BATTERI GEOPOLITICI, di Gianfranco Campa

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Le notizie ( https://www.popsci.com/antibiotic-resistance-meat-farming-tax ) https://www.popsci.com/antibiotic-resistance-meat-farming-tax che arrivano dalla comunità medico-scientifica sono estremamente preoccupanti. In un recente incontro gli scienziati biomedici della Società Americana per la Microbiologia hanno rivelato che un gene chiamato MRC-1, presente nei batteri, conferisce agli stessi una resistenza a tutti gli antibiotici, inclusa la Colistina. La Colistina, conosciuta anche col nome di polimixina, è un farmaco di vecchia data creato da un ricercatore giapponese nel 1949. L’effetto collaterale più deleterio della Colistina è la pesante nefrotossicità e per questo motivo non è stata più utilizzata come antibiotico dalla comunità medica; questo fino a qualche anno fa, quando l’ascesa di microbi resistenti agli antibiotici tradizionali ha forzato la comunità scientifica a riesumare dagli armadi la Colistina per usarla come “arma di ultima speranza” per aver ragione di quelle infezioni resistenti ormai a tutti gli altri antibiotici. Ebbene, l’avvento dell’MRC-1 ha rivelato che anche quest’ultima arma è antiquata e quindi non rimane niente a disposizione della comunità medica da contrapporre ai superbatteri.

La scoperta del MRC-1 è relativamente nuova, avvenuta in Cina poco più di due anni fa. Gli scienziati trovarono un gene che permette ai batteri di diventare resistenti ad una classe di antibiotici conosciuti come polimine, comunemente utilizzati per combattere i superbatteri resistenti agli antibiotici più tradizionali. Contro MCR-1 anche le polimine erano diventate superflue eccetto in un primo momento, appunto, la Colistina; le ultime notizie sono preoccupanti poiché ci dicono che ora anche la Colistina è diventata inefficace. In altre parole l’MRC-1 rende invincibili i batteri, rendendo nuovamente mortali malattie precedentemente trattabili come per esempio la Polmonite. L’altra notizia è che la presenza dei batteri contenenti l’MRC-1, due anni fa, era circoscritta alla sola Cina; ora questi si stanno diffondendo anche nel resto del mondo. Molti scienziati hanno descritto questo avvenimento come una drammatica svolta epocale, un evento apocalittico, immune da contromisure adeguate. Tra qualche anno torneremo all’era pre-antibiotici, quando la gente moriva o si ammalava gravemente semplicemente per un’infezione più o meno banale, come detto prima la Polmonite, ma anche la Clamidia, la Gonorrea, la Tubercolosi, la Cistite, la Salmonellosi e così via. Insomma uno scenario appunto apocalittico. Attualmente 700.000 persone all’anno muoiono per infezioni resistenti ai farmaci. Secondo gli esperti nei prossimi tre decenni intorno ai 10 milioni di persone moriranno ogni anno per infezioni ormai intrattabili con gli attuali farmaci. Sul Guardian, Jonathan Pearce, l’immunolo del British Medical Research Council, ha detto che “ La Chirurgia in generale, i parti cesarei e la stessa chemioterapia, i quali devono il loro successo all’uso concomitante degli antibiotici, diverranno operazioni ad alto rischio”. Torneremo insomma all’era pre-antibiotici. Consideriamo questi cambiamenti potenzialmente catastrofici per la Medicina e l’umanità in generale.

Gli scienziati e le varie organizzazioni mondiali sulla salute hanno cominciato a proporre piani concreti, idee e soluzioni da proporre per allontanare questo incombente, catastrofico scenario.

Tra le varie opzioni, la riduzione drastica degli usi di antibiotici particolarmente nell’ambito degli allevamenti intensivi dove praticamente il loro abuso, negli allevamenti di animali da macello, ha contribuito a creare lo scenario apocalittico cui stiamo andando incontro. Non è un caso che l’MRC-1 sia stato individuato per la prima volta in Cina, paese in cui si fa uso indiscriminato di antibiotici per scongiurare il rischio di infezioni negli allevamenti intensivi, in particolare quelli dei maiali, dove si ritrovano a stretto contatto un numero elevato di animali. Gli allevatori Cinesi usando gli antibiotici anche per aumentare velocemente il peso e la massa muscolare degli animali. Qualcuno dirà vabbè, ma quelli sono i cinesi; noi italiani siamo più sensibili ai problemi di salute e ambientali. Nulla di più falso! Uno studio condotto l’anno scorso dall’associazione CIWF Italia ha rivelato che gli allevatori locali fanno uso massiccio degli antibiotici; il doppio rispetto all’utilizzo medio nella Comunità Europea. Secondo questo studio, il 71% degli antibiotici venduti in Italia finisce negli allevamenti. In Europa solo la Spagna e Cipro stanno peggio di noi. Negli Stati Uniti l’80% degli antibiotici viene usato negli animali in salute, non in quelli malati. Una stima mondiale rivela che 131.000 tonnellate di antibiotici vengono usati tutti gli anni negli allevamenti. Secondo il CDC Americano, il Centro per il Controllo e Prevenzione delle Malattie, due milioni di Americani vengono annualmente a contatto con infezioni resistenti agli antibiotici. Nel 2016 le Nazioni Unite hanno indetto un’assemblea straordinaria sul tema della resistenza dei microbi agli antibiotici. Da questa riunione sono venuti fuori dei programmi per cercare di fermare questa minaccia. La prima, ripeto, quella di bandire l’uso di antibiotici negli allevamenti. Questa soluzione è però ormai tardiva; sarebbe come chiudere la stalla con i buoi ormai scappati. L’altra soluzione sarebbe di cercare di coinvolgere più attivamente le grandi industrie farmaceutiche nella ricerca di un farmaco che possa risolvere il problema; questa sarebbe la soluzione forse più logica.

Ci sono poi altre soluzioni dalle significative implicazioni politiche e geopolitiche.

Di certo non sono un esperto in Biologia/ Medicina; non mi azzardo, quindi, a fare analisi sulle proposte prettamente scientifiche per risolvere questa crisi incombente. Vorrei piuttosto soffermarmi un attimo sull’aspetto prettamente politico delle proposte fatte.

Come diceva Rahm Emanuel, sindaco di Chicago ed ex Chief of Staff di Obama; “Non lasciare mai che una grave crisi vada sprecata. Queste congiunture ci offrono la possibilità di fare cose che non si potevano fare prima”; così ci è voluto poco per i soliti ignoti (noti) per arrivare a proporre soluzioni dalle pesanti implicazioni politiche e geopolitiche. La più interessante è quella che, al bando degli antibiotici negli allevamenti (cosa buona e giusta), si accompagna la proposta di ridurre il consumo di carne attraverso un pesante sistema di tassazione. In un articolo uscito sul Popular Science, l’Epidemiologo dell’Istituto di Biologia Integrativa di Zurigo, il Dottor Thomas Van Boeckel e i suoi colleghi hanno calcolato che si dovrebbe ridurre il consumo di antibiotici negli animali di almeno il 60 % entro l’anno 2030. Questo viene ottenuto riducendo l’uso di agenti antimicrobici intorno ai 50 mg per chilogrammo di prodotto animale. Questo specifico approccio comporta una serie di regolamentazioni, di sorveglianza e monitoraggio da erigere a livello mondiale. La Cina e il paese che fa più uso di antibiotici, pari a 318 milligrammi per chilogrammo di prodotto animale contro, per esempio, gli 8mg della Norvegia. Come si può indurre la Cina e a loro volta gli allevatori Cinesi ad allinearsi ad un eventuale trattato internazionale visto che la Cina non fa neanche parte dell’OECD? Per Van Boeckel la soluzione deve andare di pari passo con la riduzione di consumo di carne a livello mondiale. In altre parole bisognerà ridurre drasticamente il consumo di carne. In questa ottica hanno calcolato che, limitando il consumo quotidiano di carne a 40 grammi, si ridurrebbe del 66 % il consumo globale di carne. Secondo i ricercatori la riduzione delle razioni di carne porterebbe anche significativi benefici ambientali.

A parte la necessità di nuovi trattati e di conseguenti sistemi di monitoraggio, come pensano esattamente i nostri geni al lavoro di risolvere il problema di implementare la cosiddetta riduzione del consumo di carne? La soluzione consisterebbe nella proposta di imporre una tassa del 50 % sul costo attuale della carne. In altre parole, al un costo verosimile per chilo di vitello di venti euro, bisognerebbe aggiungere il 50% di tassa (chiamiamola anti-carne). Il costo finale sarebbe quindi di 30 euro. Un’altra soluzione sarebbe la tassazione delle aziende farmaceutiche, imponendo una imposta sui prodotti antibiotici fatturati, destinati all’impiego animale. La proposta comporterebbe due problemi: primo, l’aumento della tassazione su antibiotici ad uso animale comprometterebbe anche le cure legittime di gatti, cani e tutti gli animali domestici soggetti a malattie e cure del veterinario. Il secondo, una tariffa o meglio una tassa sugli antibiotici colpirebbe anche le stesse case farmaceutiche che investono nella ricerca scientifica di questi prodotti; colpirebbe, in altre parole, quella stessa industria che potrebbe trovare la soluzione contro i superbatteri.

Ci sono inoltre delle considerazioni importanti da fare a livello geopolitico. Pare che questo catastrofico evento possa dar vita a nuove occasioni per creare ulteriori trattati internazionali e imporre nuovi strumenti di controllo, monitoraggio e regole associate ad un aumento di tasse e/o di tariffe. Insomma assisteremmo alla nascita di nuove entità sovranazionali usate come strumento di oppressione della sovranità. In realtà potrebbe però esserci anche una risposta diametralmente opposta a quella descritta sopra; una crisi sanitaria su scala mondiale potrebbe invece incoraggiare la chiusura di frontiere, frenare l’immigrazione e bandire prodotti da vari paesi mettendo a rischio i meccanismi di scambio economici, un ritorno quindi al sovranismo nazionale come tentativo di controllare e gestire la crisi incombente. D’altronde è indubbio che c’è una diretta concomitanza fra l’avvento degli antibiotici, un’apertura graduale alla globalizzazione e la decadenza del concetto Stato-Nazione. Gli anni ‘50 e ‘60 con l’arrivo degli antibiotici e dei vaccini hanno visto di pari passo una graduale caduta di barriere fra i vari stati. Comunque sia, in mancanza di un rimedio veloce ed efficace all’incombente crisi sanitaria su scala planetaria, i sistemi e i meccanismi geopolitici ed economici mondiali sarebbero stravolti pesantemente. Non vorrei apparire troppo pessimista, ma inquietanti nubi nere si stanno accumulando all’orizzonte; segno che la tempesta è in arrivo.

Meglio essere preparati.

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