PEGASUS: Una manovra antimarocchina e antifrancese?_di Theatrum Belli

Nei giorni scorsi è apparsa anche sui quotidiani italiani la notizia di una azione di spionaggio condotta dai servizi marocchini ai danni di personaggi politici europei, in particolare francesi; tra di essi il Presidente Macron. Come al solito, nessuna analisi critica del lancio informativo. Qui sotto un articolo pubblicato da Theatrum Belli, una rivista digitale collaterale ad ambienti militari francesi. Giuseppe Germinario

Il Marocco è accusato di essersi infiltrato nei telefoni di personaggi pubblici marocchini e stranieri, tramite software informatici Primo fra tutti il ​​cosiddetto affare Pegasus e le accuse mosse il 18 luglio 2021, in particolare dal sito di estrema sinistra Forbidden stories (che come il suo nome non indica è un sito francese che significa “storie proibite” ) e vecchi nemici del Marocco come Amnesty International o Mediapart, invita a una prima riflessione. Vale a dire che lo spionaggio è vecchio quanto il mondo e che più di recente non c’è stato un tale clamore quando gli Stati Uniti, gli israeliani, i cinesi, i tedeschi oi russi sono stati coinvolti in attività terroristiche spionaggio contro leader francesi o di altro tipo. Ad esempio, i servizi degli Stati Uniti (in particolare, la National Security Agency ) si sono recentemente affidati ai cavi di telecomunicazioni danesi per spiare i leader europei ( France Info , 31 maggio 2021). Il caso Jonathan Pollard ha rivelato che Israele ha usato una spia per spiare i leader statunitensi…

Saremmo quindi tentati di dire “molto rumore per nulla”. Tanto più che in questo caso non è proprio niente visto che, secondo molti esperti, siamo in presenza di una manovra anti-marocchina, volta a destabilizzare questo Paese ea ledere l’eccellenza dei rapporti franco-marocchini. Perché ci si può chiedere se anche la Francia non sia vittima di questa campagna che avvantaggia solo gli avversari, i concorrenti ei nemici dei nostri due paesi. In ogni caso, il Marocco ha reagito condannando energicamente il persistere di una campagna mediatica falsa, massiccia e maligna contro di esso e sporgendo denuncia. 

Una manovra anti-marocchina?

Infatti, leader politici come il presidente della Commissione Affari Esteri, Difesa e Forze Armate del Senato, Christian Cambon , hanno denunciato il 21 luglio 2021 una ”  campagna di stampa diffamatoria volta a destabilizzare il Regno del Marocco”.

Il presidente Cambon aggiunge: ”  quando si fanno delle accuse, bisogna assumersi la responsabilità delle prove … fino a prova contraria, queste sono solo storie che si trascinano regolarmente “siamo nell’assurdo. Anzi, è chiaro che queste accuse sono montaggi, e quindi non abbiamo prove, e fino ad ora non ne avevamo mai avute  ”.

Dal canto suo, la senatrice di Parigi, Catherine Dumas , ha messo in dubbio, lo stesso giorno, una certa disinformazione che circola: ”  Sappiamo benissimo che tutto questo non avviene per caso “.

Madame Catherine Morin-Desailly, vicepresidente del gruppo di amicizia Francia-Marocco ed ex presidente della Commissione Cultura e Comunicazione del Senato, sottolinea che Internet è diventato un “nuovo terreno di confronto globale dove forze oscure, paesi che non vogliono che i buoni rapporti di eccellenza tra Marocco e Francia possano interferire per trasmettere accuse. Secondo il senatore, ”  bisogna essere estremamente sospettosi della manipolazione delle forze esterne  “.

Bernard Squarcini, ex capo dell’intelligence interna francese (DCRI, ora DGSI) ha dichiarato alla radio Europa 1 di non “credere troppo” alle accuse contro il Marocco. Secondo Squarcini, “E’ (un’accusa) troppo facile. Il Marocco è partner della Francia”.

Le autorità marocchine non hanno mai cessato di esigere prove in merito alle accuse mosse contro il Regno; questa è anche la posizione di diversi esperti internazionali che chiedono a Forbidden Stories e agli accusatori del Marocco di fornire prove a sostegno delle loro accuse.

Così, la giornalista investigativa americana, Kim Zetter, è sorpresa sul suo account Twitter ( @kimZetter ) per la mancanza di fonti per Forbidden Stories . Denuncia anche il trattamento di alcuni media. Il ricercatore di criptovalute Nadim Kobeissi osserva che le prove di Amnesty International e Fordidden Stories sono “quasi inesistenti” ( @Kaepora ). L’esperta di sicurezza informatica norvegese Runa Sandvik, capo della sicurezza informatica del New York Times , rileva “incoerenza”  nelle accuse riportate dai media e Forbiden StoriesAnnota sul suo account Twitter ( @runasand ) che “Quindi nessuno sa, finora, da dove provenga la lista da cui è stato fabbricato lo scandalo del Progetto Pegasus per attaccare il Marocco, in particolare”.

Come proclamato dall’avvocato francese del Marocco che ha sporto denuncia in Francia contro le due associazioni all’origine del caso, “degli accusatori, gli stessi responsabili di questo progetto e gli stessi media di Forbidden Stories diventano gli accusati. . Se insistesse, il loro silenzio sulle prove di ciò che affermano confermerebbe la loro colpevolezza”. Me Olivier Baratelli ha quindi rilasciato due citazioni dirette per diffamazione contro Amnesty International e Forbidden Stories. L’avvocato ha precisato che lo Stato marocchino “desidera che si faccia luce sulle false accuse di queste due organizzazioni che avanzano elementi senza alcuna prova concreta e dimostrata”.

Basta vedere chi è in linea contro il Marocco per capire che c’è un complotto. I gruppi di estrema sinistra (trotskisti, comunisti) che sono ben organizzati e che controllano in parte associazioni di propaganda come Amnesty International o Forbidden Stories odiano particolarmente il Marocco che, durante la Guerra Fredda, si è schierato chiaramente con il Mondo Libero. , è una monarchia e guida, sotto la guida del re Mohamed VI, una dinamica politica africana.

È anche chiaro che la decisione degli Stati Uniti di riconoscere la sovranità del Marocco sul suo Sahara ha creato tensioni con i nemici del Regno, in primo luogo il regime algerino.

Una manovra antifrancese?

Tutto ciò spiega l’instancabilità mirata di alcuni media e gruppi politici francesi nei confronti del Marocco. Infatti, questi noti agitatori agiscono contro la Francia e secondo un’agenda estera anche se una certa stampa impegnata può trasmettere pettegolezzi e accuse non provate mentre Marocco e Francia affrontano molte sfide, in particolare sul piano di sicurezza e sulla lotta contro terrorismo, che sono più importanti dei corridoi rumorosi.

Come ha nuovamente affermato il presidente della Commissione Affari Esteri, Difesa e Forze Armate del Senato: “Il  Marocco è un partner strategico e siamo grati che l’azione, sotto la guida di Sua Maestà il Re, ci porti nel Sahel, dove la Francia è molto coinvolto e cerca di combattere il terrorismo e il jihadismo che hanno fatto tanti danni. Apprezziamo molto il supporto molto efficace fornitoci dal Marocco  ” .

Quello che dicono molti esperti e osservatori imparziali è che la Francia è nel mirino del rimbalzo. Conosciamo i legami tra i servizi tedeschi e certi ambienti di sinistra, convertiti in ambientalisti, che conducono una lotta accanita contro il nucleare francese e non perdono occasione per pugnalarci alle spalle. Ma non sono gli unici. Questo caso arriva mentre il Marocco sta negoziando importanti acquisti di armi e ovviamente questo non servirà gli interessi francesi.

Sappiamo bene che il Marocco è un partner essenziale della Francia, che sa di essere uno Stato serio e competente nella lotta al terrorismo.

Is fecit cui prodest

Conosciamo il vecchio adagio giuridico secondo cui il criminale è colui al quale il delitto avvantaggia ( Is fecit cui prodest). È quindi necessario scoprire chi beneficia del crimine per trovare il colpevole. In questa materia, diversi piccoli gruppi militanti e stati hanno interesse a cercare di avvelenare le relazioni franco-marocchine e attaccare il Marocco o la Francia, o entrambi.

Tra i piccoli gruppi ci sono ovviamente quelli dell’estrema sinistra che nutrono un vero e proprio odio verso il Regno del Marocco. Non stupisce quindi che la vicenda sia lanciata da movimenti vicini a questi ambienti e largamente ripresi da alcuni media sempre pronti a fare una brutta partita contro Rabat.

Anche i venditori di armi industriali degli Stati Uniti, di Israele o di paesi meno importanti come l’Italia hanno interesse ad aggiungere benzina sul fuoco nel tentativo di minare la cooperazione franco-marocchina. Gli Stati Uniti di Biden hanno dimostrato quanto poco apprezzino la Francia durante il recente tour europeo di Biden nel giugno 2021, dove ha incontrato tutti coloro che contano (Vladimir Putin, Boris Johnson, la regina d’Inghilterra, Angela Merkel) ma non il presidente francese Emmanuel Macron. Sappiamo anche che gli Stati Uniti sono un importante venditore di armi in Marocco e che non vedono di buon occhio la presenza francese in questo Paese e, più in generale, in Africa.

L’Italia dal canto suo punta a vendere le fregate antisommergibili FREMM al Marocco e Fincantieri (sostenuta dal governo italiano) non dispiacerebbe vedere il suo concorrente francese Naval Group escluso dal mercato come è avvenuto recentemente in Indonesia ed Egitto.

Se la Spagna social-sinistra (il PS locale è alleato con i radicali del PODEMOS) di Sanchez non ha ovviamente i mezzi per infastidire profondamente i suoi vicini marocchini e francesi, non è questo il caso della Germania che è in delicatezza con il Marocco e che non perde occasione per danneggiare una Francia che considera, dopo la Brexit britannica, l’unico concorrente nell’Unione europea. In ogni caso, questo caso mostra che la Francia è vittima quanto il Marocco di queste accuse infondate. Se, come sottolinea Pierre Razoux su Les Échos del 23 luglio : “C’è preoccupazione tra i marocchini verso una parte dell’élite francese sospettata di benevolenza verso i fratelli musulmani e l’islam politico e quelli considerati troppo vicini agli ambienti algerini” , va detto che né il governo francese né il governo marocchino vogliono che le cose si deteriorino tra i due paesi.

Naturalmente, il regime algerino non ha mancato di sfruttare le accuse dei suoi amici di estrema sinistra contro il Marocco. Algeri ha anche avuto il coraggio di “condannare questo  inammissibile  attacco sistematico alle libertà fondamentali”. Per fortuna, questa vicenda arriva quando le relazioni tra i due Paesi sono state particolarmente tese nelle ultime settimane a causa dei maggiori aiuti del regime algerino ai separatisti del Polisario , delle innumerevoli provocazioni anti-marocchine e mentre Algeri richiamava il suo ambasciatore a Rabat a causa della disputa sul Sahara marocchino. Certo, Algeri – la cui politica è molto ambigua – non vede bene la solidità dei legami tra i servizi di intelligence francesi e marocchini, in particolare nella lotta al jihadismo nel Sahel.

In ogni caso, il Marocco è ancora una volta al centro di una telenovela che è “fantascienza”. Va ricordato che questo stesso consorzio di testate ha raccolto, nel luglio 2020, informazioni da Amnesty International secondo cui il cellulare di un giornalista – condannato il 19 luglio a sei anni di reclusione per aver messo in pericolo la sicurezza interna dello Stato – aveva stato infettato da Pegasus. Ma questa falsa informazione non è stata corroborata da alcuna prova…

Rischieremmo di aspettare a lungo – e invano – le prove di Forbidden Stories e Amnesty International in questo nuovo caso se non fosse per la denuncia presentata a Parigi, a nome del Marocco, poiché le associazioni coinvolte ( Amnesty International e Forbidden Stories ) hanno, come fa notare Olivier Baratelli, “dieci giorni, secondo la legge del 1881 sulla libertà di stampa, per fornire le prove che hanno o che non hanno”. 

Deve essere chiaro che i media avrebbero interesse a verificare informazioni prive di prove e di elementi tangibili, prima di pubblicare qualsiasi cosa sulla semplice fede di associazioni impegnate e con obiettivi loschi il cui obiettivo è sabotare i rapporti di buon vicinato che il Marocco mantiene con alcuni paesi compresa la Francia. 

André BENOIST

https://theatrum-belli.com/pegasus-une-manoeuvre-anti-marocaine-et-anti-francaise/

Il Maghreb e le sue sfide per l’Europa, di Antonia Colibasanu

Proseguiamo con l’analisi dell’area mediterranea che ha per perno principale gli interventi di Antonio de Martini, ma che si avvale del contributo di altri analisti. E’ un’area cruciale per l’Italia anche se la sua classe dirigente, negli ultimi due decenni, non riesce che andare a rimorchio spesso e volentieri di uno o l’altro degli attori più intraprendenti protagonisti in quella zona_Giuseppe Germinario

Il Maghreb e le sue sfide per l’Europa

I paesi della regione hanno un passato complicato con le potenze europee e tra di loro.

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È in corso una battaglia per l’influenza sul Mediterraneo. Il suo fronte più contestato è a est, dove i progetti turchi sui giacimenti petroliferi hanno messo Ankara direttamente contro Grecia e Cipro e indirettamente contro il loro benefattore, la Francia. A volare sotto l’orizzonte dei radar, tuttavia, è un’altra gara tra Turchia e Francia sul confine più meridionale del Mediterraneo: il Maghreb.

La Francia è la principale potenza europea nella regione. Per i paesi del Maghreb, i rapporti con Parigi erano una necessità politica ed economica; il commercio, gli investimenti e l’influenza francesi, alcuni dei quali residui del colonialismo, erano troppo importanti da rinunciarvi. Ma da allora le cose sono leggermente cambiate. La Francia non dispone più del potere di una volta e lo sconvolgimento politico provocato dalle rivolte della Primavera araba ha inaugurato diversi nuovi governi. La Francia considera la regione importante per la sua sicurezza, ma ha bisogno di riequilibrare la sua posizione alla luce di queste nuove sfide.

Questo spiega in parte perché il primo ministro francese ha annullato il suo viaggio in Algeria il 9 aprile. Ha detto che la cancellazione era dovuta alle preoccupazioni per la pandemia, ma è difficile ignorare quanto si siano deteriorate le relazioni tra i due paesi. Gli ultimi mesi sono stati caratterizzati da tensioni diplomatiche. A gennaio, ad esempio, il presidente francese Emmanuel Macron si è rifiutato di scusarsi ufficialmente per l’occupazione francese dell’Algeria. Ad aprile, il capo dell’esercito algerino ha invitato pubblicamente la sua controparte francese, che pensava di essere venuta per discutere di cooperazione militare, a consegnare le mappe dei siti di test nucleari abbandonati.

Ma le questioni franco-algerine non sono solo questioni franco-algerine. Svolgono un ruolo negli affari di quasi tutte le aree del Maghreb – in particolare il Sahara occidentale , il territorio conteso nel vicino Marocco – che confliggono con le ambizioni turche in Nord Africa.

Una questione divisiva

L’8 aprile, il partito di Macron ha annunciato che avrebbe aperto un ufficio nella città marocchina meridionale di Dakhla, situata nel Sahara occidentale. La dichiarazione è arrivata pochi giorni dopo che CMA CGM, la principale società di trasporti e logistica francese, ha aperto una filiale in tutti i porti marocchini, compreso Dakhla. Gli sforzi di Parigi per rafforzare l’influenza nel Sahara occidentale hanno portato molti a sospettare che il governo si stia preparando a riconoscere la sovranità del Marocco sul territorio.

La regione è una questione divisiva all’interno della politica marocchina. Il Sahara occidentale è stato sotto il controllo spagnolo fino al 1974 ed è stato annesso dal Marocco nel 1975. Ciò ha portato a un conflitto armato di 16 anni tra il governo marocchino e il Polisario, un gruppo politico composto dal popolo saharawi della regione e sostenuto dal rivale regionale, l’Algeria. Nel 1991 è stato raggiunto un cessate il fuoco mediato dalle Nazioni Unite e il Marocco si è impegnato a indire un referendum sull’indipendenza. Il referendum non è mai avvenuto e il Polisario prosegue la sua battaglia.

L’etnia saharawi considera come propria patria il territorio occupato del Sahara occidentale. I nordici credono che sia semplicemente un’altra parte del regno marocchino.

La regione rimane sotto il controllo del Marocco. L’ONU la considera un’area di conflitto, mentre l’Algeria sostiene la sua indipendenza. Da quando il Marocco e l’Algeria hanno ottenuto l’indipendenza, sono stati in conflitto al loro confine, che rimane chiuso e contestato anche oggi.

Per l’Algeria, la priorità strategica fondamentale è il controllo dei territori meridionali che ne minacciano la sicurezza. L’economia algerina dipende dalla produzione di energia e la maggior parte delle sue riserve e dei suoi impianti di produzione si trovano nel sud. Le porose frontiere del deserto e l’attività militante hanno costretto l’Algeria a stabilire un sistema di forte sicurezza su due fronti separati: il Mali a sud-ovest e la Tunisia e la Libia a est. Per proteggere il sud-ovest, l’Algeria ha stabilito una partnership strategica con la Mauritania, che confina con la maggior parte del Sahara occidentale, rendendo il Marocco l’unico vicino sfidante per l’Algeria nel Maghreb.


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Il Marocco, d’altra parte, non ha le risorse di idrocarburi dei suoi vicini per sostenere le spese per la difesa. Ha invece investito nelle sue relazioni con gli Stati Uniti e i regni arabi del Golfo e con la Francia.

L’immagine più ampia

Il Marocco e l’Algeria sono i paesi più sviluppati della regione del Maghreb. L’area è unita dalle montagne dell’Atlante e dalla sua storia condivisa di dominazione ottomana ed europea. L’Algeria era una colonia francese mentre il Marocco era un protettorato spagnolo e francese e la Tunisia un protettorato francese. Gli ottomani cercarono di raggiungere Gibilterra, ma nessuna delle province del Maghreb era sotto il loro stretto controllo. Tutto questo può essere spiegato dalla geografia: mentre il Marocco si affaccia sull’Oceano Atlantico, che lo rende più difficile da dominare, gli altri due sono stati del Mediterraneo. Strategicamente, però, sia la Francia che gli ottomani volevano raggiungere Gibilterra, quindi dovevano mantenere un attento rapporto con il Marocco.

Laddove le relazioni franco-marocchine sono sempre state relativamente buone, Parigi ha lentamente perso terreno in Algeria e Tunisia dal 2011. La crisi economica europea ha indebolito l’economia francese, quindi le ex colonie hanno iniziato a vedere meno commercio e investimenti francesi in arrivo. Entrambi sono diventati sempre più instabili, ma l’Algeria è stata duramente colpita a partire dalla metà del 2014, quando i prezzi del petrolio hanno iniziato a diminuire. Senza riforme economiche in atto e senza investimenti e aiuti francesi, entrambi i paesi hanno assistito a un aumento delle proteste che hanno innescato un cambiamento politico. Naturalmente è cresciuto anche il sentimento antifrancese.


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Molti nel Maghreb hanno dovuto cercare un sostituto della Francia. Si inserisce la Turchia che vuole rivendicare l’influenza persa dalla caduta dell’Impero Ottomano. Dal 2011, la Turchia ha sostenuto le rivolte popolari che hanno rovesciato gli autocrati della regione, ha sostenuto i movimenti islamici e ha promosso l’immagine della Turchia come difensore del mondo musulmano.

In termini pratici, la Turchia ha concentrato la sua strategia sul commercio e sugli investimenti. L’approccio ha funzionato meglio in Algeria, dove più di 1.200 aziende turche hanno aperto un’attività. Mentre l’Algeria è diventata il quarto fornitore di gas della Turchia negli ultimi dieci anni, la Turchia è diventata il terzo importatore di prodotti algerini. La Turchia ottiene una fonte affidabile di energia a basso costo e l’Algeria ottiene un successo economico nel contenzioso.


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Per la Tunisia, le aperture turche sono state una fonte sia di progresso che di attrito. Gli sforzi di Ankara per far rivivere i siti e le comunità musulmane non si sono tradotti in gran parte in una partnership commerciale e di investimento. Il commercio è cresciuto notevolmente dopo il 2011, soprattutto a vantaggio della Turchia, poiché le imprese tunisine locali, in particolare quelle che lavorano nel settore tessile, sono state colpite dai prodotti turchi a basso costo. Ciò ha costretto il governo di Tunisi a reimporre alcuni dazi all’importazione nel 2018.

Da allora Tunisi si è rivolta a Parigi per chiedere aiuto. Nel 2020, i due hanno firmato un accordo quadro triennale del valore di 350 milioni di euro (420 milioni di dollari) per “sostenere le politiche pubbliche tunisine in vari campi” e Parigi ha anche inviato supporto medico nella lotta contro il COVID-19. In cambio, Parigi preme sull’attuale leadership tunisina per organizzare il 50 ° anniversario dell’Organizzazione Internazionale della Francofonia, una mossa simbolica per una società che rimane divisa. Tuttavia, il sostegno locale al modello culturale turco sfida il governo a estendere i legami con la Francia.

Il Marocco è stato il paese più difficile da corteggiare per la Turchia. L’accordo di libero scambio che hanno firmato nel 2004 è stato rivisto nell’ottobre 2020, aumentando le tasse sui beni turchi importati fino al 90%. Per il Marocco, la motivazione alla base era tanto politica quanto economica. Non solo le merci turche a buon mercato stavano invadendo il suo mercato, ma i funzionari volevano placare altri alleati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, che sono concorrenti naturali della Turchia. La mossa è giustamente vista come supporto per il boicottaggio informale dei prodotti turchi guidato dai sauditi.

Implicazioni

Il conflitto diplomatico tra Francia e Turchia non è nuovo. Tuttavia, la crescente guerra di parole tra i presidenti turco e francese sta acuendo le tensioni tra la Turchia e i suoi alleati del Golfo come il Qatar da una parte, e tra la Francia e gli alleati del Golfo come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita dall’altra. Potrebbe avere lo stesso effetto nel Maghreb, dove gli schieramenti stanno diventando sempre più chiari. Le cose saranno probabilmente più complicate per la Tunisia, dove Francia e Turchia stanno spingendo per ottenere maggiore influenza.

La religione, in particolare l’Islam, è diventata sempre più una questione controversa in Francia. Quasi il 10 per cento della popolazione francese si identifica come musulmana e, secondo quanto riportato dai media, la maggior parte dei quartieri più poveri conosciuti come “banlieues” sono abitati da immigrati ritenuti appartenenti, nella loro maggioranza, alla fede islamica. Molti immigrati in Francia provengono dal Maghreb: un terzo del totale e circa 100.000 in più di quanto ha ricevuto da altri paesi dell’Unione europea. Nel 2019, la comunità di immigrati algerini in Francia era di circa 850.000 unità. Circa 300.000 della popolazione francese sono tunisini. Poiché la Turchia sta influenzando la politica di entrambe le ex colonie francesi, è probabile che le loro popolazioni, comprese quelle che entrano in Francia da questi paesi in cerca di opportunità economiche, siano ugualmente influenzate dalla diplomazia culturale turca.


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Nel Maghreb, più paesi riconoscono la regione del Sahara occidentale come parte del Marocco (anche in modo non ufficiale), più tutto ciò potrebbe alimentare le tensioni con l’Algeria. Considerando l’attuale contesto economico, né il Marocco né l’Algeria vogliono un conflitto in piena regola. Tuttavia, la storia mostra che i paesi non possono sempre controllare l’entità delle tensioni, in particolare nelle aree montuose e desertiche dove le escalation apparentemente minori possono intensificarsi rapidamente. La situazione non è agevolata dal fatto che Algeri e Rabat hanno intrapreso una corsa agli armamenti circa 15 anni fa, con entrambi i paesi che accumulavano le loro scorte per un potenziale conflitto. Il confine – e il Maghreb in generale – necessita di una sorveglianza ravvicinata poiché qualsiasi conflitto tra i due paesi coinvolgerebbe la Turchia e la Francia, con ripercussioni sulla sicurezza e stabilità dell’Europa nel suo insieme.

https://geopoliticalfutures.com/the-maghreb-and-its-challenges-for-europe/

Biden e il Mediterraneo_con Antonio de Martini

Cambiano i presidenti, cambiano le strategie di intervento e di controllo dell’area mediterranea. Nel frattempo emergono nuovi protagonisti, troppo numerosi ed intraprendenti per realizzare l’aspirazione al ripristino dell’egemonia incontrastata di nemmeno trenta anni fa. Buon ascolto, Giuseppe Germinario

 

https://rumble.com/vdsb2x-biden-e-il-mediterraneo-con-antonio-de-martini.html

 

Anniversario, di Bernard Lugan

Qui sotto l’editoriale di Bernard Lugan apparso sul suo bollettino di febbraio. Una precisazione: truppe speciali inglesi e francesi erano già presenti in Cirenaica già da almeno il 2010. Un anno prima che iniziassero i moti._Giuseppe Germinario

Dieci anni fa, nel mese di febbraio 2011, scoppiò la guerra civile in Libia. Il 10 Marzo Nicolas Sarkozy è intervenuto in questo conflitto interno riconoscendo una delegazione di ribelli come rappresentanti della legalità libica !!!

La Francia è quindi entrata in un conflitto in cui i suoi interessi non erano in gioco

A Marzo, ha ottenuto l’autorizzazione delle Nazioni Unite per impiegare l’aviazione per

“Proteggere i civili”, in realtà le Milizie islamiche in Cirenaica e i Fratelli Musulmani di Misurata …

L’obiettivo ufficiale della guerra deciso da Nicolas Sarkozy era l’istituzione dello stato di diritto. Il suo risultato fu invece questo.

Le strutture statali libiche sono scomparse, lasciando il posto agli scontri delle milizie islamo-mafiose.

Quanto al vuoto libico, ha avuto conseguenze sull’intera area ciadiana e su parte del BSS.

Per non parlare della creazione di un file pompa di aspirazione migratoria.

Questo intervento ha distrutto il sistema di alleanze tribali su cui si basava la stabilità politica della Libia.

Il regime del colonnello Gheddafi lo aveva fatto; riuscì anzi a far convivere centro e periferia, articolando poteri e rendita di idrocarburi sulle realtà locali.

Politicamente, la Libia è infatti caratterizzata dalla debolezza del potere centrale rispetto al

hotline tribali. Genuino “Breakers of horizons”, le tribù hanno assunto il controllo più forte di questi corridoi di nomadizzazione che collegano il Mediterraneo alla regione del Ciad attraverso i quali viene effettuato il traffico odierno (droga e migranti) e le solidarietà jihadiste sono ancorate.

Mancata presa in considerazione di questi dati, quelli che, in nome dell’illusione democratica, hanno innescato il disastroso intervento del 2011,sono responsabili della corrente del caos. In effetti, le due chiavi che reggono la vita politica libica sono tribalismo e federalismo.

1) La Libia è naturalmente multicentrata e il rovesciamento del colonnello Gheddafi ha amplificato questa realtà dando vita a molteplici luoghi di potere indipendenti e rivalità di legittimità nate dal

guerra. Non è possibile stabilizzare la Libia se non tenendo conto della sua archeologia tribale

[1]

.

Il fallimento compiuto dall’ISIS tuttavia potrebbe servire da lezione. Era anzi la definizione tribale del paese l’ostacolo al califfato universale sostenuto dall’ISIS; le forti identità tribali lo hanno reso impossibile a causa anche dell’innesto di un movimento composto per lo più da stranieri. Come allora affermare di voler mettere fine al conflitto in corso quando le tribù, ossia le uniche vere forze politiche del paese sono escluse dalle trattative?

2) La Libia non ha un centro unificante. Le tre province che lo compongono non hanno punti di saldatura e sono separate da una massa sahariana vuota al 95%, mentre più del 80% della popolazione è concentrata su una stretta fascia costiera.

La soluzione quindi coinvolge due imperativi:

1) La ricostituzione delle alleanze tribali forgiate dal colonnello Gheddafi.

2) Un vero federalismo, perché la Cirenaica non accetterà mai la finzione di uno stato libico dominato dalla Tripolitania… e viceversa.

AFRICA 2021…come il 2020, di Bernard Lugan

In Africa, l’anno 2020 è finito come era iniziato, con diverse ampie aree di conflittualità:
– In Libia, paese tagliato in due entità, Tripolitania in Occidente e Cirenaica nell’est, Turchia attraverso il governo di Tripoli e L’Egitto, tramite il marescialloHaftar hanno la pistola ai piedi. Il maresciallo Haftar controlla i terminali petroliferi del Golfo di Syrtes che la Turchia vuole conquistare. Per l’Egitto sarebbe un casus belli e ha avvertito che, in questo caso, il suo esercito sarebbe intervenuto.
– Nella BSS (Sahelosaharan Band), la grande novità è una guerra aperta tra Daesh
il cui obiettivo è stabilire un califfato transetnico e transnazionale, e Aqmi che si è evoluto verso un etno-jihadismo territoriale.
– Nel corno, la principale la domanda è se l’Etiopia è sì o no alla vigilia di uno sviluppo di tipo jugoslavo, o al contrario in fase di ricomposizione attorno all’Oromo che emarginò l’Amhara e schiacciò il Tigrayans.
– In Africa centrale, dalla CAR alla regione del Lago Albert, il buco nero non è pronto per essere riempito. Quanto al Mozambico, il jihadismo sembra mettere radici nel gioco della
parte settentrionale del paese vicino alla Tanzania.

Alla fine del 2020, il conflitto “vecchio” cincischiava nel Sahara occidentale dove in agonia il Polisario ha tentato senza successo di tagliare la strada che collega il Senegal al
Mediterraneo, strada che attraversa il Sahara marocchino. Ora la domanda è se l’Algeria ha ancora interesse a sostenere a distanza di un braccio un Polisario, una sorta di testimone delle guerre del tempo della “guerra fredda” prima del 1990, e del quale alcuni degli ultimi
membri si sono uniti allo Stato islamico (Daesh), nemico mortale di Algeri.
Politicamente, l’anno 2020 ha visto tenere una serie di elezioni le quali, nella quasi totalità,
hanno solo consolidato e confermato i rapporti etnodemografici, grazie ai quali i più numerosi matematicamente sovrastano i meno numerosi. Tuttavia, questa etnomatematica elettorale è la chiave della questione politica africana.
Nel 2020, dieci anni dopo l’inizio dell’ondata disastrosa di “Primavera araba”, l’Africa
del Nord è tornata al punto di partenza, ovvero al suo principale problema, quello demografico.
Mentre le nascite procedono più veloci dello sviluppo, dall’Egitto al Marocco, i problemi sociali costituiscono tante bombe a orologeria. A questo si aggiungono problemi specifici. Così la questione delle acque del Nilo che ha creato una situazione quasi conflittuale tra l’Egitto e l’Etiopia, i disperati tentativi del “sistema” algerino di sopravvivere a se stesso.

Plus d’informations sur le blog de Bernard Lugan.

Mali-oltre la cronaca_di Bernard Lugan

Qui sotto alcune importanti puntualizzazioni sulla situazione in Mali e sul contesto che ha portato alla liberazione degli ostaggi che difficilmente troveremo sulla stampa italiana, tutta accecata e impegnata nella propaganda più scontata e a buon mercato_Giuseppe Germinario

In Mali, il rilascio di ostaggi tra cui quello della propagandista musulmana Myriam Pétronin e dei “jihadisti” detenuti da Bamako, nasconde in realtà la fase 2 di una complessa operazione di cui avevo annunciato l’inizio nei miei comunicati stampa di sabato 6 giugno e di giovedì 20 agosto 2020 rispettivamente dal titolo “Le vere ragioni della morte di Abdelmalek Droukdal” e “Mali: questo colpo di stato che potrebbe innescare un processo di pace”.
In effetti :

1) L’Algeria è tornata ad essere padrona del gioco attraverso la sua staffetta regionale Iyad ag Ghali con la quale è stata negoziata la liberazione degli ostaggi e quella dei jihadisti.

2) L’universalismo jihadista è stato ridotto alle sue realtà etniche, i “jihadisti” liberati sono infatti per lo più Tuareg che obbediscono a Iyad ag Ghali e che sono stati trasportati direttamente nella sua roccaforte di Kidal.

Per comprendere appieno cosa è successo, dobbiamo vedere che tutto è iniziato nel giugno 2020 con la morte di Abdelmalek Droukdal, il leader di Al-Quaïda per tutto il Nord Africa e per la striscia del Sahel. , abbattuto dall’esercito francese sull’intelligence algerina. Questa liquidazione faceva parte di un conflitto aperto scoppiato tra l’EIGS (Stato islamico nel Grande Sahara), legato a Daesh, e gruppi che affermavano di far parte del movimento di Al-Qaeda, compreso quello di Iyad. ag Ghali associato ai servizi algerini.

Dal 2018-2019, l’intrusione di DAECH attraverso l’EIGS, aveva infatti causato un’evoluzione della posizione algerina, Algeri non controllando questi nuovi arrivati ​​il ​​cui obiettivo era la creazione di un califfato regionale. Tra EIGS e gruppi etno-islamisti che pretendono di far parte del movimento di Al-Qaeda, il conflitto era quindi inevitabile, poiché il primo prediligeva l’etnia (Tuareg e Peul) a spese del califfato.

Tuttavia, il colpo di stato avvenuto in Mali nell’agosto 2020 ha permesso piena libertà di negoziare il cui scopo è quello di risolvere due diversi conflitti che non hanno radici islamiste. Come mostro nel mio libro Les Guerres du Sahel des origines à nos jours, si tratta di conflitti inscritti nella notte dei tempi, di rinascite etno-storico-politiche temporaneamente al riparo dietro lo schermo islamico. Questi due conflitti che hanno ciascuno la propria dinamica sono:

– Quella di Soum-Macina-Liptako, indossata dai Fulani, da qui l’importanza di Ahmadou Koufa.

– Quella del nord del Mali, che è l’aggiornamento della tradizionale protesta tuareg, da qui l’importanza di Iyad ag Ghali.

Tuttavia, Abdelmalek Droukdal, che si era opposto a questi negoziati, aveva deciso di riprendere il controllo e imporre la sua autorità, sia ad Ahmadou Koufa che a Iyad ag Ghali. Era quindi l’ostacolo al piano di pace regionale algerino sostenuto dalla Francia e che mira a isolare i gruppi Daesh. Ecco perché è morto.

Attraverso il rilascio degli ostaggi, il piano franco-algerino, che mira a riportare nel gioco politico i Tuareg radunati alla guida di Iyad ag Ghali, e quelli dei Peul al seguito di Ahmadou Koufa, per il momento procede quindi perfettamente. L’Algeria rimuove così il pericolo EIGS dai suoi confini, e la Francia potrà concentrare tutti i suoi sforzi su quest’ultimo prima di allentare il dispositivo Barkhane.

Siamo ancora una volta lontani dalle analisi superficiali del mondo dei media.

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Tutte le cose turche del Qatar in Libia, di Giuseppe Gagliano

Riprendiamo qui sotto integralmente un articolo di Giuseppe Gagliano. Il professore fa il punto della presenza turco-qatariota in Libia. Il confronto militare e geopolitico in Libia ormai si sta polarizzando tra questi due paesi e l’Egitto. Un fattore in più che rivela impietosamente il vuoto entro il quale si sta dibattendo la politica estera italiana_Giuseppe Germinario

Tutte le cose turche del Qatar in Libia

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Il ruolo del Qatar in Libia in simbiosi con la Turchia nello scenario che si apre dopo l’accordo tra le fazioni libiche. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

È certamente difficile negare che l’accordo tra le fazioni libiche sia sorto all’interno dell’amministrazione americana sia allo scopo di limitare o contenere la proiezione di potenza russa in Cirenaica sia in vista delle imminenti elezioni americane.

Nello specifico tale accordo sarebbe il risultato sia dei colloqui tra il Segretario di Stato Mike Pompeo e il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry – con la supervisione del generale Corea responsabile per il Medioriente della Nation Security Council americano – sia dei colloqui tra Richard Norland, ambasciatore americano presso Tripoli, e Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk.

Ebbene, alla luce della situazione di elevatissima instabilità politica che si è chiaramente manifestata gli ultimi due anni in Libia ,tale accordo si dimostra scarsamente credibile ma soprattutto assolutamente fragile.

Al di là delle promesse che tale accordo formula e indipendentemente dalle divergenze fra i due contendenti ben sottolineate da Agenzia Nova rimane il fatto che il GNA ha concesso – come avevamo previsto – alla Turchia sia l’infrastruttura portuale di Misurata -come base navale per legittimare de facto la proiezione di potenza turca nel Mediterraneo Orientale – sia l’infrastruttura dell’aeroporto militare di al-Watya sito nella Tripolitania Occidentale.

Al di là del fatto che tale accordo sia stato siglato il 17 agosto a Tripoli, il dato geopolitico di grande rilievo è la presenza di un terzo soggetto – accanto alla Libia e ad Ankara- e cioè il Qatar.

Per quanto concerne i rapporti bilaterali tra Turchia e Qatar occorre ricordare che la Turchia ha sempre supportato sul piano militare il Qatar ricevendone in cambio un ampio sostegno finanziario.

Basti rammentare che, ad esempio, il vicecomandante delle forze di Ankara, Ahmed bin Muhammad, è anche a capo dell’Accademia militare qatarina. Ciò significa che la formazione dei quadri militari è selezionata sulla base di scelte politiche e religiose filo-turche.

Inoltre la presenza delle forze di sicurezza turche in Qatar rappresenta in modo tangibile la rilevanza della influenza politico-militare turca.Si pensi all’infrastruttura militare turca Tariq ibn Ziyad, nella quale è presente il comando della “Qatar-Turkey combined joint Force”.

Le esportazioni di armi del Qatar verso la Turchia sono aumentate in modo vistoso consentendo ad Ankara di arrivare a delle entrate pari a 335 milioni di dollari, mentre l‘operazione militare turca Fonte di pace, posta in essere nel nord-est della Siria, è stata apertamente sostenuta proprio da Doha, anche per ampliare l’influenza della Fratellanza musulmana.

Per quanto concerne gli investimenti, il Qatar ha erogato fin dal 2018 15 miliardi di dollari e ha acquistato una quota del 50% in BMC, un produttore turco di veicoli corazzati, i cui partner turchi sono noti amici di Erdoaan per produrre l’Altay, il principale carro armato di battaglia di nuova generazione.Ma vi è anche il caso di una società di software militare controllata dallo stato ad Ankara, che ha firmato un accordo di partnership con al-Mesned Holdings in Qatar per una joint venture specializzata in soluzioni di cyber-sicurezza.

Tuttavia uno degli accordi certamente più rilevanti per sanare la grave situazione economica presente in Turchia è quello del 20 maggio grazie al quale la Banca centrale turca ha annunciato di aver triplicato il suo accordo di scambio di valuta con il Qatar.

Per quanto concerne i rapporti tra Libia e il Qatar, Doha ha saputo approfittare delle debolezze politiche sia dell’Unione europea che dell’Onu. Inoltre il relativo disimpegno americano dal teatro medio orientale – visto che le priorità della amministrazione trumpiana sono per la Cina, l’Indo-Pacifico e per la Russia-hanno di fatto arrecato un indubbio vantaggio strategico a Doha.

Ora, proprio approfittando di questa situazione di instabilità, il Qatar ha cercato di sfruttare questa propizia occasione per una politica di maggiore peso e significato a livello geopolitico in Libia. Proprio per questa ragione la presenza militare del Qatar nel conflitto del 2011, a fianco della Nato, fu certamente rilevante non solo grazie all’uso del potere aereo ma anche attraverso l’addestramento dei ribelli libici sia sul territorio libico sia a Doha, senza dimenticare naturalmente il ruolo rilevante che le proprie forze speciali ebbero nell’assalto finale contro Gheddafi.

Caduto il regime di Gheddafi, il Qatar riconobbe come legittima istituzione politica il consiglio nazionale di transizione e contribuì in modo determinante, non solo a livello economico, a rifornire i ribelli delle necessarie risorse energetiche.

Un altro strumento di influenza, e insieme di penetrazione in Libia, furono certamente i fratelli Alī e Ismā‘īl al-Šalabī perseguitati dal regime di Gheddafi. In particolare Alī al-Šalabī è certamente uno dei più importanti uomini di religione legato alla fratellanza musulmana.

Un altro uomo chiave per il Qatar è stato certamente Abd al-Ḥakīm Bilḥāğ, considerato sia dalla Cia che dal Dipartimento di Stato americano un pericoloso terrorista in quanto leader del Libyan Islamic Fighting Group. Il suo ruolo politico è stato molto importante sia perché ha coordinato il consiglio militare di Tripoli sia perché è stato uno dei principali responsabili del partito al-Waṯan raggruppamento politico di estremo peso all’interno del congresso nazionale generale.

Ritornando all’accordo siglato il 17 agosto il Qatar investirà in modo rilevante per la ricostruzione delle infrastrutture militari di Tripoli. E infatti non è stata casuale la presenza nella delegazione del Qatar di consiglieri e istruttori militari che hanno tenuto incontri con i loro omologhi libici e turchi.

Altrettanto significativo, sotto il profilo politico, l’incontro tra Haftar e il direttore della Intelligence militare egiziana e cioè il generale Khaled Megawer presso la base di Rajma, sita a Bengasi. Un incontro volto a pianificare un ‘eventuale intervento militate egiziano ?È certamente una eventualità da considerare .

A tale proposito il sostegno da parte dell’Egitto di alcune tribù libiche potrebbe svolgere un ruolo significativo. Secondo il capo del consiglio supremo delle tribù in Libia Saleh al-Fendi, come secondo Abdel Salam Bou Harraga Al-Jarari, membro dei clan Al-Ashraf e Al-Murabitin a Tarhuna,a sud di Tripoli, il sostegno egiziano si rileverebbe indispensabile. Proprio Al-Jarari ha sottolineato come il sostegno egiziano sia l’unico modo per porre fine a una straziante guerra civile.Non a caso il maggiore generale Ahmed Al-Mesmari, portavoce dell’Esercito nazionale libico, ha dichiarato che la Turchia si sta mobilitando proprio come dimostra l’incontro del 17 agosto tra i funzionari turchi e e quello del Qatar ,incontro che ,secondo, Al-Mesmari suggellerà la presenza permanente della Fratellanza mussulmana in Libia.

Anche secondo Abdelsalam Bohraqa al-Jarrari, un membro anziano di una tribù di Tarhuna, a Sud di Tripoli, diventa necessario da parte dell’Egitto un intervento militare a tutto campo. Per quanto concerne proprio la presenza di Doha in Libia, secondo lo sceicco Adel Al-Faidi, membro del Consiglio Supremo delle Tribù Libiche, l’incontro del 17 agosto coincide con il controllo turco-qatariota sul porto di Al-Khums e la sua trasformazione in una infrastruttura militare per le operazioni militari congiunte di Ankara e Doha in Libia.

D’altronde proprio la presenza di due fregate turche giunte al porto di Khums ,a 135 km ad Est di Tripoli, legittima il sospetto che Ankara voglia prendere possesso delle infrastrutture portuali dell’area per trasformarle in infrastrutture militari consentendogli in questo modo di rafforzare la sua proiezione di potenza economica e militare sia nel Mediterraneo orientale che in Nordafrica.

https://www.startmag.it/mondo/tutte-le-cose-turche-del-qatar-in-libia/

Mali: un colpo di stato che potrebbe innescare un processo di pace, di Bernard Lugan

Contrariamente alle analisi superficiali della sottocultura mediatica-africanista, il colpo di stato appena compiuto in Mali potrebbe infatti, se fosse “gestito” bene, avere effetti positivi sulla situazione regionale. In un certo senso, segna il ritorno alla situazione che era all’origine dell’intervento Serval nel gennaio 2013 quando le forze del leader tuareg Iyad ag Ghali hanno marciato su Bamako dove erano attese dai sostenitori dell’imam Fulani. Mahmoud Dicko.
La questione che allora si poneva per François Hollande era semplice: era possibile consentire a una rivendicazione nazionalista Tuareg basata su una corrente islamista di fiorire oltre ai centri regionali di destabilizzazione situati nel nord della Nigeria con Boko Haram, nel regione del Sahara settentrionale occidentale con AQIM e nell’area del confine algerino-marocchino-mauritano con il Polisario ?
L’errore francese fu quindi quello di non condizionare la riconquista di Gao, Timbuktu e del Mali settentrionale da parte di Serval, al riconoscimento da parte di Bamako di una nuova organizzazione costituzionale e territoriale in modo che i Tuareg e i Peul non fossero più automaticamente esclusi dal gioco politico attraverso la democrazia che è diventato una semplice etno-matematica elettorale. La ferita etnica alla base del problema [1] e che era stata superinfettata dagli islamisti di Aqmi-Al-Qaeda non essendo stata curata, la guerra si è poi estesa a tutta la regione, dilagando nel Burkina Faso e il Niger.
Quindi, dal 2018-2019, l’intrusione di DAECH attraverso l’EIGS (Stato islamico nel Grande Sahara) ha portato a un conflitto aperto tra l’EIGS ei gruppi etno-islamisti che affermano di far parte del movimento di Al-Qaeda, gli EIGS li accusano di privilegiare l’etnia a spese del califfato.
Infatti, i due principali leader etno-regionali della nebulosa di Al-Qaeda, vale a dire il Touareg ifora Iyad Ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, leader della Katiba Macina, più etno-islamista che islamista, avevano deciso di negoziare un uscita dalla crisi. Non volendo una simile politica, Abdelmalek Droukdal, leader di Al-Qaeda per tutto il Nord Africa e per la banda saheliana, ha poi deciso di riprendere il controllo e imporre la sua autorità, entrambi su Ahmadou. Koufa e Iyad ag Ghali. È stato poi “neutralizzato” dalle forze francesi informate dai servizi di Algeri preoccupati nel vedere che lo Stato Islamico si stava avvicinando al confine algerino.
L’Algeria, che considera il nord-ovest del BSS come il suo cortile, ha sempre “sponsorizzato” gli accordi di pace lì. Il suo uomo locale è Iyad ag Ghali, la cui famiglia vive nella regione di Ouargla. Questo ifora tuareg ha una base di popolarità a Bamako con l’Imam Mahmoud Dicko e soprattutto è contro la disgregazione del Mali, una priorità per l’Algeria che non vuole un Azawad indipendente che sia un faro per il suo possedere Tuareg.
Se fosse ben negoziato, il colpo di stato appena avvenuto in Mali potrebbe quindi, contrariamente a quanto scrive la maggior parte degli analisti, segnare l’accelerazione di un processo negoziale volto a sia il conflitto Soum-Macina-Liptako portato avanti dai Fulani, da qui l’importanza di Ahmadou Koufa, sia quello del nord del Mali, che è l’aggiornamento della tradizionale disputa Tuareg, da qui l’importanza di Iyad ag Ghali.
Il ritorno al gioco politico dei Tuareg radunato alla guida di Iyad ag Ghali, e quelli dei Peul al seguito di Ahmadou Koufa, permetterebbero quindi di concentrare tutti i mezzi sull’EIGS, e quindi di prevedere nel medio termine una riduzione di Barkhane, poi il suo slittamento verso la regione peri-ciadica dove gli elementi di futura destabilizzazione in atto eserciteranno pesanti minacce su Ciad e Camerun, il tutto alimentato dall’intrusione turca in Libia.
[1] A questo proposito, fare riferimento al mio libro Les Guerres du Sahel , des origines à nos jours.
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Assassinio di operatori umanitari francesi: spiegazioni, di Bernard Lugan

Qualche riflessione di Bernard Lugan sull’agguato in Niger di domenica scorsa. In quell’area da alcune settimana è operativo anche un contingente militare italiano_Giuseppe Germinario

L’attacco avvenuto domenica 9 agosto in Niger, a est di Niamey, nell’area di Kouré, e che ha causato la morte di otto persone, di cui sei francesi dell’organizzazione umanitaria ACTED, richiede le seguenti riflessioni:

– La zona di agguato si trova in Niger, al di fuori dell’attuale perimetro operativo di Barkhane, in una nota zona di sosta e transito di gruppi terroristici. È quindi inconcepibile a dir poco che autorità locali irresponsabili abbiano autorizzato le ONG ad avventurarsi lì … per osservare le giraffe …
– Questa zona si trova a est della cosiddetta regione dei “Tre Confini”, l’attuale epicentro del terrorismo dove Barkhane ha appena ottenuto decisive vittorie. Poiché la vita lì è sempre più difficile per loro, i GAT (Gruppi armati terroristici) stanno quindi estendendo il loro campo operativo più a est.
– Siamo di fronte a una riorganizzazione dei gruppi terroristici che si traduce in un’escalation. Da diverse settimane gruppi jihadisti stanno combattendo nella BSS (Banda Sahelo-Sahariana) dove è scoppiato un conflitto aperto tra l’EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara), legato a Daesh, e gruppi che affermano di far parte del Movimento di Al-Qaeda, accusati questi ultimi dall’EIGS di tradimento.
In realtà, i due principali leader etno-regionali della nebulosa di Al-Qaeda, ovvero la Touareg ifora Iyad Ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, capo della Katiba Macina, stanno attualmente negoziando con Bamako con ciò provocando la furia dell’EIGS, il quale a sua volta cerca, con azioni spettacolari, di attirare a sé il deluso Aqmi.
Se avesse successo, la strategia di massacrare i gruppi terroristici vedrebbe il ritorno al gioco politico dei Tuareg radunati alla guida di Iyad ag Ghali, e dei Peuls al seguito di Ahmadou Koufa. Ciò consentirebbe quindi di concentrare tutte le risorse sull’EIGS nella “regione delle tre frontiere”. Per questo quest’ultimo è alla ricerca di nuovi campi di azione… e in particolare nell’area di Kouré. Tutti quelli che conoscono un minimo la situazione sul campo lo sanno. Non le ONG …
Per non aderire alla superficialità giornalistica degli eventi che hanno insanguinato la SSB, ma, al contrario, per conoscerne le cause profonde nonché la loro evoluzione a lungo termine, è indispensabile fare riferimento al mio libro Les Guerre saheliane dall’inizio ai giorni nostri .
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Barboncini, processi e buchi nell’acqua, di Roberto Buffagni

Barboncini, processi e buchi nell’acqua

 

Cari Amici vicini & lontani,

in queste belle giornate estive due fatti di cronaca campeggiano sui media: lo sbarco di immigrati tunisini a Lampedusa con barboncino (di nazionalità ignota) al seguito[1], e l’autorizzazione a procedere per il caso Open Arms[2] contro Matteo Salvini concessa dal Senato[3].

L’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Open Arms è motivata, ovviamente, da ostilità politica nuda e cruda, manifestata in forma particolarmente indecente , perché a) si è trattato di un atto squisitamente politico compiuto da un ministro in carica b) la responsabilità politica di quell’atto è condivisa, come minimo, dal Presidente del Consiglio del governo giallo-verde Giuseppe Conte, che andrebbe dunque processato anch’egli: cosa un po’ complicata e ossimorica, visto che Conte continua ad essere il Presidente del Consiglio in carica anche del governo giallo-rosa, sostenuto dalla maggioranza che ha appena votato l’autorizzazione a procedere contro Salvini.

Probabilmente, a Matteo Salvini non dispiace la prospettiva di finire sotto processo per il caso Open Arms, perché gli serve su un vassoio d’argento l’opportunità di presentarsi come vittima di un’ingiustizia e unico difensore degli italiani dai pericoli dell’immigrazione incontrollata. Tant’è vero che ha già diffuso il trailer dello spettacolo mediatico-giudiziario di cui sarà protagonista, dichiarando a caldo «Contro di me festeggiano i Palamara, i vigliacchi, gli scafisti e chi ha preferito la poltrona alla dignità. Sono orgoglioso di aver difeso l’Italia: lo rifarei e lo rifarò. Vado avanti, a testa alta e con la coscienza pulita»

L’autorizzazione a procedere è sicuramente un’ingiustizia; resta da vedere se Salvini sia una vittima.

Secondo me, sì: Salvini è una vittima, ma è una vittima anzitutto di se stesso e della povertà desolante della sua cultura e azione politica. Motivo? Ecco il motivo, anzi i motivi.

  1. La maggioranza parlamentare che l’ha indecentemente mandato a processo l’ha costituita lui, con la sua decisione dell’agosto scorso di far cadere il governo, nella speranza di provocare nuove elezioni e di incassare un diluvio di consensi[4]. All’epoca, la decisione di Salvini fu attribuita a valutazioni strategiche così raffinate da risultare accessibili solo a un Olimpo di pochi eletti strateghi. Ai molti perplessi si ingiunsero umiltà, silenzio, fiducia, come ai militi dell’Arma (mele marce escluse). Salvo prossimi, miracolosi rovesciamenti della situazione, forse implicanti intervento dei Piani Superiori (dagli USA di Trump a Padre Pio) mi pare si possa pacificamente riscontrare che le valutazioni strategiche di cui sopra erano, tutto sommato, sbagliate.
  2. L’azione politica per cui Salvini viene oggi indecentemente processato, e le altre analoghe da lui compiute come Ministro degli Interni, ovvero la chiusura dei porti agli immigrati clandestini, aveva già allora due caratteristiche principali: a) faceva acquisire una valanga di consensi a Salvini b) era ovviamente insufficiente per affrontare sul serio il problema (enorme) dell’immigrazione[5], perché da un canto è impossibile chiudere efficacemente i porti nell’attuale quadro politico e legislativo, e dall’altro, il problema dell’immigrazione si può affrontare solo se si ha una visione adeguata della politica internazionale, in particolare dei rapporti tra l’Italia e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Evidentemente, per Salvini era rilevante soltanto l’aspetto sub a) della sua azione politica, cioè il fatto che gli faceva acquisire tanti consensi. Consensi che in un regime di democrazia parlamentare a suffragio universale hanno certo importanza decisiva, per un politico, ma che non sono tutto; anche perché come si acquisiscono, così si perdono: e se si acquisiscono con azioni dimostrative attente anzitutto all’immagine, ma che non producono alcun risultato concreto, si perdono quando l’immagine di autorevolezza e di sbrigativa efficacia proiettata con l’ausilio di Photoshop si appanna, o addirittura viene smentita dai fatti.

Qualcosina di meglio e di più anche Salvini avrebbe potuto fare, quando era ministro, anche sotto il profilo dell’immagine. Qui vi racconto un minimo esempio di quel qualcosina di più e di meglio.  Ce ne sono certamente altri, ma vi racconto questo perché lo conosco bene, visto che alla Lega l’ho proposto io.

Come sanno i lettori di italiaeilmondo.com e non solo loro (se n’è parlato in più occasioni sulla stampa nazionale, è stato presentato in un importante convegno internazionale in Tunisia, lo conoscono molto bene il governo tunisino e l’ambasciatore italiano a Tunisi) il nostro collaboratore Antonio de Martini è il referente italiano di un importante e suggestivo progetto, appoggiato da tre Università italiane, “Mare nel Saharahttps://www.medinsahara.org/

In pillola, è la ripresa aggiornata di un antico progetto francese, mai realizzato per contrasti politici, che fu appoggiato da Ferdinand de Lesseps[6], promotore ed esecutore del Canale di Suez e del Canale di Panama. Nel deserto tunisino vi sono vaste depressioni naturali, gli chott, site in prossimità del Mediterraneo. Escavandole per aumentarne la profondità, e sterrando un canale, vi si potrebbe far irrompere il Mar Mediterraneo, creando un mare artificiale. Con l’evaporazione, esso cambierebbe il microclima, rendendo fertili i terreni circostanti. Risultano subito chiare le ricadute positive economiche e sociali per la Tunisia e per l’Italia. Per la Tunisia, creazione immediata di 60.000 posti di lavoro, estensione della superficie coltivabile e creazione di una nuova leva di agricoltori; sviluppo di pesca e turismo marittimo (il 20% del PIL tunisino si deve al turismo). Per l’Italia, 4-5 miliardi di euro di lavori per imprese italiane, alle quali sarebbero commessi i lavori che esigono superiori capacità e tecnologie; cessazione dell’immigrazione clandestina dalla Tunisia; accrescimento del prestigio e dell’influenza politica italiana nella regione che è la cintura di sicurezza geopolitica naturale per l’Italia, la costiera mediterranea dell’Africa; replicabilità dell’iniziativa anche altrove, per esempio in Algeria, dove esistono condizioni geografiche analoghe. Ma invito i lettori a consultare il sito https://www.medinsahara.org/, dove troveranno le informazioni essenziali su questo bel progetto.

Per quanto riguarda la Lega, e in generale il defunto governo giallo-verde, l’opportunità e il vantaggio politico, anche di immagine, di promuovere un progetto simile mi parevano abbaglianti come il sole del deserto. Anzitutto, sul piano dell’immagine e del consenso, appoggiare questo progetto significava  fare per primi quel che gli avversari politici immigrazionisti dicono sempre di voler fare e non fanno mai: “aiutarli a casa loro”: e quindi tappare la bocca all’avversario. Per forze politiche prive di esperienza internazionale e di governo nazionale come Lega e Cinque Stelle, inoltre, sponsorizzare un progetto del genere implicava presentarsi come forze responsabili e lungimiranti, capaci di strategia internazionale. Per Matteo Salvini personalmente, poteva essere una buona occasione per smentire le accuse d’essere un capopopolo incolto e chiacchierone di cui lo bersagliano gli avversari,  proponendosi invece come statista affidabile, che sa coinvolgere persino gli avversari politici in progetti di vasto respiro: se avesse voluto respingere a priori e disprezzare un progetto di cui tutto si può dire tranne che sia razzista, il PD si sarebbe trovato in grave imbarazzo.

A ciò si aggiunga che per acquisire gli elementi di valutazione indispensabili a decidere se passare alla fase operativa vera e propria, bastava finanziare con 3-400.000 euro uno studio di fattibilità, del quale sono già individuate le fasi essenziali. Se per una delle mille ragioni possibili si fosse poi deciso di non dare il via al progetto, nessuno avrebbe potuto accusare i promotori politici di aver sprecato ingenti risorse; e intanto, essi avrebbero incassato l’effetto promozionale di un nobile, encomiabile tentativo di affrontare il problema, sul serio enorme, dell’immigrazione.

Così, all’insediamento del governo giallo-verde interessai al progetto il sen. Alberto Bagnai, e lo misi in contatto con Antonio de Martini. Il sen. Bagnai, però, non ritenne opportuno incontrare de Martini (che peraltro abita anch’egli a Roma) e lasciò cadere la proposta.

Grazie alla cortese disponibilità di un intermediario, incontrai poi l’On. Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. L’ On. Molinari, che qui colgo l’occasione di ringraziare, mi ha ricevuto con prontezza e cortesia, e mi ha dedicato due ore del poco tempo di cui dispone un politico molto impegnato. Nel nostro colloquio gli illustrai il progetto, e da lui richiestone mi diffusi sull’importanza politica e geopolitica del Mediterraneo per il nostro paese. In lui trovai un interlocutore attentissimo, intelligente e molto disponibile, benché la materia in discussione non facesse parte della sua esperienza politica precedente. Ci congedammo con l’intesa che l’On. Molinari avrebbe portato il progetto, con le sue implicazioni, all’attenzione del segretario del suo partito, Matteo Salvini.

Risultato: un buco nell’acqua.

E’ vero: l’attuazione del progetto “Mare nel deserto” non avrebbe risolto definitivamente il problema dell’immigrazione, né soddisfatto l’ambizione di Matteo Salvini di guidare il governo italiano. Forse, però, se Matteo Salvini, invece di scavare un buco nell’acqua dopo l’altro, avesse fatto scavare qualche buco nella sabbia del deserto tunisino, oggi si troverebbe meglio. L’Italia e la Tunisia, di sicuro.

That’s all, folks.

 

 

 

[1] https://www.corriere.it/cronache/20_luglio_28/migranti-barboncino-travestiti-turisti-nuove-tecniche-sbarco-c3dcb4c0-d0a0-11ea-b3cf-26aaa2253468.shtml

[2] https://www.corriere.it/cronache/20_luglio_30/caso-open-arms-tar-scontro-ministri-ecco-cosa-accadde-f687df6e-d23d-11ea-9ae0-73704986785b.shtml

[3] https://www.corriere.it/politica/20_luglio_30/salvini-va-processo-il-caso-open-arms-senato-concede-l-autorizzazione-procedere-37b84b96-d27e-11ea-9ae0-73704986785b.shtml

[4] L’ho commentata nel settembre 2019, e purtroppo devo constatare che ci ho indovinato: http://italiaeilmondo.com/2019/09/11/lezioni-di-umilta-di-roberto-buffagni/

[5] Qui, in una serie di tre articoli, ne tratto sotto il profilo del conflitto politico su base etnico/religiosa che immigrazione e allargamento dello ius soli possono causare: http://italiaeilmondo.com/?s=ius+soli

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinand_de_Lesseps

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