Letture sul dramma di Macerata: lo scontro delle secolarizzazioni, di Alessandro Visalli

Tratto con l’autorizzazione dell’autore da https://tempofertile.blogspot.it/2018/02/letture-sul-dramma-di-macerata-lo.html

articolo inerente di Visalli http://italiaeilmondo.com/2018/02/20/letture-sul-dramma-di-macerata-lo-scontro-delle-secolarizzazioni-di-alessandro-visalli/

Il mio amico Roberto Buffagni ha una ipotesi circa i fatti di Macerata, nelle Marche, in cui si è consumato un doppio orrendo fatto di cronaca: alcuni criminali di origine nigeriana, dediti a quanto sembra a spaccio di stupefacenti, avrebbero ucciso una povera ragazza anche essa dedita all’uso, dunque una cliente, e poi, forse per occultarne il cadavere, l’avrebbero fatta a pezzi e abbandonata in campagna. Successivamente un criminale italiano, a scopo di vendetta razziale, ha sparato su passanti di colore e si è quindi consegnato, avvolto in un tricolore.

Le indagini non sono concluse, e la dinamica non è completamente confermata, ma in alcune versioni emerge l’ipotesi, sposata da Buffagni nel suo pezzo, che l’omicidio sia stato in qualche modo una forma pervertita e corrotta di secolarizzazione (ovvero di utilizzo a fini economici di riti tradizionali) delle forme religiose tradizionali dell’area di provenienza degli attori. Certo, come sostiene Giorgio Cingolani, professore a contratto dell’università di Macerata ed antropologo, è del tutto prematuro connettere questi pochi fatti a ritualità pervertite o, come dice, a “personalizzazioni del rito ad opera di soggetti specifici”, ed è certamente improprio immaginare che questi fenomeni, dove si danno, siano di massa o “tradizionali”.

Al momento le indagini, quando l’udienza di convalida non si è neppure tenuta, non confermano, né escludono queste ipotesi, ma, come scrive la Repubblica: “restano invece aperti tutti i dubbi sul movente dell’omicidio: dal tentativo di stupro finito male al sacrificio rituale, ipotesi che gli inquirenti non escludono ma per le quali, al momento, non hanno prove”.

Tra l’altro giova ricordare che la Nigeria, il più popoloso stato africano, settimo al mondo, è sede di antica civilizzazione e dispone di un PIL di tutto rispetto (435 miliardi di dollari), maggiore di quello del Sud Africa; dal punto di vista religioso per lo più la popolazione è cristiana e mussulmana, solo l’1,4% è animista. La Nigeria, sin dal 1200 d.c. si specializza nell’essere un terminale commerciale essenziale tra il nord-africa (e poi gli occidentali) e l’Africa profonda, nel traffico degli schiavi e nell’economia di saccheggio che ne consegue. Dal 1600 gli occidentali fondano porti dedicati a tale tratta che diventa gradualmente egemone nel 1800 (in particolare diretta alle americhe). Dal 1901 è un protettorato e poi una colonia inglese, nel 1960 diviene indipendente e federale (36 stati). L’economia nigeriana è la prima del continente, la 26° nel mondo. Il settore agricolo determina il 22% del PIL, mentre il settore manifatturiero il 7%, il settore petrolifero determina il 15% del PIL ed il terziario il 52% (banche, cinema e telecomunicazioni).

 
Isaac Newton

L’unica cosa certa di questa vicenda è che una ragazza è morta, alcuni immigrati hanno tentato di occultare il cadavere, dissezionandolo, e un italiano in preda ad esaltazione ha tentato di fare giustizia sommaria su altri innocenti scelti a caso.

La vicenda mostra dunque un tessuto di violenza che attraversa la nostra società, messa sotto tensione dagli effetti di diversi sradicamenti e sul quale ci dovremmo interrogare.

Ma è anche vero, per quanto marginale e certamente non di massa, che in alcune aree centroafricane lo stesso sradicamento e troppo rapida secolarizzazione, sotto la spinta dell’esposizione senza filtri ai mercati ed al potere della tecnica (e del capitale), sta provocando fenomeni di perversione delle forme rituali tradizionali. Ci sono associazioni, tra cui la ALCR (questa la sua pagina Facebook), attiva in Gabon, che denunciano coraggiosamente gli omicidi rituali, spesso condotti per banali ragioni di successo economico in un contesto di elevata frammentazione etnica (circa 40 gruppi) e di religioni animiste (20% della popolazione) o sincretiche come il Bwiti, anche se il 75% della popolazione è identificata come cristiana. Si tratta comunque di poche centinaia di casi, spesso ricondotti a non meglio precisati “cultisti” (questo un articolo nigeriano), ma sono spia del disagio di una troppo rapida, e subalterna, trasformazione.

 
ALCR

Non ci sono dunque prove che l’episodio di Macerata sia connesso con i crimini che a volte si verificano nei paesi di provenienza e che le forze dell’ordine locali, le chiese e le religioni locali, e le associazioni combattono con vigore.

Ma il dibattito con Buffagni si è egualmente sviluppato come se tale ipotesi fosse possibile. In questo link la sua ripresa su Sinistrainrete. E in essa la reazione di due lettori, Eros Barone e Mario Galati, che con diverse sfumature richiamano al primato dell’economico di marxista memoria. In particolare Galati accusa la conversazione che è linkata nell’articolo e cui rinvio, di “scorrere tutta entro la dimensione pulsionale e sacrale dell’uomo”, fino a concepire la storia stessa solo come “storia religiosa”, ignorando o subordinando la “produzione e riproduzione della vita materiale”. In particolare, con riferimento al mio dire, si chiede se “constatare la persistenza di pulsioni primordiali e del senso del sacro possa spiegare la storia?” e, ancora, se “stabilire il nesso tra razionalismo e sviluppo capitalistico equivalga forse a rigettare il pensiero scientifico, in quanto semplice statuto disciplinare, paradigma convenzionale, o che dir si voglia?” Non mi è immediatamente chiaro cosa significhi “pensiero scientifico come statuto disciplinare, o paradigma convenzionale”, in quanto il pensiero scientifico è una sorta di habitus mentale e un insieme molto largo e comprensivo di pratiche sociali dotate di meccanismi verbali di inclusione ed esclusione; una cosa che va molto oltre lo statuto di una o più “discipline” e di convenzioni. Attraversa i “paradigmi” (nel senso di Thomas Khun) e non ne è incluso o rappresentato.

Ma la domanda sarebbe qui se il razionalismo occidentale sia, o meno, connesso con lo sviluppo storico del capitalismo, e se il riconoscimento di questa connessione debba portare direttamente a rigettare il pensiero scientifico, evidentemente in favore del primato di pulsioni o di sacralità (o, come dice Barone, del comunitarismo etnico). E, con le parole del professore di filosofia Eros Barone, al netto degli insulti o dei posizionamenti identitari, riassunti nell’etichetta di “dialettica e materialismo storico” ed ancora più nell’evocazione di passaggio dell’inferno (cui si contrappone simbolicamente un paradiso evidentemente rappresentato dal comunismo), se si debba alla fine parlare solo “dei rapporti di proprietà”, ed a questi ricondurre il fondo del conflitto e di ogni differenza.

Lo schema di Barone è molto tradizionale: è alla fine l’imperialismo che genera, alleva e fa prosperare la “prole mostruosa” del “bellicismo espansionista, del razzismo differenzialista, e del comunitarismo etnocentrico”. Prole che può essere sconfitta solo da un “vasto fronte popolare” in grado di fare l’operazione esattamente inversa a quella condotta dal capitale: unire ciò che questo vuole dividere (proletariato autoctono e immigrato), e dividere ciò che vuole unire (borghesia e proletariato). In altre parole è compito dei comunisti riportare lo scontro sul piano delle differenze di classe, proletari contro borghesi in relazione alle strutture di produzione imposte dal capitale, rigettando come false tutte le differenze di tipo etnico o culturale. Come si possa fare, senza farsi carico di comprendere il punto di vista e la percezione delle classi popolari, e continuando a ritenere di avere in toto il monopolio della Verità, mi sembra difficile da immaginare.

In questa direzione va comunque anche la richiesta di Galati di trovare piuttosto direzioni nelle quali agire, senza restare inchiodati alle carenze delle dimensioni primordiali e l’insufficienza di precarie “civilizzazioni”.

 
Gabon, articolo

Colgo l’invito a parlare prima di tutto delle condizioni materiali: anche se il fenomeno è disuniforme quanto ad impatto quantitativo (ma tende, per le modalità stesse che diremo, a concentrarsi, risultando differentemente percepito per i diversi gruppi sociali ed areali), la dinamica delle emigrazioni ed immigrazioni determina una complessiva ‘economia politica’ che è caratterizzata da importanti fenomeni di corruzione degli assetti sociali e culturali, di gestione come oggetti d’uso dei corpi estratti, e di potenziamento dello sfruttamento a causa dei normali meccanismi di creazione del valore di scambio. Per comprenderlo bisogna però fare prima una mossa, che ha qualcosa a che fare con il discorso che faremo su razionalismo e capitalismo: smettere di vedere le ‘economie povere’ come un vuoto. Una dimensione eguale alla nostra, ma con meno denaro. Se si inquadra, facendo uso di cecità educata da economisti, in questo modo l’emigrazione e la stessa trasformazione dell’ambiente di provenienza dei flussi umani immigrati alla fine è solo questione di razionalizzazione e sviluppo.

Propongo una diversa ipotesi interpretativa: che, cioè, sia più utile inquadrare il fenomeno come un progressivo allargamento dello spazio dominato e controllato dal mercato, e per esso dalla finanza, nell’intreccio di due “economie politiche” reciprocamente rimandantesi. Quella che avevo chiamatoeconomia politica dell’immigrazione”, la nostra, che fa scaturire una insaziabile e crescente spinta estrattiva e insieme di trasformazione (spingendo l’uomo a ripensarsi come ‘forza lavoro’, adattandosi alla relativa disciplina) che via via incorpora ‘risorse’ (umane) per fornire risposta ad una domanda di lavoro debole e disciplinato, insaziabilmente prodotta dall’attuale economia interconnessa e finanziarizzata (allo scopo di tenere in movimento la macchina deflazionaria contemporanea), nella quale tutti sono sempre in concorrenza con tutti sotto il pungolo del capitale mobile e continuamente valorizzante. È essenziale in questo senso che il meccanismo del recupero di margini di valorizzazione, attraverso la riduzione costante dei costi (in primis del costo più ‘inutile’, quello del lavoro), sia sempre in movimento; sia sempre un poco più veloce del paese vicino. Quindi è essenziale che il lavoro sia un poco più debole, un poco più disciplinato, giorno dopo giorno, anche a costo di espellere e sostituire chi non abbia la possibilità materiale di piegarsi, o non voglia. Il ricatto davanti al quale ci troviamo tutti è semplicemente che l’unica alternativa, in condizione di piena mobilità dei capitali, è che ad andarsene siano invece i processi produttivi. Dunque non resta che importare forza lavoro sempre più debole, per rendere debole quella che c’è, o lasciare tutti a casa. L’effetto di questa dinamica, trascinata dalla valorizzazione differenziale nella metrica della finanza che mette in contatto e costringe alla competizione il mondo intero, è che è nelle aree del lavoro debole che si concentra, in diretto contatto con coloro i quali sono sfidati e pungolati a ‘maggiore efficienza’ (che normalmente significa minori compensi a parità di lavoro produttivo), l’attrazione di ‘forza lavoro’ sostitutiva. Il processo è strutturalmente simile per i lavoratori-raccoglitori dei pomodori nelle piane pugliesi, o campane, per i lavoratori-manifatturieri nei cantieri navali o nelle fabbriche e fabbrichette in subappalto disseminati nelle nostre periferie industriali, per i lavoratori-domestici che sono nelle nostre case e per i lavoratori-professional che sono messi in competizione con le piattaforme. Ha dunque ragione chi dice che il problema è nel rapporto di forza con il capitale, ma nello stesso momento ha torto: perché nel dirlo non si fa carico davvero della materialità del problema nei luoghi in cui si determina.

Questa dinamica di attrazione differenziale, ulteriormente accentuata dal meccanismo stesso dell’attrazione (influenzato dal percorso, come dicono gli economisti, e quindi dalla preesistenza di reti di relazione, strutture sociali di accoglienza, “diaspore”) che tende ad accrescere la presenza dove è già maggiore, esercita obiettivamente una pressione al disciplinamento che è letto come oggettivamente violento (anche se la fonte non è nei corpi dei concorrenti per il lavoro debole ma in ciò che lo rende tale). Nessuno può riaprire una relazione sentimentale con le classi popolari se non comprende questa dinamica, se si limita intellettualisticamente a qualificare come brutti, sporchi e cattivi, e razzisti, coloro che se ne sentono vittime.

 
Il subcomandante Marcos

Nel suo testo “la IV guerra mondiale è cominciata”, Rafael Sebastián Guillén Vicente, noto come “il subcomandante Marcos”, denuncia questa situazione in questo modo:

“Il risultato di questa guerra di conquista mondiale è una grande giostra di milioni di migranti in tutto il mondo. ‘Straniere’ nel mondo ‘senza frontiere’ promesso dai vincitori della III Guerra Mondiale [ndr la guerra fredda], milioni di persone subiscono la persecuzione xenofoba, la precarietà del lavoro, la perdita dell’identità culturale, la repressione poliziesca, la fame, il carcere e la morte. ‘Dal Rio Grande americano allo spazio Schengen ‘europeo’, si conferma una doppia tendenza contraddittoria: da un lato, le frontiere si chiudono ufficialmente alle migrazioni di lavoro, per l’altro, interi rami dell’economia oscillano tra l’instabilità e la flessibilità, che sono i mezzi più sicuri per attrarre la manodopera straniera’ [Alain Morice, op, cit.]. Con nomi diversi, subendo una differenziazione giuridica, dividendosi una eguaglianza miserabile, i migranti o rifugiati o delocalizzati di tutto il mondo sono ‘stranieri’ tollerati o rifiutati. L’incubo della migrazione, quale che sia la causa che la provoca, continua a rotolare e a crescere sulla superficie del pianeta. Il numero di persone che sarebbero di competenza dell’Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati [Acnur] è cresciuto in modo sproporzionato dai due milioni del 1975 a più di 27 milioni nel 1995. Distrutte le frontiere nazionali [dalle merci], il mercato globalizzato organizza l’economia mondiale: la ricerca e il disegno di beni e servizi, così come la loro circolazione e il loro consumo sono pensati in termini intercontinentali. In ogni parte del processo capitalista il ‘nuovo ordine mondiale’ organizza il flusso di forza lavoro, specializzata e no, fin dove ne ha bisogno. Ben lontani dal subire la ‘libera concorrenza’ tanto vantata dal neoliberismo, i mercati del lavoro sono sempre più condizionati dai flussi migratori. Quando si tratta di lavoratori specializzati, e anche se questa è una parte minore delle migrazioni mondiali, questo ‘travaso di cervelli’ rappresenta molto in termini di potere economico e di conoscenze. Però, si tratti di forza lavoro qualificata o semplice manodopera, la politica migratoria del neoliberismo è più orientata a destabilizzare il mercato mondiale del lavoro che a frenare l’immigrazione. La IV Guerra Mondiale [il riassestamento neoliberale], con il suo processo di distruzione/spopolamento e ricostruzione/riordinamento provoca lo spostamento di milioni di persone. Il loro destino sarà di continuare ad essere erranti, con il loro incubo sulle spalle, e di rappresentare, per i lavoratori impiegati nelle diverse nazioni una minaccia alla loro stabilità nel lavoro, un nemico utile a nascondere la figura del padrone, e un pretesto per dare senso all’insensatezza razzista che il neoliberismo promuove”.

Ma questa “economia politica” si affianca a quella “dell’emigrazione”, la “ricostruzione/riordinamento” si affianca alla “distruzione/spopolamento”. Perché le persone che sono ‘aspirate’ in occidente dalla domanda di lavoro debole, alimentano anche il trasferimento di poveri surplus monetari che insieme alla trasformazione dei pochi settori produttivi in industria da esportazione estranea al tessuto locale e dipendente dai capitali esteri, attraggono e corrompono, disgregandole, aree ancora relativamente esterne al circuito della valorizzazione, contribuendo a “monetizzarle”, ovvero a ricondurle entro il circuito astratto e impersonale del capitale e della sua logica. In qualche misura questo paradosso è stato oggetto di analisi della tradizione marxista sin dal suo avvio, e delle esitazioni dei suoi padri.

Questo processo va infatti inteso come “razionalizzazione”, ed alfine giudicato una sia pure dura necessità (come inclinava a pensare il vecchio Engels)? Oppure un non necessario sacrificio, un calice che potrebbe anche passare, se si avesse il tempo di prendere il proprio percorso (come inclinava a pensare il vecchio Marx, ma non il giovane)? Ha ragione lo zapatista e neo-anarchico Marcos o il marxista Negri?

In altre parole, questa ‘economia’ che, come avevamo scritto, corrompe in basso, gestisce in mezzo e sfrutta in alto è senza alternative, perché in fondo coerente con la direzione della Storia? O è solo coerente con quelli che chiamavo i “campi sentimentali” dei millennials (e dei loro profeti), che individualisticamente vedono la mobilità attraverso le frontiere come liberazione?

Ma la dura realtà, ben oltre gli immaginati campi del desiderio, o le palingenesi storiche, parla del semplice fatto che è la piena libertà di movimento dei capitali, nelle attuali condizioni e infrastrutture tecnico-legali (che significa anche sistema delle “città globali” di cui parla Sassen), che porta necessariamente, insieme alla libertà di spostamento delle merci (nelle condizioni della rivoluzione informatica), a quella insostenibile segmentazione delle catene produttive nei settori tradabili (o mobili) su lunghe filiere logistiche disegnata espressamente per massimizzare lo sfruttamento dei fattori non mobili (ambiente e lavoro), i quali restano al contrario localmente sempre abbondanti in senso relativo. E’ in questo contesto generale che interviene la libertà di movimento anche dei lavoratori, per tenere sempre abbondante il fattore poco mobile, dunque per tenerlo in condizioni di subalternità.

In altre parole, se nei settori in cui le produzioni sono rivolte a mercati globali (dunque in cui le merci, ovunque prodotte, possono essere vendute su ogni mercato alle stesse condizioni), si riesce a garantire anche la piena mobilità dei fattori produttivi capitale e conoscenza, si ottiene che questi possano andare sistematicamente a rintracciare quelle condizioni locali di relativa abbondanza del fattore mancante (lavoro ed ambiente) in modo che il saggio di sfruttamento complessivo sia massimo. Ciò a fronte del ricatto di non collocarsi lì ma andare dal secondo migliore e via dicendo.

L’immigrazione, dunque la resa in condizione mobile anche del lavoro, adempie precisamente questa funzione; a questo punto il capitale può generare ovunque le desiderate condizioni di inflazione (e quindi debolezza) del fattore che gli manca per valorizzarsi.

Si tratta di un meccanismo ovvio e di semplicissima e materiale geometria, all’opera da secoli e del tutto noto a Marx:

«Il progresso industriale che segue la marcia dell’accumulazione, non soltanto riduce sempre più il numero degli operai necessari per mettere in moto una massa crescente di mezzi di produzione, aumenta nello stesso tempo la quantità di lavoro che l’operaio individuale deve fornire. Nella misura in cui esso sviluppa le potenzialità produttive del lavoro e fa dunque ottenere più prodotti da meno lavoro, il sistema capitalista sviluppa anche i mezzi per ottenere più lavoro dal salariato, sia prolungando la giornata lavorativa, sia aumentando l’intensità del suo lavoro, o ancora aumentando in apparenza il numero dei lavoratori impiegati rimpiazzando una forza superiore e più cara con più forze inferiori e meno care, l’uomo con la donna, l’adulto con l’adolescente e il bambino, uno yankee con tre cinesi. Ecco diversi metodi per diminuire la domanda di lavoro e rendere l’offerta sovrabbondante, in una parola per fabbricare una sovrappopolazione. … L’eccesso di lavoro imposto alla frazione della classe salariata che si trova in servizio attivo ingrossa i ranghi della riserva aumentandone la pressione che quest’ultima esercita sulla prima, forzandola a subire più docilmente il comando del capitale» (Il Capitale, Libro, I, 7,25)

Questo docile comando del capitale (che, giova ricordarlo, non è persona ma meccanica) trasmette, attraverso la connessione indotta dai flussi di merci, denaro e persone (e, perché no, armi), i suoi effetti di corruzione attraverso la razionalizzazione e la divisione tra deboli. Questa corruzione si manifesta sia nei luoghi di estrazione sia in quelli di ricollocamento, dunque bisogna evitare entrambi gli errori: quello di considerare che se la lotta tra poveri favorisce lo sfruttamento degli uni e degli altri, allora bisogna negare che ci sia competizione, e quello di reagire solo difendendosi dai poveri più poveri.

Trovare un corso di azione non è facile, e per farlo abbiamo bisogno delle più rilevanti forze che siamo in grado di mettere in campo e dello Stato. Dobbiamo definire la nostra responsabilità, verso noi stessi e verso l’umano.

 
Samir Amin

L’economista marxista Samir Amin, in “La crisi”, del 2009, sottolinea la necessità di combattere quella tendenza intrinseca del capitalismo, ovvero del meccanismo di creazione del valore come differenziazione ed accumulazione, che crea periferie, schiacciandole. La macchina produttiva fa dell’uomo e della natura risorse, costringendolo nel tempo lineare e razionalizzato, misurabile, della scienza e con ciò ad alienarlo (si veda anche Lohoff, qui). Amin, già nel testo del 1973, “Lo sviluppo ineguale”, sostiene che in fondo il modo di produzione capitalista, che è interpretato come una forma storica creatasi in occidente in un contesto particolarmente predatorio, e di qui dispiegatasi nel resto del mondo travolgendo altre forme di organizzazione sociale (tra le quali le promettenti forme di protocapitalismo orientali, più lente e molto meno individualiste), lungi dall’essere una necessità storica (si può leggere su questo anche l’ultimo Marx) esprime invece una forma di razionalità specifica, connaturata ai suoi propri rapporti sociali ma anche limitata da questi. Le caratteristiche essenziali del modo di produzione capitalista (la generalizzazione della “forma-merce”, l’assunzione di tale forma da parte della “forza-lavoro”, quindi la reificazione e la proletarizzazione dell’uomo fatto produttore di merci, la finalizzazione ad essa delle attrezzature produttive tutte), si ritrovano peraltro intatte anche in molte forme di esperienza socialista reale, che è quindi un “capitalismo senza capitalisti”.

In altre parole, se entro il modo di produzione capitalista, fino a che si resta entro la sua logica, appare alla fine comunque razionale, e quindi invincibile, il calcolo economico e la competizione, con essa diventano anche inevitabili i rapporti sociali che esso determina (o meglio, che lo fondano); con la sua logica viene anche una specifica forma di gerarchia sociale. Comprendendo il capitalismo, invece, come figura storica (e non sopra-storica) diventa possibile accedere ad un piano di critica più profondo. Il calcolo economico, indiscutibile sul piano della valorizzazione del valore (e quindi della sua accumulazione, nel contesto dei rapporti sociali dati), diventa irrazionale se si tiene al centro il principio di una altra socialità: se la ricerca dell’autonomia porta a porre al centro la natura e la società tutta. Il calcolo economico, come scrive nel 1973 Amin, diventa allora riconoscibile come “irrazionale dal punto di vista sociale”.

Allora come si esce dalla trappola dell’intreccio delle due “economie politiche” (che possono anche essere scalate nel rapporto intraeuropeo tra paesi ‘arretrati’ come il nostro e ‘locomotive’ come la Germania, che estrae e reinserisce a fini di disciplinamento le nostre “risorse umane”)? Ovvero dalla trappola del sottosviluppo che si proietta su tutto il pianeta? La condizione per uscire dalle condizioni di “sottosviluppo” (ovvero da forme di organizzazione sociale, prima che economiche, rese subalterne e funzionalizzate da una logica esterna nella quale possono solo perdere sempre), è dunque necessariamente di uscire anche dalla “mondializzazione capitalistica”. Dove è il secondo termine ad essere qualificante: di “sganciarsi”, dunque.

Ma una parte non secondaria dello “sganciamento” è concettuale: riconoscere che l’illuminismo, con tutti i suoi meriti che non si negano, è anche il progetto di instaurare il capitalismo. Precisamente di insediare, al posto delle forme sociali precedenti, ormai disfunzionali (diagnosi che, come ovvio, autori come Burke, De Maistre ed altri contestano), una nuova società, fondata sulla ragione, anziché sulle consuetudini sociali e le forme di vita consolidate e immersive; una società capace di determinare in sé l’emancipazione dell’individuo. Individuo che quindi deve essere libero di operare, nella cornice di leggi, nel “modo economico” (ovvero entro l’ambiente competitivo dei “mercati”) e di scegliere attraverso la forma politica della democrazia (anche essa individuale, in qualche modo nella forma di un “mercato politico”). Ma come “i due versanti del progetto sono entrambi legittimati ricorrendo alla Ragione”, così questo si autodefinisce come “instaurazione di una Ragione trans-storica e definitiva – la fine della storia, dopo una preistoria priva di ragione” (Amin, p.77). Questa è la radice ideologica della rivoluzione borghese dalla quale anche i padri del marxismo (in particolare quelli che camminano nelle orme di Engels) hanno fatto fatica a vedere, e quindi a liberarsene (nell’unico modo in cui ci si libera di una idea: capirla).

Veniamo ora al punto che ci consentirà di rileggere la discussione con Buffagni in modo diverso: proprio per Samir Amin parte della rivoluzione deve interessare il mondo tradizionale agricolo, nel quale è impegnato ancora la gran parte dell’umanità (e la cui distruzione provoca le ondate migratorie). Se si guarda con attenzione si vede che l’agricoltura industrializzata del nord attiva un meccanismo di drenaggio strutturale, per il quale i profitti del capitale impiegato dagli agricoltori vengono sistematicamente intercettati dai segmenti dominanti del capitalismo industriale (la rete distributiva e di trasformazione) e finanziario (tramite il meccanismo del debito), situati necessariamente a monte, invece l’agricoltura povera del sud resta intrappolata in ancora più aspre condizioni di dominazione (dal capitale internazionale), e tanto più si modernizza tanto più espelle individui ormai inutili.

Ancora il subcomandante Marcos:

“La IV Guerra Mondiale sul terreno rurale, per esempio, produce questo effetto. La modernizzazione rurale, che i mercati finanziari esigono, punta a incrementare la produttività agricola, però quel che ottiene è distruggere le relazioni sociali ed economiche tradizionali. Risultato: esodo massiccio dai campi alle città. Sì, come in una guerra. Intanto, nelle zone urbane si satura il mercato del lavoro e la distribuzione diseguale del reddito è la ‘giustizia’ che spetta a coloro che cercano migliori condizioni di vita”.

Alla fine l’auspicata, dai fautori dello sviluppo, modernizzazione accelerata dell’agricoltura del sud creerebbe quindi, nel medio termine, eserciti immani di “inutili” come effetto della semplice logica propria della valorizzazione. Gli ‘inutili’ saranno però anche sradicati culturalmente, e costretti violentemente entro una logica del valore che non comprendono.

Dunque se bisogna che lo sviluppo (in quanto ‘sociale’ ed ‘umano’, e non ‘economico’) sia inclusivo e non escludente, bisogna anche che a lungo sopravviva un’economia contadina effettiva, cosiddetta “di sussistenza”, i cui rapporti con “i mercati” restino protetti e regolati. La prima forma di rivoluzione in molte parti del mondo è dunque il diritto all’accesso alla terra (anche superando le forme gerarchiche tradizionali, rivolte alla creazione di élite estrattive più che tributarie). Per tornare all’esempio della Nigeria, il più ricco paese africano (soggetto come tutti alle dinamiche estrattive del capitalismo contemporaneo), e quello che tutto sommato dalla decolonizzazione ad oggi ha conservato la sua unità politica, le risorse minerarie e la connessione con l’economia internazionale passano entrambe a vantaggio del sud cristiano, lasciando isolato il nord mussulmano nel quale opera il Boko Haram e dal quale muovono due milioni e mezzo di sfollati, con quindicimila richieste di asilo in Italia nel 2015 e una tratta di giovani donne molto ben organizzata. Le rotte nigeriane (vedi qui) partono dai porti costieri, hanno un nodo nella città del nord Kano (4 ml di abitanti), e di lì transitano ad Agadez, nel basso Sahara, di qui in tre tappe si arriva alla città-prigione libica di Sabha e infine a Tripoli. La politica economica del governo nigeriano è orientata agli investimenti stranieri, concentrati su industrie di esportazione (anche verso il resto del continente) ed una importazione interamente rivolta ai consumi distintivi di imprenditori, mercanti, alta burocrazia. Il petrolio (che vale il 90% delle esportazioni, e nel quale opera l’ENI) ha determinato la distruzione ambientale di vaste zone e l’incremento dei prezzi con conseguente esodo rurale e concentrazione di immense masse in slums suburbani. Risultano al 2010 il 20% degli addetti al settore primario (ca 40 milioni) e il 10% di disoccupazione maschile (50% femminile).

Si tratta quindi di una sfida complessa e multidimensionale, per la quale bisogna fare bene attenzione a non confondere “cosmopolitismo” (borghese) con “internazionalismo” (delle lotte nelle condizioni locali). Cioè di non perdere di vista la logica dell’uniformazione gerarchica, sotto un’unica Ragione (quella della legge del valore), propria di una oligarchia che esercita una sorta di “imperialismo collettivo”, la cui meccanica si nutre di una spontanea solidarietà tra frammenti “nazionali” che gestiscono un sistema mondiale di fatto.

Ma questa dinamica, dell’intreccio tra due ‘economie politiche’ nelle quali gli uomini vengono estratti e funzionalizzati alla logica della valorizzazione astratta resta strettamente connessa con le infrastrutture concettuali della modernità, in cui il loro “lavoro concreto” si fa “astratto” e ricondotto a metriche che espellono, non trovandovi più posto, le altre dimensioni della vita, riducendole o colonizzandole. Tra queste il tempo astratto, lineare ed omogeneo, e il relativo spazio. Si tratta di vere e proprie infrastrutture concettuali messe a punto, in un processo coestensivo alla trasformazione della società e l’estendersi delle reti commerciali e di capitale, e delle relative tecniche, che sono state messe a punto nella lunga evoluzione della rivoluzione scientifica, tra il 1500 ed il 1700. Da allora il tempo che conta è quello misurabile e la misura è in esatto rapporto con la produzione di merci e con la possibilità del salario e del profitto.

Ogni lavoro, sempre e di chiunque, è quindi la riduzione del tempo ad una quantità puramente astratta e reificata di tempo speso, che rende scambiabili tra di loro i relativi prodotti. Cioè il ‘lavoro’ in quanto astrazione forma la sostanza del valore, nella misura i cui esso incorpora nel suo stesso concetto la misura nel tempo astratto. In altre parole, il lavoro non crea il valore in modo ovvio e banale, come il panettiere fa il pane in modo tale che il cumulo di pane finisca per rappresentare, in rei, il lavoro ormai trascorso, dunque “morto”; al contrario, misurare il pane come prodotto di un “tot” di lavoro, determinando rispetto ad esso il suo valore, presuppone quella che Lohoff chiama “l’astrazione di un’astrazione”: l’esistenza, cioè, di un concetto di tempo, ordinato, astratto e lineare, che separa la vita stessa in sfere distinte, e che sarebbe stato inattingibile per una persona prima della modernità. Non era ‘lavoro’ nel nostro senso quel che si svolgeva, ma parte inseparabile degli obblighi, delle relazioni e degli affetti, che costituiva la persona stessa. Parte, cioè, del suo ruolo nel mondo; era, come dice: intimamente legato alla totalità della sua esistenza (si può leggere in proposito “La nozione di persona”, di Marcel Mauss).

Ora, la tesi di Buffagni è, in fondo, questa: che le persone, dei criminali certamente ma anche degli alienati perché incapaci di sopportare la reificazione delle loro vite, che hanno condotto l’azione orrenda di Macerata si possano interpretare come disadattati alla forma di secolarizzazione che viene imposta dalla nostra società (anche nella ‘economia politica dell’emigrazione’, anche qui, dalla quale sono fuggiti, per ricadere in quella ‘dell’immigrazione’). E che la loro rozza reazione sia di secolarizzare malamente la loro cultura, piegandone i riti alle esigenze pervertite che trovano nell’oggi.

Sia vero o meno che ciò che è fattualmente accaduto a Macerata corrisponda a questa ipotesi, essa è in linea generale possibile.

Quel che dunque nel dialogo con la lettura del fatto come emergere di un profondo tenebroso non domesticato (sia nel criminale nigeriano sia nell’italiano), e come un fallimento della cultura e delle istituzioni, di Buffagni, mi pare quindi da rimarcare è che può esservi incluso il fatto che l’uomo sfugge al razionale e si ancora nei riti. L’uomo è molto di più, come dice Sahlins; e pensare altrimenti è il “grosso sbaglio” dell’idea occidentale di natura umana. In altre parole, con i poveri mezzi a disposizione i disgraziati attori della vicenda urlano che ci sono dei nessi più larghi che li costituiscono, che loro guardano e si riconoscono, ovvero fondano la loro vita, in un cosmo più ampio. La perversione dei criminali nigeriani è di immaginare mezzi creati in un contesto animista per ottenere obiettivi che solo l’adattamento alla metrica del valore occidentale può dare, e di forzare per questo i mezzi, trascinandoli fuori del loro senso. La perversione del criminale italiano è di capire il gesto dei primi come lesione di una immaginaria purezza, e di ricondurla a simboli per i quali spendere sangue.

È qui che si inseriva la mia replica a Buffagni: il radicale altro che potrebbe essere incluso nei fatti di Macerata è che l’uomo sfugge al destino di essere completamente sussunto nella tecnica e per essa nella creazione di valore del capitalismo. Nella riduzione del mondo ad oggetti e di se stessi ad erogatori, secondo metriche lineari, di ‘lavoro’ e per questo di ‘valore’. Inoltre che questo enorme risultato è provocato da uno schermare e disincantare il mondo che ha richiesto secoli e non è mai del tutto riuscito. L’estrazione violenta di uomini e donne da mondi ancora non completamente incorporati nell’occidente, mondi ‘arretrati’ e per questo deboli e periferici, rende quindi in contatto dentro la ‘gabbia d’acciaio’ della modernità, radicamenti diversi.

È un tema davvero difficile, con il quale si sta misurando anche la filosofia più specialistica (abbiamo letto, ad esempio, Habermas in “Verbalizzare il sacro”): come scrive il grande filosofo tedesco la religione, tutte le forme rituali, sono in qualche modo dei contrafforti, di socialità prediscorsiva, davanti al rischio di costringere tutto l’umano entro l’oggettivazione scientista e la razionalità strumentale e per questo funzionale ai “mercati”. Questi rischiano alla fine di disseminare un mondo di naufraghi disperatamente orfani e incapaci delle più elementari prestazioni di solidarietà e reciproco riconoscimento che sono indispensabili anche a fondare quella che chiama la normatività post-metafisica: il riconoscimento reciproco come persone capaci di azione e volontà autonome, in linea di principio in grado di scegliersi insieme il destino nella forma dell’autolegislazione.

In altre parole, e più semplici, senza conservare delle fonti autonome dalla ragione funzionale (che si riconduce necessariamente alla logica schiacciante della valorizzazione) anche la democrazia finisce per essere incorporata come tecnica dall’economico e ridotta a vuoto involucro. È, più o meno, ciò che accade al progetto europeo.

Nella risposta a Buffagni ripercorrevo quindi la storia, sommariamente, della riduzione del reale al numerabile ed alla legalità scientifica. Ovvero, come scriveva Koyrè l’espulsione dalla legalità scientifica di tutti i ragionamenti e delle esperienze basate su concetti come: perfezione, armonia, significato, fine.

Non si tratta però, come teme Galati di rifiutare la scienza, nessuno potrebbe farne a meno e comunque nemmeno vorremmo. Si tratta invece di sfuggire anche all’inconsapevole religione del capitalismo (Benjamin, “Il capitalismo come religione”) che disgrega tutte le altre, sostituendole con pallidi feticci.

Un modo per diventare sensibili alle alternative ed a ciò che ci sta succedendo sotto gli occhi (unitamente ai suoi costi umani) è quindi di connettere il discorso sulla disgregazione interna della società africana per effetto della ‘seconda secolarizzazione’, quella giovane, indotta dalla ferrea logica del capitale internazionale alla prima, ‘quella vecchia’, che allunga i suoi tentacoli.

Che cosa fare?

Serve un vasto progetto di scala internazionale; connesso con politiche industriali a guida pubblica e non di mercato, che rovescino la logica dello sviluppo che sfrutta la lotta tra poveri e che costantemente riadattino verso il lavoro povero la composizione organica del capitale; una logica, in grado di orientare anche lo sviluppo tecnologico, che faccia uso di opportuna repressione finanziaria per creare condizioni di scarsità invertite, nelle quali non sia il capitale a potersi spostare liberamente ed indefinitamente scegliendosi dallo scaffale i lavoratori di volta in volta più consoni, al minor prezzo, ma il lavoro a trovarsi in condizioni di scarsità relativa e quindi attivare una dinamica ascendente (maggiore costo del lavoro, investimenti, aumento della produttività) che possa favorire il riposizionamento dei sistemi-paese su segmenti di valore e ricchezza superiori. In questa dinamica potrebbe darsi anche il miracolo che nuova forza-lavoro (che, però, sono anche persone, con la loro cultura) progressivamente sposti verso l’alto quella esistente, invece di rigettarla nella disoccupazione, la rabbia e l’intolleranza. Ma questo schema prevedrebbe anche autonomia, dunque di fuoriuscire dallo schema imperialista europeo e da quello, più in generale, di quella che Amin chiama “la triade” (USA, Giappone, Europa), eventualmente con i suoi soci minori.

In altre parole, bisogna rimettere radicalmente in questione le “quattro libertà” del progetto europeo. Che sono oggettivamente preordinate alla meccanica, incorporata nella logica del capitale e non necessariamente voluta o progettata da alcuno, della creazione costante di ‘eserciti di riserva’ pronti a prendere il posto dei renitenti locali (ovvero di chi avanzasse l’assurda pretesa di trarre dal suo lavoro quanto basta ad una vita sicura e dignitosa).

L’incastro delle due “economie politiche” osservate (e della terza, quella dell’”emigrazione” dai paesi semiperiferici come i nostri ed i paesi “core”) nella dinamica “emigrazione/immigrazione/emigrazione” sta infatti devastando il mondo e sta facendo saltare ogni possibile patto sociale, ed in modo necessario in quanto si tratta di un meccanismo strutturale intrinseco alla dinamica necessaria del capitale.

L’anziano Marx si pose questo problema nel suo dialogo, che prese diversi anni della sua vita, con i populisti russi, di cui l’esempio più noto è la lettera a Vera Zasulic e quella alla «Otecestvennye Zapiski», che è del 1877. Davanti al problema della conservazione della obšcina, ovvero della forma tradizionale di vita (che, comunque aveva circa cento anni di vita, essendo scaturita da una riforma delle forme medioevali) che prevedeva proprietà collettiva e strutture comunitarie (come oggi in alcune aree agricole asiatiche e africane). Marx resta profondamente incerto, alla fine risolvendosi verso il tentativo di tenere insieme individualità (frutto della modernità) e forme comunitarie. Questo Marx, scrive anche la prefazione all’edizione russa del “Manifesto”, nel 1882, che “l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire di punto di partenza per un’evoluzione comunista”. Ovvero scrive che la comunità rurale, questa forma tradizionale, non moderna, non progressiva nel senso comune del termine, questa forma che è un residuo “della originaria proprietà comune della terra” (residuo delle forme premoderne, dunque), può passare “direttamente” alla forma più “alta” del socialismo. Può passarci per un movimento interno, guidato dalla prassi rivoluzionaria ma anche dalla continuità, può unire conservazione e rivoluzione.

Elaborando un’idea che viene ripresa da Samir Amin (ed in modo esplicito) il Marx nel suo penultimo anno di vita (un anno di intensi studi storici ed antropologici), dice insomma che la forma comunistica, più “alta”, può manifestarsi grazie alla disponibilità di abilità, raziocinio, consuetudini e sapienza e tecnica, ad avere tempo (quel che non avrà), evitando di percorrere la stessa drammatica strada che l’occidente ha seguito. La strada della modernizzazione capitalistica non è un destino inevitabile, via proletarizzazione ed estensione del modello della ‘città’, dello sfruttamento della città nei confronti della campagna.

L’ipotesi che propone Marx per risolvere il dilemma è che, senza passare sotto le forche caudine del sistema capitalistico, i contadini ne potrebbero utilizzare ed integrare le acquisizioni positive. Così come non è necessario superare tutte le fasi tecnologiche (dal telaio meccanico, a quello a vapore, poi ai bastimenti a vapore, poi le ferrovie, e via dicendo) od organizzative (prima le fiere, poi le borse merci, poi le banche, le società per azioni, …) per impostare un sistema economico avendole ormai davanti pronte tutte.

Questo è il senso, a ben vedere, in cui si capisce l’ultima frase della prefazione del 1882:

“la sola risposta oggi possibile [al problema] è questa: se la rivoluzione russa servirà di segnale a una rivoluzione operaia in occidente, in modo che entrambe si completino, allora l’odierna proprietà comune rurale russa potrà servire di punto di partenza per un’evoluzione comunista”.

Se la rivoluzione, invece, in Russia resterà sola, costretta a competere con le potenze capitaliste, in termini di confronto geopolitico e produttivo, non avremo “il completamento” reciproco e la comune potrebbe essere schiacciata (come fu, dalla collettivizzazione).

Non è andata affatto così, anche perché Engels, quando Marx andrà a Highgate, riporterà la barra al centro, e riaffermerà la sua versione del materialismo storico, oltre i dubbi e le sfumature del “vecchio Nick”.

Potremmo, almeno noi, tentare di essere meno schematici?

Ancora su Macerata. Un intervento di Alessandro Visalli

Il pezzo di Roberto Buffagni è molto bello e terribile. Non siamo davvero più abituati a traguardare nei fatti il radicale altro che vi può essere incluso. L’obiettivo mi sembra un troppo facile multiculturalismo, l’idea di una sussunzione senza resti nella tecnica, ovvero nello spirito della tecnica moderna, nella creazione di valore proprio del capitalismo (nella riduzione di tutto a misura, a metrica), dell’uomo intero. Ma l’uomo ha ottenuto questo risultato, questa potente capacità di farsi macchina di valore, schermandosi e disincantando il mondo stesso. Ci sono voluti secoli e non è neppure mai davvero riuscito del tutto. Questo processo, che si raggruma in modo particolarmente chiaro nello scientismo (ed in quella sua sublimazione che è l’economia contemporanea), postula la separazione tra mente e corpo con il confinamento di tutto il senso, di tutto il significato ed il pensiero nell’intramentale (il termine è di Charles Taylor, L’Età secolare, pp.174). Quando si ottiene questo effetto, al quale nessuno di noi è esente e che ci ha determinati, la realtà diviene meccanismo. Ed il meccanismo prevede uno ‘sviluppo’. Ma non tutti gli uomini sono formati in questo modo, ed alcuni hanno radicamenti diversi. Hanno una vita religiosa intrecciata con la vita sociale, non separabile, e non separabile da un cosmo. L’uomo è radicato in una società ed in un cosmo, dunque nei riti che lo costituiscono. Qui ci mancano le parole, perché ci manca l’esperienza. Taylor parla di “mondo incantato”, in cui gli spiriti e le forze hanno a che fare con il mondo in un modo che ci è alieno (o che non vediamo nei termini in cui ancora lo facciamo, ad esempio nel feticismo della merce e del denaro). Cosa sta succedendo quando tutto viene in contatto? Quando si sradica violentemente e si propone di reinserire come oggetti, come macchine produttive costrette alle metriche del desiderio e del valore nostre proprie, biografie e personalità diversamente formate? Che si arriverà all’imperiale dominio della forma unica della modernità, al tempo unico e lineare ed allo spazio isotropo che ci ha regalato, con immenso sforzo intellettuale e mostruoso coraggio (non privo di una sua perversione) Newton? Al dominio totale e uniforme, senza resti, del capitale, della forma denaro, del lavoro astratto e preordinato allo scambio che ne è presupposto ed esito insieme? O, come teme Roberto, qualche resto ci sarà, rigurgiterà dagli altrove, e ci minaccerà?

Negli indimenticabili saggi di Koyrè sulla rivoluzione scientifica si trova il senso di quel che succede: “spiegare ciò che è partendo da ciò che non è, da ciò che non è mai. E anche partendo da ciò che non può mai essere. . . . spiegazione, o meglio ricostruzione del reale empirico partendo da un reale ideale. [la geometria e la matematica] . . . necessità di una conversione totale, di una sostituzione totale, di una sosti­tuzione radicale di un mondo matematico, platonico, alla realtà empirica – poi­ché solo in questo modo valgono e si realizzano le leggi ideali della fisica classica-” Alexander Koyrè, Studi galileiani, pag. 210. Lo scopo delle ricerche empiriche di Galileo diventa, quindi, scoprire le leggi matematiche del moto, cioè dimostrare come il moto della caduta se­gue “la legge del numero”. Legge, bisogna notare, “astratta” nel senso che non ha validità in senso stretto per i corpi reali; ma, all’opposto, poggia su di una realtà ideale interamente costruita dall’uomo. Galileo arriverà a rifiutare una teoria come quella di Gilbert (che poteva portare la sua fisica fuori delle secche nelle quali era incappata), capace di spiegare la gravità attraverso il paragone con la calamita, perché non era matematizzabile; era, cioè, una spiegazione basata su di una forza ani­mata: “Vis magnetica animata est, aut animatam imitatur, quae humanam animam dum organico corpori alligatur, in multis superat”[3]. Da questo illuminante rifiuto possiamo comprendere la na­tura della piega epistemica che si viene a creare rispetto al pensiero precedente. Da ora ciò che non si riesce a matematizzare (o geometriz­zare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osserva­bile. Ovviamente, la caratteristica di sistemi di conoscenza “dall’alto” (come proponeva di dire Gargani), come questi, è che a tutti i possibili pro­blemi sono già state fornite le risposte; nel senso che esi­ste solo un insieme di risposte “legali”, quelle che si confor­mano alle re­gole date. In altre parole, come ha sottolineato anche Foucault con una controversa affermazione, in queste teorie filosofiche o scientifiche si possono riscon­trare non tanto procedure cognitive ma strutture d’ordine, statuti di disciplinamento nei quali vengono di­stribuiti gli oggetti, i termini di riferimento di una cultura. Tali teorie, proprio per questo, non accettano e non legitti­mano problemi che non siano già previamente risolti nelle as­sunzioni di par­tenza del si­stema. Sono perciò concepibili come vere e proprie strategie di orienta­mento della vita umana, tecni­che per dirigere i processi della vita intellet­tuale entro per­corsi già assegnati e definiti; in quanto tali re­stano fun­zionali a proce­dure di regolamentazione e disposizione in qualche modo dall’alto. Per concludere: il punto di vista della matematica classica e della geome­tria euclidea è fondato su questo lungo processo di astrazione e selezione dei “fatti”, oggetto legale di cono­scenza. In questo pro­cesso intervengono argomentazioni di tipo metafisico in notevole quantità ed è inoltre pervaso, in ogni sua parte, di spirito di autorità. Ciò può essere mostrato e compreso anche se si guarda al quadro socio – politico che fa da sfondo agli eventi dei quali ab­biamo parlato: si ha, in questo periodo, infatti un gran­dioso processo di concentrazione del potere negli stati asso­luti e la ripresa di un’economia di scambio che esigeva nuovi strumenti di controllo e legittimazione. In altre parole si crea insieme lo Stato nazionale e il capitalismo.
In risposta a queste sollecitazioni l’epistemologia newtoniana unifica l’universo, costruendo un quadro coerente in cui ogni cosa può essere inserita e trovarvi il suo posto, ma realizza tale miracolo ad un alto prezzo: lo realizza, cioè, come sostiene Koyrè “sostituendo al nostro mondo delle qualità e delle percezioni sensibili; il mondo che è teatro della nostra vita, delle nostre passioni e della nostra morte, un altro mondo, il mondo della quantità, della geometria reificata, nel quale, sebbene vi sia posto per ogni cosa, non vi è posto per l’uomo”.

Ogni campo del sapere umano converge, da ora, sul principio fondante della ragione umana e sul suo strumento principe, quello control­labile e scientifico della matematica e della ge­ometria. Intorno alla fisica vincente, quella di Newton, e al suo “Spazio Assoluto” si formerà, così, anche un sapere geografico per­fettamente for­malizzato e “neutro”; capace di giu­stificarsi a posteriori attra­verso la sua potente capacità performa­tiva.

La rivoluzione compiuta in questo secolo consiste, in effetti, nella possibilità (che aveva visto già Galilei) di studiare le “leggi” di un fenomeno anche senza darne una spiegazione. È sufficiente assumere che le forze che vai a studiare agiscano secondo leggi matematiche per poi cer­care queste leggi ed applicarle alle forze reali.
Newton compirà, infatti, proprio questa operazione per un principio cardine della nuova fisica, la gravità. Secondo le sue stesse parole: “In generale assumo qui la parola attrazione per significare una qual­siasi tendenza dei corpi ad accostarsi l’uno all’altro; ….. in quanto in questo trattato esamino, come ho spiegato nelle defi­nizioni, non le specie delle forze e le qualità fisiche, ma le quan­tità e le proporzioni matematiche. In matematica vanno inve­stigati quelle quantità e quei rapporti delle forze che discendono dalle qual­siasi condizioni poste”[Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, 1729 (traduzione inglese), (traduzione ita­liana, Principi matematici della filosofia naturale, Utet 1965), pag. 339]. La “filosofia naturale” di Newton, in altre parole, non esclude affatto enti inspiegati, e nemmeno inspiegabili come il suo “Spazio As­soluto”, ma rinuncia solo alla discussione sulla loro natura. “Le tratta – es­sendo una filosofia naturale matematica – come cause matematiche o forze, cioè come concetti o relazioni mate­matiche”[Alexandre Koyrè, Dal mondo chiuso all’universo infinito, pag. 163]. Si può, infatti, leggere nei Principi. . . “dò qui uno stesso si­gnificato alle attrazioni e alle impulsioni acceleratrici e mo­trici. E adopero indifferentemente i termini attrazione, impulso o tendenza qualsiasi verso un centro, poiché considero tali forze non fisicamente ma matematicamente”[Newton, p.39].

Ciò comporta, come ha giustamente rilevato Koyrè, l’espulsione dalla legalità scientifica di tutti i ragionamenti e delle esperienze basate su concetti come: perfezione, armonia, significato, fine. Da Newton in poi questi concetti sono semplicemente soggettivi e non trovano posto nella nuova ontologia. “In altre parole, le cause finali o formali, come criteri di spiegazione spariscono – o vengono respinte – dalla nuova scienza mentre subentrano al loro posto le cause efficienti e materiali”[Alexandre Koyrè, Studi Newtoniani, pag. 8]. Abbiamo, quindi, la sostituzione di un mondo di qualità con uno di quantità e di uno del divenire con uno dell’essere “non c’è mutamento o divenire nei numeri e nelle figure”.

Tutto questo, come mostra anche Taylor ricostruendo con altri strumenti ed altre fonti il lungo percorso della secolarizzazione, è una lunga scala, la nostra scala. Non è naturale, non è ovvio, non è necessario. E’ il nostro mondo, non quello di tutti.

Dell’uguaglianza: dialogo sui due Manifesti (seconda parte), di Alessandro Visalli

Dell’uguaglianza: dialogo sui due Manifesti (seconda parte)tratto da

https://tempofertile.blogspot.it/2017/11/delluguaglianza-dialogo-sui-due.html

 

Continua il dibattito avviato con la pubblicazione dei due manifesti per l’Europa http://italiaeilmondo.com/2017/10/24/quale-europa-a-cura-di-giuseppe-germinario/

Rileggendo le repliche di Roberto Buffagni al mio testo su “Lo scontro tra le diverse Europe”, che a sua volta era una replica al suo “Due appelli, due Europe” mi pare il punto dirimente sia il concetto adoperato di “uguaglianza”. Si tratta, a tutta evidenza, di un concetto-monstre; all’avvio della voce “Uguaglianza” della vecchia e insostituibile Enciclopedia Einaudi (14, pp. 515 e seg) si legge che “il concetto di uguaglianza ha un’estensione tanto vasta che si può affermare nei suoi confronti ciò che Hegel diceva di Dio, che preso di per sé è ‘un suono privo di senso, un mero nome’”.

Tuttavia la sua replica ci precipita in tale estensione; dunque tocca parlarne.

Nella prima parte della replica si afferma con un’utile schematizzazione idealtipica che il “progressismo”, individuato come nemico da Buffagni, sia caratterizzato da: “universalismo politico”, “relativismo spirituale”, “egualitarismo omologante”, “individualismo astratto”, e probabilmente soprattutto “telos e senso della storia identificati con la distruzione creatrice capitalistica e il progresso che meccanicamente ne consegue, in vista dell’obiettivo strategico/utopico del governo mondiale”, in conseguenza “scientismo”. Al contrario il “conservatorismo” sarebbe caratterizzato da “endiadi di universalismo spirituale e relativismo politico”, “primato ontologico della comunità sull’individuo e della gerarchia sull’eguaglianza tanto nella personalità dell’uomo quanto nella strutturazione della società”, “telos e senso della storia identificati con la trasmissione dell’eredità del passato e la perenne ricerca – sempre contrastata e sempre rinnovata, mai conclusiva – dell’ordine, in vista del bene comune”.

Questa opposizione rappresenterebbe la frattura lungo la quale tendono a ricomporsi i campi politici. E nel ricomporsi riavviano le guerre di religione, nel senso di guerre per il senso più profondo dell’essere uomo. Si arriva a porre i due opposti manifesti (questo e questo) come momento di manifestazione di un piano di conflitto profondo come lo furono le 95 tesi luterane (a posteriori).

Su questa valutazione, che solo i posteri potranno confermare, viene la prima sfida intellettuale che il testo pone: la ‘sinistra’ si dividerà a suo parere lungo la linea di faglia, e precisamente tra umanismo e quello che chiama ‘post-strutturalismo’. Il punto di differenza sarebbe nell’attribuzione di qualche sostanza naturale all’uomo ed al suo bene. Il cosiddetto post-strutturalismo (termine nel quale, come noto, si addensano le ampie tradizioni culturali, in particolare filosofiche), oltrepassa, appunto, lo strutturalismo marxista ed il materialismo, che include necessariamente una valutazione del bene e dell’uomo come dotato di propria natura, seguendo una critica radicale della ‘ragione’. Questa prende in effetti molte e diverse facce (nel mondo francofono, passando per una rilettura di Nietsche e Heidegger, sfocia nella genealogia foucaultiana o nella ‘decostruzione’ derridiana; in quello anglofono nella rilettura della tradizione pragmatista ed in autori come Rorty; in quello italiano nel cosiddetto ‘pensiero debole’ di Vattimo e poi nel pensiero delle moltitudini di Negri). La spaccatura si aprirebbe dunque tra post-marxisti, legati a qualche tipo di umanesimo, e post-metafisici che cercano di farne a meno.

È piuttosto difficile alzare barriere così nette, ad esempio nella seconda famiglia sono molto più frequenti riletture di autori sicuramente riconducibili alla “cultura politica del conservatorismo”, come Heidegger e Nietzsche, e sono in opera tentativi di sintesi come quello di Habermas e delle ultime generazione francofortesi (che, però, in qualche modo tornano verso Hegel).

Se comunque la questione dirimente fosse l’ancoraggio ad un concetto di natura umana “fondato religiosamente e/o metafisicamente” (ancorato alle tradizioni culturali greco-romana e cristiana) e dunque ancorato ad un’affermazione assoluta e universale della verità, saremmo in presenza di una frattura che grosso modo può essere fatta risalire al trauma della ‘guerra civile europea’ della prima metà del novecento. Ma tutte le tradizioni culturali che dal trauma traggono una sorta di cultura del sospetto (tutti i citati, sia pure in modo enormemente differenziato) faticano ad essere raggruppate dalla stessa parte secondo gli assi conservatore/progressista o destra/sinistra. Per fare un esempio è l’opposto di un progressista Heidegger, ma certamente sospetta la metafisica occidentale (alla quale riconduce certamente lo scientismo e il mito del progresso prometeico) e con essa l’identificazione di essenze. È per lui la domanda sull’essere che tiene in movimento la natura umana, caratterizzata dall’esserci e dall’essere per la morte, e che abita nel linguaggio (nella radura aperta da esso). Questa mossa è interpretata da autori come Rorty, in uno con la tradizione pragmatista alla quale è legato, come parte di un “linguistic turn” complesso da incasellare nelle categorie indicate.

Ma in fondo credo che il discorso non sia su questo piano, la questione centrale focalizzata è tra un universalismo che si traduce in imperialismo (non alieno anche alle tradizioni antiche) e un universalismo fondato su una distinzione tra “le due città”, agostiniano. Qui la critica alla rivoluzione francese, con la sua pretesa tutta moderna di creare in terra la perfezione tocca il tema della “uguaglianza”, che sarebbe in realtà “solo virtuale o potenziale”.

Nel secondo intervento ecco che la critica prende corpo: secondo Buffagni se si cerca di attuare l’eguaglianza si passa inevitabilmente il segno, precipitando nel suo opposto (il concetto utilizzato è ‘enantiodromia’, che Jung riconduce al dominio di una direttiva unilaterale che produce una inconscia direzione d’azione opposta). Qui in particolare è discussa la critica che avevo avanzato al capoverso della “Dichiarazione di Parigi” nella quale veniva sconfessato “l’egualitarismo esagerato” e la connessione di una “democrazia sana” alle “gerarchie sociali e culturali”, capaci di articolarsi su perseguimento di “eccellenza” ed attribuzione di “onore”. Ovvero la “restaurazione” di un senso socialmente condiviso della grandezza “spirituale” (questa sottolineatura è naturalmente importante), degna di onore al di là della “mera ricchezza”. La frase che più di ogni altra mi ha mosso è, però, la seguente: “la cultura della dignità sgorga dal decoro e dall’adempimento dei doveri che competono al nostro stato sociale”. Frase che è soprattutto chiarita, nel suo senso, dal suo seguito: “dobbiamo ricuperare il rispetto tra le classi sociali che caratterizza una società che dà valore a tutti”.

Confermo che qui c’è una divergenza di sensibilità. Citai appositamente un autore denso, culturalmente avveduto, e molto consapevole della linea di frattura prima evocata, come il filosofo francese di destra (estrema) Alain De Benoist, perché leggendolo questa divergenza mi è sempre saltata all’occhio. Non è facile coglierlo in fallo, per così dire, ma nell’insieme per me passa il segno.

Non si tratta però neppure di disconoscere un semplice fatto, come quello che le classi ed i ceti sono regolarità storiche, perché sarebbe ovviamente atto ridicolo. Né si tratta di immaginare un mondo dell’eden, in terra, nel quale la diseguaglianza sociale (ovvero, appunto, le differenze creanti organizzazione sociale) sia eliminata.

Se si tentasse questa via (che è sfiorata in alcuni passi più politici anche di Marx, dunque di un autore “umanista” nella classificazione sopra fatta) certamente gli effetti sarebbero ‘enantiodromici’. E tale fu, più o meno, la critica della componente di sinistra (ma anche di quella di destra) della scuola post-strutturalista. Per chi volesse sincerarsene potrebbe rileggere il breve passo in cui Jacques Derrida, in “Spettri di Marx” afferma che non si può capire la decostruzione senza far mente al clima nei primi anni sessanta e tardi cinquanta di critica del sovietismo (seguita alle invasioni nell’Est europeo).

Come anche per altre grandi mosse della modernità (in particolare ottocentesche) quando ci si attarda con questa idea si sta trasponendo, senza avvedersene, strutture logiche e orientamenti affettivi delle escatologie cristiane. Lo fa il liberalismo, quando estremizza il proprio proceduralismo, lo fa il socialismo, quando immagina la ‘città celeste’ nella classe. Si tratta, indubbiamente, di teologie, anche se ‘civili’ (ovvero travestite).

E dunque in quella traccia cadono tutte le obiezioni di Buffagni; le condivido.

Posso anche capire il modo in cui usa il termine “ethos aristocratico” in questa frase: “la democrazia in quanto tale non basta affatto a garantire una saggia conduzione della cosa pubblica, e che una democrazia dà migliori risultati quando la guidi una classe dirigente coesa da un ethos aristocratico”, presumibilmente nella stessa direzione in cui Durkheim ricercava una ‘morale civica’ che sia in grado di creare un sentimento motivante alla reciproca considerazione ed all’agire comune. Un sentimento (si può leggere “la Fisica dei costumi”, del 1896) che consenta di anteporre alle loro preferenze e convinzioni il bene della comunità democratica, impegnandosi per lo sviluppo comune. Dato che le cittadine ed i cittadini possono essere disposti a tale passo solo se giudicano desiderabili, e degni di essere difesi, i corsi di azione comuni, è necessario quindi, scrive Durkheim, una qualche misura di “patriottismo”.

Dunque, come scrive Buffagni: “che sia capace, ad esempio, di compromesso politico, di tacito accordo in merito all’interesse nazionale, di condividere stile e cultura al di sopra delle inimicizie politiche”.

Direi che su questo piano si incontrano molte acque, l’ultimo Habermas, ad esempio (erede di alcune tradizioni “del sospetto”, ma anche “progressista”) si chiede nelle sue ultime riflessioni sulla religione (ad esempio “Verbalizzare il sacro”) se la trascendenza dall’interno, attivata dal linguaggio non sia circondata da distese, per così dire, “illuminabili ma non penetrabili” (scrive Leonardo Ceppa in un bel saggio su questo pensiero, “Habermas, le radici religiose del moderno”, che leggeremo insieme) con i semplici strumenti del pensiero proposizionale. Il disincantamento scientifico del mondo ed il lavoro di messa tra parentesi delle differenze compiuta dal diritto democratico non basta, ci sono fonti di solidarietà che non possono essere aggirate (qui torna anche il concetto di anomia durkmehiano). Dunque, in vece della promessa escatologica che si critica, per essa dell’idea liberale che l’ordine possa generarsi dall’aggregazione cieca delle libertà solo private, e la legittimità dalla mera legalità, è necessario riconoscere il surplus di ‘devozione repubblicana’.

È necessario dunque il ‘patriottismo’ di Durkheim e il patto politico. Come scrive Ceppa, “non è pensabile nessuna ‘repubblica dei diavoli’” (ivi, p.110).

Ma la ricerca dell’eguaglianza politica (e delle sue condizioni di possibilità materiali) è un cantiere sempre aperto, e che deve restare tale.

Ma forse conviene tornare un attimo sulla questione posta, dal Manifesto di Parigi, dell’uguaglianza dei moderni come invenzione della rivoluzione. Sieyès dirà in “Che cos’è il Terzo Stato”, nel gennaio 1789 che “il privilegiato si considera insieme ai suoi colleghi come appartenente a un ordine a parte, una nazione scelta all’interno della nazione”, questi “arrivano a vedersi come un’altra specie di uomini”. La democrazia è, alla fine, dunque semplicemente questo: una società di simili (Tocqueville).

Viceversa la mentalità aristocratica, consolidata in particolare nel sedicesimo secolo, verso la quale è mobilitata l’energia rivoluzionaria, vedeva stirpe, estrazione sociale, un insieme di qualità sociali ereditarie proprie, caratterizzare alcuni come preordinati, e per questo adatti, a dirigere la società tutta. Altri, viceversa, a stare “nei loro doveri” (per usare la formula di una supplica al re di Francia fatta appunto dai rappresentanti dei nobili in occasione degli Stati Generali del 1614). Le diversità di status, che fondavano una gerarchia naturale, erano quindi radicate da diversità intrinseche di per sé evidenti. Come la mette Rosanvallon “essi pensavano di vedere tanti tipi di uomini quante erano le condizioni sociali, tutti partecipi di una stessa natura, ma diversificati in modo ereditario per il loro comportamento e il loro diseguale valore umano” (“La società dell’uguaglianza”, p.30). Il Decreto della notte del 4 agosto 1789 ne distruggerà in Francia la base materiale (privilegi fiscali, diritti esclusivi e barriere professionali e amministrative) ma ne attaccherà anche la pretesa di non essere eguali, di non mescolarsi, di essere separati.

Dall’altra parte dell’oceano viene contemporaneamente posta sotto attacco la “frivola leziosità della cortesia”, i “gentiluomini”, e come dichiara la Pennsylvania la pretesa di “non essere tutti sullo stesso piano”. Nel 1786 i costituenti dello Stato americano affermeranno: “un regime democratico come il nostro non ammette alcuna superiorità”.

Questo è lo spirito rivoluzionario, ed è semplice: si tratta di rigenerare l’umanità e riconciliarla, farla uguale ed una.

La radice di ciò ha un’aria di famiglia inconfondibile: “non c’è né ebreo né greco, né schiavo né uomo libero, né uomo né donna, perché tutti voi non siete che uno in Cristo Gesu” (Paolo di Tarso, Lettera ai Galati, 3,28).

Ma, come ricorda anche Buffagni, questa uguaglianza (davvero radicale) è tuttavia “spirituale”, non è affatto politica. Non è per niente una eguaglianza democratica.

Per molti secoli nessuno (o quasi) ha tratto, infatti, conseguenze politiche dal lascito verbale del cristianesimo. L’intero sistema di credenze ed istituzioni lo impediva, lo rendeva non pensabile. La sovversione interna di questo messaggio potenziale avviene lentamente a partire dal ripensamento seicentesco e, in America, dalla tradizione puritana. Ancora nella Enciclopedia, curata da Diderot, la voce afferma essere la “uguaglianza assoluta” una “chimera”, e sottolinea “la necessità delle diverse condizioni, dei gradi, degli onori, delle distinzioni, delle prerogative, delle subordinazioni che devono regnare in ogni governo”. In accordo con una lontana tradizione l’uguaglianza davanti a dio e naturale ha ancora una dimensione strettamente morale, e solo questa.

Quello evocato dal nostro interlocutore è, insomma, un antico terreno di battaglia.

Lo scontro tra le diverse Europe: due Dichiarazioni, di Alessandro Visalli

Prosegue il dibattito sui due documenti pubblicati da “Italia e il Mondo” a proposito di Europa, Europe ed europeismo http://italiaeilmondo.com/2017/10/24/quale-europa-a-cura-di-giuseppe-germinario/ .  In aggiunta alla nota di Luigi Longo e all’intervento di Roberto Buffagni segue un contributo di Alessandro Visalli, tratto dal blog https://tempofertile.blogspot.it/2017/10/lo-scontro-tra-le-diverse-europe-due.html ,

cui seguirà una replica dello stesso Buffagni

 

Sulla pagina on line “Italia e il Mondo”, è uscito un articolo dal titolo “Due appelli, due Europe” del mio amico Roberto Buffagni nel quale è presente una interessante lettura di due diversi appelli, usciti negli ultimi tempi, nel campo conservatore, sul destino dell’Europa. Sono molto diversi, decisamente opposti: il primo parla di ‘progetto’, il secondo di uno scontro nel quale è in campo il ‘proprio sé’. Il primo è stato scritto da una importante istituzione che ha sede a Bruxelles e finanzia azioni politiche e culturali per la promozione della democrazia, fornendo quelli che chiama “finanziamenti veloci e flessibili”; ne fanno parte politici come Elmar Brok (CDU), Andrej Grzyb (PP), Bogdan Wenta (PPE), Cristian Preda (PPE), Pier Antonio Panzieri (PD), Alexander Lambsdorff (Partito Liberale), Elena Valenziano Martinez-Orozco (PSE), Mark Demesmaeker (conservatori e riformisti) e Tamas Meszerics (Verde ungherese). Il secondo da un gruppo di intellettuali accademici caratterizzati da una netta prevalenza dei filosofi politici e dall’essere conservatori di chiara fama.

La prima Dichiarazione chiama all’azione culturale e propagandistica (il campo del proponente) per la “democrazia”, ma intende una specifica connotazione del termine, la seconda ad una battaglia egemonica contro l’utopia di un mondo globalizzato, in cui le nazioni si dissolvano progressivamente in una utopistica unità multiculturale (ovvero, tradotto in termini realistici, siano inquadrate senza resti in un’unità imperiale). Del resto giova ricordare che la relazione tra democrazia e progetto del governo mondiale, pur avendo importanti antisegnani, è soprattutto scritta nella anglosfera di marca conservatrice (uno dei firmatari è Francis Fukuyama).

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Coalition for democratic renewal

Si potrebbe dire che si tratta di due testi molto e forse troppo lontani, ma Buffagni li connette su una linea specifica: l’inimicizia reciproca, fondata su diversi orizzonti. Cioè su prospettive diverse in modo irriducibile.

La conclusione che trae (salto molti passaggi) è che sia in corso uno scontro decisivo per la definizione dei nostri tempi, dentro il campo conservatore, tra:

  • – una destra liberale e tecnocratica, ‘progressista’,
  • – e una destra orientata sulla nazione, la cultura comune, ‘conservatrice’ e per questo schierata contro la UE.

La sinistra, invece, è secondo lui indisponibile a produrre una riflessione critica, e tanto meno un’azione politica contro la UE, e dunque si estromette automaticamente dal campo dello scontro ordinato da questa dualità. Cioè non entra nella battaglia.

La sinistra, dice Buffagni in sostanza, è ancora troppo legata alla mossa inaugurale della modernità, ed al mito della rivoluzione (in primis francese) per riconoscere il lato oscuro della ragione illuminista, la sua hybris di potere. Tentativi, per la verità, ce ne sono stati: ad esempio la prima Scuola di Francoforte, più di recente il post-strutturalismo francese, alcune componenti della cultura pragmatista americana, molti antropologi, qualche raro e coraggioso economista, ma non riescono a fare sistema. L’ancoraggio all’industrialismo ed al milieu culturale nel quale i socialismi si formarono, nella prima metà dell’ottocento, è ancora troppo forte; la sostanza della cultura della sinistra, sembra dire, è legata ad una visione fondamentalmente scientista, tardo positivista, e quindi a visioni idealiste della storia (anche se ammantate da un materialismo scolastico che ne nasconde le fattezze). Una tesi del genere la sostiene il filosofo francese radicale Michéa.

Alla fine dunque la sinistra gli appare come una variante, e magari neppure particolarmente interessante, del liberalismo illuminista, la cui versione più coerente e radicale è in fondo quella assunta nella metà del secolo scorso dai pensatori politici ed economisti che per comodità chiamiamo “liberisti”. Dunque per Buffagni mentre la sinistra è solo una versione più ipocrita della posizione della “coalizione per il rinnovamento” e del suo “Appello di Praga”, le posizioni coerentemente conservatrici, senza il peso di doversi districare nella densa tradizione rivoluzionaria, possono andare al nocciolo, espresso nella “Dichiarazione di Parigi” in modo esemplare.

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Per dialogare con questa posizione, proporrò qualche distinzione, ma prima vediamo meglio i due Appelli: sono, come è tipico del genere letterario, delle chiamate alle armi. Il primo, quello di Praga, per la “democrazia liberale”, che sarebbe sotto attacco da parte dei “populismi”. Il secondo, quello di Parigi, per la difesa della “casa” contro una idea trasversale e sbagliata. Chiamano dunque alle armi l’uno contro l’altro.

Più precisamente, l’idea sbagliata, per il secondo, è quella del progresso inevitabile, che viene riclassificato da “fede” (faith nel testo di Praga) in “superstizione”. Non, quindi, realizzazione della cesura della modernità (fatta risalire alle due rivoluzioni liberali settecentesche sulle opposte sponde dell’Atlantico), ma abbandono della casa e sua “requisizione”. Se presa sul serio, infatti, questa idea della cesura, del rasoio che separa le vecchie tradizioni dal moderno, incarnato dallo spirito della ragione, che è propria della ‘fede’ nella forza dell’individualismo illuminista, si estende necessariamente al mondo intero; con la sua forza corrosiva dei legami ascrittivi, essa ha intrinsecamente un respiro di potenza che finisce per classificare necessariamente tutti tra “liberali” e “illiberali”, in uno tra democrazie “avanzate” e “arretrate”. A leggere il primo Appello si vede che le prime si fondano infatti sulla “credenza nella dignità della persona” e quindi nei diritti umani (libertà di espressione, associazione, religione), nel pluralismo e nella competizione, nella “economia di mercato priva di corruzione e capace di offrire opportunità a tutti”, le seconde invece sulle politiche estrattive, sull’oppressione delle persone e sull’oscurantismo, appunto sul tradizionalismo. La prima posizione è cioè ‘progressista’, la seconda ‘conservatrice’.

Buffagni prende quindi da questo elenco di banalità, che spicca per la sua sicumera (potendo dare senza esitazioni patenti al mondo intero, in funzione della maggiore o minore distanza da un sé immaginato e idealizzato), la “dichiarazione di guerra totale all’Europa come realtà storica e come tradizione culturale”.

Si, perché la realtà storica dell’Europa (non del suo “progetto”) è fondata invece nella differenza delle sue profonde culture, e non nasce come un fungo dalla terra nel 1789. Senza considerare questa radice gli estensori dell’appello di Praga, che sono per lo più politici centristi, dicono in sostanza che se non si riconosce che la forma della civiltà occidentale, e per essa la forma politica della democrazia liberale nata dalle due rivoluzioni settecentesche, è superiore si è “relativisti”, e certamente c’è del vero; ma parimenti sarebbe da rimarcare che allora loro sono “assolutisti” (dato che si definisce tale chi sostiene una posizione, appunto, “assoluta”). E le forme di assolutismo hanno un sapore strano, un retrogusto imperialista (se applicate, come del caso, alla geopolitica), mentre il relativismo suona diversamente: ha curiosamente il gusto della libertà.

Questo rovesciamento dovrebbe renderci sensibili al rischio di definire una posizione assiale che non guarda alle proprie premesse, e non le mette in questione. Multiculturalismo sta ad impero, se si tenta di farne una posizione politica, mentre su questo piano il relativismo culturale si connette con l’accettazione del multipolarismo. Stiamo leggendo, ad esempio, la posizione complessa ed in movimento di un autore certamente non conservatore come l’economista egiziano e terzomondista Samir Amin, a partire dal suo “Lo sviluppo ineguale”, del 1973, e poi “Oltre la mondializzazione”, del 1999, ma anche “Per un mondo multipolare”, del 2006, che ripercorre alcuni momenti della formazione della legge del valore mondializzato, trascinata dalla logica implacabile dell’accumulazione che finisce per dominare l’intero sistema sociale. Ciò che spinge verso l’espansione mondiale, e la dissoluzione di ogni resistenza statuale, oltre che nazionale, è per lui la tendenza alla polarizzazione ed alla mobilizzazione delle risorse (tra le quali sono inclusi i portatori di forza-lavoro divenuti emigranti). L’egemonia dell’economico, posta sotto accusa anche dalla Dichiarazione di Parigi, è dunque ciò che va ricondotto a controllo; ciò che nei termini di questa va ‘risecolarizzato’ (dato che si tratta di una sorta di surrogato della religione, come dice anche Amin, cfr OM, p.57). Ovvero che va nuovamente “incastrato in un iceberg di rapporti sociali di cui la politica costituisce la parte emergente” (OM, p.102).

La tesi, che come si vede non è articolabile solo da destra, è che “la ‘mondializzazione mediante il mercato’ è un’utopia reazionaria contro la quale bisogna sviluppare teoricamente e praticamente l’alternativa del progetto umanista di una mondializzazione che si inquadri in una prospettiva socialista” (OM, p.176), ma questa forma di connessione richiede e non inibisce la costituzione di fronti “nazionali, popolari e democratici”. Ciò che bisogna separare è il nesso interno tra una certa visione lineare della storia come progresso verso un qualche telos, l’identificazione della meccanica (quando non anche del telos stesso) con un presunto svolgersi infallibile di leggi dell’economia ‘pura’ (una visione autorizzata da una lettura banalizzante di alcuni passi dello stesso Marx, ma molto più di Engels e di alcuni suoi epigoni), e il precipitare finale di tutto ciò a servizio di un progetto di potenza nascosto in bella vista nella retorica Wilsoniana di tanto in tanto riemergente.

Si tratta di un nodo di grande rilevanza.

Ma qui la “Dichiarazione di Parigi” manifesta il suo tessuto conservatore; conduce infatti la battaglia contro la “falsa” idea del progresso imperialista, dell’uniformante idea assoluta del ‘Vero’ e del ‘Giusto’, sulla base di un’enfatizzazione caratteristica della “casa”. Questa idea riecheggia in effetti dibattiti ripetuti tra le posizioni liberali e quelle variamente ricondotte a posizioni comunitarie (talvolta abbiamo sfiorato un terreno di emergenza di questo antico dibattito in autori orientati a sinistra come Sandel, MacIntyre, anche qui, Walzer, e ne riprenderemo i testi essenziali), ed è riassunta in modo molto eloquente nel primo capoverso:

  1. L’Europa ci appartiene e noi apparteniamo all’Europa.Queste terre sono la nostra casa; non ne abbiamo altra. Le ragioni per cui l’Europa ci è cara superano la nostra capacità di spiegare o di giustificare la nostra lealtà verso di essa. Sono storie, speranze e affetti condivisi. Usanze consolidate, e momenti di pathos e di dolore. Esperienze entusiasmanti di riconciliazione e la promessa di un futuro condiviso. Scenari ed eventi comuni si caricano di significato speciale: per noi, ma non per altri. La casa è un luogo dove le cose sono familiari e dove veniamo riconosciuti per quanto lontano abbiamo vagato. Questa è l’Europa vera, la nostra civiltà preziosa e insostituibile.

Riconnettendosi piuttosto chiaramente alla tradizione conservatrice (che è inaugurata in Europa dal pensiero controrivoluzionario di Burke, de Maistre, Novalis, Schlegel, poi ovviamente Nietszche, e nel novecento Heidegger, autori di cui alcuni degli estensori sono fini studiosi) il progressismo illuminista è qui accusato, in sostanza, di essere parte delle “esagerazioni e distorsioni delle autentiche virtù dell’Europa”, e cieco ai propri “vizi”. Si scivola insomma nello stesso tipo di linguaggio essenzialista che si rivede nella controparte: ci sono posizioni “autentiche” e altre “false” (le prime quindi “vere”), ci sono “distorsioni” (del “retto”). C’è dunque una “Europa falsa”, ed una “vera”, dove la prima smercia caricature e nutre pregiudizi verso il passato. Una Europa che è “orfana”, non riconosce padri, e se ci sono li uccide. Che si sente orgogliosa di questa mossa, si sente forte in essa. Si sente quindi “nobile”. Gioverebbe rileggere per fare mente locale “Filosofie del populismo” di Nicolao Merker.

Una Europa simile, che non c’è, e non ci può essere, in quanto vuota e disincarnata (direbbe Sandel), “incensa se stessa descrivendosi come l’anticipatore di una comunità universale che però non è né universale né una comunità”. Una comunità universale è, infatti, quasi per definizione impossibile. E in quanto impossibile non è universale. Quel che si ha è al massimo una comunità di élite sradicate e interconnesse con i poteri sradicanti del capitalismo di cui parla Amin.

In questo scontro tra tradizioni culturali e politiche l’attacco è assolutamente radicale:

  1. I padrini dell’Europa falsa sono stregati dalle superstizioni del progresso inevitabile. Credono che la Storia stia dalla loro parte, e questa fede li rende altezzosi e sprezzanti, incapaci di riconoscere i difetti del mondo post-nazionale e post-culturale che stanno costruendo. Per di più, ignorano quali siano le fonti vere del decoro autenticamente umano cui peraltro tengono caramente essi stessi, proprio come vi teniamo noi. Ignorano, anzi ripudiano le radici cristiane dell’Europa. Allo stesso tempo, fanno molta attenzione a non offendere i musulmani, immaginando che questi ne abbracceranno con gioia la mentalità laicista e multiculturalista. Affogata nel pregiudizio, nella superstizione e nell’ignoranza, oltre che accecata dalle prospettive vane e autogratulatorie di un futuro utopistico, per riflesso condizionato l’Europa falsa soffoca il dissenso. Tutto ovviamente in nome della libertà e della tolleranza.

Se tutto questo è fondato per gli autori della Dichiarazione, la minaccia che abbiamo davanti è “la stretta asfissiante che l’Europa falsa esercita sulla nostra capacità di immaginare prospettive”.

Scriveva Heidegger in “Lettera sull’umanismo”, nel 1949: “l’essenza dell’agire è portare a compimento [e non produrre un effetto in base alla sua mera utilità]. Portare a compimento significa dispiegare qualcosa nella pienezza della sua essenza, condurre-fuori questa pienezza, producere”. Dunque si produce, in certo senso, solo ciò che già è; precisamente è nel pensiero e nel linguaggio che “è la casa dell’essere” e nella cui dimora “abita l’uomo”. Ecco che si viene alla stessa idea che è incorporata nella densa frase della Dichiarazione: “il pensiero non si fa azione perché da esso scaturisca un effetto o una applicazione. Il pensiero agisce in quanto pensa”. Il pensiero “dell’Europa falsa” è dunque la sua vera ed essenziale azione.

Nel suo assai complesso, ed a lunghi tratti involuto, manifesto contro ‘l’umanesimo’ (dunque anche contro l’illuminismo), Heidegger lamenta la “perdita di mobilità” e contesta l’esattezza “tecnico-teoretica” degli scritti specialistici e nel farlo si esercita in un vertiginoso esercizio di distinzioni e narrazioni. Si scopre quindi che ogni umanismo si fonda su una metafisica, ovvero su una posizione che già presuppone un’interpretazione data degli enti (e quindi una loro funzionalizzazione, un apprestarli) senza porre insieme la questione “dell’essere”; anzi in effetti la impedisce.

Porre lo sviluppo storico come dispiegarsi della logica immanente della tecnica come apprestamento del mondo per l’uso (tramite l’economico), in altre parole, dimentica di riflettere sul senso. Dimentica l’essere, lasciandoci in un mero mondo di enti, di oggetti. Noi stessi fatti tali. Nel linguaggio della tradizione marxista, che ovviamente Heidegger ha di mira, è la questione della ‘reificazione’ (cfr qui).

Nell’impedirlo può porre (e lo fanno i romani per primi, dice) come autoevidente “l’essenza universale dell’uomo” (in Segnavia, p.275); ovvero dell’uomo come animale razionale. Una interpretazione dell’umano che, naturalmente, “non è falsa, ma è condizionata dalla metafisica”. Non si tratta, cioè, di abbandonarsi “all’azione dissolvente di uno scetticismo vuoto”, ma di tenere in movimento il pensiero (tramite l’interrogazione dell’essere).

La posizione del filosofo tedesco è in sostanza che l’uomo si dispiega solo a partire da un reclamo che gli viene dalla domanda dell’essere, ovvero da un abitare in qualche modo all’aperto. Nello “stare nella radura” che gli è propria (in quanto essere che veramente “vive”).

Dunque il punto non è che il discorso sui valori (universali, ovvero umanistici) sia “senza valore”, perché ciò sarebbe opporre banale al banale, ma che bisogna capire che porre una cosa come “valore” in questo senso, crea sempre un fare e con esso una oggettivazione. Cioè fa il mondo come oggetto (ovvero lo manipola).

Con le sue parole: “ogni valutazione, anche quando è una valutazione positiva, è una soggettivazione. Essa non lascia essere l’ente, ma lo fa valere solo come oggetto del proprio fare” (ivi, p. 301). Pensare “contro i valori” non significherebbe, cioè, “sbandierare l’assenza di valori e la nientità dell’essere, ma portare la radura della verità dell’essere davanti al pensiero, contro la soggettivazione dell’ente ridotto a mero oggetto”.

Con il linguaggio della Scuola di Francoforte, esercitare la critica. Uno degli esercizi più recenti ed interessanti nel lavoro in corso della Rahel Jaeggi, in “Forme di vita e capitalismo”.

Allora, tornando alla “Dichiarazione di Parigi”, da questa posizione si può rivendicare la storia concreta delle tradizioni di lealtà civica e le battaglie condotte per fare “i propri sistemi politici più aperti alla partecipazione popolare”, talora “con modi ribelli”, e la storia di condivisione ed unità, che ci consente di guardarci gli uni con gli altri come prossimi; come insieme responsabili.

Non siamo soggetti passivi sottoposto al dominio di poteri dispotici, sacrali o laici. E non ci prostriamo davanti all’implacabilità di forze storiche. Essere europei significa possedere la facoltà di agire nella politica e nella storia. Siamo noi gli autori del destino che ci accomuna.

Ne consegue che non si tratta di accettare od opporsi ad un astratto umanesimo, o a “Valori” universalmente preordinati a fare del molteplice l’uno. Si tratta di avere, o di essere nelle radure dell’essere (come direbbe Heidegger), riconoscendo che “l’Europa vera è una comunità di nazioni”. Si tratta di esercitare la critica partendo da ciò che si è, dalla Europa ‘vera’: lingue, tradizioni, confini.

Qui il testo raggiunge probabilmente il suo punto più profondo:

  1. Una comunità nazionale è fiera di governarsi a modo proprio, spesso si vanta dei grandi traguardi raggiunti nelle arti e nelle scienze, e compete con gli altri Paesi, a volte anche sul campo di battaglia. Tutto ciò ha ferito l’Europa, talvolta gravemente, ma non ne ha mai compromesso l’unità culturale. Di fatto è accaduto semmai il contrario. Man mano che gli Stati-nazione dell’Europa sono venuti radicandosi e precisandosi, si è rafforzata una identità europea comune. A seguito del terribile bagno di sangue causato dalle guerre mondiali nella prima metà del secolo XX, ci siamo rialzati ancora più risoluti a onorare quell’eredità comune. Ciò testimonia quale profondità e quale potenza abbia l’Europa come civiltà cosmopolita nel senso più appropriato. Noi non cerchiamo l’unità imposta e forzata di un impero. Piuttosto, il cosmopolitismo europeo riconosce che l’amore patriottico e la lealtà civica aprono a un mondo più vasto.

Uno strano “cosmopolitismo” vi viene enunciato: un cosmopolitismo concreto.

E viene enunciata una connessione tra il venir meno del collante cristiano e lo sforzo di un sostituto funzionale (ma quanto più povero) nell’universalismo economico, nella sorta di impero regolatorio e monetario. In una sorta di universalismo pseudoreligioso.

Ci sono anche momenti di espressa polemica con l’altra Dichiarazione, come questo:

L’Europa non è iniziata con l’Illuminismo. La nostra amata casa non troverà realizzazione di sé nell’Unione Europea. L’Europa vera è, e sempre sarà, una comunità di nazioni a volte chiuse, e talvolta ostinatamente tali, eppure unite da un’eredità spirituale che, assieme, discutiamo, sviluppiamo, condividiamo e sì, amiamo.

E dunque questo “spirito”, che è propriamente europeo, implica una fiducia (non una fede), gli uni negli altri, e una responsabilità verso il futuro. Quindi implica una forma di libertà che non è individuale ma collettiva, è una responsabilità verso se stessi e la forza di non prostrarsi; neppure davanti “all’implacabilità di forze storiche”.

Un europeo, insomma, si sente autore del suo destino. E sente questa forza e responsabilità attraverso le forme politiche che hanno prevalso, lo stato-nazione, tratto caratteristico della civiltà europea.

Altri tratti caratteristici che sono richiamati nella Dichiarazione, anche in questo radicalmente estranea al liberalismo (sia classico sia contemporaneo), sono le tradizioni religiose (con “virtù nobili” come “l’equità, la compassione, la misericordia, il perdono, l’operare per la pace, la carità”) e lo spirito del dono, ma anche quelle classiche, l’eccellenza, il dominio di sé, la vita civica. Dunque il futuro non è da considerare connesso con un universalismo disincarnato che dimentica il sé e perde la memoria, ma nella lealtà alle tradizioni migliori. Nella ripresa dell’antico lessico delle ‘virtù’ nel quale, come insegna MacIntyre riposava la tradizione greco-romana che la modernità ha interrotto.

Su questa via il progetto europeo, tracciato sulla via del cosmopolitismo liberale e della dissoluzione delle solidarietà nazionali, è designato come nemico.

E con essa è designato, con aspra franchezza, come nemico anche il movimento di liberazione dei costumi e antiautoritario che ha attraversato l’occidente al finire degli anni sessanta. Un movimento che viene connesso sia con la riduzione delle autorità, sia con l’esplosione dei consumi e di uno stile di vita edonista e individualista. Ovvero è denunciato come fattore di disgregazione sociale.

  1. L’Europa falsa si gloria di un impegno senza precedenti a favore della libertà umana. Questa libertà, però, è assolutamente a senso unico. Viene veduta come la liberazione da ogni freno: libertà sessuale, libertà di espressione di sé, libertà di “essere se stessi”. La generazione del 1968 considera queste libertà come vittorie preziose su quello che un tempo era un regime culturale onnipotente e oppressivo. I sessantottini si considerano grandi liberatori, e le loro trasgressioni vengono acclamate come nobili conquiste morali per le quali il mondo intero dovrebbe essere loro grato.

Una disgregazione che è invece per gli estensori dello “statement” fonte di anomia, di perdita di senso, e del “vuoto conformismo” di una cultura ormai guidata da media e dai consumi. Una generazione, quella del 1968, che ha distrutto insomma forme di vita e valori storici ma non li ha sostituiti con altri; che ha, secondo gli autori, solo creato un vuoto.

Quel vuoto intravisto anche dal nostro Pasolini, che si riempie quindi di surrogati: i social media, il turismo di massa, la pornografia.

La Dichiarazione continua attaccando quindi direttamente il multiculturalismo, che nega le radici cristiane:

L’impegno egualitario, ci è stato detto, impone che noi abiuriamo anche la più piccola pretesa di ritenere superiore la nostra cultura. Paradossalmente, l’impresa multiculturale europea, che nega le radici cristiane dell’Europa, vive in modo esagerato e insopportabile alle spalle dell’ideale cristiano di carità universale. Dai popoli europei pretende un grado di abnegazione da santi. Denunciamo quindi il tentativo di fare della completa colonizzazione delle nostre patrie e della rovina della nostra cultura il traguardo glorioso dell’Europa nel secolo XXI, da raggiungere attraverso il sacrificio collettivo di sé in nome di una nuova comunità globale di pace e di prosperità che sta per nascere.

E quindi ovviamente la globalizzazione: la promozione di istituzioni sovranazionali il cui vero scopo è di tenere sotto controllo la sovranità popolare, riportando tutto allo stato di necessità, all’assenza di alternativa.

Ciò che propone è di “risecolarizzare la vita politica”, riconoscendo che la “fede” proclamata nella Dichiarazione di Praga è solo una superstizione, e che non abbiamo affatto bisogno di surrogati della religione (anche se il capitalismo stesso è una sua forma, come scrisse Benjamin).

Abbiamo bisogno, invece, di una nuova politica:

  1. Rompere l’incantesimo dell’Europa falsa e della sua utopistica crociata pseudo-religiosa votata a costruire un mondo senza confini significa incoraggiare una nuova arte del governo e un nuovo tipo di uomini di governo. Un uomo politico di valore salvaguarda il bene comune di un determinato popolo. Un valido uomo di governo considera la nostra comune eredità europea e le nostre specifiche tradizioni nazionali doni magnifici e vivificanti, ma al contempo fragili. Quindi né le ricusa né rischia di smarrirle per inseguire sogni utopici. Gli uomini politici così desiderano sinceramente gli onori conferiti loro dalle proprie genti, non bramano l’approvazione di quella “comunità internazionale” che di fatto è solo la cerchia di relazioni pubbliche di una oligarchia.

Ciò significa anche affrontare con prudenza e ragionevolezza il tema dell’immigrazione, puntando su una corretta integrazione ed assimilazione degli immigrati, non alla coesistenza di culture non integrate senza comune unità civica e solidale.

Ma c’è di più:

In verità, la questione dell’immigrazione è solo uno degli aspetti di un processo di disfacimento sociale più generale che dev’essere invertito. Dobbiamo ripristinare la dignità sociale che hanno i ruoli specifici. I genitori, gl’insegnanti e i professori hanno il dovere di formare coloro che sono affidati alle loro cure. Dobbiamo resistere al culto della competenza che s’impone a spese della sapienza, del garbo e della ricerca di una vita colta. L’Europa non conoscerà alcun rinnovamento senza il rifiuto deciso dell’egualitarismo esagerato e della riduzione del sapere a conoscenza tecnica. Noi abbracciamo con favore le conquiste politiche dell’età moderna. Ogni uomo e ogni donna debbono avere parità di voto. I diritti fondamentali debbono essere protetti. Ma una democrazia sana esige gerarchie sociali e culturali che incoraggino il perseguimento dell’eccellenza e che rendano onore a coloro che servono il bene comune. Dobbiamo restaurare il senso della grandezza spirituale e onorarlo in modo che la nostra civiltà possa contrastare il potere crescente della mera ricchezza da un lato e dell’intrattenimento triviale dall’altro.

Non si può dire che la Dichiarazione non sia dotata di coraggio nello sfidare apertamente il senso comune che è largamente condiviso nel nostro tempo. Lo spirito libertario nel quale per lo più siamo stati formati, nel quale io sono stato formato.

Qui comincia a divergere quindi la mia sensibilità: pur comprendendole, parole come “gerarchie sociali e culturali” e “senso della grandezza spirituale”, riverberano troppo da vicino il grande tema dei privilegi di rango, la società divisa in caste e ordini, quella che De Benoist in “Identità e comunità” chiama “l’identità di filiazione” della società tradizionale. Una società nella quale prevale la lealtà sull’interiorità e l’emancipazione. Ovvero una concezione troppo essenzialistica dell’identità, che non valuta abbastanza la sua natura dinamica, certamente dialogica, insieme individuale e collettiva. La paura dell’anomia, pur giustificata, non può dirigere nella direzione di una simmetrica indeterminazione dell’io, sciolto nell’appartenenza.

Lo scopo è comunque enunciato con grande chiarezza: “l’Europa deve riorganizzare il consenso intorno alla cultura morale in modo che la gente possa essere guidata all’obiettivo di una vita virtuosa”.

E qui si trae direttamente la più netta delle scelte:

Non possiamo consentire che una falsa idea di libertà impedisca l’uso prudente del diritto per scoraggiare il vizio. Dobbiamo perdonare la debolezza umana, ma l’Europa non può prosperare senza restaurare l’aspirazione comune alla rettitudine e all’eccellenza umana. La cultura della dignità sgorga dal decoro e dall’adempimento dei doveri che competono al nostro stato sociale. Dobbiamo ricuperare il rispetto reciproco fra le classi sociali che caratterizza una società che dà valore ai contributi di tutti.

Una scelta che proprio non posso condividere. Usare concetti come “i doveri che competono allo stato”, e “rispetto tra le classi sociali”, appena seminascosto dal riverbero dell’ideale classico della eguaglianza come dare l’eguale all’eguale, nella formula “dare valore ai contributi di tutti”, significa andare molto oltre la giustificata critica del lato dispotico della ragione. Implica sposare direttamente l’ideale di restaurazione che fu della linea genealogica prima richiamata.

Anche se mi pare giusto “resistere alle ideologie che cercano di rendere totalizzante la logica del mercato”, e che mette “tutto in vendita”, il rispetto reciproco spetta in ultima istanza agli individui e spetta a tutti in quanto esseri umani, non a questi in quanto parte di classi (né cambia il rispetto al salire da una classe all’altra, o scendere). Ci sono certo doveri, e vanno rispettati, ma non competono allo stato in cui ci si trova, competono al nostro reciproco doverci. Qui, insomma, per me si passa il segno. Un umanesimo è necessario.

Ciò non impedisce che sia necessario i mercati siano orientati a fini sociali, e incorporati in beni non economici e non disponibili.

Gli autori sono:

  • Philippe Bénéton (France), 71 anni, politologo, professore all’Università di Renne e all’Istituto Cattolico di Studi Superiori, studioso del conservatorismo, Machiavelli, Erasmo e Thomas More.
  • Rémi Brague (France), 70 anni, filosofo, medievalista e studioso del pensiero arabo di fama mondiale, conservatore e studioso influenzato da Heidegger, Strauss, ha ricevuto il Premio Ratzinger.
  • Chantal Delsol (France), 70 anni, filosofa conservatrice e allieva di Julien Freund.
  • Roman Joch (Česko), 47 anni, politico.
  • Lánczi András (Magyarország), 61 anni, filosofo conservatore e politologo dell’università di Budapest.
  • Ryszard Legutko (Polska), 67 anni, filosofo polacco e traduttore di Platone
  • Pierre Manent (France), 68 anni, politologo conservatore, studioso di Alexis de Tocqueville, Raymond Aron, Leo Strauss, Allan Bloom.
  • Dalmacio Negro Pavón (España), 85 anni, politologo e studioso di Carl Schmitt.
  • Roger Scruton (United Kingdom), 73 anni, filosofo conservatore ed occidentalista.
  • Robert Spaemann (Deutschland), 90 anni, filosofo conservatore e teologo.
  • Bart Jan Spruyt (Nederland), 53 anni, storico conservatore, cofondatore della Edmund Burke Foundation.
  • Matthias Storme (België), 58 anni, giurista conservatore.

Di certo non si può dire che non sia una importante compagine, come non si può dire non sia caratterizzata da una specifica parte.

Ciò che dobbiamo, io credo, ricercare è la costruzione di una “comunità di tutti quelli che lavorano e lottano in un dato territorio” (Formenti, “La variante populista”, p.9) che indirizzi una tensione aperta ed inclusiva a fare “Nazione”, nel pieno rispetto della vocazione e del diritto eguale delle altre (ovvero in direzione di un autentico multipolarismo plurale). Ciò significa anche coltivare e dare piena legittimità ad una forma di “patriottismo”, cioè di amore e rispetto, verso tutti coloro che si orientano allo “spirito oggettivo” delle migliori istituzioni e della forma di vita che ci crea come individualità collettiva. Una forma di vita nella quale siamo socializzati o che accettiamo volontariamente. Un patriottismo che può essere aperto e universalista, senza sconnettersi, anzi proprio collegandosi, con le tradizioni costituzionali e la storia di libertà e determinazione ad essere esempio nei momenti più alti in cui ci siamo costituiti. Ciò non è affatto incompatibile con gli obblighi che intendiamo auto assumerci nei confronti dell’umanità in generale, ma li sostanzia: la causa dell’umanità si sostiene, infatti, difendendola entro di noi e nelle istituzioni con le quali abbiamo a che fare; compiendo la “buona gara” di renderle ognuna esempio per l’altra.

La conclusione della Dichiarazione è la seguente:

  1. In questo momento, chiediamo a tutti gli europei di unirsi a noi per respingere le fantasie utopistiche di un mondo multiculturale senza frontiere. Amiamo a buon diritto le nostre patrie e cerchiamo di trasmettere ai nostri figli ogni elemento nobile che noi stessi abbiamo ricevuto in dote. Da europei, condividiamo anche una eredità comune e questa eredità ci chiede di vivere assieme in pace in una Europa delle nazioni. Ripristiniamo la sovranità nazionale e ricuperiamo la dignità di una responsabilità politica condivisa per il futuro dell’Europa.

 

Questa la condivido.

 

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