Italia e il mondo

La Grande Depressione demistificata: una crisi prolungata dall’intervento pubblico_di Jean Baptiste Noé

La Grande Depressione demistificata: una crisi prolungata dall’intervento pubblico

di Jean-Baptiste Noé

È uno dei più grandi miti della storia economica: la Grande Depressione sarebbe stata risolta dall’intervento pubblico e dal New Deal. Niente di più falso, ma questo mito serve a giustificare tutte le politiche pubbliche da allora. Ritorno alla storia.

Un articolo interessante, da leggere con attenzione. Un argomento che non tarderà ad emergere nella pubblicistica mondiale. Pone una giusta critica alla retorica magnificente delle “magnifiche sorti e progressive” del New Deal, sino a sminuirne però totalmente e erroneamente gli aspetti innovativi e ad offrire una interpretazione caricaturale del keynesismo, ignorato nella sua funzione selettiva, non generica così come rappresentato nella vulgata, di alimento della domanda in funzione anticiclica. Il fattore che determinò definitivamente la svolta antidepressiva fu in effetti l’epilogo della seconda guerra mondiale, piuttosto che la spesa del trentennio precedente. Furono però determinanti e propedeutiche a quell’esito due riorganizzazioni alimentate dalle politiche di Roosevelt: la creazione di apposite Agenzie funzionali e lo sviluppo del sistema manageriale di gestione delle imprese e del capitalismo_Giuseppe Germinario

La storia viene raccontata in tutte le scuole superiori e nelle università. Gli Stati Uniti attraversano una grave depressione nel 1929 e, grazie al New Deal e all’intervento dello Stato messo in atto da Roosevelt, il Paese ne esce e ritrova la prosperità. Questa storia è una favola, se non addirittura una bugia. È successo esattamente il contrario: la politica di rilancio avviata da Hoover e proseguita da Roosevelt ha aggravato la crisi. Ma non importa, da un secolo, e nonostante la ricerca in storia economica cerchi di distinguere il vero dal falso, il mito continua a essere diffuso.

Ritorno sulla storia e sulla costruzione di una favola politica.

La Grande Depressione del 1929 rimane uno degli eventi più determinanti della storia economica contemporanea. Ancora oggi costituisce il punto di riferimento centrale di tutti i dibattiti sulle crisi, la regolamentazione finanziaria e il ruolo dello Stato nell’economia. Secondo l’interpretazione dominante, questa crisi sarebbe la conseguenza diretta degli eccessi del capitalismo liberale, rivelati dal crollo della borsa nell’ottobre 1929 e corretti dal massiccio intervento dello Stato federale attraverso il New Deal. Niente di più falso. La Grande Depressione non è il fallimento del mercato, ma quello di una serie di errori politici, monetari, commerciali e normativi, che hanno trasformato una grave recessione in una depressione lunga e distruttiva.

Una crisi di portata senza precedenti

Tra il 1929 e il 1933, l’economia americana subì uno shock senza precedenti in tempo di pace. Il prodotto interno lordo reale diminuì di circa il 30%, la produzione industriale calò di quasi il 50% e il reddito reale pro capite diminuì di circa il 33%. Gli investimenti privati crollano di quasi il 90%, rivelando una brusca interruzione dell’accumulazione di capitale. La disoccupazione, che nel 1929 era pari al 3,2% della popolazione attiva, supera il 25% nel 1933, con circa 13 milioni di disoccupati su una popolazione di 125 milioni di abitanti.

Questa catastrofe si distingue dalle crisi precedenti. Gli Stati Uniti avevano già conosciuto gravi recessioni nel 1873, nel 1893 e nel 1907, ma queste erano state assorbite in due-quattro anni grazie a un adeguamento relativamente rapido dei prezzi, dei salari e della produzione. La particolarità della crisi degli anni ’30 non risiede quindi solo nella sua violenza iniziale, ma anche nella sua durata: bisognerà attendere l’inizio degli anni ’40 perché la disoccupazione torni stabilmente al di sotto del 10%.

Fase I. L’espansione monetaria degli anni ’20

L’origine profonda della Grande Depressione risiede nella politica monetaria condotta dalla Federal Reserve dopo la prima guerra mondiale. Tra il 1921 e il 1929, la massa monetaria americana aumentò di oltre il 60%, mentre la produzione reale cresceva a un ritmo molto più lento. I tassi di interesse reali furono mantenuti artificialmente bassi, favorendo una rapida espansione del credito.

Questa politica alimenta un boom economico fragile. L’edilizia residenziale e gli investimenti industriali crescono rapidamente, mentre i mercati finanziari registrano un forte aumento. Tra il 1921 e il 1929, l’indice Dow Jones aumenta di quasi sei volte. Ma questa espansione si basa su segnali di prezzo distorti: l’abbondanza di credito orienta il capitale verso progetti che sono redditizi solo in apparenza.

A partire dal 1928, la Federal Reserve cambia bruscamente rotta per frenare la speculazione. I tassi vengono aumentati, la liquidità si contrae e l’economia entra in una fase di inversione di tendenza. Tra il 1929 e il 1933, la massa monetaria diminuisce di circa il 30%, provocando una deflazione cumulativa vicina al 25%. I prezzi agricoli calano talvolta dal 40 al 60%, strangolando gli agricoltori già fortemente indebitati.

Il crollo della borsa dell’ottobre 1929, con un calo di circa il 40% del Dow Jones in poche settimane, appare quindi più come un catalizzatore psicologico che come la causa fondamentale della crisi.

Il ruolo centrale del sistema bancario e della deflazione

La contrazione monetaria si trasmette rapidamente all’economia attraverso il sistema bancario. Tra il 1930 e il 1933, gli Stati Uniti subiscono diverse ondate di panico bancario. In assenza di un’assicurazione federale sui depositi, i prelievi massicci provocano il fallimento di circa 9.000 banche, pari a quasi un terzo del sistema bancario americano. Per milioni di famiglie, ciò significò la perdita totale dei propri risparmi.

La deflazione diventa quindi un potente amplificatore della crisi. Un calo generale dei prezzi del 25% aumenta meccanicamente il peso reale dei debiti. I mutuatari devono rimborsare importi nominali invariati con redditi in caduta libera. I fallimenti si moltiplicano nell’agricoltura, nell’edilizia e nell’industria, mentre le banche, già indebolite, vedono i loro bilanci deteriorarsi ulteriormente.

Il crollo della borsa non basta a spiegare la gravità della crisi. Il possesso di azioni rimane concentrato, mentre la contrazione del credito, il calo dei redditi e la disorganizzazione bancaria colpiscono l’intera economia. È questa dinamica monetaria e finanziaria che trasforma uno shock iniziale in una crisi sistemica.

Fase II. Il protezionismo aggrava la crisi

La recessione avrebbe potuto rimanere grave ma temporanea se non fosse stata aggravata da importanti decisioni politiche. L’adozione dello Smoot-Hawley Tariff Act nel 1930 costituisce uno degli errori più costosi. I dazi doganali vengono aumentati su oltre 20.000 prodotti, portando il livello medio delle tariffe a quasi il 60%, un record storico.

Le ritorsioni sono immediate. Il Canada, l’Europa e molti paesi dell’America Latina adottano misure simili. Tra il 1929 e il 1933, il commercio mondiale crolla del 65% in termini di valore. Le esportazioni statunitensi passano da 5,2 miliardi di dollari a 1,7 miliardi, colpendo duramente l’industria e l’agricoltura.

Il reddito agricolo crolla di quasi il 60%, provocando un’ondata massiccia di fallimenti rurali. Le banche locali, fortemente esposte al credito agricolo, crollano a loro volta, alimentando la spirale della contrazione monetaria. A livello internazionale, il crollo del commercio contribuisce a destabilizzare le economie europee, in particolare la Germania di Weimar.

Hoover: l’intervento prima di Roosevelt

Contrariamente all’immagine di Herbert Hoover (1929-1933) come sostenitore del laissez-faire, l’intervento pubblico inizia fin dai primi anni della crisi. La spesa federale passò dal 3,1% del PIL nel 1929 a quasi il 6% nel 1933. Hoover esercitò pressioni dirette sulle imprese affinché mantenessero i salari nominali, nonostante il crollo dei prezzi e della domanda. Questa rigidità impedì l’adeguamento del mercato del lavoro e contribuì all’esplosione della disoccupazione.

La Reconstruction Finance Corporation inietta oltre 2 miliardi di dollari nelle banche e nelle grandi imprese. Sul piano fiscale, il Revenue Act del 1932 raddoppia quasi l’imposta sul reddito: l’aliquota marginale massima passa dal 25% al 63%, mentre nuove imposte colpiscono le imprese. In piena depressione, queste misure scoraggiano gli investimenti privati, che crollano di quasi il 90% tra il 1929 e il 1932.

Fase III. Il New Deal e l’economia pianificata

Con l’elezione di Franklin Roosevelt nel 1932, l’intervento dello Stato assume proporzioni diverse. Tra il 1933 e il 1939, la spesa federale aumenta di oltre il 70%. Il New Deal porta alla creazione di decine di agenzie federali e a una stretta regolamentazione dell’economia.

La National Recovery Administration (NRA) impone codici industriali che fissano prezzi, salari e quote di produzione. In alcuni settori, più di 500 codici regolano l’attività. Lungi dal rilanciare l’economia, queste misure irrigidiscono la produzione e aumentano i costi. Nel 1939, la produzione industriale rimane ancora inferiore del 25% rispetto al livello del 1929.

Nel settore agricolo, l’Agricultural Adjustment Act porta alla distruzione volontaria di milioni di ettari di colture e capi di bestiame al fine di sostenere i prezzi, mentre milioni di americani vivono in condizioni di povertà.

Nonostante i massicci programmi di lavori pubblici, negli anni ’30 la disoccupazione non scese mai in modo duraturo al di sotto del 15%. Nel 1938, nove anni dopo il crollo, superava ancora il 19%.

Fase IV. Sindacalizzazione e ricaduta del 1937

Il Wagner Act del 1935 rafforza notevolmente il potere dei sindacati. Il numero di iscritti passa da 3 milioni a oltre 10 milioni in cinque anni. Gli scioperi si moltiplicano, raggiungendo il culmine nel 1937, anno segnato da una nuova recessione. In quell’anno il PIL cala di circa il 10%, la produzione industriale diminuisce del 30% e la disoccupazione torna a salire.

Le connivenze, anche finanziarie, tra i sindacati e i democratici assicurano a questi ultimi un ampio serbatoio di voti alle elezioni, sia locali che nazionali. Lo Stato entra in un socialismo di connivenza ben rodato: il governo fa approvare misure a favore dei sindacati che, in cambio, si assicurano che i loro membri votino per i candidati del partito. Il clientelismo elettorale e l’acquisto di voti funzionano a pieno regime, in particolare nei sindacati legati ai trasporti.

Questa ricaduta è la prova che l’economia americana non ha mai ritrovato una dinamica autonoma di ripresa. L’instabilità normativa, la pesante fiscalità e l’ostilità manifestata nei confronti delle imprese alimentano un vero e proprio “sciopero degli investimenti”, impedendo una ripresa sostenibile dell’attività.

Roosevelt attuò anche una politica di controllo della moneta cercando di appropriarsi dell’oro detenuto dai privati. Con l’Executive Order 6102, vietò la detenzione privata di oro monetario e obbligò i cittadini americani a consegnare le loro riserve alla Federal Reserve al prezzo ufficiale di 20,67 dollari l’oncia, sotto pena di pesanti sanzioni penali. Pochi mesi dopo, il Gold Reserve Act del 1934 consentì allo Stato di aumentare unilateralmente il prezzo dell’oro a 35 dollari l’oncia, il che equivaleva a una svalutazione di quasi il 41% del dollaro e a un arricchimento dello Stato attraverso la spoliazione dei risparmiatori.

Questa decisione perseguiva diversi obiettivi: aumentare meccanicamente la massa monetaria, far risalire i prezzi attraverso l’inflazione e alleggerire il peso reale dei debiti pubblici e privati. Di fatto, tra il 1933 e il 1936 la base monetaria aumentò sensibilmente e i prezzi smisero effettivamente di scendere. Tuttavia, questa politica fu accompagnata da una profonda insicurezza giuridica e monetaria. I contratti denominati in oro vengono annullati dalla Corte Suprema, mettendo in discussione la stabilità degli impegni privati e pubblici. Lo Stato si riserva ora il diritto di modificare unilateralmente le regole del gioco monetario.

Questo accaparramento dell’oro aumenta la destabilizzazione economica. I risparmi privati si allontanano dagli investimenti a lungo termine, mentre la fiducia nella moneta si basa ormai esclusivamente sulla credibilità politica dell’esecutivo. Questa rottura monetaria non costituisce una soluzione duratura alla depressione: nasconde temporaneamente alcuni squilibri senza ripristinare le condizioni fondamentali per una ripresa autonoma basata sugli investimenti produttivi e sulla stabilità istituzionale.

La fine della crisi e il mito della guerra salvifica

Contrariamente a un’idea diffusa, non è vero che la Seconda guerra mondiale abbia posto fine alla Grande Depressione grazie alla ripresa economica. La mobilitazione militare gonfia artificialmente il PIL, ma i consumi civili sono razionati e il tenore di vita rimane limitato. La vera ripresa inizia dopo il 1945, quando la spesa pubblica cala di oltre il 60%, la fiscalità viene alleggerita e la regolamentazione viene progressivamente resa più flessibile.

Conclusione

La Grande Depressione non è la prova del fallimento del capitalismo, ma di un accumulo di errori politici. L’eccessiva espansione monetaria seguita da una brusca contrazione, il protezionismo, la fiscalità punitiva, l’irrigidimento del mercato del lavoro e l’economia pianificata hanno trasformato una grave recessione in una catastrofe storica. Demistificare questo episodio non è solo un esercizio storico: è anche una necessità intellettuale per evitare che gli stessi errori si ripetano di fronte alle crisi contemporanee.

Un altro aspetto centrale della Grande Depressione, spesso trascurato nelle narrazioni semplificate, riguarda le sue conseguenze sociali e di bilancio a medio termine. Contrariamente all’idea che l’intervento pubblico abbia rapidamente stabilizzato la società americana, gli anni ’30 sono stati caratterizzati da un profondo deterioramento delle condizioni di vita. Tra il 1929 e il 1933, i salari reali diminuirono di circa il 30%, mentre la povertà si diffuse rapidamente. Nel 1933, quasi il 40% delle famiglie americane subì un calo significativo del proprio reddito e milioni di famiglie dipendevano da aiuti privati o locali, spesso insufficienti. I programmi federali di soccorso, sebbene spettacolari nella loro messa in scena, rimangono limitati rispetto alla portata della crisi.

Sul piano fiscale, la depressione segna una svolta duratura. Il debito federale americano, che nel 1929 rappresentava circa il 16% del PIL, raggiunge quasi il 45% del PIL nel 1940. Questo aumento riflette sia il calo delle entrate fiscali che l’aumento della spesa pubblica. Questa dinamica fiscale, lungi dal ripristinare la fiducia, contribuisce a mantenere l’incertezza economica. Le imprese anticipano futuri aumenti delle imposte e ritardano i loro investimenti, mentre le famiglie privilegiano il risparmio precauzionale.

L’analisi diventa ancora più chiara se inserita in una prospettiva internazionale. I paesi che si allontanano più rapidamente dal gold standard, come il Regno Unito già nel 1931, registrano una ripresa più precoce rispetto a quelli che mantengono politiche monetarie e commerciali rigide. Al contrario, i paesi che combinano protezionismo, controllo dei prezzi e rigidità del mercato del lavoro, come la Francia del Fronte popolare a partire dal 1936, conoscono a loro volta una stagnazione prolungata. Questi confronti rafforzano l’idea che la durata della crisi dipenda meno dallo shock iniziale che dalle risposte politiche fornite.

Oggi, la Grande Depressione fa parte di un patrimonio intellettuale e politico. Questo episodio è diventato il fondamento di una narrazione duratura secondo cui ogni crisi grave giustificherebbe un ampliamento del ruolo dello Stato. Questa interpretazione è presente nei manuali, nei discorsi politici e nelle istituzioni internazionali, spesso a costo di una semplificazione estrema delle cause reali della crisi. Il New Deal di Roosevelt viene presentato come un successo, mentre in realtà ha aggravato pesantemente la crisi, e la politica keynesiana di rilancio come la soluzione, mentre invece è all’origine del problema. Questa memoria distorta costituisce di per sé un rischio: interpretando la depressione americana come un fallimento intrinseco del mercato, si occulta il ruolo delle politiche pubbliche che hanno amplificato gli squilibri e ritardato la ripresa.

La demistificazione della Grande Depressione non è quindi solo un dibattito storico. Essa influenza direttamente le scelte contemporanee in materia di politica monetaria, commercio internazionale, regolamentazione finanziaria e spesa pubblica. Comprendere perché la crisi degli anni ’30 è durata più di un decennio permette di valutare meglio i pericoli di una risposta politica mal calibrata di fronte a shock economici di grande portata.

Questo articolo si basa in gran parte su uno studio approfondito condotto da Lawrence Reed intitolato “I grandi miti della Grande Depressione” (2007). È possibile trovare questo studio a questo indirizzo, insieme alla bibliografia e a una serie di risorse complementari.

CONTRIBUITE!!! La situazione finanziaria del sito sta diventando insostenibile per la ormai quasi totale assenza di contributi

Il  sito Italia e il Mondo non riceve finanziamenti pubblici o pubblicitari. Se vuoi aiutarci a coprire le spese di gestione (circa 6.000 € all’anno), ecco come puoi contribuire:

– Postepay Evolution: Giuseppe Germinario – 5333171135855704;

– IBAN: IT30D3608105138261529861559

PayPal: PayPal.Me/italiaeilmondo

Tipeee: https://it.tipeee.com/italiaeilmondo

Puoi impostare un contributo mensile a partire da soli 2€! (PayPal trattiene 0,52€ di commissione per transazione).

Contatti: italiaeilmondo@gmail.com – x.com: @italiaeilmondo – Telegram: https://t.me/italiaeilmondo2 – Italiaeilmondo – LinkedIn: /giuseppe-germinario-2b804373