I tre treni causali che stanno riscrivendo la geografia del potere italiano_di Antonio Rossello
I tre treni causali che stanno riscrivendo la geografia del potere italiano
Dalla cannibalizzazione della Lega per mano di Vannacci alla guerra preventiva Conte-Schlein, fino all’effetto-specchio che blocca l’intero sistema: ecco come ogni scossone genera una scia di detriti che si abbatte sull’alleato successivo, in una sequenza logica inarrestabile
La destra si decompone perché il suo leader ombra gli ruba il consenso; la sinistra si spacca perché il suo leader populista spiazza la segretaria; e il centrosinistra, pur vedendo il centrodestra sotto il 42%, non riesce a capitalizzare perché Avs, per reazione, candida l’ennesimo nome mediatico. Un effetto domino dove ogni anello è la conseguenza necessaria del precedente.
**Analisi politica**
L’attualità politica italiana non è un mosaico di episodi casuali, ma una sequenza rigorosa di reazioni a catena. Per comprenderla, dobbiamo abbandonare la cronaca frammentata e salire a bordo dei tre grandi **treni causali** che stanno attraversando il Paese. Il primo viaggia sul binario del centrodestra e parte dal fenomeno Vannacci per investire in pieno Salvini, indebolire Meloni e precipitare nei fischi di Taranto. Il secondo corre sul binario del Campo largo e parte dalla strategia editoriale di Conte per mettere in crisi Schlein, innescando la controffensiva di Avs su Ranucci. Il terzo, trasversale, è il treno dell’interdipendenza: spiega perché la debolezza della destra non si traduce in forza per la sinistra, generando invece una paralisi simmetrica. Analizziamoli, vagone dopo vagone.
—
**PRIMO TRENO CAUSALE – Il cortocircuito della destra: da Vannacci ai fischi a Meloni, passando per il tracollo di Salvini**
**Binario 1 (innesco):** Tutto parte da Roberto Vannacci. Il suo exploit elettorale non è un accidente: i sondaggi Swg lo danno stabilmente al 7,2%, in crescita costante, a un passo dal superare Forza Italia (7,4%). Il suo bacino non è generico: è sovrapponibile per oltre il 60% a quello storico della Lega. Vannacci parla ai militari, ai delusi dal sovranismo moderato e a quella destra radicale che Salvini ha cavalcato nel 2019 ma che oggi, inchiodato al governo, non può più rappresentare.
**Binario 2 (conseguenza diretta):** Questa sovrapposizione genera il primo effetto a cascata. La Lega crolla al 5,5%, dimezzata rispetto ai picchi passati. Salvini non perde voti per colpa di Meloni, li perde *perché Vannacci li prende a lui*. È una relazione di causa-effetto quasi matematica. Di fronte a questo salasso, la tenuta interna del Carroccio salta. Il 20 agosto 2026, il governatore della Lombardia Attilio Fontana e il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo (segretario della Lega Lombarda) lanciano attacchi frontali al segretario. Fontana parla di un partito che “così come è non va” e ipotizza un cambio ai vertici. Il 22 agosto, alla tradizionale festa di Pinzolo – che per Salvini è un appuntamento amaro, che riecheggia la crisi del Papeete dell’agosto 2019 – il leader del Carroccio tenta di spegnere i malumori aprendo alla “condivisione di responsabilità”, ma il fronte dei governatori del Nord, con il trentino Fugatti che diserta la festa, è tutt’altro che ricomposto. La resa dei conti è rinviata a Pontida, il 19 e 20 settembre.
**Binario 3 (effetto sulla coalizione):** La fragilità di Salvini si riverbera immediatamente su Giorgia Meloni. La premier, per governare, ha bisogno di una coalizione coesa e di un alleato leale. Ma Vannacci, che formalmente siede nel suo gruppo europeo, nella pratica si comporta come un oppositore interno. Meloni si trova così stretto in una morsa: se attacca Vannacci, perde il 7,2% dei suoi elettori più radicali; se lo blandisce, perde Salvini e la Lega, che minacciano di uscire dalla maggioranza. Questa paralisi decisionale è il vero motore che porta al quarto vagone.

**Binario 4 (la querelle Vannacci-Paglia):** È qui che si innesta la vicenda che ha scosso il mondo della Difesa e della politica. Gianfranco Paglia è un tenente colonnello, Medaglia d’Oro al Valor Militare, ferito gravemente e costretto sulla sedia a rotelle il 2 luglio 1993, durante la battaglia del “check point Pasta” (o “Pastificio”) a Mogadiscio, in Somalia. Oggi è consigliere del ministro della Difesa Guido Crosetto. Paglia, in alcune recenti interviste pubbliche e televisive, aveva espresso critiche ferme sulla sovrapposizione tra immagine militare e attività politica, sostenendo che chi sceglie la politica “sveste la divisa” e che continuare a definire Vannacci “generale” anziché “onorevole” genera confusione.
Le sue parole hanno scatenato una valanga di odio social. Il 22 agosto 2026, la notizia viene resa pubblica: Paglia presenta denuncia per gravi minacce di morte ricevute via web. Tra i messaggi, uno recita: “Se fosse per me basterebbe un 7,62” – riferimento al calibro di un proiettile – accompagnato da insulti di inaudita volgarità. Non è un caso isolato: lo stesso giorno, un attivista del collettivo DadaBoom di Viareggio, Alessandro Giannetti, si fotografa davanti alla foiba di Basovizza con la didascalia: “A imparare dai partigiani slavi come si dialoga con i Vannacci di turno. C’è ancora posto per i fascisti del terzo millennio”. Due estremismi opposti che si alimentano a vicenda.
La reazione istituzionale arriva prontamente. Il ministro Crosetto esprime “ferma condanna” e piena solidarietà a Paglia. Ma Meloni tace a lungo. Quel silenzio non è prudenza: è l’effetto diretto del Binario 3, la paura di inimicarsi l’elettorato di Vannacci. E proprio questo silenzio, percepito come debolezza, prepara il terreno al quinto e ultimo vagone.
**Binario 5 (sfogo popolare):** Venerdì 21 agosto 2026, allo stadio Iacovone di Taranto, durante la cerimonia di inaugurazione della XX edizione dei Giochi del Mediterraneo, il nome di Giorgia Meloni viene accolto da una raffica di fischi. Per tre volte, ogni volta che il suo nome viene pronunciato o le sue immagini appaiono sui maxischermi, la contestazione esplode. In netto contrasto, il presidente Mattarella riceve una lunga ovazione. La sindaca di Lecce, Adriana Poli Bortone, parla di “ingratitudine” e chiede scuse alla premier. Il sindaco di Taranto, Piero Bitetti, pur dicendo che “quei fischi li avrei evitati”, non chiede scusa: “chi amministra si prende il peso di scelte impopolari”. E l’associazione Giustizia per Taranto rivendica la protesta, che non riguarda solo l’Ilva ma “il giudizio sull’operato complessivo del Governo, il costo della vita, i carburanti, le promesse elettorali disattese”.
La premier, la sera stessa, cerca di tenere bassi i toni: “Comprendo perfettamente le ragioni di chi, qui a Taranto, esprime il proprio dissenso”. Ma la ferita è politica. I tarantini non fischierebbero una Meloni trionfante; fischiando lei, fischiano simbolicamente la friabilità di un governo che, a causa della cannibalizzazione interna, non riesce più a garantire risposte concrete. La catena causale è perfetta: Vannacci → tracollo Salvini → debolezza Meloni → silenzio su Paglia → fischi a Taranto.
—
**SECONDO TRENO CAUSALE – Il cortocircuito del Campo largo: Conte, Schlein e la reazione a catena fino a Ranucci**

**Binario 1 (innesco):** Sul fronte opposto, il motore è Giuseppe Conte. Il 14 aprile 2026 presenta a Roma il suo libro autobiografico-manifesto “Una nuova primavera”, dove teorizza un movimento anti-establishment, anti-woke, a trazione popolare. Il 22 agosto 2026, Conte rilascia a Repubblica un intervento ragionato contro la cultura woke, che secondo lui non può diventare “l’ossatura ideologica” di una forza progressista. Non è una boutade: è una mossa politica per contendere al Pd il racconto di che cosa debba essere oggi una forza progressista, mentre nel centrosinistra si avvicina la partita più delicata, quella della leadership.
**Binario 2 (conseguenza diretta):** Questa mossa di Conte mette Elly Schlein con le spalle al muro. I sondaggi Piepoli dell’agosto 2026 sono implacabili: Conte è la prima scelta per guidare il Campo largo con il 36% delle preferenze, seguito da Silvia Salis al 30% e da Schlein ferma al 29%. La segretaria dem sa che le primarie del Campo largo, così come proposte da Conte (aperte ai cittadini e non agli apparati), sarebbero un plebiscito per lui, decretando la sua egemonia e riducendo il Pd a comprimario. Ecco perché Schlein frena: il 3 agosto 2026 ribadisce che “prima il programma condiviso, poi le primarie”. Ma la sua opposizione, anziché fermare Conte, innesca il terzo vagone.
**Binario 3 (effetto escalation):** Il veto di Schlein viene letto da Conte come un atto di “conservatorismo elitarista”. L’ex premier alza il tiro, con dichiarazioni sempre più dure contro la cultura “woke”. Il forcing di Conte aggrava la frattura interna al Campo largo: i dem più moderati si sentono traditi, i grillini esultano, e l’elettorato di sinistra radicale, osservando questa rissa, si sente orfano. È qui che scatta l’ultimo vagone.
**Binario 4 (reazione di Avs):** Vedendo il Pd in affanno e il M5S in ascesa, Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) capisce di rischiare l’annichilimento. Per sopravvivere, deve giocare una carta mediatica forte. Da qui l’ipotesi di candidare Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report. Non è una scelta ideologica, ma una *conseguenza logica* della guerra Conte-Schlein: se i due grandi litigano e si allontanano dai toni radicali, Avs occupa quello spazio con un “garante” del giornalismo d’inchiesta, percepito come autentico e anti-sistema. Il 9 settembre 2026, Ranucci è atteso come ospite d’onore alla festa nazionale di Avs (“Terra!”) presso la Città dell’Altra Economia a Roma. L’invito suona come una presentazione ufficiale.
**Binario 5 (effetto boomerang sul Pd):** La candidatura di Ranucci (anche solo l’ipotesi) produce l’effetto contrario a quello sperato da Avs: gela il Pd. I democratici sanno che un volto mediatico senza radicamento territoriale, dopo le deludenti esperienze di Aboubakar Soumahoro (eletto nel 2022) e Ilaria Salis (candidata nel 2024), allontanerebbe l’elettorato moderato e di governo, rinsaldando invece l’immagine di una sinistra ingovernabile e teatrale. Questa paura, però, non porta il Pd a riunirsi con Conte, ma a chiudersi a riccio, aumentando le distanze. La catena è evidente: libro di Conte (14 aprile) → minaccia a Schlein → rifiuto delle primarie (3 agosto) → radicalizzazione di Conte (22 agosto) → vuoto a sinistra → Avs candida Ranucci (annuncio per il 9 settembre) → panico nel Pd → paralisi totale del Campo largo.
—
**TERZO TRENO CAUSALE (Trasversale) – Il paradosso dell’interdipendenza: perché la destra che perde non fa vincere la sinistra**
Fin qui abbiamo due treni paralleli. Ma il vero cortocircuito sistemico si innesca quando i due binari si incrociano. Il primo treno ci dice che il centrodestra, sommando i voti dei suoi partiti, scende sotto la soglia fatidica del 42% (oggi al 40,9%). Il secondo treno ci dice che il Campo largo, se unito, raggiungerebbe il 43,7%, in vantaggio. E allora perché questo vantaggio non si traduce in una narrazione vincente?
La risposta sta nel **terzo treno causale**, quello dell’interdipendenza negativa. Il tracollo della Lega e i fischi a Meloni offrono a Conte la possibilità di presentarsi come l’alternativa credibile. Ma Conte, anziché tendere la mano a Schlein per capitalizzare il momento, usa quel vantaggio per *aggravare* lo scontro interno. Perché? Perché sa che la debolezza di Meloni è temporanea, mentre la sua egemonia sulla sinistra deve diventare permanente. Così, la debolezza della destra non genera un effetto di trascinamento virtuoso per il centrosinistra, ma innesca un *effetto di distrazione*: i riflettori si spostano dalla debacle di Meloni alla rissa Conte-Schlein.
A sua volta, la rissa Conte-Schlein rende credibile l’operazione Ranucci di Avs, che però spaventa il Pd. Il Pd, spaventato, alza un muro contro Conte. Conte, respinto dal muro del Pd, si radicalizza ulteriormente e rilancia con toni più populisti. E più Conte si radicalizza, più il Pd moderato si allontana, vanificando qualsiasi possibilità di quell’unità che i sondaggi danno per vincente. Ecco la causalità trasversale: **la crisi della destra alimenta le ambizioni di Conte; le ambizioni di Conte alimentano la paura di Schlein; la paura di Schlein alimenta la fuga in avanti di Avs; la fuga di Avs alimenta la chiusura del Pd; la chiusura del Pd restituisce a Meloni un nemico esterno diviso, attenuando la percezione della sua crisi interna**. Un circolo vizioso perfetto, dove ogni tentativo di approfittare della debolezza altrui finisce per rafforzare la debolezza propria.
—
**Conclusioni: il deragliamento annunciato**
L’analisi dei tre treni causali rivela una verità scomoda: il sistema politico italiano è entrato in una fase di instabilità guidata, dove le leadership non cadono per colpi esterni, ma si auto-distruggono attraverso reazioni a catena interne. Vannacci non è il nemico di Meloni, ma il prodotto della sua incapacità di gestire il proprio serbatoio. Conte non è il nemico di Schlein, ma il riflesso della sua debolezza identitaria. E Avs, candidando Ranucci, non fa che accelerare un processo di frammentazione che ormai sembra inarrestabile.
Le prossime settimane saranno decisive non per le alleanze, ma per la capacità di questi attori di spezzare volontariamente queste catene causali. Meloni potrebbe sacrificare Vannacci per salvare Salvini; Schlein potrebbe accettare le primarie per salvare l’unità. Ma finché ognuno reagirà meccanicamente allo stimolo del precedente, il treno della politica italiana continuerà a viaggiare verso il baratro, senza conducente e senza freni.