L’ARABIA SAUDITA ( leggi Trump) PARLA ALLA NUORA ( Katar) PERCHE’ SUOCERA( Turchia) INTENDA. di Antonio de Martini

erdogan

Intanto, chiariamo:  nella penisola arabica  i confini non esistono. Sono tutte zone desertiche permeabili a volontà da chiunque – e laggiù sono la totalità- possieda un fuori strada per aggirare,  a duecento metri dalla strada,  il posto di blocco posto sulla via di accesso ufficiale.

 

I paesi che hanno deciso il “blocco economico” sono l’Arabia Saudita, il regno di Bahrein, gli emirati del golfo costituenti il Consiglio Generale del golfo ( con l’eccezione del Katar che ha il ruolo del cattivo e che rende ormai inoperante il Consiglio), l’Egitto e lo Yemen.

Si tratta di un terzo dei 22 paesi aderenti alla LEGA ARABA e questo spiega come mai la proposta non è stata nemmeno presentata alla LEGA nonostante l’Egitto ospiti l’organizzazione e ne sia egemone a parole.

Il paese soggetto a sanzioni economiche è il Katar, 11.000 km quadrati ( poco più del Lazio) con un milione e novecentomila abitanti ( di cui un quarto autoctoni e gli altri lavoratori stranieri  a contratto).Il PIL per abitante è di 192.000 dollari annui; il tasso di analfabetismo è del 18,6%, il tasso di disoccupazione è dello 0,5% e la speranza di vita media di 75 anni e qualcosa. Il paese è proprietario del network AL JAZIRA ( ” il ponte”) degli ex Hotels italiani della CIGA e di una miriade di altri immobili in Europa.

COSA HANNO DECISO:

a) rottura immediata delle relazioni diplomatiche. L’Egitto, Il Baharein e gli emirati avevano ritirato i propri ambasciatori da Doha ( capitale del Katar) già nel 2014 per protestare contro i finanziamenti dati ai Fratelli Mussulmani dal Katar.

b) Chiusura degli spazi aerei di questi tre paesi agli aerei della  Katar airways  e blocco delle linee marittime e aeree di questi paesi ( la Saudia principalmente) verso il Katar.

c) Chiusura della frontiera terrestre tra Katar e Arabia Saudita ( unica frontiera terrestre del paese).

d) Proibizione ai cittadini dei tre paesi di visitare il Katar e concessione ai Katarii di 14 giorni per lasciare il territorio dei tre paesi sanzionanti, in contrasto con l’accordo a livello di Consiglio del Golfo che garantiva la libera circolazione ( altra pietra tombale al CCG dopo la rottura dell’ intesa militare anti Houti in Yemen ).

e)Esclusione delle truppe del Katar dalla coalizione che combatte i ribelli in Yemen. L’autorizzazione al passaggio dei pellegrini verso la Mecca, vanifica ogni proibizione. Basta dire che si è diretto alla città santa per avere via libera…..

LA MOTIVAZIONE:

Riad ( Capitale della A.S.) e i suoi alleati hanno motivato la decisione con ” il sostegno a gruppi terroristi sunniti – inclusa Al Kaida, l’ISIS (EI) e i Fratelli Mussulmani , ma anche gruppi terroristi operanti nella provincia di Quatif “( Arabia Saudita dell’est) che finora erano accreditati all’Iran.

IN REALTÀ:

 Lo Yemen è preso dalla guerra civile interna in uno con l’aggressione Saudita e degli Emirati ( il governo formale ha votato il ritiro del contingente katariota che deve essere composto di contractors stranieri e  in numero esiguo).

Il Bahrein per sopravvivere ha fatto ricorso a truppe saudite ( un battaglione corazzato) presentate come appartenenti al CCG. e non è in grado di minacciare nessuno essendo un’isoletta isolata e popolata di sciiti filo iraniani…

L’unico paese “solido” partecipante alle sanzioni  è l’Egitto che vuole che i fratelli mussulmani siano inseriti nell’elenco dei gruppi terroristi e il katar rifiuta dicendo che quando un gruppo raggiunge una certa dimensione, deve essere piuttosto considerato un problema politico. E ha dato la stessa replica per HAMAS ( inserito in lista per compiacere Israele ) che Netanyahu è il solo a ritenere movimento terrorista.

PERCHÉ ADESSO :

Il viaggio di Trump e le sue roboanti dichiarazioni anti Iran hanno fatto credere al Monarca Saudita che fosse venuto il momento per colpire l’Iran nelle sue amicizie più significative: la Turchia e il Katar.  Hanno colpito il Katar per far capire ai turchi ( coi quali hanno sempre finora  intrattenuto ottimi rapporti) che è giunto il momento di scegliere. Chi è amico di Teheran e Riad contemporaneamente deve scegliere a pena di scontro e sanzioni. ( oltre alla Turchia, anche il Libano…)

Trascinarsi appresso i paesi del golfo  e il governicchio Yemenita è stato uno scherzo e l’Egitto non vedeva l’ora di riuscire a tagliare i viveri al fratelli mussulmani coi quali sta combattendo.

Abituati alla contraddittorietà della politica estera USA , gli emiri non hanno fatto  troppo caso alla visita che Trump aveva fatto   all’Emiro del Katar ( Tamim al Thani) definendolo un amico. Insomma, un equivoco come quando Saddam Hussein credette di aver avuto via libera all’invasione del Koweit….

CONSEGUENZE

Nessuna di rilievo economico: aumenterà il costo di frutta e verdura, ma i katarioti possono permetterselo. Dal vicino Iran hanno cominciato ad affluire – con 12 ore di navigazione attraverso il golfo persico – derrate alimentari a iosa: un’altra prova di buoni rapporti. Per gli iraniani sarà un ottimo affare.              Tutti gli altri paesi limitrofi aderenti alle sanzioni producono gas e petrolio, ma il Katar ne produce di più.

POLITICAMENTE:

  1. All’avvertimento obliquo alla Turchia, Erdogan ha risposto da par suo: il Parlamento turco ha deliberato l’invio di un corpo di spedizione in difesa del Katar anche se non ha definito la data entro la quale agire.                                                                                                    La controreazione USAUDITA – sempre obliqua – è consistita nell’annunzio tedesco di spostare il proprio contingente militare dalla base  aerea turca ( NATO) di Incirclik ( dove non sapevamo si fosse stabilito) verso la Giordania. Segno palese che la zona che oggi interessa  Gli USA è la frontiera Israeliana  che viene definita ” la frontiera tra i tre paesi” ( Siria, Giordania e Israele) ma che contiene due punti strategici vitali: L’incrocio carovaniero di Mafrak , dal quale si controlla l’intera penisola arabica e il Gebel Druso aggirando il quale si apre la via di Damasco.
  2. La seconda conseguenza politica consiste nel fallimento del progetto di NATO ARABA. Le forze sunnite si sono divise e adesso gli amici dell’America sono in minoranza nella LEGA ARABA.
  3. La terza conseguenza è che l’Iran, non coinvolto e risultato incolpevole dell’unrest in Bahrein e a Quatif, rafforza il legame con Doha ( capitale del Katar) avendo agito per primo in suo favore.
  4.  La quarta conseguenza è che si è dimostrata l’importanza geostrategica del plateau turco.iranico , che aspira all’autonomia e che – con la sua logica appendice afgana rappresenta il corridoio attraverso il quale le forze occidentali potrebbero aggirare le truppe russe schierate verso l’Europa e consentire all’impero di occidente di giungere al Kazakistan e alla Siberia che sono la California del prossimo secolo.  Era il southern corridor attraverso il quale gli USA inviarono ben 8 milioni di tonnellate di aiuti ai russi senza i quali Stalin sarebbe saltato.
  5. E’ per questo che stanno in Afganistan da sedici anni. Ma hanno bisogno  anche della Persia e invece di accattivarsi la formidabile piattaforma logistica, la minacciano….
  6. Last but not least: il progetto di scagliare i paesi arabi moderati  contro il jihadismo salafista è in buona parte compromesso e lo è comunque la leadership USA.
  7. Per soprammercato il Katar ha risposto che non farà ritorsioni contro i paesi sanzionatori, dando così al machismo  beota di Putin l’esempio più interessante del decennio. di come si risponde alle accuse.

Come conseguenze di un viaggio di soli  tre giorni nel Levante , Trump non poteva sperare di fare  meglio.   Ha finito di distruggere mezzo secolo di politica estera USA che Obama aveva devastato con l’aiuto di Hillary Clinton. Il fianco sud della NATO è tutto da rifare e l’operazione Afganistan-Iran è compromessa.  Forse è davvero un Agente russo.

7° PODCAST _ Le Filippine sono vicine, di Gianfranco Campa

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Ci siamo lasciati nel podcast di sette giorni fa con un accenno finale alla situazione nelle Filippine ed eccoci a commentare, con l’audio odierno, le prodezze militari degli affiliati ISIS di quel paese, precisamente nell’isola di Mindanao. Un salto di qualità inquietante dell’azione militare che lascia presagire analoghe iniziative in altri punti critici del mondo. Sino ad ora in Europa abbiamo assistito all’azione terroristica di gruppi almeno in apparenza limitati; le enclaves presenti in varie città europee, la chiusura in comunità poco permeabili di vasti insediamenti di immigrati, la recente scoperta in Spagna di un naviglio carico di tonnellate di armi destinate a gruppi interni lascia intendere che anche l’Europa coltiva l’humus e comprende questi punti critici. L’azione militare legata all’integralismo islamico, per quanto rozzo e strumentale possa apparire il bagaglio ideologico, nasce da conflitti interni al mondo musulmano, in particolare arabo e nordafricano; è sempre più una componente di giochi geopolitici di forze, centri strategici e stati di gran lunga più potenti e pervasivi. Sia in maniera passiva, consentendo, come in Francia e Gran Bretagna, una azione di influenza perniciosa di paesi arabi, in particolare quelli più integralisti della penisola arabica, tra le comunità di immigrati di quei paesi in cambio di investimenti finanziari, commesse e quant’altro; sia in maniera attiva con il sostegno diretto alle loro politiche estere. Le primavere arabe rappresentano l’apoteosi di questo impegno scellerato. Adesso rischiamo di pagare lo scotto di tanto avventurismo. Il generale Mattis, Segretario alla Difesa americano, nella intervista pubblicata tre giorni fa, ha del resto dichiarato che la lotta all’ISIS rappresenta almeno a parole la priorità, ma va inquadrata nell’ambito di uno scontro con forze ben più potenti: l’Iran, la Cina, la Russia quindi. Non ci resta che fissare bene nella memoria nostra e della popolazione più attenta le responsabilità di queste classi dirigenti, specie europee, perché è qui che ci tocca vivere e qui si concentreranno gran parte degli interessi in conflitto, costrette a pescare sempre più nel torbido e nel trasformismo per sopravvivere. Intanto a Londra mentre scrivo un altro autista un po’ distratto…Buon ascolto_ Giuseppe Germinario

SOTTO LA COPERTURA DELLE TENEBRE, di Gianfranco Campa

obama

Mentre si infiamma la guerra civile, attualmente in atto tra le orde  Sorosiane/Obamiane/Clintoniane/Neoconiane da un lato e la armata Brancaleone/Trump dall’altra, cominciano ad affiorare in superficie le mine disseminate dall’amministrazione Obama con l’obbiettivo di far deragliare parzialmente se non completamente il convoglio della Presidenza di Trump.

Sono tutte trappole piazzate con discernimento, disseminate lungo il percorso intrapreso da Trump, al solo scopo di far saltare e distruggere le buone intenzioni del Presidente.

Arroccato nel castello bianco, stretto sotto assedio, Trump è diventato il Capitano York di Fort Apache. Le orde barbariche girano come avvoltoi senza tregua cercando il momento opportuno per sferrare il colpo mortale, mentre tutto intorno la sua scarna truppa cerca disperatamente di spegnere i fuochi che rischiano di incendiare e far crollare l’intero accampamento.

Siamo forse arrivati al momento più delicato di questo scontro. Trump sta vivendo ore cruciali; tutta la sua amministrazione è messa a dura prova, rischia di saltare in aria. Le mine da disinnescare sono numerose e quasi tutte accuratamente mimetizzate. Non riguardano solo la politica interna ma anche la geopolitica; quella che poi ci coinvolge maggiormente.

Una di queste trappole è stata preparata da Barack Obama nella notte dello scorso capodanno,  approfittando della copertura delle tenebre e del rumore dei botti festosi.  L’Amministrazione Obama prende una decisione apparentemente inspiegabile e allo stesso tempo strana, pericolosa che lascia non solo perplessi , ma soprattutto con pesanti interrogativi circa la sua utilità e le gravi conseguenze che potrà innescare in termini geopolitici. La sera del 31 Dicembre 2016, al tramonto della suo mandato, Obama ha imposto al Pakistan pesanti sanzioni. Queste sanzioni, dato l’orario, il giorno e l’obbiettivo, sono passate quasi del tutto inosservate e tuttora la stragrande maggioranza dei media non pare esserne al corrente. Gli stessi “esperti” di Politica Estera e Strategie Geopoltiche, come i Think Tank di Foreign Policy, del Council on Foreign Relation, del Brookings Institution e via dicendo, non hanno dedicato praticamente nulla del loro tempo ad analizzare la bizzarra decisione presa da Barack e “Barakkini”.

Anche gli esperti sono stati colti di sorpresa? Solo in parte, data la tarda ora; soprattutto, visto che non sono degli sprovveduti, hanno chiuso gli occhi perché hanno volutamente omesso di avvertire il team di transizione di Trump, all’epoca non ancora insediato alla Casa Bianca. Si sono quindi autocensurati per non allertare il nuovo Presidente di questa patata geopolitica molto bollente, diventando quindi complici di Obama nella sua opera di posizionamento delle mine anti-Trump. Di conseguenza, oppressi dal cumulo di impegni assillanti, i nuovi inquilini della Casa Bianca hanno impiegato molte settimane per prendere coscienza prima della esistenza stessa delle sanzioni, poi del loro carattere pesantemente negativo, dall’importanza geopolitica enorme con potenziali nefaste consequenze epocali per l’attuale amministrazione.

Obama, dopo aver proposto nel febbraio dello scorso anno al Senato Americano aiuti finanziari al Pakistan per un totale di 860 milioni di dollari, appena qualche mese dopo ha finito per sanzionarlo. Un atteggiamento in teoria strano e inspiegabile; in realtà una decisione mirata solo ed esclusivamente a porre Trump con le spalle al muro.

Il primo ministro indiano Modi, a Luglio dello scorso anno aveva fatto pressione sugli Stati Uniti per punire il Pakistan per il suo aggressivo programma missilistico e  nucleare. Obama all’epoca non reagì alle richieste dell’India. In effetti Obama non si è mai realmente curato della situazione geopolitica e della tensione che intercorre tra il Pakistan e i paesi limitrofi tra i quali l’India. In aggiunta l’Arabia Saudita ha manifestato insofferenza verso il Pakistan per il rifiuto di quest’ultimo di partecipare o quantomeno sostenere i Sauditi nella guerra in Yemen. Anche su questo aspetto Obama ha sempre ostentato disinteresse, creando disappunto tra le fila del regime saudita.

Sono anni che il Pakistan sostiene un programma missilistico e nucleare. In otto anni di presidenza Obama, il Pakistan non ha modificato di una virgola questo programma, rimasto inalterato per tutto il prosieguo. In altre parole Obama sapeva benissimo quale fossero i progetti e le capacità militari del Pakistan. Anzi, durante il suo mandato, ha manipolato il Pakistan come un burattino violando più volte il suo territorio e la sua sovranità; non dimentichiamoci del raid contro Bin Laden. Addirittura ha usato il Pakistan come leva per arrivare a un accordo con l’Iran.

Quindi una domanda importante da porsi è la seguente: cosa ha fatto cambiare idea al nostro caro Barack? La risposta è semplice; fino a novembre Trump non costituiva una minaccia; alla fine di dicembre Trump era ormai avviato verso la Casa Bianca.

Sono molte le aziende che sono state messe fuorilegge dal Dipartimento del Commercio Americano; tra queste figurano la Ahad International, la Air Weapons Complex, la Engineering Solutions Pvt. Ltd., il Maritime Technology Complex, il National Engineering and Scientific Commission, il  New Auto Engineering e l’Universal Tooling Services. Tutte aziende importanti e vitali per l’economia Pakistana; sanzioni quindi che fanno male e che hanno suscitato in Pakistan un forte malumore verso gli Stati Uniti. I Pakistani hanno  sbagliato su una cosa però; ritengono che la decisione delle sanzioni sia stata presa da Obama sotto suggerimento degli Indiani e dei Sauditi. Solo ora, in pieno caos politico Americano, stanno finalmente mettendo insieme i tasselli e prendendo coscienza che il Pakistan si ritrova vittima sacrificale della guerra civile politica in atto negli States.

Per Trump sarà molto problematico cancellare le sanzioni per due semplici motivi. Prima di tutto perchè i Pakistani hanno ormai aperto la porta ai Cinesi, i quali hanno sostanzialmente aumentato la loro presenza economica nel paese, accrescendo il peso diplomatico al punto tale che sono ora in grado di dettare loro stessi la linea geopolitica al Pakistan. In secondo luogo l’eventuale decisione da parte di Trump di revocare le sanzioni risulterebbe intollerabile sia per gli Indiani che per i Sauditi, in particolare  per Narendra Modi, il piu  ostinato oppositore a qualsiasi rapporto amichevole  tra Pakistan e USA.

In sovrappiù le sanzioni servono a collocare Trump in una situazione difficilissima per quanto riguarda l’Afghanistan. I vertici del Pentagono e gli esperti geopolitici concordano nel considerare l’Afghanistan un paese sull’orlo del collasso. Stiamo parlando non di anni, ma di mesi, forse di settimane. Trump dovrà confrontarsi con un problema serio; salvare il salvabile in Afghanistan.

Due opzioni sono a disposizione dell’amministrazione Trump. Intervenire al più presto oppure abbandonare l’Afghanistan al proprio destino. In ogni caso tutte e due queste soluzioni comportano un problema enorme, un dilemma serio. Se Trump decide di lasciare l’Afghanistan al proprio destino, il mondo intero lo taccerà di quel fallimento e di ingenua approssimazione al cospetto dei piu` “capaci” Obama e Bush. Dovesse decidere il massiccio intervento militare, l’azione sarebbe pesantemente pregiudicata dal mancato supporto logistico del Pakistan. Date le sanzioni, ritengo improbabile una concreta disponibilità dei Pakistani nei confronti degli Americani. In alternativa ci sarebbero i Russi, ma anche qui Obama ha fatto terra bruciata.

Ecco perchè Trump si ritrova con le spalle al muro.

Non ci devono sorprendere le manovre obamiane. Si conosce la sua particolare predisposizione e sensibilità alla pace nel mondo. Il Nobel, Obama se lo è proprio meritato!

L’unica via per Trump sarebbe quella di negoziare una qualche soluzione che smussi le tensioni e il malcontento di Pakistani, Indiani e in alternativa dei  Russi e poter quindi operare liberamente in Afghanistan; sempre che i Cinesi non si mettano di traverso.

Vedo già i titoloni che annunciano il fallimento di Trump in Afghanistan; fallimento di cui dovrà sopportare tutta la colpa, sappiamo già come operano i media.

Non c’è da aggiungere altro; il suo predecessore gli ha lasciato in eredità una situazione geopolitica gravissima. D’altronde c`era da aspettarselo da un uomo come Barack, campione dei diritti civili, sempre attento alle necessità degli ultimi.Un figuro che se può ti dà una mano; controlla però che nel  frattempo non ti abbia tagliato l’altra.

SIRIAN CONNECTIONS : LA PACE AVANZA IN SEGRETO: ISRAELE TEME I RUSSI E GLI USA LA TURCHIA. di Antonio de Martini

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un articolo di Antonio de Martini, uno dei maggiori esperti italiani del mondo arabo e di questioni mediorientali, tratto da il corrieredellacollera.com

Con la ripresa del controllo di Palmira da parte delle truppe lealiste, la situazione, se non fosse tragicamente sanguinosa, giunge al culmine della comicità. L’ennesimo comandante americano in tour assieme ai giornalisti  – Joseph L.Votel,  sembra un sosia del comico Jerry Lewis ed è il capo dell’US central Command – aveva appena dichiarato ai reporter del suo seguito di voler aumentare i mezzi USA in zona per liberare Palmira con una frase cui siamo ormai abituati: ” that’s an option”.L’ha pronunziata con tanta convinzione da indurre l’inviato del New York Times, Michel L. Gordon,  a riferirla virgolettata.

La settimana dopo, le truppe siriane riprendevano Palmira ( Tadmor in arabo) e iniziavano i lavori di sminamento come annunziato dal portavoce del Cremlino Dimitri Peskov.

Nel frattempo, Tom Perry della Reuters da Amman rivelava che sul fronte occidentale ( l’area che va dal confine giordano al Giabal Druso e confina con Israele) la CIA aveva sospeso addestramento , salari ai combattenti e rifornimento di munizioni anche ai ribelli del FSA ( Free Sirian Army), ossia alla fazione più vicina agli USA ed ai suoi interessi.

Sul fronte orientale ( confine Siria-Turchia e costa attorno ad Aleppo) la situazione è al calor bianco.

Dopo la conquista della cittadina di Al Bab, strappata al Daesch grazie a una azione congiunta ribelli del FSA, truppe turche e osservatori USA che hanno fornito appoggio aereo, il fronte unitario si è sfilacciato di fronte al rifiuto turco di accettare che l’YPG ( milizie curde appoggiate da Israele) vengano riforniti ad integrazione degli evidentemente sparuti ribelli del FSA.

Non solo, approfittando della loro presenza  in territorio siriano, i turchi, per bocca del ministro degli esteri  Mevlut Cavusoglu hanno inviato un ultimatum : se entro 48 ore l’YPG non avesse evacuato la città di frontiera di Minbej, avrebbero provveduto le truppe turche.

A questa dichiarazione, ha replicato il Consiglio Militare di Minbej ( che fa parte del FDS, Fronte Democratico Siriano) di aver raggiunto un accordo, mediato dai russi, che le truppe regolari siriane verranno accettate e si interporranno lungo l’intera frontiera vanificando così l’operazione ” Scudo sull’Eufrate” ideata dai turchi e mostrando chiaramente di preferire il regime di Assad piuttosto che una occupazione turco-americana.

La sorpresa è stata totale: che Assad si fidasse dei russi si sapeva da un pezzo. Che i ribelli del FSA ed il loro organo politico FDS preferissero la mediazione russa e la protezione delle truppe siriane a quella NATO rappresentata dai turco-americani, è veramente dura da digerire.

Naturalmente, anche nelle cose illogiche la logica c’é.

La Siria continua a disporre con intelligente parsimonia delle proprie truppe. Ha ripreso Palmira infliggendo un duro colpo ai banditi del Daesch che avevano abbandonato il campo dopo aver minato fino all’inverosimile la zona archeologica. Lo aveva saputo anche il generale americano e voleva fare una bella rentrée in territorio siriano, ma è stato preceduto da Assad.

La interruzione dei rifornimenti ( e degli stipendi) sul fronte nord, è stata ufficialmente attribuita al rifiuto delle varie milizie all’unificazione, ma non è vero. Il fronte nord, come abbiamo visto, è ben più frazionato e addirittura in lotta con le altre milizie che si dicono alternative a Assad.

La realtà è ben più consolante:in tutta la zona frontaliera con Israele le armi devono tacere. La Siria ha annunziato ufficialmente che vuole riconquistare quel territorio ed ha ammonito ( dopo cinque anni di incursioni subite in silenzio) Israele a non interferire.  Ora la Siria ha ripreso Aleppo, svincolando altre truppe ed ha al suo fianco un alleato impegnato militarmente. Ecco un altra area in cui si apre uno spazio di mediazione per la Russia e questa scelta è stata certamente negoziata in segreto.

La chiave per giungere alla pace, per ora,  è a Ginevra , dove l’ HCN ( alto comitato negoziale, legato agli USA) sta sabotando i negoziati di pace con i gruppi di lavoro di Mosca e del Cairo  dove stanno negoziando le sigle della rivolta che sono più in contatto con la Russia.

Resta l’ostacolo reale del fronte nord dove la Turchia non vuole rinunziare a schiacciare i curdi e gli USA che li hanno già abbandonati due volte in Irak, non se la sentono di farlo per la terza volta. Ma è una brutta figura che vale l’alleanza della Turchia.

Altro indizio che la pace sia segretamente in cammino è dato dall OSCH, la strana organizzazione del signor Abdelrahman ( marito della prof del caso Regeni?)che , giunto a cinquecentomila vittime della guerra, ha iniziato a scendere. Ieri era tornato a quattrocentomila. Buon segno.