluto senza che qualcuno te lo porti via attraverso i figli.

La lezione degli eunuchi dell’antica Roma per noi

Mi chiedo spesso: se oggi dovessimo ricostruire un sistema di potere assoluto, chi sceglieremmo come “eunuchi”? Chi sono le persone di cui ci fideremmo di più proprio perché non hanno nulla da trasmettere ai posteri? senza figli? senza legami? senza ambizioni dinastiche?

Forse è una domanda scomoda. Ma è anche una domanda che ci dice moltissimo su come funziona davvero il potere, ieri come oggi. Perché alla fine la lezione degli eunuchi di corte è questa: a volte il massimo del potere non lo ottieni nonostante la tua debolezza. Lo ottieni proprio grazie a quella debolezza. E questo, in un mondo che continua a celebrare i forti, i virili, i “vincenti” con eredi e dinastie, resta una verità che brucia ancora.

Biagio De Risi

Biagio De Risi

Amante della comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando un prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.

L’ultimo “Progetto Libertà” degli Stati Uniti affonda in meno di un giorno_di Simplicius

L’ultimo fiasco del “Progetto Libertà” degli Stati Uniti fallisce in meno di un giorno

Simplicius7 maggio
 
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Il carnevale è giunto alla sua ultima stagione e comincia a mostrare i segni del tempo, apparendo a volte disorganizzato e tristemente poco preparato agli occhi di un pubblico ormai esasperato.

L’ultimo episodio ha visto Trump lanciare il “Progetto Libertà”, un’iniziativa mal concepita e destinata al fallimento, una sorta di trovata pubblicitaria sulla libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, che si è rivelata un fiasco già poche ore dopo, quando le navi da guerra statunitensi che tentavano di attraversare lo stretto sono state prese di mira dall’Iran.

L’intera farsa era particolarmente confusa: ad esempio, le “linee guida” ufficiali statunitensi per questa bizzarra manovra invitavano sostanzialmente le imbarcazioni più audaci a “tentare la sorte” attraversando le acque territoriali dell’Oman, nella speranza di evitare attacchi iraniani.

DD Geopolitica@DD_GeopoliticaLa Marina degli Stati Uniti ha pubblicato delle linee guida ufficiali per le navi commerciali che transitano nello Stretto di Hormuz nell’ambito del “Progetto Freedom”: “Cercate di navigare vicino alla costa dell’Oman e vedete se funziona.” L’USNAVCENT consiglia alle navi di passare attraverso le acque territoriali dell’Oman a sud del corridoio di traffico16:25 · 4 maggio 2026 · 13,5 mila visualizzazioni8 risposte · 92 condivisioni · 311 Mi piace

Si trattava di una manovra disperata degli Stati Uniti, già utilizzata in passato, per cercare di dare allo stretto l’impressione di essere “aperto”, implorando il traffico commerciale di offrirsi volontario come cavia e scudo umano tutto in uno, nella speranza che nulla venisse colpito.

Purtroppo, una grande petroliera è stata immediatamente colpita proprio nei pressi delle acque dell’Oman, e il fiasco del Progetto Freedom è crollato all’istante come una pila di rotoli di carta igienica da quattro soldi.

Anche Trump ha finito per crollare come un castello di carte, tra le risate fragorose della comunità internazionale:

Con Rubio che ha annunciato la fine dell’Operazione Epic Fury:

Informazioni open source@Osint613Il Segretario di Stato Marco Rubio: «L’operazione è terminata – Epic Fury. Abbiamo concluso quella fase».19:55 · 5 maggio 2026 · 189.000 visualizzazioni28 risposte · 38 condivisioni · 228 Mi piace

I media più servili di Trump e i suoi leccapiedi si sono lanciati in un’operazione di contenimento dei danni da livello Defcon 1, tirando fuori scuse disperate per giustificare il fiasco. La più esilarante è stata l’analisi “profonda” di Jesse Watters:

Il conduttore della Fox Jesse Watters ipotizza che la sospensione del “Progetto Libertà” da parte di Trump sia dovuta al fatto che il presidente non voglia che l’Iran venga umiliato, in modo che possa arrendersi

«Il presidente sa sicuramente cosa sta facendo»

Il testo completo, se avete voglia di una bella risata:

«Sospettiamo che il presidente stia permettendo agli iraniani di salvare la faccia. Proprio ieri il nemico ha affermato di controllare lo Stretto: era ovviamente una bugia. E vedere gli americani scortare una nave dopo l’altra fuori dal Golfo, senza che loro potessero farci nulla, sarebbe stato umiliante. Non solo avrebbero perso quel poco di prestigio militare che gli era rimasto nella regione, ma i loro negoziatori non sarebbero stati in grado di difendere la loro posizione dopo aver perso la loro ultima carta da giocare. Il comandante in capo deve credere che gli iraniani siano seriamente intenzionati ad arrendersi, se ha intenzione di mettere in pausa (*balbetta) il Progetto Libertà per il bene dell’accordo. Perché si potrebbe anche continuare il Progetto Freedom durante i negoziati – sapete, si vuole far muovere queste navi straniere – il presidente deve sapere cosa sta facendo. E stiamo per scoprire quanto sia davvero folle il regime.

Riesci a immaginarti di mandarlo giù?

Trump ha cercato di salvare la faccia con un’altra minaccia che è caduta nel vuoto:

Il problema della sua teoria del «blocco riuscito» è che sta diventando sempre più evidente che le scorte petrolifere dell’Iran non sono affatto vicine all’esaurimento. Proprio come le cifre relative alle perdite iraniane continuano a essere «riviste» al ribasso, il conto alla rovescia per le scorte dell’Iran continua a salire. Inizialmente mancavano 12 giorni, poi 14, poi 20, ora siamo arrivati a 45:

Ricordiamo la previsione a 15 giorni del 21 aprile e la nuova previsione a 25-30 giorni formulata da un importante analista del settore petrolifero:

Nuove foto satellitari confermano la situazione, poiché l’isola di Kharg è stata ripresa con una moltitudine di serbatoi di stoccaggio vuoti ancora presenti:

TankerTrackers.com, Inc.@TankerTrackers…oggi sembra esserci molto spazio libero nel serbatoio dell’isola di Kharg. Se si intravede un’ombra all’interno del serbatoio, significa che il coperchio è spinto verso il basso. Ciò significa che c’è meno petrolio all’interno. Se non si vede alcuna ombra, allora è pieno.19:04 · 6 maggio 2026 · 29.000 visualizzazioni14 risposte · 23 condivisioni · 175 Mi piace

I satelliti hanno inoltre rilevato numerose nuove petroliere VLCC in fase di carico:

Gli esperti iraniani hanno spiegato che l’Iran è in grado di«ridurre la produzione senza incorrere in difficoltà di stoccaggio».

«L’Iran è in grado di bilanciare produzione, stoccaggio, esportazioni e consumo interno in modo tale da non dover chiudere i pozzi petroliferi… L’industria petrolifera iraniana non permetterà che i pozzi rimangano inattivi.»

Chi l’avrebbe mai detto?

A quanto mi risulta, una delle strategie consiste nel fatto che l’Iran è in grado di destinare circa 2 milioni di barili al giorno della propria produzione quasi interamente al consumo interno, senza doverne esportare gran parte per superare la crisi. Detto questo, secondo alcune fonti, le petroliere continuerebbero a passare indisturbate, poiché potrebbe essere in atto una sorta di accordo “silenzioso” o addirittura tacito tra l’Iran e gli Stati Uniti, volto a consentire a entrambe le parti di guadagnare un po’ di respiro in termini di pubbliche relazioni nei confronti dei rispettivi pubblici interni.

Strateghi da salotto@ArmchairWA proposito, a questo punto le petroliere iraniane soggette a sanzioni stanno attraversando apertamente la “linea di blocco” di Trump. Non stanno nemmeno compiendo manovre complesse, si limitano a passare e, presumibilmente, a salutare con la mano la Marina degli Stati Uniti. Il merito di questa immagine, risalente al 4 maggio, va a Tanker Trackers.3:30 · 7 maggio 2026 · 1,52 mila visualizzazioni1 risposta · 13 condivisioni · 57 Mi piace

Secondo alcune notizie non confermate, l’Iran avrebbe permesso il passaggio di un paio di petroliere per attribuire alla Marina statunitense il merito dell’scorta, e in cambio gli Stati Uniti avrebbero chiuso un occhio sul fatto che alcune petroliere iraniane riuscissero a sfuggire al loro blocco “impenetrabile”.

I costi economici – e non solo – continuano ad accumularsi per gli Stati Uniti, sempre più indecisi. Due soldati statunitensi sono stati segnalati come «scomparsi» al largo delle coste del «Marocco», ma secondo la Casa Bianca l’età dell’oro procede a gonfie vele:

La Casa Bianca@CasaBiancaIl mercato azionario ha raggiunto oggi il massimo storico. 01:18 · 7 maggio 2026 · 2.290 visualizzazioni46 risposte · 33 condivisioni · 141 Mi piace

Beh, anche la Russia non se la passa poi così male, secondo Bloomberg:

Secondo quanto riportato da Bloomberg, le entrate del bilancio federale russo derivanti dalle vendite di petrolio hanno raggiunto il livello più alto degli ultimi sei mesi

707,1 miliardi di rubli: è questo l’ammontare delle entrate del bilancio federale russo derivanti dall’imposta sull’estrazione mineraria nel mese di aprile. Si tratta del livello più alto registrato dall’ottobre dello scorso anno. Secondo Bloomberg, le entrate totali derivanti dalle vendite di petrolio e gas sono ammontate a 856 miliardi di rubli.

La Russia sta traendo vantaggio dall’escalation del conflitto in Medio Oriente. Il prezzo del greggio Urals, utilizzato per calcolare l’importo dell’imposta, si attestava a 77 dollari al barile ad aprile. Un anno prima era pari a 59 dollari

Le entrate di bilancio della Russia nel mese di maggio saranno calcolate sulla base di prezzi del greggio Urals ancora più elevati, intorno ai 95 dollari al barile

Mentre i media continuano a far trapelare la verità sul reale impatto degli Stati Uniti sul programma nucleare iraniano:

Il nuovo articolo di *The Atlantic* elogia l’Iran per il suo inaspettato coraggio — inaspettato per chi, esattamente, ci si chiede?

https://www.theatlantic.com/newsletters/2026/05/iran-una-resilienza-inaspettata-un-esercito-devastato/687069/

Ma ciò che l’articolo sottolinea è che l’Iran è riuscito in modo specifico a orientare il conflitto in modo che ruotasse attorno ai punti di forza iraniani.

Atlantic conclude:

Pur in condizioni di debolezza, l’esercito iraniano è riuscito a scoraggiare le navi nemiche e a eludere i sistemi antiaerei, mantenendo il controllo dello stretto e costando agli Stati Uniti miliardi di dollari.

Sebbene Trump insista nel dire che l’Iran sia stato completamente distrutto e che la guerra sia finita, la realtà suggerisce il contrario. Dopo due mesi di guerra contro una superpotenza, l’Iran è sotto in alcuni aspetti: gli Stati Uniti hanno dichiarato di aver bombardato più di 13.000 obiettivi durante l’operazione «Epic Fury». Eppure l’Iran si è rifiutato di arrendersi, nonostante la morte di centinaia di civili e le sofferenze causate dalla crisi economica. Gli sforzi degli Stati Uniti per indebolire completamente le capacità difensive dell’Iran potrebbero alla fine avere successo. Ma più a lungo l’Iran sarà in grado di infliggere danni economici in tutto il mondo, e più a lungo reggeranno le sue capacità difensive ormai esaurite, più prove avranno i suoi leader che il Paese può continuare a resistere.

Beh, ecco perché le persone più intraprendenti e intelligenti leggono testate indipendenti come questa, piuttosto che i portavoce corporativi al soldo di Zioshill come *The Atlantic*: perché praticamente tutto ciò che stanno “scoprendo” in questo momento era già noto a noi da tempo ed era stato approfondito qui prima ancora che il conflitto avesse inizio.

L’articolo sottolinea la capacità dell’Iran di orientare il conflitto in modo asimmetrico a proprio vantaggio. Ciò è interessante alla luce di un video degli anni ’90 recentemente scoperto, in cui l’Università del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche iraniane predica proprio questo:

Negli anni ’90, presso l’Università di Comando e Stato Maggiore del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), il futuro comandante Hossein Salami – oggi martire – teneva un corso sulla guerra asimmetrica. Insegnava agli ufficiali come prolungare un conflitto con gli Stati Uniti aumentando i costi economici e l’instabilità politica. Già allora stavano tramando la caduta dell’impero del male.

Ora l’amministrazione, composta da tirapiedi dall’aria abbattuta, si è ridotta a implorare letteralmente l’ONU di intervenire e «aiutare» a fare ciò di cui la Marina degli Stati Uniti si è dimostrata tristemente incapace: un colpo senza precedenti al prestigio della «macchina» militare statunitense:

https://x.com/StateDept/status/2051776332967919678?utm_source=substack&utm_medium=email

Dipartimento di Stato@Dipartimento di StatoSEGRETARIO RUBIO: Chiediamo all’ONU di esortare l’Iran a smettere di affondare le navi, a rimuovere le mine e a consentire l’accesso agli aiuti umanitari. Se la comunità internazionale non è in grado di unirsi su questo punto e risolvere una questione così semplice, allora non vedo quale sia l’utilità del sistema delle Nazioni Unite.21:29 · 5 maggio 2026 · 2,69 milioni di visualizzazioni13,9 mila risposte · 6,5 mila condivisioni · 28,4 mila Mi piace

È quindi del tutto logico che, quando al portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei è stato chiesto perché l’Iran non si lasci intimidire dall’inimitabile «superpotenza» americana, la sua risposta sia stata questa:

:

D: “Perché l’Iran non si tira indietro quando l’America è una superpotenza?”

Il portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Baghaei: “Anche noi siamo una superpotenza.”


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Stretti rivoluzionari_di Morgoth

Stretti rivoluzionari

Sul dolore per i principi

Morgoth4 maggio
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Lo stile di vita occidentale del XXI secolo si fonda su un modello di crescita infinita. La crescita è sostenuta da fattori produttivi; uno di questi è il petrolio, un altro sono gli esseri umani. La crescita non si verifica sempre e le persone potrebbero non essere ottimali, ma una tale situazione richiede semplicemente ulteriori fattori produttivi come misure correttive. La linea sul grafico non sale sempre, ma dovrebbe.

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La classe politica si cimenterà in politiche che riducono o cercano di sostituire gli input energetici, oppure scambierà il flusso di persone provenienti da una parte del mondo con un’altra, ma la freccia vola dritta e la direzione di marcia è assoluta.

Nel Regno Unito, il sistema si è protetto da scomodi shock politici contenendo gli estremismi sia di sinistra che di destra, infondendo loro politiche e idee che non si rivelerebbero esistenziali per il sistema nel suo complesso.

Eppure, la destra nazionalista, o dissidente, flirta regolarmente con idee che si rivelerebbero effettivamente esistenziali per il sistema, anche se forse non altrettanto per la popolazione. L’attuazione di politiche che si limiterebbero a bloccare l’afflusso di persone ma che mirerebbero attivamente a provocarne un deflusso di milioni, come gli opinionisti mainstream si affrettano a sottolineare, renderebbe il debito insostenibile e causerebbe una calamità economica.

Una popolazione che invecchia, con una struttura a piramide rovesciata, non può far salire la linea e, per definizione, non cresce ma diminuisce. Certo, queste dinamiche potrebbero correggersi nel lungo termine, ma fondamentalmente, queste politiche sono superiori a quanto il sistema attuale possa sostenere, e questo crollerebbe.

La domanda è: dovremmo preoccuparcene?

Sostenere, al contrario, che le deportazioni di massa porterebbero a un vantaggio economico significa argomentare secondo la logica del paradigma attuale. Ci si porrebbe la questione di come ripagare l’enorme debito pubblico, o se l’onere debba essere scaricato su una popolazione molto più piccola e anziana, e si sarebbe tentati di sottrarsi a qualsiasi obbligo e di assorbire le conseguenze negative.

Perestroika occidentale: Trump è il Gorbaciov dell'Occidente?Perestroika occidentale: Trump è il Gorbaciov dell’Occidente?Morgoth·20 gennaio 2024Leggi la storia completa

Naturalmente, questo non tiene nemmeno in considerazione i massicci disordini civili, l’isolamento geopolitico e lo status di paese emarginato che inevitabilmente verrebbero imposti al Regno Unito.

Cominciamo dunque a capire perché l’attuale regime si impegna a escludere tale politica dal sistema; non si tratta di un’azione “riparatrice”, bensì rivoluzionaria nei suoi esiti.

Se la continuità di un popolo distinto diventa il centro ideologico anziché la crescita economica e il consumismo, i principi ontologici del sistema si invertono e le difficoltà possono essere giustificate per il bene superiore. Meno beni di consumo in cambio di una nazione nelle cui strade una ragazzina inglese adolescente può camminare in sicurezza è un prezzo relativamente basso. L’iperinflazione, invece, non lo è altrettanto, sebbene le tendenze demografiche a lungo termine possano essere viste con tale orrore che praticamente qualsiasi cosa può essere giustificata per evitare tale esito.

Eppure è la rimozione dei principi fondamentali del sistema e la loro sostituzione con nuovi principi che crea una rivoluzione, non una “riforma”. Questo non significa che mangiare curry o pomodori a gennaio debba essere vietato, ma piuttosto che la possibilità per la popolazione di farlo non costituirebbe la spina dorsale filosofica del nuovo regime rivoluzionario.

L’Iran è uno stato rivoluzionario nel vero senso della parola, e ne ha pagato il prezzo. Infatti, a differenza di stati rivoluzionari come la Francia del XVIII secolo o la Russia bolscevica, l’Iran ha rifiutato il secolarismo ateo ed è tornato a Dio. In sostanza, ha riforgiato la Grande Catena dell’Essere di De Maistre nel pieno della modernità. Il risultato è stata una teocrazia nazionalista ampiamente disprezzata e apertamente sprezzante del liberalismo e del materialismo occidentali.

Sono state sopportate guerre, tentativi di sovversione interna sventati e puniti senza pietà, pacchetti di sanzioni interminabili assorbiti e aggirati. Il termine “regime canaglia” è interessante in questo contesto perché solleva la domanda: “Canaglia rispetto a cosa?”.

Bertrand de Jouvenel scrive che, a causa della loro natura caotica, i regimi rivoluzionari “liquidano la debolezza e fanno emergere la forza”. Lungi dal liberare il popolo, lo stato rivoluzionario espanderà inevitabilmente in modo massiccio la sua burocrazia e il suo apparato gestionale, anche solo per far fronte alla miriade di nemici interni ed esterni.

Allo stesso modo, lo stato rivoluzionario dovrà abituarsi a stabilire una “dominanza graduale” sui suoi nemici, sia interni che esterni.

Affermare di essere disposti a sopportare difficoltà economiche per raggiungere una popolazione omogenea significa spingere la discussione in un territorio sconosciuto e inquietante per il paradigma attuale. Significa alzare la posta in gioco, dichiarare che non si è disposti a barattare o negoziare sul principio fondamentale.

La guerra dei ritardatiLa guerra dei ritardatiMorgoth·7 marzoLeggi la storia completa

All’Iran fu chiesto di piegarsi all’egemonia sionista e americana, ma si rifiutò. Tuttavia, ora è chiaro che, nonostante quanto riportato dalle agenzie di stampa occidentali, diventare una potenza nucleare non era un principio cardine del regime iraniano; lo era la sovranità.

Per il regime iraniano, la sovranità significava più degli afflussi di capitali, dei beni di consumo o persino dei prodotti farmaceutici. Per mantenerla, la nazione doveva diventare una fortezza, sia fisicamente che psicologicamente.

La disponibilità dello stato rivoluzionario a sopportare maggiori difficoltà e violenze significa che è meglio preparato a un’escalation rispetto a un ordine egemonico che cerca di consolidare la propria posizione o di risolvere questioni in sospeso.

 Iscritto

La guerra tra Israele/America e Iran ha prodotto una serie di eventi straordinari in cui l’Iran è stato costretto a scegliere tra rinunciare alla propria sovranità o strangolare l’economia mondiale, e ha optato per quest’ultima.

Pertanto, il regime si è intensificato a tal punto che l’ordine egemonico del globalismo neoliberista stesso viene ora strangolato e potenzialmente distrutto in modo permanente, e tutto ciò deriva da un fervore rivoluzionario con una serie di principi fondamentali esterni a quelli dell’egemone.

Il diritto in disordine

Prima del secondo mandato di Donald Trump, la cosiddetta “Destra Dissidente” era una rete online piuttosto passiva di persone che condividevano idee, meme e video che, sebbene spesso incoerenti, concordavano in realtà su una serie di principi fondamentali.

Si riconosceva, ad esempio, che le differenze razziali erano reali, che la sostituzione dei bianchi in tutto l’Occidente era in pieno svolgimento e che ciò che veniva definito “mondo dei pagliacci” o “globoomo” non era altro che una zona economica nichilista che prosciugava la vitalità e l’essenza vitale di tutti. Su un punto c’era un accordo unanime: l’opposizione alle guerre senza fine e al “morire per Israele”.

Se nella realtà la creazione di reti e l’organizzazione di reti erano difficili e piene di infiltrati e agenti federali, la natura e la portata del problema erano quantomeno comunemente comprese e condivise.

Il secondo mandato di Trump ha mandato in frantumi questo consenso.

Verso l'Occidente post-liberaleVerso l’Occidente post-liberaleMorgoth·27 luglio 2022Leggi la storia completa

Ora, le guerre per Israele sono state reinterpretate dagli influenti sostenitori di MAGA come l’incarnazione dello spirito anglosassone di conquista. Non sono stati ingannati o raggirati; hanno semplicemente adottato un freddo machiavellismo e una spietatezza che giustificavano il maltrattamento dei “marroni”. Anzi, a un livello più profondo, la cosa potrebbe essere spiegata dalla necessità di tenere a freno il terzomondismo dei BRICS.

Un’analisi del genere può essere vera o meno, ma difficilmente si può definire un’opposizione rivoluzionaria al mondo dei pagliacci. Un sistema che, solo 18 mesi fa, discriminava apertamente e orgogliosamente i bianchi e il cui Civil Rights Act è alla base di innumerevoli leggi anti-bianchi, improvvisamente vale la pena di essere difeso con la lotta e la morte.

Qualunque rabbia e risentimento esistessero sono stati ridotti in poltiglia e usati come riempitivo nell’ultima ondata di patrioti che difendono Israele.

Non sorprende, quindi, che molti guardino all’Iran con una certa simpatia. Dopotutto, si tratta di una nazione che si è genuinamente ribellata all’ordine egemonico. La resistenza iraniana diventa un simbolo dell’impotenza dei dissidenti in Occidente, schiacciati da menzogne, corruzione, false narrazioni e misure di contenimento.

L’amara ironia di tutto ciò sta nel fatto che, a seconda di come avverrà l’atterraggio, le sofferenze inflitte all’Occidente, derivanti da ondate successive di carenza energetica, inflazione, bassi raccolti e disordini civili, creeranno condizioni non molto diverse da quelle che si sarebbero verificate in caso di rifiuto dello status quo.

Tuttavia, il principio fondamentale rimane lo stesso: sopravviviamo o no?

Non siamo un sistema, ma un popolo. Eravamo un popolo prima delle raffinerie petrolifere e dei centri logistici, prima dei fertilizzanti ad alto rendimento e delle catene di approvvigionamento just-in-time, prima dei data center di Amazon e dell’invenzione del telefono, della macchina a vapore, della stampa, del politicamente corretto o della Seconda Guerra Mondiale.

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