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Marx, gli ebrei e il liberalismo _ di Constantin von Hoffmeister

Marx, gli ebrei e il liberalismo

Dai diritti all’emancipazione

Constantin von Hoffmeister11 giugno
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Karl Marx inizia la sua analisi della questione ebraica attaccando una convinzione diffusa nell’Europa del XIX secolo: la convinzione che i soli diritti politici potessero risolvere i problemi più profondi dell’esistenza umana. Molti ebrei aspiravano alla parità di trattamento all’interno degli stati cristiani. I liberali rivendicavano costituzioni, diritto di voto, tutele legali e libertà di culto. Marx considerava queste richieste comprensibili, ma incomplete. Sosteneva che un uomo potesse ottenere diritti politici pur rimanendo intrappolato in strutture che ne plasmavano la vita dall’alto. Uno stato cristiano poteva concedere diritti agli ebrei, preservando al contempo le condizioni che, in primo luogo, li avevano resi degli emarginati. Il problema, quindi, si estendeva ben oltre i rapporti tra cristiani ed ebrei, arrivando a toccare le fondamenta stesse della politica moderna. Marx pone una domanda semplice, in un linguaggio chiaro: che tipo di libertà esiste quando lo stato proclama l’uguaglianza mentre la società rimane divisa da ricchezza, potere, status e legami ereditari? La questione ebraica diventa la porta d’accesso a un’indagine ben più ampia sul significato dell’emancipazione umana.

Marx rifiuta l’idea che una comunità religiosa debba cercare il favore di un’altra. Vede una trappola in questo sistema. Se i cristiani detengono l’autorità e gli ebrei chiedono di essere ammessi nell’ordine costituito, la struttura stessa rimane intatta. Un gruppo si trova all’interno della porta e l’altro all’esterno. Il dibattito riguarda l’ammissione, non la trasformazione. Marx, quindi, sposta la sua attenzione dalla teologia al potere. Sostiene che sia i governanti che i richiedenti diventano partecipi dello stesso sistema. I governanti difendono i propri privilegi, mentre i richiedenti cercano di essere inclusi in tali privilegi. Nessuna delle due parti si chiede se l’assetto stesso meriti di sopravvivere. In questo senso, Marx considera l’emancipazione politica come qualcosa di limitato. Può rimuovere le barriere legali, ma lascia intatte le forze più profonde che plasmano la società. Un uomo può acquisire diritti sulla carta, pur rimanendo soggetto a pressioni economiche, gerarchie ereditate e divisioni sociali. La libertà diventa uno status giuridico, non una realtà concreta.

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La religione occupa un posto importante in questa analisi, sebbene Marx la affronti in modo diverso da molti dei suoi contemporanei. Non si concentra sull’attaccare specifiche fedi, bensì esamina il rapporto tra religione e Stato. Un governo che si definisce attraverso una fede specifica divide inevitabilmente la popolazione in categorie di appartenenza. Alcuni si avvicinano all’autorità, mentre altri ne rimangono più distanti. Marx sostiene che uno Stato veramente moderno cerca di sfuggire a questo problema separandosi dalle istituzioni religiose. Tuttavia, osserva anche che questa separazione risolve solo in parte il problema. Lo Stato può diventare laico, mentre la società rimane profondamente religiosa. Le leggi possono cessare di esprimersi in un linguaggio teologico, sebbene i cittadini continuino a portare le proprie convinzioni in ogni aspetto della vita quotidiana. Il risultato è una peculiare dualità. La vita pubblica segue un insieme di regole, mentre la vita privata ne segue un altro. La divisione permane anche dopo la scomparsa del privilegio religioso formale.

L’esempio che attira l’attenzione di Marx è quello degli Stati Uniti. Egli considera l’America uno degli esempi più avanzati di emancipazione politica disponibili al suo tempo. Lo Stato si astiene dall’istituire una chiesa nazionale. I gruppi religiosi godono di ampia libertà. Diverse fedi coesistono sotto lo stesso quadro costituzionale. Molti osservatori consideravano questo assetto la soluzione definitiva ai conflitti religiosi. Marx non è d’accordo. Egli osserva che la religione rimane potente in tutta la società americana. Le chiese prosperano. Le identità religiose persistono. I cittadini portano le proprie convinzioni nelle relazioni sociali e nel comportamento politico. Lo Stato si è ritirato dalla religione, eppure la religione continua a influenzare le persone che lo compongono. L’emancipazione politica crea quindi una nuova situazione, non una soluzione definitiva. Il governo diventa neutrale, mentre la società rimane frammentata in innumerevoli comunità, tradizioni e interessi. La tolleranza sostituisce la persecuzione, sebbene permangano forme più profonde di separazione.

Questa osservazione conduce Marx a una delle sue distinzioni centrali. L’emancipazione politica e l’emancipazione umana non sono la stessa cosa. L’emancipazione politica riguarda il rapporto tra gli individui e lo Stato. L’emancipazione umana riguarda l’intera struttura della vita sociale. Una costituzione può garantire l’uguaglianza davanti alla legge, mentre le realtà economiche e sociali producono immense disparità di potere. Un operaio e un ricco industriale possono avere gli stessi diritti di voto, eppure la loro capacità di influenzare gli eventi rimane profondamente diversa. Marx ritiene che le società liberali spesso confondano la prima conquista con la seconda. Celebrano l’uguaglianza giuridica e presumono che il lavoro sia finito. Marx insiste sul fatto che il compito più profondo è ancora da svolgere. Gli esseri umani rimangono divisi da classe, proprietà e posizione sociale. La legge li riconosce come uguali, mentre la vita quotidiana ricorda loro costantemente le loro disuguaglianze.

Il linguaggio dei diritti occupa un posto centrale in questa critica. I pensatori liberali presentano i diritti come la più alta conquista della civiltà moderna. Marx li esamina attentamente e giunge a una conclusione più dura. Molti diritti, sostiene, descrivono gli individui come unità isolate piuttosto che come membri di una comunità più ampia. Il diritto di proprietà protegge la proprietà. Il diritto di coscienza protegge il libero arbitrio. Il diritto di perseguire i propri interessi protegge l’autonomia personale. Ciascuno di questi diritti ha un valore pratico. Eppure Marx osserva che tutti presuppongono la separazione. L’individuo appare come una figura autosufficiente la cui preoccupazione principale è difendere la propria sfera dalle intrusioni. La società diventa un insieme di compartimenti protetti. Il cittadino gode di sicurezza, sebbene la vera solidarietà rimanga irraggiungibile. I diritti proteggono gli individui. Fanno ben poco per superare la frammentazione della vita moderna.

Per Marx, l’ascesa della società borghese intensifica questa tendenza. La vita economica incoraggia la competizione, l’accumulazione e l’interesse privato. Gli individui si incontrano sempre più spesso attraverso contratti, transazioni e rapporti di mercato. Le istituzioni politiche rispecchiano questa realtà. I ​​governi difendono la proprietà e regolano gli scambi. La vita pubblica si lega all’attività economica. I cittadini parlano di libertà, ma misurano il successo in base all’accumulo di beni. Marx vi ravvisa una contraddizione. La società liberale esalta i valori universali, eppure la vita quotidiana ruota attorno al vantaggio privato. Gli esseri umani sembrano connessi attraverso la legge, pur rimanendo separati dagli interessi economici. La promessa di una vita collettiva svanisce dietro una rete di ambizioni contrastanti. La libertà viene associata all’indipendenza dagli altri piuttosto che alla partecipazione a un progetto comune.

Le grandi rivoluzioni dell’era moderna illustrano questa contraddizione. La Rivoluzione francese proclamò i diritti universali e la cittadinanza. I monarchi persero autorità. Antichi privilegi crollarono. Emerse un nuovo ordine politico. Marx riconosce il significato storico di queste conquiste. Tuttavia, osserva che lo Stato rivoluzionario ha spesso sostituito le vecchie forme di autorità con nuove astrazioni. I cittadini divennero formalmente uguali, mentre le disuguaglianze materiali persistettero. Il linguaggio politico celebrava l’umanità, mentre le divisioni sociali continuavano a plasmare la vita quotidiana. La rivoluzione trasformò le istituzioni più rapidamente di quanto non trasformò la società. Di conseguenza, si creò un divario tra gli ideali politici e la realtà vissuta. I governi moderni parlavano in nome del popolo, mentre la vita economica seguiva una propria logica.

Anche la religione si trasforma in queste condizioni. Nelle società più antiche, spesso fungeva da struttura pubblica che organizzava la vita comunitaria. Nelle moderne società liberali, diventa sempre più una questione privata. La fede sopravvive, sebbene il suo ruolo sociale si modifichi. Le chiese rimangono attive, ma la religione entra nella sfera della scelta personale. Marx vede questo sviluppo come un’ulteriore forma di frammentazione. La vita spirituale si ritira nella sfera privata, mentre la politica occupa quella pubblica. L’individuo impara a vivere in due mondi contemporaneamente. Un mondo riguarda la cittadinanza, la legge e il governo. L’altro riguarda la fede, l’identità e il significato. La società liberale considera questa separazione normale. Marx la interpreta come la prova di una contraddizione irrisolta nella vita moderna.

Uno degli aspetti più sorprendenti dell’argomentazione di Marx è la sua progressiva espansione oltre il soggetto originario. La questione ebraica, che inizia come un dibattito riguardante una specifica minoranza all’interno della società europea, si evolve in un’analisi più ampia della cittadinanza moderna stessa. L’ebreo diventa l’esempio di una condizione più ampia. Ogni individuo nella società moderna sperimenta una qualche forma di divisione tra esistenza pubblica e privata. Ogni cittadino partecipa a istituzioni che proclamano l’uguaglianza, pur dovendo muoversi all’interno di strutture sociali che producono disuguaglianza. Il problema cessa di appartenere a una singola comunità religiosa. Diventa il problema dell’uomo moderno.

Un episodio intrigante della vita di Marx illustra quanto profondamente egli si interessasse alle questioni della trasformazione sociale. Negli anni Quaranta dell’Ottocento, dopo aver affrontato la censura, le pressioni politiche e l’esilio in Europa, Marx esplorò la possibilità di emigrare negli Stati Uniti. Gli storici hanno rinvenuto prove che suggeriscono che il Texas figurasse tra le destinazioni prese in considerazione. All’epoca, il Texas rappresentava una società di frontiera associata alla terra, all’espansione e alle opportunità. L’immagine è intrisa di una certa ironia. L’uomo che sarebbe diventato il più famoso critico del capitalismo considerava l’idea di trasferirsi in una regione strettamente legata alla proprietà privata, all’ambizione imprenditoriale e all’individualismo di frontiera. Se Marx intendesse davvero stabilirsi lì rimane oggetto di dibattito. Eppure, l’episodio rivela qualcosa di importante. Marx comprese che i sistemi sociali sono storici, non eterni. Guardò oltre le consolidate strutture europee e contemplò contesti completamente diversi. Il fatto che il Texas sia entrato a far parte della discussione ci ricorda che anche i pensatori rivoluzionari si trovano spesso a un bivio, dove molteplici futuri rimangono possibili.

Man mano che la sua analisi si sviluppa, Marx giunge a una conclusione che va ben oltre la riforma giuridica. L’emancipazione umana richiede più di costituzioni, elezioni e dichiarazioni dei diritti. Queste misure hanno un valore, ma affrontano solo una parte del problema. La sfida più profonda riguarda l’organizzazione stessa della società. Finché gli individui vivranno la propria vita attraverso divisioni tra pubblico e privato, cittadino e credente, lavoratore e proprietario, uguaglianza giuridica e disuguaglianza materiale, la promessa di libertà rimarrà incompiuta. L’emancipazione politica crea le condizioni per il progresso, ma non ne garantisce la piena realizzazione.

Questa argomentazione spiega perché Marx continui ad attirare l’attenzione anche molto tempo dopo che le controversie dell’Europa ottocentesca si sono affievolite. Le circostanze specifiche sono cambiate, ma le questioni di fondo rimangono. Le società moderne si confrontano ancora con le tensioni tra diritti individuali e scopo collettivo, tra libertà economica e coesione sociale, tra identità privata e cittadinanza pubblica. I dibattiti su religione, cultura e appartenenza continuano a plasmare la vita politica in tutto il mondo. Il saggio di Marx è attuale perché affronta queste questioni più ampie, al di là della disputa immediata. La questione ebraica diventa così uno studio della società moderna stessa.

In definitiva, Marx presenta la libertà come qualcosa di più ampio del semplice riconoscimento legale. Un governo può concedere diritti. I tribunali possono garantire l’uguaglianza. Le costituzioni possono proclamare principi universali. Eppure Marx insiste sul fatto che una vera emancipazione richiede una trasformazione della vita sociale che vada oltre le istituzioni formali. Gli esseri umani devono cessare di esistere come figure frammentate, divise tra ruoli e lealtà contrastanti. L’obiettivo è una condizione in cui la vita pubblica, la vita economica e la vita personale formino un tutt’uno coerente. Che si condividano o meno le soluzioni proposte da Marx, la forza della sua argomentazione risiede nella portata della questione che solleva. Si chiede se la libertà significhi l’ammissione in un ordine esistente o la creazione di un ordine completamente diverso. Più di un secolo e mezzo dopo, questa domanda incombe ancora sul mondo moderno.

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