UN UOMO CANCELLATO E RIMOSSO DALLA STORIA, di Gianfranco Campa

 

UN UOMO CANCELLATO E RIMOSSO DALLA STORIA

 

Come da perfetto futuro Orwelliano, in un sistema dove il controllo delle informazioni è gestito da pochi conglomerati mediatici tradizionali e informatici, si corre il rischio, se sei una persona di una certa importanza che esprime dei concetti non in linea con la propaganda vigente, qualsiasi essa sia, di vedersi letteralmente cancellato dalla storia.

E quello che è successo al Dottor Patrick Moore, da altre 40 anni uno dei luminari nel campo delle politiche ambientali internazionali . Tra l’altro Moore è stato membro fondatore di Greenpeace e Presidente di Greenpeace International servendo per nove anni da presidente di Greenpeace Canada e sette anni come direttore di Greenpeace International. Moore è stato parte integrante nella trasformazione di Greenpeace da gruppetto di amici di merende, volonterosi di proteggere l’ambiente, alla più grande organizzazione di attivisti ambientalisti del mondo. Il Dottor Moore gode di un curriculum impressionante; oltre a Greenpeace, Moore ha servito per quattro anni da Vice Presidente di Environment for Waterfurnace International, il più grande produttore di pompe di calore per il riscaldamento e la climatizzazione residenziale con energia da terra rinnovabile. Il Dr. Moore ha fondato e presieduto il BC Carbon Project, un gruppo che ha lavorato per comprendere meglio e diffondere le conoscenze sui cambiamenti climatici. Questi sono solo una parte dei risultati impressionanti del Dottor Moore. La lista dell’esperienza completa e dettagliata di Moore si trova su questo link: http://ecosense.me/bio/

Nonostante il ricco curriculum e una vita spesa in difesa dell’ambiente, il Dottor Moore è stato dal giorno alla notte cancellato dai libri di storia, azzerato nella memoria dei suoi ex amici di molte battaglie ambientali, oscurato dagli algoritmi di Google, crocifisso senza processo dalla orde barbare presenti nella rete e nei canali mediatici. Con forche e torce hanno chiesto la rimozione coatta di Moore da ogni memoria che lo lega a Greenpeace, riuscendoci con la complicità di Google. In questo nuovo medioevo oscurantista (non me ne vogliano gli estimatori della fiorente cultura medievale) Moore e`stato marginalizzato e dopo essere oscurato, annullato, cancellato si ritrova violentemente criticato tramite i soliti portavoce, esperti di qualsiasi argomento, tirati fuori dal cilindro mediatico ogni volta che si tratta di screditare qualcuno che osa avventurarsi oltre i parametri imposti dalla dittatura moderna del conformismo assillante che ci avvolge in ogni aspetto della nostra vita. Conformismo moderno meglio conosciuto anche con il nome di “politicamente corretto”.

Sono ormai anni che Moore si è decisamente staccato dalla perversa ideologia che avvolge una parte della comunità scientifica in campo soprattutto ambientale e climatologico; ideologia che non accetta critiche costruttive o tesi avverse ai dogma imposti da questa nuova forma di religione moderna. I “peccati” di Moore sono molteplici, due su tutti. La battaglia in cui sostiene che il cambiamento climatico è una bufala che demonizza la sostanza della vita stessa, il biossido di carbonio. Secondo, la denuncia nei confronti della mafia ambientale che vuole controllare ogni aspetto della nostre vite facilitando, tramite nuove legislazioni e imposte, il controllo politico e ideologico di ogni aspetto della nostra esistenza. Patrick Moore cerca di sollecitare le comunità ad un approccio più equilibrato sulla questione ambientale, sostenendo soprattutto che il biossido di carbonio è un mattone essenziale della vita, non una sostanza inquinante come sostenuto da molti. Secondo Moore si può avere in teoria una situazione in cui il biossido di carbonio, cioè il CO2, superi dei livelli accettabili, ma questa situazione non è oggi presente. Studi scientifici indicano che il livello di CO2 era più alto durante i primi quattro miliardi di anni della storia della Terra di quanto lo sia stato dal periodo Cambriano fino ad oggi. Moore sostiene che viviamo in un’era in cui il contenuto di CO2 e più basso rispetto al passato. Moore sostiene che oggi viviamo in un periodo insolitamente freddo nel contesto della storia della terra e non c’è ragione di credere che un clima più caldo sarebbe tutt’altro che benefico per gli umani e la maggior parte delle altre specie. Una temperatura media più calda è auspicabile rispetto a una più fredda. La storia geologica della Terra dovrebbe allontanare i timori legati al livello di CO2: “Il fatto che avessimo sia temperature più elevate, sia un’era glaciale in un momento in cui le emissioni di CO2 erano 10 volte più alte di oggi sono fondamentalmente in contraddizione con la certezza che le emissioni di CO2 causate dall’uomo sono la causa principale del riscaldamento globale … Quando la vita moderna si è evoluta, oltre 500 milioni di anni fa, la CO2 era più di 10 volte superiore a oggi; eppure la vita è fiorita e si è sviluppata. Poi un’era glaciale si è verificata 450 milioni di anni fa quando la CO2 era ancora 10 volte più alta di oggi

Qui trovate il link di una delle tante presentazioni scientifiche con le quali Moore espone la sua teoria: https://www.thegwpf.org/patrick-moore-should-we-celebrate-carbon-dioxide/

Un’altro “peccato” di Moore è quello di sostenere che il surriscaldamento della terra, poi definito cambiamento climatico, sia una teoria altamente imperfetta, basata su un concetto politico più che scientifico. Moore sostiene che tutte le forme energetiche diversificate siano in qualche modo benefiche all’ecosistema della terra incluso l’energia nucleare. E chiaro che le modalità di sondaggio, estrazione, trasporto delle fonti energetiche deve rientrare in specifici parametri.

Per tutte le tesi sopra elencate e per molte altre Moore è stato negli ultimi anni in rotta di collisione con i suoi ex compagni e con una certa parte della comunità scientifica, politica e mediatica. Moore ha subito attacchi pesanti sui mass media che servono da piattaforma, a senso unico, di una sola versione del dibattito; quella che non accetta una teoria e un confronto con tesi opposte. Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato un tweet del presidente Donald Trump in cui riportava una citazione di Moore durante una sua intervista su Fox News. Sotto, il tweet tradotto di Trump dove cita Moore: L’intera crisi climatica non è solo Fake News, è Fake Science. Non c’è crisi climatica, ci sono meteo e clima in tutto il mondo, e infatti l’anidride carbonica è il principale elemento costitutivo della vita”  

Moore invece di rimanere silente ha ringraziato Trump per il tweet rispondendo: “Grazie Presidente Trump. Sono a Washington per un incontro della Coalizione di CO2 fondata da William Happer, che ammiro molto. La CO2 è del tutto benefica. L’EPA sostiene che il CO2 è causa dell’inquinamento, questo credo deve essere invertito.

 

 

Dopo i Tweet di Trump e l’apprezzamento di Moore verso Trump, ciò che fino a quel momento era confinato in attacchi personali contro Moore a livello mediatico, si è trasformato in un vero e proprio oscurantismo. In origine, qualche anno fa Greenpeace ha modificato la sua pagina principale cancellando il nome di Moore tra i padri fondatori,poi Google, due giorni fa, ha rimosso la foto di Moore tra i fondatori di Greenpeace modificando la ricerca internet. Anche Wikipedia ha modificato la sua pagina eliminando il nome di Patrick Moore tra i padri fondatori.

Sotto, il tweet di denuncia di Moore a Google:

Qui invece la pagina principale di Greenpeace, ora modificata, che elencava all’epoca Moore come uno dei fondatori:

https://web.archive.org/web/20070203080000/http://www.greenpeace.org:80/international/about/history/founders

Galileo e stato messo agli arresti domiciliari per aver sfidato il dogma della Chiesa Cattolica. Oggi non è più necessario confinare una persona, basta screditare il personaggio tramite fonti mediatiche compiacenti e modificare internet riducendo quindi il personaggio ad un fantasma di se stesso. Moore è stato cancellato dalla storia, la sua stessa figura oscurata per aver sfidato i dogma della chiesa ambientalista. Il crepuscolo del civilta`occidentale si percepisce anche da queste cose.

 

Scandinavia questo mondo sconosciuto, di Max Bonelli

 

Scandinavia questo mondo sconosciuto

Descrivere la società scandinava in un articolo è una missione impossibile anche per me che ho un  vissuto di 12 anni nella penisola.

Parlare di scuola, sanità, usi e costumi in maniera esaustiva richiederebbe lo spazio di un libro ma si possono dare delle foto di questa società che rappresentino l’odierna realtà e facciano da punto di rottura con quel immaginario collettivo esistente tra gli italiani riguardo il nord Europa.

Escluderò la Finlandia, sia per ragioni di omogeneità culturale sia perchè non avendoci vissuto non ho una conoscenza diretta del paese.

Scuola

Partiamo dalla scuola questa istituzione che forma i cittadini e li rende capaci di interagire con il mondo lavorativo e la società. Norvegia, Svezia e Danimarca spendono molto per la scuola ma ottengono i migliori risultati?

Affidandoci ai risultati del sistema valutazione PISA (Programme for international student assessment ,  prommosso dall’OSCE e che ogni tre anni valuta gli studenti quindicenni della UE e di alcuni paesi industrializzati), questi non vanno di pari passo con le risorse investite. Non che l’Italia vada meglio ma si sa che sulla scuola grazie anche ai vincoli di bilancio di imposti da Junker, BCE e via dicendo, gli investimenti nostrani sono ai minimi storici. Ma in entrambi i tre paesi nordici i professori sono ben pagati, hanno grande libertà d’insegnamento,

basso numero di studenti per classe, supporti pedagogici all’avanguardia, strutture scolastiche ottime, ma nonostante che Norvegia e Danimarca spendono più del 6% del PIL nell’istruzione i loro allievi non sono ai primi posti nei risultati. La Svezia è più moderata nell’elargire soldi ma la troviamo sempre sopra la media OSCE  con risultati simili ai due vicini.

Vi do la mia personale risposta alla domanda, da padre di due figli che hanno completato il loro ciclo di studi in questi paesi su quale ingrediente manca nei loro sistemi. Una volta si definiva “olio di gomito”, il faticoso studio a casa non esiste, i primi 9-10 anni di studio i ragazzi non fanno praticamente compiti a casa, quando vengono catapultati a livello degli studi superiori avviene lo shock. I ragazzi che si sentivano ripetere che la scuola è divertimento, si ritrovano disabituati ad affrontare la mole di lavoro degli studi a livello di liceo. Le ragazze se la cavano meglio perchè martellate da una propaganda da parte dei media di donne rampanti a tutti i livelli sociali mentre i loro coetanei si affascinano nel migliore dei casi alle imprese di Zlatan (la sua biografia è stata un best seller qualche anno fa).

Provai una volta a chiedere consiglio per una lista di classici da comprare a mio figlio e l’insegnante di lettere mi rispose piccata che doveva leggere quello che gli piaceva. Replicai che la vita del sopra detto campione mi sembrava limitata come bagaglio per un tredicenne ottenni di nuovo la stessa risposta. Se a questo aggiungete che Storia e Geografia come materie praticamente non esistono, incominciate  a capire l’ampiezza delle lacune scolastiche. Ed a livello di valutazione internazionale sono aiutati dal fatto che non c’è una valutazione di queste due materie e che la prova di lettere è una comprensione di testo. La prova principale nel sistema scolastico italiano è il tema scritto, da loro è una prova complementare e manca negli esami finali.

Su questo punto vorrei fare una valutazione che dovrebbe dare un’altra immagine al lettore.

L’assenza capillare di senso critico negli scandinavi. Un esempio concreto: un passaggio di un prodotto reclamizzato in Tv da immediatamente un riscontro di richieste dello stesso sul mercato . Altro esempio a settembre ci sono state le elezioni in Svezia a gennaio ancora non si è riusciti a formare il governo ma il “deep state” svedese opera a pieno ritmo permettendosi per esempio d’imporre il pagamento del canone tv direttamente a livello di busta paga e questo nell’assenza completa di proteste degne di nota.

La guerra in Siria? Hassad è uno spietato dittatore ed 100.000 soldati islamici sbucano dal deserto tra l’Irak e la Siria con il treno logistico occorrente e nessuno si pone la domanda chi paga tutto questo?

Voi mi direte che anche in Italia c’è gente che crede a questa favola, il problema è che in Scandinavia si raggiungono percentuali vicine al 100%.

Non vi dico la posizione su Putin, la dittatura in Russia, la Crimea occupata e cosi di seguito.

Torniamo alla scuola, se nella scuola leviamo la Storia e leviamo il tema in classe fatto con regolarità cosa eliminiamo? La possibilità di far nascere e sviluppare la ragion critica nell’individuo e di metterla in confronto con i corsi ed i ricorsi storici avvenuti in precedenza. Si crea un cittadino consumatore del messaggio mediatico incapace della benchè minima analisi.

Si creano con questo sistema scolastico persone capaci d’intendere gli ordini della classe dirigente e di eseguirli alla perfezione. In cambio la dirigenza si occupa di dare un minimo garantito a patto che si sia disposti a lavorare ed a trasferirsi anche per centinaia di chilometri per accettare un lavoro. La mobilità lavorativa degli scandinavi è un sogno bagnato per i neoliberisti.

 

Sistema finanziario

Questa assenza di capacità critica ha dei risvolti anche nella vita economica degli scandinavi. Il signor Svensson è indebitato con le banche in maniera abnorme. S’iniziano ad indebitare quando studiano all’università con un generoso prestito per gli studi a bassissimo interesse(sotto l’1%) poi si continua per comprare la villa e lo stesso per la macchina. Esistono prestiti bancari sulla casa senza limiti temporali per la restituzione. In pratica molti scandinavi lavorano tutta una vita  per pagare gli interessi alla banca. Mettere da parte significative somme di denaro, il classico “risparmio per tempi peggiori” è sconosciuto. Certo merito anche di un paracadute sociale  tipo cassa integrazione che a seconda del paese varia da uno a due anni ma anche dovuto ad una tendenza all’omogenizzazione economica, doversi sentire uguale agli altri, avere lo stesso standard degli amici è una priorità psicologica.

Questo produce l’indubbio vantaggio economico di avere cittadini con  la tendenza a   mettere denaro in circolazione con l’effetto collaterale di produrre degli schiavi delle  banche. Quei pochi cittadini(in genere di origine straniera) che tendono a ripagare indietro i prestiti più velocemente per ripagare meno interessi vengono sottoposti a pressanti interrogatori dalla banca sulla provenienza del denaro usato per restituire il prestito prima del tempo.

La Scandinavia è di fatto posseduta  dagli imperi finanziari come Wallenberg  che possiedono la SEB (Skandinaviska Enskilda Banken) con tentacoli in ogni ramo produttivo della società. Eppure loro, i veri detentori del potere sono invisibili, raramente appaiono sui giornali il loro motto “essere non apparire” messo a stile di vita. Altri imperi finanziari sono Ikea che non è solo la prima catena di prodotti per l’arredamento ma ha significativi comparti nel campo della costruzione di appartamenti. Ma prima fra tutte sono la compagnia petrolifera di stato norvegese Equinor meglio conosciuta come Statoil e la compagnia logistica danese Maersk leader nel campo del trasporto container e logistica.

 

Geopolitica

La carrellata di questi colossi nel campo finanziario e merceologico mi permette di darvi una nuova foto, quella geopolitica ed una notizia nel concreto: i tre paesi non sono neutrali.  Nonostante che la Norvegia e la Svezia si suddividono il compito di elargire i premi nobel sia della pace che in altri settori, è da parecchio che le loro politiche estere non lavorano per la diffusione della pace nel mondo. Voglio aiutare il lettore, forse sorpreso da questa mia osservazione con due indizi. Gli ultimi due segretari della Nato?

Un danese ed un norvegese, nel 2009 fu nominato Anders Fogh Rasmussen il suo seccessore nel 2014 il norvegese Jens Stoltenberg.

Ma per capire fino in fondo queste due nomine e fornire il lettore di una immagine panoramica dobbiamo ingrandire l’obbiettivo e collegare la geopolitica con i grandi interessi dei gruppi finanziari.

Il danese Rasmussen fu eletto alla vigilia della virata russofobica della politica USA e di conseguenza atlantica. La piccola Danimarca con la sua

ridente immagine di casette rosso e bianche, le guardie reali con il cappello di pelliccia d’orso e le belle ragazze che vanno in bicicletta emana una aria di pace e di libertà incondizionata che contrasta con un’altra  quella nascosta di una paese che di fatto vanta una protettorato di stampo neo coloniale in Greonlandia. Nonostante il referendum avvenuto nel 2008 quando i circa 50.000 abitanti hanno votato in maggioranza per essere indipendenti, la Danimarca si riserva il diritto di condurre la politica estera e prendersi cura della difesa dei confini. Questo gli da il diritto di parola nel club dei paesi che stanno conducendo una guerra strisciante e silenziosa per la spartizione dell’artico e delle sue riserve naturali. Ma non solo quelle sono in gioco, il riscaldamento climatico sta aprendo un interessante ramo nord alla via della seta propugnato da Pechino che permetterà di far arrivare i suoi prodotti tramite il porto russo di Vladivostok, risparmiando un paio di settimane di viaggio rispetto a tutte le altre vie alternative. Nel 2018 per la prima volta è stata percorsa la rotta

anche in pieno inverno. Tornando all’elezione di Rasmussen, quale perfetta

assicurazione di russofobia eleggendo segretario della Nato un danese?

La loro principale azienda nazionale  la Maersk sarà la prima ad essere colpita da un Artico in mano russa e da una rotta solcata dalle navi delle compagnie cinesi concorrenti. Inoltre rafforza il blocco atlantico nella loro politica di cercare di tenere sotto controllo i russi nell’Artico. Ricordiamo che la Russia ha il controllo di almeno il 50% delle terre che si affacciano sull’artico e quindi sottrarre la Greonlandia ad una sua politica estera autonoma riequilibra in chiave atlantica i rapporti territoriali.

Per chi ha seguito come me la vicenda del golpe atlantico a Kiev nel 2014 e la successiva guerra in est ucraina, gli interventi di Rasmussen a difesa di una Ucraina “libera da influenze russe” sono scolpiti nella memoria, come quello dell 26 marzo 2014 appena dopo la riunificazione alla Russia della Crimea, faceva la voce grossa dichiarando: “se la Nato viene sfidata reagirà”.

Quando ad ottobre del 2014 si è avuta la nomina del norvegese Jens Stoltenberg, si affacciò qualche speranza di toni più pacati se non altro perchè era lui che era a capo della Norvegia quando il paese fu colpito da un lupo solitario dichiaratamente nazista ,Anders Breivik, che aveva messo una bomba vicino al suo ufficio ad Oslo nella cui esplosione morirono 8 persone e poi mentre si addensava la capitale di forze speciali se ne andava

nell’isola di Utoya sede del congesso dei giovani socialdemocratici e li uccise 69 ragazzi, alcuni amici di famiglia dello stesso Stoltenberg.

Ed era il futuro segretario della Nato a fare l’orazione funebre tinta di discorsi contro il nazismo e sulla forza dei valori democratici ed  altri argomenti su cui nessuno dotato di equilibrio mentale potrebbe porsi in contraddizione. Peccato che il nostro paladino della democrazia, vestiti i panni di segretario dell’alleanza, non disdegnava di difendere senza alcun dubbio i nazisti che sono al potere in Ucraina le cui stragi in Donbass  ed in particolare a Mariupoli ed a Odessa hanno fatto decine di morti, il tutto supportato da testimonianza video. Ma in quel caso i nazisti ucraini erano buoni, le stragi censurate dai media europei e con particolare efficienza da quelli scandinavi tanto da far sembrare i 48 russi trucidati nel 2014 ad Odessa un caso di suicidio collettivo.

Si potrebbe argomentare che anche Stoltenberg è stato vittima delle carenze scolastiche norvegesi a livello di analisi critica?

Propendo che gli interessi sui giacimenti di gas e petrolio dell’artico della compagnia petrolifera di stato Equinor siano più che sufficienti per giustificare due pesi e due misure nell’attuale segretario della Nato.

Passando alla Svezia, formalmente è neutrale di fatto non lo è , effettua annuali esercitazioni militari con la Nato e fino alla elezioni di Trump, i siti internet svedesi di maggior popolarità erano pieni di passaggi pubblicitari di siti che evocavano massicce presenze militari russe alla frontiera con la Finlandia o di avvistamenti di imprendibili sottomarini russi nell’arcipelago di Stoccolma. Bisogna avere una tendenza all’analisi per capire a chi giova tutto questo ma con una educazione scolastica conformata all’apprendimento senza capacità critica, diventa facile allineare i popoli ai messaggi imposti dall’alto.

 

 

Media

L’allineamento dei media scandinavi  o meglio la diffusa censura della notizie che possono essere lette positivamente per la Russia è una immagine che stride con quella di paesi dalla democrazia avanzata.

Questo allineamento mediatico è a tutto tondo nel panorama informativo.

Prendiamo la Svezia che in pochi anni è passata da poco più di nove milioni di abitanti a i dieci milioni, grazie oltre ad un buon tasso di natalità, anche ad una consistente immigrazione. Un decimo della popolazione ha origine diretta od indiretta non svedese. Il tutto ha lasciato un segno sull’ordine pubblico del paese(1). Nel 2017 ci stati 113 omicidi un trend in costante aumento negli ultimi anni. Lo stesso dicasi per le violenze sessuali con il “confortante “ dato che si è intrapresa la strada della parità fra i sessi in quanto sono aumentati drasticamente i reati di violenze verso uomini nell’ambito delle violenze domestiche.

Ci sono anche casi di violenze sessuali verso uomini.

In genere donne che hanno passato i quaranta anni ed adescano giovani migranti spesso minorenni con un foglio di via in tasca quindi per strada e barattano prestazioni con un buon pranzo ed una doccia calda se non proprio regali più consistenti. A volte si è arrivati a condanne penali di personale femminile addette ai migranti che ha approfittato della propria posizione ed ha indotto alla prostituzione giovani ragazzi. Certo quantitativamente i reati sessuali sono maggiori da parte degli uomini ed in particolare dei nuovi arrivati. Ma la copertura mediatica è nettamente differente se il violentatore è svedese autoctono oppure migrante. Nonostante una stampa così attenta a non creare “allarmismi” il rancore tra gli svedesi aumenta e si manifesta con un impressionante numero d’incendi dolosi appiccati a moschee o strutture che ospitano immigrati.

Da notare bene che è espressamente vietato alla polizia rendere pubbliche statistiche dove si evince la provenienza etnica dei rei.

 

Sicurezza

A proposito di polizia, non vi cito statistiche ma episodi di vita vissuta che mi hanno fatto ricredere sulla validità delle italiche forze di sicurezza. Più volte ho visto effettuare la polizia di questi paesi assurdi e severissimi controlli stradali. Una volta ad Oslo in una prima mattinata in cui la notte aveva nevicato una signora in auto  si è vista affiancare da uno scortesissimo poliziotto che la rimprovera aspramente di non aver pulito la macchina adeguatamente dalla neve e gli rifila una multa a volo corrispondente qualche centinaio di euro. Oppure controlli di velocità con il poliziotto che  esce letteralmente dal cespuglio a lato della strada e ti multa di qualche migliaio di corone per eccesso  di dieci chilometi in più rispetto al passaggio della macchina davanti al corrispondente limite di velocità. Di fronte a questa severità verso i comuni cittadini stride l’incompetenza della polizia di fronte ai seri criminali. Citavo prima la strage di Utoya e di Oslo in Norvegia dove un nazista nemmeno tanto addestrato ha messo per qualche ora un paese nel panico totale e tutto da solo senza complici.

La Svezia non se la passa meglio nel 2018 tre poliziotti  hanno sparato 25 proiettili ad ragazzo down che aveva con se una pistola giocattolo uccidendolo.(2). Ad Helsingborg la quinta città della Svezia esplode il portone della caserma centrale, nonostante le telecamere di sorveglianza e non riescono ad acciuffare i colpevoli.

Tanta inadeguatezza delle loro forze dell’ordine, in prevalenza addestrate con vecchi schemi che si adattavano ad una società cristallizzata e non all’attuale in continua evoluzione, con nuove micro mafie strutturate su base etnica.

 

Sanità

 

Ma non è solo la sicurezza a farne le spese di una ondata di migranti dalla bibliche proporzioni, anche la sanità viene messa a dura prova. I nuovi arrivati hanno gli stessi diritti degli scandinavi ma portano con se patologie  potenzialmente a rischio di contagio come epatiti di vario tipo, aids e via dicendo. Negli avanzati sistemi sanitari dei tre  paesi si ha accesso a costosi trattamenti che quasi sempre vengono concessi a titolo gratuito come per esempio in Svezia dove esiste la legge per prevenire il contagio che da diritto a questi farmaci a costo zero per il paziente. Tutto bello e tutto giusto non voglio mettere in questione il principio, ma se poi questo distoglie risorse per  gli specialisti ed in Lapponia servono tre mesi di attesa per avere un incontro con un ortopedico, allora la questione assume altre prospettive. La crescita dei partiti populisti nei tre paesi è dovuta principalmente al disagio per una sanità che sta mostrando di essere alla corda. Pur avendo la capacità critica ridotta al minimo, vedere la mancanza di risorse che si ripercuote sulle persone malate ha alzato frequenti lamentele a cui politici locali rispondo con vane promesse. Su questo tema per la prima volta si vive una lontananza abissale tra classe dirigente e popolo. Questa è vincolata a degli schemi neo liberistici di accoglienza e si scontra con l’incapacità sui temi sicurezza e sanità nel saperla gestire. Spesso anche il mondo sanitario è ostaggio di vecchie mentalità.

Faccio un esempio concreto: nonostante una libertà sessuale quasi senza  limiti, l’uso del profilattico è poco diffuso e soprattutto rarissimamente ci sono campagne nazionali per favorirne l’uso. In una conferenza sull’Aids chiesi ad una infermiera specializzata il perchè non si facessero campagne per stimolarne l’uso. La risposta fu “non è comodo farlo con il profilattico e la malattia è presente soprattutto tra gli stranieri”. Roba da far cascare le braccia, dette pubblicamente da una persona addetta ai lavori. Risultato le malattie sessuali sono diffusissime, sifilide e gonorrea hanno le maggiori percentuali rispetto al resto di Europa.(3). L’Aids rimane una malattia tipica dei nuovi arrivati ma casi di nuovi contagi anche tra gli autoctoni sono inevitabili nel substrato sociale sanitario descritto.

Un’altra caratteristica dei sistemi sanitari scandinavi è la loro valenza come supporto all’uomo o la donna come elementi del processo produttivo più che come individui. La medicina di prevenzione non esiste nella pratica, il vostro medico di base ogni 2-5 anni vi fa un “screening” di prevenzione? Ecco ringraziate di essere in Italia perchè in questi paesi esiste solo l’intervento sull’evento acuto, quello che necessita per rimettervi sul mercato del lavoro. Viene detto espressamente dai medici “il posto di lavoro ha una funzione sociale e quindi facciamo di tutto per riportarti in una pur minima funzionalità che ti consente di ritornarci rapidamente”. Sarà che ho troppo senso critico, causa la mia cultura classica, ma mi suona tanto come una versione gentile dell’ “arbeitet mach frei” (il lavoro rende liberi). Me ne convinco ancora di più se considero  a quanti bambini viene diagnosticata un ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder), anche qui avendo come punto di riferimento scientifico culturale gli USA, si ha una percentuale di bambini che prendono anfetamina superiore a quella dei bambini italiani. In pratica un bambino iperattivo che avrebbe bisogno di genitori che gli prestano una attenzione particolare nella gestione, il che vuol dire tempo e sottrazione di questo al lavoro, ha ampie probabilità di essere messo sotto anfetamina. Le statistiche dicono che hanno migliori risultati scolastici ma le statistiche non contemplano la domanda etica “dareste a vostro figlio anfetamina per avere migliori risultati a scuola?” oppure “diminuireste il vostro “tenore di vita e possibilità di carriera per seguirlo meglio ed evitare una medicalizzazione?

Ognuno di noi troverà la risposta più confacente. A questo punto qualche lettore si chiederà se non ho calcato troppo la mano con i nordici e quindi per farmi perdonare vorrei chiudere con un capitolo positivo l’ambiente.

 

Ambiente

Riguardo l’ambiente va differenziata la situazione Danese, da quella di Norvegia e Svezia. La Danimarca è densamente popolata ha un agricoltura meccanizzata ed allenamenti intensivi di suini che hanno un discreto impatto ambientale. Avendo una densità che sfiora i 130 abitanti per km quadrato, le aree boschive sono molto limitate e si addensano nella parte nord e nelle tante piccole isole disabitate che circondano la penisola dello Jutland. L’attenzione e la cura a queste piccole aree naturali è giustamente maniacale e il  paese da una piacevole e rilassante sensazione di grande giardino. Questa cura per il proprio territorio ha un riscontro turistico in crescita, nonostante un clima non certo ideale, in quanto molto piovoso ed  ventoso.

Svezia e Norvegia possono essere assimilati dal fatto di avere una bassa densità di abitanti con la tendenza ad addensarsi nelle grandi città. Questo fa si che ci sono grandi territori lasciati alla boschi cultura affiancata da una sua filiera di trasformazione molto consistente a livello economico. In pratica i proprietari di terreno hanno piccole, medie entrate derivanti dalla vendita di legname. Possono scegliere se lasciare la gestione del taglio alle grandi cooperative che gestiscono la filiera industriale del legno oppure gestire in proprio il taglio guadagnando margini maggiori. La tassazione è pesantissima arriva al 50% del guadagno, ma si possono detrarre molteplici tipi di spese per la gestione e tutta l’IVA relativa. Questo fa si che si ha la tendenza ad acquistare abbondantemente macchinari che poi dopo 3-5 anni possono essere stornati dalla attività e venduti sul mercato dell’usato senza essere tassati.

Questi meccanismi abbassano di fatto la percentuale prima esposta. Questa cura del territorio produce un benefico effetto collaterale di un turismo ambientale soprattutto di provenienza tedesca e danese. I posti più pregiati dal punto di vista paesaggistico possono raggiungere prezzi di vendita assolutamente spropositati, ma indubbiamente è un meccanismo che crea ricchezza. Inoltre la gestione della caccia è ottimale tanto che che nel 2017 ci sono stati nella sola Svezia un maggiore abbattimento di alci rispetto al Canada che ha una superficie quasi venti volte superiore. Le stime dicono chiaramente che la popolazione di cervidi è estremamente fitta e produce danni consistenti ai boschi giovani. Nonostante pressione da parte della lobby del legno sui cacciatori ad abbattere più animali, questi (per la massima parte cittadini che vivono di altro) si oppongono ad aumentare gli abbattimenti e si limitano a percentuali che garantiscono una presenza abbondante delle specie per il futuro. Posso concludere che l’ambiente è il punto di forza di questi paesi sono bravi nella gestione e sono pragmatici nel fargli produrre del reddito. Se posso trovare un neo in Svezia si ha la tendenza ad un eccessivo consumo del territorio per aree commerciali edificate in orizzontale e non in verticale, consumando così decine di ettari di terreno pregiato dal punto di vista ambientale specialmente sulla costa occidentale.

Dovremmo imparare da loro, la cosa più di valore è la nostra terra, la gestione ottimale ed eco sostenibile dovrebbe essere un obbligo economico oltre che morale in un paese densamente abitato come l’Italia.

 

 

Max Bonelli

 

 

 

 

(1)

https://www.bra.se/bra-in-english/home/crime-and-statistics/crime-statistics.html

(2)

https://samnytt.se/polisen-avlossade-25-skott-mot-20-aring-med-downs-syndrom/

 

(3)

https://www.thelocal.se/20130605/48350

 

 

La religione “gender” in Scandinavia. “Imposizione” di un credo, di Max Bonelli

 

La religione “gender” usa metodi ai limiti della

repressione per imporsi in Scandinavia.

 

Quante volte avrete sentito la vulgata? “nei paesi scandinavi stanno 10-20 anni avanti a noi”. Frequentandoli in maniera più o meno assidua da 16 anni, posso confermarvi che sì effettivamente i paesi in questione sono una decina di anni avanti a noi sulla strada della globalizzazione e della eradicazione del senso identitario dell’individuo, visto come oggetto in funzione del suo ruolo di produttore di merci e di consumatore delle stesse ed al contrario  visto come soggetto nella sua ricerca di una convulsiva libertà, rigidamente delimitata alla sua vita privata.

Per raggiungere questa meta o questo baratro (a seconda dei punti di vista), la teoria/e di  gender è uno strumento fondamentale al raggiungimento dell’obbiettivo. La lotta dei sostenitori del gender ad affermare che è la società tradizionale ad aver creato lo stereotipo della famiglia composta da mamma e papà, piuttosto che da genitore 1 e 2 è senza quartiere,oserei dire casa per casa o per meglio dire istituzione di ricerca per istituzione di ricerca.

Ne ha fatto le spese la professoressa in neurobiologia Annica Dahlström della università di Göteborg.

Il suo peccato? Aver affermato che i cervelli dei maschietti e delle femminucce sono diversi per struttura e funzionamento fin dalla nascita a livello biologico. Dalle sue ricerche sono i livelli di testosterone che influenzano la propensione, evidenziata da studi campione,  dei bambini già a nove mesi di interessarsi a macchinette e soldatini e delle bambine ad interagire con una bambola piuttosto che con un camioncino.

Per questo ha ricevuto minacce telefoniche,una lettera piena di feci di ratto e per finire un colloquio con un professoressa di Storia della stessa università che la invitava in modo perentorio a non pubblicizzare i risultati delle sue ricerche.

 

In questa ribellione al “politico corretto”  Dahlström non è sola. Lo psicologo Alf Svensson ha avuto in poco tempo mezzo milione di lettori del suo articolo:

“Smettete di cercare di far diventare i bambini sessualmente neutri”.

Un entrata a gamba tesa contro la dottrina femministica delle propensioni di  genere imposte dalla società. Il professore Svensson senza giri di parole afferma che se abbiamo nella Svezia delle pari opportunità il 98% delle maestre di asilo donne ed il 95% dei piloti di aereo uomini non è dovuto alle bambole ed agli  aeroplanini che hanno ricevuto in regalo dai nonni ma da precise differenze psicologiche tra i sessi.

Non ci è dato di sapere se il Dottor Svensson ha ricevuto le stesse intimidazioni della neurobiologa prima citata, forse la sua grinta da ex boxer ha portato a più miti consigli qualche talebana scandinava?

 

In Norvegia l’aria non è diversa. Un programma televisivo in teoria pro gender, mostrava uno studio sociologico in cui i  paesi dove le pari opportunità sono ai massimi livelli, uomini e donne si sclerotizzano ancora più nella scelta dei mestieri tecnici per gli uomini e sociali per le donne.

Paesi meno ricchi e lungi da avere ottimali pari opportunità tra i sessi le donne avevano percentuali maggiori nei ruoli tecnici rispetto alle scandinave.

Queste evidenze hanno  fatto imbestialire i gender sostenitori (molto ben posizionati a livello accademico) che sono riusciti a far chiudere il programma. Nel contempo il canale televisivo veniva finanziato con un  sostegno di 50 milioni di corone da parte dell’accademia delle scienze. Un caso di censura pagata?

Ritornando al settore medico abbiamo un altro clamoroso esempio di professionista controcorrente le cui affermazioni decise fanno temere

per il destino professionale ed umano del coraggioso psichiatra David Eberhard.

Lo specialista afferma impavido che ragazzi e ragazze sono diversi nelle forme e nell’incidenza delle patologie psichatriche?.

Gli psicopatici sono quasi appannaggio esclusivo dei maschietti mentre le femminucce sono colpite da depressione 2 a 1 in rapporto agli uomini.

Con una evidente tendenza a sottovalutare il rischio,tipico dei portatori del gene Y, il buon David afferma “le teorie gender sono problematiche, in quanto molte di di queste teorie ignorano la biologia”. Continua affermando:

“assomigliano più ad una religione che a teorie scientifiche, cercano solo le risposte che possono confermare le loro ipotesi”.

Ancora in Scandinavia non ci sono i gulag psichiatrici ma non escludo che prossimamente faranno leggi apposite che li istituiranno per i tipi più ostinati a remare contro come il sopracitato.

Concludo con un libro per bambini in formato comics che insegnare ai bambini ad accettare la transessualità. Il personaggio principale è Husse che tornato dal lavoro si leva la giacca e la cravatta ed a casa  si veste con la gonna e con tanto di rossetto si dedica al lavoro a maglia. Ha per cane un cavallo che si crede un cane e che adora gli ossi ed andare a spasso a guinzaglio con il padrone. L’autrice Susanne Pelger trova che sia un buon modo di spiegare le varietà sessuali ai bambini. A proposito di quest’ultimi la Svezia ha registrato una decuplicazione dei casi di bambini che chiedono di cambiare sesso. Erano sotto i 20 per anno nel 2011 per arrivare ai 197 del 2016. Sarà qualche variazione biologica della razza scandinava? Oppure la moderna società gender sta dando i primi frutti?

 

 

Max Bonelli

 

Fonti bibbliografiche

Varlden Idag febbraio 2018

https://www.varldenidag.se

 

 

 

QUOTA 500 ovvero la coalizione dei volonterosi, di Giuseppe Germinario

Con il breve ed incisivo post di ieri il sito ha raggiunto quota 500 pubblicazioni tra saggi, articoli, interviste e podcast. A due anni dalla fondazione, mi pare un risultato di tutto rispetto per quantità e soprattutto per qualità considerando soprattutto tre fattori. La redazione è composta da collaboratori in tutt’altre faccende affaccendati e ciononostante disposti a sacrificare gran parte del tempo libero allo studio teorico e all’analisi politica. Non gode di alcuna forma di finanziamento né, tanto meno, dell’accesso a strutture accademiche e di ricerca che possano agevolare un lavoro sistematico. Visti i condizionamenti e lo stato dell’arte di gran parte di quegli ambienti, quest’ultimo aspetto rappresenta certamente un grosso limite operativo ma garantisce nel contempo una libertà di azione che il conformismo vigile perennemente in azione di quelle strutture rischierebbe in qualsiasi momento di soffocare sul nascere.

Lo sparuto gruppo fondatore era appena uscito da una amara e purtroppo poco edificante conclusione del rapporto con il blog di “conflitti e strategie”. L’intento della nuova iniziativa era quello di offrire un luogo aperto di confronto che mettesse a frutto l’intuizione dell’ispiratore di quel blog, Gianfranco la Grassa, cercando di attingere in sovrappiù dalle ceneri delle grandi correnti di pensiero dei due secoli scorsi, in particolare quello marxista, quello liberale e quello del realismo politico. Da qui i contributi interni ed esterni di Longo, Morigi, de la Grange, Buffagni, Visani, Falchi, Visalli, Fagan. Tutti contributi interessanti e originali ma attualmente ancora giustapposti. I limiti oggettivi e soggettivi del coordinatore non consentono di avviare ancora un confronto serrato e di pervenire ad una sintesi comune almeno provvisoria, come deve essere del resto ogni lavoro teorico e di analisi. La complessità crescente della situazione e il ritardo teorico non sono del resto di aiuto. Di sicuro contribuisce una caratteristica prevalente a gran parte dei blog affini presenti nelle piattaforme informatiche: l’assenza, all’interno dello stesso lavoro teorico, di una finalità politica che spinga al confronto rigoroso ma fattivo. L’assoluta prevalenza dell’interesse personale e autoreferenziale nella ricerca condita spesso e volentieri da narcisismo e dominata dal mero interesse professionale. Il tempo e soprattutto la durezza dei tempi che ci attendono aiuteranno probabilmente a superare questi limiti ormai connaturati o quantomeno ad addomesticarli entro cornici più positive.

Diventa fondamentale la ricerca di spazi nelle istituzioni preposte al lavoro teorico e di analisi, l’individuazione e il contatto con quei centri di potere potenziali e consolidati sensibili a queste tematiche e agli approcci sostenuti ancora in maniera larvata e scarsamente convincente nella pletora di iniziative, il conseguimento di risorse finanziarie adeguate.

Tutte condizioni necessarie, anche se non sufficienti, a creare e fornire strumenti a nuove élite e a una nuova classe dirigente. Il cammino è immenso.

Il blog non è stato solo questo.

I contributi di Gianfranco Campa hanno aperto, senza falsa modestia, una vetrina unica in Europa sui contenuti e sui retroscena degli avvenimenti politici nel paese chiave delle dinamiche geopolitiche: gli Stati Uniti.

De Martini, da par suo, ha aperto squarci impressionanti sugli scenari mediorientali. Il suo bagaglio di esperienza e di cultura va ben oltre l’orizzonte offerto dal sito.

Il sottoscritto, con tutti i suoi limiti, Paoloni, Bonelli e Buffagni hanno saputo offrire analisi del contesto nazionale le quali, in diverse occasioni, hanno saputo centrare e innescare, vedi il caso dell’assassinio di Pamela Mastropietro, un dibattito dirompente.

Senza nessuno spirito di recriminazione e al netto della mancata utilizzazione di tecniche adeguate di promozione e diffusione, un impegno che inizia a dare lentamente frutti ma che meriterebbe un riconoscimento più esplicito ed aperto di una parte dei fruitori.

Garanzie certe sulle attività future non ce ne sono, vista la volontarietà dell’impegno e l’esposizione delle iniziative alle vicissitudini personali, anche le più banali, dei collaboratori. L’intenzione di proseguire, di crescere e di allargare la platea di volonterosi c’è. Vedremo se ci saranno le condizioni per costruire una struttura più adeguata e più operativa, quindi più proficua, senza sacrificare la libertà di ricerca e la finalità politica in apparente antitesi. Germinario Giuseppe

Verità per Regeni? Verità su Regeni!_di Roberto Buffagni

Verità per Regeni?

“Verità per Regeni”? Vediamo un po’. Di verità sull’argomento ce n’è solo una briciola. Cominciamo da quella, poi passiamo alle ipotesi.

Briciola di verità

Regeni lavorava per una azienda privata di intelligence, la Oxford Analytica.[1] All’epoca dei fatti, il responsabile di Oxford Analytica è David Young, capo dell’équipe che per conto del presidente Nixon scassinò gli uffici del Partito Democratico al Watergate, facendosi beccare e innescando il processo che condusse all’impeachment e alle dimissioni dello statista repubblicano. Nel board, a fare da testimonials, ci sono John Negroponte[2], responsabile diretto dell’organizzazione degli squadroni della morte nell’America Latina anni Ottanta, e Sir Colin McColl[3], Control dell’MI6 (ora SIS) dal 1988 al 1994.

Regeni agente segreto?

Regeni non, ripeto non era un agente segreto. Per Oxford Analytica, Regeni lavorava da precario, in subappalto, stesso tipo di rapporto che intercorre fra un fattorino che consegna la pizza a domicilio e la catena di fast food che lo assume. Conforme a una plurisecolare tradizione di rapporti organici d’interscambio tra Oxbridge e servizi segreti britannici, il rapporto diretto con Oxford Analytica ce l’avevano i suoi professori di Cambridge, che utilizzavano i graduate students e i ricercatori come manovalanza a basso prezzo. Queste agenzie private di intelligence non sono la SPECTRE. Si fanno pagare a caro prezzo informazioni di secondo e terz’ordine, abbagliando gli acquirenti con i nomi di prestigiosi pensionati dell’intelligence. Siccome lavorano esclusivamente per il profitto economico, certo non si danno la pena di addestrare gli agenti sul campo, e tantomeno i fattorini come Regeni. Regeni infatti, a quanto risulta dalla semplice lettura dei giornali, non era stato neanche minimamente addestrato. Nei giorni precedenti il suo sequestro, ad esempio, agenti della sicurezza egiziana erano passati a casa sua per informarsi su di lui. Probabile che Regeni neanche lo sapesse, perché  non s’era creato una rete di sicurezza intorno alla sua abitazione (basta pagare qualcuno dei vicini e il portinaio, non ci vuole James Bond); oppure l’ha saputo e l’ha sottovalutato. Ignoranza e sottovalutazione in un contesto come l’egiziano, dove il governo è sottoposto a tensioni politiche interne e internazionali enormi, e mentre sono in ballo poste economiche e politiche immense (era stato scoperto un enorme giacimento di petrolio nelle vicinanze e andavano firmati i contratti per l’estrazione, e in Egitto c’è il canale di Suez) sono l’equivalente di un tentato suicidio, come sedersi a prendere l’aperitivo in corsia di sorpasso in autostrada.

Escludo poi ogni rapporto diretto tra Regeni e il SIS. Il SIS non aveva nessun bisogno di reclutare Regeni; più pratico e sicuro usarlo a sua insaputa, tanto c’erano i suoi prof. di Cambridge e dell’American University del Cairo a fargli fare quel ch’era utile facesse. I servizi d’informazione usano abitualmente il metodo della leva lunga: stare il più lontani possibile dal personale che usano, utilizzando intermediari, in modo da garantirsi la plausible deniability.[4] Regeni presentava anche il pregio di non essere cittadino britannico, e di essere quindi per antonomasia expendable: i servizi inglesi sono celebri, oltre che per la loro abilità, per la loro cattiveria abissale e il loro cinismo terrificante in un mondo dove i chierichetti non allignano. Si acquisti al modico prezzo di 9 euro The Secret Servant: The Life of Sir Stewart Menzies, Churchill’s Spymaster di Anthony Cave Brown[5] e si vedrà quel che intendo.

A maggior ragione escludo ogni rapporto diretto tra Regeni e AISE.  E’ vero che i servizi d’informazione italiani, dopo la sciagurata riforma e sostituzione del vecchio personale con il nuovo, sono molto peggiorati da tutti i punti di vista, anzitutto professionale: opera di Massimo D’Alema, il Signore si ricordi di lui al momento buono .

(Digressione: uno degli errori più gravi della riforma è stato smettere di pescare i quadri dalle FFAA, mentre l’addestramento e la selezione militari sono indispensabili se si vogliono quadri adeguati al servizio di spionaggio e controspionaggio. Esempio, Calipari. Io non credo a complotti o rappresaglie degli americani. Calipari, ottimo funzionario di polizia, è morto coraggiosamente proteggendo la Vispa Teresa Sgrena perché, non avendo formazione militare, ha fatto un errore blu in zona di operazioni. Al momento di esfiltrare la Sgrena ha privilegiato la velocità del mezzo, perché dove non si combatte, è effettivamente più sicuro fare così: la cosa importante è arrivare a destinazione sicura prima che l’opposizione riesca a organizzare una risposta e a intercettarti. In zona di operazioni, invece, e specialmente in quella zona di operazioni, salire in automobile civile e andare sparati = disegnarsi un bersaglio sul cofano, e infatti l’hanno centrato. E’ un errore che io, pur non essendo né  James Bond né von Clausewitz, non avrei fatto mai. Bastava prendere un autoblindo, andare a 40 kmh, e oggi Calipari sarebbe vivo e vegeto e potrebbe illustrare alla Sgrena alcune realtà fondamentali del mondo e della politica internazionale).

In sintesi: escludo un rapporto organico tra Regeni e l’Aise perché se fosse vero, l’Aise andrebbe subito gettato nelle fiamme dell’inferno in toto, in quanto composto esclusivamente da traditori o da minus habentes con QI inferiore a 80, essendo il risultato più che prevedibile dell’operazione in cui sarebbe stato coinvolto Regeni un colossale autogol per l’interesse nazionale italiano.

Pure ipotesi

Regeni studia sociologia a Cambridge. Viene mandato al Cairo, alla American University, celeberrimo centro di reclutamento dell’anglosfera per la classe dirigente egiziana e non solo. Lì fa ricerche di sociologia “embedded”, dice la professoressa Maha Abdel Rahman, la sua tutor[6]. Cosa vuole dire “embedded”? Vuole dire che non va in archivio e basta, ma frequenta ambienti sociali i più vari, registra posizioni politiche e progetti, prende indirizzi e telefoni, nomi di leader, etc. I professori di Cambridge vendono queste e altre informazioni a Oxford Analytica, che le ridistribuisce tra i suoi clienti. Non so se Regeni ci abbia guadagnato qualche soldo, magari sì magari no, ma non è questo il punto. Il punto è che le informazioni raccolte da Regeni sono anche la materia prima per chi organizza “rivoluzioni colorate” et similia. Le rivoluzioni colorate funzionano così: prima si fa leva sulle opposizioni liberali e occidentaliste buone, democratiche e non violente, poi si gioca la carta vera, perché la linea di faglia vera sta lì: la carta etnico-religiosa, che tanto liberale e non violenta non è (“democratica” forse, nel senso che trova largo appoggio tra le masse). L’impero britannico la carta etnico-religiosa contro i nazionalismi arabi e non solo la sta giocando da un duecento anni, non è una cosa nuova. Tra Fratelli musulmani e Gran Bretagna, per esempio, c’è un rapporto organico da sempre[7]. Il presidente democraticamente eletto dell’Egitto, prima di Al Sissi, era Muḥammad Mursī[8], del Partito Libertà e Giustizia, espressione politica dei Fratelli musulmani.

Non so se Regeni provasse simpatia ideologica per le “opposizioni democratiche”; probabilmente sì, visto che voleva pubblicare sul “il Manifesto”, che si è illustrato per l’appoggio ideologico alle “rivoluzioni colorate” in quanto le fa el pueblo che quando scende in piazza ha sempre ragione. Secondo me è una ideologia disastrosa, ma in questo caso l’ideologia è il meno. Il più è questo: che né Regeni aveva capito da solo, né i suoi mandanti gli avevano spiegato, che stava partecipando in prima linea a un’azione di guerra coperta (destabilizzazione) contro il governo egiziano. In guerra ci si fa male, molto male. E’ poi quasi certo che ci lasci la pelle se ci vai senza una minima preparazione, se passeggi lungo la linea del fuoco con il gelato in mano. Ora, perché Regeni non ci sia arrivato da solo non lo so. Perché  da giovani ci si sente invulnerabili? Perché uno studioso non è un uomo d’azione? Non lo so.  Ma i suoi mandanti, invece, lo sapevano eccome.

I suoi professori di Cambridge avevano sicuramente un rapporto diretto con l’agenzia privata di intelligence per cui lavoravano. Avevano sicuramente un rapporto o diretto, o indiretto attraverso l’agenzia privata, con il SIS[9]. Poi magari anche i suoi professori non si rendevano pienamente, emotivamente conto di quel che stavano facendo fare a Regeni, perché  un conto è andare sul campo, un conto fare analisi seduti nel proprio studio con il termosifone che ronfa: anche l’analista militare più spregiudicato, se non ha visto mai un morto ammazzato, se non si è mai sentito fischiare nelle orecchie una pallottola, stenta a mettersi nei panni del soldato in zona di combattimento. In questo campo, tra la teoria e la pratica c’è la stessa differenza che passa tra un manuale di educazione sessuale e un rapporto sessuale vero e proprio.

Il fatto è che a Regeni, i don e i fellows di Cambridge non gliel’hanno raccontata chiara. Non gli hanno detto, versione A: “Giulio, ti mandiamo sul campo a raccogliere dati in vista di una destabilizzazione del governo egiziano, siamo certi che ci andrai volentieri perché  gioverà alla tua carriera e perché così combatterai per la democrazia, il progresso e il bene del popolo egiziano.” Se gliel’avessero detto, magari Regeni, che non era stupido, ci pensava un attimo, si domandava a quali rischi andava incontro, quali coperture gli assicuravano sul campo, chiedeva perlomeno di essere addestrato a un mestiere che – lo avrà visto, qualche film di spionaggio! – sapeva non essere di tutto riposo, etc.

Gli avranno invece detto, versione B: “Giulio, sei proprio bravo, perché non approfondisci la tua ricerca entrando nel vivo della dialettica sociale egiziana? Gioverà alla tua carriera e darai un contributo al progresso sociale in Egitto.” Regeni non ha tradotto la versione B nella versione A, ha pensato che tutto sommato faceva solo della ricerca sociologica, anche più interessante e coinvolgente; che essendo straniero e occidentale, coperto da importanti istituzioni quali le università di Cambridge e American del Cairo, dalle diplomazie italiana, americana e inglese era al sicuro, ed è andato sulla linea del fuoco senza aver mai sparato un colpo neanche al poligono, senza aver visto una pistola tranne che in TV, e senza sapere sul serio che quella era la linea del fuoco: perché in una guerra coperta, la linea del fuoco è la strada sotto casa, l’edicola dove compri il giornale, il bar dove fai colazione la mattina, la tua camera da letto.

Così ha fatto una fine atroce, lasciando nella mente dei suoi genitori un’immagine di orrore senza nome che non si spegnerà mai finché resteranno vivi, e gli angoscerà la veglia e il sonno per sempre.

A occhio e croce, sono stati i servizi egiziani a torturare e uccidere Regeni. L’interrogatorio serviva a ottenere i nomi dei suoi contatti, e forse anche le intenzioni dei suoi mandanti, che probabilmente Regeni non conosceva: motivo più che sufficiente per spiegare la ferocia delle torture. Se ti chiedono una cosa che non sai, come fai a confessare? E come fa l’interrogante a esser certo che davvero non sai? Deve spingersi al punto da potersi dire, “se lo sapeva me l’avrebbe detto di sicuro”.

Il fatto che siano stati gli egiziani a ucciderlo non vuol dire che l’ordine sia partito dal governo egiziano. Intanto, di polizie più o meno segrete ce ne sono tante. Poi, un’eventuale operazione inglese ha potuto svolgersi così (pura ipotesi): gli inglesi fanno arrivare informazioni mezze vere mezze false su Regeni: lavora per gli inglesi (vero) è un personaggio importante che sa cose decisive (falso). Magari fanno filtrare l’informazione a una polizia egiziana che ha bisogno di fare bella figura o di fregare un corpo concorrente. Questi lo rapiscono, lo interrogano, ci vanno giù pesante perché sono sicuri che ne valga la pena, e quando capiscono che li hanno fregati e Regeni non sa un gran che, sono arrivati troppo in là e devono ucciderlo comunque. Poi danno incarico a qualcuno di farlo sparire – magari proprio a quelli che gli hanno passato l’informazione farlocca, perché “chi rompe paga e i cocci sono suoi”-  ma quel qualcuno è l’infiltrato degli inglesi che invece di far sparire il cadavere lo butta a lato strada e lo fa ritrovare.

Conclusione

La verità giuridica sul caso Regeni non si raggiungerà mai, perché contro l’accertamento delle prove c’è l’ostacolo insormontabile di interessi politici ed economici colossali. La verità storica va cercata anzitutto in Gran Bretagna, e solo in subordine in Egitto. La verità umana è che un giovane e intelligente italiano è stato ingannato, a fini di interesse economico personale e politico nazionale,  dai docenti britannici che avevano l’obbligo etico di proteggerlo – la parola tutor viene dal latino tueri, proteggere, custodire, difendere – e mandato a morire di una morte atroce[10]. Ai suoi genitori e a tutti i suoi cari, è stato inflitto un dolore incancellabile; e per di più, a loro insaputa essi sono stati coinvolti e strumentalizzati in una operazione d’intossicazione e d’ influenza, ordita dai principali responsabili della morte di Giulio Regeni,  volta a confondere le acque e a sviare l’attenzione del pubblico dalla realtà dei fatti, cioè da loro.

 

 

[1] http://www.lastampa.it/2016/02/16/esteri/regeni-a-londra-lavor-per-unazienda-dintelligence-Ue3kZmmArej9wuMH279t5J/pagina.html

 

[2] https://it.wikipedia.org/wiki/John_Negroponte

[3] https://wikispooks.com/wiki/Colin_McColl

[4] http://italiaeilmondo.com/2018/01/17/disinformazione-un-breve-vademecum_1a-parte-di-roberto-buffagni/

[5] https://www.amazon.it/Secret-Servant-Stewart-Churchills-Spymaster/dp/0718127455/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1543654420&sr=8-1&keywords=The+secret+servant%3A+the+life+of+Sir+Stewart+Menzies%2C+Churchill%27s+spymaster

[6] https://www.lastampa.it/2018/01/24/italia/la-tutor-di-cambridge-impose-a-regeni-di-affidarsi-a-unattivista-GNaS3l5g4Z0hroND31xCKP/pagina.html

[7] Tra mille, si legga questo articolo: https://www.counterpunch.org/2017/03/10/the-secret-to-our-nations-security/

[8] https://it.wikipedia.org/wiki/Mohamed_Morsi

[9] https://www.sis.gov.uk/

[10] http://www.lastampa.it/2016/02/19/esteri/giulio-regeni-mandato-allo-sbaraglio-dai-suoi-docenti-inglesi-sv1TscnNnGt3oBUwjPoz2H/pagina.html

 

http://italiaeilmondo.com/2018/11/27/chi-si-rivede-regeni-secondo-di-antonio-de-martini/

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?, di Gianfranco Campa

Passate le elezioni americane di medio termine, mancano poche settimane all’avvio dell’estenuante campagna per le prossime elezioni presidenziali del 2020. Probabilmente una delle più importanti nella storia degli Stati Uniti. Come per il passato Italia e il Mondo seguirà la campagna con la dovuta attenzione e originalità_Giuseppe Germinario

 

CHI AVRÀ IL CORAGGIO DI DIRLE LA VERITÀ?

Il partito democratico, dopo la mezza, direi deludente rispetto al dispiegamento di mezzi, timida vittoria alle elezioni di medio termine è alla ricerca di una strategia vincente da attuare in vista delle elezioni presidenziali del 2020. Il tempo stringe, le primarie incombono, sono virtualmente già dietro l’angolo e cominciano ad affiorare i primi nomi dei potenziali candidati democratici alla corsa presidenziale. L’obiettivo è chiaro: spodestare l’usurpatore arancione, riconsegnare al vecchio establishment l’Impero e reinsediare l’imperatore legittimo , restituire alla natura l’armonia delle cose.

Tanti sono i nomi che veleggiano nell’immaginario della gente, che sbucano dal cilindro delle speranze democratiche. Alcuni sono nomi validi, altri sono chimere fantasiose pescate direttamente da un libro di fantascienza di Isaac Asimov. Nel reame dei candidati seri appaiono i nomi di Michelle Obama, Gary Booker, Kamala Harris, Sherrod Brown, Chris Murphy, Terry McAuliffe, Kirsten Gillibrand, Elizabeth Warren, Michael Bloomberg e il nostro vecchio caro Joe Biden. Bernie Sanders rappresenta invece l’incognita poiché non è più iscritto al partito Democratico visto che ora si professa indipendente. Poi ci sono nomi inverosimili come Oprah Winfrey, LeBron James e la nostro amata, mai dimenticata, Hillary Clinton. Ogni tanto rialza la testa, dispensa perle di saggezza e altezzosità politica, fra un lancio di anatemi contro Donald Trump e altri contro il sistema malvagio che gli ha pregiudicato l’ascesa al trono presidenziale cui teneva come a un diritto acquisito.

Hillary Clinton, non direttamente, ma attraverso i “suoi” canali mediatici più fedeli ha annunciato che correrà di nuovo alle elezioni del 2020,; parteciperà quindi alle primarie Democratiche. Inutile dire che la reazione è stata visceralmente negativa, non da parte dei Repubblicani badate bene, bensì da una larga fetta dello stesso elettorato democratico. Se l’accenno della Clinton a ricandidarsi alle prossime elezioni presidenziali è stato fatto per sondare, testare il terreno politico, vista la reazione negativa, la Clinton dovra` quindi arrivare alle dovute conclusioni; non la vuole virtualmente più nessuno. Ho messo la signora Clinton nell’elenco dei candidati fantastici proprio perché il suo desiderio di ricandidarsi rimarrà nel mondo delle fantascienza e nella sua testa da megalomane cui nessuno, a parte pochi nel partito democratico, vuole più sentire, vedere o dar credito.

Adesso il problema serio, il dilemma sempiterno che si pone nel partito democratico è quello di spiegare, convincere la Clinton che l’elettorato Democratico stesso ha ormai voltato pagina e che pochissimi sono disposti ad accettare una sua qualche ingerenza nella futura costruzione del partito democratico. La Clinton rappresenta il passato; lo sanno tutti, meno che lei. Lo stesso povero Bill Clinton, negli ultimi mesi si è defilato dal palcoscenico pubblico, mostrando più buon senso della moglie la quale si ostina o forse fa finta di credere che la sua figura politica sia ancora rilevante.

Fatto sta che nessuno dei candidati Democratici alle ultime elezioni di Medio Termine appena concluse, sia al Senato che alla Camera, ha chiesto il suo sostegno, il suo aiuto. Tutt’altro; hanno accuratamente evitato anche solo di menzionare in pubblico il nome della Clinton, preferendo invece invitare ai loro comizi personaggi politici del calibro di Joe Biden, Barack Obama e Bernie Sanders.

Allora si torna al questione che ho posto sopra. Chi avrà l’ardire di annunciare la cattiva novella alla Clinton? Ci saranno dei volontari disposti a subire la sua furia? Dovranno probabilmente essere precettati controvoglia e farsi  immortalare, sacrificandosi sull’altare della causa Democratica. Dovranno andare da Hillary Clinton e spiegarle che il suo regno dittatoriale è finito, la sua carriera politica sepolta e il suo delirio di potenza completamente fuori luogo.

In attesa di assistere ai fuochi pirotecnici, ci godiamo lo spettacolo offerto fin qui dalla signora Clinton. La settimana scorsa Hillary in un’intervista al theguardian, esaminando l’ascesa del cosiddetto populismo, ha dichiarato che l’Europa ha bisogno di leggi migratorie molto più severe per tenere lontano i fantasmi dei risorgenti nazionalismi. L’Europa dovrebbe chiudersi a riccio, perchè l’immigrazione di massa sta riaccendendo pericolosamente le torce dei movimenti nazionalisti.

La Clinton afferma che: “l’Europa ha fatto la sua parte e deve ora mandare un messaggio chiaro:  ‘non siamo più in grado di offrire rifugio e supporto a tutte queste persone’ questo perché se non si affronta il problema dell’immigrazione, le conseguenze saranno catastrofiche per la politica tradizionale.”  La Clinton ha poi proceduto a condannare Trump e la sua retorica incendiaria nel contesto dela tematica dell’immigrazione.

Prima di Trump però c’è stato un altro presidente che ha usato sul tema parole altrettando “incendiarie”. Quel presidente non era altro che il consorte di Hillary Rodham: Bill Clinton. Qui sotto un video del 1995 quando Clinton si riferiva al problema immigrazione usando le stesse parole di Trump oggi:

Detto questo, le dichiarazioni di Clinton contengono una parte di verità. Ma in queste dichiarazioni ha dimenticato, naturalmente, di prendersi le proprie responsabilità omettendo la parte in cui dovrebbe dichiarare che i motivi dei risorgenti nazionalismi sono figli delle decisioni disastrose prese,in termini geopolitici, dalla stessa Clinton nella sua opera di destabilizzazione di molte aree geografiche vicino all’Europa; tra le tante la Siria e la Libia.  Le politiche europee dell’austerità economica, imposte con le buone o con le cattive dalla dittatura UE, hanno anche contribuito al riaffacciarsi di questo populismo tanto odiato dalle élite politiche e finanziarie.

Le reazioni alle sue parole di condanna delle politiche migratorie europee sono state dure da parte dell’ala più  progressista del partito Democratico, incolpando la Clinton di ipocrisia e di paranoie razziste.  Tanto è bastato che la Clinton, il giorno dopo, su twitter, facesse un passo indietro specificando cosa intendeva nelle dichiarazioni fatti al theguardian: “ In una recente intervista, ho parlato di come l’Europa deve respingere il nazionalismo di destra e l’autoritarismo, anche affrontando il problema migrazione con coraggio e compassione. Su questo argomento ho anche tenuto un discorso completo il mese scorso.” “Su entrambe le sponde dell’Atlantico, abbiamo bisogno di riforme. Non frontiere aperte, bensì leggi sull’immigrazione applicate con equità e rispetto dei diritti umani. Non possiamo lasciare che la paura o il pregiudizio ci costringano a rinunciare ai valori che hanno reso le nostre democrazie sia grandi che buone.”

La precisazione alle sue dichiarazioni non ha calmato i bollenti spiriti negli ambienti della sinistra americana che vuole la Clinton consegnata per sempre agli annali della storia; non ha impressionato la destra che considera le dichiarazioni di Clinton semplicemente un atteggiamento da pre-candidata, in linea con la sua tipica ipocrisia.  La sua dichiarazione anti-immigratoria va ricercata nella necessità di Clinton di rimanere rilevante nel gioco politico.  Possiamo dire che Hillary doppia il Trumpismo, testando il terreno, nella speranza che possa aiutarla eventualmente nella sua potenziale corsa presidenziale per il 2020. Alla fine con le sue dichiarazioni non ha fatto felice nessuno.

Rimane un’ultima considerazione da fare: Può essere che la Hillary Clinton non abbia nessuna intenzione di ricandidarsi, ma abbia semplicemente lanciato un messaggio alle élite del globalismo e della Unione Europea; prevenire l’avvento di regimi populisti è ancora più importante della acquisizione di manodopera a basso costo…

https://www.theguardian.com/world/2018/nov/22/hillary-clinton-europe-must-curb-immigration-stop-populists-trump-brexit

La caduta di Giove_a cura di Giuseppe Germinario

Deja vu! Già visto negli Stati Uniti, in Italia. Ora tocca alla Francia. Il serbatoio da cui pescare nuovi leader dal vecchio establishment è in via di esaurimento e con esso la credibilità e l’autorevolezza di tutto il baraccone, compreso quello dei media. Qui sotto la traduzione_Giuseppe Germinario

Macron crolla e porta via con sé i media

C’è un’atmosfera di fine regno in Macronie. Come mai, tuttavia, non genera nei media mainstream un “Macron Bashing” simile a quello subito da Hollande durante il suo mandato? Forse perché è l’ultima possibilità, l’ultimo giro, di un sistema senza fiato e che si rifiuta di morire …

Ora è ufficiale: Macron è nel cavolo. Sarebbe noioso redigere un inventario esaustivo dei sintomi di collasso,  dal caso Benalla fino alla controversia su Pétain attraverso le dimissioni di Hulot e Collomb, la fronda contro l’aumento del prezzo del gasolio sullo sfondo, in un contesto di risultati economici deludenti, anche catastrofici; è ovvio che nulla vada in Macronie. Il nostro monarca si ritrova nudo in una botte con un cinturino, solo in mezzo alle rovine.

Questo è ovvio, ma non per tutti. Poiché si tratta di una piccola comunità che continua a difendere il presidente contro tutto, anche a dispetto dei suoi sostenitori più vicini che prendono le distanze e, al largo, smantellano l’ex Re Sole, ormai crepuscolare;  questo ambiente è quello dei media (o, per dirla in modo più preciso, e non buttare il bambino con l’acqua sporca, quella degli editorialisti).

E’ stato sufficiente che Méluche (qual che sia il personaggio) si sia fatto tutto rosso e abbia alzato i toni per diventare un video virale perché fosse lanciata una campagna sopratono il tempo di una settimana  senza che venissero poste ( anche dalla parte di Mediapart, che è stata per me una delusione) le domande cruciali che questo caso ha imposto. Uno dei pochi ad aver allevato le obiezioni più interessanti su questo argomento fu Daniel Schneidermann, nelle sue cronache mattutine, che mi permetto di citare prima di passare a qualcos’altro:“Nella storia delle indagini in scandali sulle entrate o le campagne elettorali di spesa, questa è la prima volta, assicurano gli Insoumis (e sembra che hanno una buona ragione) che viene perquisita una residenza personale. Perché? Qual’è stata l’accusa, presentata gerarchicamente al governo, chi è a capo dell’indagine? […] Nell’articolo di Mediapart manca solo una cosa: la descrizione della trappola in cui si sono trovati. E, alla fine, la sua denuncia “; “Il doppio cappello di Sophia Chikirou, responsabile della campagna e del fornitore, ha reso questa campagna fin dall’inizio legittimamente sospetta (anche se sembra, secondo il nostro sondaggio dei professionisti, che questa campagna non sia stata sovraccarica ). Ma il procuratore molto professionale di Parigi, con la sua benda sugli occhi, è, nel sistema di nomina francese, altrettanto legittimamente sospetto.

Ma è inutile tornare di nuovo su questa faccenda. Che la stampa e la televisione mainstream non amano tutto ciò che sembra lontano o prossimo alla sinistra non è più una sorpresa. Ciò che stupisce anche l’osservatore più attento è la passione sconfinata che continua, in pieno fermento, a unire i nostri editorialisti a un presidente che affonda in un abisso di impopolarità, in maniera massiccia (solo vivere nel mondo reale per realizzarlo) respinto dalla società civile e la cui totale mancanza di competenza in termini di gestione dello stato è ormai più che evidente.

Ai suoi tempi, il nonno (Hollande) è diventato rapidamente lo zimbello di quasi tutti i media nazionali i quali lo sprofondavano con epiteti, “alcuni” devastanti con un grado di malafede che a volte sfiorava le vette più alte -talmente grottesco che alla lunga me lo ha reso (quasi) amichevole, nonostante la natura profondamente detestabile della sua politica.

Non Macron. I media mainstream, a quanto sembra, lo difenderanno fino al loro ultimo respiro, con i denti se necessario. L’affare Benalla? Una deriva individuale. Le dimissioni di Hulot? La palla di piombo di un uomo sensibile. Gli improbabili eventi che hanno circondato la partenza di Collomb? È il vecchio miscredente che è colpevole di alto tradimento, non il presidente. La stupida idiozia di molti parlamentari LREM? RAS Il patetico rimpasto ministeriale, costantemente rinviato a causa della mancanza di personale per integrare un governo che nessuno vuole? Un nuovo respiro, esclamarono tutti meravigliati. La polemica su Petain? Una stanchezza che passa – chi non ha mai elogiato Vichy una notte di debolezza? Le inette uscite del presidente sui disoccupati, e i francesi in generale? Il ritiro sulle leggi ambientali? Previsioni economiche giù? Misure antisociali? Fallimenti diplomatici? Circola, non c’è niente da vedere e tutto va bene.

Questo è veramente sorprendente.

Vedi a questo punto che è impossibile designarli se non come i rappresentanti del sistema dei media atti a formare un corpo attorno al leader che hanno scelto, a scapito di tutta la deontologia, senza nemmeno preoccuparsi di mettere una parvenza di neutralità sul fanatismo ideologico neoliberista che li anima. Tutto ciò ha almeno un interesse: mettere a nudo i meccanismi banali del pensiero dominante.

Con Hollande, i sostenitori del pensiero egemonico potevano ancora atteggiarsi più giusti, più liberali. Si sono comportati con lui come con un servo maldestro in attesa della fine del contratto provvisorio per licenziarlo. Con Macron, la cosa è diversa: in un certo senso, quando tutto si spezza, tutto crolla, il sistema è nudo, è l’ultima possibilità. Sarà quindi necessario difenderlo fino alla fine, contro tutto, anche – e soprattutto – contro le evidenze. Perché non è sicuro che sarà possibile, molto presto, mettere una moneta nella macchina. Frédéric Lordon l’aveva visto, all’epoca, durante la campagna del giovane prodigo di Attali:

“I ricchi vogliono rimanere ricchi e i potenti potenti. Questo è l’unico progetto di questa classe, e questa è l’unica ragione di essere del loro Macron. In questo senso, è lo spasmo di un sistema che respinge il proprio trapasso, la soluzione finale, l’unico modo per mascherare una continuità diventata intollerabile per il resto della società sotto una veste di discontinuità più artificiale rivestita di modernità competitiva per l’uso degli editorialisti di sinistra. Da qui il paradosso che è tale per quest’ultima categoria: Macron, auto-proclamatosi “anti-sistema” è il punto di incontro in cui si concentrano, indifferenziati, tutti i rifiuti del sistema, tutti gli squalificati sul punto di essere lisciviati e non trattenersi da un tale favore della provvidenza: la possibilità di un giro aggiuntivo della giostra “.

E questo tour sarà forse l’ultimo.

Qualche giorno fa, ho sentito Lea Salame prossima a soffocare dall’indignazione ogni volta che il suo ospite del giorno, i giovani e altrimenti i Quatennen, usavano l’espressione “i media” . “Ancora i media! Ancora criticare i media! Esclamò, come se non esistesse, come se “i media” fossero solo il delirio di una banda di persone illuminate in cui i militanti di sinistra combattevano insieme ai Soraliani e ai cospiratori.

“I media” esistono. Ovviamente non stiamo parlando dell’orda di precari freelance che costituiscono la maggior parte delle redazioni e che, invisibili, non hanno voce. Non parliamo né delle poche enclavi (specialmente tra gli umoristi di France Inter e della stampa indipendente) dove regna ancora una totale libertà di tono. Ma gli opinion maker, coloro che hanno portato Macron al potere dopo aver lasciato andare Juppé, sono una dolorosa realtà della nostra società che vuole essere pluralista e democratica. È tempo, in queste ore di disvelamento, di non negare più questo stato di cose.

Ed è tempo, soprattutto, da parte loro, di pensare a un mea culpa.

Perché il giorno in cui il discredito dei media troppo ligi agli ordini sarà totale e definitivo, non sorprenderà se i cittadini andranno alle fonti di abbeveramento anche le più melmose, come quelle di BFMTV.

Faccio appello ai nostri editorialisti: uscite dalla giostra, lasciate andare Macron! Altrimenti, come il suonatore di flauto di Hamelin, vi porterà con sé dritto contro il muro. E nessuno, temo, trarrà vantaggio da questo disastro.

Qualcosa si sta preparando. Con o senza di te.

Ciao e fraternità,

MD

PS: Non resisto alla tentazione, in ritardo, di menzionare questo angosciante articolo depositato dai “decodificatori” de le Monde; o quando la propaganda prende le sembianze di fatto controllo: https://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2018/10/17/non-la-perquisition-subie-par-jean-luc-melenchon- e-il-Francia-ribelli-n-is-not-politique_5370832_4355770.html

Fonte: The Mediapart Blog, Macko Dràgàn , 12-11-2018

Sulla via del tramonto, di Antonio de Martini

Il breve scritto di Antonio de Martini riveste una grande importanza. Per giorni l’intero sistema di informazione tedesco, prontamente ripreso anche da quello italiano, ha denunciato a spron battuto gli assalti proditori di gruppi di estrema destra a danno di immigrati nella città tedesca di Chemnitz, ex KarlMarxstadt. Le proteste sono partite con l’ennesimo episodio di selvaggio accoltellamento di cittadini inermi, nella fattispecie intenti a prelevare con il bancomat, ad opera di immigrati regolarmente provvisti di coltello. L’ultimo efferato episodio è culminato con la morte del depredato e il ferimento di altri cittadini giunti a soccorso del malcapitato ad opera inizialmente di due immigrati ai quali si sono aggiunti una ulteriore torma di malintenzionati della stessa origine. La manifestazione di protesta più significativa è stato l’assedio per strada di un centinaio di immigrati raccoltisi ad opera di un migliaio di cittadini, compresi anche neonazisti, i quali hanno provveduto a sequestrare a tutti l’arnese così familiare e a consegnare quindi il bottino di un centinaio di coltelli alla locale stazione di polizia. Tanto clamore sul crescente razzismo ha fatto da controcanto alla coltre di silenzio mediatico sugli innumerevoli episodi di violenza, anche estrema, anche di gruppo, verificatisi nelle città tedesche vittime delle ultime massicce ondate di immigrazione incontrollata. Qualcuno comincia a pagare il fio di cotanta manipolazione. Quando in Italia? Buona lettura_Giuseppe Germinario

Hans-Georg Maaßen e Angela Merkel sono alla crisi del settimo anno.

Hans è stato per oltre sei anni a capo del Bfd, il servizio segreto interno della Repubblica federale tedesca.

Angela, la sua referente politica cui egli deve la nomina.
Proprio ieri, Hans ha fatto una dichiarazione molto precisa.

Smentendo la Cancelliera: ha detto che i video apparsi su internet in cui attivisti di estrema destra assaltavano immigrati, era falso e che al suo servizio non risultavano tafferugli di sorta, nemmeno lievi in quel di Chemnitz.

Durante il periodo della DDR ( Repubblica democratica tedesca) Chemnitz aveva un altro nome: si chiamava Karl Marx Stadt.

Evidentemente qualcuno fidava nel silenzio assenso dei cittadini, trascurando il fatto che il nome nuovo era stato sradicato a viva forza dopo la caduta del muro.

Un’altra ” fake news” di origine governativa.
Il bravo servitore dello stato, è stato convocato davanti alla commissione parlamentare per rispondere della sua dichiarazione . Hans-Georg Maaßen, dovrà trovarsi presto un altro lavoro, ma conserva il decoro.

l’universo di Moncalieri, di Piero Visani

A poche settimane dall’episodio goliardico, con il suo epilogo grottesco, del lancio di uova ai danni di sei abitanti della cittadina, tra i quali l’atleta di colore Daisy Osakue, un piccolo affresco dell’ambiente nel quale trovano alimento le campagne sul presunto razzismo dilagante nel nostro paese_Giuseppe Germinario

testi tratti da http://derteufel50.blogspot.com/2018/08/luniverso-moncalieri.html

http://derteufel50.blogspot.com/2018/07/testimonianza-da-moncalieri.html

Testimonianza da Moncalieri

       Abito da circa 14 anni in una frazione collinare del Comune di Moncalieri. L’esistenza di una banda di dementi specializzata nel lancio a sorpresa di uova era già nota alla popolazione e alle forze dell’ordine locali; lanci del genere si erano già verificati e il tutto, secondo la nota logica italica, si era concluso con il solito e totalmente assolutorio “sono ragazzi!”.
       Quei “ragazzi” che avevano già colpito altra gente (poveri bianchi, figli di un dio minore…), hanno colpito più gravemente una giovane atleta italiana di colore, ed è scattata la canea. Il gesto abominevole compiuto da questi teppistelli si commenta da sé, ma si commentava anche prima, quando la loro vittima era un pensionato Fiat o  una vecchia signora resa ancora più pallida dall’impossibilità di permettersi una vacanza grazie alla forza dirompente dell’euro e al livello davvero confortante delle pensioni minime
       C’è una guerra in corso – questo è fin troppo evidente – e da polemologo mi permetto di dire a tutti i contendenti: mai sbagliare i propri obiettivi…

L’universo Moncalieri

       Ci vivo dal 1978, anno del mio matrimonio, a Moncalieri. In due abitazioni diverse. Ho conosciuto da vicino la storia e la cronaca di questa città alle porte di Torino, con la quale non ha soluzione di continuità.
       Conosco la borghesia collinare, i suoi riti e le sue scempiaggini, la sua abissale incultura, la propensione alle alleanze con i potenti di turno, siano essi democristiani poi diventati forzitalioti o comunisti poi diventati piddini.
       Conosco tante altre piccole storie, non tutte e non solo di criminalità meramente politica ma comune, che è meglio non raccontare e anzi fingere di non sapere, onde evitare problemi.
       Conosco i circoli sportivi elitari e  no, le tirate sull’antifascismo e le vacanze (a spese pubbliche…?) nelle più rinomate aree del mondo, spesso descritte con abbondanza di particolari in lunghi pomeriggi oziosi nei bar di tali circoli.
       Non mi interessa e non mi è mai interessato nulla di tutto questo. Ho vissuto e vivo tuttora da “esule in patria”, non per ragioni ideologiche, ma precipuamente etico-estetiche.
       Quello che non ho mai sopportato, neanche un po’, è il falso egalitarismo accompagnato da uno stucchevole moralismo; le feste nelle ville sulla collina accompagnate dai provvedimenti a tutela dei campi rom, tutti “casualmente” dislocati solo in aree dove vivono proletari e diseredati, non certo in prossimità di aree residenziali elitarie; lo stucchevole antifascismo di maniera “che fa fin e impegna nen“, per dirla nell’abominevole vernacolo locale.
       Mi ha sempre fatto sorridere questa falsità esibita e soddisfatta, che veniva (e viene) tirata fuori ogni volta che c’è qualche schifezza, grande o piccola, da coprire. Lo “schermo antifascista” usato da gente che – politicamente e umanamente – è solo un po’ più reazionaria e codina di Vittorio Emanuele I, il sovrano che tornò a Moncalieri, nel 1814, esibendo orgogliosamente una parrucca incipriata tipica di chi era rimasto a prima della Rivoluzione Francese. Ecco, a Moncalieri e a Torino, all’Ancien Régime e alle nostalgie per il medesimo sono rimasti in molti, si credono “de sinistra” e sono solo un po’ più reazionari di Vittorio Emanuele I e della sua corte. Ma non diteglielo, si offenderebbero a morte… “La verità” – diceva un grande filosofo sardo che a loro dovrebbe essere ben noto e pure ideologicamente molto caro (quanto meno in teoria) – “è sempre rivoluzionaria”. O no?

IL RECINTO IDEOLOGICO FILO-IMMIGRAZIONISTA: LAVORI IN CORSO, di Francesca Donato

Il sistema di costruzione e di controllo dominante della narrazione mediatica ha subito pesanti crepe nella capacità di imporre la propria rappresentazione. Lo stridore sempre più acuto con la realtà delle cose ha posto le basi di questa caduta di credibilità. La nascita di nuovi network ha offerto i luoghi di espressione di nuove possibilità di chiavi interpretative. Internet e la comunicazione telematica sono il veicolo principale e il campo di battaglia eletto per la ripresa del controllo. Il problema è che gli arbitri sono parte in causa del gioco politico. Non sono certo i centri decisionali di paesi come in Italia a poter condizionare tale gioco e tali decisioni. Né, per altro, nessuno dei paesi europei sembrano porsi il problema se non su alcuni aspetti parziali, come il progetto Galileo. Le capacità di condizionamento degli arbitri risiedono nei paesi sedi dei poteri di controllo sui server, guarda caso gli Stati Uniti. Anche a costo dello smascheramento della loro condizione, hanno iniziato in maniera concertata ha oscurare alcuni siti di larga informazione, infowars è l’ultima clamorosa vittima designata; in maniera più sofisticata stanno piegando gli algoritmi che determinano i risultati delle ricerche in base alle necessità politiche dominanti. La persecuzione politica efficace con i metodi più tradizionali avverrà dopo, se avrà pieno successo la prima fase. In Italia dobbiamo accontentarci di emuli, un po’ in ritardo e un po’ artigianali, di tali propositi. Qualche indagine giudiziaria apparentemente estemporanea; qualche gruppo organizzato nel segnalare agli arbitri giocatori, tra la tanta pattumiera, soprattutto le voci scomode. La presa sempre più ferrea sui sistemi tradizionali di comunicazione assecondata dalla persistente infatuazione berlusconiana verso Renzi, culminata con l’estromissione di Belpietro e Mario Giordano da Rete4 e il conseguente affidamento della rete agli accoliti di Matteo Renzi nonché la conduzione sempre più sfacciata de La7 sono per ora il piatto forte su cui si stanno concentrando i tentativi di ripristino, in attesa che sia definito lo scontro in ambito RAI, con la vergognosa vicenda del veto alla Presidenza di Marcello Foa. Segno ulteriore di quanto il penoso e miserabile declino di Berlusconi stia costando al paese. In questo contesto trova spazio l’ambizione e la fregola dei nuovi Savonarola che trovano posti accoglienti e ben remunerati nelle ormai pletoriche autorità di controllo per dare sfogo ai propri propositi moralistici e “politicamente corretti”. Buona lettura. Giuseppe Germinario

IL RECINTO IDEOLOGICO FILO-IMMIGRAZIONISTA: LAVORI IN CORSO.

tratto da http://www.progettoeurexit.it/il-recinto-ideologico-filo-immigrazionista-lavori-in-corso/

Commento alla delibera N. 403/18/CONS dell’AGCOM (Autorità Garante per le Comunicazioni)

Il 25 luglio scorso, con delibera n. 403/18/CONS, l’Autorità Garante per le Comunicazioni (AGCOM) ha emesso la delibera avente ad oggetto “AVVIO DEL PROCEDIMENTO PER L’ADOZIONE DI UN REGOLAMENTO IN MATERIA DI RISPETTO DELLA DIGNITÀ UMANA E DEL PRINCIPIO DI NON DISCRIMINAZIONE E DI CONTRASTO ALL’HATE SPEECH E ALL’ISTIGAZIONE ALL’ODIO”.

Tale provvedimento è passato inosservato sui media mainstream, ma il suo contenuto è di fondamentale importanza per le implicazioni in esso contenute sulla regolamentazione dell’informazione nel nostro Paese. Ritengo dunque importante esporne il significato, analizzando i suoi passaggi più importanti.

Innanzitutto, la delibera concerne tutto il mondo delle telecomunicazioni e radiotelevisivo,  quindi l’intero sistema dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, del quale viene richiamato il Testo Unico (D.Lgs. 177/2005).

Essa richiama, come presupposti del proprio intervento, fonti di diritto internazionale e sovranazionale, fra le quali:

  • l’art. 7 della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite del 1948: “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”;
  • l’art. 1 della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale delle Nazioni Unite del 1965, ratificata con legge 13 ottobre 1975, n. 654: “l’espressione «discriminazione razziale» sta ad indicare ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica”; 
  • l’art. 4 della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione, che prevede che “gli Stati contraenti condannano ogni propaganda ed ogni organizzazione che s’ispiri a concetti ed a teorie basate sulla superiorità di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale, e si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento ad una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dei diritti chiaramente enunciati nell’articolo 5 della presente Convenzione”. Tra queste misure lo stesso art. 4 prevede esplicitamente quelle finalizzate a “non permettere né alle pubbliche autorità, né alle pubbliche istituzioni, nazionali o locali, l’incitamento o l’incoraggiamento alla discriminazione razziale”; 
  • la Raccomandazione di politica generale n. 15 della ECRI (Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza del Consiglio d’Europa), relativa alla lotta contro il discorso dell’odio adottata l’8 dicembre 2015, che stimola gli Stati ad agire concretamente affinché ogni forma di discriminazione etnica sia contrastata ed eliminata, coerentemente con il diritto internazionale che tutela i diritti umani;
  • l’art. 21 (Non discriminazione) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000 e in particolare il comma 1, secondo il quale “È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali”;
  • la direttiva n. 2000/43/CE del Consiglio dell’Unione Europea, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica; l’art. 3-ter della direttiva n. 2007/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2007, secondo il quale “Gli Stati membri assicurano, con misure adeguate, che i servizi di media audiovisivi forniti dai fornitori di servizi di media soggetti alla loro giurisdizione non contengano alcun incitamento all’odio basato su razza, sesso, religione o nazionalità”.

Inoltre, vengono richiamate norme nazionali come:

  • l’art. 3 della Costituzione Italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”;
  • l’art. 10, comma 1, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, (Testo unico della radiotelevisione), come modificato dal decreto legislativo 28 giugno 2012, n. 120 : “L’Autorità, nell’esercizio dei compiti ad essa affidati dalla legge, assicura il rispetto dei diritti fondamentali della persona nel settore delle comunicazioni, anche mediante servizi di media audiovisivi o radiofonici”;
  • l’art. 32, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico della radiotelevisione), come modificato dal decreto legislativo 28 giugno 2012, n. 120: I servizi di media audiovisivi prestati dai fornitori di servizi di media soggetti alla giurisdizione italiana rispettano la dignità umana e non contengono alcun incitamento all’odio basato su razza, sesso, religione o nazionalità”;
  • la delibera n. 424/16/CONS, del 16 settembre 2016, recante “Atto di indirizzo sul rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione nei programmi di informazione, di approfondimento informativo e di intrattenimento”, avente valore di indirizzo interpretativo delle disposizioni contenute negli artt. 3, 32, comma 5, e dell’art. 34 del Testo unico, secondo il quale i programmi radio-televisivi nella diffusione di notizie devono “uniformarsi a criteri-verità, limitando connotazioni di razza, religione o orientamento sessuale non pertinenti ai fini di cronaca ed evitando espressioni fondate sull’odio o sulla discriminazione, che incitino alla violenza fisica o verbale ovvero offendano la dignità̀ umana e la sensibilità degli utenti contribuendo in tal modo a creare un clima culturale e sociale caratterizzato da pregiudizi oppure interferendo con l’armonico sviluppo psichico e morale dei minori”, nonché devonorivolgere particolare attenzione alla modalità di diffusione di notizie e di immagini sugli argomenti di attualità trattati avendo cura di procedere ad una veritiera e oggettiva rappresentazione dei flussi migratori, mirando a sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno dell’hate speech, contrastando il razzismo e la discriminazione nelle loro espressioni mediatiche;
  • la delibera n. 46/18/CONS, del 6 febbraio 2018, recante “Richiamo al rispetto della dignità umana e alla prevenzione dell’incitamento all’odio” con la quale l‘Autorità stessa ha richiamato “i fornitori di servizi media audiovisivi a garantire nei programmi di informazione e comunicazione il rispetto della dignità umana e a prevenire forme dirette o indirette di incitamento all’odio, basato su etnia, sesso, religione o nazionalità” alla luce dei dati di monitoraggio sul pluralismo politico/istituzionale relativi al periodo 29 gennaio-4 febbraio 2018 dai quali la trattazione di casi di cronaca relativi a reati commessi da immigrati appariva “orientata, in maniera strumentale, ad evidenziare un nesso di causalità tra immigrazione, criminalità e situazioni di disagio sociale e ad alimentare forme di pregiudizio razziale nei confronti dei cittadini stranieri immigrati in Italia, contravvenendo ai principi di non discriminazione e di tutela delle diversità etniche e culturali che i fornitori di servizi media audiovisivi sono tenuti ad osservare nell’esercizio dell’attività di diffusione radiotelevisiva”;
  • il “Testo unico dei doveri del giornalista”, approvato dal Consiglio Nazionale dei giornalisti nella riunione del 27 gennaio 2016 che stabilisce che “il giornalista rispetta i diritti fondamentali delle persone e osserva le norme di legge poste a loro salvaguardia; […] applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network”;
  • l’art. 9 del “Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica”, allegato al “Testo unico dei doveri del giornalista” sopra citato, che stabilisce che “nell’esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali;
  • la delibera n. 410/14/CONS, del 29 luglio 2014, recante “Regolamento di procedura in materia di sanzioni amministrative e impegni e Consultazione pubblica sul documento recante Linee guida sulla quantificazione delle sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”.

Mi scuso per la prolissità del testo, dovuta all’elencazione delle fonti di cui sopra, ma la corretta comprensione della portata della delibera in esame non può prescindere dal quadro normativo richiamato.

Alla luce delle suddette norme e raccomandazioni, l’Autorità Garante esprime le proprie considerazioni, ovvero:

  1. che, alla luce delle disposizioni normative vigenti, “i principi fondamentali del sistema dei servizi di media audiovisivi e della radiofonia rappresentati dalla libertà di espressione, di opinione e di ricevere e comunicare informazioni – comprensivi anche dei diritti di cronaca, di critica e di satira – devono conciliarsi con il rispetto delle libertà e dei diritti, in particolare della dignità della persona, dell’armonico sviluppo fisico, psichico e morale del minore, nonché con l’apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche, sociali, culturali e religiose e con la salvaguardia delle diversità etniche e del patrimonio culturale, artistico e ambientale, a livello nazionale e locale” (e fin qui, nulla di nuovo);
  2. che “la crescente centralità, nel dibattito pubblico nazionale ed internazionale, delle politiche di governo dei flussi migratori provenienti da paesi in stato di guerra o di emergenza economico-sociale, sembra generare posizioni polarizzate e divisive in merito alla figura dello straniero e alla sua rappresentazione mediatica, favorendo generalizzazioni e stereotipi che minano la coesione sociale, nonché offendono la dignità della persona migrante o in ogni caso di categorie di persone oggetto di discorsi d’odio e di discriminazione su base etnica o religiosa” : qui parte il primo “affondo” alle politiche del Governo, evidentemente ritenute responsabili del generarsi delle “posizioni polarizzate e divisive” in merito alla “figura dello straniero” (con l’utilizzo del termine generico di “straniero” per indicare la categoria specifica del “migrante”, in via del tutto impropria), nonché foriere di “generalizzazioni e stereotipi” che (nell’ambito ristretto di cui si tratta, ovvero riguardo agli immigrati) “minano la coesione sociale”, “offendono la dignità della persona migrante (concetto nuovo e del tutto indefinito nelle sue caratteristiche) o comunque di “categorie di persone” (ancora più indefinito!) oggetto di “discorsi d’odio e di discriminazione su base etnica o religiosa”.

Mi fermo a commentare questa seconda considerazione, in quanto determinante e profondamente significativa. Con essa, il Garante espone la propria visione politica del contesto sociale attuale: egli ritiene dunque che il Governo in carica stia adottando politiche migratorie che creano divisioni e alimentano un clima di odio e pregiudizio. Né più né meno, ciò di cui le opposizioni di “sinistra” accusano quotidianamente, tramite tutti i media, il Ministro Matteo Salvini. Va sottolineato dunque, che l’interpretazione in chiave discriminatoria e disegualitaria delle politiche di controllo dell’immigrazione clandestina e lotta al traffico di esseri umani, poste in essere con decisione ed efficacia da questo Governo dopo anni di inerzia da parte dei Governi precedenti (in assoluta linearità rispetto a quelle intraprese dai Governi europei che ci sono stati regolarmente posti come esempi da emulare, ed a fronte della conclamata insostenibilità degli oneri economici, organizzativi e sociali che il fenomeno migratorio da cui il nostro continente è stato investito negli ultimi anni ha comportato e continua a comportare per l’Italia in misura enormemente maggiore rispetto agli altri Paesi europei, a causa della sua posizione geografica di “porta d’ingresso” nel Mediterraneo) è frutto di una visione distorta del fenomeno, dovuta all’orientamento politico di appartenenza e ampiamente veicolata dai media.

Ciò è vero, quantomeno, alla luce del fatto che metà del Paese (almeno) invece ha subito le precedenti politiche di accoglienza illimitata e incontrollata con disappunto e legittima preoccupazione, viste le evidenti (e indiscusse) ricadute negative in termini occupazionali, sociali, assistenziali e salariali sulla cittadinanza.

La coabitazione forzata fra cittadini colpiti dalla più grave crisi economica dal dopoguerra ed immigrati clandestini che vanno ad aumentare l’esercito di disoccupati e sottooccupati o lavoratori in nero (per non parlare degli addetti ad attività illecite) nel nostro già fragile sistema economico, non poteva altre che portare ad una reazione repulsiva da parte della popolazione autoctona. Non aver capito e previsto tale fenomeno, è la prima responsabilità dei governi di sinistra oggi relegati all’opposizione dall’elettorato, stanco di assistere ad un afflusso imponente e fuori controllo di immigrati clandestini.

Il modo per combattere le conseguenze di tale fenomeno, in termini di atteggiamento xenofobo o intollerante da parte della cittadinanza, avrebbe dovuto essere quello di rassicurare gli Italiani tramite maggiori controlli sugli ingressi irregolari, sulla gestione dei soggetti accolti nelle varie strutture di identificazione, con una ferrea applicazione delle norme di legge riguardanti rimpatri per i non aventi diritto all’asilo e alle espulsioni per i delinquenti. Invece, i cittadini hanno avuto di fronte un sistema colabrodo che non ha saputo minimamente garantire il rispetto della legalità e della sicurezza sul territorio, e i casi di cronaca con protagonisti immigrati irregolari si sono moltiplicati, alimentando la paura e il disagio sociale.

Le cause dei riportati fenomeni di discriminazione, odio o semplice insofferenza sono dunque da attribuire alle gestioni fallimentari perpetrate negli ultimi anni ed alle conseguenti ripercussioni sulla vita dei cittadini, anziché sull’informazione mediatica che ha – doverosamente – riportato i casi di cronaca coinvolgenti i “migranti”, come ha fatto per tutti gli altri.

L’assunto di partenza della delibera in esame, dunque, poggia su un’interpretazione delle cause della rilevata “crisi sociale” del tutto discutibile e di parte.

Le successive considerazioni espresse dal garante riguardano la necessaria correttezza ed obiettività, completezza ed imparzialità, nella diffusione di notizie, da parte dei fornitori di servizi dei media, “in ragione della pervasività del mezzo radiotelevisivo e dell’importante contributo che l’informazione radiotelevisiva svolge in ordine alla formazione di un’opinione pubblica sulla corretta rappresentazione dello straniero”, ed il contrasto alle strategie di disinformazione alimentate da notizie inesatte, tendenziose o non veritiere.

Su tale punto non si può non essere d’accordo, ma andrebbe rilevato che la disinformazione, con le modalità ivi censurate, viene molto più spesso effettuata dai mass media in altri ambiti (economia, politica, esteri) o nell’ambito in oggetto, ma in senso inverso a quello qui attenzionato: basta pensare al recentissimo caso dell’atleta di colore colpita da un uovo lanciato da un’autovettura, oggetto di un altisonante tam-tam mediatico con “allarme razzismo”, quando poi si è accertato che l’odio razziale aveva nulla a che fare con quell’episodio.

Il richiamo ai principi fondanti del giornalismo andrebbe pertanto esteso a tutte le tematiche materia di informazione, non solo a quella limitata ai “migranti”. Tale delimitazione appare, di per sè, come un intervento selettivo a beneficio di una categoria che già i cittadini percepiscono come “privilegiata” per il trattamento che riceve da parte dello Stato, sotto diversi aspetti, rispetto a quella dei residenti autoctoni.

Anche nell’accentuazione del dovere del fornitore del servizio di media di “assicurare la diffusione di notizie complete ed imparziali, che non siano idonee ad alimentare pregiudizi o convinzioni basate su discriminazioni derivanti da ragioni etniche, o di appartenenza religiosa o di sesso” si avverte una preoccupazione del Garante di assicurare la correttezza e imparzialità dell’informazione soltanto con riferimento a categorie selezionate di soggetti, come se gli altri fossero meno meritevoli di tutela.

Viene poi spiegato il significato del termine inglese “hate speech”, inspiegabilmente scelto dal Garante per individuare l’oggetto dell’intervento di contrasto, quando poi lo stesso necessita di traduzione e spiegazione nella lingua italiana. Esso viene individuato nell’ “utilizzo strategico di contenuti o espressioni mirati a diffondere, propagandare o fomentare l’odio, la discriminazione e la violenza per motivi etnici, nazionali, religiosi, ovvero fondati sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulla disabilità, o sulle condizioni personali e sociali, attraverso la diffusione e la distribuzione di scritti, immagini o altro materiale anche mediante la rete internet, i social network o altre piattaforme telematiche”.

Si denomina così il contenuto del divieto sancito nella prima parte dell’art. 604-bis del nostro Codice penale, secondo il quale “salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Va da sè che, essendo previsto da una specifica norma penale, l’”hate speech” configura un reato nel nostro ordinamento, pertanto il contrasto allo stesso, qualsiasi sia il mezzo attraverso cui esso si manifesti, è già previsto da nostro sistema giuridico, con sanzioni penali (le più severe fra tutti i tipi di sanzioni giuridiche).

Ma anche qui, quando la fattispecie interessa i “migranti”, pare che alla stessa sia riconosciuta maggiore attenzione, e difatti il Garante richiama una norma internazionale che attribuisce la qualifica di “materiale razzista e xenofobo” a “qualsiasi materiale scritto, qualsiasi immagine o altra rappresentazione di idee o di teorie che incitino o incoraggino l’odio, la discriminazione o la violenza, contro una persona o un gruppo di persone, in ragione della razza, del colore, dell’ascendenza o dell’origine nazionale o etnica, o della religione, se questi fattori vengono utilizzati come pretesto per tali comportamenti”. 

Tale norma appare evidentemente indefinita nei suoi margini di applicazione, in quanto la dicitura “qualsiasi” e la locuzione “che incitino o incoraggino l’odio” possono ricomprendere anche immagini o comportamenti di per sè neutri ma che, da un punto di vista puramente soggettivo, possono essere percepiti anche in senso psicologicamente favorevole al sentimento dell’odio o di atteggiamenti discriminatori. L’applicazione di tale criterio per individuare materiale “razzista o xenofobo” può portare a considerare tale tutta una serie di dati, immagini o informazioni che i media dovrebbero poter utilizzare nella fornitura dei loro servizi senza per ciò soltanto incorrere in sanzioni.

Poiché invece il Garante pone un collegamento automatico, quasi necessario, fra i suddetti dati o comportamenti e gli “hate crimes”, altro termine inglese per indicare “i crimini generati dall’odio, prevalentemente basati su razzismo e xenofobia”, affermando che “in Italia, secondo gli ultimi dati diffusi nell’anno 2016 dall’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE)”, gli stessi, “prevalentemente basati su razzismo e xenofobia, sono quasi raddoppiati nell’arco di un triennio”, e considerando così confermati “i timori di una possibile correlazione tra la crescente diffusione dei discorsi d’odio (hate speech) sui diversi media e l’incremento di aggressioni concrete e violente (hate harm), ancorché isolate, nei confronti di categorie di persone oggetto di azioni mirate”, egli ritiene che l’intervento regolamentare sia necessario e impellente, giustificandolo vieppiù con la presunta incidenza su tali fenomeni della “ribalta assunta, sui diversi media, dal dibattito pubblico nazionale ed internazionale sul governo delle politiche migratorie di soccorso umanitario, di accoglienza e di integrazione” (marcando ancora una volta la connotazione politica delle proprie argomentazioni).

È importante, a questo punto, ricordare come le Autorità indipendenti, categoria di cui fa parte l’AGCOM autrice delle delibera qui esaminata, secondo la più autorevole dottrina e la costante giurisprudenza, non devono avere, nella loro azione, alcuna connotazione politica (v. ad es. Caianiello V., Le Autorità indipendenti tra potere politico e società civile, in Rass. giur. en. el., 1997, p. 5.): le Autorità amministrative indipendenti, difatti, sono state concepite ed istituite per dare alle domande della società una risposta tecnica e indipendente e, quindi, non politica (per un’analisi più approfondita della figura delle A.A.I., vedi qui).

L’intento dell’Autorità garante, dunque, in continuità con la già invasiva delibera precedente della stessa Autorità n. 424/16/CONS, del 16 settembre 2016, appare chiaramente quello di voler irregimentare l’informazione massmediatica – nella consapevolezza della sua incontrollabile amplificazione tramite i social network – definendo in maniera puntuale e rigorosa i limiti ed i criteri che essa dovrà rispettare per non essere catalogata come “razzista e xenofoba” e per tale ragione, censurata e soggetta a sanzioni. Ciò va ben oltre il lodevole ed indiscutibile intento di garantire il rispetto dei diritti umani contro le discriminazioni di ogni tipo: il risultato di tali interventi consisterà in qualcosa di molto più grave, cioè un vera e propria censura verso ogni tipo di rappresentazione dei fatti e delle opinioni non sufficientemente “protettiva” verso eventuali possibili letture in senso biasimevole o discriminatorio verso i “migranti”.

È paradossale, peraltro, che nel predisporre tali strumenti di fatto distorsivi e mortificanti per la libertà, la completezza e l’obiettività dell’informazione, si richiamino norme tese a tutelare proprio tali valori, come l’art. 21 della Costituzione.

La conclusione è inquietante: il Garante afferma la necessità di fornire una regolamentazione di dettaglio del precetto contenuto nell’articolo 32 del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, “Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici”, il quale prescrive unicamente che “I servizi di media audiovisivi prestati dai fornitori di servizi di media soggetti alla giurisdizione italiana rispettano la dignità umana e non contengono alcun incitamento all’odio basato su razza, sesso, religione o nazionalità” (prescrizioni già munite di tutela giuridica penalistica, tramite il disposto del richiamato art. 604-bis del codice penale) e si accinge a farlo attraverso un intervento che inciderà pesantemente (e vedremo se, ed in che misura, entro i limiti consentiti) sulle libertà democratiche fondamentali garantite dalla nostra Costituzione, come la libertà di informazione e di espressione!

Sarà fondamentale, dunque, al momento della pubblicazione di tale atto, una disamina attenta dello stesso da parte dei soggetti legittimati ed interessati (non ultimo, lo stesso Ordine dei Giornalisti), per segnalarne immediatamente eventuali profili ingiustificatamente lesivi delle suddette libertà democratiche costituzionalmente garantite, scongiurando così che, per vie amministrative, sciolte da ogni valutazione politica e giudiziaria, si trasformi la nostra Repubblica democratica in un sistema di governo etero-gestito, tramite un subdolo controllo totalitario dell’informazione e delle comunicazioni, al fine di nascondere alla pubblica opinione ogni fatto o ragionamento che possa orientarne il pensiero ed il libero giudizio in maniera difforme dalla volontà di chi promuove un travaso irreversibile dei popoli africani verso l’Europa.

Francesca Donato

 

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