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In un recente discorso, l’ex comandante in capo dell’Ucraina Valeri Zaluzhny ha fatto una sorprendente ammissione.
Ha affermato che, nel corso del conflitto ucraino, la Russia è riuscita a trasformare ogni singola “wunderwaffe” occidentale, ovvero “superarma”, in rottame inutile:
Le sue esatte parole, nel dettaglio:
«Già nel 2026 l’Ucraina aveva impiegato ogni singolo tipo di armamento — ad eccezione, forse, dei missili Tomahawk, delle armi nucleari, delle portaerei e degli F-35 — e aveva applicato tutte le dottrine operative altamente complesse della NATO…
E tutte le risorse disponibili sono state ormai completamente esaurite. La Russia è riuscita a trovare una contromisura specifica per ciascuna di esse.”
Prosegue poi fornendo un esempio: il sistema HIMARS, che inizialmente ha riscosso un successo inaspettato e che, secondo lui, ha permesso da solo all’Ucraina di liberare la regione di Kherson nell’autunno del 2022. Ma solo un mese dopo, afferma, l’HIMARS è stato reso completamente inutilizzabile.
Le sue parole:
«Esattamente un mese dopo, [gli HIMARS] si sono rivelati del tutto inutili, semplicemente impossibili da utilizzare.»
Si noti in particolare la parte della dichiarazione che passa maggiormente inosservata. Non solo l’armamento è stato completamente neutralizzato dalla Russia, ma anche le “dottrine operative altamente complesse” della NATO. In breve, l’intero sistema della NATO, progettato per sconfiggere l’URSS e poi la Russia, che comprende il passaggio dalla cosiddetta «scuola di pensiero sovietica inferiore», il «comando dall’alto verso il basso», l’adesione alla famigerata iniziativa della NATO denominata «comando di missione» per le piccole unità, e tutti gli altri luoghi comuni che abbiamo visto svilupparsi riguardo al modo di fare guerra russo. L’Ucraina è stata trasformata in una versione potenziata di una forza NATO, con finanziamenti e risorse a disposizione probabilmente superiori a quelli di qualsiasi altro singolo membro della NATO, eppure tutto ciò è stato comunque respinto e neutralizzato sul campo dalla continua innovazione russa.
Le dichiarazioni di Zaluzhny ci conducono a un nuovo interessante sviluppo riguardante l’impiego da parte della Russia del sistema di protezione attiva (APS) Arena-M sui propri carri armati.
Le unità militari che operano nella zona dell’operazione militare speciale hanno ricevuto carri armati T-72B3A dotati di sistemi di protezione attiva Arena-M. I veicoli corazzati e gli equipaggi sono ora attivamente preparati per l’impiego in operazioni di combattimento. I carri armati dotati di protezione speciale avranno il compito di supportare le azioni dei nostri gruppi d’assalto che conducono attacchi contro le aree fortificate del nemico, come ha appreso Izvestia.
Un video risalente a circa una settimana fa che mostra un T-90M durante le prove in fabbrica presso l’UVZ con il sistema Arena-M installato, visibile sotto forma di piccole scatole nella parte superiore posteriore e anteriore della torretta:
T-90M carro armato dotato del sistema di protezione attiva (APS) “Arena-M“, attualmente sottoposto a prove di fabbrica presso un poligono di prova nei pressi dello stabilimento UVZ.
Secondo alcune fonti, i carri armati forniti da UVZ sarebbero equipaggiati con componenti in modo eterogeneo: alcuni veicoli montano il sistema di protezione attiva standard, mentre altri sono dotati di una “griglia” aggiornata e di un pacchetto potenziato di protezione dinamica e anti-cumulativa (compresi schermi rinforzati e protezione del vano motore).
Per quanto riguarda i carri armati T-80BV, questi sono dotati di una torretta modernizzata e di soluzioni progettuali più sofisticate per la protezione, che si discostano dagli standard della serie T-72/T-90.
Sono in corso lavori per la protezione a tutto campo dei carri armati contro gli attacchi dei droni FPV, ma non è ancora noto quando verrà presentata una soluzione completa in grado di garantire una protezione affidabile del veicolo in combattimento per un periodo di tempo significativo.
Per fornire una breve panoramica iniziale, l’Arena-M è stato originariamente progettato per intercettare vari tipi di munizioni, come gli ATGM e i Javelin, anche in modalità “attacco dall’alto”. Ovviamente questi non rappresentano più un problema rispetto alla diffusione capillare dei droni. Ecco però un filmato di prova di un sistema Arena-M montato su un T-72B3M che intercetta un piccolo missile in attacco dall’alto e con traiettoria diretta, a titolo di esempio del suo funzionamento:
Il sistema funziona grazie a un piccolo radar Doppler a onde millimetriche che rileva i proiettili in arrivo e quindi lancia una contromisura di tipo “hard-kill”, programmata e dotata di una spoletta che ne fa esplodere il contenuto in prossimità del carro armato, ricoprendo il proiettile in arrivo di schegge.
Ora, in un recente attacco nella direzione di Dobropillya, al largo di Shakhove, nei pressi di Pokrovsk, le forze russe avrebbero utilizzato per la prima volta carri armati dotati di questi sistemi Arena-M. Le immagini diffuse dall’Azov Corp, che difende la zona, mostrano quello che potrebbe essere l’abbattimento di un drone FPV da parte del sistema Arena:
Ma la sorpresa è stata che alcune figure di spicco filo-ucraine, tra cui l’analista americano Rob Lee e Dmytro Putiata, veterano delle forze speciali ucraine, hanno parlato con le unità dell’Azov coinvolte nell’attacco e hanno appreso che il sistema Arena-M in realtà ha funzionato straordinariamente bene:
Putiata ha confermato che le unità gli hanno riferito che un sistema Arena ha distrutto 7 FPV e che, in media, occorrono fino a 20 droni FPV per distruggere un carro armato.
Il loro thread originale era una risposta a un thread pubblicato da un altro esperto ucraino di carri armatiil quale ha confermato che l’unico motivo per cui i carri armati sono stati colpiti è stato l’esaurimento totale delle munizioni a canister Arena-M:
In breve, sembra che il sistema Arena abbia praticamente abbattuto tutto ciò che si trovava nel suo raggio d’azione e che solo dopo aver esaurito le munizioni sia stato possibile colpire i carri armati.
Ecco, a titolo di riferimento, il frammento del video pubblicato dal Corpo Azov che mostra l’attacco russo:
Come facciamo a sapere che i moduli a cartuccia erano vuoti? Perché, quando non sono stati sparati né svuotati, sono sigillati in questo modo:
Ora guarda lo screenshot del video: puoi vedere che i moduli su entrambi i lati sono aperti e vuoti, perché sono stati esauriti:
L’esperto ucraino di carri armati Andrei Tarasenko, citato in precedenza, ritiene che la quantità limitata di munizioni non consentirà all’Arena di rivelarsi utile nelle condizioni attuali, in cui la densità dei droni è semplicemente troppo elevata. Tuttavia, non si può mai prevedere l’ingegnosità degli ingegneri russi nel trovare soluzioni per integrare sul carro armato una maggiore quantità di munizioni o un numero maggiore di lanciatori.
Basta ascoltare il discorso di apertura di Zaluzhny, in cui riconosce l’ingegnosità russa nell’aver individuato contromisure per tutti i principali sistemi occidentali. L’aspetto interessante del successo ormai confermato dell’Arena-M è che il meccanismo di neutralizzazione fisica è in grado di fare ciò che nemmeno la migliore guerra elettronica riesce a fare: neutralizzare i droni a fibra ottica o persino quelli autonomi guidati dall’intelligenza artificiale.
Le cariche dei contenitori non possono essere costose da produrre, il che significa che, in teoria, un sistema del genere, dotato di enormi quantità di proiettili, dovrebbe essere in grado di abbattere un drone dopo l’altro da ogni direzione possibile. Ora immaginate diversi carri armati di questo tipo e magari anche un veicolo Arena-M dedicato, equipaggiato esclusivamente con questi sistemi, che viaggiano in una formazione più serrata, formando una sorta di “muro” falangico di contromisure. Nulla sarebbe mai infallibile al 100%, ma ciò potrebbe far lievitare esponenzialmente il numero di droni nemici persi ad ogni assalto.
Le innovazioni russe continuano a susseguirsi. Diversi media ucraini hanno riferito oggi che il sistema “Starlink” di produzione russa, noto come costellazione Rassvet, si sta espandendo molto più rapidamente del previsto, secondo quanto affermato da un alto funzionario dei servizi segreti ucraini:
La Russia sta accelerando l’implementazione del proprio sistema di comunicazioni satellitari Rassvet, l’equivalente nazionale di Starlink, a un ritmo più rapido rispetto a quanto previsto in precedenza, ha dichiarato il 10 agosto il vicecapo dei servizi di intelligence militare ucraini, il generale di divisione Vadym Skibitskyi.
«Mosca sta realizzando il progetto Rassvet, che di fatto è l’equivalente russo del sistema Starlink. E hanno iniziato a lanciarlo a un ritmo notevolmente più veloce di quanto previsto nei loro piani», ha affermato Skibitskyi in un’intervista a RBC-Ucraina.</
Come avevamo concluso in un’analisi precedente, una o due settimane fa, il capo dei servizi segreti Skibitskyi osserva che, secondo le previsioni, la Russia dovrebbe potenziare la costellazione portandola a 292 entro il prossimo anno, un numero addirittura superiore ai circa 250 citati in precedenza come soglia minima necessaria per consentire alla Russia di garantire una stabilità del segnale totale 24 ore su 24, 7 giorni su 7, sull’Ucraina:
Skibitskyi ha aggiunto che la Russia intende realizzare una costellazione di 292 satelliti entro il 2027 e ampliarla a 924 satelliti entro il 2035.
Questo sviluppo preoccupa non poco gli ucraini:
In un’intervista rilasciata all’AP e pubblicata il 10 agosto, il comandante delle Forze dei sistemi senza pilota Robert “Madyar” Brovdi ha definito tale sviluppo un “rischio per l’intero pianeta”.
«Perché una dittatura avrebbe accesso alle informazioni provenienti da ogni angolo del mondo», ha aggiunto.
Si tratta certamente di sviluppi interessanti. In particolare, l’introduzione e il comprovato successo del sistema Arena-M potrebbero potenzialmente aprire la strada a una nuova fase del conflitto, in cui l’assalto corazzato torni ad assumere una certa importanza.
Ma diteci cosa ne pensate: questo sistema darà nuovo slancio agli assalti corazzati nelle future offensive, oppure finirà per essere solo una novità e una piattaforma di sperimentazione, vista la semplice intrattabilità del problema degli sciami di droni?
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rilancia quantomeno “ l’invito”, sempre più presente in tanti altri commenti ed in tanti blog e siti, letteralmente:
“è assolutamente sbagliato precludersi a priori strumenti che possono risultare necessari e Putin farebbe bene ad imitarli “ ( riferendosi alla NK “minacciata” dagli USA )
E perciò mi trovo costretto a fare chiarezza ( speriamo qui almeno ) che in realtà Putin non si sta precludendo nulla e che la triade nucleare russa è al massimo della sua efficienza dalla fine dell’URSS . Putin semplicemente si riserva di usarla in modo “strategico” perché l’ idea che l’ arma nucleare possa avere un uso solo “tattico” è sostanzialmente idiota.
L’ uso “ tattico” che la Russia potrebbe fare delle sue “bombe” sarebbe contro “orde di blindati” ormai lanciati nel “ cuore della Russia” esattamente come gli americani programmavano l’ uso delle loro”nukes” per fermare l’ Armata Rossa nel “ cuore dell’ €uropa”, con la bella differenza però che “l’€uropa” non era “il cuore de l’ America” !
Che vantaggio infatti potrebbe avere la Russia a “nuclearizzare” se stessa lasciando intatto il retroterra del suo invasore? Al massimo la Russia “invasa” nuclearizzerebbe direttamente e SOPRATTUTTO il proprio invasore no ?.
Anche il bombardamento nucleare AMERICANO ( meglio sempre ribadire la verità) del Giappone , per quanto sempre dichiarato come “tattico”, ormai è evidente che aveva SOPRATTUTTO lo scopo “strategico”di intimidire L’ URSS.
E anche quel gruppo di “patrioti” che spingono in Russia per un uso intimidatorio del “nucleare” in realtà ne vorrebbero solo l’ effetto ” strategico” senza pagarne le imprevedibili conseguenze, dimenticandosi questi ( idioti? provocatori? Agenti doppi? ) che i VERI decisori occidentali conoscono già perfettamente il potenziale nucleare russo.
Perché tutto questo si gioca sulla LORO “scommessa” che Putin bluffi con il suo famoso ” non saprei che farmene di un mondo dove non ci fosse più la Russia” o che quantomeno l’ elite che lo circonda non voglia perdere la propria comoda e ricca vita in un guerra nucleare incontrollabile; che quindi la Russia possa essere assalita “convenzionalmente” e tramite “proxi” finche questa pressione frantumi la società russa inducendovi effetti soprattutto “psichici” che cambino l’ attuale strategia di Putin che , come ho già spiegato , è efficace ma non risolve nulla se non rinviare il più possibile un “redde rationem” sempre più pericoloso per TUTTI.
Perché Putin riesce efficacemente e da anni a “guadagnare tempo” in modo favorevole alla Russia ma al prezzo che la posta della suddetta “scommessa” diventi sempre più “grossa”.
Ora questo non perturba Putin perché lui è fermamente deciso ad andare fino in fondo a ciò che ha detto; essendo lui un giocatore razionale cercherà in tutti i modi di farlo “il più tardi possibile”.
Quindi in questo quadro strategico la “disperazione” non è russa ma dei suoi aggressori i quali , visto che non accetteranno mai una PROPRIA sconfitta; non hanno altra possibilità che “andare avanti” con la loro “pressione “ nella speranza che qualcosa cambi in Russia o per spinta delle élites traditrici o per reazione di un popolo esasperato.
Insomma LORO sperano che “ qualcuno” “rimuova “ Putin esattamente come fu “rimosso” Stalin .
Certo, se potessero, LORO lo ammazzerebbero direttamente , ma confidano ormai soprattutto sulla sua età, perché Putin non può essere eterno e la Russia ha una bruttissima tradizione nella “ successione dello Zar” dove regolarmente ad un “grande Zar” ne è sempre succeduto uno “pessimo”.
E questo “ successore” può essere chiunque. Certo, LORO preferirebbero un venduto “liberale” ma anche “ patrioti” e “comunisti” andrebbero bene per la loro sicura insipienza geopolitica che li porterebbe a fare proprio tutte quelle cose che tanti “esperti” consigliano a Putin ( economia di guerra, leva di massa , uso “dimostrativo” del nucleare, nazionalizzazioni e financo l’ illusione di una “nuova Urss”) .
Servirebbero queste mosse a qualcosa ? No, non cambierebbero la strategia di chi attacca la Russia, ma andrebbero di sicuro nella direzione che LORO vogliono: da una marginalizzazione della Russia alla sua sovraestensione, tutte cose foriere di una successiva frattura interna.
Perché il paragone che l’ amico Donato Zeno fa è inadatto; la Russia non è ancora minacciata al livello in cui è stato aggredito l’ Iran e la NATO-Ucraina non è in grado nemmeno di intestarsi una “eliminazione di Putin”. E se la sua dirigenza cominciasse a dichiarare di voler fare questo ( e lo farà perché questo è la naturale evoluzione del LORO piano ) allora sarà essa a scomparire per prima.
Come fu con Stalin , Putin potrà essere eliminato solo da un “ lavoro interno” e la sua unica “ assicurazione sulla vita” è rimanere “un moderato” che prepara un passaggio di potere ai “falchi” (Iran docet ).
Ma questo accelererà solo gli eventi perché oramai ci sono solo due “uscite”: o la”Russia collassa” o “ finirà nucleare”.
Ma i tempi e i modi di questa seconda “ uscita” li deciderà il “judoka del Kremlino” ( se ancora sarà vivo) anche se nel frattempo farà di tutto per procrastinarla.
“Salvo miracoli” non ci sono altre “soluzioni”.
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La crisi in Ucraina continua a raggiungere un punto critico. Dopo aver offerto alla Russia diversi cessate il fuoco, Zelensky sembra ora stia iniziando a fare alcune limitate concessioni:
La campagna di attacchi russi contro Odessa e le infrastrutture circostanti ha gettato nel panico gli opinionisti ucraini. I principali distributori della catena di approvvigionamento ucraina hanno ammesso che gli attacchi russi hanno distrutto i loro magazzini, mentre i negozi iniziano a svuotarsi: una chiara ripercussione della campagna di Zelensky contro le bacche selvatiche russe.
Un centro di analisi ucraino riferisce che gli attacchi russi ai porti hanno causato un calo della produzione siderurgica ucraina fino al 35% e che il 2026 è l’anno più difficile dall’inizio della guerra.
Parte della capacità di estrazione del minerale di ferro verrà probabilmente messa inattiva e la produzione in questo settore potrebbe ridursi del 35%.
A prima vista, la chiusura del corridoio marittimo nel luglio 2026 potrebbe sembrare la ripetizione di uno scenario già vissuto. Non sarebbe un grosso problema. Dopotutto, l’industria siderurgica ucraina ha già resistito al blocco totale delle esportazioni via mare nel 2022, e ne è uscita indenne. Ma questo paragone è errato. A causa di una serie di fattori, il 2026 si preannuncia un anno più difficile per il settore rispetto al primo, e più critico, anno di una guerra su vasta scala. Il problema non è tanto la chiusura del mare in sé, quanto i cambiamenti che ne sono derivati.
Continuano a circolare diverse voci secondo cui la Russia intenderebbe dare il colpo di grazia a Kiev, se non a tutta l’Ucraina. Gli esperti ucraini ritengono che, oltre alle centrali elettriche, quest’inverno la Russia abbia in programma di colpire vari impianti idrici e di smaltimento dei rifiuti per paralizzare Kiev.
Secondo quanto riportato dalla Pravda ucraina, questo processo sarebbe già in parte iniziato:
I russi stanno attaccando senza sosta l’unico impianto di aerazione che tratta le acque reflue di Kiev e delle città circostanti, utilizzando missili balistici, in un apparente tentativo di provocare una catastrofe umanitaria.
“I russi hanno colpito ancora una volta l’impianto di aerazione di Bortnychi con missili balistici. Si tratta dell’ennesimo attacco nell’ultimo anno, a dimostrazione di una campagna sistematica contro un unico obiettivo. L’impianto di aerazione di Bortnychi è l’unico impianto di depurazione delle acque reflue a servizio di Kiev e delle città, paesi e insediamenti circostanti nell’oblast.”
Dettagli: L’impianto ha una capacità di progetto di circa 1,8 milioni di metri cubi al giorno, mentre il carico di lavoro effettivo varia da 600.000 a 900.000 metri cubi al giorno. Non è presente un sistema di backup.
Si stanno diffondendo molte altre voci.
Diversi canali russi affermano che Surovikin è stato riaccolto per guidare una grande campagna, un vero e proprio colpo mortale, contro l’Ucraina:
È tutto puramente speculativo, quindi non illudetevi. Ma l’obiettivo è quello di cogliere il cambiamento di tono della guerra.
Secondo alcune indiscrezioni diffuse dai canali ucraini, la Russia potrebbe addirittura iniziare a dividere completamente Kiev in due, eliminando i suoi ponti.
Ora i principali canali mediatici stanno urlando che unità missilistiche balistiche nordcoreane si schiereranno in Russia per contribuire alla nuova campagna di distruzione delle infrastrutture ucraine, lanciando i propri missili balistici nordcoreani KN-23:
LONDRA, 5 agosto (Reuters) – Un’unità missilistica nordcoreana ha iniziato a dispiegarsi nella Russia occidentale e potrebbe essere equipaggiata con 120 missili balistici e sei lanciatori per attacchi contro l’Ucraina, ha detto un funzionario dell’agenzia di intelligence militare ucraina.
L’Ucraina è gravemente carente di sistemi di difesa aerea avanzati e la Russia ha cercato di sfruttare questa situazione utilizzando un maggior numero di missili balistici, che sono particolarmente difficili da abbattere.
Sebbene alcuni liquidino quanto sopra come propaganda, sarebbe logico che la Russia sfruttasse l’attuale periodo di totale deficit della difesa antimissile ucraina per infliggere al paese il maggior danno balistico possibile.
I canali televisivi ucraini sono furiosi con Zelensky per aver istigato questa nuova e senza precedenti rappresaglia russa contro il Paese:
Ultimamente nessuno sembra in grado di trovare speranza per la situazione in Ucraina. Julian Roepcke, un tempo trionfalista e ora pessimista convinto, ha scritto un’analisi lucida e disincantata dopo aver visitato l’Ucraina e aver parlato con numerosi soldati e ufficiali.
Leggi il testo tradotto completo qui sotto, in particolare le parti in grassetto:
Dopo un’altra settimana in Ucraina, numerose conversazioni con soldati – tra cui tre colonnelli delle forze armate ucraine – e molte impressioni positive ma anche preoccupanti, ecco la mia valutazione della situazione attuale nella guerra russo-ucraina.
Il cauto ottimismo di inizio estate è in gran parte svanito sul fronte ucraino. Fino a giugno, si sperava che l’intensificarsi degli attacchi ucraini contro la logistica russa nei territori occupati e nell’entroterra russo potesse indebolire in modo duraturo l’esercito d’invasione e arrestarne l’offensiva. Questa aspettativa non si è ancora concretizzata.
Le perdite straordinariamente elevate registrate dalle truppe russe dall’inizio dell’anno hanno finora prodotto solo parzialmente l’effetto strategico sperato. Sebbene il ritmo dell’avanzata russa sia notevolmente rallentato, non si è arrestato.
Allo stesso tempo, numerosi soldati segnalano una netta intensificazione degli attacchi russi contro le posizioni al fronte e nelle sue retrovie. La Russia sta ora impiegando un numero significativamente maggiore di droni kamikaze, bombe plananti e armi a lungo raggio rispetto a pochi mesi fa.L’approccio appare sempre più sistematico: fascia forestale dopo fascia forestale, villaggio dopo villaggio e ponte dopo ponte vengono distrutti per indebolire in modo duraturo la logistica ucraina nelle retrovie.
Anche nelle retrovie, sta emergendo una nuova modalità di guerra russa. Mentre negli ultimi anni la Russia ha spesso preso di mira a caso stazioni di servizio, centri logistici o infrastrutture civili, gli ufficiali ucraini osservano ora una campagna decisamente più sistematica contro la rete di approvvigionamento ucraina. In particolare, la Russia sta attaccando i centri logistici con una frequenza simile a quella con cui l’Ucraina attacca il territorio russo, sebbene con una potenza di fuoco di gran lunga superiore. Molte di queste strutture si trovano lungo importanti arterie stradali. Durante il nostro viaggio, abbiamo visto numerosi siti logistici che erano stati distrutti solo poche ore o giorni prima.
A differenza dell’Ucraina, che per tali attacchi utilizza prevalentemente armi di precisione, la Russia impiega spesso missili balistici o interi sciami di droni Shahed. Il risultato è una distruzione di gran lunga maggiore intorno agli obiettivi, con un conseguente elevato numero di vittime.
Dalle numerose conversazioni con i soldati ucraini sono emerse due valutazioni distinte sull’ulteriore svolgimento della guerra.
La visione più ottimistica è la seguente: se l’Occidente, in particolare la Germania, continuerà a sostenere costantemente l’Ucraina, questa guerra potrà essere vinta. La convinzione di fondo è che la capacità economica e industriale dei sostenitori occidentali potrebbe portare a un vantaggio in termini di risorse rispetto alla Russia nel lungo periodo.
Tuttavia, condivido solo parzialmente questa valutazione. La Russia continua a ricevere un sostanziale supporto militare e industriale da Cina, Corea del Nord e Iran. Questi fattori rendono una guerra di logoramento prolungata estremamente difficile dal punto di vista ucraino.
La seconda analisi, ben più preoccupante, proveniente da un ufficiale ucraino, era la seguente: la Russia deve essere spinta verso una crisi politica interna più rapidamente di quanto possa raggiungere i suoi obiettivi operativi in Ucraina.
A suo avviso, lo slancio sul campo di battaglia rimane prevalentemente a favore della Russia, in particolare nelle zone di Kramatorsk e Sloviansk.
Secondo questa interpretazione, gli attacchi in profondità dell’Ucraina servono principalmente allo scopo – o alla speranza – che la Russia debba abbandonare i suoi obiettivi bellici per ragioni politiche o economiche prima di poter raggiungere pienamente i suoi obiettivi militari. Nel migliore dei casi, ciò avverrebbe attraverso la caduta di Putin dall’interno del suo stesso partito. Se ciò accadrà mai, “lo sapremo solo il giorno in cui accadrà”, ha affermato l’ufficiale.
La tesi principale dimostra che Zelensky ha condotto la sua ultima campagna contro obiettivi civili russi nel tentativo di spingere la Russia in una crisi politico-interna.
Ripetiamo di nuovo la sezione:
La seconda analisi, ben più preoccupante, proveniente da un ufficiale ucraino, era la seguente: la Russia deve essere spinta verso una crisi politica interna più rapidamente di quanto possa raggiungere i suoi obiettivi operativi in Ucraina.
A suo avviso, lo slancio sul campo di battaglia rimane prevalentemente a favore della Russia, in particolare nelle zone di Kramatorsk e Sloviansk.
Ancora una volta, credono che una sorta di “caduta magica di Putin” possa essere provocata bombardando i magazzini di Wildberries: un tentativo strategico talmente fallimentare dal punto di vista intellettuale da risultare a prima vista comico.
Secondo questa interpretazione, gli attacchi in profondità ucraini servono principalmente allo scopo – o alla speranza – che la Russia debba abbandonare i suoi obiettivi bellici per ragioni politiche o economiche prima di poter raggiungere pienamente i suoi obiettivi militari. Nel migliore dei casi, attraverso la caduta di Putin dall’interno delle sue stesse fila. Se ciò accadrà mai, “lo sapremo solo il giorno in cui accadrà”, ha affermato l’ufficiale.
E naturalmente, Roepcke giunge alla conclusione più ovvia:
In particolare, la Russia sta ora attaccando i centri logistici su una scala simile a quella con cui l’Ucraina attacca il territorio russo, sebbene con una potenza di fuoco di gran lunga superiore.
Se i presidenti possono essere rovesciati dalla distruzione di un magazzino, significa forse, stando alla loro stessa logica, che Zelensky è agli sgoccioli?
La sua conclusione finale:
Dopo questa settimana in Ucraina, la mia impressione rimane ambivalente. Le forze armate ucraine stanno migliorando le proprie capacità in molti settori con una rapidità impressionante. Allo stesso tempo, la Russia continua a sostenere la sua offensiva nonostante le enormi perdite e a mantenere la pressione militare. Sulla base delle impressioni di molti soldati in prima linea, non si può ancora parlare di una svolta strategica a favore dell’Ucraina.
Quindi, la narrazione del momento è che una delle consolazioni della catastrofica situazione attuale per l’Ucraina sia che la Russia stia ancora subendo “enormi perdite”. Peccato che le statistiche sulle perdite continuino a mostrare che le perdite dell’Ucraina sono nettamente a favore della Russia.
Nella guerra della Russia contro l’Ucraina si è giunti a un punto di svolta cruciale. Ma, sfortunatamente per Kiev, non si tratta della narrazione secondo cui “la situazione sta cambiando” a favore dell’Ucraina, come ha fatto Volodymyr Zelensky fin da quando i suoi attacchi con droni a lungo raggio hanno iniziato a distruggere raffinerie di petrolio e magazzini logistici nel cuore della Russia e ad affondare decine di navi nel Mar d’Azov.
Anzi, ieri sera nessuno dei 27 missili balistici lanciati dalla Russia contro Kiev e dintorni è stato abbattuto. Almeno 17 persone sono rimaste uccise e una serie di enormi magazzini e importanti centri commerciali ucraini sono stati devastati.
L’articolo analizza i calcoli relativi alla mancanza di difesa aerea dell’Ucraina, osservando che anche con ulteriori rifornimenti non sarà possibile contrastare efficacemente gli sciami di missili balistici russi.
Il giornalista ucraino Serhiy Flash ha commentato l’ultimo attacco russo, spiegando che la Russia continuerà a lanciare circa 100 missili balistici al mese contro l’Ucraina.
Lo spettatore prosegue:
Ma ciò che preoccupa maggiormente Zelensky è la capacità della Russia di continuare la sua sistematica distruzione delle infrastrutture energetiche, idriche, di distribuzione del carburante e di riscaldamento dell’Ucraina. Durante una precedente fase di rappresaglia, i missili a corto raggio russi hanno distrutto quasi tutte le stazioni di servizio nella provincia di Kharkiv e oltre, costringendo gli automobilisti a portare con sé taniche di scorta per raggiungere le zone meno devastate. Ora il Cremlino ha iniziato a distruggere non solo le strutture commerciali in rappresaglia per l’attacco a Wildberries, ma anche acquedotti e tubature del riscaldamento vitali. Quattro inverni di attacchi regolari hanno annientato circa il 61% della capacità di generazione elettrica dell’Ucraina, secondo l’International Center for Ukrainian Victory. DTEK, la più grande compagnia elettrica privata ucraina, ha perso il 90% della sua capacità di generazione, mentre tutte le 15 centrali termoelettriche a gas e carbone dell’Ucraina sono state danneggiate o distrutte, con la loro quota nel mix energetico crollata a circa il 5%.
Ebbene, sfortunatamente per l’Ucraina, la potenza di fuoco della Russia continua a stabilire nuovi record:
È evidente che le prospettive future per l’Ucraina si preannunciano sempre più fosche.
Ma non si sa mai, ci sono alcune idee brillanti sul fronte occidentale che potrebbero ribaltare definitivamente le sorti del conflitto:
Che ne pensi, potrebbe funzionare?
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Guardo con grande preoccupazione al massiccio aumento del debito. Quando ero ministro delle Finanze federale, lo «Spiegel» ha pubblicato una copertina con la mia foto, sotto la quale c’era scritto: «Il fallito». Il motivo era un buco di bilancio. All’epoca, però, avevamo imposto tagli pari a 100 miliardi di euro, perché dovevamo finanziare le ingenti spese per la riunificazione tedesca. Non è stata affatto una bella esperienza per me. Ciononostante, l’abbiamo fatto. Oggi sento soprattutto parlare di tutto ciò che non si può fare. Vedo troppo pochi sforzi di risparmio da parte di questo governo. Quasi un euro su tre nel prossimo bilancio federale è finanziato dal debito, e l’SPD vuole contrarre ancora più debito. Non si può andare avanti così. Occorrono tagli massicci, solo allora si dovrebbe parlare di nuovo debito. Mi sembra che si presti troppo poca attenzione a ciò che i prestiti significano per le prossime generazioni. Noi dell’Unione dipendiamo attualmente dall’SPD. Il fatto che questo partito sia in crisi rappresenta un problema enorme. Ogni volta che l’SPD si sposta verso il centro, una parte della sinistra si stacca. Votare per l’AfD per frustrazione o rabbia è irresponsabile. Ora è richiesta una leadership politica.
STERN 30.07.2026 L’INTERVISTA «Il fatto che l’SPD sia in crisi è un problema enorme» L’ex ministro delle Finanze federale Theo Waigel parla degli sforzi di riforma del Cancelliere, della strategia giusta contro l’AfD – e del perché non dovrebbe esserci un limite al mandato per Markus Söder
Intervista: Julius Betschka e Gregor Peter Schmitz Signor Waigel, il mondo cristiano-democratico sembra in subbuglio. Nel giro di poche ore l’Unione ha cacciato il potente capogruppo parlamentare Jens Spahn perché ha avuto un figlio tramite maternità surrogata. La cosa l’ha sorpresa? No, le dimissioni erano giuste ed erano inevitabili. Quando ho visto il primo titolo al riguardo sul quotidiano «Bild», ho capito subito: la situazione non può rimanere così. Non ho nemmeno letto l’articolo.
Merz ha dato il via a un carosello di nomine che sembra sfuggire al controllo. No, questo nuovo inizio non ha nulla di magico. Nemmeno un briciolo di splendore. Al contrario, il rimpasto di governo si sta trasformando in un conflitto che minaccia l’autorità di Merz come leader del partito. Vengono in luce, agli occhi di molti all’interno della CDU, le debolezze di Merz: gli mancano talento organizzativo, empatia e una certa flessibilità. Non si può guidare un partito come una media impresa nel Sauerland, dove il capo licenzia le persone a suo piacimento, afferma qualcuno. Un fantasma si aggira nella CDU. Cosa succederà se le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore andranno all’AfD? Se i cristiano-democratici scenderanno sotto il 20 per cento nei sondaggi? Il leader del partito resterà ancora saldamente in sella?
STERN 30.07.2026 UN COLPO DI FULMINE Friedrich Merz voleva dare una svolta decisiva con il suo rimpasto ministeriale. Il piano è fallito clamorosamente. Improvvisamente, la sua autorità come leader del partito è minacciata
Di Julius Betschka È stata probabilmente l’ultima azione ufficiale di Patrick Schnieder, ma proprio quella ha avuto un impatto enorme. Il ministro dei Trasporti, tanto alto quanto insignificante, che Friedrich Merz voleva licenziare la scorsa settimana, domenica ha chiesto a gran voce le dimissioni.
I partner stranieri hanno seguito con preoccupazione il modo in cui Zelenskyj ha sostituito i vertici militari nel bel mezzo della guerra. La nuova squadra di governo ha soprattutto due compiti. Sul fronte interno, il ministro della Difesa Chmara e il capo delle forze armate Drapatyj dovranno portare avanti le riforme dell’esercito avviate da Fedorov. Tra queste rientra anche il miglioramento delle procedure di reclutamento. Sul piano estero, Umjerow è ora il responsabile delle partnership internazionali del governo in materia di armamenti. Si occuperà, tra l’altro, dell’attuazione del progetto Freya e degli accordi sui droni.
05.08.2026 ZELENSKYI – Riorganizzazione governativa caotica Il presidente ucraino sostituisce diversi ministri. Non tutti i vertici sono incontrastati
Di Carsten Volkery, Berlino La riorganizzazione del gabinetto si è trasformata in una crisi di governo per il presidente ucraino Volodimir Zelenskyi. Tutto è iniziato con la destituzione della prima ministra Julia Svyridenko il 12 luglio. Tre giorni dopo, Selenskyj ha licenziato il popolare ministro della Difesa Mychajlo Fedorov.
Quanto Meloni stia puntando nuovamente sul tema lo dimostra un’iniziativa di Roma dopo l’assalto a Ceuta. Il 1° agosto l’Italia ha introdotto controlli mirati alle frontiere – su navi e voli provenienti dalla Spagna verso l’Italia. Di fatto, è difficilmente immaginabile che i migranti arrivati a Ceuta solo la settimana scorsa si trovino già a bordo di queste imbarcazioni o aerei. I controlli hanno comunque un forte impatto mediatico. Tanto più che Roma li presenta come una sospensione dell’accordo di Schengen nei confronti della Spagna. Eppure un tale effetto mediatico non sarebbe affatto necessario. Meloni è infatti riuscita a spostare sensibilmente il dibattito dell’UE sulla migrazione. Ciò emerge anche dalla straordinaria teleconferenza dei ministri degli Interni dell’UE, convocata martedì mattina dopo gli eventi di Ceuta: essa è frutto di un’iniziativa di Meloni e della sua partner danese in materia di migrazione, la prima ministra Mette Frederiksen.
05.08.2026 GIORGIA MELONI – La forza trainante dell’Europa Dopo l’assalto dei rifugiati a Ceuta, cresce l’influenza della presidente del Consiglio italiana a Bruxelles. Il suo progetto di centri di accoglienza fuori dall’UE riuscirà ad affermarsi?
Di Virginia Kirst – Roma Le immagini dell’assalto dei migranti marocchini all’exclave spagnola di Ceuta hanno sconvolto l’opinione pubblica mondiale – e rafforzato politicamente Giorgia Meloni.
Il Cancelliere Merz: «I nostri vicini devono sentirsi più sicuri quando la Germania diventa più forte». Una Germania forte: era ciò che gli altri Stati europei chiedevano da tempo. Una Germania che non si nasconda dietro il passato nazista, ma che investa nella difesa militare del continente. Ma questa Germania rimarrà affidabile – o ricadrà nei vecchi schemi egemonici, tornando a rappresentare una minaccia per i suoi vicini? La paura del potere tedesco? Questa preoccupazione di origine storica è rafforzata da una tendenza politica attuale: l’ascesa dell’AfD. Per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, un partito che mette in discussione il processo di integrazione europea – e quindi il meccanismo centrale per riconciliare l’Europa con il potere tedesco – è in testa ai sondaggi in Germania.
05.08.2026 DIFESA – Il potere inquietante La Repubblica Federale sta diventando una potenza militare, modificando così gli equilibri di potere in Europa. Questo rende il continente più sicuro? Oppure risveglia vecchie paure che si credevano superate?
Di Dana Heide, Friederike Hofmann, Moritz Koch Washington, Parigi, Berlino Quando un cancelliere federale sottolinea aspetti che sembrano scontati, può trattarsi di frasi di circostanza – oppure di un messaggio particolare.
L’Unione Europea, quel coraggioso esperimento di politica sovranazionale avviato dopo la Seconda guerra mondiale, sta raggiungendo i propri limiti fondamentali. Quello a cui stiamo assistendo è il declino dell’Europa, il tramonto di un’Unione fondata sui principi della pace e della diplomazia, ma ormai incapace di reagire efficacemente alle sfide attuali. Il progetto europeo è rimasto fedele alla stessa idea: libero scambio, benessere e valori liberali come baluardo contro le guerre. Purtroppo questa idea, per quanto logica potesse sembrare all’inizio, non ha dato i risultati sperati. Il mondo occidentale è oggi in guerra con i nemici della democrazia. Abbiamo bisogno di istituzioni in grado di affrontare questa minaccia acuta, di mobilitare tutte le risorse disponibili e di adottare misure urgenti, invece di cercare compromessi e vie d’uscita. Non ci sarà una coesistenza pacifica con la Russia di Putin. E prima o poi l’Europa potrebbe giungere alla conclusione che una simile coesistenza sia impossibile anche con la Cina.
03.08.2026 COMMENTO DELL’OSPITE L’UE è del tutto inadatta alla guerra Minimizzazione dei rischi e ricerca del consenso: sono questi i principi che l’UE ha coltivato per decenni – e che ora stanno diventando un problema fondamentale per l’Europa
Garri Kasparov, ex campione mondiale di scacchi, è presidente della Renew Democracy Initiative. Gabrielius Landsbergis è membro dell’European Council on Foreign Relations. Dal 2020 al 2024 è stato ministro degli Esteri della Lituania. Questo testo proviene dall’Axel Springer Global Reporters Network Di GARRI KASPAROV E GABRIELIUS LANDSBERGIS Se ne è parlato molto quando il segretario generale della NATO Mark Rutte ha definito il presidente degli Stati Uniti Donald Trump “papà”.
Oleksii Makeiev, ambasciatore di Kiev a Berlino: faccio notare che in Germania esistono partiti dell’estrema destra e dell’estrema sinistra che, a quanto pare, ogni mattina ricevono direttive da Mosca. Tutti coloro che invocano la diplomazia devono sapere che la diplomazia viene praticata ai massimi livelli. Ne parliamo quotidianamente con i nostri partner americani, europei e tedeschi: come possiamo portare la Russia al tavolo dei negoziati? Ma dobbiamo farlo da una posizione di forza. E per questo occorre un’Ucraina forte e ben armata, un’Europa forte e in grado di difendersi, nonché sanzioni militari, politiche ed economiche contro la Russia. Solo allora la diplomazia potrà avere successo.
03.08.2026 «In Germania ci sono partiti che, a quanto pare, ogni mattina ricevono direttive da Mosca» L’Ucraina non si trovava in una posizione così favorevole da molto tempo. Proprio dalla Repubblica Federale, però, si profilano guai: Oleksii Makeiev, ambasciatore di Kiev a Berlino, teme uno scenario simile in Sassonia-Anhalt ed è preoccupato per i nuovi legami economici con la Russia
Di FLORIAN SÄDLER Davanti all’ingresso dell’ambasciata ucraina a Berlino-Mitte c’è un cartello che indica il divieto assoluto di sosta: «Dal 24/02/2022», si legge su di esso – la data del grande attacco russo all’Ucraina. Al piano superiore, nel suo ufficio, l’ambasciatore Oleksii Makeiev ci dà il benvenuto. Rappresenta il Paese aggredito in Germania dall’ottobre 2022.
L’autorità del Cancelliere si sgretola quasi di ora in ora. Chi vuole comprendere il drammatico crollo dell’autorità del Cancelliere deve ripercorrere tutto ciò che è accaduto negli ultimi giorni. Sono stati così tanti gli avvenimenti che è facile perdere il filo. Quando qualcuno fa qualcosa che intendeva fare in tutta innocenza e provoca così un disastro, si sfiora il limite del comico. Nessuno accusa il Cancelliere di malafede. Le sue intenzioni sono buone, lo credono persino i suoi critici più accaniti, ma allora perché se la cava così male? E’ come se il Cancelliere, per ogni problema che voleva risolvere, ne creasse almeno due nuovi. Lo scherno che ora si riversa su Merz dimostra la rapida perdita di autorità del cancelliere tra i propri ranghi. All’interno della CDU non c’è quasi più speranza che Merz riesca a uscire da questa buca che si è scavato da solo. Si tratta di un evento senza precedenti nella storia postbellica della Germania federale. Persino nei vertici della CDU quasi nessuno è disposto a scommettere che il Cancelliere possa essere ancora in carica a Natale. Al più tardi il 21 settembre dovrà gettare la spugna o sarà costretto a ritirarsi, dopo le doppie elezioni a Berlino e Meclemburgo-Pomerania.
31.07.2026 Il crollo Governo: con il fallito rimpasto di governo, Friedrich Merz sta facendo precipitare la sua cancelleria in una grave crisi. Come si è potuto arrivare a questo punto? Ricostruzione di un fallimento politico
Di Konstantin von Hammerstein e Christian Teevs Lo conoscete? Il leggendario sketch che cinque decenni fa andò in onda per la prima volta in televisione e che è considerato uno dei più belli di Loriot: «Zimmerverwüstung» o «Das schiefe Bild»? Nella CDU sembra che quasi tutti lo conoscano.
L’uomo che prima della sua elezione si era presentato al proprio partito e all’intero Paese come un professionista della politica e un uomo d’azione determinato, sta commettendo una serie di errori di gestione. «Lei non dirige un’azienda, questo è un partito», ha fatto notare a Merz un collega di partito. Questo cancelliere sembra ignorare regole fondamentali. Gli esempi del fatale fallimento di Merz come leader non mancano. Ormai dovrebbe essere chiaro che c’erano valide ragioni per cui, nella lotta di potere tra gli eredi di Helmut Kohl all’inizio del nuovo millennio, si è imposta una certa Angela Merkel e non proprio Friedrich Merz. Nessuno in Germania desidera una situazione simile a quella britannica. Questo cancelliere non ha più margine tentativi falliti. Altrimenti dovrà andarsene o verrà allontanato dai suoi stessi collaboratori.
31.07.2026 EDITORIALE Fatale mancanza di leadership In questa situazione di crisi, la Germania non può permettersi un cancelliere ormai alle corde. Friedrich Merz deve migliorare o andarsene
Di Roland Nelles Quest’estate il cancelliere Friedrich Merz sta sperimentando cosa significa quando l’autorità di un capo di governo vacilla. Da diverse fazioni della sua stessa CDU viene criticato apertamente e senza riserve per il suo stile di leadership.
Cosa accadrà a Magdeburgo e oltre, se l’AfD non dovesse ottenere la maggioranza assoluta? Sono ipotizzabili diversi scenari, che a loro volta si ramificano in sottoscenari. L’AfD potrebbe tentare di procurarsi i pochi seggi mancanti attingendo dalle file della CDU. Circolano persino speculazioni secondo cui l’AfD potrebbe «comprare» i deputati della CDU di orientamento conservatore di destra con un incarico ministeriale o qualcosa di simile. Lo scenario secondario più probabile sarebbe che l’AfD ottenga, nella votazione segreta per l’elezione del primo ministro, i voti necessari da deputati che non si rivelano. La frustrazione interna al partito o simpatie programmatiche verso l’AfD potrebbero essere le ragioni di un simile comportamento. Anche questa ipotesi viene respinta con forza da molti, ma non da tutti, i politici della CDU.
03.08.2026 Tra Scilla e Cariddi Quali opzioni ha la CDU in Sassonia-Anhalt se l’AfD non dovesse ottenere la maggioranza assoluta in quella regione?
Di Reinhard Bingener, Hannover In occasione del nuovo adattamento cinematografico dell’“Odissea” omerica di Christopher Nolan, Scilla e Cariddi stanno tornando alla ribalta nella memoria collettiva.
In Germania esiste il «privilegio del gasolio»: il carburante è soggetto a una tassazione più bassa, per alleggerire il carico di chi guida molto, soprattutto per motivi di lavoro. Ma questo privilegio è praticamente inefficace dall’inizio della guerra con l’Iran. Il gasolio è particolarmente vulnerabile alle crisi. In un mondo caratterizzato da conflitti e possibili carenze, «gli automobilisti diesel devono aspettarsi fluttuazioni dei prezzi più marcate rispetto a qualche anno fa». Per chi guida molto, ma anche per l’industria automobilistica tedesca, il diesel è stato a lungo un modello di successo. I veicoli diesel stanno diventando sempre meno attraenti per l’uso privato, già prima della guerra in Iran. La situazione è ben diversa per le aziende di trasporto, che utilizzano la propria flotta per il lavoro quotidiano. Qui il diesel rimane lo standard.
03.08.2026 Funziona, funziona e poi smette di funzionare Il diesel è stato a lungo un modello di successo – sia per chi guida molto che per l’industria automobilistica tedesca, anche grazie agli incentivi statali. Ma a causa della guerra in Iran, questo carburante è diventato particolarmente costoso. E forse le cose resteranno così
Di Christina Kunkel e Nakissa Salavati Quando Stefan Menrath manda i suoi dipendenti in trasferta per lavori di montaggio, il costo del viaggio gli costa ultimamente fino al 18 per cento in più rispetto a prima della guerra in Iran – semplicemente perché il gasolio è nuovamente aumentato di prezzo.
Anche in Germania si discute delle immagini provenienti da Ceuta. Tra poche settimane si terranno le elezioni in Sassonia-Anhalt e nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore. Il tema dell’immigrazione, in particolare, gioca un ruolo di primo piano. Probabilmente anche per questo le reazioni del governo federale sono state dure. Venerdì Friedrich Merz (CDU) ha esortato il governo spagnolo a riprendere il controllo della situazione il più rapidamente possibile. «La protezione dei confini esterni dell’Unione europea è fondamentale per la lotta all’immigrazione clandestina», ha affermato. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt (CSU), sostenitore di misure severe contro l’immigrazione irregolare, ha già tratto le prime conseguenze. Ha annunciato che i controlli alle frontiere interne saranno prorogati oltre il mese di settembre.
03.08.2026 L’UE chiede maggiore fermezza alla Spagna Dopo che decine di migliaia di migranti hanno varcato il confine verso Ceuta, la maggior parte di loro è tornata indietro. Ma in Europa regna l’inquietudine: i ministri dell’Interno si riuniranno martedì per discutere della questione
Di Josef Kelnberger e Sina-Maria Schweik le, Bruxelles/Berlino La scorsa settimana almeno 50.000 persone sono entrate dall’exclave spagnola di Ceuta provenendo dal Marocco.
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La guerra in Iran ha messo in evidenza la necessità di un cambiamento nella mentalità dello Stato.
30 luglio 2026, ore 00:01
Di Galip Dalay, ricercatore senior presso Chatham House e condirettore del programma “Global Orders” dell’Università di Oxford.
Un collage composto da ritratti in bianco e nero di cinque personalità politiche, disposti in pannelli verticali su uno sfondo verde. Gli sfondi dei pannelli si alternano a panorami urbani, a un jet militare in volo e a una nave da carico in mare. Nell’angolo in basso a sinistra si alza una colonna di fumo scuro.
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È stato un anno insolito per le potenze medie. Il potente discorso tenuto a Davos dal primo ministro canadese Mark Carney, in cui ha esortato le potenze medie a unirsi, le ha portate in primo piano nel dibattito politico globale. Ora, la guerra in Iran ha rappresentato un ritorno alla realtà. I recenti post sui social media del sottosegretario alla Difesa per le politiche Elbridge Colby hanno respinguto l’idea stessa di una «strategia delle “potenze medie”», definendola una costosa distrazione. Tuttavia, al di là delle narrazioni binarie e semplicistiche incentrate sul successo o sul fallimento, la guerra ha messo in luce sia i limiti delle potenze medie sia i ruoli cruciali che esse svolgono nell’ordine globale.
Le potenze medie avranno anche capito di non poter stravolgere l’assetto generale dell’ordine mondiale, ma possono fare di più di quanto suggerisce Colby. Possono modificare la sua agenda incentrata sulla sicurezza, le sue priorità e il suo linguaggio — un contributo prezioso e fondamentale — ma per farlo devono collaborare tutte insieme.
Le imbarcazioni gettano l’ancora al largo della penisola di Musandam, nel nord dell’Oman, vicino allo Stretto di Hormuz.
Il 27 giugno alcune imbarcazioni sono ancorate al largo della penisola settentrionale di Musandam, in Oman, vicino allo Stretto di Hormuz.AFP via Getty Images
La guerra in Iran — e, del resto, anche quelle in Ucraina e a Gaza — hanno dimostrato che le potenze medie dispongono di mezzi limitati, se non addirittura inesistenti, per contrastare l’unilateralismo e il militarismo delle grandi potenze.
La guerra degli Stati Uniti contro l’Iran ha inoltre messo a nudo la tensione intrinseca tra l’ambita ricerca di autonomia da parte delle potenze medie e la necessità e il costo delle alleanze. La loro alleanza con gli Stati Uniti ha reso le potenze medie del Golfo, come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, bersagli degli attacchi iraniani. Questa alleanza è costata loro violazioni della sicurezza e della sovranità. D’altra parte, la guerra stessa ha reso questi Stati più dipendenti dagli Stati Uniti, almeno nel breve termine, poiché è cresciuta la loro necessità di garanzie di sicurezza e partnership più solide, mentre si è accentuata l’insicurezza nei confronti dell’Iran.
Di conseguenza, le potenze medie hanno compreso la necessità di rafforzare e diversificare le proprie industrie della difesa e i propri partenariati in materia di sicurezza. Sebbene siano ancora indispensabili, gli Stati Uniti sono troppo inaffidabili e imprevedibili per poter fare pieno affidamento su di essi per i partenariati di sicurezza e la cooperazione nel settore della difesa. Gli Stati del Golfo cercheranno probabilmente di stringere legami più profondi in materia di sicurezza e di cooperazione nel settore della difesa con paesi che non scatenino l’ira degli Stati Uniti. Tra i paesi a cui potrebbero rivolgersi figurano il Pakistan, la Turchia, le potenze europee (come Francia, Regno Unito e Italia), l’Ucraina e la Corea del Sud — tutti paesi di media potenza.
La guerra ha inoltre messo in luce i limiti dell’autonomia e della capacità di azione a livello dei singoli paesi. Il fatto che molti paesi del Golfo siano stati attaccati dall’Iran dovrebbe spingere non solo ad adeguamenti a livello nazionale alla nuova realtà, ma anche a risposte collettive. La nuova era richiede un miglior coordinamento e una maggiore cooperazione in materia di sicurezza tra gli Stati del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), nonché la messa in comune della capacità di azione e dell’autonomia a livello del GCC. Ciò dovrebbe costituire un trampolino di lancio verso un maggiore coordinamento e una maggiore cooperazione a livello regionale. L’Unione Europea e l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) rappresentano esempi di capacità di azione e autonomia a livello regionale, sebbene con vari gradi di successo.
Di conseguenza, la guerra ha messo in evidenza l’ inevitabile realtà della geografia. I responsabili politici ignorano la geografia a loro rischio e pericolo. Gli Stati del CCG semplicemente non possono permettersi di adottare nei confronti dell’Iran lo stesso approccio politico degli Stati Uniti e di Israele. Data la loro posizione geografica, gli Stati del CCG rimarranno sempre vulnerabili nei confronti dell’Iran. Ma questo tipo di dilemma non è limitato al Medio Oriente; si applica anche alla regione Asia-Pacifico, all’approccio dei paesi del Sud-Est asiatico nei confronti della Cina e a quello degli Stati dell’Asia centrale nei confronti della Russia. La vicinanza geografica amplifica il costo delle relazioni conflittuali per le potenze medie.Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif interviene accanto al vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance, a sinistra, e al primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, a destra, durante un incontro tra Stati Uniti, Iran, Pakistan e Qatar a Stansstad, in Svizzera.Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, a sinistra, stringe la mano ad al-Thani al termine di una conferenza stampa congiunta a Doha.
A sinistra: Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif (al centro) interviene accanto al vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance (a sinistra) e al primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman bin Jassim al-Thani, durante un incontro tenutosi a Stansstad, in Svizzera, il 21 giugno. Nathan Howard/Getty Images A destra: Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan (a sinistra) stringe la mano ad al-Thani al termine di una conferenza stampa a Doha il 19 marzo. Karim Jaafar/AFP via Getty Images
Sebbene la geografia di un paese sia statica, il suo significato può cambiare in modo dinamico. Gli Stati o le regioni possono ripensare e ridisegnare la propria geografia per ridurre le dipendenze. Sfruttando la propria posizione geografica come arma attraverso la chiusura dello Stretto di Hormuz, l’Iran, in quanto potenza media, ha acquisito un’immensa leva strategica nel breve termine. Tuttavia, questa strategia rischia di ritorcersi contro di esso nel medio-lungo termine, poiché altri Stati della regione cercheranno di ripensare e riorganizzare la propria geografia; il valore strategico di Ormuz subirà probabilmente un relativo declino. L’Iran potrà anche aver vinto la guerra psicologica, ma potrebbe comunque perdere quella strategica.
Infatti, la crisi di Hormuz ha dato ulteriore slancio e urgenza al progetto della ferrovia dell’Hejaz, che collegherà il Golfo alla Turchia e all’Europa tramite una rotta terrestre. Sotto la supervisione degli Stati Uniti, l’Iraq e la Siria hanno firmato un accordo per rilanciare un progetto di oleodotto che consentirà al petrolio iracheno di raggiungere il Mediterraneo attraverso la Siria, riducendo così in parte l’impatto della chiusura di Hormuz. È probabile che si concretizzino iniziative simili volte a reindirizzare i flussi commerciali e a migliorare la connettività.
I pericoli della logica delle sfere d’influenza per le potenze medie sono stati messi a nudo. L’Iran, sia implicitamente che esplicitamente, considera il Golfo come la propria sfera d’influenza e cerca di riscrivere le regole del gioco in questa regione — con drastiche implicazioni per la sicurezza, la difesa e l’economia degli Stati del CCG. Tale perseguimento individuale della logica delle sfere d’influenza da parte delle potenze medie porterà solo a una maggiore frammentazione regionale, a strategie di contrappeso e favorirà un maggiore intervento esterno, il che, a sua volta, ridurrà la capacità di agire e l’autonomia della regione nella politica globale. Inoltre, la geopolitica delle sfere d’influenza non riguarda solo la riconfigurazione geopolitica della specifica sfera, ma anche la sua riconfigurazione normativa a immagine dell’egemone di quella sfera. Ciò erode ulteriormente l’autonomia e la capacità di agire delle potenze piccole e medie.
La guerra ha inoltre messo in luce il ruolo cruciale che le potenze medie svolgono nella diplomazia, nella mediazione e nel processo di pacificazione. Per le potenze piccole o medie, il diritto e le norme internazionali non sono beni di lusso. Eppure le potenze medie europee sono state assenti dagli sforzi diplomatici volti a risolvere il conflitto in Iran, così come quelli relativi a Gaza e all’Ucraina. In effetti, il mutevole panorama diplomatico funge da microcosmo di una ristrutturazione globale, poiché gli attori occidentali e le organizzazioni multilaterali si stanno ritirando dal campo della mediazione e del processo di pace. Ginevra, un tempo centro della diplomazia internazionale, oggi è quasi del tutto assente dagli sforzi diplomatici e di mediazione contemporanei volti a risolvere guerre o conflitti.
Dietro due secoli di aggressive conseguenze presidenziali si nasconde un appello duraturo alla solidarietà emisferica.
31 luglio 2026, ore 14:20
Di Arturo Chang, professore associato di scienze politiche all’Università di Toronto.
Un murale composto da tre pannelli raffiguranti uomini del XIX secolo: un pannello centrale con uomini riuniti attorno a un mappamondo e a un tavolo con la scritta “LA DOTTRINA MONROE – 1823”, affiancato da due pannelli raffiguranti soldati in uniformi d’epoca.
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Il 250° anniversario dell’indipendenza degli Stati Uniti ha riacceso il dibattito su cosa significhi essere americani. Ciò ha messo in luce almeno due visioni contrastanti dell’identità americana: una si basa su una concezione convenzionale dell’identità nazionale come progetto incentrato sullo Stato, caratterizzato da confini giurisdizionali e separazione fisica tra i popoli; l’altra, fondata su esperienze condivise, culture e diaspore, sostiene che «americano» sia un termine che supera le differenze nazionali e si riferisce all’intero emisfero occidentale.
Entrambe queste visioni della cultura e dell’identità americane sono state recentemente riprese nel dibattito pubblico. L’amministrazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha fatto della narrativa del “fare da soli”, incentrata sullo Stato, una dimensione centrale della propria nostalgia storica. Come afferma la Casa Bianca, l’obiettivo del programma per il 250° anniversario è quello di “ispirare un rinnovato amore per la storia americana”. In risposta, il discorso popolare ha abbracciato una concezione emisferica della cultura americana che celebra le tradizioni della diaspora criticando al contempo le tendenze imperialistiche degli Stati Uniti. Questo approccio è stato notoriamente utilizzato da Bad Bunny durante lo spettacolo dell’intervallo del Super Bowl LX, ma è stato impiegato anche per riflettere su lingua, storia e produzione artistica.
I recenti studi sulla cosiddetta “era delle rivoluzioni” — il periodo che va dal 1775 circa al 1840, caratterizzato da rivolte popolari contro il dominio coloniale — hanno avvalorato quest’ultima definizione, poiché hanno messo in luce preoccupazioni, legami e innovazioni politiche comuni in tutto l’emisfero occidentale. Nel mio nuovo libro, A New World of Revolutions, sostengo anch’io questo approccio, collocando la tradizione rivoluzionaria statunitense tra le collettività, le identità e le culture che si estendevano dall’Artico settentrionale alla Patagonia. Queste storie rafforzano l’idea che le identità e le idee americane superino di gran lunga i confini istituzionali e fisici dello Stato-nazione.
Nonostante le prove di questi legami intercontinentali, Trump ama tornare a questo periodo per giustificare l’intervento degli Stati Uniti in tutto il mondo. I programmi celebrativi in occasione del 250° anniversario hanno esplicitamente collegato il suo approccio «America First» alla Dottrina Monroe, un principio di politica estera del XIX secolo che la Casa Bianca di Trump interpreta come una dichiarazione secondo cui Washington dovrebbe guidare l’emisfero e proteggerlo «dal comunismo, dal fascismo e dalle violazioni straniere».
Tuttavia, sebbene l’amministrazione Trump nutra chiaramente ammirazione per la Dottrina Monroe, non sembra comprendere le dinamiche politiche, le storie e le identità dell’emisfero che sono alla base della sua argomentazione o, più in generale, del contesto storico in cui essa si inserisce.
Una vignetta politica che raffigura un uomo alto con un cappello a cilindro e un abito a stelle e strisce a cavalcioni su un mappamondo, con un piede in Alaska e l’altro in Sudamerica, mentre impugna un manganello con la scritta “DOTTRINA DI MONROE 1823-1905”.
Una vignetta senza data che raffigura l’espansionismo americano con lo Zio Sam a cavalcioni sulle Americhe mentre brandisce un grosso bastone su cui sono incise le parole «Dottrina Monroe 1824-1905».Louis Dalrymple, Museo Nazionale della Diplomazia Americana
Quella che oggi viene definita la Dottrina Monroe è l’insieme dei principi enunciati nel settimo discorso annuale del presidente James Monroe al Congresso il 2 dicembre 1823. Nel suo discorso, Monroe delineò un piano per la difesa degli americani e delle Americhe, che si rivelò molto più emisferico che nazionalista. Come affermò nelle sue osservazioni iniziali,
Nel corso delle discussioni suscitate da tale interesse e nell’ambito degli accordi con cui esse potrebbero concludersi, si è ritenuto opportuno affermare, come principio che riguarda i diritti e gli interessi degli Stati Uniti, che i continenti americani, in virtù della condizione di libertà e indipendenza che hanno assunto e mantengono, non devono più essere considerati oggetto di futura colonizzazione da parte di alcuna potenza europea.
In altre parole, il discorso di Monroe si apriva con una condanna del potere coloniale europeo nella regione, riconoscendo al contempo la sovranità — la “condizione di indipendenza” — dei nascenti Stati americani emersi dalle recenti rivoluzioni.
Il resto del discorso di Monroe è analogamente incentrato sui legami, le identità e la politica dell’emisfero. Egli proseguì parlando degli interessi politici comuni e dei destini condivisi dei “fratelli” americani, e la sua descrizione dell’emancipazione coloniale sottolineò la necessaria interdipendenza degli Stati americani. In quanto tale, la sua dottrina segnalava la necessità di instaurare una pratica di difesa reciproca. Come concluse, qualsiasi intervento europeo in qualsiasi parte del continente avrebbe comportato “un pericolo per la nostra pace e la nostra felicità”. Lungi dall’essere una rivendicazione di superiorità nazionale, le osservazioni di Monroe ponevano al centro la solidarietà e i percorsi condivisi, mentre la tradizione anticoloniale americana cominciava a prendere piede durante il secondo decennio del XIX secolo.
L’altro anniversario americano
Il Congresso di Panama del 1826 mirava a contrastare le ingerenze delle grandi potenze. Era rilevante allora quanto lo è oggi.
15 luglio 2026, ore 10:51
Di Tom Long, professore di relazioni internazionali all’Università di Warwick, e Carsten-Andreas Schulz, professore associato di relazioni internazionali all’Università di Cambridge.
Un monumento in bronzo raffigurante un gruppo di figure eroiche che reggono grandi bandiere drappeggiate. Le figure centrali indossano uniformi militari d’epoca; una di esse tiene alta una bandiera, mentre le altre guardano avanti con espressioni determinate. Dietro di loro si erge un obelisco di pietra, sullo sfondo di un cielo parzialmente nuvoloso.
Il 4 luglio gli Stati Uniti hanno celebrato il 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza con una retorica altisonante sull’eccezionalità americana. Nel resto dell’emisfero occidentale, i paesi stanno commemorando una pietra miliare storica diversa: il bicentenario del Congresso di Panama.
Quest’estate ricorre il bicentenario di quando, duecento anni fa, diplomatici provenienti da tutto il continente americano si riunirono a Panama per il primo vertice internazionale dell’emisfero occidentale. Sebbene il bicentenario del Congresso di Panama sia stato messo in secondo piano dal 250° anniversario degli Stati Uniti, queste commemorazioni parallele offrono uno spaccato delle visioni contrastanti degli Stati Uniti e dell’America Latina riguardo alle relazioni nell’emisfero. L’eredità del vertice di Panama, ormai quasi dimenticato, rimane attuale in un momento in cui la regione si trova nuovamente a dover affrontare le pressioni provenienti da Washington.
I delegati a Panama dovettero affrontare malattie tropicali, carenze alimentari causate da anni di sconvolgimenti bellici e le enormi difficoltà logistiche legate al riunire rappresentanti provenienti da tutta la regione. Ma la sfida più grande era un’altra: i loro Stati, appena diventati indipendenti, rimanevano politicamente fragili. Dall’altra parte dell’Atlantico, la reazionaria Santa Alleanza europea, composta da Austria, Prussia e Russia, aveva appoggiato il ripristino del potere assoluto di Ferdinando VII in Spagna, alimentando i timori che potesse sostenere anche un tentativo spagnolo di riaffermare la propria autorità nelle Americhe. Di fronte a questa minaccia esistenziale, i delegati a Panama giunsero alla conclusione che solo un fronte unito avrebbe potuto salvaguardare la loro indipendenza conquistata a fatica.
Due secoli dopo, l’America Latina si trova nuovamente ad affrontare una sfida comune. Questa volta, la pressione non proviene dalle monarchie europee, ma da Stati Uniti sempre più imprevedibili. Negli ultimi mesi, Washington ha inasprito la propria morsa economica e politica su Cuba, ha sferrato micidiali attacchi marittimi ampiamente criticati come violazioni del diritto internazionale e ha minacciato o intrapreso azioni di ritorsione contro i governi di paesi quali Brasile, Cile, Colombia, Messico e Panama.
La cosa più scioccante è che l’amministrazione Trump ha lanciato un’operazione il 3 gennaio per catturare il presidente venezuelano Nicolás Maduro. Da allora, il governo statunitense ha insistito sul fatto che “amministrerà” il Paese, aprendo al contempo le risorse venezuelane alle aziende statunitensi. Quel piano era già di per sé fragile. Ora appare ancora più inconsistente, mentre il governo venezuelano e l’autoproclamato «viceré» — il segretario di Stato americano Marco Rubio — affrontano la devastazione causata dai terremoti del 24 giugno.
Eppure la reazione dell’America Latina alla campagna di pressioni degli Stati Uniti è stata sorprendentemente contenuta. Leader come il presidente argentino Javier Milei e il presidente ecuadoriano Daniel Noboa hanno accolto con favore l’intervento degli Stati Uniti in Venezuela. Il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha sottolineato quella che ha definito una violazione del diritto internazionale, ma nessun paese ha promosso una risposta congiunta. Questo mix di acquiescenza e timida protesta è ben lontano dalla determinazione condivisa che animò il Congresso di Panama.
Francobollo cubano raffigurante il ritratto di un uomo in uniforme militare ricamata in nero e oro con spalline. Il ritratto è incorniciato da un bordo dorato su sfondo blu, sovrapposto a una mappa verde chiaro dell’America Centrale. In alto è riportata la scritta “CUBA CORREOS 1991 50”, mentre in basso un testo in spagnolo commemora un anniversario.
Un francobollo cubano del 1991 raffigura Bolívar per commemorare il 165° anniversario del Congresso di Panama.Foto Alamy
La conferenza del 1826 fu un’idea di Simón Bolívar, l’eroe dell’indipendenza sudamericana. I rappresentanti della neonata Gran Colombia, delle Province Unite dell’America Centrale, del Perù e del Messico si riunirono a Panama, che all’epoca era una provincia della Gran Colombia, dopo due decenni di brutali guerre d’indipendenza contro la Spagna.
Su sollecitazione di Bolívar, i rappresentanti stipularono un trattato di “unione perpetua”, impegnandosi a garantirsi la difesa reciproca e una “pace inalterabile” tra loro. Il Congresso di Panama si basava su un’idea semplice ma radicale: che gli Stati piccoli, agendo di concerto, potessero resistere alle prepotenze delle grandi potenze. Per le repubbliche appena indipendenti, l’unità non era un ideale, ma una necessità.
I delegati non si limitavano a immaginare un’alleanza difensiva. Essi immaginavano una confederazione di repubbliche americane che si sarebbe distinta dall’ordine europeo stabilito al Congresso di Vienna del 1814-1815 e dal suo sistema di diplomazia del concerto. In un mondo di monarchie, i firmatari si impegnarono a preservare le loro forme di governo repubblicane esistenti e a ripudiare la logica del dominio delle grandi potenze.
Bolívar comprese che la divisione tra le ex colonie spagnole avrebbe favorito l’ingerenza straniera. L’accordo di Panama riconosceva i confini territoriali ereditati dall’Impero spagnolo e trattava tutti gli Stati membri come giuridicamente uguali. I firmatari si impegnarono a risolvere le controversie in modo pacifico nell’ambito di un’assemblea generale degli Stati firmatari, per evitare che potenze esterne potessero sfruttare le loro rivalità.
I trattati negoziati a Panama non entrarono mai in vigore. La loro ambizione superava le capacità delle repubbliche nascenti, e le rivalità e la diffidenza reciproca tra gli ex territori spagnoli si rivelarono insormontabili. Il resto del XIX secolo fu sanguinoso.
Ma nonostante questi insuccessi iniziali, i principi enunciati a Panama hanno plasmato gli ideali delle successive generazioni di diplomatici latinoamericani: uguaglianza sovrana, integrità territoriale, difesa collettiva e risoluzione pacifica delle controversie. Sulla scia della violenza intraregionale e dell’intervento straniero, gli Stati latinoamericani sono tornati ripetutamente a questi principi. Gradualmente, la regione ha sviluppato un “complesso di norme” che ha ridotto drasticamente i conflitti internazionali.
I militari sfilano per le strade in divisa mimetica verde, sventolando una bandiera rossa, blu e gialla con delle stelle.
I membri delle forze armate venezuelane marciano in sostegno del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, a Caracas il 6 gennaio, dopo la loro cattura da parte delle forze statunitensi.Jesus Vargas/Getty Images
Da quando è tornato alla Casa Bianca per il secondo mandato, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha preso di mira proprio molti di quei principi. La sua riformulazione della Dottrina Monroe è stata unilaterale, paternalistica e militarizzata. Con tono minaccioso, Panama si è ritrovata nel suo mirino, poiché Trump ha promesso di “riprendersi” il Canale di Panama.
L’intervento degli Stati Uniti in Venezuela, patria di Bolívar, ha interrotto i negoziati in corso e ha reso ridicoli i principi di non intervento e di risoluzione pacifica delle controversie. La Strategia di Sicurezza Nazionale del 2025 di Trump ha apertamente invocato il ripristino della “preminenza americana nell’emisfero occidentale”. Egli tratta i paesi latinoamericani non da pari a pari, ma come subordinati. Questa dinamica è emersa chiaramente durante il recente vertice «Shield of the Americas», in cui i leader latinoamericani sono stati convocati presso il resort golfistico di Trump in Florida per avallare, e non per definire, le priorità di Washington.
Molti dei governi populisti di destra della regione hanno fatto propri alcuni elementi delle politiche di Trump, tra cui la linea dura nei confronti dei regimi autoritari di sinistra, controlli più severi sull’immigrazione e un approccio basato sulla “legge e ordine” nei confronti della criminalità e del traffico di droga. Ma il contrasto con il Congresso di Panama non potrebbe essere più netto: nel 1826, i delegati istituirono una presidenza a rotazione del Congresso proprio per garantire che nessuna repubblica, per quanto potente, potesse dominare le altre. Lo «Scudo delle Americhe» riflette la logica opposta: un paese stabilisce l’agenda, mentre gli altri sono in gran parte costretti a seguire la sua guida.
Le minacce odierne degli Stati Uniti non avrebbero sorpreso Bolívar e i suoi contemporanei. Già nel 1826, i latinoamericani guardavano con ambivalenza alla più antica repubblica dell’emisfero. Accolsero con favore il riconoscimento della loro indipendenza da parte degli Stati Uniti e l’avvertimento del presidente statunitense James Monroe contro l’intervento europeo. Ma riconoscevano anche l’unilateralismo della Dottrina Monroe e nutrivano preoccupazioni riguardo alle tendenze espansionistiche degli Stati Uniti.
Un’illustrazione raffigura le gambe e le scarpe di una persona con i piedi a cavallo dell’imboccatura del Canale di Panama. Le gambe sono ricoperte dalla bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti. Si vede una nave portacontainer che entra nel canale.
Trump non ha inventato la diplomazia aggressiva degli Stati Uniti nei confronti di Panama. Allora come oggi, è destinata a ritorcersi contro. Città Tom Long, Carsten-Andreas Schulz
La visione di Bolívar condivideva alcuni elementi retorici con la fondazione degli Stati Uniti e la dichiarazione di Monroe. Entrambe presentavano le rivoluzioni americane come una nuova forza nella storia mondiale e affrontavano i rapporti con l’Europa con ambivalenza. Tuttavia, vi erano anche nette differenze. Gli Stati Uniti offrivano all’America Latina una protezione unilaterale e impositiva. Al contrario, Bolívar insisteva sul multilateralismo tra pari.
Dopo un intenso dibattito, gli organizzatori del Congresso di Panama decisero di invitare gli Stati Uniti. L’iniziativa degli ispano-americani scatenò un acceso dibattito negli Stati Uniti. I sostenitori della partecipazione degli Stati Uniti, guidati dal senatore Henry Clay, descrivevano i nuovi Stati a sud come «repubbliche sorelle» e promettenti partner commerciali. Ma molti non erano d’accordo, temendo che tale partecipazione potesse coinvolgere gli Stati Uniti in conflitti che non servivano ai loro interessi.
L’agenda di Panama prevedeva l’abolizione della tratta degli schiavi e, tema più controverso tra i delegati, la liberazione di Cuba e Porto Rico dal dominio spagnolo, nonché il riconoscimento diplomatico di Haiti. Negli Stati Uniti, le questioni razziali e culturali toccavano un nervo scoperto. Altri erano inorriditi dalla prospettiva di trattare alla pari nazioni cattoliche ed etnicamente eterogenee. Il senatore John Randolph deplorò il fatto che i diplomatici statunitensi dovessero sedersi «accanto agli africani nativi, ai loro discendenti americani, ai meticci, agli indiani e ai mezzosangue, senza che ciò costituisse un’offesa o uno scandalo di fronte a un miscuglio così eterogeneo».
Alla fine, il Congresso degli Stati Uniti approvò la partecipazione, ma era ormai troppo tardi. Uno degli inviati morì mentre si recava all’evento; l’altro arrivò solo dopo che questo si era concluso. L’aspra discussione a Washington infranse le speranze che la fratellanza potesse colmare il divario tra le repubbliche americane del nord e del sud.
Una mappa d’epoca dell’America Centrale, dai toni seppia, suddivisa in una griglia. Le masse continentali sono ombreggiate con tonalità tenui di verde e marrone; i dettagli topografici evidenziano il terreno montuoso. Nell’angolo in basso a sinistra sono visibili diagrammi in inserto, scale di misura e ampi testi e titoli scritti a mano.
Una mappa topografica mostra i paesi dell’America Centrale nel 1850. Mappa di Trelawney Saunders / Buyenlarge / Getty Images
C’è un’amara ironia nel fatto che il bicentenario del Congresso di Panama, così spesso celebrato come simbolo dell’unità latinoamericana, giunga in un momento in cui la cooperazione regionale è più debole di quanto non lo sia stata da generazioni.
Se Bolívar potesse osservare l’America Latina di oggi, probabilmente rimarrebbe deluso, ma non sorpreso dalle divisioni della regione. Già nel 1826, i timori di una riconquista europea non avevano creato unanimità. Argentina, Brasile e Cile rifiutarono di inviare delegati o osservatori al congresso. La Gran Colombia, l’America Centrale, il Messico e il Perù firmarono i trattati il 15 luglio 1826, ma questi non furono ratificati da nessuno tranne che dalla Gran Colombia, e anche quella repubblica avrebbe presto ceduto alle forze centrifughe, frammentandosi in tre stati distinti.
Eppure il Congresso di Panama offre ancora spunti di riflessione per il presente.
In primo luogo, il vertice si è tenuto sotto un’intensa pressione esterna, ma non è stato questo a determinarne il fallimento. La sfiducia e la rivalità — non da ultimo il crescente malessere del Perù nei confronti delle ambizioni egemoniche di Bolívar e della sua propensione al governo autoritario — hanno avuto la meglio sull’impegno per l’unità. Le ambizioni del vertice hanno superato ciò che i partecipanti erano disposti a sostenere. Oggi, dopo un decennio di frammentazione regionale, l’America Latina deve ricostruire la fiducia tra i propri governi. Accordi limitati e concreti dovrebbero sostituire il «regionalismo dichiarativo» del recente passato per contenere gli impulsi interventisti di Trump. Il rinnovato entusiasmo del Mercosur per un accordo commerciale con l’Europa suggerisce una risposta di questo tipo alle capricciose politiche tariffarie di Trump.
In secondo luogo, sebbene molti Stati abbiano deciso di non partecipare al congresso del 1826, i principi ivi enunciati sono sopravvissuti al congresso stesso e hanno gradualmente ottenuto un’accettazione sempre più ampia in tutta la regione. I trattati furono volutamente lasciati aperti all’adesione di altri Stati americani, riflettendo la convinzione che la cooperazione regionale potesse espandersi nel tempo piuttosto che richiedere l’unanimità sin dall’inizio. Date le attuali divisioni ideologiche dell’America Latina, saranno ancora una volta le coalizioni più piccole di Stati a dover aprire la strada, sia attraverso accordi esistenti come l’Alleanza del Pacifico, la Comunità dei Caraibi e il Mercosur, sia attraverso nuove iniziative minilaterali incentrate su tematiche specifiche.
In terzo luogo, Washington decise infine che la partecipazione al Congresso di Panama avrebbe favorito i propri interessi. Le successive generazioni di responsabili della politica estera statunitense avrebbero citato l’incontro di Bolívar come precedente per il panamericanismo, la “politica del buon vicinato” del presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt e l’Organizzazione degli Stati Americani. L’organizzazione rimane oggetto di controversie in America Latina, ma costituisce anche un promemoria del fatto che gli Stati Uniti hanno spesso perseguito i propri interessi nell’emisfero occidentale attraverso il multilateralismo.
Infine, il contrasto tra il Congresso di Panama e lo Scudo delle Americhe dimostra che anche i latinoamericani possono essere artefici delle regole. Nel 1826, gli Stati Uniti furono invitati solo dopo che i latinoamericani avevano definito l’agenda. Quella visione di coesione emisferica è agli antipodi rispetto alla Strategia di sicurezza nazionale di Trump.
Al vertice di Panama, i latinoamericani hanno assunto un ruolo di primo piano. I principi da loro stabiliti due secoli fa, tra cui l’uguaglianza sovrana, l’integrità territoriale, la difesa collettiva e la risoluzione pacifica delle controversie, sono diventati i pilastri dell’ordine internazionale moderno.
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Tom Long è professore di relazioni internazionali all’Università di Warwick. È coautore di Republican Internationalism: Latin America and the Making of the Modern International Order. X: @tomlongphd
Carsten-Andreas Schulz è professore associato di relazioni internazionali all’Università di Cambridge. È coautore di Republican Internationalism: Latin America and the Making of the Modern International Order. X: @schulz_c_a
riporta benissimo il mio punto di vista che ho espresso qui fin da l’ inizio dello SMO; ne condivido pienamente la analisi geopolitica, tanto che potrei dire addirittura che abbia espresso il mio pensiero molto meglio di quanto ho fatto io!
Ho apprezzato anche la finezza di aver messo il “fattore finanziario” tra quelli che stanno determinando questa “ terza guerra mondiale” . Ma siccome io non sono uno svizzero ( come presumo sia questo Peter Hanseler) io non ho remore a definirlo il “fattore” determinante perché tutti gli altri ne sono solo “ conseguenti”o “contingenti”.
Se infatti come POTUS non ci fosse stato Trump ci sarebbe stato un altro a controfirmare le sue stesse “mosse” geostrategiche; quelle russe e iraniane non sono “azioni” ma “ reazioni” spesso anche totalmente involontarie perché, di sicuro, Putin aveva bisogno di più tempo per affrontare questa “guerra” e di sicuro lui in questo “ballo” non ci trova nessun gusto.
La “fine della diplomazia” poi è incominciata tanto tempo fa, di sicuro col pretestuoso attacco alla Serbia fatto al di fuori di ogni consesso internazionale , sebbene oggi la cosa sia resa evidente dal vedere un Lavrov, l’ ultimo dei veri diplomatici, ormai costretto a dover “trattare” con degli inaffidabili “procacciatori di affari “ e, peggio ancora, l’abbiamo visto con i “falsi colloqui” usati dagli USA per coprire i suoi attacchi a sorpresa.
E questo è un danno enorme perché nessuno potrà mai più fidarsi di un accordo con “l’ Occidente”; questo rende tutti i conflitti fomentati da “l’ Occidente” irrisolvibili se non con la sola capitolazione/annientamento di uno dei due contendenti.
Iran e Russia infatti ora sanno che con questi nemici non ci sarà “pareggio”.
E visto che ormai le due guerre si stanno “saldando”, perché questo vogliono i VERI “ agenti” di questa tragedia ( e speriamo quindi il più tardi possibile) , io do un solo nome a questo “motore di guerra” , e lo chiamo U$rael , dalle due , tre facce principali con cui esso agisce .
E uso questa crasi già da tanto tempo per questo “ircocervo” che , come nella dea Kalì, ha tante “ braccia” ma “la testa” è una sola; ed è una entità presente nella storia umana da ben prima che le sue attuali “braccia “ comparissero nella Storia.
Ma torniamo all’ argomento di oggi aggiungendo però che, dopo tante lodi a Hanseler, io non condivido le sue troppo “ottimistiche” conclusioni .
Perché, purtroppo, questa è una guerra esistenziale “e i prevedibili “ effetti a lungo termine” riportati da Peter Hanseler, sebbene siano l’ovvia e razionale conclusione della PAZZIA che stiamo osservando/subendo , non saranno mai accettati da chi questa avventura l’ ha imposta a tutti quanti NOI
Perché mosse razionali presuppongono giocatori razionali.
E noi (pochi) infatti sappiamo quanto sia stato razionale l’ ammonimento di Putin a non minacciare di morte la Russia perché LUI “non avrebbe saputo che farsene di un mondo senza la Russia ” .
Ma immaginatevi allora quanto ancor meno saranno disposti questi pazzi scatenati ad accettare un mondo di cui LORO non ne saranno più i padroni .
Alla base infatti di questa LORO “guerra alla Russia” c’ è l’ irrazionale convinzione che la Russia non avrebbe mai reagito con il “nucleare”. Ed in effetti Putin , che, ripeto, è un giocatore razionale, farà di tutto , finché lo potrà, per NON ricorrere a questa “risposta”.
Come infatti ho spiegato tante volte ,Putin vuole solo la SOPRAVVIVENZA della Russia e la sua “ vittoria” sarà solo non uscire sconfitto ( e rimanere vivo ! ) da questa guerra.
Ma “un pareggio” è impossibile se non come “momentanea tregua”; questa guerra prosegue proprio perché “l’ occidente combinato” si impegna sempre di più a infliggere alla Russia una ” sconfitta strategica ” ( cioè in sostanza la capitolazione / dissoluzione della Russia ) e così questa guerra diventa sempre più “esistenziale” anche per “ l’ attaccante”.
Se ad esempio alla Russia nel 2014 era bastato “tenersi la Crimea” e nel 2022 bastava respingere la NATO-Ucraina fuori dal Donbas , alla Russia ora è necessaria la scomparsa di questo stato fasullo NATO-terrorista chiamato Ucraina
Ma così, più la Russia respinge indietro la NATO e più la NATO le si avvicina minacciosa da tutti i lati. E’ sicuro infatti oramai che liquidata la NATO-Ucraina la Russia dovrà quantomeno “ contenere poi il revanscismo tedesco almeno cacciandolo fuori dalla Lituania con la iena polacca che allora si contenterà di ingoiare la Galizia.
Ma a quel punto la NATO avrà perso l’ attuale geometria con contraccolpi in tutta la U€ e conseguente distruzione della architettura da LORO data all’ €uropa dopo il 1991; tutto ciò sarebbe una effettiva “ sconfitta strategica” di U$rael che la Russia avrebbe ottenuto usando solo “metodi convenzionali”.
Ma allora LORO , che non sono giocatori razionali, non avrebbero questa remora; quando si vedessero ormai perdenti sul tavolo delle (loro) ” guerre convenzionali” passerebbero al “nucleare” e a quel punto più nulla potrebbe fermare l’ Armageddon.
Ed io credo che questo tipo di “exit strategy ” la vedremo per prima non in €uropa ma in Iran, perché questo “nuovo Iran” , che U$rael , nella propria pazzia ha forgiato con i propri crimini di guerra, sarà il primo osso che gli si bloccherà in gola e a cui LORO allora , presi dal panico, reagiranno con quella ” opzione Sansone”. che hanno sempre contemplato di applicare a TUTTI gli altri.
La questione quindi è molto grave perche U$rael , questo pazzo scatenato, se perde sicuramente “ andrà al nucleare” , ma resterebbe altrettanto mortale lasciarlo , non dico “vincere”, ma anche solo “pareggiare” con un qualsiasi accordo che DOPO sarebbe sicuramente violato come TUTTI quelli “ di prima”.
E saranno gli iraniani a doversi misurare per primi con questo forsennato; ma pazzi sarebbero anche russi e cinesi a lasciare l’ Iran senza aiuto contro una simile “belva”.
Perché “ Deus insanit cuius voluit perdere ” dice il famoso aforisma ma qui “perderemo “ TUTTI e quindi l’ unica strategia è solo ritardare “l’inevitabile” sperando in un qualche “miracolo”; altre soluzioni non ci sono.
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Andy Burnham afferma di voler porre fine a 40 anni di neoliberismo. Ma con lui come primo ministro, il Partito Laburista non ha più molto tempo per dimostrare di stare dalla parte delle classi popolari.
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Due recenti elezioni suppletive nel nord-ovest dell’Inghilterra hanno visto un movimento socialdemocratico radicato a livello locale mobilitare gli elettori della classe operaia e sconfiggere l’estrema destra. Il Partito Laburista può ancora fermare Nigel Farage, se trarrà insegnamento da queste campagne. (Ryan Jenkinson / Getty Images)
Dopo settimane di dichiarazioni al vetriolo da parte di deputati laburisti anonimi, membri dello staff del partito, sindacalisti e esponenti della City di Londra, Keir Starmer si è dimesso piagnucolando. In piedi dietro un leggio davanti al numero 10 di Downing Street, un leader dall’aria sconvolta ha annunciato le sue dimissioni. La sua unica consolazione derivava dal ruolo che aveva svolto nella trasformazione del partito stesso, o meglio nella neutralizzazione della precedente leadership: si è detto orgoglioso di aver trasformato il Partito Laburista da un partito «in bancarotta politica, finanziaria e morale» sotto Jeremy Corbyn a un partito che «si schierava nuovamente con orgoglio al fianco della nostra bandiera nazionale, e non più in opposizione ad essa».
Alcuni avrebbero voluto che Starmer rimanesse in carica. A seguito delle elezioni locali di maggio, che hanno visto i risultati del Partito Laburista crollare sotto il peso dell’ultimo scandalo che ha coinvolto Peter Mandelson, figura di spicco del partito più volte screditata, alcuni deputati che ostentavano apertamente il proprio patriottismo, come Samantha Niblett e Mike Tapp, hanno difeso con vigore Starmer sui media. Morgan McSweeney, ex capo di gabinetto di Starmer, che si era dimesso in seguito al caso Mandelson, è tornato per proporre una strategia ai sostenitori di Starmer. Ai collaboratori fedeli è stata comunicata l’intenzione di Starmer di contrastare qualsiasi contestazione della sua leadership facendo leva sui risultati ottenuti. In realtà, questi lo rendevano il primo ministro più impopolare da quando esistono i sondaggi.
Questa visione utopica si è infine dissolta dopo la schiacciante vittoria di Andy Burnham, sindaco della Grande Manchester, alle elezioni suppletive di Makerfield. Tra cartelloni e volantini che incitavano a votare «per Andy, per noi», i simboli del Partito Laburista erano difficili da individuare in questo ex bacino minerario. In realtà, il programma del candidato laburista non poteva essere più in contrasto con quello di Starmer. Nei suoi discorsi, Burnham ha chiesto la reindustrializzazione del nord dell’Inghilterra e il controllo pubblico dei principali servizi di interesse generale. Nel collegio elettorale in cui George Orwell aveva soggiornato per le sue ricerche su *The Road to Wigan Pier* [In *The Road to Wigan Pier*, G. Orwell descrive le condizioni di vita della classe operaia del nord dell’Inghilterra negli anni ’30, NdT], Burnham ha attaccato il Partito Laburista, rimproverandogli il suo allontanamento dalle comunità operaie, e ha chiesto di porre fine a «quarant’anni di neoliberismo».
Burnham ha infine vinto le elezioni a Makerfield con il 55% dei voti, ovvero con un vantaggio di oltre il 20% su Robert Kenyon, candidato del Reform UK di Nigel Farage, che poche settimane prima aveva dominato le elezioni locali in quel collegio elettorale. Il successo di Burnham potrebbe rendere questa elezione suppletiva una delle più decisive della storia britannica. Lunedì scorso, a bordo di un treno privatizzato diretto a Londra che era talmente in ritardo da poter giustificare una richiesta di risarcimento, è tornato a Westminster.
La domanda è se riuscirà a replicare a livello nazionale la svolta osservata a Makerfield e a recuperare ciò che il Partito Laburista ha perso.
Creare nuovi perdenti
La vittoria di Burnham ha già sconvolto le certezze consolidate della politica britannica. Anche se Starmer e i suoi alleati sono stati i primi a subire in modo più intenso e immediato le conseguenze di questo scrutinio, la battaglia elettorale di Makerfield ha fatto precipitare anche il partito Reform UK di Farage in una grave crisi. Da anni, la riluttanza del Partito Laburista ad affrontare i problemi dei quartieri popolari devastati dal thatcherismo costituiva un terreno fertile ideale per le politiche dell’estrema destra. Con la sua impopolarità in rapida ascesa, Starmer era un vero e proprio regalo per il partito di Farage. Reform UK è riuscito facilmente a trasformare la rabbia degli ex bastioni laburisti in voti a proprio favore. Recentemente ha persino incoraggiato i sindacati a unirsi alle sue file.
La vittoria di Burnham ha sconvolto le certezze consolidate della politica britannica.
A Makerfield, Reform ha incontrato delle difficoltà. Il suo candidato, Kenyon, un idraulico locale, ha subito un crollo nei consensi a seguito delle rivelazioni relative alle sue dichiarazioni misogine su Internet. Un’ulteriore pressione è arrivata da Restore Britain, una scissione di estrema destra nata da Reform che ha frammentato il voto anti-laburista e provocato scontri accesi nelle strade del collegio elettorale. Farage non è riuscito a nascondere la sua delusione, rivolgendosi direttamente ai sostenitori di Restore in un video poche ore dopo l’annuncio dei risultati. Informazioni anonime provenienti dall’ala «dell’establishment» di Reform hanno esortato Farage a licenziare il portavoce Zia Yusuf, temendo che potesse far sbandare il partito verso destra.
Una simile inversione di rotta sarebbe catastrofica per Farage. Anche se gran parte della base più militante di Reform aspira a una politica fascista che predica la guerra razziale e la «rimigrazione», le maggiori difficoltà elettorali di Farage provengono ormai dalla sinistra. È la seconda volta che Reform non riesce a conquistare un collegio elettorale chiave, dopo la recente sconfitta nel vicino collegio di Gorton e Denton, dove Hannah Spencer, del Partito dei Verdi, anch’essa idraulica, ha battuto Matt Goodwin, di Reform. Sebbene la composizione demografica dei due collegi elettorali sia diversa, in entrambi i casi una rivolta socialdemocratica radicata a livello locale ha sconfitto in modo decisivo Reform, dimostrando che il disincanto e la disperazione di cui si nutre Reform possono essere reindirizzati.
Mentre gli imprevisti di Westminster esercitano una nuova pressione su Burnham, quest’ultimo farebbe bene a tenere a mente queste lezioni.
La rivincita del “burnhamismo” parlamentare
Il percorso politico del nuovo deputato di Makerfield è ben tracciato. Nato nel 1970 in una famiglia operaia di Liverpool, ha ricoperto la carica di consulente politico e diversi incarichi legati al governo prima di diventare deputato nel 2001. Fedele al New Labour, ha votato a favore della guerra in Iraq e ha sostenuto la privatizzazione del Servizio sanitario nazionale (NHS). Mentre rappresentava il governo alla cerimonia commemorativa del 2009 in onore delle vittime della tragedia di Hillsborough, è stato fischiato dalla folla. In seguito ha definito quell’episodio un momento decisivo, che lo ha portato a rendersi conto del divario che separava il governo laburista dalla gente comune tra cui era cresciuto.
Dopo aver subito due sconfitte contro Ed Miliband e Jeremy Corbyn nelle elezioni per la leadership del Partito Laburista, Burnham ha lasciato il Parlamento nel 2016 insieme al collega deputato Steve Rotheram, denunciando l’isolamento e l’inefficienza di Westminster. Mentre Rotheram si candidava a sindaco della regione di Liverpool e vinceva le elezioni, Burnham è diventato sindaco della Grande Manchester.
In questa carica, Burnham ha assunto una posizione decisamente di sinistra. Si è opposto alla mossa parlamentare del 2016 contro Jeremy Corbyn, ha sostenuto le amministrazioni comunali di sinistra di Preston, Salford e Barcellona e ha difeso politici socialisti come Ian Byrne e Jamie Driscoll quando erano oggetto di misure repressive da parte del partito di Starmer. Ha ottenuto un successo significativo nella lotta contro la crescente crisi dei senzatetto a Manchester e ha assicurato il controllo comunale sui servizi di autobus regionali, una misura che rappresenta una svolta per migliaia di lavoratori.
Come potrebbe essere un programma alla Burnham? Se ne può avere un’idea in *Head North* [Verso Nord], il suo audace (e in qualche modo singolare) manifesto per una Gran Bretagna radicalmente riformata. Tra le sue rivendicazioni volte a «rifondare» il Paese figurano la demercificazione dell’alloggio e della sanità («il diritto all’essenziale»), una strategia industriale su scala nazionale, un notevole rafforzamento dei poteri degli enti locali e l’abolizione del sistema di disciplina di partito che costringe i deputati a seguire la linea del proprio partito.
Molti sperano che l’opera *The Productive State* [Lo Stato produttivo], di Mathew Lawrence, membro del think tank di sinistra Common Wealth, possa apportare un vero e proprio equilibrio intellettuale. Questo opuscolo affronta senza mezzi termini la realtà, denunciando ciò che vivono milioni di britannici per i quali «la precarietà è diventata uno stato permanente», mentre troppi servizi essenziali, dall’alloggio all’energia, passando per l’acqua e il sistema sanitario, sono gestiti secondo una logica di profitti esorbitanti.
Secondo Lawrence, ciò crea un «incentivo alla privatizzazione»: le aziende prelevano somme esorbitanti dal denaro dei cittadini comuni per servizi di prima necessità, mentre lo Stato è costretto a sovvenzionare la povertà che ne deriva attraverso il sistema delle prestazioni sociali. Per qualsiasi tentativo volto a invertire il crollo sociale generalizzato della Gran Bretagna, sostiene Lawrence, è necessario porre fine al rapporto compiacente che il Paese intrattiene con l’esternalizzazione massiccia e la privatizzazione, a favore di «uno Stato che possiede, investe e fornisce i mezzi per rendere la vita accessibile».
Se Burnham parla di conquistare il sostegno degli elettori della classe operaia, ciò difficilmente potrà avvenire invocando il rientro nell’Unione europea.
Considerata la sua dichiarata adesione al programma elettorale del Partito Laburista del 2024 e alle regole di «austerità di bilancio» che egli stesso si è imposto, introdotte dal primo ministro conservatore David Cameron nel 2011, ci si può chiedere in che misura Burnham potrà realmente portare a termine una trasformazione strutturale. Il mercato obbligazionario si mostra in ogni caso preoccupato riguardo alle sue possibilità: sebbene sia in contatto con l’ex economista della Banca d’Inghilterra Andy Haldane e con Jim O’Neill di Goldman Sachs, nel corso dell’ultimo anno gli investitori non hanno smesso di fornire informazioni ai giornalisti con l’obiettivo di alimentare i timori del mercato di fronte a un’eventuale ascesa di Burnham alla carica di primo ministro.
C’è anche un’altra questione fondamentale. Se Burnham parla di conquistare gli elettori della classe operaia, ciò difficilmente può avvenire invocando il rientro nell’Unione europea. Lo stesso Burnham ha accennato a questa idea durante il congresso del partito dello scorso anno. In definitiva, però, ciò equivale a concentrarsi su un tema di grande interesse che mobilita una parte della base militante del Partito Laburista, a scapito di un notevole indebolimento degli sforzi volti ad appianare le divisioni nate dal referendum del 2016 e dimostrando che il Partito Laburista non sta nemmeno cercando di ascoltare gli elettori che ha perso.
I nemici interiori
Anche l’ala destra del Partito Laburista, che lo disprezza da oltre un decennio perché ritiene che le sue critiche nei confronti del New Labour e il suo rifiuto di unirsi all’attacco contro Corbyn costituissero un tradimento, è preoccupata per Burnham.
Si va da innumerevoli commenti estremamente personali, come ieri, quando una “fonte laburista” anonima lo ha definito un “piccolo topolino piagnucoloso”. Durante le elezioni suppletive di Makerfield, lo stesso Tony Blair ha accusato Burnham di «giocare con il fuoco» allontanando il Partito Laburista dal centro, il che ha spinto Burnham a ribattere che Blair «non aveva menzionato nemmeno una volta le disuguaglianze» e che «se non capite in che modo ciò determini la politica attuale […] allora non capite cosa sta succedendo». Ma la rabbia ha raggiunto il culmine lo scorso anno, quando i membri di destra del Comitato esecutivo nazionale (NEC) del Partito Laburista hanno posto il veto alla candidatura di Burnham alle elezioni suppletive di Gorton e Denton. In una «dimostrazione di forza» che ha messo in evidenza la fragilità dello «starmerismo», il fatto di mettere Burnham fuori gioco ha fatto sì che un voto a favore del Partito Laburista fosse interpretato come un sostegno personale a Starmer.
Di conseguenza, i Verdi hanno ottenuto una vittoria parlamentare senza precedenti, mentre nelle elezioni locali di maggio sono andati persi 1.500 seggi comunali del Partito Laburista. Quando è arrivato il momento per Burnham di candidarsi a Makerfield, coloro che lo avevano ostacolato sapevano che lo stesso stratagemma non avrebbe funzionato due volte. Troppe figure di spicco all’interno del Partito Laburista vedono ormai i buoni risultati di Burnham nei sondaggi di opinione e lo considerano l’unica opzione per la sopravvivenza del partito.
Sia i sondaggi d’opinione che i risultati elettorali dimostrano che gli elettori condividono le idee e la visione di Burnham. Ma il Partito Laburista non può sopravvivere solo grazie a questa dinamica.
In realtà queste questioni interne non scompariranno come per incanto. Lungi dall’essere determinati a «far vincere il Partito Laburista» in qualsiasi forma, molti all’interno del partito hanno dimostrato la loro fedeltà a una politica estremamente impopolare e destinata al fallimento, che mira principalmente a trasformare il Partito Laburista in un’organizzazione al servizio degli interessi delle grandi imprese. Tra i nuovi laburisti eletti nel 2024, almeno settanta sono stati lobbisti professionisti, molti dei quali hanno lavorato per aziende idriche, colossi del gioco d’azzardo e promotori immobiliari. Si tratta di più del doppio del numero di deputati che hanno ricoperto cariche sindacali e costituisce una percentuale non trascurabile di personalità che se vivessero in un paese più prospero si troverebbero in condizioni meno agiate.
A suo merito, Burnham si è circondato di parlamentari come Anneliese Midgley, figura sindacale di grande esperienza, e Louise Haigh, ex segretaria di Stato ai Trasporti, che ha svolto un ruolo determinante nella lotta per la rinazionalizzazione delle ferrovie britanniche (e che, secondo alcune indiscrezioni, sarebbe incaricata di decidere sulle nomine ai posti ministeriali in un governo Burnham). Ma l’apparente vicinanza di Burnham all’ex deputato di Makerfield, Josh Simons, il quale ha ceduto il proprio seggio a Burnham dopo essere stato oggetto di particolare attenzione a causa del suo presunto ruolo nell’organizzazione della sorveglianza e della diffamazione nei confronti di giornalisti anticorruzione, ha sollevato interrogativi, così come l’ipotesi secondo cui un governo Burnham potrebbe vedere il ritorno sulla scena politica di David Miliband, esponente dell’ala ultra-centrista.
L’ultima possibilità del Partito Laburista
Per il futuro del Partito Laburista è fondamentale risolvere queste contraddizioni. La vittoria di Burnham a Makerfield ha dimostrato che il Partito Laburista può certamente riconquistare la fiducia dei cittadini, ma solo se è disposto a riconoscere onestamente quanto si sia allontanato dalla sua base sociale nel corso degli anni e a opporsi alla perdita di influenza delle comunità che lo hanno creato. Un servizio sanitario nazionale (NCS) che semplificherebbe notevolmente la vita di milioni di persone, o un settore idrico nazionalizzato che consentirebbe di risparmiare centinaia di sterline sulla bolletta: ecco il tipo di proposte che non hanno bisogno di essere pubblicizzate o accompagnate da una comunicazione sofisticata per essere giustificate. Queste riforme saranno chiaramente percepite come un evidente progresso dalla popolazione.
Insieme a una serie di modifiche legislative a favore dell’organizzazione sindacale, sulla scia della legge sui diritti del lavoro approvata lo scorso anno, queste misure concrete potrebbero consentire al Partito Laburista di costruirsi una base fedele per i decenni a venire. Un Partito Laburista coeso e riconoscibile, che ispiri fiducia e le cui figure di spicco siano chiaramente identificabili. Nelle regioni in cui il voto laburista era un tempo «preso in considerazione ma non conteggiato», non si sottolineerà mai abbastanza il disprezzo che milioni di persone provano nei confronti di un partito che, in televisione, associano a Blair, Starmer e Mandelson e, nei loro quartieri, a feudi corrotti e autoritari guidati da amministratori locali incompetenti.
Questo sentimento si è sviluppato nel corso di decenni e oggi esistono diverse generazioni di elettori provenienti dalla classe operaia che non provano alcuna affinità, né organizzativa né emotiva, nei confronti del Partito Laburista. Non hanno mai visto questo partito agire chiaramente nel loro interesse a scapito di altri gruppi e non hanno alcun ricordo di un’epoca in cui esso avesse un’immagine o un comportamento diversi.
Questa situazione non può durare. Sia i sondaggi d’opinione che i risultati elettorali dimostrano che la popolazione condivide il sentimento e la visione di Burnham. Ma il Partito Laburista non può sopravvivere solo grazie a questa dinamica. Se sperpera questa immensa buona volontà e si dimostra incapace di contrastare il declino britannico tanto quanto i governi precedenti, i quartieri popolari che votano per Reform e che attualmente sono disposti ad ascoltare Burnham si sentiranno traditi. Finirà per essere odiato quanto Starmer (forse anche più rapidamente), vedrà il Partito Laburista scomparire come forza elettorale significativa e garantirà una maggioranza schiacciante a Nigel Farage alle prossime elezioni legislative.
Lo stesso Burnham sembra rendersi conto che si tratta dell’«ultima possibilità di cambiamento» per il Partito Laburista. Poiché un fallimento equivarrebbe a cedere il potere al governo più reazionario della storia britannica, speriamo che ne comprenda appieno la portata.
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Marcus Barnett è responsabile degli affari internazionali all’interno di Young Labour e vicedirettore di Tribune.
Adieci anni dal voto del Regno Unito a favore della Brexit e a cinque anni dall’ufficializzazione della separazione, il colpo è ancora profondamente sentito da molti di coloro che hanno sostenuto la parte perdente. In particolare all’interno del Partito Laburista al governo, molti ex sostenitori della permanenza nell’UE continuano a lasciarsi tentare dal canto delle sirene dell’Unione europea e vedono l’ascesa di Andy Burnham come un’occasione per rimettere sul tavolo la possibilità di rientrare nell’Unione.
Dopotutto, è stato solo l’anno scorso che Burnham (all’epoca sindaco della Grande Manchester) ha affermato durante un congresso di partito: «Voglio rientrare nell’Unione Europea. Spero di vedere, nel corso della mia vita, questo Paese rientrare nell’Unione europea». Ed è stato solo lo scorso maggio che Wes Streeting (che Burnham ha appena nominato segretario alla difesa) ha dichiarato che «il futuro della Gran Bretagna è nell’Europa — e un giorno, di nuovo nell’Unione europea».
Per ora, sembra che Burnham intenda proseguire con l’approccio di Starmer nei confronti dell’Europa: un “riavvicinamento” delle relazioni per avvicinare gradualmente la Gran Bretagna a Bruxelles, ma senza aderire ad alcuna istituzione dell’UE come il Mercato Unico o l’Unione Doganale, e senza sottoscrivere la “libertà di circolazione” (la più tossica di tutte le politiche dell’UE). Ma se Burnham non fosse entrato a Downing Street senza opposizione — e se ci fosse stata una vera e propria corsa alla leadership del Partito Laburista — non c’è dubbio che l’annullamento della Brexit sarebbe stato in cima all’agenda.
A prima vista, tutto ciò potrebbe sembrare poco sensato. Gli elettori, sia che abbiano sostenuto l’uscita dall’Unione Europea (Leave) o la permanenza (Remain), sono ora in stragrande maggioranza favorevoli a lasciarsi alle spalle gli anni della Brexit. Per quasi un decennio, la politica britannica è stata dominata dalla questione europea. Riproporre quel dibattito e riaprire le profonde ferite che ha lasciato sembra destinato quasi inevitabilmente a far deragliare qualsiasi governo in carica.
Anche se dovesse prevalere la fazione pro-UE, il processo di riammissione assomiglierebbe probabilmente a quello di uscita, dominando l’agenda parlamentare e mettendo in secondo piano altre priorità. I negoziati potrebbero trascinarsi per anni. E alla fine, è molto probabile che il Regno Unito si ritrovi con un accordo peggiore di quello che aveva prima dell’uscita. Inoltre, il governo cederebbe la sovranità e il controllo su settori cruciali, dall’immigrazione e dal commercio alla politica sociale e all’ambiente (anche se, come vedremo più avanti, i cinici del Partito Laburista potrebbero considerarlo un aspetto positivo).
Tuttavia, al di là degli aspetti pratici, una piattaforma a favore del “Rejoin” potrebbe rappresentare una prospettiva vincente in vista delle elezioni? I recenti sondaggi indicano che una stretta maggioranza dei britannici è favorevole al ritorno nell’UE. Ciò non sorprende più di tanto, dopo un decennio in cui i sostenitori del “Remain” hanno attribuito alla Brexit la colpa di tutto e di più, dalla cronica stagnazione economica del Regno Unito alla pandemia di Covid-19. (L’inchiesta ufficiale del Regno Unito sul Covid è iniziata con i funzionari che puntavano il dito contro la Brexit.) I conservatori di Boris Johnson avranno anche portato a termine la Brexit, ma non sono riusciti né a trarre vantaggio dai poteri appena riottenuti né a difendere l’uscita dall’Unione come una questione di principio.
Ma sondaggi più approfonditi su quali poteri sovrani gli elettori sarebbero disposti a restituire all’Europa raccontano una storia diversa. C’è un’ostilità schiacciante nei confronti dell’idea di concedere alla burocrazia non eletta di Bruxelles voce in capitolo su praticamente qualsiasi settore politico di rilievo. Anzi, se la Brexit fosse sottoposta a un altro referendum, proverei compassione per la fazione favorevole al rientro nell’Unione, chiamata a sostenere la causa del ritorno alla libera circolazione.
Naturalmente, non dovremmo mai dare per scontato che ciò che vuole la maggioranza — frontiere solide, una nazione democratica e sovrana — abbia poi tanta importanza per gli attivisti laburisti. Inoltre, conquistare la maggioranza è sempre meno essenziale per ottenere il potere politico, a causa del nostro sistema politico multipartitico frammentato. Man mano che la tensione tra la classe operaia e la classe media liberale — i pilastri della base elettorale del Partito Laburista — continua a intensificarsi, molte élite del partito potrebbero cogliere l’occasione per abbandonare la prima, con le sue posizioni socialmente conservatrici e favorevoli alla Brexit, e puntare ancora di più sulla seconda.
Una piattaforma a favore del “Rejoin” allontanerebbe molti elettori della classe operaia, ma potrebbe consentire al Partito Laburista di conquistare anche gli elettori della classe media, di sinistra liberale e i giovani laureati, sottraendoli ai Liberal Democratici e ai Verdi. Potrebbe persino contribuire a convincere i leader di quei partiti a formare un governo di coalizione, nell’eventualità altamente probabile che il Partito Laburista perda la maggioranza parlamentare dopo le prossime elezioni. Annullare la Brexit porrebbe fine a ogni finzione secondo cui il Partito Laburista sia ancora un partito per chi lavora, ma potrebbe essere appena sufficiente per assicurarsi un altro mandato.
Una spiegazione ancora più cinica della riluttanza a lasciare l’UE è che molti, forse la maggior parte, dei vertici del Partito Laburista in realtà non vedrebbero di cattivo occhio la perdita del controllo sovrano. Il rientro nell’UE significherebbe che politiche come quella delle frontiere aperte potrebbero essere imposte di nascosto, in spregio all’opinione pubblica. In qualità di Stato membro dell’UE, il Regno Unito non solo sarebbe tenuto ad aprire le porte a tutti i residenti dell’Unione, ma dovrebbe anche sottoscrivere quote obbligatorie per i richiedenti asilo. Ciò consentirebbe al Partito Laburista di perseguire la politica massimalista in materia di immigrazione che molti all’interno del partito chiaramente desiderano, pur potendosi lavare le mani di ogni responsabilità.
È la stessa storia con il “Net Zero”. Le politiche climatiche estreme del Regno Unito stanno incontrando un’opposizione senza precedenti, a causa dei loro effetti devastanti sui prezzi dell’energia. Ma se la Gran Bretagna dovesse rientrare nell’UE, gli obiettivi di decarbonizzazione dovrebbero essere rafforzati. Ancora una volta, esponenti di spicco del Partito Laburista di sinistra come Ed Miliband (la scelta di Burnham come ministro degli Esteri) otterrebbero l’azione per il clima che desiderano senza doversi assumere la responsabilità di queste politiche agli occhi degli elettori.
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Tra le altre questioni che il Partito Laburista appoggia e che l’opinione pubblica non condivide figurano la censura online (tramite il Digital Services Act dell’UE) e l’autoidentificazione transgender (l’UE ha multato l’Ungheria per la sua opposizione al cambio di genere da parte dei minori, mentre al Montenegro, paese candidato all’adesione all’UE, è stato imposto da Bruxelles di approvare leggi a tutela dei “diritti dei trans”). Un altro vantaggio dell’adesione all’UE sarebbe quello di rendere queste politiche «a prova di riforma»; così, quando il Partito Laburista verrà estromesso dal potere, i futuri governi non potranno annullarle.
Il Partito Laburista riuscirebbe a farla franca? Probabilmente no. Il voto sulla Brexit ci ha dimostrato che l’opinione pubblica era stanca di vedere i propri leader sottrarsi alle responsabilità, scaricare la colpa su Bruxelles e sottrarre le principali politiche al controllo democratico. Ma al partito restano poche strade da percorrere se vuole rimodellare la Gran Bretagna a sua immagine: verde, “woke” e tecnocratica.
Rientrare nell’UE — aggirando così quei fastidiosi elettori — potrebbe essere la mossa migliore per il Partito Laburista per imporre alla nazione la propria visione, profondamente impopolare.
Informazioni sull’autore
Fraser Myers
Fraser Myers è il vicedirettore di con puntee conduttore del podcast “Spiked”.
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Musk potrebbe comprensibilmente esitare, non volendo provocare Putin e indurlo a un’escalation per autodifesa che rischierebbe la Terza Guerra Mondiale, ma non è ancora chiaro se Trump condivida la sua cautela, anche se, secondo il Primo Ministro polacco Tusk, la situazione si chiarirà probabilmente nei prossimi 100 giorni.
La scorsa settimana, The Atlantic ha pubblicato un dettagliato articolo su come “Zelensky abbia chiesto un favore a Elon Musk per Trump”, con il sottotitolo che “l’Ucraina vuole iniziare a usare Starlink di Musk per colpire i lanciatori di missili balistici in Russia”. Zelensky avrebbe condiviso la sua proposta con Trump durante l’incontro alla Casa Bianca della scorsa settimana, presentandola come un’alternativa alla ricezione dei rari intercettori missilistici Patriot, prendendo di mira la fonte degli ” attacchi sistematici ” della Russia contro l’Ucraina.
Secondo le loro fonti, Musk avrebbe snobbato Zelensky declinando il suo invito a un incontro per discutere di questa proposta, mentre Trump si sarebbe mostrato evasivo riguardo alla possibilità di fare pressione su Musk affinché acconsentisse. L’Atlantic ha inoltre riportato che “Zelensky ha suggerito che, se Musk si rifiutasse di consentire l’uso di Starlink per attacchi contro la Russia, il Pentagono potrebbe dare all’Ucraina accesso alla rete Starshield per lo stesso scopo”. Si tratta di un sistema gemello, ma “più costoso, più complesso e più difficile da integrare nei sistemi [ucraini]”.
Una delle loro fonti ucraine si è mostrata scettica sul fatto che Trump avrebbe accettato il “Piano B” di Zelensky perché “Una cosa è lasciare che l’Ucraina lo faccia sul proprio territorio. Un’altra cosa è usare la tecnologia americana sul territorio russo per neutralizzare le loro difese aeree e i loro lanciatori di missili balistici. Questo è un atto ostile. Non so come la Russia potrebbe reagire”. È un’osservazione valida, dato che la deindustrializzazione e la smilitarizzazione della Russia che l’Occidente sta ora perseguendo per mano dell’Ucraina sono estremamente rischiose.
Quest’ultima fase della ” guerra di logoramento ” che gli Stati Uniti stanno conducendo contro la Russia, dopo la recente decisione di Trump di ” intensificare per poi allentare la tensione “, non ha precedenti nella storia del dopoguerra. Se riuscisse anche solo a deindustrializzare e smilitarizzare parzialmente la Russia, Putin potrebbe finalmente cedere e autorizzare un’azione, anche solo simbolica, contro la NATO, come primo passo per ripristinare la deterrenza prima che questa campagna metta in ginocchio il suo Paese. A quel punto, la situazione potrebbe facilmente sfuggire di mano.
Il punto critico di questo scenario potrebbe essere l’utilizzo da parte dell’Ucraina di Starlink o del suo sistema gemello Starshield su tutto il territorio russo, come proposto da Zelensky, poiché una tale mossa aumenterebbe notevolmente il tasso di successo degli attacchi con droni del suo paese contro infrastrutture strategiche e obiettivi militari. L’Atlantic ha osservato come Musk sia stato riluttante a svolgere qualsiasi ruolo nell’escalation del conflitto, quindi potrebbe respingere la proposta di Zelensky, sollevando così il dubbio se Trump lo scavalcherebbe consentendo all’Ucraina di utilizzare Starshield.
Oltre alle ragioni legate al controllo dell’escalation, Trump potrebbe rinunciare a questa strategia per motivi politici, ovvero per non inimicarsi Musk e rischiare che questi limiti la visibilità dei principali influencer del movimento MAGA su X in vista delle elezioni di midterm di novembre o tra queste e le prossime elezioni del 2028, a seconda delle possibili tempistiche. Il Primo Ministro polacco Donald Tusk ha dichiarato la scorsa settimana che “i prossimi 100 giorni potrebbero decidere l’esito di questa guerra, e le probabilità sono del 50/50”, con Trump, Musk e “altre persone” che svolgono un ruolo cruciale in questo contesto.
Questo suggerisce che sia a conoscenza dei piani di Zelensky e creda che porteranno alla capitolazione della Russia se Musk approverà l’utilizzo di Starlink da parte dell’Ucraina su tutto il territorio russo, oppure se Trump annullerà il suo rifiuto consentendo all’Ucraina di utilizzare Starshield a tale scopo. Musk potrebbe comprensibilmente esitare, non volendo provocare Putin e spingerlo a un’escalation per autodifesa che rischierebbe la Terza Guerra Mondiale, ma non è ancora chiaro se Trump condivida la sua cautela, anche se probabilmente tutto si chiarirà nei prossimi 100 giorni.
Anziché rischiare incautamente una terza guerra mondiale schierando le proprie truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco, potrebbero invece, in modo più pragmatico, rafforzare le capacità militari e di sicurezza complessive della NATO europea, con l’obiettivo di superare, in ultima analisi, la Russia sotto tutti gli aspetti, ad eccezione di quello nucleare.
L’articolo del Telegraph intitolato “La lenta agonia della coalizione dei volenterosi” è stato ampiamente ripreso sia dai social media russi che dai “filorussi non russi” con tono festante. Il responsabile della sezione diplomatica e quello della sezione europea del quotidiano hanno avvertito che le dimissioni del primo ministro britannico Keir Starmer e la fine dell’ultimo mandato del presidente francese Emmanuel Macron, prevista per la prossima primavera, potrebbero creare un vuoto diplomatico che il cancelliere tedesco Friedrich Merz non sarà in grado di colmare. Ciò potrebbe quindi stravolgere i piani europei per l’Ucraina.
Per contestualizzare, la “coalizione dei volenterosi” (COW) indica l’insieme dei Paesi disposti a svolgere ruoli diversi nell’Ucraina del dopoguerra, con l’E3 guidato da Gran Bretagna, Francia e Germania che si è già impegnato a schierare truppe dopo un cessate il fuoco. Considerando che il successore di Starmer, Andry Burnham, è ritenuto più concentrato sulle questioni interne, mentre quello di Macron potrebbe mostrarsi molto più distaccato nei confronti della NATO, Merz potrebbe esitare a guidare un’iniziativa così pericolosa; ecco perché l’infosfera russa è in fermento dopo aver letto questo articolo.
In termini pratici, i teatri artico-baltico, dell’Europa centrale e del Mar Nero si fonderanno gradualmente in un unico spazio di sicurezza attraverso la prevista espansione dello “Schengen militare” finalizzata a ottimizzare l’invio di truppe e attrezzature verso est. È probabile un più stretto coordinamento in materia di sicurezza tra Svezia, Polonia, Romania e Turchia. Inoltre, la «linea di difesa dell’UE», vergognosamente sottosviluppata, che si estende dai confini degli Stati baltici con la Russia a quelli della Polonia con la Bielorussia, sarà probabilmente considerata prioritaria.
La militarizzazione dell’UE nel suo complesso e del Triangolo di Weimar (Francia, Germania e Polonia) in particolare proseguirà a ritmo sostenuto con l’obiettivo di “sminuire” le capacità militare-industriali della Russia, secondo la visione della Strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti per i membri europei della NATO. La potenziale espansione dell’ombrello nucleare francese sul resto del blocco, in linea con la sua nuova politica di “deterrenza avanzata”, potrebbe precedere la possibile dotazione nucleare della Germania al fine di contenere al massimo e minacciare in modo indiscutibile la Russia.
Anziché rischiare incautamente una terza guerra mondiale schierando le proprie truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco, la COW potrebbe invece, in modo più pragmatico, rafforzare le capacità militari e di sicurezza complessive della NATO europea, con l’obiettivo di superare, in ultima analisi, la Russia sotto tutti gli aspetti tranne che in quello nucleare. Le “garanzie di sicurezza” che i suoi membri principali hanno già concordato con l’Ucraina nel corso del 2024 potrebbero quindi fungere da fattori scatenanti per una guerra su larga scala in futuro, qualora dovessero riprendere le ostilità tra Russia e Ucraina.
Molti degli stessi autori che hanno prematuro festeggiato la “morte lenta” della COW potrebbero, com’era prevedibile, affermare che le divisioni con la NATO ostacoleranno inevitabilmente quanto descritto sopra, creando così numerose opportunità per la Russia di smantellare politicamente questo blocco militarizzato come mai prima d’ora. Si tratta quasi certamente di un pio desiderio, tuttavia, quindi farebbero probabilmente molto meglio ad ascoltare l’ex spia di alto livello russa Andrey Bezrukov e preparare così i russi a quelli che potrebbero essere decenni di gravi tensioni a venire.
Hanno influenzato la percezione occidentale del conflitto a favore dell’Ucraina; tale percezione viene ora alimentata più dalla Germania che dagli Stati Uniti e potrebbe quindi forse protrarsi molto più a lungo di quanto molti si aspettassero.
Fyodor Lukyanov, uno dei massimi esperti russi, che ricopre, tra gli altri prestigiosi ruoli nella comunità degli esperti del suo Paese, quello di direttore della ricerca del Club Valdai, ha pubblicato su RT un articolo dal titolo “Perché l’Europa occidentale ha bisogno che il conflitto in Ucraina continui”. Il sottotitolo recita: «La guerra dei droni ha alterato gli equilibri in Ucraina, indebolito lo spirito di Anchorage e fornito all’Europa una nuova giustificazione politica per il conflitto». Nel suo articolo ha poi spiegato come si sia arrivati a questa situazione.
Secondo Lukyanov, i leader dell’Europa occidentale che si sono recati a Washington per incontrare Trump subito dopo il Vertice di Anchorage sono riusciti in parte a fargli abbandonare la convinzione che «la sconfitta [dell’Ucraina] fosse in definitiva inevitabile e che quanto prima Kiev avesse accettato delle concessioni, tanto meno gravi sarebbero stati i danni». Pertanto, «né Trump né i suoi consiglieri erano disposti a investire un capitale politico significativo» per rispettare quanto concordato con Putin durante il loro colloquio, motivo per cui lo «Spirito di Anchorage» è fallito.
Lukyanov ha proseguito: «Ai vertici del G7 e della NATO di quest’estate, il presidente degli Stati Uniti ha mostrato un atteggiamento notevolmente più neutrale, a tratti persino favorevole, nei confronti di Kiev. In effetti, ha ammesso che la sua precedente convinzione riguardo all’inevitabile sconfitta dell’Ucraina era stata, come minimo, prematura». Ciò ha preceduto la «guerra di logoramento» dell’Ucraina contro la Russia, sostenuta dagli Stati Uniti, elemento attualmente centrale della nuova politica di Trump denominata «escalation per allentare la tensione», caratterizzata da attacchi con droni contro infrastrutture strategiche.
Come afferma Lukyanov, «la crescente capacità dell’Ucraina di condurre attacchi con droni a lungo raggio è il risultato di tre anni di sostegno finanziario e tecnologico costante da parte dell’Europa occidentale e, nonostante le ripetute affermazioni di Trump secondo cui “Sleepy Joe” avesse sperperato centinaia di miliardi di dollari americani in Ucraina, sono i governi europei, Germania in primis, a sostenere ora l’onere maggiore nel sostenere lo sforzo bellico di Kiev». Gli europei occidentali stanno ora ridefinendo il proprio coinvolgimento nel conflitto.
Come ha spiegato Lukyanov, «La retorica pubblica, in particolare in Germania, suggerisce sempre più che uno scontro militare con la Russia intorno alla fine del prossimo decennio sia una possibilità concreta. L’argomentazione è chiara: finché gli ucraini continuano a combattere, l’Europa occidentale ha tempo per prepararsi e quindi il conflitto dovrebbe protrarsi il più a lungo possibile». Ha poi ipotizzato che l’élite stia sfruttando questa percezione come un’«idea unificante» dettata da interessi politici, senza però escludere che alcuni ci credano davvero.
L’articolo di Lukyanov è importante per tre motivi. In primo luogo, riconosce che la “guerra di logoramento” ha influenzato la percezione occidentale del conflitto, fornendo così un ulteriore contesto per spiegare perché il movimento MAGA stia ora avvicinandosi a Kiev. In secondo luogo, suggerisce che la Germania sia più responsabile del perpetuarsi del conflitto rispetto agli Stati Uniti, il che potrebbe rimodellare la percezione che la Russia ha della minaccia rappresentata da quest’ultima. Infine, avvalora l’avvertimento dell’ex alto funzionario dei servizi segreti russi Andrey Bezrukov secondo cui la «nuova guerra» che la Russia sta combattendo potrebbe durare decenni.
L’ultimo punto è di gran lunga il più importante, poiché Lukyanov sta preparando i lettori all’idea di un conflitto prolungato, richiamando l’attenzione sugli sforzi dell’Europa occidentale – ispirati all’uso dei droni – volti a perpetuarlo a tempo indeterminato. Insieme alla recente conferma di Putin secondo cui la Russia continuerà a «agire con cautela» sul campo di battaglia, dissipando così le speranze di alcuni che egli possa «intensificare il conflitto per poi allentarlo» di propria iniziativa al fine di ottenere rapidamente la vittoria, non si può escludere che il conflitto si trasformi in una “guerra senza fine”.
Si potrebbe sostenere che siano autorizzati dagli Stati Uniti a manifestare il loro dissenso nei confronti di Zelensky, ma poiché Zelensky è percepito dagli Stati Uniti come “troppo potente per fallire” (almeno per ora) nel contesto della “guerra di logoramento” contro la Russia, è improbabile che gli Stati Uniti trasformino tali proteste in una Rivoluzione Colorata, e Zelensky lo sa.
L’ambasciatore russo Rodion Miroshnik ritiene che le proteste a sostegno del ministro della Difesa ucraino Mikhail Fyodorov, recentemente rimosso dall’incarico, non siano spontanee. A titolo informativo, l’Ucraina ha assistito alle più grandi proteste dai tempi di “EuroMaidan” in risposta alla decisione di Zelensky di destituire Fyodorov. I media locali hanno poi affermato che Zelensky temeva l’ascesa politica di Fyodorov, mentre quest’ultimo ha in seguito attribuito la responsabilità alle sue riforme anti-sovvenzioni. Ecco cosa ha dichiarato Miroshnik al riguardo:
“Hanno dimostrato di poter influenzare le autorità ucraine. All’improvviso, no? Non c’erano state manifestazioni di piazza per 12 anni, e poi, boom, ecco di nuovo una manifestazione di piazza. Persone che, fino a ieri, non avevano idea di chi fosse Fyodorov e di che tipo di strategia stesse promuovendo, improvvisamente si sono presentate dicendo: ‘Abbiamo bisogno di Fyodorov e di nessun altro! Senza Fyodorov sarà la fine per l’Ucraina!'” Si tratta di osservazioni valide, dato che è vero che molte persone fino ad allora apolitiche sono improvvisamente scese in piazza per protestare.
Secondo Miroshnik, “Hanno dimostrato l’esistenza di canali, di un sistema che, se necessario, blocca la risposta delle forze di sicurezza alle proteste civili e innesca le proteste stesse. Questo meccanismo si attiva e si mette in moto nel giro di poche ore. E dietro questi meccanismi ci sono persone concrete e facilmente identificabili che operano in questo campo”. L’insinuazione è che il suddetto sistema sia controllato da forze più potenti dei servizi di sicurezza e persino dello stesso Zelensky.
Solo gli Stati Uniti sono in grado di esercitare una tale influenza sulle dinamiche politiche interne dell’Ucraina; pertanto, un’ipotesi di lavoro credibile è che gli Stati Uniti vogliano segnalare a Zelensky che era inaccettabile destituire Fyodorov per aver intrapreso riforme anticorruzione da tempo necessarie. Allo stesso tempo, gli Stati Uniti non vogliono deporre Zelensky, altrimenti ci avrebbero già provato da tempo, sia attraverso un’altra Rivoluzione Colorata , sia con un colpo di stato di qualche tipo (da parte delle forze di sicurezza e/o dei militari), o una combinazione di entrambi.
Di conseguenza, si può concludere che l’indagine anticorruzione ucraina della fine dello scorso anno non era sul punto di coinvolgere Zelensky né si è trasformata in un colpo di stato progressivo come sostenuto all’epoca dalle analisi collegate in precedenza, sebbene potrebbe ancora servire a tali scopi in futuro. Gli Stati Uniti dovrebbero ovviamente approvare una simile operazione di cambio di regime, cosa che non hanno ancora fatto e potrebbero non fare mai, nonostante il Servizio di intelligence estera russo abbia affermato per anni che lo avrebbe fatto, come documentato qui .
Comunque sia, le proteste a sostegno di Fyodorov, presumibilmente autorizzate dagli Stati Uniti, indicano comunque che Washington non è contenta dell’ultimo rimpasto militare di Zelensky, ma non è disposta a sostituirlo e Zelensky lo sa. Ecco perché ha portato avanti la sua decisione nonostante l’indagine anticorruzione dello scorso anno, che aveva già manifestato disappunto per la sua corruzione e che alla fine aveva portato alla rimozione del suo principale consigliere, Andrey Yermak. Pertanto, è probabile che gli Stati Uniti continueranno a manifestare tale disappunto, ma è improbabile che lo sostituiscano.
Zelensky è tornato nelle grazie di Trump, il movimento MAGA nel suo complesso si sta avvicinando alla causa ucraina e gli Stati Uniti necessitano di stabilità politica in Ucraina nel contesto dell’intensa ” guerra di logoramento ” in corso contro la Russia. Questi fattori contestualizzano la decisione degli Stati Uniti di non trasformare le proteste a sostegno di Fyodorov in una rivoluzione colorata contro Zelensky. In poche parole, gli Stati Uniti lo considerano “troppo potente per fallire” (almeno per ora), il che dà a lui e ai suoi accoliti carta bianca per continuare a sottrarre fondi a loro piacimento.
I servizi di sicurezza bielorussi e polacchi hanno chiaramente ripreso una forma limitata di cooperazione, che potrebbe favorire la stabilità regionale se coordinata con Mosca e non facente parte di un complotto di Washington per dividerli.
A fine luglio si è verificato uno sviluppo straordinario nei rapporti tra Bielorussia e Polonia, dopo che la prima ha avvertito la seconda di un potenziale complotto terroristico. Secondo l’ex spia del KGB Roman Protasevich , l’attivista antigovernativo bielorusso Denis Dashkevich aveva pianificato di assoldare degli ucraini per uccidere i figli di Svetlana Tikhanovskaya, autoproclamatasi presidente della Bielorussia (lei e la sua famiglia si erano recentemente trasferite in Polonia dalla Lituania). Dashkevich era risentito del fatto che la sua organizzazione si fosse rifiutata di aiutarlo a ripristinare il suo status di rifugiato.
La Polonia aveva revocato l’ordinanza restrittiva (Protasevich sostiene che lo considerassero una minaccia per la sicurezza nazionale, ma ciò non può essere confermato), quindi voleva uccidere i figli di lei per vendetta, fare una clamorosa dichiarazione politica e poi suicidarsi. Dashkevich ha ammesso in una conversazione con un organo di stampa dell’opposizione bielorussa di aver effettivamente scritto a diversi collaboratori qualcosa del tipo: “Cosa, dovrei uccidere i figli di Tsikhanouskaya per attirare l’attenzione sul mio problema?”, ma ha negato di aver effettivamente pianificato di farlo.
Ha anche affermato che alcuni dipendenti del Servizio di Sicurezza Interna polacco gli avrebbero riferito che la Bielorussia aveva trasmesso l’avvertimento riguardo a quanto da lui scritto; lui avrebbe mostrato loro la sua corrispondenza e il caso sarebbe stato archiviato pochi giorni dopo. In ogni caso, l’importanza della vicenda risiede nel fatto che la Bielorussia abbia avvertito la Polonia di un potenziale complotto terroristico, nonostante i loro gelidi rapporti, il che avvalora quanto affermato dal capo del KGB Ivan Tertel alla fine dello scorso anno in merito alla loro cooperazione in materia di sicurezza.
Ha affermato che “si sta instaurando un’intesa” con la Polonia e gli Stati baltici, aggiungendo che “probabilmente non sarà un grande segreto dire che abbiamo canali di comunicazione con i nostri partner. Questo dialogo è in corso, anche attraverso i servizi segreti. Direi che la comprensione tra noi sta lentamente migliorando. Discutiamo di questioni urgenti e in qualche modo arriviamo a un’intesa sugli interessi reciproci”. La Polonia ha negato l’affermazione di Tertel, ma ora sembra che fosse almeno in parte vera.
Il contesto in cui si è verificato questo straordinario sviluppo riguarda il graduale riavvicinamento della Bielorussia agli Stati Uniti, che, secondo alcuni studi, se dovesse proseguire, porterebbe a un riavvicinamento anche con la Polonia, e il radicale cambiamento di percezione che Lukashenko ha manifestato nei confronti della Polonia a gennaio. Invece di considerarla determinata a sovvertire il suo governo e a minacciare la sicurezza nazionale del suo Paese, l’ha descritta come un leader regionale con una politica pragmatica. Da allora, Lukashenko ha continuato a comportarsi in modo sospetto .
In ogni caso, il fatto significativo è che i servizi di sicurezza bielorussi e polacchi abbiano ripreso una forma limitata di cooperazione, che potrebbe favorire la stabilità regionale se coordinata con Mosca e non parte di un complotto di Washington per dividerli. Nella migliore delle ipotesi, la Bielorussia potrebbe facilitare la ripresa dei contatti tra Russia e Polonia , con l’obiettivo di raggiungere un modus vivendi postbellico che consenta loro di costruire congiuntamente una nuova architettura di sicurezza in Europa.
Lo scenario peggiore, tuttavia, è che i servizi di sicurezza bielorussi o intraprendano un riavvicinamento con la Polonia che alla fine vada a discapito degli interessi nazionali della Russia, oppure vengano cooptati dalla Polonia per commettere tradimento. Certo, questi scenari sono puramente speculativi, ma non possono essere facilmente esclusi a causa della tradizionale opacità del KGB. Ciononostante, è meglio che gli osservatori prendano in considerazione lo scenario migliore, che potrebbe rivoluzionare le grandi dinamiche strategiche della regione.
A quanto pare, la sua leadership ha calcolato che i rischi connessi valgono la pena di diventare il principale alleato degli Stati Uniti nella “NATO 3.0”, ma la competizione con Germania e Regno Unito per questo ruolo è tutt’altro che conclusa.
La scorsa settimana il Financial Times ha pubblicato un rapporto dettagliato su come “l’Ucraina stia adattando gli attacchi all’industria energetica russa per colpire componenti critici”. In sostanza, l’Ucraina sta cercando di neutralizzare le infrastrutture energetiche russe il più a lungo possibile, prendendo di mira le parti più difficili da sostituire e colpendo nodi all’interno del sistema più ampio per massimizzare i danni. Tutto ciò è agevolato da Stati Uniti e Francia, che aiutano l’Ucraina non solo a tracciare le rotte verso i suoi obiettivi, ma anche a selezionarli.
Il comandante delle forze ucraine per i sistemi senza pilota, Robert Brovdi, ha dichiarato al Financial Times che “l’obiettivo è chiaro: 1) distruggere le fonti che finanziano la guerra di Putin [il commercio del petrolio] e 2) [distruggere] il complesso militare-industriale che rifornisce di armi l’esercito occupante”. Questo equivale al tentativo occidentale di deindustrializzazione e smilitarizzazione della Russia, nell’ambito della nuova ” guerra di logoramento ” condotta contro di essa sul fronte ucraino, dopo che Trump ha deciso di ” intensificare per poi allentare la tensione “.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti non sorprende, ma quello della Francia potrebbe sorprendere chi non ha seguito le sue mosse. In primavera, la Francia ha esteso il suo ombrello nucleare verso est, coprendo la Polonia, nell’ambito della sua politica di ” deterrenza avanzata “, e poco dopo ha concordato che il gruppo E3, che comprende anche Germania e Regno Unito, schiererà truppe in Ucraina dopo un cessate il fuoco . Tutto ciò mira a presentare la Francia come leader militare-sicuritario dell’UE nella ” NATO 3.0 “, in competizione con Germania e Regno Unito per questo ruolo.
Mentre la Germania è ora il secondo paese più importante dell’Ucraina Anche il sostegno militare di Stati Uniti e Regno Unito ha fatto molto in questo senso (persino prima della Germania), ma nessuno dei due sta svolgendo il ruolo che la Francia ricopre in questa nuova “guerra di logoramento” contro la Russia, il che conferisce alla Francia un valore unico rispetto agli Stati Uniti. Se Trump 2.0 decidesse mai di ritirarsi dal conflitto, magari nell’ambito di un nuovo processo di pace con la Russia, potrebbe contare sulla Francia per continuare a condurre la sua “guerra di logoramento” in conformità con il principio della “NATO 3.0”.
Inoltre, a causa del coinvolgimento della Francia nel tentativo di deindustrializzazione e smilitarizzazione della Russia, un’eventuale escalation significativa potrebbe teoricamente provocare una risposta russa contro gli interessi francesi in Europa anziché contro quelli americani, per ragioni percepite come volte al controllo dell’escalation. Questa risposta potrebbe assumere la forma di un attacco alla base militare russa in Romania . Sebbene le probabilità che Putin autorizzi una simile rappresaglia siano basse, soprattutto dopo aver recentemente ribadito il suo approccio “cauto” , non si può escludere del tutto questa possibilità.
Gli Stati Uniti traggono quindi vantaggio dal ruolo della Francia in questa campagna senza precedenti contro la Russia, sapendo che il suo partner la continuerà in automatico se gli Stati Uniti si ritireranno dal conflitto, oppure si farà carico del peso maggiore dei costi se Putin cederà e autorizzerà anche solo azioni simboliche contro gli interessi francesi in Europa. Dal canto suo, la leadership francese ha apparentemente calcolato che questi rischi valgano la pena pur di diventare il principale alleato degli Stati Uniti nella “NATO 3.0”, ma la competizione con Germania e Regno Unito per questo ruolo è tutt’altro che conclusa.
Per quanto riguarda la loro “amichevole rivalità”, l’unico vantaggio tangibile che se ne può trarre è un aumento dei profitti per i loro complessi militari-industriali, nei quali investe una minoranza statisticamente insignificante della popolazione, con la motivazione principale, in realtà, rappresentata più dal “prestigio nazionale” che da qualsiasi altra cosa. Nel tentativo di riconquistare la gloria perduta dell’era napoleonica, la Francia rischia di provocare Putin e di indurlo ad abbandonare il suo “approccio prudente” (che alcuni sostenitori temono sia diventato eccessivo ), quindi dovrebbe riconsiderarlo con urgenza.
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Le opinioni critiche sulla politica francese nei confronti del conflitto ucraino sono state di fatto criminalizzate.
La Francia ha ordinato l’espulsione di Xenia Fedorova, ex direttrice di RT France, che vive nel Paese da quasi un decennio e condivide regolarmente opinioni filo-russe sui media francesi, con la presunta motivazione che le sue opinioni siano in realtà disinformazione volta a destabilizzare la società. Certo, qualsiasi Paese può espellere chiunque voglia per qualsiasi motivo, ma in questo caso l’immagine della Francia è pessima, dato che il Paese si presenta come baluardo dei valori occidentali.
Questi stessi valori includono la libertà di esprimere opinioni politiche divergenti entro limiti ragionevoli, limiti che Fedorova non ha mai oltrepassato, non avendo mai incitato alla violenza e non avendo legami con alcuna agenzia di intelligence straniera, come quella russa. “Instillare dubbi sulla legittimità del sostegno fornito all’Ucraina”, che è una delle accuse mosse contro di lei da Fedorova, equivale a criminalizzare le opinioni critiche sulla politica francese nei confronti della guerra per procura tra NATO e Russia in corso in Ucraina.
I media francesi che danno spazio a Fedorova vogliono informare i cittadini su queste problematiche al fine di generare un dibattito nazionale sulla politica francese nei confronti della guerra per procura tra NATO e Russia in Ucraina. Questo non significa che siano filo-russi, isolazionisti o traditori, come i loro critici potrebbero dipingerli, ma semplicemente che evidentemente non ritengono che l’attuale politica sia nell’interesse nazionale francese. E Fedorova si propone proprio di evidenziare gli svantaggi di tale politica.
Allo stesso modo, proprio per questo motivo, la prevista espulsione di lei da parte della Francia è puramente politica. Sebbene in teoria potrebbe continuare a essere ospitata a distanza dai media che la sostengono, espellerla dal paese ha lo scopo di farli riflettere, visto che ora è persona non grata. Analogamente, i cittadini francesi che condividono le sue critiche alla politica del loro paese nei confronti del conflitto ucraino potrebbero autocensurarsi per la stessa ragione, sopprimendo ulteriormente la diffusione di opinioni divergenti.
Le elezioni presidenziali della prossima primavera aggiungono un’ulteriore dimensione politica a questa decisione. È quasi certo che le autorità temano che le sue critiche possano influenzare l’elettorato, inducendolo a non sostenere chiunque Macron indichi come suo successore. Se quest’ultimo non dovesse vincere, con le buone o con le cattive, a causa di un voto di protesta “troppo consistente per essere manipolato”, la politica francese nei confronti della guerra per procura tra NATO e Russia in Ucraina potrebbe cambiare radicalmente, mandando così all’aria i piani dell’establishment.
In definitiva, l’espulsione di Fedorova da parte della Francia scredita ulteriormente il governo di Macron e i valori occidentali che esso professa, sebbene resti da vedere se riuscirà a mobilitare un numero sufficiente di francesi contro di lui, tale da costituire una “maggioranza silenziosa” in grado di portare l’opposizione al potere la prossima primavera. In ogni caso, l’esempio che le autorità vogliono dare di lei dimostra che le opinioni critiche sulla loro politica nei confronti del conflitto ucraino sono state di fatto criminalizzate, il che rappresenta uno sviluppo terrificante.
Il cambiamento percettibile nella copertura mediatica della Russia dallo scorso autunno è stato probabilmente una reazione al fatto che Trump abbia rinnegato lo “Spirito di Anchorage” e abbia implementato la “Dottrina neo-reaganiana”.
Il cambio di rotta di Laura Loomer, importante consigliera di Trump, da posizione anti-ucraina a filo-ucraina, è stato oggetto di molte speculazioni sin dal suo viaggio in Ucraina e dall’incontro con Zelensky. È importante scoprire il motivo di questa trasformazione politica, dato che Trump ripone una tale fiducia nel suo giudizio da aver addirittura licenziato sei membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale lo scorso anno , a quanto pare su sua richiesta . Potrebbe quindi presto essere influenzato da Loomer e indurre un’ulteriore escalation della ” guerra di logoramento ” degli Stati Uniti contro la Russia, condotta con il supporto dell’Ucraina .
Molti sui social media pensano che questa sia solo l’ultima fase delle sue faide con Tucker Carlson e Candace Owens, entrambi in visita in Russia per viaggi di alto profilo, e credono che questo sia il motivo per cui lei abbia poi deciso di visitare l’Ucraina per dare un segnale di contrasto. Secondo quanto dichiarato da Loomer al Wall Street Journal e all’Associated Press , le sue opinioni sull’Ucraina hanno effettivamente iniziato a cambiare dopo che “account filo-Cremlino” e “fonti russe” hanno iniziato a dare risalto ai ” dissidenti MAGA ” come loro che si sono rivoltati contro Trump.
Ha concluso affermando che “l’emittente statale russa RT ha trasformato il suo feed in una copertura totale di clip del podcast Woke Reich, il che non ha senso per un organo di informazione straniero il cui scopo è presumibilmente quello di coprire le notizie russe dirette dal Cremlino. Questo è esattamente il tipo di influenza straniera coordinata che dovrebbe essere INDAGATA”. Questa è ovviamente la sua opinione personale, ed è una grossa esagerazione descrivere la condivisione sull’account X di RT di “clip del podcast Woke Reich” come una “copertura totale”, ma questo è ciò che crede.
Ciò che Loomer non comprende è che il finanziamento pubblico non significa automaticamente gestione statale, nel senso che ogni singolo prodotto informativo (inclusi i tweet) è preventivamente approvato da un funzionario russo. Piuttosto, RT e Sputnik godono di ampia autonomia nella scelta dei contenuti da pubblicare, con l’unica aspettativa che questi non condannino la Russia. Nell’esempio che l’ha radicalizzata, la motivazione principale era mantenere il proprio pubblico americano e generare risonanza sui social media, non interferire negli affari interni della Russia.
Detto questo, il contesto geopolitico suggerisce che un secondo fine potrebbe essere stato quello di provocare Trump in risposta al suo presunto tradimento dello ” Spirito di Ancoraggio “, come la Russia crede sinceramente che abbia fatto, e all’attuazione di quella che è stata definita la ” Dottrina Neo-Reagan “. Per quanto riguarda il primo punto, un collaboratore di RT ha riferito che Trump avrebbe dovuto costringere Zelensky a ritirarsi dal Donbass in cambio dell’accordo di Putin su un cessate il fuoco , mentre il secondo punto riguarda il ridimensionamento dell’influenza russa a livello globale .
Il mecenate statale di RT potrebbe quindi aver richiesto che l’emittente si occupasse più regolarmente dei “dissidenti MAGA” e forse anche in modo positivo di argomenti che Trump detesta, come il progressismo, l’islamismo e il “terzomondismo”, come una blanda risposta asimmetrica alle mosse degli Stati Uniti. Sarebbe una politica legittima, date le circostanze, ma avrebbe anche potuto inavvertitamente radicalizzare la donna che gode dell’appoggio di Trump e fuorviare involontariamente i sostenitori di MAGA sulla politica estera russa, risultando quindi controproducente.
In ogni caso, il punto fondamentale è che il cambiamento percettibile nella copertura mediatica russa dallo scorso autunno è stato probabilmente una risposta al rinnegamento da parte di Trump dello “Spirito di Ancoraggio” e all’attuazione della “Dottrina Neo-Reagan”, non un tentativo di ingerenza negli Stati Uniti né un riflesso della politica estera russa, come chiarito qui . Resta da vedere se “conquistare” più esponenti della sinistra, islamisti, “terzomondisti” e “dissidenti MAGA” compensi la “perdita” di MAGA e di Trump per quanto riguarda il raggiungimento degli obiettivi della Russia nello specialeoperazione .
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La Russia sostiene l’ascesa delle “Potenze Medie” che cooperano tra loro per ottimizzare i rispettivi equilibri di potere, poiché considera questa tendenza multipolare e in grado di erodere l’egemonia americana; è quindi a dir poco strano che il suo inviato speciale negli Stati Uniti abbia deriso pubblicamente questa politica.
A metà luglio , Kirill Dmitriev, inviato speciale di Putin negli Stati Uniti e a capo del Fondo russo per gli investimenti diretti, ha deriso la cosiddetta strategia delle ” potenzedi medio livello “, secondo la quale questi paesi cooperano tra loro per ottimizzare i rispettivi equilibri di potere tra le grandi potenze mondiali. Il sottosegretario alla Guerra per le politiche, Elbridge Colby, considerato la mente dietro la politica estera di Trump 2.0 e in particolare la sua componente militare, ha pubblicato un thread critico al riguardo su X.
Secondo le sue parole, “le ‘potenze medie’ non hanno una base coerente per il loro allineamento. [La loro strategia] inoltre, a nostro avviso, non trova riscontro nella realtà”. Ha proseguito: “Assistiamo a un *aumento* del desiderio di impegno con gli Stati Uniti, non a una diminuzione. Sotto la guida del Presidente Trump, i Paesi non solo riconoscono il valore dell’impegno americano, ma non possono più darlo per scontato. Assistiamo indubbiamente a una richiesta incredibilmente forte e continua di presenza e impegno militare statunitense in tutto il mondo”.
A prescindere da quale sia la propria opinione sulle sue posizioni, il tentativo di Elbridge di screditare la strategia delle “potenze di medio livello” e la sua difesa della presenza militare statunitense nel mondo contrastano gli interessi russi, che sostengono l’ascesa delle “potenze di medio livello” e si oppongono ai dispiegamenti militari statunitensi all’estero. Per questo motivo, leggere i tweet di Dmitriev su questo argomento è stato a dir poco strano. Il suo primo post rilevante è stato la condivisione del thread di Elbridge con una didascalia che condannava l’UE e il Regno Unito per aver perseguito questa politica.
Dmitriev ha scritto che “la fallimentare strategia di ‘potenza di medio livello’ dell’UE/Regno Unito ha iniziato a spaventare gli Stati Uniti. I vassalli dell’UE/Regno Unito dovrebbero conoscere il loro posto”. Ha poi citato il principale commentatore di politica estera del Financial Times, Gideon Rachman, che ha posto a Elbridge una domanda critica chiedendogli se si rendesse conto che i paesi stanno sperimentando questo approccio a causa delle nuove minacce che percepiscono dagli Stati Uniti. Dmitriev ha quindi scritto che “i vassalli vanno nel panico e presto imploreranno perdono per la loro eresia di ‘potenza di medio livello'”.
A questo è seguito il suo “Sì” a una persona che aveva scritto sotto il suo post: “Entro il prossimo trimestre imploreranno perdono. La strategia del Medio potere ha la durata di un argomento di discussione a Davos”. Solo lui può spiegare perché nutra queste opinioni, per non parlare del perché abbia deciso di condividerle pubblicamente pur rappresentando Putin, nonostante il suo profilo specifichi che “Le opinioni sono mie”, ma ironicamente si contraddice rispetto alla sua precedente opinione sul leader di fatto tedesco dell’UE.
In un’intervista rilasciata il mese scorso ai media tedeschi e analizzata anche qui , Dmitriev si è mostrato molto conciliante al riguardo. Il punto saliente dell’intervista è stato quando ha affermato: “Se Germania e Russia cooperassero, formerebbero una delle più grandi potenze economiche che il mondo abbia mai conosciuto. La combinazione della tecnologia tedesca, del popolo russo e delle materie prime russe rappresenterebbe una forza straordinaria. Riteniamo che siano stati fatti molti tentativi per dividerci”.
È indubbiamente nell’interesse della Russia che si verifichi un riavvicinamento russo-tedesco che porti al risultato da lui descritto, ma ciò può accadere solo se la Germania attua con successo la strategia della “potenza di medio livello” che Dmitriev ha inspiegabilmente deriso. Con tutto il rispetto dovuto, dovrebbe quindi riflettere sulla contraddizione tra la sua recente opinione in merito e quanto affermato in precedenza sulle relazioni russo-tedesche, dopodiché non sarebbe una cattiva idea per lui chiarire il suo punto di vista.
Il servizio di intelligence estera russo ha riferito che la Russia si sta muovendo in questa direzione.
L’annuncio del cancelliere tedesco Friedrich Merz a metà luglio, secondo cui il suo paese avrebbe partecipato per la prima volta quest’anno a un’esercitazione nucleare francese nell’ambito della politica di ” deterrenza preventiva ” di quest’ultima, è stato seguito pochi giorni dopo dalla dichiarazione del Servizio di intelligence estera russo (SVR), secondo cui la Russia starebbe sviluppando armi nucleari. Il SVR ha scritto che “i ministeri competenti di uno dei principali stati della NATO esprimono preoccupazione per le attività di ricerca e sviluppo in corso in Germania, incentrate sulle armi nucleari”.
Tra le università coinvolte figurano, a quanto pare, “l’Istituto di Tecnologia di Karlsruhe, l’Università della Ruhr di Bochum, l’Università Ludwig Maximilian di Monaco, l’Università RWTH di Aquisgrana e l’Università Tecnica di Berlino”. Per quanto riguarda le aziende, si tratterebbe di “Rheinmetall AG, Diehl Stiftung GmbH, KNDS Group e Umarex GmbH”. Inoltre, secondo SVR, “questi [esplosivi ad alta energia e sistemi di detonazione elettronica] vengono regolarmente testati nei poligoni di tiro dell’esercito tedesco”.
Hanno concluso il loro rapporto scrivendo che “gli esperti militari della NATO ritengono che Berlino sia in grado di produrre autonomamente il materiale fissile necessario entro uno o tre mesi e di costruire un ordigno nucleare funzionante entro un anno, senza condurre test su vasta scala”. Certo, è possibile che le informazioni di SVR siano imprecise, come è accaduto con le sue numerose affermazioni degli ultimi anni secondo cui gli Stati Uniti starebbero complottando per rimuovere Zelensky, complotti che non si sono ancora concretizzati e che sono stati documentati in questo articolo .
Detto questo, il rifiuto degli Stati Uniti di estendere il trattato New START con la Russia ha aumentato la probabilità di una corsa agli armamenti nucleari, che potrebbe portare la Germania e altri paesi europei come la Polonia a sviluppare armi nucleari. In questa sede si è valutato che “finché la Germania sarà sotto l’ombrello nucleare di qualcuno e questi avrà la volontà politica di mantenere il proprio impegno, che si tratti degli Stati Uniti, della Francia e/o del Regno Unito, è improbabile che la Russia rischi la Terza Guerra Mondiale attaccando la Germania se questa iniziasse a sviluppare armi nucleari”. Tale analisi rimane valida.
Ne consegue quindi che Putin non cambierebbe idea e non prenderebbe seriamente in considerazione un primo attacco contro una Germania dotata di armi nucleari, poiché crede sinceramente che i missili Sarmat russi potrebbero rendere gestibile lo scenario di una Germania con armi nucleari. Si tratta di un calcolo ragionevole, ma presuppone che la triade nucleare del suo paese rimanga intatta, cosa che l’Ucraina ha già fatto diverse volte con il sostegno occidentale. L’ex agente segreto Andrey Bezrukov ha avvertito che potrebbe rimanere nel mirino dell’Ucraina per i prossimi decenni.
Mettendo insieme tutti gli elementi, il rapporto di SVR merita di essere preso sul serio, anche da funzionari ed esperti occidentali, a causa dei significativi cambiamenti che potrebbe apportare all’architettura di sicurezza europea, destabilizzando ulteriormente questo continente già instabile, con conseguenze incerte. Persino nel peggiore dei casi, qualora la Germania si dotasse di armi nucleari, nessuno dovrebbe dubitare che la Russia garantirà la propria sicurezza nazionale, e qualsiasi tentativo di ripetere gli orrori della Grande Guerra Patriottica segnerebbe la fine della Germania.
Probabilmente non troverà mai la volontà politica di utilizzarli, ma la possibilità rimane sempre.
Trump ha recentemente sorpreso l’Arabia Saudita chiedendo il riconoscimento di Israele come precondizione per l’attuazione da parte degli Stati Uniti del nuovo accordo sull’energia nucleare , che non era previsto nell’intesa. Questo fa seguito all’umiliazione subita in primavera dal principe ereditario e primo ministro Mohammed Bin Salman, accusato di avergli “baciato il sedere” per aver rilanciato l’economia statunitense. Il suo atteggiamento nei confronti del Regno e del suo leader de facto è inaspettato, dato che gli Stati Uniti dipendono da loro nei seguenti cinque modi:
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1. Proiettare indirettamente l’influenza degli Stati Uniti sull’Ummah
L’Arabia Saudita esercita un’enorme influenza sulla comunità musulmana internazionale, o Ummah, grazie al suo ruolo di Custode delle Due Sacre Moschee. È inoltre un alleato solidissimo degli Stati Uniti sin dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Allineandosi quasi sempre agli obiettivi di politica estera degli Stati Uniti, l’Arabia Saudita proietta indirettamente la sua influenza sull’Ummah, in alcuni casi persino in modo più efficace degli Stati Uniti stessi, poiché è un Paese musulmano a cui molti governi e società musulmane guardano come punto di riferimento.
2. Investire centinaia di miliardi di dollari negli Stati Uniti
L’Arabia Saudita è nota in tutto il mondo per la sua ricchezza, come ha ribadito ancora una volta promettendo di investire ben 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti durante la visita di Trump nel Regno nel maggio 2025. Pochi Paesi sono in grado di fare altrettanto. Ancora più importante, il comunicato stampa della Casa Bianca, a cui si fa riferimento nel link precedente, sottolinea che almeno 100 miliardi di dollari saranno destinati al settore tecnologico americano, aiutandolo così a competere con la Cina. L’importanza strategica di tali investimenti sauditi negli Stati Uniti è innegabile.
3. Acquisto di armi americane per miliardi di dollari
Sulla base di quanto detto sopra, quasi 142 miliardi di dollari dei 600 miliardi che l’Arabia Saudita ha accettato di investire negli Stati Uniti andranno al complesso militare-industriale, una cifra astronomica. Per contestualizzare gli acquisti di armi americane da parte dell’Arabia Saudita, l’ ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute ha evidenziato che l’Arabia Saudita è stata il principale cliente degli Stati Uniti e il terzo maggiore importatore al mondo tra il 2021 e il 2025. Ciò avvantaggia enormemente il complesso militare-industriale americano.
4. Fungendo da nucleo della “NATO islamica”
Una delle tendenze di quest’anno, che ha iniziato a concretizzarsi verso la fine dello scorso anno, è la graduale formazione di quella che è stata definita la ” NATO islamica “, composta da Arabia Saudita, Pakistan, Egitto e Turchia. Tutti questi paesi sono membri della NATO, come la Turchia, o “principali alleati non NATO”, come gli altri. Che la “NATO islamica” venga formalizzata o rimanga semplicemente una piattaforma consultiva, si prevede comunque che servirà a promuovere gli interessi militari e di sicurezza americani in tutta la Ummah, nell’ottica della ” guida da dietro le quinte ” degli Stati Uniti.
5. Prevenire l’ascesa del “petroyuan”
Uno dei pilastri dell’egemonia americana è il petrodollaro, che l’Arabia Saudita ha contribuito a istituzionalizzare negli Stati Uniti, e la sua continua partecipazione a questo sistema impedisce la nascita dell’ipotetico ” petroyuan ” di cui molti membri della comunità dei media alternativi hanno speculato per anni. Finché l’Arabia Saudita rimarrà fedele al petrodollaro, il “petroyuan” resterà un mero esercizio teorico, preservando così indefinitamente quello che è probabilmente uno dei pilastri più importanti dell’egemonia americana.
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Questi cinque modi in cui gli Stati Uniti fanno affidamento sull’Arabia Saudita forniscono al Regno un potere di leva qualora trovasse la volontà politica di sfruttare questi vantaggi. Ad esempio, potrebbe smettere di proiettare indirettamente l’influenza statunitense sulla Ummah, ridurre drasticamente i suoi investimenti nell’economia statunitense e l’acquisto di armi americane, rifiutarsi di permettere alla “NATO islamica” di diventare un’alleanza per procura degli Stati Uniti e/o sostituire il petrodollaro con il “petroyuan”. Probabilmente non farà nulla di tutto ciò, ma la possibilità rimane sempre.
Il Pakistan, definito “importante alleato non NATO”, sostituirebbe il ruolo regionale del suo protettore americano nel contenimento dell’Iran, fungendo al contempo da suo intermediario per il controllo della “NATO islamica” che sta emergendo all’incrocio tra Afro-Eurasia e Stati Uniti.
La tardiva ratifica da parte del Kuwait, avvenuta a fine luglio, di un accordo di cooperazione in materia di difesa con il Pakistan risalente a tre anni prima, ha dato credito alla notizia riportata da Reuters all’inizio dello stesso mese, secondo cui anche il Kuwait, come il Bahrein e la Giordania, desidera un patto di mutua difesa simile a quello saudita con il Pakistan. L’agenzia di stampa ha citato un funzionario della sicurezza pakistana a conoscenza dei colloqui, il quale ha chiarito che il suo Paese non prenderà in considerazione l’invio di truppe in Kuwait “in questa fase”, ma la formulazione della dichiarazione suggerisce che ciò potrebbe effettivamente accadere in futuro.
Alcuni commentatori dei media alternativi hanno presentato lo scenario del patrocinio militare pakistano nei confronti dei regni arabi come contrario agli interessi americani, poiché presumibilmente getterebbe le basi per un meccanismo di sicurezza collettiva tra questi e l’Iran, al fine di garantire in modo sostenibile la stabilità regionale. Si tratta di un’illusione, dato che il Pakistan è un “importante alleato non NATO” la cui dittatura militare di fatto, salita al potere dopo il colpo di stato postmoderno dell’aprile 2022 contro l’ex primo ministro Imran Khan, è fortemente filoamericana .
Secondo alcune fonti, il Pakistan avrebbe anche richiesto un piano di salvataggio multimiliardario agli Stati Uniti in cambio della mediazione nei colloqui con l’Iran, e dipende quindi dal rimanere nelle grazie del suo protettore per evitare (ancora una volta) la bancarotta. Il tradizionale equilibrio sino-americano del Paese rimane ufficialmente in vigore, ma attualmente pende nettamente a favore di quest’ultima, il che aumenta ulteriormente la probabilità che qualsiasi sostegno militare ai regni arabi venga accettato solo con l’approvazione degli Stati Uniti e coordinato con essi.
Ciò favorirebbe gli interessi americani replicando il modello ” NATO 3.0 “, in cui gli alleati regionali si assumono maggiori responsabilità e oneri a sostegno dei loro interessi comuni. Per quanto riguarda il Golfo, il sostegno militare del Pakistan, potenza nucleare e grande esperienza, ai regni arabi scoraggerebbe gli attacchi iraniani, come tutti potrebbero credere (a torto o a ragione), con la spada di Damocle di una guerra regionale totale che farebbe riflettere l’Iran. Gli Stati Uniti potrebbero quindi concentrarsi sul contenimento più deciso della Cina.
Dal punto di vista di questi tre, potrebbe essere meglio per gli Stati Uniti continuare a spingersi oltre i propri limiti con dispiegamenti militari nel Golfo che mettono a rischio anche la vita delle proprie truppe, piuttosto che ritirarsi completamente e lasciare che il Pakistan funga da loro alleato in quella zona, eliminando così i costi fisici per gli Stati Uniti in caso di un nuovo conflitto. In tal caso, gli Stati Uniti “guiderebbero da dietro le quinte ” controllando la “NATO islamica” attraverso il Pakistan, crogiolandosi nella falsa gloria di guidare, almeno superficialmente, questo blocco militare transregionale filoamericano.
L’umanità sta preparando il futuro o sta andando incontro alla propria rovina? Quali sono le tendenze geopolitiche che caratterizzano il mondo? Quando l’URSS è crollata nel 1991 e gli Stati Uniti si sono imposti come unica iperpotenza, si sono convinti che le relazioni internazionali si sarebbero organizzate attorno ai valori liberali. La democrazia, il diritto e il commercio avrebbero permesso di costruire un futuro in cui l’egemonia statunitense sarebbe stata rafforzata, l’Europa sarebbe stata protetta e le potenze «emergenti» del Sud avrebbero beneficiato del processo di globalizzazione promosso dall’Occidente. Le cose non sono andate così. L’attuale sistema internazionale si articola attorno a due variabili: da un lato, la rivalità tra Stati Uniti e Cina, le uniche due grandi potenze a livello mondiale; dall’altro, la pluralità di posizioni degli altri Stati, senza un allineamento sistematico alle due potenze dominanti, ciascuno desideroso di trarne vantaggio e di limitare la propria dipendenza dai giganti.
29.07.2026 UN MONDO AD ALTO RISCHIO I motivi di preoccupazione sono fin troppo evidenti, tra guerre, tendenze autoritarie, tecnologie e cambiamenti climatici fuori controllo. Da qui l’importanza di individuare i cambiamenti strutturali di un mondo in cui tutte le logiche stanno cambiando
INTRODUZIONE
Di Jean-Vincent Holeindre, professore di scienze politiche all’Università Paris-Panthéon-Assas e direttore del Centro Tucidide. Ha appena pubblicato, insieme a Julian Fernandez, Senza fede né legge? (Edizioni Panthéon-Assas, 2026) Lo spettacolo del mondo, nel 2026, può far girare la testa, se non addirittura incutere terrore: scontri militari tra Stati che si estendono (Stati Uniti e Iran, Pakistan e Afghanistan, Israele e Libano, Russia e Ucraina…); guerre civili che lacerano le società (Yemen, Siria, Sudan, Birmania, Somalia, Etiopia…);
Abbiamo scelto venti domande che consentono di esplorare gli sviluppi – per alcuni davvero inauditi – della geopolitica odierna. Eccone alcune: Il mondo è diventato reazionario? Gli Stati Uniti e la Cina si scontreranno militarmente? Che cos’è un’alleanza solida? L’Europa, potenza o vassalla? Un mondo in via di brutalizzazione? Gli stretti sono il centro del mondo? Servizi segreti: chi controlla chi? Vendetta, rabbia… Le emozioni hanno preso il sopravvento? I paesi non allineati sono i nuovi giganti? Chi trae vantaggio dalle guerre civili? Il tabù nucleare sta per crollare? L’Occidente ha perso il monopolio del soft power? Il diritto internazionale è impotente? Si possono spostare i confini? A chi appartiene il mare? Il XXI secolo sarà africano? Le religioni: fattori di guerra o di pace? Il clima può sconvolgere la geopolitica? L’intelligenza artificiale guiderà la guerra? Lo spazio è il nuovo Far West? Per rispondere a queste domande, abbiamo coinvolto i migliori ricercatori e illustrato il numero con mappe sorprendenti che rivelano un mondo molto diverso da quello che abbiamo conosciuto.
29.07.2026 EDITORIALE Una stagione geopolitica
DI SOPHIE GHERARDI «Geopolitica»: il termine è onnipresente. A volte, nei dibattiti, viene confuso con le «relazioni internazionali». Eppure esiste una differenza tra i due concetti. Le relazioni internazionali abbracciano il mondo in tutte le sue dimensioni. La geopolitica studia certamente le rivalità tra potenze, ma le considera attraverso la lente del territorio geograficamente definito.
Il Brasile è ora soggetto a una sovrattassa cumulativa del 37,5 % da parte di Washington; le tensioni con gli Stati Uniti assumono una nuova piega, poiché i due paesi si sono apertamente scontrati sul piano politico e ideologico. Le autorità brasiliane ritengono che l’amministrazione Trump possa interferire negli affari interni del proprio Paese. La Casa Bianca ha fatto sapere di non considerare il governo brasiliano un alleato. Ciò apre quindi maggiori prospettive per Pechino, che ha fatto delle sue relazioni con il Brasile una priorità strategica. Il colloquio tra i presidenti Lula e Xi conferma la dinamica già esistente e la rafforza alla luce degli ultimi sviluppi tra Washington e Brasilia. Pur senza menzionare esplicitamente gli Stati Uniti, il leader brasiliano ha fatto sapere al suo omologo cinese che il suo governo «rimane determinato a diversificare i propri mercati e i propri partner commerciali».
29.07.2026 Pechino si schiera al fianco del Brasile, scottato da Washington Partner storico degli Stati Uniti, Brasilia, che teme ingerenze nelle prossime elezioni presidenziali, vuole diversificare i propri mercati
Di Claude Leblanc Gli Stati Uniti hanno applicato dazi doganali del 12,5% sui prodotti brasiliani, che ora sono soggetti a un’imposta cumulativa del 37,5%. La Casa Bianca ha fatto sapere di non considerare il governo brasiliano un alleato. Xi Jinping e Lula hanno riaffermato il loro intento di ampliare la cooperazione in settori strategici e ad alta tecnologia, in particolare l’intelligenza artificiale, i satelliti, i minerali critici e il commercio di fertilizzanti.
Uno dei principi fondamentali degli omaniti: rimanere neutrali e mantenere buoni rapporti con tutte le parti. Nel tentativo di mantenere buoni rapporti con tutti, l’Oman si era ritrovato in una trappola, stretto tra le pressioni degli Stati Uniti e quelle degli iraniani. Ma la natura non si nega: mentre da due settimane il Golfo è alle prese con un’escalation tra Stati Uniti e Iran, i responsabili dell’Oman hanno nuovamente messo in campo la loro arte della mediazione e si sono ritrovati al centro degli sforzi diplomatici per evitare un’escalation. Un ruolo tradizionale. L’Oman si sta infatti adoperando per porre fine ai recenti scontri tra l’Arabia Saudita e gli Houthi dello Yemen. «L’Oman ritiene che, nonostante le difficoltà nei rapporti con l’Iran, questo Paese rimarrà sempre un vicino presente ai suoi confini.
28.07.2026 Guerra in Medio Oriente: l’Oman, il mediatore tanto atteso Sconvolto dall’attacco americano-israeliano contro l’Iran a gennaio, il sultanato si era tenuto in disparte fino ad ora. Il sultanato si sta attivando per evitare uno scontro tra l’Arabia Saudita e gli Houthi, che minaccerebbe lo stretto di Bab el-Mandeb. Parallelamente, sono in corso discussioni con gli iraniani sulle modalità di controllo dello stretto di Ormuz. Dopo giorni di scontri, dall’ultima domenica l’Iran e gli Stati Uniti hanno cessato i loro attacchi
Di Rémy Pigaglio Negli ultimi mesi si era fatto da parte. Scosso dall’attacco a sorpresa di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, proprio nel bel mezzo dei negoziati tra Stati Uniti e Iran che stava organizzando nella propria capitale,
E’ la prima volta dal 2013 che 98 dei 101 dipartimenti francesi sono sotto sorveglianza per siccità. Con oltre 40.000 ettari bruciati in Francia dall’inizio dell’anno, il 2026 detiene il triste primato delle superfici devastate prima di metà luglio nel XXI secolo. L’ONF, che gestisce 11 milioni di ettari di foreste pubbliche, subisce ingenti tagli al proprio organico: il numero di agenti è sceso da 16.000 nel 1986 a 12.500 nel 2000, e addirittura a 8.000 nel 2022. La Corte dei Conti osserva che «queste riduzioni di organico hanno avuto conseguenze significative sul mantenimento delle competenze all’interno dell’ente». Dopo gli incendi dell’estate del 2022, Macron aveva annunciato un piano per piantare un miliardo di alberi nell’arco di dieci anni. Ripiantare essenzialmente conifere, che sono meno costose delle latifoglie, con una crescita più rapida, perfette per l’industria del legno… ma più sensibili agli incendi.
23.07.2026 EDITORIALE La nostra foresta sta bruciando e noi restiamo a guardare il fiammifero Sono ormai due decenni che l’ONF, che gestisce circa 11 milioni di ettari di foreste pubbliche, subisce ingenti tagli al proprio organico
DI MATHILDE VIENNOT L’incendio di Fontainebleau segna l’inizio di una nuova era per gli incendi boschivi: con oltre 2.000 ettari andati in fumo (quasi il 10% della superficie del massiccio), questa catastrofe è terrificante sotto diversi aspetti. Si tratta dell’incendio più grave nella storia recente della foresta.
Per incoraggiare i giovani ad arruolarsi, nelle università e nelle scuole tecniche russe vengono regolarmente organizzati incontri informativi, «lezioni di coraggio» e tornei di pilotaggio di droni su schermo. Queste sessioni si svolgono sotto la guida degli uffici di reclutamento militare e dei combattenti russi. Questi ultimi promettono ai futuri piloti di droni che non vedranno nulla della guerra. Non dovrebbero operare esclusivamente davanti agli schermi, in un bunker lontano dalla linea del fronte?
29.07.2026 I droni, uno strumento per attirare gli studenti nell’esercito russo Il Cremlino impone alle università di destinare il 2% del proprio organico alla guerra contro l’Ucraina
di Marie Jégo e Benjamin Quénelle Sempre alla ricerca di nuove reclute per alimentare la propria macchina da guerra, il Cremlino cerca di arruolare gli studenti nei reggimenti di piloti di droni in Russia, diventati il nuovo ascensore sociale, secondo la propaganda ufficiale.
Il suo nome di battaglia è «Magyar» («l’ungherese»). A differenza di molti ucraini, non parla russo e non ha né famiglia né amici dall’altra parte del confine. Più semplice per evitare qualsiasi pietà o emozione? «Non voglio nemmeno pronunciare la parola “russi”: non uccido esseri umani, uccido parassiti. I miei video mostrano a chi sta per arruolarsi per Putin che ciò che gli accadrà non ha assolutamente nulla di eroico. Nel 2025, solo tre anni dopo aver gettato le basi per la più efficiente delle unità di droni senza pilota, viene nominato «eroe dell’Ucraina» da Volodymyr Zelensky, poi incaricato di comandare un corpo d’armata completamente nuovo specializzato in sistemi aerei senza pilota – una prima assoluta nella storia mondiale dei conflitti. Secondo i suoi dati, il corpo dei droni rappresenta solo il 2,5% delle truppe ucraine, ma da solo uccide un terzo dei russi.
29.07.2026 Magyar, l’uomo che guida la guerra degli uccelli Leggenda ucraina dei droni, Robert Brovdi guida quest’estate l’operazione «Crimea» e prosegue i suoi attacchi alle raffinerie nel cuore della Russia – «MAGYAR» LAVORA IN BUNKER SPARSI NEL SUD-EST DELL’UCRAINA, CIRCONDATO DA UN ESERCITO DI NERD CHE INDOSSANO SCARPE DA GINNASTICA O CROCS, PALLIDI E STANCHI, COME DA GOOGLE
Di Ariane Chemin – Sud dell’Ucraina – inviata speciale Un timbro da baritono precede l’apparizione del comandante dalla barba rossa. Non c’è dubbio: è la stessa voce che, sul suo canale YouTube, accompagna con la musica le imprese delle sue truppe – quella di «Magyar», 50 anni, leggenda ucraina dei droni.
Quando Donald Trump è tornato al potere, non nascondeva il suo disprezzo per Volodymyr Zelensky, che considerava perdente a priori. Ha smesso di finanziare la resistenza ucraina e ha cercato di stringere accordi con Mosca. Ma l’ucraino ha fatto di tutto per conquistare la fiducia del leader americano. I due uomini si sono avvicinati a partire dal 26 aprile 2025 in Vaticano, durante un breve colloquio a margine dei funerali di Papa Francesco. Donald Trump è rimasto impressionato nel vedere le truppe ucraine riconquistare terreno, lui che non ama i «perdenti» e rispetta la forza. Gli Stati Uniti sono inoltre interessati al know-how unico al mondo dei combattenti ucraini in materia di droni.
29.07.2026 Trump-Zelensky: il disgelo Dopo il forte raffreddamento dei rapporti del 2025, il presidente americano riceve il presidente ucraino con un nuovo spirito. l All’ordine del giorno dei colloqui alla Casa Bianca: forniture di armi e pressioni diplomatiche sulla Russia. l Kiev, che ha sviluppato competenze nel settore dei droni, collaborerà in questo ambito con Washington. Zelensky accolto meglio da Trump rispetto al 2025
Di Solveig Godeluck — Ufficio di New York Volodymyr Zelensky è tornato a Washington, in una posizione decisamente migliore rispetto al febbraio 2025, quando Donald Trump lo aveva rimproverato pubblicamente nello Studio Ovale.
Di fronte a fiamme di tale intensità, la prefettura della Gironda ha avviato un vasto piano di evacuazione, mentre la regione ospita, in questa stagione, da 200 a 350.000 turisti. Fin dalla prima notte, la penisola di Cap-Ferret è precipitata in un incubo: campeggi evacuati nel buio, file di auto che avanzavano a passo d’uomo nel fumo, abitazioni difese una ad una dai vigili del fuoco. Sono bastate quarantotto ore per costringere 44.000 persone a mettersi in viaggio. Poi l’incendio ha virato verso est, in direzione dell’entroterra, costringendo l’agenzia sanitaria regionale ad attivare il piano di emergenza nella Gironda e nelle Landes e a sgomberare le case di riposo. Sabato il primo ministro Sébastien Lecornu ha riunito i suoi ministri con una sola direttiva: fare tutto il possibile per preservare Bordeaux dalle fiamme.
26.07.2026 La Francia in fiamme CRISI – La regione di Bordeaux è in preda alle fiamme, le evacuazioni si susseguono – 170.000 sabato alle 14:00 – e le autorità stanno raddoppiando gli sforzi per arginare un incendio di portata già storica
Di GEOFFROY ANTOINE Un disastro che nulla sembra riuscire a contenere. Da quattro giorni, un gigantesco incendio sta devastando la Gironda. Da Biscarrosse alle Landes, passando per Cap-Ferret e il bacino di Arcachon, i turisti stanno vivendo un incubo mentre i vigili del fuoco, affiancati da 1.500 militari, sono impegnati in una corsa contro il tempo per circoscrivere l’incendio prima che raggiunga Bordeaux e i suoi 270.000 abitanti.
Berlino sta accelerando i propri acquisti di armi e sviluppando le proprie capacità di attacco. Presentato come una risposta alla minaccia russa, questo potenziamento modificherà gli equilibri del continente. È in questo contesto che la Francia ha appena varcato una soglia di ben altra gravità. Parigi e Berlino hanno istituito un gruppo direttivo di alto livello in materia nucleare. La Germania dovrà partecipare alle esercitazioni nucleari francesi, a visite congiunte di siti strategici e al dialogo sull’articolazione tra le proprie risorse convenzionali e le capacità nucleari francesi. La dottrina gollista si basava su un’evidenza: solo lo Stato i cui interessi vitali sono minacciati può decidere dell’uso dell’arma nucleare. Diluire questo potere, anche indirettamente, equivale a trasformare uno strumento di sovranità in merce di scambio al servizio di un progetto di cui né gli obiettivi né i limiti sono chiaramente definiti. Macron afferma che la Francia rimarrà l’unica a decidere su un eventuale impiego dell’arma nucleare. Ma la sovranità non scompare quasi mai con una sola firma. Si erode per gradi.
22 – 28.07.2026 LA SOVRANITÀ FRANCESE È IN PERICOLO? Dissuasione nucleare – UN AUMENTO DI POTENZA CHE MODIFICHERÀ GLI EQUILIBRI DEL CONTINENTE
Di Xenia Fedorova, è editorialista su CNews e conduce il programma «Lumières orthodoxes» su Cstar La Germania non si accontenta più di riarmarsi. Vuole cambiare status. Friedrich Merz lo ha detto senza mezzi termini: la Bundeswehr deve diventare «l’esercito convenzionale più potente d’Europa». Berlino sta accelerando i propri acquisti di armi e sviluppando le proprie capacità di attacco.
Poiché l’obiettivo di Zelensky e dei suoi comandanti è quello di interrompere tutti i rifornimenti, sia militari che energetici, alla guerra russa, per costringere Vladimir Putin a sedersi al tavolo dei negoziati, le attività logistiche del Cremlino nel Mar Caspio rappresentavano un bersaglio naturale. Ma si può anche ipotizzare che il presidente ucraino abbia cercato di dimostrare la propria buona volontà nei confronti di Donald Trump, il quale, da quando le truppe di Kiev hanno ripreso l’iniziativa, sembra aver spostato l’attenzione da Mosca a Kiev. Alcuni analisti ritengono inoltre che un simile attacco abbia senza dubbio beneficiato di un via libera americano.
28.07.2026 Dall’Ucraina all’Iran, la convergenza delle guerre L’attacco ucraino contro una nave iraniana nel Mar Caspio conferma l’interconnessione dei due conflitti
Di Isabelle Lasserre Sin dall’invasione russa dell’Ucraina, gli alleati occidentali di Kiev hanno sempre avuto come obiettivo quello di contenere la guerra entro i confini del Paese.
Tra il 2022 e il 2026, la spesa stanziata dall’Estonia per la propria difesa è balzata dal 2,12 al 5,4% del proprio prodotto nazionale lordo. L’obiettivo, spiegano a Tallinn, è quello di ritardare un’eventuale invasione dei carri armati russi, per dare alle forze della NATO il tempo di accorrere in loro soccorso. Per scoraggiare meglio l’Orso, dal 2022 un piccolo contingente multinazionale è di stanza in modo permanente nel Paese. Quel giorno, nei pressi del ponte dell’Amicizia, si incontra un gruppo di soldati britannici in gita, che passeggiano senza armi né equipaggiamento. Con un migliaio di uomini, il Regno Unito costituisce la spina dorsale del battaglione NATO. I francesi contribuiscono con 500 soldati. È la missione “Lynx” che dedica parte del proprio tempo all’addestramento dei volontari della Lega di difesa estone, 16.000 uomini a rinforzo dei 7.700 militari dell’esercito regolare. A questi si aggiungono 4 caccia Rafale schierati in Lituania, a servizio della sorveglianza aerea della regione.
29.07.2026 La schizofrenia estone Narva, città estone al confine con la Russia, il cui 95% degli abitanti è di lingua russa, incarna la frattura sociale e culturale dei Paesi Baltici. Una fonte di tensioni geopolitiche che preoccupa sia le autorità locali che gli strateghi della NATO. Reportage.
Il “Ponte dell’Amicizia”, sul fiume Narva. Passaggio pedonale recintato, “denti di drago” sull’impalcato centrale: l’atmosfera è cordiale, ma l’immagine ricorda il Checkpoint Charlie della Guerra Fredda.
Dal nostro inviato speciale in Estonia, Mériadec Raffray
È ancora presto in questa mattina di luglio e, sotto un sole baltico particolarmente generoso, una lunga fila si snoda a monte del posto di dogana. Senza il timbro sul passaporto, è impossibile accedere al «ponte dell’Amicizia», come lo hanno battezzato i sovietici.
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Oggi è l’ultimo giorno dell’operazione militare speciale di Zelensky, durata 40 giorni, e la sua conclusione è avvolta da un’aura di presagi funesti. La facciata di successo, accuratamente costruita e destinata a essere la chiave di questa orchestrata campagna di pubbliche relazioni, è stata violentemente sgretolata, rivelando un’Ucraina fragile e sull’orlo del collasso.
Il recente attacco russo a Kiev ha rivelato una situazione catastrofica, poiché l’Ucraina non dispone più di missili Patriot per fermare gli attacchi missilistici balistici russi. Il tasso di intercettazione ammesso da Kiev è stato il seguente:
1/27 missili balistici del 9M723 OTRK “Iskander-M” / KN-23;
0/2 missili anti-radar Kh-31P;
0/4 missili da crociera antinave e ipersonici 3M55 “Onyx” / 3M22 “Zircon”;
Complessivamente, l’83,2% dei droni è stato neutralizzato.
Le principali società di analisi ucraine prevedono che la Russia aumenterà presto la produzione di missili balistici da 70 a oltre 150 al mese. Ciò devasterà le infrastrutture ucraine, poiché al momento non esiste alcuna speranza di risolvere il problema del Patriot e nessun altro sistema disponibile, oltre al Patriot, è in grado di contrastare i missili Iskander russi.
Zelensky e i suoi lo sanno, ed è per questo che ora, alla fine della sua fallimentare operazione durata 40 giorni, ha iniziato a implorare la Russia per un nuovo cessate il fuoco:
È interessante ricordare che solo poche settimane fa Putin aveva rivelato che l’Ucraina stava implorando la Russia di concedere vari tipi di cessate il fuoco attraverso canali segreti. I sostenitori dell’Ucraina avevano riso e liquidato la cosa come una realtà ufficiale, a dimostrazione che Putin raramente, se non mai, mente su queste questioni.
L’altra grande rivelazione riguarda qualcosa che avevamo previsto già settimane fa, quando l’Ucraina ha iniziato a registrare apparenti “successi” sul campo di battaglia. L’idea è che, ogni volta che l’Ucraina sembra avanzare o respingere le forze russe, si tratta generalmente di uno sforzo di breve durata in cui l’Ucraina consuma molte risorse e riserve accumulate, il che porta a immediate ripercussioni una volta esaurita la finestra di opportunità mediatica.
Ora molti analisti sostengono che sia proprio questo ciò che è accaduto di recente. Zelensky ha scelto strategicamente di impiegare tutte le sue riserve di uomini e materiali per un’operazione di pubbliche relazioni di 40 giorni, al fine di simulare una sorta di iniziativa per un’Ucraina “vittoriosa”, in modo che gli alleati potessero fare pressione su Putin per un cessate il fuoco e per l’avvio di negoziati. Ma ora che questo piano è fallito, l’Ucraina sta assistendo a un rapido crollo del fronte, dove le truppe russe hanno iniziato ad avanzare a un ritmo senza precedenti negli ultimi tempi.
Lost Armour ha rivelato che le avanzate russe nel mese di luglio sono state le più consistenti degli ultimi due anni :
La Russia ha registrato il suo tasso di avanzamento più elevato dall’ottobre 2024.
Risultati di luglio 2026 sulla mappa: la maggiore avanzata da ottobre 2024 – oltre 728 km² di territorio liberato.
Nel luglio 2026, le forze armate russe hanno liberato oltre 728 km² di territorio nell’area dell’operazione militare speciale, il dato mensile più alto da ottobre 2024.
Per dovere di correttezza giornalistica, dobbiamo precisare che altre fonti russe, come il noto cartografo Creamy Caprice, riportano una cifra per luglio nettamente inferiore a quella sopra indicata. In ogni caso, è evidente che, giorno per giorno, l’avanzata russa si è intensificata su tutti i fronti, dalla regione settentrionale di Kharkov-Sumy, a Kupyansk e all’agglomerato di Slavyansk-Kramatorsk, fino all’incrocio tra Zaporozhye, Dnipro e Donetsk.
Da un noto mercenario americano che opera in Ucraina:
Sono appena rientrato da Odessa, dove un’offensiva aerea russa senza precedenti ha completamente bloccato i porti ucraini sul Mar Nero, minacciando un disastro economico che, al momento, sembra sottovalutato dai media internazionali.
In città si assiste a scene paradossali: droni e missili russi sorvolano spiagge affollate di bagnanti, oppure vengono abbattuti al largo della costa, sotto gli occhi di migliaia di smartphone puntati verso il cielo.
Da circa dieci giorni, Mosca ha iniziato a prendere di mira sistematicamente tutte le navi che si avvicinano al porto, senza distinzione di nazionalità. Ora, né i capitani né gli armatori osano avvicinarsi ai tre principali porti ucraini: Odessa, Chornomorsk e Pivdenny.
Per gli agricoltori ucraini, la situazione rischia di essere disastrosa. Con le esportazioni bloccate nel pieno della stagione del raccolto, i loro magazzini sono stracolmi e i prezzi dei prodotti agricoli nel paese sono crollati. Con la raccolta dei girasoli che inizierà tra pochi giorni, la situazione rischia di diventare critica.
Una delle innovazioni più significative è stata l’impiego del più recente missile da crociera a basso costo russo, che alcuni definiscono un missile-drone: l’ S8000 Banderol .
“Questo è un aggeggio molto pericoloso”, ha detto Vlasiuk ai giornalisti mentre mostrava parte di un Banderol sparato l’anno scorso. “La maggior parte degli attacchi alle infrastrutture portuali di Odessa sono stati effettuati con i Banderol.”
Vlasiuk ha affermato che il suo ufficio ha stabilito che l’80% degli attacchi ai porti della grande Odessa, comprese le vicine Chornomorsk e Pivden, sono stati effettuati con missili Banderol. La testata da 150 chilogrammi (330 libbre) di questi missili è più grande di quella degli Shahed, e questi missili volano a velocità troppo elevate perché i più recenti droni intercettori ucraini possano intercettarli.
Il missile può essere lanciato anche da lanciatori terrestri. Ma la vera svolta deriva dal suo impiego tramite i droni pesanti russi Orion o Inokhodets, che permette alla Russia di avvicinare i propri mezzi a Odessa senza dover rischiare piloti e aerei S-34.
Orione visto con il Banderol attaccato:
Nel frattempo, le cattive notizie per l’Ucraina continuano ad accumularsi. Diverse fonti riportano che l’entusiasmo diplomatico e politico dell’Ucraina sta diminuendo.
El País scrive che le sanzioni europee contro la Russia hanno raggiunto il picco e che presto i governi inizieranno sempre più a dare priorità al proprio benessere piuttosto che a darsi la zappa sui piedi solo per cercare di “danneggiare” la Russia:
Secondo Jacob Funk Kirkegaard, ricercatore presso il think tank economico Bruegel, l’UE non è lontana dal raggiungere il suo “picco delle sanzioni”, ovvero il punto in cui i governi iniziano a dare priorità ai propri interessi economici nazionali rispetto a nuove restrizioni nei confronti della Russia. “Quello che resta sono, diciamo, delle fettine sottilissime di salame”, spiega in una conversazione telefonica. Le misure più delicate – quelle rimaste intatte nelle precedenti ventiquattro tornate di sanzioni – sono solitamente proprio quelle che uno Stato membro ha un motivo per bloccare – e il potere effettivo di veto, dato che le sanzioni vengono approvate all’unanimità.
Anche il Telegraph avverte che l’intera coalizione per aiutare l’Ucraina è in punto di morte:
Con Starmer fuori dai giochi, Macron al suo ultimo anno di mandato e Merz in Germania appeso a un filo, il gruppo dei principali sostenitori dell’Ucraina è a pezzi, e il futuro appare sempre meno promettente:
La stabilità interna dei candidati che potrebbero colmare quel vuoto, come il tedesco Friedrich Merz, rimane incerta. Nel frattempo, aspiranti alla leadership più vicini alla Russia, come Marine Le Pen, restano in attesa e potrebbero rimodellare il sostegno europeo all’Ucraina il prossimo anno.
In passato, aveva promesso di ritirare la Francia dal comando militare della NATO, di revocare le sanzioni contro la Russia e di esortare l’Ucraina ad accettare un accordo di pace alle condizioni di Mosca.
Jean-Luc Mélenchon, esponente dell’estrema sinistra e considerato uno dei suoi principali rivali alle elezioni che si terranno tra nove mesi, si è spinto ancora oltre, promettendo il ritiro dall’alleanza militare occidentale.
Con il passare del tempo, sembra sempre più evidente che la pazienza strategica di Putin stia dando i suoi frutti, mentre le vecchie strutture europee ostili crollano lentamente come un iceberg che si stacca e precipita in mare.
Ma ora, all’orizzonte dell’Ucraina si profila una minaccia ancora più grave.
Negli ultimi due giorni si è assistito a un’ondata di articoli che confermano un’ipotesi che noi stessi avevamo avanzato solo poche settimane fa: il nuovo sistema satellitare russo Rassvet (noto come “Starlink russo”) è già in fase di posizionamento per consentire, seppur in misura limitata, la sorveglianza dell’Ucraina, e tali capacità sono destinate a crescere rapidamente.
Scrivono con urgenza che i satelliti hanno già raggiunto due finestre di comunicazione di un’ora al giorno:
I satelliti dell’Ufficio 1440 Rassvet della Russia forniscono già almeno due “finestre di comunicazione” al giorno sull’Ucraina, ciascuna della durata di oltre un’ora.
Vladimir Stepanets, esperto di comunicazioni satellitari, ha riferito la notizia a Militarny dopo aver analizzato le traiettorie dei satelliti russi.
«Vediamo che di fatto si è già formata una catena con una buona copertura, che garantisce tale copertura circa due volte al giorno, ma in realtà questi arrivi sono più numerosi, ovvero diverse catene di questo tipo possono volare con copertura di determinate regioni a intervalli di circa un’ora e mezza. Ma ciò che è importante è che questi satelliti forniscono già una copertura piuttosto densa», ha affermato.
Guarda qui sotto:
“Ciò potrebbe avere gravi conseguenze per le Forze di Difesa se non adotteranno contromisure efficaci entro tale termine.”
I detrattori sostengono che Starlink abbia oltre 10.000 satelliti in orbita, ma:
Questo per ottenere una copertura commerciale globale ovunque.
Come avevamo già spiegato, i satelliti Starlink sono più piccoli e si trovano in orbite più basse, e ne servono di più.
I nuovi satelliti russi sono più grandi e si trovano in un’orbita più alta, il che riduce la necessità di un loro numero elevato. Cosa ancora più importante, non devono garantire una copertura globale, ma solo quella dell’Ucraina.
L’articolo di Militarnyi rileva inoltre che la Russia ha completato lo sviluppo dei terminali per le comunicazioni satellitari, che sembrano simili a quelli di Starlink:
Secondo fonti aperte, l’azienda ha già completato lo sviluppo della versione base del terminale e si sta preparando ad avviare la produzione di massa.
Date le caratteristiche dei terminali e il contesto generale dello sviluppo del progetto, è prevedibile che, una volta avviata la produzione di massa, questi vengano rapidamente in dotazione alle truppe russe. Il loro utilizzo non si limiterà quindi ai kit terrestri.
Vale la pena prepararsi alla comparsa di tali terminali non solo nei punti di controllo, sui veicoli o sulle navi, ma anche sui droni d’attacco e da ricognizione. In futuro, potrebbero essere integrati in piattaforme create sulla base di “Geran-2/3/4/5”, “Harpy” o altri droni a lungo raggio. Un canale di comunicazione simile potrebbe essere utilizzato anche per il puntamento di missili da crociera, bombe plananti e altre armi di distruzione.
Secondo nuove stime, la Russia potrebbe lanciare un numero sufficiente di satelliti per garantire una copertura completa e ininterrotta dell’Ucraina già entro il 2027.
Un’analisi:
Per quanto riguarda “Rassvet” e l’Ucraina…
Secondo i dati del servizio N2YO, i satelliti si trovano in orbite che consentono loro di transitare nell’area di copertura dell’Ucraina quattro volte al giorno. Tuttavia, solo durante due o tre di questi passaggi i satelliti si alzano abbastanza sopra l’orizzonte da garantire comunicazioni stabili con le stazioni di terra.
Durante ogni passaggio, che dura circa un’ora e mezza per l’intera formazione, si crea una “finestra di comunicazione” durante la quale le Forze Aerospaziali Russe potrebbero teoricamente utilizzare terminali satellitari per comunicare e controllare droni kamikaze e veicoli aerei senza pilota (UAV).
Alla fine di luglio è stato lanciato in orbita il secondo gruppo di 16 satelliti. Se l’attuale ritmo di dispiegamento verrà mantenuto, i satelliti del secondo gruppo raggiungeranno le loro altitudini operative tra ottobre e novembre, fornendo due ulteriori “finestre di comunicazione”.
Il programma ufficialmente annunciato prevede l’inizio delle operazioni commerciali nel 2027. In precedenza, si era parlato di piani per aumentare il numero di satelliti a 250 entro il 2027, a 730 entro il 2030 e a oltre 900 entro il 2035…
Il numero 250 è stato indicato da Serhiy Flash come requisito per una copertura 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Se la Russia raggiungerà tale obiettivo entro il 2027, come stimato da alcune fonti, disporrà di un proprio sistema “Starlink” completamente nativo per il controllo di droni di qualsiasi tipo e a qualsiasi distanza, senza bisogno di “relay” bielorussi, ripetitori, reti mesh, ecc. Per non parlare della rivoluzione che ciò apporterebbe alle semplici comunicazioni di rete sul campo di battaglia e ai sistemi integrati di gestione del campo di battaglia russi.
Considerata la traiettoria che l’Ucraina sta seguendo a livello politico, diplomatico e ora anche militare, con l’accelerazione dell’offensiva russa, la distruzione delle infrastrutture e l’isolamento del paese a causa di Odessa, nonché l’impennata nella produzione russa di missili balistici e la totale carenza di intercettori Patriot, possiamo affermare che il 2027 potrebbe essere un anno cruciale che vedrà l’Ucraina cedere definitivamente, se non addirittura collassare del tutto.
Da tempo si sostiene che il principale vantaggio dell’Ucraina sulla Russia sia il sistema Starlink. Non solo la Russia ha imparato sempre di più a disturbare lo Starlink ucraino e sta progressivamente implementando un numero maggiore di sistemi in grado di farlo, ma ora sta anche iniziando a schierare un proprio sistema analogo.
Entro il 2027 potremmo assistere a una progressiva inefficacia del sistema Starlink ucraino, mentre quello russo inizierà a dominare, annullando gli ultimi vantaggi militari dell’Ucraina in un contesto di produzione senza precedenti di missili balistici che si abbatteranno quotidianamente sulle città ucraine.
In conclusione: la situazione dell’Ucraina non è mai stata peggiore e a Zelensky non resta altro che ricorrere a meschini stratagemmi, prendendo sempre più di mira i civili russi per “aizzare” l’opinione pubblica contro Putin, come è successo oggi quando un drone ucraino si è schiantato su una spiaggia pubblica affollata a Gelendzhik.
È un atteggiamento coraggioso, ma a giudicare dalla nuova richiesta di cessate il fuoco di Zelensky, possiamo presumere che anche lui comprenda che uno scontro diretto “colpo su colpo” contro il Titano russo non porterebbe a nulla di buono per l’Ucraina.
Ma poiché non c’è altra vera scelta, probabilmente sarà costretto a portare la situazione alle sue naturali conseguenze.
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