i soliti attori, la solita musica di Gianfranco Campa

 I SOLITI ATTORI

 

La storia del Cambridge Analytica, va inserita, in chiave più generale, nello scontro tra stato ombra e Trump. Se il Russiagate tarda a dare i risultati sperati, se il pettegolezzo dell’attrice porno tarda a decollare ed infiammare le platee mediatiche, ecco che lo “scandalo” della Cambridge Analytica dovrebbe in teoria risultare finalmente deleterio per Trump. Dovrebbe intaccare la credibilità del presidente americano e aizzare le folle che navigano sulle piattaforme social contro Trump stesso, mettendolo in rotta di collisione con milioni di utenti inferociti per la manipolazione della loro privacy. L’aspettativa è che le orde barbariche invadano le piazze pubbliche con forconi e torce invocando la testa di Donald Trump. Così a due giorni dall’annuncio del licenziamento di McCabe, a un giorno dalle elezioni di Putin in Russia, cioè dopo l’ennesimo colpo pesante inflitto allo stato ombra, per puro caso, senza alcuna intenzione, accidentalmente, casualmente, fortuitamente, senza nessuna pianificazione, per una semplice concomitanza, senza nessun nesso, scoppia lo scandalo del Facebook-Gate. Da quattro giorni di fila i titoloni sullo scandalo Cambridge Analytica/ Facebook catturano le prime pagine dei maggiori quotidiani italiani e stranieri; neanche Neil Armstrong buonanima, con la sua passeggiata lunare riuscì a catturare i principali titoli dei quotidiani per tanti giorni consecutivi.

In modo drammatico, i titoloni dei giornali, ci rivelano come i collaboratori di Trump avrebbero manipolato Facebook, accedendo ai dati privati dei suoi utenti in modo da favorire Trump e consegnandogli la tanto sospirata vittoria presidenziale. Secondo le “scioccanti” rivelazioni degli strilloni mediatici, Facebook avrebbe ottenuto informazioni personali di un largo numero dei propri utenti tramite un quiz sulla personalità, usando una Applicazione (App) creata da Aleksandr Kogan, di conseguenza Cambridge Analytica si sarebbe impossessata di questi dati per esaminarli e metterli a disposizione di Steve Bannon, allora direttore della campagna presidenziale di Trump. Tutto questo per aiutare Trump a vincere le elezioni. I dati sarebbero stati usati per studiare i comportamenti delle persone individuate per meglio identificarle e bersagliarle con post mirati a influenzarli politicamente. Una grave interferenza nella vita privata dei cittadini i quali, ignari ,si sarebbero poi recati, come zombi, ai seggi per votare Trump anziché la pura, innocente, incorruttibile, pacifica, signora Hillary Clinton. La democrazia è minacciata da Steve Bannon, da Facebook, da Cambridge Analytica.  Mi aspetto da un momento all’altro la richiesta a gran voce di un nuovo procuratore speciale il quale, spento il Russiagate, possa indagare ora sul “Facebook-Gate.”  Tra l’altro non poteva mancare neanche la connessione diabolica con la Russia, visto che Aleksandr Kogan, il creatore dell’app, è nato in Russia, vive negli Stati Uniti e all’epoca dei fatti lavorara per l’Università di San Pietroburgo. Sicuramente il nostro emerito procuratore speciale, Robert Muller, si metterà subito a disposizione per trovare il nesso con il Russiagate. Niente di più orgasmico, per lo stato ombra; trovare una ragione per alimentare questa farsa delle collusioni Trump-Russia.

La denuncia di queste attività illegali, sarebbe arrivata grazie a un ex lavoratore, contrattualmente indipendente, del Cambridge Analytica: Christopher Wylie. Oppresso dal senso di colpa Mister Wylie si trasforma nell’eroe che ha denunciato queste losche attività, essendo proprio colui che aveva la responsabilità di analizzare i dati provenienti da facebook generati tramite l’app sulla personalità. Lo scandalo è stato alimentato anche da un video segreto registrato e trasmesso dal canale televisivo Britannico Channel 4 nel quale si sente e si vede l’amministratore delegato della Cambridge Analytica, Alexander Nix , ammettere di aver interferito in più di trenta elezioni sparse per il mondo. Cosi`ai nostri eroi della Channel 4 vanno accreditati i meriti di questa nuova crociata per la purificazione del mondo digitale dalle cimici social-trumpiane.

Alla fine però, scavi e scavi, trovi il nostro caro eroe George Soros, sempre presente in questi impeti rivoluzionari, siano essi digitali, armati, oppure colorati. Quando qualche settimana fa Soros fu attaccato dal Guardian per il suo coinvolgimento finanziario nel movimento anti-brexit, il Channel 4 pubblicò un’intervista, una serie di articoli e di video tesi a riabilitare la figura di Soros.

https://www.channel4.com/news/factcheck/why-the-conspiracy-theories-about-george-soros-dont-stack-up

Si scopre che Channel 4 ha un interesse diretto a screditare facebook poiché, come riferisce il link postato sotto, secondo l’articolo del The Guardian, Channel 4 ha aderito ad un’alleanza tra le più grandi emittenti europee (c’è anche Mediaset) per pubblicare annunci pubblicitari sui loro servizi di video-on-demand (VOD), nel tentativo di contrastare Google e il dominio di Facebook nella pubblicità online. Una cosa non necessariamente negativa per l’Europa, ma che dimostra la totale mancanza di onestà ideologica di Channel 4. Agli amministratori di Channel 4 non interessa per niente la protezione della privacy degli utenti Facebook; lo scandalo offre loro semplicemente una possibilità di assestare un colpo a Facebook, diretta concorrente, per indebolirla.

https://www.theguardian.com/media/2017/nov/13/channel-4-tv-ad-alliance-google-facebook

Per finire, Channel 4 sarebbe stato uno dei canali principali di supporto agli elmetti bianchi e ai “moderati” ribelli Siriani. Channel 4 è recidiva. Il canale 4 britannico è stato uno strumento di promozione della narrazione inerente la “rivoluzione” in Siria. La Russia, in particolare, è stata demonizzata dal Channel 4. I signori di Canale 4 si prestano alla perfezione alla narrazione Sorosiana anti-Trump e anti-Russa.

http://21stcenturywire.com/2016/10/09/channel-4-joins-cnn-in-normalising-terrorism-then-removes-video/

http://21stcenturywire.com/2018/02/01/white-helmets-channel-4-bbc-guardian-architects-war/

Naturalmente ci sono due pesi e due misure quando si parla dei mass media allineati con i poteri forti. La campagna presidenziale di Obama nel 2012 fece lo stesso uso di dati personali estrapolati dai siti digitali e fu grazie a quella mossa che Obama sconfisse Mitt Romney quando gli stessi sondaggi alla vigilia delle elezioni lo davano per sconfitto. Obama condusse una campagna all’avanguardia, da ventunesimo secolo, mentre quella di Romney era ancora ancorata a tecniche tradizionali. Tra le altre cose, mentre nel caso di Cambridge Analytics, l’applicazione usata per estrarre i dati era stata sviluppata e apparteneva a una terza entità, quella sviluppata per attingere a milioni di dati personali, principalmente numeri di telefono di utenti, fu sviluppata personalmente dal team presidenziale di Obama, direttamente dall’allora quartiere generale della sua campagna presidenziale a Chicago. Ma mentre la violazione della privacy, avvenuta estrapolando dai dati di facebook i numeri di telefono, non generò nessuna indignazione, quella del team di Trump ha provocato il terremoto politico-mediatico. Sotto potete osservare due titoli: uno del Washington Post che nel 2013 riportava la notizia di come l’accesso dei dati avesse portato alla vittoria Obama; l’altro, quello del New York Times, relativo alla storia di Cambridge Analytica. Il titolo del Post è celebrativo, mentre quello del New York Times è di condanna, denunciando la strumentalizzazione fatta dai collaboratori di Trump. Qualcuno di voi rammenta l’indignazione e la trepidazione di questa gentaglia sulla violazione della privacy e la manipolazione dei dati personali nel 2012? Neanche io. La differenza sta tutta qua, nella interpretazione e manipolazione delle notizie distribuite dai mass media; due titoli due misure insomma. Quando lo faceva Barack era considerata puro genio, quando lo ha fatto Trump si sono strappati le vesti.

L’aspetto beffardo è che la gente è talmente ingenua da credere che facendo un test della personalità su facebook e quindi consegnando di fatto i propri più intimi dati, questi stessi dati personali siano poi in qualche modo protetti. Ci prestiamo a divulgare ogni tipo di informazioni personali nel cyberspace, incluso i selfie fatti dal cesso; poi ci meravigliamo se i nostri dati sono a disposizione di entità estranee.

Siamo quindi, come al solito, di fronte alla già consolidata tattica usata per screditare Trump.  Giustificare la sconfitta della Clinton attribuendola a interferenze di fantomatici blogger Russi, governi stranieri, torbide manovre mediatiche, insanità mentali, turpitudini morali; il tutto nel tentativo di delegittimare Trump. Ecco che allora una entità come Facebook, da sempre nelle grazie e nelle tasche di politici e politiche liberal-progressisti, viene ora usata e sacrificata come strumento di attacco a Trump. Sulla inclinazione pro-liberale di facebook non ci sono dubbi, visto che da ormai almeno tre anni, Facebook conduce una campagna anti-conservatrice. Voglio solo ricordare i molteplici episodi di aperta militanza pro-Hillary Clinton durante le ultime elezioni presidenziali da parte di Facebook. Basta per esempio leggere le emails, hackerate e pubblicate da Wikileaks, dell’amministratore delegato di Facebook, Cheryl Sandberg. Nelle emails fra Sandberg e John Podesta, il manager della campagna elettorale di Clinton dichiarava a Podesta che lei, con entusiasmo, guardava a una collaborazione per far eleggere la prima donna presidente, Hillary Clinton.

La prima a gioire per le disgrazie di Facebook è quindi la destra americana, da sempre ostacolata, oscurata ideologicamente da Facebook. L’attacco a Facebook rientra nel classico caso del cane che si morde la coda; la sinistra che soffre di una malattia autoimmunitaria, una punizione inflitta a se stessi. La disperazione delle élite-liberali, l’odio verso Trump li sta consumando dal di dentro, portandoli ora a mangiarsi i loro stessi figli, cioè i Mark Zuckerberg, gli Cheryl Sandberg, ect . Dubito che questa storia del Cambridge Analytica distruggerà Facebook, certamente se dovesse accadere non saranno i sostenitori di Trump a versare lacrime di dolore.

 

 

 

FASCISMO & ANTIFASCISMO: UNA PIETRA SOPRA, di Roberto Buffagni

FASCISMO & ANTIFASCISMO: UNA PIETRA SOPRA.

 

Il lettore ricorderà che Luca Traini, ultimata la sua rappresaglia collettiva per l’assassinio di Pamela Mastropietro, si è costituito alle forze dell’ordine. Per sacralizzare il suo gesto, si è avvolto nel tricolore ed ha atteso l’arresto sul Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale. Che cosa c’entrano la Prima Guerra Mondiale e i suoi caduti con il gesto di Traini? Naturalmente, non c’entrano niente. C’entrano molto, invece, con le manifestazioni antifasciste che hanno risposto al gesto di Traini. C’entrano, perché non so se ci avete fatto caso, ma Monumenti ai Caduti della Seconda Guerra Mondiale, in Italia non ce ne sono proprio.

Monumenti ai Caduti Partigiani ce ne sono in ogni città italiana, grande o piccola. Nel migliore dei casi, sotto l’elenco dei caduti partigiani c’è una lista dei “caduti al fronte”, dove per “caduti al fronte” si intendono i caduti nel corso delle operazioni belliche 1940-1945, esclusi i caduti della Repubblica Sociale Italiana che non sono ricordati neanche con un post-it appiccicato nei cessi di un periferico autogrill. Ma monumenti ai Caduti della Seconda Guerra Mondiale, dove siano ricordati tutti i caduti italiani, salvo errore in Italia non ne esistono proprio[1]. Eppure, non sono stati pochi: secondo l’Ufficio dell’Albo d’Oro del Ministero della Difesa[2], i numeri sono i seguenti: Esercito, 246.432; Marina, 31.347;  Aeronautica, 13.210;  formazioni partigiane, 15.197;  forze armate della RSI, 13.021.

Risulta chiaro, dunque, che non è ancora possibile mettere la proverbiale pietra sopra, in forma di lapide monumentale, a una vicenda non secondaria della storia italiana. I caduti della Seconda Guerra Mondiale sono e restano caduti abusivi o tollerati, mentre i caduti della Repubblica Sociale Italiana sono e restano caduti illeciti e disonorati. Gli unici caduti italiani legittimi e onorati della Seconda Guerra Mondiale sono i caduti partigiani (circa il 5% del totale). Di conseguenza, quando Luca Traini ha voluto legittimare e sacralizzare il suo gesto presentandosi come un combattente per la nazione e per la stirpe italiana, non ha potuto che scegliere il Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale: che però con l’assassinio di Pamela Mastropietro, con l’immigrazione, con il fascismo e l’antifascismo, se non altro per ragioni cronologiche c’entra zero.

Motivi ce ne sono, naturalmente. La Repubblica italiana si autodefinisce “antifascista” sin dalle sue origini, e “antifascista” fu la classe dirigente riunita nel CLN che la guidò, dopo la sconfitta militare e l’armistizio con le potenze Alleate. Il regime politico responsabile dell’ingresso dell’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, e dunque della nostra sconfitta, fu senz’altro il regime fascista. Non facile sarebbe stato, per la nuova classe dirigente repubblicana, presentarsi agli italiani e al mondo come erede di una sconfitta. Più facile presentarsi come eredi di una vittoria: la vittoria dell’antifascismo sul fascismo. Il fatto, storicamente incontestabile, che a perdere la guerra era stato non solo il regime politico fascista ma l’Italia, e a vincerla sì l’antifascismo, ma innanzitutto le potenze straniere Alleate che l’Italia avevano sconfitto e invaso, e senza le quali il CLN e le formazioni partigiane non avrebbero vinto mai, fu passato sotto silenzio.

Non subito: nei primi anni dopo la fine della guerra, troppo bruciante e troppo chiara a tutti era la realtà della sconfitta, e troppo evidenti i rapporti di forza tra le formazioni partigiane e le potenze Alleate, liberatrici dal fascismo e insieme occupanti la nazione italiana. Alla conferenza di Pace di Parigi del 1946, infatti, l’antifascista Alcide De Gasperi così si rivolge alle potenze vincitrici: “Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.”

Poi nacque il mito, sottolineo mito della Resistenza; e nacque anzitutto per opera di Togliatti e del PCI, che con il mito della Resistenza e dell’antifascismo si accreditava quale partito democratico per eccellenza, nonostante la sua appartenenza al campo sovietico, che di democratico non aveva un gran che tranne il nome delle “democrazie popolari” del Patto di Varsavia. La guida culturale del campo antifascista fu presa, però, dagli eredi del Partito d’Azione. Piero Gobetti aveva definito il fascismo “autobiografia della nazione”, e gli italiani che avevano appoggiato il fascismo “popolo delle scimmie”. Fascismo come autobiografia della nazione significava, per Gobetti e per la cultura azionista, fascismo come risultante di tutte le “arretratezze” italiane: la mancanza di una riforma protestante, di una borghesia laica, di una rivoluzione industriale. Per farla breve: fascismo come effetto del mancato ingresso dell’Italia nella modernità europea e occidentale, della nostra incapacità di essere “un paese normale”, come dirà Massimo D’Alema tanti anni dopo. “Fascismo” veniva a significare il contrario di “progresso”; e per l’Italia, “progresso” diventava sinonimo di “assimilazione culturale ai paesi-guida della modernità”, in parole povere ai paesi anglosassoni. Scotomizzata dal paradigma/paraocchi mentale progressista, elementare e potentissimo, che divide il mondo in un avanti dove c’è ogni valore e un indietro dove c’è ogni disvalore, la cultura dell’antifascismo a guida azionista condivide il “pregiudizio favorevole”[3] nei confronti del comunismo: perché pur presentando qualche difetto, il comunismo è avanti.

Esempio preclaro di “pregiudizio favorevole”, Piero Calamandrei. Scrivendo a suo figlio Franco, allora (1955-6) corrispondente de “L’Unità” da Pechino, Piero, che sta preparando un numero de “Il Ponte” dedicato alla Cina, gli chiede quanto segue: “Ora vorrei una spiegazione da te, caro Franco, se puoi darmela[4]. In un articolo su ‘La Cina vista dall’Inghilterra’ del redattore del ‘Manchester Guardian’, l’autore che rifà la storia di come si è arrivati alla Cina popolare, dice a un certo punto: ‘C’è stato terrorismo politico: nel 1952 ministri del governo annunciarono che erano stati sterminati 2.500.000 nemici di classe.’ E’ esatta questa notizia? E’ controllabile? O è un’invenzione? Non so se tu sei in grado di rispondermi: in caso negativo, sia per non detto. Ciò non avrebbe importanza sul giudizio positivo sulla Cina attuale; le rivoluzioni sono rivoluzioni come le guerre. Ma se la notizia fosse falsa vorrei ribatterla[5].[6]

Oggi sappiamo che la notizia era vera, le cifre degli sterminati sono in quell’ordine di grandezza. Ma la cosa interessante è che Piero Calamandrei, persona intelligente, preparata e degna, di fronte a una cifra come 2.500.000 morti ammazzati non nel corso del conflitto guerreggiato ma dopo, a sangue freddo, a) non fa una piega b) non si chiede a chi e cosa corrisponda, nei fatti cinesi, il concetto di “nemico di classe” c) qualora il figlio lo accerti che la notizia è vera, addebita lo sterminio alla forza delle cose e al destino, tipo “per fare la frittata si rompono le uova” d) e dunque chiede verifica a Franco solo per cogliere una buona occasione di far polemica contro gli anticomunisti in caso la notizia fosse falsa.
Si noti che Calamandrei non era comunista, né aveva responsabilità politiche dirette nel movimento comunista (chi ha responsabilità politiche dirette tende inevitabilmente al cinismo pragmatico). Era un celebre e rispettatissimo studioso, certo politicamente schierato nel campo antifascista, ma non un agente del KGB, e nemmeno un membro dell’Ufficio Politico del PCI.

La cecità volontaria parziale di Calamandrei deriva da un pregiudizio ideologico, il “pregiudizio favorevole” al comunismo. Calamandrei non era comunista, ma un azionista antifascista. Con la svolta di Salerno, il PCI si era proposto come campione dell’antifascismo e della democrazia; e per complesse ragioni storiche e ideologiche, la proposta era stata accolta da tutte le forze componenti il CLN, sebbene il PCI antifascista lo fosse stato senz’altro, ma democratico mai (accettava di fatto la democrazia rappresentativa pluralistica perché questo era il quadro di Yalta, ma non l’accettava in linea di principio, e questo resterà vero fino a Berlinguer e oltre: è la celebre “doppiezza” togliattiana). Quindi, il PCI restava fuori dal governo in base a Yalta, ma sul piano ideologico e culturale il comunismo restava non solo accettabile per tutti gli antifascisti, ma una forza e una cultura nei riguardi della quale le forze ex CLN nutrivano un “pregiudizio favorevole”. Ragione di fondo: un tipo di interpretazione del fascismo (azionista e marxista, che convergono su questo giudizio per diverse vie) che lo vede come un pericolo permanente e ricorrente, contro il quale è indispensabile conservare l’alleanza antifascista anche quando il fascismo storico non esiste più perché sconfitto sul campo. A questo poi si aggiunga la solidarietà di interessi che sempre si stabilisce in una classe dirigente, e che prescrive quel che si può, e quel che non si può dire pena serie difficoltà nella carriera, sino all’ostracismo. Conclusione: a fronte del pericolo di risorgenza del fascismo eterno, i 2MLN e mezzo di morti cinesi contano zero, e vanno passati sotto silenzio perché a parlarne “si fa il gioco del fascismo”; come si fa il gioco del fascismo a parlare del terrore leniniano e staliniano, del dissenso sovietico, e del fatto che il mito della Resistenza è, appunto, un mito che non corrisponde alla realtà, come non corrisponde alla realtà la vulgata secondo la quale il fascismo è “l’invasione degli Hyksos” (Croce) o “l’autobiografia della nazione” di un “popolo di scimmie” (Gobetti) o “il braccio armato del grande capitale che quando è in difficoltà lo tira sempre fuori dalla cassetta degli attrezzi” (marxisti tutti); e quindi, non si può mai dire che il fascismo non è un errore contro la cultura tout court, ma “un errore della cultura”, e della migliore cultura italiana (Noventa).

Si faceva il gioco del fascismo anche se si parlava dell’adesione e collaborazione al fascismo, più o meno profondamente persuasa ma non solo forzata o motivata da inesperienza giovanile, di una larga parte della classe dirigente e degli intellettuali italiani antifascisti; tant’è vero che lo stesso Calamandrei, nel discorso tenuto il 28 febbraio 1954 al Teatro Lirico, alla presenza di Ferruccio Parri, ebbe a dire: “Il ventennio fascista…fu un ventennio di sconcio illegalismo, di umiliazione, di corrosione morale, di soffocazione quotidiana…perché, sì, fu un’invasione che veniva da dentro, un prevalere temporaneo di qualcosa che si era annidato dentro di noi[7]”. L’oratore del Teatro Lirico era lo stesso medesimo prof. Piero Calamandrei che quattordici anni prima, nel 1940 (millenovecentoquaranta A.D.) era stato il principale collaboratore del Guardasigilli Grandi per l’elaborazione del nuovo codice di procedura civile, e che aveva steso per conto del ministro la Relazione al Re. Relazione che come di prammatica figura in premessa al testo del codice e ne proclama l’alta ispirazione fascista. “Sconcio illegalismo”?

Il comunismo e l’URSS non ci sono più. Ma nei partiti e tra gli intellettuali proUE italiani prevale una cultura largamente ispirata all’azionismo antifascista (omogeneizzato e banalizzato modello Scalfari); come del resto nell’intero paese, dove è irriflessa ma è diventata senso comune. Rinnegata, senza vero riesame, la prospettiva comunista dopo l’implosione dell’URSS, gli intellettuali progressisti proUE (cioè quasi tutti) hanno certo accettato la democrazia rappresentativa pluralistica e liberale, ma al “sogno di una cosa” comunista hanno sostituito, a svolgere la medesima funzione, il “sogno europeo”. Qual è, questa funzione? La stessa che con lodevole franchezza ci illustra Alberto Asor Rosa parlando della sua adesione al comunismo: “La promessa comunista ci apriva un orizzonte di cambiamento, la liberaldemocrazia no…eravamo dei marxisti conseguenti, noncuranti peraltro delle nostre azioni [sottolineatura mia]…Certo, inseguivamo un progetto ‘inverosimile’. Ma nel campo dei fenomeni intellettuali, ‘inverosimile’ non corrisponde automaticamente a ‘sbagliato’.[8] Insomma, il comunismo ci faceva sognare (e cos’è la vita senza sogni? direbbe Marzullo); inoltre, noi in quanto intellettuali non siamo responsabili delle conseguenze reali delle nostre idee.

Non mi pare ci voglia la scala dei pompieri per giungere a stabilire una fruttuosa analogia tra “pregiudizio favorevole” al comunismo e “pregiudizio favorevole” alla UE. Come il comunismo, la UE cortesemente fornisce, gratis, “la prospettiva di cambiamento”, cioè il “sogno” senza il quale la vita, anche intellettuale, è sciapa assai; come gli intellettuali comunisti, o pregiudizialmente favorevoli al comunismo pur senza aderirvi, gli intellettuali proUE non sono responsabili delle conseguenze delle loro idee; come nel caso del progetto comunista, il progetto UE è “inverosimile”, ma “nel campo dei fenomeni intellettuali, ‘inverosimile’ non corrisponde automaticamente a ‘sbagliato’ “. Si aggiunga poi, naturalmente, che l’adesione al progetto UE, come a suo tempo l’accettazione del “pregiudizio favorevole” al comunismo su base antifascista, a) garantisce la condivisione di oneri e onori elargiti dall’ufficialità b) favorisce la carriera e la cooptazione nella classe dirigente c) rasserena e rassicura la coscienza morale, perché come chi non aderiva al “pregiudizio favorevole” al comunismo “faceva il gioco del fascismo”, così chi non aderisce al “pregiudizio favorevole” alla UE “fa il gioco” del populismo, del nazionalismo, del razzismo: insomma, del presente avatar del fascismo eterno. E siccome la storia, conforme al detto marxiano, si presenta per la prima volta in tragedia, per la seconda in farsa, stavolta gli intellettuali e i politici antifascisti non hanno bisogno di far finta di non vedere (cosa non facilissima) stragi terrificanti di milioni di persone, campi di concentramento siberiani, colpi alla nuca nelle cantine della Lubianka, massacri a sangue freddo commessi da partigiani comunisti anni dopo la fine delle ostilità, testimonianze agghiaccianti e veritiere di dissidenti come Solgenitsin e Salamov, etc. Stavolta, agli intellettuali antifascisti, progressisti, proUE, basta far finta di non vedere un po’ di suicidi (e il suicidio ha sempre un fondo psicologico inscrutabile), una vasta disoccupazione (che comunque non costringe nessuno alla fame), una grave erosione della struttura industriale italiana (ma si può sempre emigrare e favorire gli investimenti esteri), un po’ di trucchetti più o meno leciti (ma sempre legali) per assicurare l’insediamento dei governi desiderati, una immigrazione di massa che provoca certo problemi (ma che è fattualmente inarrestabile e moralmente doveroso accettare), e il fatto, certo un po’ seccante, che il progetto UE è politicamente inverosimile e disfunzionale, perché la UE non potrà mai trasformarsi in vero Stato federale. Insomma: se gli intellettuali antifascisti con “pregiudizio favorevole” al comunismo della Prima Repubblica dovevano applicarsi sugli occhi spesse fette di salame, agli intellettuali antifascisti proUE della Seconda Repubblica basta incollarsi sulle cornee una fettina quasi trasparente di prosciutto San Daniele.

Quanto più il fascismo e l’antifascismo come ideologie si allontanano dalla realtà storica e filosofica, tanto più si ossificano e si semplificano in reazioni irriflesse e in tifoserie paracalcistiche, e dunque tanto più si prestano alle strumentalizzazioni politico-elettorali e alla psicotecnica propagandistica. E’ così che si spiegano due acting out[9] simmetrici quali la sommaria simbologia fascista usata da Luca Traini e la sommaria simbologia antifascista di chi ha manifestato, a Macerata e altrove, contro la sua azione criminale.

In ambito psicoanalitico, l’ acting out  viene considerato un meccanismo di difesa, caratterizzato da comportamenti aggressivi, messi in atto per scaricare una tensione generata da un conflitto emotivo interno del paziente. Qui il paziente sarebbe l’Italia, una nazione che non riesce a mettere una pietra sopra a un periodo chiave della sua storia. Non si stende una nazione intera sul lettino dello psicoanalista. Una cura però ci sarebbe: una cura arretrata (quindi forse fascista?) ma che varrebbe la pena tentare. Chi ne ha messo a punto il protocollo non è un medico: è un uomo politico, un economista, un militare e un drammaturgo. Va però rilevato che la sua casa fu scelta per ospitare la statua del dio Asclepio, inventore della medicina, in attesa che venisse completato il santuario di Epidauro a lui dedicato. La descrizione del morbo e il protocollo di cura sono contenuti nella sua tragedia Antigone, nella quale si chiarisce come i cittadini di una polis che si rifiutano di riconoscere e onorare con pubbliche esequie il proprio concittadino, benché nemico politico, e nemico politico sconfitto, violano una legge sacra non scritta, più antica e più fondamentale dei codici penale e civile: leggi che “non sono d’oggi, non di ieri, vivono sempre, nessuno sa quando comparvero né di dove.”[10] La pena per chi tiene il concittadino/nemico politico sconfitto “senza onore e senza tomba, cadavere nefando” e non solo non ne ha il diritto lui, ma “neanche gli dei d’Olimpo” è molto grave: “le Erinni degli dei e degli inferi ti agguantano, perché tu perisca dei medesimi mali[11]. I “medesimi mali” sono: la discordia civile, il fratello che si leva in armi contro il fratello come Eteocle e Polinice, figli di Edipo e fratelli di Antigone, si erano affrontati in duello per il trono di Tebe.

La pietra sopra, insomma, sarebbe quel che oggi non c’è, e purtroppo non ci sarà domani: un Monumento ai Caduti, a tutti i caduti italiani della Seconda Guerra Mondiale. Ma “l’arroganza dei superbi, percossi da duri castighi, troppo tardi ammaestra la saggezza dei vecchi.[12]

 

 

[1] C’è il Sacrario Militare di El Alamein, sorto grazie all’opera di Paolo Caccia Dominioni, che ricorda i caduti in una battaglia che le forze armate italiane, in particolare le divisioni Folgore e Ariete, combatterono con luminoso eroismo. Però si trova in Egitto. https://www.difesa.it/Il_Ministro/ONORCADUTI/Sepolcreti/Pagine/ElAlamein.aspx

[2] https://www.difesa.it/News/Pagine/SULPORTALEDELLADIFESAL%27ALBOD%27ORO.aspx

[3] Vittorio De Caprariis, Il pregiudizio favorevole, in “Nord e Sud”, a. VIII, n. 11, novembre 1961

[4] Corsivo nel testo.

[5] Sottolineatura mia.

[6] Piero e Franco Calamandrei, Una famiglia in guerra. Lettere e scritti (1939-1956), Laterza 2008, p. 145

[7] Sottolineatura mia.

[8] ”Alberto Asor Rosa, Il grande silenzio. Intervista sugli intellettuali, Laterza 2009, p. 20 e 29-30

[9] “Il termine acting out , letteralmente ‘passaggio all’atto’, indica l’insieme di azioni aggressive e impulsive utilizzate dall’individuo per esprimere vissuti conflittuali, inesprimibili attraverso la parola e comunicabili solo attraverso l’agito.”  https://www.psiconline.it/le-parole-della-psicologia/acting-out.html#VSLaWtRAdqsUVkyM.99

[10] Sofocle, Antigone, vv. 453-457, trad. mia. Prima rappresentazione alle Grandi Dionisie di Atene, 442 a.C.

[11] Tiresia a Creonte in Antigone, cit., passim.

[12] Ultime parole del Coro in Antigone, cit.

DUE APPUNTATI E DUE STUDENTESSE, di Antonio de Martini

L’argomento è delicato e si presta alle più svariate strumentalizzazioni. L’affare Weinstein negli USA e Brizzi in Italia ha ridato vita a una campagna isterica e scandalistica sugli abusi sessuali ai danni delle donne. Il campionario delle accuse va dall’abuso violento, al mercimonio tra sesso e carriere, sino alle avances troppo invadenti e a quelle appena accennate. Weinstein ha più volte ventilato che a tempo debito pubblicherà i testi di messaggi e dichiarazioni con l’obbiettivo di riequilibrare in qualche maniera il rapporto tra vittime e carnefici delineato grossolanamente nella campagna mediatica. L’epilogo naturale di tanta acredine non è soltanto la condanna e la giusta persecuzione dei casi di abuso concreto, ma l’estensione agli estremi della casistica di abuso stesso sino alla stesura di decaloghi, poi di comandamenti e poi di leggi di morale e salute pubblica per l’applicazione delle quali non mancheranno certamente i Savonarola di turno dediti alla missione. Nel frattempo anche questo “argomento” si presta ad essere uno strumento efficace per liquidare e neutralizzare avversari nella vita civile e nel confronto politico.

Chi nel proprio lavoro, specie se prossimo ai luoghi decisionali, non ha assistito oltre a soprusi vili a carriere miracolose e vergognose legate a curricula con referenze legate alle capacità “seduttive”?

Tralascio anche le conseguenze soprattutto nefaste ed inibitorie, spesso opportunistiche che l’affermazione di questi codici moralistici stanno avendo nel rapporto affettivo tra i ragazzi dei due sessi. Sarebbe un discorso troppo complesso per l’economia di questo articolo.

Non sono mancate comunque iniziative di buon senso.

L’appello firmato, tra gli altri, da Catherine Deneuve ne è un esempio  https://www.ilfoglio.it/societa/2018/01/10/news/appello-monde-deneuve-172508/

La reazione appare però ancora inadeguata.  

La vicenda di settembre scorso con i due carabinieri protagonisti in divisa di prestazioni sessuali con due turiste americane alticce si inquadra in questo clima. Nel caso più favorevole ai militi, l’episodio denota comunque un comportamento a dir poco riprovevole e meritevole di sanzioni. Il caso peggiore, però, quello di violenza, vien dato per scontato sia dall’iniziale campagna di stampa, sia, fatto preoccupante ma prevedibile vista la statura del personaggio, dallo stesso Ministro Pinotti, dimentica del necessario equilibrio richiesto dalla sua funzione. Ora cominciano a circolare i primi verbali degli interrogatori riguardanti la vicenda e con essi i dubbi sulle versioni e le preoccupazioni sull’influenza che un clima di caccia alle streghe può esercitare sull’orientamento dei giudici. Da qui il commento sagace di Antonio de Martini. Buona lettura, Giuseppe Germinario Tratto da facebook

 

I DUE APPUNTATI E GLI INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO.

Sarebbe forse meglio dire i due allupati, ma il processo ai due carabinieri ( non si dice più militari dell’Arma, perché adesso sono diventati Forza Armata), rischia di assomigliare a quello dei due marò che furono vittime, non difese, di una campagna nazionalista indiana, come costoro rischiano di essere sacrificati sull’altare del femminismo isterico americano non garantiti da un giudice imparziale.

Leggendo il resoconto dell’interrogatorio di una delle due querelanti sul Corriere della Sera raccontato da una donna, ho tratto l’impressione – più di una impressione- che il giudice abbia preso le parti della americana chiamata sul banco dei testimoni, ma questo è un problema della difesa.

Cerco di fare un discorso generale. Esistono tre tipi di rapporti sessuali:

a) consensuale , in cui entrambi i partecipanti ci danno dentro con entusiasmo. Chiaro.

b) Stupro: in cui uno dei due, generalmente il maschio, usa o minaccia una qualche forma di violenza. Chiaro.

c) tra i due tipi di rapporto c’è una terza zona che possiamo definire una ” no men’s land”, una zona grigia, che risulta irta di trappole e mine. Ma che non è stupro. È complicato.

La vicenda che si sta valutando a Firenze, è certamente un rapporto del terzo tipo.

La ragazza interrogata tra mille divieti posti da un giudice iperprotettivo, ha ammesso che ricorda di essersi baciata, fatta togliere il top è poi “essersi sentita debole” e ” non ricordare più nulla” tranne che fu oggetto di sesso penetrante che non avrebbe voluto avere. Ma non ricorda se lo disse.

Alla domanda ” se non ricorda, come fa ad essere sicura dell’avvenimento?” ha risposto di ” aver sentito un fastidio lì.” Ha aggiunto, con singolare capacità mnemonica selettiva, che si sentiva intimorita dal fatto che il militare avesse un’arma.

Ma fu lei, l’americanina (41 anni, studentessa di che?) a chiamare i carabinieri alla discoteca per sentirsi protetta proprio da quell’arma?
Fu lei a dare il proprio numero di telefono ( esatto).

Il giudice ha impedito di fare la domanda se portasse o meno le mutande.

Un vero peccato.

Qui sotto il link con il resoconto dell’interrogatorio

http://27esimaora.corriere.it/18_febbraio_13/trova-sexy-divise-domande-choc-aula-due-ragazze-stuprate-a2853158-1103-11e8-ae74-6fc70a32f18b.shtml

Qui sotto l’intera trascrizione dell’articolo:

 

WEINSTEIN, CLINTON! LE SUPERNOVA DELLO STARSYSTEM AMERICANO, di Gianfranco Campa

Lo avevamo già, più volte annunciato. Tra i tanti qui a fianco due link http://italiaeilmondo.com/2017/10/22/un-torrido-inverno-di-giuseppe-germinario/

http://italiaeilmondo.com/2017/09/15/755/

Le impalcature dell’attuale sistema di potere americano iniziano a vacillare pericolosamente. La produzione cinematografica americana è uno dei veicoli fondamentali nella costruzione dell’immaginario; indispensabile a fornire una rappresentazione, indispensabile a orientare e a offrire motivi e chiavi di interpretazione alle azioni degli individui e guida e orientamento necessari a plasmare la società alle élites. E’ il modello americano! La cinematografia americana è un pilastro fondamentale della egemonia culturale e politica di quel paese. Nei momenti di crisi acuta ha spesso accentuato il proprio carattere propagandistico, ma ha sempre saputo offrire scorci sottili e di impressionante realismo e veridicità dei pregi, dei difetti e delle crudeltà della società, in particolare la loro. Da alcuni anni, però, si è legata in larga parte, quasi soffocata, ad una frazione precisa e particolare dell’establishment, quello democratico, sposando appieno l’ipocrisia del “politicamente corretto”. Ne ha guadagnato in posizioni di potere, ma ne ha perso pesantemente in credibilità agli occhi di gran parte dello stesso pubblico americano. Da qui, una delle cause del crollo degli incassi e dell’affluenza di pubblico. Da qui, soprattutto, il diretto coinvolgimento nei conflitti tra fazioni politiche e la sovraesposizione, in quanto personaggi pubblici particolarmente in vista, alle gogne politiche e mediatiche tipiche delle fasi di transizione sino a diventare, ormai, vittime sacrificali. Gianfranco Campa ci illustra, ancora una volta, con sagacia e dovizia di particolari, queste dinamiche. Una voce rara, pressoché unica, nello stantio salotto politico italico, della quale si dovrebbe saper approfittare. Buon ascolto, qui sotto_Giuseppe Germinario

“QUESTA DONNA PAGATA IO L’HO !” , di Antonio de Martini

La prima volta che notai il fenomeno fu nel film ” “Shinue l’egiziano” con Edmund Purdom. Avevo 14/15 anni.
Un polpettone pseudo biblico.

Notai un “cammeo” fatto da una attrice sconosciuta e piacente a nome Bella Darvi.
Recitava tanto male che se ne accorse anche un adolescente arrapato come me.

Anni dopo scoprii che era stata inserita nel cast perché era la “caralcuore” del produttore Darryl Zanuck.

Poi scoprii che Jane Russel ( “gli uomini preferiscono le bionde”) era molto ammirata dal produttore Howard Hughes e così via.

Ingrid Bergmann, nelle sue memorie e interviste, racconta che per fare entrare meglio Antony Perkins nella parte del giovane innamorato di ” Le piace Brahams” se lo portò a letto fin dal primo incontro. Fu un successo.

Molti giornali parlavano apertamente de ” il divano del produttore” e Otto Preminger fu colui che “fece il provino a Jean Seberg” per ” buongiorno tristezza” e a Tippi Hiddren per “gli uccelli.”

Grande ė stata la mia meraviglia quando lo scandalo contro Harvey Weinstein, nei giorni scorsi è stato montato a freddo.

L’accusa è ” comportamento inappropriato” – nessun reato dunque, ma uno sputtanamento sistematico sotto forma di stillicidio moralistico dal pulpito dei media per metterlo fuori gioco.

È a malapena trapelato che Harvey Weinstein era in trattativa con Michel Moore per fare un film su Donald Trump, certo non elogiativo, visto che sono entrambi contribuenti del partito democratico. Potrebbe essere.

Ma, badiamo al sodo.

A me interessa il candore ipocrita delle “vittime” che confessano di aver giaciuto col Tycoon di Hollywood, ammettendo di averlo fatto per ottenerne l’appoggio e lo hanno annunziato come se fosse una novità assoluta che ,dopo anni, ancora le sconvolge la psiche.

Il povero, perverso, Harvey, fatemelo chiamare così, considerava le attrici – a detta loro- come pezzi di carne. Incluse Lea Seydoux e la Delevigne entrambe lesbiche dichiarate sui media.

Harvey aveva certamente una predilezione per l’esibizionismo e si mostrava in accappatoio in camera sua alle vergini in cerca di scritture notturne o circuiti di distribuzione dei loro films e confessava un ” penchant” per il cunnilingus, proponendosi, ammettono, senza violenza.

UNA PER TUTTE

Asia Argento, all’epoca dei fatti maggiorenne da ben tre anni, ci racconta che, “per farlo smettere” ha dovuto fingere un orgasmo.
Non ci dice cosa pensava di fare nottetempo nella camera da letto di un albergo con un produttore dalla lingua piuttosto chiacchierata.

Poi ci informa – sempre sul New Yorker che ho pubblicato due giorni fa- che il rapporto è durato cinque anni, lui l’ha anche presentata alla mamma e le ha pagato la bambinaia per la pargola.

A me sembra un sempliciotto più che un predatore.

Lo definirei puttaniere solo se posto in relazione alle signore che hanno frequentato, lautamente compensate, il suo talamo.

Anche dal punto di vista morale, il povero Harvey deve essersi ritenuto in regola, avendo seguito l’esempio di re Davide ( senza peraltro mai uccidere il marito delle Betsabee di turno) e non pochi altri regnanti e patriarchi biblici.

Le ragazzine al vecchio re Davide le forniva il gran sacerdote e a gratis per consentirgli di superare la depressione. Lui, invece, ne discuteva con Lombardo in termini di incarichi retribuiti e distribuzione sul mercato USA.

Queste signore, ora che hanno incassato notorietà e denaro cercano di ribaltare sul vecchio cliente il naturale senso di colpa scaturente dal meretricio praticato in giovane età.

Non sono un rabbino, ma non mi sembra kosher.

LETTERA DAL PROFESSORE, a cura di Giuseppe Germinario

Pubblichiamo, autorizzati, la lettera di un professore italo-americano, insegnante di liceo a San Francisco. Dal testo si comprende come il dibattito ormai del tutto distorto sull’antifascismo, sui diritti umani, sul politicamente corretto non sia una prerogativa italiana. Si può affermare con certezza, al contrario, che le campagne orchestrate dai grandi organi di informazione siano solo un aspetto di una pratica certosina pluridecennale che ha messo le prime radici negli Stati Uniti sino alle sue ultime degenerazioni moralistiche ed inquisitorie pervasive dei diversi ambiti della società, a cominciare dal settore dell’istruzione, denunciate dalla lettera. In Italia, quello che ci appare una novità, a cominciare dall’impegno messianico e ottuso della nostra Presidente della Camera, Laura Boldrini, non è altro che il rimasuglio ripetitivo, nemmeno troppo convinto, di una violenta battaglia politica il cui epicentro è localizzato di là dell’Atlantico

«Fino a pochi giorni fa i neo-nazisti in America erano quattro gatti,
psicopatici, buoni al massimo ad essere messi alla berlina dai Blues
Brothers. Qualche settimana fa, sono andati a Charlottesville in cerca
di attenzione. La Cnn si è occupata di loro con una diretta non stop. La
presenza delle telecamere ha galvanizzato la protesta e la
contro-protesta, così ora i nazisti, da quella caccola che erano, si
sentono importanti. La diretta televisiva a Charlottesville ha aperto
una lattina piena di vermi e ora non c’è più modo di rimettere i vermi
nella lattina.

Tutto questo è il risultato di una mentalità che nasce nelle high
schools, forse anche middle schools, dove tutti i temi politicamente
corretti costituiscono una specie di dogma e dove si sviluppa la
retorica del “safe space”, lo “spazio sicuro”. Gli insegnanti sono
invitati a mettere sulla porta della loro aula un adesivo che dice
“questo spazio è sicuro”, cioè è uno spazio dove non si mette in
discussione la teoria gender, non si parla di diritto alla vita dei
nascituri, nessun comportamento sessuale è criticato. Sono incluse in
questa retorica anche tutte le teorie pseudo scientifiche su come
l’apprendimento, e perciò la conoscenza, dipenda dal soggetto e non
dall’oggetto che viene studiato. Non è un caso che l’oggettività del
metodo di conoscenza è sotto attacco.

Un altro grande dogma indimostrato che comincia dai livelli scolastici
inferiori è quello di tutta una serie di “disordini”, il più famoso dei
quali è l’Add, Attention Deficit Disorder, o il suo fratellino Adhd,
Attention Deficit and Hyperactivity Disorder. Ce ne sono molti altri e,
anche se la definizione di disordine enuncia chiaramente che non sono
patologie, vengono di fatto trattate come tali, in molti casi con
psicofarmaci. La conseguenza è che un numero sempre crescente di
ragazzini è considerato non responsabile delle proprie azioni (il ché
potrebbe essere vero nel caso di una patologia), in quanto ha un
“disordine”.

*Il cestino dei deplorevoli
*Qualunque tentativo di discutere seriamente “dogmi”, è presentato ai
ragazzini come una forma di attacco a loro stessi. Questo li educa a
considerare qualunque sfida alla versione corrente del politicamente
corretto come un’offesa inaccettabile, un attacco che provoca loro una
sorta di dolore mentale. Da qui si capisce come, arrivati
all’università, questi ragazzi considerino non solo un loro diritto, ma
quasi un dovere impedire di parlare a chiunque dica una cosa diversa dal
sistema di pensiero dello “spazio sicuro”.

Si potrebbero citare molti episodi, mi limiterò a quanto accaduto al
Middlebury College a fine febbraio. Alison Stanger, una professoressa di
sinistra, aveva invitato Charles Murray, un sociologo conservatore, a un
dibattito pubblico. Gli studenti erano così infuriati che li hanno
attaccati fisicamente e la professoressa ha subìto una contusione. La
presenza di un conservatore nel campus non li faceva sentire sicuri, in
quanto i conservatori sono tutti per definizione intolleranti. Questione
di “feeling”.

Qualunque pensatore non in linea con l’ultima versione del politicamente
corretto è automaticamente immesso in quello che Hillary Clinton ha
definito “il cestino dei deplorevoli”. Nella mente dei ragazzi educati
alla retorica dello spazio sicuro, tutti quelli che sono al di fuori di
tale spazio sono i mostri che popolano il buio dei bambini: odiano i
gay, le donne, i neri e le minoranze; sono fascisti e nazisti. Neanche
essere gay li salva, infatti Milo Yiannopoulos ha ricevuto gli stessi
trattamenti. Questo dimostra che quelli che difendono non sono i gay
reali, ma solo quelli politicamente corretti; non i neri reali, ma solo
quelli politicamente corretti. Se un afro-americano esprime un punto di
vista “conservatore” diventa subito una legittima preda degli attacchi
verbali più feroci, senza tema di razzismo.

Allora si capisce l’enorme pubblicità data al fenomeno, fino a ieri
marginale, dei neo-nazisti. Infatti consente di dire alla generazione
dello “spazio sicuro”, cioè il terreno di coltura degli elettori liberal
del presente e del futuro: “Avete visto che avevamo ragione? Tutti
quelli che non sono d’accordo con noi sono in realtà dei mostri, dei
nazisti. Non esiste complessità di temi o di posizioni, il mondo si
divide in noi e loro. Noi siamo i buoni e loro i cattivi”. I cliché di
Hollywood avevano già preparato il terreno da tempo».