Mali: serve un cambio di paradigma, di Bernard Lugan

Scrivo da anni che nel nord del Mali il problema non è principalmente quello dell’islamismo, ma quello dell’irredentismo tuareg. Questo dato a lungo termine, radicati nella notte dei tempi, si sono manifestati dal 1962 attraverso periodiche risorgenze [1] . Secondo l’equilibrio di potere del momento, si esprime sotto varie bandiere. Oggi è sotto quello dell’islamismo.
Avendo trascurato i loro consiglieri di tener conto del peso dell’etno-storia, i leader francesi definirono una politica nebbiosa confondendo gli effetti e le cause. Da qui l’attuale impasse strategico da cui è tanto più difficile districarsi poiché l’equilibrio di potere locale è cambiato. Infatti, i suoi “emiri” algerini sono stati uccisi uno dopo l’altro da Barkhane, Al-Qaeda-Aqmi non è più governata localmente da stranieri, ma dal tuareg Iyad ag Ghali. Tuttavia, e come avevo anche annunciato, questi ultimi finirono per prendere il controllo delle varie fazioni Tuareg per un periodo ufficialmente e artificialmente rivali. L’accoglienza personale che ha riservato a Kidal ai “jihadisti” recentemente rilasciati ha mostrato in modo eloquente che il nord del Mali è ora sotto il suo controllo.
È quindi con questa nuova realtà in mente che vanno analizzate e comprese le dichiarazioni del 14 ottobre dell’AQIM e del GSIM ( Support Group for Islam and Muslims ), due falsi nasi di Iyad ag Ghali, chiedendo la partenza di Barkhane attraverso la retorica bellicosa sulla lotta contro i “crociati”. Tuttavia, è soprattutto una nuvola di fumo destinata a non lasciare il campo aperto all’EIGS ( Stato Islamico nel Grande Sahara ) affiliato a Daesh e il cui leader regionale è Adnane Abou Walid al-Saharaoui, un arabo marocchino della tribù Réguibat. Questo ex quadro del Polisario, accusa di tradimento Iyad ag Ghali per aver privilegiato la rivendicazione Tuareg attraverso trattative con Bamako e ciò, a scapito del califfato transetnico per ingombrare gli attuali stati saheliani.
A meno che non si scelga deliberatamente la via dello stallo, questi recenti cambiamenti costringeranno i responsabili delle decisioni francesi a rivedere molto rapidamente le missioni di Barkhane. Altrimenti la guerra al nord si riaccenderà inevitabilmente e dovremo quindi affrontare un fronte aggiuntivo, quello dei Tuareg. Inoltre, poiché la “legittimità” del nostro intervento è diventata almeno “incerta” dopo il colpo di stato di Bamako lo scorso agosto, è quindi tempo di porre la questione della nostra strategia regionale nella SBS. (Banda sahelo-sahariana).
Si distinguono tre aree, ognuna delle quali merita un trattamento speciale:

– Nel nord del Mali dove, politicamente e militarmente, non abbiamo nulla da difendere, l’errore sarebbe quello di continuare a persistere in un’analisi basata sullo slogan artificiale della lotta al “terrorismo islamista” e di cui l’unico risultato sarebbe l’apertura delle ostilità con i Tuareg. In queste condizioni, poiché l’Algeria considera il nord del Mali come il suo cortile, lascia che i suoi servizi si adattino alle “sottigliezze” politiche locali, cosa che faranno tanto più facilmente perché non saranno paralizzati da i “vapori” umanitari che impediscono qualsiasi azione reale ed efficace sul terreno …

– La regione dei “tre confini” presenta un caso diverso perché è la chiusa del Burkina Faso e più a sud quella dei paesi costieri, compresa la Costa d’Avorio, con cui abbiamo accordi. Il nostro sforzo deve quindi concentrarsi lì attraverso il sostegno dato agli eserciti del Niger e del Burkina Faso.

– La regione del Ciad in senso lato, perché dobbiamo includere il Camerun e la Repubblica centrafricana, è una futura ampia zona di destabilizzazione. Ecco perché deve essere guardato con la massima attenzione. È quindi imperativo rafforzare la nostra presenza militare lì.

[1] Sono evidenziati e sviluppati nel mio libro Les guerres du Sahel des origines à nos jours .

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Mali: un colpo di stato che potrebbe innescare un processo di pace, di Bernard Lugan

Contrariamente alle analisi superficiali della sottocultura mediatica-africanista, il colpo di stato appena compiuto in Mali potrebbe infatti, se fosse “gestito” bene, avere effetti positivi sulla situazione regionale. In un certo senso, segna il ritorno alla situazione che era all’origine dell’intervento Serval nel gennaio 2013 quando le forze del leader tuareg Iyad ag Ghali hanno marciato su Bamako dove erano attese dai sostenitori dell’imam Fulani. Mahmoud Dicko.
La questione che allora si poneva per François Hollande era semplice: era possibile consentire a una rivendicazione nazionalista Tuareg basata su una corrente islamista di fiorire oltre ai centri regionali di destabilizzazione situati nel nord della Nigeria con Boko Haram, nel regione del Sahara settentrionale occidentale con AQIM e nell’area del confine algerino-marocchino-mauritano con il Polisario ?
L’errore francese fu quindi quello di non condizionare la riconquista di Gao, Timbuktu e del Mali settentrionale da parte di Serval, al riconoscimento da parte di Bamako di una nuova organizzazione costituzionale e territoriale in modo che i Tuareg e i Peul non fossero più automaticamente esclusi dal gioco politico attraverso la democrazia che è diventato una semplice etno-matematica elettorale. La ferita etnica alla base del problema [1] e che era stata superinfettata dagli islamisti di Aqmi-Al-Qaeda non essendo stata curata, la guerra si è poi estesa a tutta la regione, dilagando nel Burkina Faso e il Niger.
Quindi, dal 2018-2019, l’intrusione di DAECH attraverso l’EIGS (Stato islamico nel Grande Sahara) ha portato a un conflitto aperto tra l’EIGS ei gruppi etno-islamisti che affermano di far parte del movimento di Al-Qaeda, gli EIGS li accusano di privilegiare l’etnia a spese del califfato.
Infatti, i due principali leader etno-regionali della nebulosa di Al-Qaeda, vale a dire il Touareg ifora Iyad Ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, leader della Katiba Macina, più etno-islamista che islamista, avevano deciso di negoziare un uscita dalla crisi. Non volendo una simile politica, Abdelmalek Droukdal, leader di Al-Qaeda per tutto il Nord Africa e per la banda saheliana, ha poi deciso di riprendere il controllo e imporre la sua autorità, entrambi su Ahmadou. Koufa e Iyad ag Ghali. È stato poi “neutralizzato” dalle forze francesi informate dai servizi di Algeri preoccupati nel vedere che lo Stato Islamico si stava avvicinando al confine algerino.
L’Algeria, che considera il nord-ovest del BSS come il suo cortile, ha sempre “sponsorizzato” gli accordi di pace lì. Il suo uomo locale è Iyad ag Ghali, la cui famiglia vive nella regione di Ouargla. Questo ifora tuareg ha una base di popolarità a Bamako con l’Imam Mahmoud Dicko e soprattutto è contro la disgregazione del Mali, una priorità per l’Algeria che non vuole un Azawad indipendente che sia un faro per il suo possedere Tuareg.
Se fosse ben negoziato, il colpo di stato appena avvenuto in Mali potrebbe quindi, contrariamente a quanto scrive la maggior parte degli analisti, segnare l’accelerazione di un processo negoziale volto a sia il conflitto Soum-Macina-Liptako portato avanti dai Fulani, da qui l’importanza di Ahmadou Koufa, sia quello del nord del Mali, che è l’aggiornamento della tradizionale disputa Tuareg, da qui l’importanza di Iyad ag Ghali.
Il ritorno al gioco politico dei Tuareg radunato alla guida di Iyad ag Ghali, e quelli dei Peul al seguito di Ahmadou Koufa, permetterebbero quindi di concentrare tutti i mezzi sull’EIGS, e quindi di prevedere nel medio termine una riduzione di Barkhane, poi il suo slittamento verso la regione peri-ciadica dove gli elementi di futura destabilizzazione in atto eserciteranno pesanti minacce su Ciad e Camerun, il tutto alimentato dall’intrusione turca in Libia.
[1] A questo proposito, fare riferimento al mio libro Les Guerres du Sahel , des origines à nos jours.
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Assassinio di operatori umanitari francesi: spiegazioni, di Bernard Lugan

Qualche riflessione di Bernard Lugan sull’agguato in Niger di domenica scorsa. In quell’area da alcune settimana è operativo anche un contingente militare italiano_Giuseppe Germinario

L’attacco avvenuto domenica 9 agosto in Niger, a est di Niamey, nell’area di Kouré, e che ha causato la morte di otto persone, di cui sei francesi dell’organizzazione umanitaria ACTED, richiede le seguenti riflessioni:

– La zona di agguato si trova in Niger, al di fuori dell’attuale perimetro operativo di Barkhane, in una nota zona di sosta e transito di gruppi terroristici. È quindi inconcepibile a dir poco che autorità locali irresponsabili abbiano autorizzato le ONG ad avventurarsi lì … per osservare le giraffe …
– Questa zona si trova a est della cosiddetta regione dei “Tre Confini”, l’attuale epicentro del terrorismo dove Barkhane ha appena ottenuto decisive vittorie. Poiché la vita lì è sempre più difficile per loro, i GAT (Gruppi armati terroristici) stanno quindi estendendo il loro campo operativo più a est.
– Siamo di fronte a una riorganizzazione dei gruppi terroristici che si traduce in un’escalation. Da diverse settimane gruppi jihadisti stanno combattendo nella BSS (Banda Sahelo-Sahariana) dove è scoppiato un conflitto aperto tra l’EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara), legato a Daesh, e gruppi che affermano di far parte del Movimento di Al-Qaeda, accusati questi ultimi dall’EIGS di tradimento.
In realtà, i due principali leader etno-regionali della nebulosa di Al-Qaeda, ovvero la Touareg ifora Iyad Ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, capo della Katiba Macina, stanno attualmente negoziando con Bamako con ciò provocando la furia dell’EIGS, il quale a sua volta cerca, con azioni spettacolari, di attirare a sé il deluso Aqmi.
Se avesse successo, la strategia di massacrare i gruppi terroristici vedrebbe il ritorno al gioco politico dei Tuareg radunati alla guida di Iyad ag Ghali, e dei Peuls al seguito di Ahmadou Koufa. Ciò consentirebbe quindi di concentrare tutte le risorse sull’EIGS nella “regione delle tre frontiere”. Per questo quest’ultimo è alla ricerca di nuovi campi di azione… e in particolare nell’area di Kouré. Tutti quelli che conoscono un minimo la situazione sul campo lo sanno. Non le ONG …
Per non aderire alla superficialità giornalistica degli eventi che hanno insanguinato la SSB, ma, al contrario, per conoscerne le cause profonde nonché la loro evoluzione a lungo termine, è indispensabile fare riferimento al mio libro Les Guerre saheliane dall’inizio ai giorni nostri .
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Sahel: tra jihadismo universalista e jihadismo etnico, di Bernard Lugan

L’attacco notturno a cavallo di mercoledi 10 e giovedì 11 giugno, alla frontiera tra il Burkina Faso e la Costa d’Avorio, è la prima azione jihadista che ha preso di mira la Costa d’Avorio, dalle azioni del Grand Bassam nel 2016. Essa viene inscritta in un quadro di confronto mortale tra l’EIGS (Stato Islamico nel Grand Sahara) e AQMI (Al-Quaïda per il Maghreb islamico).
In questa parte del Sahel Occidentale, il jihadismo è ormai imploso in due grandi correnti che si combattono:
– Uno, quello dell’EIGS (Stato islamico nel Grand Sahara), è legato a Daesh e il suo obiettivo è la creazione in tutto il BSS (striscia Sahelo-Sahariana) di un vasto califfato transetnico che sostituisce il stati attuali. Il suo leader, Adnane Abou Walid al-Saharaoui è un arabo Réguibat, ex dirigente del Polisario..
– L’altro, quello di Aqmi (Al-Quaïda per il Maghreb islamico), è il prodotto di grandi frazioni di due grandi popoli, il Tuareg e il Fulani, compresi i leader locali, il Touareg Iyad Ag Ghali e il Fulani Ahmadou Koufa, i quali non sostengono la distruzione degli attuali stati del Sahel.
Le rivendicazioni dei tuareg di Azawad non essendo quelle dei fulani di Macina, Soum o Liptako, era quindi del tutto artificioso che i loro combattenti si fossero radunati sotto lo stendardo di Al-Qaeda che, tutti come Daesh, rivendica il califfato, quindi la distruzione degli stati del Sahel.

Questa artificiosità ha condotto infine ad una frattura tra l’Algérino Abdelmalek Droukdal, il capo d’Al-Qaïda per l’Africa del Nord e la BSS, e gli altri principali capi etno-islamisti régionali, quindi Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa. Questi ultimi che detengono in parte le chiavi del conflitto, negoziano attualmente con Bamako. Iyad Ag Ghali sotto gli auspici dei padrini algerini sono preoccupati della progressione regionale di Daech; analogamente Ahmadou Koufa sotto la protezione del suo mentore, l’imam Dicko.

Come da me spiegato in un comunicato in data 6 giugno , Abdelmalek Droukdal si è opposto a questi accordi, aveva deciso di ripristinare la propria autorità su Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa. Il suo tentativo di intralciare i futuri accordi di pace, già oggetto di sottili e molto complesse discussioni, era parecchio mal visto in Algeria. Soprattutto da quando, per diverse settimane, il presidente Tebboune ha rilevato dal loro stato di “semifinanziati” alcuni degli ex DRS, veri “intenditori” del dossier, già licenziati dal generale Gaïd Salah e dal clan Bouteflika

La morte d’Abdelmalek Droukdal e di altri tre comandanti locali, tali Sidi Mohamed Hame, Abou Loqman alias Taoufik Chaib e Ag Baye Elkheir, il tre giugno, à Talahandak, nel cerchio di Tessalit in Mali, a pochi chilometri dal confine con l’Algeria, pone in essere quindi la libertà di Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa..

Infine, poiché gli “emiri algerini” che hanno guidato a lungo Al Qaeda nel BSS sono stati uccisi uno dopo l’altro, l’eliminazione di Abdelmalek Droukdal segna la fine di un periodo. D’ora in poi, Al Qaeda nel BSS non è più guidato da stranieri, da “arabi”, da algerini, ma da “regionali” che hanno un approccio politico regionale e le cui affermazioni sono principalmente rivendicazioni radicate nei loro popoli, come mostro nel mio libro Le guerre del Sahel dalle origini ai giorni nostri. Per anni ho scritto che le componenti locali di Aqmi hanno usato l’Islam come uno schermo per le richieste inizialmente etno-politiche, che sono attualmente verificate sotto i nostri occhi.

Siamo quindi, e ancora una volta, di fronte al ritorno, in una forma “modernizzata”, della grande realtà africana che è l’etnia. Se fosse ancora necessario, questi eventi dimostrano che, ovviamente, l’etnia ovviamente non spiega tutto … ma che nulla può essere spiegato senza di essa …

Resta dunque Daech, la cui distruzione in BSS non potrà realizzarsi che:
1) Opponendo la direzione allogena, dunque il «marocchino» Adnane Abou Walid al-Saharaoui, alle sue truppe autigene.
2) Esasperare le contraddizioni tra le rivendicazioni di diversi generi etnici, tribali e clanici.
3) Impedendo al nostro “fedele alleato” turco nella NATO di rifornire i combattenti dell’ISIS. Ma se la rotta del maresciallo Haftar continuasse e le sue truppe perdessero il controllo di Fezzan come sembra essere in corso, allora …

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Le vere ragioni della morte di Abdelmalek Droukdal, di Bernard Lugan

Qui sotto la traduzione del notiziario di Bernard Lugan, il più puntuale analista francese della situazione sociopolitica del continente africano. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Abdelmalek Droukdal, il capo di Al-Quaïda in tutta l’Africa del Nord e la fascia sahéliana, da due decenni l’uomo più ricercato in Algeria, ha abbandonato il suo santuario di Kabylia con il suo Stato Maggiore per raggiungere il nord del Mali laddove l’armata francese lo ha abbattuto. E’ stato «neutralizzato» nella regione di Tessalit, in territorio touareg; un dato dalla importanza fondamentale.

Sorgono due domande:
1) Perché ha corso questo rischio?
2) Perché era diventato imbarazzante per gli algerini i quali non potevano non sapere del suo “spostamento”?

1) Per diverse settimane, i gruppi jihadisti dalle obbedienze diverse e dalle motivazioni disparate si sono combattuti nella BSS (Fascia Sahelo-Sahariana). Un conflitto aperta e scoppiato contemporaneamente tra l’EIGS (Stato islamico nel Grand Sahara), legato a Daesh e i gruppi che si richiamano al movimento di Al Qaeda, gli EIGS accusati dai primi di tradimento. Di fatto, i due principali leader etno-regionali della nebulosa di Al Qaeda, vale a dire il Touareg ifora Iyad Ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, capo della Katiba Macina, stanno attualmente negoziando con Bamako.

2) L’Algeria è inquieta nel vedere Daesh avvicinarsi  alle sue frontiere. Or dunque, poiché considera il BSS come propria retrovia, l’Algeria ha sempre “patrocinato” un accordo di pace. Il suo uomo sul posto è Iyad ag Ghali la cui famiglia vive in Algérie dove possiede una casa. Politicamente egli dispone di quattro referenze:
– Egli è touareg ifora;
– è musulmano «fondamentalista».
– Oltre al sostegno dei touareg, dispone di una base popolare a Bamako grazie alla fedeltà dell’imam Mahmoud Dicko.
– Soprattutto, è contrario alla dissoluzione del Mali, una assoluta priorità per l’Algeria, che non vuole un Azawad indipendente; rappresenterebbe un faro per i propri Touareg.
La negoziazione che procede al momento «discretamente» ha per scopo la regolazione di due conflitti differenti i quali, non ostante le apparenze e la versione popolare, non hanno una matrice islamica. Si tratta in effetti di conflitti iscritti nella notte dei tempi, come descritti da me nel libro Les Guerres du Sahel delle origini in nessun viaggio,  di risorgenze etno-storico-politiche-oggi mimetizzate dietro il paravento islamico.
Questi due conflitti, ciascuno dalla propria dinamica sono:
– Quello del Soum-Macina-Liptako, condotto dai Peul; da qui l’importanza di Ahmadou Koufa.
– Quello del nord Mali, l’attualizzazione della tradizionale contestazione dei touareg; da qui l’importanza dell’Iad di Agha.
Or dunque, Abdelmalek Droukdal era contrario a questi accordi, e aveva deciso o ancora era stato persuaso a recarsi nella zona, forse per ristabilire un modus vivendi con Daech. Mais, surtout, per riprendere in mano e imporre la propria autorità a sua volta a Ahmadou Koufa e a Iyad ag Ghali.
Rappresentava dunque l’ostacolo al piano di pace regionale tendente a isolare i gruppi di Daech, in modo da regolare  rispettivamente il problema touareg in Mali e il problema peul nel sud del Mali e nel nord del Burkina Faso. Ecco il perché della sua morte.

Lo stratagemma della “salsiccia” dei gruppi terroristi è perfettamente riuscito. Prova due cose:

1) L’Algeria è tornata nel conflitto.

2) I militari francesi che hanno condotto l’operazione si sono ispirati alla massima di Kipling secondo il quale “il lupo afghano è inseguito in Afghanistan dal levriero afghano”.

In altre parole, non cesso di dirlo dall’inizio del conflitto, una raffinata conoscenza delle popolazioni che è indispensabile

Se la strategia dovesse essere coronata da successo, con il ritorno al gioco politico dei Touareg uniti dalla guida di Iyad ag Ghali e  dei Peul, al seguito di Ahmadou Koufa,

si potranno concentrare tutti i mezzi  sull’EIGS, con uno scivolamento delle operazioni verso l’est del Niger e della BSS.

Il problema è ormai è di sapere se il Fezzan Libico sta sfuggendo al generale Haftar (voce del comunicato del 28 maggio 2020 ). Nel caso la Turquie, nostro «buono» e «leale» alleato in seno alla NATO, avrebbe dunque un corridoio che consentirebbe ai propri servizi una linea diretta per sostenere i combattenti dell’EIGS. L’imperativo sarà quindi di riprendere il controllo fisico della regione di Madama, in modo da impedire la rianimazione del terrorismo attraverso la Libia.

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Sahel: e se fosse lo sviluppo la causa della guerra?, di Bernard Lugan

Il più grande merito dello storico ed analista Bernard Lugan, grande studioso delle vicende politiche del continente africano, è stato nel corso degli anni quello di aver smontato sistematicamente la costruzione retorica ed ideologica degli aiuti umanitari e di sostegno allo sviluppo legati ad una condizione di sottosviluppo. Questo breve articolo ci offre un ulteriore tassello della sua costruzione analitica e della sua denuncia politica. Il conflitto politico in Africa non è dovuto in prevalenza al sottosviluppo, ma ai colossali cambiamenti socioeconomici indotti da interventi esterni e con nuovi grandi attori i quali stanno spingendo sempre più i paesi africani nel circuito commerciale internazionale delle materie prime; ma anche a dinamiche interne a quei paesi quali quelle illustrate in questo articolo.Buona lettura_Giuseppe Germinario

Sahel: e se fosse lo sviluppo la causa della guerra?
I conflitti nel Sahel centrale non sono una conseguenza della scarsità di risorse alimentari
poiché, tra il 1999 e il 2016, la produzione di cereali è ivi aumentata di tre volte a seguito dell’incremento del 25% della superficie coltivata. Allo stesso tempo, il terrorismo ha travolto la regione.
Perché?
Se le risorse alimentari si sono moltiplicate per tre, è perché le aree coltivate sono aumentate del 25%. Un risultato ottenuto essenzialmente per la messa a coltivazione dei terreni da pascolo. Quindi a spese dei pastori. Sulle loro antiche terre di transumanza, i Fulani hanno visto così l’insediamento di coloni non nativi i cui antenati, prima della colonizzazione, erano vittime a loro volta di razzie. Minacciati nel loro modo di esistenza, loro si sono rivolti ai jihadisti.
Più in generale, se osserviamo i microfenomi e non più unicamente i macrofenomi,
scopriamo che non è tanto attorno ai vecchi punti di acqua che avvengono gli scontri,
quanto attorno ai nuovi pozzi
scavati dalle ONG e alle superfici irrigate grazie alle sovvenzioni dell’Unione Europea. Alcuni progetti di bonifica realizzati dai “salvatori del pianeta” equivalgono a veri e propri fattori di guerra. Recintano zone umide ora vietate ai pastori ma che sono vitali per loro.
La religione dello “sviluppo” quindi sconvolge i sottili equilibri tradizionali di quella terra. Da qui il motivo della maggior parte degli attuali scontri etnici a Macina, Soum
e a Liptako.
Come spiego nel mio libro “Le guerre del Sahel dalle origini Oggi”, a causa dell’etnomatematica elettorale, gli Stati
del Saheliani controllati con il sostegno degli agricoltori sedentari favoriscono questi a spese dei pastori.
Le persone arricchite e sedentarie investono nel bestiame, competendo così direttamente con i pastori.
Questo è particolarmente vero nel Soum-Macina. Da qui lo scontro tra Peul e Dogon.
Il risultato di questa doppia espropriazione dei pastori comporta che il sedentario arricchito e possidente di bovini, assume come
pastori i giovani proletari Peuhl.
Pertanto, è gioco facile per i jihadisti suggerire loro di uscire dalla loro condizione umiliante con la legge delle armi. La stessa dei loro antenati quando erano dominanti.
Un altro esempio, il Soum dove, come non ho smesso di scrivere da tempo per anni, l’introduzione della coltivazione del riso avvenuta a spese della pastorizia è una delle chiavi di comprensione dell’attuale jihadismo.
Questa novità ha davvero attratto nuove popolazioni nella regione. I coloni coltivatori di riso mossi o fulsé-kurumba hanno inizialmente cacciato i pastori Peuhl dalle terre di transumanza. In nome dell’etno-matematica, perché localmente più numerosi
dei Fulani hanno combattuto contro i loro capi-clan per cambiare le regole di assegnazione del territorio.
Anche qui lo sviluppo ha quindi aperto una autostrada ai jihadisti …

http://bernardlugan.blogspot.com/

Operazione Barkhane : una messa a punto necessaria, di Bernard Lugan

Qui sotto alcune lucide considerazioni di Bernard Lugan sulla situazione militare in Africa subsahariana offuscate da una valutazione un po’ troppo bonaria, per così dire, delle ragioni dell’intervento francese ed elusiva del ruolo degli Stati Uniti, della Cina e della Russia_Giuseppe Germinario
Le perdite tragiche che ha appena subito la armata francese -e che non saranno purtroppo le ultime hanno dato qualche possibilità di mettere in discussione i meriti della presenza militare francese nel Sahel. Questo approccio è legittimo, ma a condizione di non cadere nella caricatura, nel complottismo o nell’ideologismo.
Ho a lungo esposto lo stato delle cose su questo blog, compreso il mio comunicato stampa del 7 novembre 2019 dal titolo “Sahel: e ora che cosa?”, E nelle colonne dell’Africa Real e nel mio libro guerre Sahel origini ai nostri giorni , che imposta il problema nella suo lungo percorso storico e geografico. Quindi non voglio andare su questa strada. Tuttavia, tre punti dovrebbero essere notati:
1) il software duplicato risalente al 1960-1970, accuse di neocolonialismo verso la Francia sono completamente spostati, anche inaccettabile e indegno. Nel Sahel, porterà la nostra armata in effetti alla guerra non per interessi economici. In effetti :

– La zona CFA nel suo complesso, i paesi del Sahel inclusi, rappresenta poco più dell’1% di tutto il commercio estero della Francia, i paesi del Sahel per un totale di un massimo di un quarto del 1%. Basti dire che il Sahel non esiste per l’economia francese.
– Per quanto riguarda l’uranio dal Niger, contrariamente a una sciocchezza e contro-verità sentite parlare dal momento che in realtà non è essenziale. Circa 63.000 tonnellate estratte nel mondo, il Niger ne produce a regime 2900 … E’ più economico, e senza  problemi di sicurezza dal Kazakistan che ne estrae 22.000 tonnellate, quasi dieci volte, Canada (7000 t.), Namibia (5500 t.), Russia (3.000 t.), Uzbekistan (2400 t.) o l’Ucraina (1200 t.), ecc ..
– Per quanto riguarda l’oro in Burkina Faso e Mali, la realtà è che è schiacciante la quantità estratta dalle aziende canadesi, australiani e turche.

2) Militarmente, e con mezzi che mai permetteranno di pacificare la vastità del Sahel, ma che non era la sua missione, barkhane riuscito a evitare la ricostituzione delle unità costituite di jihadisti. Pertanto, le scommesse su nostra stanchezza, gli islamisti attaccano i dirigenti civili e gli host locali, il loro obiettivo è quello di decostruire amministrativamente intere regioni in attesa della nostra eventuale partenza, che permetterebbe loro di creare il maggior numero di califfati. La nostra presenza può naturalmente impedire che le azioni dei terroristi prendano il controllo effettivo di vaste aree.
3) in realtà si ha a che fare con due guerre:

– A nord non può essere risolto senza reali concessioni politiche ai Touareg da parte delle autorità di Bamako. Anche senza il coinvolgimento dell’Algeria, che, nel contesto attuale sembra difficile. Se questo è stato risolto, e se le forze del generale Haftar o il suo successore controllano effettivamente  Fezzan, percorso libico di rifornimento jihadista da Misurata e la Turchia, che non sono estranei, sarebbero quindi da tagliare. Resta da dissociare trafficanti jihadisti, che sarebbe un altro discorso …
– A sud del  fiume Niger i  jihadisti traggono dal vivaio Fulani e in quello dei loro antichi affluenti. Il loro obiettivo è quello di spingere a sud e destabilizzare Costa d’Avorio. Ecco perché i nostri sforzi devono concentrarsi sul sostegno etnico del blocco Mossi. Oggi come allora la grande Fulani Jihad (ancora una volta, vedi il mio libro sulle guerre nel Sahel) diciannovesimo secolo, è davvero un frangiflutti di resistenza. Rafforzare le difese Mossi bastione comporta impegnarsi con quei gruppi etnici che vivono sul suo smalto e hanno tutto da temere dalla rinascita di un sicuro espansionismo Fulani dietro lo schermo del jihadismo. Tuttavia, se i jihadisti regionali sono prevalentemente Fulani, tutti i Peul non sono jihadisti. Questo fatto che, ancora una volta, sarà necessario “torsione braccio” ai politici locali che sono state date assicurazioni a Fulani per evitare un loro generalizzato ribaltamento a fianco dei jihadisti. Perché, come ho scritto in un tema passato dell’Africa Real ‘Quando il mondo Fulani si sveglia, il Sahel si accende “. E’ quindi urgente agire.

Al di là di servizi di media “esperti”, una cosa è chiara: la pace dipende dai Tuareg a nord, la pace a sud dipende dai Fulani. Tutto il resto deriva da questa realtà. In queste condizioni, come i governi obbligano a considerare questo doppio percorso che è l’unica via che può condurre alla pace?
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Sahel! Che fare ora?, di Bernard Lugan

Riflessioni da un punto di vista transalpino_Giuseppe Germinario

Nel Sahel, nella stessa settimana, un soldato francese è stato ucciso, gli eserciti del Mali e del Burkina Faso hanno subito diverse gravi sconfitte, perdendo più di cento morti, mentre cinquanta lavoratori civili impiegati in una miniera canadese massacrato in Burkina Faso, un paese in via di disintegrazione. Anche se la Francia annuncia di aver ucciso un importante leader jihadista, la situazione sfugge a poco a poco a qualsiasi controllo.

La realtà è che gli stati africani in fallimento non sono in grado di difendersi, il G5 Sahel è un guscio vuoto e le forze internazionali schierate in Mali usando la maggior parte delle loro risorse per l’autoprotezione, sul campo, fanno tutti affidamento i 4500 uomini della forza Barkhane.

oro:
1) Abbiamo interessi vitali nella regione che giustificano il nostro coinvolgimento militare? La risposta è no
2) Come condurre una vera guerra quando, per ideologia, ci rifiutiamo di nominare il nemico? Come combattere quest’ultimo, allora, facciamo come se fosse nato dal nulla, non appartenesse a gruppi etnici, tribù e clan ma perfettamente identificati dai nostri servizi?
3) Quali sono gli obiettivi del nostro intervento? Il minimo che possiamo dire è che sono “fumosi”: combattere il terrorismo attraverso lo sviluppo, la democrazia e il buon governo, mentre ostinatamente, sempre ideologicamente, minano o talvolta rifiutano prendere in considerazione la storia regionale e il determinante etnico che costituisce comunque le sue basi?
4) Gli stati africani coinvolti hanno gli stessi obiettivi della Francia? È lecito dubitare …

Il fallimento è quindi inevitabile? Sì, se non cambiamo rapidamente il paradigma. Soprattutto perché l’obiettivo primario del nemico è quello di causarci perdite che saranno sentite insopportabili dal pubblico francese.
In queste condizioni, come evitare l’imminente disastro?

Sono possibili tre opzioni:
– Invia almeno 50.000 uomini sul campo per incrociare e pacificare. Questo è ovviamente del tutto irrealistico perché i nostri mezzi lo vietano e perché non siamo più nell’era coloniale.
– Piega la nostra forza. Barkhane è in una situazione di stallo con possibilità di manovra sempre più ridotte, soprattutto a causa della proliferazione di mine poste sugli assi di comunicazione richiesti. Ma anche perché ora dedica una parte sempre più importante dei suoi mezzi alla sua autoprotezione.
– Infine, dai a Barkhane i mezzi “dottrinali” per condurre efficacemente la controinsurrezione. E sappiamo come farlo, ma a condizione di non metterci più in imbarazzo con considerazioni “morali” e ideologiche paralizzanti.

Questa terza opzione si baserebbe su tre pilastri:

1) Tenendo conto della realtà che la conflittualità sahelo-sahariana fa parte di un continuum storico millenario e che, come mostro nel mio libro Le guerre del Sahel dalle origini ai giorni nostri, non possiamo ambire con 4500 uomini a dirimere le questioni regionali iscritte nella notte dei tempi.

2) Dare priorità al focolaio principale del fuoco, vale a dire la questione tuareg che, nel 2011, era all’origine dell’attuale guerra. Infatti, se riusciamo a risolvere questo problema, asciugiamo i fronti di Macina, Soum e Liptako tagliandoli dai settori sahariani. Ma per questo, sarà indispensabile “torcere il braccio” alle autorità di Bamako dando loro un mercato in mano: o fai delle concessioni politiche e costituzionali reali al tuareg che si farà la polizia nella loro zona, oppure noi andiamo e lasciati coccolare per te stesso. Per non parlare del fatto che diventa insopportabile notare che il governo maliano tollera le manifestazioni che denunciano Barkhane come forza coloniale quando, senza l’intervento francese, il tuareg prese Bamako …

3) Quindi, una volta estinto il focolaio settentrionale e i Tuareg diventeranno garanti della sicurezza locale, sarà quindi possibile affrontare seriamente i conflitti nel sud non esitando a designare coloro che sostengono il GAT (gruppi armati terroristici) e armare e inquadrare coloro che sono ostili nei loro confronti. In altre parole, dovremo operare come gli inglesi hanno fatto in modo così efficace con il Mau-Mau del Kenya quando hanno lanciato contro il Kikuyu, matrice etnica del Mau-Mau, le tribù ostili a queste. Certamente, gli eterici sostenitori dei “diritti umani” urleranno, ma se vogliamo vincere la guerra e prima evitare di dover piangere i morti, dovremo attraversarla. Quindi, tieni presente che, come ha detto Kipling, “il lupo dell’Afghanistan sta cacciando con il levriero afgano”. Non sarà quindi più necessario denunciare le frazioni Fulani e quelle dei loro ex tributari che costituiscono il vivaio di jihadisti. Ma, allo stesso tempo, e ancora una volta, sarà necessario imporre ai governi interessati di proporre una soluzione di uscita ai Fulani.
Sarà quindi possibile isolare i pochi clan che danno combattenti al “GAT”, che impedirà il contraccolpo regionale. Il jihadismo, che afferma di voler andare oltre l’etnia fondandola in un califfato universale, sarà quindi intrappolato in scontri etno-centrici e potrà quindi essere ridotto ed eradicato. Rimarrà la questione demografica e quella delle elezioni etno-matematiche che ovviamente non possono essere risolte da Barkhane.
Collocate alla confluenza tra islamismo, contrabbando, rivalità etniche e lotte per il controllo di territori o risorse, le nostre forze colpiscono regolarmente le dinamiche locali e costanti. Tuttavia, il percorso della vittoria passa prendendo in considerazione e usando questi ultimi. Ma è ancora necessario conoscerli …

Bernard Lugan
2019/07/11

Può riuscire l’ultimo strattagemma del regime algerino?, di Bernard Lugan

Puntiamo ancora l’attenzione sulle vicende del regime algerino. Un paese chiave governato da una classe dirigente decadente ma che è stata capace di preservare il prestigio acquisito con la guerra di indipendenza dalla Francia di ormai sessant’anni fa e di mantenere una notevole autonomia politica nel corso di questi decenni; la stessa classe dirigente, però, che ha fallito l’obbiettivo, sempre che se lo sia posto seriamente, di creare una economia meno dipendente dalle rendite delle materie prime energetiche. Un paese autorevole per il resto del continente africano. Un paese centrale non più soltanto per il vecchio paese colonizzatore, la Francia e per l’Italia, uno dei principali sostenitori del movimento indipendentista. A questi si sono aggiunti la Russia, la Cina e, nell’ultimo ventennio, sulla falsariga dei passi spericolati ed improvvidi di Gheddafi in Libia, gli Stati Uniti. Gli anni atroci della guerra civile con il movimento integralista sono serviti ad intrecciare forti legami e intensi programmi di collaborazione con gli apparati militari e di intelligence americani. Tutti fattori che accrescono le incognite e le variabili sul futuro del paese dal quale l’Italia trae un terzo delle importazioni gasifere; uno solo dei tanti nodi geopolitici che dovrebbero interessare le classi dirigenti italiche. _ Giuseppe Germinario

Bernard Lugan, francese, è un analista geopolitico africanista, autore di numerosi testi sull’Africa e il mondo arabo

In preda al panico per l’ampiezza delle manifestazioni popolari e temendo che sfocino in un processo rivoluzionario incontrollabile, i veri padroni di Algeria stanno tentando una mossa d’azzardo per consentire loro di mantenere il potere reale. Giocando con l’articolo 102 della Costituzione che consente l’accertamento da parte del Consiglio costituzionale della capacità del presidente Bouteflika di esercitare le proprie funzioni, il regime algerino sta cercando infatti di ottenere alcuni mesi di una tregua preziosa che consenta loro di controllare l’organizzazione di future elezioni presidenziali.

Ad essere più chiaro:

1) L’accertamento delle capacità del presidente Bouteflika aiuta a contenere l’infezione, dando una contentino a buon mercato a molti dei manifestanti, isolando nel contempo gli estremisti che vogliono un cambio di regime e la fine del sistema FLN.

2) Questa decisione consente all’esercito di tornare al centro del potere; un esercito, però, che gioca la carta della legalità e che appare come rinsaldato, riuscendo a stendere un velo sulle proprie profonde fratture.

3) Questo riconoscimento della incapacità non cambierà alcunché riguardo al funzionamento del potere in quanto, quasi incosciente per diversi anni, non è stato Abdelaziz Bouteflika a governare.

4) Il Parlamento, su proposta del Consiglio costituzionale è in procinto, con una maggioranza di 2/3, di constatare l’incapacità presidenziale e, come richiesto dalla Costituzione, l’interim sarà sostenuto per 45 giorni da Abdelkader Bensalah, Presidente della Consiglio della Nazione. Quindi, se dopo questi 45 giorni sarà confermata la disabilità presidenziale, il vuoto di potere viene riconosciuto e Abdelkader Bensalah avrà al massimo 90 giorni per organizzare un’elezione presidenziale. Quindi, in totale 45 giorni più 90 giorni; una vera e propria ancora di salvezza per il regime, nel momento in cui il fatidico 28 aprile segnerà la fine della presidenza Bouteflika.

5) Poiché Tayeb Belaiz, presidente del Consiglio costituzionale, e Abdelkader Bensalah, Presidente del Consiglio della Nazione, sono entrambi fedeli al clan Bouteflika, è logico pensare che faranno di tutto per gestire nel periodo a venire i migliori interessi di questi ultimi dal momento che ne sono una componente. Essi saranno aiutati dall’apparato FLN, tra cui Amar Saadani, ex segretario generale del movimento il quale, domenica 24 marzo, ha acceso la miccia del processo corrente dichiarando che Abdelaziz Bouteflika era il giocattolo del primo ministro Ahmed Ouyahia … ed è stato quindi il secondo che non solo ha governato l’Algeria, ma altresì ha scritto lettere attribuite al presidente.

6) Un comodo capro espiatorio è stato trovato e dato in pasto alla folla; un atto che si prevede possa salvare la testa dello stesso Bouteflika, i padroni del FLN, gli oligarchi e i generali che hanno governato l’Algeria a loro vantaggio, appoggiandosi sull’alleanza tra le casseforti e le baionette’.

La strada si farà ingannare dalla manovra? S lascerà confiscare la propria rivoluzione? Il tempo ci dirà … Una situazione da seguire!

Bernard Lugan

Libia! Sul palcoscenico e dietro le quinte_di Giuseppe Germinario

L’intervento militare in Libia del 2011 è stato un’onta, una macchia tra le più ignobili nella politica estera solitamente non brillante condotta dalla nostra classe dirigente. Un atto paragonabile ad altre rese che hanno caratterizzato la nostra storia del ‘900 ma con una aggravante: l’essere un atto proditorio, di puro servilismo e platealmente contrario agli interessi del paese. Gli artefici di quella scelta cercarono di minimizzare ipocritamente il ruolo svolto nell’intervento bellico di fatto paragonabile a quello di Francia e Gran Bretagna. Il prezzo che l’Italia ha rischiato di pagare avrebbe potuto essere enorme dal punto di vista della compromissione della credibilità acquisita in decenni nel mondo arabo e nell’Africa Mediterranea. L’eventuale successo di quella impresa, coronata con la tragica e infamante uccisione del colonnello Gheddafi, avrebbe dovuto sancire il cambio di consegne dall’Italia alla Francia  della tessitura delle relazioni in quell’area e della gestione degli interessi geoeconomici per conto del dominus atlantista.

Al prezzo tragico di una destabilizzazione e di una frammentazione del paese quel disegno è clamorosamente e fortunatamente in fase di stallo se non fallito. Ha provocato, con la migrazione di truppe una volta fedeli al colonnello, la destabilizzazione di paesi vicini, in particolare il Mali e il Ciad. Nuovi e vecchi attori, una volta attivi dietro le quinte, si sono nel frattempo ostentatamente inseriti nelle rivalità, una volta controllate dal colonnello secondo le modalità di una confederazione tra tribù e clan e diventate poi ingovernabili con la sua morte. Dalla Turchia, inizialmente ostile all’intervento, ai regimi della penisola araba equamente impegnati nelle varie fazioni, all’Egitto dei militari, alla Russia. L’unico risultato politico evidente è stato la formazione di un Governo di transizione a Tripoli, sostenuto dalla coalizione militare occidentale e inizialmente tollerato dalle varie fazioni, impegnate alternativamente ad acquisire il ruolo di garanti e patrocinatori, ma con l’eccezione determinante del colonnello Haftar, in Cirenaica, sostenuto da Egiziani, Emirati Arabi e Russi e avallato dalla Francia degli ultimi tre presidenti. Poco alla volta il colonnello Haftar è riuscito a ripulire quasi completamente la Cirenaica dai movimenti islamisti, ad impadronirsi dei pozzi petroliferi prossimi alla costa ed ora ad acquisire il controllo del Fezzan, nell’area desertica a sud ricca di giacimenti. Il clan di Misurata, sostenuto dalla Turchia, è ormai indebolito e prossimo ad un compromesso con Haftar. Il Governo di Al Serraji ha perso il sostegno delle tribù filo-Gheddafi, le più numerose di quel paese; è ostaggio ormai delle milizie islamiche insediatesi a Tripoli. Ormai praticamente circondato dal colonnello Haftar. Tanto è bastato per far urlare alla fine della influenza italiana in Libia e al trionfo della Francia di Macron. Il sostegno militare del Presidente Francese, grazie all’intervento dell’aviazione, è stato in effetti importante anche per la conquista del Fezzan.

Ma non è la prima volta, però, che ad un intervento militare impegnativo e massiccio della Francia e ad una azione diplomatica ostentata sia seguito un bottino decisamente magro in termini di vantaggi geopolitici ed economici. Lo si è visto in Siria, in Arabia Saudita e nella stessa Libia. Con esso, tra l’altro, la Francia ha compromesso pesantemente la possibilità di un ruolo di mediazione tra le fazioni. I veri artefici del successo di Haftar sono i Russi e gli egiziani con gli Stati Uniti, nella componente trumpiana, i quali vigilano sornioni.

È il contesto che può consentire all’Italia di riassumere un ruolo di mediazione efficace, in buona parte legittimato dalla recente conferenza di Palermo e di salvaguardare sotto mutate spoglie il nocciolo dei propri interessi strategici in quell’area. I detrattori dalla pesante coda di paglia, come sempre interessati a piegare gli interessi strategici a quelli di bottega, come sempre non mancano all’interno del Belpaese. Li si è visti all’opera anche nel pieno della conferenza di Palermo. Non mancano nemmeno i pessimisti a prescindere i quali vedono un destino irrimediabilmente segnato. Le ostentate scenografie e la frenesia interventista transalpine riescono ad ingannare facilmente questi adepti. In realtà i circa quattromila militari francesi presenti in Africa subsahariana riescono a tamponare i sommovimenti, ma non riescono a costruire alternative politiche in quell’area. Logisticamente sono fragili e poco dinamici; risultano sempre più invisi alle popolazioni. Devono confrontarsi con circa diecimila militari statunitensi, con una capacità logistica e strategica incomparabilmente superiore e con una presenza cinese, civilmente ed economicamente, massiccia, tesa a costruire reti infrastrutturali imponenti; un dato ormai riconosciuto. Ma anche ormai con una presenza militare, di base a Dgjbuti, suscettibile di raggiungere rapidamente le diecimila unità. L’erosione definitiva dell’area francofona appare ormai una possibilità sempre meno remota; il recente patto franco-tedesco, impegnativo anche per quell’area, appare tardivo ed inadeguato a sostenere il confronto geopolitico. Tanto più che le recenti sparate dell’enfant Macron in terra d’Africa, indirizzate ai giovani di quell’area, rappresentano la classica destrezza di un elefante in una cristalleria; hanno solo messo in allarme le stesse élites rimaste a lui fedeli. Si tratta di dinamiche che stanno coinvolgendo ormai altri paesi sino ad ora al riparo, come l’Algeria e la Tunisia, scarsamente controllabili da un paese in declino come la Francia. La prosopopea Jupiteriana che accompagna il velleitarismo di quella classe dirigente non farà che esporla al pubblico ludibrio a differenza dei compagni di avventura più discreti e meno rumorosi di Oltremanica. Le congiunzioni astrali favorevoli, legate all’avvento di Trump e all’insorgenza cinese e russa, non saranno certo eterne. Non per questo sarà possibile un mero ritorno allo statu quo ante agognato dall’enfant prodige e dai suoi mentori statunitensi di sponda avversa a Trump. Il nostro presuntuoso ed arrogante, eletto dai progressisti nostrani addirittura a leader europeista nel continente, in realtà sta offrendo più o meno consapevolmente le risorse e i residui punti di forza del proprio paese come merce di scambio utilizzata dai maggiordomi teutonici ben più gretti e astuti. Abbiamo conosciuto il servilismo ossequioso e dimesso delle vecchie classi dirigenti italiche; ci toccherà adesso assaporare il fiele di quello transalpino, ammantato di vanagloria. A meno che, qualcosa di serio stia maturando dietro le quinte dell’esagono. L’ostinazione e la persistenza del movimento dei gilet gialli lascia presagire sommovimenti dietro le quinte più strutturati che in Italia.