Italia e il mondo

Come siamo arrivati qui_Di WS

 Il   disastro  in cui  stiamo sprofondando  comincia   ad essere     “percepito”  da  un numero  sempre maggiore  di “  soggetti”    e    con   la sua  solita   abile  retorica, talvolta  volgarmente      qualificabile  anche come “pippone “, Aurelien    cerca  di spiegarci     “come  siamo  arrivati   qui”   seppure  alla  fine non riesca  ad andare oltre     categorie  vaghe :  “decisori politici”  “  credenti  del Dio  Mercato”   ect.

Noi   che siamo meno  raffinati partiamo  dalla banalità   che “Qualcuno”   deve  pure  aver deciso  tutto  questo    e sappiamo  che  tutto  questo, successivamente “ratificato”   dai  suddetti  “decisori /mercatisti“,    fosse   già  stato  esposto e discusso  nel  segreti “simposi”   delle  nostre  “elites”.

Quindi  sono  state le “elites”, no?

Ma  questa  è solo una  facile      spiegazione,   anche  consolatoria  .  Chi  sono  queste  “ elites” ?    I “ padroni” ,  “la borghesia “,  “la finanza”,  “le banche”?  Solo quindi altre  “ categorie” , non si  sa come   sorte    e   perché “obbedite”   e da “Chi”. 

Beh  sul “Chi”, credo  che nessuno  potrà   negarlo,  rispondere   è facile : Gli “ obbedienti”   siamo   “ Noi  , il popolo”  o per meglio dire, “We  the People”,  per  metterla  nella prospettiva  storica    di  chi ha inventato  “la democrazia”.

E perché   Noi   “obbediamo”?   Non  ci sono ancora  per le strade gli  sgherri  del potere; Nessuno ancora  ci rapisce  dalle nostre  case   alle tre  di notte    solo  dietro  sospetto   di “disobbedienza“  anche solo “mentale” .

Quindi  non siamo  ancora  una “dittatura”  e   noi     siamo  certamente  “ arrivati”  qui “   spontaneamente.  Seppur        siamo  certamente “vittime”,   eppure   NON siamo “innocenti”.

E  il dibattito  su queste responsabilità  della “vittima”  manca  sempre   e di sicuro  noi   “ We  the People”   non  usciremo   da  questo  inferno   senza  un doloroso “ pentimento  e  riscatto”

E per  far  capire  di cosa parlo  mi riferirò  alla mia  esperienza personale.

 Io infatti  come Aurelien     sono almeno  tecnicamente ” uno  che  ce l’ ha fatta”;  nato poverissimo, ma evidentemente   abbastanza intelligente e motivato,    con grande sacrificio dei miei  genitori, peraltro pure anziani,  e il sostegno, voglio  sottolineare  PER MERITO,    di uno  stato  non  ancora completamente  asservito   ai rentiers,  ha potuto studiare fino ad un livello alto di istruzione.

Ma  a differenza  di Aurelien  io non venivo  dalla  mondo “ della fabbrica” ma da un  gradino ancora più basso :  quello  “della terra”   sebbene  nel “mondo operaio”  io ci sia  sempre  vissuto  perché,  nel  caseggiato in cui crebbi, otto appartamenti  e un solo  gabinetto a mezze  scale,  erano  soprattutto operai     del livello meno qualificato.

 I miei  invece sopravvivevano       con un piccolo commercio  di frutta e verdura. L’ altra differenza  con i vicini  è   che  mio padre,  semi-invalido e  uscito dalla mezzadria  “liquidato”  dal fratello, aveva messo  tutti i suoi  risparmi nell’acquisto  di  quelle  due misere  stanze,  mentre  invece  i nostri  vicini   ci  stavano in affitto;   alcuni di loro, poi,  direttamente dal loro datore  di lavoro  che  aveva   impiantato una   officina e cromeria   nei  fondi dell’edificio stesso.

Il  detto  “padrone”    erano  due  ex-operai  che  avevano  fatto    i loro primi  soldi  con i traffici   del  “ passaggio  della guerra” e cominciavano allora la loro  scalata   da  “padroncini” a  Imprenditori   fino  ad  arrivare   agli inizi  dei ‘90     ad avere una      fabbrica   di “meccanica fine” con 250  dipendenti; fabbrica che poi  crollò nella transizione ai rispettivi  figli,  evidentemente    meno capaci.  .

Erano,  quelli  in cui  crebbi io,  i “ruggenti 50”: nessuna  regola , nessun controllo, nessun diritto, massima libertà di iniziativa. Eppure  il paese  cresceva.

Ma una cosa  mi colpiva,   già allora : la differenza  di mentalità  dei “figli della fabbrica”    dai “ figli della  terra”. I  nostri  vicini non si preoccupavano  del futuro, loro  vivevano  nel presente,   senza  risparmiare,  nella  certezza  che un lavoro , seppur misero, ci sarebbe  sempre  stato.  Invece i  miei invece  vivevano  “ nel futuro”     lesinando  oggi  sul “ raccolto  buono”  in previsione di dover  sopravvivere domani  ad  uno “ cattivo”.

E  così  nella  sostanza  noi  possedevamo il nostro  tugurio  solo  perché    vivevamo  da poveri  più di loro.

Questa  mentalità “ consumistica”  della   “classe operaia”  mi ha sempre  colpito negativamente.

Si definivano      “proletari”  ma  avevano  aspirazioni borghesi , cioè   odiavano  la borghesia  solo perché   essa   “consumava”  cose  che   anch’essi  volevano ma non potevano permettersi.

Io invece  l’ unica  cosa  che invidiavo  alla  “borghesia”  era  solo l’istruzione   che  essa poteva permettersi.  Io  ho  sempre  desiderato istruirmi ,  divoravo qualunque  cosa  fosse  scritta e    ricordo     che,   con  i miei primi pochi  soldini,   a 8 anni         ad un Natale  mi autoregalai un Atlante e  che  per  quell’ acquisto  mia   madre,  totalmente ignorante  di cosa  fosse un “Atlante”, mi    accompagnò impacciatissima  in una libreria .

E la lettura   di quel  Atlante  pieno  di  dati  economici, che ancora  pur sfasciatissimo  dall’ uso  io conservo ,     ha formato per  sempre il mio pensiero   (geo)politico : è  solo la produzione di beni   REALI  che   definisce la realtà del mondo, tutto il resto è solo “gioco  del monopoli”…. o  “delle tre carte”.

 E così, pure  quando alla  fine   sono   attivato in cima  al mio  cammino  di istruzione, io, pur avendone i mezzi , ho sempre  rifiutato  di vivere “ da borghese” .  Sostanzialmente  le  mie aspirazioni,  i miei interessi personali  erano  rimasti quelli di un “ contadino”.  “Servire la  MIA terra con le MIE  mani ”   era per me più  gratificante  che “ consumare”.

Ma  per lavoro ero sempre  rimasto in mezzo  agli “operai”. Ne riconoscevo l’ importanza  per il riscatto  di questo paese  e ne vedevo però  la  loro  compromissione  culturale  alle aspirazioni “ borghesi”. 

  Per lavoro passavo  molto tempo con loro  ex “ giovani operai “,  divenuti poi tecnici  di qualità  nelle officine in cui venivano realizzate,  grazie al loro  lavoro, molte delle mie idee , e li esortavo a non  cadere   ne “l’ edonismo”   che  tracimava  dalle  televisioni  commerciali;  a non barattare   sogni  consumistici  irrealizzabili  con   i capisaldi  conquistati  a  caro prezzo  dalle  generazioni  precedenti.

 Gli  dicevo : attenti ,   abbiamo  già  tutto quanto  ci serve. Abbiamo un buon lavoro SICURO ,  una buona istruzione  GRATIS, una buona sanità GRATIS, la casa di proprietà,     due piccole auto per famiglia , “ tempo libero”   e un mese  di ferie   VERE  ect, ect . Non si può  crescere  all’ infinito, non si può    vivere   tutti “  da borghesi”   e se   “sognerete con gli occhi  della borghesia”      questi  capisaldi   crolleranno  e  i nostri  figli non avranno  quello che abbiamo avuto noi .

“Prediche inutili” , naturalmente!   La TV  gli  prometteva    un “ mondo  di balocchi”  e chi ero io   per  dire   diversamente?  Semplicemente  mi guardavano  come se fossi scemo, mentre gli   scemi  erano loro.

E   così finimmo  tutti nel  “ paese dei balocchi”.

Ecco , “come  siamo  arrivati  qui”

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