Per una nuova integrazione economica franco-italiana, di Alessandro Aresu

Un punto centrale della collocazione internazionale dell’Italia, divisa ed assorbita dalla anglosfera, dall’influsso transalpino e da quello tedesco secondo una precisa scala gerarchica, potenzialmente disfunzionale. Il problema, soprattutto verso una potenza di dimensioni paragonabili con quella italiana, è ancora di più la qualità, la capacità e l’ambizione della nostra classe dirigente, nemmeno capace di selezionare decentemente i propri interlocutori d’oltr’Alpe, vedi l’affare Telecom_Giuseppe Germinario

Marcello De Cecco era un personaggio unico sia per la sua curiosità che per la diversità dei suoi interessi. È morto nel 20161. Economista e storico abruzzese, come il grande banchiere umanista Raffaele Mattioli, De Cecco ha saputo coniugare nella sua carriera apertura internazionale e divulgazione giornalistica. Attento osservatore degli squilibri nella zona euro e delle ambiguità dell’ondata di privatizzazioni italiane degli anni Novanta, De Cecco è anche all’origine dell’idea che qui analizzeremo e riprenderemo: l’integrazione economica franco-italiana.

Questo il titolo di un articolo ormai dimenticato del ricercatore italiano pubblicato su Le Monde nel 19932. L’articolo prende come punto di partenza il “terremoto” geopolitico e monetario dei primi anni 90. Alla fine della Guerra Fredda, De Cecco ha visto una tendenza neogolliana tra i leader tedeschi. La Germania si preparava ad “affrontare il mare aperto della politica internazionale” investendo massicciamente nelle sue regioni orientali. La priorità per Francia e Italia era capire il nuovo ruolo svolto dalla Germania. Secondo De Cecco, “un’Europa balcanizzata è perfetta per la nuova Germania”: il più alto livello di integrazione economica potrebbe essere raggiunto dall’ex Germania dell’Est formando un nodo strategico più ampio a livello dell’Europa centro-orientale, prima in ambito geoeconomico, poi in altre aree di integrazione. Il vecchio equilibrio integrazionista, fondata su una Germania divisa, era già obsoleta. L’unico modo per bilanciare il nuovo gigante, secondo De Cecco: “un’altra entità di dimensioni paragonabili alla Germania. Questa nuova entità può essere formata solo da una più profonda integrazione economica tra Italia e Francia. ” Perché ? “Da un punto di vista industriale, l’Italia è una Germania in scala ridotta. Ma, dove è debole, l’industria francese è forte. ”

La “nuova entità economica latina” non è germanofoba, ma indica un problema inevitabile che si presenta all’integrazione europea, quando questa è legata solo a una catena del valore geo-economica tedesca in crescita.

ALESSANDRO ARESU

Nel 1993, questa sostanziale parità in termini di punti di forza rendeva difficile il perseguimento, ma le integrazioni e le fusioni aziendali sembravano ancora possibili nei settori automobilistico, chimico, aeronautico e persino l’industria dell’acciaio. De Cecco ha anche ricordato il percorso già intrapreso nell’industria alimentare e nell’elettronica. Ha accusato i francesi di non avere la volontà politica di concretizzare i progetti industriali di cui sopra. E ha invitato gli “orgogliosi cugini transalpini” ad abbandonare gli stereotipi offensivi dei mafiosi e dei mangiatori di spaghetti italiani. Era quindi il momento di capire che una più profonda integrazione con una più ampia economia tedesca e con un centro di gravità allargato avrebbe portato a un’erosione della “individualità economica” della Francia. L’opzione italiana, invece, ha costituito la via ideale per la potenza francese, che ha saputo dispiegare anche la sua “capacità di costruzione e gestione delle infrastrutture” all’interno di uno spazio geopolitico. Su questo punto, il dono profetico di De Cecco ci riporta subito al nostro presente: il “ nuova entità economica latina Non è germanofobico ma indica un problema inevitabile che si presenta all’integrazione europea, quando questa è legata solo a una catena del valore geo-economica tedesca in crescita. De Cecco ha avanzato un argomento politico: “Non è possibile credere, anzi, che italiani e francesi si sottometteranno tranquillamente alla necessità di chiudere sempre più fabbriche nei due Paesi, che saranno, s «restano divisi, schiacciati dalla produttività della rinnovata industria tedesca, rafforzati dai bassi salari dei paesi dell’Est, a cui le aziende tedesche stanno già trasferendo la produzione. “L’integrazione franco-italiana potrebbe dialogare su un piano di parità con la Germania, potrebbe concentrarsi sul” collegamento ferroviario rapido Torino-Lione, alla gestione congiunta dei porti del Mediterraneo, che oggi hanno una concorrenza assurda, agli accordi tra le acciaierie di Taranto e Fos, le più moderne d’Europa, alla creazione di grandi holding franco-italiane in aeronautica, chimica, petrolifera e, soprattutto, nel settore automobilistico. Per questo De Cecco ha fatto appello alla “tradizionale capacità visionaria dei leader francesi” che “non può restare fissa sull’asse Parigi-Bonn”.

È proprio l’attualità delle questioni industriali sollevate da De Cecco che dovrebbe portarci a interrogarci sul nostro presente. Tra gli altri attori globali, i progetti industriali e geoeconomici sono ancora quelli di trent’anni fa? Leggendo questo articolo visionario, l’impressione di aver perso tempo è opprimente. Un’impressione diversa da quella che si può avere negli Stati Uniti, Cina, Giappone, Corea del Sud, Taiwan: luoghi che non hanno mai smesso di inventare il futuro. Non credo che De Cecco conoscesse nel 1993 il testo di Alexandre Kojève sull’impero latino, riapparso nel 19903, ma non posso escluderlo: in ogni caso si è avverata la sua profezia sullo scenario europeo di un allargamento della sfera economica tedesca e centro-orientale, mentre non è apparso alcuno “spazio latino”. . Non credo nemmeno che i “leader francesi visionari” – attori politici, industriali o finanziari – abbiano letto il testo di De Cecco mentre organizzavano le loro “campagne italiane”. Ma questa bottiglia in mare può permetterci di ottenere una fotografia di un momento importante per le nostre nazioni, in una svolta nella storia europea.

L’unione tra Francia e Italia rappresenta oggi circa il 26% del PIL dell’Unione, il 22,4% dei posti di lavoro e il 23,2% degli investimenti in ricerca e sviluppo. Il peso dell’Italia nell’economia europea è diminuito nell’ultimo decennio, quello della Francia è rimasto stabile, quello della Germania è aumentato. Il volume degli scambi tra Italia e Francia nel 2019 è stato di 86 miliardi di euro.

Ma per riportare in vita queste figure, torniamo alla nostra storia, e al grande Abruzzo della finanza italiana, Raffaele Mattioli, che in particolare ha contribuito a finanziare gli studi di Marcello De Cecco a Cambridge.4, classe 1939. Nel 1939 il giovane banchiere Enrico Cuccia sposò la figlia di Alberto Beneduce, ideatore dell’IRI, il cui nome era – in realtà – Idea Nuova Socialista. Mattioli offrì a Cuccia una mappa gigante (circa tre metri per due metri e mezzo) della Parigi del XVIII secolo, quando Michel Etienne Turgot lavorava come prevosto dei mercanti.5. Cuccia ha sempre tenuto il Piano di Parigi nel suo ufficio in Mediobanca, la banca di investimento del capitalismo italiano, che rappresentava anche un legame con il sistema francese, in particolare grazie alla grande amicizia tra lo stesso Cuccia e André Meyer, lo storico leader di Lazard negli Stati Uniti.

I legami instaurati tra istituzioni finanziarie come le banche rappresentano una delle caratteristiche a lungo termine del rapporto franco-italiano.

ALESSANDRO ARESU

Mediobanca è un hub finanziario: tra i partner francesi, oltre a Lazard, ci sono stati più recentemente player come Dassault, Groupama, Bolloré, la banca d’affari italiana che ha acquisito nel 2019 la francese Messier Maris. La storia delle banche italiane ha avuto diversi altri esempi. I legami che si instaurano tra le istituzioni finanziarie rappresentano una delle caratteristiche a lungo termine del rapporto franco-italiano. Possiamo ad esempio citare il finanziamento di missioni di interesse generale, che è sempre più importante nel nostro tempo. Nel 1816 la creazione della Caisse des Dépôts et Consignations fu opera del Conte Corvetto, ministro delle finanze francese nato a Genova. Il mondo italiano è stato quindi diviso e frammentato, rispetto alle opportunità offerte dalla Francia. La sua “sorellina” italiana, la Cassa Depositi e Prestiti, nasce nel 1850, prima dell’Unità d’Italia. Anche Roma si è rivolta a Parigi su questi temi negli ultimi tempi, quando ha cercato di integrare nel sistema italiano le lezioni del modello Bpifrance.

Oggi viviamo in un contesto diverso da quello di Cuccia e Lazard, e da quello di De Cecco. Viviamo all’ombra del conflitto tra Stati Uniti e Cina e vediamo nel capitalismo politico la progressiva espansione della sicurezza nazionale6. La Germania si è evoluta nella gestione di questa crisi, rispetto alla crisi precedente che ha indebolito tutti gli europei. Ma resta da dimostrare la capacità di realizzare progetti europei nel nostro continente. Dobbiamo raccogliere grandi sfide, come quelle che Emmanuel Macron ha esposto nella sua intervista con il Grande Continente . Quando si tratta di salute, digitalizzazione, sostenibilità, questo decennio porterà vincitori e vinti e cambierà le nostre società. Il fiume impetuoso dell’innovazione minaccia di mandare alla deriva gli europei, dopo un decennio di addormentarsi e perdere opportunità.

Borsa-Euronext, FCA-PSA, Fincantieri-STX, Essilor-Luxottica-Mediobanca-Unicredit-Generali, Tim-Vivendi-Mediaset, Crédit Agricole-Creval, Leonardo-Thales, Stm: questi sono, tra gli altri, industriali e a cui partecipano Francia e Italia.

L’Italia è la grande sconfitta nei trent’anni che ci separano da Maastricht e dal progetto De Cecco. È ovvio. Noi italiani dobbiamo riflettere sulla nostra debolezza. Il fenomeno delle multinazionali “tascabili”, che è comunque il nostro capitalismo medio, come descritto negli studi di Giuseppe Berta7e Dario Di Vico, devono affrontare disagi senza precedenti. La riluttanza finanziaria e organizzativa del motore essenziale del nostro sistema economico, le medie imprese con capacità internazionale, non è sostenibile nel medio termine. Inoltre, l’azionista Stato italiano si è ritirato da alcune aree (telecomunicazioni, autostrade) dove il settore privato non ha ottenuto buoni risultati. In questa fase lo Stato, attraverso strumenti finanziari e fondi sovrani, torna in prima linea. Alcuni imprenditori italiani si rivolgono alla Francia con una strategia di lunga data, a partire da Leonardo Del Vecchio, mentre è innegabile il coinvolgimento finanziario e industriale francese nel nostro Paese.

A mio avviso, è essenziale pensare in termini di dimensioni e scala: nel nostro mondo presente e in futuro, difficilmente possiamo fare nulla senza una scala rilevante.

ALESSANDRO ARESU

A mio parere, è essenziale pensare in termini di dimensioni e scala: nel nostro mondo presente e in futuro, difficilmente possiamo fare nulla senza una scala rilevante. Il sistema finanziario italiano non ha potuto trarre alcun reale beneficio dagli insegnamenti di Antoine Bernheim, nonostante quest’ultimo sia stato a capo di Generali da molti anni. È il suo sostegno ad Arnault e Bolloré che gli è valso giustamente il soprannome di “padrino del capitalismo francese”8. Tuttavia, noi italiani non avevamo un Thierry Breton nazionale per unificare i nostri servizi di sistema informativo. Alla fine degli anni ’90 Telecom Italia era di gran lunga la migliore azienda di telecomunicazioni in Europa. Un “complotto automobilistico” italiano lo ha seriamente indebolito modificando gli equilibri di potere. Ma le grandi società di telecomunicazioni europee devono affrontare gli stessi problemi di redditività se vogliono essere competitive in termini di frontiere tecnologiche, e queste domande riguardano anche i francesi.

L’Italia ha perso, ma la Francia non ha certo “vinto”. La pandemia ha solo confermato il fatto che i due paesi hanno difficoltà comuni. In assenza di un equilibrio di potere tra i due Paesi, negli ultimi anni è emersa una strategia offensiva, in quanto i francesi hanno esercitato maggiori pressioni sull’Italia, attraverso una serie di acquisizioni e operazioni in diversi settori industriali. . Ma questo non è stato fatto senza resistenza: tutti i paesi sono impegnati in una “corsa alla sicurezza nazionale”, che è e sarà rafforzata dalla pandemia. Nessuna strategia industriale su scala bilaterale o continentale può funzionare senza un tessuto di fiducia. Altrimenti prevarrà la resistenza all’integrazione ei mercati europei non avranno un governo industriale autonomo,

Inoltre, dovremo anche trattare tutti con la Germania dopo l’era Merkel , una situazione che non si era mai vista prima. Nello sviluppo della costruzione europea è secondo me impossibile che, in un futuro irrigidimento della posizione tedesca, la Francia lasci sola l’Italia ad affrontare il suo destino. Troppi legami uniscono i due paesi. I sentimenti degli italiani per la Francia oscillano tra complesso di inferiorità e fastidio. Si tratta di un problema reale, a cui è legata la convinzione degli italiani che l’opzione francese potrebbe essere messa in discussione da un improbabile ingresso dell’Italia nell’Anglosfera.. Sul piano geopolitico, la Francia ha spesso agito in sottile o aperto contrasto con l’Italia, senza trarne alcun reale vantaggio. Basti pensare alla guerra in Libia. La colpa è della Francia, la sconfitta è di entrambi. Sul nostro terreno di gioco nessuno ha i mezzi per comportarsi da “padrone”: siamo ridotti a fare appello agli Emirati sul terreno. Ma possiamo davvero continuare così? No, soprattutto perché le storiche divergenze tra le nostre aziende in campo energetico stanno affrontando un terremoto tecnologico e finanziario. Devono anche affrontare nuovi “campioni” in nuove arene.

Su quali basi possiamo ricostruire l ‘“integrazione economica franco-italiana”? Non tornerò qui nei dettagli di tutte le pratiche industriali e finanziarie aperte, ma le traccerò.

Primo punto: dobbiamo parlare francamente dei nostri contrasti, invece di tornare ai vecchi “file” o perdere tempo. Ce lo deve insegnare soprattutto la vicenda Fincantieri-STX e il susseguirsi di alti e bassi nel settore delle telecomunicazioni: non dobbiamo tardare a mettere sul tavolo i nostri interessi senza dare alla situazione il tempo di deteriorarsi. Altrimenti, continueremmo a riempire sempre di più le tasche degli avvocati. Una forma di sostegno economico indiretto, certo, ma che non è esattamente ciò di cui hanno bisogno le nostre economie.

Dobbiamo mostrare a una nuova generazione che la dimensione mediterranea non è una chimera. Come dice spesso il ministro Giuseppe Provenzano, siamo una generazione cresciuta cullata dalla “promessa” di un’unione tra il Mediterraneo e l’Africa che non ha prodotto alcun effetto reale.

ALESSANDRO ARESU

Secondo punto: i gruppi che saranno il risultato di una nuova unione franco-italiana non possono essere guidati solo da francesi. Certo, la Francia è un’economia più grande dell’Italia e ha un sistema istituzionale migliore. Non c’è bisogno di negarlo. L’Italia, invece, ha ancora dei punti di forza e non può essere “acquisita” dal sistema francese, in particolare perché in settori strategici è tecnicamente impossibile farlo senza un accordo. Altrimenti, le reazioni renderebbero le relazioni disfunzionali. Quando parlo di gruppi, intendo anche le aree che contano davvero: alta tecnologia, elettronica, ingegneria dei sistemi, difesa e sicurezza, infrastrutture, finanza.

Terzo punto: dobbiamo mostrare a una nuova generazione che la dimensione mediterranea non è una chimera . Come dice spesso il ministro Giuseppe Provenzano, siamo una generazione cresciuta cullata dalla “promessa” di un’unione tra il Mediterraneo e l’Africa che non ha prodotto alcun effetto reale. L’ opzione “latina” di De Cecco può avere senso solo se, in questi campi logistici, economici e geopolitici, la collaborazione italo-francese darà i suoi frutti. Una collaborazione che può essere svolta anche nel campo della finanza sostenibile, in un percorso già avviato dalla Francia con Finance in Common , che potrebbe essere ripreso dal G20 sotto la Presidenza italiana.

Quarto punto: dobbiamo anticipare il terremoto nella catena del valore tedesca, nei suoi collegamenti con la produzione italiana di componenti e robotica industriale, che è ancora un settore di eccellenza. Dobbiamo coordinare gli investimenti in nuove catene di approvvigionamento di elettricità e tecnologie all’avanguardia in relazione ai mercati europei e alle catene di approvvigionamento manifatturiere, anche attraverso relazioni più strette con università, politecnici e centri di ricerca. Ricerca. Non diciamo mai più che dobbiamo creare una DARPA o BARDA europea se non siamo in grado di farlo entro un anno, se non siamo in grado di riguadagnare la nostra ambizione,

Dal 2018 Francia e Italia discutono del Trattato del Quirinale. Tutti questi elementi possono far parte di un nuovo patto tra Italia e Francia, di cui dovremmo discutere il più rapidamente possibile, mentre siamo ancora di fronte alla tempesta del coronavirus e delle sue incognite. Dovremo essere pronti almeno per ottobre 2023, quando festeggeremo i trent’anni dalla pubblicazione dell’articolo di De Cecco.

FONTI
  1. Questo testo inedito riprende diversi studi sui rapporti economici e geopolitici tra Francia e Italia, pubblicati dal 2016 sulle riviste italiane Limes , Atlante Treccani , L’Espresso .
  2. Marcello De Cecco, “Per un’integrazione economica franco-italiana”, Le Monde , 2/10/1993. Sui progetti franco-italiani dei primi anni ’90 si legge la testimonianza di Paolo Savona, Come un incubo e come un sogno. Memorialia e moralia di mezzo secolo di storia , Rubbettino, 2018.
  3. Alexandre Kojève, L’empire latin (1945), in “Le regole del gioco”, I, 1990, 1
  4. Secondo la testimonianza di De Cecco in La figura e opera di Raffaele Mattioli , Ricciardi, 1999
  5. Cfr. L’opera di Giorgio La Malfa, Cuccia e il segreto di Mediobanca , Feltrinelli, 2014 o l’articolo di Fulvio Coltorti, “La Biblioteca storica di Mediobanca”, 8/10/2014, http: //www.archiviostoricomediobanca .mbres.it / documenti / FC_presentazione% 20della% 20Biblioteca% 20Mediobanca.pdf
  6. Alessandro Aresu, L’ Europa deve imparare il capitalismo politico , Le Grand Continent, 10 novembre 2020
  7. Giuseppe Berta, Che fine ha fatto il capitalismo italiano? , il Mulino, 2016
  8. Pierre de Gasquet, Antoine Bernheim: il padrino del capitalismo francese , Grasset, 2011.

https://legrandcontinent.eu/fr/2021/01/12/integration-economique-franco-italienne/?mc_cid=7aaa6f21c8&mc_eid=4c8205a2e9

MAI COME ORA VERITÀ SU REGENI .!!!, di Antonio de Martini

Dopotutto i giudici egiziani non hanno così torto_Giuseppe Germinario
REGENI: L’AFFARE SI INGROSSA E LA VERITÀ SI ARRICCHISCE DI NUOVI ELEMENTI.
La collaudata tecnica ( palantir)di intersecare i numeri telefonici – in questo caso quelli dei nove poliziotti sospettati segnalati dal magistrato egiziano- con quelli dei ” colleghi” dell’Universita americana del Cairo, con cui la prof Abd el Rahman aveva messo in contatto Regeni, ha dato i suoi frutti.
Più di uno dei “colleghi” aveva contatti coi poliziotti della squadra che sorvegliava l’Italiano.
Questi contatti risultano intensificati alla immediata vigilia dell’arresto.
La seconda scoperta degli inquirenti italiani è che l’organizzazione ANTIPODE ha negato che Regeni abbia mai fatto richiesta di una borsa di studio.
Questo fa sorgere spontanea quattro domande: con quali soldi dunque Regeni viaggiava e si manteneva al Cairo? Su quali fondi contava per mantenersi ulteriormente? Di quali denari fantasticava facendoli baluginare di fronte agli occhi del sindacalista egiziano con la moglie ammalata di cancro per farlo collaborare? A chi doveva presentare il rendiconto di cui si preoccupava nella ultima conversazione?
Qui apro una parentesi inquirente.
La professoressa Abd el Rahman – di cui non sappiamo ancora i nomi dei parenti e del coniuge, che io sospetto essere lo stesso Rahmi Abd el Rahman che ha fatto da press Agent ai jihadisti siriani per sei anni – in questi due anni semi-sabbatici trascorsi in Olanda, dove ha abitato? Che documenti ha trasferito da Cambridge? Che “studi”ha fatto? Chi l’ha pagata?
Finora alla Maha Abd el Rahman si riconosce solo una ricerca di 160 pagine banale anzicchennò.
Un po pochino. In Italia, con una singola pubblicazione non insegni all’Università e forse nemmeno al ginnasio.
A proposito, l’Università di Cambrige ha annunciato che vuole creare una borsa di studio a nome di Regeni, ha preso le distanze dalla professoressa Abd el Rahman e accettato di consegnare tutte le mail dei computer dell’Ateneo. Vedremo se consegnano anche gli hard disk per verificare assenza di cancellature….
Una autentica novità per il mondo accademico britannico abbandonare a se stessa, dopo averla protetta per due anni, una docente che testimonia e rinunziare alla indipendenza tradizionale dell’Ateneo, specie a favore di un paese straniero, diciamocelo, di seconda fila.
Nel mondo dell’intelligence, invece è routine: si confessa la marachella e ci di mette d ‘accordo per scaricare i collaboratori scomodi. Senza fare più altro chiasso.
Una nota italiana: TG1, La Stampa e il Corriere della sera, su queste novità non scrivono un rigo, contrariamente a ” Il Messaggero”. Loro scrivono di Di Maio.
MAI COME ORA VERITÀ SU REGENI .!!!

Ecco da chi e perché l’Italia è ricattata in Libia, di Giuseppe Gagliano

L’Italia è giunta in uno dei momenti più bassi di credibilità ed autorevolezza. Purtroppo non sono solo momenti e non abbiamo ancora raggiunto il fondo. Il nulla vestito di buone maniere_Giuseppe Germinario

Ecco da chi e perché l’Italia è ricattata in Libia

di

libia

Il caso dei diciotto membri dei motopescherecci “Antartide” e “Medinea” di Mazara del Vallo prigionieri nel porto di Bengasi dietro mandato del generale Khalifa Haftar. Il commento di Giuseppe Gagliano

Partiamo come di consueto dai recenti fatti di cronaca. Diciotto membri dei motopescherecci “Antartide” e “Medinea” di Mazara del Vallo sono prigionieri nel porto di Bengasi dietro mandato del generale Khalifa Haftar.

Quali valutazioni, di natura squisitamente politica, si possono fare di una vicenda così drammatica e insieme così umiliante per il nostro paese?

In prima battuta questa azione da parte delle milizie potrebbe essere letta come una ritorsione del viaggio compiuto dal nostro ministro degli esteri prima a Tripoli e poi a Tobruk per incontrare il presidente del parlamento Aguila Saleh che allo stato attuale sembra aver soppiantato la figura di Haftar. Un chiaro segnale insomma della perdita di qualunque credibilità del nostro paese sullo scacchiere libico come abbiamo avuto modo più volte di sottolineare su queste pagine.

Il fatto che la Farnesina abbia infatti cercato di fare pressione su Haftar per la liberazione degli ostaggi rivolgendosi alla Russia, all’Egitto e agli EAU dimostra in modo evidente la mancanza di peso politico del nostro paese.

Difficile credere che un tale evento si sarebbe verificato ai tempi di Andreotti e di Craxi.

Fra l’altro nel 2019 un cittadino sudcoreano e 3 filippini erano stati liberati proprio grazie all’intervento degli EAU.

Tuttavia dobbiamo tenere conto che la situazione politica in Libia è cambiata e il generale Haftar non è più l’uomo forte della Libia e di conseguenza la rilevanza di questa mediazione è quanto meno di dubbia efficacia.

In secondo luogo l’azione compiuta dalle milizie libiche si inserisce in una logica di rivendicazione illegittima sul piano del diritto internazionale marittimo da parte della Libia che vorrebbe estendere la sua sovranità fino alle 72 miglia dalla costa. Rivendicazioni che furono fatte molto spesso da Gheddafi.

In terzo luogo non si può notare l’enorme disparità tra l’attuale situazione dei 18 ostaggi e la presenza delle nostre forze navali e armate sia nel Golfo di Guinea sia presso la diga di Mosul. Anche se è scontato che l’Aise stia operando nella direzione di liberare gli ostaggi è evidente che il problema rimane strettamente legato alla credibilità ed autorevolezza dell’esecutivo e della Farnesina.

Infine, avventurandoci a formulare una semplice ipotesi, se una tale operazione da parte libica fosse stata posta in essere nei confronti di cittadini francesi è presumibile che l’esecutivo francese avrebbe già attivato le forze speciali coniugando tale intervento con una capillare rappresaglia. A tale proposito basti ricordare l’operazione francese in Mali che fu condotta nel 2015 sotto la direzione del Commandement des Opérations Spéciales e che fu portata a termine con successo dai Tier-1 del 1er régiment de parachutistes d’infanterie de marine con la liberazione dell’ostaggio olandese Sjaak Rijke di 54 anni catturato dai jihadisti di al-Qaeda.

https://www.startmag.it/mondo/italia-libia/

All’ombra del sole ottomano_con Antonio de Martini

Il conflitto tra Armenia e Azerbaijan riporta alla luce rivalità secolari nell’area del Caucaso.

Con esse emerge ormai la Turchia, un attore sempre più spregiudicato che non esita a giocare su più tavoli, dal Mar Nero, al Mediterraneo, all’Egeo, alla Siria, alla Libia, all’area turcomanna. Una spregiudicatezza che lascia intuire sostegni e coperture evidentemente solide a sufficienza. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

LA PACE DI ABRAMO, di Antonio de Martini

Anche se per la verità gli esponenti politici da assassinare in contemporanea cominciano ad essere un po’ troppi. Gli accordi sanciscono comunque la frattura definitiva dei paesi arabi con l’Iran e molto facilmente con la Turchia piuttosto che il sodalizio con Israele_Giuseppe Germinario
LA PACE DI ABRAMO
Si tratta di un nuovo reality show col quale Trump pensa di vincere le elezioni a novembre?
Come noto, Abramo era un estraneo in Palestina proveniva dall’odierno Irak ( Ur di Caldea) come sua moglie Sara.
Si arricchì facendola prostituire ( lo dice la Bibbia) e facendosi pagare con pecore e capre, ma importò dalla Mesopotamia il monoteismo e la pratica della circoncisione.
Il nome dell’accordo di pace tra Bahrein, l’UAE e Israele è quindi stato scelto in base alla notorietà statunitense del personaggio, ma il contenuto degli accordi non è stato divulgato, dato che non c’è mai stato un contenzioso tra loro.
Storici accordi di pace tra Israele e suoi vicini con cui ha invece effettivamente guerreggiato ci sono gia stati: nel 1979 con l’Egitto di Saadat ( poi ucciso) e nel 1994 con la Giordania ( uccisero re Abdallah – bisnonno dell’attuale re- nel 1948 quando si accordò segretamente con gli israeliani).
Nessuno di questi accordi di pace ebbe impatti positivi sulla pace nella regione, ma, negativi, sulla salute dei firmatari.
Si capisce quindi il motivo per cui nessun rappresentante saudita e nessun regnante di Bahrein ( Ahmed ben Issa al khalifa di Bahrein e Mohammed ben Zayed al Nayhan dell’UAE ) fosse presente allo “ storico evento”. Le firme “ arabe” le hanno messe i ministri degli esteri.
Le grandi attese furono deluse anche il occasione degli accordi di Oslo ( tra palestinesi e Israeliani) in cui l’ucciso di turno fu il premier israeliano Isaac Rabin.
Ci sarà certamente – oltre alla prospettiva di vendere qualche F 35 – qualche contratto di tecnologie di sicurezza del polo elettronico israeliano e il possibile vantaggio militare che Israele avrà avvicinato all’Iran le basi di partenza della propria aeronautica verso l’Iran.
Vedremo chi morirà per primo stavolta.

Turchia, Grecia e Italia: scenari e prospettive nel Mediterraneo, di Lorenzo Centini

Disposizione delle pedine_Giuseppe Germinario

http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/turchia-grecia-e-italia-scenari-e-prospettive-nel-mediterraneo/

Turchia, Grecia e Italia: scenari e prospettive nel Mediterraneo

Sulla questione della Turchia nel Mediterraneo si può procedere a costruire una posizione in due modi diversi: o ci si schiera in virtù di simpatie di civiltà e antipatie secolari o ci si schiera mettendo in ordine alcuni diversi gradi di importanza in fila e osservando in che modo essi si dispieghino.

I temi per prendere posizione sulla questione, a mio avviso, sono:

A) il tema della NATO – vale a dire la sua palese inservibilità e tossicità quando si smetta di rivolgerla a nemici esterni.

B) il tema della agibilità del Mediterraneo – vale a dire il mantenimento del Mediterraneo come mare aperto alla competizione geoeconomica senza l’emersione di soggetti egemoni

C) il tema dell’Europa – vale a dire la possibilità che lo scontro turco-greco veda la nascita di una quota minima di convergenza europea in tema di politica estera.

Chiariti i temi principali del contendere (che non esauriscono tutte le sfaccettature possibili ma che ne rappresentano le tre più sistemiche e urgenti), lo scontro Turchia-Grecia è una Proxy di codeste coordinate.

I problemi suddetti pre-esistono e superano la diatriba tra Atene e Ankara, ma il loro scontro costituisce un’occasione di scioglimento nodiSui singoli problemi, sul piano cartesiano con questi tre assi ci si esercita con i propri riferimenti ideologici ed i propri strumenti di lettura. Il lato scientifico della geopolitica è pure codesto: scindere i piani e i problemi, costruire griglie in cui le posizioni prese seguono assunti di ordine razionale, ed in cui sia la posizione finale ad adattarsi all’effetto sperato, e non viceversa. Sui tre temi, personalmente, credo si possa proseguire all’incirca così:

A) Uno scontro frontale Grecia-Turchia, non mediante guerra aperta (che nessun attore permetterebbe) ma mediante scaramucce e reciproci blocchi sarebbe la fine della NATO, richiesta a gran voce prima di tutto dai singoli attori (Grecia e Turchia) e poi da tutti gli altri che già spingono per una sua liquidazione (Francia, Germania, ecc). Se la NATO dovesse schierarsi apertamente con la Grecia perderebbe la Turchia, riuscendo forse a resistere come organizzazione complessiva. Pertanto è interesse italiano lasciare la NATO fuori dai giochi, chiarendo la propria posizione di benevolenza terza rispetto a Grecia e Turchia (nel caso, ovvio, in cui si volesse disarticolare la NATO. In tutti gli altri appoggiare la Grecia sarebbe appunto il modo migliore per tutelare la NATO)

B) L’Italia deve mantenere il Mediterraneo aperto ai propri bisogni geoeconomici, e deve quindi impedire che la Turchia possa occupare gli spazi liberi da un punto di cista energetico, mercantile e navale. Su questo quadrante sarebbe quindi necessaria una forte posizione italiana contro l’espansionismo delle compagnie di ricerca turche e degli annessi militari, schierandosi quindi contro l’attività turca antigreca. Sempre che non si voglia, invece, costruire un ticket con la Turchia nel riempimento del Mediterraneo: nel caso sarebbe forse ottimo porsi come sponda turca in Europa, aprendo nei negoziati che quasi sicuramente si apriranno una posizione di ascolto della Turchia insieme alla Germania (che è sensibile ai bisogni turchi). Per costruire codesto ticket, tuttavia, servirebbe una forte attività di strategia industriale e alleanza tra società italiane e turche (giacché tutta una parte del gioco è giocata in registri diversi)

C) Se l’obbiettivo è quello di stimolare una politica estera europea e sfruttare questo attrito per disarticolare la NATO e compattare i paesi europei, buona idea sarebbe schierarsi con la Grecia, paese EU e paese centrale per una futura architettura militare europea. A questo invece si oppone attualmente la Germania, che continua a non percepire l’Europa come soggetto militare e geostrategico autonomo e vorrebbe solo far recitare a Bruxelles il ruolo di arbitro[*] . Il navalista europeista Macron[**] invece già segue la Grecia contro la Turchia (lui ha pure la partita Libano in ballo dove è contrapposto alla a Turchia) per risolvere la prima grana in sede europea difendendo un paese membro. Gli antieuropeisti si troverebbero quindi nella spiacevole condizione di dover tifare Ankara. A questo quadro si aggiungono due sottotemi, per noi europei meno immediate, ma solo in apparenza. Ad Est la partita è tra i più antiturchi[***] (Emirati già in orbite filogreca anche per una curiosa Israele-Grecia-EAU connection) e i meno, il che denota l’insofferenza mediorientale per l’attivismo turco. In politica interna Erdogan raccoglie però sincere simpatie, a dimostrazione di quanto la spoliticizzazione verso la politica estera sia abbastanza un’impressione occidentale. La cosa più importante, tuttavia, rimane che ogni attrito internazionale dovrebbe diventare la porta dalla quale far rientrare la cruda analisi geopolitica spassionata dalla porta. In una parola, l’occasione per ricostruire un modo di ragionare sul presente non già oggettivo (è impossibile) ma almeno un luogo riflessivo in cui cause, effetti, posizioni e auspici siano in catene riconoscibili. All’interno di quadri chiari (come ho tentato di dare) ciascuno imposta le proprie priorità e speranze e prova a ragionare sugli effetti a cascata circa una decisione.

*https://www.google.com/amp/s/amp.thenational.ae/world/europe/germany-calls-for-an-end-to-naval-posturing-in-the-eastern-mediterranean-1.1069355

** https://www.google.com/amp/s/www.voanews.com/europe/france-sends-forces-mediterranean-greece-turkey-dispute-territory%3famp

***https://sicurezzainternazionale.luiss.it/2020/08/24/esercitazione-militare-nel-mediterraneo-orientale-gli-emirati-inviano-f-16/

Tutte le cose turche del Qatar in Libia, di Giuseppe Gagliano

Riprendiamo qui sotto integralmente un articolo di Giuseppe Gagliano. Il professore fa il punto della presenza turco-qatariota in Libia. Il confronto militare e geopolitico in Libia ormai si sta polarizzando tra questi due paesi e l’Egitto. Un fattore in più che rivela impietosamente il vuoto entro il quale si sta dibattendo la politica estera italiana_Giuseppe Germinario

Tutte le cose turche del Qatar in Libia

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Il ruolo del Qatar in Libia in simbiosi con la Turchia nello scenario che si apre dopo l’accordo tra le fazioni libiche. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

È certamente difficile negare che l’accordo tra le fazioni libiche sia sorto all’interno dell’amministrazione americana sia allo scopo di limitare o contenere la proiezione di potenza russa in Cirenaica sia in vista delle imminenti elezioni americane.

Nello specifico tale accordo sarebbe il risultato sia dei colloqui tra il Segretario di Stato Mike Pompeo e il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry – con la supervisione del generale Corea responsabile per il Medioriente della Nation Security Council americano – sia dei colloqui tra Richard Norland, ambasciatore americano presso Tripoli, e Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk.

Ebbene, alla luce della situazione di elevatissima instabilità politica che si è chiaramente manifestata gli ultimi due anni in Libia ,tale accordo si dimostra scarsamente credibile ma soprattutto assolutamente fragile.

Al di là delle promesse che tale accordo formula e indipendentemente dalle divergenze fra i due contendenti ben sottolineate da Agenzia Nova rimane il fatto che il GNA ha concesso – come avevamo previsto – alla Turchia sia l’infrastruttura portuale di Misurata -come base navale per legittimare de facto la proiezione di potenza turca nel Mediterraneo Orientale – sia l’infrastruttura dell’aeroporto militare di al-Watya sito nella Tripolitania Occidentale.

Al di là del fatto che tale accordo sia stato siglato il 17 agosto a Tripoli, il dato geopolitico di grande rilievo è la presenza di un terzo soggetto – accanto alla Libia e ad Ankara- e cioè il Qatar.

Per quanto concerne i rapporti bilaterali tra Turchia e Qatar occorre ricordare che la Turchia ha sempre supportato sul piano militare il Qatar ricevendone in cambio un ampio sostegno finanziario.

Basti rammentare che, ad esempio, il vicecomandante delle forze di Ankara, Ahmed bin Muhammad, è anche a capo dell’Accademia militare qatarina. Ciò significa che la formazione dei quadri militari è selezionata sulla base di scelte politiche e religiose filo-turche.

Inoltre la presenza delle forze di sicurezza turche in Qatar rappresenta in modo tangibile la rilevanza della influenza politico-militare turca.Si pensi all’infrastruttura militare turca Tariq ibn Ziyad, nella quale è presente il comando della “Qatar-Turkey combined joint Force”.

Le esportazioni di armi del Qatar verso la Turchia sono aumentate in modo vistoso consentendo ad Ankara di arrivare a delle entrate pari a 335 milioni di dollari, mentre l‘operazione militare turca Fonte di pace, posta in essere nel nord-est della Siria, è stata apertamente sostenuta proprio da Doha, anche per ampliare l’influenza della Fratellanza musulmana.

Per quanto concerne gli investimenti, il Qatar ha erogato fin dal 2018 15 miliardi di dollari e ha acquistato una quota del 50% in BMC, un produttore turco di veicoli corazzati, i cui partner turchi sono noti amici di Erdoaan per produrre l’Altay, il principale carro armato di battaglia di nuova generazione.Ma vi è anche il caso di una società di software militare controllata dallo stato ad Ankara, che ha firmato un accordo di partnership con al-Mesned Holdings in Qatar per una joint venture specializzata in soluzioni di cyber-sicurezza.

Tuttavia uno degli accordi certamente più rilevanti per sanare la grave situazione economica presente in Turchia è quello del 20 maggio grazie al quale la Banca centrale turca ha annunciato di aver triplicato il suo accordo di scambio di valuta con il Qatar.

Per quanto concerne i rapporti tra Libia e il Qatar, Doha ha saputo approfittare delle debolezze politiche sia dell’Unione europea che dell’Onu. Inoltre il relativo disimpegno americano dal teatro medio orientale – visto che le priorità della amministrazione trumpiana sono per la Cina, l’Indo-Pacifico e per la Russia-hanno di fatto arrecato un indubbio vantaggio strategico a Doha.

Ora, proprio approfittando di questa situazione di instabilità, il Qatar ha cercato di sfruttare questa propizia occasione per una politica di maggiore peso e significato a livello geopolitico in Libia. Proprio per questa ragione la presenza militare del Qatar nel conflitto del 2011, a fianco della Nato, fu certamente rilevante non solo grazie all’uso del potere aereo ma anche attraverso l’addestramento dei ribelli libici sia sul territorio libico sia a Doha, senza dimenticare naturalmente il ruolo rilevante che le proprie forze speciali ebbero nell’assalto finale contro Gheddafi.

Caduto il regime di Gheddafi, il Qatar riconobbe come legittima istituzione politica il consiglio nazionale di transizione e contribuì in modo determinante, non solo a livello economico, a rifornire i ribelli delle necessarie risorse energetiche.

Un altro strumento di influenza, e insieme di penetrazione in Libia, furono certamente i fratelli Alī e Ismā‘īl al-Šalabī perseguitati dal regime di Gheddafi. In particolare Alī al-Šalabī è certamente uno dei più importanti uomini di religione legato alla fratellanza musulmana.

Un altro uomo chiave per il Qatar è stato certamente Abd al-Ḥakīm Bilḥāğ, considerato sia dalla Cia che dal Dipartimento di Stato americano un pericoloso terrorista in quanto leader del Libyan Islamic Fighting Group. Il suo ruolo politico è stato molto importante sia perché ha coordinato il consiglio militare di Tripoli sia perché è stato uno dei principali responsabili del partito al-Waṯan raggruppamento politico di estremo peso all’interno del congresso nazionale generale.

Ritornando all’accordo siglato il 17 agosto il Qatar investirà in modo rilevante per la ricostruzione delle infrastrutture militari di Tripoli. E infatti non è stata casuale la presenza nella delegazione del Qatar di consiglieri e istruttori militari che hanno tenuto incontri con i loro omologhi libici e turchi.

Altrettanto significativo, sotto il profilo politico, l’incontro tra Haftar e il direttore della Intelligence militare egiziana e cioè il generale Khaled Megawer presso la base di Rajma, sita a Bengasi. Un incontro volto a pianificare un ‘eventuale intervento militate egiziano ?È certamente una eventualità da considerare .

A tale proposito il sostegno da parte dell’Egitto di alcune tribù libiche potrebbe svolgere un ruolo significativo. Secondo il capo del consiglio supremo delle tribù in Libia Saleh al-Fendi, come secondo Abdel Salam Bou Harraga Al-Jarari, membro dei clan Al-Ashraf e Al-Murabitin a Tarhuna,a sud di Tripoli, il sostegno egiziano si rileverebbe indispensabile. Proprio Al-Jarari ha sottolineato come il sostegno egiziano sia l’unico modo per porre fine a una straziante guerra civile.Non a caso il maggiore generale Ahmed Al-Mesmari, portavoce dell’Esercito nazionale libico, ha dichiarato che la Turchia si sta mobilitando proprio come dimostra l’incontro del 17 agosto tra i funzionari turchi e e quello del Qatar ,incontro che ,secondo, Al-Mesmari suggellerà la presenza permanente della Fratellanza mussulmana in Libia.

Anche secondo Abdelsalam Bohraqa al-Jarrari, un membro anziano di una tribù di Tarhuna, a Sud di Tripoli, diventa necessario da parte dell’Egitto un intervento militare a tutto campo. Per quanto concerne proprio la presenza di Doha in Libia, secondo lo sceicco Adel Al-Faidi, membro del Consiglio Supremo delle Tribù Libiche, l’incontro del 17 agosto coincide con il controllo turco-qatariota sul porto di Al-Khums e la sua trasformazione in una infrastruttura militare per le operazioni militari congiunte di Ankara e Doha in Libia.

D’altronde proprio la presenza di due fregate turche giunte al porto di Khums ,a 135 km ad Est di Tripoli, legittima il sospetto che Ankara voglia prendere possesso delle infrastrutture portuali dell’area per trasformarle in infrastrutture militari consentendogli in questo modo di rafforzare la sua proiezione di potenza economica e militare sia nel Mediterraneo orientale che in Nordafrica.

https://www.startmag.it/mondo/tutte-le-cose-turche-del-qatar-in-libia/

Predatori, sciacalli e saltimbanchi. Tre ritratti di famiglia, di Giuseppe Germinario

L’incalzante accelerazione delle dinamiche politiche sta scompaginando gli equilibri esterni tra le formazioni statuali e la coesione e il dinamismo stessi delle formazioni sociali; a prescindere dal loro esito metterà sempre più a nudo profilo e peculiarità delle classi dirigenti e delle élites. Viste le diverse loro dinamiche quelli positivi si potranno apprezzare ed individuare soprattutto nel tempo. I negativi, specie i più spregevoli, non richiedono l’attesa paziente; emergono in tempo reale, spontaneamente. Bolle d’aria tanto leggere ed effimere nell’aspetto, tanto leste a spargere la flatulenza a contatto con l’atmosfera. Nel presente immediato e fuggevole del nostro paese tornano in auge le figure delle iene ovvero, nello scalino inferiore della gerarchia, dello sciacallo e quella del funambolo. Tra i primi si vedono al momento primeggiare addirittura due famiglie storiche del paesaggio politico-economico della nazione, anche se il gruppo sarà sciaguratamente destinato ad infoltirsi appena emergerà la spessa coltre di polvere nascosta sotto i tappeti dei vari comitati di esperti e d’emergenza da covid. Dei primi si fatica, purtroppo, ad individuare la pressoché unica loro funzione positiva nel ciclo vitale: la detersione dell’ambiente dalle carogne e dai resti putrefatti. Del secondo si resta abbagliati dalla capacità di sopravvivenza alle giravolte le più disinvolte ed improbabili; circonvoluzioni la cui abilità risulta tanto difficile da valutare vista la nostra scarsa conoscenza dei suoi effettivi strumenti di lavoro e del suo ambiente operativo, non si sa se dotato quest’ultimo di forza di gravità naturalmente significativa o di vuoto cosmico, quanto indispensabile da soppesare per qualificare il nostro un funambolo o un saltimbanco.

Si sta parlando, pare ovvio, delle famiglie Agnelli e Benetton da una parte e di Giuseppi Conte dall’altra.

Ora una breve disamina delle due tipologie:

PREDATORI PARASSITI

la similarità della funzione attualmente svolta dalle due famiglie imprenditoriali non deve indurre ad una eccessiva omologazione di giudizio.

Intanto rimane la diversità di lignaggio. Degli Agnelli il retaggio delle generazioni non si perde certo nei millenni, ma ha raggiunto comunque una consistenza secolare sufficiente a far appannare il ricordo e le tracce del peccato originale dal quale spesso e volentieri nascono le fortune degli aristocratici. Quello dei Benetton risale appena agli anni ‘60.

I primi, ormai alla quarta generazione, grazie a sapienti combinazioni matrimoniali, riescono ad intravedere l’olimpo della finanza internazionale e ad occupare qualche posticino d’ascolto nei salotti buoni europei e newyorchesi; i secondi hanno gestito le proprie senza allargare significativamente gli orizzonti e i connubi se non per gustare il piacere un po’ grezzo del possidente nei grandi spazi della Pampa in particolare.

I primi hanno coltivato le proprie virtù imprenditoriali nella meccanica, un settore maturo ma di tutto rispetto, pur con qualche addentellato, per lo più con licenza per conto terzi, in alcuni settori strategici; cosa che ha loro consentito, grazie alla fedeltà atlantica in tempi non sospetti, qualche impertinenza come la produzione dei G91 con motori inglesi, non ostante la contrarietà americana e qualche balzo oltre la cortina di ferro.

I secondi hanno fondato la propria fortuna sul tessile, un settore non proprio di punta nel XX secolo.

I primi, grazie anche alle discrete benemerenze acquisite durante l’ultima guerra, hanno saputo mettere bene a frutto le connessioni d’oltreoceano e coltivare l’arte delle connivenze e delle influenze nei più diversi apparati dello Stato, compresi quelli militari e dell’ordine pubblico; i secondi hanno coltivato la stessa ambizione, ma a quanto pare non sono riusciti ad andare molto oltre le collusioni con i settori amministrativi e di controllo strettamente inerenti le loro attività.

Gli Agnelli_Elkann hanno mantenuto con pervicacia il loro core-businness manifatturiero e ormai prevalentemente finanziario, a partire dalla scellerata gestione Romiti, relativamente autonomo dalle concessioni pubbliche. Si sono altresì rivelati diabolicamente abili nel calibrare quantità e qualità delle ricorrenti richieste di interventi pubblici: con gli attori politici di prima grandezza, nella fattispecie lo stato federale statunitente, hanno venduto la propria sopravvivenza con un ingente prestito pubblico restituito perfettamente nei tempi previsti in cambio della fusione con la Chrysler, un azienda ancora più agonizzante della FIAT, al prezzo della generosa cessione della propria tecnologia motoristica e di automazione industriale a quell’epoca ancora valide e del pagamento di lauti interessi sulle relative obbligazioni, talmente alti da compromettere le future possibilità di investimento in ricerca del gruppo. Il prezzo, evidentemente, per poter essere accolti anche formalmente al di là dell’Atlantico. Con gli attori politici di terza fila, in particolare lo Stato della natìa Italia, hanno saputo sfruttare la cieca prodigalità dei contribuenti e la benevolenza delle politiche infrastrutturali e normative, si badi bene, non per sviluppare l’Azienda e mantenerne il cuore e il cervello in Italia, ma per dilazionare tra gli osanna i tempi del drammatico ridimensionamento produttivo. Un miracolo di prestidigitazione assecondato dalla arrendevole suggestionabilità degli astanti. Una cecità cronica ed inguaribile di questi ultimi che ha impedito di cogliere i numerosi segnali legati al trasferimento dei centri decisionali e delle tecnologie, alla cessione, in esatta concomitanza delle mirabilie sul futuro dell’auto a trazione elettrica, della Magneti Marelli e probabilmente di COMAU sino al capolavoro odierno della concessione della garanzia pubblica sui prestiti appena una settimana prima della cancellazione di tutti gli ordini di componentistica dalle aziende italiane. Il segnale che l’accordo con il gruppo PSA non è altro che la cessione di un fardello in cambio del salvataggio della componentistica francese ai danni di quella italiana, attualmente più sviluppata ma meno tutelata politicamente. Almeno nel settore auto la famiglia pare destinata, a meno di sussulti, ad assumere il ruolo di controfigura buona ad introitare i finanziamenti a scatola chiusa degli stati più “distratti”. È la loro particolare visione e funzione della difesa degli interessi nazionali.

I Benetton non dispongono di una visuale così ampia e articolata. Nel giro di pochi mesi si sono visti offrire, senza competitori reali, la gestione della rete autostradale approfittando del disastro gestionale dell’ANAS, delle condizioni capestro a carico del cedente del contratto di concessione e dello smantellamento e della colpevole inefficienza dell’apparato di controllo per succhiare rendite da capogiro da ripartire tra alleati potenti a spese della corretta gestione e della sicurezza della rete. Il tessile e abbigliamento, a queste condizioni passano in secondo piano e con essi gran parte della rete di produttori e lavoratori nazionali sui quali avevano costruito credito, rispetto e prestigio in terra veneta.

Anche nel campo politico-culturale le due lasciano una impronta diversa, anche se ormai sempre più sbiadita. I primi hanno saputo promuovere ed alimentare alla bisogna gli orientamenti più diversi ed antitetici, spaziando da destra a sinistra. Hanno saputo accattivarsi e pugnalare i sindacati; hanno alimentato e fruito delle ideologie e delle correnti culturali più libertarie, come di quelle conservatrici e di quelle più retrive. Ne hanno curato in maniera certosina anche i risvolti editoriali. I Benetton no, sono rimasti molto più legati ad un particolare canovaccio fatto di un cosmopolitismo multicolore di una varietà pari a quella delle tonalità dei loro tessuti, ma tanto inconsistente culturalmente, quanto protervo nei fatti e nelle persone portatrici del loro messaggio; esaurito il quale non possono che mostrare nuda e cruda la loro protervia ed insensibilità. Lo si è visto anche nella mancata minimale di accortezza, quando hanno dovuto affidarsi a nuovi consulenti specializzati per riuscire a porre decentemente, anche se con colpevole ritardo, le opportune ed appropriate condoglianze alle vittime del crollo del ponte di Genova. Hanno dimenticato l’umanità dell’antica civiltà contadina, ma ne hanno conservato la rozzezza e la grettezza.

Le “sardine” potrebbero essere considerate il loro prodotto culturale conclusivo, sempre che riescano a durare più di un loro manifesto pubblicitario.

In un aspetto cruciale i primi si sono rivelati meno adeguati e più disarmati dei secondi: nella regolazione riservata delle proprie controversie familiari e in almeno un caso delle proprie tragedie personali. Segno dell’allentamento inesorabile del legame patriarcale.

Due famiglie che hanno avuto una iniziale funzione propulsiva, pur se accuratamente incanalata, ma che hanno inibito e poi apertamente contrastato il salto necessario al paese a partire dagli anni ‘70. La crescita delle dimensioni aziendali assimila sempre più l’attività imprenditoriale ad un gioco di strategia politica. La loro mutazione è stato lo specchio dell’involuzione del nostro paese.

Non sono gli unici responsabili di questa situazione e, probabilmente, nemmeno ormai i più determinanti. Fanno parte però a pieno e diverso titolo di quella classe dirigente e di quei centri di potere.

IL FUNAMBOLO

Occorre a questo punto qualche chiarimento su questa insolita associazione tra predatori_parassiti e giocolieri. L’evoluzione subita dalle due famiglie imprenditoriali rappresenta il classico esempio di come l’impoverimento progressivo e traumatico di una classe dirigente e di un ceto politico sufficientemente ambizioso, capace e sagace riesca a trasformare la natura e l’indole degli attori geoeconomici e politici. Le condizioni oggettive sono state certamente sfavorevoli, a cominciare dalla disastrosa gestione delle partecipazioni statali e dal contesto geopolitico sconvolto dall’implosione del blocco sovietico. A questo purtroppo ha corrisposto un ceto politico tanto furbo, quanto malaccorto e inadeguato da cadere senza resistenza ai richiami delle magnifiche sorti e progressive del globalismo senza stati e da darsi prontamente una giustificazione morale sufficiente ad accogliere i benefici personali connessi a quelle modalità di apertura.

Giuseppe Conte è un epigono di questa progenie con alcune peculiarità destinate a garantirgli probabilmente una sopravvivenza, non necessariamente sullo stesso scranno, più longeva rispetto alle tante meteore che si sono avvicendate negli ultimissimi anni.

Ha rivelato doti di furbizia e circospezione inediti tra le fila degli ultimi arrivati sul proscenio politico, merito senza dubbio delle sue frequentazioni curiali d’oltretevere; uno dei pochissimi ad evitare l’ostensione compiaciuta dei suoi pellegrinaggi negli Stati Uniti. Sarà per le mancate risposte che deve ancora sulle complicità italiane nella costruzione del Russiagate; sarà per l’incertezza sull’esito di uno scontro politico così cruento in quel di Washington; sarà soprattutto perché in quanto pupillo della Segreteria Vaticana, piuttosto che dei Boyscouts, non sente il bisogno e la necessità di investiture pubbliche, sta di fatto che è riuscito a costruirsi una immagine propria.

Ha rivelato doti di equilibrio e di adattamento miracolose. Più che di Giuseppe, tanti Giuseppi capaci ognuno di cogliere l’attimo per apparire e proferire secondo l’esigenza del momento, glissando sulle posizioni dei Giuseppi precedenti; tutti concordi però sullo speranzoso “andrà tutto bene”. Ha certo potuto contare sulla smemoratezza e accondiscendenza del sistema mediatico; ha potuto fondare la propria autonomia apparente e la propria funzione di contrappeso sul precario equilibrio di partiti ancora poco predisposti ad una alleanza e a schieramenti più definiti. Ha messo a frutto la posizione di commis di seconda fila; il serbatoio da cui di solito attingono forze politiche emergenti prive di personale all’altezza degli incarichi da occupare. Riesce a rosicchiare brillantemente e ricorrentemente nuovo tempo contrabbandando l’opportunità e l’utilità immediata di scelte strategiche disastrose per l’Italia. Non ha ancora superato due limiti comportamentali che gli impediscono di raggiungere definitivamente la postura se non la sostanza dell’uomo di stato; manchevolezze che potrebbero farlo scivolare sulla classica buccia di banana: la sua insopprimibile indole levantina e curiale a confortare ostentatamente con una pacca sulle spalle la vittima designata e ad affettare eccessivamente le proprie giustificazioni e coerenze di comportamento. L’antitesi di un ex-emergente ormai in ombra:Matteo Renzi.

Occorre scavare un po’ più a fondo per cogliere qualche tratto più netto della condotta di Giuseppe Conte e intravedere un possibile punto di arrivo. Una cartina di tornasole potrebbero essere i suoi legami con Angela Merkel e soprattutto Emmanuel Macron.

http://italiaeilmondo.com/2020/06/02/attenti-a-quei-due-di-giuseppe-germinario/

https://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/

Sulla Unione Europea Conte può giocarsi probabilmente le carte migliori. Le risorse del MES e soprattutto del Recovery Fund sono per il paese una trappola a medio termine in cambio di ossigeno nell’immediato, sempre che queste siano disponibili in tempi e nella consistenza ragionevoli. Sono una trappola perché condizioneranno e costringeranno il paese in una logica di degrado, squilibrio e dipendenza irreversibile per tre ordini di motivi: per la logica interna alle modalità di utilizzo dei fondi strutturali, per la dipendenza dai circuiti finanziari interni e l’isolamento politico dell’Italia in Europa, per la mancanza di risorse finanziarie aggiuntive, di una classe dirigente sufficientemente ambiziosa e di un apparato tecnico-amministrativo in grado di contrastare queste dinamiche in ambito comunitario e di condurre una politica di potenza e di forte coesione interna in senso lato in grado di ribaltare gli equilibri almeno europei. È probabile che quest’ultimo fattore spinga per inerzia il Governo nel tradizionale utilizzo delle risorse scivolando in una logica consolidata di spesa assistenziale e di investimenti dispersivi e casuali incapaci di modificare positivamente la struttura socio-economica del paese; renderebbero così superfluo e libererebbero dalla seccatura di una imposizione esplicita di un intervento autoritativo dei paesi egemoni per il tramite della UE. Le prime indicazioni confermano questa dinamica consolidata fatta di interventi neutri sulle infrastrutture, di incentivi generici alle aziende e di investimenti sulla ricerca sganciati dal consolidamento e dalla creazione di piattaforme industriali autoctone. La retorica sulla istruzione e sulla ricerca come volano autoreferenziale, sulla messa in sicurezza di un territorio in realtà ingestibile a costi ragionevoli se non ripopolato di gente e di attività, sull’economia verde e sulla stessa digitalizzazione priva del controllo dei dati e dei processi di comando diventano così il cappello ideologico e la cortina fumogena di un declino assolutamente infelice e malinconico che consentiranno comunque la sopravvivenza di una élite così miserabile. Nel Mediterraneo la posizione dell’Italia rischia invece di precipitare in tempi drammaticamente ravvicinati. La politica elusiva di Conte soprattutto in Libia ha rafforzato altri interlocutori ben più determinati a cogliere gli spazi offerti dal multipolarismo e dalla rinuncia e dalla delega offerta dagli Stati Uniti di Trump. L’Italia ha già perso con l’affossamento del South-Stream, grazie anche all’atlantismo peloso della Germania la quale in nome delle sanzioni contro la Russia e della fedeltà alle direttive americane sta rischiando di acquisire il controllo della rete dei metanodotti europei. L’estromissione dal TAP e dai giacimenti del Mediterraneo rischiano di stringere definitivamente il cerchio e con questo compromettere l’esistenza stessa dell’ENI e un minimo di autonomia delle forniture energetiche e di presenza geopolitica nel Mediterraneo. Nella stessa logistica interna, legata all’intermodalità dei porti e della rete stradale e ferroviaria, tutta la retorica progressista dell’Italia come hub europeo rischia di liquefarsi di fronte all’asse tedesco e sino-turco teso ad occupare i nodi nevralgici della rete italiana. La combinazione dell’eventuale assenza delle risorse europee e della precipitazione della crisi nel Mediterraneo sono i fattori che rischiano di far naufragare la proficua tattica dilatoria di Conte & Company fondata sull’emergenza sanitaria e sulla fratellanza europea. Un emergenzialismo sfruttato più per garantire la sopravvivenza di una élite e di un ceto arroccato che a perseguire un disegno totalitario ed autoritario fuori dalla portata di questi centri di potere. Nel qual caso Giuseppi da funambolo si rivelerebbe saltimbanco ed andrebbe ad infoltire la ormai fitta schiera di leader politici italiani improvvisati emersi e naufragati nel breve volger di un mattino. Già la gestione del cosiddetto “esproprio” dei soddisfatti Benetton ha offuscato, anche se non irrimediabilmente, la sua abilità di giocoliere. Le dinamiche politico-economiche di questi ultimi anni hanno messo in chiaro come l’assenza di strategie politiche autonome abbiano pregiudicato l’esistenza e la funzione della grande industria strategica; adesso sta arrivando il momento della piccola e media industria della componentistica. Quando arriverà il momento della media industria più intraprendente, le cosiddette multinazionali tascabili, allora forse sarà chiaro a tutto il paese e alla opposizione sovranista-liberista, un vero ossimoro politico e fors’anche al ceto politico e alla classe dirigente in pernne dipendenza dalla benevolenza europea il motivo dello scivolamento drammatico di questo paese e delle sue cause. Sarà troppo tardi e molto più doloroso un eventuale recupero.

Libro – Il Medio Oriente in fase di ristrutturazione (5/5) Volume 5: dall’Iraq alla Libia, l’instabilità si diffonde_ di Eugène Berg

Sappiamo che il Medio Oriente, in uno spazio relativamente piccolo, concentra un massimo di domande di natura geopolitica, antagonismi multipli, nonché questioni politiche, religiose, economiche, sociali e culturali. Nessuno spazio al mondo come quello tra il Mediterraneo, il Mar Nero, il Mar Caspio, il Mar Rosso e il Mar Arabico ha così tante guerre, conflitti, scontri e sconvolgimenti. Da qui il grande interesse che si lega all’opera monumentale di Gérard Fellous dedicata alla regione del Medio Oriente, a differenza di qualsiasi altra.

A giudicare da cinque volumi, in oltre 2.500 pagine ampie e ben documentate che coprono tutti i paesi, tutte le domande relative a questa vitale area geopolitica alla confluenza di tre continenti.

Gérard Fellous ha seguito nella sua carriera giornalistica le evoluzioni geopolitiche dei paesi del Medio e del Medio Oriente, alla guida di un’agenzia di stampa internazionale. Esperto per le Nazioni Unite, l’Unione europea, il Consiglio d’Europa per i diritti umani e l’Organizzazione internazionale della Francofonia, è stato consultato da numerosi paesi arabo-musulmani. Il segretario generale della Commissione consultiva nazionale per i diritti umani (CNCDH) a nove primi ministri francesi, tra il 1986 e il 2007, ha trattato, in simbiosi con la società civile, le questioni della società sottoposte alla Repubblica.

Senza essere in grado di darne una spiegazione nella sua totalità, prendiamo in considerazione gli elementi essenziali, esaminando i cinque volumi, che costituiscono altrettanti punti di riferimento essenziali.

Volume 5: dall’Iraq alla Libia, l’instabilità si diffonde

Qualsiasi analisi geopolitica del Medio Oriente negli anni 2000 dovrebbe essere preceduta da un interrogatorio sulle cause del fallimento dell’ondata della “Primavera araba” che si è conclusa nel caos politico generalizzato. Divenne presto chiaro che la democrazia la cui nascita o rinascita si riteneva spontanea, vale a dire immediata sulle ceneri di dittature vacillanti, non poteva sociologicamente mettere radici in questa regione che non aveva basi politiche. ricezione. Già nel 1962, lo storico Ernest Renan vide nell’Oriente musulmano un “islamismo (che) si sta lentamente abbattendo; al giorno d’oggi si sgretola con un crollo (…) perché l’islamismo può esistere solo come religione ufficiale; quando si riduce allo stato di una religione libera e individuale, perirà. L’islamismo non è solo una religione di stato …) è la religione che esclude lo stato. “Proiettandosi nella visione di uno scienziato sul futuro del mondo arabo-musulmano, scrisse:” L’Oriente … non ha mai conosciuto una via di mezzo tra l’anarchia completa degli arabi nomadi e il dispotismo sanguinario e senza compensi. L’idea del bene pubblico, del bene pubblico, è totalmente carente. All’alba del 21 ° secolo, in campo economico, c’era confusione tra democrazia e selvaggio liberalismo, alla maniera dei ragazzi di Chicago, in un momento di crisi durante il quale il Medio Oriente iniziò a impoverirsi dopo aver perso il suo status esclusivo di riserva energetica globale. “L’Oriente … non ha mai conosciuto una via di mezzo tra l’anarchia completa degli arabi nomadi e il dispotismo assetato di sangue e senza compenso. L’idea del bene pubblico, del bene pubblico, è totalmente carente. All’alba del 21 ° secolo, in campo economico, c’era confusione tra democrazia e selvaggio liberalismo, alla maniera dei ragazzi di Chicago, in un momento di crisi durante il quale il Medio Oriente iniziò a impoverirsi dopo aver perso il suo status esclusivo di riserva energetica globale. “L’Oriente … non ha mai conosciuto una via di mezzo tra l’anarchia completa degli arabi nomadi e il dispotismo assetato di sangue e senza compenso. L’idea del bene pubblico, del bene pubblico, è totalmente carente. All’alba del 21 ° secolo, in campo economico, c’era confusione tra democrazia e selvaggio liberalismo, alla maniera dei ragazzi di Chicago, in un momento di crisi durante il quale il Medio Oriente iniziò a impoverirsi dopo aver perso il suo status esclusivo di riserva energetica globale.

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Le “Rivoluzioni arabe” furono effimere, anche tra le popolazioni più impegnate, come in Tunisia. Il “Nuovo Medio Oriente”, che era già stato progettato da George Bush, Jr. durante il suo intervento in Iraq (aprile 2003), ancora una volta tanto atteso è diventato un immenso caos violento e l’intera regione è entrò in un periodo geopolitico di “barbarie”. La distruzione dell’Iraq non è senza ragione. In Occidente, leggere l’evolversi del Medio Oriente nella continuità dei modelli di decolonizzazione è stato un errore di prospettiva secondo l’autore. Non solo il Medio Oriente musulmano è stato impermeabile alla democrazia che l’Occidente postcoloniale credeva di poter stabilire sulla scia dell’indipendenza nazionale, ma in realtà questa regione è oggi segnata da un ritorno al tribalismo, al clanismo e ad una “guerra” di essenza religiosa. Il futuro di molti paesi della regione era difficile da prevedere entro il 2018.

La “primavera araba”, tutt’altro che un’ondata di democrazia

L’Occidente avrebbe fatto un malinteso interpretando l’avvento della “primavera araba” come un’onda democratica che avrebbe attraversato il mondo orientale. Non è bastato abbattere i despoti siriani iracheni, libici, tunisini o egiziani in modo che, in modo schiacciante, come i fiori di primavera, la democrazia attecchisca trionfalmente sul terreno del “diritto all’autodeterminazione”. “. Le fenditure sociali e confessionali separano gli oppositori dai sostenitori del regime e, man mano che i conflitti insorgono, con la loro violenza conseguente, le solidarietà comunitarie hanno avuto la precedenza sulle questioni sociali e politiche. “

Il mese di settembre 2012 segna un cambio di stagione, passando bruscamente da una “primavera araba” a un “inverno islamico” in Tunisia, Egitto, Libia e altrove nel mondo arabo-musulmano. Questa glaciazione comportava un triplo pericolo. Legittimare i rami più estremisti dell’Islam, come il salafismo wahhabita. La violenza della strada araba, con l’assassinio dell’ambasciatore americano in Libia, la distruzione di premesse diplomatiche in diverse capitali e fino alla comparsa, il 15 settembre 2012, nel cuore di Parigi, di alcune donne interamente velati di nero e con una preghiera di strada, erano opera dei salafiti.

Accreditare l’idea di un “complotto” occidentale contro l’Islam. La regione trovò difficile ammettere che le difficoltà economiche e finanziarie in cui erano precipitate le “rivoluzioni” e le popolazioni liberate erano le uniche responsabili delle dittature da cui si erano liberate. Gli oppositori di questa “primavera araba”, vale a dire le vecchie classi dirigenti, immediatamente designarono come capro espiatorio il potere americano, accusato di essere all’origine di tutti i mali di un mondo profondamente arabo. Diviso. Da parte sua, Hassan Nasrallah, capo dell’alleato sunnita di Hezbollah dell’Iran sciita, ha sollevato la tensione nella via libanese, il giorno dopo la massiccia mobilitazione popolare cristiana durante la visita ufficiale di Papa Benedetto XVI a Beirut.. Avanzamento dell’opinione pubblica nella regione e oltre nel mondo occidentale, il concetto di “blasfemia”, con l’obiettivo di frenare la libertà di espressione e di opinione.

Il peso delle maggiori potenze

Tuttavia, il peso delle maggiori potenze nella regione: Iran, Arabia Saudita, Turchia si farà sentire a lungo su tutta la regione. Il regime teocratico di Teheran continuerà a sostenere i suoi sostenitori in Siria e Iraq, e utilizzerà le sue “armi armate”, tra cui gli Hezbollah libanesi, per espandere la sua influenza regionale. Così il suo leader Nasrallah, aveva annunciato ufficialmente il coinvolgimento militare dei suoi combattenti nei quattro angoli della regione mentre ritirava le sue armi pesanti nelle sue roccaforti in Libano, al fine, al momento opportuno, di integrarsi nella vita politica regionale e di riattivare le diversioni in altre aree di conflitto, come contro Israele, al fine di riunire il mondo arabo musulmano, attorno al nucleo duro delle comunità sciite. Ex presidente Barak Obama, dopo aver sperato di ottenere una sospensione dell’opzione militare nucleare iraniana e aver promesso che la pressione diplomatica ed economica su Teheran potesse essere allentata, fece una scommessa rischiosa che il suo successore Donald Trump non voleva correre il rischio, quando si è allineato con il sunnita Umma guidato da MBS. La Turchia è diventata un elemento destabilizzante rivendicando una posizione di leader sunnita regionale. Siamo sempre più riluttanti a fidarci di un regime islamico conservatore diviso tra impegni nei confronti della NATO, cooperazione “con il Cremlino o piani falliti di accoppiamento con l’Unione europea. stava facendo una scommessa rischiosa sul fatto che il suo successore Donald Trump non volesse correre il rischio, quando si è allineato con la Sunni Umma guidata dall’Arabia Saudita di MBS. La Turchia è diventata un elemento destabilizzante rivendicando una posizione di leader sunnita regionale. Siamo sempre più riluttanti a fidarci di un regime islamico conservatore diviso tra impegni nei confronti della NATO, cooperazione “con il Cremlino o piani falliti di accoppiamento con l’Unione europea. stava facendo una scommessa rischiosa di cui il suo successore Donald Trump non voleva correre il rischio, quando si è allineato con la Sunni Umma guidata dall’Arabia Saudita di MBS. La Turchia è diventata un elemento destabilizzante rivendicando una posizione di leader sunnita regionale. Siamo sempre più riluttanti a fidarci di un regime islamico conservatore diviso tra impegni nei confronti della NATO, cooperazione “con il Cremlino o piani falliti di accoppiamento con l’Unione europea.

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Molti altri paesi stanno attraversando momenti difficili. Il Libano trattiene il fiato, evitando qualsiasi provocazione, mentre si è dotato di un presidente cristiano e di un governo sotto il dominio degli sciiti e sotto il peso politico di Hezbollah più che mai all’avvio del Iran. Infine, va in “bancarotta” finanziaria sotto le pressioni del suo sistema bancario egemonico.

All’inizio del 21 ° secolo, i paesi del Mashreq e del Maghreb possono essere classificati in cinque categorie: – quelli in cui Iran e Arabia Saudita si confrontano direttamente, come in Iraq e Yemen; Territori profondamente squilibrati, come il Libano e la Palestina ; – I paesi sunniti che entrano nel nuovo secolo, come quelli del Golfo, dell’Egitto o della Giordania. – i paesi del Maghreb che, per la prima volta, si trovano ad affrontare tensioni frontali in Medio Oriente, in particolare in Libia, ma anche in Tunisia e Algeria, dove gli islamisti pesano ogni giorno di più; – Con un nuovo caso, quello di Israele, che allo stesso tempo sta stringendo legami sempre più stretti con i paesi sunniti e affrontando gli attacchi multipli e diversificati dall’Iran.

Quali istituti di mediazione o di pacificazione possono essere mobilitati in queste circostanze? Il Gulf Cooperation Council – GCC, creato nel 1981, composto da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar è bloccato a causa della disputa tra Arabia Saudita e Qatar scoppiata nel giugno 2017 Non possiamo dire che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump che abbia designato l’Iran e Daesh come il nuovo “asse del male”. “E ha insistito su” l’importanza di fermare il finanziamento del terrorismo “, un obiettivo” primordiale “, necessario per” screditare l’ideologia estremista “. Ha elaborato un piano generale per sollevare la regione dal caos. Sottovalutando la profondità dello shock sunnita-sciita e sottostimando gli sviluppi nella regione, il presidente americano ha risvegliato antagonismi regionali ancestrali e virulenti. Aveva contribuito allo scoppio della crisi diplomatica che ha destabilizzato i paesi del Golfo. QATAR in panchina. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Aveva contribuito allo scoppio della crisi diplomatica che ha destabilizzato i paesi del Golfo. QATAR in panchina. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Aveva contribuito allo scoppio della crisi diplomatica che ha destabilizzato i paesi del Golfo. QATAR in panchina. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Riyadh ha immediatamente proclamato che “il Qatar accoglie favorevolmente vari gruppi terroristici a destabilizzare la regione, come la Fratellanza dei Fratelli Musulmani, lo Stato Islamico (Daesh) e Al Qaeda. Il 5 giugno 2017, l’Arabia Saudita, il Bahrain e gli Emirati Arabi Uniti hanno messo il Qatar in panchina nell’Umma sunnita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita. Questi paesi hanno espresso una linea particolarmente ostile all’Iran, accusato di approfittare delle crisi in Siria e Yemen per interferire nei paesi arabi sunniti. Ma il Qatar, il Kuwait e l’Oman hanno assunto posizioni più sfumate, cercando di non tagliare tutti i legami con il mondo sciita.

E il coronavirus in tutto questo?

Alla fine del suo quinto volume, Gérard Fellous, studia in profondità il modo in cui il coronavirus colpisce i paesi della regione in cui le carte vengono rimescolate. La regione non era preparata ad affrontare questa “bomba a orologeria” costituita dall’impatto economico che ha colpito, in modo molto diseguale, tutti i paesi del pianeta. Le forti tensioni politiche e militari hanno complicato, più che altrove, le prospettive di cooperazione tra Stati per sopravvivere alla destabilizzazione della salute. Le conseguenze economiche della pandemia si sono aggiunte alle altre tensioni per mettere in pericolo la sopravvivenza di alcuni Stati o almeno la stabilità già scossa del tutto. La situazione è stata aggravata dai continui handicap che sono stati, per decenni, le carenze e l’incompetenza degli Stati che non hanno riserve finanziarie per alcuni, né dirigenti formati, organizzazioni amministrative o ricercatori scientifici per affrontare questa nuova sfida sanitaria. .

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Le economie di molti paesi della regione sono o “economie di guerra” come in Siria o Yemen, o alla fine della loro corda, come in Iraq, Giordania o Egitto, o fallite come in Libano o Iran. Rimasero le petromonarchie del Golfo le cui risorse finanziarie e riserve di petrolio le proteggevano dal collasso ma che, nella maggior parte dei casi, potevano perdere la fiducia dei loro partner economici internazionali e quella delle popolazioni di origine straniera. molti che non supportano la gestione opaca di questi paesi. La credibilità economica e finanziaria di tutti i leader della regione era di nuovo caduta di livello dopo le smentite e i travestimenti delle realtà della pandemia. Un’altra conseguenza del deterioramento delle economie dei paesi arabi della regione,

Il debito estero della maggior parte di questi paesi è fissato in dollari e le valute nazionali perdono valore, i rimborsi di questi governi sono aumentati in modo esponenziale, causando drastici tagli ai bilanci nazionali. L’accesso limitato e condizionato di questi paesi ai mercati finanziari ha solo peggiorato la situazione dei loro disavanzi. Questi paesi non sono in grado di ridurre i loro debiti, diverse centinaia di milioni di persone si uniranno ai ranghi dei più poveri del pianeta, secondo la Banca mondiale. Ha quindi chiesto una moratoria sul debito, in modo che questi paesi possano liberare le proprie risorse per affrontare le loro difficoltà economiche. L’influenza del Coronavirus potrebbe ristagnare più a lungo nei paesi più poveri, quindi migrare tra gli emisferi meridionali e settentrionali

https://www.revueconflits.com/livre-moyen-orient-restructuration-irak-libye-instabilite-printemps-arabe-eugene-berg/

Dalla Germania al Mediterraneo, del Generale Marco Bertolini

“Oltre la politica interna, la mossa voluta da Trump evidenzia il ritorno alla Great power competition, cioè lo sforzo di contrastare la Russia tra Medio Oriente e Libia, e la Cina, attiva con la Via della Seta, che ingolosisce molti Paesi europei”. L’analisi del generale Marco Bertolini, già comandante del Coi e della Brigata paracadutisti Folgore

Il dispositivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato caratterizzato da una generosa disseminazione di forze in buona parte dei Paesi europei, con una concentrazione marcata in Germania (36 mila uomini negli ultimi anni). C’erano ragioni storiche per quest’assetto, tenuto conto che la Germania era stata l’obiettivo primario della guerra di ottant’anni fa e che nel confronto col Patto di Varsavia doveva rappresentare il teatro dello sforzo principale della Nato. C’erano poi ragioni più politiche, come il controllo da vicino di un Paese che ha sempre preoccupato, per le sue potenzialità, “l’amico” americano. Ora, con una recente decisione del Pentagono, circa seimila militari americani “tedeschi” dovrebbero presto essere ripiegati negli Usa, mentre pochi di meno verrebbero ridislocati in altri Paesi europei, tra cui l’Italia, lasciando in Germania “solo” 24 mila uomini circa.

La mossa, fortemente voluta da Donald Trump, evidenzia un suo preciso disegno complessivo nella Great Power Competition, vale a dire nello sforzo statunitense per confermare la supremazia militare nel confronto con Russia a Cina, resa quanto mai urgente dall’attivismo di Mosca in Medio Oriente e in Libia, nonché da quello di Pechino con l’iniziativa della Via della Seta che ingolosisce molti Paesi europei, tra cui il nostro. Inoltre, potrebbe essere utile per conseguire una pluralità di obiettivi diversi.

Prima di tutto, con un occhio alla politica interna statunitense, Potus segna un punto a suo favore, con l’approssimarsi della scadenza elettorale che lo vede contrapposto a Joe Biden, nel confermare al suo elettorato un seppur parziale ridimensionamento del ruolo degli Usa quale poliziotto globale. Così facendo, impone il suo “passo” al partito democratico, che della globalizzazione è un fautore acclarato, e afferma la sua autorità nei confronti dell’establishment. Si impone, infatti, su quel Deep State che ha importanti ramificazioni anche negli alti vertici militari che lo hanno sfidato pure con inedite prese di posizione pubbliche da parte di alcuni famosi generali in quiescenza.

In secondo luogo, per quanto ci riguarda più da vicino, la decisione rappresenta un segnale forte lanciato ai Paesi europei – a partire dalla Germania stessa – da lui accusati di non impegnarsi sufficientemente con un programma di potenziamento militare nell’ambito della Nato. E Berlino evidenzia, al riguardo, l’abbandono delle frustrazioni di ex Paese “occupato” dimostrando di non gradire una mossa che altera uno status quo che ormai gli va bene. Anzi benissimo, se si considera il ruolo di primissimo piano nel quale si è affermato nel Vecchio continente, anche ai danni di altri Paesi come il nostro, come dimostrato dalle recenti questioni inerenti il Recovery Fund che lo confermano leader continentale indiscusso.

Da questo punto di vista, e qui arriviamo al terzo obiettivo, più che il ritiro di una parte dei militari negli Usa, è il ridislocamento di un’altra cospicua parte degli stessi (5.800 uomini) in altri Paesi europei a rappresentare il segnale più forte da un punto di vista strategico. Con questo provvedimento, infatti, si certifica una relativa perdita di importanza della Germania rispetto allo scacchiere meridionale, per il quale da anni l’Italia lamenta una scarsa attenzione da parte della Nato. Il nostro Paese, al contrario, dovrebbe vedere un aumento di forze Usa sul proprio territorio al quale non potrà non corrispondere un cambio del nostro ruolo nel “gioco” militare della super-potenza nel Mare Nostrum, fino ad ora abbandonato alle iniziative turche e francesi, per limitarci ai Paesi della nostra Alleanza. Non so quanto questo possa far piacere a una classe politica che considera le nostre Forze armate il succedaneo povero di quelle dell’Ordine, da impiegare nel controllo del distanziamento sociale nelle spiagge; ma chi riuscisse a fare due più due quattro potrebbe scoprire che il mondo sta cambiando, nonostante le nostre resistenze.

Infine, il provvedimento si presenta come manovra a bilancio zero nella strategia complessiva statunitense, disegnata in buona parte da quello che è stato definito lo stratega di Trump, quel generale Flynn riemerso dalla palude di accuse infamanti alle quali era stato sottoposto ancor prima dell’insediamento del suo presidente. Alla diminuzione delle forze, infatti, corrisponde un aumento in termini di aderenza alle aree più preoccupanti da parte di quelle unità che rimarranno nel vecchio continente. Ciò vale soprattutto per il sud Europa, dal quale il Comando statunitense per l’Africa (AfriCom) potrà esercitare una maggiore influenza sul “continente nero”, col bubbone dell’islamismo radicale che i francesi stentano a controllare nel Sahel. Ma un occhio sarà anche al Sud Europa stesso, esposto dagli egoismi dei sedicenti “frugali” europei alle tentazioni cinesi e russe. E che la frugalità dei contadini, dei minatori e dei pescatori virando a improbabile dote degli speculatori potesse esporre a queste conseguenze anche nel campo strategico è veramente la novità di questi strani tempi. Con la quale è il caso di fare i conti.

tratto da https://formiche.net/2020/07/germania-ritiro-truppe-usa-bertolini/?fbclid=IwAR3k2S1ocdN55ie5O3y60gSb8SzuwHtuAnqyTXxY9tIcxTBeS3T_aG7qsaQ

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