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La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran? – La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente? _ di Thibault de Varenne

La vittoria degli Houthi nello Yemen: una svolta nella guerra dell’Iran?

Ansarullah controlla Bab el-Mandeb. Ma Moka non è caduta: è stata abbandonata. Chi combatte nello Yemen, perché la fazione avversaria è crollata e cosa ci perde l’Europa in tutto questo.

Pubblicato il 12 settembre 2026·20 minuti di lettura


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Di Thibault de Varenne

Il 10 settembre, le forze della Resistenza nazionale yemenita hanno lasciato il porto di Moka prima dell’alba. Il giorno dopo, Ansarullah — il movimento che la stampa occidentale chiama «gli Houthi» — controllava l’intera costa yemenita del Mar Rosso e l’isola di Perim, al centro dello stretto di Bab el-Mandeb. Da questa via di transito passano il petrolio e i container diretti a Marsiglia, Genova e Rotterdam. Prima di dire chi ha vinto, bisogna chiarire chi sta combattendo e perché.

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Cominciamo dai fatti e dal costo.

Giovedì 10 settembre all’alba, alcuni combattenti di Ansarullah sono entrati a Moka, sulla costa occidentale dello Yemen. Venerdì hanno raggiunto Dhoubab, per poi imbarcarsi alla volta di Mayyoun — l’isola di Perim — e insediarsi nel campo di al-Omari, che domina il passaggio. Al Jazeera riassume la situazione in una frase: il movimento controlla ormai l’intera costa yemenita del Mar Rosso.

Questa costa domina uno stretto largo trenta chilometri, tra la punta sud-occidentale dell’Arabia e il Corno d’Africa. Gli arabi lo chiamano Bab el-Mandeb, la Porta dei Lamenti. È l’imbocco meridionale del Mar Rosso, quindi l’imbocco meridionale del Canale di Suez, e quindi la rotta attraverso la quale il greggio del Golfo e i container dall’Asia risalgono verso l’Europa. Si stima comunemente che vi transiti dal 12 al 15 per cento del commercio marittimo mondiale. Da febbraio, questa rotta non è più una semplice opzione: è l’unica rimasta, e tornerò su questo punto.

Un lettore francese non ha alcun motivo di conoscere i protagonisti di questa vicenda. Ha però ottimi motivi per volerli conoscere, dato che ora sono in parte responsabili del suo approvvigionamento. Prendiamoci quindi il tempo di nominarli.

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I. Chi combatte nello Yemen e per quale motivo

Lo Yemen si trova all’estremità sud-occidentale della penisola arabica, di fronte a Gibuti. Conta 34 milioni di abitanti, circa la metà della popolazione francese, su un territorio montuoso a nord e desertico a est. Va ricordato che questo paese non è sempre esistito in questa forma: fino al 1990 c’erano due Yemen, quello del Nord intorno a Sanaa e quello del Sud intorno ad Aden, quest’ultimo essendo stato una repubblica marxista e poi uno Stato a tutti gli effetti.  L’unificazione del 1990 è avvenuta senza che venisse mai risolta la questione della ripartizione del potere e delle risorse. Nel 1994 è scoppiata una guerra civile, che ha causato da settemila a diecimila morti. Il problema allora sollevato non è stato risolto, ma solo rinviato. Tutto ciò che segue ne è una conseguenza.

Ansarullah, «i sostenitori di Dio», è nato sulle montagne di Saada, al confine con l’Arabia Saudita, a cavallo tra gli anni Novanta e il 2000. Il movimento si rifà allo zaydismo, un ramo dell’Islam sciita proprio del nord dello Yemen, distinto dallo sciismo duodecimano che è quello dell’Iran — la parentela esiste, ma è più labile di quanto si dica. I suoi membri si definiscono Ansarullah; in Occidente vengono chiamati Houthi, dal nome della famiglia del suo fondatore, Hussein al-Houthi, ucciso nel 2004. Sei guerre lo hanno contrapposto al potere centrale tra il 2004 e il 2010. Nel settembre 2014, è sceso dalle montagne e ha conquistato Sanaa, la capitale. Non l’ha mai ceduta: il territorio che amministra ospita oggi la grande maggioranza della popolazione yemenita. Da marzo 2015, sta affrontando una coalizione guidata dall’Arabia Saudita, e sta tenendo duro. Teheran lo arma, lo consiglia e lo loda ; ciò non significa però che sia una sua marionetta, il che sarà importante per il seguito.

Il governo riconosciuto è ciò che resta dello Stato cacciato da Sanaa. Ha sede ad Aden e non si definisce più un governo, ma un Consiglio di direzione presidenziale : otto uomini, insediatisi nell’aprile 2022, che esercitano collegialmente un’autorità riconosciuta dalla comunità internazionale, ma molto meno sul campo. Questi otto uomini non fanno capo allo stesso capo. Alcuni sono gli uomini di Riyadh, altri quelli di Abu Dhabi.

Il Consiglio di transizione del Sud, fondato nel maggio 2017 e presieduto da Aïdarous al-Zoubaïdi, ha sede anch’esso ad Aden e non persegue lo stesso obiettivo: vuole l’indipendenza del Sud, ovvero il ritorno ai confini precedenti al 1990. Eppure fa parte del Consiglio presidenziale. Gli Emirati Arabi Uniti lo hanno sostenuto, finanziato e armato.

Le forze della Resistenza nazionale sono il terzo attore di questo schieramento, quello che ci interessa oggi. Controllano — o meglio, controllavano — la costa del Mar Rosso e sono comandate da Tareq Saleh, nipote di Ali Abdallah Saleh, l’uomo che ha presieduto lo Yemen per trentatré anni, si è alleato con gli Houthi nel 2014, si è rivoltato contro di loro nel 2017 e  fu ucciso proprio da loro il 4 dicembre dello stesso anno. Anche Abu Dhabi sostiene questo nipote.

I due sostenitori, infine, sono il fulcro della questione. L’Arabia Saudita sta conducendo una guerra nello Yemen per un motivo semplice: non vuole un governo allineato con Teheran al suo confine meridionale, né missili a portata dei suoi giacimenti petroliferi. Gli Emirati Arabi Uniti stanno conducendo una guerra contro lo Yemen per un altro motivo, altrettanto semplice: vogliono porti, isole e sbocchi sul Mar Rosso, il che li porta a preferire un Sud separato e docile a uno Yemen unificato. Questi due obiettivi non sono complementari. Sono contrari. Da dieci anni la si chiama «coalizione».

Ecco il quadro della situazione. Ricordiamo tre cose, che bastano: un Paese diviso in due, la cui linea di demarcazione non ha mai tenuto; un fronte anti-Houthi che obbedisce a due capitali con obiettivi opposti; e uno stretto che, da febbraio, vale più di tutto il resto.

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II. Quello che è andato in pezzi ad Aden

Perché la conquista di settembre non si spiega con settembre. Si spiega con l’inverno precedente e con il Sud.

Il 2 dicembre 2025, il Consiglio di transizione del Sud lancia un’offensiva generale in tutto lo Yemen meridionale. Non si tratta di uno scontro minore. Nel giro di pochi giorni, i separatisti conquistano Seiyoun e Tarim, poi l’Hadramaut petrolifero e la Mahra — strappandole a unità che fanno capo allo stesso governo di cui fanno parte loro, ma che sono sostenute da Riyadh.  La nota della biblioteca della Camera dei Comuni osserva che non sono stati segnalati scontri di rilievo. Le alleanze si sono semplicemente spostate, tutto qui.

Il 2 gennaio, Zoubaïdi annuncia un referendum sull’indipendenza e una costituzione per lo Stato del Sud, da varare entro il 2028. Il 7 gennaio, le forze governative entrano ad Aden. Il 9, il Consiglio di transizione del Sud annuncia il proprio scioglimento. Il suo leader viene allontanato dal Consiglio presidenziale, accusato di tradimento, e si rifugia negli Emirati. Subito dopo, Abu Dhabi ritira le sue ultime truppe dallo Yemen.

Cinque settimane. Una secessione proclamata, una capitale conquistata, un movimento sciolto, un protettore che fa i bagagli. Si è parlato molto della rapidità; si è prestata poca attenzione al prezzo da pagare. Per due mesi, il fronte che da dieci anni combatte contro Ansarullah ha dedicato tutta la propria energia militare, le proprie munizioni e la propria coesione interna a combattere contro se stesso. Gli Houthi, dal canto loro, non hanno dovuto fare altro che stare a guardare. Il comunicato del Consiglio dei Comuni lo afferma senza enfasi: essi sono stati «ampiamente risparmiati» da questi eventi.

Andreas Krieg, docente del King’s College, descrive ciò che resta oggi del fronte anti-Houthi: un fronte «altamente frammentato», in cui «diversi sostenitori hanno comprato la fedeltà con il denaro», dove sono state radunate milizie per contendersi le clientele locali nel Sud senza mai concentrarsi sugli Houthi nel Nord. Aggiunge che la narrazione di un fronte unito era una costruzione, promossa principalmente dagli emiratini e in parte dai sauditi.

Quella cosa si è chiamata “alleanza” per dieci anni. Aveva un vertice, un segretariato, comunicati congiunti e una dottrina ufficiale. È bastato il primo inverno.

E il Sud non è per questo scomparso. È proprio questo che lo scioglimento del 9 gennaio nasconde più di quanto risolva: una questione politica che viene affrontata con l’incriminazione del leader e il suo esilio non viene risolta, ma solo rinviata. Alcuni membri del movimento contestano lo scioglimento, mentre altre manifestazioni lo hanno sostenuto. Il Sud aspetta il suo turno dal 1990. E continuerà ad aspettarlo.

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III. Ciò che Ansarullah ha raccolto

Passiamo ora alla seconda parte, quella del raccolto — che spiega perché tutto questo stia accadendo proprio ora.

Il 28 febbraio 2026, gli Stati Uniti e Israele danno il via a una guerra aerea contro l’Iran. Teheran risponde bloccando di fatto lo stretto di Ormuz, all’imbocco del Golfo Persico, attraverso il quale transitava circa un quinto delle forniture energetiche mondiali. L’Arabia Saudita, primo esportatore mondiale di petrolio, si ripiega allora sull’altra via d’uscita: il Mar Rosso. In quel preciso istante, uno stretto che nessuno in Europa sapeva individuare diventa l’arteria di soccorso del mercato petrolifero mondiale. E si dà il caso che una delle sue due sponde sia yemenita.

Il seguito è una questione di routine. A luglio, le forze governative bombardano l’aeroporto di Sana’a per impedire l’atterraggio di un aereo proveniente dall’Iran; i combattimenti riprendono. Lo stesso mese, Ansarullah decreta un blocco delle navi saudite nel Mar Rosso. Il 3 settembre, l’offensiva si apre su tre fronti: Taiz occidentale, Hodeida meridionale e Moka. L’8, missili balistici e droni colpiscono Abha, Khamis Mushait, Jizan e Najran, nel sud del regno: settantatre feriti secondo il portavoce della coalizione; sono state colpite anche alcune strutture dell’Aramco. Il 10, Moka. L’11, Bab el-Mandeb.

I mercati hanno reagito lo stesso giorno: il prezzo del barile ha superato i cento dollari per la prima volta dalla metà di maggio. Un membro dell’ufficio politico di Ansarullah, Hazem al-Assad, ha subito assicurato che la navigazione internazionale non correva «alcun pericolo» da parte yemenita. Forse è vero. Ma è soprattutto la frase pronunciata da chi ha appena acquisito il potere di rendere vero il contrario. Non è una garanzia: è l’affermazione di una leva.

Ancora una parola su come è andata, perché chiarisce tutto. Le forze di Tareq Saleh si sono ritirate da Moka durante la notte. Il corrispondente di Al Jazeera a Taëz parla di un «ritiro tattico e di un riposizionamento», con l’ordine di istituire un posto di comando sostitutivo. L’analista militare Wolfgang Pusztai aggiunge il dettaglio che conta: il porto di Moka era l’ultimo che il governo riconosciuto controllava interamente. Un esercito che si ritira prima dell’alba, un porto che non viene difeso, un comando che annuncia un riposizionamento: sono le parole che si usano quando non si vuole dire ciò che è realmente accaduto.

A questo punto sorge l’obiezione secondo cui: Ansarullah sta vincendo perché è l’unica forza yemenita autenticamente nazionale, l’unica che abbia resistito per dieci anni ai bombardamenti di una coalizione dotata di una aviazione moderna, l’unica che si rifiuta di svendere la sovranità del Paese. Lo si sente dire da Teheran, dove il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del Parlamento ha elogiato uno Yemen che «resiste da solo contro l’egemonia imperiale». Lo si sente dire, in termini più sommessi, anche da osservatori che non nutrono alcuna simpatia per l’Iran, ma che ne constatano la tenacia.

La durata è un dato di fatto. L’obiezione non regge, e occorre spiegare con precisione il perché.

Innanzitutto perché un potere viene giudicato in base alle sue azioni, e le azioni sono documentate. Il Programma alimentare mondiale — l’agenzia delle Nazioni Unite che sfama le popolazioni in guerra — ha interrotto le sue operazioni nelle zone controllate da Ansarullah nel marzo 2026, dopo mesi di perquisizioni negli uffici dell’ONU e di detenzioni arbitrarie del personale.  Le Nazioni Unite contano decine di agenti tuttora detenuti, e le restrizioni riguardano le zone in cui si concentra circa il settanta per cento dei bisogni umanitari del Paese. Allo stesso tempo, oltre diciotto milioni di yemeniti — la metà della popolazione — si trovano in una situazione di insicurezza alimentare acuta, e più di due milioni di bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione acuta. Un movimento che allontana i convogli di generi alimentari dal territorio che amministra non conquista un Paese: lo tiene sotto controllo. Non è la stessa cosa, e la differenza si misura in termini di bambini.

In secondo luogo, perché la sovranità a cui ci si appelliamo è in questo caso un termine dal doppio significato. Un potere che chiude uno stretto da cui dipende il commercio di tre continenti non afferma la propria sovranità: prende in ostaggio quella degli altri, il che è esattamente la critica che rivolge ai propri nemici. Lo stesso presidente iraniano, dieci giorni fa, avvertiva che la multipolarità ha senso solo se non sostituisce un centro di egemonia con un altro. L’affermazione era corretta. E non si applica solo a Washington.

Infine, perché la vittoria di settembre non è, dal punto di vista militare, ciò che si dice. Moka non è caduta: è stata abbandonata. Si può controllare uno stretto senza aver vinto una battaglia. È proprio questa la definizione di ciò che è appena accaduto.

Che l’altra parte ne esca indenne in questo quadro, non se ne parla proprio. L’aviazione saudita bombarda Mareb, al-Jawf e Taëz; Ansarullah le attribuisce la distruzione di una prigione e la morte di diciassette uomini; il bilancio delle agenzie umanitarie solo per le ultime due settimane si attesta a centonovantaquattro morti e ottocentottanta feriti, con oltre ventimila persone costrette a fuggire lungo le strade intorno a Taëz e Hodeïda. In questa vicenda non c’è nessuna parte innocente. C’è un Paese conteso da dodici anni, i cui abitanti pagano a caro prezzo ogni fase del conflitto.

IV. Ciò che ci riguarda

Rimane la questione che ci riguarda e che raramente viene posta nell’ordine giusto.

Due stretti controllano oggi l’approvvigionamento energetico dell’Europa. Quello di Ormuz è chiuso dall’Iran da febbraio. Quello di Bab el-Mandeb è nelle mani di un movimento che l’Iran arma e appoggia. Attraverso il Mar Rosso risalgono il greggio del Golfo verso il Mediterraneo e i container dall’Asia verso i nostri porti. Il Paese che paga il prezzo più alto per la chiusura di queste due vie di accesso non è né l’Iran, né l’Arabia Saudita, né gli Stati Uniti, che producono il proprio petrolio. È l’Europa.

E l’Europa cosa fa? Si limita a commentare. Il portavoce del Foreign Office ha dichiarato che gli Houthi sono «gli unici responsabili di questa crisi» e li ha esortati a cessare immediatamente le ostilità. Probabilmente è vero, ma è del tutto inutile. La Francia non ha detto nulla, per quanto ne so, e non è detto che avesse qualcosa da dire.

Nel frattempo, si stanno organizzando senza di noi. L’accordo di La Mecca, concluso ad agosto tra Riyadh, Ankara e Islamabad, stabilisce che un attacco contro uno di essi è un attacco contro tutti — la clausola dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, trasposta nel mondo musulmano. Il 9 settembre, il ministro della Difesa pakistano ne ha precisato la portata: «Se dovesse verificarsi un’aggressione non provocata, o se la situazione nello Yemen dovesse estendersi all’Arabia Saudita, l’accordo della Mecca entrerà in vigore. » Bisogna valutare bene questa affermazione: una potenza nucleare dell’Asia meridionale ha appena indicato che potrebbe intervenire in una guerra civile nella penisola arabica. I tre firmatari schierano complessivamente quasi un milione e quattrocentomila uomini sotto le armi. L’Oman, dal canto suo, riunisce gli Stati del Golfo per discutere della riapertura dello Stretto di Ormuz.

A Parigi nessuno ha chiesto il suo parere. A Bruxelles nessuno ha chiesto il suo parere. In questa vicenda, siamo gli utenti di una strada la cui sicurezza viene negoziata tra Riyadh, Ankara, Islamabad, Muscat e Teheran.

C’è qui una lezione che ci rifiutiamo di imparare da trent’anni. Ci siamo abituati a considerare le rotte commerciali come un dato di fatto naturale, alla stregua dei venti e delle maree: ci sono, le navi passano, i prezzi si formano. Ma non è affatto così. Una rotta marittima è un fatto politico, garantito da qualcuno, e quel qualcuno lo fa perché ne ha interesse e perché ne ha i mezzi. Abbiamo creduto che la garanzia fosse acquisita. In realtà era stata solo delegata. Oggi sta passando di mano, e noi non abbiamo né i mezzi per riprenderla, né le alleanze per esercitare pressione su chi se ne sta appropriando, né tantomeno — e questa è la cosa più grave — l’abitudine intellettuale di porre la questione in questi termini.

Un Paese che era presente a Suez, che detiene ancora Gibuti all’altra estremità dello stesso stretto, che arma fregate e dispone della prima marina d’alto mare dell’Unione avrebbe avuto qualcosa da dire sulla sicurezza di Bab el-Mandeb. Ha scelto di tacere, non avendo riflettuto su ciò che voleva fare in quella zona. Il silenzio, in queste materie, non è prudenza: è il nome che assume l’assenza di politica quando dura abbastanza a lungo da sembrare una scelta.

Il verdetto è semplice. Ansarullah non ha vinto una guerra; ha raccolto ciò che un fronte diviso aveva lasciato cadere, e lo ha raccolto proprio nel momento in cui valeva di più. Riyadh e Abu Dhabi hanno perso, a causa delle loro divisioni, ciò che non erano riusciti a conquistare con le armi, e lo stanno pagando a caro prezzo. Quanto a noi, non abbiamo perso nulla a Moka, poiché ormai da tempo non avevamo più nulla lì. È l’unica cosa che possiamo dire a nostra discolpa, e non è di alcuna consolazione.

La Russia sta vincendo o sta perdendo lentamente?

Guerra di logoramento: scelta o subita? Piuttosto che gli istituti occidentali, tre documenti russi e le dogane cinesi. Ciò che dimostrano e ciò che non dimostrano

Pubblicato il 10 settembre 2026·15 minuti di lettura


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Di Thibault de Varenne

Da quattro anni, due narrazioni si scontrano senza che nessuna delle due ceda. Per alcuni, la Russia sta impantanandosi. Per altri, procede al proprio ritmo, logora l’avversario e aspetta il momento giusto. Entrambe le parti hanno annunciato la propria vittoria, sbagliando con la stessa regolarità. Propongo di lasciarle da parte e di andare a leggere ciò che lo Stato russo scrive di sé stesso.

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Esiste una tesi, sostenuta da persone serie, che occorre innanzitutto esporre nella sua versione più estrema, poiché è così che la si conosce meglio.

Lei afferma quanto segue. La Russia non ha mai cercato quella rapida conquista che le viene attribuita. Sta conducendo una guerra di logoramento metodica, il cui obiettivo dichiarato fin dal primo giorno era la smilitarizzazione del proprio avversario — e tale obiettivo lo sta raggiungendo. Non ha decretato la mobilitazione generale: combatte con soldati a contratto, il che sarebbe assurdo se ne andasse della sua sopravvivenza. La sua economia avrebbe dovuto crollare sotto il peso delle sanzioni; lo si annunciava per l’autunno, ogni autunno, e invece ha registrato una crescita di quasi il quattro per cento nel 2024. I suoi avversari, dal canto loro, hanno svuotato i propri arsenali — l’Istituto internazionale di studi strategici parla di escalation e non di stallo. E questo mese, due emissari americani si sono recati a Mosca e poi a Kiev, il presidente degli Stati Uniti ha telefonato al Cremlino e sono stati annunciati dei negoziati — senza che nessun europeo fosse al tavolo delle trattative. Chi negozia bilateralmente con Washington quattro anni dopo essere stato condannato all’isolamento non sembra affatto un sconfitto.

Tutto ciò è esatto. Non ne tolgo nulla.

Ecco ora tre fatti che, anch’essi, sono esatti e che non si conciliano facilmente con il quadro precedente.

Lo scorso 28 giugno, davanti al congresso del suo partito, il presidente russo ha riconosciuto pubblicamente una carenza di carburante sul proprio territorio — «stiamo attraversando un periodo difficile», ha affermato, pur giudicandola non critica e ricordando che era già in vigore un divieto temporaneo di esportazione di benzina e carburante per aerei. Il 2 luglio, il suo primo ministro ha firmato un decreto che autorizza le raffinerie a produrre benzina Euro-3 anziché Euro-5 fino alla fine dell’anno — con un contenuto di zolfo quindici volte superiore — e il divieto di esportare tale carburante. E il 25 febbraio, un ambasciatore del Ministero degli Affari Esteri russo ha dichiarato che gli obiettivi dell’operazione speciale non erano stati raggiunti e che «i territori costituzionali della Russia non sono stati liberati».

Nessuna informazione occidentale in questi tre documenti. Un discorso presidenziale, un decreto governativo, un comunicato diplomatico. Tutti russi, tutti di dominio pubblico.

Allora possiamo porci le domande con sincerità. Una potenza che ha scelto di procedere con lentezza ha bisogno di legalizzare un carburante di qualità inferiore per continuare ad averne? Uno Stato che raggiunge i propri obiettivi invia la propria diplomazia a spiegare che non li sta raggiungendo? E se la lentezza non fosse né una scelta né un fallimento, ma la conseguenza di qualcosa di cui non si parla mai — né a Mosca, né a Bruxelles, né nei nostri dibattiti?

I documenti sono di dominio pubblico. Lo stesso vale per i registri del commercio e per le statistiche doganali cinesi. Ciò che vi si trova non assomiglia né alla storia di una situazione di stallo, né a quella della pazienza strategica.

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Primo documento: la Costituzione russa

Cominciamo dal punto di riferimento, e prendiamo quello che la Russia si è data da sé. Nell’autunno del 2022, la Federazione Russa ha sancito nella propria Costituzione l’annessione di quattro regioni ucraine: Donetsk, Luhansk, Zaporizhzhia, Kherson. Non si tratta di una rivendicazione retorica, ma di un atto costituzionale — e da allora il Cremlino ha escluso qualsiasi passo indietro nel corso di un negoziato.

Quattro anni dopo, non ne detiene il controllo totale: né Kherson né Zaporizhzhia, le due capitali regionali, sono sotto il suo controllo. Ed è proprio il suo Ministero degli Affari Esteri ad ammetterlo, lo scorso febbraio, nei termini citati in precedenza.

Questo documento non chiarisce le intenzioni: si può sempre sostenere che l’inserimento nella Costituzione fosse uno strumento di negoziazione. Stabilisce invece un fatto che nessuna delle due versioni può aggirare: l’obiettivo che Mosca ha definito, messo per iscritto e promulgato non è stato raggiunto, e Mosca lo ammette. Qualsiasi discussione sulla vittoria parte da qui, oppure non parte affatto.

Secondo documento: il decreto del 2 luglio

Un Paese può scegliere di procedere lentamente. Non sceglie però di abbassare gli standard del carburante che vende ai propri cittadini. Lo standard Euro 5 ammette dieci milligrammi di zolfo per chilogrammo; l’Euro 3 ne ammette centocinquanta. Questa decisione non viene presa per strategia: viene presa quando mancano le capacità di raffinazione e bisogna comunque rifornire le stazioni di servizio. La cronologia della crisi è di dominio pubblico, e un’agenzia turca — che nessuno sospetterà di atlantismo — la riporta negli stessi termini.

Mi si obietterà che si tratta di una misura congiunturale, adottata a seguito dei bombardamenti, e che ogni guerra danneggia le infrastrutture. È vero. Ma allora il quadro di una potenza che logora l’avversario senza subire danni deve essere corretto di conseguenza: il retroterra russo non è più un rifugio sicuro, e non lo è più da abbastanza tempo da giustificare l’adozione di una legge in materia.

Terzo documento: una legge sul reclutamento

Per quanto riguarda le vittime, non citerò alcuna cifra. Le stime variano da una a tre volte a seconda dell’ente che le pubblica, ognuno dei quali ha una propria posizione; basarsi su di esse significa fornire al proprio interlocutore l’unica risposta di cui ha bisogno.

Ma ci sono gli stipendi, e gli stipendi sono pubblici. Lo scorso 1° maggio, una legge russa ha cancellato i debiti dei neoassunti a contratto, fino a dieci milioni di rubli. A ciò si aggiungono i bonus di firma che rappresentano diverse volte uno stipendio medio annuo. Nessuno Stato concede una cosa del genere per un posto di lavoro per cui c’è grande concorrenza. Una tabella retributiva non ha opinioni politiche: indica quanto costa una firma, quindi quanto vale, e quindi ciò che si sa di ciò che l’aspetta.

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Ciò a cui si riferiscono i tre documenti, e di cui nessuno parla

Resta da capire perché una potenza di queste dimensioni, con un’economia dieci volte superiore a quella del proprio avversario e una popolazione tre volte più numerosa, non sia riuscita in quattro anni a raggiungere un obiettivo che aveva sancito nella propria Costituzione.

La risposta non sta né nel coraggio degli uni né nell’astuzia degli altri. Sta nel modo in cui i due paesi producono armi.

Da un lato, un apparato verticale, concentrato, sostenuto dallo Stato e da alcuni grandi gruppi. Eccelle in termini di dimensioni: il complesso industriale del Tatarstan, che produce mezzi d’attacco a lungo raggio si è esteso di oltre trecento ettari in un anno, e ora produrrebbe  diverse migliaia di velivoli al mese — questa stima proviene dai servizi segreti militari ucraini, parte in causa nel conflitto, e la riporto con questa riserva; l’espansione del sito, invece, è visibile via satellite. Si tratta di un successo industriale. È anche un unico prodotto, un unico sito, un’unica catena decisionale.

D’altra parte, qualcosa che nessuno aveva previsto. L’Ucraina contava sette produttori di droni prima del 2022; ora ne conta circa cinquecento. La piattaforma pubblica che cataloga questo ecosistema riunisce un migliaio e mezzo di aziende e diverse migliaia di prodotti. Soprattutto, le unità al fronte ordinano autonomamente il proprio materiale, spendendo i punti guadagnati in combattimento, scegliendo tra centinaia di modelli concorrenti. Il soldato che ritiene che un apparecchio voli male smette di ordinarlo; il produttore lo viene a sapere entro quindici giorni; chi non lo viene a sapere scompare.

Ecco ciò che nessun bilancio può sostituire. Il sapere che determina l’esito di questa guerra — quale frequenza viene disturbata questa settimana, quale angolo di trasmissione funziona ancora, quale batteria resiste al freddo intenso — non è detenuto da nessun stato maggiore. È sparso tra migliaia di uomini sul campo e diventa obsoleto nel giro di poche settimane. Un’amministrazione centrale non può né raccoglierlo né utilizzarlo in tempo. Un mercato, invece, sì.

Aggiungete ciò che emerge dalla collusione, e che gli stessi tribunali russi hanno accertato: un ex viceministro della Difesa condannato a tredici anni nel 2025 per appropriazioni indebite che ammontano a miliardi di rubli, un altro a  diciannove anni lo scorso aprile, almeno nove alti funzionari del ministero perseguiti in pochi mesi. Non si tratta di accuse occidentali: sono sentenze russe. Quando un sistema deve ripulire il proprio apparato di approvvigionamento nel bel mezzo di una guerra, ciò indica dove veniva destinata una parte delle risorse.

Le obiezioni, con tutta la loro forza

Tre, e non li escludo.

L’ecosistema ucraino non è irreprensibile: l’ufficio anticorruzione di Kiev ha documentato casi di appropriazione indebita relativi all’acquisto di droni e ha provocato le dimissioni di un ministro. Un sistema vivo è anche un sistema in cui si ruba.

È finanziato dall’estero: un mercato sovvenzionato dall’estero non è proprio un mercato, e non si potrà sapere quanto valga finché non dovrà reggersi sulle proprie entrate. È l’obiezione più forte contro quanto sostengo, e non ho una risposta.

Finalmente la Russia sta imparando. In tre anni ha sviluppato una capacità che prima non possedeva, ha cambiato modello, ha aumentato i ritmi di produzione; un centro di ricerca turco descrive un conflitto giunto a un bivio, non un crollo. Affermare che il colosso rimanga immobile sarebbe una cecità opposta a quella che descrivo.

Nel frattempo

Le autorità doganali cinesi pubblicano i propri dati, che valgono più di molte analisi. Nei primi due mesi del 2026, le forniture russe di greggio alla Cina sono aumentate di oltre il quaranta per cento in volume e di meno del sei per cento in valore. Tutta la differenza sta nello sconto. Uno studio basato su questi stessi dati stima che gli sconti concessi alle raffinerie cinesi solo nel 2025 ammontino a oltre due miliardi di dollari. Lo yuan e il rublo regolano ormai la quasi totalità degli scambi tra i due paesi.

Non è Washington a dirlo. Sono le autorità doganali di Pechino.

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Conclusione

Ho dimostrato che la Russia sta impantanandosi? No, e non lo sostengo. La tesi della guerra lenta e metodica non è confutata da quanto esposto sopra: non si dimostra un’intenzione con dei documenti, e sarà sempre possibile sostenere che Mosca abbia scelto questo ritmo. Non dispongo di alcuna prova che lo escluda.

Ciò che è stato stabilito è più modesto e più solido. La Russia non ha messo in pratica ciò che ha sancito nella propria Costituzione, e lo ammette il suo Ministero degli Affari Esteri. Ha dovuto abbassare gli standard dei propri carburanti. Si compra la fedeltà dei propri soldati cancellando i loro debiti. Vende il proprio petrolio a prezzo scontato a un cliente che ha capito che non ne ha altro. Questi quattro fatti non dimostrano alcuna intenzione; descrivono semplicemente una situazione.

Ognuno giudicherà se una strategia che porta a questa situazione meriti il nome di strategia. Ma si noti bene questo, che vale a prescindere dalla posizione che si sostenga: coloro che si aspettavano che questa potenza venisse a rimettere in sesto l’Occidente le chiedevano di essere, da noi, ciò che Washington è stata per altri. Non ci si libera da una condizione di vassallaggio cambiando sovrano. E un popolo che spera nella propria liberazione da un capo straniero ha già risposto, senza volerlo, alla domanda se sia ancora in grado di conquistarsela da solo.

L’Iran annuncia l’inasprimento del blocco navale, mentre la flotta statunitense è nuovamente costretta alla fuga nel più grande attacco degli ultimi mesi, di Simplicius

L’Iran annuncia l’inasprimento del blocco navale, mentre la flotta statunitense è nuovamente costretta alla fuga nel più grande attacco degli ultimi mesi.

Simplicius 9 settembre
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Ieri sera l’Iran ha lanciato un altro massiccio attacco contro obiettivi statunitensi nella regione, il più grande attacco di questo tipo dall’inizio dell’anno. L’obiettivo era la base aerea di Muwaffaq Salti in Giordania, nonché basi navali statunitensi nella regione. Come si può vedere nel video qui sotto, gli Stati Uniti hanno impiegato un’enorme quantità di missili Patriot, secondo alcune stime oltre 100, che rappresenterebbero una parte consistente delle scorte rimanenti di questi missili.

I colpi diretti alla base aggirano le difese dei Patriots:

Come si può vedere, molti missili balistici iraniani hanno superato lo scudo antimissile e colpito i loro obiettivi. Sono circolate diverse notizie di decine di soldati statunitensi feriti, che il CENTCOM ha categoricamente smentito.

La lettera di Hormuz@HormuzLetter ULTIM’ORA: Un gran numero di soldati statunitensi feriti vengono trasportati in aereo alla base aerea di Ramstein, in Germania, alcuni in condizioni critiche, a seguito degli attacchi missilistici balistici iraniani di questa notte contro le basi aeree di Muwaffaq Salti e Prince Hassan in Giordania, secondo una fonte giordana ad Al… 02:00 · 9 settembre 2026 · 485.000 visualizzazioni286 risposte · 2.260 condivisioni · 9.450 Mi piace

Tuttavia, alcuni video mostravano elicotteri statunitensi danneggiati che venivano trainati via dalla base giordana su dei rimorchi dopo l’attacco.

Mappatura AMK @AMK_Mapping_ Finora gli Stati Uniti hanno lanciato in Giordania quasi 100 intercettori Patriot PAC-2/3. L’Iran ha lanciato circa 30 missili balistici. Si tratta del più grande attacco iraniano degli ultimi mesi e gli Stati Uniti stanno esaurendo completamente le loro rimanenti scorte di intercettori. AMK Mapping  @AMK_Mapping_Almeno 12 missili balistici sono stati lanciati contro la Giordania. Si segnala attività di difesa aerea. Alcuni missili sono diretti verso la base aerea di Muwaffaq Salti.22:07 · 8 settembre 2026 · 480.000 visualizzazioni102 risposte · 496 condivisioni · 3.250 Mi piace

L’Iran ha affermato di aver colpito una portaerei statunitense, ma in passato tali affermazioni si sono rivelate false.

Un interessante sviluppo emerso dagli ultimi due attacchi è che, secondo quanto riportato, l’Iran avrebbe utilizzato per la prima volta un missile balistico antinave contro navi da guerra statunitensi. Lo ha riferito il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniano, il generale Mohsen Rezai:

Alcune fonti indicano che il missile “misterioso” a cui fa riferimento sia il Qassem Bassir , presentato nel 2025. Si dice che abbia una gittata di 1.200 km, ben superiore ai circa 300 km dei missili iraniani tradizionali, come abbiamo analizzato approfonditamente in precedenza qui:

L’Iran rappresenta una vera minaccia per le compagnie aeree statunitensi? Finalmente una risposta definitiva al dibattito.
Simplicio·10 marzo
L'Iran rappresenta una vera minaccia per le compagnie aeree statunitensi? Finalmente una risposta definitiva al dibattito.
Nella puntata precedente avevamo accennato a uno degli argomenti più dibattuti, ovvero l’opzione estrema di un attacco da parte dell’Iran contro una portaerei americana, e alla sua effettiva capacità di attuarla. Per approfondire l’argomento, ho deciso di dedicare un articolo dettagliato alle questioni più complesse legate a un’operazione di questo tipo e ai motivi per cui l’Iran potrebbe non essere così in grado di realizzarla come molti credono.
Leggi la storia completa

Ora, i notiziari iraniani riferiscono che le portaerei e le navi da guerra statunitensi si sono immediatamente allontanate di 500 km dopo l’ultimo attacco iraniano:

https://wanaen.com/irgc-spokesman-iranian-forces-struck-us-aircraft-carrier-at-500-kilometer-range/

WANA (9 settembre) – In dichiarazioni rilasciate ai giornalisti a margine di un incontro, il portavoce delle forze armate del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha affermato che tutte le navi statunitensi si sono ritirate di almeno 400 chilometri dalle acque costiere iraniane in seguito agli attacchi avanzati dell’Iran.

Ha osservato che prima dell’operazione “Ramadan”, nel Golfo Persico erano presenti circa 30-40 navi da guerra statunitensi, ma ha affermato che oggi non ne rimane nemmeno una nella regione. Ha aggiunto che tutte le navi statunitensi si sono allontanate di almeno 400 chilometri dalla costa iraniana.

L’ultimo attacco di questo tipo, avvenuto il 5 settembre, è stato confermato dal CENTCOM e ha costretto una portaerei statunitense a manovre evasive, il che avvalora le affermazioni dell’Iran secondo cui le navi statunitensi avevano quantomeno un motivo per fuggire.

https://www.centcom.mil/MEDIA/PUBLIC-RELEASES/Article/4591744/centcom-destroys-3-irgc-oil-tankers-after-iran-targets-2-us-navy-warships/

Leggi l’ultima parte dell’articolo di notizie iraniano:

Il portavoce ha attribuito questa ritirata al dispiegamento da parte dell’Iran di nuove armi e missili avanzati, affermando che le forze iraniane mantengono la capacità di colpire obiettivi a distanze superiori a 400 chilometri. Ha inoltre dichiarato che le forze iraniane avevano recentemente preso di mira una portaerei statunitense situata a 500 chilometri di distanza , ribadendo che lo Stretto di Hormuz rimane un centro di forza militare iraniana per scoraggiare qualsiasi aggressione straniera.

Queste azioni rientravano in una nuova iniziativa lanciata dall’Iran per controllare una zona più ampia al di fuori dello stretto di Hormuz, come avveniva in precedenza.

https://www.washingtonpost.com/business/2026/09/06/iran-us-war-strait-hormuz-ship-attack/9d856a64-a9c1-11f1-9e38-f705d048bd5a_story.html

Il segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale (SNSC), il generale Mohsen Rezaei, ha annunciato che nei prossimi giorni verrà istituita una nuova zona a traffico limitato al di fuori dello Stretto di Hormuz , avvertendo che qualsiasi imbarcazione che entri nell’area senza coordinamento con Teheran verrà inserita nella lista delle sanzioni iraniane.

Si noti quanto segue: il nuovo blocco non inizierà solo in prossimità dello Stretto stesso, ma dalla linea di blocco della Marina statunitense, che si trova ben al di fuori del Golfo dell’Oman:

In un’intervista televisiva andata in onda domenica sera, Rezaei ha dichiarato che la zona “inizierà dalla linea di blocco della Marina statunitense e si estenderà in alcune parti del Golfo Persico”, coprendo il tratto verso i porti di carico. Le navi che si dirigono verso lo stretto da entrambi i lati ed entrano nell’area designata, ha aggiunto, saranno soggette a sanzioni con conseguenze per l’assicurazione e per il transito futuro.

L’Iran ha limitato il transito attraverso lo Stretto di Hormuz sin dai primi giorni della guerra tra Stati Uniti e Israele, iniziata alla fine di febbraio e conclusasi con un cessate il fuoco all’inizio di aprile in seguito alle operazioni militari di rappresaglia della Repubblica islamica, che si sono rivelate efficaci.

Ricordiamo che la linea rossa sottostante delimita la linea di blocco statunitense, mentre quella blu indica principalmente le aree in cui si concentrava il blocco iraniano:

Ora l’Iran intende intensificare il proprio blocco navale fino a raggiungere e superare la linea di blocco statunitense.

L’aspetto più interessante riguarda il perché di questo fenomeno, e ciò si ricollega alla domanda che abbiamo posto nel precedente articolo a pagamento .

Come discusso in quell’articolo, una teoria prevalente è che il blocco statunitense stia iniziando a imporre costi economici concreti all’Iran, che ha dovuto affrontare una grave inflazione e altri problemi, costringendolo ad agire con maggiore rapidità e assertività per estromettere gli Stati Uniti dalla regione e porre fine al blocco.

Potrebbe benissimo essere vero, ma ciò non implica comunque che l’Iran stia “perdendo la guerra”, bensì che abbia calcolato il rapporto costi-rischi del mantenimento dello status quo rispetto a un’escalation strategica, giungendo probabilmente alla conclusione di avere ora a disposizione un numero sufficiente di carte per cui l’escalation sarebbe meno rischiosa rispetto al mantenimento dello status quo, economicamente dannoso.

D’altro canto, una forte controargomentazione è che l’Iran è in realtà emerso molto più fiducioso dopo aver dominato gli Stati Uniti nella guerra, e le Guardie Rivoluzionarie hanno semplicemente visto crescere la loro fiducia nelle possibilità di successo negli scontri con gli Stati Uniti, soprattutto alla luce dei noti problemi di approvvigionamento dei caccia intercettori, tra i molti altri segnali negativi per le forze regionali statunitensi:

https://www.nytimes.com/2026/09/04/us/politics/iran-war-intelligence-reports.html

L’articolo del NYT citato sopra riporta:

Secondo quanto riportato dall’intelligence statunitense nelle ultime settimane, l’Iran ha acquisito maggiore fiducia nella propria capacità di attaccare obiettivi in ​​Medio Oriente e sembra determinato a prolungare il conflitto per mesi al fine di frustrare gli Stati Uniti.

Secondo quanto riferito da funzionari informati sui servizi segreti, l’Iran è uscito da mesi di guerra intermittente con una comprensione molto migliore dei propri punti di forza militari ed è più sicuro delle proprie capacità.

Proseguono scrivendo che ora è meno probabile che mai che l’Iran raggiunga un accordo, dato che la fiducia degli iraniani è stata rafforzata da una serie di vittorie, al punto che gli Stati Uniti appaiono più deboli che mai, e qualsiasi accordo con loro rappresenterebbe essenzialmente un compromesso inutile da parte dell’Iran.

“Gli iraniani sono piuttosto fiduciosi della loro posizione”, ha affermato il deputato Jason Crow, democratico del Colorado e membro della Commissione Intelligence. “Hanno subito danni considerevoli, ma questo è sempre stato previsto dal loro sistema. Sanno di potersi permettere dei danni e stanno giocando una partita a lungo termine”.

E perché si sentono così ottimisti?

Il signor Crow si è rifiutato di commentare valutazioni classificate, ma ha affermato che gli iraniani ritengono di trovarsi in una posizione di forza per diverse ragioni. In primo luogo, ha spiegato, la leadership iraniana, un tempo frammentata, è ora più unita e l’opposizione interna è stata messa a tacere. L’Iran, inoltre, continua a possedere un arsenale di missili e droni.

La leadership iraniana sembra inoltre avere una comprensione più precisa di come esercitare il controllo sullo Stretto di Hormuz, che prima della guerra trasportava un quinto del petrolio mondiale.

Nella frase conclusiva dell’articolo, “governo iraniano” potrebbe essere sostanzialmente sostituito con “governo statunitense”:

Il dibattito su chi stia subendo maggiori danni economici complessivi e a lungo termine è stato alimentato dalla notizia odierna che il petrolio Brent è nuovamente balzato oltre i 100 dollari al barile per la prima volta da luglio:

Molti esperti prevedono ora una catastrofe imminente per il diesel, visto che mercoledì i prezzi del gasolio avrebbero raggiunto i 5,94 dollari .

Patrick De Haan@GasBuddyGuyULTIM’ORA: sta per essere scritta una pagina di storia del diesel. 6 dollari al gallone a livello nazionale: un prezzo mai visto prima, a pochi giorni di distanza, ormai inevitabile.17:02 · 9 settembre 2026 · 405.000 visualizzazioni194 risposte · 1.070 condivisioni · 6.120 Mi piace

Come ha reagito Trump a tutti gli ultimi avvenimenti, compresi i feroci attacchi iraniani contro basi e infrastrutture statunitensi? Vedi sotto:

Link ufficiale

L’ex comandante del CENTCOM statunitense ed ex direttore della CIA, David Petraeus, ha ammesso con nonchalance che le basi statunitensi nella parte orientale del Golfo “non sono più economicamente sostenibili”:

Nel frattempo, il Financial Times riporta che le “più grandi nazioni marittime del mondo” hanno avvertito che l’intero trasporto marittimo globale sta iniziando a collassare a causa dell’illegalità derivante dal crollo del cosiddetto ordine basato sulle regole (Ruse Based Ordure):

https://www.ft.com/content/c6517e52-b855-487c-8408-7071936cf3b0​​

Le regole che disciplinano il trasporto marittimo globale si stanno sgretolando, hanno avvertito le maggiori nazioni marittime del mondo, sconvolte dalle guerre e da una flotta ombra in crescita che opera al di fuori della supervisione occidentale.

Per decenni, il settore del trasporto marittimo è stato tutelato da leggi che garantiscono la libera navigazione e la neutralità delle navi commerciali, ma il crollo di questi principi sta ponendo un grave rischio per il commercio globale, secondo un gruppo di 18 potenze marittime mondiali.

È interessante come cerchino di manipolare la situazione, quando in realtà il grande consorzio sembra scaricare la colpa sugli Stati Uniti e i loro alleati:

Questa dichiarazione rappresenta il primo intervento pubblico del CSG dalla sua fondazione, avvenuta oltre 60 anni fa. I membri del gruppo includono Grecia, Singapore, Danimarca, Giappone, Canada, Regno Unito, Paesi Bassi e Corea del Sud.

“Le rotte marittime sono sempre più strumenti di leva e di rischio”, ha avvertito il CSG, aggiungendo che i recenti eventi dimostrano quanto possa essere “fragile” il sistema del commercio marittimo.

Chi sta trasformando i mari in strumenti di pressione ? Gli aggressori occidentali che hanno strumentalizzato le assicurazioni Lloyd’s per ostracizzare qualsiasi nazione che non si conformi all’imperialismo imposto? Quale fazione abborda e sequestra illegalmente e in modo aggressivo le navi, come si è visto accadere settimanalmente ai danni delle navi russe negli ultimi tempi?

Ogni volta che le regole vengono abusate e violate dall’Occidente a proprio vantaggio, la cosa viene semplicemente considerata “parte del gioco”. Ma quando altre nazioni iniziano a livellare il campo di gioco, seguendo lo stesso insieme di “regole non scritte” concesse solo alle nazioni occidentali privilegiate, improvvisamente i consorzi più grandi, antichi e stimati del mondo devono gridare allo scandalo: “Ma le leggi del giardino e della giungla non sono intercambiabili!”.

L’articolo si conclude affermando che la rivolta scaturita dalla criminale ipocrisia dell’Occidente ha portato la “flotta ombra” mondiale, appartenente principalmente a Russia e Iran, a raggiungere un quinto delle dimensioni dell’intera flotta globale di petroliere:

Allo stesso tempo, le sanzioni imposte da Stati Uniti, Unione Europea e Regno Unito a Russia e Iran hanno causato la rapida crescita di una flotta sommersa di petroliere che , secondo TankerTrackers.com, conta ora più di 1.500 navi , quasi un quinto della flotta mondiale di petroliere . Quasi tutte queste navi sono sprovviste di polizze assicurative tradizionali.

L’Occidente dovrebbe guardarsi dal provocare ulteriormente il mondo intero. Di questo passo, l’ombra potrebbe presto diventare più grande di ciò che la proietta, e a quel punto l’Occidente stesso potrebbe ridursi a una sorta di impero ombra, che si dibatte inutilmente contro l’alba orientale incombente.


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Le speculazioni su una nuova campagna di terra in Iran si intensificano mentre gli Stati Uniti si preparano a “isolare” la zona costiera _ di Simplicius

Le speculazioni su una nuova campagna di terra in Iran si intensificano mentre gli Stati Uniti si preparano a “isolare” la zona costiera.

Simplicio18 luglio
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Trump continua a condurre la sua “guerra infinita” neoconservatrice contro l’Iran, senza un piano preciso né una fine in vista. Ora, le ultime notizie indicano la sua intenzione di intensificare gli attacchi contro le infrastrutture civili iraniane, come le centrali elettriche e altro ancora, nelle prossime settimane.

Le notizie più preoccupanti sostengono che Trump continui a pianificare una qualche forma di attacco di terra. La precisazione è che probabilmente si tratterebbe di un attacco alle isole, e non con truppe statunitensi, o almeno, non con truppe statunitensi a guidare l’offensiva.

Lo stesso Trump lo ha lasciato intendere, suggerendo che altre nazioni del Golfo dovrebbero fornire le truppe di terra. Ascolta il minuto 0:25 qui sotto:

“Abbiamo altre persone che potrebbero condurre una campagna sul territorio per noi.”

Infatti, nel video dell’intervista qui sopra, Trump rivela diverse cose piuttosto significative .

Innanzitutto, notate cosa dice riguardo al non colpire i terminal petroliferi sull’isola di Kharg. Afferma che rappresentano una fetta importante dell’economia mondiale, il che dimostra ciò che sosteniamo ormai da mesi: Trump è in un certo senso intrappolato perché, nonostante tutte le sue spacconate, distruggere le infrastrutture petrolifere iraniane gli danneggerebbe gravemente, mandando in rovina la sua economia e quella mondiale.

Ma l’informazione strategicamente più rivelatrice è stata la sua affermazione: “Se li indebolissimo a sufficienza e li indebolissimo a sufficienza, io [conquisterei l’isola di Kharg]”.

Qui ammette chiaramente due cose:

  1. Attualmente gli Stati Uniti non hanno la capacità di conquistare l’isola di Kharg perché è troppo pericolosa . Le capacità iraniane sono ancora presenti e causerebbero gravi danni e perdite tra le truppe statunitensi.
  2. Il piano di Trump sembra essere quello di bombardare a lungo la regione costiera al fine di indebolire le capacità offensive dell’Iran, costringendolo a ritirarsi “abbastanza in profondità” da consentire un corridoio sicuro per lo sbarco delle truppe sull’isola di Kharg.

Il sacro Graal “ideale” di Trump è ovviamente quello di impadronirsi degli impianti petroliferi iraniani sull’isola di Kharg e quindi impossessarsi del petrolio, il che rappresenterebbe un vero colpo di grazia per Trump. Ma la probabilità che ciò abbia successo è molto bassa.

Il Wall Street Journal conferma che tali piani continuano ad alimentare le menti illuse dei leader statunitensi:

https://www.wsj.com/world/middle-east/trump-leans-toward-expanding-us-military-operations-in-iran-6c230462

Tratto dall’articolo del Wall Street Journal citato sopra:

Il tentativo di conquistare l’isola di Kharg, il principale centro di esportazione petrolifera iraniano, danneggerebbe l’industria petrolifera del Paese, ma metterebbe anche le forze americane direttamente in pericolo. Secondo funzionari e analisti statunitensi, le truppe sarebbero facili bersagli per i missili e i droni iraniani.

Il generale dei Marines in pensione Frank McKenzie ha affermato che gli Stati Uniti dovrebbero ancora prendere in considerazione un’operazione sull’isola di Kharg. “È qualcosa su cui dovremmo riflettere, perché il possesso di territorio iraniano sarebbe un fattore significativo nei futuri negoziati con l’Iran”, ha dichiarato domenica al programma “Face the Nation” della CBS News.

Un altro articolo del Wall Street Journal ipotizza uno scenario ancora più estremo. per conquistare tutto il territorio iraniano propriamente detto lungo la costa, e non solo le isole:

invasione terrestre

In casi estremi, Trump ha la possibilità di un’operazione di terra su larga scala e costosa per conquistare il territorio intorno al corso d’acqua, le cui coste rocciose presentano sfide uniche. Ciò richiederebbe migliaia di soldati in un’operazione che probabilmente durerebbe mesi.

L’Iran si sta preparando a una possibile invasione sin da prima della guerra. Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, una forza paramilitare che conta 190.000 uomini, oltre all’esercito regolare, è specializzato in combattimenti contro avversari meglio armati.

Un’operazione di terra sulla costa iraniana renderebbe le truppe statunitensi estremamente vulnerabili agli attacchi provenienti dalle retrovie del Paese, ha affermato David Des Roches, ex funzionario della difesa statunitense specializzato nel Golfo Persico.

E alcuni ritengono che gli Stati Uniti stiano ora preparando il terreno e “plasmando il campo di battaglia” proprio in vista di questa eventualità:

Come affermato in precedenza, ieri gli Stati Uniti hanno effettivamente colpito diversi ponti chiave che collegano la regione costiera di Bandar Abbas alle vicine regioni occidentali di Larestan e Shiraz:

Conferma da parte dell’agenzia di stampa iraniana Fars News:

Ricordiamo che il piano israeliano prevedeva l’invio di forze curde oltre il confine iracheno, in territorio iraniano, e che recentemente gli Stati Uniti hanno fomentato una sorta di colpo di stato anti-iraniano in Iraq, con l’ipotesi che ciò servisse a preparare il terreno per un attacco di terra contro l’Iran, indebolendo prima le milizie filo-iraniane presenti in Iraq.

Trump potrebbe ingenuamente sperare che altri Paesi del Golfo si facciano avanti e offrano tale supporto sul campo, cosa che è improbabile accada.

Trump riceve informazioni errate sull’Iran da fonti infiltrate dal Mossad. A titolo di esempio, basta guardare lo scambio di messaggi qui sotto, in cui Trump dimostra una totale mancanza di conoscenza – o addirittura di interesse – riguardo alla reale potenza militare degli iraniani:

Quindi: “Nessuno sa” quanti missili abbia l’Iran, nemmeno Trump o gli Stati Uniti. Ma non preoccupatevi, l’Iran “sarà sconfitto molto presto”, osserva con noncuranza il presuntuoso presidente degli Stati Uniti:

Quanto a Hormuz, il CENTCOM continua a fingere che sia completamente “aperto”, mentre persino le compagnie di navigazione neutrali si fanno beffe degli Stati Uniti:

Leggete lo scambio di battute riportato dal Wall Street Journal per farvi una bella risata:

https://www.wsj.com/world/middle-east/controlling-hormuz-would-take-more-us-troops-and-even-more-risk-fa77a35d

Trump, d’altro canto, sembra pensare che “il petrolio scorra come mai prima d’ora”, come si evince da un altro delirio:

Alcuni analisti ipotizzano ora che l’Iran stia “esagerando” con la questione di Hormuz, poiché i Paesi del Golfo si stanno progressivamente orientando verso la deviazione del petrolio attraverso oleodotti interni, al punto che, teoricamente, Hormuz non rappresenterebbe più una leva negoziale per l’Iran.

Il problema di questa tesi è che fraintende la dinamica centrale dell’intera guerra. Hormuz si è rivelato un comodo punto focale per l’amministrazione statunitense, in parte perché, dopo aver perso la guerra più ampia contro l’Iran, Trump ritiene che la liberazione di Hormuz possa essere utilizzata come una rapida via d’uscita e un piano di contenimento dei danni per salvare la faccia.

In realtà, Hormuz non ha nulla a che vedere con l’incapacità degli Stati Uniti di sconfiggere l’Iran, rovesciarne la leadership e trasformare il paese in uno stato cliente frammentato e al contempo in una repubblica delle banane.

Hormuz non c’entra nulla con l’incapacità degli Stati Uniti di difendere le proprie basi dagli attacchi iraniani, che hanno danneggiato o distrutto gran parte delle infrastrutture regionali più critiche per gli USA. Se si escludesse Hormuz dall’equazione, non cambierebbe il fatto che la campagna di bombardamenti indiscriminata degli Stati Uniti è incapace di paralizzare lo Stato iraniano fino al punto di non ritorno necessario.

In sintesi: l’Iran si è difeso con successo da un attacco su vasta scala da parte di Israele e Stati Uniti grazie alle proprie risorse militari innate, che hanno poco a che fare con Hormuz e non dipendono da esso.

Certo, lo stretto aggiunge una sorta di conto alla rovescia alla rovescia per gli Stati Uniti, man mano che le risorse economiche vitali si esauriscono e i prezzi del petrolio aumentano. Ma anche se questo venisse a mancare, rimarrebbero comunque altri “conto alla rovescia” importanti, non ultimo il calo delle scorte di armi statunitensi, il declino del capitale politico interno, ecc.

Questo senza nemmeno considerare il fatto che l’Iran può colpire i gasdotti e le infrastrutture appena proposti, il che di fatto vanifica l’intero progetto fin dall’inizio.

Le ultime immagini satellitari mostrano che i recenti attacchi iraniani hanno nuovamente raso al suolo ampie sezioni delle basi statunitensi e alleate.

Qui, nella base aerea Re Faisal in Giordania:

MenchOsint@MenchOsint Ci sono sicuramente delle vittime nella base aerea King Faisal. E no, le truppe non sono state evacuate prima, i nuovi alloggi sono stati costruiti in questa stessa base solo a partire da maggio 2026, quindi durante la guerra. (ht @tom_bike ) MenchOsint @MenchOsint Base aerea King Faisal, Giordania. Le immagini satellitari diffuse dai media iraniani rivelano danni in 3 punti, tra cui una struttura di recente costruzione all’interno della base. https://t.co/4HPIlmeK7Q16:20 · 17 luglio 2026 · 16.500 visualizzazioni10 risposte · 126 condivisioni · 609 Mi piace

Continuano a dichiarare di non aver subito perdite, mentre un gran numero di aerei C-17 adibiti al trasporto di pazienti è stato nuovamente avvistato mentre lasciava la regione dopo gli attacchi iraniani.

L’Iran lancia attacchi su vasta scala contro importanti infrastrutture statunitensi e alleate.

Le immagini satellitari mostrano i risultati degli attacchi delle Guardie Rivoluzionarie contro una stazione radar di sorveglianza marittima americana sugli scogli di Salam, nonché contro un radar di difesa aerea nella zona di Ghanam, in Oman.
L’Iran ha inoltre annunciato attacchi contro tre edifici del complesso militare Zaid nella capitale degli Emirati Arabi Uniti e contro la base King Faisal in Giordania.

Anche la flotta di MQ-9 Reaper ha continuato a subire perdite, con un altro esemplare abbattuto dalle forze iraniane:

Un altro drone da ricognizione e attacco americano MQ-9A Reaper, abbattuto dalla difesa aerea iraniana, è stato ritrovato tra le montagne della contea di Dehloran, nella parte meridionale della provincia di Ilam, al confine con l’Iraq.

In precedenza, le Guardie Rivoluzionarie avevano riferito che uno dei loro sistemi di difesa aerea aveva abbattuto un MQ-9A nei pressi di Andimeshk, nel nord della provincia del Khuzestan. Deve trattarsi dello stesso drone, dato che le contee di Andimeshk e Dehloran confinano direttamente tra loro.

Al momento, gli Stati Uniti hanno nuovamente effettuato un massiccio trasferimento aereo di risorse dall’Europa al Medio Oriente, inclusi altri aerei da combattimento, il che non può che significare ulteriori ondate di attacchi:

COCA@0xcoked Gli Stati Uniti stanno effettuando un dispiegamento d’emergenza di aerei da combattimento provenienti dal teatro operativo europeo verso il Medio Oriente, in particolare verso Israele, nelle ultime 14 ore. Questo è un chiaro segnale di una prossima, grave escalation nel fine settimana. Israele sta per essere coinvolto. COCA @0xcokedIl modo aggressivo con cui gli Stati Uniti stanno attaccando infrastrutture civili e ponti sembra suggerire che l’Iran abbia colpito qualcosa di critico e che questa sia la sua reazione impulsiva. Chissà cosa sia stato.17:19 · 17 luglio 2026 · 6.750 visualizzazioni10 risposte · 49 condivisioni · 209 Mi piace

In base alla recente attività della flotta di trasporto aereo statunitense nella regione, sembra che gli americani stiano nuovamente accumulando risorse per attacchi contro l’Iran. Il ponte aereo opera quasi con la stessa intensità di prima dell’inizio dell’operazione “Epic Fury”.

Il noto accademico iraniano Seyed Marandi sostiene che Trump stia sicuramente pianificando una qualche forma di invasione terrestre, che a suo dire avrebbe organizzato con gli alleati del Golfo.

Seyed Mohammad Marandi@s_m_marandi Per settimane, il regime di Trump ha segretamente pianificato pesanti attacchi aerei e un’invasione di terra con l’appoggio delle dittature arabe. L’Iran, nel frattempo, si è preparato silenziosamente a un confronto su vasta scala. Se Trump lancerà questo attacco, quei regimi arabi del Golfo Persico non sopravvivranno. 18:34 · 14 luglio 2026 · 377.000 visualizzazioni420 risposte · 3.030 condivisioni · 13.600 Mi piace

Tutto dipende dal fatto che Trump creda o meno che la deterrenza iraniana sia stata “respinta abbastanza indietro” nell’entroterra, come ha lasciato intendere fin dall’inizio. Se i suoi consiglieri lo informassero che la zona è sicura, potrebbe tentare qualcosa, ma a quanto pare ci vorrebbe molto tempo, con ulteriori bombardamenti e danni alle infrastrutture iraniane, anche solo per avvicinarsi a un simile obiettivo.

L’Iran, d’altro canto, continua a minacciare la chiusura di Bab al-Mandab come ultima risorsa per un’eventuale escalation qualora gli Stati Uniti dovessero procedere al bombardamento delle centrali elettriche iraniane e di altre infrastrutture civili chiave.

Come ultimo video che dimostra l’impotenza degli Stati Uniti nel contrastare l’Iran a Hormuz, ecco Rubio con la voce incrinata mentre, in modo teatrale, si trasforma in una vera e propria “Karen” minacciando di chiamare il dipartimento “Risorse Umane” delle Nazioni Unite per la questione iraniana:

Qual è lo scopo dell’ONU? si chiede, se l’organismo si rifiuta di intervenire sul dominio iraniano su Hormuz.

Vediamo un po’, Marco: lo stretto di Hormuz era completamente aperto prima che tu iniziassi una guerra di aggressione non provocata contro l’Iran. Ora il tuo presidente in carica non solo sta facendo saltare in aria navi nello stretto, proprio come sta facendo l’Iran, ma, in modo speculare, sta addirittura pianificando di iniziare a imporre pedaggi alle nazioni che lo attraversano.

Quale trasgressore dovrebbe essere perseguito dalle Nazioni Unite?


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Vance avverte che gli attacchi statunitensi continueranno se l’Iran prenderà di mira le navi nello Stretto _ di Laura Diplomatic

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Vance avverte che gli attacchi statunitensi continueranno se l’Iran _ prenderà di mira le navi nello Stretto _ di Laura Diplomatic

“Lo Stretto di Hormuz rimarrà aperto… Se tenteranno di chiuderlo, ci sarà una reazione da parte dell’esercito americano. La situazione continuerà a ripetersi finché non riapriranno quel canale.”

Laura Rosen8 luglio
 LEGGI NELL’APP 

Il presidente Donald Trump tiene una conferenza stampa presso il complesso presidenziale di Beştepe durante il vertice NATO l’8 luglio 2026 ad Ankara, in Turchia. Credito fotografico: Burak Kara/Getty Images.

Il presidente Trump ha detto agli iraniani che lo Stretto di Hormuz “sarà aperto”, altrimenti l’Iran dovrà affrontare continui attacchi militari da parte degli Stati Uniti, ha dichiarato oggi ai giornalisti il ​​vicepresidente JD Vance.

Vance ha rilasciato queste dichiarazioni mentre il Comando Centrale degli Stati Uniti annunciava di aver avviato una seconda giornata di attacchi contro l’Iran, in seguito agli attacchi perpetrati lunedì dal Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) contro tre navi mercantili che percorrevano una rotta costiera lungo le coste dell’Oman.

” Su indicazione del Comandante in Capo, le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno avviato ulteriori attacchi contro l’Iran per indebolire ulteriormente la sua capacità di minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”, ha annunciato il CENTCOM . “Gli Stati Uniti ritengono l’Iran responsabile della recente aggressione ingiustificata contro navi mercantili ed equipaggi civili che navigano liberamente in una vitale via navigabile internazionale”.

Comando Centrale degli Stati Uniti@CENTCOM Su indicazione del Comandante in Capo, le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno iniziato a condurre ulteriori attacchi contro l’Iran per ridurre ulteriormente la sua capacità di minacciare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ritengono l’Iran responsabile per i recenti 20:15 · 8 luglio 2026 · 113.000 visualizzazioni189 risposte · 572 condivisioni · 1.570 Mi piace

I media iraniani hanno riferito che il suono di diverse esplosioni è stato udito nel sud dell’Iran, nelle città costiere di Bandar Abbas, Sirik e Chabahar. “Inoltre, il suono di alcune esplosioni è stato udito provenire dalla direzione del mare nella zona della costa occidentale di Sirik”, ha riportato l’agenzia di stampa iraniana Fars .

Secondo un canale Telegram collegato all’IRGC , è stata presa di mira una base dell’IRGC a Sirik .

Secondo quanto riportato dall’emittente statale iraniana IRIB, anche l’isola di Abu Musa e Jask sarebbero state oggetto di attacchi statunitensi .

Mappa dell’Istituto Navale degli Stati Uniti.

“Secondo quanto riportato dall’Iran, gli attacchi sono intensi e geograficamente estesi, interessando gran parte delle regioni costiere meridionali del Paese, affacciate sul Golfo Persico, nonché le isole che si affacciano sullo Stretto di Hormuz”, ha scritto su Twitter l’analista iraniano Hamidreza Azizi. “Gli attacchi avrebbero colpito anche le aree intorno a Chabahar e Bushehr, che non erano state prese di mira dall’entrata in vigore del cessate il fuoco ad aprile”.

“Vance: Lo Stretto di Hormuz sarà aperto… Questo è l’accordo.”

Il vicepresidente Vance, rispondendo ad alcune domande dei giornalisti dopo aver parlato a una raccolta fondi repubblicana a Milwaukee, nel Wisconsin, ha affermato che Trump aveva deciso che l’esercito statunitense avrebbe continuato a colpire se l’Iran avesse interferito con la navigazione nello Stretto di Hormuz.

“Ovviamente non vi dirò esattamente cosa succederà stasera, ma il Presidente ha detto loro molto semplicemente che lo Stretto di Hormuz sarà aperto”, ha affermato Vance. “Il Presidente ha detto che questa arteria cruciale… deve rimanere aperta, ed è questo che gli iraniani devono sapere.”

“Se tenteranno di chiuderlo, ci sarà una reazione da parte dell’esercito americano”, ha detto Vance. “È semplice. Questo è il punto. Possono assecondarlo, oppure possono subire esattamente quello che è successo loro ieri sera. Continuerà ad accadere finché non riapriranno quel corridoio e smetteranno di sparare alle navi.”

Il presidente Trump, intervenendo oggi al vertice NATO di Ankara, in Turchia, ha espresso frustrazione nei confronti dell’Iran e ambivalenza riguardo al suo impegno nei confronti del memorandum d’intesa raggiunto solo il mese scorso. Sembra inoltre risentito per essere apparentemente un potenziale bersaglio di un attentato iraniano, nonostante si vanti spesso dei leader iraniani uccisi dagli Stati Uniti e da Israele.

“Penso che siano un po’ matti, un po’ folli”, ha detto Trump a proposito degli iraniani. “È andato tutto perduto. I loro leader se ne sono andati. Avevano dei leader, se ne sono andati. E avevano un altro gruppo di leader, se ne sono andati. Ora hanno un altro gruppo di leader, ma anche loro potrebbero essersene andati. Chissà, e sapete una cosa? Potrei andarmene anch’io, perché sono il bersaglio numero uno. … Sono il numero uno, perché sono feccia.”

Ma poi, interrogato sulla possibilità che la guerra con l’Iran potesse riprendere, Trump ha minimizzato tale eventualità, così come ha sempre minimizzato la durata del conflitto fin dai suoi esordi.

“Penso che andrà tutto molto velocemente”, ha detto Trump. “Hanno colpito un paio di navi, e noi li abbiamo colpiti molto più duramente. Quando hanno colpito, noi abbiamo colpito 10 volte più duramente… No, non credo. Penso che qualsiasi cosa accada finirà molto velocemente, e noi non faremo altro che… rendere la situazione più sicura, anche per il petrolio.”

“Non sono sicuro di voler concludere un accordo con lui”, ha detto Trump, riferendosi apparentemente a un funzionario iraniano non meglio identificato. “Possiamo fare dei giochetti, ma non sono sicuro di voler raggiungere un accordo. Concentriamoci sul portare a termine il lavoro.”

Rischio ora che la guerra su vasta scala riprende

Nonostante l’ambivalenza espressa da Trump e il continuo attacco dell’Iran alle navi che non percorrono le rotte marittime da esso proibite, “non credo che il memorandum d’intesa sia definitivamente tramontato”, mi ha detto oggi Ali Vaez, direttore del programma sull’Iran presso l’International Crisis Group.

“Questo dimostra che le parti non hanno mai smesso del tutto di cercare di vincere la guerra durante il periodo di pace”, ha affermato Vaez. “L’accordo ha concesso loro del tempo, ma ne hanno impiegato gran parte per testare le linee rosse, migliorare le proprie posizioni ed erodere il potere contrattuale dell’altra parte.”

Ma il rischio di un ritorno a una guerra su vasta scala sta aumentando, ha affermato l’analista iraniano Hamidreza Azizi, autore del sub-stack Iran Analytica .

“Oltre alla loro portata, un altro aspetto degno di nota di quest’ondata di attacchi è che, a differenza del giorno precedente, si sono verificati senza alcuna nuova provocazione iraniana sotto forma di attacchi al traffico navale nello Stretto”, ha scritto Azizi . “Da questo punto di vista, l’obiettivo non è semplicemente quello di reagire o scoraggiare ulteriori attacchi iraniani, ma di indebolire sistematicamente la capacità dell’Iran di continuare a prendere di mira il traffico navale nello Stretto di Hormuz”.

“Il rischio ora non si limita più al possibile fallimento del memorandum d’intesa, ma si estende alla possibilità di un ritorno a una guerra su vasta scala tra le due parti”, ha affermato Azizi.

Cronologia del protocollo d’intesa tra Stati Uniti e Iran :

14 giugno : Trump e Vance hanno dichiarato di aver firmato il memorandum d’intesa a Islamabad a porte chiuse.

18 giugno : Trump e Pezezshkian fotografati separatamente mentre firmano il protocollo d’intesa.

21-22 giugno : il vicepresidente statunitense Vance, il presidente del Parlamento iraniano Ghalibaf e i mediatori del Qatar e del Pakistan si incontrano sul lago di Lucerna, in Svizzera.

25 giugno : l’Iran attacca una nave mercantile che stava transitando nello Stretto di Hormuz, lungo la costa dell’Oman, con un drone d’attacco a senso unico.

26 giugno : l’esercito statunitense ha condotto attacchi di rappresaglia contro l’Iran.

Dal 30 giugno al 1° luglio : Iran e Stati Uniti hanno tenuto colloqui indiretti a Doha a livello di Witkoff/Kushner e del vice ministro degli Esteri iraniano Gharibabadi.

6 luglio : le Guardie Rivoluzionarie hanno colpito 3 navi mercantili.

7 luglio : gli Stati Uniti revocano la deroga alle sanzioni petrolifere contro l’Iran.

7 luglio : il CENTCOM ha colpito 80 obiettivi in ​​Iran, tra cui 60 piccole imbarcazioni.

8 luglio : il CENTCOM ha colpito una serie più ampia di obiettivi nell’Iran meridionale.

La scorsa settimana il Qatar ha affermato che i colloqui tra Stati Uniti e Iran potrebbero riprendere dopo la conclusione, dopo il 10 luglio, delle cerimonie funebri di sei giorni per la Guida Suprema iraniana, l’Ayatollah Ali Khamenei, assassinato in un attacco israeliano il 28 febbraio .

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Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico _ di FuturEarly

Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico

Il disegno di legge da 300 miliardi di dollari e l’aritmetica di Hormuz


Un anno dopo — 13 giugno: quando il Martello di Mezzanotte liberò il Genio nel Golfo Persico

Il disegno di legge da 300 miliardi di dollari e l’aritmetica di Hormuz

FuturEarly13 giugno
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Esattamente il 13 giugno 2026, ricorre il primo anniversario dell’attacco israeliano all’Iran nell’ambito dell’Operazione “Rising Lion”. Ciò che seguì nei dodici mesi successivi – culminato con l’Operazione Midnight Hammer, l’Operazione Epic Fury e una serie di scambi di rappresaglie – ha lasciato un segno profondo non solo sugli equilibri di potere regionali, ma anche sull’economia globale.

Il conflitto ha provocato la distruzione di una notevole quantità di infrastrutture e beni civili iraniani: migliaia di case, ospedali, università, scuole, ponti, raffinerie, depositi di petrolio e altre strutture critiche.

E poi l’Iran ha applicato la sua “Dottrina dello Stretto”. Dopo aver subito per anni una stretta finanziaria esercitata con notevole precisione dal Dipartimento del Tesoro statunitense e dall’OFAC, Teheran ha risposto mettendo la mano su una delle vie respiratorie più sensibili del mondo.

Se lo strumento prediletto da Washington è stato a lungo il controllo delle infrastrutture finanziarie globali, la risposta dell’Iran è stata quella di ricordare a tutti che esso si trova a cavallo di una parte delle infrastrutture energetiche globali. Una parte ha scoperto il potere delle sanzioni; l’altra ha riscoperto il valore della geografia.

L’Iran ha successivamente presentato una stima di 300 miliardi di dollari e ha indicato di voler recuperare parte di queste perdite attraverso un’imposta, un dazio o una tassa di transito sulle navi che attraversano lo Stretto di Hormuz.

Nei primi giorni successivi all’annuncio, molti osservatori si sono mostrati perplessi di fronte alla proposta iraniana di addebitare circa 2 milioni di dollari per ogni VLCC (Very Large Crude Carrier, petroliera di grandi dimensioni). Eppure, il calcolo alla base di questa cifra è sorprendentemente semplice. Una VLCC trasporta in genere circa due milioni di barili di petrolio greggio, il che significa che l’Iran, di fatto, proponeva un costo di circa 1 dollaro al barile.

Col senno di poi, tale cifra appare piuttosto modesta se paragonata alla volatilità e ai picchi di prezzo che hanno accompagnato anche la temporanea interruzione del traffico attraverso lo Stretto. Sebbene l’idea di una “tassa Hormuz” abbia generato titoli prevedibili, gli aspetti economici sottostanti meritano un esame più attento.

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Persino magnati greci del settore armatoriale come Evangelos Marinakis, comproprietario del Nottingham Forest, sembrano rendersi conto che rifiutarsi di pagare il pedaggio potrebbe rivelarsi più un autogol che una saggia decisione commerciale. In altre parole, il pedaggio proposto è probabilmente molto meno punitivo delle conseguenze economiche di una prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz.

In termini di analisi dei risarcimenti, la prima domanda da porsi è se una richiesta di risarcimento di 300 miliardi di dollari sia intrinsecamente inverosimile. La risposta è no. Una cifra del genere può comprendere non solo la ricostruzione dei beni materiali, ma anche la perdita di produzione economica, l’interruzione dell’attività, la bonifica ambientale, le spese sanitarie, la sostituzione delle infrastrutture e anni di investimenti mancati.

Le guerre di vasta portata generano regolarmente perdite economiche che superano di gran lunga il costo diretto di sostituzione di edifici e attrezzature. La vera questione, quindi, non è se 300 miliardi di dollari siano possibili, ma piuttosto quanto di tale importo possa essere verificato in modo indipendente e attribuito causalmente.

Senza contare che la perdita di vite innocenti, inclusi i 168 bambini di Minab, per mano di Maven e Claude, non ha prezzo, non può essere annullata, non può essere compianta a sufficienza . Nulla può cancellare queste tragedie.

La seconda questione riguarda il meccanismo di recupero proposto. Lo Stretto di Hormuz è una delle poche risorse strategiche a disposizione dell’Iran che potrebbero, almeno in teoria, generare entrate compensative a lungo termine.

Da una prospettiva puramente finanziaria, uno Stato che si trova ad affrontare un accesso limitato ai mercati dei capitali internazionali, beni congelati all’estero e vie limitate per ottenere risarcimenti, cercherebbe naturalmente di trarre vantaggio da un bene strategico sotto la sua influenza come fonte di ripresa.

Dopo quasi quarantacinque anni vissuti sotto le sanzioni primarie e secondarie degli Stati Uniti, l’Iran ha deciso che era giunto il momento di sfruttare quello che potrebbe essere definito il suo accesso primario, secondario e persino terziario allo Stretto di Hormuz. Si potrebbe definire una rappresaglia strategica attesa da tempo.

Se un simile meccanismo verrebbe infine accettato dalla comunità internazionale è una questione giuridica e politica a sé stante. Dal punto di vista finanziario, tuttavia, la logica è comprensibile.

La terza questione è dove l’aritmetica diventa particolarmente rivelatrice. Un onere di 1 dollaro al barile può sembrare eccessivo se espresso come tassa di transito, eppure è relativamente piccolo rispetto alla normale volatilità dei prezzi del petrolio, delle tariffe di trasporto, dei premi assicurativi e dei premi per il rischio geopolitico.

Ancora più importante, anche nelle ipotesi più ottimistiche, ci vorrebbero decenni per recuperare 300 miliardi di dollari con una tariffa del genere. Basandosi sul normale traffico pre-chiusura attraverso Hormuz, un’imposta di 1 dollaro al barile applicata ai carichi di petrolio greggio e un’imposta comparabile applicata alle navi metaniere Q-Max richiederebbero circa trent’anni per generare 300 miliardi di dollari.

Se i proventi venissero condivisi con l’Oman, le cui acque territoriali fanno anch’esse parte dello Stretto, il periodo di recupero si estenderebbe a circa sei decenni.

Questa, forse, è la conclusione macroeconomica più interessante. 300 miliardi di dollari sono una cifra enorme rispetto alle entrate generate da un modesto pedaggio di transito. Persino il controllo del più importante punto di strozzatura energetica del mondo non si traduce facilmente nel recupero di una somma simile.

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Per recuperare 300 miliardi di dollari entro cinque anni, ad esempio, l’imposta effettiva dovrebbe essere più vicina a 6-7 dollari per barile equivalente, ipotizzando un ritorno del traffico ai volumi normali. In tale contesto, una proposta di 1 dollaro al barile appare meno straordinaria di quanto molti avessero inizialmente ipotizzato.

Nessuno di questi elementi risolve le questioni legali, politiche o morali che circondano il conflitto. Né stabilisce se la rivendicazione iraniana reggerebbe a un esame indipendente.

Tuttavia, dalla prospettiva ristretta dell’economia dei risarcimenti, i numeri raccontano una storia interessante. L’aspetto controverso della proposta non è la matematica, ma il principio.

I calcoli sono internamente coerenti. Anzi, se si considera che ingenti beni iraniani rimangono congelati all’estero a causa delle sanzioni statunitensi e non sono ancora stati sbloccati, si può comprendere perché Teheran non veda un prelievo di 1 dollaro al barile come una richiesta aggressiva, bensì come un tentativo relativamente modesto di stabilire un meccanismo di compensazione a lungo termine. Che si condivida o meno questa posizione, la proposta appare considerevolmente meno irrazionale se esaminata attraverso la lente dell’economia piuttosto che della politica.

Parlando di principi, viene da chiedersi se qualche principio possa sopravvivere alle guerre di scelta.

“Solo i morti hanno visto la fine della guerra.” George Santayana

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