Il filosofo tedesco Georg Wilhelm Friedrich Hegel non descrive eventi isolati; individua punti di svolta in cui intere civiltà cambiano orientamento, in cui la struttura interna della vita umana assume una nuova forma. Egli colloca una di queste trasformazioni decisive nel momento in cui i popoli germanici assumono il controllo dei resti dell’Impero Romano, plasmandoli in un nuovo ordine politico e culturale, mentre in Oriente l’ascesa dell’Islam introduce una forza di straordinaria coesione ed espansione. Questa duplice emersione segna una divergenza nel corso della storia mondiale, dove due forme di civiltà si cristallizzano con energie e traiettorie distinte. Hegel vede in questo momento la riorganizzazione della geografia spirituale del mondo, dove l’Occidente inizia a coltivare profondità, differenziazione e solidità istituzionale, mentre l’Oriente si raccoglie in un’unità concentrata che si espande verso l’esterno con notevole rapidità. Questo contrasto pone le basi per secoli di interazione, conflitto e influenza reciproca, formando un modello che continua a esercitare la sua influenza nel presente.
La trasformazione dell’Occidente implica molto più del semplice controllo territoriale o della continuità amministrativa. Il mondo germanico accoglie l’eredità romana e la rielabora dall’interno, introducendo una nuova relazione tra individuo e autorità, tra convinzione interiore e struttura esteriore. Questo processo dà origine a una civiltà che pone sempre maggiore enfasi sulla vita interiore, sulla coscienza, sulla legge e sull’articolazione di istituzioni che riflettono una concezione più profonda dell’ordine. La traiettoria occidentale si configura come un percorso di stratificazione e complessità, in cui molteplici forme di vita coesistono e interagiscono, dove filosofia, teologia e organizzazione politica si sviluppano in parallelo. Hegel interpreta questo processo come una discesa nelle profondità dello spirito, un movimento verso una forma di esistenza che ricerca la chiarezza attraverso la riflessione e la struttura attraverso la differenziazione. Questo orientamento interiore genera al contempo forza e tensione, poiché la molteplicità delle forme richiede una costante mediazione e un continuo adattamento, plasmando la lunga evoluzione della civiltà europea.
Al contrario, l’emergere dell’Islam appare nella narrazione hegeliana come una forza che accumula energia attraverso la semplificazione e l’unità, creando una forma di civiltà che avanza con straordinaria coerenza. Il mondo islamico accantona le distinzioni particolari e si muove con un senso di scopo che gli consente di espandersi rapidamente in vasti territori, dalla penisola arabica al Nord Africa, al Levante e oltre. Questa espansione porta con sé una forte convinzione spirituale, che lega popolazioni diverse in uno spazio condiviso di fede e pratica. Allo stesso tempo, Hegel riconosce la vitalità intellettuale che accompagna questo movimento. Centri di sapere sorgono in città come Baghdad e Damasco, dove gli studiosi si dedicano a una vasta gamma di discipline, dalla matematica e dalla medicina alla filosofia e all’astronomia. Questa fioritura dimostra che unità e attività intellettuale possono coesistere, producendo una civiltà che combina l’espansione esteriore con la coltivazione interiore della conoscenza.
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Un meccanismo centrale in questo sviluppo risiede nella trasmissione di idee attraverso i confini culturali. La filosofia greca, che aveva raggiunto un alto livello di raffinatezza nell’antichità, non scompare con il declino delle istituzioni classiche. Al contrario, viaggia attraverso culture intermedie, in particolare le comunità di lingua siriaca del Vicino Oriente. Questi studiosi preservano, traducono e interpretano i testi greci, mantenendo una continuità di conoscenza che colma il divario tra l’antichità e il mondo medievale. Grazie al loro lavoro, le opere di Platone, Aristotele e dei commentatori successivi diventano accessibili a un nuovo pubblico. Hegel sottolinea il ruolo di questi intermediari come agenti essenziali nella circolazione dello spirito storico-mondiale, che permette alle idee di sopravvivere e adattarsi nel passaggio da una civiltà all’altra. Baghdad, in particolare, diventa un punto focale in cui questa trasmissione raggiunge una nuova fase, poiché le traduzioni in arabo portano la tradizione filosofica nel cuore del mondo islamico.
Il racconto del filosofo ebreo medievale Maimonide offre a Hegel un’illustrazione dettagliata di come le idee filosofiche entrino nel discorso religioso attraverso le pressioni del dibattito e della difesa. Le comunità religiose si confrontano con argomentazioni filosofiche che mettono in discussione le loro dottrine, spingendole a sviluppare nuovi metodi di ragionamento e di articolazione. Gli studiosi cristiani, di fronte alla necessità di difendere le proprie credenze dalla critica filosofica, costruiscono sistemi di pensiero che integrano elementi di logica e metafisica. Questi sistemi influenzano poi i pensatori islamici, che si confrontano con le stesse questioni e adottano metodi simili. Il risultato è un’arena intellettuale condivisa in cui le idee circolano, si scontrano ed evolvono. Hegel interpreta questo processo come una manifestazione del movimento dialettico della storia, in cui l’opposizione genera sviluppo e conduce a forme di comprensione più raffinate, pur approfondendo le divisioni tra le diverse tradizioni.
Il movimento di traduzione sotto i califfi abbasidi rappresenta una fase decisiva nella conservazione e nella trasformazione del sapere. Figure come Hunayn ibn Ishaq svolgono un ruolo centrale in questo processo, traducendo un vasto corpus di opere greche in arabo, spesso tramite intermediari siriaci. Queste traduzioni abbracciano una vasta gamma di argomenti, tra cui medicina, astronomia e filosofia, creando una solida base intellettuale per il mondo islamico. Le opere di Aristotele, in particolare, diventano centrali in questa tradizione, alimentando la ricerca sistematica che plasma lo sviluppo del pensiero. Hegel vede questo come l’adozione di una struttura preesistente, tuttavia la portata e l’intensità dello sforzo di traduzione trasformano il panorama culturale, consentendo al mondo islamico di diventare un importante centro di attività intellettuale e garantendo la continuità della tradizione filosofica.
All’interno di questa traiettoria più ampia, Hegel colloca la filosofia araba come continuazione degli sviluppi avviati da Platone, Aristotele e dai neoplatonici. Platone stabilisce il regno delle idee come fondamento della realtà intellettuale, Aristotele elabora questo regno in un sistema strutturato di concetti e il neoplatonismo integra questi elementi in una visione complessiva dello spirito. La filosofia araba opera all’interno di questo quadro, elaborando e trasmettendo i concetti che eredita, adattandoli al contempo a nuovi contesti. La filosofia scolastica nell’Europa medievale attinge alle stesse fonti, creando una continuità che collega le tradizioni intellettuali islamiche e cristiane. Hegel sottolinea l’unità di fondo di questo processo, in cui diverse civiltà partecipano a un movimento di pensiero condiviso, pur esprimendolo in modi distinti, plasmati dalle proprie condizioni storiche.
La valutazione hegeliana della filosofia araba riflette i suoi criteri più ampi per lo sviluppo filosofico. Egli la caratterizza come priva dell’originalità necessaria per un sistema pienamente indipendente, descrivendola come una modalità o un modo piuttosto che una nuova creazione. Questo giudizio scaturisce dalla sua convinzione che il vero progresso filosofico implichi l’emergere di nuovi concetti che trasformino la struttura stessa del pensiero. Tuttavia, anche all’interno di questo commento critico, egli riconosce il ruolo indispensabile svolto dai pensatori arabi nella conservazione e nella trasmissione del sapere. I loro sforzi assicurano che la tradizione filosofica rimanga viva durante i periodi di transizione, permettendone l’adozione e l’ulteriore sviluppo in altri contesti. La continuità del pensiero dipende da tali processi, in cui la conservazione e l’adattamento fungono da fondamento per l’innovazione futura.
Quando queste idee vengono riproposte nel presente, la loro rilevanza diventa sorprendente se focalizzata sull’Iran, espressione concentrata delle tensioni storiche e filosofiche descritte da Hegel. L’Iran occupa una posizione unica in cui l’antica memoria imperiale, l’identità rivoluzionaria islamica e la moderna arte di governo convergono in un’unica forma politica. L’eredità della Persia, la rottura del 1979 e decenni di scontri con potenze esterne hanno prodotto una coscienza etnocivilizzazionale stratificata che influenza le sue azioni odierne. Autorità religiosa, sovranità politica e intervento straniero si intersecano in Iran in modi che rivelano la persistenza di profonde tensioni strutturali. Lo Stato incarna sia la continuità che la rottura, attingendo a una lunga tradizione storica e al contempo affermando un progetto ideologico distinto che sfida l’influenza esterna. Ciò crea una condizione in cui visioni contrastanti dell’ordine lottano per il predominio all’interno e intorno all’Iran, e in cui la memoria storica plasma attivamente le decisioni strategiche, producendo una continua interazione tra formazioni passate e conflitti presenti.
Il momento attuale mostra anche un più ampio cambiamento di civiltà, che si manifesta attraverso la posizione dell’Iran nel sistema mondiale. L’erosione di un unico centro globale dominante ha aperto spazi per le potenze regionali, consentendo loro di affermare la propria autonomia, e l’Iran si è mosso con decisione per definire il proprio ruolo all’interno di questa emergente struttura multipolare. La sua politica estera, le sue alleanze e la sua postura strategica riflettono lo sforzo di articolare una forma di sovranità di civiltà fondata sul proprio fondamento storico e ideologico. Questo movimento si allinea strettamente con la concezione hegeliana della storia come processo in cui diverse forme di spirito di civiltà emergono e si contendono il riconoscimento sulla scena globale. L’affermazione dell’indipendenza dell’Iran, sia politicamente che culturalmente, segnala un riequilibrio di potere che si estende oltre la regione, contribuendo a una più ampia trasformazione delle relazioni globali, dove molteplici centri di autorità e di significato coesistono e competono.
Al contempo, in Iran si manifesta in modo particolarmente evidente un ritorno alla tradizione, che plasma sia il suo sviluppo interno sia la sua proiezione di potere all’esterno. La Repubblica Islamica attinge ampiamente al simbolismo religioso, alle narrazioni storiche e alla memoria culturale per sostenere la propria legittimità e mobilitare la popolazione. Questo ritorno non implica una semplice restaurazione del passato; piuttosto, comporta una reinterpretazione della tradizione nel contesto della modernità. Il concetto di archeofuturismo trova qui una chiara espressione, poiché l’Iran integra tecnologie avanzate – dai sistemi missilistici alle capacità informatiche – in una società definita da un’identità religiosa e storica. Questa sintesi crea una modalità d’azione peculiare, in cui antiche forme di significato coesistono con strumenti di potere contemporanei, consentendo all’Iran di muoversi in un contesto geopolitico complesso e in rapida evoluzione, mantenendo al contempo un forte senso di continuità con il proprio passato.
L’interazione tra tradizione e modernità in Iran genera una forma di conflitto che opera simultaneamente su più livelli. Gli scontri militari coinvolgono tecnologie sofisticate, tra cui droni e sistemi di guida di precisione, mentre le lotte ideologiche attingono a profonde radici religiose ed esperienze storiche. Le potenze esterne interagiscono con l’Iran in modi che riflettono sia calcoli strategici sia più ampi allineamenti di civiltà, intensificando la complessità della situazione. Questa convergenza di capacità tecnologiche e profondità ideologica produce una dinamica che si allinea alla concezione hegeliana della storia come processo evolutivo, in cui diversi elementi interagiscono, si scontrano e si trasformano reciprocamente. L’Iran diventa un luogo in cui queste interazioni raggiungono un’intensità maggiore, rivelando le forze sottostanti che plasmano il più ampio corso della storia mondiale.
In questo contesto, l’Iran rappresenta un’arena centrale nella riconfigurazione dell’ordine globale, dove le forze della multipolarità, dell’identità di civiltà e del cambiamento tecnologico si intersecano in modo particolarmente concentrato. I conflitti che circondano l’Iran fungono da indicatori di profondi cambiamenti strutturali, evidenziando le tensioni intrinseche a un mondo che si muove verso una distribuzione del potere più plurale. Le azioni e le reazioni dell’Iran riflettono una più ampia lotta per il riconoscimento e l’autodefinizione, nel tentativo di affermare il proprio ruolo all’interno di un sistema internazionale in continua evoluzione. Attraverso questa prospettiva, le idee di Hegel offrono una chiave di lettura per interpretare il momento presente come parte di un lungo movimento storico, in cui le civiltà attingono alle proprie tradizioni adattandosi al contempo a nuove condizioni, e in cui l’esito di queste lotte contribuisce alla continua trasformazione dell’ordine globale.
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L’Europa reagisce. L’Europa reagisce sempre. Percepisce la direzione prima ancora di definirla. Il movimento attuale si sta orientando verso sinistra, e la causa è sotto gli occhi di tutti: il comportamento di Donald Trump nell’escalation del conflitto con l’Iran. Quella che un tempo sembrava una rivolta globale antiglobalista contro la tirannia liberale ora sembra piuttosto la sua continuazione più aggressiva. La maschera è cambiata. Il mostro rimane ed è più audace che mai.
La guerra in Iran segna una svolta decisiva. Gli attacchi sferrati alla fine di febbraio con la scusa di un cambio di regime hanno aperto una nuova fase di scontro diretto. Sono state prese di mira infrastrutture e civili, sono stati assassinati leader e le loro famiglie, e gruppi dissidenti/terroristici sono stati armati in anticipo. Si tratta di un copione familiare, scritto molto prima che Trump entrasse in politica. Il linguaggio è cambiato. La struttura è rimasta. L’istinto unipolare si afferma attraverso la forza, la pressione e il presupposto che un unico centro debba plasmare il mondo a propria immagine.
Questo è il momento in cui la destra occidentale sta perdendo il proprio orientamento. La promessa un tempo portata avanti da Trump si basava su una rottura con la logica neoconservatrice. Egli parlava di porre fine alle guerre infinite, di ripristinare la sovranità nazionale e di respingere l’impulso missionario degli interventi liberali. Quella promessa ha dato slancio alla destra nell’Europa occidentale. Ha permesso a figure come Viktor Orbán di mantenere una posizione ferma, di opporsi a Bruxelles e di costruire un modello alternativo di governance radicato nell’identità e nel potere statale.
Ora la situazione si sta ribaltando. L’attacco immotivato contro l’Iran per conto di Israele trasmette un messaggio diverso: gli Stati Uniti stanno tornando alla coercizione e ai tentativi di dominio strategico. La destra sta così perdendo la pretesa di rappresentare una nuova via. Sta diventando indistinguibile dal sistema suprematista che un tempo combatteva. L’Europa occidentale lo sta interpretando chiaramente. La reazione non si fa attendere.
L’Ungheria è stata la prima grande vittima. Il Fidesz, da tempo radicato nei principi di sovranità e resistenza alla sottomissione, è crollato sotto pressione. Il Partito Tisza, approvato dall’UE e guidato da Péter Magyar, è emerso con una schiacciante maggioranza parlamentare. La modifica costituzionale è ora a portata di mano. Il sistema Orbán, costruito nel corso di quattordici anni, sta entrando in una fase di rapido smantellamento.
Questo risultato riflette anche fattori interni. Ogni cambiamento elettorale ha cause interne. Tuttavia, il segnale esterno ha un peso maggiore. Gli elettori europei vedono un mondo in subbuglio, plasmato dall’escalation americana. Reagiscono cercando rifugio all’interno di strutture familiari. La sinistra si presenta ora come un punto di riferimento e una protezione contro il caos scatenato dall’impero americano. La destra, legata all’immagine di Trump, appare instabile, imprevedibile e invischiata in ostilità e violenze inutili.
I beneficiari si stanno schierando secondo schemi prevedibili. Bruxelles sta riprendendo il controllo su uno Stato membro ribelle. Kiev si sta avvicinando alla garanzia di ingenti flussi finanziari in grado di sostenere la sua posizione bellicosa nei confronti della Russia. L’orizzonte si restringe, l’aria si fa densa, linee di forza scivolano sulla mappa come lame sfoderate al rallentatore. I segnali si incrociano, i comandi rispondono ai comandi, i circuiti ronzano di un calore crescente che cerca sfogo. Una terza guerra mondiale si sta preparando nella corrente sotterranea, un ritmo crescente sotto ogni decisione, una convergenza che preme dall’interno da tutte le parti, sempre più vicina, più stretta, inevitabile nel suo avvicinarsi. La rete legata a George Soros sta rientrando nel campo ungherese con rinnovata forza. La circolazione riprende, una diatesi latente si agita nel corpo politico, i vasi si riaprono, i canali capillari ammettono un’infiltrazione più sottile. Si accumula una lenta congestione, una saturazione invisibile dei tessuti, un effluvio pervasivo che si insinua in ogni organo, finché l’intero sistema cede alla sua pressione sottile e cumulativa. Ogni attore avanza sotto la stessa bandiera: il ripristino di un ordine gestito, centralizzato, egemonico.
Da una prospettiva multipolare, l’ironia appare evidente. Trump, una figura che un tempo parlava di smantellare la morsa liberale sull’Occidente, ne sta ora accelerando il ritorno. La guerra in Iran non gode del sostegno popolare nell’Europa occidentale. La maggior parte degli europei la guarda con sospetto, paura e stanchezza. Eppure il conflitto sta ancora rafforzando il coordinamento atlantista a livello delle élite. Giustifica l’intervento, fa rivivere il linguaggio della «sicurezza» e della «responsabilità» e rafforza l’allineamento istituzionale. Allo stesso tempo, l’ansia dell’opinione pubblica per l’escalation spinge gli elettori verso la sinistra, che si presenta come la forza della moderazione. Il sistema riacquista coerenza dall’alto, anche se la sfiducia cresce dal basso.
Le conseguenze vanno oltre i confini dell’Ungheria. In tutta l’Europa occidentale, la precedente ondata di svolta a destra sta rallentando e invertendo la rotta. I movimenti che traevano forza dall’opposizione al globalismo faticano ora a definire la propria identità. Se Washington e lo stesso movimento MAGA abbracciano l’interventismo, cosa resta della destra anti-interventista? Cosa distingue il nuovo dal vecchio?
In Gran Bretagna, Nigel Farage si trova ad affrontare questo panorama in evoluzione. La sua ascesa si è basata sulla chiarezza: la sovranità contro la burocrazia e la nazione contro un sistema truccato a danno del popolo. Ora il panorama sta crollando. Le forze di sinistra, spesso al di fuori dell’establishment tradizionale, stanno guadagnando terreno canalizzando l’ansia dell’opinione pubblica riguardo alla guerra e all’instabilità. I sondaggi si restringono. Le elezioni comunali si avvicinano come primo banco di prova. L’esito rimane incerto, ma la direzione appare chiara: la frammentazione favorisce chi promette contenimento.
All’interno degli Stati Uniti si sta manifestando la stessa contraddizione. La guerra sta accentuando le divisioni. Alcune fazioni invocano un’escalation, altre mettono in guardia dai costi e dal rischio di andare oltre i limiti. La linea strategica manca di coerenza. I programmi economici sono in stallo sotto il peso del conflitto, con conseguenti ritardi in settori chiave come quello delle esportazioni tecnologiche. La guerra assorbe attenzione, risorse e legittimità.
La storia procede per cicli. La fase attuale favorisce il consolidamento dell’ordine liberale in Europa. Sotto la superficie, correnti più profonde continuano a scorrere. Le civiltà si allontanano le une dalle altre. Il potere si diffonde. Sorgano nuovi poli. Il lungo arco si inclina verso la pluralità.
Eppure, il tempismo conta. La strategia conta. L’allineamento tra parole e fatti determina se un movimento si espande o crolla. In questo momento, la destra occidentale sta subendo una contrazione. Segue un leader che ha perso la rotta e, così facendo, accelera l’avanzata dei propri nemici.
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La guerra in Iran segna il punto di svolta. Gli attacchi lanciati a fine febbraio sotto la bandiera del cambio di regime hanno aperto una nuova fase di confronto diretto. Infrastrutture e civili sono stati presi di mira, leader e le loro famiglie sono stati assassinati e gruppi dissidenti/terroristi sono stati armati in anticipo. Si tratta di uno schema già visto, scritto molto prima che Trump entrasse in politica. Il linguaggio è cambiato. La struttura è rimasta invariata. L’istinto unipolare si afferma attraverso la forza, la pressione e la convinzione che un unico centro debba plasmare il mondo a propria immagine.
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Questo è il momento in cui la Destra in Occidente sta perdendo il suo orientamento. La promessa che Trump portava avanti si fondava su una rottura con la logica neoconservatrice. Parlava di porre fine alle guerre infinite, di ripristinare la sovranità nazionale e di respingere l’impulso missionario degli interventi liberali. Quella promessa ha dato slancio alla Destra in Europa occidentale. Ha permesso a figure come Viktor Orbán di rimanere salde, di resistere a Bruxelles e di costruire un modello di governo alternativo, radicato nell’identità e nel potere statale.
Ora la situazione si sta capovolgendo. L’attacco non provocato contro l’Iran per conto di Israele invia un messaggio diverso: gli Stati Uniti stanno tornando alla coercizione e ai tentativi di dominio strategico. La destra sta quindi perdendo la sua pretesa di rappresentare una nuova via. Sta diventando indistinguibile dal sistema suprematista a cui un tempo si opponeva. L’Europa occidentale lo sta leggendo chiaramente. La reazione non si fa attendere.
L’Ungheria è diventata la prima vittima illustre. Fidesz, a lungo ancorato ai principi di sovranità e resistenza alla sottomissione, è crollato sotto pressione. Il partito Tisza, approvato dall’UE e guidato da Péter Magyar, è emerso con una schiacciante forza parlamentare. La riforma costituzionale è ora a portata di mano. Il sistema Orbán, costruito in quattordici anni, sta entrando in una fase di rapido smantellamento.
Questo risultato riflette anche fattori interni. Ogni cambiamento elettorale ha cause interne. Tuttavia, il segnale esterno è più importante. Gli elettori europei vedono un mondo in subbuglio, plasmato dall’escalation americana. Reagiscono cercando rifugio in strutture familiari. La sinistra si presenta ora come elemento di coordinamento e protezione contro il caos scatenato dall’impero americano. La destra, legata all’immagine di Trump, appare instabile, imprevedibile e invischiata in inutili ostilità e violenze.
I beneficiari si stanno allineando lungo linee prevedibili. Bruxelles sta riprendendo il controllo su uno stato membro ribelle. Kiev si sta avvicinando ad assicurarsi ingenti flussi finanziari in grado di sostenere la sua posizione bellicosa nei confronti della Russia. L’orizzonte si restringe, l’aria si fa densa, le linee di forza scorrono sulla mappa come lame estratte al rallentatore. Segnali incrociano segnali, comandi rispondono a comandi, circuiti ronzano con un calore crescente che cerca di sfogarsi. Una terza guerra mondiale si addensa nella corrente sotterranea, un ritmo crescente sotto ogni decisione, una convergenza che preme verso l’interno da ogni lato, più vicina, più stretta, inevitabile nel suo avvicinamento. La rete legata a George Soros sta rientrando nel campo ungherese con rinnovata forza. La circolazione riprende, una diatesi latente si agita nel corpo politico, i vasi si riaprono, i canali capillari ammettono un’infiltrazione più sottile. Si accumula una lenta congestione, una saturazione invisibile dei tessuti, un effluvio pervasivo che si insinua in ogni organo, finché l’intero sistema non cede alla sua pressione sottile e cumulativa. Ciascun attore avanza sotto la stessa bandiera: il ripristino di un ordine gestito, centralizzato ed egemonico.
Da una prospettiva multipolare, l’ironia appare lampante. Trump, una figura che un tempo parlava di smantellare la morsa liberale sull’Occidente, ne sta ora accelerando il ritorno. La guerra in Iran non gode di ampio consenso popolare in Europa occidentale. La maggior parte degli europei la guarda con sospetto, timore e stanchezza. Eppure il conflitto continua a rafforzare il coordinamento atlantista a livello delle élite. Giustifica l’intervento, riaccende il linguaggio della “sicurezza” e della “responsabilità” e consolida l’allineamento istituzionale. Allo stesso tempo, l’ansia dell’opinione pubblica per un’escalation spinge gli elettori verso la sinistra, che si presenta come la forza moderatrice. Il sistema riacquista coerenza dall’alto, mentre la sfiducia cresce dal basso.
Le conseguenze si estendono ben oltre l’Ungheria. In tutta l’Europa occidentale, l’ondata di destra che aveva caratterizzato la prima fase sta rallentando e invertendosi. I movimenti che traevano forza dall’opposizione al globalismo faticano ora a definirsi. Se Washington e il movimento MAGA abbracciano l’interventismo, cosa resta della destra anti-interventista? Cosa distingue il nuovo dal vecchio?
In Gran Bretagna, Nigel Farage si trova ad affrontare questo scenario in continua evoluzione. La sua ascesa si è basata sulla chiarezza: sovranità contro burocrazia e nazione contro un sistema truccato contro il popolo. Ora il campo si sta sgretolando. Le forze di sinistra, spesso esterne all’establishment tradizionale, stanno guadagnando terreno incanalando l’ansia pubblica per la guerra e l’instabilità. I sondaggi si fanno più serrati. Le elezioni amministrative si avvicinano e rappresentano un primo banco di prova. L’esito rimane incerto, eppure la direzione sembra chiara: la frammentazione favorisce chi promette il contenimento.
Negli Stati Uniti si sta manifestando la stessa contraddizione. La guerra sta acuendo le divisioni. Alcune fazioni invocano un’escalation, altre mettono in guardia contro i costi e gli eccessi. La linea strategica manca di coerenza. I programmi economici si bloccano sotto il peso del conflitto, con ritardi in settori chiave come le esportazioni di tecnologia. La guerra assorbe attenzione, risorse e legittimità.
La storia si muove a cicli. La fase attuale favorisce il consolidamento dell’ordine liberale in Europa. Sotto la superficie, continuano a scorrere correnti più profonde. Le civiltà divergono. Il potere si diffonde. Emergono nuovi poli. Il lungo arco si piega verso la pluralità.
Eppure, il tempismo è fondamentale. La strategia è fondamentale. La coerenza tra parole e azioni determina se un movimento si espande o collassa. In questo momento, la destra occidentale si trova ad affrontare una contrazione. Segue un leader che ha smarrito la rotta e, così facendo, accelera l’avanzata dei suoi nemici.
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Le elezioni ungheresi sono state teatro di una aperta lotta di potere tra l’UE e gli Stati Uniti. Entrambe le parti sono intervenute in modo massiccio nella campagna elettorale, con interessi contrastanti.
14
aprile
2026
BRUXELLES/WASHINGTON/BUDAPEST (Notizia propria) – La Germania e l’UE hanno avuto la meglio sull’amministrazione Trump nella lotta di potere per l’Ungheria. Dopo anni di aspri conflitti politici con Berlino e Bruxelles sotto il governo di Viktor Orbán, che ha collaborato strettamente con l’amministrazione Trump, con la vittoria elettorale di Péter Magyar Budapest si rivolge ora in modo dimostrativo nuovamente all’Unione Europea – un successo strategico per quest’ultima, ma al contempo una dura sconfitta per gli Stati Uniti. La vittoria elettorale di Magyar segna quindi non solo una svolta nella politica interna, ma è anche espressione di un aperto scontro geopolitico. Di conseguenza, sia l’UE che gli Stati Uniti avevano cercato in modo massiccio di influenzare l’esito delle elezioni nella fase precedente. Mentre Bruxelles ha attirato con la concessione di miliardi di euro di finanziamenti, il governo statunitense ha apertamente sostenuto Orbán e il suo entourage – arrivando persino a partecipare alla campagna elettorale e a fare promesse economiche. L’Ungheria è così diventata teatro di una lotta transatlantica in cui la posta in gioco va ben oltre un semplice cambio di governo: si tratta di influenza, dell’orientamento e del ruolo futuro di uno Stato chiave nell’Europa orientale.
Riforme contro la sovranità
Nella tarda serata di domenica, l’ex leader dell’opposizione Péter Magyar, del partito Tisza (Tisztelet és Szabadság Párt, Partito del Rispetto e della Libertà), ha dichiarato in merito alla sua vittoria elettorale: «Insieme abbiamo bocciato il sistema Orbán, insieme abbiamo liberato l’Ungheria».[1] Uno dei pilastri centrali della campagna elettorale di Magyar era l’obiettivo di ottenere lo sblocco di 17 miliardi di euro di fondi UE congelati – circa il dieci per cento del prodotto interno lordo (PIL) ungherese. L’UE li aveva messi in stand-by nelle sue aspre lotte di potere con il primo ministro uscente Viktor Orbán, per aumentare la pressione su Orbán e indebolire il suo governo. Il prezzo che Magyar deve pagare è alto. Per ottenere i fondi, Budapest deve soddisfare 27 condizioni imposte da Bruxelles, tra cui riforme delle procedure di appalto pubblico, il rafforzamento dell’indipendenza giudiziaria e l’ampliamento delle libertà accademiche. [2] La Tisza ha raggiunto la maggioranza dei due terzi necessaria a tal fine. Il percorso di riforme annunciato porta quindi a una maggiore integrazione nelle strutture dell’UE – e alla conseguente ulteriore limitazione della sovranità nazionale.
Esultanza a Bruxelles
Le reazioni da Bruxelles non si sono fatte attendere. Già pochi minuti dopo la sconfitta del primo ministro ungherese Orbán, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen si è congratulata tramite X: «L’Ungheria ha scelto l’Europa. L’Europa ha sempre scelto l’Ungheria. Un Paese torna sul suo percorso europeo. L’Unione ne esce rafforzata». Anche Manfred Weber, presidente del Partito Popolare Europeo (PPE), di cui fa parte il partito Tisza, ha parlato su X di una «vittoria» del popolo ungherese. La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha dichiarato che il posto dell’Ungheria è «nel cuore dell’Europa». La reazione rapida e unanime dei vertici dell’UE sottolinea l’importanza politica dell’esito elettorale.
«Trump vuole Trump»
Le elezioni in Ungheria si sono rivelate anche un banco di prova fondamentale per l’amministrazione Trump e la sua cerchia politica. «Noi eravamo Trump prima di Trump», si legge sul sito web della filiale ungherese della Conservative Political Action Conference (CPAC), vicina a Trump, che da anni sostiene la linea di Orbán.[3] Lo stesso Trump, in un discorso video, ha definito il primo ministro ungherese «una forte figura di leadership» e ha elogiato la sua politica migratoria. Allo stesso tempo, ha sottolineato la vicinanza strategica dei due paesi nel «rinascimento dell’Occidente». Il segretario di Stato americano Marco Rubio, durante una visita a Budapest lo scorso febbraio, ha parlato di un’«era d’oro» delle relazioni bilaterali e ha prospettato – in un’aperta ingerenza nella campagna elettorale – un sostegno finanziario qualora Orbán fosse rimasto in carica. Osservatori come Timothy Garton Ash del think tank londinese Chatham House hanno valutato l’elezione come una delle «più importanti in assoluto per il MAGA». Di conseguenza, un’eventuale perdita di potere da parte di Orbán andrebbe considerata grave, ha giudicato Ash in anticipo – anche come battuta d’arresto ideologica per i suoi sostenitori internazionali.[4]
Vance come volontario nella campagna elettorale
Visto il calo di consensi di Orbán nei sondaggi, Washington ha intensificato ulteriormente il proprio sostegno nei suoi confronti poco prima delle elezioni. Il vicepresidente JD Vance si è recato a Budapest per apparire insieme al primo ministro davanti a migliaia di sostenitori. L’evento aveva un chiaro carattere elettorale. Péter Magyar ha quindi accusato gli Stati Uniti di interferire apertamente nelle elezioni ungheresi. Orbán, dal canto suo, ha elogiato Vance per le sue critiche all’UE, che il vicepresidente statunitense aveva accusato – a ragione – di influenzare a sua volta le elezioni quando necessario. [5] In modo simbolico, durante la sua apparizione Vance ha telefonato a Donald Trump, che si è definito un «grande fan di Viktor». La scena evidenzia il tentativo di Washington di influenzare direttamente l’esito delle elezioni – con parallelismi rispetto a precedenti interventi, come ad esempio nelle elezioni di medio termine in Argentina, in cui rappresentanti del governo statunitense sono intervenuti apertamente a favore del presidente Javier Milei.[6]
L’ultimo tentativo di Trump
A soli due giorni dal voto, Trump ha alzato nuovamente la posta in gioco, utilizzando la promessa di cooperazione economica come leva politica: sulla sua piattaforma Truth Social ha annunciato di essere pronto a «impiegare tutto il potere economico degli Stati Uniti» per sostenere l’Ungheria, a condizione che Orbán rimanesse in carica. Orbán ha ringraziato immediatamente e ha messo in scena il sostegno in modo da ottenere grande risonanza mediatica – compreso un video accompagnato dalla canzone «Y.M.C.A.», un elemento fisso delle apparizioni elettorali di Trump.
Accuse contro il governo di Orbán
Parallelamente, però, il governo di Orbán è finito sotto pressione da parte dell’UE a causa di gravi accuse. Il Washington Post ha citato un funzionario europeo secondo cui il ministro degli Esteri Péter Szijjártó avrebbe mantenuto contatti regolari con il suo omologo russo Sergej Lavrov durante i vertici UE, divulgando informazioni riservate. Secondo quanto riportato, Mosca avrebbe di fatto «seduto al tavolo» a Bruxelles. [7] Il primo ministro polacco Donald Tusk, orientato verso l’UE, ha immediatamente fatto proprie le accuse, così come il ministro degli Esteri Radosław Sikorski. Budapest ha respinto le accuse, parlando di attacchi motivati politicamente. [8] Szijjártó ha confermato i colloqui con i rappresentanti della Russia, ma ha spiegato che si trattava di una prassi di routine nell’ambito delle consultazioni internazionali. Indipendentemente dal loro fondamento, le accuse lanciate in modo mirato dagli ambienti dell’UE prima delle elezioni hanno avuto un notevole impatto sulla campagna elettorale.[9]
Le dinamiche della politica interna
Allo stesso tempo, però, anche le dinamiche della politica interna hanno subito un cambiamento. Secondo i sondaggi, in Ungheria fino a due terzi dei giovani sotto i 30 anni chiedevano le dimissioni di Orbán. Grandi manifestazioni e concerti di protesta hanno mobilitato centinaia di migliaia di persone, soprattutto a Budapest. Magyar ha colto questo clima e ha ringraziato i suoi sostenitori più giovani per la «speranza di cambiamento». [10] Resta da vedere se e, in caso affermativo, in che modo il passaggio da Orbán a Magyar – un ex politico del partito di Orbán, Fidesz – porterà effettivamente a cambiamenti sociali o economici fondamentali.
[1] Magyar vince nettamente – Orban ammette la sconfitta. tagesschau.de 13/04/2026.
[2] Gregorio Sorgi, Max Griera: Il rivale di Orbán deve affrontare una dura battaglia per sbloccare 17 miliardi di euro di fondi UE. politico.eu 09.04.2026.
[4] Jamie Dettmer: Donald Trump può salvare Viktor Orbán? politico.eu 6 marzo 2026.
[5] Jamie Dettmer, Max Griera: JD Vance critica i «burocrati» di Bruxelles per aver interferito in Ungheria prima delle elezioni. politico.eu, 7 aprile 2026.
[6] Milena Wälter: Operazione «Salvate Orbán»: Trump invia Vance in Ungheria. politico.eu, 3 settembre 2026.
[7] Catherine Belton: Per influenzare le elezioni ungheresi, i russi avrebbero proposto di inscenare un tentativo di omicidio. washingtonpost.com, 21 marzo 2026.
[8] Leonie Cater: Tusk afferma che non ci sono «sorprese» riguardo alle fughe di notizie dall’Ungheria a Mosca dai vertici dell’UE. politico.eu, 22 marzo 2026.
[9] Max Griera: Il ministro ungherese Szijjártó ammette di aver mantenuto contatti con Mosca mentre l’UE discuteva delle sanzioni contro la Russia. politico.eu, 31 marzo 2026.
L’opposizione georgiana festeggia i risultati delle elezioni parlamentari in Ungheria, sperando che il cambio di regime contribuisca a imporre ulteriori sanzioni da parte dell’UE, a tutto vantaggio anche loro.
Il primo ministro georgiano Irakli Kobakhidze e il primo ministro ungherese Viktor Orban.
Ieri, l’opposizione ungherese, rappresentata da Péter Magyar e dal partito Tisza, ha ottenuto la maggioranza dei voti alle elezioni parlamentari ungheresi. I politici georgiani del partito di governo Sogno Georgiano, presenti alle elezioni sia come osservatori dell’OSCE sia su invito personale del partito Fidesz di Viktor Orbán, hanno dichiarato che le elezioni si sono svolte pacificamente e che, nel complesso, l’intero processo è stato democratico e competitivo.
Tuttavia, in realtà, mentre la Georgia celebrava la Pasqua e si trovava ancora nel pieno delle festività, l’Unione Europea, in sostanza, stava giocando la stessa carta che aveva usato nel 2024 durante le elezioni parlamentari in Georgia.
In particolare, su tutti i principali canali televisivi europei, le elezioni parlamentari ungheresi sono state presentate come un momento storico: il culmine di una lotta tra il leader autoritario filo-russo Viktor Orbán e le forze filo-europee rappresentate dal partito Tisza e dal suo leader.
Molti in Europa speravano che i 16 anni di governo di Orbán giungessero al termine, che un nuovo governo ristabilisse un rapporto più solido con l’Unione Europea e che, come nel caso della Georgia nel 2024, i nuovi leader ungheresi si mostrassero più accomodanti e reattivi, soprattutto in questioni riguardanti la Federazione Russa e, senza dubbio, il conflitto in Ucraina.
Non è un segreto che la principale divisione tra la burocrazia europea centrale e alcuni dei suoi membri – tra cui Ungheria e Slovacchia, nonché paesi che aspirano all’integrazione nell’Unione, come Moldavia, Ucraina, Georgia e ora Armenia – sia emersa lungo linee geopolitiche.
La Georgia e la sua élite politica, rappresentata da Sogno Georgiano, si sono dimostrate meno accondiscendenti e restie a impegnarsi in sforzi volti a infliggere una sconfitta strategica alla Russia per conto dell’Europa. Di conseguenza, sono state percepite come “traditrici” geopolitiche a Bruxelles e dichiarate persona non grata. I tentativi di influenzare la Georgia attraverso interventi finanziari e politici esterni a favore delle proteste e delle forze filoeuropee non hanno permesso all’opposizione locale di vincere le elezioni parlamentari del 2024.
Di fatto, Viktor Orbán è diventato il primo e unico leader europeo non solo a sostenere Sogno Georgiano – dichiarando esplicitamente che l’Unione Europea aveva tentato di cambiare il regime in Georgia – ma anche a recarsi a Tbilisi il giorno successivo, visitare la capitale e appoggiare apertamente il partito al governo.
Questo non è stato perdonato, poiché la burocrazia europea sta di fatto conducendo una “guerra fredda” attiva contro il partito al governo in Georgia. Di conseguenza, queste elezioni hanno rivestito anche una significativa importanza geopolitica per Sogno Georgiano.
In Georgia, molti, non solo all’interno del governo ma anche nell’opposizione, avevano previsto tutto ciò. In particolare, l’opposizione georgiana cerca di inquadrare la situazione globale come una lotta tra regimi filorussi e forze democratiche europee civilizzate. In questa narrazione, tra i “nemici della civiltà” figuravano Nicolás Maduro in Venezuela, l’Ayatollah in Iran, la Russia, la Corea del Nord e Viktor Orbán; meno frequentemente viene citato Fico in Slovacchia, ma vengono inclusi anche Sogno Georgiano e Bidzina Ivanishvili.
Pertanto, la rimozione di Nicolás Maduro è stata interpretata come il primo segnale del crollo di questo “asse”. Anche la morte dell’Ayatollah è stata percepita in questo contesto, sebbene l’Iran non abbia subito una sconfitta e non si sia verificato alcun cambio di regime. La sconfitta di Orbán alle elezioni è vista allo stesso modo come parte di una reazione a catena che potrebbe in ultima analisi portare alla caduta di Sogno Georgiano.
Tra le prime a rispondere c’è stata Salome Zurabishvili. La quinta presidente della Georgia, strenua oppositrice del partito al governo e sostenitrice di posizioni fortemente europeiste, si è rivolta ai suoi concittadini:
“Congratulazioni da tutti i georgiani che hanno pregato per la vittoria della democrazia in Ungheria! Crediamo in un’Europa più forte che non si pieghi all’aggressione, né ibrida né diretta, della Russia!”
A sua volta, l’ex primo ministro Giorgi Gakharia, precedentemente membro di Sogno Georgiano e attualmente residente in Germania, ha articolato le aspettative e gli obiettivi della cosiddetta opposizione georgiana filo-europea ancor prima dell’annuncio ufficiale dei risultati elettorali:
“È un giorno importante non solo per il futuro della democrazia ungherese, ma anche per il futuro dell’Europa democratica. La sconfitta di Orbán rappresenterebbe una tappa fondamentale nell’indebolimento delle reti populiste e autocratiche che ha costruito in tutta Europa. Costituirebbe inoltre un duro colpo per la Russia e per i regimi autocratici simili al governo georgiano, che ha ricalcato il modello di Orbán per lo smantellamento della democrazia, anche attraverso la disinformazione diffusa e la falsa propaganda.”
In seguito, si è congratulato anche con i popoli ungherese e georgiano, nonché con l’Europa nel suo complesso:
“Mi congratulo con Péter Magyar, il Partito Tisza e il popolo ungherese per questa storica vittoria. Questa è una vittoria per la democrazia europea e per il mondo democratico nel suo complesso. Che la sconfitta della Russia e dei suoi alleati continui ovunque operino nel mondo. Questa è una vittoria significativa contro la disinformazione e la propaganda dilaganti diffuse dal governo Orbán, che minano gravemente l’integrità elettorale. Gli attori democratici di tutto il mondo dovrebbero studiare l’esempio ungherese e imparare dal suo successo nel contrastare e indebolire le reti populiste e autocratiche costruite da Orbán, affinché possano essere affrontate e smantellate una volta per tutte.”
Il Primo Ministro Irakli Kobakhidze si è mostrato più cauto nella sua valutazione, congratulandosi con l’opposizione ed esprimendo la disponibilità del governo di Sogno Georgiano a proseguire la stretta collaborazione con le nuove autorità. È stata inoltre sottolineata l’importanza di uno sviluppo democratico stabile in entrambi i paesi.
In particolare, pochi giorni prima delle elezioni, JD Vance ha visitato l’Ungheria, sostenendo apertamente Viktor Orbán e, inoltre, durante un comizio con i sostenitori di Orbán, ha avuto una conversazione telefonica con Donald Trump, il quale ha a sua volta espresso il proprio appoggio al governo in carica.
Alcuni analisti hanno sostenuto che questa situazione e il conseguente esito evidenziano l’importanza dell’intervento esterno, in particolare in termini di propaganda e sostegno finanziario. Tuttavia, in presenza di un’elevata mobilitazione degli elettori, né i regimi autoritari né le interferenze esterne possono realmente determinare la distribuzione del potere e dei voti.
Se le affermazioni degli analisti filoeuropei che sostengono l’opposizione ungherese fossero corrette, allora questo risultato sarebbe altrettanto sfavorevole per l’opposizione georgiana, in quanto suggerirebbe che la loro sconfitta alle elezioni parlamentari del 2024 non sia stata dovuta a presunte interferenze russe o frodi elettorali, bensì alla mancanza di sostegno da parte della maggioranza georgiana.
Secondo la loro stessa logica, per sconfiggere il “regime autoritario” di Sogno Georgiano, non basterebbe un vantaggio percentuale minimo sul partito al governo, bensì il sostegno della maggioranza assoluta della popolazione georgiana.
Poiché tale sostegno non è nemmeno all’orizzonte e il gradimento dell’opposizione è ulteriormente calato in seguito alle proteste fallite del 2024-2026, è improbabile che le prossime elezioni parlamentari dell’ottobre 2028 producano cambiamenti sostanzialmente positivi per l’opposizione.
Inoltre, se il caso ungherese servirà da lezione, allora le continue pressioni esterne dell’Unione Europea sulla società georgiana non produrranno risultati positivi. L’intervento esterno può consentire agli attori politici di esistere, organizzare manifestazioni e persino finanziare azioni come l’attacco dell’ottobre 2025 al palazzo della presidenza, ma non può garantire la vittoria elettorale.
Infine, c’è una terza lezione. Secondo alcuni analisti europei, la schiacciante vittoria degli oppositori di Orbán è stata dovuta anche al sostegno delle fasce di popolazione rurali – gli abitanti delle regioni – piuttosto che esclusivamente alle popolazioni urbane politicamente consapevoli. Una situazione simile si è verificata in Georgia, dove l’opposizione, pur avendo concentrato tutti i suoi sforzi, è riuscita a conquistare di misura solo le principali città come Tbilisi, subendo una sconfitta totale e completa nelle regioni.
Il caso ungherese, quindi, mette già in luce tre problemi fondamentali per l’opposizione georgiana autoproclamatasi filo-occidentale. Da un lato, l’intervento esterno è importante ma non decisivo, e l’opposizione si affida principalmente a questo elemento nella sua campagna elettorale; dall’altro, anche con tale sostegno, sconfiggere le autorità al potere in Georgia richiede un appoggio costituzionale – una maggioranza costituzionale – piuttosto che un vantaggio percentuale minimo. In definitiva, per vincere le elezioni parlamentari, è necessario condurre una campagna attiva anche al di fuori dei principali centri urbani e assicurarsi il sostegno nelle regioni. L’opposizione georgiana possiede il primo elemento, ma gli ultimi due componenti chiave sono completamente assenti.
Se all’opposizione georgiana manca l’elemento più cruciale – un sostegno capillare, soprattutto nelle regioni – allora sorge spontanea la domanda: cosa stanno festeggiando esattamente?
Allo stesso tempo, ciò che dovrebbe preoccupare il partito al governo, Sogno Georgiano, e il suo elettorato è la possibilità di un cambiamento nell’approccio dell’Ungheria, in quanto membro dell’Unione Europea, alla sua politica nei confronti della Georgia.
L’alleanza di opposizione georgiana ha festeggiato la sconfitta del filorusso Viktor Orbán in Ungheria.
Viktor Orbán è stato importante per Sogno Georgiano non perché condividessero la stessa ideologia o promuovessero insieme valori conservatori, ma perché era tra coloro che comprendevano la necessità di un dialogo con la Federazione Russa e che l’Unione Europea non può esistere né garantire la propria sicurezza senza tenere conto degli interessi della Russia; presumere il contrario sarebbe, semplicemente, irrazionale.
Queste idee sono state ripetutamente espresse in Georgia su diverse piattaforme, dove si è sostenuto apertamente ed esplicitamente che la Federazione Russa non fosse necessaria per la costruzione dell’architettura di sicurezza dell’Unione Europea. Secondo questa prospettiva, sarebbe sufficiente fare affidamento su Ucraina e Georgia.
Sogno Georgiano non condivideva questa posizione e trovò invece sostegno in figure come Viktor Orbán e, per essere precisi, Robert Fico in Slovacchia. Orbán non era solo un sostenitore, ma un attivo promotore di questa visione – se poi queste posizioni siano state accettate o meno in Europa è un’altra questione.
Un altro aspetto importante è che Viktor Orbán ha bloccato le sanzioni dell’UE contro la Georgia. L’Unione Europea, nell’ambito della sua politica, continua a esercitare pressioni su Sogno Georgiano in modo da cercare, da un lato, di evitare danni eccessivi alla popolazione georgiana, e dall’altro di massimizzare le restrizioni nei suoi confronti.
A un certo punto, l’UE ha riconosciuto che maggiore era la pressione esercitata dall’Europa, più forte sarebbe diventata la resistenza. Ciononostante, non poteva lasciare impunite le politiche di Sogno Georgiano. Di conseguenza, si è tentato di introdurre sanzioni a livello dell’intera Unione Europea, ma queste sono state bloccate e attivamente contrastate da Viktor Orbán.
Se il nuovo governo ungherese rivedrà questo approccio e smetterà di bloccare tali iniziative, potremmo assistere, per la prima volta nelle relazioni tra UE e Georgia, all’imposizione di sanzioni – non a livello di singoli Stati e non limitate alle restrizioni per i titolari di passaporti ufficiali, ma contro la Georgia nel suo complesso e per conto dell’Unione Europea.
Resta da vedere quanto sia realistico un simile cambiamento, dato che la situazione con l’attuale partito di governo, Tisza, non è del tutto lineare e potrebbe astenersi dall’intraprendere passi così radicali. Tuttavia, la minaccia esiste e Sogno Georgiano deve già iniziare a valutare come reagire a un simile sviluppo.
Dal punto di vista del commercio, delle importazioni, delle esportazioni e del benessere generale dell’economia georgiana, l’Unione Europea non è così critica come spesso viene dipinta. Molti, ad esempio, ignorano ancora che le relazioni strategiche tra Stati Uniti e Georgia non comportavano alcun privilegio economico, militare o politico sostanziale, ma erano, in sostanza, una dichiarazione d’intenti.
Tuttavia, il peso dell’Unione Europea, in particolare in termini di flussi finanziari e trasferimenti di capitali privati nel paese, è significativo. Inoltre, l’UE funziona anche come costrutto ideologico: un sistema di valori che promuove una particolare concezione di prosperità.
Pertanto, l’imposizione formale di sanzioni da parte dell’Unione Europea contro la Georgia costituirebbe un grave colpo ideologico, nonché un colpo alla posizione del paese nell’economia internazionale e alla sua immagine complessiva.
Pertanto, la questione centrale che ora si pone a Sogno Georgiano è se le nuove autorità ungheresi non solo si allineeranno con le forze radicalmente anti-russe, ma adotteranno anche una retorica altrettanto dura nei confronti della Georgia.
In particolare, sono già emerse richieste da parte di rappresentanti dell’opposizione e dei loro sostenitori di intensificare gli sforzi per imporre sanzioni individuali dell’UE contro i membri del governo di Sogno Georgiano, i loro media e i loro sostenitori. A loro avviso, l’Ungheria non bloccherà più tali iniziative. A Bruxelles, sono già in molti a voler perseguire questa strada. Resta da vedere se l’Europa si muoverà verso un ulteriore deterioramento delle relazioni con Tbilisi, esacerbando le tensioni nella speranza di promuovere i propri interessi geopolitici in Georgia.
In conclusione, una parte significativa della cosiddetta opposizione filoeuropea opera in un gioco a somma zero – quello che colloquialmente si potrebbe definire “tutto o niente”. Di conseguenza, qualsiasi colpo inferto al partito al governo viene già percepito come una vittoria. Sperano che Budapest non ostacoli più i “falchi” europei e permetta a questa ala radicale della burocrazia di Bruxelles di agire contro Sogno Georgiano, anche a costo di danneggiare lo Stato nel suo complesso.
A loro avviso, in seguito a un cambio di potere, l’opposizione attuerà tutto ciò che Bruxelles richiederà e ricostruirà la Georgia a propria immagine e somiglianza – un’immagine che, a loro dire, sarà automaticamente migliore, più ricca, più prospera e, soprattutto, giustificherà tutti i sacrifici.
Ecco come l’opposizione georgiana percepisce la situazione.
L’articolo è stato inizialmente pubblicato da Cautious Caucasus in russo ed è disponibile qui .
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«Perché siamo qui? Speriamo di vedere Orbán cadere», ha detto Laura, un’avvocatessa di 58 anni, mentre insisteva perché prendessi un bicchiere di carta con la generosa miscela fatta in casa di vodka e arancia che aveva portato con sé, per brindare alla vittoria o addolcire la sconfitta. Come migliaia di altri elettori della regione del Tisza, Laura era venuta con le sue sorelle, le amiche e la nipote in piazza Batthyány a Buda, proprio di fronte al Parlamento gotico illuminato a giorno dall’altra parte del Danubio, per assistere alla storia, in un modo o nell’altro.
Le ho chiesto cosa non le piacesse del sistema del Fidesz. «È tutta una questione di corruzione», ha risposto, «e del fatto che stanno svendendo il nostro Paese e la nostra nazione ai russi, rubando i nostri soldi e quelli dei contribuenti dell’UE, oltre a quel tipo di feudalesimo che lui ha costruito». Beatrix, sua nipote, annuiva commossa. «Voglio sposarmi e avere figli», ha detto. «Abbiamo tutti un buon lavoro, ma non guadagniamo gli stipendi dell’UE. Il mio ragazzo vive a Londra e, se perdiamo ora, mi trasferirò lì e lascerò l’Ungheria per sempre. Vedo queste elezioni come un voto a favore dell’UE e contro la Russia: sono europea e non voglio appartenere all’Oriente».
Ma alla chiusura dei seggi, mentre la folla si radunava davanti ai maxischermi che trasmettevano i risultati in diretta, l’esito sembrava ancora incerto. I commentatori vicini al governo avevano dato grande risalto a quelli che, secondo loro, erano risultati positivi in tutto il Paese; nelle prime ore della giornata, l’affluenza era apparsa più alta nelle zone rurali, da tempo considerate roccaforti del Fidesz, mentre la liberale Budapest si era mobilitata per votare in numero significativo solo nel pomeriggio. Si era dato per scontato che i primi risultati avrebbero mostrato un risultato positivo per Fidesz e Orbán, con le vere dinamiche che si sarebbero rivelate solo a tarda notte — o addirittura, in caso di una battaglia serrata, più avanti nella settimana, una volta conteggiati i risultati della consistente diaspora ungherese. Ma qualunque trepidazione interiore provasse la folla, non sarebbe durata a lungo. Man mano che arrivavano i nuovi risultati, la folla esultava di gioia per la vittoria che si stava improvvisamente dispiegando davanti ai loro occhi, intonando “Fidesz sporco” e “Il Tisza scorre”, il motto del loro partito, che prende il nome dal secondo fiume più grande dell’Ungheria. La percentuale di voti del Fidesz nelle province era crollata, mi ha detto una fonte presente alla festa elettorale della sera organizzata dai rivali del governo, e l’atmosfera lì era cupa. Una festa elettorale in stile Trump, “Patriots of Europe”, è stata bruscamente annullata.
Gli elettori di Tisza, giovani e anziani, brandiscono torce accese. (Foto: Aris Roussinos)
Forse non è stato lo shock che sembrava. La sera prima avevo partecipato all’ultimo comizio elettorale di Péter Magyar a Debrecen, la seconda città dell’Ungheria, vicino ai confini orientali con la Romania e l’Ucraina. Da tempo roccaforte del Fidesz, Debrecen era ormai un territorio conteso. Orbán aveva attirato grandi folle nel centro della città pochi giorni prima, ma la folla per Magyar, radunata in Piazza dell’Università, era ancora più numerosa. La vista di decine di migliaia di elettori della Tisza, giovani e anziani, che brandivano torce accese nel cielo notturno che si faceva buio e cantavano per la vittoria di Magyar era già abbastanza impressionante dal centro della folla. Vista in televisione, quella marea di fuoco ripresa dall’alto da un drone, era travolgente. Il discorso di Magyar, oratore fluente e carismatico, era abbastanza buono, ma la mole della folla era il vero messaggio inviato agli elettori indecisi che guardavano da casa. L’Ungheria provinciale era ora in gioco, mi ha detto Gabor, un tirocinante insegnante di 22 anni proveniente da un villaggio vicino. «La maggioranza è ancora composta da elettori del Fidesz, purtroppo», ha detto, «ma stiamo cercando di convincere i nostri genitori e i nostri nonni, e le cose stanno decisamente cambiando». Daniel, uno studente di 19 anni, era d’accordo. «La storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto brutta, ad essere onesti. E ora sentiamo che le cose stanno finalmente cominciando a cambiare».
Di ritorno in piazza Batthyány, l’intera folla trattenne il respiro all’unisono per poi esplodere in un fragoroso urlo di vittoria quando il nastro telegrafico scorse sullo schermo annunciando che Orbán si era congratulato con Magyar per la sua vittoria, molto prima di quanto chiunque si aspettasse — tale era la portata della vittoria di Tisza. Magyar aveva ottenuto una vittoria schiacciante a livello nazionale, e l’esperimento politico dell’Orbánismo, durato una generazione, era finito, almeno per il momento. Commenti concitati e allarmistici, provenienti da giornalisti-attivisti dell’opposizione ungherese e dai loro think tank e commentatori allineati in Occidente, avevano avvertito che Orbán, di fronte alla sconfitta, avrebbe cercato di aggrapparsi al potere con qualche maligno stratagemma, sia trascinando le elezioni in tribunale, sia inscenando qualche tipo di provocazione per annullare i risultati. Ma in realtà questo non è mai stato lo stile di Orbán: per quanto illiberale potesse essere, non è mai stato un dittatore, per quanto i suoi oppositori lo dipingessero tale. Alla fine, la genuina popolarità che lo ha tenuto al potere per una generazione significava troppo per lui, e quando ha perso, in un’elezione libera e corretta, ha ceduto il potere con dignità.
Ciononostante, fu un momento storico per chi si era radunato in piazza, discutendo su cosa si dovesse fare dell’uomo che per così tanto tempo aveva plasmato l’Ungheria a sua immagine: «Spero che se ne vada in Russia», disse uno; «No, spero che finisca in prigione», ribatté la sua amica; «No», disse una donna più anziana, scuotendo lentamente la testa come per affermare la saggezza dell’età, «spero che rimanga in Parlamento e che sia costretto a rispondere di tutto ciò che ha fatto». «Sentiamo il respiro dell’89», mi ha detto Hanna, una ragazza goth di 18 anni. «Per tutta la vita abbiamo vissuto sotto il sistema del Fidesz, vedere questo cambiamento è una sorta di nuova ventata d’aria. Il Fidesz non si è mai preoccupato di noi, finché non abbiamo fatto figli». Il suo compagno, Milos, era d’accordo. «Grazie a Dio, grazie a Dio», disse, alzando lo sguardo al cielo. «Spero davvero che ci avviciniamo all’Unione Europea e che possiamo prendere le distanze dalla Russia.»
«A dire il vero, la storia dell’Ungheria è sempre stata piuttosto triste. E ora abbiamo la sensazione che le cose stiano finalmente cominciando a cambiare.»
Queste elezioni, presentate all’esterno come una battaglia tra l’europeismo liberale e qualcosa che rasenta il dispotismo asiatico, sono state forse determinate da concrete preoccupazioni interne piuttosto che da questioni filosofiche di più ampio respiro, incentrate sull’economia in difficoltà, sulla corruzione che era «semplicemente indifendibile», come mi aveva detto in precedenza un membro del Fidesz, e sulle condizioni precarie della sanità pubblica e delle infrastrutture sociali. Eppure va detto che gli abitanti liberali della classe media della raffinata Budapest, riuniti nella piazza, alcuni dei quali sventolavano bandiere dell’UE oltre a quelle ungheresi, ben più numerose, corrispondono certamente all’immagine di Tisza proiettata positivamente dai suoi sostenitori fuori dall’Ungheria e negativamente dai fedeli del Fidesz in patria e all’estero. Budapest, che ha ancora l’aspetto e l’atmosfera della capitale imperiale poliglotta che era un tempo, è una città liberale in un paese conservatore: ma la mappa elettorale finale ha fatto sì che il paese nel suo complesso assomigliasse molto più a Budapest di quanto chiunque si aspettasse.
Eppure il leader di Tisza, un nazionalista di destra con una posizione sull’immigrazione legale ben più restrittiva di quella di Orbán, non è affatto il liberale radicale che il Fidesz e il suo esercito di influencer MAGA hanno voluto dipingerlo. Il coro più animato e veemente della folla era “Russians Go Home”, una reliquia della rivoluzione del 1956 applicata di recente al Fidesz, ma Magyar ha già segnalato che non staccherà il Paese dalla generosa fonte di energia a basso costo della Russia tanto presto. L’Ungheria è passata da una versione di governo conservatore personalista a un’altra, questa volta guidata da un ex membro di Fidesz con un orientamento europeo, pronto a sbloccare le risorse finanziarie di Bruxelles a lungo trattenute e tanto attese. La vittoria di Magyar sembra meno una sconfitta per la destra europea che una sua evoluzione generazionale, che — almeno nelle circostanze uniche dell’Ungheria — ha portato liberali e di sinistra, entrambi politicamente insignificanti in questo paese, sotto la sua ala conquistatrice. Forse è per questo che Phil, un elettore ventiseienne del partito di estrema destra Mi Hazank, era tranquillamente filosofico riguardo al nuovo regime, mentre guardava la folla di giovani euforici che suonavano i clacson e sventolavano bandiere come se l’Ungheria avesse appena vinto i Mondiali, con la musica Eurodance che pulsava a tutto volume dai finestrini delle auto. «Orbán era semplicemente troppo vicino all’America, e l’Ungheria è un paese europeo», ha detto con un’alzata di spalle. «Almeno Tisza è di destra».
Aris Roussinos è un editorialista di UnHerd ed ex corrispondente di guerra.
“Tutte le carriere politiche, a meno che non vengano interrotte bruscamente in un momento propizio”, scrisse nel 1977 il deputato conservatore Enoch Powell, “finiscono con un fallimento”. Powell, il grande populista inglese dell’epoca, si riferiva a Joseph Chamberlain, l’imperialista del periodo prebellico che oggi definiremmo un populista. Domenica, il fallimento è arrivato anche per il politico populista di maggior successo dei nostri tempi. Viktor Orbán, in corsa per un sesto mandato come primo ministro ungherese, ha visto il suo partito, Fidesz, spazzato via dal neonato partito Tisza di Peter Magyar, un ex protetto di Orbán che era stato membro di Fidesz solo due anni prima. Tisza sembra aver conquistato 137 seggi nei 199 seggi del parlamento.I sostenitori esultanti di Magyar e non pochi giornalisti hanno dipinto le elezioni come una vittoria della democrazia sull’autoritarismo e sulla xenofobia. Si tratta di un’interpretazione piuttosto semplicistica. Magyar si è presentato come un conservatore, ha condotto la sua campagna elettorale principalmente al di fuori di Budapest e, fatta eccezione per le questioni relative all’Unione Europea, ha fatto ben poco per differenziare le sue politiche da quelle di Orbán. Ciò che ha portato Magyar alla ribalta due anni fa è stato uno strano scandalo riguardante la grazia concessa a un uomo accusato di abusi sessuali, una grazia che il Ministro della Giustizia è stato accusato di aver approvato senza opporre resistenza. Magyar ha annunciato il suo addio a Fidesz. Il ministro, Judit Varga, si è dimessa. Varga e Magyar avevano da poco divorziato.Molti dettagli della campagna elettorale erano complicati e pieni di pettegolezzi, ma la storia principale era semplice: il populismo di Orbán sta mostrando i segni del tempo, per quanto la maggior parte dei suoi principi possano ancora essere validi. Risale a un’epoca in cui l’Ungheria aveva bisogno di difendersi da una rete di leader dell’Unione Europea a Bruxelles e altrove, una rete desiderosa di controllare i bilanci e aprire le frontiere degli Stati membri più piccoli dell’UE, come l’Ungheria. Questo accadeva prima della Brexit e di Trump, e Orbán dovette elaborare un piano per difendere la sovranità ungherese che non spaventasse i mercati obbligazionari né allarmasse gli elettori. Ecco perché i populisti che hanno attinto al manuale di Orbán, dal ministro dell’Interno Matteo Salvini in Italia alla leader del partito AfD Alice Weidel in Germania, vengono spesso definiti sovranisti. Analizzare il suo operato significa comprendere cosa ha reso Orbán un colosso della politica centroeuropea, e anche rendersi conto che non era meno democratico di coloro che lo hanno denigrato in nome della democrazia.Orbán è il più giovane eroe ungherese della Guerra Fredda. La sua pubblica denuncia dell’occupazione russa alla fine degli anni ’80 lo rese famoso e gli spianò la strada per l’elezione a primo ministro nel 1998, all’età di 35 anni. Guidò un governo onesto e libero da favoritismi per i suoi quattro anni di mandato, ma fu sonoramente sconfitto da un partito dell’establishment post-comunista poco dopo l’11 settembre. In otto anni, questo partito trasformò il paese in un disastro finanziario.Quando Orbán tornò al potere nel 2010, due anni dopo il crollo di Lehman Brothers, la crisi valutaria europea era agli inizi. Quello fu il momento di massimo splendore per Orbán. L’economia ungherese si era contratta del 7% l’anno precedente e le autorità di regolamentazione europee e il FMI avevano preparato per l’Ungheria lo stesso programma di austerità che avevano usato per impoverire l’economia della Grecia e privarla della sua sovranità politica. Orbán rifiutò. Propose un piano completamente diverso, che includeva un salario minimo più alto e una riduzione delle imposte sul reddito e sulle società. Coprì la differenza introducendo nuove tasse sui settori che avevano tratto profitto dalla crisi finanziaria, principalmente banche estere, compagnie energetiche e rivenditori. E ottenne il margine di manovra necessario per condurre una politica di bilancio indipendente.Fu un punto di svolta nella storia del populismo. Prima del crollo del 2008, nessun conservatore in Occidente capiva che uno Stato forte fosse indispensabile per un Paese che voleva evitare la schiavitù del debito e la perdita della sovranità. Questa era la chiave del fascino internazionale di Orbán e dell’antipatia dei progressisti, soprattutto in Europa e a Washington. Il caos in Ungheria aveva permesso a Orbán di ottenere una maggioranza di due terzi in parlamento, sufficiente per emendare la Costituzione. In breve tempo, Fidesz introdusse nella Costituzione il riconoscimento della cultura cristiana del Paese, la definizione del matrimonio come unione tra un uomo e una donna e il divieto degli organismi geneticamente modificati. La gente iniziò a definire Orbán “autoritario”. Non lo era: questo è l’aspetto della democrazia ungherese quando un leader controlla i due terzi del parlamento. (Come fa ora Peter Magyar. Una delle sue prime mosse domenica sera è stata quella di chiedere le dimissioni del presidente Tamás Sulyok, che ha tutto il diritto costituzionale di rimanere in carica fino al 2030).Nel secondo mandato di Orbán, iniziato nel 2014, l’Europa è stata colta di sorpresa da un’ondata senza precedenti di migranti in fuga dalla guerra civile in Siria. A loro si sono presto aggiunti opportunisti provenienti da luoghi più remoti del mondo musulmano. Molti di loro erano giunti su invito di Angela Merkel, che parlava della “Wilkommenskultur” tedesca. Ma una volta che i migranti hanno iniziato a percorrere le strade d’Europa, la Merkel ha insistito affinché venissero stabilite delle quote per ripartirli tra i paesi confinanti con la Germania.L’Ungheria non poteva permettersi una Wilkommenskultur . “Non è scritto nel grande libro dell’umanità che debbano esserci ungheresi nel mondo”, aveva avvertito Orbán, e ora era deciso a difendere i confini esterni dell’Ungheria dagli intrusi. Quando gli elettori polacchi hanno estromesso il governo merkellizzante e lo hanno sostituito con un partito di cattolici scettici sull’immigrazione chiamato Diritto e Giustizia, Orbán si è assicurato come alleato una delle principali nazioni europee.”O la Merkel o Orbán hanno frainteso qualcosa.”Fu un momento interessante nel pensiero politico europeo. Orbán non smise mai di definirsi un cristiano-democratico. Il suo modello, diceva, era l’ultimo cancelliere tedesco della Guerra Fredda, Helmut Kohl. Ma ora la successora e allieva di Kohl, Angela Merkel, perseguiva una politica diametralmente opposta. Chiaramente, o la Merkel o Orbán avevano frainteso qualcosa dell’eredità cristiano-democratica. I fatti, al 2026, sembrerebbero indicare che la colpa fosse della Merkel, dato che il suo successore, Friedrich Merz, ha recentemente proposto il rimpatrio della maggior parte dei migranti siriani di dieci anni prima.Se c’è un’espressione associata a Orbán, è “democrazia illiberale”, ma questa definizione è stata coniata dai suoi detrattori. Attribuisce troppa importanza a una singola citazione di Orbán, estrapolata dal contesto. L’opposizione di Orbán al liberalismo si fondava su un insieme di argomentazioni sofisticate e, in realtà, piuttosto liberali. Credeva che i sistemi di regole neutrali e aperti fossero facilmente manipolabili dai più abbienti e dai più influenti. Riteneva che la democrazia liberale stessa si fosse trasformata in un movimento illiberale.Secondo Orbán, le organizzazioni non profit, talvolta definite società civile, si erano trasformate in una sorta di governo non eletto, minando la volontà popolare e la sovranità nazionale. Accusò i gruppi finanziati dal miliardario ungherese George Soros di promuovere l’immigrazione di massa verso l’Europa orientale. Orbán si adoperò per rendere illegale l’incitamento alla violazione delle leggi sull’immigrazione. Si adoperò inoltre per la chiusura della Central European University, finanziata da Soros e situata nel centro di Budapest. ( Compact ha ricevuto finanziamenti dalle Open Society Foundations di Soros.)Si è trattato di una complessa battaglia incentrata su sottigliezze legali riguardanti la regolarità dell’accreditamento della CEU. Non ha certo mostrato Orbán sotto la migliore luce. Ma è anche un esempio di come il mondo, con il passare degli anni, sia diventato sempre più simile a Orbán. Persino gli Stati Uniti, con la loro campagna contro gli Istituti Confucio legati alla Cina, che offrono corsi universitari di lingua e cultura cinese, si sono dimostrati più preoccupati dell’influenza straniera che della propria reputazione di liberalismo.A quel punto, l’Unione Europea aveva scoperto i suoi poteri per trattenere ingenti somme di denaro dovute all’Ungheria di Orbán e ad altri paesi gelosi della loro sovranità nazionale. Nelle elezioni polacche del 2023, l’UE ha reso evidente che la Polonia, in difficoltà economiche dopo la pandemia, avrebbe ricevuto decine di miliardi di dollari di fondi sequestrati se avesse votato per il partito filo-Bruxelles Piattaforma Civica guidato da Donald Tusk… ma che non li avrebbe ricevuti se avesse votato per il partito euroscettico Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński.“Il suo tempo era scaduto.”E così è stato anche in queste elezioni ungheresi: Magyar ha promesso con sicurezza di rilanciare l’economia con miliardi provenienti da Bruxelles, fondi che non sarebbero mai stati disponibili se gli ungheresi avessero eletto Orbán. Anche in questo caso, un’UE neutrale non sarebbe bastata a salvare Orbán: il suo tempo era scaduto. Ma la parzialità partigiana che continua a provenire da Bruxelles rappresenta un affronto alla “democrazia liberale” tanto grave quanto qualsiasi cosa Orbán abbia fatto durante il suo mandato.Ripensando a ciò che Orbán ha fatto durante il suo mandato, a volte è difficile ricordare di cosa si trattasse esattamente tre, sette o dieci anni prima. Si ricorda Manfred Weber, alleato bavarese di Angela Merkel, che cercava di estromettere Orbán dal Partito Popolare Europeo in vista delle elezioni, per motivi legati alla Central European University e agli insulti rivolti al presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Si ricorda la sua convocazione al Parlamento europeo all’inizio del 2012 per difendere le modifiche apportate dal suo partito alla Costituzione. Me ne parlò un venerdì pomeriggio di quell’autunno, quando andai a intervistarlo nel suo ufficio, che all’epoca si trovava ancora nell’edificio del Parlamento.«Sono andato lì e ho difeso la Costituzione», ha ricordato. «Con successo, almeno per come la intendevo io. Ho detto: “Capisco che negli ambienti intellettuali europei ci sia una certa interpretazione della storia europea, una tendenza dal religioso al secolare, dalle nazioni all’internazionalismo e dalla famiglia all’individuo. Questo è ciò che voi chiamate progresso. Non so se abbiate ragione o meno. Ma non credo che questa sia l’unica interpretazione possibile della storia europea”. Credo che Dio e la religione, la famiglia e la nazione non appartengano solo al passato. Appartengono anche al futuro. Quindi sono pronto ad avviare la discussione. È una Costituzione basata sulla fede, sulla famiglia e sulla nazione. Qual è il problema?»
Una tempesta perfetta, fatta di uno scandalo di abusi sui minori, della situazione precaria dell’economia e dei servizi pubblici, e di un ex membro carismatico del regime, dotato di un partito ben organizzato e di un’enorme e variegata base elettorale, è stata l’ingrediente necessario per spodestare l’uomo forte dell’Ungheria.
L’illusione dell’invincibilità di Viktor Orban è andata in frantumi. Un grave scandalo di abusi sui minori; i risultati economici deludenti che hanno messo in discussione le fondamenta del governo dell’alleanza Fidesz-KDNP; un ex membro carismatico con un partito ben organizzato e una base elettorale enorme ed eterogenea che ha dato la priorità alla destituzione del governo rispetto alle differenze ideologiche – questi sembrano essere stati gli ingredienti necessari per spodestare l’uomo forte populista ungherese.
Si tratta di una perdita enorme per Mosca e per il movimento di estrema destra in tutto il mondo, che sfata il mito secondo cui Orban non potesse essere sconfitto in un’elezione democratica. Ora, il nuovo primo ministro, Peter Magyar, deve affrontare numerose sfide, dalla riforma dei sistemi statali mal funzionanti al soddisfacimento delle elevate aspettative e alla gestione della profonda polarizzazione del Paese.
Non è stata una sorpresa che a Budapest, città da tempo roccaforte dell’opposizione, la gente abbia festeggiato il risultato per le strade. Ma scene simili si sono verificate anche a Debrecen, un tempo roccaforte dei partiti al potere. La mappa dei risultati, che prima era quasi interamente arancione (colore di Fidesz-KDNP), è diventata prevalentemente blu per il partito Tisza di Magyar, con solo alcune isole arancioni.
Fondamentalmente, Tisza ha ottenuto una maggioranza costituzionale di due terzi alle elezioni, il che gli consentirà ampia libertà d’azione nello smantellamento del sistema di Orban. Con quasi tutti i voti scrutinati, Tisza sembrava destinato a ottenere 138 seggi nel parlamento da 199 seggi, mentre il Fidesz di Orban sembrava averne conquistati solo 55.
“Insieme abbiamo rovesciato il regime di Orban, abbiamo liberato l’Ungheria, ci siamo ripresi la nostra patria”, ha dichiarato Magyar nel suo discorso di vittoria di domenica.
«La nostra vittoria è visibile, non dalla Luna, ma da ogni finestra ungherese – che si tratti della più piccola casetta di mattoni di fango o di un grattacielo», ha aggiunto, riferendosi al discorso di Orban del 2022, quando disse che avevano vinto in modo così schiacciante che si poteva vedere persino dalla Luna, ma sicuramente da Bruxelles.
Quella era una notte elettorale a cui gli ungheresi si erano abituati. Tuttavia, negli ultimi due anni, qualcosa di importante è cambiato nel Paese.
Un mito sfatato
Da quando Orban è tornato al potere nel 2010, dopo aver trascorso otto anni all’opposizione, ha ottenuto tre volte la maggioranza dei due terzi. I risultati sono stati sempre più devastanti per gli elettori dell’opposizione, portando molti di loro a chiedersi se fosse ancora possibile sconfiggere il suo partito in un’elezione democratica.
L’idea non era infondata, dato che Orban e il suo governo hanno fatto di tutto per consolidare il proprio potere. Hanno conquistato la maggior parte dei media, modificato più volte il sistema elettorale a loro favore, utilizzato le risorse statali per gli obiettivi della campagna elettorale e insediato fedelissimi alla guida delle istituzioni statali.
I sondaggi hanno ripetutamente dimostrato che, mentre a Budapest e nelle città più grandi le precedenti forze di opposizione godevano di una certa popolarità, le aree rurali costituivano una base massiccia per Fidesz-KDNP.
Come si è poi scoperto, queste circostanze non erano impossibili da superare, dopo che diversi eventi inaspettati hanno causato uno slancio politico che nemmeno questa macchina politica ben oliata è riuscita a fermare.
Lo slancio innescato da un enorme scandalo
Un enorme scandalo scoppiato nel 2024, quando l’allora presidente Katalin Novak fu smascherata per aver concesso la grazia all’ex vicedirettore di un orfanotrofio che era stato condannato per aver aiutato a insabbiare abusi sessuali su minori da parte del suo superiore, è stato un elemento chiave di questo cambiamento.
Oltre alla presidente, anche Judit Varga, ex moglie di Magyar, fu costretta a dimettersi dalla carica di deputata e dalla lista del Fidesz-KDNP per il Parlamento europeo, poiché all’epoca era il ministro della Giustizia che aveva controfirmato la grazia.
Dopo la caduta della sua ex moglie, Magyar rivelò pubblicamente la corruzione su larga scala del Fidesz, attirando enorme attenzione. Pochi giorni dopo, a Budapest si tenne una grande manifestazione di protesta, che attirò circa 50.000 persone. Questa manifestazione e l’indignazione che rappresentava, insieme al debutto di Magyar e alla speranza che infondeva in molte persone – anche se inizialmente aveva dichiarato di non voler entrare nella mischia politica – sembrarono mobilitare un numero enorme di persone precedentemente apolitiche.
La tempesta perfetta che ha colpito il governo di Orbán aveva bisogno anche di un altro fattore determinante: i risultati economici deludenti del Paese, tra cui un’inflazione media del 17,6 per cento nel 2023 e una crescita economica di appena lo 0,3 per cento nel 2025. Mentre il “Pardongate” metteva in discussione i fondamenti cristiani e a favore della famiglia del governo, i problemi economici ne mettevano in dubbio la capacità di gestire il Paese.
Dopo i fallimenti delle vecchie forze di opposizione, molti ungheresi, anche quelli insoddisfatti del governo, ritenevano che non ci fosse alternativa. Questa sensazione è cambiata dopo la rapida ascesa di Magyar e del suo partito Tisza, che si è rivolto proprio agli elettori conservatori e a chi vive nei centri abitati più piccoli. Ha fatto ricorso al simbolismo nazionale pur mantenendo un atteggiamento cauto su temi controversi, come la marcia dell’Orgoglio o la guerra in Ucraina.
Attraverso la costruzione sistematica dell’organizzazione del partito e delle sue reti locali, Tisza ha dimostrato il suo potere emergente conquistando quasi il 30% alle elezioni europee del 2024, il che ha inferto un colpo finale all’aura di invincibilità di Orban.
Non sarà una passeggiata
Rispetto alla campagna di Fidesz-KDNP incentrata sulla geopolitica e sulla guerra in Ucraina, Tisza ha messo in evidenza le questioni di interesse quotidiano. Oltre al costo della vita, si è concentrato fortemente sullo stato del sistema sanitario e del trasporto ferroviario. Sebbene il partito abbia promesso misure specifiche, come la riduzione delle tasse o l’aumento delle pensioni, ci si aspetta anche che avvii riforme radicali di questi sistemi statali. Ciò rappresenterà probabilmente una delle prime sfide significative per Tisza, poiché le grandi riforme richiedono tempo, soprattutto data l’attuale situazione del bilancio.
Ci si aspetta inoltre che Tisza si impegni a ripristinare i controlli e gli equilibri democratici, a restituire l’indipendenza al sistema giudiziario e alle istituzioni statali, a riformare il sistema elettorale e a liberare i media statali. Governare con una maggioranza dei due terzi sarà utile per far passare tali cambiamenti, ma data la storica appropriazione delle istituzioni statali, se gli elettori dovessero ritenere che Tisza cercherà a sua volta di abusare di tale potere, la sua popolarità potrebbe rapidamente erodersi.
Magyar ha anche promesso di “riportare a casa” i fondi UE congelati, il che non è un obiettivo irrealistico dati i piani del suo partito di aderire alla Procura europea e di reprimere la corruzione. Ciò contribuirà a qualsiasi riforma sistemica e potrebbe essere un risultato visibile in tempi rapidi.
MAGA e la sconfitta di Mosca
Mentre ci si aspetta che il nuovo governo ungherese ripristini rapidamente relazioni costruttive con gli altri Stati membri dell’UE e le istituzioni dell’Unione, la sconfitta di Orban rappresenta una grave battuta d’arresto per Mosca, che ha perso un alleato fedele all’interno dell’UE e della NATO.
Rappresenta inoltre una grande perdita per i populisti di estrema destra di tutto il mondo. Nonostante le sue piccole dimensioni, l’Ungheria è stata spesso citata come modello da seguire dai repubblicani MAGA. Il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha persino cercato di aiutare la campagna di Orban negli ultimi giorni. Sebbene ovviamente gli Stati Uniti abbiano partner più importanti in Europa, si tratta di una perdita simbolica significativa per il mondo MAGA. È improbabile che l’edizione europea del raduno annuale di estrema destra CPAC si terrà a Budapest il prossimo anno.
È difficile dire quale sarà la prossima mossa di Viktor Orban. Tuttavia, è difficile immaginare che i suoi elettori non rappresentino una richiesta che dovrà essere soddisfatta, anche se alla fine sarà esaudita da una o più forze politiche diverse.
Nel frattempo, i esponenti e i sostenitori di Fidesz dovranno, secondo le parole di Orban, «leccarsi le ferite» e abituarsi all’idea della sconfitta.
Per i politici di Fidesz-KDNP e le personalità pubbliche filogovernative, sarà difficile elaborare il risultato, non da ultimo perché negli ultimi due anni hanno apertamente sottovalutato Magyar, schernendolo con insulti. Avrebbero dovuto ascoltare Lao Tzu: “Non c’è pericolo più grande che sottovalutare il proprio avversario”.
*Giornalista, editorialista e specialista in comunicazione con sede a Budapest e oltre 5 anni di esperienza; ha scritto articoli su HVG, Eduline, Azonnali e sulla rivista europea di opinione SpeakFreely.
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Lo storico tedesco Jacob Burckhardt (1818-1897) presenta il barbaro come il grande opposto attraverso il quale la mente greca giunse alla piena consapevolezza di sé. Inizia dissipando le distorsioni successive. Poeti e retori greci avevano caricato la parola di accuse di crudeltà, tradimento e spergiuro, mentre la condotta stessa dei Greci spesso si muoveva nella stessa direzione. Tralascia inoltre l’effetto della schiavitù, poiché in epoca successiva il barbaro si presentava a molti Greci principalmente come uno schiavo in gran numero, un fatto che aveva profondamente influenzato il giudizio. Rifiuta anche di fondare l’intera distinzione sull’odio, poiché il disprezzo reciproco fioriva tra molti popoli, caste e nazioni antiche che si consideravano pure e sacre. Gli Egizi consideravano i Greci impuri. I Greci ricambiavano questo sentimento con la propria forma di disprezzo, ed entrambe le parti trovavano segni di superiorità nelle abitudini quotidiane. Burckhardt, quindi, va oltre gli insulti e i pregiudizi alla ricerca di una distinzione più profonda.
Questa distinzione più profonda risiede nella cultura piuttosto che nel sangue. Il confine tra greco e barbaro ebbe inizio all’interno del mondo greco stesso. I popoli di stirpe pelasgica potevano essere definiti barbari, così come i gruppi greci arretrati la cui vita rimaneva lontana dal modello civico che avrebbe poi definito l’ellenismo. Dove c’era poca vita cittadina, poche riunioni pubbliche, poca libertà di esercizio, poca partecipazione alle competizioni, poca individualità definita e una vita di razzie continua, lì i Greci vedevano la barbarie sopravvivere in una forma arcaica. Tucidide diede appoggio a questa visione quando descrisse la vita dei primi Greci come simile a quella dei barbari. L’Epiro poteva essere definito barbarico, pur ospitando Dodona, uno dei centri più antichi e sacri della religione greca. Gli Euritani sembravano così rozzi che si diceva mangiassero carne cruda, e il loro linguaggio suonava oscuro sebbene derivasse da radici greche. Persino i Troiani, che in Omero sono vicini agli Achei per religione e costumi, gradualmente vennero vestiti, immaginati e giudicati come barbari asiatici. Per Burckhardt, ciò dimostra come l’idea che i Greci avevano di sé si sia ristretta, affinata e elevata al di sopra di un precedente mondo comune.
Una volta che i Greci volsero lo sguardo verso l’esterno, si videro collocati tra due grandi categorie di barbari. Aristotele tracciò la celebre immagine: da una parte i popoli del nord Europa, coraggiosi e liberi nello spirito, ma poveri di pensiero, arte, arte di governo e capacità di governare; dall’altra i popoli dell’Asia, ricchi di intelletto, conoscenza e antica cultura, ma deboli di coraggio e quindi soggetti al dominio. Burckhardt utilizza questo schema per organizzare la percezione che i Greci avevano del mondo circostante. I Greci appaiono sospesi tra la forza bruta e la raffinata sottomissione. Non appartengono né alla vasta energia tribale del nord né alla pesante macchina civilizzata dell’est. Attraverso questo contrasto, acquisiscono una propria definizione. La Grecia diventa un regno intermedio in cui il coraggio si unisce all’intelligenza, la libertà alla forma, e la città diventa la scuola di un tipo di essere umano distinto da entrambi gli estremi.
Nella narrazione di Burckhardt, Erodoto offre l’immagine più ricca del barbaro del nord, soprattutto nel suo ritratto degli Sciti. Questi popoli possedevano grande vigore, orgoglio e gioia guerriera. Un cavaliere nella steppa poteva provare un’immensa libertà personale, eppure la vita dell’intero popolo seguiva un’unica volontà comune. Burckhardt vede in loro una collettività razziale, quasi come l’ordine istintivo delle società animali, dove tutti si muovono su un unico livello di costumi, religione e azioni, mantenuti a tale livello a volte con la forza. Un popolo di questo tipo trae la sua forza dall’omogeneità e dal potere collettivo. Qualsiasi forte movimento verso la diversità minaccia l’intero gruppo. Da qui la dura sorte di Anacarsi, un nobile scita, e di Scile, un re scita, entrambi uccisi a causa della loro attrazione per il culto e le usanze greche. Burckhardt trova in questo mondo poco spazio per la libera competizione che ha caratterizzato l’individuo greco. I loro giochi mostravano la forza della tribù come massa. I loro banchetti potevano trasformarsi in spettacoli armati. Il loro ricordo del passato e del futuro rimaneva vago, mentre la forza del momento incombeva con tutto il suo peso. La guerra era il loro stato d’animo più elevato, spesso perseguita da una spinta interiore piuttosto che da un obiettivo preciso. Regalità, sepoltura, sacrificio, giuramento e religione recavano tutti lo stesso segno di energia collettiva e solidarietà magica.
A questo modello nordico, Burckhardt contrappone i barbari civilizzati dell’Asia: antichi nella cultura, potenti nella tecnica, ricchi di conoscenze accumulate, eppure vincolati in un altro modo. Qui la catena era rappresentata dalle caste, dal dispotismo e da una vita governata da forme imposte. L’Egitto offre il suo esempio più convincente. Riconosce i suoi immensi contributi alla cultura mondiale e il suo immenso orgoglio nazionale, eppure vede l’individuo egizio moralmente corrotto dalla sottomissione. Antiche paure, fardelli rituali, simboli e vincoli ereditari trasformavano la vita in un duro servizio. Il lavoro produttivo e la vita pubblica erano entrambi soggetti a una rigida necessità. Nei resoconti pervenuti da Erodoto, Burckhardt percepisce quella che interpreta come la mentalità di una popolazione sottomessa: ingegnosa, sospettosa e incline alla vendetta indiretta attraverso pettegolezzi e diffamazione. Considera persino le consuetudini legali, come l’uso di cadaveri come garanzia per i debiti, come segni di una società plasmata da costrizioni e coercizione di lunga data. L’egiziano emerge come tenace, resistente e persino immune alle torture, ma interiormente piegato da un sistema che lascia poco spazio alla libera crescita personale. Per Burckhardt, questo si pone in netto contrasto con il percorso greco.
Si sofferma poi sulla Lidia e sulla Persia, dove il rapporto tra i Greci e l’Asia assunse una forma storica più immediata. La Lidia appare relativamente vicina e a tratti persino favorevole, sia per antichi legami di parentela, sia per una parziale condivisione della religione e della vita greca. La Persia, invece, suscitava sentimenti diversi: paura, avversione e, in seguito, una maggiore consapevolezza della specificità greca attraverso la guerra aperta. L’Impero persiano, secondo Burckhardt, è una potenza immensa, sorta in epoca tarda, che governava vasti territori, con sovrani deboli dopo Ciro e Dario, e che impiegava grandi energie in ripetute riconquiste. Attraverso le guerre persiane, i Greci percepirono la propria diversità in modo più intenso rispetto al passato, e le successive interferenze persiane negli affari greci generarono un profondo senso di vergogna. Eppure, osservatori greci come Senofonte giunsero a scorgere anche l’enorme debolezza celata dietro l’apparenza imperiale. Le cerimonie di corte, lo sfarzo regale e la sacralità della regalità mascheravano un impero già svuotato. Ai tempi di Alessandro Magno, i mercenari greci erano gli unici soldati realmente efficaci nell’esercito persiano, mentre la leadership e le forze centrali dell’impero si erano indebolite e perse di affidabilità. Quando Alessandro spinse verso est, lo stato persiano si dissolse con sorprendente rapidità. Solo oltre, tra le popolazioni più resistenti delle regioni più remote, incontrò nuovamente la forza dei veri e propri “barbari della natura”.
Qui Burckhardt giunge all’immagine positiva dei Greci. I Greci sono liberi dalle rigide dinamiche di razza e casta. Vivono tra pari in costante competizione, nei grandi giochi, nella polis , nel mercato e nel portico , nel linguaggio, nel canto, nell’arte e nell’ambizione civica. L’agonismo è al centro del loro essere: la spinta verso la competizione continua, attraverso la quale i Greci definiscono se stessi nei giochi, nella politica, nell’arte e nel linguaggio. Persino l’arguzia, la derisione e la critica quotidiane infondono questo spirito nella vita comune. La mentalità greca si diletta nel contrasto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Risate, conversazioni, competizione, giudizio pubblico e la spinta alla distinzione plasmano i cittadini. Burckhardt contrappone tutto ciò all’Oriente, che egli vede come serioso, gerarchico, vincolato dalle caste e povero di aperta rivalità. I barbari possono bere molto, obbedire, temere e sopportare, eppure i Greci dibattono, scherzano, competono e cercano la persuasione. Secondo lui, con i Greci si agiva per mezzo della ragione, mentre con i barbari era più indicata la forza. Questa formulazione rivela quanto profondamente Burckhardt colleghi la libertà greca all’individualità della mente.
La religione accentua ulteriormente il contrasto. La religione greca, secondo Burckhardt, reca gli stessi segni della vita greca: pluralità, tensione, personalità vivida e un mondo divino plasmato in una forma umana elevata. Gli dèi dell’Olimpo litigano, prendono posizione e rispecchiano le divisioni dell’esistenza greca, mentre la vita greca sulla terra ammette anch’essa molteplici prospettive e rivendicazioni contrastanti. La religione orientale appare governata da regole fisse e da rituali pesanti, plasmata dall’autorità sacerdotale ed espressa attraverso rigide forme simboliche: dèi con tratti animali, arti multipli e gesti formalizzati e ripetitivi. Gli dèi greci appaiono più giusti e saggi, e anche la divinazione greca sembra più ricca. Popoli stranieri si recavano a Delfi, Dodona e in altri santuari in cerca di guida. Creso, il ricco re di Lidia, offriva doni in abbondanza ai templi greci, mentre Mardonio, un generale persiano, consultava gli oracoli greci prima di prendere decisioni importanti. Le offerte provenivano da popoli lontani per riverenza oltre che per necessità. Alcuni sovrani stranieri fondarono persino culti greci nelle proprie terre. Attraverso tutto ciò, i Greci acquisirono un forte senso di superiorità religiosa. Si consideravano particolarmente pii, particolarmente abili nel rapportarsi con gli dèi, quasi sacerdotali nei confronti degli altri.
Burckhardt sottolinea anche l’influenza del tipo umano greco sui barbari. Accetta le testimonianze greche a questo proposito con relativa sicurezza. L’unione di bellezza fisica e forza mentale conferiva ai Greci un peculiare potere di attrazione. Burckhardt mette in evidenza la leggenda secondo cui la figlia di un capo ligure sceglie il greco Euxenos come marito, un atto che porta alla fondazione di Massalia, una colonia greca sulla costa mediterranea oggi nota come Marsiglia, e vi vede il simbolo di un modello storico più ampio. Lungo le coste del Mediterraneo e del Mar Nero, le colonie greche attirarono i popoli vicini attraverso il commercio, l’imitazione e l’ammirazione. L’alfabeto greco, gli ornamenti greci, le abitudini greche, il sapere greco e le esigenze greche si diffusero. In Egitto, una volta che il paese si aprì ai Greci, la vita economica fiorì, la ricchezza e la popolazione crebbero e un intero ordine preesistente iniziò a cedere il passo. La casta guerriera si ritirò in Etiopia, mentre la maggior parte della popolazione del Basso Egitto si adattò alle nuove condizioni e gradualmente formò una popolazione mista attraverso il contatto con i Greci. Burckhardt vede in questo processo un segno della vitalità greca e anche dell’effetto disgregante che la mobilità greca poteva esercitare sulle civiltà antiche e rigide.
Si sofferma quindi nuovamente sulla Persia, questa volta analizzando l’influenza greca a corte e la strana attrazione che l’impero esercitava sui singoli greci. Gli uomini greci raggiunsero posizioni di rilievo nell’Impero achemenide, servendo come medici, esuli a corte, consiglieri del re e persino come governanti o influenti personaggi politici. Le donne della casa reale desideravano schiavi greci. I re avevano sentito parlare degli atleti greci. Figure come Democede, Istieo, Demarato, Artemisia I di Caria e Temistocle riuscirono ad entrare nella corte persiana e a influenzare le decisioni ai massimi livelli. Burckhardt si sofferma su Temistocle, statista e generale ateniese, come l’immagine stessa della superiorità greca in termini di intelligenza, giudizio, capacità di improvvisazione, lungimiranza e oratoria. Tuttavia, mostra anche che i greci raramente si sentivano a casa nel mondo persiano. I suoi vasti spazi interni, gli infiniti viaggi e la distanza dal mare pesavano su di loro come un fardello per l’anima. Persino la ricchezza, il favore e l’intimità con la famiglia reale non riuscivano a lenire la nostalgia di casa. Le epigrafi degli eretriani sfollati nei pressi di Susa rivelano un dolore per la patria e per il mare che Burckhardt descrive con commovente forza. I Greci potevano influenzare la Persia, affascinarla, persino servirla, eppure il loro istinto più profondo li riportava sempre verso la polis e la costa.
Burckhardt ripercorre l’indebolimento e poi il rovesciamento dell’antica contrapposizione. Durante l’età classica, il contrasto tra Greci e barbari era al suo apice, sebbene già Erodoto ne offrisse una descrizione più equilibrata e perspicace rispetto a scrittori retorici successivi come Euripide, il cui teatrale abuso dei barbari viene trattato da Burckhardt con aperto disgusto. Una polis temeva di “diventare barbara”, sia per conquista che per graduale infiltrazione. Eppure il IV secolo portò un cambiamento. Le sofferenze dei Greci per mano di altri Greci spezzarono l’antico orgoglio. Filosofi come Antistene e Platone iniziarono a usare i barbari, o le civiltà orientali, come esempi di forza, saggezza o antica autorità. Dopo Alessandro Magno, vaste terre orientali entrarono nell’orbita della lingua e della cultura greca. Lo stoicismo dichiarò sia i Greci che i barbari figli di Dio. Eratostene, intellettuale di spicco del mondo ellenistico e direttore della Biblioteca di Alessandria, rifiutò l’antica divisione tra Greci e barbari e la sostituì con una distinzione morale basata sull’eccellenza e sulla bassezza. Da lì, la strada condusse all’ammirazione per i barbari, all’idealizzazione dei popoli lontani, al fascino per la saggezza orientale e all’elogio della pietà e dell’ordine civico barbarici. In quest’epoca tarda, afferma Burckhardt, i Greci arrivarono persino a pensare che, laddove i barbari si erano corrotti, l’influenza greca stessa avesse giocato un ruolo. Così, l’antica contrapposizione che un tempo definiva l’autocoscienza greca cedette lentamente il passo a un mondo più ampio e misto, in cui sangue, intelligenza, culti e pensiero barbarici entrarono a far parte della vita greca stessa.
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Il sociologo tedesco Max Weber (1864-1920) parte da una domanda apparentemente semplice che si apre su un vasto campo di indagine: cosa si intende per «spirito del capitalismo» e come è possibile coglierne il significato? Egli rifiuta qualsiasi definizione affrettata poiché il fenomeno appartiene alla storia piuttosto che all’astrazione, e la storia resiste alle formule ordinate. Weber affronta invece la questione come una costellazione di atteggiamenti, abitudini e significati che si fondono in uno schema riconoscibile all’interno di una specifica civiltà. Lo “spirito” emerge gradualmente, assemblato da pratiche reali ed esperienze vissute, e rivela la sua forma completa solo alla fine dell’analisi piuttosto che all’inizio. Questo metodo testimonia già di una tesi più ampia: la vita economica moderna poggia su un fondamento morale e psicologico che non può essere ridotto a semplici cause materiali, e l’indagine deve procedere con pazienza, assemblando frammenti in un tutto che abbia un peso culturale.
Per illustrare questo spirito nella sua forma più pura, Weber attinge agli scritti di Benjamin Franklin, le cui massime sul tempo, sul credito e sul denaro si leggono come un codice morale di condotta economica. Questi aforismi elevano la puntualità, la diligenza e la parsimonia a virtù direttamente legate al successo finanziario, eppure il loro tono trasmette qualcosa di più profondo di un semplice consiglio pratico. Essi suggeriscono uno stile di vita disciplinato in cui l’accumulo di capitale appare come un dovere piuttosto che come una scelta. Weber vede in Franklin la cristallizzazione di una nuova etica: l’individuo si vincola a un processo impersonale di accumulazione, trattando l’attività economica come una vocazione. Questo orientamento si distingue dai precedenti atteggiamenti nei confronti della ricchezza, in cui il profitto poteva essere perseguito, ma raramente santificato come fine morale in sé.
Weber sottolinea che questa trasformazione non può essere intesa come mera astuzia o opportunismo. L’ethos che egli descrive impone una forma di autocontrollo che assomiglia più alla disciplina religiosa che all’indulgenza mondana. Il piacere passa in secondo piano, mentre il lavoro sistematico e il reinvestimento assumono un ruolo centrale. La ricchezza cessa di funzionare come mezzo per il benessere e diventa invece una misura del valore personale espressa attraverso l’attività continua. In questa ottica, lo spirito capitalista appare paradossale: esige uno sforzo incessante mentre scoraggia il godimento dei suoi frutti, creando un modello di vita che sembra irrazionale se giudicato secondo semplici standard edonistici, ma del tutto razionale all’interno del proprio quadro di riferimento del dovere.
Al contrario, Weber introduce il concetto di tradizionalismo, un modo di vivere in cui gli individui lavorano solo quanto basta per mantenere gli standard consolidati. Il lavoratore tradizionale misura lo sforzo in base al bisogno, cercando la stabilità piuttosto che l’espansione. I tentativi di aumentare la produttività attraverso salari più alti spesso falliscono in questa mentalità, poiché il reddito aggiuntivo non ispira un maggiore impegno. Al contrario, i lavoratori riducono il loro impegno una volta raggiunti i guadagni abituali. Questo modello rivela una divergenza fondamentale: mentre il tradizionalismo ancora l’azione all’abitudine e alla sufficienza, lo spirito capitalista spinge verso un aumento costante, superando i limiti ereditati e ridefinendo lo scopo del lavoro.
L’analisi di Weber va oltre il mondo del lavoro per estendersi al comportamento degli imprenditori. Egli descrive l’emergere di un nuovo tipo di uomo d’affari che sconvolge le routine consolidate attraverso un calcolo rigoroso e un’organizzazione implacabile. Questa figura non fa affidamento su improvvisi afflussi di capitale o su speculazioni azzardate. Al contrario, introduce un nuovo orientamento verso l’efficienza, il controllo della qualità e l’espansione del mercato, trasformando interi settori industriali grazie a uno sforzo metodico. Il cambiamento spesso inizia in modo silenzioso, con risorse modeste, ma si sviluppa in una radicale riorganizzazione della vita economica. In questo processo, le vecchie forme di business, radicate nel comfort e nella continuità, cedono il passo a un ambiente più ostile, plasmato dalla concorrenza e dal reinvestimento.
Questa transizione comporta profonde conseguenze sociali. Le comunità, abituate a routine stabili, si trovano ad affrontare una nuova intensità di lavoro e di aspettative. La ricchezza si accumula in nuove mani, mentre chi non riesce ad adattarsi va incontro al declino. Weber osserva che questa trasformazione raramente procede senza intoppi. Essa provoca sospetto, risentimento e indignazione morale, poiché la nuova etica sfida valori consolidati da tempo. Il primo capitalista appare come una forza dirompente, che sconvolge le gerarchie consolidate e introduce una logica che privilegia l’efficienza rispetto alla tradizione. Nel corso del tempo, questa logica diventa dominante, rimodellando sia le istituzioni che la condotta personale.
Al centro dell’argomentazione di Weber c’è l’idea della «vocazione» (Professione), che vincola l’individuo alla propria occupazione come un obbligo morale. Questo concetto eleva il lavoro quotidiano a una sfera di rilevanza etica, conferendogli uno scopo che va oltre il guadagno immediato. L’individuo arriva a considerare il proprio lavoro come un fine in sé, un compito da perseguire con dedizione e serietà. Questo cambiamento rappresenta una rottura decisiva rispetto agli atteggiamenti precedenti, in cui il lavoro serviva spesso come mezzo per il tempo libero o la sussistenza. Sotto la nuova etica, la struttura della vita si riorganizza attorno all’attività continua, guidata da un senso del dovere interiorizzato.
Weber fa risalire le origini di questa trasformazione agli sviluppi religiosi, in particolare all’interno di alcune correnti del pensiero protestante. Queste tradizioni hanno favorito un approccio disciplinato alla vita, ponendo l’accento sull’autocontrollo, sulla responsabilità e su una valutazione costante della propria condotta. Nel corso del tempo, le fondamenta religiose di questa etica sono venute meno, ma la loro influenza è persistita in forma laica. Lo spirito capitalista porta quindi in sé un’eredità di disciplina spirituale, tradotta in comportamento economico. Ciò che era iniziato come un orientamento religioso si è evoluto in una norma culturale, plasmando le società ben oltre il suo contesto originario.
Man mano che il capitalismo consolida il proprio dominio, i fondamenti etici che un tempo lo sostenevano cominciano a svanire dalla coscienza collettiva. Il sistema continua a funzionare, sostenuto dalle strutture istituzionali e dalle aspettative sociali, anche se le motivazioni originarie perdono di chiarezza. Gli individui entrano in un mondo già organizzato attorno a questi principi, adattandosi alle sue esigenze per necessità. Weber descrive questa condizione come una sorta di recinto, in cui la vita economica impone la propria logica agli individui a prescindere dalle loro convinzioni personali. Lo spirito che un tempo animava il sistema si radica nei suoi meccanismi, guidando il comportamento attraverso pressioni esterne piuttosto che convinzioni interne.
Al giorno d’oggi, le intuizioni di Weber risuonano con forza sorprendente, specialmente nel contesto di un’economia globalizzata che estende la logica capitalista all’intero pianeta. La crisi del globalismo rivela tensioni simili a quelle individuate da Weber nelle trasformazioni precedenti. I sistemi concepiti per l’espansione incontrano dei limiti, mentre le popolazioni plasmate da tradizioni diverse resistono a modelli uniformi di lavoro e consumo. L’ethos disciplinato che un tempo guidava la crescita appare messo a dura prova in condizioni di saturazione, disuguaglianza e frammentazione culturale. La razionalità economica continua a operare, ma il suo fondamento morale appare sempre più incerto.
L’ordine globale riflette un paradosso che Weber aveva intuito in forma embrionale. Un sistema fondato sull’accumulo disciplinato genera oggi forme di eccesso che ne minano la coerenza stessa. Le reti finanziarie si espandono al di là della produzione tangibile, mentre il lavoro si distacca da identità e comunità stabili. Il senso di vocazione che un tempo dava significato al lavoro si è affievolito, sostituito da una ricerca diffusa di efficienza e profitto. In questo contesto, gli individui avvertono una disconnessione tra impegno e scopo, che rispecchia la tensione già osservata in passato tra organizzazione razionale e significato esistenziale.
L’analisi di Weber porta in ultima analisi a una questione più profonda sul futuro della vita economica: se lo spirito che un tempo sosteneva il capitalismo si è eroso, cosa lo sostituisce? L’ordine multipolare emergente segna un allontanamento dalle pretese universalizzanti del capitalismo globale verso una pluralità di modelli di civiltà, ciascuno fondato sulla propria logica morale e sociale. In questo sviluppo, la riaffermazione dei principi collettivisti e socialisti emerge con particolare chiarezza, specialmente nel caso della Cina, dove la pianificazione diretta dallo Stato, il coordinamento a lungo termine e una rinnovata enfasi sullo scopo collettivo modellano la vita economica in modi che divergono dall’ethos individualista descritto da Weber. Qui, il lavoro disciplinato e l’accumulazione rimangono centrali, ma sono inseriti in una struttura che subordina il guadagno privato a obiettivi nazionali più ampi, ripristinando un senso di direzione condivisa che contrasta con il carattere atomizzato del globalismo tardivo. Il modello cinese non abbandona l’organizzazione razionale; piuttosto, la reindirizza, integrando l’attività economica in una visione più ampia di continuità sociale e potere. In questo senso, l’ascesa della multipolarità riflette una riconfigurazione degli stessi principi analizzati da Weber, poiché lo spirito capitalista incontra forme concorrenti di ordine che attingono a tradizioni più antiche di identità collettiva e autorità statale, aprendo la possibilità di una nuova sintesi in cui la vita economica serve ancora una volta un fine comunitario consapevolmente articolato.
Nietzsche contro la dignità del lavoro
La cultura e il suo costo in termini di vite umane
Friedrich Nietzsche esprime un giudizio severo sulla vita moderna. Egli sostiene che le persone oggi si aggrappino a idee rassicuranti per sopportare una dura realtà. Parlano della «dignità dell’uomo» e della «dignità del lavoro», eppure l’esistenza quotidiana della maggior parte di loro rimane vincolata alla necessità e alla ripetizione. Il lavoro riempie le ore, spinto dal semplice bisogno di continuare a vivere, e questo bisogno modella il pensiero stesso. Milioni di persone lavorano sotto pressione, il che lascia poco spazio alla riflessione, eppure continuano ad attribuire un linguaggio nobile alla loro condizione. Nietzsche vede in questo una forma di autoconservazione attraverso l’illusione. Se la vita stessa avesse un valore più alto, allora il lavoro potrebbe riflettere quel valore. Invece, il lavoro serve alla sopravvivenza, e la sopravvivenza da sola non ha il potere di creare un vero onore. Pertanto, queste idee funzionano come una sorta di decorazione morale posta su una condizione che rimane immutata sotto la superficie.
Nietzsche osserva che la cultura moderna riunisce due forze che sono in tensione tra loro, pur coesistendo nello stesso individuo. Da un lato c’è la lotta per l’esistenza, con le sue esigenze, le sue ansie e il suo sforzo incessante. Dall’altro c’è il bisogno di arte, di bellezza e di qualcosa che elevi la vita al di là della mera sopravvivenza. Queste forze non si fondono in armonia. Si scontrano l’una contro l’altra, creando un tipo umano diviso. Una persona può trascorrere la giornata a garantirsi il sostentamento, per poi rivolgersi all’arte la sera, alla ricerca di elevazione. Da questa divisione nasce il bisogno di giustificare la prima forza attraverso la seconda. La lotta per l’esistenza cerca conferma nell’arte e, in quel processo, adotta un linguaggio nobile. Le idee di dignità emergono da questo tentativo di dare un senso a ciò che altrimenti apparirebbe come una costrizione.
Al contrario, Nietzsche presenta i Greci come un popolo che affrontava l’esistenza con lucidità e moderazione. Essi affermavano apertamente che il lavoro comporta un disonore. La loro visione andava ben oltre: la vita umana stessa appare fragile, fugace e priva di valore intrinseco. Il lavoro riflette questa condizione poiché è al servizio della perpetuazione di tale vita. Anche quando la vita viene abbellita dall’arte, quando la scultura, la poesia e la tragedia elevano l’esperienza, la verità sottostante rimane visibile ai loro occhi. Chi lotta per la sopravvivenza non può allo stesso tempo abitare pienamente il regno della creazione artistica. I Greci accettavano questa tensione invece di mascherarla. Gli uomini moderni, al contrario, rimodellano il linguaggio per addolcire la realtà che affrontano e, così facendo, si allontanano da una comprensione più diretta dell’esistenza.
Nietzsche fa risalire l’origine degli ideali moderni a una forma più profonda di occultamento. Coloro che sono vincolati alla necessità sviluppano un linguaggio che permette loro di sopportare la propria condizione. Parlano di «parità di diritti», di «dignità universale» e del «valore del lavoro», eppure questi concetti fungono da copertura protettiva. Consentono agli individui di vedersi sotto una luce più favorevole pur rimanendo all’interno della stessa struttura. Nietzsche sottolinea che la vera dignità appartiene a un diverso livello di esistenza. Essa appare solo quando l’individuo trascende la sopravvivenza personale e agisce al servizio di qualcosa di più grande. Una tale condizione è ben lontana dalla lotta quotidiana della maggioranza e, per questo motivo, raramente entra nella coscienza comune.
Anche a quel livello superiore, Nietzsche individua un elemento che assomiglia alla vergogna. Egli ricorda come i Greci reagissero alle grandi opere d’arte. Le ammiravano profondamente, eppure non provavano alcun desiderio di diventare essi stessi creatori. L’atto della creazione rientrava nella stessa categoria del lavoro, poiché comportava sforzo, costrizione e sottomissione a una forza. L’artista non crea solo per libera scelta. Una potente spinta interiore lo costringe, e lui deve seguirla. I Greci riconoscevano questa necessità e vi vedevano qualcosa che limita la purezza dell’elevazione artistica. Potevano ammirare la bellezza pur riconoscendo il fardello che l’aveva prodotta, tenendo insieme entrambe le intuizioni senza confusione.
Partendo da queste riflessioni, Nietzsche delinea un quadro più ampio della cultura. La cultura artistica richiede un fondamento che la sostenga, e tale fondamento poggia su condizioni di disuguaglianza. Un gruppo più ristretto prende le distanze dalla lotta per la sopravvivenza e, grazie a tale distanza, sviluppa l’arte, la filosofia e forme di vita superiori. Questa distanza non nasce da sé. Dipende dal lavoro di molti altri che rimangono legati alla necessità. Il loro lavoro sostiene le condizioni che permettono alla cultura di fiorire al di sopra di loro. Il risultato appare raffinato ed elevato, eppure poggia su una base che rimane nascosta alla vista.
Nietzsche esprime questa conclusione in termini molto chiari. Egli afferma che la schiavitù appartiene all’essenza stessa della cultura. La sofferenza e il lavoro dei molti rendono possibile la creazione della bellezza per i pochi. Questa intuizione genera tensione all’interno della società. I movimenti che cercano l’uguaglianza e la giustizia reagiscono contro una struttura sociale che impone oneri a un gruppo e privilegi a un altro. A volte, forti ondate di compassione hanno sconvolto le forme culturali e le hanno rimodellate. Nietzsche cita come esempio il cristianesimo primitivo, dove da un movimento di questo tipo è emersa una nuova visione morale. Tuttavia, egli osserva anche che potenti sistemi di credenze possono fissare la cultura in un certo stato, mantenendola stabile e limitandone l’ulteriore crescita.
Ovunque si formino strutture solide, queste portano con sé una certa rigidità. Sia la cultura che la religione impongono un ordine, modellano i comportamenti e stabiliscono dei limiti. Questo schema riflette una struttura più profonda insita nella vita stessa. Ogni istante sostituisce quello che lo precede, e ogni nuova forma emerge attraverso la scomparsa di quelle precedenti. Creazione e distruzione sono indissolubilmente legate in un processo continuo. La cultura riflette questo schema. Essa avanza attraverso la forza, la trasformazione e l’uso degli individui come mezzi per fini più grandi. Coloro che ne fanno parte spesso non riescono a vedere chiaramente questo processo e parlano invece in termini che preservano un senso di dignità.
Lo Stato riunisce gli individui in una struttura, assegna loro dei ruoli e favorisce lo sviluppo della cultura all’interno di tale struttura. La sua origine risiede nella conquista e nella forza. I gruppi più forti impongono l’ordine a quelli più deboli e, attraverso questo processo, emerge una nuova forma sociale. I Greci riconoscevano questa origine e ne parlavano apertamente. Col tempo, tuttavia, le persone finiscono per accettare lo Stato come qualcosa di naturale e persino degno di ammirazione. Percepiscono in esso uno scopo che va oltre l’interesse individuale, anche se non riescono a articolare pienamente tale scopo.
Nietzsche analizza gli sviluppi politici moderni e individua un cambiamento. Sorgono grandi sistemi che mirano alla stabilità, al coordinamento e al vantaggio economico. Gruppi distaccati dagli istinti più profondi dello Stato acquisiscono influenza e utilizzano le strutture politiche come strumenti per i propri scopi. Idee che promettono pace, uguaglianza e diritti universali si diffondono ampiamente, sostenute da forze economiche che influenzano il processo decisionale. In questo contesto, la forza originaria che ha dato forma allo Stato diventa meno visibile. Lo Stato inizia a servire il calcolo e la gestione piuttosto che i processi più profondi che un tempo gli hanno dato forma.
Nietzsche conclude con un’immagine cruda tratta dalla guerra e dall’ordine militare. In queste condizioni, la struttura dello Stato si manifesta nella sua forma più chiara. Gli individui sono disposti in ranghi, a cui vengono assegnate funzioni, e plasmati come parti di un insieme più ampio. Il sistema rivela come una forma collettiva possa guidare e trasformare l’attività umana. All’interno di questa struttura, l’individuo acquista valore attraverso la partecipazione a uno scopo superiore. Da ciò Nietzsche trae la conclusione finale del suo ragionamento. Il valore umano non si manifesta da solo. Esso nasce dal ruolo che una persona svolge all’interno di una forza creativa più ampia, una forza che si muove attraverso gli individui e li utilizza per generare cultura, forma e risultati duraturi.
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Il deserto brucia di nuovo, e questa volta la sabbia trasporta missili anziché parole. La guerra iniziata con gli attacchi israelo-americani contro l’Iran si diffonde ora come un’ondata di calore in tutta la regione, trascinando Libano, Yemen, il Golfo e il Mar Rosso in un unico, ininterrotto campo di battaglia. Gli imperi si scontrano per procura, con attacchi aerei e invisibili linee di alleanza, proprio come le Grandi Casate che circondano Arrakis. Ogni fazione rivendica necessità, destino e sopravvivenza, e ogni mossa stringe la spirale. In Dune , il potere si cela dietro rituali e profezie, mentre la violenza reale esplode in improvvise tempeste. Anche qui, i leader parlano di “sicurezza” e “ordine” mentre intere regioni vengono sconvolte dai bombardamenti, le popolazioni si disperdono e l’orizzonte risplende della luce delle infrastrutture in fiamme.
Le spezie devono scorrere, e in questo mondo le spezie portano con sé l’odore del petrolio greggio. Lo Stretto di Hormuz diventa il vero e proprio collo di bottiglia nel deserto, uno stretto passaggio attraverso il quale un tempo transitava un quinto dell’energia globale, ora interrotto, minacciato o completamente bloccato. I prezzi salgono alle stelle, i mercati tremano e le economie si rimodellano in base al flusso o all’assenza di questa sostanza vitale. Nell’universo di Herbert, chi controlla le spezie controlla la navigazione, l’impero e il futuro stesso. In questa guerra, chi influenza le rotte petrolifere piega l’intero sistema globale, dall’industria europea alla crescita asiatica, fino al fragile equilibrio delle valute e dell’approvvigionamento alimentare. Il pianeta desertico torna a vivere, solo che questa volta i satelliti osservano dall’alto e gli algoritmi speculano su ogni esplosione.
Poi si dispiega lo strato più profondo, quello che Herbert comprese con inquietante chiarezza: la fede si trasforma in forza. L’Iran risponde agli attacchi con missili e droni, le milizie alleate si sollevano oltre i confini, gli Houthi sparano oltreoceano, Hezbollah si muove di pari passo, ogni attore guidato tanto dalla convinzione quanto dalla strategia. Il conflitto è permeato da discorsi di escalation, martirio, destino e missione storica, che riecheggiano la jihad dei Fremen che attraversa la galassia in Dune . Questa guerra non si riduce a territorio o risorse; si tratta di mito, identità e di un senso di inevitabile confronto. I vermi delle sabbie si agitano sotto la superficie, invisibili ma decisivi, proprio come forze civilizzatrici più profonde spingono gli eventi oltre il controllo di qualsiasi singolo leader. Il risultato appare meno come una guerra convenzionale e più come una saga già scritta, che si dispiega riga per riga nel deserto del reale.
“Muad’Dib…” la voce trema tra le dune, tesa dal vento e dalla profezia. “Ci hai promesso acqua. Ci hai promesso un futuro scritto nelle stelle.” La figura ammantata si volta lentamente, gli occhi che brillano di quello strano fuoco interiore, come se avesse visto troppo, come se portasse il peso di innumerevoli sentieri già percorsi. “Ho visto la jihad,” dice, ogni parola che cade come una pietra nel silenzio. “Si diffonde nel mio nome, attraverso mondi che non posso fermare.” Un guerriero abbassa la spada, incerto, riverente, impaurito. Il cielo romba di motori lontani. “Allora comandaci,” implora il guerriero. “Comandaci di fermarci.” Una pausa, vasta come il deserto stesso. “Non comando nulla,” arriva la risposta, quasi un sussurro. “Il futuro comanda tutto.”
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Non si dovrebbe mai cercare nulla di razionalmente comprensibile nelle dichiarazioni febbrili che attualmente escono dalla bocca di Donald Trump; esse infatti assomigliano meno al discorso di uno statista che agli incantesimi semicoerenti di chi si è attardato troppo a lungo ai margini di un orizzonte dove il significato stesso si dissolve in una nebbia pallida e fosforescente. Durante il fine settimana, se si può ancora fidarsi della banale sequenza dei giorni, egli ha lanciato i suoi appelli a una cerchia di nazioni, implorandole di aiutare gli Stati Uniti a forzare l’apertura dello Stretto di Hormuz, quel passaggio stretto e antico la cui importanza vibra come un nervo nascosto sotto la pelle visibile del commercio e dell’impero. Le risposte sono arrivate sotto forma di rifiuti, bruschi e intransigenti. L’Europa ha affermato la propria linea, prendendo le distanze dalla richiesta di Washington e segnalando una crescente distanza dal suo presunto signore. Eppure, con un curioso riflesso comune a chi avverte il crollo delle proprie narrazioni, Trump ha riformulato la sua richiesta come una prova, una deliberata sonda delle lealtà, come se avesse semplicemente allungato dei tentacoli nell’oscurità per misurare la risposta di entità invisibili. Gli Stati Uniti, ha insistito, si ergono in radiosa autosufficienza. Non hanno bisogno di nulla. Eppure, ha pronunciato un giudizio sulla NATO – un edificio che si è a lungo ritenuto dotato di una certa permanenza strutturale – dichiarando che il suo rifiuto è un grave errore. Le parole avevano la cadenza di una minaccia, sebbene distorta dalla peculiare deformazione dell’intenzione in incoerenza. Da quel balbettio, tuttavia, emerge una percezione con terribile chiarezza: l’ira di Trump si è fissata sull’Europa, come se un antagonismo assopito si fosse risvegliato sotto il sedimento dell’abitudine diplomatica.
Il nucleo soggettivo, quel serbatoio ribollente di volontà e risentimento, esercita la sua pressione sugli eventi. Trump si rivela vendicativo, una figura che riconosce sempre meno limiti, come se i confini che un tempo circoscrivevano l’azione si fossero dissolti sotto l’influenza corrosiva del suo stesso Essere-nel-mondo. Qui il linguaggio di Heidegger si inserisce con inquietante precisione: Esistenza, quella radura scoperta in cui l’Essere si rivela, quando viene recisa dal suo autentico radicamento scivola in una condizione di proiezione irregolare, dove il mondo appare come un campo mutevole di possibilità arbitrarie. Un uomo che proclama di poter fare ciò che vuole con uno Stato insulare come Cuba, che medita pigramente di bombardare l’isola di Kharg in Iran “solo per divertimento”, abita un regno in cui possibilità e realtà si fondono l’una nell’altra come forme indistinte intraviste attraverso un velo di vapore cosmico. Una figura del genere non esiterebbe a infliggere umiliazioni alle nazioni alleate, se se ne presentasse l’occasione, poiché nel suo orizzonte l’Altro appare come una configurazione sacrificabile all’interno di un campo di interesse sempre più ristretto. Se ciò accadrà nel futuro immediato rimane oscuro, come forme ciclopiche in agguato appena oltre la soglia della percezione.
A questo punto, vengono in mente quei dialoghi frammentari conservati in certi archivi poco raccomandabili di Arkham, dove i testimoni, dopo aver intravisto la struttura sottesa degli eventi, faticavano a dare voce a ciò che li opprimeva:
«Ti dirò, Carter, c’è un ritmo di fondo, una cadenza più antica della politica. Le parole sono sbagliate… strisciano, si attorcigliano… eppure qualcosa parla attraverso di esse.»
«Attraverso di loro?» La risposta di Carter fu tesa, come se ogni sillaba gli costasse un grande sforzo. «Parli come se fosse un canale, un’apertura.»
«Un’apertura, sì, uno spazio attraverso il quale qualcosa si manifesta. Queste minacce, questi capovolgimenti, sono privi della consistenza dell’intenzione. Assomigliano a… emanazioni.»
Carter trattenne il respiro, mentre un leggero brivido gli attraversava il corpo. «Allora la figura che vediamo è solo la superficie, un’agitazione che si agita su un mare più profondo?»
«Esatto. E quel mare è immenso, Carter, immenso oltre ogni mappa. Una volta che se ne è udito il mormorio, il mondo non riacquista mai più la sua solidità di un tempo.»
Nel frattempo, Trump sprofonda, passo dopo passo, in una palude la cui densità sembra meno una questione politica che una fatalità cosmica. La rapida e gloriosa vittoria che aveva immaginato in Iran si allontana come un miraggio intravisto in un deserto alieno, dissolvendosi all’avvicinarsi in una distorsione informe. Ogni giorno di bombardamenti incessanti aggrava le perdite subite dai suoi partner arabi nel Golfo Persico, perdite che si accumulano con una terribile inevitabilità, come se fossero dettate da forze che guardano a tali disegni con totale indifferenza. L’economia globale trema, il suo intricato reticolo di dipendenze vibra sotto la tensione, evocando quelle strutture immense e vertiginose descritte in testi proibiti, architetture non euclidee la cui scala sminuisce la comprensione umana, le cui fondamenta poggiano su principi che nessuna mente può pienamente afferrare. Eppure, in un modo al tempo stesso agghiacciante e del tutto prevedibile, tali conseguenze sembrano pesare poco su di lui. Ancora più preoccupante è l’agitazione all’interno della base MAGA: un fermento inquieto nato dai crescenti costi della guerra e dall’inesorabile ascesa dei prezzi del carburante. Quello che un tempo appariva come un corpo unificato ora comincia a fessurarsi, come un edificio un tempo solido i cui supporti nascosti sono da tempo decaduti.
La guerra in Iran rivela di per sé un aspetto ancora più inquietante. Per Heidegger, il conflitto—discutiamo—è una lotta primordiale attraverso la quale un mondo viene alla luce. Qui, la guerra cessa di essere meramente strategica o economica; diventa il luogo in cui l’Essere stesso rivela la propria tensione interiore. Le nazioni e i leader appaiono come Esistenzacatapultati collettivamente in una situazione storica, legati da quella strana «condizione di essere catapultati» che colloca l’esistenza in circostanze mai scelte. Eppure ciò che si dispiega in questo conflitto porta il segno di un oblio più profondo, un dimenticanza di sétalmente profonda che tutti i partecipanti si muovono all’interno di un circuito chiuso fatto di calcolo, dominio e manipolazione tecnica. In questo oblio, la questione dell’Essere si dissolve nell’oscurità e l’azione diventa sempre più frenetica, sempre più distaccata da qualsiasi fondamento autentico. L’escalation assume così un carattere quasi rituale, come se ogni atto di forza fosse un’offerta a un ordine invisibile la cui logica supera la comprensione umana, trascinando tutti i partecipanti sempre più in profondità nel suo inesorabile dispiegarsi.
Le dimissioni del capo dell’antiterrorismo di Trump, Joseph Kent, si configurano come un segnale – sottile, ma carico di significato – simile alla prima debole scossa che precede una frattura tettonica. L’establishment americano, quella costellazione di potere diffusa e oscura, tollera l’incoerenza solo fintantoché è accompagnata dai risultati. Il chiacchierone può chiacchierare, purché mantenga le promesse. Quando i risultati vacillano e quando le sue azioni rendono la nazione ridicola agli occhi del mondo, la tolleranza svanisce a una velocità allarmante. Allora l’atmosfera si fa densa, carica di una tensione che sfugge a ogni definizione, come se presenze invisibili si fossero avvicinate.
In risposta, Trump sembra ricorrere istintivamente all’escalation, come se una maggiore intensità potesse dissipare il vuoto che avanza. Cerca di invertire la tendenza attraverso un rinnovato conflitto, per imporre una direzione a una realtà che resiste sempre più alle sue proiezioni. Eppure lo sforzo porta a ben poco. Il successo rimane sfuggente, ritirandosi sempre più in una distanza incommensurabile. Viene in mente quelle figure condannate che, avendo intravisto la struttura più profonda dell’esistenza, persistono nei loro tentativi di affermare il dominio, solo per scoprire che l’universo non cede, che rimane vasto, indifferente e fondamentalmente estraneo al desiderio umano. In un contesto del genere, l’attuale corso degli eventi assume una connotazione minacciosa. Perché quando l’azione continua sfidando la propria futilità, quando l’escalation sostituisce la comprensione, le conseguenze si dispiegano con una gravità che supera ogni immaginazione precedente. E così, ciò che ora appare come un semplice fallimento potrebbe ancora rivelarsi, col tempo, la soglia di qualcosa di molto più profondo e molto più terribile.
La fine dell’impero sionista-statunitense: tagli regionali e globali che fendono l’etere come un bisturi arrugginito nella clinica dell’Interzona, dove Pax Americanagiace contorcendosi sul tavolo operatorio, la pelle arancione che si sta staccando per rivelare le vene del Mugwump che pulsano di lubrificante sionista sintetico; l’intero apparato è ormai un guscio tremante che riversa le sue ultime gocce di sangue-dollaro nella trappola di sabbia persiana. L’analista politico Cameron Macgregor parla del «di fine ciclo«… mentre la mina a contatto esplodeva. Il mito militare dell’Impero si dissolve in tempo reale, Israele ridotto a un cumulo di macerie fumanti mentre Washington agita le sue ali inutili, incapace di impedire ai suoi alleati di recidere gli ultimi fili del controllo.»
Il vecchio ordine si sta sgretolando: la supremazia militare è stata svuotata, l’indispensabilità economica è un brutto scherzo mentre le zanne della recessione affondano, i prezzi del petrolio urlano come ruggiti di chi è in astinenza, la crisi del credito privato ribolle sotto la facciata cromata di Wall Street, l’apocalisse occupazionale sta dilaniando il tritacarne americano, le azioni vacillano come ubriachi nella nebbia. Gli addetti ai lavori di Washington e i reazionari europei continuano a mormorare preghiere a Fukuyama, aggrappandosi al talismano della “Fine della Storia” mentre l’ordine mondiale si trasforma in qualcosa di post-neoliberista, freddo e alieno, non più loro. Eppure, tra i detriti sparsi, un debole sussurro latino tremola—Il morale sale, Il coraggio si rafforza con la ferita.—lo spirito si rafforza, la forza ritrovata grazie alla ferita—e la tempesta invernale di Padre Pio mormora di primavere più rigogliose a venire, la mezza speranza di un tossicodipendente che la necrosi possa dare vita a qualcosa di molto diverso, forse molto migliore, se il paziente non muore prima. La panchina è rotta, l’ultima dose dell’impero è esaurita, e il sipario si chiude su un palcoscenico disseminato di bossoli vuoti e bandiere sbiadite.
Le culture si contorcono come organismi morenti attraverso cicli inesorabili: il mitico risveglio della primavera, la fioritura culturale dell’estate, la cristallizzazione intellettuale dell’autunno e la civiltà pietrificata dell’inverno, dove l’anima si indurisce in una macchina imperiale, mentre la democrazia si dissolve nel bagno acido del potere del denaro. Qui, in questo gelo terminale, le masse, alienate dalle loro radici, bramano il redentore cesariano, l’autocrate dai nervi d’acciaio che frantuma il giogo plutocratico, recuperando energie primordiali dalle macerie di parlamenti e partiti, forgiando un destino di sangue sull’oro.
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Spengler, quel profeta di sventura che invoca il martello di Nietzsche, immaginava questo cesarismo come una fase inesorabile del Destino, un’evoluzione secolare in cui l’«uomo del destino» emerge dalla palude anarchica del liberalismo, con l’istinto che trionfa sull’intelletto, nell’ultimo balzo dell’Occidente faustiano verso l’infinito cosmico. Non un semplice despota, ma l’avatar della necessità storica, che calpesta la «mente finanziaria» con la spada della razza e della tradizione, dando vita a una rinascita primitiva tra le rovine megalopolitane. Eppure Trump, questo fantasma dai toni arancioni che barcolla per la Casa Bianca, uno spettacolo di spavalderia e confusione, prosciugando il corpo politico di ogni scopo, non è un colosso, ma una farsa vuota, la sua presa troppo debole per il bastone imperiale.
Il vendicatore di Spengler dovrebbe radunare gli «uomini di razza» contro la tirannia monetaria. Trump si inginocchia davanti agli oligarchi, con il denaro dei donatori che gli scorre nelle vene come eroina. L’«America First» si contorce in fedeltà sionista, mentre la base si frantuma come un osso spezzato in una rissa da vicolo dell’Interzone. Nessun ruggito dinastico, solo il debole gracidio di un faraone da fast food, il cui regno è un Il pranzo nudoquadro di fame vorace, che si divora su se stessa in una frenesia di dazi, invettive ed entropia irreversibile.
Riflessione teorica: Spengler descrive l’Occidente nella sua «posa del tramonto», che rispecchia la senescenza della Roma tardoantica, dove il cesarismo segna la «Seconda Religiosità»: un rifugio mistico nella fede senza tempo in mezzo alla calcificazione politica. L’autentico Cesare, nello schema di Spengler, annienta la morsa della finanza con le verità eterne del sangue e del suolo, preannunciando un indurimento selvaggio. Ma Trump, l’impostore indebolito, rafforza la morsa dei banchieri: i suoi tagli fiscali sono un tributo sontuoso alla corporatocrazia, le sue tariffe erratiche uno scatto spasmodico che corrode l’egemonia americana, allontanando gli alleati che virano verso l’orbita di Pechino, mentre le catene di approvvigionamento globali si incrinano e i mercati un tempo dominati dal dollaro statunitense scivolano via come sogni d’oppio. In momenti come questi, quando la vasta macchina dell’impero ronza con una grandiosità vuota, si avverte – come un sognatore tormentato che vaga per i corridoi illuminati da lampioni di qualche fantasma orientale – che lo splendore del potere si dissolve in una languida irrealtà, uno spettacolo magnifico nell’apparenza ma già in via di dissoluzione nelle province oscure della memoria.
In questo inverno spengleriano, la profezia si ribalta: non è un Cesare virile a consolidare il regno, ma un pretendente decrepito ad accelerare il disgelo. Trump, la Nova Criminal, provoca un sovraccarico sistemico; i suoi editti, agenti virali, trasformano l’impulso faustiano in un carnevale di figure grottesche, mentre i tendini dell’impero si contraggono in un agonia.
Di Edward Gibbon Storia del declino e della caduta dell’Impero romanosvolgendosi come un monumentale catalogo del marciume imperiale, che ripercorre tredici secoli dall’apogeo di Traiano al saccheggio di Bisanzio, attribuendo il crollo di Roma a una sinfonia di decadenza interna e assalti esterni: perdita della virtù civica, incursioni barbariche, decadenza morale e l’abbraccio snervante del cristianesimo, che minò lo spirito marziale con dottrine di pazienza e pusillanimità, dirottando la paga delle legioni verso oziosi monaci. Gibbon, quello scettico dell’Illuminismo, dissezionò la “grandezza smodata” dell’impero come il seme della sua rovina: la prosperità che genera compiacimento, la conquista che moltiplica le vulnerabilità fino a quando il colossale edificio crollò sotto il proprio peso, i sostegni artificiali della disciplina e della virtù erosi dal lusso e dalla tirannia. I parallelismi si moltiplicano come locuste: l’America di Trump, gonfiata dall’unipolarità del dopoguerra fredda, è inquietantemente simile all’apice antonino di Roma, solo per precipitare nel declino gibboniano a causa dell’eccessiva espansione e dell’atrofia etica.
La guerra contro l’Iran, un pantano di arroganza, richiama alla mente i coinvolgimenti di Roma con i Persiani, che prosciugarono sia le casse dello Stato che il coraggio dei soldati, mentre la base di Trump, un tempo modello di “virtù” populista, degenera in litigi tra fazioni, con l’impegno civico soppiantato dal circo dei social media: pane e giochi circensi per l’era digitale. Gibbon lamentava la deriva edonistica dell’élite dall’ethos agrario stoico a stravaganti eccessi alimentati dal debito, che sovvenzionava le masse con sussidi pubblici; così Trump, il fallito dorato, fa lievitare i deficit con agevolazioni fiscali e dazi che fanno impennare l’inflazione, erodendo il “valore attivo” della classe media in un torpore risentito. Orde barbariche alle porte e invasori economici – la potenza industriale cinese, le interruzioni della catena di approvvigionamento – che sfruttano le debolezze interne, la corruzione politica che marcisce come le “liti interne” di Gibbon. Fazioni che divorano fazioni, senatori e generali che rosicchiano lo Stato per vantaggio privato mentre la struttura imperiale marcisce dall’interno.
Favorevole alla guerra, i tamburi di guerra risuonano nel suo cervello offuscato dalle anfetamine; l’Iran, la tana velenosa, è stato provocato fino alla rabbia. 28 febbraio 2026: ha inizio il blitz statunitense-israeliano, “Operazione Epic Fury”, un bombardamento preventivo e immotivato che si trasforma in un delirio volto a rovesciare il regime: bunker vaporizzati, silos missilistici sventrati, il Leader Supremo Khamenei eliminato con un attacco chirurgico da drone, o forse non così chirurgico, dato che viene spazzata via anche metà della sua famiglia. Trump grida “vittoria” dopo una dozzina di giorni, ma il pantano lo inghiotte: la risposta di Teheran soffoca lo Stretto di Hormuz, il greggio schizza a 120 dollari al barile, i flussi di GNL vengono interrotti, le infrastrutture arabe e le basi statunitensi vengono incendiate in inferni scatenati dalla determinazione iraniana alla vendetta. 175 bambini polverizzati dalla macchina militare americana in un’apocalisse nel cortile di una scuola. Emorragia fiscale: miliardi bruciati nella prima settimana dal complesso militare-industriale americano, arterie commerciali deviate, stagflazione che rosicchia mentre il PIL si arresta, prezzi al consumo alle stelle. Colpire l’Iran? Distrugge il mandato di Trump. Non una crociata di ideali ma un’assurdità tardo-imperiale: il potere americano scagliato attraverso sabbie lontane mentre il bottino si accumula altrove e il cuore dell’impero marcisce silenziosamente. Un impero inizia la sua caduta non quando perde le guerre, ma quando le combatte a beneficio di altri. Il conflitto come una mischia umida nell’Interzona, milizie che lanciano droni come proiettili narcotici, la superpotenza che sanguina nelle paludi mesopotamiche. Il «tessuto prodigioso» dell’impero cede alle ferite autoinflitte. L’avventurismo di Trump è parallelo alla critica di Gibbon all’arroganza imperiale, dove «le cause della distruzione si moltiplicavano con l’estensione della conquista».
Il vero bivio nella linea temporale in decomposizione, il colpo mancato nel poligono di tiro dell’Interzona, era la Groenlandia, sì, quella roccia ghiacciata che pende come un’appendice dalla massa continentale nordamericana. Trump avrebbe dovuto impadronirsene con un unico, brutale balzo, invece di inseguire fantasmi iraniani attraverso labirinti di sabbia. Immaginate la mossa: i marines che prendono d’assalto Nuuk sotto la copertura della notte polare, la bandiera danese strappata come l’involucro di un’immondizia di ieri, i documenti di acquisto ridotti a brandelli in un lampo di comando esecutivo. Nessuna offerta cortese questa volta, solo una nuda acquisizione, la corona artica strappata da sotto il naso dell’Europa. La NATO si sarebbe frantumata come vetro scadente. L’articolo 5 invocato da una Danimarca urlante, la spina dorsale dell’alleanza spezzata mentre l’America diventava sia aggressore che garante, l’intero patto transatlantico che si dissolveva in accuse reciproche e comitati paralizzati. L’UE, quell’idra burocratica già ansimante per le cicatrici della Brexit, si sarebbe frammentata ulteriormente. La Germania che urla di sovranità, la Francia che si pavoneggia nella furia gollista, il blocco orientale che guarda alle braccia aperte di Mosca, il sogno di un blocco continentale unito che va in frantumi in schegge di veleno nazionalista.
Un vero e proprio colpo ai globalisti, non i dazi di facciata o le guerre per procura che non facevano altro che ingrossare i loro conti offshore, ma un’amputazione radicale: il controllo delle rotte marittime artiche, dei giacimenti di terre rare, del petrolio polare in via di scioglimento, il tutto strappato dalla rete multilaterale e tenuto sotto il tallone americano. Il Cesare di Spengler avrebbe sorriso dalla tomba: sangue e terra riconquistati, i fili invisibili del potere finanziario tagliati con un’unica occupazione territoriale, l’inverno dell’Occidente trasformato in una feroce rinascita invece che in un senile groviglio. Invece, Trump ha scelto il miraggio del deserto, ha dissanguato l’impero in una fedeltà infinita a Israele e ha lasciato marcire intatto il vero premio mentre la panchina globalista rimaneva intatta. L’occasione è sfuggita come una brutta dose, e ora il ghiaccio si scioglie per qualcun altro.
Le elezioni di medio termine incombono come una falce sulla megalopoli, il massacro alle urne del 2026. I sondaggi preannunciano il disastro: i Democratici in ascesa, i Repubblicani in declino. Una perdita catastrofica: la Camera diventa blu, il Senato vacilla, le legioni MAGA si disperdono come pula. Paradosso spengleriano: il cesarismo dovrebbe soffocare il cadavere della democrazia, eppure la debolezza di Trump ne evoca la rinascita, mentre il caos invernale consuma il suo trono. Le farsesche elezioni di Roma sotto gli ultimi imperatori, la virtù civica evaporata, i voti (o le invasioni) dei barbari che fanno pendere l’ago della bilancia mentre le fazioni interne divorano la politica. L’imminente disfatta di Trump alle elezioni di medio termine richiama alla mente la narrazione di Gibbon sull’impotenza del Senato, dove “le ferite del tempo e della natura”, aggravate da “attacchi ostili”, hanno eroso le fondamenta della repubblica, con il declino morale che si manifesta nell’apatia elettorale e nella corruzione.
MAGA? Trasformato in MIGA: «Make Israel Great Again», con la frattura che lacera come una cicatrice da vivisezione. Rivolta dei fedeli: “Pedine negli scacchi di Israele!” mentre le munizioni americane piovono sotto l’imprimatur di Netanyahu, Rubio confessa l’istigazione di Tel Aviv. Tucker, Owens, Fuentes esprimono un senso antisionista, Marjorie Taylor Greene abbandona Capitol Hill, denunciando lo snobbamento dell’AIPAC nei suoi confronti come prova dell’apostasia del MIGA. Dati: il 70% dei repubblicani rimane fedele a Israele, ma con un calo di 10 punti, mentre gli opinion leader frantumano la falange. Trump avverte i benefattori: «Il mio gregge si sta allontanando da Israele», la crepa si spalanca, il MAGA si spegne, nessuna dinastia, solo una setta alla deriva nella distesa glaciale di Spengler. Il credo come un verme segmentato, che si contorce e si disgrega, il sionismo come droga iniettata. L’insidiosa ascesa del cristianesimo, secondo Gibbon, sovverte il vigore pagano di Roma con dogmi alieni, il clero predica la sottomissione mentre sottrae ricchezza, prefigurando la svolta filoisraeliana di Trump come una «religione» di fedeltà straniera, che erode la «virtù» nazionalista e alimenta un’intolleranza simile alla «superstizione» di Gibbon. Come Gibbon vide Roma scivolare verso il dispotismo orientale e il lusso di corte erodere la virtù civica, la MIGA incarna uno spettacolo gibboniano di incanto orientale, la debolezza di Trump che accelera lo scisma come l’«abuso» del cristianesimo che affrettò la caduta di Roma.
Eppure il giudizio di Gibbon coglie solo un aspetto superficiale del fenomeno. Il cristianesimo non fu mai semplicemente il languore di un mondo esausto. Fu la cristallizzazione spirituale finale di una civiltà che entrava nel suo inverno. Quando le forme imperiali si irrigidirono e le antiche virtù civiche si dissolvero, la fede in Gesù Cristo raccolse le energie disperse dell’Occidente in una nuova disciplina interiore, una forma religiosa capace di sopravvivere al crollo del guscio politico. Nei monasteri, nelle basiliche e nelle confraternite itineranti, la continuità spirituale dell’Europa persistette mentre le istituzioni marmoree dell’impero si sbriciolavano in polvere. Così la Croce divenne l’ultimo grande simbolo del mondo classico e il seme nascosto di quello medievale, trasportando l’anima occidentale attraverso l’abisso tra le rovine di Roma e le cattedrali che un giorno sarebbero sorte sopra le sue tombe.
La diga contro l’ondata straniera che sta diluendo il sangue dell’Occidente, ormai una debole parodia sotto la guida vacillante di Trump: niente più espulsioni di massa, la grande epurazione promessa nei sogni febbrili della campagna elettorale si è ridotta a semplici espulsioni di assassini e dei «peggio del peggio», la Casa Bianca sussurra ai lacchè del GOP di smorzare i toni sulle espulsioni di massa in vista delle elezioni di medio termine, concentrando la retorica solo sui criminali violenti, mentre i sondaggi, riflettendo il sentimento liberale, si inaspriscono di fronte all’aggressività. Come salvare l’Occidente in questo modo, la reazione primordiale di Spengler che esige una ferma riaffermazione dei confini della civiltà, non questa tiepida potatura dei rami più vili mentre il problema alla radice si infetta, i barbari alle porte di Gibbon accolti non con legioni ma con cesoie selettive, il vigore dell’impero minato da mezze misure di fronte alla dissoluzione demografica?
Così l’Occidente attende il suo Cesare e riceve invece una sfilata di pretendenti, mentre la macchina imperiale continua a macinare il suo cammino attraverso l’inverno di Spengler, vasta, magnifica e già svuotata nel profondo.