Anniversari. Hitler a Stalingrado,l’Italia di oggi dove?, di Antonio de Martini

75 ANNI DALLA RESA DI STALINGRADDO

75 anni fa, il due febbraio, la sesta armata tedesca, dopo sei mesi di massacro diuturno, si arrendeva alle truppe sovietiche, decidendo le sorti della guerra sul fronte est.

Il generale Paulus veniva promosso feldmaresciallo, inaugurando così la tradizione di promuovere sul campo i generali sconfitti di cui approfitterà anche il nostro generale Messe che comandò l’ARMIR ( armata italiana in Russia, 60.000 uomini mandati allo sbaraglio per compiacere l’alleato)..

Anche in questo caso il disastro fu dovuto a sclerosi mentale, vanità, visione ideologica delle cose e servilismo carrierista.

Hitler invece di puntare con tutte le sue forze al Caucaso petrolifero abitato da numerosi nuclei di origine tedesca, volle concentrarsi sulla città che portava il nome del suo nemico ideologico prima, e si rifiutò di abbandonarla mentre era ancora a tempo, poi.

Goering, vanitoso, ambizioso e avido di attenzione, alla domanda se l’aeronautica sarebbe stata in grado di rifornire per via aerea trecentomila uomini con l’inverno alle porte, rispose positivamente senza nemmeno interpellare il suo Stato Maggiore. Non ci riuscì.

Paulus, che finirà come candidato dei sovietici a primo ministro di una Germania in condominio che non si realizzò perché la divisero, obbedì alle minute istruzioni quotidiane di Hitler come un caporale di giornata, fregandosene degli uomini di cui era responsabile e del proprio onore.

Sono gli stessi difetti, individuali e di gruppo, che stanno portando questo regime alla tomba.
Con due differenze: non si spara e dura da troppi, troppi anni.

Renzi ci ha spiegato , senza contraddittorio, che il lavoro precario deve essere più costoso di quello a tempo indeterminato.

Logica bacata da ideologia sdrucita. Se una impresa deve, mettiamo, fare un lavoro che non dura dovrà pagarlo più di un lavoro durevole indispensabile e permanente, generatore di lavori a tempo.
Ecco la mentalità di Hitler: rigida, irrealistica e priva di confronti.

Il pallido Padoan è Paulus, zelante esecutore incapace di autonomia intellettuale, sempre devotamente in linea con il pensiero altrui.

Le numerose caratteristiche di Goering possiamo ripartirle tra Alfano e il ministro dello sviluppo economico di cui al momento mi sfugge il nome.

Nessuno, invece, che possa rappresentare il maresciallo Von Manstein, fautore inascoltato della Difesa flessibile che propose insistentemente di far ritirare l’Armata prima che venisse accerchiata e destinarla a impossessarsi delle zone petrolifere, approfittando della maggiore mobilità ed esperienza delle truppe tedesche,accorciando il fronte ed evitando di perdere trecentomila uomini e con essi l’intera campagna.

Hitler, esasperato dalle puntuali critiche militari e dal rifiuto a infierire sui civili di Manstein, nel 1944 lo esonerò mandandolo a casa.
Si salvò così da altre epurazioni sanguinose, a Norimberga gli diedero quattro anni di prigione che non gli fecero nemmeno scontare e, più tardi, scrisse le sue memorie che titolò ” Vittorie Perdute”.

La Stalingrado di questo regime sarà l’economia.

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO: TORNIAMO A PENSARE UN PIANO B PER L’EUROPA, di Pierluigi Fagan

Qui sotto un articolo di Pierluigi Fagan del quale a breve pubblicheremo una videointervista.

Il tema dell’Europa e delle possibili dinamiche future che interesseranno i suoi stati, posto nel pezzo,risulta ancora più attuale alla luce del recente incontro tra Paolo Gentiloni, Presidente del Consiglio uscente e Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica di Francia. Un incontro importante più che per i contenuti specifici per la decisione di addivenire entro il 2018 ad un vero e proprio trattato bilaterale. Sino ad ora l’unico trattato importante di questo genere ha riguardato la Francia e la Germania, ormai cinquantacinque anni fa. Gli sviluppi prossimi ci diranno se si tratta di un evento estemporaneo, utile soprattutto alla Francia a porsi come cerniera tra parte dell’area europea mediterranea e la Germania oppure di un atto dirompente che porterà alla formazione in Europa di aree di influenza distinte e sempre più strutturate. Impressionante la totale assenza nel discorso di Gentiloni, al quale vanno riconosciute notevoli doti di ironia, di un qualsiasi accenno ai colpi di mano e alle forzature che la classe dirigente e la diplomazia francese hanno prodigato negli ultimi anni a cominciare dalla Libia per arrivare alle scorribande nei settori della telefonia e al recente pesante intervento nell’accordo Fincantieri-STX. Alla nostra decadente classe dirigente è ancora sufficiente propinare una buona dose di retorica europeista per sublimare, è il termine utilizzato recentemente dal Ministro della Difesa Pinotti, ancora una volta l’interesse nazionale, rinunciando con ciò a priori a porre basi solide di trattative con gli altri attori europei. Basta osservare la mappa dei posti occupati in sede comunitaria per comprendere l’importanza e il punto di vista da cui partono i nostri cosiddetti rappresentanti_Giuseppe Germinario

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO: TORNIAMO A PENSARE UN PIANO B PER L’EUROPA.

PROPOSITI PER IL NUOVO ANNO: TORNIAMO A PENSARE UN PIANO B PER L’EUROPA.

In Europa è in atto una unione tra 27 stati, con una sezione rinforzata che adotta una moneta comune a 19 Paesi. Cosa s’intende per “Unione”? Nei fatti, l’Unione europea è una confederazione. Una confederazione altro non è che una alleanza intorno ad uno o più aspetti della politica interstatale. Tali alleanze sono giuridicamente regolate da un trattato o da una rete di trattati. Una confederazione, nonostante l’assonanza, non ha nulla a che fare con una federazione. Una federazione  è un modo di organizzare internamente uno stato sovrano mentre nella confederazione gli stati associati rimangono sovrani individuali tranne che per le questioni che hanno deciso di mettere assieme nell’alleanza. Nessuno al momento ha dichiarato, né sembra avere intenzione ed obiettivo, di voler fare della confederazione europea una futura federazione[1].

Il perno del piano confederale europeo, non è la Germania,  è la Francia. L’ Unione europea è in primis, è in essenza e ragion d’essere, il trattato di pace tra Francia e Germania, convivenza storicamente difficile che ha segnato la storia europea negli ultimi due secoli. Lo stato della relazione tra Francia e Germania è oggi in un impasse. La Francia ha superato la crisi politica di una paventata affermazione delle forze politiche più nazionaliste e critiche su i prezzi di sovranità pagati da Parigi per serrare Berlino in una rete di condivisioni che senza portare ad alcuna effettiva fusione che ripetiamo, in realtà nessuno vuole, garantisse l’impossibilità di ritrovarsi in una situazione di reciproco conflitto. La soluzione alla temuta crisi francese che arrivava alle elezioni con una classe politica devastata,  è stata una faccia nuova, un partito nuovo, una classe dirigente presuntivamente nuova, una triplice novità formale per continuare la strategia politica ed economica ormai tradizionale dell’area euro-liberale, francese nello specifico. A sei mesi dalle elezioni però, Macron ancora non si è politicamente espresso, sta aspettando di siglare un accordo sostanziale con la Merkel, ma la Merkel è alle prese con la difficile soluzione della sua crisi per la formazione di un governo stabile in Germania.

Di questo patto franco-tedesco al cuore del progetto confederale, che tutti suppongono esistere (e che parte dal Trattato dell’Eliseo del 1963) ma di cui nessuno conosce precisamente il contenuto, fanno parte le due grandi aree costitutive i sistemi di vita associata: l’economico-monetario e, prossimamente, il militare[2]. Quanto all’economico, è fuori di discussione che le regole sono e verranno imposte dalla Germania, sebbene la stessa Germania avrà interesse a salvaguardare la posizione di Macron. Macron è chiamato ad operare in maniera sostanziale sulle  forme socio-economica della Francia, la quale ha goduto sino ad oggi di molti permessi speciali in termini di allineamento alle severe linee stabilite dalla Germania e condivise dai paesi del nord Europa. Questo intervento è improcrastinabile ma a Macron dovrà esser garantita qualche contropartita effettiva altrimenti il dissenso che il suo intervento provocherà in Francia, lo brucerà. Macron è per molti versi l’ultima possibilità per la Francia, se salta è imprevedibile la rotta che potrebbe prendere l’esagono. Ecco allora che in attesa la Merkel si possa presentare al tavolo della trattativa franco-tedesca,  a dicembre spunta fuori un Rapporto strategico di difesa e della sicurezza nazionale  della Repubblica francese ed un paper congiunto di think tank francesi e tedeschi, di cui è interessante seguire i ragionamenti[3]. Questa mossa, più della nebulosa frittura di parole vuote che ha viaggiato nel pubblico dibattito sotto l’etichetta “Europa a più velocità”, sembra prefigurare la mossa francese per sdoganare una nuova fase strategica della confederazione europea: a voi l’economia, a noi la difesa.

Questi documenti dicono che si è attori geopolitici, si è giocatori in grado di sedersi al tavolo del gioco di tutti i giochi del mondo multipolare, giocatori in grado di imporre e non subire una strategia a protezione e promozione dei propri interessi sovrani, laddove -in termini di politica estera- si verificano le piene condizioni di autonoma decisione politica, capacità operative, autonomia produttiva dei sistemi d’arma. La sequenza in realtà va letta al contrario, senza una autonomia produttiva di competitivi sistemi d’arma né si è operativamente in grado, né si può esser sovrani politicamente. Stante la necessità ovvia di discutere, precisare e firmare tra Francia e Germania documenti di intenti chiari, la prima condizione necessaria sarà chiarire le questioni relative ai soldi,  a gli investimenti nella ricerca, sviluppo e produzione dei nuovi sistemi d’arma. Qui ci sono tre problemi.

Il primo è che i due consoli confederali, sul fatto militare sono asimmetrici poiché mentre la Francia ha costantemente cercato di reggere il passo della competizione sull’argomento, la Germania si è volutamente astenuta[4] avendone come doppio vantaggio sia una maggior leggerezza di bilancio pubblico, sia la libertà, forse anche più importante, di spadroneggiare economicamente dato che non costituiva una minaccia militare.

Il secondo non è esattamente un problema ma una constatazione. Ora che non c’è più l’UK e che Trump, da una parte reclama il “giusto” contributo alla NATO di cui però gli USA e la stessa UK rimangono i comandanti in capo e visto che l’interesse geo-strategico anglosassone andrà nel tempo e divergere da quello sub continentale, la necessità di recuperare la piena sovranità di difesa si fa improcrastinabile. Ma questa è anche una opportunità poiché sarà cifra del nuovo mondo multipolare, aumentare gli investimenti in arma[5], investimenti che oltre che occupazione, portano notoriamente ad un parallelo grande sviluppo tecnologico che ha positivi fall-out sull’economia civile. In più, essere competitivi su questo importante segmento, oltre che autonomia, porterà vantaggi all’export e con l’export militare oltreché bilancio si fa strategia poiché così come si è sovrani se si è autonomi, non lo si è se si dipende dalle forniture terze, appunto le forniture che una nuova industria europea d’armi potrebbe garantire ai partner geopolitici che verranno catturarati nella propria sfera d’influenza. Su questo punto, Cina, Russia ed ovviamente USA sono già molto presenti, l’UK ha già deliberato di voler sviluppare una propria nuova competitività, Turchia ed Arabia Saudita, nel comprare armi dai russi, hanno chiesto di avere in patria anche gli impianti industriali per produrle, preludio per l’acquisizione di un know how di partenza che possa emanciparle -almeno in parte-  dalla dipendenza verso terzi. Avere un mercato di sistemi d’arma plurale, sarà necessario in un mondo multipolare e chi sarà solo compratore non sarà autonomo, quindi sovrano.

Il terzo punto invece torna a presentare problemi. E’ chiaro, sottintende Macron, che tutto ciò ha dello straordinario, quindi prescinde dalle norme economiche standard tanto care ai tedeschi, stante che la Francia è sicuramente almeno all’inizio in vantaggio sull’argomento, ovvero reclamerà la parte del leone sullo sviluppo di questa strategia il che le permetterà di bilanciare il negativo dei tagli e degli interventi per neo-liberalizzare l’economia transalpina con importanti investimenti e relativa occupazione nel nuovo sviluppo di questo settore.  Ma questo punto rischia di non essere digeribile per gli stomaci tedeschi che notoriamente non hanno l’elasticità tra le loro qualità digestive. Tre sono le difficoltà digestive tedesche: la prima è condividere il potere tenendosi l’economico ma sostanzialmente subordinandosi su quello di politica estera dove per altro non è affatto detto che la pura strategia geopolitica tedesca -come poi vedremo-  vada naturalmente a coincidere con quella francese; il secondo è che ogni eccezione al rigore, all’austerity, alla rigidità dei limiti eventualmente concessi ai francesi accenderà la già baldanzosa opposizione tedesca ma anche quella di tutti i Paesi europei costretti invece al più rigido allineamento; il terzo è che, in linea generale, i tedeschi non amano sentir parlare di armi, eserciti, guerre anche solo temute e ventilate e francamente anche molti altri nel mondo e nell’Europa stessa.

Si tenga infine conto che al di là degli interessi francesi in termini di equilibrio di potere ai vertici della confederazione, il seggio francese al Consiglio di sicurezza della Nazioni Unite potrebbe presto esser revocato se non fosse in grado di rappresentare qualcosa di più che la sola Francia ed inoltre, come abbiamo già ripetutamente notato negli ultimi mesi, la Francia sa che una eventuale perdita del suo potere e ruolo nel quadrante occidentale africano, sarebbe per lei esiziale. Perdita che va anticipata portando Germania ed anche Italia a condividere i costi di presenza e manovra nell’area. Questo obiettivo, affiancare alla già fitta rete di disposizioni ed istituzioni comuni sul piano economico la cui egemonia strategica è tutta in mani tedesche, una nuova rete di interessi e strategie concrete sul piano della difesa, è essenziale per Macron e la Francia, lo è in chiave di bilanciamento europeo ma prima ancora, lo è sul piano dell’esistenza futura della Francia stessa.

In sintesi, i due consoli della confederazione sembrano voler andare ad un rinforzo con spartizione e bilanciamento della loro diarchia, quella fase che è stata pomposamente annunciata come “Europa a più velocità”. Per quanto l’iper produzione di discorso economico e valutario imperi ancora oggi nelle analisi sulla causa unica dei processi europei, nel mondo “grande e terribile”, si ragiona ormai da tempo coordinando interessi economici, valutari e geopolitici. Russia, Cina, la nuova America di Trump, l’India, le locali potenze islamiche (Arabia Saudita/EAU, Turchia, Iran, Egitto, Pakistan), ma anche la Corea del Sud ed il Giappone, sono già alle prese con questo tipo di gioco sconosciuto a gli osservatori economici e non è un caso che al di là delle specifiche convenienze nel necessario riequilibrio delle forze tra Germania e Francia sia proprio quest’ultima a portare avanti l’argomento in uno scenario discorsivo altrimenti ingombro di fiscal compact, euro e bilanci. Il patto per una nuova fase confederale quindi, dovrà basarsi su due egemonie, quella economica e valutaria tedesca e quella di difesa e politica estera francese che poi porteranno i due a dover contrattare, l’un con l’altro, anche gli aspetti di cui sono leader dato che i due argomenti sono strettamente intrecciati. La confederazione europea, lungi dal voler diventare uno Stato federale, tenderà ad evolversi legando tra loro ulteriormente i due contraenti il trattato di pace, accentrando sempre più su di loro i poteri decisivi. Tutto questo ci porta a due considerazioni. La prima è che nonostante le sue difficoltà di sviluppo ed attuazione, questa strategia non ha -al momento- alternative se non portare l’intero e decennale progetto confederale sull’orlo o oltre l’orlo del collasso, non ha alternative ovviamente stante l’attuale assetto della confederazione europea ed il suo decennale percorso. La seconda è che occorre cominciare a prevedere un piano B, pensare appunto ad una alternativa, sia perché certo l’avranno certo fatto tanto i francesi che i tedeschi, sia perché il piano A certo non può piacere ad un italiano che non abbia un cervello seriamente danneggiato.

Quale potrebbe essere un piano B per i tedeschi? La Germania potrebbe non sentire così pressante la necessità di dotarsi di una potenza  militare, in fondo una blanda politica estera già la fanno a traino dei loro interessi economici. Potrebbero aderire alle richieste di Trump di incrementare i contributi NATO, magari più assegni e mezzi tecnici che uomini, magari facendoli pesare sull’altro piatto della bilancia sbilenca, ovvero la bilancia commerciale. Altresì, ai tedeschi, è probabile interessi non rompere tutti i legami con gli inglesi temendo grandemente la britannica concorrenza banco-finanziaria ed anche geopolitica relativamente all’area dell’est Europa a cui i tedeschi guardano come loro Grossraum (grande spazio) naturale e dove già agisce in maniera disordinante gli Stati Uniti. E’ natura di una Germania potenza solo economica avere interesse ad adottare, come sino ad oggi hanno fatto, un basso profilo geostrategico, amici di tutti perché gli affari si fanno con tutti. Una Germania più assertiva e schierata, potrebbe essere una Germania meno benvenuta in sede di commercio internazionale. Una Germania tendenzialmente ambigua, passiva e neutrale, come sino ad oggi è stata, potrebbe piacere anche alla Russia con la quale la Germania ha un dialogo geo-storico longevo e naturale. Una resistenza passiva tedesca a gli intenti francesi, un convenire ma ritardare, accettare ma complicare, non dispiacerebbe in fondo neanche a molti altri partner europei certo non contenti di dover diventare feudo periferico non solo dell’economicismo tedesco ma anche del militarismo francese. Alcuni poi, soprattutto i Paesi dell’est e dell’area balcanica, preferiscono dichiaratamente sottomettersi direttamente all’ombrello USA/NATO rispetto ad un ipotetico esercito europeo, poiché ravvedono forte il comune interesse a contenere la Russia ed è certo che per contrastare l’ipotetico contro-potere dei due europei, gli americani useranno molto questa leva. Non incrinare troppo i rapporti con questa area che i tedeschi ritengono per loro decisiva, potrebbe esser vantata come causa per rallentare o dilungare la costruzione di una effettiva alleanza militare più stretta. Nel caso poi di una ipotetica implosione dell’euro e della stessa UE, la Germania forte del suo ruolo economico nell’area del nord Europa, può sempre contare su un grande spazio di più di 6000 mld  US$ di Pil. Infine, extrema ratio, la teoria geopolitica dice che al di là delle contingenze attuali, un sistema binario Germania – Russia sarebbe assai temibile per tutti e non poco conveniente per entrambi i partner (energia/mano d’opera  vs tecnologia). Non è detto quindi che la Germania seguirà con convinzione il piano A francese che per lei ha convenienze problematiche  e comunque ha diverse opzioni alternative.

E la Francia? Quale potrebbe essere un piano B per i francesi? La Francia è notoriamente una sorta di media europea, occidentale quanto centro europea, meridionale quanto settentrionale, franca quanto latina, atlantica quanto mediterranea e da ultimo neoliberista non meno che storicamente statalista. Se non si concretizzasse lo sviluppo della strategia di diarchia coi tedeschi, consapevole pur con dolore di lesa maestà che da sola non andrebbe da nessuna parte, non le rimarrebbe che il Mediterraneo, i Paesi latini. Una più stretta confederazione tra i Pesi latini mediterranei, conterebbe su una popolazione di circa 200 milioni, per un Pil di poco meno di 6000 mld US$ che avrebbe, per consistenza, il terzo posto nella classifica mondiale. Dal seggio nel Consiglio di sicurezza a tutti tavoli in cui si discutono le regole del nuovo gioco del mondo, fino al proporsi come terzo nella dialettica cinese – americana, nonché potendosi così garantire il diritto di primazia sulla sempre più turbolente area mediterranea, questo sistema ha molti punti di prospettiva.  Questa configurazione avrebbe una qualità in più rispetto a quella attuale ovvero una certa omogeneità relativa delle popolazioni e delle istituzioni dei Paesi associati. E’ ad esempio chiaro che i latino mediterranei avrebbero tutt’altro atteggiamento nei confronti di una loro eventuale moneta comune alternativa, tutto quanto di indigeribile c’è nell’attuale sistema dell’euro, potrebbe non esserci in questa diversa configurazione, ad esempio una moneta d’aiuto a rientrare dai picchi più gravi di indebitamento, una moneta a disposizione per investimenti e politiche espansive, una moneta diversamente prezzata su i mercati internazionali ovvero maggiormente di supporto all’export. Proprio i francesi potrebbero trarre molto giovamento da scambi regolati da una valuta meno impegnativa dell’euro, poiché più di altri volti a mercati non europei. Ma anche la politica estera sarebbe più naturalmente condivisibile dal momento che la dicitura “latino-mediterranea” richiama appunto un comune quadro geografico e storico di lunga durata, un quadro di interessi comuni naturali poiché amalgamati da un tempo e spazio comune. Portoghesi e spagnoli, potrebbero aprire a più strette relazioni col mondo centro-sud americano mentre Africa occidentale e mediterranea e Medio Oriente sarebbero altrettanto naturale obiettivo di relazioni multiple e strategiche, anche in termini di sviluppo, sviluppo viepiù potenziato dall’utilizzo di una moneta libera dai dogmi tedeschi. Soprattutto, questa seconda linea avrebbe maggiori possibilità di puntare con decisione ad un esito finale chiaro e pre-definito, un esito il cui obiettivo potrebbe ordinare tutto il precedente processo di condivisione: una futura effettiva fusione istituzionale federale, quindi politica, quindi democratica. Sulle questioni strategiche decisive, non ci sarebbe decisione possibile nell’ipotetico futuro parlamento federale latino-mediterraneo, senza accordo tra Francia ed Italia che farebbero assieme il 63% dei seggi parlamentari. Questo piano B però, non è oggi nelle agende dei decisori francesi.

Una federazione dei pesi latino-mediterranei è pensabile a differenza degli impossibili Stati Uniti d’Europa e questa prospettiva è l’unica che può riquadrare la doppia esigenza di superare lo stato nazionale da una parte e darsi un nuovo sistema ordinabile politicamente e democraticamente dall’altra, creando un soggetto geopolitico di tutto rispetto per i giochi multipolari. L’Unione europea o il sistema dell’euro non sono sistemi politici e quindi democratici proprio perché sono confederazioni, alleanze laddove le alleanze sono degli accordi contrattati da Stati sovrani. Questi Stati si definiscono e cercano di essere (pur in maniera molto approssimata) “democratici” ma solo al loro interno, in termini di trattati internazionali agiscono tramite mandato nazionale stante che effettivamente, le deleghe nel voto di rappresentanza, contengono in genere assai poco in termini di contenuto condiviso su ciò che effettivamente va fatto -con chi e come- in politica estera. L’omogeneità strutturale tra i Pesi latino-mediterranei, a partire dalla lingua che è poi il presupposto di ogni costruenda nazionalità, ma anche la cultura (incluso il fondo religioso), lo stile di vita, lo spirito, oltreché come abbiamo accennato l’interesse economico e geopolitico che sono i due assi centrali di ogni strategia di sopravvivenza nel nuovo mondo complesso e multipolare, danno consistenza e lasciano intravedere possibilità di ulteriore sviluppo storico di questa idea.

E l’Italia? L’Italia ha tre strade davanti a sé.

La prima è quella di continuare a farsi trascinare dentro i meccanismi della insidiosa confederazione europea. Qui va chiarito ai meno realisti, ovvero coloro che pensano che una cosa basta pensarla per renderla possibile, che questo non porterà mai a nessuna ipotetica federazione degli Stati Uniti d’Europa che oltreché nessuno davvero vuole e comunque impossibile in linea di principio[6]. Poiché nessuno ha in animo la costituzione di una unione politica democraticamente contendibile, è da stamparsi bene in mente che un assetto confederale mai e poi mai potrà esser soggetto a decisioni democratiche, richiedere la “democrazia” in una confederazione non ha semplicemente senso. Si sta quindi accettando la lenta dissipazione di ogni forma democratica in favore di trattative dirette e non pubbliche  tra Paesi forti, ovvero Francia e Germania, ma questo sacrificio non sembra poter avere un fine compensatorio da tutti gli altri condivisibile. I tedeschi non accetteranno mai di rimandare le decisioni politiche, economiche, fiscali, valutarie che li riguardano ad un parlamento democratico poiché quasi due terzi di quel parlamento, nel caso del sistema euro, voterebbe per un diversa politica monetaria. Quanto all’Italia nell’attuale Unione, non si tratta di nostra mancanza di protagonismo o bassa assertività o pugni sul tavolo, noi -semplicemente- non abbiamo alcuna ragione, peso, potenza e possibilità di intrometterci nel trattato di pace franco-tedesco. Dopo aver ceduto la politica economica ai tedeschi, cederemo anche la politica estera ai francesi, poi altri pezzi di sovranità ad entrambi, diventando come quei personaggi dei film horror che si trovano nello stato di non morte, privati ormai di ogni potere per dirsi vivi, eppure formalmente ancora con un Presidente, una bandiera, un inno nazionale, una squadra di calcio e poco altro, imbozzolati in una Unione che ci toglie più di quanto ci dà, senza neanche la falsa promessa di poter un giorno sperare di avere una democratica sovranità condivisa.  Più si va avanti nella costruzione della ragnatela confederale, più -nei fatti- diventerà praticamente impossibile divincolarsi e disfarsene.

La seconda strada davanti a noi, è quella di pensar possibile e necessario un rimbalzo violento da questa situazione ovvero immaginare una uscita dall’euro e da questa UE, per decisione unilaterale o come gli apparentemente  più realisti sperano ovvero aspettando la sua conflagrazione spontanea. Questa conflagrazione spontanea rischia però di essere puro wishful thinking. Al di là delle notevoli difficoltà in cui si dibattono e dibatteranno i tedeschi ed i francesi nel regolare i loro contraddittori reciproci rapporti di potere all’interno dei vertici confederali, è molto difficile immaginare sia accettabile per le rispettive élite e per buona parte dei rispettivi sistemi-paese, una demolizione controllata dell’Unione e dell’euro. In questi casi, al crescere delle contraddizioni, si preferisce il cercar di mettere toppe di qui e di lì, anche per anni, pur di non ammettere che il matrimonio non regge più ed è ora di andare dagli avvocati. Né la maggioranza dei tedeschi, né dei francesi, sembra così scontenta della loro collocazione ai vertici confederali da spingere ad un collasso. Se Macron è l’ultima speranza francese ed anche tedesca, in un modo o nell’altro, finirà il suo primo ed anche un secondo mandato e semmai se ne riparla fra dieci anni, dieci anni che non ci possiamo permettere. La nostra uscita unilaterale -invece- è cosa che possono pensare solo gruppetti di indomabili utopisti dalla penna arrabbiata, che sta bene scritta su qualche foglio o pagina web ma che nel “mondo grande e terribile” delle cose reali, non ha alcuna possibilità concreta di realizzarsi.

Poi c’è la terza possibilità. Questa è la via del farci noi per primi, catalizzatori di un interesse latino-mediterraneo, un interesse che oggettivamente c’è almeno in potenza e che nessuno cura. Andrebbe fatto anche solo per formare un contro-potere che sebbene non invitato nel privé franco-tedesco, potrebbe comunque cercare di intromettersi su molte questioni. Il gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia ed Ungheria) potenziato oggi anche con l’Austria, mostra come posizioni chiare e concrete, possono opporsi alla ragnatela tessuta dai franco-tedeschi, opponendo dei “no” che poi diventano delle importanti basi di successiva trattativa. Ma andrebbe fatto anche per perseguire una linea strategica alternativa che aiuti le contraddizioni dell’Unione e dell’euro a far implodere o indebolire le strutture che ingombrano il campo delle possibilità. Andrebbe fatto anche solo per spingere una Francia che per gran parte delle sue élite rimane franca e nord europea, a prenderla in considerazione come alternativa, anche per influire nelle loro dinamiche politiche interne, ma anche in Italia dove all’europeismo confederale del PD si oppongono mugugni di vario tipo che non paiono in grado di prefigurare alcuna vera alternativa viabile.

Andrebbe fatto per prefigurare un piano B che per noi sarebbe A, un piano che dovremmo fare anche a prescindere dalle spinte ad uscire dalla ragnatela euro-confederale, poiché anche riottenendo -non si sa come-  una ipotetica autonomia di ripristinata sovranità, nel mondo multipolare in cui siamo entrati, un Paese di 60 milioni di persone tra l’altro con sempre più anziani, su i piani energetici, economici, valutari e militari, delle nuove tecnologie e relativi investimenti di ricerca e sviluppo, nella gestione di una politica estera rivolta all’Africa ed ai problemi migratori, non può che avere una autonomia meramente formale[7]. Se l’Unione e l’euro sono i problemi ravvicinati in cui i poteri delle nostre decisioni vanno rinforzati, quelli di una minorità oggettiva in balia di russi, cinesi, indiani, trambusti africani ed islamici, britannici con rinnovato spirito piratesco ed americani alle prese con la loro inevitabile contrazione di potenza, lo sono in immediata e certa prospettiva. La sovranità -in teoria- decide certo come giocare la partita ma questa ha i limiti che sono imposti dal tavolo di gioco, le grandi dinamiche del mondo complesso e la strategia di gioco dei giocatori principali.  La sovranità dipende da condizioni di possibilità che riceve da contesti che non controlla, “sovranità” suona come un assoluto ma è un relativo.

Cosa saremo tra venti anni? Le forze sociali, intellettuali e politiche che si identificano con le idee di democrazia popolare, di emancipazione, di volontà di liberazione dal dominio delle logiche economiche e delle loro interpretazioni più estreme, neo-liberali o ultra-capitalistiche o come le si voglia definire, italiane ma anche latino-mediterranee, dovrebbero a nostro avviso, pensare a questa strada poiché è l’unica strategia che si fa carico non solo di dire no ai poteri dominanti ma anche di dire si ad altre forme di potere stante che i nostri sistemi di vita associata debbono per forza avere strutture con poteri[8]. Lamentandosi, criticando, insultando, corrodendo con le parole, i pensieri e le strutture dominanti, non accade nulla di concreto, accade qualcosa se realisticamente al problema dato si dà non la risposta A ma quella B, senza un piano B non c’è alcuno sbocco possibile ai crescenti malumori verso l’euro e l’UE, non c’è alcun peso negoziale da far valere a difesa dei nostri interessi minimi. Se si vuole essere forza alternativa occorre una viabile idea alternativa, questa di una confederazione dei più simili che attragga i francesi su una via alternativa,  vale in vista di negoziazioni su gli sviluppi dell’attuale UE ed euro ma di più vale in vista di una piena federazione politica latino-mediterranea. Questo di un futuro soggetto politico al contempo dotato di massa e pienamente sovrano e democratico,  è l’unico che vediamo, possibile e desiderabile.

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[1] La recente ricerca YouGov condotta in alcuni Paesi europei (dic.’17) sull’idea di Schulz di puntare alla concreta realizzazione degli Stati Uniti d’Europa ha dato risultati interessanti: d’accordo un 30% in Germania ed un 28% in Francia, percentuali invece gravemente minoritarie in Svezia, Finlandia, Danimarca e Norvegia. Altri Paesi non sono stati intervistati ma si può immaginare una forte contrarietà all’est ed una forse maggior adesione a sud. Come la solito il campione scelto dall’istituto di ricerca è molto esiguo ma più in generale, è molto dubbio che sia chiaro a gli intervistati il complesso portato di questa opzione. Difficile da immaginare che il restante 70% di francesi e tedeschi sia convertibile e soprattutto lo siano i tedeschi una volta chiarito che questo progetto porterebbe ad uno strappo con la propria area naturale di partner nord europei e che semmai gli Stati Uniti d’Europa andrebbero fatti  solo tra Germania e l’Europa latino-mediterranea. Se dopo 25 da Maastricht, questo è il sentimento, non si vede per quale ragione esso possa evolvere in positivo nei prossimi otto anni (Schulz parlava infatti di un processo costituzionale da chiudere nel 2025), soprattutto quando dall’empireo delle petizioni di principio si dovesse passare ai dettagli concreti.

[2] A novembre, è partita la Permanent Structured Cooperation (PeSCo) all’interno dell’UE con 22 partecipanti su 27. Dal 2021 ci sarà anche un Fondo europeo per la difesa e con il Rapporto annuale comune sulla difesa (CARD), costituiranno la base per lo sviluppo di questa nuova gamba della confederazione. Al momento, il tutto si muove ancora nell’ambito della NATO ma non credo sia questa la destinazione finale pensata dai francesi. QUI  

[3] Un articolo che presenta le idee dei piani: QUI  (all’inizio dell’articolo il link al pdf della Repubblica francese). Il documento congiunto SWP-IFRI – QUI 

[4] Un rapporto presentato al Parlamento tedesco nel 2014, dava un quadro disastroso dello stato di condizione della Bundeswehr. Da allora gli investimenti sono aumentati e così gli arruolati ma la strategia tedesca sembra esser un’altra. Con il Framework Nation Concept, ha dato il via all’accorpamento di alcune divisione estere (olandesi, rumeni e cechi, ma già si parla anche di scandinavi), ovvero formazioni di battaglioni misti tra tedeschi e stranieri. La strategia tedesca è sempre la stessa, legare i partner con molteplici fili, ognuno dei quali singolarmente poco rilevante, che nell’insieme però riducano l’altro ad una condizione di compromissione tale da rendere impossibile l’eventuale distacco. QUI 

[5] Dal 2005, ogni anno si è verificato un aumento dei volumi dei trasferimenti d’arma nel mondo (SIPRI Yearbook 2017 QUI ). C’è poi da vedere i volumi dei trasferimenti non ufficiali che si pensano ingenti. La Francia è il quarto esportatore nel mondo dopo USA, Russia e Cina. La Francia è anche il terzo Paese per dotazione nucleare. Pur avendo un esercito ritenuto oggi al di sotto dei minimi standard di efficienza, la Germania ha però continuato a sviluppare industria militare (sopratutto armi a mano e mezzi di terra) ed è oggi il quinto esportatore. Francia e Germania hanno annunciato di voler sviluppare un nuovo caccia comune di quinta generazione, teoricamente competitivo con gli F-35 USA.

[6] Non possiamo qui dettagliare le ragioni di questa apodittica affermazione. Invero però, prima di esser noi coloro che negano una possibilità, dovrebbero esser coloro che la mettono sul tavolo a presentare le proprie ragioni. Che persone serie e intellettulmnete e politicamente responsabili, possano pensare ad una idea del genere senza che ne esista la benché minima traccia di un serio studio di possibilità, fattibilità, opportunità, dice di quanto -in fondo- si stia facendo del puro intrattenimento. Si usa l’idealità degli “Stati Uniti d’Europa” che si basano su un analogia insostenibile (con gli Stati Uniti d’America ovviamente), per non pensare le cose concrete. Dico solo che quando gli americani decisero di risolvere le loro contraddizioni unioniste, lo fecero con una sanguinosa guerra ma sopratutto erano -in tutto- circa trenta milioni e parlavano pure la stessa lingua! In linea generale, tutto il dibattito sul tema Europa, sembra essere gravato da una molteplicità di modi con cui se ne legge la sostanza. Pensare che l’Unione europea sia d’origine una macchinazione delle élite neoliberiste o il trattato di pace tra Francia e Germania, cambia parecchio in termini di analisi. Fare finta sia un oggetto contendibile politicamente dai popoli e non una alleanza contrattata da capi di Stato, ognuno con il peso che gli compete secondo la dura logica della potenza, ci porta a perdere tempo appresso a discussioni irrealistiche ed infondate.

[7] L’esiguo e pur ostinato “movimento sovranista”, dovrebbe farsi un serio esame di coscienza. E’ davvero necessario illudere coloro che pur hanno avvertito l’insostenibilità dell’attuale situazione, con l’opzione di una presunta sovranità nazionale risorgimentale e mazziniana? Al di là dello sfoggio di originalità retorica, quanto può esser sovrano uno stato europeo nato nel XV secolo come dimensione, quando cioè le questioni inerivano solo i nostri rapporti interni al subcontinente? Saremo sovrani di cosa in un mondo in cui un cartello di fondi può attaccare la tua valuta e farne oscillare il prezzo in maniera da farti fallire in un pomeriggio? Nell’essere vaso di coccio tra vasi di ferro in qualsiasi rapporto commerciale bilaterale potremmo far valere i nostri interessi? Non essendo autonomi energeticamente ancora per molto tempo, in attesa di volgerci alle energie alternative, quanto dovremmo mediare la nostra sovranità? Con una popolazione in contrazione e sempre più anziana come la difenderemo?  Saremo sovrani lasciando che tutto il mondo scorrazzi nel Mediterraneo vendendo armi ed organizzando guerre sulle coste dirimpette? Dichiarandoci pacifici in un mondo che si sta armando a piene mani? Diventando cosa in un mondo complesso, multipolare, ipertecnologico, instabile e sempre più competitivo? Convincendo come, una massa critica di almeno un 60% di connazionali votanti, per portare avanti questo miraggio fondato su slogan inconsistenti, sempre che i servizi segreti esteri e le stesse élite che ci dominano dall’unificazione del ’61, ce lo lascino fare?

[8] L’idea di un contro-potere latino-mediterraneo, è presente qui e là sebbene non supportata da una più convinta attenzione, sopratutto da parte italiana. Più di un anno fa, Tsipras ha promosso un forum di coordinamento dei Paesi latino mediterranei -EUROMED- che  si è già riunito tre volte ed un quarta sarà il prossimo 10 Gennaio a Roma. Questa “alternativa mediterranea” è presente nei programmi di France Insoumise di J-C Mélenchon, come di Podemos e certo non dispiacerebbe al Bloco de Esquerda portoghese. L’intero movimento italiano critico verso UE ed euro dovrebbe riflettere sulla propria dispersività concettuale e sull’assenza di una vocazione ad alleanze strategiche. Improbabile il risolvere problemi inter-nazionali partendo solo dal dentro di una nazione.

MACRON, Micròn_ 3a parte, di Giuseppe Germinario

MACRON, micròn _ 2a parte, di Giuseppe Germinario

 

MACRON Micròn_1a parte, di Giuseppe Germinario

IL RITORNO DELLA REGALITA’

Macron ha reso nuovamente familiare la postura “regale” propria di un Presidente, Capo di Stato francese. Un portamento praticamente sconosciuto alla quasi totalità degli uomini di stato italiani, ma ultimamente in disuso anche in Francia grazie alla presenza dimessa di Hollande e istrionica di Sarkozy.

Nel suo discorso di fine anno Macron sostiene convintamente “cette volonté de faire vivre notre Renaissance française” (la volontà di far vivere il nostro Rinascimento francese) assolutamente dentro l’Unione Europea. “La France ne peut pas réussir sans une Europe elle aussi plus forte” (la Francia non può riuscire senza una Europa essa stessa più forte); “nous avons besoin de retrouver l’ambition européenne, de retrouver une Europe plus souveraine, plus unie, plus démocratique parce que c’est bon pour notre peuple. Je crois très profondément que l’Europe peut devenir cette puissance économique, sociale, écologique et scientifique qui pourra faire face à la Chine, aux Etats-Unis en portant ces valeurs”(abbiamo bisogno di ritrovare l’ambizione europea, di ritrovare un’Europa più sovrana, più unita, più democratica perché cosa buona per il nostro popolo. Credo profondamente che l’Europa possa divenire questa potenza economica, sociale, ecologica e scientifica che possa far fronte alla Cina e agli Stati Uniti sostenendo i propri valori..). “Ce colloque intime avec nos amis allemands est la condition nécessaire à toute avancée européenne” (il colloquio intimo con i nostri amici tedeschi è la condizione necessaria ad ogni avanzamento dell’Europa). Infine l’appello: “j’ai besoin qu’ensemble nous ne cédions rien ni aux nationalistes ni aux sceptiques” (ho bisogno che tutti insieme, non cediamo in nulla ai nazionalisti e agli scettici).  Però, la constatazione: “Je sais que plusieurs d’entre vous ne partagent pas la politique qui est conduite par le gouvernement aujourd’hui” (so che tanti tra di voi non condividono la politica oggi condotta dal governo). Ma “je respecterai et toujours à la fin, je ferai” (io rispetterò e sempre alla fine io farò).

Non è un semplice discorso di circostanza; in poche affermazioni si trovano le linee che guideranno le scelte politiche di questi anni. Una Europa più sovrana, ma in ambito economico, sociale, scientifico ed ambientale; in grado di far fronte a Cina e Stati Uniti apparentemente sullo stesso piano, ma perché il confronto è limitato presumibilmente a questi tre ambiti. Il grande assente è la Russia, ma perché la competizione politica, nell’ambito politico-statuale, è evidentemente rimossa probabilmente per non mettere in discussione l’alleanza atlantica almeno nei suoi termini espliciti.

Pare riecheggiare le intenzioni francesi di oltre cinquanta anni fa. Allora l’oggetto principale della contesa era la struttura di comando della NATO e la configurazione istituzionale ed operativa della Comunità Europea; su quei pilastri De Gaulle subì il voltafaccia tedesco e adeguò le scelte verso una politica di apertura all’URSS e alla Cina e verso la decolonizzazione e un dirigismo economico e sociale. Oggi la globalizzazione impone un sistema di relazioni molto più complesso ed articolato e la Francia, in esso, assume una posizione molto più fragile verso la Germania e gli Stati Uniti e meno significativa rispetto all’emergere di Cina e Russia e in parte India, anche se meno condizionata dalle contrapposizioni ideologiche così nette della fase bipolare. Una libertà che consentirebbe, teoricamente, maggiori margini di azione al riparo di anatemi.

LA POLITICA AL PRIMO POSTO

A differenza della quasi totalità della classe dirigente italiana, il gruppo di potere al governo in generale e Macron in particolare, non possono entrambi essere tacciati di puro economicismo, dell’attribuzione del peso soverchiante, quindi, delle regole di mercato e delle dinamiche economiche nella determinazione delle scelte politiche. Non a caso in Francia opera da anni un “dipartimento della guerra economica” incaricato di prospettare le strategie di azione politica in economia.

Lo stesso bagaglio culturale del Presidente è piuttosto vasto e include la frequentazione assidua di intellettuali contemporanei del calibro di Balibar, Ricoeur, Habermas, Bauman; politici del calibro di Rocard, Attali, Chèvenement; maestri quali Saint Simon e Schumpeter oltre ad una solida formazione classica. Si potrebbe parlare di un personaggio coltivato a dirigere sin dall’adolescenza, ma con una propria precoce personalità; in possesso di un carnet di contatti impressionante per la sua giovane età e di una già variegata esperienza professionale nelle strutture di controllo finanziario dello stato, nella banca dei Rotschild e in importanti gruppi di elaborazione a supporto dei decisori, sin dai tempi della presidenza Sarkozy.

È la prova evidente che in Francia, a differenza che in Italia, esistono ancora strutture statali e parapubbliche, centri di potere in grado di formare quadri e classe dirigente capaci di coagulare e definire interessi e punti di vista, di impostare processi politici, non ostante i colpi subiti dai processi di disarticolazione innescati dal regionalismo di stampo europeista.

L’elezione di Macron rappresenta un vero capolavoro politico. Ancora più significativo perché condotto, a differenza delle precedenti elezioni americane, dagli stessi centri di potere in auge ma con l’obbiettivo del ricambio radicale del ceto politico. Fallito con Dominique Strauss-Kahn e Manuel Valls il tentativo di rifondazione interna del Partito Socialista, hanno scelto la carta dell’ “uomo nuovo” in grado di neutralizzare l’ascesa del Fronte Nazionale e di scompaginare i tradizionali partiti. Nel giro di due anni Macron abbandona la carica di Ministro, ricoperta con successo, e con esso il Partito Socialista; fonda un movimento, En Marche e vince le elezioni.

Non si è trattato di un successo travolgente e sfolgorante, merito esclusivo di luce propria. Deve la sua emersione in buona parte alle campagne giudiziarie che hanno azzoppato i concorrenti e ai clamorosi errori, chissà se del tutto involontari, e alle oscillazioni della sua avversaria più temibile. Ha goduto del sostegno di aree politiche avverse ma decise a bloccare la vittoria del FN e dell’astensione di altre aree sinistrorse più refrattarie. Ha fruito del supporto di uno staff di prim’ordine e discreto in grado di manipolare al meglio le tecniche e di combinare l’utilizzo degli strumenti più moderni di comunicazione con quelli tradizionali, nonché di finanziamenti privati cospicui. Un complesso di circostanze che lasciano intuire la forza, l’organizzazione e l’influenza degli artefici del trionfo rimasti sapientemente nella penombra.

Nelle interviste e conversazioni più selettive Macron ha affermato chiaramente del resto che la politica è segreto e riservatezza, è decisione, è dialogo attribuendo a quest’ultimo una funzione soprattutto pedagogica; in essa l’ideologia assolve al compito essenziale, tutto althusseriano, di fornire la rappresentazione e la guida delle scelte individuali e di un popolo.

Un tipico approccio da uomo di potere piuttosto che di governo. Un pedigree sufficiente a preservarlo dalla tentazione di attribuire e di affidare agli esclusivi comandamenti delle leggi dell’economia il timone delle direzioni e delle decisioni politiche da adottare negli ambiti più vari.

Un punto di forza nell’azione politica, ma che lo espone più dei liberisti “tout court” al giudizio politico finale della propria azione di politica economica.

La particolare composizione dello staff governativo, segnato marcatamente da esperti di economia e privo praticamente di strateghi ed esperti militari, rappresenta però, probabilmente, un limite nella completezza di visione dell’azione politica e il segno che l’attività tenterà di dipanarsi a partire da e soprattutto in quell’ambito, salvo cause di forza maggiore.

LA CONDIZIONE DEL PAESE

La condizione economica del paese è particolarmente contraddittoria e squilibrata, al limite della capacità di tenuta sociale.

Una rete infrastrutturale ancora in grado di connettere adeguatamente la decina di centri metropolitani, ma che ha trascurato del tutto le periferie del paese. Si stima, ad esempio, che la sola rete ferroviaria abbia bisogno di circa cinquanta miliardi per garantire la necessaria sicurezza e i collegamenti regionali vitali. L’intenzione di potenziare il trasporto privato e pubblico su gomma attraverso la liberalizzazione appare un ripiego e una dichiarazione di impotenza piuttosto che un segnale di progresso e di intraprendenza.

Una rete industriale e di servizi di grandi marchi capace di estendere la propria influenza e il proprio raggio di azione all’estero, ma con un complesso di piccole e medie aziende autonome ridotto, rispetto a quello tedesco e italiano, incapace quindi di diffondere le possibilità di sviluppo nella periferia del paese e dei suoi strati sociali intermedi.

Il complesso industriale strategico, compreso quello militare, presenta alcuni punti di sofferenza preoccupanti.

Di AIRBUS si è già parlato.

Nella meccanica pesante si è proceduto alla scomposizione di ALSTOM e alla vendita del settore di generatori e turbine alla GE americana, dei treni e quasi tutto il resto alla Siemens tedesca. Protagonista di questi ultimi passi è lo stesso Macron, nella veste di Ministro prima e Presidente poi.

La stessa industria nucleare, la base delle ambizioni di grandeur, a causa di investimenti sbagliati in Africa, ma soprattutto di veri e propri raggiri in Australia e Stati Uniti, di filoni di ricerca troppo incerti, rivelatisi infruttuosi e di un assetto organizzativo ormai elefantiaco vive una condizione di crisi finanziaria difficilmente sostenibile da uno Stato e da una economia di queste dimensioni.

Come si possa conciliare una rivendicazione di recupero della sovranità con la cessione del controllo delle attività che dovrebbero fornire le risorse indispensabili per esercitarla richiederebbe un ragionamento forse troppo complesso anche per un esteta della complessità quale si rivela Macron.

L’impressione è che l’oggettiva difficoltà di una media potenza di reperire le risorse e le capacità necessarie ad esercitare la propria piena sovranità contribuisca, nella migliore delle ipotesi, a far rientrare dalla finestra il demone della surdeterminazione delle dinamiche economiche che il complesso bagaglio culturale del giovane Presidente cerca in qualche maniera di imbrigliare.

I MIRAGGI E LA REALTA’

Abbagliato, al pari del suo coetaneo Renzi, dalla dinamicità appariscente della Silicon Valley californiana, Macron, evidentemente incoraggiato dalle sue stesse frequentazioni, appare deciso a varare un programma di incentivazione di aziende start-up, coadiuvato al più dall’apporto di università e istituti di ricerca e dal contributo delle banche; un impulso frutto più dell’infatuazione riguardo allo spirito di ventura imprenditoriale che di un’analisi realistica dell’intreccio a prevalente contribuzione pubblica tra agenzie governative, istituti di ricerca, grandi aziende e sistema finanziario che ha consentito il miracolo di quella e di altre aree degli Stati Uniti, come di pochi altri paesi. La sua interpretazione del “processo di distruzione creativa”, così meravigliosamente delineato da Schumpeter, rischia di essere un po’ troppo letterale e foriera di ulteriori squilibri ingovernabili della formazione sociale e di rinunce imperdonabili sugli assets strategici del paese.

Il suo programma di sviluppo delle zone periferiche, del quale fa parte pienamente il piano di liberalizzazione del trasporto pubblico su gomma, poggiando quasi esclusivamente sul potenziamento delle reti, sembra fare affidamento sui processi spontanei di sviluppo economico; un principio perfettamente in linea con i sistemi di incentivazione dell’Unione Europea e che porterà agli stessi risultati di accentuazione degli squilibri. Un principio che, dietro la retorica delle opportunità, glissa sul fatto che le posizioni di partenza dell’offerta sono comunque squilibrate, specie nelle fasi iniziali dei processi; le condizioni di svantaggio, quindi, rischiano di essere accentuate.

Lo stesso programma di detassazione ed alleggerimento fiscale si sta rivelando piuttosto un trasferimento verso l’imposizione indiretta ed uno svuotamento dei fondi gestiti dalle categorie sociali in modo da poter intervenire più agevolmente “manu militari” sulle pensioni e sul sistema assicurativo.

Una miscellanea di provvedimenti, compresi quelli di liberalizzazione del mercato e della disciplina del rapporto di lavoro, ispirati alle riforme tedesche di Schroeder e a quelle recenti di Renzi, sia pure con una maggiore cautela, vista la rapida traiettoria del magnifico fiorentino, ma senza la certosina tutela del sistema economico e assistenziale che la diligente e “preveggente” dirigenza teutonica ha saputo preservare.

Macron ha, dalla sua, quattro anni di relativa agibilità che possono consentire il consolidamento della sua formazione politica. Una formazione, appunto, che dietro la pletora di nuovi arrivati senza esperienza, nasconde un’ossatura attinta dalla sua nutrita rubrica. Sa, quindi, di poggiare su basi precarie e minoritarie. Lo ha detto esplicitamente nel suo discorso di fine anno.

Può approfittare di una frammentazione della sinistra che pare fossilizzata sulla pretesa dei diritti, quindi su una più o meno involontaria difesa arroccata di prerogative acquisite da gruppi particolari piuttosto che su di un programma di rilancio del paese, non ostante alcune ingannevoli venature sovraniste; la relativa facilità con la quale Macron è d’altronde riuscito ad introdurre alcune modifiche sul contratto di lavoro e sulla contrattazione sono lì a certificarlo.

Come pure di una destra che ha bisogno di tempo per spostare il baricentro di comando verso quelle componenti gaulliste che consentano di inserire le tematiche dell’immigrazione e del degrado dei ceti intermedi in un processo di ricostruzione identitaria del paese meno nostalgico e triviale.

Macron cerca in tutti i modi di intercettare questa aspirazione e costringere questo tentativo nell’alveo di una visione europeista illusoria e ingannevole che rischia di assecondare il processo di annichilimento e subordinazione politica che attraversa, in gradi diversi, gli stati europei, sempre più in contesa tra loro, ma per i posti meno ambiti. I vincoli di politica e di indirizzo economico europei sono delle zavorre pesanti.

DE GAULLE, MITTERRAND, MONNET

Cerca di rivestire il programma di un’aura di nobiltà e autorevolezza regali ponendosi come erede e portatore della sintesi gaullista-mitterrandiana.

Una pesante mistificazione.

charles de gaulle

Non sappiamo se De Gaulle, nel contesto politico nel quale ha operato Mitterrand, avrebbe continuato a seguire le proprie orme. Sappiamo di sicuro che De Gaulle perseguiva l’ambizione di un asse con la Germania in funzione antiatlantista ed antieuropeista per come l’UE già si andava delineando all’epoca.

Venuta meno la possibilità del sodalizio, perseguì autonomamente una politica di avvicinamento alla Russia e alla Cina.

 142ee0ec-8d4a-4a1d-99e4-59ac933a2375_largeMitterrand, al contrario, perseguì una politica di integrazione nell’Unione Europea e ne avviò una di subordinazione progressiva alla politica estera statunitense, vedasi Jugoslavia ed Iraq, in funzione del contenimento della potenza tedesca. Una scelta agevolata dal via libera francese, sul finire degli anni ’70, all’ingresso nella Comunità Europea della Gran Bretagna come risposta alla Oestpolitik tedesca. 9933-004-26D9AB83Più che mitterrand-gaullismo si dovrebbe parlare quindi di mitterrand-monnetismo. E Monnet era considerato da De Gaulle poco meno che una spia americana.

VOLONTA’ E VELLEITA’

Sono tutti elementi che non agiscono a favore di una praticabilità dei proclami del giovane Presidente.

Quanto alla loro sincerità, il compiacimento nell’eloquio e la sicumera e la solennità degli atteggiamenti e dei rituali segnano qualche punto a suo favore. In politica, però, sono qualità umane che potrebbero rivelarsi addirittura aggravanti e controproducenti.

Possono rivelarsi, altresì, un ulteriore handicap e rivelare paradossalmente in breve tempo la nudità del re. Il suo continuo richiamare alla funzione pedagogica della politica rivelerebbe la terribile sottovalutazione delle divisioni e dell’incomunicabilità tra intere parti del paese; della aperta ostilità che funge da brodo di coltura in particolare del terrorismo islamico.

Anche su questo Macron sta rivelando sorprendenti incertezze, frutto di una concezione di laicità che rischia di decadere in ogni momento nel relativismo culturale e nella giustapposizione di comunità separate, ma anche di equilibri geopolitici entro i quali la Francia ha concesso sin troppo, nel proprio stesso ventre sociale e finanziario, ai regimi arabi più fondamentalisti.

Al giovane Presidente si dovrà sicuramente concedere qualcosa alla giovinezza e alla incompleta esperienza, per altro così efficace nella campagna elettorale.

Un peccato di gioventù che può essere redento solo a patto di avere chiavi politiche di interpretazione adeguate e forze che abbiano la volontà e la capacità di praticarle.

Il progressismo di cui è pervasa la sua cultura lo induce, in realtà, a calcare il piede su un tracciato evolutivo che segnerebbe già il percorso dell’umanità pur tra possibili momentanee deviazioni. Di solito queste predeterminazioni conducono a combattere contro i mulini a vento o a inseguire o adombrare chimere sotto le cui sembianze agiscono i cerberi del momento. In costanza di chiavi interpretative, la maturità indurrà il giovane politico ad abbandonare semplicemente i primi, i mulini, per additare agli allievi del pedagogo le seconde, le chimere.

Macron ha chiesto tempo al proprio popolo e questo pare concederglielo, anche se non illimitatamente.

Le ricette che propone sono molto simili a quelle di Matteo Renzi nel suo pieno fulgore.  L’organizzazione statuale della Francia gli consente certamente maggiori margini di manovra e possibilità di attuazione. Di per sé non ne garantiscono però le possibilità di successo ed efficacia. A suo vantaggio rimane la possibilità di compensare parzialmente i costi dei cedimenti verso gli stati più attrezzati con la spremitura dei paesi più remissivi e subordinati, tra questi l’Italia, o implicati nel retaggio coloniale, come in Africa.

 Il ritorno in pompa magna in Africa Subsahariana, dopo le tentazioni di abbandono di un decennio fa, ne rivelano le intenzioni, ma anche i pesanti limiti e i rischi. Nella recente conferenza di Djamena in Ciad, in Costa d’Avorio, e in Burkina Faso Macron ha invitato espressamente i giovani africani a farsi carico del cambiamento dei regimi. Le élites di quei paesi stanno ormai abbandonando l’idea di importare pedissequamente un modello di democrazia occidentale che in paesi divisi su base clanica, etnica e tribale ha portato a vere e proprie oppressioni di etnie e clan su altri meno attrezzati. L’ingerenza delle élites francesi in questi processi non ha più un corso autonomo, ma avviene all’ombra di forze più potenti e con avversari geopolitici impensabili appena venti anni fa, come la Russia e soprattutto la Cina, ma anche l’India e i paesi del Golfo Arabo. La Francia ha schierato in quell’area circa una forza di quattromila soldati, dal limitato impatto strategico. Gli Stati Uniti ne schierano circa ottomila, con tutto il loro arsenale strategico e la strumentazione economica, finanziaria , tecnologica e culturale annessa; La Cina inizia ad avere una propria presenza militare ed una forte presenza economica e politica. I modelli e le alternative che si pongono alle élites locali sono quindi diversi e rendono praticamente impossibile un ritorno pedissequo alle vecchie politiche coloniali o imperialistiche.

L’Unione Europea dovrebbe essere, agli occhi dell’attuale classe dirigente francese, l’argine possibile e praticabile verso l’intraprendenza e l’invasività dei paesi emergenti, primo tra essi la Cina e fornire la massa critica necessaria alla Francia a riproporre la sua influenza nel Mediterraneo, nella sua interpretazione geopolitica più estesa. L’Unione Europea tanto potrà essere in grado di porre argini e barriere verso l’Oriente, per tutelare il proprio residuo patrimonio tecnologico, la propria forza commerciale quanto invece, per il proprio indelebile peccato di origine legato alla sconfitta militare della seconda guerra mondiale, compiutasi del tutto con la successiva implosione sovietica, risulta inesorabilmente scoperta e permeabile all’influenza d’oltreatlantico. In questo paradosso la probabilità che la retorica del Rinascimento francese in salsa europeista si risolva ancora e di più in un puro esercizio di retorica, nel quale Macron si sta rivelando ahimè particolarmente abile e prolisso, destinato però, più prima che poi, a scontrarsi con la dura realtà, è pressoché una certezza solo in parte offuscata dalle iniziative diplomatiche in Medio Oriente, con la Turchia, la Russia e le timide cortesie verso Trump.

Sarkozy si è limitato a cadere nel ridicolo; a Macron il destino, piuttosto che il suggello sotto l’Arco di Trionfo, potrebbe riservare un epilogo più incerto e più drammatico.

MACRON, micròn _ 2a parte, di Giuseppe Germinario

 

il link della prima parte   http://italiaeilmondo.com/2017/12/22/macron-micron-di-giuseppe-germinario/

LE PAROLE E LE COSE

MACRON Micròn_1a parte, di Giuseppe Germinario

Il grande merito di Macron è di aver avuto la forza, la determinazione e l’abilità di ripresentare l’Unione Europea come la cornice entro la quale affrontare e guidare il necessario rinnovamento del paese e costruire un nuovo processo identitario che tenesse insieme la nazione. Non più, quindi, una Unione Europea alibi e capro espiatorio cui addossare la responsabilità e la volontà di politiche impopolari altrimenti insostenibili dalle singole classi dirigenti nazionali.

Più che una strategia, però, la rappresentazione si risolve in un espediente tattico sufficiente a incasellare le prerogative regali dello stato francese nell’alveo europeista; un esercizio a dir poco ardito, ma produttore intanto di una retorica sufficiente a garantire a Macron, durante la campagna elettorale, la necessaria postura presidenziale rispetto all’atteggiamento contestatario di Marine Le Pen.

Un costrutto teorico abbastanza coerente, a prima vista attraente, ma che si sta rivelando, già dai primi passi, in stridente contrasto con l’evidenza dei fatti.

Un costrutto la cui fragilità intrinseca potrà godere comunque di ulteriori mesi di sospensione di giudizio grazie all’esito delle elezioni tedesche e al ritardo nella composizione di quel governo.

L’interesse nazionale della Francia, la gratificazione del proprio orgoglio nazionale passerebbe quindi per il rafforzamento dell’Unione Europea a guida Franco-Tedesca; una Unione nella quale le nazioni e lo stato nazionale continuerebbero ad avere un ruolo essenziale.

Un punto fermo rispetto alla persistente posizione italiana, espressa recentemente tra gli altri, dal Ministro delle Difesa Pinotti secondo la quale l’interesse nazionale italiano verrebbe semplicemente “sublimato”, quindi dissolto, in quello europeo.

Negli importanti discorsi di Macron, nelle settimane successive all’insediamento, il richiamo all’orgoglio nazionale è costante; la globalizzazione viene vista come un catalogo di opportunità del tutto compatibili con le ambizioni francesi. La Francia è, in sintesi, la culla dei diritti universali dell’uomo e l’affermazione di questi sono l’affermazione della Francia nel mondo.

L’afflato napoleonico viene in qualche modo ricondotto alla dura realtà con il presupposto che l’affermazione di potenza consisterebbe soprattutto nella capacità mediatoria radicata nel soft-power ormai bisecolare accumulato.

Quanto agli strumenti più prosaici, legati all’uso della forza e della capacità economica, a supporto delle politiche di persuasione, essi vanno forgiati nella Comunità Europea, vista l’entità dello sforzo richiesto, insostenibile dalla sola Francia, e la qualità degli avversari nello scacchiere mondiale.

Una impostazione già adottata da altre presidenze francesi, a cominciare da Mitterrand per finire con Sarkozy e Hollande e fallita miseramente nell’intento di salvaguardare la potenza francese all’interno dello schema europeista e della NATO. Caratteristica comune di queste presidenze è infatti di aver proclamato l’efficacia di una politica “entrista” per trasformare le finalità e le modalità di funzionamento dei due sodalizi; di essere invece scivolati progressivamente nel ruolo di mosche cocchiere nella conduzione soprattutto degli affari internazionali. Siria, Libia ed Ucraina “docent” in merito.

Macron ha riproposto lo stesso motivo con una maggiore retorica nazionalista, ma con un accorgimento tattico più accondiscendente verso i propri alleati maggiori, lo stesso adottato da Renzi sulle politiche di riduzione del deficit e del debito.

Nella politica economica acquisire credibilità verso i partner europei, piuttosto che la tolleranza alle proprie trasgressioni da parte della Germania, rispettando i vincoli di bilancio ed avviando il riordino della spesa pubblica e una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro per ottenere il varo di una politica espansiva di investimenti europei coordinata possibilmente da un Ministero delle Finanze UE.

Riguardo alla politica estera europea, puntare decisamente al Mediterraneo e all’Africa Subsahariana.

Riguardo alla praticabilità di queste linee, Macron riconosce i limiti intrinseci della gestione di una Unione Europea a ventisette stati e preconizza un accordo rafforzato (rapporto di cooperazione rafforzata, secondo i trattati) praticamente con i paesi fondatori della Comunità più la Spagna.

Sono i tre orientamenti che, nelle intenzioni di Macron, dovranno plasmare il sodalizio franco-tedesco nei prossimi anni; rischiano, al contrario, di mettere a nudo le divergenze di interessi tra i due paesi e di pregiudicare definitivamente le possibilità di recupero di potenza e di rilancio controllato dell’economia e in particolare dei settori strategici dell’economia francese.

FRATELLI COLTELLI

I tagli di bilancio e la parziale riduzione e riorganizzazione delle imposte, infatti, hanno già aperto due crepe allarmanti nel sistema di potere e di consenso.

La prima sta lacerando il sistema assistenziale e dei servizi in gran parte gestiti dagli enti pubblici territoriali, in primo luogo i comuni. L’abolizione, in parte compensata da nuovi tributi, della tassa sulla casa, la riorganizzazione del patrimonio abitativo pubblico con una presumibile parziale privatizzazione e vendita degli immobili, la riforma del sistema di integrazione dei redditi comporterà un radicale mutamento dell’organizzazione degli enti, specie quelli più periferici, e della base sociale sulla quale si fonda il residuo sistema di potere e di formazione dei gruppi dirigenti dei vecchi partiti messi radicalmente in crisi dall’ascesa di Macron. Può essere, d’altronde, l’occasione per il partito del Presidente (LaREM), in vita da nemmeno un paio di anni, di attecchire più saldamente sul territorio nazionale.

La seconda è molto più preoccupante perché agisce su un pilastro fondamentale sul quale poggiare l’immagine regale e l’attivismo rifondativo, l’Armèe (l’Esercito). Le Forze Armate di Francia, impegnate all’interno, nel Pacifico, in Medio Oriente e in Africa Mediterranea e Subsahariana, sono esposte ormai da anni su numerosi fronti, al di sopra delle proprie capacità operative. Sono riuscite a concentrare forze sufficienti, specie in Africa, per gestire l’impatto iniziale delle operazioni, ma non a gestire il prosieguo degli interventi. Sono in grande difficoltà nella ricostituzione delle scorte, nell’avvicendamento delle forze impegnate, nella manutenzione di materiali e strutture; hanno perso l’autonomia in alcuni settori operativi fondamentali come la logistica ed i collegamenti di lunga gittata e la funzionalità continuativa di alcuni ambiti strategici come la Marina. La rapida integrazione nel sistema di comando della NATO e l’iniziale tentazione, sino alla prima decade del millennio, di abbandono di alcune aree di influenza, in particolare dell’Africa Subsahariana e in parte del Pacifico, hanno in qualche maniera nascosto e sopperito al progressivo degrado. L’interventismo oltranzista delle presidenze Sarkozy e Hollande, in particolare in Siria e Libia, lo hanno messo pienamente a nudo. Le conseguenze politiche di quelle scelte sono state per di più particolarmente pesanti per quel paese. Lo hanno esposto pericolosamente specie in Nord-Africa e in Medio Oriente a favore di alcune fazioni, attualmente in declino e largamente compromesse in quell’area, e lasciato grottescamente isolato di fronte ai ripensamenti e alle oscillazioni degli Stati Uniti; i risultati in termini di influenza e di vantaggi economici rispetto alle energie profuse sono stati deludenti in Libia,  Tunisia e penisola araba, del tutto compromessi in Siria e probabilmente in Iran; quelli in termini di stabilità interna drammatici, grazie all’infiltrazione saudita e qatariota nel sistema finanziario e nella gestione politica ed assistenziale delle periferie urbane di Francia a prevalenza mussulmana. I vincoli di bilancio posti alla gestione di spesa delle Forze Armate rischiano di accentuare le difficoltà dell’Armèe ed accentuare la dipendenza operativa di essa e la subordinazione politica del paese, tanto più che i provvedimenti influenzeranno non solo la condizione operativa del 2018, come afferma Macron, ma anche quella dei due anni successivi come sostengono autorevoli riviste specializzate. Lo scontro con il Generale de Villiers non può essere considerata “una tempesta in un bicchier d’acqua”, ma l’indizio di un conflitto latente tra istituzioni fondamentali e di un confronto sempre più acuto all’interno delle Forze Armate tra vertici, sempre più attratti dalle sirene dell’integrazione operativa nella NATO ed ambiti significativi sostenitori di una politica e, quindi, di una forza operativa autosufficiente, autonoma e certamente più costosa.

Alle implicazioni riguardanti la praticabilità di una politica capace di conciliare esigenze di potenza ed autorevolezza ed accettazione delle politiche di austerità europee a trazione tedesca si aggiungono le divaricazioni strategiche latenti tra le attuali classi dirigenti dominanti dei due paesi.

Per la Germania della Merkel sarebbe particolarmente gravoso concedere la priorità ad una politica europea volta verso il Mediterraneo e sacrificare, quindi, la sua politica di influenza verso l’Europa Orientale, la Scandinavia ed i Balcani; una espansione resa praticabile e compatibile grazie alla adesione sempre più manifesta alla strategia antirussa e russofoba degli Stati Uniti e degli organismi ad essi collaterali. Come sarebbe altrettanto problematico assecondare rapidamente un processo di cooperazione rafforzata tra i paesi fondatori occidentali della Comunità Europea che possa offrire pretesti e spazi di maggiore autonomia di gran parte dei paesi dell’Europa Orientale; autonomia verso gli altri paesi europei, ma ulteriore dipendenza verso gli Stati Uniti, perdurando la loro attuale ostinata ostilità verso la Russia. Come pure sarebbe incompatibile con il suo attuale assetto socioeconomico concedere qualcosa di più di una semplice e limitata redistribuzione di risorse che non intacchi le dinamiche in corso da trenta anni.

Rischierebbe di pregiudicare il fragile equilibrio che consente a Stati Uniti e Germania di trarre reciproco beneficio dal loro sodalizio; un equilibrio già reso meno rassicurante dall’avvento della Presidenza Trump alla Casa Bianca.

Su questi dilemmi e su queste contraddizioni sono già cadute le presidenze di Sarkozy e di Hollande e hanno pagato pegno, a posteriori, l’autorevolezza di personaggi come Mitterrand; hanno ridotto i loro proclami e le loro ambizioni dichiarate in una roboante verbosità o in una dimessa propensione mediatoria esattamente proporzionale alla progressiva dipendenza politica del paese dalle avventure atlantiste ed europeiste a trazione statunitense e tedesca.

Si vedrà come Macron continui a percorrere, sotto mutate spoglie, il filone del progressismo democratico responsabile di tale tendenza. Del resto la sua formazione politica e culturale, per altro di tutto rispetto, si è nutrita ampiamente di quelle risorse.

Il suo programma ricalca in larga misura e per l’essenziale elaborazioni maturate nelle precedenti presidenze e sostenute anche da forze politiche in qualche maniera affini in Europa, tra esse il Partito Democratico di Matteo Renzi.

Si vedrà tuttavia come la qualità della classe dirigente che ha espresso Macron, la statura del personaggio, la condizione generale del suo paese, la sua organizzazione istituzionale, le particolari condizioni politiche interne, l’avvento per altro osteggiato di Trump consentano qualche margine di manovra più ampio rispetto alla condizione disarmante di un paese come l’Italia. Il declino della Merkel, all’evidenza uno smacco clamoroso ai propositi macroniani sin dal loro nascere, potrebbe rivelarsi l’occasione inaspettata per liberarsi dall’abbraccio soffocante e dalle contraddizioni intrinseche della sua visione.

Potrebbero solo prolungare l’agonia e il declino della Francia, come al contrario contribuire a riposizionare il paese in condizioni più accettabili.

Al prossimo capitolo più che la sentenza, sarebbe mera presunzione, un tentativo di interpretazione.

MACRON Micròn_1a parte, di Giuseppe Germinario

OSPITE A CASA PROPRIA

Giugno 2017, Salone Internazionale du Bourget! Emmanuel Macron, neoeletto Presidente della Repubblica scende dall’A400M, appena atterrato. Ad accoglierlo affabile il tedesco Thomas Enders, PDG (Drettore Generale) della società, già Consorzio Airbus: “Bienvenue Monsieur le Président (benvenuto Signor Presidente)”. Da Macron la gelida inattesa risposta: “ En France, personne ne me souhaite la bienvenue. Je suis chez moi (In Francia nessuno mi porge il benvenuto. Sono a casa mia).” In un attimo emerge alla luce del sole un conflitto sordo quanto drammatico, giocato tutto all’interno della direzione della società AIRBUS, senza che trapelasse alcunché di significativo all’esterno che non seguisse il solito canovaccio della lotta alla corruzione e della moralizzazione dei comportamenti imprenditoriali. Solo il settimanale “Marianne”, a partire dallo scorso agosto, ha osato pubblicare due allarmati dossier. Eppure son quasi dieci anni che una delle poche imprese strategiche europee, ad iniziale guida franco-tedesca, diretta concorrente del colosso aeronautico americano Boeing, sta subendo una progressiva mutazione. Con la nomina, di competenza tedesca e patrocinio di Angela Merkel, di Enders, personaggio dalle note simpatie iperatlantiste e dai dichiarati legami con gli ambienti americani della NATO, si susseguono una serie di atti e strategie univoci ed inequivocabili. Si opera per sganciare la società dalla influenza dei due maggiori azionisti, lo stato francese e quello tedesco, il primo dei quali tra l’altro generoso donatore delle fondamentali tecnologie di base aerospaziali ed elettroniche, in modo tale da consentire strategie di mercato aziendali “autonome”; si teorizza, per tanto, di puntare sul mercato del trasporto aereo più ricco, quello nordamericano; si sceglie di conseguenza di insediare un grande stabilimento negli Stati Uniti e di trasferire dalla Francia alla Silicon Valley californiana il centro ricerche; si attinge a piene mani dalla DARPA, l’agenzia statunitense incaricata della ricerca e del trasferimento ad uso civile della tecnologia militare americana; si compromette e paralizza l’intera rete commerciale e di mediazione di Airbus con un’opera, guarda un po’, di moralizzazione innescata inizialmente da alcuni giornali tedeschi e proseguita da campagne giudiziarie e mediatiche di ambienti angloamericani. Il paladino Enders, fatto pressoché unico e inaudito, arriva addirittura ad autodenunciarsi preventivamente, presso organi giudiziari americani ed inglesi, con contestuale consegna di una immensa mole di documenti e dati interni suscettibili di essere utilizzati a man bassa, più prima che poi, dal concorrente americano. Nelle more si assiste ad una sospetta transumanza di propri consulenti verso rinomati studi legali angloamericani. In pratica una sorta di lenta migrazione oltreatlantico. Si insinua in quegli ambienti per tanto il sospetto che si punti a far diventare Airbus una semplice costola della Boeing o di qualche altro gruppo americano lasciando ai cinesi, quindi, il ruolo di competitori minori nel settore, almeno per un ragionevole periodo di anni.

Un esito che nelle more porterebbe inesorabilmente l’industria aeronautica italiana verso una ulteriore marginalizzazione, vedendo di fatto ridimensionata la sponda americana.

Basterebbe molto meno per regolare seduta stante simil galantuomini; si attende invece la normale scadenza del mandato nel 2019 per puntare ad un avvicendamento.

Non si tratta per altro di una dinamica del tutto imprevedibile ed originale. Cito giusto un esempio significativo del recente passato.

Alla fine degli anni ’50, i canadesi furono vittima di qualcosa di simile. Con il sistema Arrow, un potentissimo motore a reazione incapsulato in un’adeguata struttura avionica e con l’organizzazione di una apposita compagnia aerea, il Canada sarebbe stato in grado di surclassare velocemente le compagnie aeree civili degli altri paesi e di alterare pericolosamente gli equilibri militari dell’epoca. La pronta azione politica della classe dirigente e dello stato profondo americani riuscirono in pochi mesi a far trasferire inopinatamente da quel paese tecnologie, produzioni, capitali e personale qualificato. Quelle tecnologie trovarono di fatto piena e matura applicazione, negli Stati Uniti, solo dalla seconda metà degli anni ’70, guarda caso all’indomani del pantano vietnamita.

Se dal punto di vista della novità tecnologica quell’esperienza fu molto più significativa, dal punto di vista economico, commerciale e dell’autonomia ed egemonia politica lo è di gran lunga maggiore quella attualmente in corso. Tanto più che il Gruppo Airbus ha da tempo iniziato a muovere i primi significativi passi anche nell’ambito della produzione militare.

L’epilogo della vicenda, ormai nemmeno più così lontano, contribuirà significativamente a collocare realisticamente le ambizioni politiche dei due principali paesi dell’Unione Europea e ad inquadrare, nella fattispecie, con maggior obbiettività e crudezza, il personaggio Macron.

Le critiche sulla sua “grandiloquence” (magniloquenza) non proprio corrispondente alle capacità e agli atti concreti prodotti cominciano già ad affiorare sulle bocche di personaggi sempre più autorevoli.

LE AMBIGUITA’ NEFASTE DELLA MERKEL E DEI SUOI EPIGONI

Presa a sé la vicenda Airbus può ancora essere considerata come una anomalia, sia pure grave, in un contesto di rafforzamento del sodalizio franco-tedesco; un sodalizio, quello specifico ricercato e tanto invocato con Angela Merkel, considerato un tassello, di più il pilastro essenziale sul quale fondare la politica estera ed interna francese.

Le recenti elezioni tedesche hanno intanto reso certamente più fragili le spalle ed innescato ormai il declino del personaggio incaricato di tessere le fila europeiste.

L’audacia insospettabile che aveva pervaso il leader tedesco all’indomani della vittoria di Trump è rapidamente rientrata assieme all’assordante silenzio calato nei suoi confronti, anche se le frequentazioni e le affinità elettive con Obama non sono certamente cessate.

Ci sono, tuttavia, altri indizi ed elementi sostanziali, in aggiunta all’affaire Airbus, a far sospettare un rapporto franco-tedesco in realtà molto più problematico e molto meno paritario ed un sodalizio tedesco-americano molto più solido delle apparenze ed altrettanto poco paritario. Eccone alcuni; i prossimi fuochi artificiali ne porteranno alla ribalta altri, ivi compreso il tentativo di recupero di rapporti privilegiati con la Gran Bretagna.

Intanto il clamoroso annuncio dell’acquisto tedesco di un centinaio di aerei militari F35 americani; come si possa conciliare tale scelta, economicamente, politicamente e militarmente così impegnativa con i propositi strombazzati di progettazione di futuri modelli di aereo militare europei pare un compito più di aruspici che di strateghi militari. In realtà, secondo le ultime smentite, la notizia è frutto della pesante pressione dei comandi dell’aeronautica militare tedesca, alquanto significativa, all’acquisto, ma ancora contrastata da parte dei vertici politici del Ministero

La politica di cooperazione europea di difesa (PESCO) viene annunciata come il proposito finalmente operativo di una strategia integrata ed autonoma di difesa militare europea che copra tutti gli ambiti sino ad arrivare alla creazione di un complesso militare-industriale europeo proprio. I diciassette progetti di cooperazione rafforzata coincidono in realtà clamorosamente con la costruzione dei Centri Operativi di Eccellenza (COE) così caldamente raccomandati dal Comando della NATO, più in particolare dai generali e strateghi americani più influenti. Di questi progetti, quattro, in particolare tre dei più importanti, saranno a guida tedesca con grave smacco alle ambizioni francesi: la gestione medica, la mobilità delle forze armate, il Centro Operativo di Risposta Rapida e la formazione il centro di elaborazione strategica. Una scelta strategicamente ancora più rilevante se si considera il peso militare dei due paesi ancora ampiamente favorevole ai francesi e il nesso sempre più evidente tra le esigenze di mobilità, ossessivamente caldeggiate dagli ambienti americani, delle unità militari e i programmi di infrastrutture civili (vie di comunicazione, logistica) sostenuti dall’Unione Europea in particolare lungo i corridoi definiti dalla NATO.

I propositi di cooperazione europea militare rafforzata, consentiti dai trattati europei, stanno spingendo la Germania ad integrarsi, in posizione di comando, con i paesi satelliti della propria area di influenza diretta e notoriamente nel contempo più filoatlantisti, piuttosto che con la Francia.

La stessa vicenda della deroga all’utilizzo in Europa degli erbicidi glifosati, osteggiata da Francia e Italia e avvallata dall’Unione Europea grazie all’inaspettato sostegno tedesco, concomitante tra l’altro con il processo di acquisizione della americana Monsanto da parte del Gruppo Bayer tedesco lascia intravedere la solidità di un  mercimonio che lascia pochissimo spazio alla praticabilità delle ambizioni di Macron.

Una direttrice già percorsa in questo articolo http://italiaeilmondo.com/2017/09/20/deutschland-uber-alles-di-giuseppe-germinario-versione-integrale/

Come si vedrà nella seconda parte dell’articolo, Macron corre seriamente il rischio di cadere in un primo tempo nella fanfaronesca prosopopea in cui era rapidamente scivolato, in un contesto per altro ben più favorevole legato all’interventismo di Obama, Sarkozy ed in un secondo nel grigiore opaco e dimesso di Holland. Per un esteta, quale si dichiara Macron, il rischio di scivolare dalla esaltazione della complessità al groviglio inestricabile della confusione è sempre più reale.

Si vedrà come anche gli altri fronti operativi aperti dal Presidente, in particolare quello della politica interna, della politica estera subsahariana e mediorientale e quello del rapporto con la potenza egemone almeno nell’area occidentale, gli Stati Uniti rischiano di farlo pendere verso questa china.

Sotto questa luce le analogie e le diversità con la situazione italiana assumeranno caratteristiche più nette.

Non è detto che dalla coscia di Giove nascano necessariamente dei invincibili. Lo Jupiteriano Macron servirà da esempio o da monito alle ambizioni dei futuri leader scalpitanti, pronti alla ribalta.

MARE NOSTRUM_UNA CHIOSA A “UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA”_ GIUSEPPE GERMINARIO

Qui sotto il link di un articolo decisamente interessante, apparso sulla rivista Eurasia, riguardante una possibile ricollocazione geopolitica dell’Italia che consentirebbe una maggiore autonomia di azione senza necessariamente rimettere radicalmente in discussione l’attuale sistema di alleanze incentrate sulla Unione Europea e sulla NATO. Il fulcro dell’azione politica, in sostanza, dovrebbe volgersi verso il Mediterraneo e verso l’Africa nel vicinato prossimo e verso l’Asia, la Russia e la Cina in quello lontano. E’ indubbio che, pur all’interno dei pesanti vincoli di subordinazione ed alleanza, ci siano margini di agibilità che la nostra classe dirigente nemmeno sogna di utilizzare. L’esempio positivo della Turchia, per altro, mi pare fuorviante; come pure quello della Polonia, giacché l’Italia gode, a dispetto della presunta perifericità del paese, della stessa attenzione strategica da parte delle potenza dominante. La condizione di frammentarietà e debolezza politica ed istituzionale difficilmente consentirebbe di sostenere  una pressione analoga a quella subita dalla Turchia. E infatti appare propedeutico e decisivo l’orientamento politico strategico della classe dirigente dominante per intraprendere una qualsiasi strada di maggiore autonomia. La vicenda delle sanzioni alla Russia, tra i tanti, assume la veste di un vero e proprio paradigma. Non sono solo uno strumento offensivo contro la Federazione Russa, sono anche uno strumento di compattamento dell’alleanza atlantica; si stanno rivelando, sorprendentemente, nella loro opacità ed arbitrarietà di applicazione un modo particolarmente subdolo di ridefinire i rapporti interni all’alleanza stessa e di danneggiare i paesi diretti dalla classe dirigente più prona. La volontà di una classe dirigente è, però, solo una condizione, sia pure determinante. Il problema è innanzitutto come si forma e costruisce una classe dirigente alternativa, visto che quella attuale non pare offrire nessuna capacità di analisi e possibilità di redenzione. E tuttavia occorre prestare un occhio più attento alla condizione oggettiva del paese. Su questo l’articolo assume, a mio avviso, una postura un po’ troppo ottimistica sia pur nella cautela in esso suggerita rispetto a soluzioni-panacea quali quella dell’uscita dall’euro. Intanto, ancora una volta, l’estensore sembra fondare sulle capacità economiche e sulle potenzialità produttive la possibilità di redenzione dalla condizione di asservimento. Purtroppo numerosi eventi ed episodi attestano ormai quanto queste potenzialità siano piegate e conformate dalle esigenze politiche e rese praticabili da una credibilità e autorevolezza politica della classe dirigente purtroppo in via di esaurimento. Il paese, inoltre, sta erodendo drammaticamente piuttosto che acquisendo le capacità tecnologiche e produttive necessarie a dar corpo a queste politiche. Ma non solo quelle; anche dilapidando le stesse capacità e qualità professionali che non ostante tutto riesce ancora a formare. La classe dirigente sta perdendo progressivamente e consapevolmente il controllo e la capacità di indirizzo dei residui atout disponibili. Non è un caso che gli americani si siano concentrati nell’acquisizione dei settori strategici, anche quelli in apparenza meno significativi come la ceramica; non è un caso che francesi e tedeschi si siano concentrati sulla logistica, sul drenaggio del risparmio e sull’acquisizione di marchi, in particolare di quelli che potessero qualificarli con miglior lustro, sotto mentite spoglie, in Medio Oriente. Due esempi tra tutti, l’Edison e l’Italcementi, concesse anch’esse allegramente rispettivamente in mano francese e tedesca. Una gran parte dell’apparato produttivo, per altro, è costituito da componentistica legata ormai mani e piedi al prodotto finito della grande industria tedesca. La storia dello sviluppo industriale del paese è lì a rammentarci, per altro, che i momenti di maggior espansione e di sviluppo qualitativo dell’economia, in particolare dell’industria, a partire da metà ‘800, si sono ottenuti guardando a nord e ad ovest, il più delle volte obtorto collo. Emblematico ed illuminante a proposito il contenuto dell’acceso dibattito degli anni ’50, propedeutico al “miracolo economico”. La stessa impresa straordinaria di Mattei all’ENI, pur con tutti i margini di audacia ed autonomia che costui si è concesso e per i quali ha pagato drammaticamente dazio, consistevano sì in una apertura verso i paesi mediterranei, africani e mediorientali, che consentisse soprattutto l’approvvigionamento necessario alla compartecipazione, però, del paese al miracolo economico euroccidentale. Non a caso Mattei contrastò l’ostracismo dei settori più retrivi dell’industria italiana, anch’essi favorevoli ad una espansione verso il Mediterraneo, sostenne lo sviluppo dell’industria di base, specie energetica, siderurgica e chimica, antagonista a quelli e si alleò con la nascente industria meccanica, notoriamente direttamente legata ai centri americani. Nell’attuale condizione, uno spostamento del baricentro rischierebbe di asservire ulteriormente il paese al vero dominus dal secondo dopoguerra ad oggi, gli Stati Uniti. La condizione preliminare di una svolta è, diversamente, l’assunzione del controllo delle principali leve di governo e di indirizzo del paese; il patto europeo, negli attuali termini, inibisce questi sforzi secondo modalità ben più complesse della mera introduzione della moneta unica, l’euro e della imposizione delle norme di stabilità finanziaria, sui quali si incentra purtroppo la quasi esclusiva attenzione dei critici. Una rinegoziazione piuttosto che una rottura presupporrebbe l’esistenza di una classe dirigente ancora più determinata e capace e di un contesto ben diverso, quanto meno di una Unione Europea molto più ristretta e gestibile degli attuali ventisette aderenti. Una rideterminazione del “pivot” non può prescindere quindi da un lavorio sagace in grado di favorire il cambiamento degli equilibri politici in Francia e Germania, senza il quale rischiamo di trovarceli come avversari sempre più dichiarati, in una Europa sempre più frammentata e rissosa, ma sempre a supporto della potenza dominante. A maggior ragione le implicazioni sarebbero determinanti se il paese, motu proprio, dovesse allargare il raggio di azione a Cina e Russia. Buona lettura_Giuseppe Germinario

UN PIVOT MEDITERRANEO PER L’ITALIA

Europa, nuovi Stati, nomos del mondo, di Pierluigi Fagan

IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, nuovi Stati, nomos del mondo (1/2).

A cominciare da questo scritto, tratteremo una materia aggrovigliata che comprende l’attualità e la crisi del concetto di Stato, la risposta data con l’Unione europea e l’euro, questi due argomenti in relazione al divenire multipolare del Mondo, quale altra possibile strada si potrebbe percorrere riconoscendo l’esistenza di un problema-Stato ma non riconoscendosi nelle attuali soluzioni date. Lo faremo “con” e “contro” C. Schmitt che ci aiuterà anche a sviluppare -in seguito- una riflessione sulla geofilosofia. Questa è la prima parte di due di un primo approccio al non semplice tema.

Ci sono pensatori politici di due tipi, quelli che rimangono teorici e quelli che bordeggiando contingenze pratiche, finiscono con l’addomesticare la propria teoria alla contingenza. Il “bordeggiamento” citato è in qualche modo fisiologico visto che la destinazione della filosofia politica è la ragion pratica ma un conto è prevederla nel pensiero, altra cosa è piegare il pensiero alle occasioni della partecipazione della contingenza pratica. La linea del pensiero politico -diciamo così- “puro” la possiamo rappresentare con Aristotele, Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Kant, Marx; la linea teorica che ha avuto contatti con la pratica la possiamo rinvenire in Platone, Bodin, Locke, Montesquieu, Hegel, Lenin-Mao. Ognuno di essi fa coppia con il corrispettivo dell’altra linea che gli è a volte coevo, a volte di poco successivo o comunque connesso per ispirazione od opposizione ideologica[1]. La prima linea ha il suo problema detto “problema teoria-prassi”, la seconda linea ha il problema di come la prassi, che essendo storica è sempre contingente, ha piegato la teoria. Carl Schmitt, il cui pensiero ha rilievo sul concetto del politico soprattutto in senso  giuridico, si inserisce in questa seconda linea ed ha in Hans Kelsen il suo corrispettivo inverso. Qui ci occuperemo solo del suo pensiero di politica internazionale per i rilievi critici mossi al modello anglosassone e la riflessione sulla crisi del concetto di Stato a cui diede soluzione con le idee di impero e grande spazio (Grossraum).

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L’idea di Schmitt, in politica internazionale,  era quella di collocare un termine medio tra lo Stato la cui logica e potenza vedeva in via di superamento già dai primi del Novecento e la posizione universalista-liberale basata su mercato e diritti individuali che sfociava nell’utopico (ma invero distopico) “One World”. Questo termine medio che egli basava sulla coppia “impero-grande spazio”, rivela concretamente  l’ intreccio di teoria ed opportunità pratica e contingente di cui dicevamo. Il concetto di impero, supererebbe lo Stato ma cosa sia l’impero per Schmitt non è facile da definire. Si tratterebbe specificatamente del Reich tedesco -o meglio- dei “tedeschi”, un soggetto politico-giuridico basato su una entità-identità etnica o come lui dice “nazional-popolare”. Per lo Schmitt nazional-socialista, sarebbe la nazione a determinare lo Stato e non viceversa. Schmitt non solo è un giurista ma è anche tedesco e conseguentemente, di solito, lucido e preciso nelle definizioni, come possa ritenere di fondare un diritto internazionale spostando il concetto della varietà a base del sistema da Stato a nazione in quanto popolo, non è però del tutto chiaro. Più chiaro diventa se ambientiamo la sua trattazione del 29 Marzo 1939 “L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale. Con divieto di intervento per potenze straniere[2], all’attualità dell’istituzione del Protettorato di Boemia e Moravia  che datava -guarda il caso-, due settimane prima, il  15 Marzo 1939 e la precedente annessione dell’Austria. Il blitzkrieg della Campagna di Polonia invece, sarà del settembre dello stesso anno, previo patto di spartizione Molotov-Ribbentrop di Agosto.

Lo scritto quindi cercava di dare forma e dignità giuridica all’idea  della diade impero-grande spazio, per porla come principio di un nuovo diritto internazionale che modificava la struttura di quello dominante, quale i francesi e gli anglosassoni avevano ratificato ed imposto a Versailles nel 1919. L ‘impero dei tedeschi, la terza versione del  Deutsches Reich, doveva diventare il baricentro di un nuovo grande spazio,  stante che non tutti i popoli erano in grado di svolgere questa funzione ordinatrice, funzione che ora -diceva lui- con la guida del Fuhrer, i tedeschi erano in grado di svolgere riscattando una secolare debolezza politica che aveva fatto dell’Europa centro-orientale, un ventre molle, pulviscolare e disaggregato la cui funzione era stata quella di tenere in equilibrio il gioco della grandi potenze europee (Francia, Inghilterra, Russia). S’era imposta quindi una unificazione dei tedeschi che diventavano il popolo a base del concetto di impero che superava quello di Stato, che a loro volta imponevano la propria versione tedesca dell’americana dottrina Monroe rivista nel concetto di grande spazio, prefigurando un nuovo ordine internazionale di equilibrio e bilanciamento di potenza mondiale, basato appunto sulla logica degli imperi-grandi spazi, essenzialmente multipolare. Questa nuova unità metodologica, che riscriveva i parametri del diritto internazionale, “s’imponeva” nel senso che era frutto del decisionismo tedesco, stante che il “decisionismo” era la tipologia del diritto che Schmitt aveva già teoricamente perorato in opposizione al normativismo positivista di Kelsen,  mentre il grande spazio, era l’area amica del nuovo impero da interdire ai nemici secondo la partizione amico-nemico che Schmitt dava come definizione stessa del “politico”. Nel suo contingente, l’impero-grande spazio dei tedeschi, era la resistenza alla doppia -minacciosa- pressione dei due universalismi, quello a guida anglosassone del mercato con diritti individuali ad ovest e quello sovietico del comunismo dei diritti sociali ad est. Per Schmitt, parafrasando la Thatcher, non c’erano né individui, né classi ma solo il popolo etnicamente omogeneo che si fa Stato. In seguito sarà il caso di tornare su questa tripartizione dell’unità metodologica che divide liberali, comunisti e nazionalisti ovvero se c’è davvero un primato dell’individuo, delle classi o del popolo-nazione e soprattutto se ciò che si sceglie come primato, escluda gli altri due concetti o li metta in gerarchia, stante che -a prima vista- le tre unità sembrano tutte legittime in quanto esistenti e non si capisce bene quali sono le ragioni per sceglierne una sola che tende ad escludere le altre due. Nel grande spazio, un’area circondante l’impero a cui veniva impedito l’accesso militare dall’esterno, rimaneva l’apertura al commercio mondiale ed alla pacifica interrelazione inter-nazionale. Il concetto di impero, si doveva fondare sulla omogeneità interna, ovvero sull’esistenza di una comune sostanza spirituale, culturale, storica, delle tradizioni e dei modi di vita di un dato “popolo”[3]. Gli Stati dei grandi spazi invece, ancorché tutelati dalle minacce esterne dal loro baricentro imperiale, dovevano rimanere politicamente, giuridicamente ed economicamente indipendenti e per tutti i versi, autonomi.

Distillando l’idea dalla contingenza, il puro dal pratico, Schmitt vedeva un mondo in cui il piccolo-medio Stato europeo non era più idoneo al nuovo ambiente politico mondiale, già da tempo.  Con la prima guerra mondiale era terminata la lunga modernità a baricentro europeo, e quindi era terminata la logica di quell’equilibrio concertato nel quale le potenze europee, con l’accaparramento coloniale,  avevano tutte trasferito il conato espansivo fuori del sub-continente. Avevano colonie nell’oltremare: Portogallo, Spagna, Inghilterra, Francia ed Olanda mentre gli Asburgo si erano espansi a danno degli ottomani ed i russi verso Asia Orientale e Centrale e la Siberia. Il Reich che rappresentava la rinascita e l’affermazione dei tedeschi e occupava ora quel territorio centrale prima camera di compensazione dei conati espansivi degli altri, non aveva possibilità di trasferire il proprio conato espansivo fuori d’Europa. Impedito per condizione geografica terranea (al pari dell’Austria-Ungheria e della Russia) e non -anche o solo- marina, ma anche perché era arrivato tardi alla spartizione essendo ormai gli appezzamenti coloniali saturati dagli altri. In più, alla prima fase moderna monopolizzata dagli europei ora subentrava la fase mondiale in cui oltre agli europei si presentavano alla contesa mondiale anche gli Stati Uniti ed il Giappone, nonché i russi in versione sovietica, ognuno a suo modo impero con i suoi conati di espansione ed egemonia su un loro grande spazio. Più tardi e già nel 1952, (L’Unità del mondo), intuisce che l’allora dualità americo-sovietica si sarebbe risolta in un nuovo mondo multipolare di cui però vede tracce già prima della seconda guerra mondiale. Oltreché per vocazione teutonica quindi, l’idea di impero in quanto Stato più grande, s’imponeva per ragioni storiche e di differente struttura della competizione che da europea, si era fatta mondiale.

La successiva spartizione polacca del ’39, rientrava ancora nei diritti di “riappropriazione dei tedeschi” che facendosi popolo unito e concedendo pari diritto di grande spazio in regime di reciprocità ai russo-sovietici, provavano ad imporre nei fatti la nuova logica del nuovo diritto internazionale. L’inizio della seconda guerra mondiale, ovvero la reazione anglo-francese proprio in occasione della spartizione della Polonia, altresì precedentemente silenti su Austria e Boemia-Moravia, si potrebbe quindi leggere come l’inammissibilità di questo nuovo diritto da parte dei detentori dello standard.  In ogni epoca l’idea dominante è quella delle potenze dominanti e chi muove guerra lo fa sul piano della potenza quanto su quello delle idee fondate su un qualche principio di legittimità. Schmitt, come molti teorici tedeschi con visione geopolitica, non era in favore della successiva esplosione imperialista nazista, a cominciare dalla disgraziata campagna di Russia. Il suo impero era uno Stato grande ed omogeneo etnicamente, una volta raggiunta la sua “naturale” espansione includente tutti i “tedeschi”, doveva rimanere in sé, pacifico a meno di non essere attaccato nel suo “grande spazio” di cui -per altro- Schmitt non dettagliò mai con precisione i confini. Tale potenza imperiale ma non imperialista, avrebbe esercitato la sua tutorship sul suo grande spazio non diversamente da quanto era nella logica iniziale (1823) della americana dottrina Monroe.

Schmitt si richiama positivamente e più volte nei suoi scritti del tempo alla dottrina Monroe, sia perché concettualmente concorde, sia per fondare il suo impianto su un atto di decisionismo già posto dal “nemico”, riconoscendo la logica del nemico si sarebbe potuto convenire un nuovo diritto internazionale comune. Ma la dottrina Monroe era intesa nella sua “logica iniziale” difensiva e non offensiva come poi gli americani più volte la reinterpretarono allargando tra l’altro l’area del loro unilaterale diritto prima all’intero emisfero occidentale (Americhe più i due oceani antistanti), poi oltre avendo in obiettivo l’egemonia sull’intero mondo. Secondo Schmitt, gli americani ereditavano la logica base del loro ordinatore di mercato dagli inglesi e tendevano per forza di questo a diventare una talassocrazia commerciale senza limiti e confini perché -in effetti- è nella logica stessa del “mercato” non avere limiti e confini, così come adottare l’ordinatore del mercato è proprio di tutti coloro che sono fisicamente isole e non risentono della logica del nomos della terra. Nei fatti però, né gli americani, né i sovietici, né Hitler seguivano la logica pura del diritto che seguiva Schmitt. La sua cattedrale giuridica fondata sul sistema impero-grande spazio, avrebbe -nei suoi auspici-, rappresentato il nuovo ordine mondiale in un sostanziale equilibrio di potenza multipolare nel quale le potenze imperiali rimanevano in dialogo economico, politico, giuridico, astenendosi dalla guerra nel riconoscimento del diritto reciproco tra nemici, pacifici quindi non per astratto “pacifismo” ma per reciprocità nello stato d’equilibrio. Ma la contesa delle posizioni in questo primo accenno di situazione multipolare, non era ancora pronta per la via giuridica, come sembra non lo sia ancora oggi. La divergenza tra pensatore e realtà nasce sempre dal fatto che il pensatore, vincolato al suo sguardo specialistico, non pensa assieme tutte le variabili del sistema e del suo contesto, la sua teoria può spesso essere in anticipo sulla realtà (non è sempre l’hegeliana “nottola di Minerva”), in più, la realtà è sempre sovradimensionata in complessità rispetto alla teoria che ne è immancabilmente una “riduzione”.

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Questa parte pura del ragionamento di Schmitt ha -oggi- innegabili ed inquietanti aspetti forti di attualità. La sua percezione sulla crisi e superamento dello Stato (europeo) di allora, e ci riferiamo addirittura a gli anni ’20,  sembra del tutto esente da considerazioni demografiche, economiche, culturali e religiose, è una percezione del tutto polarizzata da fatti politici, giuridici e militari. Ma se era a suo tempo attuale (e condivisa da coevi scritti francesi ed inglesi) questa sensazione di inadeguatezza dello Stato europeo, oggi che sommiamo a gli aspetti politici, giuridici e militari tra l’altro viepiù vincolanti e limitanti, quelli economici e finanziari ma anche culturali della globalizzazione, nonché l’esuberanza del mondo islamico e le asimmetriche demografie, nonché i problemi planetari quali quelli ambientali, tale attualità  è da rilevarsi addirittura in misura maggiore. Colpisce però questa sicurezza nella diagnosi di insostenibilità del formato di Stato europeo proveniente da lunghe durate precedenti, nella letteratura di un secolo fa, colpisce il fatto che forse -oggi- monopolizzati da immagini di mondo economiciste, noi si faccia diagnosi superficiali di problemi che affondano radici nella lunga durata ed in fenomenologie più complesse.

Se il Deutsche Reich, il grande Stato dei tedeschi in forma di impero, lo soddisfaceva come potenza europea continentale di prima grandezza, è per noi altresì evidente, nella nostra attualità, che la Germania riunificata è fuori standard rispetto al livello dell’Italia, della Francia e per quanto non prettamente “europea” anche della Gran Bretagna, oggi -rispetto ad allora- ben più ridimensionata. Altresì, sebbene interpretato per via economica-monetaria oltreché giuridica con l’Unione europea e l’euro, dobbiamo rilevare attuale anche l’idea del grande spazio di cui lo Stato potente si circonda ma gli stati non tedeschi di questo grande spazio, invece che avere piena sovranità com’era nella teoria, in pratica, oggi sono tutti politicamente, economicamente-monetariamente e giuridicamente subordinati alla potenza tedesca. Schmitt non dettagliò mai la composizione del suo grande spazio ma a noi -oggi-, l’idea di fare da grande spazio ai tedeschi, non credo quadri.

In più, invece che essere i tedeschi militarmente potenti e tutor della difesa europea, siamo tutti noi e tedeschi inclusi, grande spazio degli Stati Uniti d’America. Non più solo come nella guerra fredda in via difensiva (Art. 5 della NATO) ma complici e partecipi di un sostanziale allargamento del grande spazio americano che offende il grande spazio russo (Ucraina, Georgia-Caucaso, Balcani, Baltico). Questa condizione subalterna, aggiunge a noi la privazione della sovranità nella politica estera, privazione che si somma a quelle inflitte dal dominio dell’”impero” di Berlino sul piano monetario-economico-giuridico. Poiché dire “impero” di Berlino è concedersi una semplificazione polemica che non spiega di come si sia venuta a creare questo dominio che di solito spieghiamo con la cooperativa degli interessi cosmopolitici delle élite neoliberali europee e non, occorre specificare che senza Parigi, Berlino non sarebbe stata in grado di imporre la sua visione dell’UE e neanche l’euro in quanto tale. Quando diciamo che l’UE e l’euro si basano sull’asse Parigi-Berlino descriviamo un fatto ma non ne ricaviamo una teoria. Sarebbe invece interessante sviluppare la teoria che oltre ai criteri economici e monetari delle élite dominanti potenziate dall’ideologia neo-liberista e del ruolo tutelare svolto da Washington, osservi anche quelli geopolitici che legano tra loro i due soggetti ingombranti. Europa, euro, globalizzazione, ancorché sistemi che hanno fini a promotori economici, sono pur sempre figli di una deliberazione giuridica, deliberazione che in qualche modo deve pur sempre far capo ad uno o più Stati.

Se ci si immerge nella mentalità dell’altro, dei francesi e dei tedeschi, nel loro “inconscio storico” segnato da Napoleone che esonda in Germania, la Crisi del Reno, il conflitto franco – prussiano del 1871 che portò i tedeschi a Parigi a terminare la Comune, la prima guerra mondiale e la lunga contrapposizione nell’orrore delle  trincee, a cui fa seguito Versailles con l’annessione francese dell’Alsazia-Lorena, l’umiliazione della Renania e l’occupazione della Ruhr, a cui fa seguito il disordine di Weimar e la reazione orgogliosa dei tedeschi versione nazisti che poi sfocia nella seconda guerra mondiale in un altro mattatoio e nuova occupazione di Parigi, non si può non considerare il fatto che tedeschi e francesi abbiano avuto -ed abbiano- forte il senso della problematicità del loro vicinato[4].

Ed è la cronologia dei fatti storici del dopoguerra a dirci che tra le tre diverse forme europee post-belliche di comunità (del carbone e dell’acciaio, atomica, economica) tutte degli anni’50 e la successiva fusione unificante del ’67, si colloca quel trattato dell’Eliseo tra De Gaulle ed Adenauer (1963) che, trasformando la storica inimicizia in promessa di amicizia, sancisce la diade politica direttiva egemone sull’intero processo unionista, diade tutt’oggi agente e proprio oggi richiamata in campo dal nuovo progetto Macron-Merkel.  Ed è la storia del processo di istituzione dell’euro a dirci quale fu il ruolo dell’intesa tedesco-francese, intesa basata sul diritto tedesco di imporre i suoi parametri a tutti meno che alla Francia la quale ha goduto in questi anni di molte esenzioni nel mentre occupava ruoli direttivi non sempre proporzionati alla sua effettiva potenza e reale brillantezza economica[5]. L’UE e l’euro hanno ovviamente molte cause e ragioni ma in buona sostanza, potrebbero ben definirsi il trattato di pace franco-tedesco il cui prezzo viene pagato da tutta l’Europa. Ogni volta che ci ricordano che queste istituzioni, “evitano la guerra”, è a questa problematica convivenza franco-tedesca, a questo antico motore della guerra sub-continentale  che si allude. Non si può spiegare quindi l’”impero” di Berlino se non considerando il ruolo di garante e legittimante offertogli da Parigi, “poliziotto buono” della coppia[6] in cambio del ruolo di co-leadership, con loro comune beneficio finale di aver scaricato le tensioni reciproche sul resto d’Europa, rimescolando in un minestrone mal digerito, il “sogno di una cosa” dei francesi Abate di Saint-Pierre e Rousseau da una parte e del tedesco Kant dall’altra. Ed anche il repertorio mitico, visto che non c’è una Costituzione politica europea effettiva, ha riesumato quel Carlo Magno che in quanto franco è l’unico antenato comune tanto dei francese che dei tedeschi.

Il sistema EU-euro, sembrerebbe quindi pensabile come una risposta alle contraddizioni interne del sub continente travagliato dalla conflittuale convivenza dei due pesi massimi, che scarica i costi di mediazione su tutti gli altri e concede ai due diarchi pace, potenza relativa e vari tipi di egemonia, per affrontare l’impegnativo gioco multipolare. La Francia, nella modernità, avrebbe preso il ruolo che nel Medioevo aveva il papa, quello di legittimante. Forse nelle nostre critiche all’europeismo, ci concentriamo troppo su Berlino ed osserviamo tropo poco Parigi, forse guardiamo troppo i fatti economici e troppo poco quelli geopolitici, le classi e non le nazioni, i mercati e non gli Stati.

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[1] Mentre Platone, nell’Accademia, formava veri e propri consulenti di governo che ebbero poi altrettante esperienze pratiche e lui stesso con Dionigi di Siracusa (e come cambia il pensiero politico attribuito a Platone tra Repubblica, Politico e Leggi, forse proprio in ragione di quelle esperienze), Aristotele nel Liceo, colleziona costituzioni e per ragioni politiche dovette addirittura scappare da Atene. Mentre Machiavelli perde la sua posizione di Segretario e scrive appassionato tutto quello che avrebbe detto al suo Principe se solo gliene fosse data l’occasione, Bodin fa  da Consigliere a Enrico III, è egli stesso parlamentare. Mentre Hobbes scrive il Leviatano stando in Francia ed osservando da lontano la Guerra civile di Cromwell, Locke è segretario del Lord cancelliere Shasftsbury e con i Due trattati sul governo, deve giustificare ex post la Gloriosa rivoluzione. Il nobile di toga Montesquieu è senz’altro più inserito del Rousseau che vaga per l’Europa ospitato da amici, coltivando sempre più un senso paranoide di solitudine. Mentre Hegel elabora la dottrina dello Stato etico prussiano ricavandone la cattedra di Berlino, Kant si auto imbavaglia per non polemizzare oltre il dovuto con Federico Guglielmo II. Così mentre Marx teorizza la fine dello Stato e la sua definitiva estinzione, Lenin ci pensa su e scrive Stato e rivoluzione e Mao fa la rivoluzione con la Lunga marcia che in realtà era una lotta di liberazione nazionale dall’invasione Giapponese, una riappropriazione dello Stato cinese (da sempre un impero) che ancora oggi non ci pensa minimamente di estinguersi.

[2] Lo scritto è contenuto in: C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, Adelphi, 2015. Questo volume è ricco di molti altri spunti nei suoi altri dodici saggi che lo compongono. Per evitare note ipertrofiche, abbiamo omesso i successivi, precisi, riferimenti.

[3] E. Hobsbawm, notò -a ragione- che l’idea dei popoli (diritto all’autodeterminazione) come unità base del politico, venne introdotta nel diritto internazionale da W. Wilson nel Trattato di Versailles. E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780, Einaudi, 1991. Peraltro, prima di lui, lo aveva notato anche lo stesso Schmitt sempre a caccia di principi di legittimità presi dal “nemico”.

[4] I fatti brevemente ricordati che in sede storica sono addirittura categorizzati nell’espressione “ostilità franco – tedesca” o “inimicizia franco – tedesca ereditaria”, vennero declinati in quella franco – prussiana, franco – asburgica, in quella, continua, del Rinascimento e del Medioevo -indietro- fino alla spartizione ereditaria dell’unità carolingia dalla quale partono anche le prime formazioni delle rispettive lingue nazionali.

[5] Di contro, si noti l’asimmetria militare per la quale la Francia, pur scivolando nel tempo a rango di media potenza per ragioni internazionali, ha a lungo mantenuto una sua autonomia militare, inclusa l’atomica ed il seggio di rappresentanza nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, mentre la Germania è rimasta praticamente disarmata. Chi ha l’arma non ha la moneta, chi ha la moneta non ha l’arma.

[6] Si torni alla crisi greca del Luglio 2015 e si ricordi il ruolo mediatore giocato da Hollande o la sorridente umanità dei burocrati francesi di Bruxelles che sembra tanto preferibile -nella forma- rispetto ai prestanome tedeschi (in genere olandesi e finlandesi), quando non differisce da questi -nella sostanza- di una virgola.

UN MONDO SENZA EUROPA, intervista a Marcello Foa (tratta da ticinolive.ch)

Marcello Foa:”L’Europa non ha più una Politica Internazionale”|Panoramica sulla Politica Mondiale

NOTA DEL REDATTORE_ Marcello Foa è un giornalista-intellettuale, esperto di mass-media e tecniche di comunicazione (da segnalare il suo libro “”Gli stregoni della notizia_ed GUERINI E ASSOCIATI), figura riconosciuta di quel mondo liberale ormai sempre più attratto dalle chiavi interpretative del realismo politico. Chiavi utilizzate da più punti di vista i quali a volte partono “dal basso” dei fondamenti popolari, democratici, meglio del cittadino, a volte “dall’alto” dell’azione delle élites. E’ il terreno d’incontro, quello dell’azione dei  centri strategici, sul quale le varie culture politiche che hanno conformato l’azione politica nel ‘800 e nel ‘900 ma che sono attualmente in crisi profonda, possono individuare nuovi fondamenti sui quali poggiare l’azione politica. Qui sotto l’interessante intervista_Germinario Giuseppe http://www.ticinolive.ch/2017/11/02/marcello-foaleuropa-non-piu-politica-internazionalepanoramica-sulla-politica-mondiale/
Marcello Foa, in un’intensa intervista, densa di contenuti, racconta a Ticinolive la sua visione in merito ai leader mondiali d’Europa, America, Russia Turchia e Medio Oriente

Marcello Foa, scrittore e giornalista

Europa. Macron il candidato europeista getta la precedente maschera del cambiamento. Cosa ne pensa?
«Bisogna innanzitutto capire chi sia davvero Macron: già il fatto che stia calando nei sondaggi è emblematico. Ha conquistato l’Eliseo sulla base di promesse che, una volta eletto, ha smentito quasi subito.  Come avevano intuito solo pochi osservatori, la sua elezione è in realtà frutto di un’operazione di Marketing politico. Jacques Attali, il guru della politica francese aveva profetizzato, un anno prima del voto, che a vincere le elezioni sarebbe stato uno sconosciuto, capace di cavalcare l’onda della voglia di cambiamento del popolo. In un’intervista televisiva Attali aveva ipotizzato proprio i nomi di Macron e di Le Maire. (quest’ultimo è comunque diventato ministro dell’economia). Tutto ciò dimostra come dietro l’elezione di Macron vi fosse un disegno ben definito. Macron non è l’interprete di un vero cambiamento, è piuttosto il rappresentante dell’establishment e ora getta la maschera; è in continuità con Hollande. Il suo disegno è di rafforzare l’Europa e scongiurare possibili uscite dall’UE.»
Si dice che Macron abbia vinto anche per questo, ovvero per il timore di uscire dall’UE nel caso di vittoria dell’avversaria Le Pen
«Tematiche vecchie. Personalmente ritengo che per qualunque popolo sia legittimo voler uscire dall’Unione Europea e difendere la propria sovranità. Anche in Germania, ad esempio, nonostante il successo di Angela Merkel, ci sono segnali di disaffezione. Con l’elezione di Macron l’obiettivo di prolungare la stabilità dell’Unione dopo lo choc della Brexit è stato raggiunto, ma di sicuro l’Unione Europea continuerà a non dormire sonni tranquilli, come dimostrano i recenti risultati in Austria e nella Repubblica Ceka.»
Angela Merkel viene rieletta con uno scarso successo. Cosa ne pensa? Ritiene che la spinta di AfD avrà ripercussioni sull’Europa oppure sia irrilevante?
«La Merkel, nonostante la sua straordinaria passata lungimiranza politica, è uscita decisamente ridimensionata dalle ultime elezioni e la coalizione Jamaica stenta a decollare. È una Merkel meno forte di prima che deve contare ora su due alleati, anziché su uno solo. Il successo di AfD si basa soprattutto su due fattori: anzitutto i cosiddetti Mini Jobs, pagati pochissimo (4-500 euro mensili), che danno lavoro a oltre 7 milioni di tedeschi; in secondo luogo l’immigrazione incontrollata, permessa per un certo periodo di tempo, ha provocato reazioni di rigetto molto forti. Inoltre l’ex Germania dell’Est non è risorta come ci si poteva aspettare. Tutto ciò per dire come la Germania, benché sia il primo Paese europeo, debba affrontare problemi interni che la Merkel non ha risolto e davanti ai quali non può continuare a chiudere gli occhi. Inoltre, sino a quando i paesi d’Europa accetteranno l’egemonia della Germania? La Francia di Macron ha bisogno di Berlino per spingere la propria agenda europeista, però i liberali tedeschi, probabili alleati della Cdu, sono molto più freddi al riguardo. molto meno convinti di riporre la loro fiducia nella Cancelliera. E sino a che punto la Merkel stessa potrà permettersi di sostenere l’agenda di Macron?»
L’Europa chiude gli occhi di fronte ai problemi, anche alla Questione Catalana…
«L’UE si è schierata con Rajoy, poiché altrimenti, se avesse sostenuto la causa catalana avrebbe rischiato di incoraggiare altri movimenti indipendentisti aspiranti alla secessione in altre regioni europee. E’ interessante notare come i Catalani non siano antieuropeisti, ma, al contrario, abbiano sempre progettato una secessione restando un paese all’interno dell’UE stessa. Ma questo non è bastato a convincere Bruxelles che ora teme qualunque forma di instabilità.»
Trova un parallelismo con la Lega Nord degli anni ’90 di Bossi, la cui Secessione prevedeva una Padania nell’orbita europea e non al di fuori di essa?
«Anche se Bossi non aveva il consenso che ha tutt’ora Puigdemont, il paragone è plausibile. Tuttavia non riguarda la Lega di oggi che non mette più questi temi al centro del proprio progetto politico.»
Proprio in merito a Puigdemont, un leader politico in esilio, cosa pensa?
«La Catalogna è un paradigma: è giusto concedere l’indipendenza a un popolo che la reclama? In Kosovo la risposta occidentale fu sì, in Catalogna è no… D’altra parte la questione, una volta portata all’estremo, non doveva essere abbandonata: Puigdemont, fuggendo in Belgio, ha dimostrato che non era pronto a condurre gli eventi, né a gestire una sfida così grande. La Catalogna è una lezione per tutti coloro che sognano grandi cambiamenti, come l’abbandono dell’euro: si può fare ma con un livello di preparazione altissimo e un leader davvero all’altezza. Puigdemont chiaramente non lo era e non lo è.»
America. Trump è stato eletto contro la maggior parte dei pronostici. Come vede la sua figura?
«Trump ha interpretato con successo il disagio dell’America profonda; raccogliendo consensi anche tra l’elettorato che aveva creduto alle promesse di cambiamento di Obama. La furibonda opposizione a Trump nasce dal fatto che egli non appartiene all’establishment, a cui invece aderiscono i leader democratici e repubblicani. Ma l’establishment non poteva permettersi di perdere la Casa Bianca, da qui la reazione. Trump si è fatto “normalizzare”, soprattutto sul piano della politica internazionale: per esempio aveva promesso una politica molto meno interventista in Medio Oriente e invece ha continuato sulla stessa linea in Siria; chiaramente non ci sarà la distensione con la Russia e, ancora, in politica economica non ha ancora limitato le politiche globaliste a favore di programmi di tutela nazionale. Trump continua ed essere imprevedibile solo sul fronte mediatico, ma nella sostanza ha fatto molti passi indietro; eppure, nonostante ciò, l’establishment non lo accetta, e cerca di estrometterlo con ogni pretesto.»
Russia. Cosa pensa riguardo ai rapporti tra Russia, Europa e Stati Uniti?
«L’Europa avrebbe tutto l’interesse ad avere rapporti distesi con Putin, ma si è accodata all’America accettando di sanzionare Mosca. L’Europa di oggi non ha più una politica internazionale, come dimostra l’emblematico caso in cui Biden, ex vice di Obama, preso da slancio durante una sua conferenza in un’università, ammise: “Abbiamo costretto i nostri amici europei a imporre le sanzioni alla Russia”. Le logiche sono esclusivamente americane, per gli europei di dubbio beneficio. A mio giudizio mirano a un cambio di regime a Mosca, con un leader amico al posto di Putin, il quale però è molto scaltro e ancora oggi molto popolare.»
Putin, a differenza dei leader sovracitati è al potere da quasi vent’anni. Come giudica il suo operato?
«Continuerà ancora per molto a stare al potere, e a governare abilmente il suo Paese. Personalmente conosco la realtà della Russia, Paese che ho seguito da inviato speciale dagli anni ’90 sino al 2008. In questo lasso di tempo la Russia è cresciuta, anche nelle classi sociali più basse la povertà è diminuita. La popolarità di Putin è autentica e le logiche russe sono, all’Occidente, sconosciute. Il successo economico è attribuibile al petrolio e Putin negli anni di prosperità ha commesso un errore: quello di non aver spinto la conversione e la diversificazione dell’economia russa; lo sta facendo ora, dopo le sanzioni ma, se lo avesse fatto prima, oggi la Russia sarebbe più forte. Per quanto riguarda la politica estera, la sua capacità di prendere in contropiede gli Usa, ad esempio in Siria, è stata notevole, grazie anche all’intelligenza dei suoi collaboratori.»
Oriente. Proprio riguardo la suddetta Siria, cosa pensa del paese e del suo governatore, Assad?
«La guerra in Siria si combatte ormai da alcuni anni, la cosiddetta Rivoluzione Colorata altro non è stata che una maschera di una rivoluzione in realtà violenta. La novità è che non si è conclusa con la caduta del regime come invece era accaduto per la Tunisia, l’Egitto e, in modo assai violento, in Libia, nel 2011. Certamente la Siria non tornerà il Paese di prima e il prezzo pagato in termini umanitari sarà davvero spaventoso.»
Turchia. Come giudica Erdogan, tra la maschera di una politica moderata e la contemporanea missione di islamizzazione?
«Sono sempre stato molto scettico su Erdogan. Già dieci anni fa, in controtendenza rispetto all’opinione di allora, scrivevo che l’allora premier fosse tutt’altro che un moderato, e che perseguisse un’agenda nascosta di matrice fondamentalista. Erdogan è un integralista, e si considera l’erede non di Ataturk ma del Califfato ottomano. Ciò ha delle implicazioni molto forti, perché sposta gli interessi strategici turchi verso i Paesi del Golfo. La questione della Turchia dovrebbe esser presa seriamente in considerazione da parte dell’Occidente, tenendo anche conto che è un paese membro della NATO. L’Occidente si dovrebbe porre delle domande chiedendosi, ad esempio, se sia giusto chiudere gli occhi di fronte agli arresti dei giornalisti e alle innumerevoli volte in cui in Turchia sono stati calpestati i diritti umani. Come dire: possiamo davvero fidarci della Turchia di Erdogan?»

Intervista di Chantal Fantuzzi

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (versione integrale)

trump-merkelI DUE PROTAGONISTI

Di Donald Trump temo che continueremo ancora per mesi se non anni a sorbirci soprattutto i resoconti dettagliati dei suoi difetti o sedicenti tali; dalla maldestra improvvisazione alla ruvidità di modi, dall’affettata eleganza alla volubilità di giudizi, alla rozza ignoranza. Con il nobile intento di salvaguardare l’umanità da questo flagello, i campioni dell’informazione democratica, in particolare il NYT (New York Times) e il WP (Washington Post), dimentichi delle restanti cose del mondo, stanno da tempo concentrando la totalità degli sforzi in questa missione piegando ad essa fatti, realtà e soprattutto deontologia professionale. Con la stessa dedizione, ma con evidente minore fatica, gli innumerevoli corifei dell’informazione europea, pervasi da certezze assolute, non fanno altro che spandere a cuor leggero veline e veleni propinati dai capostipiti. Eppure almeno una caratteristica del Presidente Americano dovrebbe accomunare il giudizio dei pochi fautori e dei tanti detrattori del suo prominente impegno: la capacità di scatenare l’aperto spirito bellicoso anche nelle personalità più prudenti e discrete; tra queste, senza dubbio il Cancelliere tedesco.

Di Angela Merkel, nella vicenda delle intercettazioni americane delle sue conversazioni telefoniche, abbiamo apprezzato la capacità di accettare dal versante amico le peggiori intrusioni e umiliazioni senza alcun pregiudizio dei rapporti, in particolare quelli con Obama e senza apparenti sussulti di orgoglio; nella vicenda del milione di profughi siriani, invece il suo spirito di accoglienza talmente ecumenico da equivocare sulle profferte amorose del branco senza autorizzazione delle interessate, salvo cercare di rifilare con discrezione gran parte degli ospiti ai paesi vicini una volta constatata la loro difficoltà di inserimento e la loro preparazione professionale evidentemente non all’altezza delle aspettative; nella vicenda delle contraffazioni dei dati di emissione degli scarichi delle auto tedesche, abbiamo apprezzato la difesa pur tardiva dello spirito puritano a scapito forse dell’immagine di efficienza del sistema industriale e dei sistemi di controllo tedeschi. Il meglio della sua valenza di amministratrice, almeno sino a pochi mesi fa, è emerso nella vicenda del collasso della Grecia quando con mirabile quadratura è riuscita a conciliare l’aura puritana del rigore contabile con il trasferimento sui bilanci pubblici degli stati europei di gran parte delle esposizioni bancarie tedesche verso quel paese, con il consolidamento dei profitti finanziari delle stesse sul debito restante, con l’acquisizione di buona parte della rete logistica greca e, ciliegina sulla torta, con la vendita a caro prezzo all’esercito ellenico di residuati bellici presenti nei depositi della Bundeswehr. Si sa che le trattative politiche riservano come corollario quasi sempre il lato oscuro della meschinità. Nella graduatoria degli inperturbabili la statista tedesca non detiene certo l’esclusiva, di sicuro è in posizione di ascesa. Tra gli innumerevoli esempi, gli allora Generale Wesley Clark e Segretaria di Stato Madeleine Albright si concessero come bottino della missione umanitaria in Jugoslavja una partecipazione azionaria delle società minerarie del Kosovo; la stessa pletora di funzionari, accademici ed economisti americani e tedeschi accorsi al capezzale della moritura URSS e della nascitura Russia di Boris Eltsin ottenne di scambiare le proprie disinteressate consulenze con una partecipazione attiva al saccheggio di quel paese; per non parlare delle cointeressenze in Ucraina. Anghela, come un re Mida dei nobili principi, è riuscita a trasformare anche la meschinità in rigore risanatorio, sempre però con un profilo dimesso e discreto; da pudico comportamento collaterale a qualità volta al bene pubblico.

UN CONFRONTO PREMATURO

Durante il G7/G20 avviene inopinatamente la sua metamorfosi e la consacrazione da Maria Maddalena del cenacolo europeo ad angelo giustiziere dell’attentatore all’ordine mondiale.

Sono bastati pochi mesi dal gelido saluto al non ancora insediato Presidente Americano, alla imbarazzata visita a Washington per finire con la contrapposizione al G7 per passare da una immagine di capo di governo in verità un po’ dimesso, tutt’al più abile ad agire nell’ombra, a quella di statista orgoglioso in grado di contrapporsi apertamente al neopresidente e, aspetto ben più rilevante, di trasformare la Germania da paese in grado di approfittare in maniera surrettizia delle opportunità della globalizzazione a nazione paladina di questa virtù o in alternativa, secondo le interpretazioni, in grado di contrapporsi, assieme alla Cina, alla prepotenza e all’unilateralismo americano.

Da allora è tutto un fiorire di letteratura e di tesi sul destino manifesto di un paese, inesorabilmente portato a scontrarsi con la nazione egemone; quello che divide i sostenitori riguarda il probabile esito finale dello scontro, ma confronto comunque dovrà essere.

La redazione di Limes, autrice di una per altro pregevole monografia sull’argomento, è la portabandiera più autorevole di questa tesi.

Sono sufficienti pochi atti politici pubblici, concentrati in poche settimane, in aggiunta magari al proposito proclamato di costruzione di un sistema diplomatico e di difesa europei autonomo dagli USA, per promuovere l’attendibilità di una svolta politica così straordinaria?

Già la dinamica e la successione dei recenti eventi da adito a parecchi dubbi.

Intanto il tampinamento postpresidenziale di Obama e l’accoglienza trionfale a lui riservata a Berlino, all’esponente quindi che, assieme a Hillary Clinton, suo successore designato, ha cercato ostinatamente di arginare la tendenza al multipolarismo e di destrutturare gli stati viziati da proprie ambizioni autonome, svelano i legami inestricabili di dipendenza e compromissione con il vecchio establishment nonché le aspettative di ripristino dello “statu quo ante” del cancelliere tedesco. Il veemente appello alla crociata in difesa dell’accordo sul clima di Parigi e del libero mercato globalizzato sventolato al G7 di Taormina, ha mostrato per altro subito la corda al G20 di appena due mesi dopo lasciando in mano alla Merkel un vessillo ridotto ad un cerino consunto con alle spalle truppe scarse e poco convinte a difenderlo. Si potrebbe interpretare come un modo spregiudicato di condurre una danza del quale si possiede il filo conduttore della musica. Più che una condottiera dotata di forza propria in realtà si è rivelata lo strumento di uno schema più grande e complesso giocato per lo più Oltreatlantico. Lo stesso pulpito si è rivelato poco attendibile vista la recente propensione della Germania a limitare le acquisizioni cinesi in Europa rivelando così una evidenza chiara ancora a pochi eletti: il confronto sul libero mercato è una battaglia per determinare regole commerciali più favorevoli ad una o l’altra delle formazioni socieconomiche e ai loro centri dominanti all’interno di logiche geopolitiche operanti all’interno ma non riducibili ad un mero o assolutamente prevalente confronto economico. Una riduttivismo invece che ancora prevale oppure tende a riaffiorare surrettiziamente in gran parte delle tesi, anche nella monografia di Limes.

UN APPROCCIO EVENEMENZIALE

L’approccio evenemenziale presente in gran parte degli studi e soprattutto nella divulgazione mediatica tende a focalizzare e spettacolarizzare un particolare duello a discapito degli altri e dello sguardo d’insieme. Il tentativo stesso di Trump di reimpostare in maniera bilaterale i rapporti e le relazioni tra gli stati può indurre ad accentuare tale interpretazione particolaristica. Un tentativo che se inteso come strategia può trascinare alla rovina gli Stati Uniti e favorire uno sviluppo caotico e gravido di incognite del multipolarismo, ma con qualche possibilità in più, per le potenze intermedie, di assumere una propria peculiare fisionomia. In realtà l’adozione del modello di relazioni bilaterali è del tutto irrealistico e fuorviante perché prescinde dal naturale gioco di alleanze che si dipana nel conflitto politico e il cui successo presuppone proprio ciò che l’attuale svolta politica sta sentenziando inappellabilmente: l’inesistenza di un centro dominante indiscusso. Esso conduce in pratica alla stessa sterilità di chiavi interpretative del concetto di globalizzazione fondato sul movimento atomistico dei singoli agenti sul mercato e sul declino inesorabile del ruolo degli stati nazionali. Se adottato altrimenti come espediente tattico, come da probabile intendimento di Trump, può servire ad una destrutturazione del sistema attuale di relazioni in vista di una ricostruzione più controllata delle sfere di influenza, ma a determinate condizioni: che gli attori in grado di condurre il gioco siano limitati, che riconoscano una reciproca legittimazione e che abbiano un’idea sufficientemente precisa della delimitazione delle sfere di influenza. In un modo o nell’altro si tratta di un processo ormai irreversibile rispetto al quale la classe dirigente dominante tedesca sembra molto più temere le incognite ed apprezzare le attuali rendite di posizione che cogliere le incerte opportunità.

Profetizzare, come prevede la redazione di Limes, uno scontro aperto tra Stati Uniti e Germania pare quantomeno prematuro se non azzardato. E infatti, ad eccezione dei contributi esterni in realtà molto più cauti, gli articoli dei redattori suffragano la tesi sulla base di stereotipi ormai consunti.

Da una parte cerca di fondare l’ineluttabilità del conflitto sulla base dell’incompatibilità tra le due culture. In realtà la storia offre innumerevoli esempi di conflitti atroci e di durature alleanze tra paesi e centri strategici dalle culture difficilmente compatibili. Gli stessi Stati Uniti hanno combattuto almeno tre guerre aperte con il paese a loro culturalmente più affine, il Regno Unito. Negli Stati Uniti, lo rivela la stessa rivista, la componente più numerosa è appunto quella di origine tedesca e la sua cultura ha impregnato pervasivamente la formazione politica e sociale americana, pur affermando in esse una scarsa capacità lobbistica. Paradossalmente, secondo i redattori, una stessa identità culturale avrebbe quindi contribuito decisivamente a determinare la costruzione di una nazione e della sua classe dirigente e nel contempo l’ineluttabile conflitto con il paese di origine di quel ceppo, costituitosi in stato nazionale. Una tesi, quindi, fuorviante, versione edulcorata del più famoso ed altisonante conflitto di civiltà teorizzato da Huntington.

Dall’altra cerca di spiegare la dinamica inesorabile di questo conflitto attraverso il confronto asimmetrico tra il peso e la forza economica crescente del paese europeo e la pervasività e la forza politica di quello americano. Una dinamica che tenta di spiegare non solo le modalità del conflitto tra i due paesi ma anche la natura del dilemma che dovranno risolvere le classi dirigenti degli altri paesi, in particolare quello dell’Italia, di fronte alla alternativa posta della alleanza strategica con uno o l’altro dei contendenti. Un confronto quindi tra il peso militare, la capacità diplomatica e la pervasività dei servizi di intelligence da una parte e la solidità finanziaria, la capacità produttiva e la potenza commerciale dall’altra.

Una chiave esplicativa più sofisticata della prima, ma altrettanto fuorviante e non priva di evidenti punti oscuri e vere e proprie omissioni.

8maggio1945germania-770x300LA RIMOZIONE DI UN EVENTO EPOCALE

Entrambi i limiti interpretativi pagano lo scotto di una rimozione o, nel migliore dei casi, di una valutazione del tutto parziale delle implicazioni di un evento politico epocale cruciale: la sconfitta militare, l’occupazione territoriale, la distruzione di un regime istituzionale, per altro odioso, la riduzione e lo smembramento territoriale della Germania.

La dimensione catastrofica di quella resa consentì ai due vincitori, l’URSS e gli USA, di decidere delle sorti di quel paese. Per quel che ci riguarda più direttamente, in quanto forza di occupazione gli Stati Uniti determinarono il carattere federale oltre che parlamentare del regime nella sua parte sud-occidentale, il suo carattere antisovietico, la limitazione drastica delle forze armate, in particolare quelle terrestri e l’infiltrazione e l’organizzazione delle principali istituzioni e sistemi.

Il carattere di occupazione di quella presenza non ancora risolto definitivamente nemmeno dagli accordi che hanno sancito negli anni ‘90 l’unificazione tedesca.

Una modalità di dominio non risolvibile con il controllo di una parte limitata delle élites dominanti del paese sconfitto e con azioni complottistiche tese a determinare direttamente le azioni dei vertici politici; piuttosto una azione altamente sofisticata e persuasiva tesa soprattutto ad orientare ed indurre, addirittura a creare delle dinamiche inerziali capace di attirare e integrare progressivamente in un sistema occidentale le varie formazioni sociali e i vari stati nazionali caduti nella rete dei liberatori. Un sistema fortemente attrattivo, capace nel rispetto delle gerarchie fondamentali, di offrire sviluppo ed una relativa libertà di azione, ma proprio per questo ancora più pervasivo. In questa trama la Germania Federale ha assunto un ruolo importante, superiore alle stesse aspettative delle élites tedesche emerse dalla sconfitta militare, in parte per merito proprio, soprattutto per scelta del vincitore. Accantonate rapidamente le tentazioni, vellicate soprattutto da Francia e Regno Unito, di ridurre il paese ad una condizione preindustriale, senza nulla cedere sulla capacità di controllo, si optò per un rapido sviluppo che stabilizzasse un paese alleato ai confini cruciali della propria zona di influenza, contribuisse economicamente e produttivamente al sostegno della macchina bellica e neutralizzasse le residue ambizioni egemoniche di Francia e Gran Bretagna. Il pegno da pagare in termini di sovranità fu estremamente pesante con un sistema di controllo e infiltrazione particolarmente intricato e insindacabile, per altro sancito, che riguardava non solo l’intelligence e le forze armate, ma anche il sistema politico, amministrativo e comprendente anche, un aspetto del tutto ignorato dai redattori di Limes come da gran parte dei giornalisti e studiosi, gli organi di informazione e le strutture economiche.

In settant’anni le cose possono cambiare; ma non è questo, sostanzialmente, il caso della Germania.

Le tentazioni e qualche timido e sporadico tentativo di affrancamento non sono certo mancati. Durante la guerra fredda il tentativo più coerente fu portato avanti negli anni ‘70 con l’ “oestpolitik”. Si trattò in realtà di una “interpretazione” troppo estensiva del processo di distensione, più che altro un riconoscimento meno precario delle rispettive zone di influenza, inaugurato dalle due superpotenze. Per ricondurre alla mansuetudine nell’ovile della pecorella inquieta, agli americani fu allora sufficiente assecondare i timori francesi di un rigurgito delle ambizioni tedesche e la loro conseguente improvvisa conversione all’ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea e innescare una politica di riarmo missilistico. Con la crisi e la caduta del blocco sovietico si presentò un contesto apparentemente più favorevole a vellicare ambizioni più audaci.

SUSSULTI DI EGEMONIA

Il tentativo più organico e strutturato avvenne nella seconda metà degli anni ‘80 quando, percepita la crisi imminente del blocco sovietico e forte dei legami più o meno circospetti stretti con quella parte della loro classe dirigente legata al commercio e al finanziamento del debito estero, una parte dell’establishment tedesco tentò per alcuni anni di organizzare e sostenere il sistema bancario dei paesi dell’Est-Europa per favorire la ristrutturazione economica e salvaguardare buona parte di quella classe dirigente. Fu l’atto e il momento che suscitò, nei confronti dell’élite tedesca, le stesse premure dedicate a quella italiana. Il luogo di raccolta degli accoliti fu diverso; con gli uni si scelse il Panfilo di Sua Maestà, al largo di Roma; con gli altri un più modesto albergo bavarese. Anche il numero di convitati differiva; ben più numeroso sulla prestigiosa imbarcazione, limitato a meno di dieci persone nel gasthof. Non si è trattato, probabilmente, di un mero omaggio alla italica convivialità rispetto alla proverbiale essenzialità teutonica; deve aver influito la diversa funzione che i comprimari, inglesi nell’una e francesi nell’altra, hanno assunto nell’iniziativa; soprattutto, è stata la perdurante e progressiva frammentazione politica ed istituzionale dell’Italia rispetto alla Germania a determinare le diverse caratteristiche dell’iniziativa, i diversi sviluppi e gli esiti opposti pur in una comune riconfigurazione della subordinazione politica all’alleato d’oltreatlantico.

Il tentativo più intraprendente fu posto in atto durante la guerra civile in Jugoslavia conclusasi, al momento, con la frammentazione di quel paese e con una conflittualità latente pronta a riemergere. L’iniziale spinta propulsiva alla divisione fu data soprattutto dalla Germania sino ad essere rapidamente assorbita pur con qualche attrito significativo da quella americana. L’evento bellico rappresenta comunque una svolta significativa che vede il gruppo dirigente egemone in Germania passare da una politica di cooptazione e sostegno delle vecchie classi dirigenti riformate dei paesi del blocco sovietico ad una di progressiva aperta ostilità verso la Russia e tesa a favorire la liquidazione delle stesse nei paesi dell’Europa Orientale e nei Balcani. Una scelta indubbiamente vantaggiosa nell’immediato perché ha consentito di riprendere e perseguire una politica di influenza ed integrazione economica esattamente lungo i corridoi tracciati dai colonizzatori tedeschi nel corso dei secoli sino alla metà del ‘800 senza dover contestare i legami di subordinazione con lo stato egemone americano e indebolendo vistosamente la posizione politica ed economica dei due altri grandi paesi fondatori della UE, la Francia e l’Italia. Una scelta deleteria dal punto di vista strategico nel caso la Germania dovesse aspirare ad una maggiore e decisiva autonomia politica che richiedesse un avvicinamento duraturo e stabile alla Russia di Putin proprio perché troverebbe nei più importanti paesi dell’Europa Orientale e della penisola scandinava i più fieri oppositori a tale svolta con scarse possibilità di un loro ricambio con centri politici più duttili.

I messaggeri in quell’albergo bavarese devono evidentemente essere stati particolarmente persuasivi anche se assecondati dalle circostanze propizie della morte violenta dei due nuovi paladini della ostpolitik, Herrhausen di Deutsche Bank e Rohwedder di Treuhandanstalt.

Da questi due eventi a cavallo della riunificazione si è dipanata la condizione di un paese ormai al centro di attenzioni e sospetti, ma incapace di una politica assertiva capace di aggregare forze e in grado tutt’al più di neutralizzare e fiaccare le forze di potenziali rivali nel campo “amico” europeo.

Negli ultimi venti anni i pochi atti politici autonomi di quella classe dirigente sono consistiti nella non partecipazione ufficiale alle avventure militari, in particolare Libia ed Iraq, salvo garantire efficacemente, ma in modo discreto, i propri servizi logistici e di intelligence come avvenuto in Libia. Per il resto si è rifugiata in annunci velleitari, quali la creazione di una forza militare congiunta e integrata con i francesi, miseramente fallita o nel perseguimento classico di una politica di influenza a rimorchio nel vicinato, come avvenuto in Ucraina, con grave pregiudizio delle relazioni con i russi o nel supporto opportunistico e lucrativo alla destabilizzazione specie nel Grande Medio Oriente. La Germania, infatti, lemme lemme risulta costantemente tra i primi fornitori ufficiali di armi e munizioni dei Sauditi, impegnati in Yemen, dei Giordani e della pletora di governi a supporto delle primavere.

I LIMITI STRUTTURALI

Una fondata e non frettolosa elezione della Germania a protagonista geopolitico e antagonista naturale degli Stati Uniti non può prescindere da una analisi della condizione strutturale del paese.

La particolare struttura federale già dibattuta nelle università americane a partire dagli anni ‘30 e imposta nel regime di occupazione assegna importanti competenze di politica estera ai laender in cooperazione e spesso in conflitto tra loro e con lo stato centrale, indebolendone di fatto coerenza e incisività. Un esempio significativo si può trarre dal ruolo decisivo assunto dal Governo Bavarese nella fomentazione della guerra civile in Jugoslavja e nella capacità di trascinare altre regioni di stati confinanti su questo indirizzo in opposizione alle direttive dei rispettivi stati nazionali. Una organizzazione istituzionale che riesce comunque a mantenere una propria operatività grazie al ruolo unificante delle grandi associazioni verticali entro le quali si compongono gli interessi lobbistici e gli indirizzi di buona parte dei centri decisionali.

A garantire, più che la coerenza, l’incisività di una struttura così articolata fa difetto però l’estrema permeabilità delle strutture di intelligence e degli apparati coercitivi e di controllo, il retaggio più pesante della disfatta militare e del conseguente regime di occupazione. La vicenda delle intercettazioni americane ai danni della Cancelliera ha semplicemente rivelato il livello di integrazione ed infiltrazione dei servizi tedeschi con quelli americani; la susseguente rimozione del responsabile, più che la volontà una riorganizzazione e una depurazione delle strutture, ha rivelato la stizza di un capo politico per la pubblicità imbarazzante di quei segnali di attenzione. Per il carattere di riservatezza insito, i Servizi di Sicurezza sono particolarmente vulnerabili; la permeabilità, comunque, investe un po’ tutti gli apparati coercitivi e sanzionatori dello stato germanico, compreso quello militare ancora particolarmente debole.

Una chiosa a parte merita il sistema di informazione, quasi del tutto allineato all’ortodossia atlantica. Con l’eccezione di alcune testate nazionali a tiratura limitata ed alcune testate locali il livello di controllo del sistema mediatico è impressionante. Una capacità di indirizzo delle testate e di legame diretto con singoli giornalisti. È del resto notoria la meticolosità con cui i vari centri strategici americani curano le relazioni con i media istituzionali. Le campagne giornalistiche e la manipolazione dell’opinione pubblica sono sempre stati strumenti propedeutici al conflitto politico, al condizionamento dei centri e all’eliminazione degli avversari, anche se la diffusione dei network on line ha in parte facilitato la possibilità di centri politici alternativi e ridefinito le modalità di manipolazione dell’informazione. In Germania, nella fattispecie, colpisce il fatto che la componente più orientata ad una politica autonoma con la Russia, un tempo significativa, trovi sempre meno spazio mediatico e non riesca ormai da anni a creare una opinione pubblica favorevole a sostegno delle proprie scelte.

La chiave di lettura determinante per individuare il peso reale della Germania e la sua collocazione nelle dinamiche geopolitiche riguarda però il ruolo dell’economia nello stabilire il peso strategico e la condizione conflittuale di un paese.

Chi attribuisce alla Germania un ruolo di protagonista assoluto, di competitore e di antagonista di prim’ordine tende ad attribuire più o meno esplicitamente all’economia, nel migliore dei casi ai rapporti sociali economici, il ruolo preponderante e sovradeterminante gli altri ambiti delle attività umane, compresa quella politica, solitamente assumendo il seguente canovaccio.

UNO SCHEMA INTERPRETATIVO LIMITANTE E FUORVIANTE

La capacità di potenza si esprimerebbe soprattutto attraverso il peso economico; il campo preponderante di esercizio della competizione sarebbe il mercato; l’esercizio della potenza si realizzerebbe soprattutto attraverso la capacità commerciale; la sua misura si pondererebbe attraverso i dati macroeconomici del PIL, del saldo commerciale, degli attivi finanziari, nel migliore dei casi anche della presenza preponderante nel settore dei beni di consumo di massa più evoluti e durevoli. Scelte politiche non corrispondenti alla condizione economica sono considerate illogiche, sbagliate o semplicemente degli accidenti della storia destinati a rientrare o a determinare la sconfitta dei soggetti promotori.

Uno schema fuorviante sia in termini generali che affrontando una analisi della condizione della particolare economia tedesca.

Si può partire dalla constatazione che i mercati tengono conto e tendono a conformarsi progressivamente alle sfere di influenza politiche in via di formazione proprio perché gli attori economici privilegiano le condizioni di maggiore stabilità; le stesse grandi aziende, ormai da alcuni anni, tendono a riassumere il controllo diretto della verticale delle filiere produttive seguendo le condizioni di sicurezza politica. In una fase nella quale la leva economica, sotto forma di condizioni di finanziamento ed investimento e di apertura del mercato, di controllo tecnologico, addirittura dei prezzi in numerosi settori specie strategici, viene utilizzata non solo per condizionare, ma come strumento diretto di sanzione e conflitto, la funzione della politica emerge dalla maschera della competizione puramente economica tra gli attori.

Ma il politico, nella sua accezione di essenza, di caratteristica intrinseca, trova il modo di agire in maniera ancora più “subdola” nell’ambito economico; un esempio può essere l’invenzione, l’adozione, l’applicazione su base industriale e la padronanza delle tecnologie.

In Cina, ad esempio, il tentativo imponente di assumere la creazione e la padronanza delle tecnologie, uno dei fondamenti utili a garantire l’autonomia, l’autorevolezza e l’indipendenza delle decisioni della classe dirigente di un paese, passa anche attraverso lo scontro tra i sostenitori dei grandi colossi industriali, eredi delle imprese statali del periodo “socialista”, di fatto ancora sotto controllo politico diretto, e l’ampio settore di medie e piccole aziende, presenti nel sudest del paese molto più dipendenti dalle tecnologie e dai moduli organizzativi occidentali. Nel recente passato è sufficiente rispolverare alcuni casi, l’Olivetti in Italia e il sistema di motore a reazione Arrow in Canada tra i tanti, per constatare che la capacità tecnologica ed organizzativa di una azienda possono determinare gli standard di un mercato solo all’interno di contesti conformati politicamente.

Il mercato, infatti, rappresenta un’area, un campo di azione governato da un insieme di regole di natura politica, frutto di imposizioni e mediazioni, entro il quale agiscono gli attori economici; la rottura e la modifica di queste ultime comporta inevitabilmente ed intrinsecamente atti politici.

L’immagine che ancora si offre del mercato è invece troppo spesso fuorviante e semplicistica.

Il mercato globale viene rappresentato come una rete con un centro regolatorio indefinito e indefinibile; il suo innegabile sviluppo è però artificiosamente amplificato dalla frammentazione politica degli stati che ha trasformato in commercio estero gran parte degli scambi interni degli stati nazionali antecedenti il crollo del blocco sovietico; la sua rappresentazione glissa sull’esistenza e il rafforzamento al suo interno di aree, settori e blocchi attraverso i quali, tra l’altro si veicolano le influenze politiche.

La stessa raffigurazione degli organismi internazionali preposti alla regolazione di esso nasconde il fatto che tali regole non sono affatto neutrali e soddisfacenti in egual misura i vari attori, ma anche, più prosaicamente, che ammettono innumerevoli deroghe, omissioni, clausole particolari e comportamenti discriminatori che lasciano sospettare il peso politico differente dei paesi nella conduzione.

Gli esempi più clamorosi riguardano probabilmente il diverso trattamento riservato a Russia e Cina nei tempi di adesione agli organismi nonché nelle modalità e nella qualità dei trasferimenti di tecnologia occidentale; come pure il diverso trattamento riservato alle cosiddette Tigri Asiatiche e alla Corea del Sud rispetto ad alcuni paesi del Sud-America.

UNA RAPPRESENTAZIONE PIU’ ESAUSTIVA

Questo schema consente, probabilmente, una valutazione più realistica e meno enfatica del peso economico sia intrinseco che rispetto agli altri ambiti dell’azione politica nel determinare la forza geopolitica della Germania e, soprattutto, nel determinare i passi e le condizioni necessari a garantire la sua emersione come attore politico più autonomo.

 hermannsdenkmalLa Germania, a partire dalla fine degli anni ‘80, al pari di tutti i paesi, ha avviato un processo di profonda trasformazione economica concomitante e favorito dalla sua nuova collocazione geopolitica determinata dall’unificazione seguendo però proprie peculiarità.

Ha salvaguardato ed accentuato il carattere dualistico del suo sistema finanziario trasformando, dopo l’uccisione di Herrhausen, la Deutschbank nella quinta banca di investimento al mondo dedita a servizi di consulenza e alla gestione dei nuovi e più speculativi prodotti finanziari e tutelando dalle intromissioni comunitarie il sistema di banche territoriali a tutela dei sistemi locali economici e sociali.

La difesa ostinata della sua politica restrittiva in ambito europeo non serve soltanto a indebolire i suoi concorrenti economici prossimi, l’Italia e la Francia, ma a difenderla dalle loro debolezze e, sinché possibile, dalle implicazioni più rischiose della sua esposizione nei circuiti finanziari dominati dal sistema angloamericano.

Ha governato con lungimiranza il processo di precarizzazione di larghi settori dell’economia industriale e dei servizi, analogo a quello di altri paesi, compensando parzialmente con il welfare pubblico la regressione socioeconomica di vaste aree sociali.

Ha saputo tutelare e sviluppare alcuni settori di produzione di beni di consumi di massa tradizionali ma relativamente più complessi (automobile, agroalimentare, meccanica) mantenendo il pieno controllo della catena produttiva e di valore e decentrando sapientemente la componentistica nei paesi dell’hinterland più affine non garantendo più la quasi esclusiva del settore all’Italia.

germania_economia_apL’attivo commerciale imponente che ne deriva è il frutto non solo di queste politiche, ma anche di un misconosciuto basso livello di investimenti sia pubblici, in particolare delle infrastrutture del paese, che, con sorpresa, privati rispetto ai più importanti paesi dello scacchiere mondiale. Un livello, specie in quelli pubblici che, protrattosi nel tempo analogamente alla condizione dell’Italia, rischia di pregiudicare le stesse capacità tecniche e tecnologiche di ricostruzione. Un attento esame del campione di immagine tedesco, la Volkswagen, rivela sorprendentemente i punti deboli, sopperiti sino ad ora da una indubbia capacità commerciale, del suo settore privato.

L’economia tedesca, tra l’altro, è pervasa, più degli altri paesi europei dagli investimenti statunitensi in importanti settori così come dipende maggiormente dalle esportazioni in America.

La Germania è senz’altro presente in maniera significativa in alcuni settori importanti come quello dei beni industriali, della meccatronica, della chimica, del software applicato; ma è quasi del tutto assente, al pari degli altri paesi europei, nel settore del controllo e della gestione on line dei dati, fondamentale per il controllo dei flussi e dei comandi operativi nell’industria 4.0.

E’ in difficoltà in altri ambiti strategici, tra i quali l’avionica, l’aeronautica, il gps (Galileo) oggetto di ingenti investimenti soprattutto pubblici, frutto soprattutto di ricerche nell’ambito militare francese, ma pregiudicati dai dissidi di gestione tra i paesi cooperanti o dalle limitazioni nell’uso in ambito militare, frutto a loro volta delle imposizioni e delle premure americane.

Il progetto AIRBUS, gestito da Germania, Francia e Spagna, conosce così una fase di crisi acuta ed improvvisa, alimentata anche dai dissidi di gestione, la quale sta rinfocolando le ambizioni di una direzione avulsa dal controllo azionario e le voci di una possibile acquisizione da parte dell’americana General Electric; il progetto Galileo, invece, dopo anni di faticosa gestazione, avversato dalla stessa Commissione Europea al pari di Airbus, vede intaccato il proprio primato tecnologico dalla inibizione della possibilità di applicazione nell’ambito militare.

Sono solo due degli episodi, questi ultimi, rivelatori della dipendenza politica di quel paese in tutti gli ambiti, a partire ancora una volta da quelli prioritari istituzionali e mediatici.

Ci sarebbe anche da aggiungere le considerazioni sugli effetti della politica comunitaria tesa ad impedire sistematicamente la formazione di colossi industriali paragonabili con quelli americani e ultimamente cinesi, ma solo per constatare che la stessa Unione Europea è propedeutica al mantenimento di questa subordinazione dei paesi dell’intero continente.

LE INTENZIONI E LE POSSIBILITA’ DI AFFRANCAMENTO

Ogni atto politico, compresi quelli di politica economica, della classe dirigente germanica va valutato, quindi, secondo l’intenzione e la capacità di affrancamento da tale situazione.

A tutt’oggi non risultano passi decisivi in questa direzione.

Intanto l’aspirazione ad ottenere un vero e proprio trattato di pace apertamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da Francia e Gran Bretagna risulta ancora inevasa a distanza di settant’anni, con tutto quello che implica nei diritti e nella discrezionalità di forze militari ancora di occupazione; dal punto di vista istituzionale del ripristino del controllo effettivo su settori chiave dell’apparato statale lo sforzo appare più di immagine che effettivo; da quello invece del sistema di informazione e di formazione dell’opinione pubblica la situazione risulta ancora peggiorata visto il progressivo declino e l’incapacità persuasiva della residua classe dirigente ancora legata alla Oestpolitik.

La stessa crisi del Partito Socialdemocratico non fa che accentuare questa parabola; le lamentele e le rimostranze recenti della classe imprenditoriale tedesca riguardante l’esposizione eccessiva della Merkel contro la Presidenza di Trump sono per di più legate ai rischi di sanzioni commerciali legate al surplus commerciale.

Le tentazioni per una politica più autonoma ed indipendente certamente non mancano. Più che per forza propria potranno trovare ulteriore alimento dalle evidenti forzature che la politica estera americana, attualmente in fibrillazione, sta operando. Queste ultime, in particolare, ultimamente si stanno esercitando sugli ostacoli alla costruzione vitale del secondo gasdotto Northstream tra Russia e Germania in grado di rafforzare il ruolo di hub europeo e di controllore essenziale delle forniture nel continente e sulle pressioni per un aumento dei bilanci di spesa militare. Un loro significativo incremento potrebbe indurre al rafforzamento di un proprio complesso industriale militare propedeutico alla nascita di una struttura di difesa autonoma; una eventualità, però, in controtendenza con le attuali pulsioni autodistruttive operanti sia in Germania che nella stessa Francia.

Lo stesso progetto di cooperazione militare rafforzata portato avanti ultimamente e strombazzato dalla Germania presenta numerosi aspetti di ambiguità:

  • nasce sulle ceneri dell’ipotesi di integrazione delle forze armate tedesche e francesi fallita ad inizio secolo;

  • punta all’integrazione di paesi (Olanda, Romania, Rep. Ceka) appartenenti all’area di influenza tedesca ma particolarmente legati, in funzione antirussa, all’establishment statunitense;

  • si tratta ancora di forze limitate tese, probabilmente, più a compensare la debolezza delle forze operative tedesche e il timore di affrontare le conseguenze esterne di un più pesante riarmo diretto;

  • il debole coinvolgimento della Francia e l’assenza dell’Italia lascia intravedere una funzione di contenimento di questi paesi piuttosto che di affrancamento dalla tutela americana;

  • negli ultimi anni, il carattere antirusso della politica estera tedesca si è ulteriormente accentuato e rischia di diventare irreversibile, non ostante le relazioni economiche non corrispondano esattamente ai proclami sanzionatori; questo comporta dei riflessi diretti nelle opzioni militari.

hermannsdenkmalCONSUNTIVO

In realtà l’attuale classe dirigente tedesca, rispetto al quale non risultano emergere forze alternative credibili, tende inesorabilmente a cacciarsi in una situazione analoga a quella che la hanno trascinata nelle due ultime rovinose guerre mondiali.

Non ha la forza e le caratteristiche per diventare, da sola, l’artefice di un polo politico comparabile con quelli in via di formazione, in competizione con gli Stati Uniti; per ambire a tale condizione dovrebbe puntare razionalmente a stringere un sodalizio meno squilibrato e su basi più paritarie in via prioritaria con la Francia e l’Italia e su questo costruire un rapporto costruttivo con la Russia. Questo implica una ridefinizione dei rapporti e un’azione verso la maggior parte dei paesi dell’Europa Orientale e quelli scandinavi che agevoli un ricambio di quelle classi dirigenti così oltranziste, impegnate ad affermare la propria identità e rafforzare la loro circoscritta influenza regionale a scapito della Russia, scegliendo la via apparentemente più comoda ed immediata: una alleanza politica sempre più stretta con gli Stati Uniti attualmente praticabile soprattutto grazie alla garanzia del retroterra tedesco, ma resa certamente più fragile da una sua defezione. Non si può dire certo che gli ingombranti vicini, Italia e Francia, concedano più di tanto qualche chance a questa eventualità. Una svolta quindi tanto più improbabile per l’azione ricorrente di Francia e Italia di “utilizzo” del potente d’oltreatlantico per regolare le controversie di vicinato in un processo di integrazione atlantista che sta coinvolgendo pesantemente, ormai anche la Francia, anche se non ancora, probabilmente, in maniera irreversibile. Si tratterebbe di rimettere in discussione le modalità di costruzione di un sistema di relazioni costruito negli ultimi trenta anni, laddove la posizione di vassallo privilegiato ha consentito di costruire una formazione sociale sufficientemente solida da garantire un largo consenso e discreti margini di azione.

Più che una subordinazione riottosa sembra per tanto, quello della Germania, un sodalizio consenziente per quanto prono. Una condizione che difficilmente può essere superata senza la formazione di poli alternativi che impediscano di continuare a lucrare sui saldi commerciali e senza un significativo indebolimento della potenza egemone ancora in gran parte da compiersi. L’alternativa, in mancanza di un recupero del controllo pieno delle leve di potere, potrebbe essere una fuga velleitaria in avanti, magari vellicata dalla stessa potenza egemone, propedeutica ad una terza pesante lezione storica.

E L’ITALIA?

In tale contesto inquadrare la collocazione dell’Italia come un paese dibattuto nella scelta tra il contendente tedesco e quello americano con una propensione iniziale per quella teutonica, appare una indicazione fuorviante; del tutto fuori luogo se, come statuisce la redazione di Limes, a questo dilemma corrisponde la formazione sul suolo italico di due blocchi in tenzone tra loro; quello economico sensibile alle sirene germaniche, quello istituzionale, degli apparati di sicurezza legato a quelle americane. Una contrapposizione che non offre una sintesi credibile semplicemente perché uno dei pilastri e ambiti del contenzioso, quello economico, non è assolutamente una prerogativa assoluta e nemmeno prevalente della Germania. La struttura economica italiana, negli ultimi trenta anni ha subito una drammatica perdita di controllo dei propri assetti strategici più importanti, superiore alla stesa distruzione dell’apparato produttivo. La gran parte di quelle attività sono finite in mano americana e poi francese, più che tedesca. È sufficiente scorrere i destini dell’industria aeronautica, dei generatori, della ceramica, della siderurgia specializzata, della meccanica, oltre che dei marchi alimentari, della moda e soprattutto della rete di telecomunicazioni per rivelare una penetrazione ben più articolata e preoccupante. I commensali del banchetto sono numerosi. È sufficiente orientare i propri padiglioni verso la voce dei corifei, tra i tanti Calenda, tutti impegnati ad identificare la globalizzazione con il mercato americano, per individuare le priorità stabilite dalla maggior parte della classe dirigente. L’impegno tedesco si è concentrato, piuttosto, sulla gestione del drenaggio del risparmio, sull’acquisizione di alcuni poli logistici necessari ai flussi dell’industria tedesca, sul controllo parziale ma indiretto della componentistica e sul ridimensionamento della capacità produttiva di un importante competitore.

DIFFICILMENTE

In realtà, sino a quando l’attuale classe dirigente tedesca riuscirà a mantenere in qualche maniera il controllo della costruzione europea per conto terzi, difficilmente la propensione tutta italica a costituire fazioni autodistruttive per conto di podestà stranieri potrà essere soddisfatta e la disputa occuperà inevitabilmente temi più rarefatti, come difficilmente il sodalizio tedesco-americano potrà incrinarsi significativamente, specie in una fase di restaurazione della politica americana ormai vincente.

Difficilmente, però, l’approccio offerto dalla redazione potrà offrire un contributo ad uno sforzo consapevole e proficuo di individuazione di un interesse nazionale capace di raccogliere il consenso delle parti più dinamiche e dignitose della comunità; come pure diventa alquanto arduo individuare, in Europa, nei vari paesi, le forze suscettibili di essere coinvolte.

Quanto alla Germania, se resurrezione dovrà essere, richiederà la realizzazione di numerose condizioni; i timidi vagiti richiederanno tempo per arrivare ad espressioni più articolate e razionali. La stessa formazione sociale tedesca inizia a conoscere importanti crepe nella sua proverbiale coesione con la erosione dei punti di garanzia e stabilità, ma anche di immobilismo. Si sta cominciando dal ruolo dei sindacati; ben presto toccherà anche il sistema periferico di promozione ed assistenza sociale. Bisognerà vedere se gli eventi, ormai incalzanti, concederanno il tempo necessario a compiere le svolte.

DEUTSCHLAND ÜBER ALLES?, di Giuseppe Germinario (3a ed ultima parte)

1a parte http://italiaeilmondo.com/2017/08/07/deutschland-uber-alles-di-giuseppe-germinario-1a-parte/

2a    parte     http://italiaeilmondo.com/2017/08/12/deutschland-uber-alles-di-giuseppe-germinario-2a-parte/

Così si conclude la seconda parte dell’articolo:

La chiave di lettura determinante per individuare il peso reale della Germania e la sua collocazione nelle dinamiche geopolitiche riguarda però il ruolo dell’economia nello stabilire il peso strategico e la condizione conflittuale di un paese.

Chi attribuisce alla Germania un ruolo di protagonista assoluto, di competitore e di antagonista di prim’ordine tende ad attribuire più o meno esplicitamente all’economia, nel migliore dei casi ai rapporti sociali economici, il ruolo preponderante e sovradeterminante gli altri ambiti delle attività umane, compresa quella politica, solitamente assumendo il seguente canovaccio.

UNO SCHEMA INTERPRETATIVO LIMITANTE E FUORVIANTE

La capacità di potenza si esprimerebbe soprattutto attraverso il peso economico; il campo preponderante di esercizio della competizione sarebbe il mercato; l’esercizio della potenza si realizzerebbe soprattutto attraverso la capacità commerciale; la sua misura si pondererebbe attraverso i dati macroeconomici del PIL, del saldo commerciale, degli attivi finanziari, nel migliore dei casi anche della presenza preponderante nel settore dei beni di consumo di massa più evoluti e durevoli. Scelte politiche non corrispondenti alla condizione economica sono considerate illogiche, sbagliate o semplicemente degli accidenti della storia destinati a rientrare o a determinare la sconfitta dei soggetti promotori.

Uno schema fuorviante sia in termini generali che affrontando una analisi della condizione della particolare economia tedesca.

Si può partire dalla constatazione che i mercati tengono conto e tendono a conformarsi progressivamente alle sfere di influenza politiche in via di formazione proprio perché gli attori economici privilegiano le condizioni di maggiore stabilità; le stesse grandi aziende, ormai da alcuni anni, tendono a riassumere il controllo diretto della verticale delle filiere produttive seguendo le condizioni di sicurezza politica. In una fase nella quale la leva economica, sotto forma di condizioni di finanziamento ed investimento e di apertura del mercato, di controllo tecnologico, addirittura dei prezzi in numerosi settori specie strategici, viene utilizzata non solo per condizionare, ma come strumento diretto di sanzione e conflitto, la funzione della politica emerge dalla maschera della competizione puramente economica tra gli attori.

Ma il politico, nella sua accezione di essenza, di caratteristica intrinseca, trova il modo di agire in maniera ancora più “subdola” nell’ambito economico; un esempio può essere l’invenzione, l’adozione, l’applicazione su base industriale e la padronanza delle tecnologie.

In Cina, ad esempio, il tentativo imponente di assumere la creazione e la padronanza delle tecnologie, uno dei fondamenti utili a garantire l’autonomia, l’autorevolezza e l’indipendenza delle decisioni della classe dirigente di un paese, passa anche attraverso lo scontro tra i sostenitori dei grandi colossi industriali, eredi delle imprese statali del periodo “socialista”, di fatto ancora sotto controllo politico diretto, e l’ampio settore di medie e piccole aziende, presenti nel sudest del paese molto più dipendenti dalle tecnologie e dai moduli organizzativi occidentali. Nel recente passato è sufficiente rispolverare alcuni casi, l’Olivetti in Italia e il sistema di motore a reazione Arrow in Canada tra i tanti, per constatare che la capacità tecnologica ed organizzativa di una azienda possono determinare gli standard di un mercato solo all’interno di contesti conformati politicamente.

Il mercato, infatti, rappresenta un’area, un campo di azione governato da un insieme di regole di natura politica, frutto di imposizioni e mediazioni, entro il quale agiscono gli attori economici; la rottura e la modifica di queste ultime comporta inevitabilmente ed intrinsecamente atti politici.

L’immagine che ancora si offre del mercato è invece troppo spesso fuorviante e semplicistica.

Il mercato globale viene rappresentato come una rete con un centro regolatorio indefinito e indefinibile; il suo innegabile sviluppo è però artificiosamente amplificato dalla frammentazione politica degli stati che ha trasformato in commercio estero gran parte degli scambi interni degli stati nazionali antecedenti il crollo del blocco sovietico; la sua rappresentazione glissa sull’esistenza e il rafforzamento al suo interno di aree, settori e blocchi attraverso i quali, tra l’altro si veicolano le influenze politiche.

La stessa raffigurazione degli organismi internazionali preposti alla regolazione di esso nasconde il fatto che tali regole non sono affatto neutrali e soddisfacenti in egual misura i vari attori, ma anche, più prosaicamente, che ammettono innumerevoli deroghe, omissioni, clausole particolari e comportamenti discriminatori che lasciano sospettare il peso politico differente dei paesi nella conduzione.

Gli esempi più clamorosi riguardano probabilmente il diverso trattamento riservato a Russia e Cina nei tempi di adesione agli organismi nonché nelle modalità e nella qualità dei trasferimenti di tecnologia occidentale; come pure il diverso trattamento riservato alle cosiddette Tigri Asiatiche e alla Corea del Sud rispetto ad alcuni paesi del Sud-America.

UNA RAPPRESENTAZIONE PIU’ ESAUSTIVA

Questo schema consente, probabilmente, una valutazione più realistica e meno enfatica del peso economico sia intrinseco che rispetto agli altri ambiti dell’azione politica nel determinare la forza geopolitica della Germania e, soprattutto, nel determinare i passi e le condizioni necessari a garantire la sua emersione come attore politico più autonomo.

 hermannsdenkmalLa Germania, a partire dalla fine degli anni ‘80, al pari di tutti i paesi, ha avviato un processo di profonda trasformazione economica concomitante e favorito dalla sua nuova collocazione geopolitica determinata dall’unificazione seguendo però proprie peculiarità.

Ha salvaguardato ed accentuato il carattere dualistico del suo sistema finanziario trasformando, dopo l’uccisione di Herrhausen, la Deutschbank nella quinta banca di investimento al mondo dedita a servizi di consulenza e alla gestione dei nuovi e più speculativi prodotti finanziari e tutelando dalle intromissioni comunitarie il sistema di banche territoriali a tutela dei sistemi locali economici e sociali.

La difesa ostinata della sua politica restrittiva in ambito europeo non serve soltanto a indebolire i suoi concorrenti economici prossimi, l’Italia e la Francia, ma a difenderla dalle loro debolezze e, sinché possibile, dalle implicazioni più rischiose della sua esposizione nei circuiti finanziari dominati dal sistema angloamericano.

Ha governato con lungimiranza il processo di precarizzazione di larghi settori dell’economia industriale e dei servizi, analogo a quello di altri paesi, compensando parzialmente con il welfare pubblico la regressione socioeconomica di vaste aree sociali.

Ha saputo tutelare e sviluppare alcuni settori di produzione di beni di consumi di massa tradizionali ma relativamente più complessi (automobile, agroalimentare, meccanica) mantenendo il pieno controllo della catena produttiva e di valore e decentrando sapientemente la componentistica nei paesi dell’hinterland più affine non garantendo più la quasi esclusiva del settore all’Italia.

germania_economia_apL’attivo commerciale imponente che ne deriva è il frutto non solo di queste politiche, ma anche di un misconosciuto basso livello di investimenti sia pubblici, in particolare delle infrastrutture del paese, che, con sorpresa, privati rispetto ai più importanti paesi dello scacchiere mondiale. Un livello, specie in quelli pubblici che, protrattosi nel tempo analogamente alla condizione dell’Italia, rischia di pregiudicare le stesse capacità tecniche e tecnologiche di ricostruzione. Un attento esame del campione di immagine tedesco, la Volkswagen, rivela sorprendentemente i punti deboli, sopperiti sino ad ora da una indubbia capacità commerciale, del suo settore privato.

L’economia tedesca, tra l’altro, è pervasa, più degli altri paesi europei dagli investimenti statunitensi in importanti settori così come dipende maggiormente dalle esportazioni in America.

La Germania è senz’altro presente in maniera significativa in alcuni settori importanti come quello dei beni industriali, della meccatronica, della chimica, del software applicato; ma è quasi del tutto assente, al pari degli altri paesi europei, nel settore del controllo e della gestione on line dei dati, fondamentale per il controllo dei flussi e dei comandi operativi nell’industria 4.0.

E’ in difficoltà in altri ambiti strategici, tra i quali l’avionica, l’aeronautica, il gps (Galileo) oggetto di ingenti investimenti soprattutto pubblici, frutto soprattutto di ricerche nell’ambito militare francese, ma pregiudicati dai dissidi di gestione tra i paesi cooperanti o dalle limitazioni nell’uso in ambito militare, frutto a loro volta delle imposizioni e delle premure americane.

Il progetto AIRBUS, gestito da Germania, Francia e Spagna, conosce così una fase di crisi acuta ed improvvisa, alimentata anche dai dissidi di gestione, la quale sta rinfocolando le ambizioni di una direzione avulsa dal controllo azionario e le voci di una possibile acquisizione da parte dell’americana General Electric; il progetto Galileo, invece, dopo anni di faticosa gestazione, avversato dalla stessa Commissione Europea al pari di Airbus, vede intaccato il proprio primato tecnologico dalla inibizione della possibilità di applicazione nell’ambito militare.

Sono solo due degli episodi, questi ultimi, rivelatori della dipendenza politica di quel paese in tutti gli ambiti, a partire ancora una volta da quelli prioritari istituzionali e mediatici.

Ci sarebbe anche da aggiungere le considerazioni sugli effetti della politica comunitaria tesa ad impedire sistematicamente la formazione di colossi industriali paragonabili con quelli americani e ultimamente cinesi, ma solo per constatare che la stessa Unione Europea è propedeutica al mantenimento di questa subordinazione dei paesi dell’intero continente.

LE INTENZIONI E LE POSSIBILITA’ DI AFFRANCAMENTO

Ogni atto politico, compresi quelli di politica economica, della classe dirigente germanica va valutato, quindi, secondo l’intenzione e la capacità di affrancamento da tale situazione.

A tutt’oggi non risultano passi decisivi in questa direzione.

Intanto l’aspirazione ad ottenere un vero e proprio trattato di pace apertamente riconosciuto dagli Stati Uniti e da Francia e Gran Bretagna risulta ancora inevasa a distanza di settant’anni, con tutto quello che implica nei diritti e nella discrezionalità di forze militari ancora di occupazione; dal punto di vista istituzionale del ripristino del controllo effettivo su settori chiave dell’apparato statale lo sforzo appare più di immagine che effettivo; da quello invece del sistema di informazione e di formazione dell’opinione pubblica la situazione risulta ancora peggiorata visto il progressivo declino e l’incapacità persuasiva della residua classe dirigente ancora legata alla Oestpolitik.

La stessa crisi del Partito Socialdemocratico non fa che accentuare questa parabola; le lamentele e le rimostranze recenti della classe imprenditoriale tedesca riguardante l’esposizione eccessiva della Merkel contro la Presidenza di Trump sono per di più legate ai rischi di sanzioni commerciali legate al surplus commerciale.

Le tentazioni per una politica più autonoma ed indipendente certamente non mancano. Più che per forza propria potranno trovare ulteriore alimento dalle evidenti forzature che la politica estera americana, attualmente in fibrillazione, sta operando. Queste ultime, in particolare, ultimamente si stanno esercitando sugli ostacoli alla costruzione vitale del secondo gasdotto Northstream tra Russia e Germania in grado di rafforzare il ruolo di hub europeo e di controllore essenziale delle forniture nel continente e sulle pressioni per un aumento dei bilanci di spesa militare. Un loro significativo incremento potrebbe indurre al rafforzamento di un proprio complesso industriale militare propedeutico alla nascita di una struttura di difesa autonoma; una eventualità, però, in controtendenza con le attuali pulsioni autodistruttive operanti sia in Germania che nella stessa Francia.

Lo stesso progetto di cooperazione militare rafforzata portato avanti ultimamente e strombazzato dalla Germania presenta numerosi aspetti di ambiguità:

  • nasce sulle ceneri dell’ipotesi di integrazione delle forze armate tedesche e francesi fallita ad inizio secolo;

  • punta all’integrazione di paesi (Olanda, Romania, Rep. Ceka) appartenenti all’area di influenza tedesca ma particolarmente legati, in funzione antirussa, all’establishment statunitense;

  • si tratta ancora di forze limitate tese, probabilmente, più a compensare la debolezza delle forze operative tedesche e il timore di affrontare le conseguenze esterne di un più pesante riarmo diretto;

  • il debole coinvolgimento della Francia e l’assenza dell’Italia lascia intravedere una funzione di contenimento di questi paesi piuttosto che di affrancamento dalla tutela americana;

  • negli ultimi anni, il carattere antirusso della politica estera tedesca si è ulteriormente accentuato e rischia di diventare irreversibile, non ostante le relazioni economiche non corrispondano esattamente ai proclami sanzionatori; questo comporta dei riflessi diretti nelle opzioni militari.

hermannsdenkmalCONSUNTIVO

In realtà l’attuale classe dirigente tedesca, rispetto al quale non risultano emergere forze alternative credibili, tende inesorabilmente a cacciarsi in una situazione analoga a quella che la hanno trascinata nelle due ultime rovinose guerre mondiali.

Non ha la forza e le caratteristiche per diventare, da sola, l’artefice di un polo politico comparabile con quelli in via di formazione, in competizione con gli Stati Uniti; per ambire a tale condizione dovrebbe puntare razionalmente a stringere un sodalizio meno squilibrato e su basi più paritarie in via prioritaria con la Francia e l’Italia e su questo costruire un rapporto costruttivo con la Russia. Questo implica una ridefinizione dei rapporti e un’azione verso la maggior parte dei paesi dell’Europa Orientale e quelli scandinavi che agevoli un ricambio di quelle classi dirigenti così oltranziste, impegnate ad affermare la propria identità e rafforzare la loro circoscritta influenza regionale a scapito della Russia, scegliendo la via apparentemente più comoda ed immediata: una alleanza politica sempre più stretta con gli Stati Uniti attualmente praticabile soprattutto grazie alla garanzia del retroterra tedesco, ma resa certamente più fragile da una sua defezione. Non si può dire certo che gli ingombranti vicini, Italia e Francia, concedano più di tanto qualche chance a questa eventualità. Una svolta quindi tanto più improbabile per l’azione ricorrente di Francia e Italia di “utilizzo” del potente d’oltreatlantico per regolare le controversie di vicinato in un processo di integrazione atlantista che sta coinvolgendo pesantemente, ormai anche la Francia, anche se non ancora, probabilmente, in maniera irreversibile. Si tratterebbe di rimettere in discussione le modalità di costruzione di un sistema di relazioni costruito negli ultimi trenta anni, laddove la posizione di vassallo privilegiato ha consentito di costruire una formazione sociale sufficientemente solida da garantire un largo consenso e discreti margini di azione.

Più che una subordinazione riottosa sembra per tanto, quello della Germania, un sodalizio consenziente per quanto prono. Una condizione che difficilmente può essere superata senza la formazione di poli alternativi che impediscano di continuare a lucrare sui saldi commerciali e senza un significativo indebolimento della potenza egemone ancora in gran parte da compiersi. L’alternativa, in mancanza di un recupero del controllo pieno delle leve di potere, potrebbe essere una fuga velleitaria in avanti, magari vellicata dalla stessa potenza egemone, propedeutica ad una terza pesante lezione storica.

E L’ITALIA?

In tale contesto inquadrare la collocazione dell’Italia come un paese dibattuto nella scelta tra il contendente tedesco e quello americano con una propensione iniziale per quella teutonica, appare una indicazione fuorviante; del tutto fuori luogo se, come statuisce la redazione di Limes, a questo dilemma corrisponde la formazione sul suolo italico di due blocchi in tenzone tra loro; quello economico sensibile alle sirene germaniche, quello istituzionale, degli apparati di sicurezza legato a quelle americane. Una contrapposizione che non offre una sintesi credibile semplicemente perché uno dei pilastri e ambiti del contenzioso, quello economico, non è assolutamente una prerogativa assoluta e nemmeno prevalente della Germania. La struttura economica italiana, negli ultimi trenta anni ha subito una drammatica perdita di controllo dei propri assetti strategici più importanti, superiore alla stesa distruzione dell’apparato produttivo. La gran parte di quelle attività sono finite in mano americana e poi francese, più che tedesca. È sufficiente scorrere i destini dell’industria aeronautica, dei generatori, della ceramica, della siderurgia specializzata, della meccanica, oltre che dei marchi alimentari, della moda e soprattutto della rete di telecomunicazioni per rivelare una penetrazione ben più articolata e preoccupante. I commensali del banchetto sono numerosi. È sufficiente orientare i propri padiglioni verso la voce dei corifei, tra i tanti Calenda, tutti impegnati ad identificare la globalizzazione con il mercato americano, per individuare le priorità stabilite dalla maggior parte della classe dirigente. L’impegno tedesco si è concentrato, piuttosto, sulla gestione del drenaggio del risparmio, sull’acquisizione di alcuni poli logistici necessari ai flussi dell’industria tedesca, sul controllo parziale ma indiretto della componentistica e sul ridimensionamento della capacità produttiva di un importante competitore.

DIFFICILMENTE

In realtà, sino a quando l’attuale classe dirigente tedesca riuscirà a mantenere in qualche maniera il controllo della costruzione europea per conto terzi, difficilmente la propensione tutta italica a costituire fazioni autodistruttive per conto di podestà stranieri potrà essere soddisfatta e la disputa occuperà inevitabilmente temi più rarefatti, come difficilmente il sodalizio tedesco-americano potrà incrinarsi significativamente, specie in una fase di restaurazione della politica americana ormai vincente.

Difficilmente, però, l’approccio offerto dalla redazione potrà offrire un contributo ad uno sforzo consapevole e proficuo di individuazione di un interesse nazionale capace di raccogliere il consenso delle parti più dinamiche e dignitose della comunità; come pure diventa alquanto arduo individuare, in Europa, nei vari paesi, le forze suscettibili di essere coinvolte.

Quanto alla Germania, se resurrezione dovrà essere, richiederà la realizzazione di numerose condizioni; i timidi vagiti richiederanno tempo per arrivare ad espressioni più articolate e razionali. La stessa formazione sociale tedesca inizia a conoscere importanti crepe nella sua proverbiale coesione con la erosione dei punti di garanzia e stabilità, ma anche di immobilismo. Si sta cominciando dal ruolo dei sindacati; ben presto toccherà anche il sistema periferico di promozione ed assistenza sociale. Bisognerà vedere se gli eventi, ormai incalzanti, concederanno il tempo necessario a compiere le svolte.

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