Sulla via del tramonto, di Antonio de Martini

Il breve scritto di Antonio de Martini riveste una grande importanza. Per giorni l’intero sistema di informazione tedesco, prontamente ripreso anche da quello italiano, ha denunciato a spron battuto gli assalti proditori di gruppi di estrema destra a danno di immigrati nella città tedesca di Chemnitz, ex KarlMarxstadt. Le proteste sono partite con l’ennesimo episodio di selvaggio accoltellamento di cittadini inermi, nella fattispecie intenti a prelevare con il bancomat, ad opera di immigrati regolarmente provvisti di coltello. L’ultimo efferato episodio è culminato con la morte del depredato e il ferimento di altri cittadini giunti a soccorso del malcapitato ad opera inizialmente di due immigrati ai quali si sono aggiunti una ulteriore torma di malintenzionati della stessa origine. La manifestazione di protesta più significativa è stato l’assedio per strada di un centinaio di immigrati raccoltisi ad opera di un migliaio di cittadini, compresi anche neonazisti, i quali hanno provveduto a sequestrare a tutti l’arnese così familiare e a consegnare quindi il bottino di un centinaio di coltelli alla locale stazione di polizia. Tanto clamore sul crescente razzismo ha fatto da controcanto alla coltre di silenzio mediatico sugli innumerevoli episodi di violenza, anche estrema, anche di gruppo, verificatisi nelle città tedesche vittime delle ultime massicce ondate di immigrazione incontrollata. Qualcuno comincia a pagare il fio di cotanta manipolazione. Quando in Italia? Buona lettura_Giuseppe Germinario

Hans-Georg Maaßen e Angela Merkel sono alla crisi del settimo anno.

Hans è stato per oltre sei anni a capo del Bfd, il servizio segreto interno della Repubblica federale tedesca.

Angela, la sua referente politica cui egli deve la nomina.
Proprio ieri, Hans ha fatto una dichiarazione molto precisa.

Smentendo la Cancelliera: ha detto che i video apparsi su internet in cui attivisti di estrema destra assaltavano immigrati, era falso e che al suo servizio non risultavano tafferugli di sorta, nemmeno lievi in quel di Chemnitz.

Durante il periodo della DDR ( Repubblica democratica tedesca) Chemnitz aveva un altro nome: si chiamava Karl Marx Stadt.

Evidentemente qualcuno fidava nel silenzio assenso dei cittadini, trascurando il fatto che il nome nuovo era stato sradicato a viva forza dopo la caduta del muro.

Un’altra ” fake news” di origine governativa.
Il bravo servitore dello stato, è stato convocato davanti alla commissione parlamentare per rispondere della sua dichiarazione . Hans-Georg Maaßen, dovrà trovarsi presto un altro lavoro, ma conserva il decoro.

l’universo di Moncalieri, di Piero Visani

A poche settimane dall’episodio goliardico, con il suo epilogo grottesco, del lancio di uova ai danni di sei abitanti della cittadina, tra i quali l’atleta di colore Daisy Osakue, un piccolo affresco dell’ambiente nel quale trovano alimento le campagne sul presunto razzismo dilagante nel nostro paese_Giuseppe Germinario

testi tratti da http://derteufel50.blogspot.com/2018/08/luniverso-moncalieri.html

http://derteufel50.blogspot.com/2018/07/testimonianza-da-moncalieri.html

Testimonianza da Moncalieri

       Abito da circa 14 anni in una frazione collinare del Comune di Moncalieri. L’esistenza di una banda di dementi specializzata nel lancio a sorpresa di uova era già nota alla popolazione e alle forze dell’ordine locali; lanci del genere si erano già verificati e il tutto, secondo la nota logica italica, si era concluso con il solito e totalmente assolutorio “sono ragazzi!”.
       Quei “ragazzi” che avevano già colpito altra gente (poveri bianchi, figli di un dio minore…), hanno colpito più gravemente una giovane atleta italiana di colore, ed è scattata la canea. Il gesto abominevole compiuto da questi teppistelli si commenta da sé, ma si commentava anche prima, quando la loro vittima era un pensionato Fiat o  una vecchia signora resa ancora più pallida dall’impossibilità di permettersi una vacanza grazie alla forza dirompente dell’euro e al livello davvero confortante delle pensioni minime
       C’è una guerra in corso – questo è fin troppo evidente – e da polemologo mi permetto di dire a tutti i contendenti: mai sbagliare i propri obiettivi…

L’universo Moncalieri

       Ci vivo dal 1978, anno del mio matrimonio, a Moncalieri. In due abitazioni diverse. Ho conosciuto da vicino la storia e la cronaca di questa città alle porte di Torino, con la quale non ha soluzione di continuità.
       Conosco la borghesia collinare, i suoi riti e le sue scempiaggini, la sua abissale incultura, la propensione alle alleanze con i potenti di turno, siano essi democristiani poi diventati forzitalioti o comunisti poi diventati piddini.
       Conosco tante altre piccole storie, non tutte e non solo di criminalità meramente politica ma comune, che è meglio non raccontare e anzi fingere di non sapere, onde evitare problemi.
       Conosco i circoli sportivi elitari e  no, le tirate sull’antifascismo e le vacanze (a spese pubbliche…?) nelle più rinomate aree del mondo, spesso descritte con abbondanza di particolari in lunghi pomeriggi oziosi nei bar di tali circoli.
       Non mi interessa e non mi è mai interessato nulla di tutto questo. Ho vissuto e vivo tuttora da “esule in patria”, non per ragioni ideologiche, ma precipuamente etico-estetiche.
       Quello che non ho mai sopportato, neanche un po’, è il falso egalitarismo accompagnato da uno stucchevole moralismo; le feste nelle ville sulla collina accompagnate dai provvedimenti a tutela dei campi rom, tutti “casualmente” dislocati solo in aree dove vivono proletari e diseredati, non certo in prossimità di aree residenziali elitarie; lo stucchevole antifascismo di maniera “che fa fin e impegna nen“, per dirla nell’abominevole vernacolo locale.
       Mi ha sempre fatto sorridere questa falsità esibita e soddisfatta, che veniva (e viene) tirata fuori ogni volta che c’è qualche schifezza, grande o piccola, da coprire. Lo “schermo antifascista” usato da gente che – politicamente e umanamente – è solo un po’ più reazionaria e codina di Vittorio Emanuele I, il sovrano che tornò a Moncalieri, nel 1814, esibendo orgogliosamente una parrucca incipriata tipica di chi era rimasto a prima della Rivoluzione Francese. Ecco, a Moncalieri e a Torino, all’Ancien Régime e alle nostalgie per il medesimo sono rimasti in molti, si credono “de sinistra” e sono solo un po’ più reazionari di Vittorio Emanuele I e della sua corte. Ma non diteglielo, si offenderebbero a morte… “La verità” – diceva un grande filosofo sardo che a loro dovrebbe essere ben noto e pure ideologicamente molto caro (quanto meno in teoria) – “è sempre rivoluzionaria”. O no?

IL RECINTO IDEOLOGICO FILO-IMMIGRAZIONISTA: LAVORI IN CORSO, di Francesca Donato

Il sistema di costruzione e di controllo dominante della narrazione mediatica ha subito pesanti crepe nella capacità di imporre la propria rappresentazione. Lo stridore sempre più acuto con la realtà delle cose ha posto le basi di questa caduta di credibilità. La nascita di nuovi network ha offerto i luoghi di espressione di nuove possibilità di chiavi interpretative. Internet e la comunicazione telematica sono il veicolo principale e il campo di battaglia eletto per la ripresa del controllo. Il problema è che gli arbitri sono parte in causa del gioco politico. Non sono certo i centri decisionali di paesi come in Italia a poter condizionare tale gioco e tali decisioni. Né, per altro, nessuno dei paesi europei sembrano porsi il problema se non su alcuni aspetti parziali, come il progetto Galileo. Le capacità di condizionamento degli arbitri risiedono nei paesi sedi dei poteri di controllo sui server, guarda caso gli Stati Uniti. Anche a costo dello smascheramento della loro condizione, hanno iniziato in maniera concertata ha oscurare alcuni siti di larga informazione, infowars è l’ultima clamorosa vittima designata; in maniera più sofisticata stanno piegando gli algoritmi che determinano i risultati delle ricerche in base alle necessità politiche dominanti. La persecuzione politica efficace con i metodi più tradizionali avverrà dopo, se avrà pieno successo la prima fase. In Italia dobbiamo accontentarci di emuli, un po’ in ritardo e un po’ artigianali, di tali propositi. Qualche indagine giudiziaria apparentemente estemporanea; qualche gruppo organizzato nel segnalare agli arbitri giocatori, tra la tanta pattumiera, soprattutto le voci scomode. La presa sempre più ferrea sui sistemi tradizionali di comunicazione assecondata dalla persistente infatuazione berlusconiana verso Renzi, culminata con l’estromissione di Belpietro e Mario Giordano da Rete4 e il conseguente affidamento della rete agli accoliti di Matteo Renzi nonché la conduzione sempre più sfacciata de La7 sono per ora il piatto forte su cui si stanno concentrando i tentativi di ripristino, in attesa che sia definito lo scontro in ambito RAI, con la vergognosa vicenda del veto alla Presidenza di Marcello Foa. Segno ulteriore di quanto il penoso e miserabile declino di Berlusconi stia costando al paese. In questo contesto trova spazio l’ambizione e la fregola dei nuovi Savonarola che trovano posti accoglienti e ben remunerati nelle ormai pletoriche autorità di controllo per dare sfogo ai propri propositi moralistici e “politicamente corretti”. Buona lettura. Giuseppe Germinario

IL RECINTO IDEOLOGICO FILO-IMMIGRAZIONISTA: LAVORI IN CORSO.

tratto da http://www.progettoeurexit.it/il-recinto-ideologico-filo-immigrazionista-lavori-in-corso/

Commento alla delibera N. 403/18/CONS dell’AGCOM (Autorità Garante per le Comunicazioni)

Il 25 luglio scorso, con delibera n. 403/18/CONS, l’Autorità Garante per le Comunicazioni (AGCOM) ha emesso la delibera avente ad oggetto “AVVIO DEL PROCEDIMENTO PER L’ADOZIONE DI UN REGOLAMENTO IN MATERIA DI RISPETTO DELLA DIGNITÀ UMANA E DEL PRINCIPIO DI NON DISCRIMINAZIONE E DI CONTRASTO ALL’HATE SPEECH E ALL’ISTIGAZIONE ALL’ODIO”.

Tale provvedimento è passato inosservato sui media mainstream, ma il suo contenuto è di fondamentale importanza per le implicazioni in esso contenute sulla regolamentazione dell’informazione nel nostro Paese. Ritengo dunque importante esporne il significato, analizzando i suoi passaggi più importanti.

Innanzitutto, la delibera concerne tutto il mondo delle telecomunicazioni e radiotelevisivo,  quindi l’intero sistema dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, del quale viene richiamato il Testo Unico (D.Lgs. 177/2005).

Essa richiama, come presupposti del proprio intervento, fonti di diritto internazionale e sovranazionale, fra le quali:

  • l’art. 7 della Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite del 1948: “Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione”;
  • l’art. 1 della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale delle Nazioni Unite del 1965, ratificata con legge 13 ottobre 1975, n. 654: “l’espressione «discriminazione razziale» sta ad indicare ogni distinzione, esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza, il colore, l’ascendenza o l’origine nazionale o etnica, che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o di compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali in campo politico, economico, sociale e culturale o in ogni altro settore della vita pubblica”; 
  • l’art. 4 della Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione, che prevede che “gli Stati contraenti condannano ogni propaganda ed ogni organizzazione che s’ispiri a concetti ed a teorie basate sulla superiorità di una razza o di un gruppo di individui di un certo colore o di una certa origine etnica, o che pretendano di giustificare o di incoraggiare ogni forma di odio e di discriminazione razziale, e si impegnano ad adottare immediatamente misure efficaci per eliminare ogni incitamento ad una tale discriminazione od ogni atto discriminatorio, tenendo conto, a tale scopo, dei principi formulati nella Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dei diritti chiaramente enunciati nell’articolo 5 della presente Convenzione”. Tra queste misure lo stesso art. 4 prevede esplicitamente quelle finalizzate a “non permettere né alle pubbliche autorità, né alle pubbliche istituzioni, nazionali o locali, l’incitamento o l’incoraggiamento alla discriminazione razziale”; 
  • la Raccomandazione di politica generale n. 15 della ECRI (Commissione Europea contro il Razzismo e l’Intolleranza del Consiglio d’Europa), relativa alla lotta contro il discorso dell’odio adottata l’8 dicembre 2015, che stimola gli Stati ad agire concretamente affinché ogni forma di discriminazione etnica sia contrastata ed eliminata, coerentemente con il diritto internazionale che tutela i diritti umani;
  • l’art. 21 (Non discriminazione) della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea del 2000 e in particolare il comma 1, secondo il quale “È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali”;
  • la direttiva n. 2000/43/CE del Consiglio dell’Unione Europea, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica; l’art. 3-ter della direttiva n. 2007/65/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’11 dicembre 2007, secondo il quale “Gli Stati membri assicurano, con misure adeguate, che i servizi di media audiovisivi forniti dai fornitori di servizi di media soggetti alla loro giurisdizione non contengano alcun incitamento all’odio basato su razza, sesso, religione o nazionalità”.

Inoltre, vengono richiamate norme nazionali come:

  • l’art. 3 della Costituzione Italiana: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”;
  • l’art. 10, comma 1, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, (Testo unico della radiotelevisione), come modificato dal decreto legislativo 28 giugno 2012, n. 120 : “L’Autorità, nell’esercizio dei compiti ad essa affidati dalla legge, assicura il rispetto dei diritti fondamentali della persona nel settore delle comunicazioni, anche mediante servizi di media audiovisivi o radiofonici”;
  • l’art. 32, comma 5, del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177 (Testo unico della radiotelevisione), come modificato dal decreto legislativo 28 giugno 2012, n. 120: I servizi di media audiovisivi prestati dai fornitori di servizi di media soggetti alla giurisdizione italiana rispettano la dignità umana e non contengono alcun incitamento all’odio basato su razza, sesso, religione o nazionalità”;
  • la delibera n. 424/16/CONS, del 16 settembre 2016, recante “Atto di indirizzo sul rispetto della dignità umana e del principio di non discriminazione nei programmi di informazione, di approfondimento informativo e di intrattenimento”, avente valore di indirizzo interpretativo delle disposizioni contenute negli artt. 3, 32, comma 5, e dell’art. 34 del Testo unico, secondo il quale i programmi radio-televisivi nella diffusione di notizie devono “uniformarsi a criteri-verità, limitando connotazioni di razza, religione o orientamento sessuale non pertinenti ai fini di cronaca ed evitando espressioni fondate sull’odio o sulla discriminazione, che incitino alla violenza fisica o verbale ovvero offendano la dignità̀ umana e la sensibilità degli utenti contribuendo in tal modo a creare un clima culturale e sociale caratterizzato da pregiudizi oppure interferendo con l’armonico sviluppo psichico e morale dei minori”, nonché devonorivolgere particolare attenzione alla modalità di diffusione di notizie e di immagini sugli argomenti di attualità trattati avendo cura di procedere ad una veritiera e oggettiva rappresentazione dei flussi migratori, mirando a sensibilizzare l’opinione pubblica sul fenomeno dell’hate speech, contrastando il razzismo e la discriminazione nelle loro espressioni mediatiche;
  • la delibera n. 46/18/CONS, del 6 febbraio 2018, recante “Richiamo al rispetto della dignità umana e alla prevenzione dell’incitamento all’odio” con la quale l‘Autorità stessa ha richiamato “i fornitori di servizi media audiovisivi a garantire nei programmi di informazione e comunicazione il rispetto della dignità umana e a prevenire forme dirette o indirette di incitamento all’odio, basato su etnia, sesso, religione o nazionalità” alla luce dei dati di monitoraggio sul pluralismo politico/istituzionale relativi al periodo 29 gennaio-4 febbraio 2018 dai quali la trattazione di casi di cronaca relativi a reati commessi da immigrati appariva “orientata, in maniera strumentale, ad evidenziare un nesso di causalità tra immigrazione, criminalità e situazioni di disagio sociale e ad alimentare forme di pregiudizio razziale nei confronti dei cittadini stranieri immigrati in Italia, contravvenendo ai principi di non discriminazione e di tutela delle diversità etniche e culturali che i fornitori di servizi media audiovisivi sono tenuti ad osservare nell’esercizio dell’attività di diffusione radiotelevisiva”;
  • il “Testo unico dei doveri del giornalista”, approvato dal Consiglio Nazionale dei giornalisti nella riunione del 27 gennaio 2016 che stabilisce che “il giornalista rispetta i diritti fondamentali delle persone e osserva le norme di legge poste a loro salvaguardia; […] applica i principi deontologici nell’uso di tutti gli strumenti di comunicazione, compresi i social network”;
  • l’art. 9 del “Codice deontologico relativo al trattamento dei dati personali nell’esercizio dell’attività giornalistica”, allegato al “Testo unico dei doveri del giornalista” sopra citato, che stabilisce che “nell’esercitare il diritto-dovere di cronaca, il giornalista è tenuto a rispettare il diritto della persona alla non discriminazione per razza, religione, opinioni politiche, sesso, condizioni personali, fisiche o mentali;
  • la delibera n. 410/14/CONS, del 29 luglio 2014, recante “Regolamento di procedura in materia di sanzioni amministrative e impegni e Consultazione pubblica sul documento recante Linee guida sulla quantificazione delle sanzioni amministrative pecuniarie irrogate dall’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni”.

Mi scuso per la prolissità del testo, dovuta all’elencazione delle fonti di cui sopra, ma la corretta comprensione della portata della delibera in esame non può prescindere dal quadro normativo richiamato.

Alla luce delle suddette norme e raccomandazioni, l’Autorità Garante esprime le proprie considerazioni, ovvero:

  1. che, alla luce delle disposizioni normative vigenti, “i principi fondamentali del sistema dei servizi di media audiovisivi e della radiofonia rappresentati dalla libertà di espressione, di opinione e di ricevere e comunicare informazioni – comprensivi anche dei diritti di cronaca, di critica e di satira – devono conciliarsi con il rispetto delle libertà e dei diritti, in particolare della dignità della persona, dell’armonico sviluppo fisico, psichico e morale del minore, nonché con l’apertura alle diverse opinioni e tendenze politiche, sociali, culturali e religiose e con la salvaguardia delle diversità etniche e del patrimonio culturale, artistico e ambientale, a livello nazionale e locale” (e fin qui, nulla di nuovo);
  2. che “la crescente centralità, nel dibattito pubblico nazionale ed internazionale, delle politiche di governo dei flussi migratori provenienti da paesi in stato di guerra o di emergenza economico-sociale, sembra generare posizioni polarizzate e divisive in merito alla figura dello straniero e alla sua rappresentazione mediatica, favorendo generalizzazioni e stereotipi che minano la coesione sociale, nonché offendono la dignità della persona migrante o in ogni caso di categorie di persone oggetto di discorsi d’odio e di discriminazione su base etnica o religiosa” : qui parte il primo “affondo” alle politiche del Governo, evidentemente ritenute responsabili del generarsi delle “posizioni polarizzate e divisive” in merito alla “figura dello straniero” (con l’utilizzo del termine generico di “straniero” per indicare la categoria specifica del “migrante”, in via del tutto impropria), nonché foriere di “generalizzazioni e stereotipi” che (nell’ambito ristretto di cui si tratta, ovvero riguardo agli immigrati) “minano la coesione sociale”, “offendono la dignità della persona migrante (concetto nuovo e del tutto indefinito nelle sue caratteristiche) o comunque di “categorie di persone” (ancora più indefinito!) oggetto di “discorsi d’odio e di discriminazione su base etnica o religiosa”.

Mi fermo a commentare questa seconda considerazione, in quanto determinante e profondamente significativa. Con essa, il Garante espone la propria visione politica del contesto sociale attuale: egli ritiene dunque che il Governo in carica stia adottando politiche migratorie che creano divisioni e alimentano un clima di odio e pregiudizio. Né più né meno, ciò di cui le opposizioni di “sinistra” accusano quotidianamente, tramite tutti i media, il Ministro Matteo Salvini. Va sottolineato dunque, che l’interpretazione in chiave discriminatoria e disegualitaria delle politiche di controllo dell’immigrazione clandestina e lotta al traffico di esseri umani, poste in essere con decisione ed efficacia da questo Governo dopo anni di inerzia da parte dei Governi precedenti (in assoluta linearità rispetto a quelle intraprese dai Governi europei che ci sono stati regolarmente posti come esempi da emulare, ed a fronte della conclamata insostenibilità degli oneri economici, organizzativi e sociali che il fenomeno migratorio da cui il nostro continente è stato investito negli ultimi anni ha comportato e continua a comportare per l’Italia in misura enormemente maggiore rispetto agli altri Paesi europei, a causa della sua posizione geografica di “porta d’ingresso” nel Mediterraneo) è frutto di una visione distorta del fenomeno, dovuta all’orientamento politico di appartenenza e ampiamente veicolata dai media.

Ciò è vero, quantomeno, alla luce del fatto che metà del Paese (almeno) invece ha subito le precedenti politiche di accoglienza illimitata e incontrollata con disappunto e legittima preoccupazione, viste le evidenti (e indiscusse) ricadute negative in termini occupazionali, sociali, assistenziali e salariali sulla cittadinanza.

La coabitazione forzata fra cittadini colpiti dalla più grave crisi economica dal dopoguerra ed immigrati clandestini che vanno ad aumentare l’esercito di disoccupati e sottooccupati o lavoratori in nero (per non parlare degli addetti ad attività illecite) nel nostro già fragile sistema economico, non poteva altre che portare ad una reazione repulsiva da parte della popolazione autoctona. Non aver capito e previsto tale fenomeno, è la prima responsabilità dei governi di sinistra oggi relegati all’opposizione dall’elettorato, stanco di assistere ad un afflusso imponente e fuori controllo di immigrati clandestini.

Il modo per combattere le conseguenze di tale fenomeno, in termini di atteggiamento xenofobo o intollerante da parte della cittadinanza, avrebbe dovuto essere quello di rassicurare gli Italiani tramite maggiori controlli sugli ingressi irregolari, sulla gestione dei soggetti accolti nelle varie strutture di identificazione, con una ferrea applicazione delle norme di legge riguardanti rimpatri per i non aventi diritto all’asilo e alle espulsioni per i delinquenti. Invece, i cittadini hanno avuto di fronte un sistema colabrodo che non ha saputo minimamente garantire il rispetto della legalità e della sicurezza sul territorio, e i casi di cronaca con protagonisti immigrati irregolari si sono moltiplicati, alimentando la paura e il disagio sociale.

Le cause dei riportati fenomeni di discriminazione, odio o semplice insofferenza sono dunque da attribuire alle gestioni fallimentari perpetrate negli ultimi anni ed alle conseguenti ripercussioni sulla vita dei cittadini, anziché sull’informazione mediatica che ha – doverosamente – riportato i casi di cronaca coinvolgenti i “migranti”, come ha fatto per tutti gli altri.

L’assunto di partenza della delibera in esame, dunque, poggia su un’interpretazione delle cause della rilevata “crisi sociale” del tutto discutibile e di parte.

Le successive considerazioni espresse dal garante riguardano la necessaria correttezza ed obiettività, completezza ed imparzialità, nella diffusione di notizie, da parte dei fornitori di servizi dei media, “in ragione della pervasività del mezzo radiotelevisivo e dell’importante contributo che l’informazione radiotelevisiva svolge in ordine alla formazione di un’opinione pubblica sulla corretta rappresentazione dello straniero”, ed il contrasto alle strategie di disinformazione alimentate da notizie inesatte, tendenziose o non veritiere.

Su tale punto non si può non essere d’accordo, ma andrebbe rilevato che la disinformazione, con le modalità ivi censurate, viene molto più spesso effettuata dai mass media in altri ambiti (economia, politica, esteri) o nell’ambito in oggetto, ma in senso inverso a quello qui attenzionato: basta pensare al recentissimo caso dell’atleta di colore colpita da un uovo lanciato da un’autovettura, oggetto di un altisonante tam-tam mediatico con “allarme razzismo”, quando poi si è accertato che l’odio razziale aveva nulla a che fare con quell’episodio.

Il richiamo ai principi fondanti del giornalismo andrebbe pertanto esteso a tutte le tematiche materia di informazione, non solo a quella limitata ai “migranti”. Tale delimitazione appare, di per sè, come un intervento selettivo a beneficio di una categoria che già i cittadini percepiscono come “privilegiata” per il trattamento che riceve da parte dello Stato, sotto diversi aspetti, rispetto a quella dei residenti autoctoni.

Anche nell’accentuazione del dovere del fornitore del servizio di media di “assicurare la diffusione di notizie complete ed imparziali, che non siano idonee ad alimentare pregiudizi o convinzioni basate su discriminazioni derivanti da ragioni etniche, o di appartenenza religiosa o di sesso” si avverte una preoccupazione del Garante di assicurare la correttezza e imparzialità dell’informazione soltanto con riferimento a categorie selezionate di soggetti, come se gli altri fossero meno meritevoli di tutela.

Viene poi spiegato il significato del termine inglese “hate speech”, inspiegabilmente scelto dal Garante per individuare l’oggetto dell’intervento di contrasto, quando poi lo stesso necessita di traduzione e spiegazione nella lingua italiana. Esso viene individuato nell’ “utilizzo strategico di contenuti o espressioni mirati a diffondere, propagandare o fomentare l’odio, la discriminazione e la violenza per motivi etnici, nazionali, religiosi, ovvero fondati sull’identità di genere, sull’orientamento sessuale, sulla disabilità, o sulle condizioni personali e sociali, attraverso la diffusione e la distribuzione di scritti, immagini o altro materiale anche mediante la rete internet, i social network o altre piattaforme telematiche”.

Si denomina così il contenuto del divieto sancito nella prima parte dell’art. 604-bis del nostro Codice penale, secondo il quale “salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione fino ad un anno e sei mesi o con la multa fino a 6.000 euro chi propaganda idee fondate sulla superiorità o sull’odio razziale o etnico, ovvero istiga a commettere o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi”. Va da sè che, essendo previsto da una specifica norma penale, l’”hate speech” configura un reato nel nostro ordinamento, pertanto il contrasto allo stesso, qualsiasi sia il mezzo attraverso cui esso si manifesti, è già previsto da nostro sistema giuridico, con sanzioni penali (le più severe fra tutti i tipi di sanzioni giuridiche).

Ma anche qui, quando la fattispecie interessa i “migranti”, pare che alla stessa sia riconosciuta maggiore attenzione, e difatti il Garante richiama una norma internazionale che attribuisce la qualifica di “materiale razzista e xenofobo” a “qualsiasi materiale scritto, qualsiasi immagine o altra rappresentazione di idee o di teorie che incitino o incoraggino l’odio, la discriminazione o la violenza, contro una persona o un gruppo di persone, in ragione della razza, del colore, dell’ascendenza o dell’origine nazionale o etnica, o della religione, se questi fattori vengono utilizzati come pretesto per tali comportamenti”. 

Tale norma appare evidentemente indefinita nei suoi margini di applicazione, in quanto la dicitura “qualsiasi” e la locuzione “che incitino o incoraggino l’odio” possono ricomprendere anche immagini o comportamenti di per sè neutri ma che, da un punto di vista puramente soggettivo, possono essere percepiti anche in senso psicologicamente favorevole al sentimento dell’odio o di atteggiamenti discriminatori. L’applicazione di tale criterio per individuare materiale “razzista o xenofobo” può portare a considerare tale tutta una serie di dati, immagini o informazioni che i media dovrebbero poter utilizzare nella fornitura dei loro servizi senza per ciò soltanto incorrere in sanzioni.

Poiché invece il Garante pone un collegamento automatico, quasi necessario, fra i suddetti dati o comportamenti e gli “hate crimes”, altro termine inglese per indicare “i crimini generati dall’odio, prevalentemente basati su razzismo e xenofobia”, affermando che “in Italia, secondo gli ultimi dati diffusi nell’anno 2016 dall’Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHR dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE)”, gli stessi, “prevalentemente basati su razzismo e xenofobia, sono quasi raddoppiati nell’arco di un triennio”, e considerando così confermati “i timori di una possibile correlazione tra la crescente diffusione dei discorsi d’odio (hate speech) sui diversi media e l’incremento di aggressioni concrete e violente (hate harm), ancorché isolate, nei confronti di categorie di persone oggetto di azioni mirate”, egli ritiene che l’intervento regolamentare sia necessario e impellente, giustificandolo vieppiù con la presunta incidenza su tali fenomeni della “ribalta assunta, sui diversi media, dal dibattito pubblico nazionale ed internazionale sul governo delle politiche migratorie di soccorso umanitario, di accoglienza e di integrazione” (marcando ancora una volta la connotazione politica delle proprie argomentazioni).

È importante, a questo punto, ricordare come le Autorità indipendenti, categoria di cui fa parte l’AGCOM autrice delle delibera qui esaminata, secondo la più autorevole dottrina e la costante giurisprudenza, non devono avere, nella loro azione, alcuna connotazione politica (v. ad es. Caianiello V., Le Autorità indipendenti tra potere politico e società civile, in Rass. giur. en. el., 1997, p. 5.): le Autorità amministrative indipendenti, difatti, sono state concepite ed istituite per dare alle domande della società una risposta tecnica e indipendente e, quindi, non politica (per un’analisi più approfondita della figura delle A.A.I., vedi qui).

L’intento dell’Autorità garante, dunque, in continuità con la già invasiva delibera precedente della stessa Autorità n. 424/16/CONS, del 16 settembre 2016, appare chiaramente quello di voler irregimentare l’informazione massmediatica – nella consapevolezza della sua incontrollabile amplificazione tramite i social network – definendo in maniera puntuale e rigorosa i limiti ed i criteri che essa dovrà rispettare per non essere catalogata come “razzista e xenofoba” e per tale ragione, censurata e soggetta a sanzioni. Ciò va ben oltre il lodevole ed indiscutibile intento di garantire il rispetto dei diritti umani contro le discriminazioni di ogni tipo: il risultato di tali interventi consisterà in qualcosa di molto più grave, cioè un vera e propria censura verso ogni tipo di rappresentazione dei fatti e delle opinioni non sufficientemente “protettiva” verso eventuali possibili letture in senso biasimevole o discriminatorio verso i “migranti”.

È paradossale, peraltro, che nel predisporre tali strumenti di fatto distorsivi e mortificanti per la libertà, la completezza e l’obiettività dell’informazione, si richiamino norme tese a tutelare proprio tali valori, come l’art. 21 della Costituzione.

La conclusione è inquietante: il Garante afferma la necessità di fornire una regolamentazione di dettaglio del precetto contenuto nell’articolo 32 del decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, “Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici”, il quale prescrive unicamente che “I servizi di media audiovisivi prestati dai fornitori di servizi di media soggetti alla giurisdizione italiana rispettano la dignità umana e non contengono alcun incitamento all’odio basato su razza, sesso, religione o nazionalità” (prescrizioni già munite di tutela giuridica penalistica, tramite il disposto del richiamato art. 604-bis del codice penale) e si accinge a farlo attraverso un intervento che inciderà pesantemente (e vedremo se, ed in che misura, entro i limiti consentiti) sulle libertà democratiche fondamentali garantite dalla nostra Costituzione, come la libertà di informazione e di espressione!

Sarà fondamentale, dunque, al momento della pubblicazione di tale atto, una disamina attenta dello stesso da parte dei soggetti legittimati ed interessati (non ultimo, lo stesso Ordine dei Giornalisti), per segnalarne immediatamente eventuali profili ingiustificatamente lesivi delle suddette libertà democratiche costituzionalmente garantite, scongiurando così che, per vie amministrative, sciolte da ogni valutazione politica e giudiziaria, si trasformi la nostra Repubblica democratica in un sistema di governo etero-gestito, tramite un subdolo controllo totalitario dell’informazione e delle comunicazioni, al fine di nascondere alla pubblica opinione ogni fatto o ragionamento che possa orientarne il pensiero ed il libero giudizio in maniera difforme dalla volontà di chi promuove un travaso irreversibile dei popoli africani verso l’Europa.

Francesca Donato

 

EDOARDO ALBINATI E I SEMICOLTI, di Elio Paoloni

 

 

EDOARDO ALBINATI E I SEMICOLTI

Elio Paoloni

 

Avrei potuto prendere in considerazione altri scrittori, amici che apprezzo e seguo da decenni, tutti dotati di acume, ironia, inesauribile capacità di osservazione del costume. Ma non pensate che abbia scelto Albinati per il cinismo della famigerata frase, registrata e diffusa da tutti i media per l’indignazione di molti: “Io ho pensato, ho desiderato che morisse qualcuno sulla nave Aquarius. Ho detto: adesso, se muore un bambino voglio vedere che cosa succede nel nostro Governo”.

No, il cinismo non mi inquieta. In politica il cinismo è la più apprezzabile delle doti, si tratti dell’ironia bonaria di Andreotti o dei sanguinari auspici del Migliore, che all’appello per il salvataggio dei prigionieri italiani in Russia rispondeva: “Se un buon numero dei prigionieri morirà, in conseguenza delle dure condizioni di fatto, non ci trovo assolutamente niente da dire, anzi… Il fatto che per migliaia e migliaia di famiglie la guerra di Mussolini, e soprattutto la spedizione contro la Russia, si concludano con una tragedia, con un lutto personale, è il migliore, è il più efficace degli antidoti”.

“Nelle durezze oggettive che possono provocare la fine di molti di loro – concludeva Togliatti – non riesco a vedere altro che la concreta espressione di quella giustizia che il vecchio Hegel diceva essere immanente in tutta la storia.”

 

Cosa volete che sia, dunque, in vista delle magnifiche sorti della Rivoluzione contro il criminale governo gialloverde, la morte di un bambino? No, tuttalpiù mi sorprende che Albinati si abbandoni al cinismo immediatamente dopo aver abbracciato le parole d’ordine buoniste. Mi sorprende ancor più che non abbia sognato neppure un ferito di fronte all’avvento golpista del governo Monti, di fronte alla macelleria Fornero, di fronte al taglio dei contributi per i malati di SLA, di fronte all’appoggio per l’assassinio del freschissimo alleato Gheddafi. E non si sia augurato almeno un contuso di fronte alla cessione di quel po’ di mare nostrum residuo ai cugini francesi senza alcuna contropartita evidente che non fosse il conferimento della Legion d’Onore (medagliette, paccottiglia immancabile, insieme agli specchietti, del corredo di ogni bravo colonizzatore) a quasi tutti gli esponenti PD.

 

Perché, insomma, mi soffermo su Albinati? Lo seguo da decenni, da quando qualche nostro pezzullo si incrociò su Nuovi Argomenti. Nel 2016 ha vinto lo Strega con La scuola cattolica, l’unico Strega meritato da decenni a questa parte, un romanzo come dovrebbero essere tutti i romanzi, ricco di digressioni, di riflessioni, di dissezioni. Di Memoria. Un libro di tale peso e intensità da costargli, tra l’altro, un anno di psicofarmaci. Se l’aggettivo non fosse inflazionato lo definirei proustiano. Il libro vorrebbe essere contro la borghesia, la classe ‘produttrice’ dei macellai del Circeo di cui il libro si occupa, ma non c’è pagina dalla quale non traspaia l’amarezza per il mondo regalatoci dalla rivoluzione antiborghese: “la libertà è come una di quelle immense spiagge atlantiche da cui la marea si è ritirata, lasciando la sabbia piena di residui, e quella distesa te la ritrovi a disposizione senza aver fatto nulla, e nulla potrai fare quando il mare se la riprenderà”. E ancora: “Come in ogni epoca rivoluzionaria, veniva compiuto l’elogio dell’infamia”. Quasi un reazionario! Per dare un’idea della sintonia che ho con quest’uomo, in meno di metà del libro (sono a pag. 400) la mia copia conta già una novantina di orecchie.

 

Ora, non c’è nulla di strano nell’avere opinioni politiche differenti da quelle di un artista che si apprezza. Ma qui non si tratta di semplici divergenze d’opinione: siamo di fronte a una visione del pianeta profondamente distorta, a una narrazione sentimentalista, menzognera, patologica. Per quest’uomo chiunque presti ascolto al popolo, chiunque non si prefigga l’estinzione dello stesso, chiunque avversi la tratta dei bambini a favore di ricchi invertiti, chiunque sostenga che la politica (quello Stato fino all’altro ieri idolatrato) debba opporsi ai disegni dell’alta finanza, del turbocapitalismo, del mondialismo, chiunque intenda, opponendosi alle mafie, regolare e distribuire i flussi migratori, rappresenta il Male. Va fermato. Giacché l’Italia va dissolta, fin dal nome. Naturalmente dovrebbero poi dissolversi tutte le realtà sovrane, ma noi ci portiamo avanti col lavoro. In questo, e solo in questo “prima gli italiani”.

 

Le inversioni di rotta dei politici sinistri, in realtà ultraliberali, la loro acquiescenza criminale allo strangolamento del paese sono perfettamente comprensibili in termini di poltrone e regalie. Ma non dubito dell’onestà di Albinati. Non è in cerca di prebende che lo scrittore si è accodato alle missioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Certo, Otto giorni in Niger saranno stati pochi per comprendere cosa davvero succede in Africa. Sbalzato nel cuore del continente nero dai quartieri bene della Capitale ha fatto appena in tempo a rendersi conto che il Niger è uno stato e la Nigeria un altro; non poteva certo comprendere su due piedi chi sia, per davvero, razzista, neocolonialista, predatore, egoista e vomitevole.

 

Ora, è del tutto naturale che Albinati provi pena di fronte alle persone in difficoltà. Quando abbiamo di fronte un uomo, non stiamo a chiedergli la carta d’identità, non indaghiamo su ciò che lo ha portato davanti a noi. Specie se si tratta di veri profughi, se abbiamo di fronte i deboli, le donne, i bambini, i vecchi. Siamo cristiani, sempre, volenti o nolenti, portiamo in noi gli imperativi della sollecitudine verso chi soffre. Qualcuno si offenderà nel sentirsi definire cristiano e vorrà semplicemente definirsi umano (come se l’aggettivo umano avesse una accezione positiva). Ma non ha importanza. Il primo impulso, mio, di Albinati, di tutti noi, è quello dell’aiuto immediato, personale, incondizionato. Il secondo è quello di appellarsi alla comunità perché nessuno può aiutare da solo un continente. E qui arriva il punto.

 

Una persona ragionevole si chiede innanzi tutto se sia opportuno trapiantare il sofferente in paese straniero. Il buon senso, e il Papa Emerito, non lo trovano opportuno. Ma ammettiamo che lo sia. Viene naturale chiedersi chi debba farsene carico.

 

La prima risposta dovrebbe essere: chi ha provocato lo sfacelo. Ovvero i paesi coloniali, che molti si ostinano a definire “ex”: la Francia, soprattutto, anche se il responsabile principale è sempre lo Zio Sam, senza il quale nulla è permesso. Ma nella mente confusa di Albinati – sempre per il mantra antifascista – l’unico paese che deve scontare il suo colonialismo è l’Italia, ovvero il più tardivo e residuale tra i conquistatori d’Africa. Mentre, sempre secondo Albinati, la Francia è da quelle parti per “pacificare” l’area.

 

In secondo luogo dovrebbero venire i paesi europei ricchi, solidi; la Germania, per prima.

 

In terzo luogo paesi ancora più ricchi e vocati, per affinità religiosa e un certa prossimità dei confini: l’Arabia Saudita, prima di tutto, che non ne ha accolto neppure uno.

L’Italia ne ha accolti più di tutti ma se anche ne accogliesse decine di milioni non sfuggirebbe alle accuse di razzismo dei nostri intellettuali: sempre per il mantra suddetto, l’italiano, avendo ottant’anni fa accettato (all’italiana, cioè disattendendole) le scellerate leggi razziali, è intrinsecamente, irrimediabilmente razzista. Ecco, anch’io, come Albinati, ho un sogno: vorrei che i barconi fossero carichi di bei caucasici biondi e con gli occhi azzurri. Così, finalmente, privati dell’unica arma di discussione (si fa per dire) brandita finora sull’argomento, i paladini dell’accoglienza indiscriminata, senza se e senza ma, sarebbero costretti a discutere di sostenibilità, di quote, di opportunità. Capirebbero finalmente, che gli invasori – come i crumiri – non hanno colore.

 

Cosa c’è di disgustoso in queste banalissime considerazioni? Cosa fa inalberare Albinati? Va tenuto presente che ho accettato fino ad ora la premessa dei fautori dell’accoglienza indiscriminata, ovvero che siamo di fronte a profughi sofferenti, a stuoli di donne, bambini, vecchi. In questo caso sarebbe più comprensibile l’ansia accaparratrice di costoro (non sia mai qualcuno chieda ospitalità altrove! quale offesa! cosa manca in Italia che debbano cercare in altri paesi?).

 

Ovviamente i poveri profughi si contano sulle dita di una mano. Anche tra loro, a ogni modo, considerando che più che paesi in guerra in Africa vi sono aree in guerra, molti potrebbero trovare scampo in aree dello stesso paese, presso conterranei, oppure in paesi limitrofi. Ma gli scrittori odiano questi dettagli, amano le immagini, e gli hanno propinato quelle giuste: mamme e bambini. Praticamente inesistenti sulle navi negriere delle ONG, le mamme e i bambini campeggiano nel giornalume quotidiano del radical-chic, sono l’input infallibile che scatena il riflesso pavloviano. Albinati si è catapultato in Niger ma non ha dato neppure un’occhiata ai filmati sui barconi, veri e propri mezzi da sbarco da D-Day, con plotoni di giovani muscolosi, tutti della stessa taglia e della stessa età, muniti di Smartphone (che non si bagna mai, al contrario dei documenti). Ignora le riprese delle centinaia di giovanotti ben piantati che hanno assalito e scardinato le barriere di Ceuta. Gente che non può essere partita per gravi motivi economici, dato che ha sborsato somme ingenti, e, se scappa dalla guerra, andrebbe impiccata per diserzione. Lui, che intervista tutti, si è guardato bene dall’intervistare i marinai delle nostre navi militari o i militari di guardia ai centri di accoglienza, per lo meno quelli che hanno il coraggio di parlare.

 

Ovviamente, non potendo sostenere a lungo la bufala dei profughi, ci si è aggrappati alla figura del migrante ‘economico’, categoria vaga quanto colossale (in effetti quasi nessuno, da quelle parti, potrebbe essere escluso dalla categoria). Non so se Albinati sia al corrente dell’ultima categoria di stranieri che necessita accogliere ad ogni costo: la ‘picchiata dal marito’, categoria venuta alla ribalta in relazione a una naufraga ormai notissima. E, se ne è al corrente, ha realizzato che, in questo caso occorrerebbe trapiantare nel Bel Paese, oltre a quasi tutta la popolazione dell’Africa, anche tutta quella del Medio Oriente e di buona parte dell’Asia e del Sud America?

 

L’antirazzista in servizio permanente effettivo è, quasi immancabilmente, un autorazzista. Questo sono quasi tutti gli scrittori italiani, autorazzisti: spregiatori di se stessi, del proprio retaggio, della propria patria; dell’Europa stessa. Il loro invocare continuamente l’Europa è in verità un impetrare l’affossamento dei valori fondanti dell’Europa, sostituiti da una religione di presunti nuovi diritti.

Che lottino per l’estinzione dei nostri geni è palese – vedi l’accanito dileggio delle famiglie vere con prole autoprodotta – e forse perfino auspicabile. Ma come possono buttare a mare una intera civiltà, il loro – e sottolineo loro –  patrimonio culturale? Come possono aborrire la Chiesa oscurantista e lisciare il pelo alle donne velate, regalando loro assessorati alla Cultura? E’ gente che insegna, che trae la sua identità dal mondo delle Lettere. Come faranno ad apprezzare – e far apprezzare – Virgilio e Dante e Alfieri e Leopardi e Manzoni e Verdi e Carducci e D’Annunzio? O – dato il coté – il Gramsci che rimproverava agli intellettuali italiani la mancata costruzione di un epos nazionale, cosicché il popolo italiano, lasciato in balia del romanzo storico-popolare francese, “si appassiona per un passato non suo, si serve nel suo linguaggio e nel suo pensiero di metafore e di riferimenti culturali francesi ecc., è culturalmente più francese che italiano”?

 

Oscuratosi il fascino d’Oltralpe, i nostri scrittori son tutto fumo di Londra. Si sentono cosmopoliti perché accettano ogni moda straniera, ogni parola d’ordine, ogni frase infarcita d’inglesorum, e sono solo dei provinciali abbagliati dal gran mondo. Vogliono distruggere la Nazione, abbatterne i confini, sputando su coloro che per quei confini sono morti – compresi quelli che ai confini non credevano e sono morti ugualmente. Ma idolatrano le Nazioni che presidiano saldamente i loro confini, anzi si affannano ad espanderli. Ritengono superiori i francesi e gli inglesi, per non parlare dei dem statunitensi, che ci esortano ad abbattere i muri e a decrescere felicemente, tenendosi stretti i loro muri, la loro potenza, la loro crescita e la loro determinazione a mettere a ferro fuoco il pianeta. I nostri autori sognano – anzi minacciano – di trasferirsi in questi civilissimi paesi per aiutarli a diffondere la democrazia.

 

Cosa è successo a questa gente? Certo, sono da decenni accaniti lettori di Repubblica e L’Espresso nonché del Manifesto. Se proprio va bene leggono il Corriere. Ma anche in questi giornalacci si possono trovare, tra le pieghe, le notizie necessarie a comprendere chi sia, per esempio, il filantropo Soros. Possibile che, tra un’ode agli eroi delle ONG e una riverenza alla Bonino non siano riusciti a informarsi sui motivi delle condanne che pendono sul loro mandante – a morte in Malesia e all’ergastolo in Indonesia? Davvero non sanno nulla dell’attacco speculativo del 1992? Ma cliccare su qualche sito serio, così, per curiosità, per caso, per sbaglio?

 

Nonostante le sue capacità critiche, dunque, Albinati sembrerebbe rientrare nella categoria che abbiamo imparato a definire ceto medio semicolto (Cmsk), cioè quel ceto di una «certa kual kultura» che prende forma nel ’68 radicandosi nella deriva universalista e pacifista di certo marxismo nonché nell’ideologia dei «diritti umani» risalente alla rivoluzione francese. Il semicolto (con “quattro letture”, mostre a iosa, organizzazione di visite di istruzione per le scuole ad Auschwitz e qualche altro viaggio in ambienti esotici alle spalle) è preda della forma pseudo-culturale “di sinistra” del politicamente corretto, alfiere di un pacifismo semplicistico, sprovvisto di qualsivoglia nozione geopolitica e soprattutto, vittima di una vacua presunzione di “cultura” rispetto agli “incolti”, pretesa del tutto ingiustificata, vista la sua manifesta incapacità di comprendere i problemi del tempo e di imbastire una discussione propriamente politica (il suo approccio alla politica assume infatti quasi unicamente i modi del “disgusto estetico”). Si appella di continuo ai presìdi morali della tradizione umanistica (ridotta spesso alla versione “umanitaria”) ma introietta e diffonde, in realtà, istanze nichilistiche e relativistiche del tutto incompatibili con l’umanesimo vero.

 

Bene, conosco molti individui che corrispondono perfettamente a questa descrizione. Ma non penso che Albinati possa essere arruolato nella categoria; e neppure molti dei suoi colleghi. Queste persone hanno letto ben più che quattro libri, sono colte, non semicolte.   Potremmo definirle ipercolte. E conosco spregiatori di ‘populisti’ che non si sono limitati a un viaggetto esotico alternativo e solidale ma sono stati a lungo nei teatri di guerra e di guerriglia. Allora? Cosa li distingue dai propriamente colti? Si occupano poco di storia, di geopolitica? Non sempre, anzi quasi tutti leggono almeno Internazionale. Sottilmente orientato, certo. Ma per quanto possa essere orientato, non può esimersi dal tratteggiare un mondo in cui esistono guerre, conflitti, interessi nazionali. In cui è già aperta una guerra economica micidiale nell’avanzato e pacifico mondo occidentale. Un mondo in cui le nazioni non solo esistono, ma continuano a nascere – o a sforzarsi di nascere – e sgomitano, si difendono, aggrediscono. Un mondo in cui esisterebbero addirittura nazionalismi ‘giusti’, come quelli kosovari, catalani, ucraini. Infatti, ogni volta che i poveri curdi vengono sobillati dagli esportatori di democrazia per destabilizzare le aree di pertinenza (finendo poi – quasi sempre – abbandonati al loro destino) gli intellettuali cantano emozionati la fierezza dei patrioti curdi (più spesso delle avvenenti patriote). Perché, quando è curda, l’Identità non li fa vomitare? Forse perché le soldatesse titillano in loro il dogma politicamente corretto dell’uguaglianza dei sessi?

 

Perfino dalle pagine del ‘selettivo’ Internazionale, in fondo, si dispiega un mondo in cui l’ammucchiarsi di etnie e di culture non produce alcun melting pot, ma unicamente miseria e massacro. Certo, vi si tratteggia un mondo in cui il fascismo campeggia eterno, nel quale chiunque resista all’Impero è un malvagio dittatore, ma se il mero semicolto si lascia incantare, costoro (che ripeto, colti sono, e manifestamente capaci di esercitare senso critico) dovrebbero essere in grado di ricorrere almeno alle armi dell’analfabeta intelligente, che la fuffa la avverte da lontano, a naso, grazie al cinismo popolare, al retaggio di secoli di soprusi ammantati dal latinorum (oggi englishorum).

 

Cosa gli manca? In quale momento, precisamente, hanno deciso di adagiarsi nelle narrazioni mainstream? Davvero il riflesso pavloviano che li coglie alla semplice menzione del termine fascismo li costringe ad accettare qualsiasi ‘alternativa’? Possibile che la loro intelligenza non si senta insultata dal continuo ricorso a questo spauracchio e ai suoi succedanei, razzismo, populismo, omofobia? Richiamano sempre il volgo all’etica e al rigore, ma qualsiasi atteggiamento fermo, rigoroso, severo, ovvero giusto, fa scattare la fobia (questa sì, fobia vera) dell’“autoritarismo”. Gli hanno inserito un microchip sottopelle che scatta ad ogni manifestazione di buon senso? E quando? Al superamento dell’esame di laurea? Al primo contratto editoriale?

 

Gli scrittori del passato univano alla conoscenza sofferta dell’animo umano la capacità di cogliere l’essenza della storia, degli sconvolgimenti sociali, delle guerre. Cento ponderosi saggi non riuscirebbero mai a rendere l’idea dei caratteri eterni dell’italiano, delle costanti storiche – e delle nuove forme che assumono – così come li rendono I promessi sposi, Il Gattopardo, I viceré. L’immagine del vaso di coccio tra vasi di ferro rappresenta l’Italia nei secoli dei secoli, non c’è trattato che tenga. Pasolini non si lasciava incantare dalle distinzioni dei sociologi: coglieva il filo comune tra il ragazzotto e il pariolino e al contempo distingueva i veri proletari, i poliziotti, dai rivoluzionari figli di papà. E ancor oggi uno Houellebecq mantiene uno sguardo profetico. Mi è rimasta perciò la convinzione che un narratore di vaglia DEBBA avere una visione del mondo autonoma, DEBBA comprendere l’idiozia degli slogan imposti dai poteri mondialisti, dai circoli finanziari, dalle classi dominanti, DEBBA, dopo averci scartavetrato gli attributi per decenni appellandosi a Orwell, avvertire immediatamente il dominio del Grande Fratello, DEBBA, dopo aver citato anche troppo l’Ignazio Buttitta difensore della lingua atavica, rabbrividire di fronte ai vocaboli della neo-lingua, in particolare di fronte al suffisso –fobo appiccicato ovunque per stigmatizzare chi nutra anche soltanto la minima perplessità rispetto ai dogmi del pensiero unico.

E, ogni santa volta, sbatto contro l’evidenza: c’è stata una scissione tra le due capacità di visione, quella affettiva, introspettiva, speculativa, e quella esterna, sociale, storica.

 

Questi intellettuali – ma anche il loro principale demone, Salvini – ci costringono a disperdere le nostre energie sul problema immigrazione. Che è l’ultimo dei nostri problemi. Last but not the least: in effetti è sintomatico di tutto ciò che non va nel nostro paese. Basta inquadrare il fenomeno: le frasi rubate ai francesi sullo scaricarci le vittime dei loro traffici, la potenza di Soros dietro alle navi negriere, la felicità di certi imprenditori nell’accaparrarsi schiavi per l’agricoltura (come può Albinati non completare, da esperto di comunicazione, le frasi apparentemente pragmatiche come “fanno i lavori che gli italiani non vogliono più fare” con la logica chiusa: non vogliono più fare a quelle condizioni, dopo decenni di lotte contro il caporalato che solo ora qualche povero schiavo nero sta tentando invano di riaccendere?); il disegno più volte dettagliatamente esplicitato da diversi circoli sovranazionali, di rimescolare popoli ed etnie con lo scopo dichiarato di favorire il multiculturalismo e quello non poi tanto occulto di fomentare guerre tra poveri e dissolvere, insieme alla famiglia, alle forze sindacali, a ogni genere di istituzione, le comunità che possono opporsi ai poteri finanziari transnazionali.

 

Ebbene, tutto questo fa della questione migrazioni l’emblema della nostra disfatta. Perché ci permette di osservare sotto una lente di ingrandimento l’abdicazione dello stato, la debolezza di fronte a ogni genere di sopruso, di bullismo, di crimine, di razzia. Il reagire al delitto con la soppressione giuridica del delitto (vedi abolizione del reato di clandestinità). O, all’opposto, il rendere delittuosi i più elementari diritti umani: perché il sarcastico Albinati non ha ironizzato sulle intenzioni dei progressisti quando volevano limitare la difesa della vita alle ore antelucane? Perché non si è augurato che un aggredito morisse alle prime luci dell’alba, mentre l’aurora di bianco vestita carezza dei fiori lo stuol?

 

L’ultimo dei nostri problemi, dicevo, dal punto di vista puramente economico. I nostri problemi son ben altri (e non si tratta del famigerato benaltrismo). Anzi è uno solo: il fiscal compact, che – senza alcun obbligo giuridico –  gli alti traditori hanno infilato a forza, col favore delle tenebre mediatiche, nella nostra magnifica e intoccabile Costituzione. Ho pensato più volte di lanciare un sondaggio tra gli scrittori italiani, compresi quelli che ripetono pappagallescamente tutti i mantra economicisti pidioti, per capire quanti di loro siano a conoscenza di questo ritocchino costituzionale e, soprattutto, se siano in grado di rendersi conto dell’impossibilità di riparare il nostro debito con le finanziarie lacrime e sangue, che, deprimendo l’economia, contraggono il PIL e rendono il debito sempre crescente, all’infinito, fino al collasso. Ma anche senza sondaggio, già lo so: non lo sanno, e se lo sanno lo hanno già accettato come si accettano i terremoti, le inondazioni, le locuste. Come se i trattati, mai analizzati, mai seriamente discussi, fossero le tavole della Legge, incise nella pietra. Come se non fossero già stati abbondantemente diffusi i dettagli tragicomici dell’adozione, casuale, estemporanea, farsesca, del muro del 3%.

 

Ma in fondo gli scrittori se ne fottono dell’economia. Tutto quello che hanno diligentemente imparato è che i Mercati (una sorta di divinità cieca, come la Giustizia) non hanno padrone, non sono politica. Accettano qualsiasi panzana e non hanno mai saputo perché lo spread, dopo un’impennata, sia improvvisamente calato mentre si costituiva l’ultimo governo. Bizzarrie del mercato! Lo scrittore orecchia i temi economici e passa avanti disgustato. Non sono temi degni della sua penna, del suo j’accuse. Vuoi mettere i bambini morti? Quelli affogati, s’intende, che’ quelli squartati nell’utero non li riguardano, men che meno quelli venduti alle coppie sodomite.

 

Il punto è che non sono in grado di guardare al quadro complessivo. Le questioni (le ‘problematiche’) vengono sottoposte loro singolarmente. I profughi vanno accolti. Il debito va ripianato. Gli invertiti non vanno discriminati. Il sostegno alle nascite è roba da fascisti, e poi siamo troppi (sull’intero pianeta, ma noi, ricordiamolo, dobbiamo sempre portarci avanti: gli altri possono essere più prolifici dei conigli, noi saremo virtuosi). Le energie fossili inquinano, via gasdotti e trivelle. Il nucleare fa male, zero centrali (Italia prima, anzi unica). I Mercati non vogliono. Il pianeta non regge all’industrializzazione, dobbiamo distruggere le nostre industrie strategiche (anche in questo prima gli italiani). L’INPS ha i conti in rosso (non la parte previdenziale, ma non approfondiamo). La difesa del cittadino è compito dello stato, noi non siamo il far west. I singoli interventi della magistratura sono dovuti (mai che si rendano conto che a reati simili a quelli perseguiti, anzi molto più gravi, non viene dato alcun seguito e che i magistrati sono usi ad archiviare ben altro).

Ogni singolo provvedimento, affrontato dalla parte giusta, sembra logico, naturale, inevitabile. Quello della inevitabilità è il mantra principale. La possibilità di governare gli avvenimenti è stata cassata dal loro pensiero. Non ci si può opporre a questo, non ci si può opporre a quell’altro. Il Mercato, il Progresso, la Globalizzazione, le Migrazioni. Questa ovina rassegnazione viene meno quando occorre opporsi a figure esteticamente svantaggiate, ovvero ai “populisti”. Allora, guai se non ti opponi. Allarmi, siam antifascisti. Pur di scongiurare l’incubo del nazirazzifascioleghismo, atei cinici e promiscui, adusi a squittire contro le “intollerabili ingerenze del Vaticano nella politica italiana” e a rimestare in ogni scandalo sessuale delle tonache, citano ormai a ogni piè sospinto Papa Francisco e la sua compagnia di tango, sventolandosi con Famiglia Cristiana.

 

Costoro volano basso. Rimbalzano come palline di flipper sui funghi disseminati dalla comunicazione mainstream; non riescono a librarsi sopra il cristallo sporco e osservare la mappa. Ci sono studiosi, filosofi, economisti, blogger, che evidenziano gli scenari planetari, i flussi, le connessioni, gli organigrammi. Diranno fesserie anche loro, individueranno forse il nemico sbagliato, ma qualche analisi pragmatica la espongono. Possibile che mai nessuna di queste narrazioni non sentimentali, non farisaiche, non ricattatorie, siano giunte alle orecchie di Albinati? Sì, gli scrittori, i critici, i giornalisti, i docenti hanno i loro siti, i loro circuiti, le loro facoltà, tutti, inevitabilmente orientati. Ma lui mi è sempre sembrato un appartato, con le sue ossessioni e le sue idiosincrasie. L’immagine di una persona libera. Nel suo caso non posso neppure prendermela con la scuola de sinistra, zeppa di semicolti allo stato brado: lui è stato educato alla scuola cattolica (quella vecchia, tra l’altro).

 

Gli scrittori hanno un sesto senso per le coincidenze. Sia quando intendono evitarle come la peste, ritenendole un indegno espediente da romanzo d’appendice, sia quando intendono corteggiarle, come amavano fare Sciascia e Kundera. “Le coincidenze – scriveva Douglas Coupland – sono talmente rare che quando in effetti accadono, allora vengono notate. Anzi, le coincidenze sono talmente rare che è quasi come se l’universo fosse progettato unicamente per impedirle. Così quando nella vita vi capita una coincidenza, vuol dire che qualcuno o qualcosa si è dato parecchio da fare per realizzarla, ed è per questo che dobbiamo sempre farci caso”. Che preferisca appellarsi al Caso piuttosto che al Destino, alla Beffa piuttosto che al Castigo, uno scrittore è allenato a notare le coincidenze. Possibile che non attraversi mai la loro mente un’ombra di sospetto di fronte alle date (anzi agli orari) di consegna di un avviso di garanzia? Nessun soprassalto quando su ogni scena terroristica campeggia, immancabile (e indistruttibile) il passaporto dell’autore? Il gas nervino usato a capocchia contro i propri cittadini da chiunque sia stato schedato di recente come cattivodittatore? E davvero è possibile che ancora non abbiano scoperto la verità su Regeni (quando la sa ogni bambino a cui abbiano messo in mano uno smartphone)?

 

Guareschi regalava tre narici ai progressisti del suo tempo. Gli scrittori d’oggi invece, andrebbero disegnati senza narici. Hanno completamente perduto il naso, quell’istinto che permetteva ai loro antenati di individuare all’istante la retorica e le banalità ideologiche. Sono a-nariciuti.

Manca loro è la capacità di guardare. Si tratta, come diceva Husserl, di guardare, semplicemente di guardare, anche se lo sguardo immediato deve essere accompagnato da una teoria che lo sostenga nella sua esplicitazione. “In questo caso – ricorda il filosofo Renato Cristin – guardare direttamente significa cogliere l’essenza delle cose senza i veli delle opinioni, dei dogmatismi o, peggio ancora, degli strumentalismi con cui una propaganda di tipo immigrazionista, anti-identitario e sostituzionista cerca di sviare l’attenzione e confondere il giudizio degli individui e, quindi, dei popoli”.

 

Questo sguardo limpido, sgombro, non appartiene più ai nostri scrittori. E la loro avversione per l’identità nazionale è solo il riflesso dell’avversione per l’identità individuale. L’uomo deve essere fluido, plasmabile, privo di radicamenti familiari, di avi e di progenie, di identità culturale e sessuale, pronto a dissolversi. Logica conseguenza dell’indifferentismo al potere, della dittatura del relativismo, premessa essenziale all’instaurazione in Europa dell’uomo nuovo teorizzato dal marxismo, vagheggiato dal sessantottismo, auspicato dalla teologia della liberazione (e dai suoi cascami in Santa Marta), ma altrimenti disegnato dai teorici della liquidità e accuratamente programmato dagli ideologizzati burocrati dell’ONU per la finanza speculativa. L’incubo che speravamo dissolto con il crollo del comunismo si ripresenta con forza decuplicata, incistato nel cuore del mondo occidentale.

 

Quest’uomo nuovo, secondo i nostri intellettuali, non può, non deve, essere bianco (gli antirazzisti sono intrisi di un profondo razzismo). Cogliendo qui, finalmente, una verità: l’europeo è finito, imbelle, svirilizzato, sterile; non ha più slancio vitale, non può avanzare. Ma fanno finta di non capire che la causa della nostra decadenza non è soltanto nel benessere (ormai relativo, molto relativo) ma nell’aver accettato ogni disvalore, professando un pacifismo acritico e morboso e abbattendo ogni caposaldo del senso comune. Come si possono difendere fino allo stremo il relativismo, il multicuturalismo, e una serie di presunti – e stranamente non relativizzabili bensì inalienabili – diritti, accogliendo nello stesso tempo, schizofrenicamente, milioni di estranei che non comprendono, non rispettano, non accettano – e mai accetteranno – quei principi? Hanno mai approfondito, i nostri coltissimi scrittori, le pratiche sacrificali e cannibaliche della religione Yoruba, quella professata dai poveri migranti nigeriani? L’abbaglio della integrazione li acceca. L’integrazione può avvenire per piccoli gruppi, in lunghissimo tempo, in società fortemente strutturate e con valori – e pensiero – forti; deve essere auspicata da chi si insedia, cosa avvenuta – a volte – negli Stati Uniti. Da noi non ci sarà. Ci attende l’annichilimento.

“Una società che si decompone interamente è evidentemente meno adatta ad accogliere, senza troppi scontri, una gran quantità di immigrati – notava Guy Debord, che i nostri intellettuali dovrebbero aver letto. Ci si compiace (On se gargarise) – continuava – della ricca espressione “diversità culturali”. Quali culture? Non ce ne sono più. Né cristiana, né socialista, né scientista. Non è sicuro che il melting-pot americano funzioni ancora a lungo (per esempio con gli Chicanos che hanno un’altra lingua). Ma è certo che qui non può funzionare nemmeno per un momento… Gli immigrati hanno tutto il diritto di vivere in Francia. Essi sono i rappresentanti dello spossessamento; e lo spossessamento è a casa sua in Francia, tanto vi è maggioritario, quasi universale. Gli immigrati hanno perso la loro cultura e il loro paese e, com’è noto, senza trovarne altri. E i Francesi sono nella stessa situazione, solo più segretamente”.

 

Si parla qui dei francesi, alfieri dell’illuminismo. Ma nipotini dell’illuminismo siamo ormai tutti, e nella contorta mentalità dei nostri pensatori, l’uomo nero è il buon selvaggio di Rousseau. Buono per definizione. L’Europa decade perché i principi dell’illuminismo hanno obnubilato – grazie anche alla collaborazione dei nostri scrittori – le radici dell’Europa, il nucleo ebraico-cristiano che si è insediato sulle fondamenta greco-romane e che ha accompagnato lo sviluppo del pensiero europeo moderno.

L’Europa fondava la sua identità sulla cacciata dei Mori, sulla battaglia di Lepanto, sulla resistenza di Vienna all’assedio di Solimano. Gli scrittori meridionali hanno passato intere estati all’ombra di torri costiere erette a difesa dalle scorrerie saracene. Mamma, li turchi! era il grido riecheggiante lungo tutte le coste della penisola. Ora l’Islam approda e sciama sotto mentite spoglie. Senza alcuna riflessione, o abbracciando un revisionismo tortuoso e imperioso, i letterati a largo raggio – e corta memoria – vengono a spiegarti perché ‘infedeli’ non voglia dire precisamente infedeli e come Jihad indichi un concetto complesso che troppo semplicisticamente viene tradotto con guerra santa (e dal loro tono sembra che l’abbia tradotto tu). Si lanciano in estesi elogi dell’astuzia, attributo divino insieme a Baran (sotterfugio) Kayd (stratagemma) Khad (inganno) e Makr (insidia). All’immancabile locuzione d’esordio, l’indiscussa tolleranza dell’Islam, vorresti afferrare lo studioso per i capelli e infilargli la testa nell’ossario della Cattedrale di Otranto, tenendocela fino a che non abiura questa sciocca credenza.

Troppo guerreschi e sanguinari, i nostri miti fondanti? Troppo murari? Le mura permettono la formazione e la sopravvivenza di ogni comunità. Non sono invalicabili: le porte sono aperte agli stranieri rispettosi, nelle ore e nei modi opportuni.

 

Concludo: nell’acquiescenza alle parole d’ordine del pensiero unico nulla distingue un ipercolto da un semicolto. Risulta evidente, dunque, che non è l’incompletezza culturale la causa dell’abdicazione dell’intellettuale italico. Lo sprezzante appellativo ‘semicolto’ è fuorviante: porta a immaginare che una “maggior dose” di cultura guarirebbe il soggetto dall’obnubilamento. Ma questa non è altro, in fondo, che l’illusione illuminista: più luce, più enciclopedie, più trattati, e tutto si sistemerà; giunto alla piena cultura l’Uomo comprenderà, finalmente, e la verità splenderà su un mondo felice. Non è così. La lucidità non dipende dal grado di cultura. Da qualsiasi morbo siano affetti i nostri acculturati, non sarà una dose massiccia di letture a guarirli. E neppure la frequentazione delle Università e delle case editrici del Bel Paese.

 

 

A trenta chilometri da Macerata, di Roberto Buffagni

I nostri lettori, per lo meno alcuni di essi, si chiederanno il motivo dell’ostinazione con la quale la redazione di Italia e il Mondo si stia concentrando sui fatti di Macerata e dintorni a partire dall’assassinio atroce di Pamela Mastropietro. Un accanimento proprio di un giornale di inchiesta piuttosto che di un gruppo sparuto impegnato con scarsi mezzi e ancor meno tempo nell’analisi politica e geopolitica.

Tranquilli!

Non si tratta di un cedimento alla attenzione morbosa e ossessiva al gossip più macabro; nemmeno di uno snaturamento della natura e delle intenzioni che stanno sorreggendo l’impegno della redazione. Tutt’altro!

Alberga la sensazione sempre più netta che i fatti di Macerata, se messi a nudo nella loro integrità e nella loro profondità, possano contribuire a smascherare in maniera decisiva la grettezza, la pochezza, l’ignoranza, la complicità, l’accondiscendenza, la perversione della gran parte di una classe dirigente che ha preso in mano, per la precisione si è vista consegnare le redini del paese da trenta anni, a partire da Tangentopoli. Una classe dirigente in evidente crisi di credibilità, che sta perdendo il controllo di alcune leve, ma che detiene ancora saldamente, anche se in maniera sempre più disarticolata, il resto delle funzioni di controllo e di comando, il reticolo di strutture e apparati in grado di conformare una comunità e una nazione.

Quello che i fatti di Macerata rischia di evidenziare è:

  • il pressapochismo e l’ignoranza con la quale si è affrontato il problema dell’immigrazione consentendo la formazione di enclaves e comunità chiuse spesso in territori sui quali lo Stato, alcuni settori di essi, fatica a detenere anche storicamente il controllo e nei quali spesso e volentieri scende a patti, si fa permeare e convive con le forze più retrive e dissolutrici
  • il peso crescente e abnorme che il cosiddetto “terzo settore” ha assunto progressivamente nella formazione di risorse economiche, di una classe dirigente e di un ceto politico; un processo non a caso concomitante con la politica di dismissione e spoliazione della grande industria privata e soprattutto pubblica e di disarticolazione di alcuni apparati centrali dello stato. Tutti ambiti dai quali si formavano gli esponenti più lungimiranti e capaci di strategie politiche di una qualche consistenza apparsi sino agli anni ’80. Non si vuole certo sminuire l’importanza del settore e la buona fede e l’impegno di gran parte degli operatori. Va sottolineato piuttosto il peso abnorme rispetto al resto delle attività di una formazione sociale e l’inerzia che innesca la creazione di apparati burocratici di tali dimensioni specie negli ambiti assistenziali
  • la progressiva e supina remissività e subordinazione, senza alcun sussulto e capacità di trattativa, a strategie politiche esterne al paese e contrarie e ostili agli interessi della parte preponderante della nazione e del paese sino ad arrivare ai mercimoni più miserabili. Gli accordi europei passati, riguardanti i punti di approdo marittimo, sono certamente uno di questi

I fatti di Macerata, probabilmente, non sono nemmeno l’epicentro di fenomeni che stanno attraversando il paese. Sono, piuttosto, la punta di un iceberg che si estende in altre parti ben più importanti del territorio. Sono emersi lì, perché si tratta di un territorio ancora non del tutto compromesso e dove l’assassinio di una ragazza può emergere ancora come un fatto di cronaca rilevante capace di porre interrogativi esistenziali.

Le pressioni per mantenere sotto traccia o addirittura rimuovere l’episodio devono essere enormi e il comportamento oscillante degli organi inquirenti sono l’indizio probabilmente del loro peso.

Una situazione che altrimenti, sfuggita di mano, rischia di assestare un colpo definitivo alla credibilità residua di una classe dirigente, affetta com’è dalle tare del cosmopolitismo, del pensiero liberale debole, dell’umanitarismo compassionevole. Tutte categorie in crisi evidente, ormai incapaci di offrire adeguate chiavi di interpretazioni, tanto meno di politiche adeguate. L’ascesa di Trump ha offerto l’occasione per scatenare queste dinamiche. Categorie alle quali sembrano ancora abbarbicate i superstiti di questa classe dirigente e che rischiano di essere la causa ultima del loro declino e dell’erosione del loro potere_Buona lettura, Germinario Giuseppe

A trenta chilometri da Macerata

 

Nel marzo del 2018, a 29,7 chilometri da Macerata, a 11,3 chilometri dal Colle dell’Infinito leopardiano, sono stati ritrovati una cinquantina di resti umani[1] sotterrati nei pressi dell’ Hotel House, “grattacielo multietnico” di Porto Recanati.

Due giorni fa, esami di laboratorio eseguiti sulla polpa di un dente hanno accertato che tra i resti ci sono anche quelli di Camey Mossamet, quindicenne bengalese scomparsa nel 2010[2]. Camey abitava a Tavernelle, all’Hotel House aveva un fidanzatino. E’ nei pressi dell’Hotel House che è stata vista per l’ultima volta.[3]

Il 29 maggio 2010 l’incantevole ragazzina uscì di casa per andare a scuola, ad Ancona, e sparì nel nulla. Nel nulla finirono anche le indagini. L’avvocato Luca Sartini dell’ Associazione Penelope, che assiste i familiari di persone scomparse, all’epoca seguì le indagini[4]. L’Associazione voleva incaricare delle ricerche un investigatore, e chiese alla Procura di vedere il fascicolo delle indagini, per non sprecare tempo cercando dove la polizia già avesse fatto sopralluoghi. La Procura negò l’accesso al fascicolo perché Sartini non aveva indicato gli atti precisi da visionare. Cosa tutt’altro che facile: l’Avv. Sartini non è chiaroveggente, e non poteva sapere quali indagini avessero condotto gli inquirenti. Secondo l’Avv. Sartini, gli inquirenti s’erano formata la convinzione che all’interno della famiglia ci fosse omertà, e che insomma Camey, una ragazzina che voleva vivere all’occidentale e amava giocare a calcio, fosse stata riportata in Bangladesh contro la sua volontà: tant’è vero che si fecero indagini anche colà, naturalmente senza risultati. Per smentire questa ipotesi investigativa, Sartini accompagnò la madre e il fratello di Camey a un colloquio con il Procuratore. Non è servito, a quanto pare. Tuttora non si sa dove abbiano svolto ricerche gli inquirenti. Non si può che convenire con l’Avv. Sartini, quando dichiara che “non dovessero aver cercato lì, a pochi metri dall’Hotel House, dove è stata vista per l’ultima volta, sarebbe scandaloso.” Aggiunge Sartini che gli è capitato di seguire diversi casi, e “senza polemiche, ci sono indagini di serie A e di serie B.”[5]

Non c’è dubbio: senza polemiche, ci sono indagini di serie A e di serie B. Da che cosa sia dipesa l’iscrizione dell’indagine su Camey nel campionato minore, non è facile capire. Può essere la ragione più vecchia del mondo: socialmente, la famiglia di Camey conta zero, e per chi conta zero gli inquirenti, salvo eccezioni, tendono a impegnarsi meno. Oppure: se l’ipotesi degli inquirenti era “Camey riportata contro la sua volontà in Bangladesh a scopo matrimonio forzato”, l’argomento era delicato perché si presta a polemiche contro i mussulmani, l’integrazione degli immigrati, le magnifiche sorti della società multietnica e progressiva, etc. O anche: il “grattacielo multietnico” Hotel House, dove vivono e convivono, male, duemila e passa persone, quasi tutte immigrati di varie etnie e religioni, già nel 2010 era un focolaio di crimini[6] e malvivenza che le autorità non riuscivano a controllare e tanto meno a sanare. Ma sino a quel momento, si parlava di spaccio di droga, furti, prepotenze: reati odiosi, ma non atrocità terrificanti. Alla microcriminalità endemica le popolazioni possono, tristemente, abituarsi e rassegnarsi. Abituarsi e rassegnarsi all’orrore senza nome è meno facile, in tempo di pace (almeno nominale). Possibile che il timore di scoprirsi in precario equilibrio sull’orlo di un “pozzo degli orrori”, come anni dopo i giornalisti avrebbero chiamato la fossa comune con i resti di Camey e di altre vittime sinora ignote, abbia infuso negli inquirenti una semiconsapevole propensione a quieta non movere?

Non so. Non so neanche se il ritrovamento dei resti umani a due passi dell’Hotel House possa essere collegato all’assassinio e allo smembramento di Pamela Mastropietro, per il quale sulle prime qualcuno (tra i quali anch’ io) parlò di omicidio rituale.

Un letterato del IV secolo, Onorato, nei suoi Commentarii in Vergilii Aeneidos libros VIII scrive: “…in omnibus sacris feminei generis plus valent victimae”, in ogni tipo di rito le vittime migliori sono di genere femminile. Ma sono passati millesettecento anni, e da quei tempi bui tutto è cambiato. O no?

[1] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/03/29/pozzo-dellorrore-trovati-oltre-50-reperti-il-sindaco-la-citta-e-sicura/1084978/

[2] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/29/pozzo-dellorrore-le-ossa-sono-di-Cameyi/1121347/

[3] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/03/29/unamica-di-Cameyi-non-so-se-siano-i-suoi-resti-ma-lascio-un-fiore/1084906/

[4] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/01/il-legale-che-segui-il-caso-Cameyi-volevamo-cercarla-con-un-detective-ci-fu-negato-di-vedere-il-fascicolo/1085465/

[5] Ibidem

[6] https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/14/hotel-house-al-setaccio-in-sei-mesi-di-controlli-12-arresti-e-177-denunce/1114776/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/24/al-setaccio-hotel-house-e-river-perquisite-diverse-case-foto/1094802/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/24/blitz-in-21-appartamenti-due-denunce-per-spaccio-sette-persone-saranno-espulse/1094640/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/06/21/forze-dellordine-allhotel-house-necessario-un-presidio-permanente/1118049/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/03/31/hotel-house-sfuggito-di-mano-problema-piu-grande-delle-nostre-forze/1085595/ ; https://www.cronachemaceratesi.it/2018/04/18/hotel-house-lira-dellopposizione-cittadini-umiliati-il-sindaco-agisca/1092037/ eccetera, eccetera.

IL BENALTRISMO MALATTIA SENILE DEL SINISTRISMO, di Roberto Di Giuseppe

IL BENALTRISMO MALATTIA SENILE DEL SINISTRISMO

Qualsiasi cosa va bene pur di evitare di fare i conti con ciò che la realtà ci impone di vedere. Un personaggio che in effetti la Rivoluzione l’ha fatta davvero, un certo Vladimir Ilic Lenin, parlava di “Prassi – Teoria – Prassi”, ovvero partire dal dato di realtà, esplorarlo, capirlo, senza fingere di non vedere ciò che non ci piace, elaborare una necessaria riflessione teorica adatta ad intraprendere un percorso di trasformazione ed infine misurare il pensiero sul campo reale per verificarne gli effetti. Tanto per esemplificare, allo scoppio della Prima guerra mondiale, mentre i socialisti europei (la Sinistra sinistrata di quei tempi) predicando la pace senza se e senza ma, finivano per votare i crediti di guerra delle rispettive nazioni (ad eccezione di quelli italiani che si erano rifugiati nella formula ancora più ipocrita del “nè aderire, nè sabotare”), Lenin parlava di trasformare la guerra da imperialista in guerra civile. Da rivoluzionario, non si poneva, nè poteva porsi, il tema dei lutti e delle sofferenze terribili che la guerra avrebbe inevitabilmente comportato, ma quello del potenziale di radicale rivolgimento che quel drammatico evento portava con sè
Ma in effetti Lenin non era di “sinistra”, era un comunista bolscevico… una bella differenza!
Un benaltrista oggi lo definirebbe certamente un cinico senza cuore nè umanità.
D’altra parte Lenin quando parlò di pace separata con la Germania, non lo fece certo per spirito pacifista, ma per poter combattere su un solo fronte contro i bianchi controrivoluzionari.
Un benaltrista dei nostri direbbe che prima di combattere i “bianchi” c’era BEN ALTRO! C’era prima da combattere contro i tedeschi (in solidarietà coi liberi alleati delle democrazie europee e americana) e poi pensare alla “giusta e sacrosanta” rivoluzione (cose che appunto dicevano i sinistri russi nel 1917 e avevano detto quelli europei nel 1914). Nel frattempo vai con le belle canzoni e con le infinite citazioni… quelle si son cose che cambiano il mondo…
Nel suo mirabile film del 1966, “La Battaglia di Algeri”, il regista Gillo Pontecorvo, mostra chiaramente che l’FNL, il Fronte Nazionale di Liberazione algerino, prima di cominciare lo scontro con i francesi in città, si preoccupò di eliminare tutta una serie di figure presenti nella Casbah, il quartiere arabo di Algeri. Erano, spacciatori, sfruttatori di prostitute ed anche mendicanti. Tutti dovevano sparire, cambiare attività e sottomettersi all’autorità del Fronte, oppure morire. Si trattava in fondo di piccole entità, parti anch’esse del popolo algerino, ma erano l’arma con cui le autorità francesi controllavano la Casbah. Spie e veicoli, magari involontari, di corruzione e disorganizzazione. In sostanza un coltello puntato alla schiena di chi si preparava ad uno scontro mortale contro un nemico potente e ferocemente determinato a prevalere.
Un benaltrista contemporaneo cosa direbbe? Direbbe: “Mentre il saggio indica col dito l’imperialismo francese, lo stolto abbaia ai diseredati ed ai piccoli delinquenti della Casbah!” Un vero Progressista, Democratico, Obamiano, Canzonettista, Citazionista, Vignettista!
Trasposto all’oggi la musichetta resta sempre la stessa: “Invece che ai migranti guarda alle multinazionali… invece che ai rom che rubano guarda a quanto ti rubano le banche…” e via cantando. I benaltristi sinistrati non vedono, ma io comincio a pensare che soprattutto NON VOGLIONO VEDERE che i copertoni bruciati che intossicano un intero quartiere senza che nessuna autorità muova un dito, la ladruncola che ti fotte il portafoglio in metropolitana e che non può essere arrestata perchè minorenne, gli spacciatori bianchi o neri che occupano impuniti parchi e piazze, i ladri che ti entrano in casa e ti fanno sentire come stuprato, magari due o tre volte a distanza ravvicinata, i senza tetto che bivaccano nei giardini pubblici o che lordano di feci e urina un parco giochi per bambini (tutte cose comuni che conosciamo benissimo), sono ferite sanguinose nel corpo sociale, lo spezzano e lo disgregano, lo respingono verso il degrado ed IMPEDISCONO DI FATTO la possibilità di aggregare attenzione ed azione contro i veri dominanti. Sono sabbia negli occhi che non uccide ma acceca ed impedisce di vedere le minacce più grandi.
Senza bisogno di scomodare concetti rivoluzionari, basta vedere che quei paesi, anche extra europei, in cui l’attenzione dell’opinione pubblica ai propri diritti nei confronti dei dominanti è più alta ed efficace, sono proprio quelli dove queste continue microfratture sociali sono mal tollerate e ridotte al minimo.
Una sinistra che non fosse stata sinistrata, meno arrogante e parolaia, meno inutilmente innamorata di se stessa e delle proprie canzonette, avrebbe affrontato per tempo questi temi proprio perchè cosciente della loro decisività nella lotta contro i dominanti.
Ma la sinistra è vecchia, è muffa, è anchilosata e residuale. Era già morente nel 1914 e nel ‘17, ma ha finto di ringiovanirsi sull’onda lunga delle rivoluzioni comuniste ed ora che quell’immane lotta ha avuto il suo epilogo, ecco che riemerge il cattivo odore. Ai voglia a tentare di coprirlo con le vignette e le citazioni pescate qua e là.
E’ il Benaltrismo, malattia senile del Sinistrismo.

i soliti attori, la solita musica di Gianfranco Campa

 I SOLITI ATTORI

 

La storia del Cambridge Analytica, va inserita, in chiave più generale, nello scontro tra stato ombra e Trump. Se il Russiagate tarda a dare i risultati sperati, se il pettegolezzo dell’attrice porno tarda a decollare ed infiammare le platee mediatiche, ecco che lo “scandalo” della Cambridge Analytica dovrebbe in teoria risultare finalmente deleterio per Trump. Dovrebbe intaccare la credibilità del presidente americano e aizzare le folle che navigano sulle piattaforme social contro Trump stesso, mettendolo in rotta di collisione con milioni di utenti inferociti per la manipolazione della loro privacy. L’aspettativa è che le orde barbariche invadano le piazze pubbliche con forconi e torce invocando la testa di Donald Trump. Così a due giorni dall’annuncio del licenziamento di McCabe, a un giorno dalle elezioni di Putin in Russia, cioè dopo l’ennesimo colpo pesante inflitto allo stato ombra, per puro caso, senza alcuna intenzione, accidentalmente, casualmente, fortuitamente, senza nessuna pianificazione, per una semplice concomitanza, senza nessun nesso, scoppia lo scandalo del Facebook-Gate. Da quattro giorni di fila i titoloni sullo scandalo Cambridge Analytica/ Facebook catturano le prime pagine dei maggiori quotidiani italiani e stranieri; neanche Neil Armstrong buonanima, con la sua passeggiata lunare riuscì a catturare i principali titoli dei quotidiani per tanti giorni consecutivi.

In modo drammatico, i titoloni dei giornali, ci rivelano come i collaboratori di Trump avrebbero manipolato Facebook, accedendo ai dati privati dei suoi utenti in modo da favorire Trump e consegnandogli la tanto sospirata vittoria presidenziale. Secondo le “scioccanti” rivelazioni degli strilloni mediatici, Facebook avrebbe ottenuto informazioni personali di un largo numero dei propri utenti tramite un quiz sulla personalità, usando una Applicazione (App) creata da Aleksandr Kogan, di conseguenza Cambridge Analytica si sarebbe impossessata di questi dati per esaminarli e metterli a disposizione di Steve Bannon, allora direttore della campagna presidenziale di Trump. Tutto questo per aiutare Trump a vincere le elezioni. I dati sarebbero stati usati per studiare i comportamenti delle persone individuate per meglio identificarle e bersagliarle con post mirati a influenzarli politicamente. Una grave interferenza nella vita privata dei cittadini i quali, ignari ,si sarebbero poi recati, come zombi, ai seggi per votare Trump anziché la pura, innocente, incorruttibile, pacifica, signora Hillary Clinton. La democrazia è minacciata da Steve Bannon, da Facebook, da Cambridge Analytica.  Mi aspetto da un momento all’altro la richiesta a gran voce di un nuovo procuratore speciale il quale, spento il Russiagate, possa indagare ora sul “Facebook-Gate.”  Tra l’altro non poteva mancare neanche la connessione diabolica con la Russia, visto che Aleksandr Kogan, il creatore dell’app, è nato in Russia, vive negli Stati Uniti e all’epoca dei fatti lavorara per l’Università di San Pietroburgo. Sicuramente il nostro emerito procuratore speciale, Robert Muller, si metterà subito a disposizione per trovare il nesso con il Russiagate. Niente di più orgasmico, per lo stato ombra; trovare una ragione per alimentare questa farsa delle collusioni Trump-Russia.

La denuncia di queste attività illegali, sarebbe arrivata grazie a un ex lavoratore, contrattualmente indipendente, del Cambridge Analytica: Christopher Wylie. Oppresso dal senso di colpa Mister Wylie si trasforma nell’eroe che ha denunciato queste losche attività, essendo proprio colui che aveva la responsabilità di analizzare i dati provenienti da facebook generati tramite l’app sulla personalità. Lo scandalo è stato alimentato anche da un video segreto registrato e trasmesso dal canale televisivo Britannico Channel 4 nel quale si sente e si vede l’amministratore delegato della Cambridge Analytica, Alexander Nix , ammettere di aver interferito in più di trenta elezioni sparse per il mondo. Cosi`ai nostri eroi della Channel 4 vanno accreditati i meriti di questa nuova crociata per la purificazione del mondo digitale dalle cimici social-trumpiane.

Alla fine però, scavi e scavi, trovi il nostro caro eroe George Soros, sempre presente in questi impeti rivoluzionari, siano essi digitali, armati, oppure colorati. Quando qualche settimana fa Soros fu attaccato dal Guardian per il suo coinvolgimento finanziario nel movimento anti-brexit, il Channel 4 pubblicò un’intervista, una serie di articoli e di video tesi a riabilitare la figura di Soros.

https://www.channel4.com/news/factcheck/why-the-conspiracy-theories-about-george-soros-dont-stack-up

Si scopre che Channel 4 ha un interesse diretto a screditare facebook poiché, come riferisce il link postato sotto, secondo l’articolo del The Guardian, Channel 4 ha aderito ad un’alleanza tra le più grandi emittenti europee (c’è anche Mediaset) per pubblicare annunci pubblicitari sui loro servizi di video-on-demand (VOD), nel tentativo di contrastare Google e il dominio di Facebook nella pubblicità online. Una cosa non necessariamente negativa per l’Europa, ma che dimostra la totale mancanza di onestà ideologica di Channel 4. Agli amministratori di Channel 4 non interessa per niente la protezione della privacy degli utenti Facebook; lo scandalo offre loro semplicemente una possibilità di assestare un colpo a Facebook, diretta concorrente, per indebolirla.

https://www.theguardian.com/media/2017/nov/13/channel-4-tv-ad-alliance-google-facebook

Per finire, Channel 4 sarebbe stato uno dei canali principali di supporto agli elmetti bianchi e ai “moderati” ribelli Siriani. Channel 4 è recidiva. Il canale 4 britannico è stato uno strumento di promozione della narrazione inerente la “rivoluzione” in Siria. La Russia, in particolare, è stata demonizzata dal Channel 4. I signori di Canale 4 si prestano alla perfezione alla narrazione Sorosiana anti-Trump e anti-Russa.

http://21stcenturywire.com/2016/10/09/channel-4-joins-cnn-in-normalising-terrorism-then-removes-video/

http://21stcenturywire.com/2018/02/01/white-helmets-channel-4-bbc-guardian-architects-war/

Naturalmente ci sono due pesi e due misure quando si parla dei mass media allineati con i poteri forti. La campagna presidenziale di Obama nel 2012 fece lo stesso uso di dati personali estrapolati dai siti digitali e fu grazie a quella mossa che Obama sconfisse Mitt Romney quando gli stessi sondaggi alla vigilia delle elezioni lo davano per sconfitto. Obama condusse una campagna all’avanguardia, da ventunesimo secolo, mentre quella di Romney era ancora ancorata a tecniche tradizionali. Tra le altre cose, mentre nel caso di Cambridge Analytics, l’applicazione usata per estrarre i dati era stata sviluppata e apparteneva a una terza entità, quella sviluppata per attingere a milioni di dati personali, principalmente numeri di telefono di utenti, fu sviluppata personalmente dal team presidenziale di Obama, direttamente dall’allora quartiere generale della sua campagna presidenziale a Chicago. Ma mentre la violazione della privacy, avvenuta estrapolando dai dati di facebook i numeri di telefono, non generò nessuna indignazione, quella del team di Trump ha provocato il terremoto politico-mediatico. Sotto potete osservare due titoli: uno del Washington Post che nel 2013 riportava la notizia di come l’accesso dei dati avesse portato alla vittoria Obama; l’altro, quello del New York Times, relativo alla storia di Cambridge Analytica. Il titolo del Post è celebrativo, mentre quello del New York Times è di condanna, denunciando la strumentalizzazione fatta dai collaboratori di Trump. Qualcuno di voi rammenta l’indignazione e la trepidazione di questa gentaglia sulla violazione della privacy e la manipolazione dei dati personali nel 2012? Neanche io. La differenza sta tutta qua, nella interpretazione e manipolazione delle notizie distribuite dai mass media; due titoli due misure insomma. Quando lo faceva Barack era considerata puro genio, quando lo ha fatto Trump si sono strappati le vesti.

L’aspetto beffardo è che la gente è talmente ingenua da credere che facendo un test della personalità su facebook e quindi consegnando di fatto i propri più intimi dati, questi stessi dati personali siano poi in qualche modo protetti. Ci prestiamo a divulgare ogni tipo di informazioni personali nel cyberspace, incluso i selfie fatti dal cesso; poi ci meravigliamo se i nostri dati sono a disposizione di entità estranee.

Siamo quindi, come al solito, di fronte alla già consolidata tattica usata per screditare Trump.  Giustificare la sconfitta della Clinton attribuendola a interferenze di fantomatici blogger Russi, governi stranieri, torbide manovre mediatiche, insanità mentali, turpitudini morali; il tutto nel tentativo di delegittimare Trump. Ecco che allora una entità come Facebook, da sempre nelle grazie e nelle tasche di politici e politiche liberal-progressisti, viene ora usata e sacrificata come strumento di attacco a Trump. Sulla inclinazione pro-liberale di facebook non ci sono dubbi, visto che da ormai almeno tre anni, Facebook conduce una campagna anti-conservatrice. Voglio solo ricordare i molteplici episodi di aperta militanza pro-Hillary Clinton durante le ultime elezioni presidenziali da parte di Facebook. Basta per esempio leggere le emails, hackerate e pubblicate da Wikileaks, dell’amministratore delegato di Facebook, Cheryl Sandberg. Nelle emails fra Sandberg e John Podesta, il manager della campagna elettorale di Clinton dichiarava a Podesta che lei, con entusiasmo, guardava a una collaborazione per far eleggere la prima donna presidente, Hillary Clinton.

La prima a gioire per le disgrazie di Facebook è quindi la destra americana, da sempre ostacolata, oscurata ideologicamente da Facebook. L’attacco a Facebook rientra nel classico caso del cane che si morde la coda; la sinistra che soffre di una malattia autoimmunitaria, una punizione inflitta a se stessi. La disperazione delle élite-liberali, l’odio verso Trump li sta consumando dal di dentro, portandoli ora a mangiarsi i loro stessi figli, cioè i Mark Zuckerberg, gli Cheryl Sandberg, ect . Dubito che questa storia del Cambridge Analytica distruggerà Facebook, certamente se dovesse accadere non saranno i sostenitori di Trump a versare lacrime di dolore.

 

 

 

FASCISMO & ANTIFASCISMO: UNA PIETRA SOPRA, di Roberto Buffagni

FASCISMO & ANTIFASCISMO: UNA PIETRA SOPRA.

 

Il lettore ricorderà che Luca Traini, ultimata la sua rappresaglia collettiva per l’assassinio di Pamela Mastropietro, si è costituito alle forze dell’ordine. Per sacralizzare il suo gesto, si è avvolto nel tricolore ed ha atteso l’arresto sul Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale. Che cosa c’entrano la Prima Guerra Mondiale e i suoi caduti con il gesto di Traini? Naturalmente, non c’entrano niente. C’entrano molto, invece, con le manifestazioni antifasciste che hanno risposto al gesto di Traini. C’entrano, perché non so se ci avete fatto caso, ma Monumenti ai Caduti della Seconda Guerra Mondiale, in Italia non ce ne sono proprio.

Monumenti ai Caduti Partigiani ce ne sono in ogni città italiana, grande o piccola. Nel migliore dei casi, sotto l’elenco dei caduti partigiani c’è una lista dei “caduti al fronte”, dove per “caduti al fronte” si intendono i caduti nel corso delle operazioni belliche 1940-1945, esclusi i caduti della Repubblica Sociale Italiana che non sono ricordati neanche con un post-it appiccicato nei cessi di un periferico autogrill. Ma monumenti ai Caduti della Seconda Guerra Mondiale, dove siano ricordati tutti i caduti italiani, salvo errore in Italia non ne esistono proprio[1]. Eppure, non sono stati pochi: secondo l’Ufficio dell’Albo d’Oro del Ministero della Difesa[2], i numeri sono i seguenti: Esercito, 246.432; Marina, 31.347;  Aeronautica, 13.210;  formazioni partigiane, 15.197;  forze armate della RSI, 13.021.

Risulta chiaro, dunque, che non è ancora possibile mettere la proverbiale pietra sopra, in forma di lapide monumentale, a una vicenda non secondaria della storia italiana. I caduti della Seconda Guerra Mondiale sono e restano caduti abusivi o tollerati, mentre i caduti della Repubblica Sociale Italiana sono e restano caduti illeciti e disonorati. Gli unici caduti italiani legittimi e onorati della Seconda Guerra Mondiale sono i caduti partigiani (circa il 5% del totale). Di conseguenza, quando Luca Traini ha voluto legittimare e sacralizzare il suo gesto presentandosi come un combattente per la nazione e per la stirpe italiana, non ha potuto che scegliere il Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale: che però con l’assassinio di Pamela Mastropietro, con l’immigrazione, con il fascismo e l’antifascismo, se non altro per ragioni cronologiche c’entra zero.

Motivi ce ne sono, naturalmente. La Repubblica italiana si autodefinisce “antifascista” sin dalle sue origini, e “antifascista” fu la classe dirigente riunita nel CLN che la guidò, dopo la sconfitta militare e l’armistizio con le potenze Alleate. Il regime politico responsabile dell’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, e dunque della nostra sconfitta, fu senz’altro il regime fascista. Non facile sarebbe stato, per la nuova classe dirigente repubblicana, presentarsi agli italiani e al mondo come erede di una sconfitta. Più facile presentarsi come eredi di una vittoria: la vittoria dell’antifascismo sul fascismo. Il fatto, storicamente incontestabile, che a perdere la guerra era stato non solo il regime politico fascista ma l’Italia, e a vincerla sì l’antifascismo, ma innanzitutto le potenze straniere Alleate che l’Italia avevano sconfitto e invaso, e senza le quali il CLN e le formazioni partigiane non avrebbero vinto mai, fu passato sotto silenzio.

Non subito: nei primi anni dopo la fine della guerra, troppo bruciante e troppo chiara a tutti era la realtà della sconfitta, e troppo evidenti i rapporti di forza tra le formazioni partigiane e le potenze Alleate, liberatrici dal fascismo e insieme occupanti la nazione italiana. Alla conferenza di Pace di Parigi del 1946, infatti, l’antifascista Alcide De Gasperi così si rivolge alle potenze vincitrici: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.”

Poi nacque il mito, sottolineo mito della Resistenza; e nacque anzitutto per opera di Togliatti e del PCI, che con il mito della Resistenza e dell’antifascismo si accreditava quale partito democratico per eccellenza, nonostante la sua appartenenza al campo sovietico, che di democratico non aveva un gran che tranne il nome delle “democrazie popolari” del Patto di Varsavia. La guida culturale del campo antifascista fu presa, però, dagli eredi del Partito d’Azione. Piero Gobetti aveva definito il fascismo “autobiografia della nazione”, e gli italiani che avevano appoggiato il fascismo “popolo delle scimmie”. Fascismo come autobiografia della nazione significava, per Gobetti e per la cultura azionista, fascismo come risultante di tutte le “arretratezze” italiane: la mancanza di una riforma protestante, di una borghesia laica, di una rivoluzione industriale. Per farla breve: fascismo come effetto del mancato ingresso dell’Italia nella modernità europea e occidentale, della nostra incapacità di essere “un paese normale”, come dirà Massimo D’Alema tanti anni dopo. “Fascismo” veniva a significare il contrario di “progresso”; e per l’Italia, “progresso” diventava sinonimo di “assimilazione culturale ai paesi-guida della modernità”, in parole povere ai paesi anglosassoni. Scotomizzata dal paradigma/paraocchi mentale progressista, elementare e potentissimo, che divide il mondo in un avanti dove c’è ogni valore e un indietro dove c’è ogni disvalore, la cultura dell’antifascismo a guida azionista condivide il “pregiudizio favorevole”[3] nei confronti del comunismo: perché pur presentando qualche difetto, il comunismo è avanti.

Esempio preclaro di “pregiudizio favorevole”, Piero Calamandrei. Scrivendo a suo figlio Franco, allora (1955-6) corrispondente de “L’Unità” da Pechino, Piero, che sta preparando un numero de “Il Ponte” dedicato alla Cina, gli chiede quanto segue: “Ora vorrei una spiegazione da te, caro Franco, se puoi darmela[4]. In un articolo su ‘La Cina vista dall’Inghilterra’ del redattore del ‘Manchester Guardian’, l’autore che rifà la storia di come si è arrivati alla Cina popolare, dice a un certo punto: ‘C’è stato terrorismo politico: nel 1952 ministri del governo annunciarono che erano stati sterminati 2.500.000 nemici di classe.’ E’ esatta questa notizia? E’ controllabile? O è un’invenzione? Non so se tu sei in grado di rispondermi: in caso negativo, sia per non detto. Ciò non avrebbe importanza sul giudizio positivo sulla Cina attuale; le rivoluzioni sono rivoluzioni come le guerre. Ma se la notizia fosse falsa vorrei ribatterla[5].[6]

Oggi sappiamo che la notizia era vera, le cifre degli sterminati sono in quell’ordine di grandezza. Ma la cosa interessante è che Piero Calamandrei, persona intelligente, preparata e degna, di fronte a una cifra come 2.500.000 morti ammazzati non nel corso del conflitto guerreggiato ma dopo, a sangue freddo, a) non fa una piega b) non si chiede a chi e cosa corrisponda, nei fatti cinesi, il concetto di “nemico di classe” c) qualora il figlio lo accerti che la notizia è vera, addebita lo sterminio alla forza delle cose e al destino, tipo “per fare la frittata si rompono le uova” d) e dunque chiede verifica a Franco solo per cogliere una buona occasione di far polemica contro gli anticomunisti in caso la notizia fosse falsa.
Si noti che Calamandrei non era comunista, né aveva responsabilità politiche dirette nel movimento comunista (chi ha responsabilità politiche dirette tende inevitabilmente al cinismo pragmatico). Era un celebre e rispettatissimo studioso, certo politicamente schierato nel campo antifascista, ma non un agente del KGB, e nemmeno un membro dell’Ufficio Politico del PCI.

La cecità volontaria parziale di Calamandrei deriva da un pregiudizio ideologico, il “pregiudizio favorevole” al comunismo. Calamandrei non era comunista, ma un azionista antifascista. Con la svolta di Salerno, il PCI si era proposto come campione dell’antifascismo e della democrazia; e per complesse ragioni storiche e ideologiche, la proposta era stata accolta da tutte le forze componenti il CLN, sebbene il PCI antifascista lo fosse stato senz’altro, ma democratico mai (accettava di fatto la democrazia rappresentativa pluralistica perché questo era il quadro di Yalta, ma non l’accettava in linea di principio, e questo resterà vero fino a Berlinguer e oltre: è la celebre “doppiezza” togliattiana). Quindi, il PCI restava fuori dal governo in base a Yalta, ma sul piano ideologico e culturale il comunismo restava non solo accettabile per tutti gli antifascisti, ma una forza e una cultura nei riguardi della quale le forze ex CLN nutrivano un “pregiudizio favorevole”. Ragione di fondo: un tipo di interpretazione del fascismo (azionista e marxista, che convergono su questo giudizio per diverse vie) che lo vede come un pericolo permanente e ricorrente, contro il quale è indispensabile conservare l’alleanza antifascista anche quando il fascismo storico non esiste più perché sconfitto sul campo. A questo poi si aggiunga la solidarietà di interessi che sempre si stabilisce in una classe dirigente, e che prescrive quel che si può, e quel che non si può dire pena serie difficoltà nella carriera, sino all’ostracismo. Conclusione: a fronte del pericolo di risorgenza del fascismo eterno, i 2MLN e mezzo di morti cinesi contano zero, e vanno passati sotto silenzio perché a parlarne “si fa il gioco del fascismo”; come si fa il gioco del fascismo a parlare del terrore leniniano e staliniano, del dissenso sovietico, e del fatto che il mito della Resistenza è, appunto, un mito che non corrisponde alla realtà, come non corrisponde alla realtà la vulgata secondo la quale il fascismo è “l’invasione degli Hyksos” (Croce) o “l’autobiografia della nazione” di un “popolo di scimmie” (Gobetti) o “il braccio armato del grande capitale che quando è in difficoltà lo tira sempre fuori dalla cassetta degli attrezzi” (marxisti tutti); e quindi, non si può mai dire che il fascismo non è un errore contro la cultura tout court, ma “un errore della cultura”, e della migliore cultura italiana (Noventa).

Si faceva il gioco del fascismo anche se si parlava dell’adesione e collaborazione al fascismo, più o meno profondamente persuasa ma non solo forzata o motivata da inesperienza giovanile, di una larga parte della classe dirigente e degli intellettuali italiani antifascisti; tant’è vero che lo stesso Calamandrei, nel discorso tenuto il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico, alla presenza di Ferruccio Parri, ebbe a dire: “Il ventennio fascista…fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana…perché, sì, fu un’invasione che veniva da dentro, un prevalere temporaneo di qualcosa che si era annidato dentro di noi[7]”. L’oratore del Teatro Lirico era lo stesso medesimo prof. Piero Calamandrei che quattordici anni prima, nel 1940 (millenovecentoquaranta A.D.) era stato il principale collaboratore del Guardasigilli Grandi per l’elaborazione del nuovo codice di procedura civile, e che aveva steso per conto del ministro la Relazione al Re. Relazione che come di prammatica figura in premessa al testo del codice e ne proclama l’alta ispirazione fascista. “Sconcio illegalismo”?

Il comunismo e l’URSS non ci sono più. Ma nei partiti e tra gli intellettuali proUE italiani prevale una cultura largamente ispirata all’azionismo antifascista (omogeneizzato e banalizzato modello Scalfari); come del resto nell’intero paese, dove è irriflessa ma è diventata senso comune. Rinnegata, senza vero riesame, la prospettiva comunista dopo l’implosione dell’URSS, gli intellettuali progressisti proUE (cioè quasi tutti) hanno certo accettato la democrazia rappresentativa pluralistica e liberale, ma al “sogno di una cosa” comunista hanno sostituito, a svolgere la medesima funzione, il “sogno europeo”. Qual è, questa funzione? La stessa che con lodevole franchezza ci illustra Alberto Asor Rosa parlando della sua adesione al comunismo: “La promessa comunista ci apriva un orizzonte di cambiamento, la liberaldemocrazia no…eravamo dei marxisti conseguenti, noncuranti peraltro delle nostre azioni [sottolineatura mia]…Certo, inseguivamo un progetto ‘inverosimile’. Ma nel campo dei fenomeni intellettuali, ‘inverosimile’ non corrisponde automaticamente a ‘sbagliato’.[8] Insomma, il comunismo ci faceva sognare (e cos’è la vita senza sogni? direbbe Marzullo); inoltre, noi in quanto intellettuali non siamo responsabili delle conseguenze reali delle nostre idee.

Non mi pare ci voglia la scala dei pompieri per giungere a stabilire una fruttuosa analogia tra “pregiudizio favorevole” al comunismo e “pregiudizio favorevole” alla UE. Come il comunismo, la UE cortesemente fornisce, gratis, “la prospettiva di cambiamento”, cioè il “sogno” senza il quale la vita, anche intellettuale, è sciapa assai; come gli intellettuali comunisti, o pregiudizialmente favorevoli al comunismo pur senza aderirvi, gli intellettuali proUE non sono responsabili delle conseguenze delle loro idee; come nel caso del progetto comunista, il progetto UE è “inverosimile”, ma “nel campo dei fenomeni intellettuali, ‘inverosimile’ non corrisponde automaticamente a ‘sbagliato’ “. Si aggiunga poi, naturalmente, che l’adesione al progetto UE, come a suo tempo l’accettazione del “pregiudizio favorevole” al comunismo su base antifascista, a) garantisce la condivisione di oneri e onori elargiti dall’ufficialità b) favorisce la carriera e la cooptazione nella classe dirigente c) rasserena e rassicura la coscienza morale, perché come chi non aderiva al “pregiudizio favorevole” al comunismo “faceva il gioco del fascismo”, così chi non aderisce al “pregiudizio favorevole” alla UE “fa il gioco” del populismo, del nazionalismo, del razzismo: insomma, del presente avatar del fascismo eterno. E siccome la storia, conforme al detto marxiano, si presenta per la prima volta in tragedia, per la seconda in farsa, stavolta gli intellettuali e i politici antifascisti non hanno bisogno di far finta di non vedere (cosa non facilissima) stragi terrificanti di milioni di persone, campi di concentramento siberiani, colpi alla nuca nelle cantine della Lubianka, massacri a sangue freddo commessi da partigiani comunisti anni dopo la fine delle ostilità, testimonianze agghiaccianti e veritiere di dissidenti come Solgenitsin e Salamov, etc. Stavolta, agli intellettuali antifascisti, progressisti, proUE, basta far finta di non vedere un po’ di suicidi (e il suicidio ha sempre un fondo psicologico inscrutabile), una vasta disoccupazione (che comunque non costringe nessuno alla fame), una grave erosione della struttura industriale italiana (ma si può sempre emigrare e favorire gli investimenti esteri), un po’ di trucchetti più o meno leciti (ma sempre legali) per assicurare l’insediamento dei governi desiderati, una immigrazione di massa che provoca certo problemi (ma che è fattualmente inarrestabile e moralmente doveroso accettare), e il fatto, certo un po’ seccante, che il progetto UE è politicamente inverosimile e disfunzionale, perché la UE non potrà mai trasformarsi in vero Stato federale. Insomma: se gli intellettuali antifascisti con “pregiudizio favorevole” al comunismo della Prima Repubblica dovevano applicarsi sugli occhi spesse fette di salame, agli intellettuali antifascisti proUE della Seconda Repubblica basta incollarsi sulle cornee una fettina quasi trasparente di prosciutto San Daniele.

Quanto più il fascismo e l’antifascismo come ideologie si allontanano dalla realtà storica e filosofica, tanto più si ossificano e si semplificano in reazioni irriflesse e in tifoserie paracalcistiche, e dunque tanto più si prestano alle strumentalizzazioni politico-elettorali e alla psicotecnica propagandistica. E’ così che si spiegano due acting out[9] simmetrici quali la sommaria simbologia fascista usata da Luca Traini e la sommaria simbologia antifascista di chi ha manifestato, a Macerata e altrove, contro la sua azione criminale.

In ambito psicoanalitico, l’ acting out  viene considerato un meccanismo di difesa, caratterizzato da comportamenti aggressivi, messi in atto per scaricare una tensione generata da un conflitto emotivo interno del paziente. Qui il paziente sarebbe l’Italia, una nazione che non riesce a mettere una pietra sopra a un periodo chiave della sua storia. Non si stende una nazione intera sul lettino dello psicoanalista. Una cura però ci sarebbe: una cura arretrata (quindi forse fascista?) ma che varrebbe la pena tentare. Chi ne ha messo a punto il protocollo non è un medico: è un uomo politico, un economista, un militare e un drammaturgo. Va però rilevato che la sua casa fu scelta per ospitare la statua del dio Asclepio, inventore della medicina, in attesa che venisse completato il santuario di Epidauro a lui dedicato. La descrizione del morbo e il protocollo di cura sono contenuti nella sua tragedia Antigone, nella quale si chiarisce come i cittadini di una polis che si rifiutano di riconoscere e onorare con pubbliche esequie il proprio concittadino, benché nemico politico, e nemico politico sconfitto, violano una legge sacra non scritta, più antica e più fondamentale dei codici penale e civile: leggi che “non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.”[10] La pena per chi tiene il concittadino/nemico politico sconfitto “senza onore e senza tomba, cadavere nefando” e non solo non ne ha il diritto lui, ma “neanche gli dei d’Olimpo” è molto grave: “le Erinni degli dei e degli inferi ti agguantano, perché tu perisca dei medesimi mali[11]. I “medesimi mali” sono: la discordia civile, il fratello che si leva in armi contro il fratello come Eteocle e Polinice, figli di Edipo e fratelli di Antigone, si erano affrontati in duello per il trono di Tebe.

La pietra sopra, insomma, sarebbe quel che oggi non c’è, e purtroppo non ci sarà domani: un Monumento ai Caduti, a tutti i caduti italiani della Seconda Guerra Mondiale. Ma “l’arroganza dei superbi, percossi da duri castighi, troppo tardi ammaestra la saggezza dei vecchi.[12]

 

 

[1] C’è il Sacrario Militare di El Alamein, sorto grazie all’opera di Paolo Caccia Dominioni, che ricorda i caduti in una battaglia che le forze armate italiane, in particolare le divisioni Folgore e Ariete, combatterono con luminoso eroismo. Però si trova in Egitto. https://www.difesa.it/Il_Ministro/ONORCADUTI/Sepolcreti/Pagine/ElAlamein.aspx

[2] https://www.difesa.it/News/Pagine/SULPORTALEDELLADIFESAL%27ALBOD%27ORO.aspx

[3] Vittorio De Caprariis, Il pregiudizio favorevole, in “Nord e Sud”, a. VIII, n. 11, novembre 1961

[4] Corsivo nel testo.

[5] Sottolineatura mia.

[6] Piero e Franco Calamandrei, Una famiglia in guerra. Lettere e scritti (1939-1956), Laterza 2008, p. 145

[7] Sottolineatura mia.

[8] ”Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, Laterza 2009, p. 20 e 29-30

[9] “Il termine acting out , letteralmente ‘passaggio all’atto’, indica l’insieme di azioni aggressive e impulsive utilizzate dall’individuo per esprimere vissuti conflittuali, inesprimibili attraverso la parola e comunicabili solo attraverso l’agito.”  https://www.psiconline.it/le-parole-della-psicologia/acting-out.html#VSLaWtRAdqsUVkyM.99

[10] Sofocle, Antigone, vv. 453-457, trad. mia. Prima rappresentazione alle Grandi Dionisie di Atene, 442 a.C.

[11] Tiresia a Creonte in Antigone, cit., passim.

[12] Ultime parole del Coro in Antigone, cit.

DUE APPUNTATI E DUE STUDENTESSE, di Antonio de Martini

L’argomento è delicato e si presta alle più svariate strumentalizzazioni. L’affare Weinstein negli USA e Brizzi in Italia ha ridato vita a una campagna isterica e scandalistica sugli abusi sessuali ai danni delle donne. Il campionario delle accuse va dall’abuso violento, al mercimonio tra sesso e carriere, sino alle avances troppo invadenti e a quelle appena accennate. Weinstein ha più volte ventilato che a tempo debito pubblicherà i testi di messaggi e dichiarazioni con l’obbiettivo di riequilibrare in qualche maniera il rapporto tra vittime e carnefici delineato grossolanamente nella campagna mediatica. L’epilogo naturale di tanta acredine non è soltanto la condanna e la giusta persecuzione dei casi di abuso concreto, ma l’estensione agli estremi della casistica di abuso stesso sino alla stesura di decaloghi, poi di comandamenti e poi di leggi di morale e salute pubblica per l’applicazione delle quali non mancheranno certamente i Savonarola di turno dediti alla missione. Nel frattempo anche questo “argomento” si presta ad essere uno strumento efficace per liquidare e neutralizzare avversari nella vita civile e nel confronto politico.

Chi nel proprio lavoro, specie se prossimo ai luoghi decisionali, non ha assistito oltre a soprusi vili a carriere miracolose e vergognose legate a curricula con referenze legate alle capacità “seduttive”?

Tralascio anche le conseguenze soprattutto nefaste ed inibitorie, spesso opportunistiche che l’affermazione di questi codici moralistici stanno avendo nel rapporto affettivo tra i ragazzi dei due sessi. Sarebbe un discorso troppo complesso per l’economia di questo articolo.

Non sono mancate comunque iniziative di buon senso.

L’appello firmato, tra gli altri, da Catherine Deneuve ne è un esempio  https://www.ilfoglio.it/societa/2018/01/10/news/appello-monde-deneuve-172508/

La reazione appare però ancora inadeguata.  

La vicenda di settembre scorso con i due carabinieri protagonisti in divisa di prestazioni sessuali con due turiste americane alticce si inquadra in questo clima. Nel caso più favorevole ai militi, l’episodio denota comunque un comportamento a dir poco riprovevole e meritevole di sanzioni. Il caso peggiore, però, quello di violenza, vien dato per scontato sia dall’iniziale campagna di stampa, sia, fatto preoccupante ma prevedibile vista la statura del personaggio, dallo stesso Ministro Pinotti, dimentica del necessario equilibrio richiesto dalla sua funzione. Ora cominciano a circolare i primi verbali degli interrogatori riguardanti la vicenda e con essi i dubbi sulle versioni e le preoccupazioni sull’influenza che un clima di caccia alle streghe può esercitare sull’orientamento dei giudici. Da qui il commento sagace di Antonio de Martini. Buona lettura, Giuseppe Germinario Tratto da facebook

 

I DUE APPUNTATI E GLI INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO.

Sarebbe forse meglio dire i due allupati, ma il processo ai due carabinieri ( non si dice più militari dell’Arma, perché adesso sono diventati Forza Armata), rischia di assomigliare a quello dei due marò che furono vittime, non difese, di una campagna nazionalista indiana, come costoro rischiano di essere sacrificati sull’altare del femminismo isterico americano non garantiti da un giudice imparziale.

Leggendo il resoconto dell’interrogatorio di una delle due querelanti sul Corriere della Sera raccontato da una donna, ho tratto l’impressione – più di una impressione- che il giudice abbia preso le parti della americana chiamata sul banco dei testimoni, ma questo è un problema della difesa.

Cerco di fare un discorso generale. Esistono tre tipi di rapporti sessuali:

a) consensuale , in cui entrambi i partecipanti ci danno dentro con entusiasmo. Chiaro.

b) Stupro: in cui uno dei due, generalmente il maschio, usa o minaccia una qualche forma di violenza. Chiaro.

c) tra i due tipi di rapporto c’è una terza zona che possiamo definire una ” no men’s land”, una zona grigia, che risulta irta di trappole e mine. Ma che non è stupro. È complicato.

La vicenda che si sta valutando a Firenze, è certamente un rapporto del terzo tipo.

La ragazza interrogata tra mille divieti posti da un giudice iperprotettivo, ha ammesso che ricorda di essersi baciata, fatta togliere il top è poi “essersi sentita debole” e ” non ricordare più nulla” tranne che fu oggetto di sesso penetrante che non avrebbe voluto avere. Ma non ricorda se lo disse.

Alla domanda ” se non ricorda, come fa ad essere sicura dell’avvenimento?” ha risposto di ” aver sentito un fastidio lì.” Ha aggiunto, con singolare capacità mnemonica selettiva, che si sentiva intimorita dal fatto che il militare avesse un’arma.

Ma fu lei, l’americanina (41 anni, studentessa di che?) a chiamare i carabinieri alla discoteca per sentirsi protetta proprio da quell’arma?
Fu lei a dare il proprio numero di telefono ( esatto).

Il giudice ha impedito di fare la domanda se portasse o meno le mutande.

Un vero peccato.

Qui sotto il link con il resoconto dell’interrogatorio

http://27esimaora.corriere.it/18_febbraio_13/trova-sexy-divise-domande-choc-aula-due-ragazze-stuprate-a2853158-1103-11e8-ae74-6fc70a32f18b.shtml

Qui sotto l’intera trascrizione dell’articolo:

 

WEINSTEIN, CLINTON! LE SUPERNOVA DELLO STARSYSTEM AMERICANO, di Gianfranco Campa

Lo avevamo già, più volte annunciato. Tra i tanti qui a fianco due link http://italiaeilmondo.com/2017/10/22/un-torrido-inverno-di-giuseppe-germinario/

http://italiaeilmondo.com/2017/09/15/755/

Le impalcature dell’attuale sistema di potere americano iniziano a vacillare pericolosamente. La produzione cinematografica americana è uno dei veicoli fondamentali nella costruzione dell’immaginario; indispensabile a fornire una rappresentazione, indispensabile a orientare e a offrire motivi e chiavi di interpretazione alle azioni degli individui e guida e orientamento necessari a plasmare la società alle élites. E’ il modello americano! La cinematografia americana è un pilastro fondamentale della egemonia culturale e politica di quel paese. Nei momenti di crisi acuta ha spesso accentuato il proprio carattere propagandistico, ma ha sempre saputo offrire scorci sottili e di impressionante realismo e veridicità dei pregi, dei difetti e delle crudeltà della società, in particolare la loro. Da alcuni anni, però, si è legata in larga parte, quasi soffocata, ad una frazione precisa e particolare dell’establishment, quello democratico, sposando appieno l’ipocrisia del “politicamente corretto”. Ne ha guadagnato in posizioni di potere, ma ne ha perso pesantemente in credibilità agli occhi di gran parte dello stesso pubblico americano. Da qui, una delle cause del crollo degli incassi e dell’affluenza di pubblico. Da qui, soprattutto, il diretto coinvolgimento nei conflitti tra fazioni politiche e la sovraesposizione, in quanto personaggi pubblici particolarmente in vista, alle gogne politiche e mediatiche tipiche delle fasi di transizione sino a diventare, ormai, vittime sacrificali. Gianfranco Campa ci illustra, ancora una volta, con sagacia e dovizia di particolari, queste dinamiche. Una voce rara, pressoché unica, nello stantio salotto politico italico, della quale si dovrebbe saper approfittare. Buon ascolto, qui sotto_Giuseppe Germinario

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