Italia e il mondo

Alla riscoperta di un’élite dinamica? _ di Blake Smith

Alla riscoperta di un’élite dinamica?

Di Blake Smith

SAGGIO DI RECENSIONE
Elite e democrazia
di Hugo Drochon
Portfolio, 2025, 336 pagine

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare ciò che vogliamo dalle nostre élite e come ottenerlo

È quasi inimmaginabile che chiunque osservi le società occidentali contemporanee possa ritenerle ben rappresentate dalle proprie élite. Anche in assenza di un accordo su chi siano tali élite, sul significato del termine “élite” o sull’opportunità o meno di avere un’élite di qualche tipo, interlocutori di ogni orientamento politico e provenienza sociale possono unirsi nel disprezzo verso coloro che ci governano.

Per difendere in modo convincente le nostre élite attuali occorrerebbe una maestria retorica che va ben oltre le capacità di qualsiasi scrittore vivente. Difendere l’idea che dovrebbero, o debbano, esistere élite — difendere una qualche versione di elitismo — è, tuttavia, possibile anche per intellettuali di modesto talento. Tali intellettuali, e forse alcuni dei loro lettori, possono immaginare che, sostenendo l’esistenza di un’élite, stiano andando contro le principali correnti della politica e del pensiero politico odierni.

Hugo Drochon, professore di teoria politica all’Università di Nottingham, lamenta nel suo nuovo libro, Elites and Democracy, che “viviamo nell’era della rivolta contro le élite”. 1 Drochon cerca, attraverso l’opera di diversi pensatori politici moderni, di sostenere la validità di un tipo adeguato di governo delle élite, compatibile con i valori della maggior parte degli occidentali istruiti impegnati nella manipolazione simbolica da colletto bianco: diritti liberali, progresso storico e, in una certa misura, democrazia.

Drochon definisce questo tipo di elitarismo auspicabile “democrazia dinamica”. Egli introduce il termine innanzitutto come una “teoria della democrazia”. Alla luce delle sue presunte intuizioni, dovremmo riconoscere che, come qualsiasi forma di governo, la democrazia implica “l’esistenza di un’élite che controlla le leve del potere, vale a dire lo Stato”. Questa è la «realtà del potere».2 A creare confusione, il termine «democrazia dinamica» ricorre nel testo di Drochon anche come denominazione di un tipo di regime basato su questa intuizione teorica. In questo contesto, un’élite al potere, «democratica» nella misura in cui è eletta, non ereditaria o soddisfa altri criteri, è «dinamica» nella misura in cui si apre al rinnovamento e alla contestazione da parte dei nuovi arrivati. I leader dei sindacati, i portavoce delle minoranze emarginate e altri contendenti al potere, con alle spalle le loro basi non appartenenti all’élite, esercitano una pressione sufficiente sulla classe dirigente affinché quest’ultima non solo apporti cambiamenti alle politiche, ma includa anche alcuni di quei leader nell’élite. Non è chiaro se Drochon intenda dire che la «democrazia dinamica» in questo senso sia stata la norma per gran parte della storia occidentale moderna, oppure se debba essere intesa come un ideale, realizzato solo in parte, a cui le democrazie dovrebbero aspirare.

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Democrazia e merito

Per sostenere la sua nozione polisemica di “democrazia dinamica”, Drochon ricorre ai teorici delle élite che, nella sua disciplina, sono considerati quelli che hanno posto in modo più incisivo la questione delle élite nella politica moderna: Gaetano Mosca (1858–1941), Vilfredo Pareto (1848–1923) e Robert Michels (1876–1936). A queste letture dei pensatori fondamentali aggiunge capitoli dedicati a un’altra schiera di studiosi, da Joseph Schumpeter (1883–1950) a Raymond Aron (1905–1983), che egli ritiene abbiano conservato alcune delle intuizioni essenziali del primo gruppo, perdendone però altre. I lettori che non hanno familiarità con la tradizione intellettuale di Pareto, Mosca e dei loro interlocutori impareranno qualcosa sulla teoria delle élite e sui suoi commentatori. I lettori che invece ne sono a conoscenza troveranno fastidiosamente pretenziosa l’insistenza di Drochon sul suo presunto recupero di intuizioni chiave. Il lettore desideroso sia di una spiegazione introduttiva sia di una rilettura innovativa dei teorici delle élite troverebbe più utile il recente libro di Natasha Piano Democratic Elitism: The Founding Myth of American Political Science (2025), un libro che Drochon menziona solo in un breve paragrafo condiscendente che riduce il suo lavoro a un riflesso della rilettura di Machiavelli da parte del suo relatore di dottorato, John McCormick.

Coniare uno pseudo-concetto apparentemente originale, esagerare l’originalità delle proprie interpretazioni dei testi, mettere da parte i giovani studiosi e collegare frettolosamente gli argomenti della propria presunta competenza alle questioni politiche attuali sono peccati così tipici del mondo accademico da dover essere perdonati. Alcuni degli altri problemi di Elites and Democracy, tuttavia, sono sintomatici di questioni più ampie rispetto alle deformazioni professionali di Drochon. Essi rivelano piuttosto una confusione su come concepire le élite, diffusa in tutto quel segmento della società incaricato della spiegazione pubblica di tali problemi.

Come afferma Drochon nella sua conclusione, l’idea più fondamentale dei teorici delle élite è che «le élite governano sempre».3 La democrazia non può significare, come sembrerebbe per definizione ed etimologia, il governo del popolo. Coloro che difendono la democrazia non devono perdere di vista questo fatto, esorta Drochon. Devono opporsi ai progetti che mirano ad abolire del tutto le élite senza per questo soccombere a un pessimismo in cui il dominio incessante delle élite fa apparire la politica futile. Sebbene il governo da parte di un’élite sia inevitabile, non siamo destinati a essere governati da una particolare élite, e le potenziali élite variano notevolmente in termini di qualità. Essere governati meglio potrebbe non sembrare una causa particolarmente entusiasmante o nobile, ma a differenza dei sogni di totale emancipazione dal governo o dell’esercizio perfettamente non gerarchico del potere, non è impossibile sempre e ovunque. Se Elites and Democracy avvicina anche solo uno dei suoi lettori a questa saggezza prudente e moderata, forse ne è valsa la pena di scriverlo, anche se Drochon non riesce mai a spiegare in modo convincente perché questa saggezza richieda né un termine di nuova coniazione come «democrazia dinamica» né un’escursione attraverso gli scritti di vari teorici politici.

Senza dubbio, Mosca e Pareto, in particolare, sono pensatori stimolanti, giunti alle loro visioni in qualche modo complementari dell’elitarismo osservando il successo di una monarchia costituzionale liberale e democratica in Italia, insieme all’ascesa dei partiti operai di ispirazione marxista, all’emergere dell’Unione Sovietica e, infine, al fascismo italiano. Tutti questi movimenti attaccavano le precedenti forme di governo in quanto espressione di quella che i loro sostenitori consideravano un’élite eccessivamente ristretta, interessata solo ai propri interessi e reazionaria, inadeguata alle sfide poste dalla modernità industriale. Tutti sostenevano che un insieme di persone non appartenenti all’élite – che potesse essere l’umanità in quanto titolare di diritti universali, il proletariato o la nazione – fosse stato escluso dal potere e oppresso. Eppure nessuno di quei movimenti creò una forma di governo in cui non governassero élite di qualche tipo. Questo fatto spinse Mosca e Pareto a sostenere che le élite sarebbero state un elemento di qualsiasi regime possibile e a considerare quali specifiche modalità di selezione, istruzione e competizione potessero produrre la migliore schiera di leader politici. Per loro, le rivoluzioni del XIX e dell’inizio del XX secolo non rappresentavano tanto una successione di rotture storiche decisive quanto piuttosto una serie di promemoria sull’importanza di gestire in modo pragmatico le tensioni sociali attraverso il mantenimento di un’élite adeguatamente diversificata, intelligente e flessibile.

Gran parte di ciò che si può trarre da Mosca e Pareto in questo senso è buon senso, frutto dell’osservazione della loro epoca ma, mutatis mutandis, valido anche per la nostra. Il nucleo di questo buon senso, tuttavia, non era affatto estraneo ai leader delle rivoluzioni liberaldemocratiche, marxiste e fasciste che, qualunque cosa dicessero a nome della parte non elitaria dell’umanità, erano essi stessi acuti teorici e praticanti dei propri tipi di elitarismo. L’avanguardismo di Lenin, o i culti fascisti del grande uomo, sono ciò che si potrebbe definire teorie elitarie. Gli scritti che li esprimono, al di là del loro dogmatismo respingente e del loro carattere occasionale, sono attenti ai problemi legati alla costituzione di una nuova élite capace di organizzare un cambiamento sociale auspicabile.

Anche le rivoluzioni democratiche che le avevano precedute erano indissolubilmente legate alla riflessione sulle élite. Ad esempio, uno dei pensatori centrali della Rivoluzione francese, Emmanuel Joseph Sieyès, nel suo opuscolo del 1789 “Che cos’è il Terzo Stato?”, fornì un quadro di riferimento attraverso il quale organizzare intellettualmente e operativamente le richieste diffuse e ancora incoerenti rivolte alla monarchia vacillante. Come molti dei suoi colleghi, Sieyès vedeva la Rivoluzione come il rovesciamento di un’aristocrazia feudale ereditaria a favore di una nuova élite la cui pretesa al potere si fondava su ciò che veniva chiamato talento o merito. Presentata dai rivoluzionari come una rottura con quello che cominciarono a chiamare l’ancien régime, questa era in realtà solo un’estensione o un’accelerazione del processo di assorbimento di nuovi membri già in atto all’interno di quest’ultimo. La monarchia francese, come quasi tutte le sue contemporanee, aveva creato percorsi che consentivano ai cittadini comuni di nobilitare se stessi o i propri figli in cambio di ingenti somme di denaro o della prestazione di grandi servizi pubblici.

Idee simili erano presenti anche tra i padri fondatori americani, per i quali il pensiero politico era sinonimo di riflessioni sulla creazione, la continuità e il ricambio delle élite. Sebbene avessero visioni diverse sul futuro dell’America e sul tipo di persone qualificate a guidarla verso la sua realizzazione, i padri fondatori potevano dare per scontato che esistessero individui dotati di intelligenza, ambizione e virtù eccezionali, qualificati a governare. Questi individui dovevano ricevere un’istruzione adeguata affinché potessero essere di massima utilità per la repubblica. Dovevano inoltre essere protetti sia dalla gelosia di quella che all’epoca veniva definita «la plebe», sia dalla loro stessa tentazione di monopolizzare il potere ed emarginare i colleghi. L’arte di governare consisteva principalmente nella creazione di istituzioni, prassi e principi etici grazie ai quali gli individui si sarebbero impegnati a guadagnarsi un posto tra le élite attraverso una forma di emulazione tra rivali, intensa ma ben incanalata.

Anche gli occidentali con una conoscenza storica anche solo superficiale comprendono che le tradizioni politiche dei secoli precedenti, dall’estrema sinistra all’estrema destra passando per il centro liberaldemocratico, ruotano essenzialmente attorno alle questioni relative alla leadership. La lettura dei Federalist Papers, o un corso universitario introduttivo alla storia europea dal 1750 in poi, dovrebbe essere sufficiente a far prendere coscienza agli studenti che l’elitarismo — ovvero l’accettazione del fatto che una minoranza governi sempre, unita alla preoccupazione per la selezione e la formazione di questa minoranza — non è una posizione esoterica o eterodossa in contrasto con i valori liberaldemocratici. È semplicemente l’impostazione predefinita del pensiero politico occidentale moderno e di molto altro ancora prima della modernità e al di là dell’Occidente. Non occorre guardare oltre le risorse concettuali immediate delle nostre tradizioni più vicine, né ridefinire la democrazia, per scoprire l’importanza di un’élite funzionale.

Un certo tipo di persona, tuttavia, potrebbe sentire il bisogno di immaginare che, facendo o pensando qualcosa di consolidato, stia inventando qualcosa di nuovo oppure recuperando, con un certo rischio, qualcosa di perduto o nascosto. Negli ultimi anni, tutto – dall’avere figli alla lettura di libri, fino all’attività fisica – è stato interpretato da alcuni commentatori culturali come una spinta di sfida contro le norme prevalenti. Siamo incitati da ogni parte a concepire noi stessi come coloro che resistono a qualcosa, piuttosto che come coloro che agiscono e sostengono: a provare risentimento verso la nostra cultura piuttosto che gratitudine per il fatto che, nella sua straordinaria generosità, ci abbia offerto ricche risorse concettuali grazie alle quali possiamo perseguire e forse diventare ciò che vogliamo essere. Pertanto, la «democrazia dinamica» viene presentata al lettore come un termine rivelatore.

Mosca, Pareto e i loro difetti

Se oggi i classici luoghi comuni riescono a colpirci solo quando vengono presentati come novità, allora forse Drochon ha ragione, per ragioni tattiche, a riscaldare l’elitarismo che sta al centro del pensiero politico occidentale moderno con il suo concetto apparentemente innovativo. Purtroppo, però, è piuttosto affascinato da alcune delle idee più eccentriche o inapplicabili dei pensatori da cui attinge le sue idee. Queste sono tra le meno adatte ad aiutarci a comprendere i problemi del presente. È affascinato, ad esempio, dalla divisione di Pareto delle élite in «leoni» e «volpi». I primi sono «conservatori, che danno importanza al mantenimento dell’unità… dell’omogeneità, dei costumi consolidati e della fede, anteponendo i bisogni della comunità a quelli dell’individuo». I secondi sono «gli innovatori, più inclini alla disaggregazione… alla pluralità e allo scetticismo, che antepongono l’individuo alla comunità». 4 Questa distinzione è stata tratta dall’esperienza storica del suo autore nell’Italia del XIX secolo, dove la nobiltà tradizionale era in conflitto con coloro che avevano accumulato ricchezze grazie alla finanza e all’industria. L’analogia deve essere apparsa convincente a chi era cresciuto in mezzo a questi conflitti e in una cultura in cui tali concetti trovavano ancora riscontro.

Drochon, stranamente, ritiene che la contrapposizione “leoni contro volpi” metta in luce la nostra esperienza più recente. “La storia europea recente”, sostiene, è stata “dominata” dai “valori” delle volpi, ovvero quel tipo di élite in grado di prosperare nei “regimi parlamentari” basati sulla “negoziazione e sul compromesso”. 5 Gran parte della storia europea recente, infatti, è stata caratterizzata dalla frustrazione nei confronti dei regimi parlamentari, spesso descritti dai loro nemici come inutili forum di litigi senza fine o come strumenti corrotti al servizio degli interessi economici (le burocrazie statali europee e la burocrazia sovranazionale dell’Unione Europea possono essere intese come strategie volte a eludere alcuni aspetti indesiderabili del parlamentarismo).

Anche tralasciando i movimenti antiparlamentari del fascismo, del nazismo e del comunismo, se si considera la storia europea dopo il 1945, uno dei leader più importanti del continente, Charles de Gaulle, compì un colpo di Stato militare nel 1958 per abolire quello che considerava il regime eccessivamente parlamentare della Quarta Repubblica. Se quella si potesse definire un’azione da leone, il suo successivo programma di governo presidenziale sottolineava la necessità di modernizzare l’economia e la società francesi, cosa che, secondo Drochon, è invece la preoccupazione specifica delle volpi. Categorie in qualche modo utili per comprendere ciò che animava i dibattiti tra i politici italiani cinque generazioni fa crollano al contatto con i fenomeni del XX secolo, per non parlare di quelli del XXI.

Un altro elemento deplorevole del pensiero di Mosca e Pareto che affascina Drochon è l’idea dei gruppi sociali in ascesa e in declino. La “democrazia dinamica” da lui sostenuta è aperta al talento e al merito, di cui sono portatori gli individui non appartenenti all’élite che lottano per scalare la gerarchia, oltre ai gruppi emarginati che, attraverso i propri leader, esercitano pressione sulle élite, le quali rispondono ammettendo alcuni di quei leader in un’élite riconfigurata. Tutto ciò rientra nella norma. Ma, cosa ben più significativa, Drochon sostiene che il regime ideale sia quello governato da un’élite che rimanga aperta alla «sfida perpetua delle élite emergenti nei confronti di quelle consolidate».6

Questa nozione di una “élite emergente” che si unisce a un’“élite consolidata” può sembrare una naturale riformulazione dei due percorsi di ingresso delle non-élite nell’élite descritti sopra. Ma cosa significa “emergente”? Si può dire che gli individui ammessi nell’élite attraverso quelli che vengono intesi come risultati personali o come mezzo di negoziazione collettiva siano emersi o, piuttosto, siano stati elevati. Ma ciò che Drochon intende per «élite emergente» è che, ancor prima di essere ammessi nell’élite esistente, questi individui si trovano già su una traiettoria ascendente, fanno parte di un gruppo sociale in ascesa in termini di ricchezza e prestigio, senza aver ancora ottenuto dall’attuale classe dominante ciò che i suoi membri attribuiscono a se stessi come misura del riconoscimento meritato.

Si tratta di immaginare che i gruppi sociali formino o una sorta di soggetto collettivo che si può dire stia facendo strada verso l’alto, oppure un’entità sovraindividuale trascinata verso l’alto dal moto del cambiamento storico. Nella sua ascesa, essa converge e si scontra con le élite esistenti. Ma non sappiamo quali gruppi stiano emergendo, né tantomeno quali insiemi di persone possano mantenere una coerenza politica, culturale e morale sufficiente per essere qualificati in modo convincente come gruppi, se non attraverso le lotte di potere che, secondo Drochon, si svolgono tra le élite future e quelle presenti. La competizione non è un’arena in cui un’élite aspirante entra una volta superata una soglia di sviluppo sociale. Piuttosto, i risultati della competizione fanno sì che i vincitori e i vinti sembrino, col senno di poi, aver appartenuto a gruppi in ascesa o in declino.

Le aspirazioni frustrate delle classi sociali apparentemente emergenti costituirono un tema centrale dell’attivismo politico e della teoria occidentale del XVIII, XIX e primo XX secolo. Si riteneva che il progresso storico della modernità commerciale e industriale creasse una serie di classi distinte, ciascuna delle quali, man mano che diventava più numerosa e politicamente consapevole, si trovava a scontrarsi con le strutture tradizionali della società e con le élite che le governavano. Si diceva che la borghesia avanzasse tali richieste alla nobiltà; una volta che la borghesia era stata accontentata, a sua volta la classe operaia avanzava le proprie richieste. Questo modo di concepire la storia recente non era esclusivo di Marx e della tradizione marxista. Era il contesto intellettuale che rendeva plausibili le idee di Marx. Tocqueville, ad esempio, vedeva la democrazia liberale—il regime della nuova élite—non aristocratica, imprenditoriale e burocratica—nonostante l’apparente fallimento della Rivoluzione francese, come destinata a eliminare i residui dell’ancien régime e a sostituire, o a fondersi con, l’élite aristocratica di quest’ultimo. In un contesto del genere, poteva sembrare plausibile parlare, con speranza o con timore, dell’ascesa della borghesia o del proletariato come se si discutesse dell’inesorabile movimento delle placche tettoniche.

Nell’ultimo mezzo secolo, gli storici si sono spesso chiesti se, in realtà, dietro le rivoluzioni del 1776, del 1789 e del 1848 esistessero effettivamente gruppi sociali così coerenti. Forse si sono accumulati dubbi ancora maggiori riguardo alla convinzione che la storia possa essere intesa come un movimento in avanti dello sviluppo economico e sociale, costituito da movimenti e contromovimenti più piccoli attraverso i quali insiemi di attori politici cercano di accelerare, rallentare o comunque rispondere al ritmo del cambiamento.

Potrebbe invece essere utile pensare alla società, in un dato momento, come a un insieme di un numero indefinito di potenziali contro-élite che vengono spinte verso l’autocoscienza grazie agli sforzi dei loro aspiranti leader di entrare a far parte dell’establishment al potere. Pensare in questi termini, in termini di élite potenziali piuttosto che emergenti, significherebbe accettare che vi sia contingenza non solo nell’esito degli scontri tra élite attuali e aspiranti, ma anche nei processi attraverso i quali i gruppi sociali vengono a esistere, e nei processi attraverso i quali le persone ambiziose vengono designate come rappresentanti di tali gruppi. Ciò che renderebbe efficace, o in qualche modo legittima, una particolare schiera di aspiranti a entrare nelle file della classe dirigente non sarebbe, secondo questa prospettiva, il fatto che essi appartengano a forze emergenti o storicamente progressiste.

Al contrario, le nostre aspiranti élite si ingraziano l’élite esistente presentando in modo convincente le proprie ambizioni individuali come il mezzo per il progresso delle masse non appartenenti all’élite. Queste ultime, in realtà, dispongono di un’effettiva forza politica e persino di coesione sociale nella misura in cui vengono spinte all’azione o rappresentate simbolicamente dai propri leader. Il fatto che i leader descrivano coloro che guidano come formazioni sociali preesistenti su una traiettoria storica ascendente, destinate a scontrarsi con i limiti di un ordine conservatore, è una caratteristica contingente — e forse in via di estinzione di una particolare fase della storia occidentale moderna. Man mano che l’era della borghesia «in ascesa», seguita da un proletariato «in ascesa» (che non è mai realmente asceso), si allontana, alle sue narrazioni politiche caratteristiche dovrebbe essere riservato lo stesso scetticismo che riserveremmo alle storie sulle fazioni al potere che hanno ottenuto o perso il Mandato del Cielo.

Eliti demoralizzate

Mosca e Pareto combinano la concezione storicista dell’ascesa e del declino delle classi con metafore naturalistiche che, come le antiche nozioni di un ciclo delle dinastie, assimilano la vita politica a meccanismi impersonali. Drochon trova queste metafore affascinanti. Per Mosca, la classe dominante diventa «chiusa e stazionaria — in una parola, conservatrice», mentre nuovi contendenti emergono e riportano la storia a uno stato di flusso. Per Pareto, la «circolazione delle élite» avviene o attraverso un flusso costante in cui nuovi talenti vengono continuamente assorbiti da una classe dominante aperta, oppure attraverso «il fiume che straripa e rompe gli argini» nel rovesciamento rivoluzionario di un’élite che si era mantenuta chiusa. 7 In questa ottica, la politica è l’arte di individuare nuovi talenti e gruppi sempre più potenti, e di adattare ad essi le istituzioni esistenti in modo tale che il cambiamento assuma la forma di una sequenza costante di riforme tempestive piuttosto che di rotture dirompenti.

Concepire la politica in questo modo affida alle élite consolidate una missione gestionale, analitica e, in ultima analisi, antipolitica. Anziché assumersi la responsabilità attiva di creare le condizioni sociali ed economiche che ritengono debbano prevalere, le élite educate a pensare nei termini sopra indicati sono essenzialmente irresponsabili. È certamente sensato integrare in modo pragmatico i dissidenti e i nuovi talenti. Ma una delle cause dell’attuale impasse politica e dell’ampia insoddisfazione nei confronti delle élite occidentali odierne potrebbe benissimo essere il fatto che queste ultime siano state a lungo addestrate a liberarsi della responsabilità politica: a descrivere se stesse come semplici esecutrici degli imperativi imposti dalla logica del mercato, dalla sicurezza nazionale, dall’arco morale dell’universo, ecc., piuttosto che come leader che plasmano e realizzano una volontà collettiva. Un’élite i cui membri vedono la propria missione come la descrive Drochon potrebbe non essere in grado di esercitare una leadership politica, specialmente nel corso delle generazioni.

Drochon ha molto da dire sull’importanza di accettare che tutti i regimi, anche le democrazie, abbiano un’élite, e di comprendere che un’élite funzionale è quella aperta a nuovi membri. Entrambe queste affermazioni sono sicuramente vere, anche se ci si può interrogare sull’impegno profuso per sottolinearle. Ma non c’è motivo di pensare che tale élite debba essere aperta nel modo in cui Drochon, attingendo a Mosca e Pareto, concepisce l’apertura. Abbiamo alle spalle una certa esperienza storica, o meglio una narrazione storiografica, di vecchi regimi abbattuti da una borghesia in ascesa e di ordini liberali minacciati da classi operaie insorgenti. Di conseguenza, abbiamo un senso comune morale e politico secondo cui appare evidente che una casta ristretta, chiusa e che si autoalimenta sia necessariamente «conservatrice», anzi anacronistica, e destinata al collasso se non rimane aperta a nuovi talenti. Né questa visione della storia né quella delle élite chiuse contrapposte a quelle aperte sono ovviamente vere. Queste nozioni potrebbero essere considerate come prodotti di un’epoca specifica, sempre più lontana, in cui la rivoluzione era una prospettiva concreta.

Sia da una prospettiva storica più ampia che da un punto di vista immediato nell’Occidente contemporaneo, non è affatto chiaro perché un gruppo di élite non possa perpetuarsi con successo senza aprirsi a nuovi membri. Per gran parte della storia recente, lo status all’interno di un’élite politica, economica e culturale è stato tramandato di generazione in generazione attraverso poche famiglie, i cui membri dovevano in genere superare alcune prove di idoneità, come esami o il servizio militare. Se ben concepito, un sistema del genere può durare a lungo. Si potrebbero prendere in considerazione le dinastie imperiali cinesi, che in genere duravano due o tre secoli. Un’élite di questo tipo potrebbe essere più o meno «statica» pur presiedendo a cambiamenti «dinamici» sul piano economico, sociologico e persino politico. Può valere anche il contrario: un’élite dinamica (composta da più gruppi in un equilibrio mutevole) non è necessariamente la più adatta a promuovere cambiamenti positivi nella società.

La stasi di tipo negativo ci è ben nota. Le nostre società, sempre più disuguali, conoscono bene la ricchezza patrimoniale: stiamo infatti assistendo a un ritorno dall’impresa societaria all’impresa familiare come forma più rilevante di potere economico. Le nostre giovani aspiranti élite, impegnate a dimostrare il proprio merito e a incarnare valori legati al dinamismo, all’apertura e al progresso, sono solitamente figlie di élite che hanno fatto lo stesso.

La democrazia dinamica in America

Drochon vuole convincerci che, poiché non possiamo fare a meno di un’élite, dobbiamo mantenere aperta la nostra élite. Egli sostiene che, in particolare negli Stati Uniti, la “circolazione delle élite” abbia “subito un rallentamento, se non si è addirittura arrestata del tutto”, creando le condizioni per una “rivoluzione” o almeno per una “rivolta”. È vero che la contesa tra Trump e Biden è stata giustamente «denunciata come gerontocratica» e come un segnale preoccupante del fatto che i meccanismi di trasmissione del potere alla prossima generazione di élite fossero in qualche modo bloccati o in fase di collasso.8  Tuttavia, nulla nell’analisi di Drochon ci permette di riflettere specificamente sulla trasmissione generazionale del potere, che dopotutto può consistere nel fatto che i figli subentrino nelle posizioni dei genitori. Un’élite potrebbe evitare la gerontocrazia pur rimanendo chiusa sia ai nuovi talenti sia ai leader dei gruppi emergenti. Possiamo immaginare un’aristocrazia politicamente efficace composta da persone di mezza età o persino da giovani, come i principi del Rinascimento italiano o, più immediatamente, i giovani rampolli delle dinastie dei Kennedy e dei Trump.

Per Drochon, tuttavia, è stata la chiusura mentale — piuttosto che l’età, l’incompetenza o la malevolenza — dell’élite americana a suscitare sia l’antielitarismo populista sia l’insoddisfazione di un’élite emergente che, almeno temporaneamente, si è identificata con Trump. Quest’ultima, sostiene Drochon in un’affermazione incredibilmente generalizzata, ha vinto nel 2024 con il sostegno di una nuova élite che «ha completamente sostituito la vecchia élite». La vecchia élite era composta da democratici e repubblicani anti-Trump (Drochon cita solo politici); la nuova élite comprende repubblicani pro-Trump e «i “tech-bros” Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, ecc.». Questi «oligarchi della tecnologia» costituivano una «élite emergente», apparentemente insoddisfatta dei limiti imposti loro dalla vecchia élite politica, pronta a sostenere il «cambio di regime» di Trump per promuovere i propri interessi.9 In che misura questi miliardari della tecnologia costituissero già in precedenza un’élite emergente o quali siano i loro interessi specifici rimane inspiegato in tutto il libro.

Negli ultimi due anni questa storia è stata raccontata così tante volte che l’esistenza di una specifica formazione sociale costituita dalle élite tecnologiche, con interessi e ideologia propri, potrebbe sembrare ovvia. Le convinzioni politiche delle singole élite della Silicon Valley, tuttavia, sono ampiamente eccentriche e instabili. I tentativi di tracciare il comportamento politico collettivo del gruppo, o di delineare gli impegni condivisi dai suoi membri, finora si sono rivelati poco convincenti. Poiché le élite tecnologiche sembrano aderire a ogni dottrina, dall’anarco-libertarismo all’autoritarismo neocameralista e dal transumanesimo al cattolicesimo eterodosso, spostando al contempo le loro donazioni dai Democratici neoliberisti ai Repubblicani del movimento MAGA, diventa difficile formulare affermazioni sul carattere di questa élite.

È vero, alcune élite tecnologiche hanno donato ingenti somme di denaro a Trump, e questo è stato probabilmente determinante per la sua rielezione. Ma queste élite rappresentano forse un gruppo a sé stante, una classe emergente con una propria visione del mondo e un proprio percorso storico, che si scontrano con le strutture gerontocratiche della Beltway proprio come la borghesia francese contro la Bastiglia?

Gli oligarchi della tecnologia, come gli altri ricchi, in genere vogliono tasse più basse, meno regolamentazione, più appalti pubblici, manodopera a basso costo, mercati protetti e così via. A differenza degli altri ricchi, possono anche avanzare richieste specifiche riguardanti, ad esempio, l’approvvigionamento idrico ed elettrico per i data center o l’allentamento delle leggi antimonopolistiche. Possono trovarsi in disaccordo con altri ricchi individui — e tra loro stessi — su ogni sorta di altre questioni sociali e culturali. Non è chiaro fino a che punto le loro richieste specifiche si integrino in un programma tale da poter affermare che le élite tecnologiche abbiano interessi comuni chiaramente articolati che debbano essere soddisfatti dall’establishment politico.

È ancora meno ovvio se il mezzo secolo di cambiamenti economici legati alla Silicon Valley e al settore tecnologico possa essere paragonato all’era dell’industrializzazione, che presumibilmente ha dato vita a nuove classi e a élite emergenti, tanto da poter parlare delle élite tecnologiche come di un’altra formazione di questo tipo. Tale analogia, tuttavia, ha orientato gran parte del nostro modo di pensare sia a queste élite, sia, più in generale, alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di vivere legati all’informatica, a Internet e all’intelligenza artificiale. Gli analisti ci informano periodicamente che, grazie al dinamismo intrinseco della tecnologia, siamo alle soglie di, o siamo già entrati in, una nuova era alla quale le nostre strutture politiche, sociali e culturali devono adeguarsi. Tale affermazione si basava sul fatto che tali analisti avessero ereditato un quadro intellettuale grazie al quale potevano parlare con sicurezza della natura del cambiamento storico e della sua inevitabile sequenza di novità epocali.

Sembra tuttavia sempre più difficile tracciare la storia in questi termini lineari, o seguire l’ascesa e il declino di gruppi sociali caratterizzati da insiemi ben definiti di interessi e ideologie. La vita politica e la società civile appaiono sempre più come geroglifici imperscrutabili, specialmente se letti attraverso i metodi tradizionali dello storicismo e dell’analisi sociologica. Il corso in continua evoluzione dell’amministrazione Trump, l’instabile coalizione che lo sostiene e la mutevolezza delle visioni del mondo delle élite tecnologiche sembrano sintomatiche di questa variabilità, così come lo sono i tentativi disperatamente loquaci dei commentatori di fornire categorie e classi attraverso cui comprendere le forme di pensiero frammentarie, proteiformi e sconcertanti in cui ci muoviamo. Non passa settimana senza che qualche saggio su Substack, improvvisamente popolare, annunci o denunci l’esistenza di una categoria di persone prima insospettabile (come, appunto, volpi e leoni). Ci viene fatto credere che sia imperativo per il nostro futuro politico comprendere questa categoria, o meglio discuterne in modo prolisso fino alla pubblicazione del prossimo saggio.

A partire dagli anni ’60, la sinistra ha cercato un gruppo sociale che sostituisse la classe operaia come motore del cambiamento sociale, riponendo le proprie speranze nelle minoranze razziali, nei giovani e negli immigrati, mentre gli osservatori conservatori hanno di conseguenza concentrato la propria ira su una serie di gruppi in parte immaginari, dai burocrati dello “Stato profondo” alle donne delle risorse umane. Le descrizioni dell’«élite tecnologica» possono ricoprire un ruolo simile, facendola apparire o come un pericolo o come uno strumento con cui smantellare un’élite sempre più disfunzionale. Ma il discorso pseudo-sociologico che identifica nuovi eroi e cattivi per il nostro dramma storico sembra aver raggiunto un picco di onnipresenza, incapace di orientare in modo affidabile la nostra politica.

Immaginare un’élite del futuro

Quanto detto sopra potrebbe sembrare un cavillo meschino. Drochon vuole che accettiamo l’idea che abbiamo bisogno di un’élite, in contrapposizione alla spinta irrazionale del populismo. Vuole che la nostra élite sia vitale, energica e competente. Si tratta di un’idea lodevole, e non si può non essere d’accordo. Ma nel tentativo di utilizzare le sue interpretazioni della teoria delle élite e il suo concetto di “democrazia dinamica” per sostenere queste tesi, Drochon ci presenta false scelte e falsi problemi.

Coloro che condividono il suo desiderio che le società occidentali siano governate in modo dignitoso non dovrebbero confondere tale desiderio, come fa Drochon, con quelli di mobilità sociale o di adeguamento al progresso della storia, che hanno prevalso come senso comune sin dalla fine del XVIII secolo. Questi desideri possono essere ragionevoli, o avere un nucleo razionale che andrebbe riformulato per la nostra epoca, ma non hanno nulla a che vedere, di per sé, né con la democrazia né con un’élite sana. Drochon, avendo accettato che la democrazia non possa fare a meno di un’élite, cerca di ridefinire la democrazia come un regime governato da un’élite aperta, mobile e progressista. Un regime governato da un’élite meritocratica, tuttavia, costantemente aperta a nuovi talenti e attivamente alla ricerca nel campo sociale di gruppi emergenti o minoranze emarginate, potrebbe essere percepito come antidemocratico da molti dei non-elitari che esso governa. Questo scenario, dopotutto, riflette in parte il modo in cui la base populista di Trump vede le élite che identifica all’interno della burocrazia federale, delle reti di lobbisti, dei media e del mondo accademico.

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Da questa prospettiva, potremmo riconsiderare se la creazione di un’élite intelligente e virtuosa al servizio del popolo abbia davvero così tanto a che fare con la questione dell’apertura di tale élite, piuttosto che, ad esempio, con la qualità della sua istruzione, l’ampiezza della sua visione o il suo senso di responsabilità. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare a ciò che vogliamo dalle nostre élite e a come ottenerlo.

La nostra profonda e diffusa insoddisfazione nei confronti degli attuali assetti sociali, economici e culturali si manifesta spesso sotto forma di ostilità nei confronti di coloro che vengono percepiti come élite e, talvolta, nei confronti di qualsiasi élite in generale. Le proteste contro la stagnazione e il relativo declino del tenore di vita delle classi medie e lavoratrici occidentali —che generano disorientamento etico e disperazione nei loro membri—si esprimono in forme imprecise e irrazionali che confondono problemi risolvibili con nemici chimerici. Il malcontento ben fondato per la traiettoria della nostra civiltà sfocia in movimenti e credenze bizzarri e autolesionistici. Le lamentele riguardo all’inaccessibilità degli alloggi e dell’assistenza sanitaria, o alla crescente difficoltà di assicurarsi un lavoro ben retribuito e un matrimonio appagante, si traducono in invettive non solo contro i leader che ci capitano e le loro decisioni sbagliate, ma contro il fatto stesso di dover essere guidati.

La sensazione diffusa di essere stati condotti in un vicolo cieco e di dover trovare una nuova strada rappresenta una richiesta politica di azione collettiva per riorganizzare il nostro mondo. Le persone che sembrano invocare a gran voce l’azione, la politica, la leadership sono diventate, a causa delle condizioni contro cui protestano, così disorientate e tormentate da aderire a movimenti demagogici che offrono loro la fugace illusione che qualcosa possa essere fatto a loro favore (o, più probabilmente, per punire le persone che odiano). Nel frattempo, questa demagogia erode ulteriormente non solo il loro tenore di vita, ma anche la loro capacità di distinguere l’azione dal gesto, la politica dalla messinscena, i leader dagli showman.

Nell’ultimo decennio, le richieste di smantellare lo “Stato amministrativo” o lo “Stato profondo” provenienti dalla destra, oppure “la polizia” e “le frontiere” provenienti dalla sinistra, si sono accompagnate, in un apparente paradosso, a un uso arbitrario e punitivo del potere statale da parte sia dei conservatori che dei progressisti per mettere a tacere e umiliare i propri nemici ideologici. Sia le richieste impossibili di abolire gli strumenti necessari al potere politico, sia gli abusi eclatanti di tali strumenti sono stati accolti con entusiasmo da ampi segmenti dell’opinione pubblica non appartenente all’élite. Se in tutto l’Occidente contemporaneo l’élite ha deluso il popolo, va detto che il popolo, a sua volta, ha perso la capacità di selezionare, sostenere o riconoscere un’élite efficace.

Noi che facciamo parte dell’élite culturale o intellettuale dobbiamo chiarire ai nostri concittadini — e prima di tutto a noi stessi — che un’élite di qualche tipo è necessaria e che solo attraverso un’élite è possibile riattivare la politica e trovare una via d’uscita dalla nostra impasse che ci sta riducendo alla miseria. La giustificazione di questo elitarismo non dovrebbe basarsi su modelli di pensiero storici e sociologici che, se mai sono stati utili, ora sembrano solo ingombrare il nostro discorso comune con astrazioni inapplicabili. Sappiamo, senza bisogno di ricorrere a essi, che esiste un’élite al potere e che ci governa male.

Potremmo iniziare a riflettere in modo positivo su come dovrebbe essere un’élite auspicabile, senza immaginarne l’auspicabilità in termini di capacità di rappresentare classi sociali o tipi umani distinti. Potremmo, infatti, considerare di rompere con la tradizione moderna che ha inteso il problema delle élite in termini di grado di apertura della classe dominante nei confronti dei nuovi arrivati e considerare cose più elevate. Tale apertura rimarrebbe, ovviamente, un argomento di analisi, ma di importanza secondaria rispetto alla virtù intrinseca della nostra élite in senso più platonico: nella forza di carattere, nella chiarezza di visione e nella gestione responsabile della nazione. In politica ci sono cose più importanti del semplice metodo di selezione.

Percepiamo inoltre che, nel cuore della libertà umana, vi sia un richiamo sempre presente a riconoscere e a partecipare a quella qualità splendente, preminente e superiore che si manifesta in certi individui dinamici, i quali ci svelano possibilità di agire insospettabili. Il fatto che questo richiamo sia stato stravolto dai demagoghi, che fingono di essere proprio quelle persone per sedurci con gesti spettacolari e vuoti — i quali incarnano i nostri grotteschi fallimenti e mettono in scena le nostre peggiori fantasie, anziché liberarci per vivere meglio alla luce del loro stesso esempio — rende ancora più imperativo che lo ascoltiamo e lo facciamo eco. Se speriamo di convincere i nostri concittadini ad accettare la necessità di un’élite, e di rendere questa élite necessaria il più competente e benevola possibile, allora dobbiamo iniziare a portare alla luce e a chiarire le nostre esperienze elementari di gerarchia, che sono state in parte oscurate da quel tipo di richiami allo storicismo su cui si basa la difesa dell’elitarismo di Drochon.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 2 (Estate 2026): 226–40.

Note

1 Hugo Drochon, Elites and Democracy (Princeton: Princeton University Press, 2026), 2.

2 Drochon, Elites and Democracy, 11–12.

3 Drochon, Elites and Democracy, 239.

4 Drochon, Elites and Democracy, 109.

5 Drochon, Elites and Democracy, 120.

6 Drochon, Elites and Democracy, 239.

7 Drochon, Elites and Democracy, 62, 106.

8 Drochon, Elites and Democracy, 241.

9 Drochon, Elites and Democracy, 242.

Informazioni sull’autore

Blake Smith è uno scrittore e storico di Chicago.

Altri libri di Blake Smith

La disconnessione delle super élite americane, di SIMPLICIUS THE THINKER

Il mese scorso è arrivato un nuovo affascinante rapporto dall’istituto di Scott Rasmussen, fondatore del famoso centro elettorale Rasmussen Reports. Il suo scopo era, per la prima volta, definire quantitativamente la vera “élite” della società, che controlla la maggior parte delle nostre narrazioni sociali, della politica e dell’“ortodossia” generale.

Il primo sondaggio in assoluto che definisce le caratteristiche e le convinzioni di un 1% di élite che sono la causa principale delle disfunzioni politiche in America oggi.

È stato ripreso da una varietà di pubblicazioni, dal NYPost:

A BostonGlobe e altri:

Il rapporto completo era incentrato su una presentazione webinar riservata ai soli membri di Rasmussen, ma il file PDF fornito riassume i grafici più salienti del sondaggio e le suddivisioni dei punti.

Per chi fosse interessato, Rasmussen è apparso sul podcast di Newt Gingrich per discutere i risultati, dove ha riassunto in modo eloquente le sue principali scoperte, nonché il modo in cui le ha trovate per la prima volta.

L’articolo del NYPost ha riassunto al meglio il set di dati:

Gli Stati Uniti hanno una classe d’élite ricca e partigiana che non solo è immune e insensibile ai problemi dei propri connazionali, ma ha anche enorme fiducia ed è disposta a imporre loro politiche impopolari.

Questa è una ricetta per il disastro.

E questo articolo supplementare di Newt Gingrich descrive come Rasmussen venne a conoscenza di tutto per la prima volta:

Durante i due sondaggi nazionali settimanali, Rasmussen e il suo team hanno notato un’anomalia. Su ogni 1.000 circa intervistati, ce ne sarebbero sempre tre o quattro che erano molto più radicali di tutti gli altri. Dopo diversi mesi trascorsi a trovare queste risposte insolite, Rasmussen si rese conto che condividevano tutte tre caratteristiche.

Le risposte radicali sono arrivate da persone che avevano una laurea (non solo studi universitari), un reddito familiare superiore a 150.000 dollari all’anno e vivevano in grandi città (più di 10.000 persone per codice postale).

Inoltre, tra questo 1% di “élite”, c’è un sottogruppo ancora più radicalizzato che Rasmussen chiama la “super-élite”, caratterizzato dal frequentare principalmente una delle dodici scuole d’élite identificate:

Gingrich aggiunge:

Charles Murray nel suo lavoro classico, “Coming Apart”, ha analizzato i codici postali e ha dimostrato che i laureati delle “sporche dozzine” di università descritte da Rasmussen vivono, lavorano e giocano negli stessi codici postali. Sono un gruppo isolato e creano una “aristocrazia di potere” che non ha alcuna conoscenza del resto di noi – e disprezza la maggior parte di noi. Ciò spiega perfettamente la linea del “cestino dei deplorevoli” di Hillary Clinton.

Ma ne parleremo più avanti.

Innanzitutto, chi sono queste élite di varietà da giardino dell’1% in questione? Rasmussen li suddivide in tre prerequisiti:

  • Laurea post-laurea
  • Guadagna più di $ 150.000 all’anno
  • Vivi in ​​un’area urbana densamente popolata

Le loro altre nozioni di base sono le seguenti, il che rivela che sono “sorprendentemente giovani”:

Certo, gran parte di ciò può risultare abbastanza evidente per la maggior parte di noi. Ma raramente i dati sono stati raccolti in modo così intuitivo e presentabile.

Diamo innanzitutto un’occhiata alle effettive disparità tra la popolazione normale e le élite al centro dell’analisi, prima di estrapolarle verso l’esterno.

Il primo ruota attorno alla percezione delle libertà individuali:

Quasi il 60% degli elettori regolari crede che non ci sia abbastanza libertà, mentre solo il 21% delle élite lo pensa. Quasi il 50% delle élite ritiene che ci sia troppa libertà, mentre solo il 16% degli elettori la pensa così.

Nell’intervista a Gingrich, Rasmussen approfondisce questo approccio, spiegando che molti di questi haut monde sono fortemente risentiti per il modo in cui il panciuto hoi polloi ha agito durante l’era della “pandemia” di Covid, in particolare: non solo per il loro rifiuto di mascherarsi, ma per il successivo consolidamento della loro posizione anti-vax. Ciò ha approfondito la spaccatura tra le due parti, con le “élite” che hanno ulteriormente consegnato la loro sottoclasse estraniata al mucchio di cenere dei diritti. Come sempre, non c’è niente di più efficace della paura di subire danni fisici nel creare un risentimento viscerale tra le persone.

Ma il meccanismo più forte dietro questa linea di faglia ha la seguente origine: il 70% delle élite ha fiducia nel governo, mentre solo una piccolissima parte del pubblico, circa il 20%, lo fa:

Ancora più sconcertante è l’enorme divario tra la fiducia di ciascuna parte nella “classe professionale”:

Guardate le cifre: solo il 6% degli elettori ha un parere favorevole al Congresso, il 10% i giornalisti e il 17% i professori. Tra le élite dell’1%, questi numeri hanno una media superiore al 70%; questo da solo racconta praticamente l’intera storia.

Un altro:

Il 77% delle élite imporrebbe restrizioni sul gas, sul razionamento alimentare, ecc., a causa del “cambiamento climatico”, mentre il 63% degli elettori regolari si oppone a tali misure. In effetti, le élite in generale sostengono fermamente il divieto dei veicoli a gas, delle stufe a legna, dei SUV, dei viaggi aerei non essenziali e persino dell’aria condizionata, mentre la stragrande maggioranza degli elettori è totalmente contraria.

Ecco una delle dodici università menzionate da cui proviene la maggior parte degli iscritti all’1%:

Per quanto riguarda le istituzioni, non sorprende che le dodici scuole chiave, per lo più della Ivy League, formino una sorta di condotto che filtra l’élite sui piedistalli del potere nella società. Si tratta di un canale ben consolidato che alimenta un segmento ristretto e preselezionato della società sempre più elevato attraverso un filtro di purificazione ideologica inteso a eliminare eventuali fastidiosi scivoloni non conformi.

Chiunque abbia studiato la storia dell’ascesa delle istituzioni transnazionaliste nel XX secolo saprà che dagli inizi del 1900, gruppi come quello di Milner e Rhodes istituirono vari programmi e borse di studio come la “Rhodes Scholarship” proprio per questo scopo. Tali “condutture” si sono diffuse in tutto il mondo occidentale, compreso il moderno laboratorio di preparazione “Young Global Leaders”, di estrazione di Klaus Schwab.

Questi programmi istituzionali fungono da meccanismo di vagliatura per l’élite finanziaria globale per distinguere i candidati con i giusti pedigree signorili, inclinazioni sociopatiche, composizioni filistee e transnazionaliste al fine di trovare candidati idonei per future nomine di leadership. Date un’occhiata alla buona fede di qualsiasi leader o politico globale di spicco – siano essi istituzioni finanziarie come la BCE, il FMI, la Federal Reserve o organizzazioni di sicurezza come la NATO – e troverete invariabilmente membri di lunga data o distinzioni dalla manciata di istituzioni del “Vecchio Ordine” ‘ istituzioni. Gli amici non eletti, che di fatto vengono selezionati personalmente e nominati dall’anonima nomenklatura di cui sopra, provengono quasi sempre dalla stessa piccola cricca.

È risaputo che i migliori economisti, i direttori di hedge fund – per aziende come Goldman Sachs, per esempio – i giuristi costituzionali, ecc., provengono tutti da questo esiguo collettivo di scuole, come Harvard. Ciò è progettato per consentire alle élite di controllare con precisione il piccolo gruppo di lealisti selezionati prima di introdurli nei loro ranghi rarefatti e strettamente sorvegliati. È un sistema a circuito chiuso ed è fondamentale per la regolamentazione degli strati superiori che fungono da tessuto del meccanismo di controllo dell’élite.

Quando si arriva al rapporto di Rasmussen, è chiaro che la “super élite” serve a diventare pilastri di influenza nella società, agendo come guardrail per gestire e regolare ulteriormente gli interessi della classe manageriale più esclusiva, legata al vecchio sistema bancario famiglie. In breve: si tratta di un canale ben oliato e altamente selettivo che convoglia continuamente le “persone giuste” – ambiziose, ma malleabili e servili agli interessi globalisti – verso l’alto.

L’indagine di Rasmussen rivela quanto siano lontani dalla società normale. Dato che il loro ambiente rimane il loro gruppo ristretto, queste persone non si mescolano mai veramente né sperimentano le preoccupazioni o le frustrazioni del lavoratore medio della strada. Esistono esclusivamente in una realtà simulata parallela, che viene rafforzata per loro quotidianamente attraverso il bias di conferma che genera motori di social media di sinistra e grandi aziende tecnologiche controllate e dominate dai liberali, che filtrano la società per loro come una coppia di Occhiali AR.

Gli estremi della loro posizione fuori dal mondo sono testimoniati quotidianamente, ad esempio:

L’unica apparente contraddizione è che queste élite “vivono prevalentemente in codici postali che superano una densità di popolazione di 10.000 persone per miglio quadrato”. Ciò implica che vivano in grandi città come New York, dove sarebbero infatti costretti a sopportare quotidianamente la commistione con i contadini. In realtà, sappiamo che si trovano trincerati in quartieri aristocratici altamente sequestrati all’interno di queste città, come l’Upper East Side a Manhattan, o Kalorama a Washington. Essendo trasportati avanti e indietro con un servizio di auto di lusso, raramente si degnano di incrociare la gente comune per che non hanno altro che disprezzo, a parte qualche simbolica presa rapida al chiosco di caffè e panini all’angolo per rassicurarsi che sono “in contatto” con la scia della società.

Negli ultimi tempi non è stata messa su pellicola una rappresentazione migliore di questa classe di Cosmopolis, adattato da DeLillo e diretto da Cronenberg .

Il film metaforizza perfettamente l’idea della realtà isolata delle élite ambientando l’intera trama nella lussuosa limousine dell’amministratore delegato incredibilmente ricco; la sua unica connessione con il mondo reale, di cui ha una fame nevrotica, è attraverso i vetri antiproiettile che lo circondano come schermi digitali. Naturalmente, oltre a ciò, il film affronta anche le numerose questioni legate alla disconnessione tra élite e plebe, terminando con una svolta violenta con uno dei dipendenti del CEO patologicamente scontento e sottovalutato.

Per molti aspetti si tratta di un problema secolare: le élite sono sempre esistite in società parallele. Tuttavia, l’avvento delle tecnologie digitali e dei social media ha permesso loro di rinchiudersi in una bolla di pregiudizi di conferma sempre impermeabile come mai prima d’ora. Ascolta le interviste con i principali politici di Washington, pezzi grossi aziendali, ecc., e nota come siano presenti esclusivamente nelle pubblicazioni aziendali più mainstream come WaPo, NYTimes, ecc. Diventa il suo circolo ermetico di feedback autoreferenziale sempre più isolato dal reale esterno . mondo dell’esperienza umana.

Come descritto nel precedente articolo del NYPost:

Se l’America vuole evitare di finire in questo circolo vizioso di feedback tossico, le sue élite dovranno uscire dalla bolla, smettere di conformarsi nel tentativo di confondersi con i loro coetanei miopi e iniziare ad affrontare le legittime lamentele dei loro connazionali.

Ciò spiega cose come l’ossessione delle élite per il cambiamento climatico, poiché si tratta di una questione che esiste esclusivamente “sulla carta” – come astrazione – e non è realisticamente sentita nei quartieri comuni. Gli aristocratici che riflettono ripetutamente il loro stridulo allarmismo da eco su questo tema diventano sempre più radicalizzati, soprattutto perché – come riportato in precedenza – danno molta più importanza alle istituzioni di autorità rispetto al prolet medio. Ciò si traduce nella calcificazione della loro cieca fiducia negli spettri come il cambiamento climatico, nonostante lo sostengano solo a parole e non agiscano di conseguenza alla luce di tale “minaccia” esistenziale.

Il problema è esacerbato dai mali sociali che creano divisioni lungo le linee di genere, dando peso sproporzionato alle preoccupazioni incentrate sulle donne, secondo la teoria di Longhouse:

La Longhouse si riferisce alla notevole correzione eccessiva delle ultime due generazioni verso norme sociali incentrate sui bisogni femminili e sui metodi femminili per controllare, dirigere e modellare il comportamento.

Le donne sono naturalmente predisposte ad essere più comprensive – e quindi suggestionabili – verso gli imperativi dell’ingegneria sociale che cooptano la narrativa attuale. Gli uomini vengono sempre più espulsi dall’istruzione superiore, il che significa che anche tra le élite incanalate verso l’alto, le posizioni si inclinano sempre più verso la “Longhouse”:

Questa femminilizzazione della classe manageriale può essere vista da diversi punti di vista:

Come tutti ormai sanno, le donne non sposate fanno di gran lunga il salto più sproporzionato nel Paese Democratico, così come nelle politiche iperliberali sempre più radicalizzate, il che si riflette in altri modi interessanti:

Per inciso, un utente X ha espresso un commento convincente riguardo allo screenshot qui sotto:

La maggior parte delle informazioni sulla storia del crollo delle iscrizioni universitarie maschili si concentra su quanto sia preoccupante che questi uomini non sposino le opinioni politiche dell’élite

Ma una delle disparità più rivelatrici dell’indagine Rasmussen ha mostrato quanto le élite siano fuori contatto specificamente con le questioni economiche che colpiscono maggiormente la plebe, in contrapposizione alle questioni marginali di guerra culturale intellettuale che esistono come ariose astrazioni:

Qui potete vedere che un enorme 82% delle élite ritiene che Biden stia avendo successo sul fronte occupazionale, il che per estensione significa approvazione dell’economia. La pensa così solo il 41% degli elettori.

Ciò è particolarmente rivelatore perché l’occupazione e l’economia sono l’unica questione vitale sentita direttamente in prima persona dagli elettori regolari. Le élite hanno poco legame con questo, poiché non importa quanto grandi o piccoli siano i numeri della disoccupazione, rimangono al sicuro nelle loro vite radicate nel benessere degli strati superiori.

L’ultimo argomento che secondo Rasmussen ha scioccato anche lui è stata la questione dell’amoralità delle élite. Ha scoperto che quasi il 70% delle super-élite starebbe bene se il proprio candidato imbrogliasse piuttosto che perdere le elezioni. Solo un piccolo 7% degli elettori regolari nutriva tali predilezioni amorali:

Rasmussen ha affermato che questo progetto ha rivelato il numero elettorale più spaventoso che abbia mai visto in quasi 35 anni di studio dell’opinione popolare. Secondo i suoi dati, il 35% dell’1% dell’élite (e il 69% dell’1% dell’élite politicamente ossessionata) ha affermato che preferirebbe imbrogliare piuttosto che perdere un’elezione ravvicinata. Tra gli americani medi, il 93% rifiuta gli imbrogli e accetta la sconfitta in un’elezione onesta. Solo il 7% ha riferito che avrebbe imbrogliato. – fonte

Ciò è davvero sorprendente se non altro per il motivo che presenta di gran lunga il margine di differenza più ampio rispetto a qualsiasi altra domanda. Ciò da solo spiega molti dei mali della società, inclusa la prontezza con cui è stato già dimostrato che le élite detentrici dell’influenza utilizzano la loro considerevole ricchezza e portata per mettere un “pollice sulla bilancia” delle elezioni del 2020.

Non sorprende, quindi, che questa pervasiva cultura dell’amoralità si rifletta in tutte le narrazioni attuali che portano alle elezioni del 2024:

Il suddetto articolo di Foreign Affairs – la rivista ufficiale del Council on Foreign Relations – è particolarmente emblematico a questo proposito, in particolare perché il CFR per molti aspetti rappresenta il totem della super-élite dell’1% in discussione. Il conclave non è composto solo da una classe particolare – come i leader mondiali – ma cerca di mettere in rete e uniformare l’intero tessuto del livello più alto, dall’élite imprenditoriale, ai reali burocratici e persino ai principali influencer della cultura pop come Angelina Jolie, che era una membro da anni.

L’articolo è una testimonianza esatta del tipo di ipocrisia inerente a gran parte della classe dirigente. Si parla di “obiettivi meritevoli” perseguiti con “mezzi indegni” per il bene di obiettivi “liberali” e democratici, ma il problema è: chi decide su questi “obiettivi meritevoli”? Secondo loro, rovesciare una serie di leader sgradevoli o semplicemente “incompatibili” in tutto il mondo era un “obiettivo meritevole”. Ma inerente alla “democrazia” e agli ideali liberali che essa afferma di difendere è l’approvazione democratica da parte dei cittadini di tale direzione politica.

Nell’Occidente “liberale” questo piccolo gruppo di élite spaccia i propri programmi egoistici con falsi eufemismi mascherati da “ideali democratici”, quando in realtà le persone non hanno voce in capitolo in nulla di tutto ciò. Ecco perché questa versione di “democrazia liberale” non è altro che una maschera contraffatta per realizzare obiettivi geopolitici necessari per il continuo dominio dell’élite bancaria e finanziaria mondiale.

Schiavizzare i propri cittadini in una rete di bugie non è affatto un mondo di “libertà”: è schiavitù intellettuale e morale, anche se capita che i vostri cittadini godano inconsapevolmente delle comodità materiali di un sistema costruito su uno sfruttamento predatorio orribilmente mascherato. Il problema è che tali circostanze non sono mai sostenibili a lungo termine: certo, possono creare condizioni semi-utopistiche per la tua stessa covata, ma il resto del mondo alla fine si accorge della frode, chiedendo la loro libbra di carne come ricompensa. Sarebbe meglio per le élite porre fine alla farsa e dire semplicemente la verità: non ha nulla a che fare con ideali nobili e surrogati come “libertà” e “liberalismo”, ma piuttosto con la conservazione del primato occidentale e di uno stile di vita favorito; È tutto.

L’articolo è una parodia burlesca dell’ipocrisia: insiste sul punto sulla presunta “aggressione” e sulle politiche “illiberali” di Russia e Cina – come l’“invasione” dell’Ucraina – ignorando cretinamente le ben più numerose trasgressioni, invasioni e occupazioni di territori degli Stati Uniti. vari stati sovrani, per non parlare dell’attuale facilitazione del genocidio totale a Gaza, per il quale gli Stati Uniti hanno appena consegnato un’altra enorme quantità di bombe a Israele nel momento in cui scriviamo. Anche le elezioni in Cina e Russia si sono dimostrate molto più democratiche e “liberali” di quelle della falsa “produzione” elettorale statunitense, che ha visto un’ovvia “vittoria” rubata per un candidato insultato nel 2020, o anche di quella dell’odierna farsa dell’invasione coordinata di milioni di illegali allo scopo di ribaltare un’altra elezione “democratica” nel 2024. Le geremiadi senza fiato dei soldati dell’establishment non sono altro che disperati dispositivi di protezione destinati ad arginare e arginare l’edificio fatiscente del loro vecchio Ordine decrepito.

Basta osservare gli ideali di “democrazia liberale” di cui le élite si pavoneggiano così fermamente:

Chi sapeva che la democrazia fosse così complicata?
E gli ideali “liberali”, che dovrebbero essere sinonimo di libertà personale, sono di gran moda in questi giorni:

In realtà, tutti questi termini e concetti sono solo artefatti della facciata shibboletica eretta per servire il paradigma di controllo delle élite. Tutto ciò si ricollega all’argomento in questione: la classe dell’1% del sondaggio di Rasmussen ha creato un livello sovraordinato di istituzioni che servono a preservare il dominio del sistema. Il design autoreferenziale è un meccanismo di applicazione ideologica mirato a portare le “persone giuste” in cima alla struttura piramidale, mentre tiene lontani gli indesiderati che non sono abbastanza di sangue blu per l’esclusiva soirée.

In ultima analisi, l’autore del pezzo di Foreign Affairs sull’amoralità, Hal Brands, è un esempio calzante di questa stessa pipeline. Un’occhiata al suo wiki mostra che non solo porta il marchio “distintivo” di un qualche plauso di Henry A. Kissinger – proprio il tipo di “Rhodes Scholar” per le élite di cui ho parlato – ma che ha anche frequentato non una, ma due delle 12 istituzioni “scelte” individuate da Rasmussen:

Questo fa del signor Brands il figlio manifesto di questa classe elitaria isolata. Seduti sui loro infiniti e lussuosi stipendi e sinecure delle ONG, personaggi come Brands passano la loro vita a scrivere un’argomentazione dopo l’altra per promuovere le agende globaliste più radicali per i loro coetanei olimpici, tutti distanti dalle umili preoccupazioni della gente comune sotto le nuvole.

Per un’altra esemplare dimostrazione di questa disconnessione, non si può fare a meno di guardare questo nuovo filmato della MSNBC sull’imminente incendio del granaio intitolato White Rural Rage:

Naturalmente, gli autori sono rappresentativi del beau monde intellettuale e benestante di Rasmussen: uno di loro è un professore di scienze politiche all’Università del Maryland, l’altro è uno scrittore del WaPo e collaboratore di una “fondazione” legata a una ONG della tangenziale, che cova proprio il tipo di fiancheggiatori dell’establishment che abbiamo esplorato qui.
Queste persone di solito finiscono per essere incoronate come “senior follow” o, in modo ancora più rischioso, “studiosi” presso queste dubbie fondazioni; monili ambigui e sedicenti che dovrebbero evocare erudizione e autorità, in realtà non rappresentano altro che una vuota unzione da parte delle istituzioni corporative-globaliste che li hanno designati come affidabili factotum e divulgatori dell’agenda Co-Glo.
Purtroppo, non c’è soluzione per la spaccatura della società. Le istituzioni che ricevono finanziamenti aziendali di qualsiasi tipo possono essere considerate catturate, perché ci sono sempre dei vincoli. L’unica strada percorribile è quindi quella di evitare, dissacrare e vilipendere tutte le istituzioni, in modo che la frattura si risolva in un totale distacco dalla società originale e autentica. Una volta sviluppato un sistema parallelo, le vuote “istituzioni” di un tempo dovrebbero disseccarsi e raggrinzirsi in carapaci sfaldati, da calpestare come gusci di locuste.


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POPOLO, ELITE, DEMOCRAZIA, di Pierluigi Fagan

POPOLO, ELITE, DEMOCRAZIA. (Post pensante, quindi pesante) Il “populismo” era una espressione politica manifestatasi a cavallo tra XIX e XX secolo in Russia, negli Stati Uniti d’America e in periodi relativamente più recenti in Sud America. Le prime due manifestazioni politiche fotografavano una opposizione tra una vasta porzione di popolo, agricolo, contro i poteri dominanti del tempo, tempi in cu la composizione sociale era molto semplificata. Leggermente diversa la composizione sociale in Sud America, figlia del diverso corso storico di quel continente. Papa Francesco (che è argentino), ebbe a ricordare che secondo lui, populismo era anche quello di Hitler e del suo partito-movimento che s’impose durante le convulsioni finali della Repubblica di Weimar.
Ho sempre nutrito una infastidita diffidenza verso l’utilizzo recente di questa categoria, in quanto democratico radicale non ho mai capito la differenza tra populismo e demagogia, stante che un democratico sa molto bene cos’è la demagogia in quanto storica malattia degenerativa proprio della democrazia. Non solo la categoria è incerta ma la sua applicazione mi è sembrata molto a casaccio. AfD, FN, Vox, FdI, ad esempio, mi sembrano legittimi partiti di destra, non vedo cosa c’entri il populismo. Avranno la loro percentuale di inclinazione demagogica, ma in comune a molte altre forze politiche in questi tempi di “democrazia spettatoriale”. Non ho neanche mai capito cosa c’entrasse la Brexit col populismo. E’ stata una etichetta intrisa di giudizio negativo, applicata appunto un po’ a casaccio per delegittimare posizione politiche avversarie. Forse se ne può accettare l’utilizzo descrittivo nel caso polacco, ungherese e di Trump, in buona parte per la forma di qualche tempo fa nel caso M5S e Lega, ma sono tutti casi da meglio precisare.
Non è un caso che questa categoria politica nasca come fenomeno politico concreto tra fine XIX ed inizi XX secolo, assieme al suo riflesso teorico. Questa è la “Teoria delle élite” di Mosca-Pareto-Michels. Ma la teoria era descrittiva, il suo utilizzo in chiave prescrittiva che cioè preveda politicamente che possa esistere una possibile contrapposizione secca tra élite e popolo inteso come il 99% di Occupy Wall Street (non a caso fenomeno americano), è un passaggio non compreso in quella teoria. Forse compresa da Michels quando da socialdemocratico tedesco diventò simpatizzante del fascismo italiano della prima ora, ma il caso individuale non è riflesso nella teoria in quanto tale.
Se la contrapposizione élite vs popolo esiste in descrizione, vale anche in prescrizione? Cioè esiste una via politica concreta che opponga le élite al popolo? Direi proprio di no, tranne in un caso. Il caso che prevede questa contrapposizione è quello vagamente oppositivo, ma una opposizione che non sviluppa una sua visione alternativa del potere, solo di interpreti, è movimento di opinione non movimento politico. Quando da movimento di vaga opinione diventa movimento concretamente politico, rischia solo di sostituire una élite ad un’altra, una élite sfidante “buona” fintanto che si contrappone a quella cattiva, ma destinata a trasformarsi inevitabilmente in “cattiva” quando prenderà il ruolo di élite dominante a sua volta. Come faccia una intenzione populista a riportare il potere al popolo, non è mai detto perché diventerebbe una teoria della democrazia che nessuno si sogna minimamente di promuovere davvero.
Sono cinque i fattori che hanno favorito l’affermarsi di questa partizione “popolo vs élite”. Il primo è la torsione globalista-finanziaria del modo economico occidentale, un nuovo modo che di sua natura intrinseca premia moltissimo pochissimi e pochissimo moltissimi. Il secondo è il fondo di impotenza che questa partizione induce, chi sa oggi come contrastare e riformulare il sistema in modo che non produca questa asimmetria di poteri? Il terzo è il collasso del pensiero politico di sinistra occorso all’indomani del ’91. Questo ha lasciato il campo a due fazioni di destra, populiste si sono manifestate le destre conservatrici finalmente in grado di assurgere al ruolo di difendenti il “popolo” considerato un omogeneo post-classista (il concetto di classe, a destra, fa l’effetto che l’aglio fa ai vampiri), in opposizione a quelle liberal-globaliste tacciate di progressismo-elitista, ma non meno di destra anch’esse. Anche parti una volta di sinistra si sono accodate a questa “furia del dileguare” della dicotomia destra-sinistra propagandata dalle destre. Del resto quando il cervello va in pappa l’indistinto della “notte in cui tutte le vacche sono nere” diventa l’unico modo di far funzionare l’apparato interpretativo. Il quarto fattore è la sempre più pronunciata divergenza tra complessità obiettiva del mondo e nostre facoltà di interpretarla. Sintomo di questa divergenza è la fioritura di teorie del complotto che antropomorfizzano e semplificano processi impersonali complessi. Il quinto e più importante, è la crisi ormai decennale della democrazia rappresentativa occidentale. Se in origine la democrazia altro non è che l’assemblea decisionale di individui facenti parte della forma di vita associata, la democrazia rappresentativa ha aggruppato questi individui in partiti e la degenerazione populista ha ulteriormente aggruppato i comunque plurali partiti in una massa indistinta, il popolo. Quest’ultimo passaggio, oltre per la coazione degli altri quattro fattori, si è creato per degenerazione democratica decennale in favore della democrazia spettatoriale. Da spettatori a consumatori il passo è stato breve, la politica diventa una faccenda di marketing, il politico è diventato il prodotto, il voto l’atto d’acquisto. Questo filone degenerativo origina delle specifiche teorie elitiste attive sulla “maggioranza silenziosa” nate in America negli anni ’60.
Il tutto prospera oltreché sui fenomeni nel mondo, da un totale abbandono della teoria politica democratica. Una forma detta “democrazia” ce la siamo trovata fatta quando siamo nati, ormai la generazione che ha vissuto la non democrazia sta scomparendo fisicamente e con lei almeno il ricordo del prima. Se quella forma meritasse o meno il titolo di democrazia non l’abbiamo mai discusso davvero e fino in fondo, perché poco chiaro cosa s’intendesse per “democrazia” in quanto tale. In teoria politica occidentale abbiamo Machiavelli, Bodin, Hobbes, Locke, Montesquieu, il “popolo” sotto forma di Terzo Stato di Sieyès, Tocqueville, vari conservatori à la Burke, Marx, Lenin, a parte Rousseau e pur coi suoi limiti, nessuno era democratico. Le origini del sistema parlamentare sono elitiste, dalla Gloriosa rivoluzione inglese di fine XVII secolo che affonda le sue radici nelle assemblee baronali dei tempi della Magna Charta (inizio XIII secolo). Un sistema nato elitista non diventa democratico solo perché si amplia la base elettorale, è un problema strutturale. C’è anche chi con somma impudenza epistemica usa con nonchalance l’ossimoro della “democrazia di mercato” come fosse un concetto. Da quando un ossimoro può diventare un concetto? qui siamo alla bancarotta logica. Quel sistema è stato usato di malavoglia dai seguici del marxismo-leninismo, tacciato di “democrazia borghese” è stato usato in attesa di fare un qualche salto rivoluzionario. Dove il fatto rivoluzionario s’è compiuto come in Russia, la fase dei soviet è durata lo spazio di un mattino, la fretta rivoluzionaria e le pressioni anti-rivoluzionarie, hanno portato a forme oligarchiche teorizzate già nel concetto di avanguardia del popolo (autonominata tale come tutte le élite).
Insomma, ci siamo dichiarati democratici senza sapere bene cosa significasse, quindi abbiamo accettato il lungo e costante processo di degenerazione attiva della democrazia condotto da élite sapienti, ci siamo ritrovati in assetti sociali descrivibili come élite vs popolo, abbiamo preso una descrizione e l’abbiamo fatta diventare una prescrizione stabilendo che è il popolo a dover dominare e non l’élite, abbiamo aspiranti nuove élite che in nome del popolo vogliono soppiantare quelle vigenti come già successe dalla Rivoluzione francese in poi.
Noi non siamo mai stati democratici, inutile piangere ciò che non c’è mai stato, piangiamo una vaga e romantica intenzione mai diventata pratica politica.

Molto interessante, grazie

Pierluigi

. Noterella brevissima: il potere (qualsiasi potere) è sempre un differenziale di potenza, + potente/ – potente. Il potere ugualmente distribuito tra tutti non esiste né può esistere, e l “uno vale uno” del M5* ne è la dimostrazione empirica. Sintesi, le élites ci sono sempre state e ci saranno sempre. Di qui sorgono le questioni a) legittimazione delle – b) ampiezza delle – c) ricambio delle – d) inclusività delle – e) efficacia nella leadership/capacità di competere con altre – f) coesione valoriale tra – e popolo eccetera.

Roberto Buffagni

Dalla nascita delle società complesse cinquemila anni fa, le élite ci sono sempre state. Che da ciò tu tragga certezza che sempre ci saranno è un “non sequitur”.

Pierluigi Fagan

E’ una argomentazione probabilistica + una di logica formale che si basa sul fatto che il potere è sempre un differenziale di potenza, + potente/ – potente

Roberto Buffagni

L’induzione è sempre probabilistica. Ma le probabilità lasciano spazio a possibilità contrarie

Pierluigi Fagan

Infatti non dico che sia impossibile, mai dire mai. Mi sembra molto, molto improbabile, ma io sono un reazionario

Roberto Buffagni

A me interessava solo fa notare che una cosa storicamente rarissima e legata a condizioni molto speciali, non diventa probabile se nessuno si applica a pensarla per poi provarla a farla diventare possibile.

NB_Tratto da facebook