QUALE EUROPA?, a cura di Giuseppe Germinario

I redattori di “Italia e il mondo” intendono avviare un dibattito sull’Unione Europea, sulle attuali modalità di costruzione delle relazioni tra gli stati e le realtà istituzionali del continente e sulla possibilità di costruzioni politiche alternative più confacenti ad una politica più autonoma e indipendente rispetto all’attuale condizione di sudditanza e rese sempre più necessarie dall’evidente processo di relazioni multipolari ormai in corso. Alla vivace polemica in corso ormai da anni, paradossalmente, non corrisponde una adeguata produzione di elaborazioni e documenti più puntuali e riflessivi, propedeutici al sostegno di linee politiche più chiare e coerenti. Segno evidente dei ritardi, degli impacci e delle approssimazioni nei quali è impelagata la quasi totalità delle classi dirigenti europee, sia quelle imperanti sia quelle con pretese di alterità.

Qui sotto i link di due primi documenti individuati le cui tesi, ovviamente, non corrispondono necessariamente al pensiero dei redattori del sito:

https://thetrueeurope.eu/uneuropa-in-cui-possiamo-credere/

https://www.forum2000.cz/en/coalition-for-democratic-renewal-2017-event-coalition-for-democratic-renewal

Seguiranno nell’immediato le prime riflessioni

 

9 commenti

  • Simul stabunt simul cadent: il primo manifesto, “La dichiarazione di Parigi – un’Europa in cui possiamo credere” altro non è che un documento nostalgico, una sorta di “Génie du Christianisme” di Chateaubriand in centovettottesimo che sotto la parvenza di una accorata difesa dei valori tradizionali messi in crisi dalla secolarizzazione e dalla società dei consumi, in realtà è perfettamente integrato con l’attuale sistema e con l’attuale costruzione dell’Unione europea. Il secondo invece, “La coalition for democratic renewal” del “Forum 2000” non ha nemmeno la decenza di appellarsi a bei valori del tempo che fu (appello in sé tuttaltro spregevole ma che dovrebbe essere corroborato da ben altro e più scaltrito approccio teorico, non diciamo una visione conflittual-strategica alla La Grassa e/o alla Repubblicanesimo Geopolitico, non chiediamo troppo ma solo un po’ di lucidità ed onestà …) ma si esibisce in una serie di dementi ingiurie contro chi si permette di mettere in crisi il “brave new world” dell’affabulazione liberal-liberista e democratica. Insomma documenti appartenenti a tradizioni politiche (apparentemente) antitetiche ma, de facto, convergenti nel medesimo obiettivo di stabilizzazione dell’attuale assetto europeo e mondiale. Fidiamo che questa paccottiglia, anche per la nostra capacità di azione ed analisi, possa velocemente tener fede alla seconda parte del sopraddetto latino che icasticamente definisce le profonde analogie fra questi due documenti. Massimo Morigi – 25 ottobre 2017

  • Errata (o omessa) corrige. A causa dell’evidente cacofonia che ne sarebbe derivata ho scritto incosapevolmente “sopraddetto latino” etc…, ma è evidente che avrei dovuto scrivere – e si deve leggere, pur sfidando la bruttezza dell’accostamento dei suoni – “sopraddetto detto latino”. mm

  • Pingback: DUE APPELLI, DUE EUROPE. Di Roberto Buffagni

  • roberto buffagni

    Dissento sul giudizio in merito alla Dichiarazione di Parigi, caro Massimo, ma se lo esprimi in questi termini ultimativi è difficile replicare. Ti segnalo en passant che più di uno degli autori della Dichiarazione di Parigi è studioso e fautore proprio del repubblicanesimo politico (in particolare il polacco Legutko). Comunque, il giudizio ultimativo sull’attualità o inattualità della Dichiarazione di Parigi lo daranno i prossimi anni.

  • L’attualità o l’inattualità di ogni messaggio politico è, come si dice, nella mente di Giove, e visto che non possiedo in alcun modo il dono della profezia, anche un’ideologia modello ancien régime potrebbe divenire attuale (non dico che il manifesto di Parigi preconizzi un’alleanza fra trono ed altare, era solo per dire che nella mia “dinamica mentale” il concetto di attuale non trova proprio cittadinanza, se poi è sembrato così è evidente che è colpa mia). Diciamo, piuttosto, che, se proprio vogliamo continuare ad impiegare a fini dialogici questo concetto a me personalmente del tutto antipatico, la Dichiarazione di Parigi non è inattuale ma è del tutto attuale, nel senso che, al di là di una retorica cristiana e della difesa dei valori dei bei tempi che furono, non aggiunge nulla, né dal punto della concreta proposta politica né dal punto di vista dell’analisi, a quanto è già dato di vedere da parte delle istituzioni e delle forze politiche che occupano l’attuale scenario europeo. Quindi da questo punto di vista è attuale, negativamente attuale. Per quanto infine riguarda il repubblicanesimo, ricorro per definirne, seppur in negativo, le caratteristiche, ai ricordi personali della mia vecchia appartenenza al defunto partito repubblicano italiano. Sebbene durante le celebrazioni del 2 giugno e del 9 febbraio in ricordo Repubblica Romana del 1849, i vari oratori deputati ad esaltare le due date sempre affermassero che Repubblica non significava sostituire un re con un presidente ma rinnovare nel profondo la società, il popolo di quel piccolo partito di massa che era il partito repubblicano in cuor suo gioiva perché il 9 febbraio 1849 si era cercato di eliminare dalla scena della storia il Papa-re e perché il 2 giugno sanciva l’uscita dalla storia della dinastia Savoia. Insomma, come consapevolezza politica repubblicana si era un po’ scarsini e quindi, caro Buffagni, mi scuserai ma il semplice fatto che qualche studioso si proclami o venga definito repubblicano mi dice veramente molto poco mentre mi scalda molto di più, ma questo lo ha capito benissimo chi ha avuto la pazienza di leggermi, qualche reazionario che dica cose interessanti, poco importa se le sue scelte politiche concrete nemmeno col più ardito sforzo della fantasia possono essere definite repubblicane o umanitarie … Ti ringrazio, comunque, per il pacato, ancorché critico, tono della replica alle mie considerazioni perché questo sta a dimostrare che l’intelligenza e la cultura politica stanno sempre al di sopra delle forme concrete – teoriche o pubbliche – in queste hanno l’occasione di manifestarsi. Una valutazione che mentre sono sicuro è assolutamente adeguata per Buffagni, spero sia valida anche un po’ per il sottoscritto. Massimo Morigi – 29 ottobre 2017

  • roberto buffagni

    Caro Massimo, le divergenze ancorchè profonde di vedute e di cultura non impediscono mai il dialogo, se c’è rispetto reciproco. Una precisazione sul “repubblicanesimo politico”, perchè non ci siamo intesi. Il “repubblicanesimo politico” del quale Legutko e altri studiosi autori della dichiarazione di Parigi è la forma istituzionale, a te ben nota, che prevede un equilibrio tra caratteri monarchici, aristocratici e democratici nella respublica, che ha inizio nella Roma repubblicana e poi conosce diverse elaborazioni nel corso del tempo. Non è la tua marca di repubblicanesimo, e neanche quella del glorioso Partito Repubblicano, ma io non la trascurerei per questo.
    A me la Dichiarazione di Parigi pare politicamente rilevante – che vi si concordi o meno – per le ragioni che ho esposto nell’articolo in cui la commento. La designazione netta della UE come nemico è un fatto importante, la legittimazione dei populisti anche, l’individuazione dello Stato-nazione come forma tipica e propria della civiltà europea anche. Le indicazioni politiche dirette non ci sono, ma non ci vuole Aladino per estrarle dalla lampada. Vediamo se qualcuno le raccoglie.

  • Quasi tutto in amichevole disaccordo (o accordo). Una sola cosa in totale disaccordo. Ti ringrazio Roberto per non aver voluto mettere il dito nella piaga sulla mia prima appartenenza politica ma il repubblicanesimo del “glorioso partito repubblicano” non è mai esistito. Si trattava unicamente dell’utilizzo da parte della classe dirigente di quel partito di una subidentità politica, quella repubblicana appunto ma sarebbe meglio dire partitorepubblicanense, per giustificare la propria gestione esclusivista del potere ma guardandosi bene dallo specificare cosa in realtà questa indentità significasse (se non ripetere il vuoto slogan sulla laicità del partito) perché altrimenti questa classe dirigente sarebbe stata inevitabilmente messa in discussione. Ovviamente medesimo processo vuotamente ideologico e scioccamente identitario fu messo in pratica da tutti gli altri partiti e quindi non particolare demerito per il PRI ma neanche particolare merito . Sono sicuro che almeno sulle fanfaluche di quel laicismo stupidino e truffaldino che afferma che la politica non deve avere nulla da spartire con la religione (altra cosa ovviamente è che una organizzazione ecclesiastica pretenda di applicare le sue leggi direttamente nella vita civile ma questa è la Sharia e la Chiesa, pur con tutti i pesanti appunti che le si possono muovere nel secondo dopoguerra, non ha mai voluto e preteso una simile bestialità) c’è pieno accordo. Massimo Morigi – 29 ottobre 2017

  • Pingback: Lo scontro tra le diverse Europe: due Dichiarazioni, di Alessandro Visalli

  • Pingback: Dell’uguaglianza: dialogo sui due Manifesti (seconda parte), di Alessandro Visalli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *