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Mari, oceani e frontiere: dov’è la sovranità marittima?_di Alain Bogé

Mari, oceani e frontiere: dov’è la sovranità marittima?

di Alain Bogé

I confini marittimi sono stati definiti grazie alle grandi esplorazioni e alle riflessioni dei giuristi. Dal XVI secolo ad oggi, si è sviluppato un intero pensiero giuridico.

Da leggere anche: Un oceano senza regole è un pianeta senza futuro?

Cristoforo Colombo, Bartolomeu Dias, Vasco de Gama, Ferdinando Magellano, Francis Drake, Amerigo Vespucci, Jacques Cartier… i grandi esploratori marittimi del XV e XVI secolo hanno aperto nuove rotte e rivelato l’importanza strategica dei mari e degli oceani.

Queste esplorazioni non furono solo un’impresa tecnica: gettarono le prime basi della sovranità marittima, consentendo agli Stati di controllare e rivendicare spazi marittimi per proteggere i propri interessi, principalmente commerciali, ma anche politici e geopolitici. In un’epoca in cui i confini terrestri sembrano fissi sulle mappe, nonostante i conflitti, sono gli oceani a diventare il nuovo terreno di rivalità. Lontano dall’immagine di uno spazio libero e aperto a tutti, si estende un mosaico di zone marittime in cui si intrecciano diritto internazionale, ambizioni nazionali e importanti questioni strategiche. La sovranità degli spazi marittimi – dalle acque territoriali alle zone economiche esclusive (ZEE) – ridefinisce oggi i rapporti di potere: controllare i mari, gli oceani e gli stretti significa controllare risorse vitali, garantire la sicurezza delle rotte commerciali essenziali e affermare la propria espansione e influenza geopolitica sulla scena mondiale. Oggi, comprendere la genesi storica chiarisce le sfide attuali relative ai territori marittimi, al commercio e alla sicurezza internazionale e può, eventualmente, consentire di comprendere la complessità geopolitica di zone come il Mar Cinese Meridionale, l’Artico, il Mar Nero, il Mediterraneo orientale e il Mar Baltico.

Il diritto del mare

Il diritto del mare nasce dalle relazioni internazionali, e più in particolare dagli scambi commerciali via mare. Il trasporto marittimo rappresenta l’80% in valore e il 90% in volume del commercio mondiale. I mari e gli oceani sono il supporto di tutte le relazioni geopolitiche tra gli Stati. Si ritiene che il primo testo giuridico che menziona il diritto del mare risalga all’imperatore Giustiniano I (483-565). Nel diritto romano, la regola è quella di considerare i mari come spazi comuni per l’umanità (communes omnium naturali jure), proprio come i fiumi, i torrenti o l’aria. Questi spazi non sono di proprietà di nessuno e nessuno può trarne un profitto esclusivo.

Nel 1493, papa Alessandro VI introduce il primo tentativo di regolamentazione della sovranità sulle acque nella sua bolla «Inter cætera». Il testo viene pubblicato un anno dopo l’arrivo di Cristoforo Colombo nelle Americhe. Il trattato di Tordesillas viene firmato il 7 giugno 1494 tra le due potenze marittime dominanti dell’epoca, Spagna e Portogallo, e stabilisce (con l’accordo del papa) una linea di demarcazione immaginaria che va dal Polo Nord al Polo Sud, situata a circa 370 leghe a ovest delle isole di Capo Verde: a est della linea, le terre spettavano al Portogallo (possedimenti in Africa e Brasile) e a ovest della linea, le terre spettavano alla Spagna (America centrale e meridionale). Questa divisione ha lasciato tracce a livello culturale ed economico fino all’indipendenza degli Stati interessati, conservando tuttavia il parametro linguistico.

La controversia Grotius-Selden

Hugo de Groot o Huig de Groot detto Grotius (1583–1645) è un giurista olandese considerato il «padre del diritto internazionale». La sua opera principale Mare Liberum (1609) difende la libertà dei mari, opponendosi alla tesi del controllo marittimo esclusivo (in particolare portoghese, spagnolo e inglese). Egli getta le basi del diritto marittimo moderno considerando il mare uno spazio di circolazione aperto e questa apertura come condizione indispensabile per il commercio e la stabilità.

John Selden (1584-1654), anch’egli giurista, scrive nel 1635 Mare Clausum, in risposta a Grotius. Egli sostiene la possibilità che alcuni mari possano essere sotto il controllo nazionale, soprattutto per ragioni pratiche, storiche e commerciali. Considera quindi il mare come un prolungamento del territorio terrestre e, de facto, uno spazio controllabile. Selden considera il mare come uno spazio di sovranità. Va notato che ci troviamo in un’epoca in cui esiste una feroce concorrenza tra la Compagnia olandese delle Indie orientali, il cui nome ufficiale originario è Vereenigde Oostindische Compagnie, e la Compagnia delle Indie Orientali, chiamata in un secondo momento Compagnia Britannica delle Indie Orientali (East India Company poi British East India Company).& nbsp; Questa controversia rimane un quadro di analisi particolarmente illuminante per comprendere le dinamiche marittime contemporanee.

Se il diritto internazionale del mare ha costituito a lungo un compromesso tra queste due visioni, la recente evoluzione delle strategie navali tende a riattivare, di fatto, logiche di chiusura e di progressiva territorializzazione degli spazi marittimi. D’altra parte, questa controversia tende a dimostrare che i conflitti marittimi contemporanei non sono nuovi, ma sono stati riattualizzati e si inseriscono nei dibattiti attuali sulla libertà di navigazione, la contestazione del diritto marittimo (Cina), le strategie di negazione dell’accesso (A2/AD), le zone economiche esclusive (ZEE) estese, i mari chiusi (Mar Nero) e le strategie di blocco regionale (ancora la Cina). Oggi si assiste a un aumento delle pratiche seldeniane senza una formale messa in discussione del diritto e al ritorno di una logica imperiale marittima funzionale. Selden non è l’unico ad essersi opposto alle tesi di Grotius. Anche William Welwod (1578-c.1624), giurista e teologo scozzese, criticherà Grotius, ma da un punto di vista religioso e morale, in relazione ai diritti delle nazioni cattoliche e protestanti sui mari, e Serafim de Freitas (1572-1633), giurista spagnolo e domenicano, autore di De iusto imperio Lusitanorum asiatico, difese il diritto del Portogallo di controllare le rotte marittime verso l’Asia, basandosi sul diritto naturale e sul diritto divino. La sua posizione era simile a quella di Selden per quanto riguarda l’idea di sovranità territoriale, ma applicata alle colonie e ai mari lontani. Con le loro opere, questi quattro autori gettano le basi del diritto internazionale moderno, in particolare del diritto marittimo e delle regole di guerra in mare.

Le convenzioni «moderne»

La Convenzione di Ginevra del 1958 designa in realtà un insieme di quattro convenzioni internazionali adottate a Ginevra il 29 aprile 1958, al termine della prima Conferenza delle Nazioni Unite sul diritto del mare: convenzioni sul mare territoriale e la zona contigua, sull’alto mare, sulla piattaforma continentale e sulla pesca e la conservazione delle risorse biologiche dell’alto mare. I loro obiettivi principali sono codificare il diritto del mare e chiarire i diritti e gli obblighi degli Stati sugli spazi marittimi e costituiscono le basi giuridiche del diritto del mare.

La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) o United Nations Convention of the Law of The Sea (UNCLOS) o Convenzione di Montego Bay, firmata a Montego Bay (Giamaica) il 10 dicembre 1982 ed entrata in vigore il 16 novembre 1994, costituisce oggi il quadro giuridico fondamentale che disciplina l’utilizzo dei mari e degli oceani. Si ispira direttamente alle quattro convenzioni di Ginevra del 1958 e ne riprende i principi fondamentali, ampliandoli in modo chiaro e strutturato. Ad oggi, 157 Stati hanno firmato la convenzione, ad eccezione di Stati Uniti, Israele e Turchia. Esistono anche alcuni accordi locali, come la Convenzione di Montreux relativa al regime degli stretti, firmata il 20 luglio 1936 a Montreux (Svizzera). Tale convenzione disciplina il passaggio delle navi attraverso gli stretti turchi (il Bosforo, il Mar di Marmara, i Dardanelli) che collegano il Mar Nero al Mar Mediterraneo. La Convenzione di Montreux è ancora in vigore e rimane di grande importanza strategica, in particolare per quanto riguarda la guerra in Ucraina, le relazioni NATO-Russia (la Romania e la Turchia sono membri della NATO) e il controllo militare del Mar Nero.

La sovranità marittima: un potere senza territorio

Il possesso giuridico dei mari si basa su una forma particolare di sovranità. Gli Stati non esercitano un potere totale, ma diritti mirati: sfruttamento delle risorse, controllo delle attività economiche, sorveglianza della sicurezza. Questa sovranità funzionale non è meno strategica. La ZEE diventa un prolungamento diretto della potenza nazionale. Dietro questa appropriazione giuridica si dispiega una geopolitica discreta, ma decisiva. Piattaforme petrolifere, cavi sottomarini, porti in acque profonde e capacità di sorveglianza costituiscono la struttura materiale del controllo marittimo. Possedere il mare non significa occuparlo, ma essere in grado di imporre le proprie norme e il proprio potere e di sfruttarne le ricchezze. Esistono arbitrati internazionali, ma la loro efficacia dipende in gran parte dalla volontà degli Stati di conformarsi ad essi. In diverse regioni chiave, il diritto è utilizzato come uno strumento tra gli altri. Nel Mar Cinese Meridionale, nel Mediterraneo orientale o nell’Artico, le rivendicazioni giuridiche sono accompagnate da una maggiore presenza navale. Il diritto serve quindi a legittimare strategie di fatto compiuto, rivelando i limiti di una governance marittima basata esclusivamente sulle norme e sulla presunta volontà degli Stati di applicare le regole.

Le repliche delle tre caravelle di Cristoforo Colombo, la “Nina”, la “Pinta” e la “Santa Maria”, arrivano a Miami da Cadice (Spagna) per celebrare il quinto centenario della scoperta del “Nuovo Mondo”. Miami, Stati Uniti, 15 febbraio 1992. © SIPA

Da leggere anche: Mare: la marina militare e la sicurezza delle rotte

E oggi?

Il diritto del mare appare oggi come uno dei pilastri silenziosi ma essenziali della governance globale. Concepito in origine per organizzare la libertà di navigazione e prevenire i conflitti, è ora al centro di importanti rivalità strategiche, in cui si intrecciano sovranità, sicurezza, sfruttamento delle risorse e protezione dell’ambiente. L’ascesa degli Stati che si affacciano sul mare, la militarizzazione di alcuni spazi marittimi (porti, isole, stretti), le capacità di sviluppo delle flotte militari (obiettivo principale di Cina e Stati Uniti) e le sfide poste dal cambiamento climatico mettono alla prova un quadro giuridico basato sul compromesso e sul multilateralismo.

In questo contesto, l’efficacia del diritto del mare dipende meno dalla solidità dei suoi principi che dalla volontà politica degli attori di rispettarli e di farli evolvere. Ed è qui che sorge il problema, perché il crescente divario tra norme giuridiche e pratiche statali sottolinea i limiti di un ordine marittimo basato sul consenso, ma rivela anche la sua importanza strategica: dove il diritto arretra, il confronto avanza.

Al contrario, il rafforzamento dei meccanismi di cooperazione e risoluzione delle controversie rimane uno dei pochi modi per contenere le tensioni in uno spazio marittimo diventato centrale per l’equilibrio geopolitico mondiale. I mari e gli oceani, pur non essendo completamente territorializzati, sono ormai ampiamente appropriati. In questo contesto, la tensione tra mare liberum e mare clausum rimane pienamente attuale. Gli oceani sono allo stesso tempo spazi di circolazione mondiale e zone di sovranità affermata. Questa ambivalenza struttura la geopolitica marittima del XXI secolo. L’ordine giuridico marittimo non ha eliminato i conflitti, ma li ha semplicemente spostati. Le sovrapposizioni delle zone economiche esclusive e i disaccordi sulle delimitazioni marittime sono diventati focolai di tensione.

Resta ancora da creare un vero e proprio ordine marittimo accettato e coercitivo.

Mar Cinese Meridionale: il diritto al servizio del potere.

La situazione nel Mar Cinese Meridionale è un buon esempio dell’inefficacia della CNUDM. Questo mare è fondamentale per ragioni economiche (vi transita il 30% del commercio mondiale e si presume che vi siano risorse importanti) e geopolitiche (controllo delle rotte marittime Asia-Medio Oriente e presenza di Taiwan). La Cina rivendica oggi la maggior parte della zona attraverso la “linea dei nove trattini”, una demarcazione storica molto contestata. A partire dal 2010, la Cina ha condotto una politica di isole artificiali (riempimento di scogliere e costruzione di porti, piste di atterraggio, basi militari), in particolare sulle isole Paracel e Spratly. Queste azioni sono spesso definite annessioni de facto o “fatti compiuti”. Gli Stati della zona, Filippine, Vietnam, Malesia, Brunei e Taiwan, hanno contestato queste annessioni in nome delle ZEE riconosciute dalla CNUDM e, nel 2016, la Corte permanente di arbitrato dell’Aia ha respinto le rivendicazioni cinesi, ma la Cina non solo ha rifiutato la decisione, ma ha anche dichiarato di non riconoscere la suddetta Corte. Oggi la Cina continua queste annessioni e manifesta ora il suo interesse per le isole Senkaku/Diaoyu, situate non lontano dal Giappone, ma anche dalla grande base militare americana di Okinawa.

Artico

Il rapido scioglimento dei ghiacci marini apre un teatro strategico fino ad ora difficilmente accessibile. L’Artico non è più una zona isolata: sta diventando uno spazio di rivalità in cui il diritto internazionale viene utilizzato come leva di potere. Russia, Canada, Danimarca (Groenlandia), Norvegia (Svalbard) e Stati Uniti (Alaska) rivendicano l’estensione della loro piattaforma continentale oltre le 200 miglia marine, sostenendo le loro richieste con spedizioni scientifiche e dimostrazioni simboliche. D’altra parte, l’interesse manifestato dalle autorità americane per la Groenlandia rientra in una strategia espansionistica dichiarata. L’Artico illustra come il possesso giuridico dei mari non sia mai neutro: esso funge da cornice per la proiezione di forza, la messa in sicurezza delle rotte marittime e l’accesso alle risorse strategiche (petrolio, gas, metalli rari), trasformando uno spazio ghiacciato in un terreno di attiva competizione geopolitica.

Principi della CNUDM

1. Libertà dei mari: navigazione, sorvolo, posa di cavi e condotte sottomarine, pesca, ricerca scientifica.
2. Sovranità e diritti sovrani degli Stati costieri.
La CNUDM distingue diverse zone marittime, con diritti diversi:
*Mare territoriale (fino a 12 miglia marine dalla costa dello Stato): sovranità dello Stato costiero (come sul proprio territorio), fatto salvo il diritto di passaggio inoffensivo.
*Zona contigua (fino a 24 miglia dalla costa): poteri di controllo (dogana, fiscalità, immigrazione, sanità).
*Zona economica esclusiva – ZEE (fino a 200 miglia dalla costa): diritti sovrani per lo sfruttamento delle risorse naturali (pesca, energia, ecc.).
*Piattaforma continentale: diritti sulle risorse del suolo e del sottosuolo marini.
3. I fondali marini sono dichiarati patrimonio comune dell’umanità (al di fuori della ZEE).
4. L’uso «pacifico» dei mari.
5. L’obbligo di protezione e conservazione dell’ambiente marino.
6. La cooperazione internazionale: ricerca scientifica marina, protezione dell’ambiente, lotta alla pirateria, gestione delle risorse biologiche.
7. La risoluzione pacifica delle controversie tramite il Tribunale internazionale del diritto del mare (TIDM) con sede ad Amburgo (Germania) e la Corte internazionale di giustizia con sede all’Aia (Paesi Bassi).

Da leggere anche: Che cos’è la “linea costiera” delle carte geografiche?

Per approfondire:

Calafat G. « Une mer jalousée. Contribution à l’histoire de la souveraineté » Ed. Seuil 2019.
Royer P. « Géopolitique des puissances maritimes » Ed.La Découverte 2023.
«Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare» CNUDM Ed.ind. 2023.
«Dissertazione di Grotius sulla libertà dei mari (Ed.1845)» Ed. Hachette Livre BNF 2012.
Mahinga J.G « I conflitti sul diritto del mare nel Mar Cinese » Ed. L’Harmattan 2021.
Brischoux M. « Geopolitica dei mari » Ed.PUF 2023.

Un oceano senza regole è un pianeta senza futuro

di Eugène Berg

La Conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano tenutasi a Nizza è stata l’occasione per fare il punto sulla situazione del mondo marino. Gli ecosistemi marini sono meno esplorati dello spazio: solo il 5% della superficie è stato realmente esplorato e solo lo 0,1% della massa liquida oceanica è stato visitato dall’uomo.

La Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano (UNOC3), co-organizzata da Francia e Costa Rica, che ha riunito 61 capi di Stato e di governo, a Nizza dal 9 al 13 giugno, è stata l’occasione per fare il punto sulla realtà marina – il 70% del nostro globo, i cui ecosistemi sono meno esplorati dello spazio: solo il 5% della superficie è stato realmente esplorato e solo lo 0,1% della massa liquida oceanica è stato visitato dall’uomo.

La maritimizzazione dell’economia mondiale

La globalizzazione non è altro che la marittimizzazione dell’economia mondiale: tra il 1950 e il 2020, gli scambi via mare sono aumentati di 20 volte. Il 90% degli scambi mondiali avviene via mare, con 11 miliardi di tonnellate trasportate da 50.000 navi, di cui il 40% petroliere, responsabili del 3% delle emissioni globali di CO2. L’economia blu, pari a 3000 miliardi di dollari, rappresenta l’equivalente della quinta economia mondiale. Da qui la priorità di garantirne la fluidità e la sicurezza. Si distingue il rischio, evento naturale e accidentale, dalla minaccia, intervento umano preventivo volto a danneggiare, distruggere o compromettere le navi, i loro carichi e i loro equipaggi.

È in profondità che si trovano i tubi, gli oleodotti e i gasdotti la cui rete si estende per 2 milioni di km2 o le quasi 500 reti di cavi in fibra ottica, attraverso le quali transita il 95% dei flussi di dati, che si estendono su 1,3 milioni di km2. I tre quarti dei cavi sottomarini di telecomunicazione dell’emisfero settentrionale che passano attraverso la ZEE dell’Irlanda interessano le navi da “ricerca” e i sottomarini russi.

L’OCEANO, preservare il futuro dell’umanità, in 100 domande[1]

Questo libro è suddiviso in cinque parti (come funziona il pianeta Terra, l’attività dell’uomo sull’oceano, la gestione dell’oceano e delle sue risorse, le azioni per preservare il nostro pianeta blu, le sfide geopolitiche). È noto che gli oceani e i mari assorbono il 90% del calore terrestre, catturano il 25% delle emissioni di CO2 e forniscono cibo a tre miliardi di esseri umani. Queste risorse sono utilizzate dall’industria farmaceutica, cosmetica e, in futuro, dalle società minerarie, ma sono fragili: il 60% degli ecosistemi è minacciato.

Il trattato sull’alto mare in attesa di ratifica

Con grande disappunto dell’Eliseo, il trattato sull’alto mare, che copre il 64% della superficie degli oceani e firmato da 136 Stati, è stato ratificato solo da 51 Stati in occasione della Conferenza di Nizza, una cifra inferiore alle 60 ratifiche richieste. Il testo, adottato nel 2023, si pone l’obiettivo di coprire il 30% delle aree marine protette (AMP), di cui il 10% con protezione integrale. Regola inoltre lo sfruttamento delle risorse genetiche marine e l’attuazione di studi di impatto ambientale. Sebbene considerata un bene comune dell’umanità, l’alto mare rimane minacciato dalle mire malcelate delle grandi potenze minerarie desiderose di sfruttarne le risorse. Il 24 aprile, Donald Trump non ha forse firmato nell’Ufficio Ovale un decreto che apre la strada allo sfruttamento dei fondali marini al di là delle giurisdizioni nazionali?

Geopolitica degli spazi marittimi[2]

Ricercatore in geografia e geopolitica marittima presso il CNRS, Sylvain Domergue pubblica un’opera corredata da numerosi schemi e mappe su tutte le questioni relative agli spazi marittimi, alle basi navali, ai 9 punti di passaggio strategici principali (choke point), la maggior parte dei quali, al di fuori dello stretto di Malacca o del canale di Panama, si trovano nel triangolo formato dagli stretti di Gibilterra, Ormuz e Bab el – Mandeb e, a sud, il Capo di Buona Speranza.

Strategie navali

La strategia navale, parte integrante della strategia globale degli Stati, si declina in molteplici modi a seconda del ruolo, delle funzioni e delle capacità delle marine militari; lo strumento navale è sempre stato un potente vettore di coercizione, in grado di trasmettere messaggi politici ed esercitare pressioni diplomatiche. È opportuno distinguere tra sicurezza marittima e protezione marittima. Per l’IMO, la prima indica i rischi tecnici, indipendenti da qualsiasi intenzione dolosa, la seconda la prevenzione e la lotta contro le azioni umane volontarie volte a mettere in pericolo un’attività marittima (trasporto di persone e merci, infrastrutture, flussi, ecc.). «Tutto ciò che non è controllato viene saccheggiato, e tutto ciò che viene saccheggiato viene contestato», ha dichiarato l’ammiraglio Prazuck, capo di Stato Maggiore della Marina nazionale.

Alla ricerca di una governance globale degli oceani: da res nullius a res communis

Diverse istituzioni l’hanno incarnata: l’IMCO (Organizzazione intergovernativa consultiva marittima internazionale) nel 1958, a cui è succeduta l’OMI (Organizzazione marittima internazionale) nel 1982. Il sistema delle Nazioni Unite copre tutta la gamma dei problemi relativi al mare. Programmi regionali dell’IMO, « regional seas» dell’UNEP (Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) 13 « mari regionali » . È soprattutto a livello delle aree e degli organismi regionali di pesca della FAO che questa cooperazione regionale sviluppa tutti i suoi effetti. Si contano 66 grandi ecosistemi marini. Ma sono gli Stati, che hanno giurisdizione sul 36% della superficie degli oceani (6% per le acque territoriali limitate a 12 miglia nautiche e 30% per le ZEE), i principali attori della regolamentazione marittima.

[1] Sabine Roux de Bézieux e Philippe Vallette , Tallandier, 2025, 316 pagine

[2] Sylvain Domergue, Armand Colin, 2025, 263 pagine

2026: l’anno delle dure realtà_di Morgoth

2026: l’anno delle dure realtà

Morgoth20 gennaio∙Pagato
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“Ora siamo un impero e quando agiamo creiamo la nostra realtà.” Karl Rove.

La mia prima impressione del 2026 è che la velocità del ciclo delle notizie sia stata accelerata a Warp 9 e che ciò sia in parte intenzionale. Quelli che una volta venivano chiamati “eventi mondiali” sono semplicemente ciò che Donald Trump vomita sulla sua piattaforma Truth Social.

Immerso nelle nebbie della storia antica, durante le vacanze di Natale di tre settimane fa, stavo prestando attenzione allo strano comportamento dei mercati dell’argento. In sostanza, il prezzo dell’argento è stato soppresso per anni dalle istituzioni finanziarie occidentali per i loro nefandi scopi: paralizzare un potenziale concorrente del dollaro e il fatto che quelle stesse istituzioni avessero promesso argento a clienti che non avevano.

I caveau occidentali erano pietosamente a corto di metallo scintillante, e lo sporco segreto stava venendo a galla. Inoltre, la Cina aveva accumulato per anni le riserve mondiali di argento e il 1° gennaio avrebbe dovuto impedirne l’esportazione dal Paese, ritenendolo un materiale strategico. L’argento non è semplicemente un metallo prezioso; viene utilizzato nei pannelli solari, negli smartphone, nei data center di intelligenza artificiale e praticamente in tutti i gadget e dispositivi in ​​voga negli anni ’20.

Così, una componente fondamentale del mondo moderno si stava esaurendo e il prezzo ha iniziato a salire alle stelle. Elon Musk ha twittato:

Questo non va bene. L’argento è necessario in molti processi industriali.

In particolare, le sue industrie.

Cosa accadrebbe esattamente se le più importanti e curiosamente nepotitiche aziende tecnologiche iniziassero gradualmente a esaurire la linfa vitale di così tanti investimenti e componenti?

In realtà non sembrava importare, perché la vista delle navi americane USS Iwo Jima e USS Gerald Ford che incombevano sui Caraibi al largo della costa del Venezuela, e il successivo rapimento del presidente Maduro da parte della Delta Force, erano infinitamente più accattivanti di qualche linea su qualche grafico.

Quella che fu chiamata “Operazione Resolve” sembrava progettata per massimizzare la viralità sui social media. Nella sala operativa improvvisata di Mar-a-Lago, la X di Twitter era ben visibile sullo sfondo.

Nel cambio di regime che non c’è stato, le notizie venivano monitorate e create simultaneamente.

Sul grande schermo di fronte a loro, la squadra di Trump stava probabilmente guardando l’uccisione di trentadue soldati cubani e quarantasette venezuelani, tra membri dell’intelligence. Le abitudini e le inclinazioni dei dittatori di facciata hanno fatto sì che anche nove donne della “Guardia d’Onore Presidenziale” siano state uccise.

Ma non dobbiamo preoccuparci troppo per questo. Né per le voci secondo cui sarebbe stata usata una specie di arma sonica che avrebbe reso inabili le persone attorno a Maduro, come se le loro teste stessero per esplodere.

Invece, abbiamo ottenuto subito un filmato virale di Apocalypse Lol con elicotteri sulle note dei Creedence, realizzato da Shitposter in Chief. Il passaggio dalla realtà all’iperrealtà di terzo ordine è stato istantaneo.

Le prime settimane del 2026 sono trascorse quasi interamente in un piano di isteria iperreale, separato da qualsiasi cosa concreta e autentica, a tal punto che almeno faccio fatica a investire in una cosa in particolare.

Ci si guarda intorno alla ricerca di qualcosa di tangibile e solido.

Le “notizie”, o ciò che una volta veniva chiamato “attualità”, non sono altro che una dichiarazione stravagante di Donald Trump, seguita da dodici ore di risposte di politici ed esperti in base alla dichiarazione successiva, quando il ciclo si ripete.

Un giorno accade un evento che sembra avere un’importanza e delle implicazioni di portata mondiale, per poi essere superato il giorno dopo.

Ma questo non significa che “non succeda mai niente”, come recita il meme ormai curiosamente datato. Piuttosto, i fili narrativi rimangono sospesi e irrisolti nonostante l’algoritmo abbia prosciugato i contenuti. Il problema con la politica come contenuto è che nel mondo reale, gli archi narrativi continuano nelle regioni più remote e oscure, lontano dalla viralità di internet.

Cosa accadrà, alla fine, al Venezuela?

Qualche settimana fa, ho infastidito molti americani di destra perché ho criticato il modo in cui si sono compiaciuti e hanno “medato” una donna uccisa dall’ICE (Immigration and Customs Enforcement) a Minneapolis. Nota bene, non stavo commentando l’omicidio, giustificato o meno, ma il fatto che i poster su X chiedessero a Grok di mettere il suo cadavere in bikini, insieme a una serie di altre raffigurazioni tutt’altro che piacevoli.

In qualche modo, questo è stato percepito come una mia debolezza o come una mancanza di grinta per la battaglia che mi aspettava. In realtà, stavo scrivendo sull’argomento del compiacimento per la morte dei nemici già nel lontano 2022 .

Una risposta comprensibile a un’affermazione del genere sarebbe: “Ma non abbiamo potere!”. Il che è ovviamente vero e, in effetti, un’ammissione che siamo una semplice folla inferocita. Tuttavia, il pensiero di destra non affonda le sue radici in nozioni plebee dell’uomo-massa, bensì in strutture gerarchiche che richiedono reazioni più nobili e meno vili agli eventi gravi.

La morte è una cosa seria, la morte dei propri nemici lo è ancora di più.

I miei detrattori sostenevano che si trattasse di una guerra e che non ci fosse spazio per simili sarcasmi. Il problema è che tutto questo era radicato nella viralità di internet e non in qualcosa di autentico. Questi resoconti non riguardavano la chiusura degli occhi della donna morta, né la pulizia del sangue dal sedile dell’auto, né alcun atto che richiedesse coraggio o rischi.

Se ammettiamo che la sparatoria fosse giustificata (il che è ampiamente contestato), le persone che ne hanno fatto dei meme non hanno avuto alcun ruolo e stanno semplicemente dimostrando valore rubato.

Anche in questo caso, però, resta da vedere quanto valore ci sia nello sparare a una donna disarmata.

Come nel caso dell’operazione in Venezuela, l’uccisione di Renee Good è stato un caso in cui la versione iperreale degli eventi su Internet è diventata il segnale autentico, e la morte e il sangue del mondo reale il rumore.

A questo punto ci sorge spontanea una domanda imbarazzante: cosa succede quando le persone più potenti della Terra esistono principalmente in un’iperrealtà memeficata?

In questo periodo circola una battuta secondo cui l’ossessione di Donald Trump per la Groenlandia deriva dal fatto che ha visto una rappresentazione del mondo su una mappa di proiezione di Mercatore, in cui la Groenlandia appare grande quasi quanto l’Africa.

Sebbene sia divertente, non credo che sia così. Tuttavia, solleva anche il problema che una classe elitaria basi le proprie politiche e azioni su interpretazioni del mondo false o incomplete, o del tutto fittizie. C’è sempre quel fastidioso dubbio del “e se?”.

Gran parte dell’Occidente all’inizio del 2026 sembra sorretto da inautenticità e falsità. Uno stato di esistenza astratto e senza fondamento, separato dal fango e dal sangue. Un sistema monetario fiat che utilizza dati demografici fiat e che richiede una cultura fiat e un sistema di valori fiat.

Ci si chiede dove siano l’inizio e la fine.

Le persone cercano di razionalizzare e riformulare la politica come se stesse prendendo forma un grande piano, quando è possibile che le élite siano pazze, incapaci o completamente immerse in una palude digitale di autogratificazione e ritardo mentale.

Il prezzo dell’argento non è mai sceso dai massimi di Natale; anzi, la stretta si è aggravata da allora perché non ce n’è abbastanza da saldare e fondere in componenti essenziali che rendono sostenibile la nostra attuale “realtà”. A Londra e New York, le casseforti hanno promesso gli stessi lingotti d’argento a un cliente dopo l’altro, e prima o poi vorranno il metallo, non un pezzo di carta, e non potranno consegnarlo.

L’argento viene estratto principalmente come sottoprodotto di altri metalli e ci vorranno anni prima che un’attività estrattiva a pieno regime diventi redditizia. Nonostante la sua infinita ricchezza, Elon Musk non può creare altro argento; nessuno può.

C’è qualcosa di poetico in tutto questo. Nel momento in cui gli uomini occidentali erano più confusi e ubriachi di astrazioni, le profondità della terra imponevano limiti materiali alle realtà logistiche. Eppure, non se ne fa granché.

Non è “virale”. Ribolle come l’Arca dell’Alleanza in Indiana Jones e I predatori dell’arca perduta , rinchiuso come una notizia tra milioni in un magazzino umido e scarsamente illuminato, pronto per essere ignorato.

Ma questa, insieme ad altre realtà materiali, emerge sempre più dalla crosta permanente della schiuma e della lanugine, e nel 2026 ne vedremo molte di più.

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SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0_di Teodoro Klitsche de la Grange

SORTEGGIO SÌ, SORTEGGIO NO 2.0

Tra i tanti argomenti adotti contro la riforma Nordio sull’ordinamento della giustizia (e sul sorteggio dei componenti del CSM), uno è particolarmente interessante, laddove si afferma che i magistrati sorteggiati non avrebbero capacità ed attitudini per contrastare i condizionamenti politici, specie quelli provenienti dai sorteggiati non-togati.

L’argomento ha il difetto da un lato di provare troppo, dall’altro di non considerare uno dei principali caratteri dello Stato moderno.

Quanto al primo aspetto se è vero che l’elezione è (anche) un modo di scegliere i migliori (nel senso dei più adatti) è anche vero che principio fondamentale della democrazia è l’accesso di tutti i cittadini alla funzione pubblica. E così anche all’elettorato passivo agli organi costituzionali. Molti hanno ironizzato sulla possibilità che così un ignorante (o un demente, o un inadatto in genere) potrebbe accedere agli organi e uffici politici più importanti della Repubblica (Parlamento, Governo, Presidenza della Repubblica): ma è un rischio che una democrazia deve correre, se vuole essere tale. D’altra parte la storia è piena di governanti, scelti con qualsiasi sistema (la nascita, l’adozione, l’elezione, e così via) che avevano i medesimi difetti di coloro (pochi) scelti con il sorteggio. Ad applicare coerentemente l’argomento criticato si dovrebbe pre-selezionare i candidati, magari prevedendo dei requisiti severi limitanti l’accesso e restringere a quelli la lista degli eleggibili. Superando poi il dubbio che, se questi requisiti dovessero essere determinati non da criteri oggettivi (anzianità, reddito, nascita) ma dal giudizio di un ufficio, questo sarebbe stato imparziale e opportuno. Quindi l’inconveniente criticato è a maggior ragione (dato il maggior potere) pertinente anche agli eletti agli organi costituzionali. E la scelta dei “migliori” – sottintesa all’elezione – può ridurre il rischio, ma non eliminarlo.

Sotto un secondo aspetto (non meno importante) l’argomento in esame presta il fianco ad una critica. Scriveva Max Weber che uno dei caratteri peculiari della burocrazia moderna è il possesso del “sapere specializzato”, cioè «acquisito mediante istruzione specifica e cioè “tecnico” nel senso vasto della parola». Nel caso, tutti i componenti del CSM devono essere esperti di diritto quali giudici, avvocati o comunque professori universitari di materie giuridiche. Al contrario degli organi costituzionali “politici” in cui l’accesso è illimitato; questo lo è (anche e soprattutto) per garantire la padronanza della materia e dall’altro per escludere o limitare drasticamente, come è opportuno, il controllo del vertice politico (non specializzato) sull’insieme dei magistrati; al contrario della regola di ogni ente, dai Ministeri ai consigli municipali, dove un vertice politico (non professionale) indirizza e controlla la burocrazia (professionale).

Nella specie la larga maggioranza del CSM è sorteggiato tra i funzionari: quindi il vertice non è politico.

Tuttavia i critici delle riforme sostengono che i sorteggiati tra i funzionarti non garantirebbero di essere in grado di fronteggiare il drappello minoritario dei “laici”. Ma, a parte che non è detto che siano poco capaci, essendo degli specialisti, anzi sembra piuttosto improbabile, la ridotta capacità di gestire il potere attraverso contrapposizioni ed accordi può capitare in ogni organo collegiale, compresi quelli che contemplano la presenza di membri d’estrazione burocratica e non. E’ un rischio cui si può ovviare sopprimendo una delle due categorie. Ma se non lo si fa, si deve correre.

Teodoro Klitsche de la Grange

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