Italia e il mondo

La “questione catalana”, di Vladislav Sotirovic

La “questione catalana”

L’identità catalana e la Catalogna

I catalani sono il popolo che vive nei territori della Spagna appartenenti alla regione autonoma storica denominata Catalogna. La loro importanza per la politica interna spagnola può essere compresa al meglio se si tiene presente che la Catalogna (Catalunya) è stata, dal 1975, la regione autonoma più potente dal punto di vista politico ed economico del Regno di Spagna – negli ultimi 25 anni, in sostanza, una sorta di «Stato nello Stato». Di fatto, i catalani sono il gruppo etnico-storico più integrato in Spagna insieme ai baschi. [1]

Ciò che rende i catalani così interconnessi può essere compreso se si conosce il modo in cui essi interpretano storicamente il concetto di identità di gruppo. Innanzitutto, definiscono un catalano come «chiunque viva e lavori in Catalogna» e«chiunque parli catalano». [2] Queste spiegazioni indicano che chiunque, sia per discendenza che per conversione, potrebbe essere considerato catalano; ciò significa, in pratica, che l’identità etnonazionale catalana si fonda sia su concetti o modelli politici (francesi) sia su quelli linguistico-culturali (tedeschi).[3] In sintesi, secondo il modello francese, l’etnonazione è costituita da tutte le persone che desiderano vivere insieme in un’unica entità politica (nazionale) (regione autonoma, provincia o Stato), mentre, secondo il concetto tedesco, le persone che parlano la stessa lingua, professano la stessa religione o condividono la stessa storia e cultura costituiscono il popolo in senso etnonazionale. Tuttavia, nel caso catalano è evidente che una cultura comune e, soprattutto, la lingua costituiscono il quadro fondamentale dell’identità etnonazionale: «Nessuno sarà catalano finché non parlerà come noi, finché non farà proprie le nostre esigenze[4].» Ciò indica che è necessaria una lotta per ottenere un’identità catalana, e si ritiene che il popolo difficilmente rinuncerà alle identità già conquistate dopo tale sforzo.

Si osserva che la lingua è il segno distintivo dell’integrazione in Catalogna, ma non l’unico. Chi adotta il catalano partecipa anche alla cultura popolare dei catalani. Ciò significa che ai nuovi arrivati vengono imposte non solo la lingua, ma anche le tradizioni e le usanze dei catalani; essi, nel loro insieme, hanno un compito sacro per il nazionalismo catalano, espresso come segue:

«Il nazionalismo è la volontà di avere un modo particolare di essere e la possibilità di costruire il proprio Paese»… «La nostra identità [catalana] come Paese, la nostra volontà di esistere e le nostre prospettive per il futuro dipendono dalla salvaguardia della nostra lingua»… «È compito di tutti coloro che vivono in Catalogna preservarne la personalità e rafforzarne la lingua e la cultura».[5]

Tutti i fattori che contribuiscono a creare un’identità etnonazionale comune, menzionati in precedenza, dimostrano che la consapevolezza dell’identità catalana viene insegnata a tutti i nuovi arrivati ed esercitata sia dai cittadini di lunga data che da quelli di recente arrivo, al fine di rendere la Catalogna forte come unità politica e i catalani forti come società etnonazionale. In sostanza, il nazionalismo culturale, in quanto forma di nazionalismo che pone l’accento principalmente sulla rigenerazione della nazione come civiltà distintiva piuttosto che sull’autodeterminazione, sta diventando un elemento fondamentale di coesione dell’identità di gruppo catalana. Il nazionalismo culturale è, tuttavia, solitamente sostenuto dal nazionalismo etnico e non da quello civico. Il nazionalismo etnico sottolinea l’unità organica ed etnica della nazione, mentre il nazionalismo civico consente il rispetto della diversità etnica e culturale che non metta in discussione i valori civici fondamentali. In altre parole, l’identità etnonazionale catalana si fonda sul nazionalismo etnico o etnoculturale, il quale lotta naturalmente per la realizzazione del proprio principio politico fondamentale: l’autodeterminazione nazionale, ovvero il principio secondo cui l’etnonazione deve essere un’entità politica sovrana. L’autodeterminazione nazionale implica, pertanto, l’idea di indipendenza nazionale, il che significa la creazione di uno Stato nazionale indipendente. In pratica, tale principio e la politica su di esso fondata hanno portato la Catalogna a un conflitto politico diretto con le autorità centrali di Madrid e con il resto della Spagna – un Paese che non è mai stato propriamente unito sin dalla sua fondazione nel 1479.

Un fattore storico

È un dato di fatto storico che la regione catalana abbia sempre lottato contro il governo centrale spagnolo per diversi motivi; tra questi, i più importanti sono:

1. La Catalogna era la regione economicamente più sviluppata e industrializzata della Spagna; pur disponendo di notevoli risorse economiche, si sentiva tuttavia sfruttata finanziariamente da Madrid. Le élite industriali, finanziarie e commerciali catalane identificavano gli interessi dei proprietari terrieri e finanziari della Castiglia e di Madrid come responsabili di tutti i mali della Spagna, e di tanto in tanto i tentativi di tassare i profitti derivanti dalla neutralità venivano contrastati dagli industriali catalani come un attacco di Madrid alle loro libertà.[6]

2. I catalani svilupparono il più alto grado di spirito di unità etnonazionale in Spagna e, pertanto, si sono sempre considerati spiritualmente superiori rispetto a tutte le altre regioni amministrativo-storiche della Spagna.

3. La Catalogna, infatti, insieme alla Castiglia, è una delle fondatrici dello Stato spagnolo nel 1479 (con il nome storico di Aragona), avendo fornito al Regno di Spagna il re e, successivamente, l’autonomia regionale catalana; insieme al nazionalismo etnico catalano, tali elementi sono considerati misure volte a preservare l’identità storica della regione.

Non dobbiamo mai dimenticare che la Catalogna moderna è, di fatto, il successore legale dello storico Regno di Aragona – uno Stato fondatore, insieme al Regno di Castiglia, del Regno di Spagna nel quadro giuridico dell’unione tra Castiglia e Aragona del 1479. Ciò significa, in pratica, che la Catalogna integrò la propria indipendenza storica-statale nella Spagna attraverso il matrimonio politico dei monarchi cattolici romani, Isabella I di Castiglia e Ferdinando II d’Aragona, nel 1469. Isabella I salì al trono nel 1474, mentre Ferdinando II fece altrettanto nel 1479. [7] Ciononostante, l’Aragona apportò al nuovo Stato, oltre al proprio territorio continentale nella penisola iberica, le Isole Baleari, la Sardegna e la Sicilia, nonché l’Italia meridionale (il Regno di Napoli).[8] A quel tempo, il Regno d’Aragona era molto più esteso dell’odierna Catalogna, che costituiva un ducato autonomo d’Aragona insieme al Regno autonomo di Valencia.[9] Il Regno d’Aragona era una federazione di principati autonomi. Il capo titolare della federazione feudale aragonese governava separatamente i vari Stati membri e, in ciascun caso, esisteva un rapporto contrattuale individuale tra il monarca e i vassalli, istituzionalizzato da una camera rappresentativa, le Cortes, che i rappresentanti catalani convocarono per la prima volta nel 1218, quelli aragonesi nel 1247 e quelli valenciani nel 1283. L’«impero» catalano iniziò a prendere forma quando l’espansione territoriale verso sud raggiunse i confini concordati con il Regno di Castiglia e, di conseguenza, la Catalogna rivolse la propria attenzione all’espansione territoriale verso il Mar Mediterraneo. La Catalogna stabilì una presenza permanente nel Nord Africa e intervenne negli affari politici degli Stati della Penisola Appenninica (la futura Italia). La Sardegna divenne la prima vittima italiana dell’espansionismo catalano, seguita dalla Sicilia e dall’Italia meridionale. [10] Furono aperti consolati catalani dal Levante alle Fiandre, e due ducati bizantini, Atene e Neopatras, furono incorporati nella federazione aragonese.[11] A nord dei Pirenei, nell’odierna Francia, esistevano due province catalane: la Cerdenya e il Roussillon.

Con la creazione dell’impero marittimo aragonese, le esportazioni industriali catalane crebbero enormemente in cambio di schiavi e spezie provenienti dall’Oriente. La lingua catalana divenne la lingua franca del bacino del Mar Mediterraneo in ambito commerciale, mentre le consuetudini commerciali catalane costituirono il primo corpus di norme di diritto marittimo, che fu infine codificato come Libre del Consolat de Mar. A metà del XIV secolo, l’età d’oro dell’espansione mercantile e marittima catalana raggiunse il suo apice, con prove evidenti e spettacolari di tale potere e prosperità economica visibili a Barcellona,[12] che fu il centro politico ed economico dell’impero marittimo aragonese fino all’unificazione con la Castiglia nella Spagna, quando Madrid divenne l’epicentro dell’impero spagnolo d’oltremare.

La disputa storica tra la Castiglia e l’Aragona/Catalogna sulla guida politica della Spagna e delle sue colonie d’oltremare in America (dal 1492) sfociò di fatto nel 1504, alla morte della regina Isabella di Castiglia. Il rappresentante dell’Aragona, il re Fernando, sosteneva che il suo territorio originario dovesse ora assumere la guida della Spagna, mentre l’aristocrazia di Castiglia sosteneva che, in base all’unione politica del 1469 tra Castiglia e Aragona, la prima dovesse essere la guida, in quanto:

1. La Castiglia era tre volte più estesa dei regni combinati di Aragona, Valencia e Maiorca e del Principato di Catalogna.

2. La Castiglia era più densamente popolata, con cinque milioni di abitanti (e contribuenti) contro meno di un milione in Aragona.

3. La Castiglia era molto più ricca in termini di patrimonio imponibile e reddito disponibile.

4. La Castiglia era più dinamica ed espansionista, avendo nelle proprie mani un impero coloniale americano.

Ciò che teneva unita la Spagna dal 1469 era piuttosto la Chiesa cattolica romana che un’origine etnica comune, che in realtà non era mai esistita.[13] La fragilità dell’identità comune spagnola, unita al -storico, si manifestò in tutta la sua evidenza durante la Guerra Civile Spagnola del 1936-1939, quando la presenza del governo repubblicano a Barcellona dalla fine del 1937 causò attriti incessanti tra l’autorità centralista e i sostenitori dell’autonomia catalana o addirittura della secessione. Mentre molti repubblicani consideravano la Catalogna come uno Stato nello Stato, che non contribuiva pienamente allo sforzo bellico contro le forze del generale Franco, i catalani ritenevano che il governo centrale cercasse costantemente di erodere la loro autonomia e persino la loro identità storico-regionale. Quando Barcellona cadde il 25 gennaio 1939, la guerra era ormai quasi finita: Madrid capitolò il 28 marzo. La Spagna entrò nell’era della supremazia cattolica romana in tutti gli ambiti della vita, sotto la dittatura palese del Caudillo de España.

Nel marzo 1939, il generale Francisco Franco assunse la guida della Spagna e rimase la principale figura politica del Paese fino alla sua morte, avvenuta nel 1975.[14] La questione della Catalogna rimase in sospeso, e le principali forze politiche spagnole erano consapevoli che i catalani costituivano l’unico gruppo etnico organizzato del Paese, anche sotto la dittatura di Franco, il quale godeva di grande benessere dal punto di vista economico.

I primi scioperi di rilievo nella Spagna di Franco si verificarono a Barcellona nel marzo 1951, seguiti dal resto della Catalogna e da alcune altre regioni. La Spagna non voleva perdere una regione così mobilitata e ricca e, pertanto, il governo centrale di Madrid dovette adottare misure speciali nei confronti dei catalani per non perderli. Prima della dittatura del generale Franco, la Catalogna godeva di una serie di privilegi regionali autonomi,ma con l’avvento del regime di Franco i catalani persero il loro status autonomo, poiché l’intero Paese fu fortemente centralizzato, e si sentirono i principali perdenti del regime militare-ecclesiastico di Franco. Ciononostante, la severa repressione culturale e politica in Catalogna non distrusse l’identità etnonazionale e storico-regionale catalana, né il desiderio di uno status separato e di autonomia amministrativa. La Chiesa catalana continuò a promuovere gli studi culturali catalani e ad affermarsi come punto di riferimento del catalonismo. Seguendo l’esempio catalano, nel 1966 anche le province basche iniziarono a rivendicare i propri diritti regionali, di cui i baschi avevano goduto per un breve periodo durante la Guerra Civile.

L’autonomia della Catalogna

La Catalogna riottenne il proprio status autonomo nel 1978, tre anni dopo la morte di Franco. Nonostante il sostegno condizionato da parte della Spagna settentrionale, la Carta costituzionale approvata nella seduta plenaria del Congresso e del Senato il 31 ottobre 1978, ratificata dalla nazione il 6 dicembre e sancita dal Re il 27 dicembre, fornì un quadro di garanzie per assicurare la convivenza democratica nell’ambito della Costituzione e delle leggi del Paese. L’aspetto più innovativo della Costituzione del 1978 fu la riorganizzazione del territorio amministrativo spagnolo in 17 (+2) comunità autonome[15], in un sistema statale semifederale.

L’autonomia regionale formale e giuridica della Catalogna è garantita dalla nuova Costituzione democratica post-franchista della Spagna del 1978. Ciò significava, in pratica, che, per la prima volta nella storia spagnola, i catalani e la Catalogna ottennero una significativa autonomia etnico-regionale e sovranità, con un elevato grado di diritti politici e amministrativi da esercitare; di fatto, la Catalogna divenne, secondo la Convenzione di Montevideo del 1933 sui diritti e i doveri dello Stato, uno Stato nello Stato (della Spagna). Ai sensi dell’articolo 1 di tale Convenzione, lo Stato presenta quattro caratteristiche:

1. Un territorio definito.

2. Una popolazione permanente.

3. Un governo effettivo.

4. La capacità di intrattenere relazioni con altri Stati.[16]

Va sottolineato che, secondo questa visione, l’esistenza politica dello Stato non dipende dal suo riconoscimento formale come «indipendente» da parte di altri Stati. Ciò significa inoltre che, ai sensi dell’articolo 3, lo Stato, anche in assenza di un riconoscimento formale, ha il diritto di difendere la propria integrità e sovranità, di provvedere alla propria conservazione e prosperità e, di conseguenza, di organizzarsi come ritiene opportuno. Tuttavia, la caratteristica principale del concetto di Stato è la sovranità – il principio di autorità suprema e indiscutibile, che si riflette nella pretesa dell’unità politica di essere l’unico autore delle leggi all’interno del proprio territorio. Ciò che era più importante era che i catalani, nell’ambito del quadro costituzionale della loro autonomia sovrana, avevano il diritto di decidere se accettare o meno le decisioni del governo centrale di Madrid riguardanti la Catalogna in materia di economia, giustizia e sicurezza sociale; ciò significa che essi avevano il potere giuridico di esercitare la propria sovranità politico-regionale in contrapposizione al governo centrale della Spagna. In sintesi, un simile tipo di «Stato nello Stato» nel sistema federale dell’unità politica è storicamente molto raro, e il caso catalano può essere in questo senso paragonato, ad esempio, al caso della sovranità albanese del Kosovo nella Repubblica Socialista Federativa di Jugoslavia dal 1974 al 1989, con la conclusione comune che: l’indipendenza politico-regionale de facto è giunta al termine e comporta la necessità del suo riconoscimento internazionale formale come Stato indipendente.[17]

Tra i festeggiamenti nella capitale della Catalogna, Barcellona, lo status pre-autonomistico di questa regione è stato riconosciuto con il ripristino della Generalitat. I privilegi sovrani etnico-regionali della Catalogna in ambito politico ed economico, secondo la Generalitat, erano:

a. Regime giuridico: La Generalitat, come menzionato dalla Costituzione della Catalogna[18], stabilisce che:

«L’Alta Corte di Giustizia della Catalogna è l’organo giurisdizionale supremo dell’ordinamento giuridico catalano ed è competente, ai sensi stabiliti dalla corrispondente legge organica, a giudicare i ricorsi e le cause delle diverse aree giurisdizionali, nonché a tutelare i diritti riconosciuti nel presente Estatut. In ogni caso, l’Alta Corte di Giustizia della Catalogna è competente in materia di diritto civile, penale, contenzioso-amministrativo e sociale, nonché in altri settori del diritto che potrebbero essere istituiti in futuro.”[19]

Ciò garantisce la parità di trattamento di tutti i cittadini e riduce il livello dei conflitti derivanti dall’assenza di un’amministrazione centrale. Inoltre, infonde fiducia alla Catalogna riguardo al proprio diritto di avviare procedimenti giudiziari sulle questioni relative alla regione catalana. Tuttavia, il fatto di disporre di un regime giuridico autonomo rafforza la posizione dei catalani all’interno dello Stato spagnolo.

b. Commercio e fiere:

«La Generalitat detiene la competenza esclusiva in materia di commercio e fiere, compresa la regolamentazione delle attività fieristiche non internazionali e la pianificazione amministrativa delle attività commerciali.»[20]

Ciò indica che la Catalogna ha il diritto di svolgere le proprie attività commerciali secondo le proprie esigenze e i propri interessi. In pratica, quando questo diritto giuridico relativo all’entroterra di Barcellona si concretizza, diventa più facile aumentare il benessere della regione.

c. Istruzione:

«La definizione dei contenuti didattici del primo ciclo dell’istruzione infantile e la regolamentazione della struttura in cui tale ciclo viene impartito, nonché la definizione delle modalità di assunzione e delle qualifiche e specializzazioni del resto del personale.»[21]

Ciò dimostra che la Catalogna ha il diritto di definire le modalità di istruzione nel rispetto della propria cultura. Sebbene sia obbligatorio insegnare lo spagnolo nelle scuole, i catalani continuano a ricevere un’istruzione improntata alla cultura catalana. Ciò li rende non solo più integrati nella società spagnola, ma conferisce loro anche un senso di identità catalana distinta.

d. Sicurezza pubblica:

«In materia di sicurezza pubblica, la Generalitat, in conformità con la legislazione statale, è responsabile della pianificazione e della regolamentazione del sistema di sicurezza pubblica della Catalogna, nonché dell’organizzazione della polizia locale, della sicurezza pubblica e dell’ordine pubblico.»[22]

Ciò conferisce alla regione autonoma il diritto di tutelare il benessere dei propri cittadini. Poiché la popolazione della regione conosce meglio i propri problemi, garantire la sicurezza tenendo conto delle reali problematiche rafforza la regione stessa.

e. Partecipazione ai trattati dell’Unione Europea:

«La Generalitat sarà informata dal Governo dello Stato in merito alle iniziative di revisione dei trattati dell’Unione Europea e ai successivi processi di firma e ratifica. Il Governo della Generalitat e il Parlamento trasmetteranno al Governo dello Stato e alle Cortes Generales le osservazioni che riterranno pertinenti a tal fine.»[23]

Ciò indica che, sebbene la Catalogna non eserciti un’influenza diretta sull’Unione Europea (UE), il governo centrale di Madrid è comunque tenuto a informare la Catalogna sulle questioni relative alle relazioni tra l’UE e la Spagna. Tuttavia, questo punto dimostra ancora una volta come, di fatto, la Regione Autonoma della Catalogna all’interno della Spagna sia giuridicamente potente.

f. Trattati e convenzioni internazionali:

«Il Governo dello Stato informerà preventivamente la Generalitat in merito alla firma di trattati che abbiano un effetto diretto e specifico sulle competenze della Catalogna. La Generalitat e il Parlamento possono rivolgere al Governo le osservazioni che ritengono pertinenti a tali questioni» e «Nel caso di trattati che abbiano un effetto diretto e specifico sulla Catalogna, la Generalitat può richiedere al Governo di includere rappresentanti della Generalitat nella delegazione negoziale; la Generalitat può richiedere al Governo di firmare trattati internazionali in settori di sua competenza». [24]

Ciò evidenzia una questione di grande rilevanza: sebbene la Catalogna sia solo formalmente una regione autonoma della Spagna, essa dispone, di fatto, di un diritto effettivo di influenzare Madrid in merito alle decisioni spagnole che riguardano la Catalogna, e ha il diritto di contestare le decisioni dell’autorità centrale spagnola.

La Catalogna tra Madrid e Bruxelles

I conflitti tra la Catalogna e il governo centrale di Madrid figurano tra le numerose questioni in cui l’UE è direttamente coinvolta sin dal 1986, quando la Spagna divenne uno Stato membro della Comunità Europea (CE). Le questioni fondamentali nelle relazioni tra Barcellona e Madrid sono:

  1. Il conflitto tra la Catalogna e Madrid riguardava la questione fiscale. Ad eccezione delle regioni dei Paesi Baschi e della Navarra, tutte le province versano le proprie imposte al governo centrale spagnolo.[25] Il 33% delle imposte riscosse veniva restituito a tali province.[26] Tuttavia, la Catalogna chiedeva che le venisse restituito il 50% delle imposte riscosse. Se la restituzione del 50% fosse stata concessa solo alla Catalogna, non ci sarebbero stati problemi; tuttavia, il governo centrale temeva che, qualora anche le altre regioni autonome avessero preteso la restituzione dello stesso importo (il 50%) delle imposte da loro versate, il governo centrale spagnolo sarebbe andato in bancarotta. [27]
  2. Il secondo problema riguardava la «nazione catalana». Se la Catalogna fosse stata accettata come «nazione», così come riconosciuto dal Parlamento catalano, la Spagna temeva di dover affrontare le stesse richieste da parte di altre regioni autonome. Una delle richieste della Catalogna era quella di essere riconosciuta come nazione e, non essendo riconosciuta in quanto tale, godeva solo di privilegi; anche in questo caso sorse un conflitto tra Madrid e la Catalogna. I conflitti relativi alla tassazione regionale-amministrativa e al riconoscimento o meno come nazione sono diventati i problemi politici più critici tra Barcellona e Madrid proprio perché, se Madrid avesse riconosciuto la Catalogna come nazione, questa regione avrebbe acquisito una serie completa di diritti legali per proclamare l’indipendenza del proprio Stato (cosa che, di fatto, hanno già fatto il 27 ottobre 2017). [28]
  3. Un altro problema è la lingua. La lingua ufficiale della Spagna è lo spagnolo (di fatto, la lingua di Castiglia), ma ogni regione amministrativa è autorizzata a utilizzare la propria lingua, a condizione che non venga trascurato l’insegnamento dello spagnolo. Tuttavia, la Catalogna non garantisce le tre ore settimanali obbligatorie di lezioni di spagnolo nelle scuole e, di conseguenza, Madrid e la Catalogna si trovano nuovamente in contrasto, poiché il governo centrale teme che la Catalogna possa perdere completamente la propria identità come parte della Spagna. Ecco perché Madrid desidera che la lingua spagnola venga insegnata ufficialmente nelle scuole della Catalogna, ai fini di una corretta integrazione dei catalani nella società spagnola. D’altra parte, però, in Catalogna persiste un forte residuo di risentimento e sfiducia nei confronti di determinati aspetti, tra cui la questione linguistica, che simboleggiano le tendenze centralizzatrici e repressive del governo centrale spagnolo.

La Catalogna si trova ad affrontare il problema sia della globalizzazione che dell’adesione della Spagna all’UE nel processo di ricerca del riconoscimento internazionale della propria indipendenza autoproclamata. Come è del tutto evidente, nell’odierno ordine mondiale globalizzato, nessuno Stato o regione autonoma è in grado di sopravvivere senza intrattenere relazioni con altri Stati o organizzazioni internazionali. Tale problema si pone in relazione alla Catalogna e all’UE – un’organizzazione sovranazionale che non ha riconosciuto l’indipendenza catalana dichiarata nell’ottobre 2017 ma che, d’altra parte, è la stessa organizzazione sovranazionale in cui la maggioranza degli Stati membri ha riconosciuto l’indipendenza autodichiarata del Kosovo nel febbraio 2008. In questo caso, si applica chiaramente una politica di due pesi e due misure da parte dell’UE: Bruxelles, riguardo al caso catalano dell’indipendenza dichiarata, non ha voluto interferire nelle questioni interne della Spagna indipendente e sovrana, ma lo ha fatto direttamente, violando brutalmente la Costituzione della Serbia quando gli albanesi del Kosovo hanno proclamato la propria indipendenza dalla Serbia.

L’UE, in quanto struttura politica sovranazionale unica al mondo, non è disposta a condividere il proprio potere con un’entità non statale. La Catalogna, in quanto regione autonoma, non ha il diritto di influenzare la politica dell’UE come invece fa il governo centrale spagnolo. Ciò solleva il problema che, sebbene la Catalogna sia una regione potente, non è accettata come figura influente nell’UE, poiché non è uno Stato indipendente. Poiché la Catalogna è un’entità amministrativo-regionale appartenente alla Spagna, il governo centrale di Madrid non accetta che la Catalogna goda degli stessi diritti dell’amministrazione spagnola nei rapporti con l’UE.

La Catalogna tra indipendenza e Spagna

La possibilità di una proclamazione formale dell’indipendenza della Catalogna è diventata la questione più spinosa della «questione catalana» sia per Madrid che per Bruxelles. È emerso chiaramente nel corso di un lungo periodo, come poi si è verificato nella realtà nell’ottobre 2017, che, in caso di una dichiarazione d’indipendenza catalana, le autorità centrali spagnole non l’avrebbero riconosciuta; il problema, tuttavia, era come avrebbe reagito l’apparato burocratico centrale dell’UE (Consiglio e Commissione) al diritto catalano all’autodeterminazione nazionale, compresa l’indipendenza politica: lo stesso diritto che Bruxelles aveva riconosciuto, ad esempio, nei casi della dissoluzione dell’ex Jugoslavia e dell’URSS. Occorre ricordare che l’UE (all’epoca Comunità Europea) formulò nel 1991 quattro principi fondamentali riguardo alla questione della delimitazione tra le (6) repubbliche federali della Jugoslavia e le loro dichiarazioni unilaterali di indipendenza politica, formalmente fondate sul diritto all’autodeterminazione nazionale:

A. I confini statali (esterni) della Jugoslavia sono immutabili.

B. I confini interrepubblicani possono essere modificati solo mediante accordo collettivo delle repubbliche.

C. Fino al raggiungimento di tale accordo, i precedenti confini interrepubblicani sono tutelati dal diritto internazionale (il principio Uti possidetis iuris).

D. La modifica forzata di tali confini non produce alcun effetto giuridico.[29]

Ciononostante, la questione dei confini relativa al problema dell’indipendenza catalana non ha influito sulla «questione catalana» a Madrid o a Bruxelles in modo diverso rispetto al caso dello scioglimento dell’ex Jugoslavia. Tuttavia, la natura della reazione di Bruxelles a questi due casi è stata piuttosto diversa, poiché l’amministrazione dell’UE non ha adottato una politica di non ingerenza negli affari interni (spagnoli) nel caso della Jugoslavia (nel 1991‒1992). Inoltre, il riconoscimento da parte dell’UE della separazione anticostituzionale e unilaterale della Slovenia,

croata e bosniaco-erzegovese, anticostituzionali e unilaterali, ha sostanzialmente alimentato le guerre civili nei territori occidentali dell’ex Jugoslavia. Ciò che la Catalogna ha fatto nell’ottobre 2017 è stato, di fatto, identico a quanto compiuto dai separatisti jugoslavi nel 1991-1992 (Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina) e nel 2008 (Kosovo). Va sottolineato che la Spagna è uno dei cinque Stati membri dell’UE che non hanno riconosciuto l’indipendenza del Kosovo; come in quel caso, Madrid deve adottare lo stesso atteggiamento nei confronti di quella catalana. Per Madrid, entrambi questi casi sono illegali e incostituzionali. Tuttavia, poiché la Spagna è uno Stato membro dell’UE (dal 1986), il riconoscimento da parte dell’UE dell’indipendenza della Catalogna deteriorerà sicuramente in modo drammatico le relazioni tra l’UE e la Spagna, il che non andrebbe a vantaggio di Bruxelles. Inoltre, Bruxelles teme anche che, se la Catalogna diventasse indipendente, ciò incoraggerebbe altri movimenti nazionalisti all’interno dei paesi dell’UE (ad esempio, fiamminghi, scozzesi, corsi, baschi, della Lega Nord, sardi, ecc.), tanto che un simile processo potrebbe portare alla disgregazione dell’UE.

La Catalogna gode di numerosi privilegi all’interno della Spagna, che i catalani esercitano a beneficio della società catalana. Tuttavia, esiste, di fatto, una maggioranza di catalani che lotta per l’indipendenza politica. La questione è fondamentalmente se i catalani desiderino ottenere un’indipendenza politicamente riconosciuta oppure acquisire maggiori privilegi dal governo centrale di Madrid. Su questo tema, esiste un’enorme diversità all’interno della società catalana, che si divide tra coloro che sostengono l’indipendenza e coloro che si accontentano di ottenere maggiori privilegi. Il secondo gruppo presenta quattro argomenti fondamentali per non sostenere l’indipendenza, ma lottare invece per una maggiore autonomia:

1. È impossibile sopravvivere senza intrattenere relazioni politiche ed economiche con altre entità e senza essere riconosciuti dal resto del mondo. Se la Catalogna diventasse indipendente, la maggior parte degli Stati (in particolare i membri dell’UE e della NATO) non la riconoscerebbe per non compromettere le proprie relazioni positive e vantaggiose con la Spagna.

2. Molti catalani preferiscono maggiori privilegi all’indipendenza, poiché per ottenerla dovrebbero ricorrere alla forza, come ha fatto la nazione basca[30], il che potrebbe provocare una guerra civile simile a quella dell’ex Jugoslavia, con conseguenze imprevedibili. Si osserva infatti che, nel corso della loro storia, i catalani hanno sempre preferito risolvere i problemi con Madrid ricorrendo a metodi politici, non alla forza. Poiché storicamente hanno agito secondo le regole politiche, molti catalani nutrono dubbi sul fatto che la Catalogna possa avere successo qualora si ricorresse alla forza. In sostanza, molti catalani ritengono che ottenere maggiori privilegi sarebbe più vantaggioso per la Catalogna; al contrario, l’essere riconosciuti come Stato indipendente da alcuni paesi, specialmente se la Spagna dovesse introdurre un blocco economico della Catalogna come misura repressiva per contrastare la sua indipendenza.[31]

3. Il governo centrale spagnolo non intende riconoscere l’indipendenza dichiarata dalla Catalogna, il che evidenzia ancora una volta la «sindrome jugoslava»: nessuna indipendenza senza violenza.[32] Secondo il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, se lo status quo viene modificato ricorrendo alla forza e, di conseguenza, si instaura una nuova situazione politica, nessuno Stato può riconoscere l’indipendenza di una nuova entità politica; in caso contrario, si tratta di una violazione del diritto internazionale e gli Stati che la commettono sono considerati trasgressori. Ciò significa, in pratica, che, per non diventare trasgressori, la maggioranza degli Stati non riconoscerebbe l’indipendenza catalana ottenuta con l’uso della forza. Questo costituisce un argomento a favore della scelta di rimanere in Spagna come regione autonoma e di continuare a lottare per il miglioramento della propria situazione.[33]

4. Da un lato, i catalani nutrono un forte senso di identità regionale-storica, ma allo stesso tempo molti di loro non vogliono perdere la propria identità e le proprie origini iberico-spagnole. Ciò che si auspica è la consapevolezza di appartenere a una comunità distinta che condivide lo stesso background storico e il desiderio politico di una regione autonoma. Ciò indica che molti catalani ammettono di avere una doppia identità e desiderano convivere con entrambe: quella spagnola e quella catalana. Il riconoscimento dell’identità spagnola comporta anche la richiesta, da parte del governo centrale, di servizi quali un’istruzione migliore, assistenza sanitaria, servizi di polizia e la disponibilità a condividere gli sviluppi economici e sociali, ecc.; poiché ritengono di avere un impatto significativo sugli affari interni della Spagna, i catalani premono per ottenere maggiori privilegi in questi ambiti.

Tuttavia, l’insieme dei privilegi concessi da Madrid alla regione autonoma della Catalogna è sufficiente a garantire l’appartenenza catalana alla Spagna. I catalani sono strettamente coinvolti nelle decisioni riguardanti la Catalogna in materia di giurisdizione, accordi internazionali, insegnamento della lingua catalana, tutela della cultura catalana e alcune importanti questioni internazionali. Pertanto, la domanda cruciale è: cosa desidera di più la Catalogna da Madrid, oltre all’indipendenza? Fondamentalmente, vi sono due requisiti fondamentali relativi al miglioramento dello status autonomo della Catalogna come compensazione per la sua indipendenza:

I. I catalani desiderano ricevere un rimborso maggiore dalle imposte versate a Madrid, rispetto alle altre regioni autonome. La realizzazione di questa richiesta sta, di fatto, portando alla cosiddetta «federazione asimmetrica» che, ad esempio, la Slovenia e la Croazia sostenevano nel 1990 nei loro rapporti con il resto della Jugoslavia. Tuttavia, la «federazione asimmetrica» è iniqua in quanto crea membri di prima e di seconda classe all’interno della federazione, ovvero coloro che sono più privilegiati e coloro che lo sono meno all’interno dello stesso sistema politico-economico. Ciononostante, fino all’aprile 2006, questa richiesta catalana non era stata soddisfatta, ma dopo lunghi negoziati tra Madrid e Barcellona, la Catalogna ottenne il diritto di ricevere il 50% delle imposte riscosse sul proprio territorio.[34] Nonostante il governo centrale spagnolo temesse che tutte le altre regioni autonome potessero avanzare la stessa richiesta, Madrid ha riconosciuto tale diritto alla Catalogna principalmente perché tale decisione era stata presa in conformità con la Costituzione spagnola e data la posizione privilegiata della Catalogna, alla quale le altre regioni autonome non potevano opporsi. Indubbiamente, questo progresso è stato molto vantaggioso per il bene della Catalogna, ma poiché i catalani avevano ulteriori richieste, è apparso chiaro che non fosse sufficiente a soddisfare tutti i loro desideri.

II. I catalani desideravano essere riconosciuti come nazione. Analogamente alla restituzione del 50% delle imposte riscosse, nel corso delle stesse trattative anche questa richiesta è stata infatti accolta. Ciò ha dato ai catalani la sensazione che la Generalitat si stia rafforzando e che la Catalogna stia al contempo acquisendo le caratteristiche di uno Stato nello Stato. Come nel caso del privilegio fiscale, anche il riconoscimento dei catalani come nazione è stato sancito dalla Costituzione spagnola, per cui non vi sono state molte obiezioni da parte delle altre regioni autonome, poiché tutto è avvenuto nel rispetto del quadro costituzionale. In sostanza, solo perché le altre regioni autonome spagnole non sono potenti quanto la Catalogna, esse non protestano né rivendicano gli stessi privilegi di cui gode la Catalogna. Sebbene i catalani abbiano ottenuto i risultati più importanti che desideravano, non sono ancora pienamente soddisfatti poiché ritengono che Madrid avrebbe potuto fare di più per la Catalogna dopo le trattative del 2006; e questo, di fatto, costituisce l’infinito gioco politico tra Madrid e Barcellona (con il ricatto catalano nei confronti della Spagna). I catalani, in realtà, desiderano disporre di un potere politico pari a quello di Madrid e, in tal modo, trasformare la Spagna in uno Stato duale simile all’Austria-Ungheria dal 1867, secondo l’Ausgleich.[35] Se questa richiesta venisse soddisfatta, non in teoria ma nella pratica, la Catalogna diventerebbe un’entità politica indipendente. Tuttavia, si tratta di una «linea rossa» che Madrid non può accettare a nessun prezzo; d’altra parte, se la Spagna riconoscesse la Catalogna e i catalani come una nazione, ciò significherebbe che, in teoria, tale gruppo etnico avrebbe il diritto di vivere nel proprio Stato indipendente.

Conclusioni

La Catalogna, con l’entroterra di Barcellona, è una regione economica di grande importanza per la Spagna, dalla quale Madrid non può separarsi facilmente poiché essa apporta un ingente gettito fiscale al centro. Gli stessi catalani nutrono un forte senso di identità sia catalana che spagnola, a cui si aggiunge un’esperienza storica positiva nel rapportarsi con l’autorità centrale di Madrid. Pertanto, dal 1978, la Catalogna gode di un ampio grado di autonomia amministrativa, essendo considerata da molti esperti come uno Stato nello Stato.

Sebbene la Catalogna avesse il diritto di esprimersi sulle questioni che la riguardavano, essa pretesse di più. A prima vista, Madrid non soddisfò le richieste della Catalogna, per cui sorsero tensioni tra le due parti. Un altro problema si verificò tra i catalani e l’UE, poiché quest’ultima non ha mai condiviso il proprio potere centralizzato con le regioni autonome, nonostante i catalani disponessero di notevoli risorse economiche. Tuttavia, la ragione principale alla base della rigida politica filo-madrilena adottata da Bruxelles è che l’UE non intende compromettere le buone relazioni con la Spagna – un paese che riveste un’importanza ben maggiore sia per l’UE che per la NATO rispetto a una Catalogna indipendente.

Dopo un lungo periodo di scontri tra Madrid e Bruxelles, una parte significativa della società catalana ha compreso che disporre di maggiori privilegi può rivelarsi più vantaggioso rispetto all’ottenimento dell’indipendenza politica formale. Pertanto, hanno convinto Madrid a concedere maggiori privilegi in alcuni aspetti importanti della vita nazionale; tuttavia, la Catalogna chiede ancora di più, poiché Barcellona desidera essere potente quanto Madrid. Poiché i catalani vengono riconosciuti come nazione e ricevono il 50% delle imposte, le altre regioni autonome non ne sono soddisfatte; tuttavia, poiché tutte le decisioni relative ai privilegi catalani tra Madrid e Barcellona sono giustificate dalla Costituzione, le altre regioni autonome, finora, mantengono il silenzio. Tuttavia, nell’affrontare la «questione catalana» all’interno della Spagna – che si preannuncia come un gioco politico senza fine – il governo centrale di Madrid dovrebbe agire con cautela per non incorrere in gravi problemi interni al Paese nei rapporti con le altre regioni autonome. Infine, come dimostra chiaramente il caso del 2017, la Catalogna potrà ottenere l’indipendenza solo se una o più grandi potenze mondiali sosterranno direttamente il secessionismo catalano.

Infine, almeno dal punto di vista di Madrid, per risolvere la «questione catalana», probabilmente la soluzione ottimale sarebbe che i territori storici della Castiglia proclamassero la propria indipendenza politica dalla Catalogna – la Castiglia, del resto, fu uno dei due Stati indipendenti (regni) fondatori della Spagna nel 1479.

Dott. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Note finali:

[1] Sui baschi, si veda [Roger Collins, The Basques, Hoboken, seconda edizione, New Jersey: Blackwell Pub, 1990; R. L. Trask, The History of Basque, New York: Routledge, 1997; Mark Kurlansky, The Basque History of the World, New York: Penguin Books, 1999; M. Bryce Ternet, A Basque Story, seconda edizione, Scotts Valley, California: CreateSpace Independent Publishing Platform, 2009].

[2] Daniele Conversi, The Basques, the Catalans and Spain, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, pp. 214–215.

[3] Per quanto riguarda i concetti o i modelli di identità etnonazionale, si veda in [Montserrat Guibernau, John Rex (a cura di), The Ethnicity Reader: Nationalism, Multiculturalism and Migration, Cambridge, Regno Unito: Polity Press, 1997].

[4] Daniele Conversi, I baschi, i catalani e la Spagna, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, 215.

[5] Pujol J., Construir Catalunya, Barcellona: Pórtic, 1980, 22, 35−36. Si confronti con: «Se non sapete parlare gallese, portate con voi ogni giorno il marchio dell’inglese. Questa è la sgradevole verità» [The Guardian, 12 novembre 1990, 1].

[6] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, quinta edizione, Londra: Phoenix, 2003, 164.

[7] Tra gli storici è in corso una controversia su quale anno debba essere considerato l’anno ufficiale della fondazione del Regno di Spagna: il 1469 o il 1479. I sostenitori della prima opzione prendono in considerazione l’anno del matrimonio tra Isabella e Ferdinando (1469) [Dragoljub R. Živojinović, Uspon Evrope 1450−1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93], mentre gli altri prendono in considerazione l’anno in cui l’ultimo dei due (Fernando) salì al trono (1479) [Dr Alan Isaacs et al. (a cura di), A Dictionary of World History, ristampa corretta, New York: Oxford University Press, 2001, 590].

[8] Dragoljub R. Živojinović, L’ascesa dell’Europa 1450–1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93.

[9] Josef Engel (a cura di), Grande Atlante storico mondiale. Seconda parte. Medioevo, Monaco di Baviera: Bayerischer Schulbuch-Verlag, 1979, 78–79.

[10] La lingua parlata oggi in Sardegna è una miscela di catalano e italiano. Tuttavia, gli italiani della penisola non riescono a comprendere la lingua sarda. Per quanto riguarda la storia della Sardegna, si veda in [Luciano Gallinari (a cura di), La Sardegna dal Medioevo alla contemporaneità, Berna: Peter Lang, 2018].

[11]

Flocel Sabaté (a cura di), La Corona d’Aragona: un impero mediterraneo singolare, Leida: BRILL, 2017.

[12] Ad esempio, la Cattedrale, la Chiesa di Santa María del Mar, il Consell de Cent, la Llotja, il Palazzo della Generalitat, le Reales Atarazanas, ecc.

[13] Il nome «Spagna» deriva dal nome della provincia romana di Hispania.

[14] Anita Inder Singh, Democracy, Ethnic Diversity and Security in Post-Communist Europe, New York: Praeger Publishers, 2001, 42.

[15] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, quinta edizione, Londra: Phoenix, 2003, 224−227.

[16] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 112.

[17] Per quanto riguarda il caso del Kosovo, si veda in [Hannes Hofbauer, Experiment Kosovo: Die Rückkehr des Kolonialismus, Vienna: Promedia Druck- und Verlagsges. m.b.h., 2008; Pierre Pean, Sébastien Fontenelle, Kosovo: Une Guerre „Juste“ pour Créer un Etat Mafieux, Librairie Arthème Fayard, 2013].

[18] Scott L. Greer, Nationalism and Self-Government: the politics of Autonomy in Scotland and Catalonia, New York: State University of New York, 2008, 107.

[19]Generalitat. Articolo 95 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_3.htm#a95].

[20]Generalitat. Articolo 121 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a121].

[21] Generalitat. Articolo 131 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a131].

[22]Generalitat. Articolo 164 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a164].

[23]Generalitat. Articolo 185 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a185].

[24]Generalitat. Articolo 196 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a196].

[25] La Spagna sta crollando, Milliyet.com.tr [http://www.milliyet.com.tr/2006/02/21/dunya/adun.html].

[26] Ibid.

[27]Ibid.

[28] Ai catalani, tuttavia, sono state riconosciute tutte le caratteristiche necessarie di una nazione: lingua comune, storia, territorio, religione [Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, seconda edizione, Londra−New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 434].

[29] Su questo tema, si veda in [Vladislav B. Sotirović, «Emigrazione, rifugiati e pulizia etnica in Jugoslavia 1991–2001 nel contesto della trasformazione dei confini etnografici in confini nazionali-statali», Dalia Kuizinienė (a cura di) Inizi e fini dell’emigrazione:

Vita senza confini nel mondo contemporaneo, una raccolta di saggi accademici pubblicata dall’Università Vytautas Magnus e dall’Istituto lituano per l’emigrazione, Kaunas: Versus Aureus, 2005, 85–108].

[30] Akın Özçer, Çoğul İspanya, Ankara: İmge Kitabevi Yayınları, 2006, 71–75.

[31] La questione economica dell’indipendenza sta inoltre assumendo un ruolo cruciale nel caso di quegli scozzesi che non sostengono l’indipendenza politica della Scozia dal Regno Unito.

[32] Questa sindrome si è manifestata in modo particolarmente evidente nel caso della guerra del Kosovo del 1998–1999, quando l’Esercito di Liberazione del Kosovo, un’organizzazione terroristica albanese, fece di tutto per spingere le forze di sicurezza serbe ad accettare la violenza come parte del gioco [Dott. Radoslav Đ. Gaćinović, Насиље у Југославији, Belgrado: Euro, 2002, 289–305]. Il resto della vicenda era nelle mani dei mass media corporativi occidentali e della diplomazia gangsteristica degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

[33] Tuttavia, se tale argomentazione dovesse prevalere in quelle repubbliche separatiste jugoslave e nella provincia del Kosovo, la Jugoslavia non verrebbe mai distrutta.

[34]La nazione catalana è stata riconosciuta, Evrensel.net [http://www.evrensel.net/06/04/01/dunya.html].

[35] Sul compromesso austro-ungarico (Ausgleich) del 1867, si veda [Robert A. Kann, A History of the Habsburg Empire 1526−1918, seconda edizione corretta, Barkley−Los Angeles−Londra: 1977].

The “Catalonian Question”

The Catalan identity and Catalonia

Catalans are the people who live in the territories of Spain in the autonomous-historical region called Catalonia. Their significance for Spanish inner politics can be understood best if we know that Catalonia (Catalunya) has been, since 1975, the most politically and economically powerful autonomous self-governing region in the Kingdom of Spain – during the last 25 years, basically, a kind of “a state within the state”. As a matter of fact, Catalans are the most integrated ethnohistorical group in Spain together with Basques.[1]

What makes Catalans so interlinked could be understood if we know how Catalans historically understand the concept of group identity. First of all, they identify a Catalan as “a Catalan is whoever lives and works in Catalonia”, and“a Catalan is whoever speaks Catalan.” [2] These explanations indicate that both hereditary and by converting everybody could be a Catalan; practically means that a Catalan ethnonational identity is founded on both political (French) and linguistic-cultural (German) concepts or models.[3] In short, according to the French model, ethnonation is made by all people who want to live together in a single (national) political entity (autonomous region, province or state), while, according to the German concept, persons speaking the same language, adhering to the same religion, or with the same history and culture are the people in an ethnonational sense. However, it is obvious in the Catalan case that a common culture and especially the language are creating the fundamental framework of ethnonational identity: “Nobody will be a Catalan until he speaks like us until he makes our needs his own[4].” This indicates that a struggle is needed to get a Catalan identity, and it is believed that the people will hardly give up their already achieved identities after that effort.

It is seen that the language is the hallmark of integration in Catalonia but not the only one. People who convert to Catalan participate in a popular culture of Catalans too. This means not only the linguistic but also the traditions and habits of Catalans are imposed on the newcomers who, all together, have a sacred task of Catalan nationalism expressed as:

“Nationalism is the will to have a particular way of being and the possibility to build up one’s own country”… “Our [Catalan] identity as a country, our will to be, and our perspectives for the future depend on the preservation of our language”… “It is the task of all those who live in Catalonia to preserve its personality and strengthen its language and culture”.[5]

All the factors creating a common ethnonational identity mentioned above show that the consciousness of Catalan identity is taught to all newcomers and exercised by both old and new citizens in order to make Catalonia as strong as a political unity and Catalans as strong as an ethnonational society. In essence, cultural nationalism, as a form of nationalism that places primary emphasis on the regeneration of the nation as a distinctive civilisation rather than on self-determination, is becoming a fundamental cement of Catalan group identity. Cultural nationalism is, however, usually backed by ethnic but not civic nationalism. Ethnic nationalism emphasises the organic and ethnic unity of the nation, while civic nationalism allows respect for ethnic and cultural diversity that does not challenge core civic values. In other words, Catalan ethnonational identity is based on ethnic or ethnocultural nationalism, which naturally struggles for the realisation of its basic political principle – national self-determination or the principle that the ethnonation has to be a sovereign political entity. National self-determination, therefore, implies the idea of national independence what means the creation of an independent national state. In practice, such a principle and politics based on it brought Catalonia to direct political conflict with the central authorities in Madrid and with the rest of Spain – a country which was never properly united since its foundation in 1479.  

A factor of history

As a matter of historical fact, the Catalan region always struggled with the central government of Spain for several reasons; among them, the most important are:

  1. Catalonia was economically the most developed and industrialised region of Spain, having at the same time significant economic resources but feeling to be financially exploited by Madrid. The Catalan industrial, financial, and commercial élites identified the landowning and financial interests from Castilla and Madrid as responsible for all the ills of Spain, and from time to time the attempts to tax the profits of neutrality were resisted by Catalan industrialists as Madrid’s attack on their liberties.[6]
  2. Catalans developed the highest degree of the spirit of ethnonational unity in Spain and, therefore, they always understood themselves to be spiritually superior in comparison to all other administrative-historical regions of Spain.
  3. Catalonia, in fact, together with Castilla, is a founder of the state of Spain in 1479 (under the historical name of Aragón), giving to the Kingdom of Spain the king and subsequently Catalan regional autonomy; together with Catalan ethnic nationalism are seen as measures to preserve the historical identity of the region.    

We never have to forget that modern Catalonia is, in fact, a legal successor of the historical Kingdom of Aragón – a state founder, together with the Kingdom of Castilla, of the Kingdom of Spain within the legal framework of the union of Castilla and Aragón in 1479. It practically means that Catalonia included its own state-historical independence in Spain by the political marriage of the Roman Catholic monarchs, Isabel I of Castilla and Fernando II of Aragón, in 1469. Isabel I succeeded to her crown in 1474, while Fernando II did the same with his crown in 1479.[7] Nevertheless, Aragón brought to the new state, together with its mainland territory in the Iberian Peninsula, the Balearic Islands, the islands of Sardinia and Sicily, and South Italy (the Kingdom of Naples).[8] At that time, the Kingdom of Aragón was much bigger than present-day Catalonia, which was an autonomous duchy of Aragón together with the autonomous Kingdom of Valencia.[9] The Kingdom of Aragón was a federation of autonomous principalities. The titular head of the Aragonese feudal federation ruled the various member-states separately, and in each case, there was an individual contractual relationship between monarch and vassals, institutionalised by a representative chamber, Cortes, which the Catalan representatives first assembled in 1218, the Aragonese in 1247, and the Valencians in 1283. The Catalan „empire“ started to be formed when the territorial expansion southwards reached the boundaries agreed with the Kingdom of Castilla and, as a consequence, Catalonia turned her attention to territorial expansion to the Mediterranean Sea. Catalonia established a permanent presence in North Africa and intervened in the political affairs of the states on the Apennine Peninsula (later Italy). Sardinia became the first Italian victim of the Catalan expansionism, followed by Sicily and South Italy.[10] Catalan consulates were opened up from the Levant to Flanders, and two Byzantine duchies of Athens and Neopatras were incorporated into the Aragonese federation.[11] Two Catalan provinces – Cerdenya and Roussillon existed north of the Pyrenees, today in France.

With the creation of the Aragonese maritime empire, Catalan industrial exports grew tremendously in return for slaves and spices from the east. The Catalan language became the lingua franca of the Mediterranean Sea basin concerning trade, followed by Catalan trading customs becoming the first set of rules of maritime law that was finally codified as Libre del Consolat de Mar. In the mid-14th century, the golden age of Catalan mercantile and maritime expansion reached its peak, with clear, spectacular evidence of such power and economic prosperity visible in Barcelona,[12] which was the political and economic centre of the Aragonese maritime empire until the unification with Castilla into Spain, when Madrid became the epicentre of the Spanish overseas empire.    

The historical dispute between Castilla and Aragón/Catalonia over political leadership of Spain and its overseas colonies in America (since 1492) basically broke out in 1504 when Queen Isabel of Castilla died. Aragón’s representative, King Fernando, claimed that his original crown land now had to have leadership of Spain, while the aristocracy of Castilla argued that according to the political marriage in 1469 between Castilla and Aragón, the first had to be the leader, as:

  1. Castilla was three times larger than the combined kingdoms of Aragón, Valencia and Mallorca and the Principality of Catalonia.
  2. Castilla was more heavily populated, with five million inhabitants (and taxpayers) against under a million in Aragón.
  3. Castilla was much richer in taxable wealth and disposable income.
  4. Castilla was more dynamic and expansionist, having in her hands an American colonial empire.

What was keeping Spain together since 1469 was rather the Roman Catholic Church than a common ethnic origin, which in reality never existed.[13] The fragility of Spanish common identity, followed by regional-historical separatism, was in full evidence during the Spanish Civil War of 1936−1939 when the presence of the Republican government in Barcelona from the end of 1937 caused endless friction between the centralist authority and the proponents of Catalan autonomy or even secession. While many Republicans looked upon Catalonia as a state within the state, not fully contributing to the war effort against the forces of General Franco, the Catalans felt that the central government was constantly seeking to erode their autonomy and even regional-historical identity. When Barcelona fell on January 25th, 1939, the war was nearly over – Madrid capitulated on March 28th. Spain entered the time of Roman Catholic supremacy in all spheres of life under the open dictatorship of Caudillo de España.      

In March 1939, General Francisco Franco came to the head of Spain, and he was the main political figure of the country until he died in 1975.[14] The problem of Catalonia was left to be solved, and the leading political forces of Spain were aware that Catalans were the only organised ethnic group in the country, even under Franco’s dictatorship, with Franco being very affluent in the sense of economy. The first serious strikes in Franco’s Spain occurred in Barcelona in March 1951, followed by the rest of Catalonia and some other regions. Spain did not want to lose a region which was so mobilised and rich and, therefore, the central government in Madrid had to do something special for Catalans in order not to lose them. Before General Franco’s dictatorship, Catalonia had a set of autonomous regional privileges,but with the rule of Franco, Catalans lost their autonomous status as the whole country was heavily centralised, and Catalans felt themselves to be the main losers of Franco’s military-ecclesiastic regime. Nevertheless, severe cultural and political repression in Catalonia did not destroy Catalan separate ethnonational and regional-historical identity or desire for separate status and administrative autonomy. The Catalan Church continued to foster Catalan cultural studies and set itself up as a Catalanist focus. Having Catalan example, in 1966 the Basque provinces started as well to reclaim their regional rights, which the Basques had shortly enjoyed during the Civil War.

Catalonia’s autonomy

Catalonia regained its autonomous status in 1978, three years after Franco’s death. Despite the conditional support in Northern Spain, the constitutional charter approved in the plenary session of Congress and Senate on October 31st, 1978, ratified by the nation on December 6th and sanctioned by the King on December 27th, provided a framework of guarantees to ensure democratic coexistence within the Constitution and the laws of the country. The most novel aspect of the 1978 Constitution was the reorganisation of the Spanish administrative territory into 17 (+2) autonomous communities[15] as a semi-federal state.

A formal and legal regional autonomy of Catalonia is guaranteed by a new democratic post-Franco 1978 Constitution of Spain. This practically meant that, for the first time in Spanish history, the Catalans and Catalonia received significant ethno-regional autonomy and sovereignty, with a high degree of political and administrative rights to be exercised; in fact, Catalonia became, according to the 1933 Montevideo Convention on the Rights and Duties of the State, a state within the state (of Spain). According to Article 1 of this Convention, the state has four features:

  1. A defined territory.
  2. A permanent population.
  3. An effective government.
  4. The capacity to enter into relations with other states.[16]

What has to be mentioned is the fact that according to this view, the political existence of the state is not dependent on its formal recognition as “independent” by other states. It means further that, according to Article 3,  the state, even without its formal recognition, has the right to defend its integrity and sovereignty, to provide for its conservation and prosperity, and consequently to organise itself as it sees fit. Nevertheless, the main feature of the concept of the state is sovereignty – the principle of supreme and unquestionable authority, reflected in the claim by the political unity to be the sole author of laws within its territory. What was most important the Catalans, within the constitutional framework of their sovereign autonomy, had the right to decide whether or not to accept the decisions of the central government in Madrid concerning Catalonia in the senses of economy, justice and social security, what means they had a legal power to exercise their political-regional sovereignty in competition with the central government of Spain. In short, such a kind of state within the state in the federal system of political unity is historically very rare, and this Catalan case can be in this sense compared, for instance, with the case of Kosovo’s Albanian sovereignty in the Socialist Federal Republic of Yugoslavia from 1974 to 1989, with the common conclusion: de facto political-regional independence is at an end and leads to the requirement of its formal international recognition as an independent state.[17]     

Amid celebration in Catalonia’s capital, Barcelona, pre-autonomy status for this region was recognised with the re-establishment of the Generalitat. The ethno-regional sovereign privileges of Catalonia in the senses of politics and economy according to the Generalitat were:

  1. Juridical Regime:TheGeneralitat, as the Constitution of Catalonia[18] mentions that:

“The High Court of Justice of Catalonia is the supreme jurisdictional body of the legal system in Catalonia, and it is competent, under the terms established by the corresponding organic law, to hear the appeals and cases of the different jurisdictional areas, and to protect the rights recognised in this Estatut. In all cases, the High Court of Justice of Catalonia is competent in the areas of civil, penal, contentious-administrative and social law and other areas of law which may be created in the future.”[19]

This guarantees the equal treatment of all citizens and decreases the level of conflicts derived from the lack of a central administration. Also, it gives confidence to Catalonia that it has the right to implement juridical processes about the issues of the Catalan region. Nevertheless, having a separate juridical regime makes Catalans stronger within the state of Spain.

  • Trade and Trade Fairs:

“The Generalitat has exclusive power in matters of trade and trade fairs, including the regulation of non-international trade fair activities and the administrative planning of trading activities.”[20]

This indicates that Catalonia has the right to implement its own trade activities according to its own wishes and benefits. In practice, when this legal right concerning the hinterland of Barcelona comes together, it gets easier to increase the welfare of the region.

  • Education:

“Determination of the educational content of the first cycle of infant education and the regulation of the centre in which this cycle is taught, and also the definition of the staffing arrangements and the qualifications and specialisations of the other staff.”[21]

This shows that Catalonia has the right to exercise the manner of education with regard to its own culture. Although it is obligatory to teach Spanish lessons in schools, Catalans are still being educated in Catalan culture. This also makes them both more integrated into Spanish society and gives a sense of a separate Catalan identity. 

  • Public Security:

“In matters of public security, the Generalitat, in accordance with State legislation, is responsible for planning and regulating the public security system for Catalonia and organisation of the local police and public safety and public order.”[22]

This gives the autonomous region the right to protect the welfare of its citizens. Due to the fact that the people of the region know their own problems better, providing security while being aware of the real problems makes the region stronger.

  • Participation in the Treaties of the European Union:

“The Generalitat shall be informed by the State Government of initiatives for review of European Union treaties and of subsequent signing and ratification processes. The Government of the Generalitat and Parliament shall address, to the State Government and to the Cortes Generales, the observations that it deems pertinent to this effect.”[23]

This indicates that although Catalonia does not have a direct influence on the European Union (the EU), the central government in Madrid still has to inform Catalonia about the issues of EU-Spanish relations. Nevertheless, this point again shows how, in fact, the Autonomous Region of Catalonia within Spain is legally powerful.

  •   International Treaties and Conventions:

“The Government of the State shall inform the Generalitat in advance of the signing of treaties which have a direct and singular effect on the powers of Catalonia. The Generalitat and Parliament may address the observations that they consider relevant to these matters to the Government.” and “In the case of treaties which have a direct and singular effect on Catalonia, the Generalitat may request that the Government include representatives of the Generalitat in the negotiating delegation; the Generalitat may request that the Government sign international treaties in areas within its jurisdiction.”[24]

This indicates a very important issue: although Catalonia is just formally an autonomous region of Spain, it has, in fact, a real right to influence Madrid about Spanish decisions in regard to Catalonia, and it has the right to challenge the decisions by the central Spanish authority.  

Catalonia between Madrid and Brussels

The conflicts between Catalonia and the central government in Madrid are among the multiple issues in which the EU is directly involved since 1986, when Spain became a member-state of the European Community (the EC). The fundamental issues in the relations between Barcelona and Madrid are:

  1. The conflict between Catalonia and Madrid was about taxing issue. Except for the Basque and Navarre regions, all the provinces pay their taxes to the central government of Spain.[25] 33% of the collected taxed was paid back to those provinces.[26] However, Catalonia demanded that 50% of the collected tax be paid back. Nevertheless, if only Catalonia were paid back 50%, there would be no problems, but the central government feared that if the other autonomous regions also demanded the same amount (50%) to be paid back of the taxes by them, then the central government of Spain would go bankrupt.[27]
  1. The second problem was about the “Catalan nation.” If Catalonia is accepted as “Catalonia is a nation”, as it is accepted in the Catalan Parliament, Spain feared facing the same demands from other autonomous regions. One of Catalonia’s demands was to be recognised as a nation, and because they were not recognized so, they only had privileges; there again arose a conflict between Madrid and Catalonia. The conflicts about regional-administrative taxing and being recognised or not as a nation became the most critical political problems between Barcelona and Madrid for the very reason that if Madrid would recognise Catalonia as a nation, then this region would acquire a full legal set of rights to proclaim its state’s independence (what they already did, in fact, on October 27th, 2017).[28] 
  1. Another problem is the language. The official language of Spain is Spanish (in fact, the language of Castilla), but every administrative region is allowed to speak its own language unless Spanish is not being taught. However, Catalonia does not implement the necessary 3 hours per week of Spanish language lessons at schools and, therefore, Madrid and Catalonia again have a clash because the central government fears that Catalonia can totally lose its identity as part of Spain. That is why Madrid wants the Spanish language to be taught in schools in Catalonia officially for proper Catalan integration into Spanish society. However, Catalonia, on the other hand, has a large residue of resentment and mistrust over certain features, including the language issue, symbolising the centralising and repressive tendencies of the Spanish central government.

Catalonia is faced with the problem of both globalisation and Spain’s membership in the EU in the process of seeking the international recognition of its self-proclaimed independence. As it is quite clear, in today’s globalised world order, no state or autonomous region is able to survive without relations with other states or international organisations. Such a problem exists concerning the relation of Catalonia and the EU – a supranational organisation, which did not recognise Catalan independence declared in October 2017 but, on the other hand, the same supranational organisation which the majority of member-states recognised the self-declared independence of Kosovo in February 2008. Here, a double-standard policy of the EU is clearly applied: Brussels, concerning the Catalan case of declared independence, did not want to interfere in the internal matter of the independent and sovereign Spain but did so directly by brutally violating Serbia’s Constitution when Kosovo Albanians proclaimed their independence from Serbia.     

The EU, as the most unique supranational political structure in the world, is not willing to share its power with a non-state entity. Catalonia, under the autonomous region conditions, does not have the right to influence the EU’s politics as the central government of Spain does. This raises the problem that, although Catalonia is a powerful region, it is not accepted as an influential figure in the EU, as it is not an independent state. Due to the fact that Catalonia is a regional-administrative entity which belongs to Spain, the central government in Madrid does not accept Catalonia having the same rights as the Spanish administration in dealing with the EU.

Catalonia between independence and Spain

The possibility of a proclamation of Catalonia’s formal independence became the most problematic issue of the “Catalonian Question” either for Madrid or for Brussels. It became clear over a long period of time, as happened in reality in October 2017, that, in the case of a Catalan declaration of independence, central Spanish authorities would not recognise it, but the problem was how the EU central bureaucratic apparatus (Council and Commission) would react to the Catalan right to national self-determination, including political independence: the same right which Brussels recognised in the cases of dissolutions of ex-Yugoslavia and the USSR, for instance. We have to remember that the EU (at that time the European Community) formulated in 1991 four basic principles regarding the question of delimitation between Yugoslavia’s (6) federal republics and their unilateral declarations of political independence formally based on the right to national self-determination:

  1. Yugoslavia’s state (external) borders are unchangeable.
  2. Inter-republican borders can be changed only by collective agreement of the republics.
  3. Until the time when such agreement is reached, the former inter-republican borders are protected by international law (the principle Uti possidetis iuris).
  4. Forcible change of such borders does not produce a legal effect.[29]

Nevertheless, the border issue of the Catalan independence problem did not affect the “Catalonian Question” in Madrid or Brussels differently in comparison with the case of the dissolution of ex-Yugoslavia. However, the nature of Brussels reaction to those two cases was quite different, as the EU’s administration did not imply a policy of noninterference in the inner (Spanish) affairs in the case of Yugoslavia (in 1991‒1992). Moreover, the EU’s recognition of Slovenian, Croatian and Bosnian-Herzegovinian anti-constitutional and unilateral separation basically fueled the civil wars in the western territories of ex-Yugoslavia. What Catalonia did in October 2017 was, in fact, the same as what Yugoslav separatists did in 1991−1992 (Slovenia, Croatia, Bosnia-Herzegovina) and in 2008 (Kosovo). It has to be noted that Spain is one of the 5 EU’s member-state which did not recognise Kosovo’s independence; as in this case, Madrid has to do the same with Catalonian one. For Madrid, both of these two cases are illegal and unconstitutional. However, as Spain is an EU member state (since 1986), the EU’s recognition of the independence of Catalonia will surely dramatically deteriorate the relations between the EU and Spain that would not go to the benefits of Brussels. In addition, Brussels also fears that if Catalonia becomes independent, this would encourage other nationalistic movements within the EU’s countries (for example, Flemish, Scottish, Corsican, Basque, Lega Nord, Sardinian, etc.) so that such a process can disintegrate the EU.  

Catalonia has many privileges within Spain which the Catalans exercise for the good of a Catalan society. However, there are, in fact, a majority of Catalans who struggle for political independence. The question is basically whether Catalans want to have politically recognised independence or to obtain more privileges from the central government in Madrid. Concerning this issue, there is a huge diversity inside Catalan society, which is divided between those who support independence and those who are satisfied with getting more privileges. The second group has four crucial arguments not to support independence but instead to struggle for higher autonomy:

  1. It is impossible to survive without having political and economic relations with other entities and without being recognised by the rest of the world. If Catalonia becomes independent, most of the states (especially the EU’s and NATO’s members) will not recognise it in order not to deteriorate their good and beneficial relations with Spain.
  2. Many Catalans prefer more privileges instead of independence, as in order to get independence Catalans have to use force like the Basque nation[30] what can provoke a civil war like in ex-Yugoslavia with unpredictable consequences. It is seen that in the history of Catalans, they prefer solving problems with Madrid by using political methods, not by force. As historically they have acted according to the political rules, many Catalans are suspicious about whether Catalonia will be successful if force is going to be used. In essence, it is seen by many Catalans that more privileges are going to be more beneficial for Catalonia; in contrast, becoming recognised as an independent by some countries, especially if Spain were to introduce an economic blockade of Catalonia as a repressive measure to beat its independence.[31]
  3. The central government of Spain does not want to recognise the declared independence of Catalonia what again indicates the “Yugoslav syndrome” – no independence without violence.[32] According to international law and the United Nations’ Charter, if the existing status is changed by using force and, as a consequence, a new political situation is established, no state can recognise the independence of a new political unity; otherwise, it is a violation of international law, and the states which violate it are considered as transgressors. It practically means that, in order not to be a transgressor, a majority of states would not recognise Catalan independence based on the use of force. This is an argument for the option to stay in Spain as an autonomous region and to continue to struggle for its improvement.[33]
  4. On the one hand, Catalans have a strong sense of regional-historical identity, but at the same time, many Catalans do not want to lose their Iberian-Spanish identity and origin. The consciousness of belonging to a distinct community sharing the same historical background and the political desire for an autonomous region are what are desired. This indicates that many Catalans admit having a double identity and have a desire to live with both of them: Spanish and Catalan. Admitting a Spanish identity also brings the demand for services like better education, healthcare, police services, and willingness to share economic and social developments, etc., from the central government, and because they believe that they have a significant impact on Spain’s domestic affairs, Catalans are pressing for more privileges in these areas.

However, the set of privileges which are given by Madrid to Catalonia’s autonomous region is sufficient to implement the Catalan affiliation to Spain. Catalans are very closely involved in decisions about Catalonia in terms of judgment, international agreements, teaching the Catalan language, preserving Catalan culture, and some important international issues. Therefore, the crucial question is: What does Catalonia want more from Madrid instead of independence? Basically, there are two cardinal requirements concerning the improvement of Catalonia’s autonomous status as compensation for her independence:

  1. Catalans want to be paid back more from the taxes that are given to Madrid, in comparison to other autonomous regions. The realisation of this requirement is, in fact, leading to the so-called “asymmetrical federation” which, for instance, Slovenia and Croatia advocated in 1990 in their relations with the rest of Yugoslavia. However, the “asymmetrical federation” is unfair as it creates first- and second class of the members of the federation, i.e., those who are more and those who are less privileged within the same political-economic system. Nevertheless, till April 2006, this Catalan demand was not met, but after the long negotiations between Madrid and Barcelona, Catalonia got the right to be paid back 50% of the collected taxes from its territory.[34] Regardless of the fact that the central government of Spain feared that all other autonomous regions could demand the same, Madrid recognised this right to Catalonia primarily due to the fact that this decision was made according to the Constitution of Spain and advantaged position of Catalonia, which other autonomous regions could not object to. Undoubtedly, this progress was very beneficial for the good of Catalonia, but because the Catalans had more demands, it became clear that it was not enough to satisfy all Catalan wishes.
  2. Catalans wanted to be recognised as a nation. Like being paid back 50% of the collected taxes, during the same negotiations, this request, in fact, was accepted as well. This gave Catalans the feeling that the Generalitat is getting stronger and that Catalonia is at the same time gaining the features of a state within the state. Like taxing privilege, the recognition of Catalans as a nation was also made under the Constitution of Spain so that there were not many objections from other autonomous regions, as everything was done within the constitutional framework. Basically, only due to the fact that other autonomous regions in Spain are not as powerful as Catalonia is, they do not protest or demand the same privileges as Catalonia enjoys. Although Catalans achieved the most important desires they wished, they are still not satisfied in full because they believe that Madrid could do more for Catalonia after the 2006 negotiations, and that is, in fact, the endless political game between Madrid and Barcelona (with Catalan blackmailing of Spain). Catalans, actually, want to have as much political power as Madrid has and, in such a way, transform Spain into a dual state like it was Austria-Hungary since 1867 according to the Ausgleich.[35] If this demand is met, not in theory but in practice, Catalonia will be an independent political entity. However, that is a “red line” which Madrid cannot accept at any price, but on the other hand, if Spain recognised Catalonia and Catalans as a nation, it means that, theoretically, such an ethnic group has the right to live in its own independent state.

Conclusions

Catalonia, with the Barcelona hinterland, is a very important economic region for Spain, which Madrid cannot separate easily as it brings a huge amount of taxes to the centre. Catalans themselves have a strong sense of both Catalan and Spanish identities, followed by successful historical experience in coping with a central authority in Madrid. Therefore, since 1978, Catalonia has enjoyed a great degree of self-administration, being seen by many experts as a state within the state.

Although Catalonia had the right to have a voice in the issues related to Catalonia, it demanded more. At first sight, Madrid did not meet Catalonia’s demands, so problems occurred between them. Another problem occurred between Catalans and the EU, as the EU never shared its centralised power with autonomous regions, although Catalans had powerful economic resources. However, the most important reason for a strict pro-Madrid policy by Brussels is that the EU does not want to deteriorate good relations with Spain – a country that is much more important for both the EU and NATO in comparison to a separate Catalonia.

After a long time of clashes between Madrid and Brussels, a significant part of Catalan society understood that having more privileges can be more beneficial instead of getting formal political independence. Therefore, they persuaded Madrid to grant more privileges in some important aspects of national life, but still, Catalonia demands more, as Barcelona wants to be as powerful as Madrid. Since Catalans are being recognised as a nation and they are being paid back 50% of the taxes, other autonomous regions are not happy with that, but because all decisions about Catalan privileges between Madrid and Barcelona are justified by the Constitution, other autonomous regions are, up to now, staying silent. However, dealing with the “Catalonian Question” within Spain, which is going to be an endless political game, the central government in Madrid should be careful in order not to face serious problems inside the country on relations with other autonomous regions. Finally, as the 2017 case clearly shows, Catalonia can get independence only if some global great power(s) will directly support Catalan secessionism.

Finally, at least from Madrid’s point of view, to solve the “Catalonian Question,” probably the optimal solution that historical lands of Castilla would proclaim their own political independence from Catalonia – Castilla, nevertheless, was one of the two founding independent states (kingdoms) of Spain in 1479.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026


Endnotes:

[1] On Basques, see in [Roger Collins, The Basques, Hoboken, Second Edition, New Jersey: Blackwell Pub, 1990; R. L. Trask, The History of Basque, New York: Routledge, 1997; Mark Kurlansky, The Basque History of the World, New York: Penguin Books, 1999; M. Bryce Ternet, A Basque Story, Second Edition, Scotts Valley, California: CreateSpace Independent Publishing Platform, 2009].

[2] Daniele Conversi, The Basques, the Catalans and Spain, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, 214−215.

[3] On the concepts or models of ethnonational identity, see in [Montserrat Guibernau, John Rex (eds.), The Ethnicity Reader: Nationalism, Multiculturalism and Migration, Cambridge, UK: Polity Press, 1997].

[4]Daniele Conversi, The Basques, the Catalans and Spain, Las Vegas: University of Nevada Press, 2000, 215.

[5] Pujol J., Construir Catalunya, Barcelona: Pórtic, 1980, 22, 35−36. Compare with: “If you cannot speak Welsh, you carry the mark of the Englishman with you every day. That is the unpleasant truth” [The Guardian, November 12th, 1990, 1].  

[6] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, Fifth Edition, London: Phoenix, 2003, 164.

[7] There is a dispute among historians which year is to be taken as the official year of the creation of the Kingdom of Spain: 1469 or 1479. The proponents of the first option are taking into consideration the year of the marriage between Isabel and Fernando (1469) [Dragoljub R. Živojinović, Uspon Evrope 1450−1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93] while the others are taking into account the year when the last of them (Fernando) succeeded the crown (1479) [Dr Alan Isaacs et al (eds.), A Dictionary of World History, Reprinted with corrections, New York: Oxford University Press, 2001, 590].

[8] Dragoljub R. Živojinović, Uspon Evrope 1450−1789, Novi Sad: Matica srpska, 1985, 93.

[9] Josef Engel (Redaktion), Großer Historischer Weltatlas. Zweiter Teil. Mittelalter, München: Bayerischer Schulbuch-Verlag, 1979, 78−79.

[10] A language spoken today in Sardinia is a mixture of the Catalan and Italian. However, the Italians from the mainland cannot understand the Sardinian language. About the history of Sardinia, see in [Luciano Gallinari (ed.), Sardinia from the Middle Ages to Contemporaneity, Bern: Peter Lang, 2018].

[11] Flocel Sabaté (ed.), The Crown of Aragon: A Singular Mediterranean Empire, Leiden: BRILL, 2017.

[12] For instance, the Cathedral, the Church of Santa María del Mar, Consell de Cent, Llotja, the palace of Generalitat, Reales Atarazanas, etc.

[13] A name of Spain is derived from the name of the Roman province of Hispania.

[14] Anita Inder Singh, Democracy, Ethnic Diversity and Security in Post-Communist Europe, New York: Praeger Publishers, 2001, 42.  

[15] Juan Lalaguna, A Traveller’s History of Spain, Fifth Edition, London: Phoenix, 2003, 224−227.

[16] Andrew Heywood, Global Politics, New York: Palgrave Macmillan, 2011, 112.

[17] Concerning the Kosovo case, see in [Hannes Hofbauer, Experiment Kosovo: Die Rückkehr des Kolonialismus, Wien: Promedia Druck- und Verlagsges. m.b.h., 2008; Pierre Pean, Sébastien Fontenelle, Kosovo: Une Guerre „Juste“ pour Créer un Etat Mafieux, Librairie Arthème Fayard, 2013].

[18] Scott L. Greer, Nationalism and Self-Government the politics of Autonomy in Scotland and Catalonia, New York: State University of New York, 2008, 107.

[19]Generalitat. Article 95 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_3.htm#a95]. 

[20]Generalitat. Article 121 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a121]. 

[21]Generalitat.  Article 131 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a131]. 

[22]Generalitat. Article 164 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_4.htm#a164].

[23]Generalitat. Article 185 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a185].

[24]Generalitat. Article 196 [http://www.gencat.cat/generalitat/eng/estatut/titol_5.htm#a196].

[25]İspanya Çatırdıyor, Milliyet.com.tr [http://www.milliyet.com.tr/2006/02/21/dunya/adun.html].

[26]Ibid.

[27]Ibid.

[28] The Catalans, however, have been recognized to have all necessary characteristics of the nation: common language, history, territory, religion, history [Richard W. Mansbach, Kirsten L. Taylor, Introduction to Global Politics, Second Edition, London−New York: Routledge Taylor & Francis Group, 2012, 434].

[29] On this issue, see in [Vladislav B. Sotirović, “Emigration, Refugees and Ethnic Cleansing in Yugoslavia 1991–2001 in the Context of Transforming Ethnographical Borders into National-State Borders”, Dalia Kuizinienė (ed.) Beginnings and Ends of Emigration: Life without Borders in Contemporary World, A collection of scholarly essays issued by Vytautas Magnus University and The Lithuanian Emigration Institute, Kaunas: Versus Aureus, 2005, 85–108].

[30]Akın Özçer, Çoğul İspanya, Ankara: İmge Kitabevi Yayınları, 2006, 71−75.

[31] The economic issue of independence is also playing the crucial role in the case of those Scotts who do not support Scotland’s political independence from the UK.

[32] This syndrome was mostly visible in the case of the Kosovo War 1998−1999 when a terrorist Albanian Kosovo Liberation Army did everything in order to provoke Serbia’s security forces to accept violence as a part of the game [Др Радослав Ђ. Гаћиновић, Насиље у Југославији, Београд: Евро, 2002, 289−305]. The rest of the story was in the hands of the Western corporate mass media and the US/EU’s diplomacy of gangsterism.  

[33] However, if such argument would prevail in those Yugoslav separatist republics and province of Kosovo, Yugoslavia will never be destroyed.

[34]Katalan Ulusu Tanındı, Evrensel.net [http://www.evrensel.net/06/04/01/dunya.html].

[35] On the Austrian-Hungarian compromise (Ausgleich) of 1867, see in [Robert A. Kann, A History of the Habsburg Empire 1526−1918, Second and corrected Edition, Barkley−Los Angeles−London: 1977].

Quando finì la guerra civile americana: nel 1865 o nel 1965? _ di Vladislav Sotirovic

Quando finì la guerra civile americana: nel 1865 o nel 1965?

La guerra civile americana

La guerra civile americana (1861−1865) fu un conflitto militare tra gli Stati del Nord e quelli del Sud degli Stati Uniti, inizialmente scaturito da una rivolta politico-economica e dal desiderio di indipendenza degli Stati del Sud, che crearono una propria Confederazione non riconosciuta da Washington. Tuttavia, ben presto il conflitto si trasformò in una guerra per l’abolizione della schiavitù su tutto il territorio degli Stati Uniti. Nella prima metà del XIX secolo, un numero crescente di personalità, provenienti soprattutto dagli Stati industriali del Nord, invocava l’abolizione della schiavitù, mentre gli Stati del Sud, prevalentemente agricoli, volevano che ogni Stato avesse il diritto di decidere autonomamente se mantenere o meno la schiavitù. Il Sud voleva inoltre che i singoli Stati avessero più potere di quanto il governo federale degli Stati Uniti consentisse e, di conseguenza, gli Stati del Sud divennero secessionisti, convinti che gli Stati del Sud dovessero infine separarsi dall’Unione. Di conseguenza, undici Stati del Sud crearono la Confederazione indipendente (gli Stati Confederati d’America) con Jefferson Davis come presidente e con capitale a Richmond (Virginia).

Dopo la battaglia di Gettysburg nel 1863, il presidente dell’Unione Abraham Lincoln pronunciò il suo famoso «Discorso di Gettysburg» sulla democrazia e, verso la fine dello stesso anno, emanò il «Proclama di emancipazione» che rese illegale la schiavitù. Dopo la guerra, vinta dall’Unione, si pensava che la politica di emancipazione avesse prevalso in tutto il Paese e che, di conseguenza, la politica di segregazione, apartheid e discriminazione nei confronti degli afroamericani fosse finalmente terminata, almeno dal punto di vista giuridico. Tuttavia, molti abitanti del Sud nutrivano ancora un profondo risentimento nei confronti del Nord e non volevano porre fine alla schiavitù né abbandonare la politica discriminatoria. Di conseguenza, la questione fondamentale è ora stabilire quando, in realtà, le idee di emancipazione, diritti civili, democrazia e integrazione abbiano finalmente prevalso nella società americana. Non certamente nel 1865, ma solo un intero secolo dopo, persino dopo la Seconda guerra mondiale, a metà degli anni ’60 con il Movimento per i diritti civili. In altre parole, un intero secolo dopo la fine della Guerra Civile americana, la segregazione, l’apartheid, la disintegrazione e la discriminazione su base razziale erano ancora in vigore in molti stati (del Sud) degli Stati Uniti – cosa che in Europa era inimmaginabile persino nella sua parte orientale «non democratica», costituita dai paesi del «socialismo reale».

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Il Movimento per i diritti civili

Il Movimento per i diritti civili degli Stati Uniti fu la campagna nazionale condotta dagli afroamericani per ottenere pari diritti rispetto ai bianchi e per l’abolizione dell’apartheid de facto esistente negli Stati del Sud, persino cento anni dopo la fine della Guerra Civile. Il movimento fu particolarmente forte e influente negli anni ’50 e ’60. Le loro campagne includevano boicottaggi economici (rifiuto di acquistare determinati prodotti), le azioni politiche dei Freedom Riders e, in modo particolarmente spettacolare, una marcia su Washington guidata da Martin Luther King (1929−1968) nell’agosto del 1963 (250.000 persone), durante la quale pronunciò il suo famoso discorso «I Have a Dream» al Lincoln Memorial. Quella era la sua visione personale degli Stati Uniti come società basata sulla parità dei diritti. In definitiva, il Movimento riuscì a ottenere l’introduzione di leggi positive, quali il Civil Rights Act del 1964 e il Voting Rights Act del 1965. Queste due leggi positive cambiarono l’atteggiamento di molti americani bianchi e, in sostanza, posero fine alla «guerra civile» relativa alla piena affermazione sociale e politica degli afroamericani.

Alle leggi positive fecero seguito le misure di azione positiva, avviate come politica del governo statunitense dal presidente Johnson nel 1965, quando istituì l’Ufficio per la conformità dei contratti federali (Office of Federal Contract Compliance) e la Commissione per le pari opportunità di lavoro (Equal Employment Opportunity Commission). Attraverso questi organismi, l’azione positiva era volta a ridurre le disuguaglianze sociali e razziali nella società statunitense, imponendo a tutti gli appaltatori del governo federale e alle istituzioni pubbliche di tenere conto delle minoranze razziali (e, dal 1971, delle donne).

Il Movimento trasse ispirazione dal caso di Rosa Parks, che nel dicembre 1955 aveva sfidato una norma di segregazione sul sistema di autobus di Montgomery (Alabama) e, per questo, era stata arrestata. Il caso provocò un boicottaggio dell’intero sistema che durò un anno, ma altri boicottaggi seguirono tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60. Questi boicottaggi furono galvanizzati da Martin Luther King, cofondatore della Southern Christian Leadership Conference e dello Student Non-Violent Coordinating Committee. Il carisma di Martin Luther King diede grande slancio al Movimento per i diritti civili attraverso la religione. All’inizio degli anni ’60, le azioni degli studenti costrinsero alla desegregazione di tavoli da pranzo, cinema, supermercati, biblioteche e molte altre strutture pubbliche.

Uno dei successi più importanti del Movimento fu l’adozione, pubblica e ufficiale, del termine «afroamericano» al posto di «nero», poiché quest’ultimo era comunemente percepito dagli afroamericani come un termine razzista e dispregiativo. In altre parole, a partire dall’epoca del Movimento per i diritti civili, negli Stati Uniti divenne finalmente consuetudine usare il termine «afroamericano» per indicare gli americani di colore discendenti dagli africani, in particolare quelli discendenti dagli schiavi americani. Il termine è diventato gradualmente più diffuso e politicamente più corretto rispetto a «nero», poiché evitava un linguaggio che potesse offendere un determinato gruppo. Oggi, circa il 12% della popolazione statunitense è costituita da afroamericani (o afro-americani).

I Freedom Riders

I Freedom Riders hanno partecipato in modo significativo al Movimento per i diritti civili negli Stati Uniti all’inizio degli anni ’60. Si trattava di gruppi composti sia da bianchi che da afroamericani provenienti dagli Stati del nord degli Stati Uniti che, nel 1961, viaggiarono insieme in autobus nel profondo Sud per protestare contro la segregazione razziale (apartheid) sui mezzi pubblici. Si trattava, infatti, di gruppi di viaggiatori multietnici che si recarono nel sud, e furono oggetto di circa 3.600 arresti.

Il «profondo Sud» è un termine utilizzato per indicare gli Stati più meridionali del sud-est degli Stati Uniti: Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi, Carolina del Sud e Texas orientale. Erano tra gli stati che, nel 1861, avevano legalizzato la schiavitù e avevano abbandonato (nello stesso anno) l’Unione (gli Stati Uniti d’America) formando una Confederazione indipendente. Cento anni dopo la Guerra Civile, quegli stati presentavano problemi razziali e la loro popolazione era prevalentemente conservatrice dal punto di vista politico e religioso.

Fino alla metà degli anni ’60, la segregazione razziale nel profondo Sud era una pratica quotidiana. Ricordiamo che la segregazione è una politica volta a separare determinati gruppi dal resto della comunità, soprattutto in base alla loro origine razziale. Negli Stati Uniti, la politica di segregazione o apartheid de facto, in particolare negli Stati del Sud, negava agli afroamericani i loro diritti e li costringeva a frequentare scuole, ristoranti, alberghi, cinema, ecc. separati da quelli frequentati dai bianchi. Da questo punto di vista, fino alla metà degli anni ’60 non vi era una grande differenza tra il sistema sudafricano di apartheid razziale legalizzato e la politica di segregazione nel profondo Sud. Tuttavia, grazie al Movimento per i diritti civili, negli anni ’50 e ’60 furono approvate leggi che ridussero notevolmente la segregazione nella società statunitense del profondo Sud. Questo processo giuridico-politico è denominato desegregazione o integrazione, al quale parteciparono anche i Freedom Riders.

I primi Freedom Riders furono organizzati dal Congress of Racial Equality. Spesso venivano attaccati da folle inferocite di bianchi. Tuttavia, nel novembre 1961 (in occasione del centenario dell’inizio della Guerra Civile), la Interstate Commerce Commission pose fine legalmente alla segregazione sugli autobus. Il Congress of Racial Equality (CORE) è un’organizzazione statunitense che sostiene la parità dei diritti sociali, economici e politici per gli afroamericani attraverso azioni pacifiche e legali. Il CORE fu fondato nel 1942 a Chicago da James Farmer e divenne influente e ben noto negli anni ’60 per aver incoraggiato gli afroamericani a votare e per aver guidato i Freedom Riders nel profondo Sud.

Le leggi sui diritti civili

Nella storia degli Stati Uniti sono state emanate dieci fondamentali leggi sui diritti civili, nove delle quali approvate tra il 1957 e il 1991. Tali leggi miravano a equiparare la condizione politica degli afroamericani a quella dei bianchi americani. La Legge del 1957 diede inizio al ciclo moderno istituendo la Commissione per i diritti civili, la Divisione per i diritti civili del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e la procedura mediante la quale i tribunali federali potevano far valere i diritti di voto dei cittadini statunitensi contro gli ostacoli, senza processo con giuria per chi li ostacolava. In precedenza, infatti, gli americani bianchi che avevano impedito agli afroamericani di votare venivano spesso assolti da giurie composte esclusivamente da bianchi. Tuttavia, dal 1957 in poi, chi violava i diritti di voto non veniva più processato da una giuria. Alla Legge del 1957 seguì ben presto la Legge del 1960, che introdusse sanzioni penali per la violenza razziale e rafforzò la tutela del diritto di voto da parte dei tribunali.

La Legge sui diritti civili del 1964

La pietra miliare della legislazione sui diritti civili fu la Legge sui diritti civili del 1964.

La Legge sui diritti civili del 1964 fu la legge statunitense che obbligò gli Stati del Sud degli Stati Uniti (che erano stati membri della Confederazione durante la Guerra Civile del 1861-1865) a:

1. Consentire agli afroamericani l’accesso a strutture pubbliche come ristoranti, alberghi, cinema, ecc., che fino a quel momento erano riservate esclusivamente ai bianchi.

2. Porre fine alla pratica di separare i bianchi dai neri in teatri, stazioni ferroviarie, autobus, ecc.

Questa legge fu in gran parte il risultato del Movimento per i diritti civili, fortemente sostenuto dal 36° presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson (democratico, 1963-1969). La legge rappresentò il provvedimento legislativo di più ampia portata nel suo genere, vietando la discriminazione razziale nel mondo del lavoro, nell’istruzione e nell’alloggio.

In base alla legge, il governo federale acquisì il potere di vietare la segregazione razziale e la discriminazione nei programmi finanziati con fondi federali. La discriminazione razziale nel mondo del lavoro fu dichiarata illegale e fu istituita una Commissione per le pari opportunità al fine di promuovere le azioni positive. La legge andò a beneficio anche delle donne, che ora erano protette dalla legge dalla discriminazione basata sul genere.

Alla legge seguì l’anno successivo la Legge sui diritti di voto.

La Legge sui diritti di voto del 1965

La Legge sui diritti di voto del 1965 è una legge statunitense approvata durante il Movimento per i diritti civili e firmata dal presidente Lyndon B. Johnson. La legge attuò il 25° Emendamento, vietando le restrizioni al voto basate sulle tasse di voto e sui test di alfabetizzazione, e portò direttamente a un triplicarsi delle iscrizioni alle liste elettorali degli afroamericani negli Stati del Sud. La legge, in sintesi, rese illegali molte restrizioni basate sulla razza che erano state utilizzate, soprattutto negli Stati del Sud, per impedire agli afroamericani di votare. Tali restrizioni includevano, tra le altre misure, un test sulla capacità delle persone di leggere e scrivere. Con questa legge, la discriminazione in materia di voto cessò, almeno dal punto di vista giuridico.

Tuttavia, nella pratica, i diritti civili non politici dovevano essere tutelati maggiormente, poiché la discriminazione persiste ancora oggi in settori quali l’alloggio, l’occupazione, la giustizia e l’accesso a un’istruzione di alta qualità.

Conclusione

In conclusione, la guerra civile americana, che solitamente si ritiene sia terminata nel 1865, in realtà, secondo il processo giuridico di attuazione dei diritti civili democratici proclamati dal governo federale degli Stati Uniti durante la guerra, si concluse solo nel 1965 con il Voting Rights Act. Ciò che avvenne nel 1865 fu solo un tentativo giuridico formale da parte di Washington di costringere gli Stati del Sud ad accettare la politica dei diritti civili e dell’uguaglianza razziale tra afroamericani e bianchi americani, ma, nella pratica, l’attuazione di tale provvedimento legale richiese un intero secolo. A titolo di confronto, la servitù della gleba fu abolita nella Russia zarista nel 1863 – lo stesso anno in cui la schiavitù fu abolita legalmente negli Stati Uniti. Tuttavia, la segregazione razziale, la discriminazione e l’apartheid (come nella Repubblica del Sudafrica fino alla metà degli anni ’80) furono finalmente abolite negli Stati Uniti per legge solo nel 1965, quando, de facto, la guerra civile americana era ormai terminata.

Dott. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro per gli Studi Geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro per la Ricerca sulla Globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

When The American Civil War Ends: In 1865 or 1965?

The American Civil War

The American Civil War (1861−1865) was a military conflict between the northern and the southern states of the USA, which initially started as a political-economic revolt and desire for independence by the southern states, which created their own Confederacy not recognised by Washington. However, very soon the conflict was transformed into a war for the abolition of slavery within the whole territory of the USA. In the first half of the 19th century, there was an increasing number of personalities, mostly from the industrial northern states, who called for the abolition of slavery, but the more agricultural southern states wanted the right for each state to decide whether to keep slavery or not. The South also wanted individual states to have more power in their hands than the US’ federal government allowed and, therefore, the southern states became secessionists as they believed that the southern states should finally secede from the Union. As a result, eleven southern states created the independent Confederacy (the Confederate States of America) with Jefferson Davis as its President, with the capital in Richmond (Virginia).

After the Battle of Gettysburg in 1863, the Union’s President Abraham Lincoln made his famous „Gettysburg Address“ about democracy and late in the same year, issued the „Emancipation Proclamation“ which made slavery illegal. After the war, which the Union won, it was thought that emancipation policy had also won within the whole country and that, therefore, the policy of segregation, apartheid, and discrimination against African Americans was finally over, at least from the legal point of view. However, many Southerners still had very bad feelings towards the North and did not want to end slavery and to stop the discriminatory policy. Subsequently, it is now the fundamental question when, in reality, the ideas of emancipation, civil rights, democracy, and integration finally won in American society. Not for sure in 1865 but only a whole century later, even after WWII, in the mid-1960s with the Civil Rights Movement. In other words, a whole century after the American Civil War ended, segregation, apartheid, disintegration, and discrimination on racial bases were still in practice in many (southern) states of the USA – something that was not imaginable in Europe even in its eastern „not democratic“ part of the countries of „Real Socialism“. 

The Civil Rights Movement

The US’ Civil Rights Movement was the national campaign by African Americans fighting for equal rights with whites and for the cancellation of de facto existing apartheid in the southern states even a hundred years after the end of the Civil War. The movement was especially strong and influential in the 1950s and the 1960s. Their campaigns included economic boycotts (refusal to buy particular products), the political actions of Freedom Riders, and, particularly spectacular, a March to Washington led by Martin Luther King (1929−1968) in August 1963 (250.000 people), when he made his famous „I Have a Dream“ speech at the Lincoln Memorial. That was his personal vision of the USA as a society of equal rights. Ultimately, the Movement succeeded in causing the introduction of affirmative laws, such as the 1964 Civil Rights Act and the 1965 Voting Rights Act. These two affirmative acts changed the attitudes of many white Americans and, basically, ended the Civil War concerning the full social and political affirmation of African Americans.

The affirmative laws were followed by affirmative action initiated as a US government policy by US President Johnson in 1965 when he created the Office of Federal Contract Compliance and the Equal Employment Opportunity Commission. Through these bureaus, affirmative action was designed to reduce social and racial inequalities in US society by requiring all federal government contractors and public institutions to consider racial minorities (and, from 1971, women).

The Movement became inspired by the case of Rosa Parks, who had defied a rule of segregation on the bus system in Montgomery (Alabama) in December 1955 because she was arrested. The case caused a year-long boycott of the entire system, but further boycotts followed during the late 1950s and early 1960s. These boycotts became galvanised by Martin Luther King, who was a co-founder of the Southern Christian Leadership Conference and the Student Non-Violent Co-ordinating Committee. The charisma of Martin Luther King very much empowered the Civil Rights Movement through religion. At the beginning of the 1960s, there were students’ actions forcing desegregation of lunch counters, cinemas, supermarkets, libraries, and many other public facilities.

One of the most important successes of the Movement was the practice of publicly and officially using the term „African American“ instead of „black“ as the latter was commonly understood by African Americans to be racially derogatory. In other words, from the time of the Civil Rights Movement, it finally became usual in the US to use the term African American as a name for black Americans descended from Africans, especially those descended from American slaves. The term has become gradually more popular and politically more correct than „black“ as it avoided language that may offend a particular group. Today, about 12% of the US population are African Americans (or Afro-Americans). 

The Freedom Riders

The Freedom Riders significantly participated in the US’ Movement for Civil Rights in the early 1960s. They were groups composed of both whites and African Americans from the northern states of the US who, in 1961, rode together in buses in the Deep South as a protest against racial segregation (apartheid) on public transport. In fact, they were racially integrated groups of travellers who went south, and there were around 3.600 arrests of them.

The Deep South is a term used to mark the most southern states of the South-East US: Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi, South Carolina, and East Texas. They were among the states that, in 1861, had legalised slavery and left (in the same year) the Union (the United States of America) by forming an independent Confederacy. A hundred years after the Civil War, those states had racial problems, and their people are mostly conservative in their politics and religion.

Until the mid-1960s, racial segregation in the Deep South was an everyday policy in practice. To remind ourselves, segregation is a policy of separating certain groups from the rest of the community, especially because of their racial background. In the USA, the policy of segregation or de facto apartheid, particularly in the southern states, denied African Americans their rights and forced them to use separate schools, restaurants, hotels, cinemas, etc. from those used by white people. From this point of view, there was no big difference between the South African system of legalised racial apartheid and the policy of segregation in the Deep South until the mid-1960s. However, as a result of the Civil Rights Movement, laws were passed in the 1950s and 1960s which greatly reduced segregation in the US society in the Deep South. This legal-political process is called desegregation or integration, to which the Freedom Riders participated as well.   

The first Freedom Riders were organised by the Congress of Racial Equality. They were often attacked by angry crowds of whites. However, in November 1961 (on the 100th anniversary of the beginning of the Civil War), the Interstate Commerce Commission legally ended segregation on buses. The Congress of Racial Equality (CORE) is a US organisation that supports equal social, economic and political rights for African Americans by peaceful and legal actions. CORE was established in 1942 in Chicago by James Farmer and became influential and well known in the 1960s for encouraging African Americans to vote and for leading Freedom Riders into the Deep South.

The Civil Rights Acts

In the history of the USA, there were ten fundamental Civil Rights Acts, nine of which were passed from 1957 to 1991. Those Acts were aimed at equalising the political condition of African Americans with that of White Americans. The 1957 Act began the modern cycle by creating the Civil Rights Commission, the Civil Rights Division of the US Justice Department, and the procedure whereby federal courts could enforce the voting rights of US citizens against obstructions without jury trials of obstructers. Whereas before, White Americans who had prevented African Americans from voting were often acquitted by all-White juries. However, from 1957 onward, voting-rights offenders were no longer tried by jury. The 1957 Act was soon followed by the 1960 Act, which introduced criminal sanctions for racial violence and which reinforced voting-rights protection by the courts.

The 1964 Civil Rights Act

The landmark of civil rights legislation was the 1964 Civil Rights Act.

The 1964 Civil Rights Act was the US law which forced the US southern states (being the members of the Confederacy during the 1861−1865 Civil War) to:

  1. Allow African Americans to enter public facilities like restaurants, hotels, cinemas, etc., which, up to that time, were exclusively reserved for white people only.
  2. To end the practice of having separate areas for black and white people in theatres, train stations, buses, etc.

This legal Act was mostly the result of the Civil Rights Movement that was strongly supported by the 36th US President Lyndon B. Johnson (Democrat, 1963−1969). The act was the most far-reaching bill of its kind, forbidding racial discrimination in employment, education, or accommodation.

According to the Act, the federal government acquired the power to bar racial segregation and discrimination in federally funded programs. Racial discrimination in employment was outlawed, and an Equal Opportunities Commission was created in order to promote affirmative action. The Act also benefited women, who were now protected by law from discrimination based on gender. 

The Act was followed next year by the Voting Rights Act.

The 1965 Voting Rights Act

The 1965 Voting Rights Act is a US law passed during the Civil Rights Movement, signed by President Lyndon B. Johnson. The Act implemented the 25th Amendment, outlawing voting restrictions based on poll taxes and literacy tests, and resulted directly in a threefold increase in African American registration in the southern states. The Act, in sum, made illegal many racially based restrictions that had been used, mostly in the southern states, to keep African Americans from voting. These restrictions included, among other measures, a test of people’s ability to read and write. By this Act, the voting discrimination ended, at least from the legal point of view.

Nevertheless, in practice, non-political civil rights had to be more protected, as discrimination continues today in areas like housing, employment, the law, and access to high-quality education.   

Conclusion

As a matter of conclusion, the American Civil War, which is usually considered to have ended in 1865, in fact, according to the legal process of implementation of democratic civil rights, proclaimed by the US federal government during the war, ended only in 1965 with the Voting Rights Act. What happened in 1865 was just a formal legal attempt by Washington to force the southern states to accept the policy of civil rights and racial equality between African Americans and White Americans, but, in practice, the realisation of such legal action took a whole century of time. Just as a matter of comparison, serfdom was abolished in Tsarist Russia in 1863 – in the same year when slavery was legally abolished in the USA. However, racial segregation, discrimination, and apartheid (like in the Republic of South Africa till the mid-1980s)  were finally abolished in the USA by law only in 1965, when, de facto, the American Civil War had ended.   

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026

La politica cinese nei Balcani dopo la Guerra Fredda 1.0 _ di Vladislav Sotirovic

La politica cinese nei Balcani dopo la Guerra Fredda 1.0

Dopo la fine della prima Guerra Fredda (1949−1989), la Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha concentrato la propria politica e i propri interessi nazionali nella penisola balcanica e nell’Europa sud-orientale, puntando principalmente a rafforzare la propria influenza economica e finanziaria nei settori dello sviluppo economico (apertura di propri stabilimenti), dell’energia (sfruttamento delle risorse minerarie) e dei progetti infrastrutturali (come la costruzione di autostrade e ponti).

È importante notare che la Cina ha generalmente evitato cambiamenti politici interni significativi dopo la fine della prima Guerra Fredda e il crollo del socialismo nel contesto globale. La Cina mantiene tuttora un sistema monopartitico privo di democrazia parlamentare, proprio come la vicina Corea del Nord, la cui esistenza dipende in gran parte dalla Cina. Il tentativo di rivoluzione colorata filo-occidentale a Pechino nell’aprile 1989 si concluse in piazza Tienanmen, nel centro di Pechino, nell’agosto dello stesso anno, quando l’esercito disperse i manifestanti senza ricorrere a un uso eccessivo della forza (il presunto massacro in piazza è pura propaganda occidentale anti-cinese). Da allora, la nuova leadership cinese ha attuato misure economiche di ampio respiro e ha aperto la Cina ai mercati mondiali. Da un lato, sotto Jiang Zemin, ogni opposizione politica è stata repressa, ma dall’altro si sono registrati impressionanti tassi di crescita annuali intorno al 10 per cento, che, di conseguenza, hanno portato a una significativa stratificazione sociale della società cinese a seguito di un generale aumento del tenore di vita. Queste riforme economiche e finanziarie interne di ampio respiro sono state attuate nel quadro del capitalismo di Stato di recente introduzione, con il ricorso diffuso all’imprenditoria privata o al capitalismo, ovvero attraverso la costituzione di società private e per azioni basate su modelli occidentali. Pertanto, nella Cina odierna si è verificata una simbiosi tra un sistema politico monopartitico e rapporti economici capitalistici.

Nel caso cinese, questo esperimento si è finora rivelato più che riuscito, tanto che l’economia cinese è ora la seconda più grande al mondo, con stime degli esperti secondo cui conquisterà sicuramente il primo posto all’inizio della seconda metà di questo secolo (se non prima). In molti settori economici, la Cina è già leader mondiale, come nella produzione di auto elettriche e nella tecnologia informatica (telefoni cellulari, tablet, computer e relativi componenti). Molte fabbriche dei paesi occidentali sono state trasferite in Cina, oppure ne vengono aperte di nuove in cui si producono prodotti e componenti tecnologici occidentali. In altre parole, grazie al suo potere economico e alla sua ricchezza finanziaria, la Cina è diventata anche un fattore militare e politico indispensabile a livello mondiale, soprattutto in quanto è uno dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU con diritto di veto. Il prestigio della Cina nelle relazioni internazionali è aumentato con l’incorporazione di Hong Kong e Macao nella Cina continentale nel 1997. Il riconoscimento internazionale si è manifestato con l’adesione della Cina all’OMC nel 2001 e con l’assegnazione del ruolo di paese ospitante dei Giochi Olimpici estivi del 2008.

La Cina non ha interferito direttamente nelle relazioni interne e nei problemi di altri paesi, il che significa che non ha avviato né partecipato ad alcuna guerra in nessun continente. La posizione ufficiale della Cina sulla risoluzione dei conflitti mondiali è che questi debbano essere risolti esclusivamente attraverso la diplomazia, senza politiche aggressive da parte di alcun paese. Tali posizioni sono state chiaramente espresse durante la crisi jugoslava degli anni ’90, quando Pechino ha sostenuto le proprie posizioni di principio riguardo al rispetto e alla salvaguardia del diritto internazionale. Per questo motivo, nel 1992, la Cina non ha sostenuto le sanzioni dell’ONU contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ) a causa dell’escalation delle ostilità in Bosnia-Erzegovina, ma non ha posto il veto alla risoluzione proposta, proprio come la Russia, per cui la risoluzione stessa è stata adottata e le sanzioni dell’ONU sono state imposte alla RFJ. La Cina ha successivamente espresso le stesse posizioni di non ingerenza negli affari interni di altri paesi, come nel caso della sua opposizione all’aggressione della NATO contro la RFJ nel 1999. Tuttavia, la Cina non ha reagito in modo adeguato alla chiara e diretta provocazione della NATO del 7 maggio 1999, quando l’edificio della nuova ambasciata cinese a Belgrado fu presumibilmente bombardato «per errore» (poiché la NATO stava utilizzando una vecchia mappa della città! sic.). Questo incidente si concluse con un accordo diplomatico tra Pechino e Washington, ma sconvolse sia il governo cinese che l’opinione pubblica cinese.

La diplomazia cinese ha sostenuto l’Accordo di pace di Dayton, firmato nel novembre 1995 dai rappresentanti (i presidenti) dei quattro Stati garanti, poiché tale accordo, pur essendo stato dettato da Washington, ha ristabilito la pace nel territorio della Bosnia-Erzegovina dopo la guerra civile del 1992-1995. Difendendo il principio di sovranità e integrità territoriale nelle relazioni internazionali, Pechino non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo dopo la dichiarazione unilaterale dell’Assemblea (albanese) del Kosovo nel febbraio 2008. Allo stesso tempo, la Cina ha fornito sostegno politico (e probabilmente finanziario) ai partiti comunisti minori nella regione balcanica.

Si può tranquillamente sottolineare che la Cina intrattiene i rapporti migliori e più solidi nei Balcani con la Repubblica di Serbia, come è stato inequivocabilmente confermato dalla recente visita di più giorni del presidente serbo Aleksandar Vučić in Cina nel maggio 2026 (subito dopo le visite in Cina di Trump e Putin), durante la quale sono stati firmati oltre 30 accordi di cooperazione bilaterale per un valore di circa un miliardo di USD/$. Solo la Serbia, a differenza di tutti gli altri paesi dei Balcani occidentali, ha siglato un partenariato strategico con la Cina (nell’agosto 2009). Tuttavia, va sottolineato che anche altri paesi della penisola balcanica hanno sviluppato relazioni con la Cina, ma non questo tipo di partenariato strategico come la Serbia.

Da un lato, il livello degli investimenti cinesi nei Balcani occidentali è relativamente basso, ma dall’altro Pechino si sta adoperando per cooperare nel modo più proficuo possibile con tutti i paesi dei Balcani e dell’Europa sud-orientale. Molti analisti ritengono che la nuova «Via della Seta» cinese passi proprio attraverso la penisola balcanica. In ogni caso, la Cina considera gli Stati balcanici molto importanti per la propria penetrazione economica nel mercato dell’Unione europea (UE). Per questo motivo, da anni la Cina fornisce crediti e sostegno finanziario a progetti infrastrutturali nei Balcani, quali ferrovie, autostrade, impianti energetici, costruzione di ponti, gallerie e altre opere di trasporto.

Un grande successo per la Cina in questo campo è rappresentato dall’accordo stipulato nel quadro del Forum Cina + 17 Paesi dell’Europa centrale e orientale del 2012, in base al quale la Cina si è impegnata a realizzare un certo numero di progetti di grandi dimensioni e di grande importanza nel settore delle infrastrutture. A titolo di esempio di un investimento specifico e molto significativo da parte della Cina nei Balcani, uno dei progetti cruciali per i trasporti regionali è la linea ferroviaria ad alta velocità da Belgrado a Budapest. La Cina concede prestiti a condizioni favorevoli per lo sviluppo delle infrastrutture stradali e di trasporto regionali in Bosnia-Erzegovina (autostrada Doboj-Banja Luka), in Montenegro (autostrada Bar-Boljare) o nella Macedonia del Nord (autostrade Ohrid-Kičevo e Štip-Miladinovci), ecc.

Tuttavia, nella pratica, vi sono molti esempi di investimenti finanziari cinesi che spesso sono in contrasto con il rispetto dei requisiti giuridici formali e delle norme dell’UE, nonché con la legislazione nazionale dei paesi della regione in materia di esecuzione dei lavori. In linea di principio, le società di investimento e le imprese cinesi intendono realizzare i progetti firmati, ma evitando che i lavori siano aggiudicati tramite le consuete gare d’appalto. È inoltre evidente che la Cina sia molto interessata a investire il proprio capitale finanziario in vari progetti energetici regionali. In linea di principio, l’influenza sempre maggiore della Cina e del capitale cinese nei Balcani occidentali, in particolare, potrebbe essere limitata dall’influenza dell’UE e degli Stati Uniti; pertanto, tale influenza dipenderà principalmente dall’assetto globale e dall’influenza delle grandi potenze nei Balcani. Tuttavia, parallelamente ai processi di investimento e all’influenza della Cina nella regione, si sta rafforzando anche la cooperazione nei settori del turismo e della cultura. Si può concludere che gli accordi esistenti tra i paesi dei Balcani occidentali e l’UE conferiscano alla Cina un vantaggio anche nel collocare i propri prodotti e il proprio capitale finanziario su questo mercato regionale.

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Dott. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro per gli studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro per la ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

The Balkan Policy of China After the Cold War 1.0

After the end of the first Cold War (1949−1989), the People’s Republic of China (PRC) focused its policy and national interest in the Balkan Peninsula as well as in Southeast Europe mainly on strengthening its economic and financial influence in the areas of economic development (opening its own factories), energy (exploitation of mineral resources), and infrastructure projects (such as the construction of highways and bridges).

It is important to note that China has generally avoided significant internal political changes after the first Cold War and the collapse of socialism in the global context. China still has a one-party system without parliamentary democracy, just like neighboring North Korea, which relies on China for most of its existence. The attempted pro-Western colored revolution in Beijing in April 1989 ended in Tiananmen Square in central Beijing in August of the same year when the army dispersed the demonstrators without using excessive force (the alleged massacre in the square is pure Western anti-Chinese propaganda). Since then, the new Chinese leadership has been implementing extensive economic measures and opening China to world markets. On one hand, under Jiang Zemin, any political opposition was suppressed, but on the other hand, there were impressive annual growth rates of around 10 per cent, which, as a consequence, led to significant social stratification of the Chinese society following a general increase in the standard of living. These internal comprehensive economic and financial reforms have been implemented within the framework of the newly introduced state capitalism with the widespread use of private business or capitalism, i.e., by establishing private companies and joint-stock companies based on Western models. Thus, in China today, a symbiosis of a one-party political system and capitalist economic relations has occurred.

In the Chinese case, this experiment has so far proven to be more than successful, so that the Chinese economy is now the second largest in the world, with expert estimates that it will surely break into first place at the beginning of the second half of this century (if not before). In many economic sectors, China is already a world leader, such as the production of electric cars, as well as IT technology (mobile phones, tablets, computers, and components for them). Many factories from Western countries have been transferred to China, or new ones are being opened in which Western technical products and components are produced. In other words, thanks to its economic power and financial wealth, China has also become an indispensable military and political factor in the world, especially since China is one of the five permanent members of the UN Security Council with the veto right. Chinese prestige in international relations increased by the incorporation of Hong Kong and Macao in 1997 into mainland China. International recognition was manifested by China’s entry into the WTO in 2001, and its commission to host the 2008 Olympic Summer Games.

China has not directly interfered in the internal relations and problems of other countries, which means that it has not initiated or participated in any war on any continent. China’s official position on resolving world conflicts is that they should be resolved exclusively through diplomacy without aggressive policies by any country. Such positions were clearly expressed during the Yugoslav crisis in the 1990s, when Beijing advocated its principled positions regarding respect for and preservation of international law. For this reason, in 1992, China did not support UN sanctions against the Federal Republic of Yugoslavia (FRY) due to the escalation of hostilities in Bosnia and Herzegovina, but it did not veto the proposed resolution, just like Russia, so the resolution itself was adopted, and UN sanctions were imposed on the FRY. China later expressed the same views of non-interference in the internal affairs of other countries, such as China’s opposition to NATO’s aggression against the FRY in 1999. However, China did not adequately respond to NATO’s clear and direct provocative provocation of May 7, 1999, when the building of the new Chinese embassy in Belgrade was allegedly “mistakenly” bombed (because NATO was using an old map of the city! sic.). This incident ended with a diplomatic agreement between Beijing and Washington, but shocked both the Chinese government and the Chinese public.

Chinese diplomacy supported the Dayton Peace Agreement signed in November 1995 by representatives (Presidents) of the four (guarantor) states because this agreement, regardless of being dictated by Washington, established peace in the territory of Bosnia and Herzegovina after the civil war of 1992−1995. Defending the principle of sovereignty and territorial integrity in international relations, Beijing did not recognize the independence of Kosovo after the unilateral declaration by the (Albanian) Kosovo Assembly in February 2008. At the same time, China provided political (and probably financial) support to smaller communist parties in the Balkan region.

It can be freely emphasized that China has the best and strongest relations in the Balkans with the Republic of Serbia, which was unequivocally confirmed by the recent multi-day visit of the President of Serbia, Aleksandar Vučić, to China in May 2026 (immediately after the visits to China by Trump and Putin), when more than 30 bilateral cooperation agreements were signed of the worth of some one billion USD/$. Only Serbia, unlike all other countries in the Western Balkans, signed a strategic partnership with China (in August 2009). However, it must be emphasized that other countries on the Balkan Peninsula also have developed relations with China, but not this type of strategic partnership as Serbia.

On the one hand, the level of Chinese investment in the Western Balkans is relatively low, but on the other hand, Beijing is striving to cooperate as successfully as possible with all the countries of the Balkans and Southeast Europe. Many analysts believe that China’s new “Silk Road” leads precisely through the Balkan Peninsula. In any case, China considers the Balkan states to be very important for its economic penetration into the European Union (EU) market. For this reason, China has been providing credit and financial support for infrastructure projects in the Balkans for years, such as railways, highways, energy plants, the construction of bridges, tunnels, and other transport elements.

A major success for China in this field is the agreement within the framework of the China + 17 Central and Eastern European Countries Forum from 2012, based on which China committed to implementing a certain number of large and very important projects in the field of infrastructure. As an example of a specific and very significant investment by China in the Balkans, one of the crucial regional transport projects is the high-speed railway line from Belgrade to Budapest. China provides favorable financial loans for the development of regional road and transport infrastructure in Bosnia and Herzegovina (Doboj-Banja Luka highway), in Montenegro (Bar-Boljare highway), or in North Macedonia (Ohrid-Kičevo and Štip-Miladinovci highways), etc.

However, in practice, there are many examples of Chinese financial investments that often contradict compliance with formal legal requirements and EU rules, as well as national legislation of the countries of the region regarding the execution of works. In principle, Chinese investment and business companies want to implement signed projects, but to avoid having the works decided on in the usual tenders. It is also clear that China is very keen to invest its financial capital in various regional energy projects. In principle, the further and ever-increasing influence of China and Chinese capital in the Western Balkans, in particular, may be limited by the influence of the EU and the USA, and therefore, this influence will primarily depend on the global arrangement and the influence of the great powers in the Balkans. However, in parallel with China’s investment processes and influences in the region, cooperation in the fields of tourism and culture is also strengthening. It can be concluded that the existing agreements between the Western Balkan countries and the EU also give China an advantage in placing its products and financial capital on this regional market.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                      

      © Vladislav B. Sotirović 2026

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (III) _ di Vladislav Sotirovic

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (III):

L’obiettivo del generale Dragoljub Draža Mihailović e dei suoi cetnici monarchici era il ripristino dell’ordine socio-politico prebellico e della monarchia in Jugoslavia – lo status quo ante bellum

La verità effettiva:

Fondamentalmente, questa affermazione, ovvero un luogo comune della propaganda comunista, è errata, ma era di primaria importanza per i comunisti nella loro guerra psicologica e propagandistica contro il vecchio regime del Regno di Jugoslavia. Questo regime veniva presentato nella propaganda come socialmente ingiusto, economicamente sfruttatore, nazionalista “grande-serbo” e moralmente marcio, in modo che tutti i movimenti politici e le forze sociali che avrebbero sostenuto e lottato per il ripristino di questo sistema ad hoc fossero condannati al fallimento dalla maggioranza del popolo. D’altra parte, oltre alla lotta formale per la liberazione del paese dall’occupante straniero, i commissari politici con i loro assistenti nelle unità partigiane, così come l’intero Partito Comunista di Jugoslavia (PCJ), propagandavano banalmente al popolo un paradiso in terra sotto ogni aspetto nel caso in cui fossero saliti al potere, e come sine qua non per tale progresso generale era richiesto un cambiamento radicale del vecchio regime, cioè, di fatto, la sua sostituzione totale con uno completamente nuovo che sarebbe stato, soprattutto, presumibilmente giusto, progressista, efficiente e prospero. Così, i comunisti offrirono al popolo qualcosa di nuovo al posto di quello vecchio, già collaudato. Che il vecchio regime fosse ben lontano dall’ideale era vero, ma che il nuovo regime comunista sarebbe stato migliore di quello vecchio restava da vedere, cioè da provare.

Tuttavia, il punto centrale della strategia psicologico-propagandistica comunista per arrivare al potere era quello di conquistare durante la guerra il maggior numero possibile di persone comuni, che erano le più sensibili alla propaganda comunista perché desideravano essenzialmente cambiamenti in meglio, cioè a proprio vantaggio. Con questa massa di persone che desideravano cambiamenti, si sarebbe preso il potere e, naturalmente, sarebbe stata introdotta una dittatura totalitaria sul modello dell’URSS, che non sarebbe mai stata rovesciata. Fino ad allora, c’era stato un solo paese comunista al mondo (oltre alla Mongolia): l’URSS, ma di cui la gente non sapeva nulla e che i comunisti jugoslavi lodavano con entusiasmo, esaltandola alle stelle, senza nemmeno conoscerla bene loro stessi. Quindi, la scommessa era che la gente comune, specialmente i poveri, e in particolare coloro che erano rimasti senza casa durante la guerra, avrebbero logicamente sostenuto gli esperimenti comunisti con lo Stato, l’economia e la riorganizzazione sociale perché semplicemente non avevano nulla da perdere e la propaganda offriva loro molto. Pertanto, era della massima importanza per i comunisti presentarsi, sia durante che dopo la guerra, come combattenti per qualcosa di nuovo, e i cetnici di Ravna Gora (l’Esercito jugoslavo in patria – YAM) come sostenitori del ripristino del vecchio, partendo dal presupposto tattico-psicologico che il nuovo significhi sempre qualcosa di migliore e più avanzato rispetto al vecchio e che, di conseguenza, debba essere sostituito dal nuovo.[1]

Va sottolineato qui che il ripristino del vecchio ordine del Regno di Jugoslavia era in effetti la motivazione originaria del movimento di Ravna Gora del generale Mihailović per il semplice motivo che qualsiasi tentativo violento da parte degli occupanti di cambiare quel sistema era considerato inaccettabile, cioè antidemocratico.

Tuttavia, gli ideologi di Ravna Gora, insieme allo stesso Draža Mihailović, già prima dell’inizio della guerra civile da parte dei comunisti di Broz (alla fine dell’estate del 1941 nella Serbia occidentale), criticarono aspramente quello stesso vecchio regime in termini politici, morali, sociali e persino nazionali. Innanzitutto, l’atto dei principali politici jugoslavi di fuggire dal paese nell’aprile 1941 era considerato estremamente immorale[2] e si riteneva che la struttura dell’intero sistema statale della Jugoslavia prebellica avesse portato al suo rapido collasso nella Guerra d’Aprile, causata sia dal tradimento (croato) sia dall’impreparazione del paese a difendersi per un periodo di tempo prolungato (la Grecia riuscì a difendersi per quasi un mese intero, a differenza della Jugoslavia, che ci riuscì solo per dieci giorni). Pertanto, a differenza della propaganda comunista del dopoguerra, fin dall’inizio della guerra, ovvero dall’occupazione da parte delle potenze straniere e dalla lotta per la liberazione del paese, la leadership politica del movimento di Ravna Gora era consapevole che dopo la guerra il sistema politico-economico-statale del paese avrebbe dovuto in qualche modo cambiare, cioè migliorare, con un punto indiscutibile: la Jugoslavia del dopoguerra doveva in ogni caso essere una monarchia (regno) con la legittima dinastia dei Karađorđević sul trono.

Il fatto è che l’orientamento politico del movimento Ravna Gora di Draža Mihailović si è evoluto, e in modo drastico, durante la guerra, dato che la consapevolezza del movimento Ravna Gora della necessità di un cambiamento sociale e politico è cresciuta proprio durante la guerra stessa, in parte grazie alla propaganda e alla pressione ideologica della parte comunista, la cui aggressiva campagna propagandistica è riuscita a conquistare la simpatia di un certo numero di persone tra le ampie masse popolari, ma quasi esclusivamente al di là del fiume Drina, cioè nelle aree dello Stato Indipendente di Croazia. I massimi rappresentanti e delegati del movimento di Ravna Gora presentarono pubblicamente la forma definitiva della nuova struttura postbellica della Jugoslavia al Congresso di San Sava nel villaggio di Ba, nella Serbia occidentale, nel gennaio 1944, che costituì anche una risposta concreta alle decisioni della cosiddetta Seconda Sessione dell’AVNOJ (Consiglio Antifascista di Liberazione Popolare della Jugoslavia) tenutasi il 28-29 novembre 1943 nella città bosniaca di Jajce, sul territorio dello Stato Indipendente di Croazia nazista, durante la notte.

Il Congresso di San Sava del Movimento di Ravna Gora si tenne nel villaggio di Ba il 28 gennaio 1944 (quando furono prese e adottate le decisioni), a Suvobor (l’intero lavoro del Congresso durò dal 25 al 28 gennaio), nella sala delle cerimonie della scuola elementare locale durante le ore diurne, a differenza della sessione notturna e di mezzanotte dei comunisti a Jajce nel novembre 1943. Il Congresso, composto da oltre 300 delegati, fu il più significativo raduno politico del Movimento di Ravna Gora durante l’intera guerra, in cui fu adottato il programma definitivo sull’organizzazione interna postbellica della nuova Jugoslavia. [3] La decisione fondamentale del Congresso nel villaggio di Ba fu quella di riorganizzare la Jugoslavia del dopoguerra su base federale, in modo che fosse composta da tre unità federali: Slovenia, Croazia e Serbia (in contrapposizione alla variante comunista della federalizzazione della Jugoslavia basata su sei repubbliche federali, tre delle quali si sarebbero separate dal corpus etnolinguistico serbo). La Jugoslavia sarebbe stata un regno sotto la dinastia dei Karađorđević, in contrapposizione alla variante repubblicana comunista sotto la presidenza a vita di Josip Broz Tito.

L’orientamento federalista del movimento di Ravna Gora per la Jugoslavia del dopoguerra era, di fatto, sotto l’influenza cruciale del governo jugoslavo in esilio a Londra. Pertanto, il presidente di questo governo, il prof. Slobodan Jovanović dell’Università di Belgrado, informò Draža Mihailović già nel dicembre 1942 (cioè più di un anno prima che si tenesse il Congresso nel villaggio di Ba) che la Jugoslavia del dopoguerra doveva essere riorganizzata secondo principi federalisti per, come spiegò, due ragioni: 1) per compiacere i croati (e questo dopo il magnum crimen croato!)[4] e 2) per proteggere i serbi da nuovi crimini come quelli del 1941.[5] In linea di principio, si proclamò anche che dopo la guerra sarebbero state attuate riforme socio-economiche, in modo che la futura Jugoslavia, ad eccezione della monarchia, non assomigliasse, in sostanza, molto al Regno di Jugoslavia prebellico. Naturalmente, la propaganda comunista non ha mai presentato al pubblico jugoslavo questa essenza delle riforme postbelliche proclamate dal movimento di Ravna Gora, se non altro per un semplice motivo: perché il sistema politico della Jugoslavia postbellica del movimento di Ravna Gora si basava sui principi della democrazia parlamentare multipartitica, in contrasto con l’opzione comunista di una dittatura monopartitica, antiparlamentare e antidemocratica.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro per gli studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro per la ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Riferimenti:

[1] Per il primo decennio di vita “ideale” nella Jugoslavia di Tito (Titoslavia), cfr.: Алекс Н. Драгнић, Титова обећана земља Југославија [La terra promessa di Tito, la Jugoslavia], Београд: Задужбина Студеница-Чигоја штампа, 2004.

[2] Il caso del re Pietro II Karađorđević costituì un’eccezione poiché egli fu praticamente portato via dalla Jugoslavia quando era minorenne nell’aprile del 1941 contro la sua volontà.

[3] Коста Николић, Исторія Равногорского покрета 1941-1945. Књига друга [Storia del Movimento di Ravna Gora 1941−1945. II vol.], Belgrado: Srpska Reč, 1999, p. 426. È importante sottolineare qui che, dopo lo svolgimento del Congresso, un gran numero dei suoi delegati fu arrestato, il che significa praticamente che il Congresso stesso non si tenne con l’approvazione tacita dei tedeschi o del generale Milan Nedić (governatore della Serbia occupata), ovvero che non era collaborazionista. A differenza del destino dei delegati del Congresso di Ravna Gora nel villaggio di Ba, dopo il congresso comunista dell’AVNOJ a Jajce nel 1943, non fu arrestato nemmeno un delegato, il che porta a concludere che esso si tenne, così come la Prima Sessione dell’AVNOJ nel novembre 1942 (nella città bosniaca di Bihać), con l’approvazione del regime nazista ustascia di Zagabria,

e che sul territorio controllato dagli ustascia, che i comunisti dichiararono infondatamente dopo la guerra come territorio “libero”, cioè presumibilmente liberato da loro stessi. Tuttavia, quel territorio intorno a Bihać (nel novembre 1942) e nell’anno successivo intorno a Jajce (novembre 1943) fu semplicemente ceduto ai partigiani di Tito per un uso temporaneo da parte degli ustascia.

[4] Sul magnum crimen croato, si veda il sito web: Бог и Хрвати [Dio e i Croati] (http://bogihrvati.webs.com).

[5] Милан Весовић, Коста Николић, Уједињене српске земље. Равногорски национални програм [Terre serbe unite. Programma nazionale del Movimento di Ravna Gora], Београд, 1996, p. 68.

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Forgeries about World War II in Yugoslavia (III):

The goal of General Dragoljub Draža Mihailović and his royalist Chetniks was the restoration of the pre-war socio-political order and monarchy in Yugoslavia – the status quo ante bellum

Actual truth:

Basically, this claim, i.e., communist propaganda-psychological platitude, is incorrect, but it was of primary importance for the communists in their psychological-propaganda war against the old regime of the Kingdom of Yugoslavia. This regime was presented in propaganda as socially unjust, economically exploitative, nationally Greater Serbian, and morally rotten, so that all political movements and social forces that would advocate and fight for the restoration of this system ad hoc should be condemned to failure by the majority of the people. On the other hand, in addition to the formal struggle for the liberation of the country from the foreign occupier, the political commissars with their assistants in the partisan units as well as the entire Communist Party of Yugoslavia (CPY) platitudely propagated to the people a paradise on earth in every respect in the event of their coming to power, and as a sine qua non for such general progress a radical change of the old regime was required, i.e., in fact, its comprehensive replacement with a completely new one that would be, above all, supposedly just, progressive, efficient, and prosperous. So, the communists offered the people something new instead of the already tried and tested old one. That the old regime was far from ideal was true, but that the new communist regime would be any better than the old one remained to be seen, i.e., felt.

However, the whole point of the communist propaganda-psychological strategy for coming to power was to win over as many ordinary people as possible during the war, who were the most susceptible to communist propaganda because they essentially wanted changes for the better, that is, to their own benefit. With this mass of people who wanted changes, power would be seized and, of course, a totalitarian dictatorship modeled after the USSR would be introduced, which would never be overthrown. Until then, there had been only one communist country in the world (besides Mongolia) – the USSR, but about which the people knew nothing and which the Yugoslav communists enthusiastically praised, exalting it to the heavens, without even knowing much about it themselves. So, the bet was that ordinary people, especially the poor, and especially those who were left without a home during the war, would logically support communist experiments with the state, economy, and social reorganization because they simply had nothing to lose and they were offered a lot in propaganda. Therefore, it was of utmost importance for the communists to portray themselves, both during and after the war, as fighters for something new, and the Ravna Gora Chetniks (the Yugoslav Army in the Motherland – YAM) for the restoration of the old, under the tactical-psychological assumption that the new always means something that is better and more advanced than the old and that therefore needs to be replaced by the new.[1]     

It must be emphasized here that the restoration of the old order of the Kingdom of Yugoslavia was indeed the original motivation of the Ravna Gora movement of General Mihailović for the simple reason that any violent attempt by the occupiers to change that system was considered unacceptable, i.e., undemocratic. However, the Ravna Gora ideologists, together with Draža Mihailović himself, even before the start of the civil war by Broz’s communists (in late summer 1941 in Western Serbia), also sharply criticized that same old regime in political, moral, social, and even national terms. First of all, the act of the leading politicians of Yugoslavia fleeing the country in April 1941 was considered to be extremely immoral[2] and that the structure of the entire state system of pre-war Yugoslavia led to its rapid collapse in the April War, which was based both on (Croatian) betrayal and on the country’s unpreparedness to defend itself for a longer period of time (Greece managed to defend itself for almost a whole month, unlike Yugoslavia, which managed to do so in only ten days). Therefore, unlike communist post-war propaganda, from the very beginning of the war, i.e., the occupation by foreign powers and the fight for the liberation of the country, the political leadership of the Ravna Gora movement was aware that after the war the state-political-economic system of the country must in some way change, i.e., improve, with one indisputable point that post-war Yugoslavia must in any case be a monarchy (kingdom) with the legitimate Karađorđević dynasty on the throne.

The fact is that the political orientation of Draža Mihailović’s Ravna Gora movement evolved, and drastically so, during the war, given that Ravna Gora movement’s awareness of the need for social and political change grew during the war itself, partly thanks to the propaganda and ideological pressure of the communist side, whose aggressive propaganda performance managed to win the sympathy of a certain number of people among the broad masses of the people, but almost exclusively across the Drina river, i.e., in the areas of the Independent State of Croatia. The top representatives and delegates of the Ravna Gora movement publicly presented the final form of the new post-war structure of Yugoslavia at its St. Sava Congress in the village of Ba in Western Serbia in January 1944, which was also a concrete response to the decisions of the communist so-called Second Session of AVNOJ (Anti-Fascist Council of People’s Liberation of Yugoslavia) held on November 28−29, 1943 in the Bosnian town of Jajce on the territory of Nazi Independent State of Croatia, during the night.

The St. Sava Congress of the Ravna Gora Movement was held in the village of Ba on January 28, 1944 (when decisions were made and adopted), in Suvobor (the entire work of the Congress lasted from January 25 to 28), in the ceremonial hall of the local elementary school during daylight hours, unlike the night and midnight session of the communists in Jajce in November 1943. The Congress, consisting of over 300 delegates, was the most significant political gathering of the Ravna Gora Movement during the entire war, at which the final program on the post-war internal organization of the new Yugoslavia was adopted.[3] The fundamental decision of the Congress in the village of Ba was to reorganize post-war Yugoslavia on a federal basis so that it would be composed of three federal units – Slovenia, Croatia, and Serbia (as opposed to the communist variant of the federalization of Yugoslavia based on six federal republics, three of which would secede from the Serbian ethnolinguistic corpus). Yugoslavia would be a kingdom under the Karađorđević dynasty, as opposed to the communist republican variant under the lifelong presidency of Josip Broz Tito.

This Ravna Gora movement’s federalist orientation of post-war Yugoslavia was, in fact, under the crucial influence of the Yugoslav government in exile in London. Thus, the president of this government, Prof. Slobodan Jovanović of Belgrade University, informed Draža Mihailović as early as December 1942 (i.e., more than a year before the Congress in the village of Ba was held) that post-war Yugoslavia had to be reorganized on federalist principles for, as he explained, two reasons: 1) to please the Croats (and this after the Croatian magnum crimen!)[4] and 2) in order to protect Serbs from new crimes like those of 1941.[5] In principle, socio-economic reforms were also proclaimed to be done after the war, so that the future Yugoslavia, except for the monarchy, would not, in essence, resemble the pre-war Kingdom of Yugoslavia much. Of course, communist agitprop never presented the Yugoslav public with this essence of the post-war reforms proclaimed by the Ravna Gora movement, if for no other reason, and that for one simple reason, because the political system of post-war Yugoslavia of the Ravna Gora movement was based on the principles of multi-party parliamentary democracy, in contrast to the communist option of a one-party anti-parliamentary and anti-democratic dictatorship.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026  


References:

[1] For the first decade of “ideal” life in Tito’s Yugoslavia (Titoslavia), see: Алекс Н. Драгнић, Титова обећана земља Југославија [Tito’s promised land of Yugoslavia], Београд: Задужбина Студеница-Чигоја штампа, 2004.

[2] The case of King Peter II Karađorđević was an exception because he was practically taken from Yugoslavia as a minor in April 1941 against his will.

[3] Коста Николић, Историја Равногорског покрета 1941–1945. Књига друга [History of the Ravna Gora Movement 1941−1945. II vol.], Београд: Српска Реч, 1999, p. 426. It is important to point out here that after the Congress was held, a large number of its delegates were arrested, which practically means that the Congress itself was not held with the tacit approval of the Germans or General Milan Nedić (governor of occupied Serbia), i.e., that it was not collaborationist. Unlike the fate of the delegates of the Ravna Gora Congress in the village of Ba, after the communist AVNOJ congress in Jajce in 1943, not a single delegate was arrested, which points to the conclusion that it was held, as was the First Session of AVNOJ in November 1942 (in Bosnian town of Bihać), with the approval of the Nazi Ustashi regime in Zagreb, and that on the territory controlled by the Ustashi, which the communists unfoundedly declared after the war to be “free” territory, i.e., allegedly liberated by themselves. However, that territory around Bihać (in November 1942) and in the following year around Jajce (November 1943) was simply ceded to Tito’s Partisans for temporary use by the Ustashi.

[4] About Croatian magnum crimen-у see on the website: Бог и Хрвати [God and Croats] (http://bogihrvati.webs.com).

[5] Милан Весовић, Коста Николић, Уједињене српске земље. Равногорски национални програм [United Serbian Lands. National Program of the Ravna Gora Movement], Београд, 1996, p. 68.

Di chi sono Nikola Tesla e Milutin Milanković? _ di Vladislav Sotirovic

Di chi sono Nikola Tesla e Milutin Milanković?

Dopo le continue e successive provocazioni politiche da parte croata secondo cui, oltre a Nikola Tesla, anche Milutin Milanković sarebbe uno “scienziato croato”, è chiaro che si tratta di una politica di croatizzazione politica di tutti i grandi personaggi che, per luogo di nascita, provengono dall’attuale territorio della Repubblica di Croazia ma non sono di etnia croata, applicando la cosiddetta legge statale croata. In base a questa filosofia politica, tutti i residenti in Croazia devono essere croati politici e, di conseguenza, tutto ciò che proviene dal territorio della Croazia deve essere croato. Tuttavia, sorge la domanda se questa terminologia sia appropriata almeno in senso linguistico, il che innesca indirettamente anche discussioni su croati e serbi in tutti i contesti, compresi quegli argomenti “eterni” come se croati e serbi siano lo stesso popolo o se tutti i residenti in Croazia siano croati.

Nel breve testo che segue, vorrei richiamare le opinioni di uno dei più grandi filologi slavi meridionali del XIX secolo – Vuk Stefanović Karadžić – su questi temi, che egli espresse nel 1861 in risposta al suo collega, uno slovacco croatizzato, Bogoslav Šulek, il quale aveva pubblicato l’articolo “Serbi e Croati” sul Neven di Zagabria (numero 8, 1856), sostenendo che croati e serbi sono un unico popolo, che la loro lingua è una sola, cioè la stessa o comune, che quindi la loro letteratura scritta in quella lingua è comune, e che nemmeno la religione li divide.

Tuttavia, nella sua risposta a Šulek nell’articolo “Serbi e Croati” su Vidovdan (n. 31, 1861), Vuk fu esplicito:

“…e ora penso che gli antichi Croati differissero un po’ dai Serbi nella lingua, e che gli odierni Čakavi siano i loro veri discendenti, e che solo loro possano essere legittimamente chiamati Croati… I principali habitat degli odierni Čakavi sono le isole o gli isolotti del Mare Adriatico dall’Istria fino a oltre Korčula… Possono essere legittimamente chiamati Croati: 1) tutti i Čakavi; e 2) i Kekavi nel Regno di Croazia che sono già diventati noti con quel nome. Possono essere legittimamente chiamati Serbi tutti gli Štokavi, indipendentemente dalla loro religione e dal luogo in cui vivono…»

Infatti, in questo articolo, Vuk accusò apertamente i “patrioti croati” di cercare deliberatamente di distruggere il corpus etnico serbo perché erano gli unici in Europa a rifiutare il principio fondamentale della determinazione linguistica della nazionalità, ovvero che un popolo possa parlare una sola lingua, e dichiarò che i croati erano un popolo che, dal punto di vista linguistico, parlava essenzialmente tre lingue: Štokaviano, Čakaviano e Kajkaviano/Kekaviano. Secondo Vuk (e non solo lui), nell’allora Regno di Croazia, infatti, non vivevano quasi per nulla veri croati etnici, poiché la maggior parte dei Čakaviani si trovava al di fuori di quel regno. Pertanto, Vuk introdusse un nuovo termine: croati (Hrvaćani), che indica tutti i residenti del Regno di Croazia, indipendentemente dalla loro etnia, in contrapposizione al termine croato, che può riferirsi solo ai croati etnici originari (Čakavi). In questo modo, Vuk sfidò il principio fondamentale della teoria della “Grande Croazia” del diritto statale croato, secondo cui tutti gli abitanti del Regno di Croazia erano chiamati croati, compresi i serbi ortodossi di lingua štokavica (di fatto, lingua etnica).

Nel nostro caso specifico, sia Nikola Tesla che Milutin Milanković possono essere solo serbi in senso etnico, non possono affatto essere croati, mentre solo in senso politico possono essere croati (Hrvaćani), sebbene questo termine nei loro casi sia ancora discutibile, dato che, ad esempio, Nikola Tesla non nacque in Croazia ma nell’allora Krajina Militare, che all’epoca non faceva parte della Croazia. Notiamo che gli antenati di Tesla provenivano dalla Serbia e che cambiarono il loro cognome originario con il suffisso -ić in Tesla dopo essersi stabiliti nella Krajina Militare. I Tesla, come molti altri serbi etnici, subirono le politiche genocidarie del regime nazista cattolico romano ustascia del Führer (Poglavnik) Ante Pavelić nello Stato Indipendente di Croazia durante la Seconda Guerra Mondiale semplicemente perché erano serbi etnici e cristiani ortodossi.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

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Whose Nikola Tesla and Milutin Milanković Are They?

After constant and successive political outbursts from the Croatian side that, in addition to Nikola Tesla, Milutin Milanković is also a “Croatian scientist”, it is clear that this is a policy of political Croatization of all greats who, by their place of birth, originate from the present-day territory of the Republic of Croatia but are not ethnic Croats, by applying the so-called Croatian state law. Based on this political philosophy, all residents of Croatia must be political Croats, and accordingly, everything that originates from the territory of Croatia must be Croatian. However, the question arises whether this terminology is appropriate at least in a linguistic sense, which also indirectly triggers discussions about Croats and Serbs in all contexts, including those “eternal” topics such as whether Croats and Serbs are the same people or whether all residents of Croatia are Croats.

In the short text below, I would like to recall the views of one of the greatest South Slavic philologists of the 19th century – Vuk Stefanović Karadžić – on these issues, which he expressed in 1861 as a response to his colleague, a Croatized Slovak, Bogoslav Šulek, who published the article “Serbs and Croats” in the Zagreb Neven (issue 8, 1856), claiming that Croats and Serbs are one people, that their language is one, that is, the same or common, that therefore their literature written in that language is common, and that not even religion divides them.

However, in his response to Šulek in the article “Serbs and Croats” in Vidovdan (No. 31, 1861), Vuk was explicit:

“…and now I think that the ancient Croats differed a little from the Serbs in language, and that today’s Čakavians are their true remnants and descendants, and that only they can rightfully be called Croats… The main habitats of today’s Čakavians are the islands or islets of the Adriatic Sea from Istria to behind Korčula… Croats can rightfully be called: 1) All Čakavians; and 2) Kekavians in the Kingdom of Croatia who have already become known by that name. Serbs can rightfully be called all Štokavians, no matter what religion they are and no matter where they live…”

In fact, in this article, Vuk openly accused the “Croatian patriots” of deliberately trying to destroy the Serbian ethnic corpus because they were the only ones in Europe to reject the basic principle of linguistic determination of nationality, i.e. that a people can speak only one language and declared Croats to be a people who, from a linguistic point of view, essentially speak three languages: Štokavian, Čakavian and Kajkavian/Kekavian. According to Vuk (and not only him), in the then Kingdom of Croatia, in fact, there were also almost no real ethnic Croats living there, because most of the Čakavians were outside that kingdom. Therefore, Vuk introduced a new term: Croatians (Hrvaćani), which means all residents of the Kingdom of Croatia, regardless of their ethnicity, in contrast to the term Croat, which can only refer to the original ethnic Croats (Čakavians). In doing so, Vuk challenged the basic principle of the Greater Croatian theory of Croatian state law, according to which all inhabitants of the Kingdom of Croatia were called Croats, including the Orthodox Serbs of Štokavian speech (in fact, ethnic language).

In our specific case, both Nikola Tesla and Milutin Milanković can only be Serbs in the ethnic sense, they cannot be Croats at all, while only possibly in the political sense they can be Croatians (Hrvaćani), although this term in their cases is still debatable, given that, for example, Nikola Tesla was not born in Croatia but in the then Military Krayina, which was not part of Croatia at that time. Let us note that Tesla’s ancestors originated from Serbia and that they changed their original surname with the suffix -ić to Tesla after settling in the Military Krayina. The Teslas, like many other ethnic Serbs, experienced the genocidal policies of the Ustashi Roman Catholic Nazi regime of the Führer (Poglavnik) Ante Pavelić in the Independent State of Croatia during World War II because they were simply ethnic Serbs and Christian Orthodox.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026  

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (2) _ di Vladislav Sotirovic

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (2):

I partigiani jugoslavi, guidati da Josip Broz Tito, condussero una lotta patriottica per liberare il Paese dagli occupanti stranieri, e i partigiani jugoslavi furono gli unici a condurre questa lotta

La realtà dei fatti:

Il movimento partigiano del Partito Comunista di Jugoslavia (PCJ/KPJ) sotto la guida del suo Segretario Generale Josip Broz Tito (di etnia slovena/croata e di fede cattolica romana) combatté in linea di principio per l’espulsione delle formazioni di occupazione straniere dalla Jugoslavia, ma questa lotta, proclamata a parole, non era l’obiettivo bellico principale di questo movimento, bensì solo un mezzo incidentale per la realizzazione dell’obiettivo politico fondamentale del PCJ, che era la presa del potere politico su tutta la Jugoslavia attraverso la lotta rivoluzionaria armata, al fine di raggiungere in seguito, nel dopoguerra, l’obiettivo programmatico finale del PCJ della riorganizzazione politico-economico-ideologica della Jugoslavia su un quadro prevalentemente anti-serbo e filo-sovietico.

Nel senso letterale del termine, i partigiani di Tito non combatterono affatto contro l’occupante straniero durante l’intera guerra, e men che meno contro gli ustascia croato-musulmani bosniaci di fede cattolica romana e la Guardia Nazionale Croata (Domobrani), ma solo ed esclusivamente contro il movimento monarchico filo-jugoslavo di Ravna Gora del generale Draža Mihailović. Questa strategia tattica della leadership comunista del movimento partigiano è del tutto comprensibile se si considera che l’obiettivo militare-politico principale dei comunisti in Jugoslavia era quello di prendere il potere in tutto il paese, e ciò poteva essere raggiunto in un solo modo: attraverso la vittoria militare sul “nemico”.

Tuttavia, qui sorge una domanda cruciale: chi erano i nemici dei comunisti jugoslavi che dovevano essere sconfitti per arrivare al potere? Dal loro punto di vista, la leadership politico-militare dei comunisti jugoslavi stabilì la strategia corretta di combattimento fin dall’inizio della guerra in cui entrarono su direttiva di Mosca, ovvero del Comintern, dopo il 22 giugno 1941, e aderì a questa strategia fino alla fine della guerra. L’essenza di questa strategia, che si rivelò vincente, si riduceva alla corretta conclusione che il destino bellico dei Balcani e della Jugoslavia non si decideva nei Balcani e in Jugoslavia stessi, ma sui principali fronti mondiali, e in particolare sul fronte orientale, dove combatteva il principale sostenitore dei partigiani jugoslavi: l’URSS.

Pertanto, il Quartier Generale Supremo con il Politburo del Comitato Centrale del Partito Comunista di Jugoslavia dei partigiani jugoslavi riponeva tutte le proprie speranze nell’ipotesi tattica più o meno realistica che la Germania avrebbe perso la guerra a Est e, di conseguenza, che l’Armata Rossa sovietica avrebbe raggiunto i Balcani e la Jugoslavia prima degli Alleati occidentali, il che avrebbe significato una vittoria de facto per i comunisti rivoluzionari che avrebbero così preso il potere nella Jugoslavia del dopoguerra, come era avvenuto nella parte orientale dell’Europa centrale nel 1945.

In tale contesto, nessuna tattica offensiva contro tedeschi e italiani era adatta ai partigiani jugoslavi, poiché entrambi stavano lasciando il territorio della Jugoslavia dopo la sfondata dell’Armata Rossa da est, cosa che effettivamente avvenne. Pertanto, per il Partito Comunista di Jugoslavia (CPY/KPJ), il problema principale e unico era sconfiggere l’unico nemico interno che ostacolava l’ascesa al potere dei comunisti ed era in grado di sconfiggerli nel loro percorso fanatico verso tale potere, ovvero il movimento di Ravna Gora o l’Esercito della Patria Jugoslava (YHA/JVuO). Pertanto, tutte le azioni offensive dei partigiani erano dirette esclusivamente contro i cetnici di Draža Mihailović, mentre contro i tedeschi, gli italiani e le formazioni armate dello Stato Indipendente di Croazia veniva condotta una lotta esclusivamente difensiva se attaccati da loro. Una strategia di guerra offensiva contro i partigiani (e i cetnici) fu richiesta esclusivamente da Berlino, cosicché i tedeschi, gli italiani e gli ustascia croato-bosniaci locali entrarono in battaglie dirette contro i partigiani esclusivamente su richiesta, cioè su pressione, di Berlino, mentre gli ustascia, ​​in alleanza con i partigiani, combattevano una guerra offensiva su base di accordo volontario solo contro i cetnici/l’Esercito della Patria Jugoslava.i

In tutta la Jugoslavia, durante l’intero periodo della Seconda Guerra Mondiale, gli unici veri combattenti contro gli occupanti stranieri e le formazioni armate dello Stato Indipendente di Croazia nazista erano i membri dell’Esercito Jugoslavo in Patria (l’Esercito della Patria Jugoslava o i cetnici del generale Draža Mihailović). La loro strategia militare-operativa si basava sul piano secondo cui un conflitto frontale-diretto decisivo con i tedeschi e gli italiani sotto forma di una rivolta nazionale (serba) poteva essere intrapreso solo dopo la sconfitta tedesca su uno dei principali fronti di guerra e quindi con lo sbarco militare anglo-americano nei Balcani, con la speranza che ciò avvenisse sulla costa adriatica jugoslava. Fino a quel momento, l’Esercito della Patria Jugoslava si sarebbe preparato organizzativamente e militarmente alla battaglia finale contro gli eserciti di occupazione e avrebbe causato danni all’occupante solo attraverso azioni di guerriglia, specialmente sulla sua principale linea di rifornimento verso l’esercito nordafricano della Wehrmacht: la valle del Morava-Vardar. Questa tattica avrebbe evitato l’uccisione di un gran numero di civili (serbi) in base all’ordine di Hitler per la Serbia di 100:1 (per ogni soldato tedesco ucciso) e 50:1 (per ogni soldato tedesco ferito), oltre a causare maggiori perdite all’Esercito della Patria jugoslavo da parte di un occupante significativamente più forte.ii

Tuttavia, alla fine si è scoperto che l’Esercito della Patria jugoslavo perse la guerra contro i comunisti principalmente perché non collaborò come partigiani con l’occupante, che era pronto e disposto a cooperare in questo modo, nonostante il fatto che Berlino, cioè Hitler, fosse ferocemente contraria a qualsiasi cooperazione sia con i partigiani che con i cetnici. Lo stesso Draža, principalmente per ragioni morali e politiche, non permise mai tale cooperazione e la combatté con tutto il cuore, e l’11 novembre 1941, nel villaggio di Divci (Serbia occidentale), respinse persino una proposta favorevole del comando tedesco a Belgrado riguardo a una collaborazione congiunta tra tedeschi e cetnici contro i partigiani. Questa tattica errata e, soprattutto, poco pragmatica alla fine gli costò la vita, e ai serbi un’altra Jugoslavia anti-serba dopo il 1945, dalla quale non si sono ancora ripresi fino ad oggi.

Risulta che molte, se non la maggior parte, delle azioni di guerriglia cetniche riuscite contro le forze e le strutture tedesche durante la guerra furono attribuite, per ragioni politiche, sia dai sovietici che dagli inglesi ai partigiani di Tito, dai quali fu creata un’immagine errata di patrioti jugoslavi, amanti della libertà e, in modo del tutto inesatto, combattenti contro gli occupanti della Jugoslavia. Così, Churchill e la BBC diffusero la notizia secondo cui Tito avrebbe bloccato 20 divisioni tedesche in Jugoslavia, che altrimenti sarebbero state sul fronte nord-africano o su quello orientale, mentre in realtà durante la guerra in Jugoslavia c’erano solo tre divisioni tedesche, e non al completo.iv

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di Studi Geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di Ricerca sulla Globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

iRiferimenti:

Per ulteriori informazioni sulla cooperazione aperta e diretta tra i partigiani di Broz e gli ustascia di Pavelić, ​​vedi: Владислав Б. Сотировић, „Saradnja Brozovih partizana i Pavelićevih ustaša“, На одру титографије. Збирка деветнаест чланака [“Cooperazione tra i partigiani di Broz e gli ustascia di Pavelić”, Sul palcoscenico della titografia. Una raccolta di diciannove articoli], Vilnius: Stamperia dell’Università Lituana di Educologia „Educologia“, 2012, 102–130; Per informazioni sulla collaborazione dei partigiani jugoslavi con i tedeschi, gli ustascia e gli albanesi, cfr.: Милослав Самарџић, Сарадња партизана са Немцима, усташама и Албанцима [La collaborazione dei partigiani con tedeschi, ustascia e albanesi], Крагујевац: Погледи, 2006.

ii Sulla strategia bellica dell’Esercito della Patria jugoslavo, e in particolare sulla strategia di guerriglia, cfr.: Коста Николић, История Равногорского движения 1941–1945.

Књига прва [Storia del Movimento di Ravna Gora 1941-1945. Vol. I], Београд: Српска Реч, 1999, 6066; Милош Аћин Коста, Дража Михаиловић – Апостол слободе [Draža Mihailović – Apostolo della Libertà], Вашингтон, 1993, 40. La lotta dei cetnici di Mihailović con tutti i mezzi disponibili era prevista solo contro gli ustascia croato-bosniaci per ragioni comprensibili e di vitale importanza morale, ovvero la protezione della vita stessa dei civili serbi nel territorio dello Stato Indipendente di Croazia: Архив Војно-историјског института [Archivi dell’Istituto di Storia Militare], Archivio cetnico, Belgrado, 16-1-2; Sergije Živanović, Il generale Mihailović e la sua epoca. La terza rivolta serba [Il generale Mihailović e la sua epoca. La terza rivolta serba], I, Chicago, 1962, 75.

iii Per informazioni sui combattimenti dell’Esercito della Patria jugoslavo contro i tedeschi e gli ustascia, ​​vedi: Miloslav Samardžić, Le lotte dei cetnici contro i tedeschi e gli ustascia 1941-1945 [The Chetniks’ Struggles Against the Germans and Ustashi 1941‒1945], I-II, Kragujevac: Pogledi, 2006.

iv Per ulteriori informazioni sulla resa della Jugoslavia da parte di Churchill e Roosevelt a Josip Broz Tito e sul tradimento di Draža Mihailović, cfr.: Роберт Макдауел, Стрељање историје. Кључна улога Срба у Другом светском рату [Robert McDowell, Shooting History. Il ruolo cruciale dei serbi nella Seconda guerra mondiale], Belgrado: Poeta-Rad, 2012, 140-221.

Forgeries about World War II in Yugoslavia (2):

The Yugoslav Partisans, led by Josip Broz Tito, waged a patriotic struggle to liberate the country from foreign occupiers, and the Yugoslav Partisans were the only ones to wage this struggle

Factual situation:

The Partisan movement of the Communist Party of Yugoslavia (CPY/KPJ) under the leadership of its General Secretary Josip Broz Tito (of the Roman Catholic Slovenian/Croatian ethnic background) fought in principle for the expulsion of foreign occupation formations from Yugoslavia, but this literally proclaimed struggle was not the main war goal of this movement, but only an incidental means for the realization of the basic political goal of the CPY, which was the seizure of political power over the entire Yugoslavia through armed revolutionary struggle, in order to later, in the post-war period, achieve the ultimate programmatic goal of the CPY of the political-economic-ideological reorganization of Yugoslavia on primarily anti-Serbian and pro-Soviet framework.

In the factual sense of the word, Tito’s Partisans did not fight against the foreign occupier at all during the entire war, and least of all against the Roman Catholic Croat-Muslim Bosniak Ustashi and Croat Home Guard (Domobrani), but only and exclusively against the royalist pro-Yugoslav Ravna Gora Movement of General Draža Mihailović. This tactical strategy of the communist leadership of the Partisan movement is completely understandable and comprehensible if we know that the main military-political goal of the communists in Yugoslavia was to seize power in the entire country, and this could only be achieved in one way – through military victory over the „enemy“.

However, here a crucial question arises: who were the enemies for the Yugoslav communists that needed to be defeated in order to come to power? From their point of view, the military-political leadership of the Yugoslav communists set the correct strategy of the fight at the very beginning of the war into which they entered after the directive from Moscow, i.e. the Comintern after June 22, 1941, and they adhered to this strategy until the very end of the war. The essence of this, as it turned out to be successful, strategy was reduced to the correct conclusion that the war fate of the Balkans and Yugoslavia was not decided on the Balkans and Yugoslavia themselves, but on the main world fronts, and especially on the Eastern Front, where the main sponsor of the Yugoslav Partisans – the USSR – fought.

Therefore, the Supreme Headquarters with the Politburo of the Central Committee of the Communist Party of Yugoslavia of the Yugoslav Partisans pinned all their hopes on the more or less realistic tactical assumption that Germany would lose the war in the East and, accordingly, that the Soviet Red Army would reach the Balkans and Yugoslavia before the Western Allies, which would mean a de facto victory for the revolutionary communists who would thus seize power in post-war Yugoslavia, as was the case with the eastern part of Central Europe in 1945.

In the above context, no offensive tactics against the Germans and Italians suited the Yugoslav Partisans, since both of them were leaving the territory of Yugoslavia after the Red Army’s breakthrough from the East, which actually happened. Therefore, for the Communist Party of Yugoslavia (CPY/KPJ), the main and only problem was to defeat the only internal enemy that stood in the communists’ way to power and was capable of defeating them on their fanatical path to that power, which was the Ravna Gora movement or the Yugoslav Homeland Army (YHA/JVuO). Therefore, all offensive actions of the Partisans were directed exclusively at the Chetniks of Draža Mihailović, while against the Germans, Italians and armed formations of the Independent State of Croatia, an exclusively defensive struggle was waged if they were attacked by them. An offensive war strategy against the Partisans (and Chetniks) was exclusively requested by Berlin, so that local Germans, Italians and Croatian-Bosniak Ustashi entered into direct battles against the Partisans exclusively at the request, i.e., pressure, from Berlin, while the Ustashi, ​​in alliance with the Partisans, fought an offensive war on a voluntary-agreement basis only against the Chetniks/the Yugoslav Homeland Army.i

Throughout Yugoslavia, during the entire period of World War II, the only real fighters against the foreign occupiers and the armed formations of the Nazi Independent State of Croatia were members of the Yugoslav Army in the Fatherland (the Yugoslav Homeland Army or the Chetniks of General Draža Mihailović). Their military-operational strategy was based on the plan that a decisive frontal-direct conflict with the Germans and Italians in the form of a nationwide (Serbian) uprising could only be entered into after the German defeat on one of the main war fronts and then with the Anglo-American military landing in the Balkans, with the hope that this would be on the Yugoslav Adriatic coast. Until that time, the Yugoslav Homeland Army would be organizationally and militarily preparing for the final fight with the occupying armies and would only cause damage to the occupier through guerrilla actions, especially on its main supply line to the Wehrmacht’s North African army – the Morava-Vardar Valley. This tactic would avoid the shooting of a large number of (Serbian) civilians based on Hitler’s order for Serbia 100:1 (for killed German soldier) and 50:1 (for wounded German soldier), as well as causing greater losses to the Yugoslav Homeland Army by a significantly stronger occupier.ii

However, in the end it turned out that the Yugoslav Homeland Army lost the war against the communists primarily because they did not cooperate as Partisans with the occupier, who was both ready and willing to cooperate with this type of cooperation, despite the fact that Berlin, i.e. Hitler, was fiercely opposed to any cooperation with either the Partisans or the Chetniks. Draža himself, primarily for moral and political reasons, never allowed such cooperation and fought against it wholeheartedly, and on November 11, 1941, in the village of Divci (West Serbia), he even rejected a favorable proposal from the German command in Belgrade about a joint German-Chetnik collaboration against the Partisans. This erroneous and, above all, unpragmatic tactic ultimately cost him his life, and the Serbs another anti-Serbian Yugoslavia after 1945, from which they have not sobered up to this day.

It turns out that many, if not most, of the successful Chetnik guerrilla actions against German forces and facilities during the war wereiii for political reasons, attributed by both the Soviets and the British to Tito’s Partisans, from whom an incorrect image of Yugoslav patriots, freedomlovers and, most inaccurately, fighters against the occupiers of Yugoslavia was created. Thus, Churchill and the BBC propagated that Tito allegedly blocked 20 German divisions in Yugoslavia, which would otherwise have been on the North African or Eastern Fronts, while in reality there were only three German divisions in Yugoslavia during the war, and they were incomplete.iv

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

iReferences:

For more information on the open and direct cooperation between Broz’s Partisans and Pavelić’s Ustashi, ​​see: Владислав Б. Сотировић, „Saradnja Brozovih partizana i Pavelićevih ustaša“, На одру титографије. Збирка деветнаест чланака [“Cooperation between Broz’s Partisans and Pavelić’s Ustashi”, On the Stage of Titography. A Collection of Nineteen Articles], Виљнус: Штампарија Литванског едуколошког универзитета „Едукологија“, 2012, 102130; For information on the collaboration of Yugoslav Partisans with the Germans, Ustashi, and Albanians, see: Милослав Самарџић, Сарадња партизана са Немцима, усташама и Албанцима [Partisan collaboration with Germans, Ustashi and Albanians], Крагујевац: Погледи, 2006.

ii On the warfare strategy of the Yugoslav Homeland Army, and especially on the guerrilla strategy, see: Коста Николић, Историја Равногорског покрета 19411945. Књига прва [HistoryoftheRavnaGoraMovement 1941-1945. Vol. I], Београд: Српска Реч, 1999, 6066; Милош Аћин Коста, Дража Михаиловић – Апостол слободе [DražaMihailović – ApostleofFreedom], Вашингтон, 1993, 40. The fight of Mihailović’s Chetniks with all available means was envisaged only against the Croat-Bosniak Ustashi for understandable and moral-vital reasons of protecting the bare lives of Serbian civilians in the territory of the Independent State of Croatia: Архив Војно-историјског института[Archives of the Military History Institute], Четничка архива, Београд, 16-1-2; Сергије Живановић, Ђенерал Михаиловић и његово доба. Трећи српски устанак[General Mihailović and His Era. The Third Serbian Uprising], I, Чикаго, 1962, 75.

iii For information on the active fighting of the Yugoslav Homeland Army against the Germans and the Ustashi, ​​see: Милослав Самарџић, Борбе четника против Немаца и усташа 19411945[The Chetniks’ Struggles Against the Germans and Ustashi 1941‒1945], III, Крагујевац: Погледи, 2006.

iv For more on Churchill’s and Roosevelt’s surrender of Yugoslavia to Josip Broz Tito and the betrayal of Draža Mihailović, see: Роберт Макдауел, Стрељање историје. Кључна улога Срба у Другом светском рату[Robert McDowell, Shooting History. The Crucial Role of the Serbs in World War II], Београд: ПоетаРад, 2012, 140221.

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (Parte 1)_di Vladislav Sotirovic

Falsificazioni sulla Seconda guerra mondiale in Jugoslavia (Parte 1)

Questo saggio è importante, ma anche rivelatore delle pulsioni ambigue e contrastanti che convivono ed hanno convissuto in Serbia per diversi motivi:

° rivela l’esistenza consolidata in Serbia e nella Jugoslavia di movimenti di resistenza alla occupazione italo-tedesca in aperto conflitto e competizione tra di essi. Contraddizioni che potrebbero spiegare in buona parte il non allineamento ai due blocchi di Tito e della Jugoslavia, verificatosi nel dopoguerra

° rivela i prodromi della accesa rivalità tra gli anglo-franco-statunitensi e l’Unione Sovietica già presenti durante il conflitto mondiale, all’interno degli stessi movimenti di resistenza, e sfociata nella “guerra fredda”

° rivela non solo le simpatie dell’autore verso una delle fazioni, quella perdente, del movimento di resistenza serbo/jugoslavo; soprattutto, evidenzia implicitamente che la successiva deflagrazione della Jugoslavia, negli anni ’90, ha avuto luogo certamente per le pesanti intromissioni occidentali, in particolare di Francia, Germania, Stati Uniti, in quell’area; in primo luogo, però, per le caratteristiche assunte dai vari nazionalismi di quell’area, compreso quello serbo. Da qui le stesse ambiguità che avvolgono l’attuale collocazione politica delle leadership serbe, corroborate, per altro, dalla scomoda collocazione geografica di quello stato. Vedremo nella seconda parte l’eventuale conferma di questa impressione_Giuseppe Germinario

La prima falsificazione:

Durante la Seconda guerra mondiale, nella Jugoslavia occupata esisteva un solo movimento armato filo-jugoslavo che combatteva per la liberazione del Paese dagli occupanti stranieri: il movimento partigiano guidato da Josip Broz Tito.

Situazione di fatto:

Durante la Seconda Guerra Mondiale, in Jugoslavia c’erano due movimenti armati, l’Esercito Jugoslavo in Patria/Esercito della Patria Jugoslava (o Movimento di Ravna Gora, i cetnici di Dragoljub Draža Mihailović, il movimento monarchico) e il movimento partigiano (Esercito di Liberazione Popolare della Jugoslavia) sotto la guida del Partito Comunista di Jugoslavia e del suo Segretario Generale Josip Broz Tito, affiancati dagli eserciti regolari degli occupanti stranieri o degli Stati di nuova formazione o ampliati sulle rovine del Regno di Jugoslavia.

Tuttavia, le motivazioni politico-militari e ideologiche di questi due movimenti erano diametralmente opposte e, soprattutto, incompatibili, e pertanto, durante la guerra, non poté esserci alcuna fusione tra questi due movimenti, che differivano anche in termini di composizione nazionale del personale di comando e di gestione. Ciononostante, entrambi i movimenti avevano una caratteristica comune, ovvero il desiderio di espellere dal paese tutti gli eserciti di occupazione stranieri, ma solo come prerequisito per la realizzazione dei loro piani ideologico-politici e persino nazionali del dopoguerra e dei loro obiettivi finali.

Pertanto, questi due movimenti non potevano cooperare operativamente in una sorta di lotta congiunta contro gli occupanti nemmeno dopo l’accordo verbale formale sulla lotta congiunta (concluso tra il caporale austro-ungarico Josip Broz Tito e il colonnello dell’Esercito Reale Jugoslavo Dragoljub Draža Mihailović) il 19 settembre a Struganik e (un emendamento all’accordo su insistenza dei comunisti di Tito) il 26 ottobre 1941 a Brajići (entrambi i luoghi d’incontro si trovavano nella Serbia occidentale). Questo accordo fu violato dai partigiani di Broz, i quali, alla fine di settembre 1941 (cioè un mese intero prima dell’accordo di Brajići), iniziarono a combattere direttamente contro l’Esercito della Patria Jugoslavo, dando così inizio a una rivoluzione bolscevica armata nella Serbia occidentale. [1]

In questa occasione, documenteremo e presenteremo in modo specifico solo alcune delle numerose onorificenze alleate che Dragoljub Draža Mihailović ricevette personalmente in qualità di comandante dell’Esercito della Patria Jugoslava durante la guerra stessa e immediatamente dopo, per la lotta antifascista dei suoi “Chetnik” e la cooperazione con gli Alleati (ovviamente, la (quasi)storiografia [Titografia] postbellica di Broz non menziona questi e altri documenti):

1) Lettera del ministro degli Esteri britannico, Anthony Eden, datata 24 settembre 1942. (Службене новине, n. 10, 24. novembre 1942, Londra/ Gazzetta Ufficiale, n. 10, 24 novembre 1942, Londra):

“Credo che oggi ogni mio compatriota mi direbbe che la Jugoslavia si è già distinta in questa guerra…

Gli eserciti jugoslavi, ben organizzati, stanno combattendo il nemico sul proprio territorio, sotto la guida insolitamente coraggiosa del generale Mihailović. Questo è un fatto militare importante.

In questo momento, le divisioni nemiche che servono disperatamente sul fronte russo, o sul fronte egiziano, sono trattenute dai combattimenti in Jugoslavia…”

2) Telegramma al generale Mihailović quando il generale francese Henri Giraud assunse il comando delle truppe francesi in Nord Africa (11 novembre 1942 dal generale Henri Giraud, comandante delle forze francesi in Nord Africa):

“Sono nuovamente entrato nella lotta contro i nostri nemici comuni.

A voi personalmente e all’eroico esercito, desidero in questo momento esprimere e sottolineare la tradizionale fratellanza d’armi che esiste tra l’esercito francese e il vostro.

Vi esprimo la mia più profonda ammirazione.

La vostra eroica resistenza e i vostri successi hanno risvegliato e stimolato la coscienza nazionale di tutti coloro che combattono contro gli invasori.

La vostra resistenza e il vostro esempio stanno portando alla vittoria, che sta cominciando a profilarsi.”

3) Telegramma al generale Mihailović da parte di Alan Brooke, capo di Stato Maggiore britannico, datato 1° dicembre 1942:

«A nome dello Stato Maggiore Imperiale, non posso tralasciare il 24° anniversario dell’unificazione di serbi, croati e sloveni senza esprimere le mie congratulazioni per le meravigliose imprese dell’esercito jugoslavo in Medio Oriente in questo momento vittorioso, e anche per i vostri invincibili cetnici, sotto il vostro comando, che combattono giorno e notte nelle condizioni di guerra più difficili.

Sono convinto, signor Ministro, che presto verrà il giorno in cui tutte le vostre forze potranno essere unite in una Jugoslavia libera e vittoriosa; il giorno in cui il nemico, contro il quale stiamo combattendo fianco a fianco, sarà distrutto per sempre.”

4) Telegramma al generale Mihailović da parte di Sumner Wells, Sottosegretario di Stato degli Stati Uniti, datato 4 gennaio 1943:

«Il Governo degli Stati Uniti ha piena fiducia nel patriottismo del Generale Mihailović e grande ammirazione per l’abilità, la perseveranza e il coraggio con cui egli, e i patrioti jugoslavi che lo circondano, continuano la lotta per la liberazione del loro Paese.

Riteniamo che l’azione militare a cui Lei fa riferimento costituisca un fatto nell’orientamento della leadership delle Nazioni Unite nella guerra contro l’Asse.»

5) Telegramma al generale Mihailović da parte del generale Dwight D. Eisenhower, comandante dell’esercito anglo-americano in Nord Africa, datato 13 gennaio 1943:

«Le forze armate americane in Europa e in Africa rendono omaggio ai loro fratelli d’armi, le eccellenti e coraggiose unità militari sotto il vostro comando risoluto.

Questi uomini eroici, che si sono uniti alle vostre file nella loro patria per scacciare il nemico dalla loro terra, stanno combattendo con totale dedizione e spirito di sacrificio per la causa comune delle Nazioni Unite.

Possa quella lotta portare loro il pieno successo.”

6) Ordine di encomio per tutte le unità terrestri, navali e aeree francesi, datato 2 febbraio 1943, del generale Charles de Gaulle, presidente della Francia libera:

” Eroe leggendario, simbolo del più puro patriottismo e delle più alte virtù militari jugoslave, quel generale [Draža Mihailović] non ha smesso di combattere sul suolo nazionale occupato.

Con l’aiuto del patriottismo, non dà tregua all’esercito di occupazione, preparando così l’assalto finale che porterà alla liberazione della sua Patria e del mondo intero, fianco a fianco con coloro che non hanno mai creduto che un grande paese potesse sottomettersi a un crudele conquistatore.”

7) Telegramma al generale Mihailović datato 5 febbraio 1943, da Lord Selborne, ministro britannico per il Blocco (Foreign Office, strettamente confidenziale n. 37 del 9 febbraio 1943):

«È brillante ciò che il generale Mihailović ha fatto e sta ancora facendo. Avete motivo di essere orgogliosi di lui. Churchill ha ora condotto un’indagine presso le sue autorità al Cairo sulle azioni del generale Mihailović, e i rapporti che ci ha inviato al riguardo sono davvero lusinghieri per il generale.

Gli forniremo armi».

8) Ordine di Encomio con la Legion of Merit del 29 marzo 1948, da parte del presidente degli Stati Uniti Harry Truman:

«Il generale Dragoljub Mihailović si è distinto come comandante in capo delle forze armate jugoslave e successivamente come ministro della Guerra, organizzando e guidando grandi forze contro il nemico che occupava la Jugoslavia, dal dicembre 1941 al dicembre 1944.

Grazie agli sforzi intrepidi delle sue truppe, molti aviatori americani furono salvati e tornarono sani e salvi dalla parte degli Alleati.

Il generale Mihailović e le sue forze, nonostante i rifornimenti insufficienti e combattendo in condizioni di estrema difficoltà, contribuirono in modo sostanziale alla causa alleata e furono determinanti nel raggiungimento della vittoria finale degli Alleati.”

Alleghiamo inoltre due testimonianze specifiche di ufficiali stranieri che si trovavano sul campo di battaglia jugoslavo:

9) Lettera del sergente Majko Kula (Жан Кристоф Буисон, Херој кога су издали савезници, Јагодина, 2006 [Jean-Christophe Buisson, L’eroe tradito dagli Alleati, Jagodina, 2006]):

«Il mio aereo fu abbattuto sopra la Jugoslavia il 4 luglio 1944. I cetnici ci salvarono dalle grinfie dei tedeschi. Per rappresaglia, i tedeschi fucilarono dieci abitanti di un villaggio filo-cetnico che si erano rifiutati di rivelare dove ci nascondevamo.

È possibile che queste persone fossero collaborazioniste dei tedeschi?

Ho percorso 800 km con i cetnici in 38 giorni. Lungo il percorso, le donne ci baciavano le mani e piangevano sul nostro petto per i loro figli, che i tedeschi avevano ucciso o portato nei campi di concentramento, e avevano bruciato le loro case.

È possibile che queste persone fossero collaboratrici dei tedeschi?

Un giorno, attraversammo Gornji Milanovac, che un tempo contava 3.000 abitanti. Ad eccezione della chiesa, tutto era in fiamme perché i cetnici avevano attaccato i tedeschi.

È possibile che queste persone siano collaboratrici dei tedeschi?

Grazie ai cetnici, sono stato evacuato il 10 agosto 1944, insieme a 200 aviatori americani e altri inglesi, francesi, russi e italiani.

È possibile che queste persone siano collaboratrici dei tedeschi?

9) Rapporto inviato dal capitano Maurice John Witt a Winston Churchill (Жан Кристоф Буисон, Херој кога су издали савезници, Јагодина, 2006 [Jean-Christophe Buisson, L’eroe tradito dagli Alleati, Jagodina, 2006]):

“Per quanto ne so, sono stato il primo ufficiale alleato a entrare in contatto con il generale Mihailović durante la Seconda guerra mondiale.

Sono entrato in Jugoslavia il 22 luglio 1941 come prigioniero di guerra evaso. Ho trascorso quasi nove mesi con i combattenti di Mihailović, e precisamente nello Stato Maggiore del generale Mihailović. Successivamente, sono stato imprigionato dalla Gestapo per 10 mesi insieme a molti cetnici. Conosco molto bene le numerose operazioni che i cetnici condussero contro i tedeschi dalla metà del 1941 all’inizio del 1942. Mi trovavo a Čačak quando i partigiani attaccarono le forze del generale Mihailović, consentendo così ai tedeschi di riprendere la città.

Sono pronto a giurare sul mio onore di ufficiale che, nel periodo in cui l’ho conosciuto, Mihailović aveva un atteggiamento completamente filo-britannico e che tutti i suoi sforzi erano diretti a cacciare il nemico dal paese. Sono anche pronto a giurare sul mio onore di ufficiale che i partigiani lo ostacolarono in questo con i loro attacchi.

Il generale Mihailović era amato dal popolo tanto quanto i partigiani erano odiati. So che le forze del generale scambiarono prigionieri italiani con armi, che usarono per combattere i tedeschi.

So che c’era un’altra organizzazione anticomunista guidata da Kosta Pećanc, che non aveva nulla a che fare con Mihailović, ma si chiamava Chetniks. Collaborarono con i tedeschi nella lotta contro i partigiani. I membri di quell’organizzazione mi arrestarono e mi consegnarono ai tedeschi.”

Ecco l’opinione di uno storico alleato:

10) Lo storico britannico Trevor Roper su Mihailović:

«Onoro la memoria del generale Mihailović come primo leader della resistenza popolare contro i nazisti nell’Europa occupata.

Con il suo coraggio, ha dato un esempio che ha contribuito alla definitiva sconfitta della Germania, e lo ha fatto nei momenti più bui e dolorosi. La sua esecuzione dopo la guerra è stata una grande e vergognosa ingiustizia».

Infine, menzioniamo anche l’ammissione da parte dei vertici del campo comunista della politica perseguita dai titoisti nei confronti di Draža Mihailović e del suo Esercito della Patria Jugoslavo:

11) Il colonnello Mihailo Đorđević, presidente del Consiglio militare della Corte Suprema della Repubblica Popolare Federale di Jugoslavia (comunista titista) (citazione dal libro di Miroslav Todorović, Sudija smrti/Giudice di morte):

«Nei momenti di riflessione, con la fronte sudata, ho ricordato le mie mancanze relative al processo al leader cetnico Draža Mihailović, fatali per tutta la nostra professione giudiziaria.

Anche ora, in quest’ora di morte, non mi perdono per la firma che ho apposto sull’ordine di esecuzione di quel fatidico verdetto, e solo poche ore dopo la sua pubblicazione…

Sto morendo da peccatore, ero un semplice giudice di morte…”

A questo punto vorremmo porre alcune domande specifiche ai titografi di Broz:

1. Ricordate se Josip Broz Tito abbia mai ricevuto riconoscimenti simili da Londra o Washington per la sua lotta contro il fascismo durante la Seconda Guerra Mondiale?

2. Avete visto al funerale di Tito un solo ordine che questo autoproclamato “Maresciallo” abbia ricevuto da qualche presidente o comandante alleato, come nel caso del generale Draža Mihailović?

3. Avete trovato un solo numero di qualsiasi settimanale o mensile alleato a larga diffusione dedicato a Josip Broz Tito con la sua immagine in copertina durante la guerra stessa, e prima dell’«accordo» con Churchill nel 1944, come avvenne, ad esempio, con il New York Times, che nel 1942 dedicò un intero numero al generale Draža Mihailović con la sua immagine in copertina? Broz è apparso anche sul The Times una volta durante la guerra, ma solo il 9 ottobre 1944, quando era chiaro da che parte stesse combattendo, per chi e contro chi, cioè prima dell’occupazione definitiva della Serbia da parte dei suoi partigiani oltre la Drina.

4. Avete sentito dire che qualcuno degli Alleati durante la guerra stessa abbia realizzato un documentario o un lungometraggio su Tito e i suoi partigiani che sia stato proiettato nei cinema durante la guerra stessa, come nel caso di Draža Mihailović e dei suoi cetnici, sui quali gli americani hanno realizzato almeno un documentario e un lungometraggio [2] (potrebbero essercene altri, ma l’autore di questo testo non ne è a conoscenza) con proiezioni pubbliche mentre la guerra era ancora in corso (ad esempio, nel settembre 1944, i membri della missione McDowell presso il quartier generale di Draža realizzarono un documentario su Draža, di cui esistono anche fotografie scattate durante le riprese del film)?

5. Avete sentito o visto in fotografie o documentari che anche un solo soldato alleato che, per qualche motivo, si fosse trovato sul territorio della Jugoslavia durante la guerra, abbia manifestato per le strade della Gran Bretagna o degli Stati Uniti nel 1948 a sostegno di J. B. Tito contro Stalin, come fecero i piloti americani salvati dai cetnici di Draža nel 1944, quando durante il processo a Draža Mihailović tenutosi nel Belgrado occupato dal regime comunista titista nel 1946 portarono striscioni con la scritta “Ci ha salvato la vita, aiutiamolo ora” davanti all’ambasciata e al consolato jugoslavi negli Stati Uniti?

6. Ha mai visto un mandato di arresto tedesco per Tito emesso dopo quello congiunto con D. Mihailović nell’autunno del 1941, come quello con una ricompensa di 100.000 Reichsmark per Draža Mihailović a metà del 1943?

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Riferimenti:

[1] Si veda, ad esempio, la testimonianza del capitano monarchico Milivoje Obradović, partecipante a un’assemblea pubblica organizzata dagli abitanti di Ravna Gora nel villaggio di Saranovo, vicino a Kragujevac, il 12 ottobre 1941, alla quale si erano radunati circa 1.000 abitanti del villaggio. Tuttavia, l’assemblea fu interrotta dall’irruzione di partigiani armati che disarmarono e arrestarono tutti gli abitanti che sostenevano l’Esercito Nazionale Jugoslavo. (Dragan M. Sotirović, Branko N. Jovanović, Serbia e Ravna Gora (sviluppo storico, movimento di Ravna Gora, Šumadija 1941), Bosolej, senza indicazione dell’anno di stampa, pp. 441-443).

[2] Il titolo di questo lungometraggio americano è “Chetniks! The Fighting Guerillas”, prodotto dalla 20th Century Fox Picture.

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Forgeries about World War II in Yugoslavia (Part 1)

The First Forgery:

During World War II, there was only one armed pro-Yugoslav movement in occupied Yugoslavia that fought for the liberation of the country from foreign occupiers – the Partisan movement led by Josip Broz Tito.

Factual situation:

During World War II, there were two armed movements in Yugoslavia, the Yugoslav Army in the Fatherland/Yugoslav Homeland Army (or the Ravna Gora Movement, Dragoljub Draža Mihailovć’s Chetniks, the royalist movement) and the Partisan movement (People’s Liberation Army of Yugoslavia) under the leadership of the Communist Party of Yugoslavia and its Secretary General Josip Broz Tito, alongside the regular armies of foreign occupiers or newly formed or enlarged states on the ruins of the Kingdom of Yugoslavia.

However, the military-political and ideological motivations of these two movements were diametrically opposed and, above all, incompatible, and therefore, during the war, there could be no fusion of these two movements, which also differed in terms of the national composition of the command and management personnel. Nevertheless, both movements had one common feature, and that was the desire to expel all foreign occupation armies from the country, but only as a prerequisite for the realization of their ideological-political and even national post-war plans and ultimate goals.

Therefore, these two movements could not functionally cooperate in some kind of joint struggle against the occupiers even after the formal oral agreement on joint struggle (concluded between Austro-Hungarian corporal Josip Broz Tito and Royal Yugoslav Army Colonel Dragoljub Draža Mihailović) on September 19 in Struganik and (an amendment to the agreement at the insistence of Tito’s communists) on October 26, 1941 in Brajići (both meeting places were in Western Serbia). This agreement was violated by Broz’s Partisans, who, at the end of September 1941 (i.e., a whole month before the agreement in Brajići), began direct fighting against the Yugoslav Homeland Army, thus initiating an armed Bolshevik revolution in Western Serbia.[1]

On this occasion, we will document and specifically present only some of the numerous Allied awards that Dragoljub Draža Mihailović personally received as commander of the Yugoslav Homeland Army during the war itself and immediately after it for the anti-fascist struggle of his “Chetniks” and cooperation with the Allies (of course, the post-war Broz’s (quasi)historiography [Titography] does not mention these and other documents):

  1. Letter from the British Foreign Secretary, Anthony Eden, dated September 24, 1942. (Службене новине, бр. 10, 24. новембар 1942. г., Лондон/ Official Gazette, No. 10, November 24, 1942, London):

“I think that every one of my compatriots will tell me today that Yugoslavia has already brightened its face in this war…

The well-organized Yugoslav armies are fighting the enemy on their own soil, under the unusually brave leadership of General Mihailović. That is an important military fact.

At this moment, enemy divisions that are desperately needed on the Russian front, or needed on the Egyptian front, are being held back by the fighting in Yugoslavia…”

  • Telegram to General Mihailović when French General Henri Giraud received command of French troops in North Africa (November 11, 1942 from General Henri Giraud, Commander of French Forces in North Africa):

“I have once again entered the fight against our common enemies.

To you personally and to the heroic army, I wish at this moment to express and underline the traditional brotherhood in arms that exists between the French army and yours.

I express to you my deepest admiration.

Your heroic resistance and your successes have awakened and stirred the national consciousness of all those who fight against the invaders.

Your resistance and your example are leading to victory, which is beginning to emerge.”

  • Telegram to General Mihailović from Alan Brooke, Chief of the British General Staff, dated December 1, 1942:

“On behalf of the Imperial General Staff, I cannot miss the 24th anniversary of the unification of the Serbs, Croats, and Slovenes without expressing my congratulations on the wonderful exploits of the Yugoslav army in the Middle East in this victorious hour, and also on your invincible Chetniks, under your command, who are fighting day and night under the most difficult war conditions.

I am convinced, Mr. Minister, that the day will soon come when all your forces will be able to be united in a free and victorious Yugoslavia; the day when the enemy, against whom we are fighting shoulder to shoulder, will be destroyed forever.”

  • Telegram to General Mihailović from Sumner Wells, US Undersecretary of State, dated January 4, 1943:

“The United States Government has full confidence in the patriotism of General Mihailović and great admiration for the skill, perseverance, and courage with which he, and the Yugoslav patriots around him, continue the struggle for the liberation of their country.

We consider that the military action to which you refer constitutes a fact in the orientation of the United Nations leadership of the war against the Axis.”

  • Telegram to General Mihailović from General Dwight D. Eisenhower, Commander of the Anglo-American Army in North Africa, dated January 13, 1943:

“The American armed forces in Europe and Africa salute their brothers in arms, the excellent and courageous military units under your determined command.

These heroic men, who have joined your ranks in their homeland to drive the enemy from their homeland, are fighting with complete devotion and self-sacrifice for the common cause of the United Nations.

May that struggle bring them complete success.”

  • Commendatory order for all French land, naval, and air units, dated February 2, 1943, by General Charles de Gaulle, President of Free France:

“A legendary hero, a symbol of the purest patriotism and the highest Yugoslav military virtues, that general [Draža Mihailović] did not stop fighting on occupied national soil.

With the help of patriotism, he relentlessly gives the occupying army no peace, thus preparing the final assault that will lead to the liberation of his Fatherland and the entire world, side by side with those who never believed that a great country could submit to a cruel conqueror.”

  • Telegram to General Mihailović dated February 5, 1943, from Lord Selborne, British Minister for the Blockade (Foreign Office, strictly confidential No. 37 dated February 9, 1943):

“It is brilliant what General Mihailović has done and is still doing. You have reason to be proud of him. Churchill has now made a survey of his authorities in Cairo about General Mihailović’s actions, and the reports he has sent us about it are truly flattering for the general.

We will supply him with arms.”

  • Commendation Order with the Legion of Merit on March 29, 1948, from US President Harry Truman:

“General Dragoljub Mihailović distinguished himself as Commander-in-Chief of the Yugoslav Armed Forces and later as Minister of War, organizing and leading large forces against the enemy, who occupied Yugoslavia, from December 1941 to December 1944.

Thanks to the fearless efforts of his troops, many American airmen were rescued and safely returned to the Allied side.

General Mihailović and his forces, despite inadequate supplies and fighting under extreme hardship, contributed materially to the Allied cause and were instrumental in achieving the final Allied victory.”

We also attach two specific testimonies of foreign officers who were on the Yugoslav battlefield:

9) Letter from Sergeant Majko Kula (Жан Кристоф Буисон, Херој кога су издали савезници, Јагодина, 2006 [Jean-Christophe Buisson, The Hero Betrayed by the Allies, Jagodina, 2006]):

“My plane was shot down over Yugoslavia on July 4, 1944. The Chetniks saved us from the clutches of the Germans. In retaliation, the Germans shot ten pro-Chetnik villagers from one village who refused to reveal where we were hiding.

Is it possible that these people were collaborators with the Germans?

I traveled 800 km with the Chetniks in 38 days. Along the way, women kissed our hands and cried on our chests for their sons, whom the Germans had killed or taken to concentration camps and burned down their houses.

Is it possible that these people are collaborators with the Germans?

One day, we passed through Gornji Milanovac, which once had 3,000 inhabitants. Except for the church, everything was in flames because the Chetniks had attacked the Germans.

Is it possible that these people are collaborators with the Germans?

Thanks to the Chetniks, I was evacuated on August 10, 1944, together with 200 American airmen and other English, French, Russians, and Italians.

Is it possible that these people are collaborators with the Germans?

  • Report sent by Captain Maurice John Witt to Winston Churchill (Жан Кристоф Буисон, Херој кога су издали савезници, Јагодина, 2006 [Jean-Christophe Buisson, The Hero Betrayed by the Allies, Jagodina, 2006]):

“As far as I know, I was the first Allied officer to come into contact with General Mihailović during World War II.

I entered Yugoslavia on July 22, 1941, as an escaped prisoner of war. I spent almost nine months with Mihailović’s fighters, and that was in General Mihailović’s General Staff. Later, I was imprisoned in the Gestapo for 10 months with many Chetniks. I am very familiar with the numerous operations that the Chetniks carried out against the Germans from mid-1941 to early 1942. I was in Čačak when the Partisans attacked General Mihailović’s forces, thus enabling the Germans to retake the city.

I am ready to swear on my officer’s honor that during the time I knew him, Mihailović had a completely pro-British attitude and that all his efforts were directed towards expelling the enemy from the country. I am also ready to swear on my officer’s honor that the Partisans hindered him in this by their attacks.

General Mihailović was as beloved by the people as the Partisans were hated. I know that the General’s forces exchanged Italian prisoners for weapons, which they used to fight the Germans.

I know that there was another anti-communist organization led by Kosta Pećanc, which had nothing to do with Mihailović, but was called the Chetniks. They collaborated with the Germans in the fight against the Partisans. Members of that organization arrested me and handed me over to the Germans.”

Here is the opinion of one Allied historian:

  1. British historian Trevor Roper on Mihailović:

“I honor the memory of General Mihailović as the first leader of the people’s resistance to the Nazis in occupied Europe.

With his courage, he set an example that contributed to the ultimate defeat of Germany, and he did so in the darkest and most painful times. His execution after the war was a great and shameful injustice.”

Finally, let us also mention the admission from the very top of the communist camp of the policy the Titoists pursued towards Draža Mihailović and his Yugoslav Homeland Army:

  1. Colonel Mihailo Đorđević, President of the Military Council of the Supreme Court of the (Titoist communist) Federal People’s Republic of Yugoslavia (quote from Miroslav Todorović’s book, Sudija smrti/Judge of Death):

“In the hours of self-reflection, with a sweaty brow, I recalled my shortcomings related to the trial of the Chetnik leader Draža Mihailović, fatal to our entire judicial profession.

Even now, in this dying hour, I do not forgive myself for the signature I put on the order for the execution of that fateful verdict, and only a few hours after its publication…

I am dying a sinner, I was an ordinary judge of death…”

Here we would like to ask a few specific questions to Broz’s Titographers:

  1. Do you remember that Josip Broz Tito ever received similar commendations from London or Washington for his fight against fascism during WWII?

2. Did you see at Tito’s funeral a single order that this self-proclaimed “Marshal” received from any Allied president or commander, as was the case with General Draža Mihailović?

3. Did you find a single issue of any Allied mass-circulation or other weekly or monthly magazine dedicated to Josip Broz Tito with his image on the cover during the war itself, and before the “deal” with Churchill in 1944, as was the case, for example, with the New York Times, which dedicated an entire issue in 1942 to General Draža Mihailović with his image on the cover? Broz also appeared in The Times once during the war, but only on October 9, 1944, when it was clear on whose side he was fighting, for whom and against whom, i.e., before the final occupation of Serbia by his cross-Drina Partisans.

4. Have you heard that any of the Allies during the war itself made either a documentary or a feature film about Tito and his Partisans that was shown in cinemas during the war itself, as was the case with Draža Mihailović and his Chetniks, about whom the Americans made at least one documentary and one feature film[2] (there may be more, but the author of this text is not aware of this fact) with their public screenings while the war was still ongoing (e.g., in September 1944, members of the McDowell mission at Draža’s headquarters made a documentary about Draža, about which there are also photographs taken during the filming of the film)?

5. Have you heard or seen in photographs or documentaries that even a single Allied soldier who, for some reason, found himself on the territory of Yugoslavia during the war, demonstrated on the streets of Great Britain or the USA in 1948 in support of J. B. Tito against Stalin, as did the American pilots rescued by Draža’s Chetniks in 1944, when during the trial in occupied Belgrade of Draža Mihailović by the Titoist communist regime in 1946 they carried banners with the inscription “He saved our lives, let’s help him now” in front of the Yugoslav embassy and consulate in the USA?

6. Have you ever seen a German arrest warrant for Tito issued after the joint one with D. Mihailović in the autumn of 1941, such as the one with a reward of 100,000 Reichsmarks for Draža Mihailović in mid-1943?

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                      

© Vladislav B. Sotirović 2026  


References:

[1] See, for example, the testimony of the royalist captain Milivoje Obradović, a participant in a public meeting organized by Ravna Gora residents in the village of Saranovo near Kragujevac on October 12, 1941, at which about 1,000 villagers gathered. However, the meeting was interrupted by an invasion by armed partisans who disarmed and arrested all residents who supported the Yugoslav Homeland Army. (Драган М. Сотировић, Бранко Н. Јовановић, Србија и Равна Гора (историјски развој, Равногорски покрет, Шумадија 1941), Босолеј, without the year of printing, pp. 441-443).

[2] The title of this American feature film is “Chetniks! The Fighting Guerillas” produced by A 20th Century Fox Picture.

La filosofia politica di Paul Holbach_di Vladislav Sotirovic

La filosofia politica di Paul Holbach

Il sistema filosofico di Holbach si basa su fondamenti antropologici

Di etnia tedesca, Paul Holbach (1723–1789) fu uno dei classici ideologi politici della classe borghese nel XVIII secolo. Le sue idee politiche facevano parte delle visioni rivoluzionarie della classe borghese dell’epoca, che erano dirette principalmente contro l’idealismo, l’oscurantismo religioso, il sistema feudale di sfruttamento economico e l’assolutismo politico. Sia Holbach che altri illuministi in tutta l’Europa di quel tempo lasciarono aperto lo spazio al diritto del popolo alla rivoluzione, cioè al cambiamento armato del sistema basato sulla formula politica della sovranità popolare.

Il rovesciamento del sistema di relazioni feudali risalente all’alto Medioevo e la sua sostituzione con un nuovo sistema di società civile ed economia capitalista ebbero certamente un significato globale, poiché mostrarono ad altri paesi sia in Europa che fuori di essa lo sviluppo futuro e divennero un modello per i successivi cambiamenti rivoluzionari. La filosofia politica rivoluzionaria francese fu una fonte per tutte le successive generazioni dei paesi europei.

Paul Holbach era di etnia tedesca ma si stabilì definitivamente a Parigi (Francia), dove divenne una figura centrale tra i filosofi materialisti, che all’epoca si riunivano nei salotti e scambiavano le loro opinioni filosofiche su varie questioni sociali, compresa la politica. Holbach stesso conosceva bene tutta la filosofia precedente. Nelle sue opere, accetta e approfondisce il pensiero materialista, collegandolo allo studio delle scienze naturali. Holbach realizzò così una sintesi filosofica della concezione materialista francese della natura con la teoria sensualista inglese della conoscenza. L’opera filosofica principale di Holbach è “Il sistema della natura”. Scrisse anche “Politica naturale”, “Il cristianesimo smascherato” e “Il sistema sociale”. Collaborò inoltre alla pubblicazione dell’Enciclopedia francese.

Egli credeva, come tutti gli altri illuministi ed enciclopedisti, che per rimuovere qualsiasi forza soprannaturale dalla natura fosse necessario, innanzitutto, opporre una religione basata sull’idealismo e sulla fede nella verità scientifica provata, che era il fondamento della filosofia materialista. Holbach parte dal fatto che la natura è la causa di ogni cosa. La natura esiste in sé stessa; esisterà e agirà per sempre, ed è causa di sé stessa. Il movimento della natura è una conseguenza necessaria della sua esistenza necessaria. Queste sono le posizioni fondamentali del monismo materialista di Holbach. Egli interpretava la materia come tutto ciò che in qualche modo agisce sui nostri sensi. Holbach rifiutava l’impulso esterno che mette in moto la materia ed esprimeva l’idea dell’automotione della materia. Intendeva il movimento come spostamento, cioè nello spirito del materialismo metafisico.

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Con queste opinioni, Holbach si propose di affrontare la questione dell’uomo, che, per lui, è un essere naturale. L’uomo è un prodotto della natura, vive nella natura ed è soggetto alle leggi della natura. L’uomo non può mai liberarsi dalla natura e non può nemmeno andare oltre la natura nei suoi pensieri. Come tutti i materialisti, Holbach riconosce la sensibilità come una delle caratteristiche della materia mobile e specialmente organizzata. Il pensiero è il risultato di materia altamente organizzata. La ragione è una capacità inerente agli esseri organizzati, cioè agli esseri composti in un certo modo. Holbach riteneva che il pensiero si realizzi attraverso il sentimento e la percezione. In questo modo si riflette la realtà esterna, che allo stesso tempo spinge l’uomo all’azione, attraverso la quale egli diventa capace di cambiare se stesso e il proprio ambiente sociale.

La filosofia socio-politica di Holbach

Dopo le sue riflessioni filosofiche sulla natura dell’uomo e sulle sue caratteristiche, Holbach passò allo sviluppo di visioni etiche, sociali e politiche.

Tutte le persone nel mondo sono composte da varie caratteristiche razziali e differiscono nella loro costituzione biologica e fisica. Queste differenze razziali-biologiche sono alla base della disuguaglianza tra le persone, che costituiscono anche i fondamenti della società e della moralità, e da cui deriva l’ordine sociale, morale e di stratificazione (di classe) nella comunità umana. Holbach, tuttavia, sostiene che la disuguaglianza tra le persone non sia dannosa per loro, ma, al contrario, benefica. Holbach spiega la stratificazione di classe in base a diversi temperamenti e abilità. Il cibo, il clima e l’aria influenzano la struttura dell’organismo e ne determinano le inclinazioni. Il temperamento dipende anche dall’educazione e dallo stile di vita. Pertanto, le istituzioni sociali e statali di varia natura contribuiscono in larga misura a formare una persona. Tra tutte le istituzioni sociali e statali, la più importante per la formazione del carattere delle persone è la legge (lex), che dovrebbe riflettere la volontà generale della società e la salvaguardia dell’interesse generale.

La ragione è in grado di indicare alle persone la retta via e la felicità. La ragione insegna alle persone a valorizzare gli altri. Grazie alla ragione, una persona si rende conto che le altre persone con cui vive sono necessarie per lei. La ragione insegna inoltre a una persona a distinguere il bene dal male. Holbach sosteneva quindi che, per la felicità personale, fosse necessario l’aiuto di altre persone. Pertanto, è nell’interesse personale di ogni individuo cooperare con gli altri. Il desiderio di felicità è il vero interesse di ogni individuo, ma la felicità può essere raggiunta solo nella società, cioè con l’aiuto degli altri.

Per Holbach, la società rappresenta un insieme costituito da una moltitudine di famiglie e individui che si uniscono per poter soddisfare il più possibile i bisogni reciproci, garantire l’assistenza reciproca e la possibilità di un uso pacifico dei beni dati all’uomo dalla natura e dal lavoro umano. Di conseguenza, Holbach conclude che il dovere fondamentale della politica, cioè dell’azione politica e delle istituzioni, è quello di preservare la comunità sociale e rimuovere tutto ciò che ostacola la sua socialità, cioè la cooperazione interpersonale.

Per Holbach, l’essenza naturale dell’uomo è il suo egoismo, la ricerca del proprio beneficio. Tuttavia, la ragione, in quanto altra caratteristica umana, lo spinge a cercare una vita comune con altre persone, cosicché la socialità è un risultato della natura razionale dell’uomo.

Le persone si uniscono per una vita comune in cui gli interessi individuali possano essere preservati e realizzati in una società comune, cioè, nello specifico, in un’organizzazione politica comune chiamata Stato. Pertanto, le persone stipulano un contratto tacito e informale/formale sulla base del quale si impegnano a prestarsi reciproci servizi, cooperazione e assistenza, tutto, essenzialmente, per il bene del proprio interesse individuale ma in linea di principio senza violare gli interessi e i benefici degli altri membri della comunità. Tuttavia, poiché l’uomo, per sua natura biologica, è molto incline a soddisfare le proprie passioni senza riguardo per gli interessi del suo ambiente, questo tipo di “contratto statale”, come definito da Thomas Hobbes (1588‒1679) nella sua opera cult “Leviathan”, è una forza necessaria alla quale tutti i cittadini della comunità politica dovevano sottomettersi. In una tale comunità politica, non si poteva esigere dagli altri membri della comunità nulla che non fosse vantaggioso per ogni altro individuo della stessa comunità. Questa forza che regola le relazioni reciproche nello Stato è la legge (lex). La legge (buona, generalmente vantaggiosa) esprime la volontà generale della comunità sociale nonché la salvaguardia dell’interesse comune per cui lo Stato esiste.

Tuttavia, per realizzare questa volontà generale, era necessario costituire un organo politico speciale che si occupasse delle leggi, ovvero un parlamento o un’assemblea nazionale. A questo proposito, si poneva la questione della sovranità, del diritto di legiferare e delle forme rappresentative di potere, cioè della governance. Holbach accettò il principio di un sistema rappresentativo in relazione a queste questioni. Innanzitutto, l’intera società non può occuparsi di legislazione. Ma tutte le leggi che la rappresentanza della comunità approva devono ricevere il consenso generale della società. Senza questo consenso generale, le leggi sono violente e usurpatrici, cioè illegittime. Proprio come la comunità sociale ha ceduto il potere all’amministrazione (cioè al governo) per garantire quella stessa comunità e per contribuire ad essa il più possibile in termini di beneficenza, per difenderne i diritti, così anche quella società ha il diritto di cambiare quel stesso potere, di cambiarne la forma, ma conservando per sé l’autorità suprema.

Holbach stabilì così il principio della sovranità popolare (democrazia), un’autorità rappresentativa e responsabile (parlamento, governo) che può essere destituita dal potere in qualsiasi momento se viola i principi del diritto naturale e razionale, sanciti nel contratto sociale. I governanti, cioè le autorità, devono essere servitori del popolo, non i suoi padroni. Per Holbach, il diritto di governare, cioè l’autorità, è posseduto solo da coloro che sono in grado di portare la felicità a tutti gli individui e alla comunità sociale in generale. Altrimenti, l’autorità è considerata usurpatoria, cioè antidemocratica. In sostanza, secondo lui, nessuno ha il diritto naturale di comandare. Questo diritto è acquisito dalla comunità umana.

Storicamente, secondo Holbach, ma anche secondo tutti gli enciclopedisti dell’Illuminismo, le masse non conoscevano l’origine del potere e vi obbedivano perché credevano negli insegnamenti medievali-feudali-ecclesiastici secondo cui il potere proviene direttamente da Dio. E di conseguenza, non poteva essere modificato da alcun colpo di stato o rivoluzione. Tutti gli illuministi credevano che l’ignoranza (scientifica) fosse la fonte di tutte le disgrazie del genere umano, ma che solo l’illuminismo (scientifico) fosse in grado di curare questa malattia sociale. Per Holbach, l’essenza naturale dell’uomo è il suo egoismo, cioè la ricerca del proprio beneficio. La ragione, come altra caratteristica umana, lo spinge a cercare una vita comune con gli altri esseri umani. La socialità, ovvero la vita in una comunità istituzionalizzata, è il risultato della natura razionale dell’uomo, ovvero del potere di ragionare su basi razionali.

La filosofia politica di Holbach sul contratto sociale e il governo della comunità politica umana

Innanzitutto, Holbach rifiuta gli insegnamenti dei filosofi della cosiddetta “legge naturale” perché nega la realtà del cosiddetto “stato di natura”. Per lui, lo Stato, cioè una comunità politicamente istituzionalizzata di un certo gruppo di persone, è creato da un contratto sociale, cioè da un insieme di accordi espliciti o impliciti in base ai quali le persone formano una società politica in qualche forma. Questo contratto sociale è costituito dalle leggi della vita comune, e queste leggi hanno l’obbligo di garantire l’interesse generale della comunità sociale e quindi gli interessi individuali di ogni persona o gruppo di persone all’interno della stessa comunità politica. Questi interessi generali sono tre: 1) la libertà, 2) la proprietà privata e 3) la sicurezza personale.

Holbach ritiene che le buone leggi siano quelle che mettono tutti i membri della società sullo stesso piano (stessi diritti, doveri e obblighi) a scapito delle differenze naturali. Agli altri deve essere dato tutto ciò che intendiamo ricevere da loro e, pertanto, i diritti altrui devono essere rispettati. La comunità sociale, o meglio lo Stato, deve essere organizzata secondo il principio di giustizia, poiché una società che non si basa su questo principio è una società di oppressori e schiavi. La giustizia, a sua volta, richiede il possesso di umanità, ovvero filantropia, compassione e virtù. Tutte queste virtù hanno origine dal contratto sociale e costituiscono i diritti naturali dell’uomo.

La regola di questo principio contrattuale deve essere sempre tenuta presente, e il governo stesso è una grande forza che educa la comunità sociale, forma il carattere e influenza le passioni delle persone. Holbach vedeva nella politica l’unica fonte di felicità e infelicità. L’uomo porta con sé il bisogno di autoconservazione e la ricerca della felicità. La società stessa è tenuta ad aiutare l’uomo a raggiungere la felicità. Un cattivo governo, una cattiva educazione, cattive idee e cattive istituzioni causano infelicità alle persone. Storicamente, è accaduto che nel corso del tempo i principi di libertà, sicurezza e giustizia siano scomparsi, cosicché il popolo si è trasformato in una massa di schiavi e i governanti in dei terreni. Il genere umano, a causa dell’ignoranza della propria natura, è stato ridotto in schiavitù ed è diventato vittima di cattivi governi.

Per Holbach, l’intera sventura del genere umano risiede nel fatto che il popolo è ignorante e pieno di illusioni e quindi non conosce la verità. Le illusioni popolari generali e l’ignoranza sono le cause delle pesanti catene che i tiranni secolari e la Chiesa hanno forgiato per il popolo. Così, la politica si è trasformata in puro banditismo. Il popolo era ridotto in schiavitù e non osava opporsi né all’autorità secolare né a quella ecclesiastica, mentre le leggi dello Stato erano espressione dei desideri e dei bisogni delle classi dominanti, cioè della nobiltà e del clero. Così, l’interesse generale e la felicità generale furono sacrificati agli interessi personali e alla felicità di un piccolo numero di persone che ricoprivano cariche amministrative (oligarchia aristocratica). Così, la libertà, la giustizia, la sicurezza e la carità scomparvero dal popolo, e la politica sfruttò i beni del popolo con la forza e varie arti malvagie al fine di soggiogarlo e utilizzarlo per la realizzazione degli interessi di chi deteneva il potere.

Holbach prese ad esempio l’assolutismo francese prima della rivoluzione borghese del 1789, che, a suo avviso, si era trasformato in un piccolo gruppo di ladri e banditi al potere. Così, la legislazione divenne il servizio di garanzia degli interessi dell’oligarchia aristocratica, non del popolo. E i più grandi di loro erano i re assolutisti francesi e il loro entourage più stretto, cioè la camarilla di corte. Holbach attaccò duramente il re e la sua camarilla di corte per aver sfruttato il popolo, che pensava minimamente al benessere del popolo. L’attenzione della camarilla di corte era attirata solo da guerre infinite e dalla costante ricerca di mezzi materiali per soddisfare la propria avidità. L’obiettivo della camarilla non era la felicità del popolo o il futuro prospero dello Stato, ma solo il beneficio immediato e la soddisfazione dei propri bisogni aristocratici. Per Holbach, una società ingiusta era unilateralmente sbilanciata a favore di una piccola minoranza al potere e ingiusta nei confronti della maggioranza subordinata.

Holbach, conoscendo il sistema sociale francese sia nel contesto politico che in quello economico, predisse il crollo dell’allora sistema statale, ovvero una rivoluzione che lo avrebbe rovesciato. Chiese al popolo di organizzare un nuovo governo che operasse secondo i principi del bene comune, secondo i principi degli obblighi reciproci, come previsto dal contratto sociale. Tuttavia, Holbach non invocò apertamente la rivoluzione, ma fu un sostenitore della voce della ragione e dell’Illuminismo come mezzi per migliorare la vita delle persone e lo stato della società in generale. La società a cui aspirava sarebbe stata una società giusta, degna del sostegno sociale generale, in grado di soddisfare i diversi bisogni di tutti i membri della comunità, di garantire loro sicurezza personale, libertà e diritti naturali; secondo lui, la felicità dello Stato consisteva proprio in questo. Holbach era contrario alla grande disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza in una società, e per maggioranza intendeva i piccoli e medi proprietari individuali. Chiedeva che la maggioranza fosse costituita da una proprietà approssimativamente equa, in modo che la maggioranza fosse impiegata in lavori utili e godesse di prosperità, evitando così disordini sociali. Sosteneva che non c’è patria per chi non ha nulla, e quindi Holbach cerca di regolare i conti con il lusso della classe feudale.

Per quanto riguarda la forma politica di governo, per lui la monarchia (il governo di uno) era la prima forma di governo emersa sul modello del dominio patriarcale nella società. Era un acerrimo nemico del dispotismo, ma temeva anche le masse, ritenendo che fossero guidate dalla passione piuttosto che dalla ragione, e quindi le masse dovevano essere “tenute a freno” dall’illuminismo affinché non si scatenassero. Il governo doveva essere costituito in modo tale da garantire la felicità della maggioranza della società, e ciò poteva essere raggiunto solo se ogni membro della società (cittadino) avesse, nei limiti della legge, la libertà che gli consentisse di raggiungere la propria felicità senza danneggiare gli altri membri della stessa comunità. Egli riteneva che le persone in una democrazia non avessero alcun concetto di libertà. Dalla libertà deriva la giustizia, ma soprattutto era necessario preservare l’unicità e la proprietà privata dei cittadini di una comunità politica. Holbach riteneva che le tasse dovessero essere imposte solo con il consenso dei contribuenti, che la distribuzione delle tasse dovesse soddisfare i requisiti della giustizia e che il governo dovesse rendere conto di come utilizzava il denaro proveniente dalle tasse. Tuttavia, la pratica di spendere il denaro delle tasse pubbliche per il lusso della corte e della cricca di corte doveva essere contrastata con la massima determinazione.

Holbach sosteneva essenzialmente un sistema politico di monarchia costituzionale, come quello che già esisteva in Gran Bretagna all’epoca, con un potere reale limitato, in contrasto con il modello francese dell’epoca, basato sul potere reale assoluto. Secondo lui, una monarchia costituzionale era organizzata in modo tale da poter garantire ai propri cittadini i loro diritti naturali e inalienabili. Tuttavia, Holbach sostiene che è impossibile proporre un sistema politico universale poiché ogni sistema politico ottimale in casi specifici dipende da diversi fattori (moralità, temperamento, tradizione, clima, caratteristiche antropologiche, tradizione storica…).

Infine, Holbach sostiene la completa libertà di pensiero, ovvero di parola. Pertanto, combatte con fervore contro gli errori religiosi, e quindi la sana filosofia (cioè la scienza) deve dedicarsi alla loro eliminazione. La tirannia ideologica della Chiesa ostacola la vera vita spirituale dell’uomo. Ogni idea religiosa è incompatibile con la natura e la ragione.

Note finali

La filosofia politica di Holbach mirava alla distruzione del sistema feudale, alla liquidazione dell’arbitrarietà assolutista e alla tirannia dell’oscurantismo ideologico della Chiesa. In lui, l’uomo è visto come un essere naturale, e per questo egli invita tutte le persone a tornare alla natura, a godere del bene che la natura ha loro donato e a rendere possibile lo stesso per gli altri nel loro ambiente. L’uomo non può essere felice se vive in isolamento, ma solo in una comunità sociale e/o politica. Holbach interpreta tutte le imperfezioni delle persone e delle istituzioni umane come prodotti delle illusioni della ragione. La liberazione sociale e politica dell’umanità dipende esclusivamente dalla liberazione della ragione da ogni pregiudizio.

Le leggi della natura sono la chiave per la vera conoscenza della pace, del benessere sociale e individuale delle persone. Holbach offre l’opportunità di scoprire le leggi e le forze della natura sulla base delle quali dovrebbe essere costruita l’organizzazione della vita umana. La ragione, ovvero l’istruzione (scientifica) (conoscenza basata sull’esperienza), deve essere lo strumento con cui si accede ai segreti della natura. Holbach ha essenzialmente trasferito le leggi della natura alla vita sociale. Lo Stato e le sue leggi ingiuste, così come la disuguaglianza nella società, per Holbach significano una violazione delle leggi della natura. Tuttavia, l’uomo è in grado di cambiare questo stato di cose, e ciò dipende esclusivamente da una corretta istruzione e educazione su basi scientifiche.

Dichiarazione personale:

L’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, il che non rappresenta nessuno né alcuna organizzazione, se non le sue opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve mai essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro organo di informazione o istituzione.

L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

The Political Philosophy of Paul Holbach

Holbach’s philosophical system is based on anthropological foundations

An ethnic German, Paul Holbach (1723–1789) was one of the classic political ideologues of the bourgeois class in the 18th century. His political ideas were part of the revolutionary views of the bourgeois class at that time, which were directed mainly against idealism, religious obscurantism, the feudal system of economic exploitation, and political absolutism. Both Holbach and other enlighteners throughout Europe at that time left open the space for the people’s right to revolution, i.e., armed change of the system based on the political formula of popular sovereignty.

The overthrow of the system of feudal relations dating back to the early Middle Ages and its replacement by a new system of civil society and capitalist economy certainly had global significance because it showed other countries both in and outside Europe the future development and became a model for later revolutionary changes. French revolutionary political philosophy was a source for all subsequent generations of European countries.

Paul Holbach was an ethnic German but settled definitively in Paris (France), where he became a central figure among the materialist philosophers, who at that time gathered in salons and exchanged their philosophical views on various social issues, including politics. Holbach himself was well acquainted with all previous philosophy. In his works, he accepts and further elaborates materialist thought, connecting it with the study of natural sciences. Thus, Holbach achieved a philosophical synthesis of the French materialist understanding of nature with the English sensualist theory of knowledge. Holbach’s main philosophical work is „The System of Nature“. He also wrote „Natural Politics“, „Christianity Unveiled“, and „The Social System“. He also collaborated on the publication of the French „Encyclopedia“.

He believed, like all other enlighteners and encyclopedists, that in order to remove any supernatural forces from nature, it was necessary, first of all, to oppose a religion based on idealism and belief in proven scientific truth, which was the basis of materialist philosophy. Holbach proceeds from the fact that nature is the cause of everything. Nature exists in itself; it will exist and act forever, and nature is its own cause. The movement of nature is a necessary consequence of its necessary existence. These are the basic positions of Holbach’s materialist monism. He interpreted matter as everything that in any way affects our senses. Holbach rejected the external impulse that sets matter in motion and expressed the idea of ​​the self-motion of matter. He understood movement as displacement, i.e., in the spirit of metaphysical materialism.

With these views, Holbach set out to address the issue of man, who, for him, is a natural being. Man is a product of nature, lives in nature, and is subject to the laws of nature. Man can never free himself from nature and cannot even go beyond nature in his thoughts. Like all materialists, Holbach recognizes sensitivity as one of the characteristics of mobile and specially organized matter. Thinking is the result of highly organized matter. Reason is an ability inherent in organized beings, i.e., beings that are composed in a certain way. Holbach believed that thinking is achieved through feeling and perception. In this way, external reality is reflected, which at the same time encourages man to action, through which he becomes capable of changing himself as well as his social environment.

Holbach’s socio-political philosophy

After his philosophical reflections on the nature of man and his characteristics, Holbach moved on to the development of ethical, social, and political views.

All people in the world are composed of various racial characteristics and differ in their biological and physical makeup. These racial-biological differences are the basis of inequality among people, which are also the foundations of society and morality, and from which the social, moral, and stratification (class) order in the human community arises. Holbach, however, claims that inequality among people is not harmful to them but, on the contrary, beneficial. Holbach explains class stratification by different temperaments and abilities. Food, climate, and air affect the structure of the organism and determine its inclinations. Temperament also depends on upbringing and lifestyle. Therefore, social and state institutions of various natures largely build a person. Of all social and state institutions, the most important for the formation of people’s character is the law (lex), which should reflect the general will of society and the preservation of the general interest.

Reason is able to point people to the right path and happiness. Reason teaches people to value other people. Thanks to reason, a person realizes that other people with whom he lives are necessary for him. Reason also teaches a person to distinguish good from evil. Holbach therefore argued that for personal happiness, the help of other people was necessary. Therefore, it is in the personal interest of each individual to cooperate with other people. The desire for happiness is the true interest of each individual, but happiness can only be achieved in society, i.e., with the help of others.

For Holbach, society represents a whole consisting of a multitude of families and individuals who unite for the reason that they can satisfy mutual needs as much as possible, ensure mutual assistance, and the possibility of peaceful use of the goods given to man by nature and human labor. Accordingly, Holbach concludes that the basic duty of politics, i.e., political action and institutions, is to preserve the social community and remove everything that hinders its sociability, i.e., interpersonal cooperation.

For Holbach, the natural essence of man is his egoism, the pursuit of his own benefit. However, reason, as another human characteristic, directs him to seek a common life with other people, so that sociability is a result of human rational nature.

People come together for the sake of a common life in which individual interests can be preserved and realized in a common society, i.e., specifically, in a common political organization called the state. Therefore, people conclude a tacit and informal/formal contract on the basis of which they commit themselves to mutual services, cooperation, and assistance, all, essentially, for the sake of individual benefit but in principle without violating the interests and benefits of other members of the community. However, since man, by his biological nature, is very inclined to satisfy his passions without regard for the interests of his environment, this kind of “state contract”, as defined by Thomas Hobbes (1588‒1679) in his cult work “Leviathan”, is a necessary force to which all citizens of the political community had to submit. In such a political community, nothing could be demanded from other members of the community that would not be beneficial to every other individual of the same community. This force that regulates mutual relations in the state is the law (lex). The (good, generally beneficial) law expresses the general will of the social community as well as the preservation of the common interest for which the state exists.

However, to realize this general will, it was necessary to build a special political body that would deal with laws, which was a parliament or a national assembly. In this regard, the question of sovereignty, the right of legislation, and representative forms of power, i.e., governance, arose. Holbach accepted the principle of a representative system in relation to these issues. First of all, the entire society cannot deal with legislation. But all laws that the community’s representation passes must receive the general consent of society. Without this general consent, laws are violent and usurping, i.e., illegitimate. Just as the social community has handed over power to the administration (i.e., the government) to ensure that same community and to contribute to it as much as possible in charity, to defend its rights, so too has that society the right to change that same power, to change its form, but retaining supreme authority for itself.

Thus, Holbach established the principle of popular sovereignty (democracy), a representative and responsible authority (parliament, government) that can be overthrown from power at any time if it violates the principles of natural and rational law, enshrined in the social contract. Rulers, i.e., authorities, must be servants of the people, not their masters. For Holbach, the right to rule, i.e., authority, is possessed only by those who are able to bring happiness to all individuals and the social community in general. Otherwise, the authority is considered to be usurpatory, i.e., undemocratic. Basically, according to him, no one has the natural right to command. This right is obtained by the human community.

Historically, according to Holbach, but also according to all Enlightenment encyclopedists, the masses did not know the origin of power and obeyed it because they believed in the medieval-feudal-church teachings that power comes directly from God. And accordingly, it could not be changed by any coups or revolutions. All Enlightenment people believed that ignorance (scientific) was the source of all the misfortunes of the human race, but that (scientific) enlightenment alone was capable of curing this social disease. For Holbach, the natural essence of man is his egoism, i.e., the pursuit of his own benefit. Reason, as another human characteristic, directs him to seek a common life with other human beings. Sociability, i.e., life in an institutionalized community, is the result of man’s rational nature, i.e., the power of reasoning on rational grounds.

Holbach’s political philosophy of the social contract and the rule of the human political community

First of all, Holbach rejects the teachings of the philosophers of the so-called “natural law” because it denies the reality of the so-called “state of nature”. For him, the state, i.e., a politically-institutionalized community of a certain group of people, is created by a social contract, i.e., a set of explicit or implicit agreements based on which people form a political society in some form. This social contract is made up of the laws of common life, and these laws have the obligation to ensure the general interest of the social community and therefore the individual interests of each person or group of people within the same political community. These general interests are threefold: 1) freedom, 2) private property, and 3) personal security.

Holbach believes that good laws are those that equalize all members of society (the same rights, duties, and obligations) to the detriment of natural differences. Other people must be given everything that we intend to receive from them, and therefore, the rights of others should be respected. The social community, or rather the state, must be organized on the principle of justice, since a society that is not based on this principle is a society of oppressors and slaves. Justice, in turn, requires the possession of humanity, i.e., philanthropy, compassion, and virtue. All these virtues originate from the social contract and constitute the natural rights of man.

The rule of this principle of contract must always be kept in mind, and the government itself is a great force that educates the social community, forms the character, and influences the passions of people. Holbach saw in politics the only source of happiness and unhappiness. Man brings with him the need for self-preservation and the pursuit of happiness. Society itself is obliged to help man achieve happiness. Bad government, bad education, bad ideas, and bad institutions cause people unhappiness. Historically, it has happened that over time, the principles of freedom, security, and justice have disappeared so that the people have turned into a mass of slaves and the rulers into earthly gods. The human race, due to ignorance of its own nature, has become enslaved and has become a victim of bad governments.

For Holbach, the entire misfortune of the human race lies in the fact that the people are unenlightened and full of delusions and therefore do not know the truth. General popular delusions and ignorance are the causes of the heavy chains that secular tyrants and the church have forged for the people. Thus, politics turned into pure banditry. The people were enslaved and did not dare to oppose either secular or church authority, while state laws were an expression of the desires and needs of the ruling classes, i.e., the nobility and the clergy. Thus, the general interest and general happiness were sacrificed to the personal interests and happiness of a small number of people who held administrative positions (aristocratic oligarchy). Thus, freedom, justice, security, and charity disappeared from the people, and politics exploited the property of the people by force and various malicious arts in order to subjugate and use them for the realization of the interests of those in power.

Holbach took as an example the French absolutism before the bourgeois revolution of 1789, which, in his view, had turned into a small group of robbers and bandits in power. Thus, legislation became the service of securing the interests of the aristocratic oligarchy, not the people. And the greatest of them were the French absolutist kings and their closest entourage, i.e., the court camarilla. Holbach harshly attacked the king and his court camarilla for exploiting the people, who thought minimally about the well-being of the people. The court camarilla’s attention was attracted only by endless wars and the constant search for material means to satisfy its greed. The camarilla’s goal was not the happiness of the people or the prosperous future of the state, but only the current benefit and satisfaction of their aristocratic needs. For Holbach, an unjust society was one-sidedly biased in favor of a small minority in power and unfairly towards the subordinate majority.

Holbach, knowing the French social system in both the political and economic context, predicted the collapse of the then state system, i.e., a revolution that would overthrow it. He demanded that the people organize a new government that would operate on the principles of the common good, on the principles of mutual obligations, as provided for by the social contract. However, Holbach did not openly call for revolution, but he was an advocate of the voice of reason and enlightenment as a means of improving people’s lives and the general improvement of the state of society. The society he aspired to would be a just society, worthy of general social support, that would satisfy the diverse needs of all its members of the community, that would guarantee them personal security, freedom, and natural rights, and that, according to him, the happiness of the state consisted in this. Holbach was against the great inequality in the distribution of wealth in a society, and by the majority, he meant small and medium-sized individual owners. He demanded that the majority be formed by approximately equalizing ownership, so that the majority would be employed in useful work and enjoy prosperity, and thus avoid social unrest. He argued that there is no homeland for the one who has nothing, and therefore, Holbach seeks to settle accounts with the luxury of the feudal class.

As for the political form of government, for him, monarchy (the rule of one) was the first form of government that emerged on the model of patriarchal rule in society. He was a bitter enemy of despotism, but he also feared the masses, believing that they were led by passion rather than reason, and therefore the masses had to be “held in check” by enlightenment so that they would not go wild. The government had to be formed in such a way that it would work to ensure the happiness of the majority in society, and this could only be achieved if each member of society (citizen) had, within the limits of the law, the freedom that would allow them to achieve their happiness without harming other members of the same community. He believed that people in a democracy had no concept of freedom. From freedom comes justice, but above all, it was necessary to preserve the uniqueness and private property of citizens of a political community. Holbach believed that taxes should only be imposed with the agreement of taxpayers, the distribution of taxes must meet the requirements of justice, and the government must give an account of how it used the money from taxes. However, the practice of spending money from public taxes on the luxury of the court and the court camarilla should be most decisively opposed.

Holbach essentially advocated a political system of constitutional monarchy, such as that which already existed in Great Britain at that time, with limited royal power, in contrast to the then-French model, which was based on absolute royal power. According to him, a constitutional monarchy was organized in such a way that it could ensure its citizens their natural and inalienable rights. However, Holbach argues that it is impossible to give a universal political system because each optimal political system in specific cases depends on several factors (morality, temperament, tradition, climate, anthropological characteristics, historical tradition…).

Finally, Holbach advocates complete freedom of thought, that is, of speech. Therefore, he fights fervently against religious errors, and therefore healthy philosophy (i.e., science) must dedicate itself to their extermination. The ideological tyranny of the church hinders the true spiritual life of man. Every religious idea is incompatible with nature and reason.

Final notes

Holbach’s political philosophy was aimed at the destruction of the feudal system, at the liquidation of absolutist arbitrariness as well as the tyranny of the church’s ideological obscurantism. In him, man is seen as a natural being, and therefore he calls on all people to return to nature, to enjoy the good that nature has given them, and to make the same possible for others in their environment. Man cannot be happy if he lives in isolation, but only in a social and/or political community. Holbach understands all the imperfections in people and human institutions as products of the delusions of reason. The social and political liberation of humanity depends exclusively on the liberation of reason from all prejudices.

The laws of nature are the key to true knowledge of the peace, social, and individual well-being of people. Holbach provides the opportunity to discover the laws and forces in nature on the basis of which the organization of human life should be built. Reason, i.e., (scientific) education (knowledge based on experience) must be the tool with which one enters the secrets of nature. Holbach essentially transferred the laws of nature to social life. The state and its unjust laws, as well as inequality in society, for Holbach, mean a violation of the laws of nature. However, man is able to change this state of affairs, and this depends exclusively on correct education and upbringing on scientific grounds.

Personal disclaimer: 

The author writes for this publication in a private capacity, which is unrepresentative of anyone or any organization except for his own personal views. Nothing written by the author should ever be conflated with the editorial views or official positions of any other media outlet or institution. 

The author of the text does not have any moral, political, scientific, material, or legal responsibility for the views expressed in the article.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026

Punti fondamentali sul conflitto sionista-arabo-palestinese_di Vladislav Sotirovic

Punti fondamentali sul conflitto sionista-arabo-palestinese

Contesto storico

La creazione dello Stato indipendente di Israele è direttamente collegata alle attività del movimento sionista, il cui unico e principale obiettivo politico-nazionale era la creazione di uno Stato per il popolo ebraico nel territorio della Palestina. Quando nel 1882 iniziò l’emigrazione ebraica organizzata dall’Europa verso la Palestina per la creazione di Israele sotto l’egida del movimento sionista, circa il 3% degli ebrei viveva in Palestina in quel periodo.[1] I migranti ebrei fondarono i propri insediamenti agricoli chiamati kibbutz, con un costante aumento del numero di ebrei negli insediamenti urbani. Le autorità ottomane, che all’epoca avevano la Palestina sotto il loro controllo amministrativo, ostacolarono la colonizzazione ebraico-sionista della Palestina, ma in linea di principio senza successo a causa del sostegno britannico alla politica sionista di insediamento degli ebrei europei in Palestina. Si stima che all’inizio della Grande Guerra nel 1914, in Palestina vivessero solo 85.000 ebrei.

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Durante la Grande Guerra, la Gran Bretagna occupò la Palestina nel 1917 e da allora il dominio ottomano non esiste più in questa parte del Medio Oriente. A quel tempo, il 2 novembre 1917 il ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour dichiarò (per iscritto) a nome del governo britannico (la Dichiarazione Balfour) che la Gran Bretagna avrebbe sostenuto la creazione di uno Stato ebraico indipendente in Palestina. Dopo la Grande Guerra e i trattati di pace, la Palestina, in quanto protettorato, fu assegnata alla Gran Bretagna nel 1922 come territorio di mandato della Società delle Nazioni. Allo stesso tempo, la Società ratificò la Dichiarazione Balfour sionista e destinò la parte occidentale della Palestina alla creazione di uno Stato ebraico indipendente, sebbene all’epoca i palestinesi costituissero la stragrande maggioranza della popolazione. Allo stesso tempo, i coloni ebrei crearono nel 1920 un’organizzazione militare illegale, la Haganah, incaricata di proteggere i loro possedimenti in territorio palestinese e di sostenere l’emigrazione ebraica clandestina in Palestina.

L’emigrazione ebraica in Palestina aumentò costantemente, specialmente dopo il 1933, quando Hitler e i suoi nazionalsocialisti (NSDAP) salirono al potere in Germania e iniziarono a perseguitare gli ebrei. Tuttavia, in Palestina stessa, nel 1929, nel 1933 e nel 1936–1939 si verificarono conflitti armati tra i coloni ebrei e la popolazione palestinese autoctona (musulmano-araba), che si rese conto che i colonizzatori ebrei stavano progressivamente sottraendo loro la terra. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, in Palestina c’erano già 400.000 ebrei. Durante la Seconda guerra mondiale, gli ebrei palestinesi formarono una brigata che combatté in Nord Africa e in Italia come parte delle forze alleate.

Dopo il 1945, i rapporti tra coloni ebrei e nativi palestinesi in Palestina divennero sempre più tesi, portando a conflitti armati sempre più aperti. La Gran Bretagna, a causa dei suoi interessi geopolitici in Medio Oriente, che sostenevano gli immigrati ebrei, contribuì all’escalation del conflitto. Il 29 novembre 1947, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò una risoluzione che poneva fine al mandato britannico in Palestina, che all’epoca contava una popolazione di 1.935.000 persone, di cui solo 608.000 erano ebrei. La stessa risoluzione divideva la Palestina in una parte araba (11.000 km²) e una parte ebraica (14.000 km²), in cui gli ebrei ricevevano la maggior parte del territorio palestinese, pur essendo una netta minoranza in quanto nuovi coloni; sia i palestinesi che gli arabi circostanti percepivano ciò come una grave appropriazione delle loro terre, pertanto non accettarono questa divisione. Dopo un attacco terroristico ebraico contro le forze britanniche al King David Hotel di Gerusalemme, la Gran Bretagna annunciò il ritiro delle proprie forze dalla Palestina il 15 maggio 1948, e i sionisti ebrei proclamarono lo Stato indipendente di Israele a Tel Aviv il giorno prima (14 maggio), con i simboli statali del movimento sionista della fine del XIX secolo. Ricordiamo che la bandiera sionista (cioè la bandiera di Israele) simboleggia la Grande Israele dal fiume Eufrate a nord al fiume Nilo a sud (due linee blu tra la Stella di David).

Gli Stati della Lega Araba giustamente non riconobbero Israele, così il 15 maggio 1948 iniziò la (prima) guerra arabo-israeliana, nella quale gli Stati della Lega Araba subirono una sconfitta principalmente a causa dell’assistenza incondizionata fornita a Israele da USA, della Gran Bretagna e dell’URSS, nonché di alcuni Stati europei (ad esempio la Jugoslavia di Tito) che inviarono armi a Israele o permisero che tali armi fossero trasportate in Israele attraverso i loro spazi aerei, marittimi e terrestri. In questa guerra del 1948-1949, i sionisti ebrei occuparono circa 6.700 km² della parte araba della Palestina, espandendo così ulteriormente la loro porzione di Palestina, ovvero Israele, mentre circa un milione di abitanti arabi della Palestina furono espulsi o fuggirono nei paesi arabi confinanti, cosicché la percentuale di ebrei in Palestina aumentò drasticamente. Ciò ha portato a un grave problema relativo ai rifugiati palestinesi, che non è stato risolto fino ad oggi perché le autorità sioniste in Israele non ne consentono il ritorno e, inoltre, immigrati ebrei, principalmente dall’Europa orientale e dall’URSS, si stanno insediando sulla terra degli arabi espulsi o rifugiati.

L’Israele sionista fu ammesso all’ONU l’11 maggio 1949. L’immigrazione di ebrei in Israele, ovvero in Palestina, è proseguita a ritmo accelerato dal 1948, mentre allo stesso tempo gli arabi autoctoni, ovvero i palestinesi, venivano sfrattati con la forza. Perseguendo una politica aggressiva nei confronti dei palestinesi, Israele, insieme a Francia e Gran Bretagna, ha partecipato all’aggressione militare contro l’Egitto nel 1956 e, nel 1967, ha compiuto un’aggressione contro Egitto, Giordania e Siria. In quell’occasione, le forze militari israeliane occuparono la riva orientale del Canale di Suez, la riva occidentale del Giordano e le Alture del Golan dalla Siria. Il 22 novembre 1967, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adottò all’unanimità una risoluzione sulle condizioni per stabilire la pace in Medio Oriente e sul ritiro delle forze israeliane dai territori occupati. Tuttavia, Israele non ha dato seguito a quella risoluzione dell’ONU fino ad oggi. In una nuova guerra contro i paesi arabi nel 1973, Israele confermò la sua superiorità militare nella regione, ovviamente con un ampio sostegno finanziario, militare e logistico da parte degli Stati Uniti.

Qual è l’oggetto del conflitto?

Ciononostante, il conflitto sionista israelo-arabo-palestinese è oggi uno dei problemi di sicurezza globale più significativi, se non il più significativo, da affrontare.[2] Tuttavia, questo conflitto non è così antico, ma è una questione piuttosto moderna, che risale, infatti, al Primo Congresso Sionista del 1897. La domanda centrale è: qual è l’oggetto del conflitto? In altre parole, per cosa stanno combattendo questi due gruppi diversi?

A prima vista, si potrebbe pensare che alla base del conflitto ci sia la religione, dato che questi due popoli appartengono a confessioni diverse: gli ebrei sono prevalentemente ebrei, mentre la religione predominante dei palestinesi è l’Islam, che però include anche cristiani e drusi. Tuttavia, le evidenti differenze religiose non sono la causa fondamentale della lotta. Infatti, il conflitto è iniziato un secolo fa e ha continuato, in realtà, a essere una lotta per la terra.

La Palestina, la terra rivendicata da entrambe le parti, era conosciuta con questo termine nelle relazioni internazionali (RI) dal 1918 al 1948. Inoltre, lo stesso termine era utilizzato dall’Islam, dal Cristianesimo e dall’Ebraismo per designare la Terra Santa. Tuttavia, a seguito delle guerre dal 1948 al 1967 tra gli arabi e Israele, questa terra (circa 10.000 miglia quadrate) è oggi divisa in tre parti: 1) Israele; 2) la Cisgiordania; e la Striscia di Gaza.

Tuttavia, entrambi i gruppi hanno motivazioni diverse nel rivendicare questa terra per sé:

1. Le rivendicazioni sioniste ebraiche sulla Palestina si fondano sulla promessa biblica fatta ad Abramo e a tutti i suoi discendenti. Le basi storiche di tali rivendicazioni si fondano sul fatto che sul territorio della Palestina sono stati istituiti gli antichi regni degli ebrei: Israele e Giudea. Politicamente, questa rivendicazione storica è sostenuta dalla necessità degli ebrei di uno Stato-nazione per liberarsi dell’antisemitismo europeo, specialmente dopo l’Olocausto della Seconda Guerra Mondiale.

2. I palestinesi arabi rivendicano la stessa terra sulla base della loro presenza ininterrotta in Palestina da centinaia di anni e sul fatto che fino al 1948 costituivano la maggioranza demografica. Inoltre, essi respingono la nozione confessionale-ideologica degli ebrei sionisti secondo cui i regni ebraici basati sull’Antico Testamento possano costituire fondamenti razionali e morali/scientifici da utilizzare per una rivendicazione moderna accettabile, soprattutto tenendo conto del fatto che gli ebrei lasciarono la Palestina dopo l’occupazione dell’Impero Romano nel I secolo d.C. (per 2000 anni!). Tuttavia, anche i palestinesi arabi utilizzano gli argomenti della Bibbia e, pertanto, sostengono che Ismaele, figlio di Abramo, sia il capostipite degli arabi e che Dio abbia promesso la Terra Santa a tutti i figli di Abramo, il che significa semplicemente anche agli arabi (gli arabi sono un popolo semitico come gli ebrei). Ma la questione cruciale dal punto di vista dei palestinesi arabi è che non possono dimenticare la Palestina come forma di risarcimento per l’olocausto contro gli ebrei commesso in Europa (al quale i palestinesi arabi non hanno partecipato affatto).

I palestinesi e la diaspora

Il termine palestinesi, da un punto di vista oggi molto politico-storico, si riferisce a quelle persone della Palestina le cui radici storiche risalgono a questa terra, come definita dai confini del Mandato britannico, ovvero gli arabi di confessione cristiana, musulmana o drusa. Si stima che recentemente circa 5,6 milioni di palestinesi vivessero all’interno dei confini della Palestina del Mandato britannico, che ora sono divisi in tre parti: 1) lo Stato sionista di Israele; 2) il territorio della Cisgiordania; e 3) la Striscia di Gaza. Le ultime due sono state occupate da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Si sostiene inoltre che oggi circa 1,5 milioni di palestinesi vivano come cittadini di Israele. Pertanto, i palestinesi costituiscono circa il 20% della popolazione israeliana. Inoltre, circa 2,6 milioni di palestinesi vivono in Cisgiordania, di cui 200.000 a Gerusalemme Est e circa 1,6 milioni nella Striscia di Gaza (almeno prima dell’attuale genocidio israeliano contro i gazawi, iniziato nell’ottobre 2023). Tuttavia, ci sono circa 5,6 milioni di palestinesi che vivono nella diaspora, fuori dalla Palestina, principalmente in Libano, Siria e Giordania.

Tra tutti i gruppi della diaspora palestinese, il più numeroso (circa 2,7 milioni) vive in Giordania (senza considerare il territorio della Cisgiordania, che legalmente apparteneva al Regno di Giordania ma è occupato da Israele dal 1967). Molti di loro vivono ancora in quei campi profughi istituiti nel 1949, mentre altri sono diventati abitanti delle città. Alcuni rifugiati palestinesi hanno trovato rifugio in Arabia Saudita o in altri Stati arabi del Golfo, mentre altri si sono trasferiti in altri paesi del Medio Oriente o nel resto del mondo. Tra tutti gli Stati arabi, solo la Giordania ha concesso la cittadinanza ai palestinesi che vi risiedono. Ciò è diventato, tuttavia, il motivo formale per cui alcuni ebrei sionisti sostengono che la Giordania sia, di fatto, già uno Stato nazionale dei palestinesi e che, pertanto, non vi sia alcuna reale necessità di istituire uno Stato indipendente di Palestina. D’altra parte, tuttavia, molti palestinesi sostengono che gli Stati Uniti siano, fondamentalmente, lo Stato nazionale degli ebrei e che, di conseguenza, Israele in Medio Oriente non abbia bisogno di esistere (come secondo Stato nazionale degli ebrei).

Ciononostante, la situazione dei rifugiati palestinesi nel Libano meridionale è particolarmente disastrosa, poiché molti libanesi li ritengono responsabili della guerra civile che ha devastato il paese nel periodo 1975-1991 e, di conseguenza, chiedono che tutti i palestinesi libanesi vengano reinsediati altrove come condizione preliminare per ristabilire la pace nel paese. Soprattutto i cristiani libanesi sono molto ansiosi di liberare il paese dai palestinesi musulmani, poiché temono che questi ultimi stiano minando l’equilibrio religioso del Libano.

Palestinesi israeliani

Quando Israele fu proclamato Stato indipendente nel maggio 1948, all’interno dei suoi confini vivevano solo circa 150.000 palestinesi arabi. Da un lato, a tutti loro è stata concessa la cittadinanza israeliana, il che significa automaticamente il diritto di voto.[3] Tuttavia, dall’altro lato, essi sono stati de facto cittadini di seconda classe (cioè la minoranza etnica e confessionale) proprio perché Israele è stato ufficialmente definito sia come Stato ebraico che come Stato del popolo ebraico. [4] I palestinesi arabi non sono ebrei (anche se entrambi sono semiti).[5] La maggior parte di quei palestinesi israeliani era soggetta all’autorità militare prima della guerra arabo-israeliana del 1967, il che limitava la loro libertà di movimento, oltre ad altri diritti civili come il lavoro, la libertà di parola, di associazione, ecc. Ai palestinesi non fu permesso di essere membri a pieno titolo della federazione sindacale israeliana (l’Histadrut) fino al 1965. Tuttavia, il problema centrale era che lo Stato di Israele aveva confiscato circa il 40% della terra palestinese per utilizzarla in progetti di sviluppo.[6] Tuttavia, dalla maggior parte di tali progetti di sviluppo statali, ne hanno tratto profitto soprattutto gli ebrei israeliani, ma non i palestinesi arabi israeliani.

Una delle rivendicazioni fondamentali dei palestinesi arabi in Israele è che tutte le autorità israeliane li discriminano sistematicamente, destinando pochissime risorse per l’assistenza sanitaria, l’istruzione, i lavori pubblici, lo sviluppo economico o le risorse per le autorità governative municipali ai territori popolati da arabi. Un’altra accusa generale è che i palestinesi israeliani sono sistematicamente discriminati anche nel loro diritto di preservare e sviluppare la propria identità culturale, nazionale e politica. Di fatto, dal 1967 i palestinesi israeliani sono stati totalmente isolati dal mondo arabo, oltre ad essere considerati dagli altri arabi come traditori che hanno scelto di vivere nell’oppressivo Stato sionista anti-arabo di Israele. Tuttavia, dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, la maggioranza dei palestinesi israeliani ha acquisito maggiore fiducia nella propria identità nazionale arabo-palestinese, specialmente negli ultimi vent’anni e più, poiché le autorità sioniste israeliane hanno vietato la commemorazione della Nakba, ovvero l’espulsione o la fuga di almeno 500.000 palestinesi arabi nel 1948-1949 durante la prima guerra arabo-israeliana.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Riferimenti:

[1] Ilan Pappe, Ten Myths about Israel, Londra‒New York: Verso, 2024.

[2] Sul conflitto israelo-palestinese, cfr. [Martin Bunton, The Palestinian-Israeli Conflict: A Very Short Introduction, New York: Oxford University Press, 2013].

[3] Tuttavia, in alcuni casi, la Commissione Elettorale Centrale israeliana ha utilizzato in pratica criteri fortemente influenzati dalla politica per discriminare quei palestinesi arabi le cui opinioni politiche sono considerate inaccettabili, specialmente in occasione delle elezioni parlamentari.

[4] Sul contesto ideologico-politico della creazione di Israele come Stato-nazione degli ebrei, si veda [Theodor Herzl, The Jewish State: The Historic Essay that Led to the Creation of the State of Israel, Skyhorse, 2019].

[5] Si ritiene che i popoli semitici discendano da Sem, figlio del Noè biblico. In particolare, si presume che lo siano gli ebrei, gli arabi, i fenici del mondo antico e gli assiri [Alan Isaacs, et al (a cura di), A Dictionary of World History, Oxford−New York: Oxford University Press, 2000, 563]. Si sostiene che, in realtà, gli attuali palestinesi discendano dai fenici e che il termine palestinesi sia una corruzione di fenici.

[6] I palestinesi israeliani commemorano il 30 marzo la Giornata della Terra per protestare contro la continua confisca dei territori arabi da parte del governo israeliano. La prima protesta in questa data risale al 1976, quando le forze di sicurezza israeliane uccisero sei palestinesi. Da allora, i palestinesi, sia nella diaspora che in Israele, commemorano questa data come festa nazionale.

Basic Points About The Zionist Israeli-Arab Palestinian Conflict

Historical background

The creation of the independent state of Israel is directly related to the activities of the Zionist movement, whose sole and main national-political goal was the creation of a state for the Jewish people in the territory of Palestine. When organized Jewish emigration from Europe to Palestine began in 1882 for the creation of Israel under the auspices of the Zionist movement, about 3% of Jews lived in Palestine at that time.[1] Jewish migrants established their own agricultural settlements called kibbutzim, with a steady increase in the number of Jews in urban settlements. The Ottoman authorities, who at that time had Palestine under their administrative control, hindered Jewish-Zionist colonization of Palestine, but in principle unsuccessfully due to British support for the Zionist policy of settling European Jews in Palestine. It is estimated that by the beginning of the Great War in 1914, only 85,000 Jews lived in Palestine.

In the Great War, Britain occupied Palestine in 1917, and since then, Ottoman rule has no longer existed in this part of the Middle East. At that time, the British Foreign Secretary Arthur Balfour declared on 2 November 1917 (in writing) on ​​behalf of the British government (the Balfour Declaration) that Great Britain would support the establishment of an independent Jewish state in Palestine. After the Great War and the peace treaties, Palestine, as a protectorate, was given to Great Britain in 1922 as a mandate area of ​​the League of Nations. At the same time, the League ratified the Zionist Balfour Declaration and earmarked the western part of Palestine for the creation of an independent Jewish state, even though Palestinians at that time constituted the vast majority of the population. At the same time, Jewish settlers created in 1920 an illegal military organization, the Haganah, which was tasked with protecting their possessions in the Palestinian environment and supporting secret Jewish emigration to Palestine.

Jewish emigration to Palestine increased steadily, especially after 1933, when Hitler and his National Socialists (NSDAP) came to power in Germany and began persecuting Jews. However, in Palestine itself, armed conflicts occurred in 1929, 1933, and 1936–1939 between Jewish settlers and the local indigenous Palestinian (Muslim-Arab) population, who realized that the Jewish colonizers were increasingly taking away their land. On the eve of World War II, there were already 400,000 Jews in Palestine. During World War II, Palestinian Jews formed a brigade that fought in North Africa and Italy as part of the Allied forces.

After 1945, relations between Jewish settlers and Palestinian natives in Palestine became increasingly strained, leading to more and more open armed conflicts. Great Britain, due to its geopolitical interests in the Middle East, which supported Jewish immigrants, contributed to the escalation of the conflict. On 29 November 1947, the UN General Assembly passed a resolution terminating the British mandate in Palestine, which at that time had a population of 1,935,000, of whom only 608,000 were Jews. The same resolution divided Palestine into an Arab (11,000 sq. km) and a Jewish (14,000 sq. km) part, of which the Jews received the majority of the territory of Palestine, and were in a distinct minority, as new settlers, which both the Palestinians and the surrounding Arabs perceived as a gross seizure of their land, so they did not accept this division. After a Jewish terrorist attack on the British forces at the King David Hotel in Jerusalem, Great Britain announced the withdrawal of its forces from Palestine on May 15, 1948, and the Jewish Zionists declared the independent state of Israel in Tel Aviv the day before (May 14), with the state symbols of the Zionist movement from the late 19th century. Let us recall that the Zionist flag (i.e., the flag of Israel) symbolizes Greater Israel from the Euphrates River in the north to the Nile River in the south (two blue lines between the Star of David).

The Arab League states rightly did not recognize Israel, so on May 15, 1948, the (first) Israeli-Arab war began, in which the Arab League states suffered defeat primarily thanks to the wholehearted assistance to Israel from the USA, Great Britain, and the USSR, as well as some states in Europe (e.g., Tito’s Yugoslavia) that sent weapons to Israel or allowed those weapons to be transported to Israel through their air, water, and land space. In this war of 1948‒1949, Jewish Zionists occupied about 6700 sq. km. of the Arab part of Palestine and thus further expanded their part of Palestine, i.e., Israel, while about a million Arab inhabitants of Palestine were expelled or fled to neighboring Arab countries, so that the percentage of Jews in Palestine increased drastically. This led to a serious problem related to Palestinian refugees, which has not been solved to this day because the Zionist authorities in Israel do not allow their return, and moreover, Jewish immigrants, mainly from Eastern Europe and the USSR, are settling on the land of the expelled or refugee Arabs.

Zionist Israel was admitted to the UN on May 11, 1949. The immigration of Jews to Israel, i.e., Palestine, has continued at an accelerated pace since 1948, while at the same time the autochthonous Arabs, i.e., Palestinians, were forcibly evicted. Pursuing an aggressive policy towards the Palestinians, Israel, together with France and Great Britain, participated in the military aggression against Egypt in 1956, and in 1967, it carried out aggression against Egypt, Jordan, and Syria. On that occasion, Israeli military forces occupied the east bank of the Suez Canal, the west bank of the Jordan, and the Golan Heights from Syria. On November 22, 1967, the UN Security Council unanimously adopted a resolution on the conditions for establishing peace in the Middle East and on the withdrawal of Israeli forces from the occupied territories. However, Israel has not acted on that UN resolution to this day. In a new war against the Arab countries in 1973, Israel confirmed its military superiority in the region, of course, with comprehensive financial, military, and logistical support from the United States.

What is conflict about?

Nevertheless, the Zionist Israeli-Arab Palestinian conflict today is one of, if not the most significant, global security problems to be dealt with.[2] However, this conflict is not as old as it is a pretty modern issue, dating, in fact, since the First Zionist Congress in 1897. The focal question is: What is conflict about? In other words, what are those two different groups fighting for?

At first glance, it can be understood that behind the conflict reasons is a confession as those two peoples are of different denominations: the Jews are predominantly Judaists, while the Palestinian predominant confession is Islam, but includes Christians and Druze. However, the obvious religious differences are not the fundamental cause of the struggle. In fact, the conflict started a century ago and continued, in fact, to be strife for the land.

Palestine, the land claimed by both sides, was known under this term in international relations (IR) from 1918 till 1948. Moreover, the same term was applied by Islam, Christianity, and Judaism to designate the Holy Land. However, as a consequence of the wars from 1948 to 1967 between the Arabs and Israel, this land (some 10,000 sq. miles) became today divided into three parts: 1) Israel; 2) the West Bank; and the Gaza Strip.

However, both groups have a different background in claiming this land for themself:

  1. The Zionist Jewish claims to Palestine are founded on the Biblical promise to Abraham and all his descendants. The historical foundations of such claims are based on the fact that on the territory of Palestine have been established the ancient kingdoms of the Jews: Israel and Judea. Politically, this historical claim is backed by the need of the Jews for the nation-state to get rid of European anti-Semitism, especially after the WWII holocaust.
  • Arab Palestinians are claiming the same land based on their continuous living in Palestine for hundreds of years and on the fact that they were the demographic majority until 1948. In addition, they reject the confessional-ideological notion of the Zionist Jews that the Jewish kingdoms based on the Old Testament can constitute any rational and moral/scientific foundations to be used for an acceptable modern claim, especially taking into consideration that the Jews left Palestine after the occupation of the Roman Empire in the 1st century AD (for 2000 years!). However, the Arab Palestinians also use the arguments from the Bible and, therefore, claim that Abraham’s son Ishmael is the forefather of the Arabs and that God promised the Holy Land to all children of Abraham, which simply means to the Arabs too (Arabs are Semitic people like Jews). But the crucial issue from the Arab Palestinian viewpoint is that they cannot forget Palestine as a matter of compensation for the holocaust against the Jews committed in Europe (in which Arab Palestinians did not participate at all).   

The Palestinians and diaspora

The term Palestinians, from a very political-historical standpoint today, refers to those people of Palestine whose historical roots are traced to this land as defined by the British Mandate’s borders, being the Arabs of Christian, Muslim, or Druze denominations. It is estimated that recently some 5,6 million Palestinians lived within the British Mandate Palestine’s frontiers, which are now divided into three parts: 1) The State of Zionist Israel; 2) The territory of the West Bank; and 3) the Gaza Strip. The last two were occupied by Israel during the 1967 Six-Day War. It is also claimed that today some 1,5 million Palestinians are living as citizens of Israel. Therefore, the Palestinians compose around 20% of the Israeli population. In addition, some 2,6 million Palestinians live in the West Bank, including 200,000 living in East Jerusalem and around 1,6 million living in the Gaza Strip (at least before the current Israeli genocide on the Gazans, which started in October 2023). However, there are around 5,6 million Palestinian people who are living in the diaspora, outside Palestine, mainly in Lebanon, Syria, and Jordan.

Among all Palestinian diaspora groups, the largest one (some 2,7 million) lives in Jordan (not taking into consideration the territory of the West Bank, which legally belonged to the Kingdom of Jordan but is occupied by Israel since 1967). Many of them still live in those refugee camps established in 1949, while others have become town dwellers. Some Palestinian refugees took refuge in Saudi Arabia or other Arab Gulf states, while others moved to other countries of the Middle East or the rest of the world. Among all Arab states, only Jordan granted citizenship to those Palestinians living there. That became, however, the formal reason for some Zionist Jews to claim that Jordan is, in fact, already a national state of the Palestinians and, therefore, there is no real need to establish an independent state of Palestine. On the other hand, nonetheless, many Palestinians claim that the USA is, basically, the national state of the Jews, and, subsequently, Israel in the Middle East does not need to exist (as the second national state of the Jews).

Nevertheless, the situation of the Palestinian refugees in southern Lebanon is particularly disastrous as many Lebanese are blaming them for the civil war that ruined the country in 1975−1991 and, therefore, demand that all Lebanese Palestinians be resettled somewhere else as a precondition to re-establish peace in the country. Especially the Lebanese Christians are very anxious to rid the country of the Muslim Palestinians, as they fear that the Palestinians are undermining the religious balance of Lebanon.

Israeli Palestinians

When Israel was proclaimed as an independent state in May 1948, there were only some 150,000 Arab Palestinians within its borders. On one hand, all of them were granted the citizenship of Israel, which means automatically and with the right to vote.[3] However, on the other hand, they de facto have been second-class citizens (i.e., the ethnic and confessional minority) for the very reason that Israel was officially defined as both a Jewish state and the state of the Jewish people.[4] The Arab Palestinians are not the Jews (even though both are Semites).[5] Most of those Israeli Palestinians were subjected to the military authority before the 1967 Arab-Israeli War, which restricted their free movement, followed by other civic rights like work, free speech, association, etc. The Palestinians were not allowed to be full members of the Israeli trade union federation (the Histadrut) until 1965. However, the focal problem was that the State of Israel confiscated around 40% of Palestinian land to be used for development projects.[6] However, from the majority of such states’ development projects, mostly Israeli Jews profited but not Israeli Arab Palestinians.

One of the basic claims by the Arab Palestinians in Israel is that all Israeli authorities are systematically discriminating against them by allocating very few resources for health care, education, public works, economic development, or resources for municipal governmental authorities to the Arab-populated land. Another general claim is that Israeli Palestinians are also systematically discriminated against in their right to preserve and develop their cultural, national, and political identity. As a matter of fact, Israeli Palestinians have been up to 1967 totally isolated from the Arab world since 1967, as well as very much understood by other Arabs as traitors who left to live in the oppressive Zionist anti-Arab State of Israel. However, since the 1967 Six-Day War, the majority of Israeli Palestinians have become more self-confident in their Arab Palestinian national identity, especially during the last 20+ years, as Zionist Israeli authorities prohibited commemorating the Al Nakba, which is either the expulsion or flight of at least 500,000 Arab Palestinians in 1948−1949 during the first Arab-Israeli war.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of the Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

© Vladislav B. Sotirović 2026  


References:

[1] Ilan Pappe, Ten Myths about Israel, London‒New York: Verso, 2024.

[2] About the Israeli-Palestinian conflict, see in [Martin Bunton, The Palestinian-Israeli Conflict: A Very Short Introduction, New York: Oxford University Press, 2013].

[3] Nevertheless, in some cases, the Israeli Central Elections Committee in practice used very politically coloured criteria to discriminate against those Arab Palestinians whose political views are understood to be unacceptable, especially at the time of the parliamentary elections. 

[4] About the ideological-political background of the creation of Israel as a nation-state of the Jews, see in [Theodor Herzl, The Jewish State: The Historic Essay that Led to the Creation of the State of Israel, Skyhorse, 2019].

[5] Semitic peoples are supposed to descend from Shem, son of Biblical Noah. Particularly it is assumed for the Jews, Arabs, Ancient World’s Phoenicians, and Assyrians [Alan Isaacs, et al (eds.), A Dictionary of World History, Oxford−New York: Oxford University Press, 2000, 563]. There is a claim that, in fact, present-day Palestinians descended from the Phoenicians and that the term Palestinians is corrupted Phoenicians.    

[6] Israeli Palestinians are commemorating on March 30th Land Day to protest the continuing confiscation of Arab territories by the Israeli government. The first protest on this day was in 1976 when the Israeli security forces killed six Palestinians. Since this incident, the Palestinians either in the diaspora or in Israel commemorate this day as a national day. 

Diplomazia e politica prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (7 dicembre 1941) o Perché il Giappone attaccò la flotta statunitense del Pacifico alle Hawaii?_di Vladislav Sotirovic

Diplomazia e politica prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (7 dicembre 1941) o Perché il Giappone attaccò la flotta statunitense del Pacifico alle Hawaii?

In sostanza, all’inizio della crisi in Estremo Oriente, l’amministrazione statunitense, durante l’intervento giapponese in Cina, sosteneva in linea di principio il mantenimento della pace nella regione Asia-Pacifico, in modo che l’attenzione politica e militare di Washington potesse concentrarsi sulla situazione in Europa, che all’epoca era una regione geopolitica molto più importante per l’America rispetto all’Asia. Ecco perché l’amministrazione statunitense si limitò a protestare durante l’invasione giapponese della Manciuria e, successivamente, delle principali regioni della Cina. Tuttavia, quando il Giappone strinse un’alleanza con la Germania nazista e l’Italia fascista il 27 settembre 1940, i legami tra gli eventi politici e militari in Europa e quelli nell’Estremo Oriente asiatico divennero improvvisamente chiari a Washington. Il Giappone, ormai alleato diretto della Germania, con obblighi contrattuali nei confronti di Berlino e Roma e viceversa, fu attaccato con maggiore durezza dall’amministrazione di Washington e fu quindi sottoposto a sanzioni economiche estremamente pesanti che si rivelarono effettivamente letali per il Giappone.

Un anno (dicembre 1940) prima dell’attacco giapponese a Pearl Harbor (dicembre 1941), Washington era molto turbata dal crescente tono bellicoso giapponese, che era il prodotto del crescente imperialismo americano nell’area Asia-Pacifico dal 1898 e che il Giappone considerava, fin dalla fine del XIX secolo, come la propria area imperiale, imitando le grandi potenze occidentali che avevano le loro sfere d’influenza imperiali e il loro colonialismo. Pertanto, il governo americano introdusse un embargo sulla vendita di rottami di ferro e materiali bellici al Giappone, sebbene fino ad allora Washington non avesse posto alcuna barriera nei suoi scambi commerciali con il Giappone, cosicché nella guerra sino-giapponese che il Giappone iniziò nel 1937 (e che durò fino al 1945), la Cina potesse giustamente obiettare che le attività politico-militari di Tokyo durante i primi tre anni di guerra fossero ispirate economicamente da questa politica anti-giapponese di Washington, il cui obiettivo finale era fondamentalmente quello di costringere il Giappone a porre fine alle attività militari in Cina. Tuttavia, ciò significava specificamente che il Giappone doveva rinunciare all’idea di creare il proprio impero nell’Asia-Pacifico a favore di Francia, Gran Bretagna, Paesi Bassi e America, che all’epoca avevano già le loro colonie in questa parte del mondo.

In ogni caso, gli Stati Uniti applicarono un nuovo modo di condurre la diplomazia nel caso del Giappone, ovvero il metodo della pressione economica per raggiungere obiettivi politici. Va qui osservato che la politica di introdurre sanzioni economiche contro un paese è stata controversa sin dalla fondazione della Società delle Nazioni dopo la prima guerra mondiale. In particolare, l’introduzione delle sanzioni da parte della “comunità internazionale” contro l’Italia nel 1935 non ebbe successo e presentò molte carenze deliberate, specialmente da parte della Gran Bretagna, cosicché la cosiddetta crisi abissina (1935‒1936) non portò alcun risultato positivo. Tuttavia, a differenza dell’Italia, le sanzioni economiche statunitensi contro il Giappone, almeno nel modo in cui furono imposte, dovevano (secondo la convinzione di Washington) raggiungere il loro obiettivo.

Tuttavia, le sanzioni economiche anti-giapponesi si rivelarono controproducenti a Tokyo. Il 9 aprile 1941, di propria iniziativa, il Giappone presentò una proposta diplomatica a Washington al fine di risolvere le tensioni politiche tra i due paesi. In particolare, Tokyo chiese che gli Stati Uniti aiutassero il Giappone a ottenere le materie prime necessarie dalle Indie olandesi (l’odierna Indonesia) e, in tal caso, il Giappone sarebbe stato pronto a firmare un trattato di pace con la Cina. Poiché questa proposta diplomatica fu respinta nel luglio 1941, il Giappone estese il proprio controllo politico e militare dal nord al sud dell’Indocina nel contesto dell’allentamento delle sanzioni economiche americane. In altre parole, l’obiettivo del Giappone era occupare quei luoghi che, secondo gli esperti militari giapponesi, erano di vitale importanza per le operazioni militari volte a liberare il Sud-Est asiatico dai colonizzatori occidentali. Il Giappone, ovviamente, approfittò della situazione che si presentò a causa della posizione disperata in cui si trovava la Francia in Indocina dopo la capitolazione alla Germania nel maggio 1940, poiché Parigi non poteva fornire alcun aiuto alle autorità coloniali francesi locali in nessuna parte del mondo, compresa l’area dell’Asia-Pacifico. Così, nel luglio 1941, il Giappone occupò, o come si presentò, liberò l’Indocina francese senza alcuna resistenza. L’azione fu accolta con cordialità dalla popolazione locale, che credeva nella liberazione dalla schiavitù coloniale dell’Europa occidentale.

All’epoca, l’amministrazione di F. D. Roosevelt (FDR) chiese al Giappone di soddisfare cinque condizioni per allentare le tensioni in Estremo Oriente: 1) il Giappone doveva ritirare le proprie truppe militari dalla Cina e promettere di non attaccare nessun altro paese in Asia; 2) il governo di Tokyo non doveva interferire negli affari interni di altri paesi; 3) ogni paese, non solo il Giappone, poteva commerciare liberamente in Cina; 4) nessun paese poteva modificare con la forza lo status quo in Estremo Oriente; e 5) il Giappone doveva abbandonare il Patto Tripartito con Germania e Italia. Tuttavia, queste condizioni non si applicavano contemporaneamente alle quattro potenze coloniali occidentali in Estremo Oriente: Stati Uniti, Francia, Paesi Bassi e Gran Bretagna, ma solo al Giappone, il quale, sulla base di tali richieste, capì giustamente che le potenze imperiali occidentali non gli consentivano l’accesso ai paesi dell’Estremo Oriente – una regione ricca che si erano appropriate esclusivamente per i propri bisogni coloniali.

L’amministrazione giapponese, in particolare il ministro degli Esteri del Giappone, Matsuoka, formulò una controproposta diplomatica dopo attenta riflessione. Taceva sull’atteggiamento del Giappone nei confronti della Germania, il che significava specificamente che il Giappone non aveva alcuna intenzione di abbandonare il Patto Triplice. Chiese che gli americani costringessero i cinesi ad accettare i termini di pace giapponesi. Alla fine, respinse la richiesta che il Giappone non toccasse la regione del Sud-Est asiatico che era già sotto il dominio coloniale e lo sfruttamento degli Stati imperialisti occidentali. Proprio in quel momento, il Giappone concluse un trattato di neutralità con l’URSS, in modo che almeno il Giappone non dovesse temere influenze negative da quella parte. In altre parole, la Cina non poteva aspettarsi aiuto da Stalin. In pratica, se le truppe militari giapponesi avessero sigillato ermeticamente il confine meridionale per impedire gli aiuti alla Cina provenienti dall’area delle colonie britanniche, la Cina sarebbe stata presto costretta a capitolare. Ma affinché ciò accadesse, il Giappone doveva prima conquistare l’Indocina francese. In questo contesto, Washington informò Tokyo che la cooperazione con il Giappone non poteva avvenire finché Matsuoka fosse stato ministro degli Esteri, così il Giappone decise di sostituirlo con un nuovo ministro, Toyoda, che, in linea di principio, era più propenso al dialogo con gli Stati Uniti.

Tuttavia, il Giappone, ritenendo che la diplomazia non sarebbe stata di grande utilità, occupò l’Indocina francese il 25 luglio 1941, con l’intenzione di isolare completamente la Cina dal resto del mondo. Nelle mani dei giapponesi, l’Indocina francese era un’eccellente base geopolitica per le operazioni militari giapponesi contro le Indie olandesi, la Malaya britannica e Singapore britannica. In sostanza, gli Stati Uniti volevano impedire al Giappone di ottenere il controllo del Sud-Est asiatico, che era molto ricco di materie prime come petrolio, gomma e stagno. Se il Giappone avesse conquistato queste aree, come fece nel 1942, non sarebbe stato dipendente dagli Stati Uniti per il petrolio. Il petrolio era l’arma principale nelle mani degli Stati Uniti contro il Giappone, con cui gli americani potevano tenere il Giappone in soggezione a meno che il Giappone non avesse iniziato una guerra contro gli Stati Uniti. Inoltre, gli Stati Uniti avevano bisogno anche della gomma proveniente dalle Indie olandesi, quindi Washington interruppe le relazioni commerciali con il Giappone.

In tali circostanze, gli Stati Uniti interruppero le relazioni commerciali con il Giappone, seguiti dai Paesi Bassi e dalla Gran Bretagna. Questo sviluppo degli eventi minacciò completamente l’economia giapponese e l’ulteriore funzionamento dello Stato. A quel tempo, era del tutto chiaro al Giappone che se queste tre potenze coloniali occidentali non avessero revocato l’embargo contro il Giappone, al Giappone sarebbe rimasta solo un’opzione, ovvero la guerra per conquistare con la forza i giacimenti petroliferi e altre materie prime necessarie (gomma) nel Sud-Est asiatico. Questo sviluppo della situazione, tuttavia, avrebbe sicuramente causato una guerra con gli Stati Uniti.

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All’epoca, la stampa americana esprimeva il desiderio irremovibile di non entrare in guerra contro il Giappone e di mantenere la neutralità. All’epoca, molti americani temevano che gli Stati Uniti potessero essere coinvolti in una guerra contro la Germania attraverso una guerra secondaria con il Giappone. In altre parole, molti temevano che l’obiettivo finale dell’amministrazione americana di F. D. Roosevelt (FDR) fosse quello di entrare in guerra contro la Germania attraverso la guerra con il Giappone, e per salvare gli ebrei in Europa. La logica era semplice: se gli Stati Uniti avessero dichiarato guerra al Giappone, la Germania avrebbe automaticamente dichiarato guerra agli Stati Uniti. Era sufficiente provocare direttamente il Giappone come aggressore diretto degli Stati Uniti, e gli Stati Uniti si sarebbero trovati indirettamente in guerra contro la Germania nazista e antisemita. Esattamente ciò che voleva l’amministrazione di F. D. Roosevelt (il 32° presidente degli Stati Uniti dal 1933 al 1945). Di conseguenza, un attacco alla flotta americana del Pacifico alle Hawaii era la soluzione ideale, ovvero il motivo per cui Washington sarebbe entrata, attraverso la guerra con il Giappone, di fatto, in guerra con la Germania nazista. Va ricordato che F. D. Roosevelt (il cui padre era un uomo d’affari proveniente da ambienti ebraici) iniziò la sua carriera quando Woodrow Wilson (un ebreo) lo nominò Sottosegretario alla Marina nel 1915. E in quel periodo (1941), in Europa era in corso un olocausto in cui gli ebrei venivano uccisi in massa. Gli americani non erano certamente disposti a morire in Europa a causa dell’Olocausto. Ecco perché l’America dovette essere trascinata nella guerra contro la Germania antisemita in modo indiretto. Quella deviazione si chiamava Giappone, il quale, dal 1940, aveva un accordo trilaterale con Germania e Italia sull’entrata automatica in guerra se uno di questi tre paesi fosse stato in guerra con un altro paese.

Il governo giapponese sperava che, in caso di colloqui diretti con Roosevelt, si potesse raggiungere una soluzione reciprocamente accettabile. Lo stesso Roosevelt era favorevole all’organizzazione di una conferenza bilaterale al più alto livello, ma i consiglieri americani per gli affari esteri volevano avere in anticipo la prova che il Giappone fosse disposto ad accettare le garanzie americane. In realtà, l’amministrazione americana vide in questa iniziativa diplomatica del Giappone un segno di debolezza, poiché le sembrava che in quel momento il Giappone stesse tirandosi indietro dalla guerra contro gli Stati Uniti. Washington ritenne allora che i tempi fossero maturi per risolvere definitivamente la questione della Cina e i problemi dell’Estremo Oriente a favore degli Stati Uniti, sperando che il Giappone soddisfacesse tutte le richieste americane a causa della difficile situazione economica in cui versava a causa dell’embargo economico delle potenze coloniali occidentali. Tuttavia, nonostante la disastrosa situazione economica, l’esercito giapponese si rifiutò di ritirarsi dalla Cina. Alla fine si scoprì che nessuna delle due parti era pronta a raggiungere un accordo sotto forma di compromesso: né il Giappone né gli Stati Uniti. Per quanto riguarda il Giappone, l’amministrazione civile era pronta ad accettare le richieste americane, ma l’esercito giapponese si rifiutò categoricamente di accettarle.

Il presidente degli Stati Uniti FDR adottò una linea dura sulla crisi emergente nell’Indocina francese e intensificò notevolmente la guerra economica contro il Giappone. In particolare, congelò i beni giapponesi negli Stati Uniti e avviò una politica che avrebbe portato, alla fine, a un embargo sulle vendite di petrolio e acciaio al Giappone, il che inflisse un colpo mortale all’economia giapponese e, di conseguenza, alla vita sociale. Questo fu un punto chiave nello sviluppo della crisi tra Giappone e Stati Uniti perché il governo statunitense a Washington inasprì in modo decisivo la propria politica nei confronti del Giappone, cosicché, alla fine, il Giappone non ebbe altra scelta che sfuggire alla morsa della politica statunitense. Gli Stati Uniti compirono questa mossa politico-economica con grande sorpresa di molte parti interessate alla politica dell’Asia-Pacifico, compreso lo stesso Giappone. L’amministrazione di Washington adottò queste misure economico-politiche prima del cambiamento di umore negli Stati Uniti riguardo alla guerra con il Giappone, ma ben consapevole che ciò avrebbe causato enormi danni economici e sociali al Giappone, costringendolo per questo motivo a reagire in modo adeguato.

Il Giappone avvertì molto rapidamente gli effetti di tali sanzioni americane, specialmente per quanto riguarda il divieto di importazione di petrolio. Ricordiamo che il Giappone, come oggi, non disponeva praticamente di risorse naturali, in particolare di petrolio come fonte energetica fondamentale. La revoca delle sanzioni sulle importazioni di petrolio del Giappone era quindi una questione di vita o di morte per l’economia nazionale di Tokyo. Pertanto, il Giappone doveva fare qualcosa di concreto: risolvere questo problema diplomaticamente o con la guerra. Il problema per il Giappone era che la soluzione a questa questione non era nelle mani del Giappone, ma in quelle di Washington. A quel tempo (nell’estate del 1941), il Giappone disponeva di riserve di petrolio sufficienti per due anni di funzionamento economico, comprese le condizioni di guerra. In questa situazione, il Giappone non era in grado di importare petrolio dagli Stati Uniti o da qualsiasi altro paese. In altre parole, a causa delle sanzioni americane, il Giappone era tagliato fuori dal resto del mondo per quanto riguarda l’importazione di materie prime, non solo di petrolio. A rendere il problema ancora più grave per il Giappone, l’embargo economico americano contro il Giappone era stato aderito dall’Impero britannico e dai Paesi Bassi in Indonesia. L’Indonesia, tra l’altro, era ricca di gomma, da cui venivano prodotti gli pneumatici. Tokyo si rese finalmente conto di non essere in grado di creare una frattura tra queste potenze coloniali occidentali. Il Giappone era anche consapevole di disporre di riserve energetiche per un periodo limitato e che, una volta esaurite, la sua politica coloniale in Cina, così come la vita economica del Giappone stesso, sarebbero giunte al termine. Pertanto, il Giappone doveva agire concretamente il prima possibile, e il suo nemico principale erano gli Stati Uniti, oltre alla Gran Bretagna e all’Olanda (Paesi Bassi) con le loro colonie nella regione Asia-Pacifico che controllavano la produzione e l’esportazione di energia vitale e di altre materie prime economiche. In altre parole, era chiaro a Tokyo che uno scontro militare diretto con gli Stati Uniti era inevitabile se il Giappone voleva assicurarsi la propria indipendenza economica per il futuro.

Da parte americana, Roosevelt orientò la politica statunitense nei confronti del Giappone in un’unica direzione: la guerra. Naturalmente, il presidente americano non annunciò pubblicamente la sua decisione di entrare in guerra, così l’opinione pubblica americana, sebbene turbata dall’evoluzione della situazione con il Giappone, desiderava ancora la pace e credeva che anche lo stesso Roosevelt la volesse. Da parte sua, l’amministrazione americana, al fine di evitare la guerra, esigeva dal Giappone, attraverso canali diplomatici segreti, garanzie certe che Tokyo avrebbe cambiato drasticamente la propria politica nei confronti della Cina e del Sud-Est asiatico in generale, in modo che solo le potenze occidentali fossero le potenze coloniali in questa parte del mondo. Washington, tuttavia, aveva erroneamente ritenuto che le sanzioni economiche americane contro il Giappone avrebbero portato il Giappone a entrare in guerra contro la Gran Bretagna e i Paesi Bassi, ma non contro gli Stati Uniti stessi, dato che le risorse economiche che il Giappone cercava disperatamente erano nelle mani coloniali di Londra e Amsterdam nel Sud-Est asiatico, il che era sostanzialmente corretto. Washington stava in realtà giocando sporco con i suoi alleati occidentali nella regione, cioè nella Malaya britannica e nelle Indie orientali olandesi, perché sapeva che, in caso di guerra tra il Giappone e la Gran Bretagna e i Paesi Bassi, non avrebbe potuto aiutarli a causa dell’American Neutrality Act e quindi l’America avrebbe dovuto restare in disparte mentre il Giappone invadeva le colonie britanniche e olandesi nella regione Asia-Pacifico, cosa che avvenne precisamente nel 1942.

Il Giappone propose di raggiungere un accordo definitivo con gli Stati Uniti per eliminare la necessità della guerra, cosa che l’amministrazione di Washington accettò e avviò i negoziati. Il nuovo governo giapponese, sotto la guida del generale Tojo, chiese che le truppe giapponesi rimanessero nella Cina settentrionale per almeno i successivi 25 anni. Dalle restanti parti della Cina, le truppe giapponesi si sarebbero ritirate entro due anni dalla firma dell’accordo con gli Stati Uniti. Tuttavia, gli americani ritenevano che il Giappone non volesse evacuare completamente le proprie truppe dalla Cina. Inoltre, il Giappone rifiutò di ritirarsi dal Patto Tripartito. I diplomatici giapponesi cercarono di convincere l’amministrazione statunitense che l’alleanza con Germania e Italia non impegnava il Giappone in nulla, quindi gli Stati Uniti non avevano motivo di preoccuparsi.

Gli americani, tuttavia, non accettarono la proposta giapponese, e questo atteggiamento di Washington derivava dal fatto che i servizi segreti americani avevano decifrato i codici giapponesi, cosicché Washington conosceva in anticipo l’intera corrispondenza tra l’ambasciata giapponese negli Stati Uniti e Tokyo e viceversa. Pertanto, l’amministrazione americana poteva costantemente sfidare il Giappone a entrare in guerra. Da parte americana, il presidente Roosevelt, il Segretario di Stato, il Segretario alla Guerra e il generale Marshall erano informati di questi messaggi in codice. Tutti loro, per preservare il segreto, distrussero ogni messaggio sul posto dopo averlo letto. In ogni caso, Washington chiese al Giappone un ritiro completo dalla Cina affinché questa diventasse completamente indipendente (almeno dal Giappone) e si ritirasse dal Patto Tripartito, cosa che all’epoca era sostanzialmente inaccettabile per il Giappone.

L’amministrazione statunitense valutò correttamente che, per evitare la guerra, la Gran Bretagna e i Paesi Bassi sarebbero stati coinvolti in questi negoziati cruciali con il Giappone, essendo estremamente interessati al destino dell’Estremo Oriente, ovvero delle loro colonie in quella zona. Washington tenne Londra informata, in particolare sull’andamento dei negoziati. Il primo ministro britannico Winston Churchill era personalmente contrario alla resistenza, ma aveva idee molto meno chiare sul Giappone e sull’intera situazione geopolitica in Estremo Oriente. Pertanto, fino alla fine dei negoziati, era convinto che il Giappone alla fine avrebbe ceduto. Si sbagliava, e la guerra in Estremo Oriente lo colse semplicemente di sorpresa. La Gran Bretagna, così come i Paesi Bassi, non era pronta per quella guerra, quindi il Giappone invase i loro imperi coloniali molto rapidamente dopo Pearl Harbor.

Questi negoziati con il Giappone iniziarono nel luglio 1941 e in novembre raggiunsero il loro apice e il crollo finale. Il Giappone riponeva ben poche speranze in questi negoziati e vi entrò praticamente per disperazione diplomatica, anche se le sanzioni economiche gravavano pesantemente su di esso. A prescindere dalla forte tendenza pacifista in Giappone, la politica estera giapponese all’epoca era guidata principalmente da generali e ammiragli, la maggior parte dei quali giunse alla conclusione che per il Giappone la guerra fosse l’unica politica in grado di offrire speranza per la sopravvivenza dello Stato giapponese. Questa cerchia di diplomatici giapponesi e altre figure influenti fu incoraggiata dai colloqui con la Germania di Hitler, che in quei mesi insisteva sul fatto che il Giappone dovesse attaccare le colonie britanniche in Estremo Oriente, specialmente a Singapore. Allo stesso tempo, Berlino informò Tokyo che l’operazione sarebbe stata facile da attuare, cosa che si confermò nel 1942. Germania e Giappone giunsero quindi alla conclusione che una guerra contro i colonialisti occidentali in Estremo Oriente era inevitabile e che era quindi meglio per il Giappone entrare in guerra il prima possibile.

Nel novembre 1941, l’amministrazione di Washington si rese finalmente conto che i colloqui diplomatici con il Giappone non avevano portato a nulla. Formalmente, i negoziati diplomatici con il Giappone furono interrotti a causa della crisi di governo a Tokyo, poiché il primo ministro giapponese moderato, il principe Konoye, si dimise e fu sostituito dal generale Tojo Hideki, che mostrava un aperto disprezzo per gli Stati Uniti. Il governo giapponese negoziava, ma in linea di principio aveva deciso di entrare in guerra. Tokyo era disposta a vedere cosa offrissero gli Stati Uniti per evitare la guerra. Washington era pronta alla guerra con il Giappone, ma cercava ancora formalmente di preservare la pace con le sue manovre diplomatiche. Così, alla fine di novembre del 1941, gli Stati Uniti presentarono al Giappone la loro ultima offerta di pace: la revoca dell’embargo sulle importazioni di petrolio e acciaio. In cambio, il Giappone avrebbe dovuto fornire garanzie territoriali, ma non era chiaro esattamente di che tipo. La prima proposta era quella di trattare con delicatezza il Giappone. In tal caso, sarebbe stato sufficiente il ritiro dell’esercito giapponese dall’Indocina. C’era una speranza oggettiva che una tale soluzione portasse infine al ritiro completo dell’esercito giapponese dal continente asiatico, ma questa possibilità non avrebbe dovuto essere né affrettata né direttamente imposta nei termini immediati dell’accordo.

Tuttavia, entrò in gioco la lobby cinese. Il leader delle forze nazionali cinesi, Chiang Kai-Shek, fu informato dell’offerta. Era furioso e riteneva improbabile che la Cina fosse in grado di combattere il Giappone. Inviò un telegramma a Londra e riuscì a portare dalla sua parte il primo ministro britannico Winston Churchill. Il discorso di Chiang Kai-Shek al governo britannico portò infine Londra a inasprire le condizioni imposte al Giappone, cosicché a Tokyo fu ora richiesto di evacuare non solo l’Indocina, ma anche tutti i territori che il Giappone aveva occupato in Cina. E il Giappone occupava quei territori (la Manciuria) per ragioni puramente economiche. Se il Giappone li avesse abbandonati, ciò avrebbe significato una grande sconfitta economica per il Giappone. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero revocato l’embargo sugli acquisti e le importazioni di petrolio da parte del Giappone.

Il principe giapponese Konoye, allora primo ministro del Giappone, propose al governo britannico che questi due paesi concludessero un patto politico temporaneo in base al quale il Giappone avrebbe accettato di non entrare in guerra contro gli Stati Uniti, anche a condizione che le attività americane portassero alla guerra con la Germania nell’area dell’Oceano Atlantico. Ciò avrebbe significato in particolare che il Giappone non avrebbe assunto gli obblighi sottoscritti nel Patto Tripartito del 1940 con Germania e Italia. Ricordiamo che l’essenza geopolitica di questo Patto Triplice era quella di dissuadere gli Stati Uniti dall’intervento militare nella guerra tedesca in Europa (la Germania non combatteva al di fuori dell’Europa e successivamente del Nord Africa, ovvero nelle colonie francesi e inglesi del Nord Africa) sotto la minaccia di un conflitto militare con il Giappone. Questa iniziativa diplomatica giapponese non fu accettata.

Il 1° novembre 1941, il governo giapponese decise che un accordo con gli Stati Uniti doveva essere raggiunto entro il 30 novembre. Il Giappone propose un nuovo compromesso come soluzione temporanea: il Giappone si sarebbe ritirato dalla parte meridionale dell’Indocina se la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e i Paesi Bassi (Olanda) avessero sospeso l’embargo economico. Dopo il trattato di pace con la Cina, il Giappone avrebbe ritirato le sue truppe anche dal territorio dell’Indocina settentrionale. Tuttavia, gli Stati Uniti mantennero la loro posizione secondo cui il Giappone doveva ritirare immediatamente tutte le sue truppe dalla Cina. Infine, FDR inviò una lettera all’Imperatore del Giappone nella tarda serata del 6 dicembre 1941, ma la lettera giunse all’Imperatore quando la guerra era già iniziata la mattina seguente. Tuttavia, in questa lettera, FDR non menzionò l’occupazione giapponese della Cina né la partecipazione del Giappone al Patto Tripartito.

Il 7 dicembre 1941, il Giappone inviò una nota in cui annunciava che i negoziati diplomatici erano falliti. La conseguenza di questo sviluppo diplomatico fu il bombardamento giapponese di (parte della) flotta americana del Pacifico a Pearl Harbor lo stesso giorno, o meglio il bombardamento di quella parte della flotta che gli americani avevano lasciato alle Hawaii per essere bombardata come pretesto per dichiarare guerra al Giappone. Il bombardamento fu una conseguenza, almeno dal lato giapponese, del fatto che i negoziati diplomatici erano falliti. Va notato che l’amministrazione americana era confusa riguardo al bombardamento di Pearl Harbor, ritenendo che si trattasse di un errore poiché, secondo le stime di Washington, il Giappone avrebbe dovuto bombardare la colonia britannica di Singapore e non il protettorato americano – le Hawaii (All’epoca le Hawaii non appartenevano agli Stati Uniti. Entrarono a far parte degli Stati Uniti insieme all’Alaska nel 1950). Si può supporre che i giapponesi abbiano infine deciso di bombardare la flotta statunitense del Pacifico (cioè le parti di essa rimaste a Pearl Harbor) molto probabilmente perché non erano riusciti a ottenere dagli Stati Uniti un vantaggio diplomatico a loro favore. In ogni caso, rimane l’impressione generale che gli Stati Uniti, con la loro diplomazia, abbiano fatto di tutto per provocare questo sviluppo della situazione nella regione Asia-Pacifico, non tanto a causa del Giappone, quanto principalmente perché la Germania era entrata in guerra contro gli Stati Uniti. Così, il Giappone servì all’amministrazione americana da trampolino di lancio per la guerra contro la Germania nazista antisemita, in cui l’Olocausto contro gli ebrei infuriava già, così come nei territori tedeschi occupati in Europa.

Dichiarazione personale: L’autore scrive per questa pubblicazione a titolo personale, il che non rappresenta nessuno né alcuna organizzazione, se non le sue opinioni personali. Nulla di quanto scritto dall’autore deve mai essere confuso con le opinioni editoriali o le posizioni ufficiali di qualsiasi altro organo di stampa o istituzione.

L’autore del testo non ha alcuna responsabilità morale, politica, scientifica, materiale o legale per le opinioni espresse nell’articolo.

Dr. Vladislav B. Sotirović

Ex professore universitario (Vilnius, Lituania)

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici (Belgrado, Serbia)

Ricercatore associato del Centro di ricerca sulla globalizzazione (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com

© Vladislav B. Sotirović 2026

Diplomacy and Politics Before the Japanese Attack on Pearl Harbor (December 7, 1941) or Why Japan Attacked the US Pacific Fleet in Hawaii?

In essence, and at the beginning of the crisis in the Far East, the US administration, during Japan’s intervention in China, advocated in principle for maintaining peace in the Asia-Pacific region so that Washington’s political and military attention could be focused on the situation in Europe, which at that time was a much more important geopolitical region for America than Asia. That is why the US administration limited itself to protests during the Japanese invasion of Manchuria and later the main parts of China. However, when Japan entered into an alliance with Nazi Germany and Fascist Italy on September 27, 1940, the connections between political and military events in Europe and those in the Far East in Asia suddenly became clear to Washington. Japan, now a direct German ally, with contractual obligations to Berlin and Rome and vice versa, was more harshly attacked by the administration in Washington and thus was subjected to extremely heavy economic sanctions that were actually deadly for Japan.

A year (December 1940) before the Japanese attack on Pearl Harbor (December 1941), Washington was very disturbed by the growing Japanese belligerent tone which was the product of the growing American imperialism in the Asia-Pacific area since 1898 and which Japan considered since the end of the 19th century as its imperial area in imitation of the Western great powers that had their own imperial spheres of influence and colonialism. Therefore, the American government introduced an embargo on the sale of scrap iron and war materials to Japan, although until then Washington had not set up any barriers in its trade with Japan, so that in the Sino-Japanese War that Japan started in 1937 (and lasted until 1945), China could rightly object that the military-political activities of Tokyo during the first three years of the war were economically inspired by this anti-Japanese policy of Washington, whose ultimate goal was basically to force Japan to end military activities in China. However, this specifically meant that Japan had to give up the idea of ​​creating its Asia-Pacific empire in favor of France, Great Britain, the Netherlands, and America, which at that time already had their colonies in this part of the world.

In any case, the USA applied a new way of conducting diplomacy in the case of Japan, which was the method of economic pressure in order to achieve political goals. It must be noted here that the policy of introducing economic sanctions against a country has been controversial ever since the founding of the League of Nations after the First World War. In particular, the introduction of sanctions by the “international community” against Italy in 1935 was unsuccessful and had many deliberate shortcomings, especially on the part of Great Britain, so that the so-called Abyssinian crisis (1935‒1936) did not bring any positive results. However, unlike Italy, US economic sanctions against Japan, at least in the way they were imposed against Japan, had (according to the belief in Washington) to achieve their goal.

However, the anti-Japanese economic sanctions proved to have backfired in Tokyo. On April 9, 1941, on its own initiative, Japan submitted a diplomatic proposal to Washington in order to resolve the political tensions between the two countries. Namely, Tokyo demanded that the USA help Japan get the necessary raw materials from the Dutch Indies (now Indonesia), and in that case, Japan would be ready to sign a peace treaty with China. Since this diplomatic proposal was rejected in July 1941, Japan expanded its political and military control from the north to the south of Indochina in the context of the easing of American economic sanctions. In other words, Japan’s goal was to occupy those places which, according to Japanese military experts, were of vital importance for the military operations to liberate Southeast Asia from the Western colonizers. Japan, of course, took advantage of the situation that presented itself due to the desperate position in which France found itself in Indochina after the capitulation to Germany in May 1940, because Paris could not provide any help to the local French colonial authorities anywhere in the world, including in the Asia-Pacific area. Thus, Japan occupied, or as it presented itself, liberated, French Indochina without any resistance in July 1941. It was greeted with friendliness by the local population, who believed in liberation from Western European colonial slavery.

At the time, the F. D. Roosevelt (FDR) administration asked Japan to meet five conditions in terms of easing tensions in the Far East: 1) Japan must withdraw its military troops from China and promise not to attack any other country in Asia; 2) The government in Tokyo must not interfere in the internal affairs of other countries; 3) Every country, not just Japan, could trade freely in China; 4) No country may forcefully change the status quo in the Far East; and 5) Japan must leave the Triple Pact with Germany and Italy. However, these conditions did not apply at the same time to the four Western colonial powers in the Far East: the USA, France, the Netherlands and Great Britain, but only to Japan, which, based on such demands, justifiably understood that the Western imperial powers did not allow it access to the countries of the Far East – a rich region that they appropriated exclusively for their colonial needs.

The Japanese administration, specifically the Minister of Foreign Affairs of Japan, Matsuoka, formulated a diplomatic counter-proposal after much thought. He kept quiet about Japan’s attitude towards Germany, which meant specifically that Japan had no intention of leaving the Triple Pact. He demanded that the Americans force the Chinese into Japanese peace terms. In the end, he rejected the request that Japan not touch the region of Southeast Asia that was already under the colonial rule and exploitation of the Western imperial states. Just then, Japan concluded a neutrality treaty with the USSR, so that at least Japan did not have to fear negative influences from that side. In other words, China could not expect help from Stalin. In practice, if Japanese military troops hermetically sealed the southern border for aid to China from the area of ​​British colonies, China would soon be forced to capitulate. But for that to happen, Japan first had to capture French Indochina. In this context, Washington informed Tokyo that cooperation with Japan cannot be done while Matsuoka is the Minister of Foreign Affairs, so Japan decided to replace him with a new minister, Toyoda, who, in principle, was more ready for dialogue with the USA.

However, Japan, which judged that diplomacy would not be of much use, occupied French Indochina on July 25, 1941, with the intention of completely isolating China from the rest of the world. In Japanese hands, French Indochina was an excellent geopolitical base for Japanese military operations against the Netherlands Indies, British Malaya, and British Singapore. Basically, the US wanted to prevent Japan from gaining control of Southeast Asia, which was very rich in raw materials such as oil, rubber, and tin. If Japan were to capture these areas, as it did in 1942, it would not be dependent on the US for oil. Oil was the main weapon in the hands of the USA against Japan, with which the Americans could keep Japan in submission unless Japan started a war against the USA. In addition, the USA also needed rubber from the Dutch Indies, so Washington cut off trade relations with Japan.

In such circumstances, the USA broke off trade relations with Japan, joined by the Netherlands and Great Britain. This development of events completely threatened the Japanese economy and the further functioning of the state. At that time, it was completely clear to Japan that if these three Western colonial powers did not lift the embargo on Japan, Japan would have only one option left in that case, and that was war to break through to the oil fields and other necessary raw materials (rubber) in Southeast Asia by force. This development of the situation, however, would surely cause a war with the USA.

At the time, the American press expressed unwavering wishes not to enter the war against Japan and maintain neutrality. At the time, many Americans feared that the USA could get involved in a war against Germany through a side war with Japan. In other words, many feared that the ultimate goal of the American administration of F. D. Roosevelt (FDR) was to enter the war against Germany through the war with Japan, and for the sake of saving the Jews in Europe. The logic was simple: if the US declared war on Japan, Germany would automatically declare war on the US. It was only necessary to directly provoke Japan as a direct aggressor against the USA, and the USA would indirectly find itself at war against Nazi and anti-Semitic Germany. Exactly what the administration of F. D. Roosevelt (the 32nd president of the USA from 1933 to 1945) wanted. Accordingly, an attack on the American Pacific Fleet in Hawaii was the ideal solution, i.e., the reason for Washington to enter, through the war with Japan, in fact, into the war with Nazi Germany. It should be remembered that F. D. Roosevelt (whose father was a businessman from Jewish circles) began his career when Woodrow Wilson (a Jew) appointed him as Assistant Secretary of the Navy in 1915. And at that time (1941), there was a holocaust in Europe in which Jews were being killed en masse. Americans were certainly not willing to die in Europe because of the Holocaust. That is why America had to be dragged into the war against anti-Semitic Germany in a roundabout way. That detour was called Japan, which, since 1940, had a trilateral agreement with Germany and Italy on automatic entry into war if one of these three countries was at war with another country.

The Japanese government hoped that in the case of direct talks with FDR, a mutually acceptable solution could be reached. FDR himself was in favor of organizing a bilateral conference at the highest level, but American foreign affairs advisers wanted to have evidence in advance that Japan would be willing to accept American pledges. In fact, the American administration saw in this diplomatic initiative of Japan its signs of weakness because it seemed to it that at that moment Japan was shying away from war against the USA. Washington then considered that the time was ripe for the issue of China and the problems in the Far East to be definitively regulated in America’s favor, hoping that Japan would meet all American demands due to the difficult economic situation it was in due to the economic embargo of the Western colonial powers. However, despite the dire economic situation, the Japanese military refused to withdraw from China. It turned out in the end that neither of the two sides was ready to reach an agreement in the form of a compromise – neither Japan nor the USA. As for Japan, the civil administration was ready to accept American demands, but the Japanese army uncompromisingly refused to accept them.

The US President FDR took a hard line on the emerging crisis in French Indochina and greatly intensified the economic war against Japan. In particular, he froze Japanese assets in the US and began a policy that would eventually lead to an embargo on oil and steel sales to Japan, which dealt a death blow to the Japanese economy and thus social life. This was a key point in the development of the Japan-US crisis because the US government in Washington crucially tightened its policy towards Japan so that, in the end, Japan had little choice but to get out of the grip of US policy. The US made this political-economic move to the surprise of many interested parties in the politics of Pacific Asia, including Japan itself. The Washington administration took these economic-political steps before the change of mood in the US towards the war with Japan, but knowing full well that it would cause enormous economic and social damage to Japan, so that for this reason Japan would have to react adequately.

Japan very quickly felt the results of such American sanctions, especially regarding the prohibition of oil imports. Let’s remember that Japan had, as now, almost no natural resources, especially oil as a key energy source. The lifting of sanctions on Japan’s oil imports was then a matter of life and death for Tokyo’s national economy. Therefore, Japan had to do something concrete: either solve this problem diplomatically or by war. The problem for Japan was that the solution to this issue lay not in Japan’s hands but in Washington’s hands. At that time (in the summer of 1941), Japan had oil reserves for two years of economic operation, including wartime conditions. In this situation, Japan was unable to import oil from the USA or from any other country. In other words, due to American sanctions, Japan was cut off from the rest of the world in terms of importing raw materials, not only oil. To make the problem for Japan even bigger, the American economic embargo against Japan was adhered to by the British Empire as well as the Netherlands in Indonesia. Indonesia, by the way, was rich in rubber, from which tires were produced. Tokyo finally realized that it was incapable of driving a wedge between these Western colonial powers. Japan was also aware that it had energy reserves for a limited time, and after that, its colonial policy in China, as well as economic life in Japan itself, would be over. Therefore, Japan had to do something concrete as soon as possible, and its main enemy was the USA, and additionally Great Britain and Holland (the Netherlands) with their colonies in the Asia-Pacific region that controlled the production and export of vital energy and other economic raw materials. In other words, it was clear to Tokyo that a direct military collision with the US was inevitable if Japan wanted to secure its economic independence for the future.

On the American side, FDR directed US policy towards Japan directly in only one direction – war. Of course, the American President did not publicly announce his decision to go to war, so the American public, although upset about the development of the situation with Japan, still wanted peace and believed that FDR himself wanted it too. For its part, the American administration, in order to avoid war, demanded firm guarantees from Japan through secret diplomatic channels that Tokyo would drastically change its policy towards China and Southeast Asia in general, so that only Western powers would be colonial masters in this part of the world. Washington, however, misjudged that American economic sanctions against Japan would lead to Japan’s war against Great Britain and the Netherlands, but not the USA itself, given that the economic resources that Japan desperately sought were in the colonial hands of London and Amsterdam in Southeast Asia, which was basically correct. Washington was actually playing a dirty game with its Western allies in the region, ie. in British Malaya and the Dutch East Indies because he knew that in the event of a war between Japan against Great Britain and the Netherlands, he would not be able to help them due to the American Neutrality Act and therefore America would have to stand aside while Japan overran the British and Dutch colonies in the Asia-Pacific region, which specifically happened in 1942.

Japan proposed that a final agreement be reached with the US to eliminate the need for war, which the administration in Washington accepted and entered into negotiations. The new government of Japan, under the leadership of General Tojo, demanded that Japanese troops remain in northern China for at least the next 25 years. From the remaining part of China, Japanese troops would withdraw within two years after the signing of the agreement with the US. However, the Americans estimated that Japan did not want to completely evacuate its troops from China. Also, Japan refused to withdraw from the Tripartite Pact. Japanese diplomats tried to convince the US administration that the alliance with Germany and Italy did not commit Japan to anything, so the US had no reason to worry.

The Americans, however, did not accept the Japanese proposal, and this attitude of Washington stemmed from the fact that the American intelligence service had broken the Japanese codes so that Washington knew in advance the complete correspondence between the Japanese embassy in the USA and Tokyo and vice versa. Thus, the American administration could constantly challenge Japan to go to war. On the American side, President FDR, the Secretary of State, the Secretary of War, and General Marshall were informed of these intelligence-coded messages. All of them, to preserve the secret, destroyed every message on the spot after reading it. In any case, Washington asked Japan for a complete evacuation of China so that China would become completely independent (at least from Japan) and withdraw from the Tripartite Pact, which was basically unacceptable for Japan at the time.

The US administration correctly estimated that in order to avoid war, Great Britain and the Netherlands would be included in these vital negotiations with Japan, which were extremely interested in the fate of the Far East, i.e., of their colonies in this area. Washington kept London informed, in particular about the progress of the negotiations. British PM Winston Churchill was personally against resistance, but he had much less clear ideas about Japan and the entire geopolitical situation in the Far East. Therefore, until the very end of the negotiations, he was convinced that Japan would finally give in. He was wrong, and the war in the Far East simply took him by surprise. Great Britain, as well as the Netherlands, was not ready for that war, so Japan overran their colonial empires very quickly after Pearl Harbor.

These negotiations with Japan began in July 1941, and in November, they reached their peak and final collapse. Japan placed very little hope in these negotiations and entered them practically out of diplomatic desperation, even though economic sanctions were weighing heavily on it. Regardless of the strong anti-war trend in Japan, Japanese foreign policy at that time was mainly led by generals and admirals, most of whom came to the conclusion that for Japan, war is the only policy that offers hope for the survival of the Japanese state. This circle of Japanese diplomats and other influential figures was encouraged by their talks with Hitler’s Germany, which in these months insisted that Japan must attack the British colonies in the Far East, especially in Singapore. At the same time, Berlin informed Tokyo that the operation would be easy to implement, which was confirmed in 1942. Germany and Japan together then concluded that a war against the Western colonialists in the Far East was inevitable and that it was therefore better for Japan to go to war as soon as possible.

In November 1941, the Washington administration finally realized that diplomatic talks with Japan had not brought any fruit. Formally, the diplomatic negotiations with Japan were interrupted due to the government crisis in Tokyo because the Japanese moderate Prime Minister, Prince Konoye, resigned and was replaced by General Tojo Hideki, who showed open contempt for the US. The Japanese government negotiated, but in principle decided on war. Tokyo was willing to see what the US offered to avoid war. Washington was ready for war with Japan, but he still formally tried to preserve the peace with his diplomatic maneuvers. Thus, at the end of November 1941, the USA presented its last offer for peace to Japan – the lifting of the embargo on the import of oil and steel. In return, Japan was supposed to give territorial guarantees, but it was not clear exactly what kind. The first proposal was to deal gently with Japan. In that case, the withdrawal of the Japanese army from Indochina would be sufficient. There was an objective hope that such a solution would finally lead to the complete withdrawal of the Japanese army from the Asian mainland, but this possibility should neither have been rushed nor directly insisted upon within the immediate terms of the agreement.

However, the Chinese lobby got involved. The leader of the Chinese national forces, Chiang Kai-Shek, was informed of the offer. He was furious and felt that it was unlikely that China would be able to fight Japan. He telegraphed to London and managed to win British Prime Minister Winston Churchill over to his side. Chiang Kai-Shek’s address to the British government finally caused London to tighten conditions on Japan so that Tokyo was now required to evacuate not only Indochina but also the entire territories that Japan had occupied in China. And Japan occupied those territories (Manchuria) for purely economic reasons. If Japan abandoned them, it would mean a great economic defeat for Japan. In return, the US would lift the embargo on Japan’s oil purchases and imports.

Japanese Prince Konoye, then Prime Minister of Japan, proposed to the British government that these two countries should conclude a temporary political pact based on which Japan would agree not to enter the war against the USA, even on the condition that American activities lead to war with Germany in the area of ​​the Atlantic Ocean. This would specifically mean that Japan would not assume the signed obligations from the Triple Pact of 1940 with Germany and Italy. Let’s remember that the geopolitical essence of this Triple Pact was to deter the US from military intervention in the German war in Europe (Germany did not fight outside of Europe and later North Africa, i.e., the French and English colonies in North Africa) under the threat of a military conflict with Japan. This Japanese diplomatic initiative was not accepted.

On November 1, 1941, the Japanese government decided that an agreement with the US must be reached by November 30. Japan proposed a new compromise as a temporary solution: Japan would withdraw from the southern part of Indochina if Great Britain, the United States, and the Netherlands (Holland) suspended the economic embargo. After the peace treaty with China, Japan would also withdraw its troops from the territory of northern Indochina. However, the US maintained its position that Japan immediately withdraw all its troops from China. Finally, FDR sent a letter to the Emperor of Japan late in the evening of December 6, 1941, but the letter reached the Emperor when the war had already begun the next morning. However, in this letter, FDR did not mention the Japanese occupation of China or Japan’s participation in the Triple Pact.

On December 7, 1941, Japan sent a note announcing that diplomatic negotiations had failed. The consequence of this development of diplomacy was the Japanese bombing of (part of) the American Pacific Fleet in Pearl Harbor on the same day, or rather the bombing of that part of the fleet that the Americans had left in Hawaii to be bombed as a pretext for declaring war on Japan. The bombing was a consequence, at least from the Japanese side, of the fact that diplomatic negotiations had failed. It should be noted that the American administration was confused regarding the bombing of Pearl Harbor, believing that it was a mistake because, according to Washington’s estimates, Japan should have bombed the British colony of Singapore and not the American protectorate – Hawaii (Hawaii did not belong to the USA at the time. It became part of the USA together with Alaska in 1950). It can be assumed that the Japanese finally decided to bomb the US Pacific Fleet (i.e., the parts of it left at Pearl Harbor) most likely because they failed to get a diplomatic benefit from the US for themselves. In any case, the general impression remains that the USA, with its diplomacy, did everything to bring about this development of the situation in the Asia-Pacific region, not so much because of Japan, but primarily because Germany entered the war against the USA. Thus, Japan served the American administration as a springboard for the war against the anti-Semitic Nazi Germany, in which the Holocaust against the Jews was already raging, as well as in the occupied German territories in Europe.

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Dr. Vladislav B. Sotirović

Former University Professor (Vilnius, Lithuania)

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies (Belgrade, Serbia)

Research Associate of Centre for Research on Globalization (Montreal, Canada)

sotirovic1967@gmail.com                                                                                                                                                                                                       

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