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L’uomo che era Friday: l’islamismo globale dopo l’unipolarità, di Philip Cunliffe

L’uomo che era Friday: l’islamismo globale dopo l’unipolarità

Di Philip

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Nel thriller metafisico-fiaba di G. K. Chesterton del 1908, L’uomo che era giovedì: un incubo, il protagonista Gabriel Syme è un agente di Scotland Yard reclutato per infiltrarsi in una rete di terroristi anarchici. I membri cosmopoliti di questo cosiddetto Consiglio Anarchico Centrale nascondono la propria identità ai servizi segreti utilizzando i giorni della settimana come nomi in codice. Syme si infiltra nel Consiglio con il nome in codice di Giovedì. Nel corso delle sue intrighi e delle lotte contro i suoi colleghi membri del Consiglio, anch’essi chiamati con i nomi dei giorni della settimana, Syme si rende conto che (attenzione: spoiler) l’intero Consiglio è, in realtà, composto da infiltrati del governo, tutti reclutati dallo stesso uomo, con l’unica eccezione, a quanto pare, del misterioso e carismatico leader del Consiglio, nome in codice Sunday. La storia fantastica di Chesterton non era una semplice fantasia. Sebbene le reti terroristiche della globalizzazione tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo non fossero proprio tutte agenti della polizia segreta britannica, lo Stato più potente del mondo all’epoca, erano comunque densamente popolate da spie, infiltrati e agenti provocatori delle principali grandi potenze dell’epoca.1

Un’analisi chestertoniana si adatterebbe altrettanto bene al terrorismo radicale della globalizzazione dei primi anni del XXI secolo, soprattutto considerando che quell’epoca sta ormai svanendo nel passato insieme alla globalizzazione edoardiana dei tempi di Chesterton. Sebbene i fanatici islamici abbiano sostituito i radicali atei dell’epoca di Chesterton come nucleo centrale del terrorismo globale, le loro reti sono probabilmente ancora più densamente popolate da spie governative nell’ombra di quanto persino la fertile immaginazione di Chesterton potesse concepire. Dopotutto, molti dei terroristi islamici radicali dei nostri giorni sono stati intimamente intrecciati con gli ingranaggi dello Stato profondo. Mentre la Special Branch britannica svolge ancora un ruolo minore ma importante in questa vicenda (creando il rifugio jihadista che divenne noto come “Londonistan”), il ruolo principale è stato assunto dalla Central Intelligence Agency (CIA), la quale, come è ampiamente noto, ha contribuito a coltivare una rete globale di insorti islamici al fine di contrastare l’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979. 2

Il terrorismo globale e il crepuscolo dell’impero

Dopo aver cacciato con successo le forze russe dall’Afghanistan nel 1989, la rete principale degli insorti sostenuti dalla CIA decise, in un impeto di rabbia, di agire di propria iniziativa. Priva di uno scopo una volta sconfitto l’impero sovietico, la rete di ribelli dal nome innocuo di «la Base» (Al Qaeda in arabo) si infuriò quando la propria offerta di costituire una legione straniera islamica per difendere l’Arabia Saudita dall’espansionismo del dittatore ba’athista iracheno Saddam Hussein fu respinta, a favore delle forze riunite di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti. Rivoltandosi contro i propri ex padroni politici, la Base sferrò non uno, ma ben due attacchi contro il World Trade Center di New York (nel 1993 e nel 2001), la città che all’epoca più si avvicinava a una capitale mondiale. Utilizzando tre aerei di linea dirottati come missili guidati, la Base riuscì a distruggere le Torri Gemelle e a colpire il Pentagono, uccidendo migliaia di persone.3 Gli Stati Uniti risposero sferrando un’offensiva su più fronti, coordinata con i propri numerosi alleati in tutto il mondo, per sradicare il terrorismo globale ovunque.

La guerra globale al terrorismo ha combinato una sinistra lotta nell’ombra fatta di omicidi, rapimenti, torture e impiego di squadroni della morte settari con incursioni delle forze speciali, spedizioni militari sfortunate e costose (contro l’Afghanistan e l’Iraq), nonché una serie ininterrotta di sanguinosi raid aerei sia contro i principali Stati della regione (Siria, Libia) sia contro remote zone dell’entroterra (il Sahel, il Corno d’Africa) dove gli insorti e i sostenitori di al-Qaeda avevano trovato rifugio. La Watson School of Public and International Affairs della Brown University stima che il bilancio complessivo delle vittime della guerra globale al terrorismo ammonti a 940.000 persone in tutto il mondo.

Eppure, a meno di un quarto di secolo dall’inizio della “guerra al terrorismo”, il leader del Fronte del Levante (Jabhat al-Nusra) di al-Qaeda, Ahmed al-Sharaa, sarebbe stato accolto a New York proprio nello stesso mese (settembre 2025) in cui i suoi predecessori avevano attaccato la città ventiquattro anni prima. Ciò sarebbe avvenuto dopo che gli Stati Uniti avessero devastato vaste aree del Medio Oriente, mancando però, come un giocatore di freccette ubriaco, di proposito i due paesi, l’Arabia Saudita e l’Egitto, da cui provenivano effettivamente i diciannove dirottatori del settembre 2001.

Al-Sharaa si è recato a New York per partecipare al Concordia Summit, uno dei tanti raduni di questo tipo che hanno proliferato nell’era della globalizzazione con l’obiettivo di riunire il mondo degli affari e quello governativo e coordinarne il governo congiunto. La sua visita è avvenuta meno di un anno dopo che l’esercito siriano della Base, ancora una volta fortemente sostenuto e armato dagli Stati Uniti, aveva invaso la capitale siriana Damasco e spodestato dal potere l’uomo forte alleato della Russia, Bashar al-Assad. Nonostante abbia abbandonato il suo precedente nom de guerre, Abu Muhammad al-Julani, a differenza del leader anarchico Sunday di Chesterton, non vi è alcun mistero né profondità riguardo a chi si celi in ultima analisi dietro il nuovo presidente siriano. Al-Sharaa ha ricevuto le lodi pubbliche dell’ex direttore della CIA, il generale David Petraeus, durante un incontro faccia a faccia al vertice (Petraeus aveva precedentemente guidato lo sforzo bellico statunitense contro le forze locali della Base nel vicino Iraq). Anche il presidente Trump ha espresso la sua ammirazione per la «durezza» di al-Sharaa.

Gli audaci e sanguinosi attacchi sferrati dalla Base contro gli Stati Uniti nel 2001 coincisero con l’apice dell’egemonia unipolare statunitense e della globalizzazione economica. Al contrario, quando il nuovo leader della Base tornò a New York forte della vittoria e con l’alleanza con gli Stati Uniti ormai efficacemente ristabilita, si trovò di fronte a un Paese notevolmente indebolito sotto quasi ogni aspetto di potere e prestigio: economico, ideologico e militare. Sebbene parte di questo declino relativo possa essere attribuito all’eccessiva espansione imperiale e all’esaurimento derivante dalla guerra continua e senza restrizioni contro la Base e i suoi vari gruppi scissionisti (in particolare lo Stato Islamico), la maggior parte del declino degli Stati Uniti ha meno a che fare con le vittorie di milizie islamiche disorganizzate e fanatici suicidi che con la crescita della potenza industriale cinese e del revansismo militare russo.

Qual è, allora, il rapporto tra l’ascesa e il declino della potenza globale degli Stati Uniti e l’alternarsi di alti e bassi del terrorismo islamico radicale? È possibile analizzare la dinamica bizzarra e straordinaria di attrazione e repulsione ideologica, di inimicizia strategica e alleanza, tra gli Stati Uniti e l’Islam radicale nei termini oggettivi della scienza politica e della geopolitica, in modo da evitare di ricorrere alla metafisica chestertoniana?

Se l’unipolarità è finita — e lo sforzo che gli Stati Uniti stanno compiendo per reprimere la Repubblica Islamica dell’Iran, assediata e afflitta dalla povertà, sembrerebbe confermarlo — cosa ne sarà del jihadismo, che è stato una componente così ricorrente e familiare dell’ordine globale guidato dagli Stati Uniti? Cosa ne sarà dello sforzo pluridecennale volto ad attuare direttamente la legge islamica come sistema politico, ovvero del progetto politico convenzionalmente descritto come islamismo? Qual è il rapporto tra islamismo e jihadismo, e tra questi due fenomeni e la fede islamica stessa all’indomani della globalizzazione guidata dagli Stati Uniti? Queste sono le domande che il presente articolo intende affrontare, analizzando il rapporto tra l’Islam globale e l’islamismo come ideologia, nonché la distribuzione globale del potere negli ultimi trenta-quaranta anni.

Nonostante tutte le differenze tra l’epoca di Chesterton e la nostra, esiste un elemento comune agli anarchici, ai jihadisti e agli islamisti: la loro incapacità di risolvere la spinosa ma inevitabile questione di ogni politica, ovvero la natura e la legittimità del potere politico laico centralizzato, o, in breve, la questione della sovranità statale. Non è una coincidenza che questa questione, che ha tormentato sia gli anarchici che i radicali islamici, coincida con le fasi di massimo splendore storico della globalizzazione nel capitalismo mondiale, dal 1870 al 1914 e dal 1989 al 2024. Si trattò in entrambi i casi di periodi in cui l’espansione del commercio, della finanza, della produzione industriale e delle comunicazioni indebolì il potere statale, mentre l’imperialismo globale erose l’indipendenza nazionale.

Queste erano le circostanze materiali in cui le persone potevano arrivare a concepire l’Islam transnazionale come un attore globale. La comunità multietnica, interrazziale e senza confini dei credenti islamici, nota in arabo come Ummah, poteva essere proposta come una formulazione coesa e autentica dell’umanità illuminata nel suo insieme, che trascendeva il bisogno profano di governo e faceva a meno delle logore ipocrisie del liberalismo e della democrazia. Ma, come vedremo, le stesse condizioni materiali che permisero all’Islam di emergere come orizzonte per l’umanità globale potevano durare solo fintantoché fosse rimasta in piedi la sbilanciata distribuzione internazionale del potere che sosteneva l’egemonia statunitense.

Ora che gli Stati Uniti non sono in grado o non sono disposti a mantenere queste condizioni, torna alla ribalta la questione del pluralismo geopolitico e della rappresentanza politica e, con essa, quella del potere statale. Con il declino del potere statunitense, declina anche l’Islam globale. La domanda che si pone per tutti noi è se le nazioni che rimangono indietro dopo il ritiro dell’impero statunitense siano in grado di costruire Stati funzionanti e indipendenti ai fini dell’autogoverno e dell’ordine politico.

Se un’analisi politica lucida deve fare a meno della metafisica, dobbiamo comunque fare i conti con la totale stranezza del rapporto politico e strategico tra la superpotenza americana e l’Islam radicale nel periodo di massimo splendore dell’unipolarità statunitense. Come storia di agenti della CIA fuori controllo che bombardano New York per poi essere riaccolti lì più di due decenni dopo, è un racconto al tempo stesso così stravagante e banale che un’intelligenza artificiale generativa probabilmente lo rifiuterebbe come premessa di un thriller. Anche nei momenti di massima tensione, gli Stati Uniti non hanno mai mancato di inchinarsi alle sensibilità islamiche come parte del loro sforzo bellico globale. Mentre gli Stati Uniti si preparavano a scatenare la loro vasta macchina da guerra nel 2001 e la loro polizia segreta allestiva segrete di tortura in vari «siti neri» della CIA in tutto il mondo, un’amministrazione guidata da un metodista evangelico, il presidente George W. Bush, ribattezzò l’operazione di rappresaglia contro la Base, optando per «Enduring Freedom» al posto di «Infinite Justice», dopo che alcuni studiosi islamici avevano fatto notare che la giustizia infinita appartiene solo ad Allah.

Il successore di Bush, Barack Hussein Obama, anch’egli protestante praticante, avrebbe poi dichiarato, con una frase rimasta famosa, che l’Islam era una «religione di pace» nel suo discorso all’Università del Cairo nel 2009. Sebbene l’atteggiamento conciliante di Obama fosse chiaramente inteso a isolare i radicali dai loro correligionari moderati, privandoli della possibilità di dipingere i leader occidentali come anti-islamici, egli poté farlo solo rivendicando un diritto assoluto, persino imperialistico, di dettare a livello globale i termini della religione altrui, intensificando al contempo gli attacchi con i droni contro gli Stati musulmani, indipendentemente dal fatto che fossero alleati o opposti agli Stati Uniti.

A differenza dei presidenti Bush e Obama, cercherò di evitare le strategie ossequiose e accondiscendenti della controinsurrezione intellettuale. In quanto non credente, non mi permetterò di dettare agli altri il significato della loro religione. Ai fini del presente articolo, adotterò la definizione di Islam globale data dallo storico delle idee Faisal Devji, che lo interpreta non come un atavismo religioso, ma come un fenomeno moderno che può essere descritto con termini simili a quelli utilizzati per discutere di democrazia globale, liberalismo o socialismo. Devji sostiene che questa nozione generica di Islam sia un prodotto dei pensatori panislamici del XIX secolo più che degli orientalisti. Potremmo aggiungere che essa è adatta a un mondo moderno in cui le concezioni astratte dell’azione collettiva riflettono un’economia capitalista globale che è a sua volta radicata in categorie altamente astratte di capitale e lavoro. È come risultato della modernità che l’Islam è passato dal limitarsi a descrivere le pratiche religiose dei musulmani all’essere visto come «una struttura astratta e presumibilmente autopropulsiva, come il capitalismo». 4 Sebbene l’Islam possa racchiudere una moltitudine di sfaccettature, è anche un’idea per eccellenza globalista, e la sua storica radicalizzazione nell’islamismo e nel jihadismo deriva dal fallimento del globalismo nel trascendere la politica profana dello Stato-nazione.

Cosa si è lasciata alle spalle l’ondata islamista

Non sappiamo se il nuovo leader siriano al-Sharaa sia stato rincuorato nel constatare il declino delle sorti del Paese che aveva visitato nel 2025. Se così fosse, avrebbe ben poco di cui rallegrarsi riflettendo sulla situazione strategica della Siria. Se la Siria è il primo Paese che si potrebbe dire che la Base abbia conquistato, si tratta di una vittoria altamente compromessa e contingente. Sebbene le forze di al-Sharaa abbiano preso Damasco nel 2024 e abbiano persino privato la Marina russa del suo ex porto mediterraneo a Tartus, lo Stato che al-Sharaa governa ora è molto ridotto rispetto persino a quello controllato dal suo predecessore laico, al-Assad.

La Turchia si è ritagliata una propria zona cuscinetto nel nord della Siria e l’ha affidata ai propri compatrioti etnici presenti nel Paese, la minoranza turkmena. A sud, Israele ha approfittato della vittoria di al-Sharaa per occupare ancora più territorio siriano, estendendo la propria influenza oltre le Alture del Golan – che Israele aveva sottratto alla Siria nella guerra del 1967 – fino a occupare completamente il Monte Hermon, che si affaccia direttamente su Damasco stessa. Israele controlla inoltre lo spazio aereo siriano, bombardando regolarmente la Siria per ricordarle questo fatto.

E la Base non è l’unica forza ribelle islamica ad essere stata umiliata da Israele. Hezbollah, la potente milizia libanese allineata con l’Iran, è stata decimata da un attacco straordinariamente complesso che ha comportato la detonazione simultanea di migliaia di dispositivi portatili con trappola esplosiva utilizzati dagli agenti di Hezbollah nel 2024, seguita da devastanti attacchi aerei contro i resti della leadership della milizia. La vittoria di Israele su Hezbollah è stata tanto più degna di nota in quanto si trattava dell’unica forza araba che potesse vantare credibilmente di aver sconfitto lo Stato ebraico sul campo di battaglia, quando nel 2006 era riuscita a cacciare le forze israeliane dal Libano meridionale.

Purtroppo, la precisione degli attacchi israeliani contro Hezbollah non è stata all’altezza delle aspettative. I bombardamenti aerei israeliani, sistematici e devastanti, su città e villaggi libanesi continuano senza sosta, nonostante il fatto che lo stesso Hezbollah sia stato drasticamente indebolito. Più a sud, Israele ha praticamente eliminato il Movimento di Resistenza Islamica (Hamas, secondo l’acronimo arabo) che fino a quel momento governava la Striscia di Gaza, confinandolo nei tunnel sotto le rovine di Gaza e uccidendo al contempo fino al 3,5% della popolazione totale della Striscia, compiendo una terribile vendetta per la sanguinosa carneficina perpetrata da Hamas nei kibbutz del sud di Israele nell’ottobre 2023. Probabilmente ci sono molti altri cadaveri sotto le rovine di Gaza.5

Infatti, Israele è talmente sicuro della propria supremazia regionale e l’equilibrio di potere nella regione è talmente sbilanciato che alcuni strateghi israeliani hanno già individuato nella Turchia il loro prossimo rivale regionale. La Turchia è ora l’unica grande potenza militare musulmana rimasta nella regione dopo la pesante sconfitta inflitta da Israele all’Iran a partire dalla Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025 e dalla guerra in corso del 2026.6

Le prospettive del radicalismo islamico in senso lato non sembrano affatto più rosee. Persino in Afghanistan, dove i talebani sono riusciti a cacciare gli Stati Uniti sulla via dell’annientamento del regime sostenuto dall’Occidente, i frutti della vittoria sembrano amari. A conti fatti, la vittoria afghana è stata almeno tanto un trionfo della politica tribale e degli intrighi etnici quanto il coronamento di una guerra santa. L’offensiva finale dei talebani è stata preceduta da un meticoloso smantellamento della rete di alleanze tribali che sosteneva lo Stato fantoccio della NATO. Nel frattempo, vengono bombardati dai loro ex alleati pakistani, senza alcuno dei rimorsi in materia di diritti umani che tormentavano la coscienza dei loro persecutori occidentali.

Si tratta di una situazione ben lontana dal senso di trionfo che i mujaheddin provarono alla fine dell’occupazione sovietica dell’Afghanistan e alla conclusione della Guerra Fredda. Nonostante la narrazione mitizzata che i jihadisti hanno costruito attorno alle loro operazioni militari tutt’altro che impressionanti contro l’Armata Rossa, anche quella vittoria appare meno storica dal punto di vista del 2026. Oltre ai missili Stinger che la Base ricevette dalla CIA per aiutarli ad abbattere i temuti elicotteri da combattimento sovietici, furono riforniti anche di missili antiaerei e granate a propulsione a razzo dal Partito Comunista Cinese, a sua volta impegnato in una faida ideologica con il Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Alla fine, si scoprì che l’uso di armi fornite dai comunisti per abbattere elicotteri da combattimento comunisti non portò alla sconfitta del comunismo ateo. Trent’anni dopo, c’è un’altra superpotenza comunista confinante con l’Afghanistan, ancora più potente dell’Unione Sovietica, con una propria vasta popolazione musulmana assoggettata in Asia centrale. Non solo il comunismo non è stato sconfitto, ma i mujaheddin si sono rivelati pedine di una guerra civile rossa tra le due capitali eretiche del marxismo, aiutando i revisionisti di Pechino a sconfiggere i socialimperialisti di Mosca.

In una prospettiva storica più ampia e di lungo periodo, l’Islam radicale non sembra aver goduto dei benefici del consolidamento strategico e della coesione politica che i suoi seguaci più militanti avevano immaginato. La guerra civile all’interno del jihadismo si è intensificata durante l’occupazione statunitense dell’Iraq (2003–2011) e da allora si è diffusa in tutto il mondo islamico. Questa fase particolarmente estesa e sanguinosa di intensificata violenza settaria è iniziata quando la branca irachena della Base (seguaci della corrente sunnita maggioritaria dell’Islam), contro le istruzioni e i consigli della leadership in Afghanistan, si è impegnata a sterminare gli eretici prendendo di mira i santuari, i pellegrini e i leader della popolazione sciita irachena (la minoranza religiosa all’interno dell’Islam ma la maggioranza demografica all’interno dello stesso Iraq) con ripetuti attentati suicidi.

Affermando una crescente indipendenza dalla leadership, questi sforzi da parte dell’ala irachena culminarono in una scissione all’interno di al-Qaeda e nella fondazione dello Stato Islamico, un califfato autoproclamato ritagliato dalle province confinanti della Siria e dell’Iraq nel giugno 2014. Lo Stato Islamico avrebbe eclissato e strumentalizzato le fallite rivoluzioni democratiche della Primavera Araba iniziate nel 2010, superando il livello di zelo e fanatismo professato dalla stessa Al-Qaeda. Mentre la propaganda di Al-Qaeda tendeva a giustificare le proprie atrocità come rappresaglia per le incursioni degli infedeli e i crimini contro i musulmani, lo Stato Islamico esultava apertamente nella propria barbarie. Dabiq, l’organo di propaganda in lingua inglese dello Stato, si vantava di come, man mano che avessero esteso il proprio dominio al resto del mondo, avrebbero, a tempo debito, venduto donne e bambini francesi nei mercati degli schiavi, proprio come stavano facendo nella loro capitale de facto, la città siriana di Raqqa, dove vendevano donne e ragazze yazidi catturate dopo aver massacrato tutti i loro uomini. 7 Alla fine, il califfato globale è stato praticamente eliminato nel 2019, dopo che il suo territorio era stato ridotto alla sperduta cittadina irachena di confine di Baghuz.

Se ogni Stato si fonda effettivamente sulla forza, lo Stato Islamico dimostra che la forza da sola non basta. Essi hanno fallito clamorosamente nel trasformare il loro raccapricciante sadismo in fedeltà politiche e istituzioni militari abbastanza forti da resistere alle offensive su più fronti lanciate contro il loro territorio. La loro strategia e la loro diplomazia erano talmente inette da riuscire persino a riunire nemici giurati, come gli Stati Uniti e l’Iran, o (per un breve periodo) i curdi e i turchi, nella coalizione multinazionale che alla fine li ha schiacciati (gli Stati Uniti avrebbero poi ripagato il debito assassinando in seguito Qasem Soleimani, il leader militare iraniano che aveva contribuito a coordinare la disfatta dello Stato Islamico, e abbandonando i curdi alla Turchia).

Pur definendosi uno Stato, lo Stato Islamico era in definitiva meno interessato a stabilizzare i propri confini e a esercitare il potere politico; il suo vero obiettivo era condurre una guerra santa senza fine contro il resto del mondo. Ha adottato sia gli abiti e le bandiere neri sia le designazioni geopolitiche dei califfi abbasidi, che dividevano il mondo in Dar al-Islam (“Casa dell’Islam”, ovvero i territori sotto il dominio islamico) e Dar al-Harb (“Casa della Guerra”, ovvero i territori al di fuori del dominio musulmano). Ancora oggi, i residui dello Stato Islamico continuano a condurre la loro guerra civile religiosa, bombardando i talebani in Afghanistan o combattendo contro le forze di al-Qaeda in Nord Africa, mentre si contendono i racket del contrabbando nel Sahel, che a loro volta vengono utilizzati per finanziare un’ulteriore espansione criminale e ulteriori conflitti.

Data l’inettitudine strategica dei radicali jihadisti e la caotica situazione geopolitica del Medio Oriente, per non parlare delle crisi economiche, della corruzione politica e delle disfunzioni amministrative che affliggono l’intera regione, non sorprende che il New York Times abbia recentemente suggerito che l’Islam politico potrebbe essere giunto al capolinea. 8 L’affermazione trae spunto dall’ultimo libro di Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam.

Devji sostiene che l’Islam sembri perdere la sua carica politica, sottolineando che nei recenti grandi movimenti di protesta in tutto il mondo islamico, sia nei paesi a maggioranza musulmana (Iran, Turchia e Bangladesh) sia in India (dove i musulmani sono una minoranza), la mobilitazione popolare di massa non si è concentrata sul posto e sul ruolo dell’Islam nella vita pubblica. Inoltre, egli osserva che l’opposizione popolare islamica al governo di partiti dichiaratamente islamisti—quali i Fratelli Musulmani in Egitto, Ennahda in Tunisia e il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo del presidente Erdogan in Turchia—sottolinea il fatto che l’Islam radicale eserciti una presa sempre più debole sui movimenti popolari contro il potere costituito e l’autorità in carica. Questa perdita di slancio priva i radicali islamici di quell’energia di opposizione che finora ha permesso loro di guidare la resistenza popolare contro i numerosi monarchi assoluti, dittatori militari e dinastie repubblicane del mondo islamico.

I molteplici aspetti dell’Islam politico

Eppure, al New York Times la memoria è corta. Anche l’Islam politico era stato dichiarato morto proprio all’inizio dell’era della globalizzazione unipolare. Nel 1994, l’antropologo politico francese Olivier Roy pubblicò il suo straordinario studio, Il fallimento dell’Islam politico.9 In concomitanza con la vittoria degli Stati Uniti nella Guerra Fredda, molti all’epoca si aspettavano, e alcuni senza dubbio speravano addirittura, che il radicalismo islamico sostituisse il comunismo come unica forza di opposizione all’egemonia occidentale globale. La sinistra globale era, ovviamente, ben lieta di assecondare le speranze dei radicali islamici e dei burocrati dello “Stato profondo” alla ricerca di nuovi nemici.10

Roy si rese conto che non solo gli islamisti avevano ripetutamente fallito nel tentativo di prendere il potere (come in Algeria, dove la loro vittoria democratica fu soffocata dalla dittatura militare nel 1992), ma che avevano fallito anche quando erano riusciti a prendere il potere. Ciò era dimostrato dai principali Stati islamici radicali dell’epoca, ovvero il Sudan e l’Iran. Entrambi erano evidenti fallimenti: isolati, poveri, esausti e dilaniati dalla guerra. Essendo egli stesso un ex maoista che aveva avuto un’esperienza diretta sul campo con i mujaheddin contro i sovietici, Roy si rese conto che il Sudan e l’Iran avevano le stesse probabilità di ottenere il plauso mondiale che la Corea del Nord e Cuba avevano di diffondere il comunismo in tutto il mondo. «L’Islam politico», concluse, «non supera la prova del potere».11 Fu proprio questo tentativo fallito di politicizzare l’Islam, scaturito dal pensiero antimperialista del XIX e dell’inizio del XX secolo, a indurre Roy a classificare l’islamismo insieme agli altri “-ismi” ideologici dell’era moderna.

Secondo Roy, gli islamisti hanno fallito perché non sono riusciti a trovare un modo per uscire dal “circolo vizioso” dell’ideologia islamista. Da un lato, secondo Roy, gli islamisti credevano che una società islamica dovesse essere instaurata attraverso la politica; dall’altro, credevano anche che le istituzioni propriamente islamiche potessero funzionare solo se gli individui che le componevano fossero stati sufficientemente virtuosi… ma tale virtù sarebbe esistita solo se la società stessa fosse stata in precedenza sufficientemente pia e islamica. 12 In breve, i termini stessi dell’Islam politico rendevano impossibile la formazione di uno Stato propriamente islamico. Roy osservò inoltre che l’analisi islamista degli ideali politici, della progettazione istituzionale e dell’organizzazione e distribuzione del potere degenerava sempre in digressioni sulle virtù dei singoli leader e funzionari. Dato che tutti gli individui moderni sarebbero inevitabilmente lontani dalla rappresentazione coranica del sovrano ideale, Roy ha concluso che «il modello politico islamista, essendo realizzabile solo in un uomo e non nelle istituzioni… rende impossibile la creazione di una polis, di una “città-stato” islamista».13

Né l’intensificarsi dell’ideologia poteva compensare il problema. Secondo Roy, lo sforzo islamista di rendere la jihad il sesto pilastro dell’Islam tendeva a sostituire l’organizzazione con la devozione individuale e la vittoria con il martirio; la jihad riguarda in definitiva il rapporto tra il mujahid e Dio, non tra il mujahid e il nemico. 14 Che importanza ha se i russi, gli americani o i sionisti vengono sconfitti o meno in questo mondo, se il vero credente entra nell’aldilà in gloria eterna? I tentativi islamisti di sostituire i concetti politici moderni con quelli islamici—come il tawhid (“unità divina”) al posto di una società senza classi, o i musta’dafin (“coloro che cadono sulla terra”) al posto degli oppressi—si sono sempre arenati. Dopotutto, la sovranità divina minava la tesi della sovranità popolare, e che senso aveva invocare partiti di Dio, come Hezbollah, quando non poteva mai esistere alcun partito se non quello di Dio? Più gli islamisti diventavano politicamente concreti, più minavano il messaggio universale dell’Islam, destinato ad applicarsi a tutti i tempi e a tutti i luoghi.

Per quanto convincente possa essere lo studio di Roy sulle contraddizioni interne dell’Islam politico, la sua audace tesi appare comunque ingenua, destinata a essere smentita da ogni attentato suicida e da ogni atrocità terroristica verificatasi dopo la pubblicazione del libro. L’islamismo potrà anche essere antitetico all’organizzazione politica e alla creazione di istituzioni, e la jihad alla vittoria effettiva nelle battaglie, ma i suoi vicoli ciechi logici non hanno impedito a reti terroristiche altamente sofisticate di mobilitare molte migliaia di persone disposte a sacrificare la propria vita per la causa jihadista.

C’è dunque qualcosa che cambia tra il 1994 e il 2026? Cosa potrebbe renderci oggi più sicuri nell’affermare la previsione di Devji sulla fine dell’Islam radicale e del jihadismo? Oppure esiste già un Osama bin Laden del futuro, infiltrato dalla CIA nello Xinjiang per combattere l’egemonia del PCC nell’ambito del Fronte del Turkestan Orientale, gettando le basi per le nuove “guerre infinite” del XXI secolo?

Se i jihadisti di Roy sono indifferenti alla vittoria concreta in questo mondo, sono anche, per lo stesso motivo, incapaci di rendersi conto quando sono stati sconfitti. Non c’è dubbio che la sconfitta militare in Afghanistan abbia contribuito ad accelerare lo scioglimento dell’Unione Sovietica e, con esso, il declino del comunismo internazionale. Né vi è alcun dubbio che lo stesso Islam radicale sia stato proiettato alla ribalta dalle disastrose sconfitte inflitte al nazionalismo arabo nel 1967, quando Israele sconfisse le forze armate congiunte di Egitto, Giordania, Siria e Iraq nel giro di sei giorni. Eppure, nonostante abbiano ormai subito più disonori militari e battute d’arresto strategiche persino rispetto agli sfortunati nazionalisti arabi che li hanno preceduti, i jihadisti non sembrano temere una perdita di prestigio o di slancio paragonabile a quella subita dalle ideologie politiche laiche.

Dopotutto, una sconfitta su un fronte può sempre essere compensata da un presunto favore divino su un altro. L’offensiva dell’aprile 2026 condotta dalle forze locali della Base in Mali ha portato all’assassinio del ministro della Difesa e a pesanti sconfitte per le forze nazionali maliane (nonostante il significativo sostegno russo), dimostrando che i jihadisti del Sahel stanno salendo con sicurezza i gradini dell’escalation della guerriglia, spostandosi dalla periferia rurale per circondare i principali centri urbani del Paese.

Sebbene i massacri jihadisti in Europa siano, finora, diminuiti dopo gli orrori degli attentati di Parigi del 2015 e di Manchester del 2017, gli attacchi individuali su scala minore sono ormai così abituali che i media non si preoccupano nemmeno più di indagare se gli attacchi compiuti da individui armati di coltello che agiscono a caso siano attribuibili alla follia o al fanatismo, né tantomeno perché le auto sembrino continuare a investire i pedoni. Il regno del terrore jihadista è talmente normalizzato da aver rimodellato la geografia urbana delle città europee, con la proliferazione di barriere di sicurezza negli spazi pubblici e, a partire dal massacro del 2015 nella redazione di Charlie Hebdo, ha anche imposto di fatto una legge sulla blasfemia a livello continentale. 15 Le raffigurazioni del Profeta in tutta l’Europa occidentale rischiano di essere accolte, come minimo, con ammonimenti da parte delle risorse umane, repressione statale e censura mediatica, se non addirittura con rappresaglie violente, come si è visto con la decapitazione dell’insegnante francese Samuel Paty nel 2020 per il “reato” di aver mostrato in classe le vignette satiriche. A ciò si affiancano espressioni stravaganti di identità religiosa, come le preghiere pubbliche di massa e, più recentemente, persino l’autoflagellazione pubblica e il battersi il petto da parte degli sciiti in commemorazione del martirio di Ali.

Eppure, proprio mentre la devozione islamica sembra avanzare in Europa, essa è in declino nel suo nucleo storico: il Medio Oriente. Una serie di sondaggi degni di nota ha rilevato un marcato calo della fede religiosa, con la percentuale di atei che, persino in Arabia Saudita, si aggira intorno alla stessa percentuale registrata negli Stati Uniti (5%). Un’indagine di riferimento condotta dall’Arab Barometer ha rilevato che il 18% degli intervistati sotto i trent’anni (su un totale di venticinquemila intervistati) si definiva non religioso.16 L’hijab sembra più diffuso in Europa che in Arabia Saudita e in Iran, dato che sia le donne saudite che quelle iraniane si riprendono sui social media senza il velo. Questo calo risulta meno sorprendente se si considera che i giovani musulmani in Europa non devono (ancora) affrontare le conseguenze economiche e politiche derivanti dall’esaltazione dell’arretratezza sociale e del conservatorismo religioso, i cui effetti degradanti sono così palpabili in tutto il Medio Oriente. Inoltre, è proprio la repressione degli Stati autoritari mediorientali ad aver spinto le reti islamiste e le organizzazioni caritative fuori dal Medio Oriente e verso l’Unione Europea, trasformando gli Stati membri liberali dell’Europa da retrovia a patria del radicalismo islamico.

Nel complesso, nei trent’anni trascorsi dalla pubblicazione del suo libro di riferimento, sembrano ancora accumularsi numerose prove a favore di Roy. La Fratellanza Musulmana egiziana, il partito islamista per eccellenza, è stata estromessa dal potere con un colpo di Stato militare nel 2013, che ha goduto di un ampio sostegno popolare, persino da parte delle classi medie egiziane più devote, sottolineando ancora una volta che gli islamisti hanno fallito la prova del potere. Il Sudan è stato diviso nel 2011, quando il Sud Sudan, a maggioranza cristiana e animista, si è finalmente separato dal nord a maggioranza musulmana; il Sudan residuo rimane impantanato nella guerra e nella povertà, con stime anche prudenti delle vittime della guerra civile sudanese iniziata nel 2023 che superano di gran lunga quelle di Gaza.

Più lontano, mentre la Repubblica Islamica dell’Iran ha resistito all’offensiva statunitense-israeliana e, prima ancora, a ricorrenti cicli di proteste di massa, è anche evidente che il regime sta radicando il proprio potere meno nell’islamismo rivoluzionario e più nel nazionalismo iraniano, per quanto spettacolare possa essere stato il funerale pubblico della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei (ucciso in un attacco aereo israeliano nel febbraio 2026). La Repubblica Islamica ha eretto una statua del re Shapur I nella Piazza della Rivoluzione di Teheran nel novembre 2025, in onore del monarca persiano (zoroastriano) che, come è noto, catturò l’imperatore romano Valeriano nella battaglia di Edessa nel 260: il tipo di monumento che l’Ayatollah Khomeini avrebbe definito idolatra se fosse stato eretto dallo Scià. Se si deve credere alle immagini ampiamente diffuse sui social media di donne iraniane senza velo che protestano contro le bombe americane e israeliane, è probabile che il sentimento nazionalista iraniano venga stimolato, anziché indebolito, una volta terminata la guerra in corso. L’islamismo continua a fallire ripetutamente la prova del potere. Allora perché il jihadismo continua?

La misura in cui condividiamo la valutazione di Roy dipende in parte da come definiamo ciò che osserviamo. Oggi, il termine “islamismo” viene usato indiscriminatamente per riferirsi a qualsiasi estremista islamico radicale. Roy, tuttavia, lo utilizzava per indicare coloro che volevano attivare l’Islam come forza rivoluzionaria per la conquista del potere statale, sulla scia delle rivoluzioni nazionaliste che hanno travolto il mondo in via di sviluppo nella seconda metà del XX secolo. Egli contrapponeva a ciò il neo-fondamentalismo socialmente conservatore e riformista, nato da iniziative esplicitamente controrivoluzionarie finanziate dai petrodollari sauditi e sostenute politicamente dagli Stati Uniti per contenere l’islamismo. I neo-fondamentalisti furono incoraggiati a ignorare la questione del potere politico, privilegiando invece le opere educative e caritative attraverso organizzazioni non governative islamiche e reti di beneficenza. È proprio quest’ultimo tipo di islamismo che è venuto a sostituire le speranze rivoluzionarie fallite dell’Ayatollah Khomeini.

Contrariamente alla spiegazione convenzionale secondo cui i musulmani si stavano radicalizzando sempre di più, Roy sosteneva che la persistenza del terrorismo jihadista, nel contesto del più ampio fallimento politico dell’islamismo, potesse essere meglio compresa in termini di ciò che egli definiva «l’islamizzazione del radicalismo».17  Secondo questa spiegazione, l’anomia urbana, l’alienazione giovanile e le norme controculturali che un tempo avrebbero alimentato il terrorismo della sinistra rivoluzionaria della metà del secolo (esemplificato dalle Brigate Rosse e dai loro affini ideologici in tutto il mondo) si esprimono ora in termini islamici. Tuttavia, la tesi di Roy presenta ancora un problema: cosa c’è nell’Islam che lo rende un veicolo ideologico per il nichilismo violento e il radicalismo globalizzato?

Esiste, inoltre, una differenza tra quella vecchia forma laica di violenza politica di sinistra e le più recenti forme religiose che oggi predominano sotto la bandiera dell’islamismo; essa si percepisce meglio spostando l’attenzione dai musulmani ed esaminando invece i cambiamenti avvenuti negli ultimi cinquant’anni nell’ordine globale. Ciò che è accaduto in quel periodo è che proprio ciò che Roy considerava l’ostacolo al successo dell’islamismo, ovvero la realtà del potere statale, è stato soppresso dagli Stati Uniti attraverso strategie globaliste volte a reprimere la sovranità nazionale a favore dell’integrazione economica globale e della propria egemonia militare. La globalizzazione guidata dagli Stati Uniti si è rivelata un ordine mondiale altamente favorevole al radicalismo islamico, che a sua volta era stato deviato e allontanato dal tentativo fallito di conquistare, costruire o esercitare il potere statale.18

Il declino congiunto dell’Occidente e dell’Islam

Per rispondere alla nostra domanda, quindi, la prima grande differenza tra i primi anni ’90 e il momento attuale è il ruolo dell’Occidente. Nei primi anni ’90, l’Occidente geopolitico in senso lato comprendeva gli alleati degli Stati Uniti in Europa e nell’Asia-Pacifico, che erano anche chiari partner nella vittoria americana nella Guerra Fredda. Questi paesi condividevano sistemi politici simili ed erano strettamente legati da alleanze a lungo termine con gli Stati Uniti al centro. In breve, l’Occidente geopolitico costituiva la base piramidale su cui poggiava l’apice unipolare americano, e sembrava trarre il massimo vantaggio dagli effetti di ricaduta della leadership statunitense. In questo modo, l’ascesa occidentale dopo il crollo dell’Unione Sovietica mantenne sostanzialmente lo schema degli ultimi due secoli: l’Occidente cresceva mentre il mondo islamico declinava.

Se gli ultimi duecento anni sono stati caratterizzati dall’ascesa di una sfera a scapito di un’altra, ora quel periodo è giunto al termine. Il mondo occidentale e quello islamico sembrano essere caduti in disgrazia agli occhi di Dio, o forse, per dirla meglio, entrambi hanno chiaramente perso il mandato del cielo; per di più, il loro declino procede ora di pari passo. Persino l’utopia consumistica apparentemente tranquilla di Dubai, il cui boom economico sembrava smentire la necessità della de-islamizzazione come precondizione della modernizzazione, si è rivelata un miraggio geopolitico, svanito sotto una raffica di droni Shahed. Al di fuori del Medio Oriente e del Nord Africa, gli Stati a maggioranza musulmana come l’Indonesia e la Malesia devono fare i conti con la crescita del potere della Cina comunista. Ancora più importante, l’Occidente stesso, in quanto categoria geopolitica, si sta disintegrando, come dimostra il crollo di sistemi di alleanze un tempo stabili. Sia i canadesi che gli europei sanno di non poter contare all’infinito su un’egemonia statunitense più interessata al dominio dell’emisfero che agli impegni globali.

Questo è rilevante per la nostra argomentazione perché, nella misura in cui l’Occidente e l’Islam sono categorie politiche, essi sono anche interdipendenti. Infatti, l’emergere dell’Occidente sulla scena globale ebbe inizio quando gli Stati dell’Europa dell’età moderna intrapresero la ricerca di rotte commerciali che potessero aggirare il dominio asfissiante dell’Impero ottomano islamico sul commercio con le Indie. Più precisamente, e come abbiamo già visto, il proto-islamismo moderno ebbe inizio con la teorizzazione anti-imperialista dei panislamisti nel corso del XIX secolo. Nel tentativo di rispondere alle incursioni imperialistiche europee, essi furono costretti a concepire l’Islam in termini astratti e collettivi—per valutarne la forza istituzionale, il peso demografico globale, la capacità produttiva e l’innovazione tecnica—temi che sarebbero stati estranei al pensiero politico musulmano premoderno. Oggi, la dialettica islamica di fascino e repulsione nei confronti della vita occidentale subirà un declino di pari passo con il declino della coesione e della produttività occidentali, mentre le faide tra alleati renderanno più difficile attribuire i fallimenti maligni del Medio Oriente moderno all’imperialismo e alla contaminazione culturale di un contrappunto occidentale che non esiste più.

La seconda grande differenza, strettamente correlata, tra i primi anni ’90 e gli anni ’20 del XXI secolo è la fine della globalizzazione. L’affinità tra globalizzazione e Ummah era profonda. L’Islam globale è stato il beneficiario della globalizzazione nel senso banale del termine, in quanto la diffusione delle tecnologie di comunicazione, dei mezzi di trasporto più economici, dei flussi finanziari e della mobilità del lavoro non solo ha contribuito a diffondere l’Islam, ma anche a omogeneizzarlo. Le madrasse finanziate dall’Arabia Saudita e le economie basate sulle rimesse su larga scala hanno sostituito le tradizioni islamiche diffuse, segmentate etnicamente, rurali e mistiche – che fino ad allora avevano dominato la periferia globale – con una comunità globale urbanizzata, diasporica e più uniforme.

L’Islam radicale è stato inoltre un beneficiario del globalismo in un secondo senso, meno evidente: il jihadismo e l’Islam radicale si sono diffusi proprio come conseguenza della globalizzazione politica. Il processo globale di integrazione giuridica, tecnica e normativa è stato accompagnato da una serie ininterrotta di campagne militari volte a imporre l’allineamento geopolitico guidato dagli Stati Uniti. Queste campagne erano giustificate non tanto in termini politici quanto in termini giuridici e morali (diritti umani) e, sebbene i jihadisti scambiasero le crociate liberali dell’unipolarità per vere e proprie crociate, esse erano spesso giustificate dalla necessità di proteggere le popolazioni musulmane sia da persecuzioni etniche ostili (come in Bosnia e in Kosovo) sia da governanti musulmani oppressivi (come le dittature ba’athiste dell’Iraq e della Siria).

Ma c’è di più: gli islamisti erano spesso alleati in queste guerre; le guerre per i diritti umani erano tanto jihad quanto crociate liberali. Le reti create per combattere i russi in Afghanistan furono riadattate per portare la jihad in Europa attraverso i Balcani e, in seguito, in Siria. «Al-Qaeda è dalla nostra parte», come scrisse Jake Sullivan all’allora Segretaria di Stato Hillary Clinton mentre discutevano del modo migliore per cacciare Assad dalla Siria. Srebrenica e Ghouta, in quanto luoghi di atrocità, facevano parte delle rimostranze jihadiste contro l’ipocrisia occidentale tanto quanto quelle di qualsiasi operatore umanitario occidentale o avvocato internazionale per i diritti umani. I liberali umanitari e i jihadisti erano, in definitiva, fazioni diverse di un fronte comune, tutte impegnate a lottare per una maggiore coerenza nell’applicazione di norme morali e post-politiche senza confini, intese sia in termini liberali che islamisti, a scapito dei diritti degli Stati sovrani.

Anche i jihadisti hanno tratto vantaggio da queste campagne militari, in quanto la distruzione delle autorità centralizzate da parte delle potenze occidentali in tutto il mondo in via di sviluppo ha creato le condizioni in cui gli emirati jihadisti, il più delle volte semplici organizzazioni criminali basate sulla Sharia, hanno potuto prosperare. Proprio come il Messico è passato dall’insurrezione ideologica zapatista degli anni ’90 ad avere intere fasce del paese controllate da cartelli globalizzati, armati non meno pesantemente dell’esercito messicano, così anche il Medio Oriente sta ora tracciando l’arco che va dagli insorti rivoluzionari alle organizzazioni criminali. La Libia ne è stato l’esempio più evidente: la distruzione del regime di Gheddafi da parte della NATO nel 2011 ha innescato un’esplosione di insurrezioni in tutto il Sahel, tutte volte ad approfittare del vuoto politico per impadronirsi di territori, proventi petroliferi e rotte di contrabbando, oltre che per saccheggiare il vasto arsenale del dittatore caduto.

Paradossalmente, gli sforzi dei musulmani volti a costruire Stati moderni che fossero al tempo stesso abbastanza forti da sostituire internamente la raison d’état alla Sharia e da resistere all’imperialismo all’esterno furono sistematicamente repressi, a partire dall’inizio del XIX secolo, dagli Stati europei più potenti, al fine di impedire l’emergere di rivali geopolitici. 19 Coloro che ci riuscirono lo fecero solo abbandonando la ricerca dell’indipendenza strategica. La Repubblica Turca, originariamente alleata con i bolscevichi, rovesciò il califfato sostenuto dagli inglesi e imposto dal Trattato di Sèvres nel 1920, prima di optare infine per la NATO nel 1952. Avendo visto il destino di suo padre, l’imperatore iraniano Mohammed Reza Shah si subordinò al potere statunitense in modo così totale che tergiversò in attesa di istruzioni americane anche mentre gli islamisti travolgevano la sua vacillante monarchia nel 1979.

La debolezza dello Stato postcoloniale non è mai stata risolta, ma solo trasferita in nuove forme. Il risveglio islamico iniziato negli anni ’70, che ha gettato le basi per l’islamismo moderno, è stato a lungo associato al declino dello Stato sviluppista in quel periodo. Esso ha inoltre coinciso con l’introduzione del neoliberismo nel mondo in via di sviluppo. I tagli al bilancio, l’indebitamento e i tassi di crescita più bassi hanno minato la capacità dello Stato di mantenere i servizi pubblici, assorbire l’esodo rurale e fornire posti di lavoro alla crescente massa di laureati. Come osservato, le organizzazioni caritative islamiste si sono espanse per fornire le infrastrutture dei beni pubblici — cliniche, scuole, assistenza sociale — abbandonate da uno Stato in ritirata, mentre la religiosità popolare è diventata una fonte di dignità e autostima di fronte allo squallore urbano, alla mobilità sociale ostacolata e al consumo frustrato.

In quanto ordine politico, la globalizzazione si basava non solo sulla conformità comportamentale tra gli Stati, ma anche sulla delegittimazione del concetto stesso di sovranità statale. Ne è un esempio la dottrina della “responsabilità di proteggere”, nota anche come R2P, che ha fornito la giustificazione politica e giuridica diretta per i bombardamenti della NATO in Libia del 2011 ai sensi della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Si trattava di un paradigma politico che coronava gli sviluppi giuridici, ideologici e politici dei vent’anni precedenti. Con questa dottrina, la sovranità statale divenne di fatto una licenza concessa dalla comunità internazionale, revocabile qualora un determinato governo non avesse rispettato gli standard richiesti dalla giustizia internazionale.

Questa concezione condizionata della sovranità ha fornito ampio terreno fertile ideologico all’Islam radicalizzato nell’era neoliberista. Ciò non solo perché le bombe della NATO hanno spianato la strada all’espansione degli eserciti jihadisti nel Sahel. In termini politici, la globalizzazione ha eliminato il problema che aveva ostacolato i rivoluzionari islamisti nell’ultimo quarto del XX secolo: la sovranità statale. Man mano che la sovranità statale veniva soppressa a favore dell’integrazione globale, l’identità religiosa si è sostituita alle identità politiche e nazionali. Il risultato è stato un mondo adatto alla visione neofondamentalista della Umma. Poiché gli islamisti consideravano tutte le relazioni sociali come il frutto della virtù individuale, la visione islamizzata della società globale non aveva bisogno della mediazione istituzionale delle relazioni sociali attraverso la rappresentanza politica. Man mano che gli Stati-nazione si riducevano, l’Ummah globale, intesa come una comunità decentralizzata e autogovernata di credenti, si espandeva. Mentre i neoconservatori e i liberali erano ipnotizzati dal temuto spettro del totalitarismo islamico, ignoravano il fatto che l’Islam radicale prosperasse proprio grazie all’assenza di sovranità statale, non al suo eccesso.20

Per quanto la globalizzazione abbia favorito la diffusione dell’Islam a livello mondiale, ha anche limitato i musulmani minando la loro autonomia politica, specialmente in quanto migranti negli Stati occidentali. Infatti, come avrebbero potuto integrarsi nelle nuove società gli immigrati musulmani che avevano approfittato di un mondo senza confini per migliorare le proprie condizioni di vita, se il modello di ordine globale si basava sulla limitazione dei diritti di cittadinanza a favore dei diritti umani e sul contenimento della sovranità popolare per timore che ciò potesse danneggiare il commercio globale? La globalizzazione politica ha inoltre limitato le possibilità di liberalizzazione e democratizzazione nel mondo islamico stesso. La speranza che i Fratelli Musulmani e vari altri partiti islamisti potessero trasformarsi in equivalenti musulmani dei partiti democratici cristiani europei trascurava il fatto che ci si aspettava che tali teorici «democratici islamici» emergessero dai pochi e miseri parlamenti del Medio Oriente proprio nell’epoca in cui la globalizzazione unipolare stava mettendo sotto pressione quei quadri nazionali che davano significato ai processi democratici e alla rappresentanza politica.

Gli sforzi di “nation-building” di stampo militare in Afghanistan e in Iraq erano destinati al fallimento per lo stesso motivo: come si potevano infatti costruire nazioni indipendenti e autosufficienti in un ordine mondiale che era esso stesso così ostile alla sovranità nazionale? Gli islamisti e i jihadisti si trovavano di fronte al problema di non poter mai fare completamente a meno dello Stato, specialmente dello Stato al centro dell’ordine globale, gli Stati Uniti. I jihadisti avevano bisogno della potenza aerea statunitense per rovesciare quelli che chiamavano il «nemico prossimo», i dittatori nazionalisti laici che li avevano oppressi per così tanto tempo, come Saddam e Gheddafi. Avevano anche bisogno dell’USAID e dell’ONU finanziata dagli Stati Uniti per sostenere gli emarginati della terra che essi stessi avevano abbandonato alla carità transnazionale al posto della protezione statale. Hamas ha ammesso pubblicamente che i tunnel che aveva scavato con tanta cura sotto Gaza non erano mai stati pensati per proteggere i civili dall’inevitabile offensiva israeliana; si aspettava infatti che i servizi pubblici per i cittadini di Gaza fossero forniti dall’agenzia delle Nazioni Unite UNRWA e dalle sue affiliate.

Con una dipendenza così generalizzata dall’impero statunitense e dalla sua generosità umanitaria, non c’è da stupirsi che i jihadisti siano così pieni di risentimento nei confronti dell’America. Era un patto che poteva durare solo finché i cittadini statunitensi fossero stati disposti a sostenere l’intera struttura marcia. Gli Stati indecisi che nel 2016 hanno dato a Trump voti sufficienti nel collegio elettorale per vincere le elezioni (se non il voto popolare) presentavano tutti un’alta concentrazione di elettori militari o vicini alle forze armate, stanchi delle guerre infinite dell’era della globalizzazione.

La fine dell’Ummah unipolare

L’Occidente geopolitico è finito. I jihadisti, gli islamisti, i Fratelli Musulmani e le loro numerose reti e affiliate faranno tutti fatica ad accettarlo, non solo perché il merito di tale risultato va attribuito agli sforzi di Donald Trump, ma anche perché il destino dell’Islam globale e di tutte le sue ramificazioni radicali era così strettamente intrecciato con il destino dell’unipolarità statunitense e della globalizzazione. Con il declino del potere occidentale, declina anche l’Islam globale: ci saranno meno Stati falliti a seguito delle operazioni di cambio di regime. Le masse oppresse del Medio Oriente dovranno trovare i propri mezzi per liberarsi dei criminali che le governano e dei conflitti regionali che le affliggono.

La sinistra radicale occidentale sta facendo di tutto per proteggere l’Islam globale dal declino occidentale, aiutando le reti islamiste globaliste nei loro sforzi volti a trasformare l’islamismo transnazionale in islamopopulismo. Dopo aver inveito contro la globalizzazione per così tanto tempo, la sinistra ne è ora l’ultima difensore, esigendo che gli organismi transnazionali—quali il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, l’Unione Europea o la Corte penale internazionale—applichino il diritto internazionale, le sanzioni internazionali e l’intervento umanitario per frenare la furia israeliana in tutto il Medio Oriente. C’è una logica dietro questo idealismo, ma ha meno a che fare con le speranze di una riconciliazione ebraico-araba e più con la necessità della sinistra di consolidare la propria base elettorale. Avendo perso le classi lavoratrici a favore della destra populista, le libere professioni e le classi medie devono rivolgersi agli immigrati e alle minoranze musulmane per mantenere la propria posizione elettorale. Ciò conferisce a France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, al Partito dei Verdi di Zack Polanski in Gran Bretagna e ai Socialisti Democratici d’America di Zohran Mamdani un interesse diretto a perpetuare l’Intifada Globale. Per quanto tempo ancora gli elettori musulmani occidentali, conservatori e orientati alla famiglia, accetteranno di essere guidati dalle classi medie professionali senza figli e queer per il bene di un conflitto lontano e senza speranza?

Dopotutto, i problemi che affliggono i musulmani comuni della Ummah globale sono più vicini a casa. Il commercio globale è in stallo in termini di quota del prodotto economico mondiale e i confini nazionali si stanno lentamente irrigidendo. Ciò, a sua volta, intaccherà il flusso delle rimesse e spezzerà i legami della diaspora che tengono unita l’Ummah. Con il ridimensionamento degli Stati sociali e il graduale aumento dei tassi di interesse e dell’inflazione, l’effetto combinato sarà quello di mettere sotto pressione i musulmani poveri d’Europa, fortemente dipendenti dallo Stato. Dove concentreranno i loro sforzi politici in risposta a tutto ciò?

In L’uomo che era giovedì, Chesterton fa sì che uno dei suoi poliziotti segreti anarchici rimproveri il protagonista Syme per aver riposto la sua fede anarchica nelle masse oppresse. Dopotutto, dice, sono i poveri ad avere il maggiore interesse in un buon governo: «Il povero ha davvero un interesse nel Paese. Il ricco no; lui può andarsene in Nuova Guinea su uno yacht». Mentre i poveri possono opporsi a un governo inadeguato, come osserva Chesterton, «i ricchi si sono sempre opposti al fatto stesso di essere governati». Oggi, il ricco probabilmente andrebbe nel suo bunker in Nuova Zelanda o, se fosse un milionario saudita come il capo della Base, Osama bin Laden, forse in una caverna in Afghanistan per dedicarsi alla jihad. Il resto di noi viene lasciato indietro in Stati in dissesto mentre l’onda alta della globalizzazione si ritira e gli Stati Uniti smantellano il proprio impero.

Come tutta la grande letteratura, la favola di Chesterton su una rete anarchica che si rivela essere una rete dello “Stato profondo” può essere letta su più livelli. Almeno uno di questi livelli riguarda un tema chestertoniano di lunga data, secondo cui la più grande e seducente cospirazione di tutte non è lo sforzo di sovvertire e rovesciare l’ordine sociale, ma piuttosto quello di partecipare allo sforzo collettivo per mantenerlo. Il sostegno di lunga data dello “Stato profondo” al jihadismo transnazionale, che va dalla guerra contro i sovietici negli anni ’80 fino alla guerra contro il Partito Ba’ath siriano negli anni ’20 del XXI secolo, suggerisce più l’elusione del problema dell’ordine politico che il suo perfezionamento. Di fede incrollabile, Chesterton, non diversamente dai suoi anarchici e dai nostri islamisti, finì per eludere il problema riponendo la propria fede in Dio, che nel suo libro descriveva come impegnato in una lotta contro se stesso attraverso l’umanità. A parte il fatto che oggi non esiste chiaramente nessuno Stato o leader che sembri godere del favore divino, se l’era dell’Islam radicalizzato è la storia di una superpotenza che lotta contro se stessa attraverso i radicali islamici, è una storia ben più da incubo di quella di Chesterton.

Se c’è un vantaggio da trarre dagli sforzi incoerenti di Donald Trump volti a porre fine all’impero statunitense, questo deve passare attraverso il perseguimento vigoroso della ricostruzione nazionale e del rafforzamento delle capacità dello Stato. «Il cambio di regime inizia in casa propria» era lo slogan di coloro che nel 2003 marciarono contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli Stati Uniti. Oggi, iniziare con un cambio di regime in casa propria significa inevitabilmente separarsi dalle strutture politiche e giuridiche globaliste, e questo comporta anche la separazione dalla Ummah: basta con le jihad umanitarie. Come osserva Devji, ciò non deve necessariamente rappresentare una perdita per i fedeli musulmani. Infatti, nella misura in cui l’Islam globale si è espanso, lo ha fatto a scapito della fede dei musulmani comuni, che era tradizionalmente intesa come una questione di rapporto diretto con Dio piuttosto che come il flusso e riflusso di un astratto costrutto globale, che ora si frappone tra il credente e Dio. L’implicazione è che, con il declino dell’islamismo e dell’Islam globale, tale declino potrebbe anche liberare i musulmani, non solo in termini di rafforzamento della loro autonomia politica come cittadini che godono di libertà religiose e diritti politici all’interno di Stati-nazione sovrani rafforzati, ma anche in quanto musulmani.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 198–218.

Note

1 Alex Butterworth, Il mondo che non è mai esistito: una storia vera di sognatori, intrallazzatori, anarchici e agenti segreti (New York: Pantheon, 2010).

2 Gilles Kepel, Lontano dal caos: il Medio Oriente e la sfida all’Occidente, trad. Henry Randolph (New York: Columbia University Press, 2020).

3 Una coraggiosa e destinata al fallimento rivolta dei passeggeri ha impedito che il quarto aereo dirottato venisse utilizzato come gli altri, con la stessa Casa Bianca come probabile quarto obiettivo.

4 Faisal Devji, Waning Crescent: The Rise and Fall of Global Islam (New Haven: Yale University Press, 2025), 4.

5 Yaniv Kubovich e Nir Hasson, “L’IDF accetta il bilancio del Ministero della Salute di Gaza: oltre 71.000 palestinesi uccisi durante la guerra”, Haaretz, 29 gennaio 2026.

6 Per ulteriori approfondimenti: Miro Sedlák, “Israele definisce la Turchia, alleata della NATO, ‘il nuovo Iran’. La risposta dell’Europa? Tre coloni e alcune arance”, EU Observer, 17 giugno 2026.

7 Kepel, Away from Chaos, 109.

8 Ben Hubbard, “È questa la fine dell’Islam politico?”, New York Times, 15 giugno 2026.

9 Olivier Roy, Il fallimento dell’Islam politico, trad. Carol Volk (Londra: I.B. Tauris, 1994).

10 Dan Tschirgi, “Zapatisti e islamisti contro ogni previsione”, Le Monde diplomatique, gennaio 2000.

11 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 58.

12 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, cap. 4.

13 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 62.

14 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 66.

15 Colin Freeman, “I terroristi usano le auto come armi. Di nascosto, le città stanno reagendo”, Daily Telegraph, 17 giugno 2026.

16 Becky Dale et al., “Il mondo arabo in sette grafici: gli arabi stanno voltando le spalle alla religione?”, BBC News, 24 giugno 2019.

17 Adam Nossiter, “‘Quell’ignorante’: due studiosi francesi dell’Islam radicale diventano acerrimi rivali”, New York Times, 12 luglio 2016.

18 Per correttezza nei confronti di Roy, va detto che nel suo libro Globalised Islam ha tenuto conto dell’ascesa del neofundamentalismo al posto dell’islamismo. La sua analisi è prevalentemente di natura culturale e sociologica, trascurando il ruolo strategico svolto dall’unipolarità. Cfr.: Olivier Roy, Globalised Islam: The Search for a New Ummah, trad. Barry Smerin (Londra: Hurst, 2004).

19 Roy, Il fallimento dell’Islam politico, 1–14.

20 A questo proposito, si veda anche: James P. Piscatori, Islam in a World of Nation-States (Cambridge: Cambridge University Press, 1986); Roy, The Failure of Political Islam, 61–62.

Informazioni sull’autore

Philip Cunliffe è professore associato di relazioni internazionali presso il Dipartimento di Riduzione dei Rischi e delle Catastrofi dell’University College London. Il suo libro più recente è The National Interest: Politics after Globalization (Polity, 2025).

Altri libri di Philip Cunliffe

Fallire come uno Stato, di Ran Heibrunn

Fallire come uno Stato

Di Ran Heilbrunn

SAGGIO DI RECENSIONE
Lo Stato dell’informazione: la politica nell’era del controllo totale
di Jacob Siegel
Henry Holt, 2026, 336 pagine

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Jacob Siegel, nel suo libro The Information State, è alla ricerca di un concetto guida sufficientemente ampio da riunire alcuni degli sviluppi politici più significativi dell’era digitale: la fusione tra la Silicon Valley e Washington, la migrazione delle tecniche militari nella governance interna, la guerra alla disinformazione, l’ascesa della sorveglianza online e la crisi di legittimità che ha segnato la politica americana dal 2016. Il concetto che Siegel propone a tal fine è quello di «Stato dell’informazione», una nuova forma di regime che sostituisce il consenso democratico con un controllo mediato dalla tecnologia. Tuttavia, Siegel non presenta questa categoria semplicemente come un principio organizzativo del panorama politico-tecnologico contemporaneo. Con maggiore ambizione, la colloca al centro di un ampio percorso storico che si estende dalla prima modernità fino al presente.

Eppure lo “Stato dell’informazione”, il concetto destinato a unificare questo vasto arco, non acquisisce mai pienamente la sostanza storica o la precisione concettuale che l’argomentazione richiede. Il risultato è un libro caratterizzato da una persistente discrepanza tra impostazione e contenuto, tra analisi spesso convincenti di fenomeni specifici e lo scheletro tematico destinato a tenerle insieme. Ciò che viene presentato come una forma di regime coerente appare sempre più, a un esame più attento, come un insieme disorganico di argomenti legati tra loro non tanto da una dimostrabile unità istituzionale quanto piuttosto dalla curiosità intellettuale e da giudizi impressionistici. Il problema non è che il concetto sia troppo ampio, ma che l’adesione ad esso da parte del libro imponga un’immagine di coerenza intenzionale su un terreno traboccante di tensioni, incongruenze e fallimenti; ciò ha l’effetto di sopprimere le caratteristiche più interessanti dei fenomeni che cerca di analizzare.

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Breve storia dello Stato dell’informazione

The Information State trae origine dal saggio di Siegel del 2023 sull’emergere della “disinformazione” come tema dominante della vita pubblica americana dopo l’ascesa di Donald Trump. In quel testo precedente, Siegel sosteneva che lo shock delle elezioni del 2016 avesse spinto settori importanti della classe dirigente americana ad allearsi con la Silicon Valley, dando vita a un «regime di censura statale-aziendale» che, in nome della lotta alla disinformazione, utilizzava metodi tecnologici e di sicurezza nazionale per monitorare e regolamentare il discorso politico online. 1 Il presente volume amplia tale argomentazione trasformandola in una tesi molto più ampia, collocando il nesso tra le istituzioni statali e la tecnologia dell’informazione all’interno di una narrazione storica panoramica. Questo quadro storico ampliato corrisponde a una tesi concettuale altrettanto ampia. La fusione tra tecnologia digitale, Stato e agenzie di sicurezza, emersa alla ribalta dopo il 2016, sostiene Siegel, rappresenta qualcosa di molto più vasto di un nuovo apparato di censura. «Quello che chiamo Stato dell’informazione,» scrive, «si riferisce a una forma di governo che sostituisce il principio democratico del consenso con il controllo.»2

Lo Stato dell’informazione, quindi, è una nuova formazione politica il cui «obiettivo ultimo [non è] censurare o opprimere, ma governare». Esso costituisce «una terza forma di regime politico», situata a metà strada tra «i regimi autoritari che impongono la propria volontà con la forza e le democrazie che governano attraverso il consenso dei propri cittadini». A differenza dell’autoritarismo classico, che si basa su una repressione visibile, lo Stato dell’informazione «governa monopolizzando l’attenzione». Controllando le infrastrutture e i protocolli della comunicazione digitale, modella le condizioni del discorso online in modo da coltivare l’obbedienza pubblica: «Detta i parametri dell’esperienza degli utenti sui social media e su altri domini online condivisi per modificare in modo impercettibile le percezioni del pubblico e condizionare le persone a considerare determinati esiti come inevitabili».3

In “Origins”, la prima delle tre parti del libro, Siegel fa risalire le radici dell’attuale sistema governativo digitale a Francis Bacon. Con una mossa tipica delle genealogie tecnologiche, il filosofo e statista inglese del XVII secolo appare come una figura fondatrice della marcia espansionistica della civiltà occidentale dalla rivoluzione scientifica verso l’era delle macchine. Bacon rappresenta la convergenza tra autorità scientifica e politica: nel suo pensiero, la conoscenza della natura coincide con la pretesa di governare il mondo. Lo scopo dell’indagine scientifica, di conseguenza, non è la ricerca della verità, bensì l’estensione del «potere e del dominio della stessa razza umana sull’universo». 4 Incarna l’identificazione tra conoscenza e potere, scienza e arte di governare, Bacon emerge come figura archetipica della «tecnocrazia», un concetto che sarebbe diventato la categoria centrale della descrizione di Siegel dello Stato dell’informazione.

Siegel ripercorre la storia della tecnocrazia dall’Europa dell’età moderna agli Stati Uniti dell’inizio del XX secolo. Lì, il percorso della tecnocrazia si intrecciò con il movimento progressista, dando origine a una nuova tradizione di governo: la tecnocrazia progressista. Istituzionalizzata per la prima volta durante l’amministrazione Wilson, questa formazione – che Siegel considera l’ideologia dominante della classe dirigente americana ancora oggi – ha conferito al pragmatismo sterile della tecnocrazia un impegno morale verso la modernizzazione sociale. Dato il carattere incerto e ingestibile della popolazione, i tecnocrati progressisti ritenevano che la modernizzazione dovesse essere imposta dall’alto. Questa ideologia è quindi fondamentalmente elitaria: il tecnocrate progressista rivendica l’autorità di stabilire la direzione da seguire indipendentemente dalla volontà del popolo.

L’eredità di Wilson è importante anche per un altro motivo. Durante la Prima guerra mondiale, la sua amministrazione ricorse alla censura e alla propaganda per disciplinare l’opinione pubblica e reprimere il dissenso interno, in particolare attraverso il Comitato per l’Informazione Pubblica. Questo episodio ha dato vita a un fenomeno di migrazione verso l’interno, per cui le tecniche sviluppate in tempo di guerra sopravvivono al conflitto che le ha generate e si trasferiscono nella vita civile. Pertanto, sebbene l’infrastruttura della repressione wilsoniana fosse stata formalmente smantellata alla fine della guerra, «le funzioni di propaganda, censura e pubblicità si diffusero in innumerevoli uffici governativi, agenzie di pubbliche relazioni, uffici militari e di intelligence, nonché agenzie pubblicitarie», garantendo così che «l’eredità più importante di Wilson perdurasse». 5 Questa dinamica diventa uno dei temi centrali del libro: le capacità sviluppate durante l’emergenza militare, come dimostra Siegel, raramente rimangono confinate alla sfera estera. Prima o poi, si raccoglie ciò che si semina.

I capitoli conclusivi della prima parte del libro mettono maggiormente a fuoco il rapporto tra tecnologia della comunicazione e guerra. Siegel delinea l’ascesa dell’informatica, della cibernetica e della teoria dell’informazione negli anni ’40 e ’50, sottolineandone l’intreccio con la ricerca militare, prima di passare al Vietnam come laboratorio per la fusione tra arte della guerra e tecnologia dell’informazione. L’istituzione centrale nell’analisi di Siegel sull’era del Vietnam è l’ARPA—l’Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata del Pentagono—che più di ogni altra organizzazione incarnava la fusione tra scienze sociali comportamentali, tecnologia digitale e pianificazione della difesa.

Questa convergenza rese l’ARPA un punto nevralgico per lo sviluppo della controinsurrezione, una dottrina bellica incentrata sulla popolazione in cui l’oggetto dell’azione militare non era più semplicemente un esercito avversario, ma le norme, i valori e le istituzioni di un’intera società. La competenza militare non poteva quindi più limitarsi a infliggere danni ai combattenti nemici; doveva essere integrata da tecniche volte a studiare, influenzare e riorientare le popolazioni civili. La controinsurrezione, in questo senso, divenne l’applicazione militare della tecnocrazia progressista: la guerra ripensata come un progetto di modernizzazione sociale, guidata dalla competenza e orientata alla trasformazione di intere popolazioni. Tuttavia, questa apparente «civilizzazione» del potere militare si trasformò rapidamente nella militarizzazione della vita civile, poiché lo sforzo di comprendere società lontane lasciò il posto a meccanismi basati sulla conoscenza per monitorarle e controllarle.

Tuttavia, l’erosione del confine tra guerra e politica causata dalla controinsurrezione non rimase confinata ai campi di battaglia stranieri. Seguendo il modello della migrazione verso l’interno, i metodi e gli strumenti sviluppati per studiare e gestire popolazioni lontane furono riassorbiti negli Stati Uniti e riutilizzati nella sorveglianza dei cittadini americani. Questa dinamica emerse negli anni ’70 con le rivelazioni sulle attività di spionaggio diffuse da parte dell’FBI e della CIA nei confronti dei cittadini americani, che Siegel presenta non come abusi isolati, ma come primi segni di un apparato di sorveglianza di massa emergente. A un livello più generale, questo modello è visibile in Arpanet, l’esperimento militare di rete che si sarebbe poi evoluto nella moderna Internet. Le strutture tecnologiche create nell’era del Vietnam, scrive Siegel, «ora ci circondano nella nostra vita quotidiana».6

La parte centrale di The Information State, intitolata “Conquest”, comprende alcuni dei passaggi più incisivi del libro. Attraverso cinque capitoli che abbracciano il periodo dagli anni ’70 agli anni 2010, Siegel traccia come, parallelamente allo sviluppo dell’informatica personale, alla commercializzazione di Internet e all’ascesa della Silicon Valley, la classe politica statunitense e l’establishment della sicurezza abbiano sempre più utilizzato le tecnologie dell’informazione per sorvegliare i cittadini in patria e condurre guerre high-tech all’estero. Tra le tappe fondamentali di questo periodo figurano la Guerra del Golfo, la Guerra al terrorismo, le rivolte della Primavera araba, le rivelazioni di Edward Snowden, la campagna contro l’ISIS e l’annessione della Crimea da parte della Russia. I temi introdotti in “Origins” – la diffusione delle tecnologie militari nel settore civile e l’ascesa della tecnocrazia progressista – vengono approfonditi e intensificati, culminando in un ritratto dei primi anni 2010 come l’età dell’oro dello Stato informazionale.

Il punto centrale di questa parte del racconto è la ridefinizione del rapporto tra tecnologia e sicurezza nazionale all’indomani dell’11 settembre. In ambito militare, le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno dato nuovo slancio alle teorie sulla “guerra dell’informazione”. Come osserva Siegel, “Dopo l’11 settembre, le campagne di influenza online e le operazioni di informazione sono diventate elementi fondamentali della guerra al terrorismo”. 7 Nel 2014, tra il terrorismo dell’ISIS nato in rete e il rinnovato allarme per le operazioni mediatiche del Cremlino, l’ecosistema politico dedicato alla guerra dell’informazione, oggi più spesso definita «guerra ibrida», è entrato in un altro ciclo di boom caratterizzato da grande clamore e finanziamenti. Come sostiene in modo convincente Siegel, il valore strategico e operativo di queste dottrine è, ed è sempre stato, altamente discutibile. Le vittorie nei conflitti armati rimangono radicate in realtà ormai fuori moda come la capacità di infliggere distruzione fisica.

All’interno degli Stati Uniti, la convergenza tra tecnologia dell’informazione e Stato di sicurezza si è rivelata più efficace. Gli anni successivi all’11 settembre hanno visto l’emergere di un regime di sorveglianza digitale onnicomprensivo e invasivo, fondato su una nuova alleanza tra la Silicon Valley e Washington. Man mano che l’amministrazione Bush stringeva legami più stretti con le aziende tecnologiche, la Silicon Valley si allontanava dal libertarismo degli anni ’90, riportando Internet “alle sue radici militari”. 8 Questa convergenza ha trovato il suo apice nella figura di Barack Obama, il «Presidente della Silicon Valley», il quale, unendo il Partito Democratico ai giganti della tecnologia, «ha inaugurato l’alleanza politica più significativa del XXI secolo».9

La presidenza di Obama appare quindi come l’apogeo della tecnocrazia progressista e dello Stato dell’informazione. Sotto Obama, funzionari governativi, le grandi aziende tecnologiche, le agenzie di sicurezza nazionale e i media, sostenuti da un ampio strato di liberali istruiti e progressisti militanti, si sono uniti in un potente blocco impegnato a rimodellare la società americana a propria immagine. Per attuare il proprio programma, sostiene Siegel, questa coalizione ha sviluppato una nuova «tecnica di governo che aggirava il normale processo legislativo impadronendosi delle leve del sistema digitale per attuare cambiamenti politici di ampia portata».10 Eludendo i vincoli di una aperta contesa democratica, l’amministrazione ha imparato a utilizzare i social media per plasmare l’opinione pubblica. La legittimità non doveva più fondarsi sul consenso popolare; poteva invece essere costruita attraverso il controllo della narrazione.

Dopo aver tracciato le “Origini” dello Stato dell’informazione e ne aver raccontato la “Conquista”, la narrazione di Siegel giunge alla sua sezione finale, “Rivolta”, che copre il panorama post-2016. Qui il conflitto centrale è descritto come una lotta tra lo Stato dell’informazione e le forze della ribellione populista, soprattutto l’insurrezione di Donald Trump. Secondo la ricostruzione di Siegel, l’ascesa di Trump non ha segnato il crollo immediato dello Stato dell’informazione, ma la fine della sua egemonia incontrastata. Di fronte a una sfida populista alla propria autorità, l’establishment progressista-tecnocratico ha risposto con una delle sue dimostrazioni di forza più aggressive: un tentativo di delegittimare la vittoria di Trump attraverso accuse di collusione con Mosca e allarmi sulle campagne di disinformazione online russe.

Parallelamente al “Russiagate” si sono svolte sia operazioni informative offensive rivolte al pubblico interno, sia campagne difensive contro le manipolazioni provenienti dall’estero e dal mondo online. Queste si sono presto trasformate in un vasto complesso di contrasto alla disinformazione, un’infrastruttura che riunisce agenzie governative, funzionari dei servizi segreti, piattaforme tecnologiche, organizzazioni mediatiche, istituti accademici e ONG nell’impegno comune di contrastare le falsità e proteggere la sfera pubblica dalla corruzione informativa. Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2020, lo «Stato dell’informazione» aveva raggiunto l’apice del proprio potere, presentandosi come un sistema tentacolare di sorveglianza, controllo narrativo e gestione tecnocratica.

L’ultima parte del libro presenta gli anni di Biden come il momento in cui lo “Stato dell’informazione” viene spinto ai limiti del proprio potere e inizia a sgretolarsi. Siegel si concentra in particolare su due sviluppi: la risposta del governo al Covid-19 e la decisione, dopo il 6 gennaio, di rivolgere gli strumenti di controinsurrezione e di sorveglianza informativa verso l’interno, contro i sostenitori di Trump e altri cittadini accusati di estremismo. Il tentativo di reprimere lo scetticismo sui vaccini e di controllare il dissenso in materia di salute pubblica, che si è svolto parallelamente all’espansione post-6 gennaio delle misure antiextremismo interne, non ha ripristinato l’autorità né la pace sociale, ma ha invece accelerato una più ampia crisi di legittimità. Alla fine della narrazione, lo Stato dell’informazione appare come un regime i cui sforzi più aggressivi di autoconservazione non hanno fatto altro che aggravare le condizioni del proprio disgregarsi.

Critiche inflazionistiche

All’inizio del testo, Siegel osserva che una delle difficoltà che caratterizzano il dibattito sull’informazione è la natura polisemica del termine, ovvero il fatto che «nessuno riesca a mettersi d’accordo su cosa sia l’informazione».11 Nel corso del libro, egli gestisce questa ambiguità con notevole abilità, bilanciando significati specifici con una più ampia flessibilità concettuale. L’altra componente della frase del titolo, lo Stato, riceve un trattamento diverso. Come osservato, l’introduzione insiste nel distinguere tra lo Stato dell’informazione, la democrazia e l’autoritarismo. Da quel punto in poi, tuttavia, questa tipologia delle forme di regime cede il passo a una tendenza familiare a trattare «lo Stato» come un’entità non specificata ma evidente di per sé, la cui continua espansione diventa il principio organizzativo della storia politica dell’Occidente moderno.

All’inizio della narrazione incontriamo Jean-Baptiste Colbert, primo ministro di Stato della Francia sotto Luigi XIV. Colbert, scrive Siegel, «introdusse la gestione dell’informazione come strumento di arte di governo moderna», guidando la trasformazione della Francia feudale in «una prima versione dello Stato informativo centralizzato, che esercitava il potere attraverso un apparato amministrativo onnisciente». L’informazione e lo Stato emergono così come una formazione simbiotica. Citando lo storico Jacob Soll, Siegel sostiene che «il sogno del dominio informativo, che ha profondamente influenzato la formazione degli Stati moderni, conteneva ciò che Soll definisce “i germi del governo totalitario moderno, destinati a svilupparsi in reti di informatori e sistemi di archiviazione”». 12 Nonostante le riserve in senso contrario, i confini che separano lo Stato informativo, quello totalitario e quello «moderno» (presumibilmente democratico o assistenziale) mostrano una strana tendenza a fondersi in un’unica miscela storico-istituzionale.

In La nascita della biopolitica, Michel Foucault ha individuato due elementi di quello che ha definito il fenomeno della “statofobia”. Il primo è «l’idea che lo Stato possieda in sé e attraverso il proprio dinamismo una sorta di potere di espansione», un «imperialismo endogeno che lo spinge costantemente ad ampliare la propria superficie e ad accrescerne la […] profondità». Il secondo elemento è il pensiero «che esista una parentela, una sorta di continuità genetica o implicazione evolutiva tra le diverse forme di Stato, in cui lo Stato amministrativo, lo Stato sociale, lo Stato burocratico, lo Stato fascista e lo Stato totalitario sono tutti… i rami successivi di un unico e medesimo grande albero del controllo statale nella sua espansione continua e unificata».

Nel loro insieme, questi elementi danno origine a quella che Foucault definisce una critica inflazionistica dello Stato. «Perché inflazionistica?» Perché «non appena accettiamo l’esistenza di questa continuità o affinità genetica tra diverse forme di Stato», iniziamo a «ricollegarle l’una all’altra, privandole così della loro specificità». Con una logica simile, un amministratore francese del XVII secolo può diventare il progenitore sia delle moderne burocrazie statali che del totalitarismo, mentre il Comitato per l’Informazione Pubblica di Wilson converge con le ossessioni contemporanee sulla disinformazione online. Una seconda ragione per definire questa critica «inflazionistica» è che tali concatenazioni identificano lo Stato con un’essenza repressiva diffusa a scapito di un riferimento storico concreto: «consente di evitare di pagare il prezzo della realtà e dell’attualità, in quanto, in nome di questo dinamismo dello Stato, si può sempre trovare qualcosa di simile a una parentela o a un pericolo, qualcosa di simile alla grande fantasia dello Stato paranoico e divorante».13

Nel testo di Siegel, lo Stato subisce pressioni inflazionistiche simili. Una caratteristica fondamentale di The Information State, potremmo dire, è la sua tendenza a sottoporre lo Stato a un’inflazione informativa. La tecnologia dell’informazione non figura tanto come un ambito circoscritto quanto come un mezzo amplificatore attraverso il quale lo Stato estende e intensifica il proprio potere. Il significato del termine «Stato» a volte sembra più estetico che giuridico o istituzionale: lo Stato appare come una forza o un’energia, qualcosa che si espande, si fonde, assorbe e si diffonde: «un sistema di controllo che abbraccia il globo»; un «leviatano della sorveglianza di massa che consumava informazioni in una frenesia divorante»; un «leviatano tentacolare con tentacoli che si estendono attraverso i continenti e in ogni angolo della società americana»; un «imperialismo tecnocratico» che mira «ad espandere il potere burocratico e il controllo informativo». 14 Tali formulazioni vivide e incisive contribuiscono a rendere The Information State una lettura avvincente. Tuttavia, lasciano anche l’impressione che la categoria dello Stato dell’informazione si basi su qualità affettive piuttosto che su una precisione analitica.

Inoltre, la visione dello Stato come entità unitaria caratterizzata da un intrinseco dinamismo espansionistico sembra particolarmente inadatta all’universo storico e tematico del libro stesso. Circa due terzi del testo, dopotutto, coprono i decenni che vanno dagli anni ’70 ad oggi. Parti significative di The Information State, in altre parole, trattano del periodo neoliberista, un’era caratterizzata da una progressiva riduzione della portata pratica e dell’autorevolezza normativa dello Stato. Negli Stati Uniti, un’espressione chiave di questo processo è stata l’affermarsi nel discorso giuridico dominante di ciò che la studiosa di diritto Jodi Short ha definito «lo stile paranoico nella riforma normativa»: una «profonda ansia nei confronti della coercizione statale» che inquadra qualsiasi forma di regolamentazione governativa come una minaccia autoritaria all’autonomia e alla libertà.15

Inoltre, sebbene questo declino della legittimità dello Stato costituisca un contesto rilevante per quasi tutti i testi dedicati ai decenni a cavallo del volgere del millennio, sembra particolarmente essenziale per un’opera incentrata sull’ascesa delle Big Tech. Dopotutto, ciò che Short descrive come il contesto normativo avverso allo Stato del periodo neoliberista è stato cruciale per l’accumulo di ricchezza e influenza straordinarie da parte delle aziende tecnologiche. Eppure il neoliberismo compare a malapena nel libro di Siegel. Infatti, per quanto mi risulti, il termine stesso viene menzionato due volte, in citazioni dirette di altri autori. Naturalmente, le scelte lessicali di uno scrittore non sono importanti di per sé. In questo caso, tuttavia, l’omissione sembra davvero significativa dal punto di vista sostanziale.

In linea di massima, The Information State descrive un mondo in cui il neoliberismo non è mai esistito. O almeno un mondo in cui non si è mai manifestato come una trasformazione distinta nella storia dello Stato. Vi sono riferimenti a temi correlati quali la finanziarizzazione, la globalizzazione e la delocalizzazione dei posti di lavoro, ma questi fenomeni non vengono mai collegati al declino delle istituzioni statali e quindi non interferiscono con il quadro più ampio di una continua espansione dello Stato.

Di tanto in tanto, le conseguenze di questa emarginazione del neoliberismo vengono alla ribalta. Ad esempio, quando Siegel descrive le rivolte populiste degli anni 2010, scrive che «i populisti volevano che le questioni fondamentali di interesse nazionale, come l’immigrazione, la politica commerciale e la guerra, fossero decise dagli elettori, non dalle élite manageriali. Ciò li ha messi in conflitto con il sistema postbellico di controllo tecnocratico che ha trasferito il potere sovrano decisionale a organismi opachi e non democratici come l’Unione Europea, le burocrazie amministrative statunitensi e Google». 16 Poiché il testo non fornisce alcun indizio su quale guerra si intenda con il termine «dopoguerra», il lettore è portato a supporre che Siegel si riferisca all’ordine post-1945. In questa periodizzazione, il neoliberismo scompare in un’era “postbellica” indifferenziata, il populismo contemporaneo viene giustapposto allo statalismo della Guerra Fredda e fenomeni così diversi come “l’Unione Europea, le burocrazie amministrative statunitensi e Google” vengono raggruppati sotto termini come “élite manageriali” e “controllo tecnocratico”, che, estesi a tal punto, diventano poco più che etichette vuote.

Verso la fine del testo, diventano visibili le crepe nel tentativo di presentare la storia recente come un’ulteriore diramazione di quello che Foucault definiva “il grande albero del controllo statale”. Man mano che la narrazione si avvicina al presente, la realtà vissuta minaccia di sgonfiare il discorso gonfiato, e le falle della tesi centrale del libro emergono proprio dalla sua stessa struttura. Così, a sole trenta pagine dalla fine, scopriamo improvvisamente che questa narrazione di ampio respiro sull’ascesa dello Stato dell’informazione è in realtà una storia di ascesa e caduta. Considerato il linguaggio incisivo con cui questo sistema è stato descritto fino a questo punto, il resoconto di Siegel sulla sua disintegrazione risulta piuttosto deludente. Il penultimo capitolo si apre così: «Due grandi forze si sono unite durante la presidenza di Joe Biden, spingendo lo Stato dell’informazione ai limiti del suo potere e mettendo in moto la catena di eventi che ne avrebbe determinato il crollo. La prima è stata la risposta del governo alla pandemia di Covid-19. . . . La seconda è stata la decisione di utilizzare gli strumenti della controinsurrezione contro i cittadini americani.»17

Spiegando perché la risposta dell’amministrazione al Covid-19 abbia accelerato il crollo dello “Stato dell’informazione”, Siegel scrive che, a differenza del Russiagate, “che era essenzialmente un crimine contro astrazioni come lo ‘Stato di diritto’ e il ‘processo democratico’”, le politiche «palesemente autoritarie»18 di Biden relative alla pandemia «hanno portato lo Stato dell’informazione nella vita quotidiana delle persone». Mentre «le persone comuni che non dedicavano il proprio tempo a scorrere i feed di notizie potevano scegliere di ignorare il sordido dramma Trump-Russia», misure quali «i lockdown per il Covid e l’obbligo vaccinale hanno eliminato l’esenzione per la “gente comune”». 19 Di per sé, questa potrebbe essere un’osservazione perspicace sulle dinamiche della recente politica americana. Letta nel contesto della teoria più ampia di Siegel, tuttavia, sembra una controargomentazione sorprendente alla sua tesi centrale. Se tutto ciò che serviva per abbattere lo “Stato dell’informazione” era portare i cittadini “normali” alle urne, allora quella che è stata descritta come “una delle forze più potenti del mondo moderno” deve essere stata fin dall’inizio una formazione piuttosto vulnerabile.20 È uno strano tipo di regime autoritario la cui autorità dipende dal non pestare i piedi alla gente comune.

Il secondo fattore che ha portato alla caduta dello Stato dell’informazione lascia un senso di confusione simile. Per qualche motivo, l’uso di strumenti di sorveglianza controinsurrezionali nei confronti dei cittadini americani durante le guerre dell’informazione della presidenza Biden si è improvvisamente ritorto contro, anche se ciò è perfettamente coerente con il modo in cui lo Stato dell’informazione ha operato finora. Secondo quanto riferito dallo stesso Siegel, tali applicazioni interne delle tecnologie militari sono state una procedura standard all’interno dello Stato di sicurezza nazionale almeno fin dai tempi di Woodrow Wilson. Ciononostante, egli insiste, questa volta è stato diverso: si è trattato di una «vera e propria svolta radicalizzante, una spirale rivoluzionaria. Man mano che il partito al potere si distanziava dalla nazione nel suo complesso e perseguiva obiettivi divisivi e impopolari, ha perso non solo il consenso dei governati, ma anche il suo legame con una realtà condivisa».21

La tensione nella discussione diventa difficile da ignorare. Dopo aver definito lo Stato dell’informazione come «una forma di governo che sostituisce il principio democratico del consenso con il controllo» e aver ripetutamente descritto il suo potere come fondato sulla distorsione della realtà attraverso operazioni di informazione digitale, Siegel presenta ora proprio quelle condizioni — la mancanza di consenso e la disconnessione dalla realtà — come le forze che ne hanno determinato la caduta. Il lungo e tortuoso percorso dello Stato dell’informazione, un regime formidabile che per secoli ha affinato il proprio apparato di sorveglianza e controllo, si conclude così con notevole bruschezza. Un attimo prima c’è, un attimo dopo non c’è più.

Venerazione negativa

Nonostante i suoi difetti, The Information State è un libro intelligente e spesso avvincente, ricco di osservazioni sorprendenti e dettagli illuminanti. La sua ricchezza e la sua energia, tuttavia, finiscono per essere appesantite dall’adesione a una premessa poco plausibile: l’insistenza sul fatto che una forma di regime distinta, denominata «Stato dell’informazione», sia effettivamente esistita e che noi ne abbiamo vissuto sia l’apice che la scomparsa. Il suo finale deludente, a mio avviso, rivela una tendenza più ampia nella letteratura antitecnologica contemporanea: la tendenza a esagerare la coerenza e la durata delle forze a cui si oppone. I critici della tecnologia generano ora concettualizzazioni del panorama attuale a un ritmo che eguaglia quasi la frenesia innovativa degli imprenditori della Silicon Valley: «Lo Stato dell’informazione», «Capitalismo di sorveglianza», «Imperi del silicio», «Tecno-feudalesimo» e così via. Naturalmente, i critici si affezionano alle proprie formulazioni e quindi le investono di una grandiosità e di una densità che le realtà che descrivono faticano a sostenere.

L’espressione più generale di questa dinamica riguarda il problema del tono distopico. The Information State appartiene a una lunga tradizione di testi che considerano il cambiamento tecnologico come il principio organizzativo di un ordine sociale terrificante, caratterizzato da una radicale negazione della spontaneità e della libertà.

Come ha sottolineato Langdon Winner, «il nostro modo di concepire la tecnologia sembra indissolubilmente legato a un’unica concezione del modo in cui il potere viene utilizzato: lo stile del dominio assoluto, il controllo dispotico e unidirezionale del padrone sullo schiavo».22  L’affermazione paradigmatica di questa tradizione è La società tecnologica di Jacques Ellul del 1954, un libro il cui impatto sul testo di Siegel è innegabile. Ma la famosa affermazione di Ellul secondo cui la tecnica «non può che essere totalitaria» segue la stessa logica della convinzione degli anni ’90 secondo cui Internet fosse una forza naturalmente progressista o emancipatoria. 23 L’utopismo e il distopismo, per dire l’ovvio, sono le due facce della stessa medaglia. Il problema non è solo che entrambe le prospettive trattano la tecnologia come il motore principale del cambiamento storico, trascurando le situazioni in cui i modelli tecnologici esprimono, anziché determinare, gli assetti sociopolitici. A mio avviso, è più interessante una certa convergenza retorica tra i critici e i sostenitori della tecnologia. La tendenza di questi ultimi a glorificare la tecnologia trova riscontro nella propensione dei primi per quella che potremmo definire venerazione negativa: una forma di soggezione invertita che rifiuta la legittimità morale o politica del potere tecnologico, pur accettandone, e spesso amplificandone, la pretesa di superiorità e assolutezza.

L’opera di Shoshana Zuboff The Age of Surveillance Capitalism ha, a mio avviso, reso la venerazione negativa il tono dominante della letteratura contemporanea critica nei confronti della tecnologia. Nelle seicento pagine di quella celebre opera, la Zuboff combina un’analisi meticolosa dell’economia politica del settore tecnologico con una curiosa tendenza ad attribuire alle aziende tecnologiche una capacità quasi demoniaca di prosciugare il dinamismo e il caso dalla struttura metafisica dell’universo. La descrizione che Siegel fa del potere dello Stato dell’informazione a tratti vira in una direzione simile. Ad un certo punto, ad esempio, scrive che coloro che sono in grado di acquisire il massimo delle informazioni diventano «la cosa più onnisciente dopo Dio». Poco dopo, sostiene che ciò che rende l’«impero dell’informazione» dell’era Obama storicamente unico è il modo in cui fonde «la classica ambizione imperiale di governare un territorio con l’ambizione degli Stati totalitari del XX secolo di dominare la vita interiore dei singoli soggetti». 24 Sebbene gran parte della critica di Siegel all’amministrazione Obama sembri giustificata, descriverla come una sintesi di imperialismo e totalitarismo mi sembra un po’ esagerato. Se lo Stato dell’informazione degli anni 2000 appartenesse alla stessa categoria dell’imperialismo e del totalitarismo, allora il suo crollo negli ultimi anni dovrebbe essere annoverato tra eventi epocali come la decolonizzazione o la liberazione dell’Europa. Sebbene la politica dell’ultimo decennio possa essere stata tumultuosa, non abbiamo ancora vissuto un nuovo momento della portata del 1945, né nulla di simile.

Inoltre, la tendenza a venerare in modo negativo ciò a cui ci si oppone porta spesso a rappresentazioni incoerenti del potere tecnologico. In questa ottica, la minaccia che la tecnologia rappresenta per la libertà umana appare al tempo stesso fondamentalmente deterministica e radicalmente volontaristica.

In The Information State, i meccanismi di controllo governativo appaiono al tempo stesso come la logica impersonale della moderna società industriale e come il progetto deliberato di particolari attori politici. Pertanto, la riorganizzazione tecnocratica delle istituzioni statali operata da Wilson viene presentata come un allontanamento discutibile dalla Costituzione americana, i cui padri fondatori, sostiene Siegel, avevano compreso che il tentativo di eliminare la complessità del contributo pubblico dal processo decisionale politico minaccia la libertà su cui si fonda la repubblica. Allo stesso tempo, tuttavia, Siegel scrive che «ciò che Wilson chiamava amministrazione e che spesso viene definito burocrazia fu la prima grande tecnologia di controllo politico», una tecnologia che ben presto divenne «la struttura organizzativa essenziale di tutte le società industriali».25

La stessa tensione si ritrova nella sua descrizione dello Stato dell’informazione contemporaneo come «una società completamente automatizzata e totalizzata, che può essere programmata a vantaggio dei suoi governanti utilizzando gli individui come strumenti per regolare la stabilità del sistema».26 Il potere nell’era dello Stato dell’informazione, in altre parole, è al tempo stesso radicalmente orizzontale e intensamente verticale. La società è al tempo stesso «autocontrollata», in uno stato di autooppressione cibernetica, e programmata dall’alto dai governanti, ai cui interessi questo sistema è al servizio.

Siegel, presumo, sosterrebbe che descrivere la struttura dello stato dell’informazione in questi modi apparentemente contraddittori sia proprio il punto: che questa tensione non rappresenti un difetto dell’argomentazione, ma piuttosto colga la vera grandezza del potere tecnologico nel mondo reale. Forse. L’altra possibilità, tuttavia, è che questa oscillazione tra determinismo e volontarismo, questa convergenza tra sovranità ultima e servitù assoluta, non rifletta tanto la struttura della realtà tecnologica quanto la natura del discorso tecnologico. Qualcosa nel nostro modo di pensare alla tecnologia sembra particolarmente vulnerabile a tali orizzonti assolutisti, a piani generali onnicomprensivi e a punti archimedei supremi. La realtà, tuttavia, è che nessuno controlla il cambiamento tecnologico e nessuno progetta la vita sociale. La ricchezza senza precedenti dei nostri signori della tecnologia li rende ricchi come mai prima d’ora; non li rende onnipotenti, né tantomeno onniscienti. Come afferma Winner, «la posizione privilegiata di un’élite o di una classe non è la prova che essa guidi il meccanismo, ma solo che disponga di un comodo posto a sedere per godersi il viaggio».27

Instabilità simili nella rappresentazione del potere sono evidenti anche nel modo in cui il libro tratta il Partito Democratico. L’analisi di Siegel della politica contemporanea è chiaramente influenzata dalla simpatia per la sfida populista di Trump. Naturalmente, non c’è nulla di sbagliato in questo; la polemica è un genere antico e spesso brillante del pensiero politico. La difficoltà sta nel fatto che l’ostilità verso un avversario costituisce una base troppo ristretta per una descrizione panoramica di un fenomeno come lo Stato dell’informazione, i cui contorni, nella misura in cui emergono dall’invenzione della scienza moderna e dalla creazione del governo moderno, sono di fatto coincidenti con la modernità stessa. A questo proposito, il libro mostra qualcosa di simile a ciò che Evgeny Morozov ha definito l’«epochalismo» del discorso tecnologico contemporaneo: una forma di eccezionalismo generazionale, una tendenza a immaginarsi come protagonisti di un momento di trasformazione unico nel suo genere.28 Nella descrizione di Morozov, il linguaggio epocale serve spesso a mascherare l’ignoranza storica. Siegel, chiaramente, non ne è colpevole. Qui l’immaginario epocale svolge una funzione diversa: permette agli attuali oppositori politici di apparire non solo come prodotti delle circostanze contemporanee, ma come incarnazioni attuali di una forza secolare e di portata storica mondiale. La loro sconfitta acquisisce così un significato epocale.

Eppure, come quadro concettuale per una storia di cinquecento anni del rapporto tra tecnologia e governo, l’attuale Partito Democratico, per quanto pessimo possa essere, semplicemente non ha il peso necessario per sostenere tale fardello. Dobbiamo davvero credere che il sogno di uno Stato dell’informazione onniveggente—un regime di controllo totale e conoscenza assoluta, concepito da un filosofo inglese dell’età moderna e delineato da uno statista americano della tarda modernità, reso operativo nei laboratori bellici dell’ARPA e testato sul campo nelle zone di combattimento di Baghdad e Saigon —sia culminato nell’ossessione dell’amministrazione Obama per la gestione del discorso online?

Per essere chiari, non sto negando che la sorveglianza governativa dei social media sia sufficientemente significativa da giustificare un’analisi intellettuale approfondita. Il mio punto, piuttosto, è che non ogni affronto governativo alla democrazia equivale a un tentativo di abolirla. Inoltre, anche ammettendo che le politiche delle recenti amministrazioni democratiche abbiano rispecchiato certi impulsi autoritari, dobbiamo comunque riconoscere che, secondo qualsiasi ragionevole standard comparativo, il tentativo dello «Stato dell’informazione» americano di imporre un regime di controllo totale sui propri cittadini si è rivelato straordinariamente incompetente. Se gli anni di Obama o Biden rappresentano la coda di un sistema repressivo secolare, allora la traiettoria dello «Stato dell’informazione» è stata caratterizzata da un patetico indebolimento piuttosto che da un drammatico crescendo.

Il fallimento e l’oblio

Oltre all’esagerazione retorica, un secondo meccanismo alla base dell’amplificazione del potere della tecnologia, impiegato sia dai suoi sostenitori che dai suoi critici, può essere descritto come la cancellazione del fallimento. Il discorso pubblico e intellettuale sulla tecnologia mostra spesso una marcata tendenza a minimizzare o sopprimere il fatto che il passato e il presente dell’industria tecnologica siano costellati di spettacolari fallimenti. Questa dinamica opera a due livelli diversi. In senso stretto, specifici episodi di fallimento tecnologico vengono cancellati dalla memoria collettiva o minimizzati rispetto ai successi celebrati. L’ARPA, ad esempio, sarà ricordata per sempre come l’organizzazione che ha creato il predecessore dell’Internet moderno. Eppure, come dimostra Sharon Weinberger nella sua storia dell’agenzia, la miriade di «gloriosi fallimenti» che compongono la sua eredità, in particolare il fiasco della controinsurrezione dell’era del Vietnam, vengono o presentati come aberrazioni o silenziosamente rimossi dai registri ufficiali.

Come osserva Weinberger, il problema di questa tendenza ad attribuire alle iniziative fallite un ruolo marginale nella storia di un’organizzazione è che essa oscura una verità fondamentale sull’innovazione: il fallimento è un aspetto fondamentale, piuttosto che accidentale, dello sviluppo tecnologico. «Il prezzo del successo è il fallimento, e il prezzo di un successo importante è un fallimento significativo; le conseguenze di entrambi dovrebbero essere valutate nel giudicare l’eredità di qualsiasi istituzione.»29 Poiché sia gli ammiratori che i critici della tecnologia hanno interesse ad amplificarne il significato storico, entrambi tendono a questa sistematica dimenticanza del fallimento.

Ma la cancellazione del fallimento opera anche a un altro livello, più profondo. Negli ultimi anni, capita di tanto in tanto di imbattersi nell’ipotesi secondo cui le aziende tecnologiche contemporanee stiano creando un mondo in cui la categoria stessa del fallimento potrebbe essere eliminata dall’esistenza sociale. In tali descrizioni, ciò che scompare non è semplicemente un qualsiasi fallimento tecnologico specifico, ma il fenomeno del fallimento in quanto tale. Un’opera fondamentale in questo ambito è, ancora una volta, The Age of Surveillance Capitalism di Zuboff.

Un argomento centrale dello studio di Zuboff è che l’orientamento filosofico dell’industria tecnologica contemporanea discende dal comportamentismo radicale di B. F. Skinner. In questa tradizione, la scienza non è definita solo dalla spiegazione, ma dalla previsione, e la previsione, a sua volta, apre alla possibilità del controllo. Zuboff sostiene che le aziende tecnologiche contemporanee ereditino e mettano in pratica questa logica. Il loro modello di business si basa sull’estrazione di dati comportamentali al fine di generare previsioni sempre più accurate sul comportamento degli utenti, che vengono poi vendute agli inserzionisti online. Tuttavia, la spinta verso la previsione non si ferma qui. Poiché «la fonte più predittiva di tutte è il comportamento che è già stato modificato per orientarsi verso un risultato garantito», le aziende passano dalla previsione comportamentale al controllo comportamentale, riducendo così al minimo la probabilità di un fallimento predittivo. 30 La previsione diventa così la base di una visione del mondo come interamente ingegnerizzabile, un mondo in cui il caso appare come un problema tecnico. Sia i comportamentisti che i leader tecnologici conducono una «guerra senza quartiere contro gli incidenti, gli errori e la casualità», scrive Zuboff. 31 Man mano che sempre più aspetti della realtà fisica vengono digitalizzati e collegati in rete, questa logica tecno-comportamentista si estende oltre i domini online e si trasforma in un «nuovo ordine collettivo basato sulla certezza totale».32

Siegel sembra avere in mente qualcosa di simile nella sua descrizione della vita in un contesto di “stato dell’informazione”. La società diventa, secondo le sue parole, «più superficiale, meno radicata nelle realtà delle relazioni umane e dell’ambiente fisico. . . . Con meno punti di attrito, [il governo] potrebbe essere più efficiente e meglio in grado di attuare cambiamenti radicali a livello di sistema, come un telefono che aggiorna automaticamente il proprio codice operativo.»33 L’obiettivo finale di uno Stato di questo tipo, scrive, è «nientemeno che l’eliminazione del danno e dell’errore umano.»34

Questa dimensione comportamentista latente diventa particolarmente evidente verso la fine del libro. Prendendo in prestito una frase di Václav Havel, Siegel sostiene che l’obiettivo del moderno Stato dell’informazione sia quello di raggiungere «l’autototalità della società», di creare «una società completamente automatizzata e totalizzata [che] possa essere programmata a vantaggio dei suoi governanti utilizzando gli individui come strumenti per regolare la stabilità del sistema». Sebbene Siegel insista nel definire questo regime «cibernetico», la sua descrizione del suo funzionamento scivola in un linguaggio chiaramente comportamentista. Le tecniche di dominio dello Stato dell’informazione, scrive, equivalgono a un «condizionamento sociale onnicomprensivo»: con «stimoli informativi e regolazioni algoritmiche sufficienti», l’azione diventa «riflessiva, disumana e simile a quella di un bot». Citando N. S. Lyons, spiega che questo sistema emula le pratiche cinesi di «rinforzo costante, positivo e negativo —mescolando ricompense e punizioni, sottilmente modificate secondo necessità, come se si effettuassero regolazioni su una tavola armonica—per condizionare completamente i propri cittadini».35

Ciò che colpisce della visione di Zuboff sulla “certezza totale” e della descrizione di Siegel sul “controllo totale” è che entrambe riproducono l’ontologia tecno-comportamentista di fondo di un mondo privo di fallimenti. La loro critica, in altre parole, accetta i presupposti fondamentali delle forze a cui si oppongono. Entrambi ritengono che la possibilità di una totalizzazione completa della società e la riduzione degli esseri umani a insiemi programmabili di stimoli e risposte siano passate dalla narrativa distopica alla realtà storica. Le ambizioni dell’élite tecnologica vengono così condannate in termini morali e politici, mentre la loro coerenza teorica e fattibilità pratica rimangono in gran parte incontrastate. Ma supponendo che queste siano davvero le intenzioni dei nostri dominatori tecnologici, perché dovremmo credere che un progetto del genere sia affatto possibile? L’idea che la società possa essere trasformata in una vasta colonia di cani pavloviani si basa su presupposti antropologici e psicologici eccentrici, la cui applicabilità anche agli esperimenti> storici più distopici — per non parlare della vita ordinaria dei cittadini> del XXI secolo — rimane profondamente dubbia.

Esistono vie più efficaci per una critica del tecnocomportamentismo rispetto agli appelli morali all’autenticità e alla libertà. Tradizioni influenti nella storia del pensiero politico e militare sostengono l’idea che il problema dei sogni di eliminare il fallimento non sia la loro immoralità, ma la loro impossibilità. Una risorsa proficua per tale critica è la teoria tradizionale dell’intelligence militare. In quanto organizzazioni il cui compito fondamentale è prevedere gli attacchi imminenti, le agenzie di intelligence erano, fino all’ascesa delle Big Tech, probabilmente le istituzioni più strettamente associate all’idea di previsione.

Eppure un principio fondamentale della teoria tradizionale dell’intelligence era, come affermò Richard K. Betts in uno dei testi fondamentali del settore, che «i fallimenti dell’intelligence sono inevitabili».36 Per gran parte del XX secolo, la teoria dell’intelligence è stata plasmata dalla scuola del «pessimismo ortodosso». 37 La sua intuizione fondamentale era che il fallimento delle previsioni non può essere ridotto alla disponibilità di informazioni. Variabili organizzative, politiche, culturali e psicologiche influenzano tutte la capacità di assimilare gli avvertimenti e agire di conseguenza. Non si tratta semplicemente del fatto che non si possa mai essere certi delle intenzioni di un nemico, ma che le proprie concezioni e i propri pregiudizi non siano trasparenti nemmeno a se stessi. L’incertezza e l’ambiguità, quindi, sono irrisolvibili. Il processo di intelligence stesso, non meno dell’oggetto che cerca di conoscere, è pervaso dall’ambivalenza. A questo proposito, la teoria ortodossa dell’intelligence offre un modello di relazione tra previsione e fallimento radicalmente diverso dalla filosofia tecnico-comportamentista della previsione e del controllo. Mentre quest’ultima considera la previsione come un mezzo per eliminare il fallimento, la prima presuppone che previsione e fallimento siano inseparabili.

In The Information State, le agenzie di intelligence appaiono come strumenti chiave di progetti di controllo totale. Ciò riflette l’ironia del fatto che il campo dell’intelligence militare, dove l’inevitabilità del fallimento predittivo è stata tradizionalmente considerata una visione ortodossa, sia diventato negli ultimi decenni uno dei sostenitori più entusiasti della convinzione che i modelli predittivi basati sui dati possano eliminare l’incertezza e il caso. Ciò non significa, tuttavia, che le agenzie di intelligence abbiano ormai acquisito la tecnologia per eliminare del tutto il fallimento. Piuttosto, hanno dimenticato i principi fondamentali del proprio settore e hanno ceduto all’entusiasmo per la tecnologia.

Siegel, la cui esperienza come soldato in Afghanistan conferisce ai suoi scritti sull’argomento una particolare autorevolezza derivante dall’esperienza diretta, critica da tempo l’ossessione delle forze armate statunitensi per le tecnologie dell’informazione, come ha fatto anche in un eccellente articolo pubblicato nel 2020 su American Affairs. 38 In The Information State, la sua critica perspicace e spesso spiritosa alla tendenza delle forze armate ad abbandonare una saggezza strategica consolidata a favore di gadget scintillanti e di mode tecnologiche effimere costituisce, a mio avviso, uno dei fili conduttori più forti del libro. La sua descrizione delle «patologie dell’informazione» delle forze armate nella debacle del Vietnam, delle fantasiose ispirate alla fantascienza, sulla natura non fisica dei conflitti futuri, e della discrepanza tra l’enfasi posta sui social media durante la lotta contro l’ISIS e il fatto che l’organizzazione sia stata alla fine sconfitta con mezzi del tutto convenzionali, si sommano a un resoconto avvincente della persistente tendenza delle forze armate a essere sia le più entusiaste sostenitrici del clamore tecnologico sia l’esempio più lampante della capacità della tecnologia digitale di offuscare il giudizio e corrodere il pensiero serio.

Questo aspetto dell’argomentazione non si concilia bene con l’insistenza del libro nel presentare lo Stato informativo—un regime fondato sull’integrazione delle tecnologie militari nella politica interna—come un nemico formidabile e brillante, «una delle forze più potenti del mondo moderno». Il libro è quindi strutturato attorno a una strana tensione tra l’incompetenza della guerra informatica e il potere travolgente dello Stato dell’informazione. L’alleanza tra tecnologia ed esercito appare o inutile o patologicamente dannosa, mentre quella tra tecnologia e governo viene descritta come l’apice del potere moderno.

In diverse occasioni, Siegel cerca di risolvere questa apparente ambiguità attraverso ciò che definisce “il modello di inversione”, una dinamica in cui la tecnologia militare supera il proprio fallimento operativo e diventa una caratteristica permanente dei sistemi automatizzati di controllo e sorveglianza. I sistemi d’arma computerizzati possono quindi fallire secondo qualsiasi standard oggettivo, ma diventare «sproporzionatamente più grandi e potenti proprio a causa di quel fallimento».39 Una volta introdotta una nuova tecnologia, il suo ulteriore sviluppo e la sua implementazione proseguiranno indipendentemente dalle sue prestazioni iniziali deludenti.

Un modello simile emerge dalla sua analisi dell’incapacità della NATO e dell’apparato della difesa statunitense di frenare gli interventi della Russia in Ucraina e in Crimea, determinata dalla loro attenzione miope alle campagne mediatiche contro la disinformazione. Interpretare questa situazione come un fallimento, sostiene Siegel, significa fraintendere «la natura dell’imperialismo tecnocratico, che non mira a vincere guerre ma ad espandere il potere burocratico e il controllo dell’informazione. . . . Concentrandosi sulla comunicazione e sulle narrazioni dei social media senza fermare efficacemente l’avanzata della Russia, i funzionari statunitensi hanno ampliato la propria infrastruttura di controllo dell’informazione.»40

C’è qualcosa di intellettualmente elegante in questa spiegazione. Essa risolve, almeno concettualmente, la tensione tra la storia dei patetici fallimenti militari della tecnologia dell’informazione e la sua potenza distopica come sistema di controllo politico totale. In un certo senso, offre una terza versione della cancellazione del fallimento: non semplicemente l’oblio di fallimenti particolari, né l’eliminazione del fallimento come categoria, ma la sua sublimazione dialettica in una componente di un sistema più ampio e minacciosamente efficace. Rimango tuttavia scettico. L’idea apparentemente elegante di «un modello di inversione» nasconde, a mio avviso, il desiderio di reintrodurre lo spettro di un mondo progettato tecnologicamente, privo di fallimenti e di casualità. Eppure non vi è motivo di credere che lo Stato dell’informazione statunitense, le forze armate, la Silicon Valley o persino tutte queste forze messe insieme abbiano compiuto progressi reali in quella direzione. Il mondo rimane incontrollabile, imprevedibile e incerto, e la tecnologia digitale non può farci nulla.

Danno senza dominazione

Insistere sulla natura casuale, approssimativa e inefficace del potere tecnologico non significa sminuire o ignorare la sua capacità di causare danni. Ormai non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che le tecnologie digitali infliggano gravi danni alla vita personale e pubblica. Eppure c’è qualcosa di rigido e omogeneo nel modo in cui concettualizziamo questo danno. Nel tentativo di analizzare la tensione tra tecnologia e società, spesso ricorriamo troppo frettolosamente al linguaggio della libertà e dell’oppressione. Ma il danno può assumere molte forme, e il vocabolario utilizzato per concettualizzarlo dovrebbe essere altrettanto variegato.

Il danno sociale specifico causato dalla tecnologia digitale, a mio avviso, non corrisponde all’immagine storica di un popolo che soffoca sotto un regime repressivo. Tale immagine non riesce a cogliere la vera natura del danno digitale: il modo in cui esso non consiste nella violazione dei diritti o nella negazione della libertà, ma nella passività, nella compulsività e nella dipendenza di persone libere e titolari di diritti. Inoltre, essa oscura la possibilità che lo straordinario potere della tecnologia digitale dipenda meno da nuove tecniche di dominio che dall’atrofia della capacità dei consumatori e dei cittadini di esercitare forme ordinarie di azione collettiva e di difendere i propri interessi attraverso le istituzioni giuridiche e politiche esistenti.

In questo senso, le teorie sul dominio tecnologico sono convincenti non solo per la loro forza critica, ma anche per il loro effetto consolatorio. Conferiscono un certo eroismo e una certa grandiosità all’idiozia e al caos del declino sociale. È più onorevole immaginarsi come vittima di una sorveglianza e di un controllo totali piuttosto che ammettere che la disintegrazione del tessuto sociale e il deterioramento del discorso pubblico possano derivare dalla nostra stessa capacità di autodistruzione. C’è, in altre parole, qualcosa di lusinghiero nell’essere oppressi. La fantasia dell’oppressione ci evita di confrontarci con il fatto che, rispetto alla storia delle rivoluzioni democratiche e dei movimenti di liberazione, la nostra attuale situazione è un po’ imbarazzante. La sfida della critica sociale nell’era delle Big Tech potrebbe essere quella di resistere al fascino delle narrazioni sull’oppressione e sviluppare modi di riflettere sulla strana banalità del danno digitale.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 178–97.

Note

1 Jacob Siegel, “Una guida per comprendere la bufala del secolo: tredici modi di guardare alla disinformazione”, Tablet, 29 marzo 2023.

2 Jacob Siegel, The Information State: Politics in the Age of Total Control (edizione in anteprima; New York: Henry Holt, 2026), xiv.

3 Siegel, The Information State, xiv.

4 Francis Bacon, citato in Siegel, The Information State, 4.

5 Siegel, The Information State, 29.

6 Siegel, The Information State, 69.

7 Siegel, The Information State, 161.

8 Siegel, The Information State, 117.

9 Siegel, The Information State, 124.

10 Siegel, The Information State, 142.

11 Siegel, The Information State, xvi.

12 Siegel, The Information State, 5–6.

13 Michel Foucault, La nascita della biopolitica: conferenze al Collège de France, 1978–1979 (New York: Picador, 2008), 187–88.

14 Siegel, The Information State, xx, 79, 211, 180.

15 Jodi L. Short, “The Paranoid Style in Regulatory Reform”, Hastings Law Journal 63 (2012): 4.

16 Siegel, The Information State, 178.

17 Siegel, The Information State, 219.

18 Siegel, The Information State, 239.

19 Siegel, The Information State, 219.

20 Siegel, The Information State, 211.

21 Siegel, The Information State, 237.

22 Langdon Winner, Autonomous Technology: Technics-out-of-Control as a Theme in Political Thought (Cambridge, Mass.: MIT Press, 1977), 20.

23 Jacques Ellul, La società tecnologica (New York: Vintage Books, 1964), 284.

24 Siegel, The Information State, 134–135.

25 Siegel, The Information State, 17.

26 Siegel, The Information State, 235.

27 Vincitore, Tecnologia autonoma, 41.

28 Evgeny Morozov, To Save Everything, Click Here: Technology, Solutionism, and the Urge to Fix Problems That Don’t Exist (Londra: Penguin, 2014), 35–36.

29 Sharon Weinberger, The Imagineers of War: The Untold Story of DARPA, the Pentagon Agency That Changed the World (New York: Alfred A. Knopf, 2017), 10.

30 Shoshana Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza: la lotta per un futuro umano alla nuova frontiera del potere (New York: PublicAffairs, 2019), 296.

31 Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza, 409.

32 Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza, “La definizione”.

33 Siegel, The Information State, 143.

34 Siegel, The Information State, 211.

35 Siegel, The Information State, 235–36.

36 Richard K. Betts, “Analisi, guerra e decisioni: perché i fallimenti dei servizi segreti sono inevitabili”, World Politics 31, n. 1 (ottobre 1978): 61–89.

37 Richard K. Betts, “Sorpresa, scolastica e strategia: una recensione di *Intelligence and Strategic Surprises* di Ariel Levite (New York: Columbia University Press, 1987)”, *International Studies Quarterly* 33, n. 3 (settembre 1989): 329.

38 Jacob Siegel, “Data-Driven Defeat: Information versus Interests in Afghanistan”, American Affairs 4, n. 2 (estate 2020): 107–17.

39 Siegel, The Information State, 67.

40 Siegel, The Information State, 168.

Informazioni sull’autore

Ran Heilbrunn è uno scrittore e studioso israeliano il cui lavoro verte sulla tecnologia, la teoria politica e l’attualità.

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La corsa all’aumento e all’automazione, di Anton Leicht

La corsa all’aumento e all’automazione

Di Anton Leicht

La natura del mercato del lavoro americano negli anni a venire si comprende meglio ragionando a ritroso partendo dal ruolo finale dell’intelligenza artificiale: servirà a potenziare i lavoratori umani o a sostituirli del tutto? La natura degli interventi che i responsabili politici dovranno scegliere per impedire la perdita di potere dei lavoratori americani si comprende meglio, quindi, immaginando in che modo questi lavoratori potrebbero essere messi da parte.

Immaginiamo un momento nel futuro, diciamo verso la fine del 2029, in cui sembra che abbiamo risolto nel modo giusto la questione dell’intelligenza artificiale e del mercato del lavoro. A seguito degli avvertimenti sempre più allarmistici provenienti sia dal settore industriale che dai responsabili politici, abbiamo trascorso gran parte del 2027 a tormentarci sul modo giusto di affrontare quella che sembrava proprio un’imminente scomparsa dei lavori impiegatizi di livello junior. 1 Per proteggere questi lavoratori junior, abbiamo seguito i consigli dei populisti economici di entrambe le fazioni: abbiamo introdotto frizioni, rallentato il ritmo del progresso tecnico e della sua adozione e mantenuto gli esseri umani “nel giro”. Una vittoria, a quanto pare, per il lavoratore americano.

È solo allora che arriva il vero shock. Le frizioni, a quanto pare, hanno semplicemente ritardato il cambiamento dirompente. Anziché integrare l’IA nelle aziende e nei datori di lavoro tradizionali americani, sono state create dall’esterno aziende basate esclusivamente sull’IA. Sono emerse aziende di servizi integrate verticalmente — nei settori della consulenza, bancario o del marketing — con solo uno o due dipendenti e uno sciame di agenti basati sull’IA al loro fianco; i concorrenti internazionali in India o nelle Filippine, che hanno adottato l’IA in modo molto più audace rispetto all’America, hanno preso il sopravvento. Di fronte a tale pressione competitiva, le aziende americane non sono più in grado di competere, ridimensionandosi o cessando l’attività poiché i loro costi salariali in aumento non riescono a tenere il passo con la spesa sempre più efficiente in token di IA dei loro concorrenti. E così, dopo solo pochi anni trascorsi al riparo di normative rassicuranti e protettive, i lavoratori americani finiscono per trovarsi altrettanto emarginati e in difficoltà. Ma il nuovo status quo li lascia privi di potere, con molte meno possibilità di ricorso politico rispetto ad oggi e ben poche alternative all’interno di un’economia ormai guidata dall’IA.

Se quel futuro dovesse realizzarsi, sarà perché non ci siamo resi conto di essere in una corsa: tra il potenziamento dei lavoratori umani attraverso l’adozione rapida e diffusa di sistemi di IA che operano in tandem con loro, e l’automazione del lavoro attraverso lo sviluppo di sistemi che sostituiscono invece gli esseri umani in blocco. Quale delle due parti vincerà questa corsa tra potenziamento e automazione non è qualcosa che scopriremo semplicemente. È la conseguenza delle scelte tecniche che compiamo nella progettazione dei nostri sistemi di IA e delle scelte politiche che adottiamo oggi nella definizione dei nostri mercati del lavoro. Queste scelte si sommano nel tempo: con ogni decisione che privilegia il potenziamento rispetto all’automazione, aumentiamo il potere contrattuale e la posizione dei lavoratori e, di conseguenza, la loro capacità di ottenere condizioni più favorevoli man mano che la tecnologia progredisce.

Per proteggere i lavoratori dagli effetti più gravi dei cambiamenti che questa tecnologia comporterà e per preservare l’economia da un ennesimo processo di svuotamento causato dall’avvento delle nuove tecnologie a livello internazionale, dobbiamo compiere scelte difficili nel breve termine. E per compiere queste scelte nel modo giusto, dobbiamo farle in modo che l’“aumento” vinca la corsa.

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La nebbia di guerra

Gli effetti concreti dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro sembrano ancora avvolti da una profonda incertezza. Per quanto riguarda le previsioni sugli impatti a breve termine, si delineano due correnti di pensiero. Un nutrito gruppo di economisti del lavoro affermati e rinomati continua a prevedere effetti di entità “modesta”, almeno rispetto alle previsioni drastiche comuni a San Francisco.2 Prevedono sì sconvolgimenti a livello locale, ma ritengono che questi saranno compensati da aumenti generalizzati della produttività e dalla crescita dell’occupazione in altri settori. Proprio come Arvind Narayanan e Sayash Kapoor hanno aperto la strada al concetto di “IA come tecnologia normale”, si potrebbe dire che molti economisti sostengano l’idea di “IA come economia del lavoro normale”: in sostanza, la rivoluzione dell’IA si svolgerà in modo molto simile alle rivoluzioni tecnologiche del passato, il che significa che potrebbe causare perturbazioni temporanee e locali, ma alla fine porterà a un equilibrio globale stabile e forse migliore.3

Eppure, in gran parte della Silicon Valley, prevale una visione diversa. I creatori di questa tecnologia, in particolare il CEO di Anthropic, Dario Amodei, prevedono una sostituzione diffusa della manodopera e un alto tasso di disoccupazione. Se ci sarà un reinserimento di chi perderà il posto, sarà in lavori peggiori che potrebbero non durare a lungo. 4 Secondo questa visione, l’IA è decisamente anomala: mentre le tecnologie del passato hanno integrato contributi tipicamente umani, come l’intelligenza o la creatività, l’IA è sufficientemente ampia e generica da farci prevedere che superi e soppianti questi contributi umani all’economia, rendendo i lavoratori umani in gran parte obsoleti.

Si è scritto molto sulla questione di quale sia la visione corretta. Ma a scarsi risultati: di fronte a una tecnologia innovativa, siamo ancora lontani da conclusioni concrete. Uno dei tanti modi per riflettere sulle dinamiche sottostanti è il concetto di «frontiera frastagliata» dell’informatico Ethan Mollick: i sistemi di IA stanno migliorando, ma risulta che siano nettamente più efficaci in alcuni tipi di competenze (come la scrittura di codice informatico) rispetto ad altre (come conquistare un cliente).5  Allo stato attuale, la frontiera frastagliata consente una cooperazione sinergica tra esseri umani e sistemi di IA: la nostra offerta limitata di “token di IA” viene utilizzata al meglio laddove l’IA eccelle —i picchi—lasciando agli esseri umani un profilo di compiti economicamente prezioso nelle zone di lacuna. Finché le capacità dell’IA manterranno questa configurazione, la partecipazione umana al mercato del lavoro rimarrà relativamente vantaggiosa e saremo risparmiati dagli scenari peggiori: gli esseri umani non sarebbero né relegati esclusivamente a occupazioni relazionali come l’assistenza sanitaria o la produzione artigianale, né verrebbero completamente sostituiti. Pertanto, ogni settore con una frontiera frastagliata è un settore che favorisce l’occupazione umana e offre rifugio a chi ha perso il posto di lavoro.

La forma futura di questa frontiera frastagliata, quindi, è ciò che sta alla base della corsa all’aumento e all’automazione: se la frontiera rimane frastagliata, allora permangono le nicchie lungo tale frontiera. Rimarrebbe economicamente efficiente impiegare gli esseri umani nei compiti in cui eccellono, e il futuro dell’azienda sarebbe caratterizzato dalla collaborazione tra IA e esseri umani. Sarà ancora così? Forse. L’argomento a favore è quello del vantaggio comparativo: gestire i sistemi di IA e renderli efficaci in compiti nuovi richiede competenze di ricerca e potenza di calcolo scarse, e gli impieghi più efficienti saranno quelli che mantengono i modelli impegnati in ciò in cui eccellono. L’argomento contrario è il seguente: prima o poi, il passo successivo più efficace nello sviluppo dell’IA sarà quello di colmare le nicchie della frontiera frastagliata in cui si trova il lavoro umano comparativamente vantaggioso, sia perché diventerà improvvisamente molto facile colmare queste nicchie man mano che i sistemi diventeranno più capaci, sia perché datori di lavoro e sviluppatori saranno disposti a pagare un sovrapprezzo per sbarazzarsi di dipendenti onerosi e dei costi che comportano. In tal caso, ci troveremmo di fronte a quella che l’economista Erik Brynjolfsson definisce la «trappola di Turing»: creeremmo un mercato del lavoro composto da macchine proprio come noi, il che significa un’economia di macchine in cui non avremmo quasi alcuna utilità.6

Due percorsi, non un’unica verità

Anziché discutere gli aspetti economici della questione e dichiarare corretta l’una o l’altra teoria, ritengo che i responsabili politici dovrebbero trarre una conclusione ben diversa: dovrebbero partire dal presupposto che entrambe le ipotesi siano tecnicamente valide. Dopodiché, dovrebbero conciliarle interpretandole come possibili scenari futuri, dipendenti dalle scelte politiche. Se rendiamo sinergico ed efficiente il potenziamento lungo la frontiera frastagliata, il vantaggio comparativo rimane valido e gli anni a venire si presenteranno come suggerisce la prima visione. Se invece l’integrazione tra lavoro umano e intelligenza artificiale risulta onerosa, ricca di attriti e difficile, le aziende si sentiranno frustrate e alla fine troveranno più conveniente aggirare completamente gli esseri umani, e la seconda visione sarà la migliore previsione del nostro futuro a medio termine.

Alcune regioni d’Europa hanno reso un servizio alle democrazie di tutto il mondo conducendo questo esperimento prima dell’avvento dell’intelligenza artificiale. In quelle aree, le tutele sul lavoro rendono il licenziamento di un dipendente molto più costoso rispetto agli Stati Uniti, e una lunga serie di studi nella tradizione della “distruzione creativa”, in particolare quelli dell’economista Philippe Aghion, dimostra che tali tutele frenano l’innovazione, l’ingresso di nuove imprese sul mercato e la riallocazione tra i settori.7  Il meccanismo, in breve, è innanzitutto e semplicemente che le imprese assumono meno lavoratori al margine quando il licenziamento è costoso. Ma al di là di ciò, le rigide norme sul lavoro cristallizzano la struttura dello status quo dell’azienda stessa, rendendo quasi proibitivamente costosa proprio quella riorganizzazione radicale che le tecnologie generiche richiedono. Di conseguenza, gli analisti hanno osservato che le imprese europee sembrano perfezionare molto bene i settori consolidati, ma riorganizzarsi molto male di fronte alle nuove realtà tecnologiche. In un mercato del lavoro che evolve lentamente, tale approccio sembra invidiabile: i lavoratori sono tutelati, i costi sociali sono elevati ma sostenibili poiché i disoccupati rientrano nel mondo del lavoro abbastanza rapidamente. Finché le cose rimangono statiche — i grandi datori di lavoro restano grandi, i settori principali rimangono settori principali — il sistema è stabile.

Una volta che il ritmo del progresso tecnologico e della trasformazione economica accelera, tuttavia, la dinamica cambia radicalmente. Poiché la sicurezza del posto di lavoro dipende dalla sostenibilità dei principali datori di lavoro e dall’utilità economica di profili professionali specifici e acquisiti con una lunga formazione, tale protezione crolla non appena uno dei due elementi viene meno. Il progresso tecnologico tende a provocare proprio questo: le nuove imprese in rapida crescita assumono un peso sempre maggiore nel mercato del lavoro, mentre i profili professionali vengono resi superflui dall’avvento della tecnologia. Ciò significa che un alto livello di occupazione può essere mantenuto solo grazie all’ingresso di nuove imprese, alla rapida riassegnazione dei lavoratori a nuovi profili professionali, alla capacità di alcune aziende di assumere rapidamente e in modo speculativo, e alla capacità di altre di rimanere in attività licenziando metà della forza lavoro invece di fallire e, in ultima analisi, perderla tutta. Nel lungo periodo, per quanto protettive possano essere le politiche, nuove imprese entreranno nel mercato. Ma se si troveranno di fronte al dilemma se assumere esseri umani o impiegare sistemi di IA, saranno più propense a scegliere i sistemi di IA se l’assunzione di esseri umani risulta costosa, burocratica e competitiva in un mercato del lavoro altamente restrittivo. In tal caso, i settori dell’economia in più rapida crescita potrebbero o meno continuare a figurare nel PIL complessivo, ma non si rifletteranno nel mercato del lavoro. Questa è la lezione da trarre dal ritardo europeo: se il mercato del lavoro non lascia spazio alle aziende in rapida ascesa per attrarre manodopera, il mercato del lavoro perde i benefici effetti occupazionali della crescita e dell’innovazione.8

Le tendenze nella tecnologia dell’IA aggravano questo effetto perché l’IA è di per sé una tecnologia in rapida evoluzione che accelera anche il progresso tecnologico in altri settori. Già oggi l’IA è tra le tecnologie adottate più rapidamente nella storia, si è fatta strada nella maggior parte delle aziende e ha rivoluzionato il modo in cui i lavoratori svolgono il proprio lavoro. Se i responsabili politici rispondessero alla minaccia a breve termine rappresentata dall’IA aumentando gli ostacoli, rallenterebbero i propri mercati del lavoro proprio nei modi che negli ultimi anni hanno già esposto eccessivamente l’Europa alle perturbazioni tecnologiche.

Possiamo ricavare un principio di progettazione delle politiche dalla tensione tra l’istinto protezionista e la minaccia di una disruption radicale: dobbiamo creare le condizioni affinché i team composti da esseri umani e IA rimangano all’avanguardia della produttività man mano che aumentano le capacità autonome. Queste condizioni potrebbero essere di per sé dirompenti nel breve termine: un’adozione aggressiva genera guadagni di efficienza che possono causare, e causeranno, licenziamenti e ristrutturazioni a livello locale. Tuttavia, se si prendono sul serio le implicazioni di questa corsa, l’unica via d’uscita dalla minaccia di sostituzione dei posti di lavoro da parte dell’IA passa attraverso una rivoluzione intermedia.

Questo principio politico farà rabbrividire a prima vista le voci a favore dei lavoratori, e a ragione: la vaga promessa di resilienza a lungo termine sembra una motivazione insufficiente per consentire sconvolgimenti a breve termine, specialmente quando le raccomandazioni che seguono sono in linea con un’agenda politica in materia di tecnologia che spesso non sembra avere a cuore il benessere dei lavoratori. Ma la ragione alla base di questa dinamica di «strani alleati» è che, se ben attuato, l’aumento delle capacità umane non è semplicemente una tappa intermedia su un percorso accelerato verso la piena automazione che, secondo molti sostenitori dei lavoratori, gli sviluppatori di IA intendono perseguire. Se le voci a favore dei lavoratori riusciranno a mantenere l’aumento delle capacità come paradigma economicamente ottimale, non avranno bisogno di combattere fin da subito una battaglia ostile contro l’IA come tecnologia, né di opporsi a un potenziamento dei data center fondamentale per il mercato azionario o a centinaia di milioni in donazioni politiche. Un mondo in cui i lavoratori americani siano potenziati dai sistemi di IA americani, poiché abbiamo contemporaneamente incoraggiato l’adozione e scoraggiato la sostituzione totale, presenta comunque un mercato dinamico ricco di domanda di token e sistemi di IA su misura, ben diverso dal mondo pieno di attriti che i consigli alternativi a favore dei lavoratori potrebbero suggerire. Da quella posizione, lo spazio politico finale per affrontare la prospettiva dell’obsolescenza dovuta all’automazione sarà molto più ampio.

Ma la creazione di questo mercato reciprocamente vantaggioso dipende dalle scelte che facciamo oggi, poiché la traiettoria della tecnologia è dipendente dal percorso intrapreso: una forza lavoro e una classe politica che richiedono chiaramente una tecnologia orientata all’aumento delle capacità determinano ciò che gli sviluppatori progettano e implementano. La domanda spinge la tecnologia verso quella forma che mantiene praticabile l’aumentazione. E un’economia che ha scommesso sull’aumentazione, attraverso la politica industriale o in altro modo, acquisisce un proprio incentivo a difendere quell’equilibrio. Può farlo attraverso i propri investimenti e, soprattutto, attraverso le sue risorse più scarse: i dati proprietari e la conoscenza dei processi che gli sviluppatori orientati all’automazione non possono generare da soli. Le aziende che detengono queste risorse possono utilizzarle per plasmare la tecnologia a favore dell’aumentazione—oppure tenerle da parte finché la vendita all’automazione non diventerà troppo allettante. Una scommessa decisa sull’aumentazione come principio guida del mercato del lavoro americano nel campo dell’IA crea i presupposti affinché l’aumentazione rimanga il paradigma dominante per molto più tempo.

L’era dei Centauri continua

Al di là di ogni dato empirico, il vincolo più pressante è di natura politica. Qualunque sia la conclusione a cui giungano i responsabili politici riguardo alla corsa tra potenziamento e automazione, l’economia politica delle ripercussioni del lavoro nell’ambito dell’IA li spinge in un’unica, chiara direzione: verso risposte pesanti e misure repressive nei confronti dell’uso dell’IA, anche e soprattutto laddove tale uso sia finalizzato al potenziamento.

Il problema di fondo è questo: le tendenze a lungo termine continueranno a spingere verso l’automazione. Man mano che i sistemi di intelligenza artificiale diventeranno più efficienti ed efficaci, che i dati perderanno rilevanza e che la potenza di calcolo diventerà più abbondante, sarà più facile costruire macchine in grado di fare tutto ciò che possono fare gli esseri umani. La rapida diffusione dell’automazione che tale tendenza comporterebbe è sfavorevole ai lavoratori: al momento, c’è scarsa rilevanza politica e scarso interesse nell’affrontare il futuro caratterizzato da una forte automazione previsto da alcuni dirigenti del settore dell’IA; i lavoratori non sono organizzati e gli elettori non sono ancora coinvolti, e le soluzioni politiche che vorrebbero richiedere non esistono ancora. Forse potremo evitare del tutto quel futuro, se la politica continuerà a essere modellata in base agli interessi dei lavoratori che cercano di mantenere un ruolo economico.

Ma al momento, la maggior parte degli impieghi dell’IA è di fatto di tipo potenziativo: ci troviamo in un’“era dei centauri”, caratterizzata dalla collaborazione tra esseri umani e IA nell’ambito di profili di attività misti che compongono lavori complessi. I dati, finora, mostrano una sostituzione diretta dei posti di lavoro molto limitata.9 Mostrano invece un cambiamento nel contenuto dei profili delle mansioni: gli ingegneri del software dedicano meno tempo a scrivere codice a mano, gli avvocati dedicano meno tempo alla ricerca e più tempo all’interazione con i clienti e i tribunali. 10 È molto raro che agenti di IA vengano impiegati su larga scala per sostituire completamente i ruoli dei lavoratori così come esistono attualmente; i pochi casi di alto profilo di licenziamenti causati dall’IA sono stati spesso collegati a piani di licenziamento di lunga data non correlati al progresso tecnologico. In questo momento, quando le aziende utilizzano l’IA — man mano che l’IA diventa più diffusa, più facile da usare e più presente sul luogo di lavoro — la nostra economia sta conducendo un milione di piccoli esperimenti su come far funzionare il potenziamento. Qualsiasi accelerazione in questo momento contribuisce più a questa sperimentazione che al processo di automazione totale, con quest’ultimo molto più ostacolato dai progressi nelle capacità dei modelli, determinati dagli sviluppi a San Francisco, piuttosto che dall’implementazione nel resto del Paese. I sistemi di cui disponiamo oggi sono concepiti per integrarsi in una frontiera frastagliata, non per tentare di appianarla. Migliore sarà la nostra capacità di esplorare i limiti e i vantaggi di questo paradigma potenziato, maggiore sarà la competitività di tale paradigma una volta che la Silicon Valley riuscirà a costruire sistemi integrati in grado di competere alla pari con i lavoratori di oggi.

Ma anche se prima o poi sarà necessario affrontare un dibattito di ampio respiro su un nuovo contratto sociale, non dovrebbe avvenire oggi: i lavoratori ne uscirebbero probabilmente sconfitti. Al contrario, in questo momento dovremmo cercare di mantenere un’ampia distribuzione del potere economico, del reddito e dei posti di lavoro — perché da essi deriva il peso democratico. Senza un contributo economico da apportare, i cittadini perdono il loro valore immediato nei confronti dei datori di lavoro e dei governi, nonché ogni possibilità di ricorso nei loro confronti.11 Più rimangono essenziali per l’economia, più è probabile che entrino nelle trattative da una posizione di forza; più è facile sostituire lavoratori scomodi con macchine obbedienti, più sarà difficile ottenere un accordo equo. Per migliorare l’approccio politico a lungo termine alla potenziale obsolescenza economica degli esseri umani, dovremmo privilegiare il potenziamento rispetto all’automazione nel breve termine e prolungare l’era dei Centauri.

Eppure, la politica tende ad alimentare le tensioni anche in questa fase attuale, caratterizzata da tendenze di adozione fondamentalmente favorevoli ai lavoratori. Sono due asimmetrie, in particolare, a generare tale tendenza.

Il primo è un’asimmetria di visibilità. I costi dell’adozione immediata dell’IA sono spesso localizzati, concentrati e facilmente individuabili. Una serie di licenziamenti presso un importante datore di lavoro viene attribuita all’IA dall’amministratore delegato, riportata dai principali media e amplificata da ogni politico tecnoscettico. 12 I benefici sono invece relativamente diffusi e poco accattivanti: l’adozione comporta pochi punti base di crescita della produttività, un vantaggio marginale in termini di competitività internazionale e benefici invisibili per la sicurezza nazionale. Questa dinamica generale, che contrappone costi concentrati a benefici diffusi, è ben nota, ma risulta aggravata nel caso dell’IA, che verrà incolpata di molte future perturbazioni localizzate, indipendentemente dal fatto che abbiano effettivamente qualcosa a che fare con l’IA. Per il prossimo decennio, ogni ristrutturazione aziendale, ogni blocco delle assunzioni, ogni mercato del lavoro debole per i neolaureati potrebbe plausibilmente essere interpretato come una questione legata all’IA; alcune di queste interpretazioni saranno corrette, molte non lo saranno, e l’effetto politico sarà lo stesso in entrambi i casi.13

Il secondo è un’asimmetria di trazione. La visione dell’economista moderato consiglia pazienza, moderazione e un intervento modesto. Ma quella posizione è per lo più retoricamente inerte: non si vincono le primarie sostenendo che le prove rimangono inconcludenti, e non esiste una buona difesa da usare in un dibattito contro l’accusa di aver svenduto i lavoratori ai feudatari tecnologici delle coste. In linea molto generale, la visione pessimistica fornisce alcuni dei temi politici più esplosivi: parla in termini di una «classe sociale permanentemente emarginata» o della «fine del lavoro», creando l’immagine di una generazione esclusa non solo dalle professioni che i propri genitori davano per scontate, ma anche dal principale veicolo per scalare la scala sociale e realizzare il sogno americano. I politici di entrambi gli schieramenti possono costruire, e costruiranno, programmi elettorali e carriere su quella retorica. Qual è l’incentivo per lo scettico a opporsi a tutto ciò invece di eludere la questione e combattere un’altra battaglia, specialmente quando le convinzioni preesistenti dell’opinione pubblica vanno nella stessa direzione? A questo proposito, i sondaggi si sono dimostrati notevolmente stabili: le persone sono profondamente preoccupate per l’automazione, sia per se stesse che per il Paese.14 Di conseguenza, cercano misure che proteggano la loro capacità di lavorare per guadagnarsi da vivere.15 Un elettorato in questo stato d’animo, alimentato da politici di questa indole, cercherà facili vittorie di tipo interventista.

Il risultato è un mercato politico che tende all’attrito. Tutte le soluzioni politiche facili che riducono l’automazione nell’immediato finiscono per andare contro questo potenziamento iniziale necessario per vincere la corsa: sebbene non esistano ancora agenti su larga scala in grado di sostituire intere aziende, gran parte dell’attuale adozione dell’IA è di tipo potenziativo. Che si tratti di restrizioni all’implementazione dell’IA, dell’obbligo di coinvolgimento umano nel processo o di livelli procedurali intorno all’automazione: tutto ciò soddisfa la richiesta di protezione visibile mentre, di fatto, blocca il potenziamento immediato.

Perdite dovute all’attrito

Le politiche più adatte a rispondere a questo momento politico sono le meno adatte a vincere la corsa all’aumento dell’automazione. Quasi ogni intervento che si possa immaginare oggi per ridurre in modo miope l’impatto dell’IA sulla forza lavoro ostacola l’adozione a breve termine. L’aggiunta di requisiti onerosi—come l’idea ormai logora dell’ultimo decennio di mantenere gli esseri umani nel ciclo decisionale,16 o le ormai popolari “tasse simboliche”, 17 o il rallentamento della costruzione di data center, o la limitazione dei dati di addestramento — rende la forza lavoro americana meno potenziata dall’IA, rendendola in definitiva più vulnerabile alle perturbazioni provenienti dall’esterno. Nelle rare occasioni in cui l’indurre attriti ha funzionato per preservare i posti di lavoro a un certo costo economico, come nel caso del sindacato dei lavoratori portuali che ha impedito l’automazione dei porti,18 ciò ha funzionato perché i settori in questione erano geograficamente vincolati. Se i porti non vengono automatizzati, non esiste comunque un modo migliore per spedire merci in America. Lo stesso non vale affatto per i posti di lavoro su cui l’IA potrebbe avere un impatto più dirompente: i lavori nel settore dei servizi che possono essere svolti da qualsiasi luogo tramite Internet e che sono quindi delocalizzabili verso chiunque utilizzi al meglio l’IA.19

Le perturbazioni che deriverebbero da un programma a breve termine, fonte di attriti, si manifestano attraverso due canali. Il primo è interno. La maggior parte delle misure protezionistiche tutela i posti di lavoro all’interno dei modelli di business tradizionali: rendono costoso per le aziende esistenti sostituire il personale umano con agenti di IA. Ma tali attriti hanno ben poca rilevanza per i nuovi operatori che, in primo luogo, non intendono assumere un numero così elevato di dipendenti umani. Le aziende integrate verticalmente—la società di consulenza composta da due persone con uno sciame di agenti, gli studi legali basati esclusivamente sull’IA—nascono al di fuori dell’infrastruttura economica che tali attriti dovrebbero difendere. Si consideri l’analogia con le neobanche dell’ultimo decennio: a differenza delle banche ad alta intensità di personale, con sportelli, filiali e burocrazie tentacolari, le start-up di tecnologia finanziaria hanno sfruttato ogni scorciatoia disponibile e ora forniscono efficaci soluzioni bancarie digitali a una frazione del costo del personale. Potremmo assistere agli stessi effetti di compressione causati da nuove aziende nativamente basate sull’IA che entrano in settori consolidati nella maggior parte dei campi del lavoro impiegatizio. Persone ragionevoli potrebbero non essere d’accordo sul fatto che tali aziende siano un elemento auspicabile di una nuova economia, ma dovrebbero almeno concordare sul fatto che tali aziende debbano competere a condizioni di mercato eque. Se dovessero semplicemente prevalere perché gli operatori storici fossero ostacolati da norme che incidono in modo asimmetrico sull’adozione dell’IA in contesti con lavoratori, si tratterebbe di un fallimento politico: avremmo consegnato interi settori a chiunque si fosse mosso rapidamente dall’esterno, invece di consentire agli operatori storici, sì, di ridurre in qualche misura la forza lavoro, ma di difendere il concetto fondamentale di un’azienda con dipendenti.

La versione internazionale di questo fenomeno è ben nota: attraverso lo “shock cinese”, che ha eroso la capacità produttiva e svuotato le infrastrutture economiche, abbiamo compreso i rischi derivanti dall’esporre una forza lavoro meno agile a un concorrente dotato di un vantaggio decisivo in termini di costi.20 Il deficit di competitività industriale di fronte alle pratiche commerciali cinesi è stato il motore sottostante di questo shock. Per quanto valida potesse essere la politica sociale post-shock, non avrebbe mai potuto compensare tutto ciò che era andato perduto: nemmeno la più generosa assicurazione salariale sarebbe stata in grado di ripristinare il valore di una professione e di una carriera; nemmeno il sussidio più consistente sarebbe stato in grado di mantenere la produzione manifatturiera su larga scala. Una soluzione globale avrebbe dovuto affrontare di petto il divario di competitività che si stava delineando.

Oggi, l’unico modo concreto per farlo è accelerare l’adozione, ridurre gli attriti e garantire che i lavoratori americani abbiano una possibilità di competere utilizzando i migliori sistemi di IA al mondo. Altrimenti, se la forza lavoro in India o nelle Filippine adotti al massimo l’IA — e i loro governi hanno tutti i motivi per lasciar loro fare — le loro aziende sottocoteranno quelle americane in ogni settore dei servizi competitivo a livello internazionale: prima i lavoratori potenziati, poi l’automazione su larga scala. Un secondo «shock cinese» per i colletti bianchi sarebbe, in tal senso, in parte autoinflitto, non come risultato della manodopera più economica di un rivale, ma come conseguenza di regole da noi stessi concepite che hanno impedito ai lavoratori americani di avvalersi dei migliori strumenti a loro disposizione. In questo contesto, la situazione di partenza favorisce notevolmente l’America: è qui che vengono sviluppati i migliori modelli di IA e dove si trova la maggior parte delle infrastrutture necessarie per implementarli. L’accesso preferenziale a questa tecnologia potrebbe rappresentare un vantaggio competitivo di cui i lavoratori americani hanno un disperato bisogno, dato che la concorrenza per i posti di lavoro nel settore dei servizi sta diventando globale.

Vincere la gara

Cosa dovrebbero dedurne i responsabili politici? L’imperativo politico è quasi ovvio. Se la vera minaccia è una disruption decisiva nel lungo periodo, l’agenda a breve termine deve consentire una disruption a breve termine. Il controesempio paradigmatico a questa linea di ragionamento è forse la “tassa simbolica”, basata sull’idea diffusa che dovrebbero esserci tasse sull’IA basate sull’utilizzo, che di fatto impongono un onere maggiore a chi adotta l’IA più rapidamente o cresce più velocemente grazie al suo impiego. Il problema della tassa simbolica non è la tassazione in sé, ma la sua simmetria: grava allo stesso modo sull’azienda che potenzia i propri lavoratori e su quella che li sostituisce. I responsabili politici dovrebbero invece garantire che le imposte favoriscano un uso diffuso dell’IA sul posto di lavoro, laddove tale uso non vada direttamente a discapito dell’occupazione—assicurando che i lavoratori americani siano i più potenziati al mondo. Dovrebbero inoltre consentire l’utilizzo dei dati in modo che le competenze americane accumulate confluiscano effettivamente nei sistemi su cui faranno affidamento i lavoratori americani. Ciascuna di queste misure causerà più difficoltà a livello locale rispetto al non fare nulla o al massimizzare gli attriti, ma ognuna di esse rappresenta un serio tentativo di prevalere nella corsa che conta davvero.

Molte delle misure politiche necessarie si riducono alla simmetria: nulla nel codice fiscale o nella struttura normativa dovrebbe rendere più conveniente sostituire un lavoratore piuttosto che assumerne uno in più. Oggi, spesso l’ago della bilancia pende nella direzione completamente sbagliata: le imposte sui salari comportano costi generali elevati, mentre gli investimenti di capitale nell’IA sono incentivati.21 E sarebbe un’amara ironia se gli esseri umani si rivelassero competitivi rispetto ai sistemi di IA in base al merito, ma gli oscuri incentivi fiscali di un’era pre-IA li mettessero comunque fuori gioco. Spostare parte dell’onere dalle imposte sui salari agli investimenti in capitale specifici per l’IA è la correzione più pulita che potremmo immaginare: il suo effetto sarebbe sostanzialmente neutro per l’azienda che impiega molti lavoratori e li potenzia con l’IA, mentre risulterebbe oneroso solo per la decisione di bypassare gli esseri umani in blocco. A differenza delle imposte simboliche, questo strumento non punisce l’adozione, ma la sostituzione totale.

La stessa logica si estende ai dati. Liberalizzare l’uso dei dati è una richiesta poco onerosa che di solito rappresenta soprattutto un regalo per gli sviluppatori. Una versione orientata all’aumento delle capacità è più circoscritta. L’input più scarso per un’IA orientata all’aumento delle capacità non è il web aperto, ma i dati e la conoscenza dei processi racchiusi all’interno delle aziende americane: tutto, dai movimenti fisici dei lavoratori ai processi del reparto sinistri. Le politiche dovrebbero rendere facile e vantaggioso trasformare tale risorsa in potenziamento: dovrebbero esserci regole chiare che consentano alle aziende di addestrare i sistemi sui propri dati operativi senza ambiguità giuridiche, nonché consorzi di dati attraverso i quali le medie imprese possano mettere in comune le conoscenze sui processi per sviluppare strumenti di potenziamento su misura, anziché vendere ciascuna di esse a un acquirente alla ricerca di automazione come ultima risorsa. In ogni mercato, ci saranno aziende che propenderanno per un approccio incentrato sui lavoratori umani e orientato al potenziamento, e aziende che cercheranno invece di trovare scorciatoie attraverso un’automazione più massiccia; che si tratti di piccole start-up agili, di aziende Big Tech che tentano di integrarsi verticalmente o di aziende tradizionali determinate a sostituire la propria forza lavoro. A margine, la politica sui dati dovrebbe favorire le aziende che compiono un tentativo onesto di potenziamento.

D’altro canto, i responsabili politici potrebbero prendere in considerazione l’idea di intervenire nei tentativi di collettivizzare la proprietà dei dati dei lavoratori al di fuori del loro controllo, nella consapevolezza che, per quanto ben remunerato possa essere questo trasferimento di proprietà, esso rischia di far perdere ai lavoratori l’unico bene duraturo di cui dispongono per consentire un potenziamento delle capacità che superi l’automazione. 22 In questo modo, la politica sui dati non rappresenta un favore nei confronti dei laboratori, ma un modo per mantenere la risorsa chiave a duplice uso della nostra specie dalla parte dei lavoratori.

Tutto ciò potrebbe sembrare a molti lettori una difesa di un accelerazionismo che andrà sicuramente a vantaggio dei produttori di tecnologia di intelligenza artificiale—e forse aiuterà i lavoratori in un secondo momento. Non dovremmo intraprendere questo percorso basandoci solo sulla fede; in ogni fase del percorso, dobbiamo mettere in atto misure per verificare se sta funzionando. Dobbiamo accertarci che i nostri tentativi di incoraggiare l’aumento della produttività stiano consentendo ai lavoratori americani, e non solo alle aziende americane, di superare i nuovi concorrenti e quelli internazionali che li minacciano. È diventato quasi un cliché trito e ritrito, ma non per questo meno vero, sottolineare che per fare bene tutto questo occorre una maggiore capacità dello Stato. Il governo federale si trova attualmente dalla parte svantaggiata di una netta asimmetria informativa: i laboratori all’avanguardia monitorano in tempo reale i modelli di utilizzo in tutti i settori e la spesa simbolica in tutti i ambiti, mentre il Bureau of Labor Statistics è bloccato su approcci basati su indagini risalenti a decenni fa. 23 Gli sviluppatori, di per sé, non sono narratori affidabili in questo contesto—del tutto: una parte troppo consistente dei loro ricavi dipende dal raccontare una storia molto specifica sull’adozione, da parte dei colletti bianchi, dei loro sistemi agentici. I responsabili politici dovrebbero incoraggiare e obbligare questi sviluppatori a condividere i propri dati economici di utilizzo con le agenzie statistiche: una strategia di potenziamento non può essere attuata, e le sue vittime non possono essere né identificate né risarcite, senza dati sufficienti.

La sfida politica insita in tale strategia è molto più difficile da affrontare. Il programma sopra descritto chiede ai rappresentanti eletti di consentire e persino di accogliere con favore perdite di posti di lavoro visibili, attribuibili e a breve termine, al fine di scongiurare una catastrofe diffusa e differita. Si tratta di una proposta politica molto difficile da far accettare. Per renderla anche solo vagamente presentabile a un committente occorrono un messaggio chiaro e un modo per affrontare le ripercussioni economiche immediate prima che queste creino un’opposizione.

Il messaggio deve mettere in primo piano una spiegazione di questa corsa all’aumento e all’automazione. I lavoratori americani sono in una posizione ottimale per battere il resto del mondo sfruttando la migliore IA al mondo: proteggerli da questo strumento significa ostacolarli. La protezione nel breve termine, al contrario, significa perdere lentamente contro concorrenti meno titubanti riguardo alla transizione. Se comunicata nel modo giusto, questa può essere inquadrata come una storia di lungimiranza e forza piuttosto che di resa. Ma, come sempre, deve essere raccontata, sviluppata e testata con largo anticipo. Più l’argomentazione politica è controintuitiva, più tempo è necessario affinché diventi popolare tra l’elettorato. Entro le prossime primarie presidenziali, le risposte facili saranno già pronte: affrettarsi a opporsi a esse sulla base della narrativa dell’aumento delle capacità sarà troppo tardi, quindi i responsabili politici interessati a proteggere i lavoratori nel lungo termine devono costruire la loro agenda fin da ora.

Tutto ciò richiede garanzie, e in gioco ci sono coloro che risulteranno perdenti nella transizione, principalmente i lavoratori che perderanno il posto a causa della rapida adozione promossa dall’agenda. Essi devono essere risarciti non solo in modo adeguato o accettabile, ma in modo generoso. Dovrebbero ricevere un’ampia assicurazione salariale, un sostegno allo sviluppo della forza lavoro finanziato ben oltre il livello di sicurezza, e trasferimenti diretti laddove la portata di altri strumenti sia in dubbio. I responsabili politici non devono badare a spese in questo ambito, e potranno permettersi di essere generosi perché, se l’operazione avrà successo, il numero totale di coloro che riceveranno un risarcimento sarà molto inferiore rispetto a quello che si avrebbe in un futuro dominato dall’automazione. Se non riusciremo a garantire un’adeguata compensazione, le persone colpite si trasformeranno in un elettorato anti-potenziamento—e quell’elettorato esigerà, e in una democrazia otterrà, gli attriti che faranno perdere la corsa al potenziamento e all’automazione. Pagare ora è un imperativo politico: il solo ottimismo è una risposta del tutto insufficiente per comprendere le circostanze di questa corsa.

Nessuna di queste è una piattaforma politicamente comoda. Il programma promette turbolenze iniziali e una rivincita molto ritardata solo in un secondo momento, scommettendo sulla forza di un meccanismo di cui la maggior parte degli elettori non ha mai sentito parlare. Ma l’alternativa è lo scenario della fine del 2029 abbozzato all’inizio di questo saggio, non per malizia o stupidità, ma attraverso una serie di scelte protettive ragionevoli intraprese da politici ben intenzionati e a favore dei lavoratori; lo shock colpisce tutto in una volta, con poco margine di manovra per reagire. La corsa all’aumento delle capacità e all’automazione è ancora vincibile. Ma per vincerla occorre ammetterne l’esistenza e spiegarne l’importanza.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 150–63.

Note

1 Jim VandeHei e Mike Allen, “Behind the Curtain: A White-Collar Bloodbath”, Axios, 28 maggio 2025.

2 Daron Acemoglu, “The Simple Macroeconomics of AI”, documento di lavoro NBER n. 32487 (Cambridge, Mass.: National Bureau of Economic Research, maggio 2024).

3 Arvind Narayanan e Sayash Kapoor, “AI as Normal Technology”, Knight First Amendment Institute, 15 aprile 2025.

4 Dario Amodei, “L’adolescenza della tecnologia”, DarioAmodei.com, gennaio 2026.

5 Ethan Mollick, “Centauri e cyborg sulla frontiera frastagliata”, One Useful Thing, 16 settembre 2023; Fabrizio Dell’Acqua et al., “Navigating the Jagged Technological Frontier: Field Experimental Evidence of the Effects of Artificial Intelligence on Knowledge Worker Productivity and Quality,” Organization Science 37, n. 2 (marzo–aprile 2026): 403–23.

6 Erik Brynjolfsson, “La trappola di Turing: le promesse e i pericoli dell’intelligenza artificiale simile a quella umana”, Dædalus 151, n. 2 (primavera 2022): 272–87.

7 Philippe Aghion, Antonin Bergeaud e John Van Reenen, “The Impact of Regulation on Innovation”, American Economic Review 113, n. 11 (2023).

8 Pieter Garicano, “Perché l’Europa non ha una Tesla”, Works in Progress, febbraio 2026.

9 Ryan Nunn, “Probabilmente l’intelligenza artificiale non è ancora la causa dell’indebolimento del mercato del lavoro”, Yale Budget Lab, 7 maggio 2026.

10 “Economic Primitives”, Anthropic Economic Research, 15 gennaio 2026.

11 Luke Drago e Rudolf Laine, “The Intelligence Curse”, Intelligence-Curse.ai, aprile 2025.

12 Emma Burleigh, “Il CEO di Salesforce conferma 4.000 licenziamenti ‘perché ho bisogno di meno personale’ grazie all’IA”, CNBC, 2 settembre 2025.

13 Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen, “Canaries in the Coal Mine? Six Facts about the Recent Employment Effects of Artificial Intelligence”, Stanford Digital Economy Lab, 13 novembre 2025.

14 Luona Lin e Kim Parker, “I lavoratori statunitensi sono più preoccupati che ottimisti riguardo al futuro utilizzo dell’intelligenza artificiale sul posto di lavoro”, Pew Research Center, 25 febbraio 2025; “La maggior parte degli americani sarebbe favorevole a politiche volte a limitare la perdita di posti di lavoro e di salari causata dall’automazione”, Pew Research Center, 9 ottobre 2017.

15 Hannah Gilberstadt, “Gli americani contrari all’idea che il governo eroghi un reddito di base universale a tutti i cittadini adulti sono più numerosi di quelli favorevoli”, Pew Research Center, 19 agosto 2020.

16 “Tecnologia per il processo decisionale automatizzato”, Assemblea Generale del Colorado, consultato nel luglio 2026.

17 “Garanzia di posti di lavoro per l’era dell’intelligenza artificiale”, Tom Steyer candidato alla carica di governatore, consultato nel luglio 2026; “Il dividendo dell’intelligenza artificiale”, Alex Bores candidato al Congresso, consultato nel luglio 2026.

18 Dennis Daggett, “La lotta dell’ILA contro l’automazione”, Ilaunion.org, dicembre 2024.

19 Alan Blinder, “Quanti posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbero essere delocalizzati?”, Documento di lavoro CEPS n. 142, marzo 2007.

20 David H. Autor, David Dorn e Gordon H. Hanson, “The China Shock: Learning from Labor-Market Adjustment to Large Changes in Trade”, Annual Review of Economics 8 (ottobre 2016): 205–40.

21 Daron Acemoglu, Andrea Manera e Pascual Restrepo, “Does the U.S. Tax Code Favor Automation?”, Brookings Papers on Economic Activity 2020, n. 1 (primavera 2020).

22 Luke Drago e Rudolf Laine, “Breaking the Intelligence Curse”, Intelligence-Curse.ai, 2025.

23 “Indice economico di Anthropic: comprendere gli effetti dell’IA sull’economia”, Anthropic, 26 giugno 2026; “Il quadro di riferimento per la transizione occupazionale nell’era dell’IA”, OpenAI, aprile 2026; Ufficio per la ricerca sui metodi di indagine, “Tassi di risposta alle indagini sulle famiglie e sulle imprese”, Ufficio statistico del lavoro degli Stati Uniti, 20 maggio 2026.

Informazioni sull’autore

Anton Leicht è ricercatore presso il Programma per la tecnologia e gli affari internazionali del Carnegie Endowment for International Peace e autore di Threading the Needle, una pubblicazione su Substack.

Il paradosso dell’automazione: il collo di bottiglia nascosto della reindustrializzazione americana, di James Ramesh – La Groenlandia non può risolvere il problema più grave degli Stati Uniti, di Duran Daily – La Cina sta gestendo un reattore rivoluzionario… inventato dagli americani. di Frank Pengam

Il paradosso dell’automazione: il collo di bottiglia nascosto della reindustrializzazione americana

Di Jesh Ramesh

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In qualità di ingegnere, mi occupavo della manutenzione per un’azienda del settore della cellulosa e della carta presente nella classifica Fortune 500. Lavoravo presso uno stabilimento nel Tennessee e mi occupavo di altri nove impianti distribuiti nel sud-est degli Stati Uniti e in Florida. Per chi non ha familiarità con l’industria pesante, questi impianti sono pieni di attrezzature imponenti e ad alta intensità di capitale: macchinari alti tre piani che si estendono per tutta la lunghezza di un campo da football, motori in funzione costante e carrelli elevatori che si muovono sul pavimento per rifornire l’impianto di materia prima. È un ambiente progettato per funzionare senza interruzioni. Una sola ora di fermo macchina non pianificato può causare perdite di produzione pari a centinaia di migliaia, a volte milioni, di dollari, a seconda della linea di produzione.

Quando i sistemi critici si guastavano – e le leggi dell’entropia garantiscono che ciò accada sempre – non erano mai gli ingegneri del software o un’elegante dashboard connessa al cloud a risolvere la situazione. L’impianto si affidava interamente a tecnici come “Craig”, un meccanico industriale con trent’anni di “conoscenza tribale” accumulata: quella competenza iper-specificata e non documentata, quella comprensione sfumata delle apparecchiature obsolete che risiede nelle menti dei lavoratori veterani piuttosto che nei manuali o nei database.

Craig era il tipo di tecnico in grado di diagnosticare un cuscinetto difettoso semplicemente dal tono del suo cigolio o dalla frequenza specifica di una vibrazione che si propagava lungo una passerella d’acciaio. Sapeva quali parti erano state sostituite, quali modifiche non erano mai state inserite nei disegni e quale riparazione descritta nel manuale non fosse più applicabile alla macchina che aveva davanti. I manuali riportano solo una parte delle informazioni, e lo fanno in due dimensioni. Un tecnico di manutenzione lavora in tre dimensioni, utilizzando la vista, l’udito, il tatto e anni di tentativi ed errori. La manutenzione è anche una questione di tempistica. Craig spesso riusciva a diagnosticare un problema più velocemente di quanto un tecnico alle prime armi potesse individuare il disegno pertinente. La documentazione esisteva, ma durante un guasto era spesso incompleta, obsoleta o troppo lenta da consultare. Quel modo di lavorare ha una conseguenza. Poiché la conoscenza risiedeva nella testa di Craig, registrarla non è mai stata una priorità. Lo stabilimento non sentiva l’urgenza di documentare perché un determinato olio fosse stato messo fuori produzione, quando fosse stato modificato l’ultimo programma di controllo o perché una cinghia di ricambio differisse da quella presente nella lista dei componenti. Craig lo sapeva già.

La complessità delle attrezzature non fa che aggravare il problema. Gran parte del patrimonio industriale americano è costituito da infrastrutture dismesse. I telai di alcune macchine per la produzione della carta hanno un secolo di vita. Molti macchinari sono stati modificati così spesso che il manuale originale non descrive più ciò che si trova in officina. Come la nave di Teseo, il macchinario può mantenere il proprio nome anche se quasi tutti i componenti importanti sono stati sostituiti. Ma Craig sta andando in pensione. E nessuno prenderà il suo posto. La scomparsa di persone come Craig non è solo un «divario di competenze»; è il difetto strutturale centrale dell’attuale strategia di reindustrializzazione degli Stati Uniti.

Oggi, pur essendo ormai lontano dalla realtà quotidiana di quel preciso stabilimento in qualità di imprenditore alle prime armi, continuo a parlare regolarmente con responsabili di stabilimento e direttori della manutenzione in tutto il Paese. Al di là dell’ottimismo macroeconomico legato all’attuale boom del settore manifatturiero, in ogni conversazione sento ripetere lo stesso ritornello: «Oggigiorno è impossibile trovare personale qualificato».

Allo stesso tempo, la Silicon Valley e Washington, D.C. si trovano insolitamente allineate su un’unica visione: l’America deve reindustrializzarsi. Dobbiamo riportare la produzione nel nostro Paese, garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche e ricostruire la base fisica del potere nazionale sul suolo americano.1 Il nuovo consenso sostiene che ciò richiederà ingenti sussidi pubblici e investimenti di capitale privato, insieme a una nuova generazione di fabbriche «definite dal software».

La soluzione ipotizzata alla carenza di manodopera locale è semplice: se non disponiamo di un numero sufficiente di operatori in prima linea, allora dovremmo automatizzare la linea di produzione. Si tratta di risolvere il problema più evidente. Introdurre una maggiore automazione in officina può far funzionare lo stabilimento senza richiedere un esercito imponente di operatori di base che alimentino attivamente i macchinari. Eppure, sia la narrativa tecnocratica che quella imprenditoriale partono dal presupposto che l’automazione delle linee di produzione risolverà il nostro problema di manodopera, come se il collo di bottiglia della fabbrica fosse semplicemente il numero di mani sulla catena di montaggio piuttosto che il numero di persone in grado di mantenere in funzione le macchine.

La manutenzione di un impianto industriale è un’attività che richiede un intenso impiego di manodopera. Richiede tecnici di manutenzione altamente qualificati — montatori di macchinari, meccanici di macchinari industriali, programmatori di PLC, elettricisti — che scarseggiano ancora di più rispetto alla forza lavoro operaia in generale, poiché i loro ruoli richiedono una formazione tecnica, un apprendistato e anni di esperienza pratica. 2

Ciò che sfugge ai responsabili politici e ai fondatori delle aziende tecnologiche è che la soluzione da loro proposta sta introducendo un grave difetto strutturale nella roadmap della reindustrializzazione. Stanno creando quello che potremmo definire il “paradosso dell’automazione”: più si automatizza la produzione per ridurre la dipendenza dalla manodopera in prima linea, più si introducono macchinari altamente complessi nell’ambiente fisico. Tali macchinari contengono un numero molto maggiore di motori, sensori di prossimità, cuscinetti, ingranaggi planetari e cinghie pneumatiche. A sua volta, per mantenere la linea in funzione è necessario provvedere alla manutenzione di tutti questi componenti distinti. Di conseguenza, la fabbrica automatizzata richiede tecnici di manutenzione altamente qualificati e specializzati, e la carenza di questi meccanici specifici è di gran lunga più grave e minacciosa rispetto alla carenza di semplici addetti all’assemblaggio.

Finora l’automazione ha interessato quasi esclusivamente il settore produttivo della fabbrica, e c’è una ragione per questo. Il lavoro di produzione è ripetitivo e strutturato, proprio ciò in cui le macchine eccellono. La manutenzione non lo è affatto. È rimasta manuale mentre tutto il resto è stato automatizzato. La capacità produttiva può essere ampliata con investimenti di capitale; la capacità di manutenzione dipende invece dal numero di tecnici esperti che vivono a breve distanza dallo stabilimento e da quanti anni hanno dedicato all’apprendimento del mestiere. Più miglioriamo nell’automatizzare la produzione, più lavoro ricade su quell’unica parte dello stabilimento che non ha modo di assorbirlo.

Il precipizio demografico e la perdita del sapere tribale

Il settore manifatturiero americano sta attualmente affrontando un precipizio demografico, ma la carenza più grave si registra nell’officina di manutenzione, non sulla linea di assemblaggio. Quando dirigevo il reparto di manutenzione nell’industria della cellulosa e della carta, il collo di bottiglia fondamentale per la produzione era sempre la disponibilità di meccanici industriali e tecnici della strumentazione. La manutenzione delle attrezzature industriali si è storicamente basata in larga misura su un profondo sapere “tribale”, detenuto da lavoratori con decenni di anzianità presso un singolo stabilimento o all’interno di un unico settore verticale.

Con l’accelerazione della costruzione di nuovi impianti industriali in tutti gli Stati Uniti, questi tecnici esperti sono estremamente richiesti. Deloitte e il Manufacturing Institute stimano che le aziende manifatturiere statunitensi potrebbero aver bisogno di ben 3,8 milioni di lavoratori in più tra il 2024 e il 2033 e che più di cinque su dieci di questi posti di lavoro, ovvero circa 1,9 milioni, potrebbero rimanere vacanti se non si affrontano le sfide relative alla forza lavoro.3

Le professioni nel settore della manutenzione al centro di questo problema richiedono tempo per essere apprese. I meccanici industriali, gli addetti alla manutenzione dei macchinari, i montatori di impianti, gli elettricisti e i tecnici della strumentazione combinano conoscenze tecniche con una capacità di giudizio sviluppata grazie all’esperienza con attrezzature reali. La maggior parte dei montatori di impianti completa un percorso di apprendistato che può durare quattro anni. Anche i tecnici provenienti da una scuola professionale necessitano comunque di una notevole esperienza specifica nell’ambito dello stabilimento prima di poter diagnosticare in modo autonomo guasti che non conoscono.4

Nel 2025, il Bureau of Labor Statistics ha contato circa 547.300 meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di impianti. Si prevede che fino al 2035 si registreranno circa 51.900 posti vacanti all’anno, molti dei quali dovuti al cambio di professione o all’uscita dalla forza lavoro da parte dei lavoratori, insieme a una crescita dell’occupazione del 14% per l’intero gruppo, molto più rapida rispetto alla media di tutte le professioni. 5 Questi dati non significano che ogni anno vada in pensione un decimo della forza lavoro. Mostrano piuttosto l’entità delle assunzioni e della formazione necessarie semplicemente per sostituire chi lascia il lavoro, sostenendo al contempo la crescita.

Anche il conteggio del personale sottostima la perdita. Un tecnico in pensione e un apprendista al primo anno contano entrambi come un lavoratore, ma non sono intercambiabili. Uno porta con sé decenni di esperienza nel riconoscimento dei modelli e di memoria specifica dello stabilimento; l’altro sta iniziando ad acquisirla. Il problema non è solo il numero di posti vacanti, ma il divario tra l’esperienza di chi lascia il settore e quella di chi vi entra. Di conseguenza, sta arrivando in officina un afflusso di lavoratori più giovani e con molta meno esperienza. Semplicemente non possiedono questa conoscenza tribale. La “sensibilità” per la macchina sta svanendo con la generazione che va in pensione.

La geopolitica del boom del reshoring

A mettere a dura prova questa forza lavoro è il ritmo con cui la produzione sta tornando negli Stati Uniti. Questa tendenza, determinata in gran parte dalle tensioni geopolitiche e da un graduale distacco dalla Cina, si è consolidata durante la pandemia di Covid-19. Il mondo intero ha compreso che le catene di approvvigionamento iper-globalizzate erano estremamente fragili.

Durante la pandemia, mentre i porti americani erano intasati e i processi produttivi “just-in-time” provocavano una serie di interruzioni a catena, i rischi sistemici legati alle catene di approvvigionamento delocalizzate sono stati messi a nudo davanti ai governi, ai consigli di amministrazione delle aziende e all’opinione pubblica in generale.6

La carenza globale di semiconduttori ha messo in luce come la produzione nazionale sia ormai indissolubilmente legata alla sicurezza nazionale. Il Chips and Science Act ha risposto stanziando decine di miliardi di dollari in sussidi e incentivi fiscali a sostegno della produzione nazionale di semiconduttori, innescando un’ondata di annunci di investimenti in fabbriche in stati come l’Arizona, il Texas e l’Ohio.7 Il messaggio rivolto al settore manifatturiero in generale era inequivocabile: il reshoring non solo era favorito a livello politico, ma era anche sostenuto da ingenti risorse pubbliche. Allo stesso tempo, l’ascesa economica della Cina ha spinto al rialzo i salari e ha eroso il suo status di fonte di manodopera a basso costo. In combinazione con i dazi recenti e quelli potenzialmente futuri sui prodotti cinesi, le aziende hanno ora forti incentivi a potenziare la propria capacità produttiva negli Stati Uniti.8

Il risultato è un aumento vertiginoso dei capitali che affluiscono nel settore delle costruzioni industriali negli Stati Uniti. I dati del Census Bureau mostrano che la spesa annualizzata per le costruzioni industriali è passata da circa 80 miliardi di dollari nel 2020 a oltre 200 miliardi di dollari nel 2025. 9 La politica industriale è riuscita a mobilitare la spesa in conto capitale, ma ha fatto ben poco per ampliare l’offerta di conoscenze specifiche, di cui sono depositari gli operai addetti alla manutenzione, figure fondamentali che determinano se tale capitale possa effettivamente funzionare.

Il declino dei mestieri

Perché il bacino di talenti è così esiguo? Perché i mestieri manuali sono sempre più considerati un’opzione secondaria dai giovani americani. Con la transizione degli Stati Uniti verso un’economia basata sui servizi, il lavoro d’ufficio si è affermato come lo standard culturale del successo. Ciò riflette un modello documentato nella storia economica: man mano che la ricchezza nazionale aumenta, le economie riallocano la manodopera dalla produzione fisica verso settori dei servizi a minore produttività. 10 I dati sull’occupazione a lungo termine mostrano che la quota del settore manifatturiero sull’occupazione totale negli Stati Uniti è scesa da oltre il 20 per cento a metà del XX secolo a meno del 10 per cento oggi.11

Diversi fattori strutturali e culturali spiegano questa scarsità di talenti. Il settore manifatturiero è stato a lungo stigmatizzato come un’industria “in declino” dopo decenni di delocalizzazioni e chiusure di stabilimenti nella Rust Belt. Generazioni di genitori hanno esplicitamente scoraggiato i propri figli dall’intraprendere una carriera in fabbrica. Allo stesso tempo, le prime ondate di automazione hanno ridotto il numero di dipendenti per stabilimento, scoraggiando ulteriormente i nuovi arrivati.12 Storicamente, il lavoro in fabbrica è sempre stato privo di prestigio. 13 I ruoli di manutenzione, sebbene eccezionalmente ben retribuiti, richiedono orari di lavoro impietosi — turni di notte, reperibilità nei fine settimana ed esaurimento fisico — in una cultura che apprezza sempre di più il lavoro da remoto e l’equilibrio tra vita professionale e vita privata. A causa di questi fattori, l’infrastruttura formativa costituita da scuole professionali, programmi di formazione professionale e apprendistati sindacali si è ridotta per adeguarsi alla base manifatturiera stagnante degli anni ’90 e 2000.14

Esiste inoltre un fondamentale fallimento del mercato. Un’azienda che impiega quattro anni a formare un operaio qualificato crea un bene trasferibile. Una volta ottenuta la qualifica, quel lavoratore può passare a un concorrente disposto a pagarlo di più senza dover sostenere i costi della formazione. Ogni datore di lavoro ha quindi un incentivo ad assumere lavoratori esperti provenienti da altre aziende. Quando molti datori di lavoro agiscono razionalmente a livello individuale, il settore nel suo complesso investe meno del necessario nella formazione.

I paesi dotati di sistemi di apprendistato più solidi riducono tale problema di coordinamento. In Germania, le camere di commercio supervisionano gli standard formativi e gli esami, mentre i datori di lavoro finanziano la formazione sul posto di lavoro e le autorità pubbliche sostengono la componente scolastica. Alcuni settori tedeschi ricorrono a fondi collettivi per la formazione, mentre la Svizzera consente a gruppi di aziende di condividere gli apprendistati attraverso associazioni di formazione.15 Questi accordi non eliminano la concorrenza per l’assunzione dei lavoratori, ma distribuiscono la responsabilità della loro formazione su più datori di lavoro.

Il contrasto è evidente anche all’interno dei mestieri americani. Gli elettricisti seguono solitamente percorsi di apprendistato formali e sono soggetti a sistemi di abilitazione statali o locali. I meccanici industriali e i montatori di macchinari, invece, devono soddisfare requisiti di abilitazione meno standardizzati, per cui la loro formazione dipende in misura maggiore dalle priorità del singolo datore di lavoro.16 Quando i budget degli stabilimenti si riducono, un sistema di formazione radicato nella normativa e nelle istituzioni del settore è più difficile da smantellare rispetto a uno che dipende in gran parte dal budget discrezionale del direttore dello stabilimento.

Perché la tecnologia attuale non elimina questo vincolo

I dati demografici stabiliscono un limite massimo e, con il capitale umano limitato, la tecnologia sembra essere l’unica soluzione praticabile per colmare il divario. L’ecosistema, tuttavia, è prevalentemente concentrato sulla soluzione più ovvia: l’automazione della produzione. Ma stiamo costruendo solo metà del ponte. Il capitale sta affluendo verso sistemi che riducono la necessità di manodopera produttiva, lasciando sostanzialmente invariata quella necessaria per la manutenzione.

I settori tecnologico e finanziario hanno correttamente individuato la carenza di manodopera nel settore produttivo e hanno investito molti miliardi di dollari per ridurre il numero di ore di lavoro umano necessarie alla realizzazione fisica di un prodotto. Aziende come Hadrian stanno ripensando la fabbrica definita dal software, traducendo i modelli CAD in codice macchina ottimizzato e consentendo a operatori con competenze relativamente limitate di eseguire operazioni di lavorazione meccanica di livello aerospaziale. Le linee di assemblaggio esistenti puntano sui robot collaborativi per gestire compiti ripetitivi ed ergonomicamente gravosi. I produttori di apparecchiature originali stanno realizzando attrezzature di base molto più avanzate: una fresatrice CNC a cinque assi costruita oggi viene spesso fornita con caricatori robotizzati integrati, parchi pallet automatizzati e trasportatori di trucioli autopulenti progettati per il funzionamento “lights out”.

A differenza di quanto detto sopra, tuttavia, le soluzioni esistenti alla carenza di manutenzione falliscono in gran parte. Si tratta di soluzioni software “di fortuna” che tentano di risolvere un problema hardware profondo e fisico. I sistemi predittivi sono in grado di rilevare vibrazioni, temperature, correnti o rumori anomali prima che un guasto diventi catastrofico. I sistemi computerizzati di gestione della manutenzione migliorano la pianificazione, la tracciabilità dei componenti e la cronologia degli interventi. Le piattaforme per i lavoratori connessi possono fornire istruzioni e competenze specialistiche da remoto ai tecnici in officina. Si tratta di strumenti utili, che gli stabilimenti dovrebbero adottare. Tuttavia, essi migliorano principalmente il rilevamento, la pianificazione e il coordinamento, senza eseguire effettivamente la riparazione fisica.17

Un sensore di vibrazioni può rilevare un difetto della pista interna di un cuscinetto del trasportatore settimane prima che si verifichi un guasto. Qualcuno deve comunque spegnere e mettere in sicurezza l’apparecchiatura, rimuovere il cuscinetto, ispezionare l’albero e l’alloggiamento, installare il ricambio, allineare il gruppo secondo le specifiche, lubrificarlo correttamente e rimettere in funzione la macchina. Individuare il difetto in anticipo può prevenire danni secondari e consentire di inserire la riparazione in un fermo programmato. Ciò non elimina la necessità di un meccanico competente. Fornire a un meccanico un iPad per ottimizzare la sua pianificazione non fa apparire dal nulla altri meccanici; si limita semplicemente a organizzare una forza lavoro in calo, sommersa da un carico di lavoro in continua crescita.

Infine, sebbene i progressi ingegneristici abbiano prolungato il tempo medio tra i guasti delle apparecchiature moderne, questo vantaggio è controbilanciato dall’enorme densità dei sistemi automatizzati. Una linea di assemblaggio automobilistica del 1990 poteva utilizzare centinaia di motori elettrici. Oggi, uno stabilimento altamente automatizzato per la produzione di veicoli elettrici impiega migliaia di motori, attuatori e articolazioni robotiche. Non abbiamo eliminato il lavoro di manutenzione; lo abbiamo semplicemente distribuito su una rete di macchine molto più complessa e strettamente interconnessa.

La Federazione Internazionale di Robotica ha stimato che nel 2024 fossero in funzione circa 393.700 robot industriali nelle fabbriche statunitensi, in aumento rispetto ai circa 293.000 del 2019. Secondo i dati più recenti, la densità dei robot ha raggiunto le 307 unità ogni 10.000 lavoratori del settore manifatturiero statunitense.18 Queste cifre si riferiscono ai robot industriali, escludendo i nastri trasportatori, gli azionamenti, i sensori, le macchine utensili e i sistemi di controllo ad essi associati. Esse costituiscono un utile indicatore della quantità di macchinari che la forza lavoro industriale deve gestire.

L’automazione modifica anche la natura dei guasti che permangono. Siemens ha riferito che, tra le grandi aziende industriali oggetto dell’indagine, gli episodi di fermo non pianificato e il numero totale di ore di fermo sono diminuiti tra il 2019 e il 2023, mentre è aumentato il tempo medio necessario per ripristinare la funzionalità dopo ogni incidente. Il rapporto attribuisce in parte tale andamento ai sistemi di monitoraggio che prevengono i guasti più semplici, lasciando da risolvere quelli più complessi.19

Sarebbe facile interpretare la diminuzione delle ore di fermo come prova del fatto che gli impianti necessitino di meno manodopera per la manutenzione. Tale interpretazione confonde l’individuazione tempestiva di un guasto con la necessità di riparare un componente. La prima non fa altro che riprogrammare la seconda. Un cuscinetto segnalato con tre settimane di anticipo deve comunque essere smontato, ispezionato, sostituito e allineato, solo che ora ciò avviene durante un fermo programmato anziché nel bel mezzo di un ciclo produttivo. Il lavoro si sposta dalla colonna «non pianificato» a quella «pianificato». Richiede comunque qualcuno come Craig. Ciò che rimane nella colonna «non pianificato» è un residuo più complesso: i guasti correlati e non evidenti, in cui la diagnosi è la parte difficile e nessun sensore fornisce la risposta. Ciò è coerente con i tempi di ripristino più lunghi osservati da Siemens e punta verso una situazione preoccupante. Il lavoro si sta spostando verso il livello che richiede maggiore esperienza, proprio nel momento in cui il settore la sta perdendo.

L’esposizione finanziaria è enorme. Nello studio del 2024, Siemens ha stimato che i tempi di inattività non pianificati nelle aziende industriali della classifica Fortune Global 500 costano circa 1,4 trilioni di dollari all’anno.20 La cifra esatta dipende dalla metodologia di indagine e non va confusa con un totale verificato, ma la tendenza è difficile da contestare: man mano che le linee di produzione diventano più ad alta intensità di capitale e strettamente interconnesse, ogni ora di inattività diventa più costosa.

L’Ufficio delle statistiche sul lavoro prevede quindi che l’adozione di apparecchiature di produzione automatizzate determini un aumento della domanda di meccanici specializzati in macchinari industriali.21 L’automazione della produzione e la manodopera addetta alla manutenzione sono complementari prima ancora di diventare sostitutive. Finché le macchine non saranno in grado di riparare altre macchine, l’introduzione di una maggiore automazione accrescerà l’importanza delle persone che se ne occupano.

La realtà dei siti dismessi

Se la manutenzione rappresenta il vincolo limitante, la domanda ovvia è: perché è stato destinato così poco capitale per alleviarlo? La risposta non è che gli investitori non se ne siano accorti, ma che la manutenzione presenta un profilo finanziario sfavorevole. Julius Krein ha descritto il meccanismo in queste pagine: le imprese con un basso livello di immobilizzazioni ottengono valutazioni più elevate perché evitano le spese in conto capitale necessarie per la manutenzione dei beni fisici, possono espandersi senza ingenti investimenti incrementali e presentano strutture di costo più flessibili in caso di recessione. Da decenni le aziende mantengono tassi di rendimento minimi interni ben al di sopra del proprio costo del capitale, in parte per evitare quei progetti a basso rendimento che farebbero scendere tali valutazioni. Krein definisce la riorganizzazione dell’economia americana che ne deriva “Nikeficazione”: la separazione dei proventi derivanti dalla proprietà intellettuale dai costi di capitale e di manodopera della produzione fisica.22

La manutenzione industriale fallisce quasi tutti questi test contemporaneamente. È al tempo stesso ad alta intensità di capitale e di manodopera, è dispersa in migliaia di impianti anziché concentrata, è ciclica in base ai settori che serve e non genera né effetti di rete né proprietà intellettuale da proteggere. Questo spiega un modello che altrimenti sembrerebbe una svista. Gli strumenti sviluppati per la manutenzione sono in stragrande maggioranza software, poiché il software può supportare la manutenzione senza assumersi alcuno degli aspetti economici di quest’ultima. Una dashboard che prevede il guasto di un cuscinetto ha i margini di un prodotto software. La squadra che sostituisce il cuscinetto no.

La stessa logica spiega dove vengono realizzate le soluzioni di automazione fisica. Entra in scena il fondatore di una startup tecnologica moderna, forte di capitali di rischio e del mandato di realizzare l’“Industria 4.0”.23  Questi fondatori stanno implementando con successo la robotica e l’intelligenza artificiale per automatizzare gli stabilimenti produttivi, ma si concentrano principalmente su impianti costruiti ex novo: Hadrian, Atomic Industries e Nox Metals sono tra gli esempi più noti. Un nuovo stabilimento può essere progettato intorno ad attrezzature standardizzate, dati puliti e flussi di lavoro pensati per l’automazione sin dall’inizio, ma ciò riguarda solo una parte del tessuto industriale.

La stragrande maggioranza della capacità produttiva americana è costituita da siti dismessi: infrastrutture preesistenti che non sono mai state progettate pensando all’automazione. Questi impianti ospitano diverse generazioni di macchinari, sistemi di controllo e documentazione. Presentano passerelle strette, scale, spazi ristretti, modifiche non documentate, componenti obsoleti e attrezzature provenienti da fornitori che non esistono più. Come già sostenuto in altre parti di queste pagine, gli Stati Uniti soffrono meno di un’eccessiva automazione che di una formazione di capitale stagnante e di un’erosione della base industriale.24

L’introduzione a posteriori dell’automazione della produzione in questi impianti può aumentare la produttività, migliorare la qualità e ridurre il lavoro ripetitivo. Inoltre, comporta l’aggiunta di componenti e interfacce a sistemi che non sono mai stati progettati per accoglierli. Un nuovo robot potrebbe dover fare affidamento su un vecchio nastro trasportatore, un quadro elettrico modificato, una rete di aria compressa con diramazioni non documentate e un processo produttivo le cui tolleranze sono comprese principalmente dai dipendenti più esperti.

Si può costruire una gigafactory all’avanguardia, ma se non si dispone di una squadra di tecnici di manutenzione d’élite che garantisca il funzionamento dei robot, l’efficienza del capitale di quella fabbrica è limitata. Una fabbrica costruita ex novo può essere progettata per facilitare la manutenzione. Un impianto esistente deve essere compreso a fondo prima di poter essere automatizzato, e gran parte di questa comprensione non è mai stata acquisita. Gli Stati Uniti non hanno solo bisogno di nuovi impianti più intelligenti, ma anche di un modo per mantenere produttivi migliaia di impianti vecchi mentre i loro lavoratori più esperti vanno in pensione.

Il vero spazio bianco: ampliare il numero dei manutentori

La vera opportunità consiste nel garantire alla manutenzione parte della scalabilità che la produzione ha già acquisito. Esistono tre percorsi distinti, ma che si sovrappongono, per affrontare questa questione, che potrebbero definire il prossimo decennio della tecnologia industriale.

Il primo riguarda i tecnici di manutenzione supportati dall’intelligenza artificiale. L’opportunità più concreta nel breve termine consiste nel riprogettare gli strumenti che i tecnici già utilizzano. Un meccanico non dovrebbe essere costretto a interrompere una riparazione per digitare appunti in un sistema separato o cercare in una cartella di file PDF. Lo strumento stesso dovrebbe comprendere il bene, la sua ubicazione, la procedura richiesta e il lavoro che si sta svolgendo.

Si pensi alla manutenzione preventiva: un singolo stabilimento potrebbe avere migliaia di punti di lubrificazione nascosti in luoghi poco illuminati e di difficile accesso. La pistola per grasso convenzionale non sa a quale cuscinetto è collegata, se è caricata con il lubrificante corretto, quanta pasta lubrificante richiede il cuscinetto o quando è stata sottoposta all’ultima manutenzione. Uno strumento dotato di consapevolezza spaziale potrebbe identificare l’asset, guidare il tecnico verso il punto corretto, erogare la quantità specificata, registrare automaticamente l’intervento e segnalare una condizione che differisce dalla cronologia della macchina.

Lo stesso principio si applica all’allineamento, al fissaggio, all’ispezione e alla risoluzione dei problemi. Un avvitatore collegato può registrare cosa è stato serrato e in che modo. Un sistema di guida spaziale può mostrare a un tecnico alle prime armi dove va posizionato un componente e verificare il risultato rispetto alla geometria richiesta. La ricerca sulla guida basata sulla realtà aumentata suggerisce che le conoscenze tacite relative alla manutenzione possano essere suddivise in istruzioni specifiche per ogni attività e fornite direttamente sul posto di lavoro, sebbene le prove a sostegno siano ancora preliminari e spesso provengano da studi su scala ridotta.25

Il vero problema è l’acquisizione dei dati. Le conoscenze relative alla manutenzione si esprimono attraverso azioni fisiche, spesso durante una riparazione in cui il tempo è un fattore critico. Un tecnico in turno di notte non descriverà in modo affidabile ogni decisione davanti a una telecamera, e qualsiasi processo che comporti diversi minuti di lavoro amministrativo finirà per essere abbandonato. L’acquisizione dei dati deve essere un sottoprodotto dello svolgimento del lavoro. La chiave inglese, l’erettore, la telecamera o il dispositivo di ispezione dovrebbero generare una registrazione utilizzabile proprio perché il tecnico li ha utilizzati, non perché il tecnico si è poi trasformato in un addetto all’inserimento dati.

Questo è l’aspetto su cui sto concentrando il mio lavoro. Il mondo industriale ha investito ingenti somme per dotare di strumenti le macchine, ma relativamente poco per dotare di strumenti gli attrezzi utilizzati per la loro manutenzione. È un approccio al contrario. Gli strumenti si trovano proprio nel punto in cui il giudizio di un tecnico si traduce in lavoro fisico. Se fossero in grado di registrare l’identità del bene, la sequenza delle operazioni, la forza, la posizione, il materiale e il risultato, potrebbero preservare la conoscenza aiutando al contempo un lavoratore meno esperto a svolgere correttamente il compito. L’obiettivo non è fingere che il software trasformi un principiante in Craig dall’oggi al domani, ma ridurre la distanza che li separa.

Un’altra strada percorribile è quella della “manutenzione come servizio” (Maintenance-as-a-Service). La manutenzione industriale è stata tradizionalmente organizzata attorno a team interni agli stabilimenti, con il ricorso a appaltatori per attrezzature specializzate o interruzioni di servizio di grande entità. Questo modello diventa più difficile da sostenere quando ogni struttura compete per lo stesso numero limitato di tecnici esperti. In un sondaggio condotto da *Plant Engineering* nel 2022, il 72% degli intervistati ha affermato che reclutare personale addetto alla manutenzione era diventato più difficile, mentre l’86% ha dichiarato di aver esternalizzato almeno una parte dei lavori di manutenzione.26

Anziché duplicare ogni competenza specialistica in ogni stabilimento, i produttori possono mettere in comune parte di tale know-how attraverso reti di assistenza regionali. Un fornitore potrebbe occuparsi della manutenzione di compressori, caldaie, sistemi di lubrificazione, macchine utensili o particolari tipologie di apparecchiature rotanti in diversi stabilimenti. Squadre diagnostiche centralizzate potrebbero supportare le squadre in loco di dimensioni più ridotte, mentre gli specialisti esperti si recherebbero sul posto solo quando l’intervento fisico lo richiedesse.

In un appello molto diffuso rivolto alle startup impegnate nella reindustrializzazione dell’America, il fondatore di Nox Metals, Zane Hengsperger, ha posto la manutenzione delle macchine come servizio al primo posto della sua lista, citando il pensionamento dei tecnici, la scomparsa del sapere tramandato di generazione in generazione e il crescente onere di manutenzione causato dall’espansione della robotica. 27 La tensione insita in quella proposta si applica al modello in generale: un’azienda di servizi deve comunque assumere gli stessi tecnici, ormai scarsi, per i quali tutti gli altri sono in competizione. Il consolidamento non li crea. Li sposta da un posto all’altro, e il suo valore dipende dal fatto che la condivisione delle risorse ne aumenti l’utilizzo in misura tale da fare la differenza.

Il modello presenta altri limiti. Un tecnico esterno non conosce automaticamente la configurazione, le modifiche non documentate, i problemi ricorrenti o le prassi operative di un determinato impianto. Il tempo di risposta è fondamentale quando una linea è fuori servizio, ed è comprensibile che i responsabili di impianto si affidino a persone di cui hanno potuto osservare il giudizio nel corso degli anni e che sono sempre pronte a intervenire. Le ricerche sull’esternalizzazione della manutenzione hanno ripetutamente individuato nella conoscenza dei processi e nell’interdipendenza dei sistemi i motivi per mantenere le competenze critiche all’interno dell’azienda.28

Il risultato più probabile sarà un modello ibrido piuttosto che un outsourcing completo. Gli impianti manterranno team interni più ridotti responsabili della sicurezza, della risposta agli incidenti e delle conoscenze specifiche dell’impianto, mentre le organizzazioni esterne forniranno manodopera specializzata, competenze a distanza e tecnologia in più sedi. Cronologie più complete dei macchinari e registrazioni di lavoro acquisite automaticamente rendono tale divisione più pratica, trasferendo parte del contesto che un tempo esisteva solo all’interno dell’impianto. Le società di servizi hanno anche una motivazione economica più forte per sviluppare strumenti che aumentino la produttività dei tecnici, poiché il loro fatturato dipende dal numero di beni che ogni esperto è in grado di supportare.

Infine, arriva la completa automazione della manutenzione. L’obiettivo finale è automatizzare la manutenzione grazie all’avvento dell’intelligenza artificiale fisica. Abbiamo bisogno di macchine che riparino altre macchine. Questo processo inizia con le apparecchiature industriali OEM che diventano realmente in grado di autodiagnosticarsi, segnalando gli interventi necessari a sistemi automatizzati fissi. In definitiva, ciò richiede la sostituzione dell’operatore umano con un robot mobile e multiuso.

Le aziende produttrici di robot umanoidi hanno raccolto miliardi di dollari e compiuto progressi concreti. Il robot di seconda generazione di Figure ha trascorso undici mesi nello stabilimento BMW di Spartanburg, lavorando in turni di dieci ore e caricando parti in lamiera in dispositivi di saldatura con una tolleranza di cinque millimetri. In oltre 1.250 ore operative ha movimentato più di novantamila parti e ha contribuito alla produzione di oltre trentamila veicoli X3. 29 Apptronik ha stipulato un accordo industriale con Mercedes-Benz, mentre Agility Robotics ha concentrato le sue prime attività commerciali sulla movimentazione dei materiali.30 Queste implementazioni sono incoraggianti, ma sono tutte incentrate su operazioni di prelievo e posizionamento o sulla logistica; nessuna di esse esegue interventi di riparazione.

Un robot di manutenzione dovrebbe arrampicarsi o aggirare le apparecchiature preesistenti, riconoscere una macchina che differisce dal suo modello digitale, selezionare e utilizzare gli strumenti, gestire cavi e tubi flessibili, percepire la resistenza e reagire in modo sicuro quando la corrosione, la contaminazione o una modifica non documentata alterano il lavoro. Gran parte dell’ecosistema di strumenti esistente è stato progettato per la mano umana. Gli impianti Brownfield non sono stati affatto progettati per i robot mobili.

Un robot è inutile anche senza dati contestuali relativi alla struttura, ai processi e alle apparecchiature obsolete e specifiche di un impianto dismesso. Pertanto, abbiamo bisogno di aziende che sviluppino attivamente il livello di dati—raccogliendo feedback spaziali e fisici dalle persone che attualmente svolgono questi compiti—per creare un ciclo di feedback esterno per il controllo automatico della qualità.

Con ogni probabilità, il futuro sarà una sintesi di queste tre categorie. Un’azienda MaaS potenzierà la propria forza lavoro umana con strumenti basati sull’intelligenza artificiale per operare in modo più efficiente. In questo modo, raccoglierà i set di dati fisici proprietari necessari, a lungo termine, per automatizzare la propria forza lavoro con robot multiuso. Nel mio attuale lavoro di sviluppo di tecnologie per la manutenzione industriale, mi dedico a un piccolo aspetto di questa tesi: potenziare i tecnici umani con strumenti basati sull’intelligenza artificiale che guidino i lavoratori attraverso il livello fisico dello stabilimento, generando al contempo i dati necessari per automatizzare progressivamente una parte sempre maggiore del processo.

Cosa può fare il governo

La politica industriale federale ha sovvenzionato in misura consistente le attrezzature, l’edilizia e la ricerca. La legge fiscale del 2025 ha ripristinato le detrazioni immediate per le spese di ricerca nazionali ammissibili e ha introdotto un’agevolazione temporanea di ammortamento del 100% per i beni di produzione ammissibili.31 La formazione di un tecnico di manutenzione rimane generalmente una normale spesa per il personale a carico del datore di lavoro.

La politica dovrebbe concentrarsi meno sulla creazione di un altro programma generale per la forza lavoro e più sulla risoluzione del problema di coordinamento relativo alla formazione professionale. La legge sui salari prevedrebbe un credito d’imposta per determinate spese relative all’apprendistato, compresi i salari aggiuntivi corrisposti agli operai qualificati mentre fanno da mentori agli apprendisti.32 Questo aspetto è importante perché il tutoraggio è la risorsa più scarsa. Pagare lo stipendio di un apprendista non risolve il problema se lo stabilimento non può mettere a disposizione un tecnico esperto per formarlo.

Il governo può anche avvalersi degli appalti. Il Dipartimento della Guerra gestisce enormi sistemi di manutenzione di strutture dismesse in cantieri navali, depositi, arsenali e basi, e sostiene già la tecnologia di manutenzione attraverso organizzazioni quali l’Advanced Robotics for Manufacturing Institute. Le strutture federali potrebbero fungere da banchi di prova in cui le aziende validano gli strumenti di manutenzione su attrezzature reali e dimostrano che i loro sistemi migliorano la sicurezza, riducono i tempi di formazione o aumentano la disponibilità delle attrezzature. Una sfida mirata alla manutenzione sarebbe più utile di un altro bando generico sull’IA industriale. Gli impianti privati sono riluttanti a diventare siti sperimentali per una tecnologia che potrebbe interrompere la produzione, e un primo cliente credibile può assorbire tale rischio. Questo è anche l’unico meccanismo in grado di modificare il profilo di rendimento descritto in precedenza. Il capitale non ha evitato la manutenzione per ignoranza, e non vi entrerà solo a seguito di esortazioni. Vi entrerà quando qualcuno sarà disposto ad acquistare.

Un invito all’azione

Al momento stiamo costruendo solo metà del ponte. Investire miliardi di dollari in sistemi di automazione della produzione aggiornabili, affidandoci al contempo a un numero sempre più esiguo di tecnici umani per la manutenzione dei sistemi sottostanti, è la ricetta perfetta per un’infrastruttura nazionale fragile. L’ideologia dominante secondo cui “il software sta conquistando il mondo”, che riduce la produzione fisica a un elemento secondario, ha portato gli Stati Uniti ad accettare stranamente di buon grado hardware obsoleto e artigiani insostituibili.

Il valore di Craig non è mai stato racchiuso in un titolo professionale o in un programma di manutenzione. Era insito in centinaia di piccole valutazioni: quale rumore fosse significativo, quale disegno fosse errato, quale riparazione avrebbe retto nel tempo e quale apparente scorciatoia avrebbe causato un guasto più grave in seguito. Uno stabilimento poteva sostituire la sua posizione nell’organigramma, ma non poteva sostituire immediatamente ciò che lui sapeva.

È proprio quella parte della forza lavoro industriale che rischiamo di perdere. Una volta che l’ultimo tecnico esperto se ne va, le conoscenze non rimangono conservate in un database in attesa di essere recuperate. Se non sono mai state documentate nel corso del lavoro, se ne vanno con lui. Il prossimo guasto richiederà più tempo per essere risolto. Sempre più persone saranno coinvolte nel problema. L’impianto diventerà sempre più dipendente dalla fortuna, dalla memoria e dalla disponibilità dei pochi esperti rimasti.

È giunto il momento che l’ecosistema tecnologico, i responsabili delle politiche industriali e gli investitori affrontino il problema più complesso e spinoso. Abbiamo bisogno di persone di talento che smettano di limitarsi a sostituire l’operatore e concentrino il capitale sul potenziamento, l’ampliamento e, in ultima analisi, l’automazione del personale addetto alla manutenzione. I fondatori dovrebbero progettare per il manutentore con la stessa serietà con cui progettano per l’operatore. Le aziende di servizi dovrebbero mettere in comune le competenze specialistiche tra i vari stabilimenti. I responsabili politici dovrebbero incentivare il trasferimento di competenze e utilizzare le strutture pubbliche per creare mercati iniziali per la tecnologia di manutenzione. La parte più difficile dell’automazione non è far eseguire a una macchina lo stesso movimento per tutto il giorno, bensì mantenerla in funzione dopo anni di usura, modifiche e guasti imprevisti. Finché non risolveremo questo problema, l’industria manifatturiera americana continuerà ad avere un limite massimo.

Questo articolo è un esclusiva online di American Affairs, pubblicata il 10 settembre 2026.

Note

1 Casa Bianca, “SCHEDA INFORMATIVA: L’amministrazione Biden-Harris annuncia la prima strategia nazionale per la produzione avanzata”, 7 ottobre 2022.

2 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Statistiche sull’occupazione e sui salari: meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di impianti”.

3 The Manufacturing Institute, “Entro il 2033 le aziende manifatturiere avranno bisogno di ben 3,8 milioni di nuovi dipendenti”, aprile 2024.

4 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari industriali”, Manuale sulle prospettive occupazionali, aggiornato al 27 agosto 2026.

5 Ufficio delle statistiche sul lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari”.

6 Ufficio per la responsabilità amministrativa del governo degli Stati Uniti (GAO), Interruzioni della catena di approvvigionamento, GAO-22-104657, 2022; Banca della Riserva Federale di New York, “Indice globale di pressione sulla catena di approvvigionamento”.

7 chips and Science Act, Pub. L. 117-167 (9 agosto 2022); Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, “chips for America”.

8 Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, “Indagini ai sensi della Sezione 301”.

9 Diana Polson, Stephen Herzenberg, “Il boom degli investimenti nel settore manifatturiero statunitense dal 2022 al 2024 si è trasformato in un crollo: anche gli investimenti nell’energia pulita e nel settore manifatturiero degli Appalachi rimangono al di sotto dei livelli massimi”, ReImagine Appalachia, 20 agosto 2026.

10 Berthold Herrendorf, Richard Rogerson, Ákos Valentinyi, “Crescita e trasformazione strutturale”, NBER Working Paper 18996, aprile 2013.

11 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Quarant’anni di calo dell’occupazione nel settore manifatturiero”, Beyond the Numbers 9, n. 16 (novembre 2020).

12 Daron Acemoglu, Pascual Restrepo, “Compiti, automazione e aumento della disuguaglianza salariale negli Stati Uniti”, American Economic Review 112, n. 6 (2022): 1885–1963.

13 Matthew B. Crawford, Shop Class as Soulcraft: An Inquiry Into the Value of Work (New York: Penguin Press, 2009).

14 Deloitte e l’Associazione Nazionale dei Produttori, “Il divario tra competenze e profili dei candidati minaccia la crescita del settore manifatturiero statunitense”.

15 OCSE, I prossimi passi per l’apprendistato, Edizioni OCSE, 2021.

16 Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, “Professioni oggetto di apprendistato”; 29 C.F.R., parte 29.

17 Jon Bokrantz et al., “Manutenzione intelligente: un programma di ricerca per la gestione della manutenzione industriale”, International Journal of Production Economics 224 (giugno 2020).

18 Federazione Internazionale di Robotica, “Gli Stati Uniti sono in ritardo rispetto alla Cina nell’impiego di robot nelle fabbriche con un rapporto di 5 a 1”, 25 settembre 2025.

19 Siemens, “Il vero costo dei tempi di fermo 2024”, Senseye Predictive Maintenance, 2024.

20 Siemens, “Il vero costo dei tempi di inattività 2024”.

21 Ufficio Statistico del Lavoro degli Stati Uniti, “Meccanici di macchinari industriali, addetti alla manutenzione dei macchinari e montatori di macchinari industriali”.

22 Julius Krein, “Il valore del nulla: capitale contro crescita”, American Affairs 5, n. 3 (autunno 2021): 66–85.

23 McKinsey & Company, “Cogliere il vero valore dell’Industria 4.0”, 13 aprile 2022.

24 Rian Whitton, “L’ansia da automazione in un’epoca di stagnazione”, American Affairs 3, n. 2 (estate 2019): 25–42.

25 Sara Elisabeth Scheffer, Kastriot Kajtazi, Fazel Ansari, “AR-COMPASS: un framework per l’acquisizione della conoscenza tacita nella manutenzione industriale”, IEEE Transactions on Engineering Management 73 (2026): 3662–80.

26 Advanced Technology Services, Manutenzione industriale: rapporto 2022 su situazione, tendenze e tecnologia, giugno 2022.

27 Zane Hengsperger, “Richiesta di startup che contribuiranno alla reindustrializzazione dell’America”, 19 aprile 2026.

28 Lennart Söderberg, Lars Bengtsson, Matti Kaulio, “Un modello per l’esternalizzazione e la gestione della manutenzione nell’industria di processo”, Operations Management Research 10 (2017): 20–32.

29 Figura AI, “F.02 Ha contribuito alla produzione di 30.000 auto presso la BMW”, 19 novembre 2025; BMW Group, “Il BMW Group introdurrà per la prima volta robot umanoidi nella produzione in Germania”.

30 Apptronik, “Apptronik e Mercedes-Benz siglano un accordo commerciale”, marzo 2024; Agility Robotics, “Homepage”, 2026.

31 Legge “One Big Beautiful Bill”, Pub. L. 119-21 (4 luglio 2025), che modifica il 26 U.S.C. § 168(k) e aggiunge il 26 U.S.C. § 168(n); in materia di deducibilità delle spese di ricerca, 26 U.S.C. § 174A.

32 “Young e Moran presentano una proposta di legge per promuovere e ampliare i programmi di apprendistato”, Todd Young, senatore degli Stati Uniti per l’Indiana, 30 aprile 2026.

Informazioni sull’autore

Jesh Ramesh è un ingegnere e imprenditore che si occupa dello sviluppo di tecnologie per la manutenzione industriale. Laureato presso l’Università di Waterloo, in passato ha ricoperto il ruolo di responsabile della manutenzione presso un’azienda del settore della cellulosa e della carta inclusa nella classifica Fortune 500, occupandosi degli impianti presenti nel sud-est degli Stati Uniti.

La Groenlandia non può risolvere il problema più grave degli Stati Uniti

Washington si è assicurata privilegi strategici straordinari nell’Artico. La domanda più spinosa è quale impatto tutto ciò abbia sulle pressioni economiche che si stanno accumulando sul fronte interno.

Il Duran Daily30 settembre
 
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Il nuovo accordo sulla Groenlandia rappresenta senza dubbio un vantaggio strategico per Washington. Firmato dagli Stati Uniti, dalla Danimarca e dalla Groenlandia il 22 settembre, esso consente agli Stati Uniti di ampliare la base spaziale di Pituffik, istituire ulteriori aree di difesa, ottenere un ampio accesso militare e limitare il coinvolgimento di potenze straniere potenzialmente ostili in settori strategicamente sensibili. L’accordo non ha una data di scadenza prestabilita. Tuttavia, la Groenlandia rimane sotto la sovranità danese, con il suo diritto all’autodeterminazione esplicitamente salvaguardato.

Questa distinzione è importante.

Washington si è assicurata gran parte dell’accesso strategico che desiderava senza acquisire formalmente la Groenlandia stessa. In questo senso, l’accordo riflette una caratteristica ben nota del potere americano: il controllo non richiede sempre la proprietà.

Ma solleva anche una questione più ampia. Cosa risolve effettivamente un maggiore controllo sull’Artico?

I problemi più complessi degli Stati Uniti sono sempre più di natura interna ed economica piuttosto che geografica. Il debito delle famiglie americane si attestava a circa 18,8 trilioni di dollari nel secondo trimestre del 2026. I soli saldi delle carte di credito raggiungevano 1,26 trilioni di dollari, mentre il debito per l’acquisto di automobili ammontava a 1,71 trilioni di dollari e quello per le spese di istruzione a 1,65 trilioni di dollari.

A queste pressioni si aggiungono decenni di espansione del debito pubblico federale, di finanziarizzazione e di ripetuti interventi governativi a seguito di gravi shock economici. La crisi finanziaria del 2008 non ha posto fine alla dipendenza del sistema finanziario americano da una politica monetaria straordinariamente accomodante; al contrario, ha inaugurato un’era in cui la liquidità fornita dalla banca centrale, i bassi tassi di interesse e l’espansione del debito pubblico sono diventati strumenti sempre più importanti per il mantenimento della stabilità economica e finanziaria.

La Groenlandia non può risolvere nulla di tutto ciò.

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La sua posizione geografica strategica è preziosa. Il suo ruolo di ponte tra il Nord America e l’Europa riveste un’importanza enorme per l’allerta missilistica, la sorveglianza dell’Artico, le rotte sottomarine e la crescente competizione per l’accesso all’Estremo Nord. L’accordo di settembre conferisce inoltre a Washington una maggiore influenza sugli investimenti esteri sensibili e sulle future infrastrutture militari.

Ma l’espansione strategica e il rilancio economico non sono la stessa cosa.

In effetti, l’accordo sulla Groenlandia potrebbe mettere in luce una contraddizione più ampia nel potere americano. Gli Stati Uniti continuano ad essere in grado di ottenere importanti concessioni geopolitiche dagli alleati e di estendere la propria influenza militare in regioni strategicamente rilevanti. Allo stesso tempo, però, devono affrontare notevoli pressioni fiscali e un forte indebitamento delle famiglie sul proprio territorio.

Quella contraddizione sta diventando sempre più difficile da ignorare.

Il pericolo non sta nel fatto che la Groenlandia non abbia alcun valore strategico. È evidente che lo abbia. Il pericolo sta nel confondere la capacità di acquisire un’altra posizione strategica sulla mappa con quella di risanare le basi economiche da cui dipende, in ultima analisi, la potenza americana.

Washington potrebbe aver ottenuto quasi tutto ciò che voleva da Copenaghen e Nuuk.

Ciò che la Groenlandia non può fornire è una risposta al bilancio degli Stati Uniti.

La Cina sta gestendo un reattore rivoluzionario… inventato dagli americani. di Frank Penkam

Dall’aprile del 2025, nel deserto del Gobi, la Cina ha in funzione un piccolo reattore sperimentale. Quattordici anni di lavoro, 450 milioni di dollari e una prima mondiale.

Questo reattore utilizza il torio. Non può andare in fusione: in caso di malfunzionamento, si spegne automaticamente. E le sue scorie rimangono pericolose solo per circa 300 anni, rispetto agli oltre 100.000 anni delle scorie provenienti dalle nostre centrali nucleari.

Gli americani la gestivano già quasi sessant’anni fa. Perché, dunque, l’hanno abbandonata?

Già nel 1969 esisteva un reattore nucleare molto più pulito, ma gli Stati Uniti decisero di dismetterlo.

Tra il 1965 e il 1969, in un laboratorio del Tennessee, il fisico Alvin Weinberg fece funzionare il suo reattore al torio per oltre 13.000 ore. Funzionò.

Il suo unico svantaggio, agli occhi di Washington, è che non consente la produzione di plutonio per la bomba atomica.

Nixon, pertanto, preferì un’altra strada.

Weinberg si rifiutò di rimanere in silenzio e continuò a difendere pubblicamente il suo reattore. Nel 1973 fu licenziato. Tre anni dopo, il programma fu abbandonato.

Non fu la scienza a decidere, bensì la corsa alla bomba atomica.

Non conosco molti francesi che abbiano mai sentito parlare di questo reattore. A Pechino, invece, non è mai stato dimenticato.

La Cina vuole costruire 50 di questi reattori, ed è da loro che potremmo dover acquistare questa energia.

Stéphane Bonard, ex funzionario del Segretariato Generale della Difesa Nazionale e specialista in armamenti, ha ricostruito il percorso di questa tecnologia dai laboratori americani fino alla Cina. La sua inchiesta apre il numero di ottobre di Revue Confidentielle.

L’autore mostra come la Cina abbia ripreso il lavoro dimenticato di Weinberg. E non intende fermarsi a un prototipo: punta a 50 reattori entro il 2050, all’incirca la capacità dell’intera flotta nucleare statunitense.

La Francia, tuttavia, non ne ha mai fatto una priorità. Domani, se vogliamo questa energia, potremmo doverla acquistare dalla Cina.

E Pechino non intende utilizzarla solo sulla terraferma. 

Rifondare la deterrenza industriale americana e rivendicare il bene comune, di Riley M. Moore

Rifondare la deterrenza industriale americana e rivendicare il bene comune

Di Riley M. Moore

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Il12 agosto 2000, Pat Buchanan iniziò il suo discorso di accettazione della candidatura alla presidenza del Partito Riformista definendo il sostegno che aveva recentemente ricevuto dal Sindacato Indipendente dei Lavoratori Siderurgici di Weirton uno dei momenti di cui andava più fiero nella sua vita. 1 Diciotto mesi prima, Buchanan aveva dato il via alla sua campagna a Weirton perché già allora quella città del West Virginia era un potente simbolo degli uomini e delle donne dimenticati d’America che la globalizzazione aveva lasciato indietro.

Buchanan era determinato a cambiare questa situazione. Sua madre era cresciuta nella vicina Mon Valley, in Pennsylvania. Conosceva in prima persona le difficoltà che avevano colpito il cuore industriale dell’America. In quel discorso di accettazione tenuto in agosto presso un centro congressi di Long Beach, in California, chiese: «Che cosa è successo al nostro Paese, se voltiamo le spalle a persone come queste? Che cosa è successo al nostro Paese?»

Questo saggio analizzerà come l’abbandono di acciaierie integrate come quella di Weirton abbia eroso lo stile di vita americano, indebolito la nostra base manifatturiera e, in ultima analisi, minato la nostra sicurezza nazionale. Ma soprattutto, il testo intende dimostrare che la deindustrializzazione è stata una scelta e sostiene che ora dobbiamo scegliere di reindustrializzarci. La reindustrializzazione della nostra industria siderurgica non solo è possibile, ma è assolutamente necessaria se l’America vuole riconquistare il proprio status di repubblica industriale e rimanere una superpotenza globale.

L’ascesa di Weirton

La città di Weirton prende il nome da Ernest T. Weir. Originario di Pittsburgh e di origini scozzesi-irlandesi, nato nel 1875, Weir entrò nel settore siderurgico in giovane età. Nel 1905 acquistò un’azienda siderurgica in difficoltà a Clarksburg, nel West Virginia, e pochi anni dopo trasferì l’attività nella piccola località di Hollidays Cove, nel Northern Panhandle del West Virginia. 2 Nel 1913, questo sito era diventato il secondo produttore americano di banda stagnata, ovvero lamiere sottili di acciaio rivestite di stagno, utilizzate principalmente per la produzione di barattoli di zuppa o verdure.3

Quando, nel 1918, l’azienda fu ufficialmente ribattezzata Weirton Steel Company, attorno all’acciaieria era già sorta un’intera città. La Weirton Improvement Company forniva ai lavoratori alloggi, servizi pubblici, una forza di polizia e protezione antincendio.4 Sebbene Weir fosse contrario ai sindacati, pagava i dipendenti più della media nazionale, e Weirton fu una delle prime acciaierie del Paese ad adottare il turno di otto ore. 5 Per decenni, Weir fece in modo che i cittadini della città che portava il suo nome godessero di livelli di reddito pro capite tra i più alti e della percentuale più elevata di proprietà immobiliare dello Stato.6 Weirton offriva ben più della semplice ricchezza materiale. La città dotò la comunità anche di una piscina, un campo da golf, uno stadio di football e una biblioteca pubblica. Ben presto, attorno a queste strutture pubbliche si sviluppò una vivace vita civica. Un operaio siderurgico di Weirton poteva recarsi a piedi al lavoro, allenare la squadra di baseball della Little League il sabato e andare in chiesa la domenica. Era il sogno americano.

Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, fu proprio la produzione industriale di città come Weirton a garantire la vittoria agli Alleati. Alcune settimane dopo l’attacco a Pearl Harbor, il War Production Board (WPB), appena istituito, chiese all’industria siderurgica di elaborare piani per aumentare la produzione e riorganizzarsi in vista della produzione militare. La Weirton Steel fu la prima acciaieria del Paese a rispondere all’appello. Nei quattro anni successivi, la produzione di Weirton non ebbe eguali.7

Durante la guerra, i suoi stabilimenti producevano settantamila proiettili per obici da otto pollici al mese. Inoltre, produceva tre miliardi di bossoli calibro 30 e 50. 8 Alla fine della guerra, Weirton aveva battuto sette record mondiali nella produzione di acciaio in forno a focolare aperto e aveva realizzato otto prodotti completamente nuovi. Tra questi figuravano acciaio legato con proprietà speciali per parti di aeromobili e canne di armi da fuoco, lamiere bonderizzate che potevano essere verniciate senza primer e banda stagnata elettrodepositata che garantiva un’eccellente resistenza alla corrosione. Guardando indietro alle prestazioni dello stabilimento, Lloyd Hargest, ex responsabile delle statistiche e dei rapporti per l’Army-Navy Production Award Board della Pittsburgh Ordnance, sosteneva che le prestazioni della Weirton Steel durante la guerra fossero «l’apice della lealtà e della devozione alla causa del proprio Paese in tempo di guerra». Riteneva che «solo la Weirton, tra tutti i grandi stabilimenti siderurgici degli Stati Uniti, potesse vantare un simile primato».

A testimonianza di questo risultato, nel marzo 1944, Weirton ottenne il premio “E” dell’Esercito e della Marina per l’eccellenza, assegnato solo a circa il 5% degli impianti di produzione bellica.9 Migliaia di lavoratori parteciparono alla cerimonia, nonostante la pioggia torrenziale. Bagnato fradicio, Larry Lafferty, presidente del Sindacato Indipendente di Weirton che in seguito avrebbe appoggiato Buchanan, dichiarò con orgoglio che:

Il nostro primato più caro è il fatto che non abbiamo mai perso un solo minuto di produzione sin da molto prima di Pearl Harbor. E questo è il nostro solenne impegno: noi siamo determinati a non perdere nemmeno un minuto di produzione da ora fino alla fine della guerra. Dichiaro che in queste fabbriche non ci saranno scioperi, rallentamenti o atti di sabotaggio ai danni del nostro amato Paese.10

Weirton mantenne la promessa. Durante la guerra si verificarono oltre 750 interruzioni del lavoro in altri stabilimenti siderurgici.11 A Weirton non si registrò alcuna interruzione. I lavoratori dell’acciaieria avevano tutte le ragioni per mantenere accesi i forni. Circa cinquemila dipendenti della Weirton Steel prestarono servizio nelle forze armate durante la Seconda guerra mondiale, e 120 di quegli uomini avrebbero ottenuto una stella d’oro nell’albo d’onore dell’azienda, a ricordo di coloro che non fecero mai ritorno a casa.12 Gli operai dell’acciaieria forgiavano proiettili e bossoli per i propri figli, fratelli e vicini.

Dopo la guerra, molti di quei veterani tornarono all’acciaieria e lavorarono nei turni di notte per mantenere le loro famiglie, mentre di giorno studiavano grazie alle borse di studio del GI Bill presso il nuovo College of Steubenville, l’odierna Franciscan University.13 Fede, famiglia e lavoro non erano cose separate per loro. Facevano parte di un unico stile di vita integrato, incentrato sulla produzione dell’acciaio. Al suo apice, negli anni ’50, Weirton produceva la metà dell’acciaio laminato al stagno di tutto il mondo.14 L’acciaieria sosteneva una città di quasi trentamila persone e dava lavoro a tredicimila uomini e donne.15

La caduta di Weirton

L’ascesa di Weirton non fu né un caso né un evento inevitabile. Fu il risultato di politiche e scelte specifiche compiute da personaggi specifici della storia americana. Lo stesso vale per la sua caduta, che fu altrettanto spettacolare.

Nel 1957 morì Ernest Weir. Due anni dopo, gli Stati Uniti divennero importatori netti di acciaio. Sempre più spesso, i governi stranieri cominciarono a sovvenzionare le proprie industrie siderurgiche e a riversare sul mercato statunitense prodotti a prezzi artificialmente bassi.16 Di conseguenza, le importazioni di acciaio aumentarono drasticamente negli anni ’60 e ’70. Washington non solo non riuscì a fermare questo attacco all’acciaio americano, ma sovvenzionò attivamente la sottoquotazione dell’acciaio americano. Attraverso il Piano Marshall, Washington investì milioni nella ricostruzione dell’industria siderurgica dell’Europa occidentale. 17 Abbiamo fatto la stessa cosa anche in Giappone, supervisionando una politica industriale che, già nel 1948, aveva posto il carbone e l’acciaio al primo posto tra le priorità nazionali.18

Nonostante le pressanti richieste dell’industria siderurgica, i leader americani si rifiutarono di applicare la stessa logica in patria, e i lavoratori di località come Weirton ne pagarono le conseguenze. Come scrisse Harry Caudill, storico della regione, in Night Comes to the Cumberlands:

Un aspetto curioso del favoloso programma di aiuti esteri degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale risiede nel fatto che le povere contee montane del Kentucky siano state gravate da tasse per ricostruire o industrializzare paesi stranieri, i cui cittadini, in pochi, vivono in condizioni di povertà pari a quelle della maggioranza degli abitanti dell’altopiano del Cumberland… dovremo finalmente affrontare con lucidità il fatto che nel nostro Paese esistono gli stessi bisogni e le stesse carenze che abbiamo cercato con tanta fatica di combattere all’estero e, comunque lo si voglia chiamare, un Piano Marshall per le nostre aree cronicamente e altrimenti incurabilmente depresse sembra essere l’unica soluzione.19

La fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 rappresentarono un punto di svolta per Weirton. Mentre il Partito Repubblicano celebrava l’alba della “Rivoluzione Reagan”, Weirton veniva devastata da una combinazione di fattori: l’aumento dei costi energetici derivante dalla crisi petrolifera del 1979 e la brutale recessione innescata dagli aumenti dei tassi di interesse decisi da Paul Volcker. Tra il 1978 e il 1982, l’acciaieria registrò un calo del fatturato netto di quasi 200 milioni di dollari, un aumento delle spese operative di 24 milioni di dollari e un’inversione di tendenza degli utili ante imposte, che passarono da un profitto di 16 milioni di dollari a una perdita di 104 milioni di dollari. 20 Il 2 marzo 1982, la National Steel annunciò che avrebbe ceduto la Weirton Steel.21

Quando non si presentò alcun acquirente aziendale, accadde qualcosa di straordinario. I lavoratori siderurgici di Weirton decisero di acquistare l’acciaieria da soli. Organizzarono sfilate, raccolte fondi e telethon.22 “Ce la possiamo fare” divenne il motto della città, e ce la fecero davvero. Nel settembre 1983, i lavoratori votarono con un rapporto di otto a uno a favore dell’acquisto della propria acciaieria per 194,2 milioni di dollari, diventando da un giorno all’altro la più grande azienda di proprietà dei dipendenti degli Stati Uniti.23

Ciò ha avuto un costo. I dipendenti hanno accettato una riduzione salariale del 20% per far sì che l’accordo andasse in porto. 24 Negli anni successivi, però, i lavoratori di Weirton dimostrarono di essere in grado di gestire lo stabilimento in modo redditizio. Nei primi nove mesi del 1984 registrarono utili pari a 48,3 milioni di dollari e un fatturato di 845,5 milioni di dollari, e dopo la transizione godettero di sedici trimestri consecutivi in attivo.25

Ma alla fine la realtà di un mercato truccato a sfavore dell’acciaio americano si fece sentire. Quando il presidente Clinton non riuscì ancora una volta a impedire che l’acciaio straniero a basso costo invadesse gli Stati Uniti durante la crisi valutaria asiatica del 1998, la Weirton fallì.26 Dopo aver perso più di 700 milioni di dollari in cinque anni, l’azienda dichiarò fallimento nel 2003. 27 Nei vent’anni successivi, lo stabilimento fu venduto a pezzi e smantellato come una vecchia automobile, fino a quando non si limitò più che altro a produrre banda stagnata proveniente da altre acciaierie. Ma anche questo fu sottratto ai patrioti di Weirton.

Nel febbraio 2024, la Commissione per il Commercio Internazionale ha bloccato i dazi antidumping sull’acciaio stagnato proveniente da Canada, Cina, Germania e Corea del Sud.28 Il presidente Biden non ha fatto nulla. Poco dopo, Cleveland-Cliffs ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento di Weirton e il licenziamento dei restanti novecento lavoratori. In un batter d’occhio, 115 anni di produzione siderurgica ininterrotta negli Stati Uniti sono giunti al termine.

La deterrenza industriale e il complesso militare-industriale

La stessa storia si è ripetuta in innumerevoli altre città siderurgiche del cuore degli Stati Uniti. La loro vicenda non è solo una tragedia economica, ma un disastro strategico di prim’ordine. Per capirne il motivo, dobbiamo riprendere il concetto di deterrenza industriale.

Come hanno sostenuto Elbridge Colby, sottosegretario alla Guerra per le politiche, e altri esperti di sicurezza nazionale, il successo della deterrenza dipende dal mantenimento di una minaccia credibile nei confronti di un aggressore e da un costo inaccettabile per un’aggressione contro gli Stati Uniti.29 Tuttavia, i dibattiti odierni sulla deterrenza hanno assunto un carattere quasi esclusivamente militare. Si concentrano su navi, missili, dispiegamento delle forze e bilanci della difesa, ma ignorano in gran parte la base industriale che sostiene le nostre forze armate.

La deterrenza industriale parte da una premessa diversa. Gli avversari degli Stati Uniti non si limitano a valutare le armi che siamo in grado di schierare oggi, ma anche la capacità produttiva, le catene di approvvigionamento, le risorse strategiche e la forza lavoro qualificata che saremo in grado di mobilitare domani. Una nazione che non è in grado di sostituire le perdite, espandere la produzione o sostenere un conflitto prolungato è, in primo luogo, meno capace di esercitare un effetto deterrente.

Oggi, i responsabili politici di entrambi gli schieramenti politici hanno dimostrato di non essere in grado di comprendere il concetto di deterrenza industriale. Si rifanno invece a una concezione ristretta della sicurezza nazionale, incentrata sulle installazioni militari e sugli stanziamenti per la difesa. Ma non è sempre stato così.

Quando l’America raggiunse lo status di potenza mondiale alla fine del XIX secolo, la tutela dell’industria siderurgica era al centro dell’agenda nazionale. Infatti, la fondazione di Weirton sarebbe stata impossibile senza la tariffa McKinley del 1890, che più che raddoppiò il dazio sulla latta (dal 30% al 70%) con l’obiettivo esplicito di costruire un’industria nazionale. 30 Il programma del Partito Repubblicano del 1896 difese questo approccio, dichiarando: «Rinnoviamo e ribadiamo la nostra fedeltà alla politica protezionistica, baluardo dell’indipendenza industriale americana e fondamento dello sviluppo e della prosperità degli Stati Uniti».31

Per gran parte del XX secolo, i leader americani hanno continuato a credere in questa politica. Erano consapevoli che le acciaierie come quella di Weirton fossero importanti per la sicurezza nazionale e il successo a lungo termine degli Stati Uniti tanto quanto qualsiasi base militare. Di conseguenza, le hanno protette e trattate come risorse fondamentali per la sicurezza nazionale.

La Seconda guerra mondiale confermò la validità di questa strategia e l’importanza militare di mantenere solide catene di approvvigionamento interne. Aziende come la Singer Corporation riorientarono le linee di produzione dalla fabbricazione di macchine da cucire alla produzione in serie di pistole, strumenti per l’aviazione e telemetri.32 Ancora più famoso è il caso della Ford, che passò dalla produzione di automobili alla produzione di un bombardiere B-24 Liberator all’ora. La Rock-Ola Manufacturing, che prima della guerra produceva jukebox, sfruttò la propria esperienza nella meccanica complessa a molla per produrre in serie 230.000 carabine M1.33

Esistono innumerevoli altre storie di aziende manifatturiere americane che contribuirono allo sforzo bellico in questo modo. Weirton fu il primo stabilimento del Paese a rispondere all’appello lanciato dal War Production Board, ma non fu l’unico. Poiché l’America aveva investito nel mantenimento di una forte industria nazionale già prima dell’inizio della guerra, il nostro settore industriale fu in grado di riorganizzare rapidamente le linee di produzione per ottenere, alla fine, la vittoria.

Questa è l’essenza della deterrenza industriale, che la nostra nazione ha applicato anche per evitare un conflitto diretto con l’Unione Sovietica. L’NSC-68, il documento del Consiglio di Sicurezza Nazionale del 1950 che definiva la nostra strategia di deterrenza durante la Guerra Fredda, chiariva che il mantenimento di una “base di mobilitazione” efficiente era fondamentale per prevalere sui sovietici. 34 Quello stesso anno, il Congresso approvò il Defense Production Act (DPA), che trasformò ufficialmente ogni fabbrica americana in una risorsa militare latente. Nel frattempo, il governo stava accumulando scorte per miliardi di dollari di materie prime fondamentali quali cobalto, titanio e stagno, in modo che l’America non dovesse fare affidamento su catene di approvvigionamento estere. 35 Infatti, la Riserva Nazionale di Attrezzature Industriali conservava oltre 130.000 macchine utensili pesanti nel caso in cui fosse stato necessario impiegarle nelle fabbriche in caso di crisi.36

Questi investimenti mirati nella capacità industriale non erano considerati uno spreco, ma una scelta strategica. Alla base di questa convinzione c’era l’idea che l’eccesso di produzione non fosse un problema da evitare. Al contrario, poteva fungere da deterrente per i nostri nemici nel presente ed essere sfruttato a fini economici nel futuro. Come dichiarò il presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1940:

I nostri sforzi in materia di difesa non devono essere ostacolati da coloro che temono le future conseguenze di un eccesso di capacità produttiva. Le possibili conseguenze di un fallimento dei nostri sforzi di difesa in questo momento sono ben più temibili. E una volta superate le attuali esigenze di difesa, una gestione adeguata delle necessità del Paese in tempo di pace richiederà tutta la nuova capacità produttiva, se non addirittura di più. Nessuna politica pessimistica sul futuro dell’America deve ritardare l’immediata espansione di quelle industrie essenziali per la difesa. Ne abbiamo bisogno.37

Il nemico di questo approccio era il consenso neoliberista emerso durante la seconda metà della Guerra Fredda. Esistono molti modi per definire questo consenso, ma uno dei suoi presupposti fondamentali era che la base industriale commerciale e la produzione militare fossero due ambiti distinti. Da tale premessa derivarono due sviluppi principali. In primo luogo, poiché la base manifatturiera americana era ritenuta non essenziale per la sicurezza nazionale, poteva essere distribuita attraverso una rete di alleati anticomunisti legati a noi da rapporti commerciali. In secondo luogo, avendo così ceduto la nostra base industriale, il Pentagono dovette adottare un nuovo approccio alla produzione militare.

Nel suo discorso di addio del 1961, il presidente Eisenhower definì questo nuovo approccio il “complesso militare-industriale”, contrapponendolo direttamente alla tradizionale idea americana di un paese in cui “chi forgiava i vomeri potesse, col tempo e se necessario, forgiare anche le spade”. 38 Oggi, molte persone continuano a ricorrere a questo termine per descrivere le vaste dimensioni e la portata della produzione militare americana, ma hanno dimenticato che ciò che abbiamo ora è in realtà molto più limitato rispetto al sistema di deterrenza industriale che lo ha preceduto.

Non solo è più ristretto, ma anche, come aveva previsto Eisenhower, più incline al consolidamento del potere. Questo perché l’assenza di una base industriale significa che il Pentagono è, per la maggior parte dei produttori del settore della difesa, l’unico cliente in città. Come ha sostenuto Shyam Sankar di Palantir in Mobilize, ciò rende il complesso militare-industriale un “monopsio”, ovvero un mercato con un unico acquirente. 39 Qualsiasi azienda con un solo cliente non è un’impresa, ma un venditore o un fornitore. Separate dalla più ampia base industriale commerciale, queste aziende diventano meno dinamiche, meno attraenti per i migliori talenti e meno innovative.

Il risultato prevedibile di questo sistema è la nostra realtà attuale. Laddove un tempo avevamo un’industria nazionale solida, in grado, grazie alla sua capacità a duplice uso, di fornire alle forze armate tutto ciò di cui avevano bisogno e anche di più, oggi abbiamo un gruppo di alleati deboli e inaffidabili e cinque appaltatori principali gonfiati. Questo sistema è in grado di produrre alcuni prodotti eccellenti, ma fatica a implementarli su larga scala o a raggiungere anche obiettivi di approvvigionamento modesti. Mentre entriamo in un nuovo periodo di competizione tra grandi potenze, i responsabili politici a Washington dovrebbero chiedersi quale di questi modelli garantisca l’effetto deterrente maggiore.

La fragile offerta di acciaio negli Stati Uniti

In nessun altro settore la risposta è più evidente che nell’industria siderurgica stessa. Per capirne il motivo, dobbiamo analizzare come si è evoluta la produzione siderurgica americana negli ultimi cinquant’anni.

Il cambiamento più significativo riguarda il tipo di acciaierie che dominano la produzione siderurgica americana. Negli anni ’70, gli Stati Uniti producevano oltre l’80% del proprio acciaio in acciaierie integrate, con più di 125 altiforni in funzione in tutto il paese.40 Tuttavia, da quando la Bethlehem Steel completò la costruzione di Burns Harbor nel 1969, gli Stati Uniti non hanno più costruito una sola nuova acciaieria integrata e oggi sono in funzione solo una dozzina di altiforni. 41 Per la maggior parte, sono state sostituite da acciaierie con forni ad arco elettrico (EAF), che oggi producono la stragrande maggioranza dell’acciaio americano.42

La maggior parte dei responsabili politici ha sottovalutato l’importanza di questo cambiamento perché non comprende come funzionano gli impianti integrati né cosa li distingua dai forni elettrici ad arco (EAF). Si tratta di un lusso che non possiamo più permetterci. La differenza tra questi due tipi di impianti è la differenza tra una base industriale in grado di difendere questa nazione e una che non lo è.

Un impianto siderurgico integrato utilizza carbone metallurgico (met), minerale di ferro e calcare per produrre acciaio grezzo partendo da zero. Molti paesi nel mondo non sono in grado di produrre acciaio partendo da zero senza ricorrere a importazioni ingenti, poiché il carbone metallurgico di alta qualità è presente solo in poche località del pianeta. Gli Stati Uniti rappresentano un’eccezione.43 Il nostro Paese possiede uno dei migliori giacimenti di carbone metallurgico al mondo, concentrato nei filoni di Pocahontas, nel sud del West Virginia.44

Questi bacini carboniferi furono rilevati alla fine del XIX secolo dall’ex cartografo di Stonewall Jackson, Jedediah Hotchkiss, e da allora sono stati ampiamente considerati come i produttori del miglior carbone metallurgico al mondo.45 È proprio per questo motivo che l’industria siderurgica americana si è storicamente concentrata in quella che oggi è conosciuta come la “Rust Belt”. La Pennsylvania occidentale e l’Ohio godevano di un facile accesso al carbone metallurgico del West Virginia, che ancora oggi fornisce circa il 70 per cento di tutto il carbone metallurgico utilizzato nella produzione siderurgica americana.

Poiché parte da queste materie prime e produce l’acciaio partendo da zero, un laminatoio integrato è in grado di produrre acciaio di altissima qualità, praticamente privo di impurità. Ciò rende i laminatoi integrati particolarmente adatti a soddisfare le esigenze delle applicazioni militari più esigenti, che richiedono un controllo preciso della composizione chimica.46

Gli EAF funzionano in modo diverso. Questi impianti partono dai rottami di acciaio provenienti da vecchie automobili ed edifici demoliti e li fondono per produrre acciaio nuovo. Uno dei motivi principali della loro diffusione negli ultimi cinquant’anni è che richiedono un ingombro fisico molto inferiore rispetto agli impianti integrati, sono più economici da costruire e possono essere realizzati praticamente ovunque. Inoltre, gli impianti EAF possono adeguarsi alle condizioni di mercato riducendo o aumentando la produzione, mentre gli altiforni degli impianti integrati devono funzionare 24 ore su 24, 7 giorni su 7, pena il rischio di danni catastrofici.

Gli EAF presentano tuttavia alcuni limiti. La maggior parte dei rottami da cui attingono è contaminata da rame, stagno e altre impurità che limitano la qualità dell’acciaio.47 Per molte applicazioni commerciali ciò non fa differenza, ma per le applicazioni militari di altissimo livello è certamente determinante. Alcuni forni elettrici ad arco (EAF) sono in grado di superare questa limitazione. Grazie all’impiego di tecnologie all’avanguardia e alla miscelazione dei rottami con ferro ridotto direttamente (DRI), gli EAF possono riprodurre quasi integralmente i gradi di acciaio di altissima qualità prodotti in un laminatoio integrato.48

Si tratta di un risultato tecnologico straordinario e occorre approfondire ulteriormente la possibilità di utilizzare i forni elettrici ad arco (EAF) per la produzione di ulteriori prodotti militari. Tuttavia, dal punto di vista della deterrenza industriale, il problema più profondo legato agli EAF è rappresentato dai rottami con cui funzionano.

Mentre gli Appalachi dispongono ancora di risorse di carbone metallurgico che potrebbero durare per secoli,49 i rottami sono un prodotto riciclato la cui disponibilità è fondamentalmente limitata dalla quantità di acciaio presente nella nostra economia. 50 Questa disponibilità è nota come «base di acciaio in uso» e quella degli Stati Uniti si attesta a circa quattro miliardi di tonnellate.51 A peggiorare le cose, l’offerta di rottami è anche anelastica. A differenza del carbone metallurgico, che possiamo estrarre in quantità maggiori su richiesta, ogni anno diventano disponibili come rottami solo circa da sessanta a ottanta milioni di tonnellate di acciaio (meno del 2% della base complessiva di acciaio in uso).52 Senza demolire edifici o sequestrare automobili, non c’è modo facile di modificare questo limite di offerta.

Ecco perché gli impianti EAF, pur essendo commercialmente più redditizi rispetto agli impianti integrati, rappresentano un deterrente industriale molto più debole. Da un punto di vista economico, gli impianti integrati vengono liquidati come reliquie di un’epoca passata, a nostro discapito. Dal punto di vista della sicurezza nazionale, invece, rimangono di inestimabile valore per la capacità degli Stati Uniti di produrre più acciaio senza doverlo importare. Per questo motivo, il crollo dei nostri impianti integrati non può essere ignorato.

Capacità di finitura

Il crollo della produzione siderurgica integrata rappresenta però solo la prima parte della storia. Una volta prodotto l’acciaio grezzo, questo deve ancora essere trasformato in prodotti militari attraverso un processo specializzato noto come finitura. Tradizionalmente, la finitura era concentrata nelle stesse regioni in cui sorgevano gli impianti siderurgici integrati americani e si avvaleva della stessa manodopera altamente qualificata che si era formata nel corso di generazioni. Con la chiusura di tali impianti, tuttavia, anche la capacità di finitura degli Stati Uniti è diminuita. E oggi, in una categoria critica dopo l’altra, si riscontrano gravi vulnerabilità nella catena di approvvigionamento.

Si consideri l’acciaio navale. Oggi la Marina non è in grado di raggiungere il proprio obiettivo di costruire ogni anno due sottomarini della classe Virginia e uno della classe Columbia. Uno dei motivi principali per cui facciamo fatica a raggiungere anche questi obiettivi modesti è che dipendiamo da singoli punti di fallimento lungo tutta la catena di approvvigionamento finale. 53 Ad esempio, fino al 2018, un unico stabilimento siderurgico a Coatesville, in Pennsylvania, forniva fino al 95 per cento di tutte le piastre corazzate utilizzate nelle navi e nei sottomarini americani.54 Di conseguenza, qualsiasi guasto alle attrezzature o interruzione del lavoro in quell’unico stabilimento mette a rischio l’intero approvvigionamento dei sottomarini americani.

Questo dovrebbe ricordarci quanto siano fondamentali i lavoratori siderurgici americani per la nostra sicurezza nazionale. Il nostro Paese può stanziare capitali per costruire nuove acciaierie, ma formare una forza lavoro in grado di gestirle richiede generazioni e si basa su conoscenze tramandate di generazione in generazione, conquistate a fatica e facilmente perdibili. Ciò è particolarmente preoccupante in questo caso perché i sottomarini sono senza dubbio la risorsa strategica più cruciale nell’arsenale americano in termini di deterrenza. Trasportano circa il 70 per cento delle testate nucleari strategiche e dispiegate degli Stati Uniti, e la loro capacità di operare senza essere individuati rappresenta la polizza assicurativa definitiva in qualsiasi conflitto tra grandi potenze.55

Anche la nostra produzione di munizioni racconta una storia simile. Il proiettile di artiglieria da 155 millimetri è tra le munizioni più importanti sul campo di battaglia moderno, e ciascuno di essi nasce da una barra d’acciaio da duemila libbre. 56 A partire dal 2022, tuttavia, solo due stabilimenti in Pennsylvania, lo Scranton Army Ammunition Plant e il suo impianto gemello a Wilkes-Barre, erano in grado di forgiare quell’acciaio per ricavarne il corpo finito di un proiettile.57

La guerra in Ucraina ha messo in luce questo collo di bottiglia. All’inizio del conflitto, gli Stati Uniti producevano circa quattordicimila proiettili da 155 millimetri al mese. Nella primavera del 2023, tuttavia, l’Ucraina ne consumava dai seimila agli ottomila al giorno, il che significa che la nostra intera produzione annuale era sufficiente a coprire circa tre settimane di guerra. 58 L’allora senatore JD Vance osservò questo squilibrio tra la nostra politica estera interventista e la nostra base industriale in declino. Sosteneva che, nonostante un drastico aumento della produzione, saremmo comunque riusciti a produrre solo 360.000 proiettili all’anno, meno di un decimo di quanto l’Ucraina dichiarava di aver bisogno.59 Gli esperti si rifiutarono di ascoltare. Molti a Washington hanno ignorato questo avvertimento e hanno comunque sostenuto l’aumento del nostro sostegno all’Ucraina. Di conseguenza, l’America si è ritrovata ancora una volta a fare i conti con risorse insufficienti.

Lo stesso problema si riscontra in tutte le nostre catene di approvvigionamento militari. Viviamo dell’eredità industriale del XX secolo. Il carro armato M1 Abrams ne è un esempio emblematico. Non ne costruiamo uno nuovo da zero da quasi quarant’anni.60 Al contrario, conserviamo in un magazzino i vecchi carri armati dell’epoca della Guerra Fredda, smontandoli e ricostruendoli fino a riportarli a condizioni “come nuovi”.

Ma non sono solo i sottomarini, i proiettili di artiglieria e i carri armati a destare preoccupazione. La deterrenza industriale ci impone di considerare anche le vulnerabilità non convenzionali. La nostra rete elettrica ne è l’esempio più lampante. La rete moderna richiede trasformatori di grandi dimensioni costruiti attorno a nuclei di acciaio elettrico a grani orientati (GOES) specializzato. 61 Nonostante la sua importanza, l’acciaio GOES americano dipende da una fragile catena di approvvigionamento priva di ridondanza. Lo stabilimento Butler Works di Cleveland-Cliffs in Pennsylvania è l’unico impianto del Paese in grado di fondere e laminare l’acciaio grezzo necessario per il GOES, mentre lo stabilimento Zanesville Works in Ohio fornisce la laminazione a freddo di precisione e i trattamenti termici necessari per la finitura.62

Di conseguenza, la rete elettrica americana, in rapida espansione, dipende dai trasformatori provenienti dal Messico, dalla Corea del Sud e dalla Cina per garantire l’illuminazione.63 Si tratta di un grave problema per la deterrenza industriale, poiché in qualsiasi conflitto di grande portata un avversario potente come la Cina cercherà quasi certamente di mettere fuori uso la rete elettrica americana. Senza un aumento significativo della produzione interna di trasformatori, la nostra capacità di ricostruire dipenderà sempre più proprio dal Paese che ci sta attaccando.

In parte a causa di questa vulnerabilità, nel 2024 la Cleveland-Cliffs annunciò l’intenzione di riaprire lo stabilimento di Weirton come fabbrica di trasformatori.64 Il sito era la scelta ideale. Facilmente raggiungibile sia da Butler che da Zanesville, Weirton disponeva delle infrastrutture e della forza lavoro altamente qualificata necessarie per trasformare quel GOES in trasformatori, riducendo così notevolmente la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni dall’estero. Purtroppo, però, nel corso di una serie di tagli ai costi del maggio 2025, Cleveland-Cliffs si è ritirata dall’accordo, adducendo come motivazione una perdita trimestrale di 483 milioni di dollari e la volontà di concentrare l’azienda sul proprio punto di forza principale: la fornitura di acciaio all’industria automobilistica.65

Il modo in cui è fallito questo accordo, che avrebbe dato a Weirton una seconda possibilità, rappresenta in miniatura l’intero problema. Ancora una volta, emerge un divario tra ciò che è commercialmente sostenibile per le acciaierie e ciò che è strategicamente vitale per la deterrenza americana. È proprio a questo divario che si riferiva l’allora senatore Marco Rubio nel 2019 quando affermò che «il mercato raggiungerà sempre il risultato economico più efficiente, ma a volte il risultato più efficiente è in contrasto con il bene comune e l’interesse nazionale».66 Ed è proprio in questo divario che deve intervenire la politica industriale.

La buona notizia è che i repubblicani stanno cominciando a farlo. Sulla scia del fallimento dell’accordo a Weirton, ho guidato un gruppo di politici, tra cui il senatore Bernie Moreno e il deputato Rick Crawford, presidente della Commissione permanente per l’intelligence della Camera dei Rappresentanti, nell’esortare il presidente Trump a invocare la Legge sulla produzione per la difesa per affrontare queste vulnerabilità critiche nel nostro settore dei trasformatori. Lo scorso aprile, il presidente ha fatto proprio questo e ha dichiarato che «l’infrastruttura della rete elettrica e le relative catene di approvvigionamento a monte, compresi i trasformatori» e «l’acciaio per nuclei elettrici» sono «beni tecnologici critici essenziali per la difesa nazionale».67

Questa politica nel settore dei trasformatori dovrebbe essere un modello per altri comparti della nostra fragile industria siderurgica. Ciò significa, ovviamente, investimenti per forni e linee di finitura, ma anche risorse destinate espressamente alla formazione e al sostegno della manodopera qualificata che li gestisce. E abbiamo bisogno di queste politiche adesso. Infatti, mentre abbiamo trascorso cinque decenni lasciando che i nostri stabilimenti integrati si arrugginissero e la nostra capacità di finitura si ridurrà, il nostro principale avversario geopolitico ha fatto esattamente l’opposto.

Il Drago d’Acciaio

In effetti, la fragilità della filiera siderurgica statunitense e la necessità di affrontare con urgenza le sue vulnerabilità diventano ancora più evidenti se si esamina l’industria siderurgica cinese.

Oggi la Cina sta mettendo in atto una versione di quella strategia di deterrenza industriale che noi abbiamo abbandonato. Il piano “Made in China 2025” lo rende chiarissimo, affermando esplicitamente che “costruire un’industria manifatturiera competitiva a livello internazionale è l’unico modo in cui la Cina può rafforzare la propria potenza nazionale complessiva, garantire la sicurezza nazionale e affermarsi come potenza mondiale”. 68 Inoltre, il piano prevede una «fusione tra settore militare e civile» e suggerisce politiche quali la promozione del «trasferimento e della conversione bidirezionali delle tecnologie militari e civili».

L’obiettivo finale, entro il 2049, centenario dell’ascesa al potere del Partito Comunista Cinese, è quello di diventare leader mondiale nel campo della tecnologia e dei sistemi industriali. La Cina è sulla buona strada. Attualmente rappresenta circa il 30% della produzione manifatturiera globale e si prevede che tale quota si avvicini al 50% entro il 2050. 69 Per contestualizzare il dato, si tratta di una quota paragonabile a quella detenuta dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’40, quando la maggior parte delle economie industriali del mondo giaceva in rovina.70

Ancora più rilevante ai fini del presente saggio, tuttavia, è il fatto che l’industria siderurgica cinese abbia già raggiunto questo livello di predominio. Oggi la Cina produce più della metà dell’acciaio mondiale e ne produce in un mese circa quanto gli Stati Uniti ne producono in un anno.71 Non è sempre stato così. Nel 1977, la Cina non disponeva praticamente di alcun altoforno moderno e la sua capacità di lavorazione era talmente scarsa da dover fare affidamento sulle importazioni per quasi tutti i prodotti siderurgici complessi.

Nello stesso periodo, Pechino iniziò a investire ingenti somme di denaro nella costruzione di nuovi altiforni e stabilimenti siderurgici integrati.72 Spesso, la Cina costruiva questi stabilimenti utilizzando le strutture di quelli americani in disuso, acquistandoli, smantellandoli per ricavarne i componenti e spedendo le attrezzature in patria. Il vecchio stabilimento della Kaiser Steel a Fontana, in California, il più grande complesso siderurgico integrato della costa occidentale, ne è un esempio lampante. Le sue attrezzature per la produzione dell’acciaio furono acquistate nel 1993 dal gruppo statale cinese Shougang, trasportate in Cina e riassemblate per creare uno degli stabilimenti più avanzati del Paese.73

Nei decenni successivi, la Cina ha costruito una vasta rete di nuovi impianti siderurgici integrati. Oggi i suoi altiforni sono estremamente grandi, nuovi e i più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico. La Cina da sola produce circa il 60 per cento del carbone metallurgico mondiale, eppure il fabbisogno della sua industria siderurgica è talmente vasto che Pechino è anche il maggiore importatore mondiale di carbone metallurgico, importandone in quantità ingenti da paesi come la Mongolia, l’Australia e la Russia.74 La sua capacità di lavorazione finale non ha rivali ed è in grado di produrre ed esportare prodotti siderurgici per ogni settore, dall’industria aerospaziale e delle portaerei all’acciaio elettrico.

In breve, cinquant’anni fa l’intera Cina era in grado di produrre più o meno la stessa quantità di acciaio di una manciata di grandi acciaierie statunitensi. Oggi Pechino dispone di una catena di approvvigionamento integrata verticalmente, in grado di superare la produzione complessiva di tutti gli altri paesi del pianeta messi insieme. Questa asimmetria industriale tra i nostri due paesi è diventata una vulnerabilità strategica per l’America, che Pechino sta sfruttando.

Per citare solo un esempio, il predominio della Cina nel settore siderurgico le consente di sostenere una capacità cantieristica che, come ha spiegato in dettaglio il senatore Todd Young su queste pagine questa primavera, è oltre duecento volte superiore alla nostra.75 Per questo motivo, la marina cinese supera ora la nostra in termini di numero di navi, sebbene non ancora in termini di dislocamento. La Cina è in grado di costruire — e, in caso di guerra, sostituire — navi da guerra a un ritmo che nessun sforzo americano è attualmente in grado di eguagliare. Questo vantaggio industriale è alla base della strategia anti-accesso di Pechino nel Pacifico occidentale e sta già minando la nostra capacità di scoraggiare un potenziale conflitto futuro con la Cina.

Inversione di rotta

La buona notizia è che non è troppo tardi per invertire la rotta. Farlo non significa che dobbiamo accettare l’agenda del Partito Comunista Cinese. Come sottolineò l’allora senatore Rubio nel 2019, «la nostra economia di mercato e la nostra società libera funzionano con un’efficienza e un’apertura impossibili nel regime di comando e controllo cinese». 76 Ciò richiede però di abbandonare il consenso neoliberista che ha permesso l’ascesa industriale della Cina a spese degli Stati Uniti e di tornare all’approccio di deterrenza industriale che ha reso l’America la nazione più forte e prospera del mondo.

Per farlo, dobbiamo ripensare molti dei nostri problemi più urgenti in materia di sicurezza nazionale come sfide relative alla capacità industriale piuttosto che come sfide legate agli appalti militari. Dobbiamo attuare politiche che allineino gli incentivi commerciali ai nostri interessi strategici, affinché per le imprese private torni ad essere redditizio sviluppare e mantenere la capacità da cui dipende la nostra deterrenza. E, in ultima analisi, dobbiamo reintegrare la nostra infrastruttura di sicurezza nazionale con una base industriale commerciale forte e indipendente.

Non sarà facile. La logica di massimizzazione dei profitti di Wall Street si oppone anche a dazi modesti volti a proteggere l’industria americana e si opporrà con ancora maggiore forza ai dazi molto più elevati e agli investimenti federali diretti necessari per ricostruire quelle che un tempo erano grandi acciaierie come quella di Weirton. Ma farlo è necessario, non solo per la nostra sicurezza nazionale, ma anche per la nostra identità di Paese indipendente, autosufficiente e capace di reggersi sulle proprie gambe.

Il primo passo è garantire un accesso economico e affidabile al carbone metallurgico. Per quasi due decenni, i Democratici a Washington hanno condotto una campagna normativa e finanziaria volta a distruggere spietatamente l’industria del carbone. L’intero programma si è rivelato disastroso, ma la misura in cui l’ideologia ha portato gli attivisti per il clima a ignorare la posta in gioco strategica dell’industria carbonifera americana è dimostrata al meglio dal loro rifiuto di distinguere tra il carbone termico di cui abbiamo bisogno per le centrali elettriche e il più raro carbone metallurgico, essenziale per la produzione dell’acciaio.

Lo scorso aprile il presidente Trump ha posto fine a quell’era classificando il carbone metallurgico come minerale strategico, aprendo così la strada a procedure di autorizzazione accelerate, finanziamenti federali e accordi di acquisto a lungo termine simili a quelli che il governo già stipula per l’energia prodotta da centrali a carbone a servizio delle installazioni militari.77 Ora questi strumenti devono essere utilizzati su larga scala.

Dalla miniera, il lavoro prosegue verso l’acciaieria. Negli ultimi cinquant’anni sono stati chiusi più di cento altiforni e la nostra produzione di acciaio vergine è crollata di quasi l’ottanta per cento.78 Al loro posto si sono moltiplicati i forni elettrici ad arco (EAF), ma questi rappresentano un complemento alla capacità integrata piuttosto che un suo sostituto. Per invertire la tendenza, dobbiamo partire dai dazi. Il declino dell’industria siderurgica è stato determinato innanzitutto dall’incapacità di Washington di proteggere l’industria siderurgica americana dalle aziende straniere sostenute dallo Stato, e nuovi investimenti di rilievo rimarranno improbabili finché non avremo istituito un regime tariffario sufficientemente forte da consentire alle acciaierie americane di competere a parità di condizioni.

Oltre ai dazi, dobbiamo anche fornire investimenti federali diretti all’industria siderurgica. Un simile sforzo sarebbe notevolmente agevolato da una nuova banca industriale dedicata esclusivamente a progetti nazionali e sostenuta dal ricorso al Defense Production Act per snellire le valutazioni NEPA e ridurre al minimo i ritardi nell’ottenimento delle autorizzazioni. Un buon modello per tale istituzione potrebbe essere la U.S. International Development Finance Corporation (DFC). Istituita dal presidente Trump nel 2018 e ora presieduta dal segretario di Stato Rubio, la DFC impiega capitali americani per contrastare l’influenza cinese nei paesi in via di sviluppo. In meno di dieci anni, ha speso oltre 40 miliardi di dollari in progetti in tutto il mondo, tra cui 553 milioni di dollari per una ferrovia e un porto minerario in Angola e 125 milioni di dollari per il risanamento dei cantieri navali di Elefsis in Grecia. 79 Se il governo eguagliasse questo livello di investimenti per sostenere l’industria siderurgica nazionale e utilizzasse tali fondi per finanziare lo sviluppo, fornire garanzie sui prestiti e diventare azionista di minoranza in nuovi progetti siderurgici proprio qui nel nostro Paese, potremmo aumentare drasticamente il numero di acciaierie integrate in America in meno di un decennio.

Infine, questo acciaio deve ancora essere trasformato in prodotti militari. In questo caso, la soluzione consiste nel ripristinare il rapporto tra le nostre forze armate e la nostra base industriale commerciale. Oggi il Pentagono ha la cattiva abitudine di comportarsi da pessimo cliente, acquistando solo il minimo indispensabile alle condizioni più restrittive possibili. Nel frattempo, l’industria americana è arrivata a considerare la fornitura ai militari più una distrazione che un dovere. Questa rottura è stata particolarmente dannosa per l’industria siderurgica, dove alcuni fornitori hanno chiuso le attività di lavorazione finale, fondamentali per i prodotti militari specializzati.

Fortunatamente, una risposta sta già emergendo. L’aumento dei finanziamenti destinati all’Ufficio per il Capitale Strategico del Pentagono e al suo programma di Analisi e Sostenibilità della Base Industriale è un buon segno. Lo stesso vale per il flusso di capitali patriottici che ha portato al successo di aziende come Palantir e Anduril. Finora, tuttavia, si sta prestando troppa attenzione alle tecnologie all’avanguardia e di frontiera, mentre i settori più tradizionali vengono in gran parte trascurati. La produzione dell’acciaio sarà anche meno affascinante, ma è altrettanto vitale dal punto di vista strategico. Poiché è stata trascurata per così tanto tempo, anche investimenti modesti nei colli di bottiglia critici potrebbero fare una differenza enorme. I giovani imprenditori che sperano di costruire la prossima grande azienda americana nel settore della difesa dovrebbero guardare con attenzione alle fragili linee di finitura da cui dipende gran parte delle nostre forze armate, e Washington dovrebbe sostenerli finanziariamente quando lo fanno.

Weir è ancora in piedi

Ciascuna di queste misure contribuirebbe in modo significativo al rilancio dell’industria siderurgica americana, ma potrà esercitare appieno il proprio effetto deterrente solo se attuata in combinazione con le altre. Come ogni catena, anche quella dell’industria siderurgica americana è forte solo quanto il suo anello più debole. Le miniere, gli stabilimenti di lavorazione e gli impianti di finitura devono operare tutti insieme, altrimenti non funzioneranno affatto.

Queste politiche devono essere perseguite sin da ora. Il dominio della Cina su oltre la metà della produzione mondiale di acciaio ha già minato la deterrenza americana nel Mar Cinese Meridionale. Senza un intervento urgente, quella stessa debolezza si estenderà a tutte le regioni in cui gli interessi americani dipendono dall’acciaio americano, rendendo sempre più probabile un conflitto catastrofico con la Cina.

C’è anche un secondo orologio che ticchetta. Sebbene la Cina ci abbia superato in quasi tutti gli indicatori relativi alla produzione siderurgica, ciò che non riesce ancora a replicare è la forza lavoro industriale americana, libera e creativa. Questo è il nostro più grande vantaggio rispetto ai nostri avversari geopolitici, ma invecchia di anno in anno. I nostri operai specializzati, saldatori e metallurgisti stanno invecchiando, e se non ripristiniamo gli stabilimenti in cui lavorano, non saranno in grado di trasmettere le loro conoscenze alla generazione successiva.

Il capitale umano è importante tanto quanto quello finanziario, e una forza lavoro industriale d’élite costituisce di per sé un deterrente per i nostri nemici. Come ha spiegato il Segretario al Tesoro Scott Bessent nel suo intervento al Reagan National Economic Forum, i saldatori e gli operatori meccanici americani rappresentano «una riserva di competenze pratiche» che può aiutare il nostro Paese ad «adattarsi rapidamente» in tempi di conflitto.80

In città come Weirton, quel bacino esiste ancora. Lì non si produce più acciaio dal 2024, ma vi vivono circa diciottomila persone, tra cui centinaia dei migliori operai siderurgici del Paese. Si tratta di uomini dotati delle conoscenze tecniche e delle competenze metallurgiche necessarie non solo per produrre acciaio, ma anche per innovare e inventare nuovi prodotti direttamente in fabbrica. Molti di loro sono figli e nipoti dei veterani che hanno combattuto nella Seconda guerra mondiale e di uomini come Larry Lafferty, presidente del Sindacato Indipendente di Weirton, che promise con grande coraggio che l’acciaieria non avrebbe smesso di produrre acciaio finché l’America non avesse ottenuto la vittoria.

Questi uomini credono ancora in quella promessa. Se visitate la sede del loro sindacato, vi regaleranno una maglietta con la scritta “Weir Steel Standing”. Loro comprendono, in un modo che i nostri stessi leader militari e i magnati dell’industria hanno dimenticato, l’importanza di Weirton per la sicurezza americana. Infatti, è proprio quel senso del dovere e quel patriottismo il motivo per cui molti di loro restano e continuano a sperare che qualcuno nel governo o nell’industria sia disposto a effettuare gli investimenti necessari per riavviare l’acciaieria che ha contribuito a rendere l’America una superpotenza globale.

Nel 2000, Buchanan si chiese: «Che fine ha fatto il nostro Paese, se voltiamo le spalle a persone come queste?»

La risposta è il declino americano. La nostra base industriale è crollata e, con essa, la nostra identità di società produttrice di beni concreti. In sua assenza, siamo diventati sempre più atomizzati, divisi e incerti riguardo al nostro scopo nazionale. E tutto ciò, a sua volta, ha eroso la nostra deterrenza e incoraggiato l’aggressività dei nostri nemici. Oggi siamo un Paese in grado di costruire sottomarini alimentati dalla fissione nucleare e guidati dall’intelligenza artificiale, eppure facciamo fatica a produrre abbastanza acciaio per vararne più di una manciata all’anno.

Dobbiamo quindi porci una nuova domanda. Cosa accadrà quando ci schiereremo ancora una volta dalla parte della popolazione di Weirton? Cosa accadrà quando attueremo le misure necessarie per rilanciare l’industria siderurgica americana?

Se faremo le scelte necessarie, non ci limiteremo a ripristinare la potenza industriale degli Stati Uniti come forza deterrente. Assisteremo anche alla rinascita di comunità che sono state trascurate e maltrattate per decenni.

I singoli lavoratori saranno i primi a trarne beneficio. A uomini e donne di località come Weirton è stato ripetutamente detto di lasciare le proprie case, imparare a programmare e cercare lavoro altrove. L’attuazione di queste politiche riporterebbe l’industria pesante nel cuore dell’America e consentirebbe loro di mettere nuovamente a frutto i propri straordinari talenti. La produzione dell’acciaio è anche molto più di un semplice lavoro. Questo tipo di lavoro manuale, onesto e ben retribuito, offre ai lavoratori un senso di orgoglio e di stabilità che semplicemente non può essere eguagliato dallo stoccaggio di merci cinesi a basso costo nei negozi al dettaglio, dal girare hamburger nella catena di fast food locale o dal ricevere per posta un assegno di reddito di base universale.

Questi posti di lavoro andranno a beneficio anche delle famiglie. La produzione dell’acciaio garantirà una stabilità economica che incoraggerà giovani uomini e donne a sposarsi, acquistare una casa e crescere dei figli. Tradizionalmente, i lavori nel settore siderurgico hanno garantito una retribuzione sufficiente a mantenere una famiglia con un unico reddito, oltre a offrire assicurazione sanitaria, benefici e altre tutele che rendono molto più fattibile avere una famiglia numerosa. I turni regolari dell’acciaieria consentiranno a un padre di essere a casa per la cena in famiglia, sugli spalti il venerdì sera per la partita di football di suo figlio e in chiesa la domenica. Col passare del tempo, settimana dopo settimana, tutto ciò si traduce in qualcosa che sta diventando sempre più raro nella vita americana: comunità intergenerazionali in cui nipoti e pronipoti possono condurre una vita felice e prospera senza doversi allontanare di centinaia di miglia dai propri parenti.

A loro volta, queste comunità possono costruire una ricca vita civica. Oggi ci stupiamo del fatto che quasi ogni città siderurgica americana avesse un tempo un teatro attivo, un teatro dell’opera, una biblioteca pubblica, un circolo di dibattito e un quotidiano, ma queste istituzioni erano semplicemente il risultato di una solida base industriale nazionale. Se ripristiniamo quella base industriale, assisteremo a una rinascita di quel tipo di vita comunitaria idilliaca che il mondo intero identifica con il Sogno Americano. I lavoratori avranno più soldi da mettere nel cesto delle offerte. Le aziende investiranno in piscine, campi da baseball e biblioteche, come fece un tempo la Weirton Steel. E i governi statali e locali disporranno di una base imponibile più solida da cui attingere per le scuole, i sistemi idrici e una serie di progetti di miglioramento. A tempo debito, la Rust Belt tornerà a essere conosciuta come la Steel Belt.

Tutto ciò renderà la nostra nazione forte e formidabile. Il rilancio dell’industria siderurgica rappresenta un primo passo verso la ricostruzione di una base industriale militare e commerciale reintegrata, in grado di reggersi sulle proprie gambe, di aumentare la produzione quando necessario e di sostenere l’industria e le forze armate americane attingendo dalle proprie eccedenze piuttosto che dalle carenze. Una nazione di questo tipo non solo è in grado di vincere in battaglia, ma, cosa ancora più importante, può scoraggiare un aggressore senza dover sparare un solo colpo né perdere una sola vita. L’indipendenza industriale americana è la chiave di questo futuro. Ci consentirà di provvedere alle nostre famiglie, di scoraggiare i nostri avversari e, se Dio vorrà, di garantire una pace duratura.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (Autunno 2026): 3–24.

Note

1 Pat Buchanan, “Trascrizione del discorso di accettazione di Pat Buchanan”, ABC News, 12 agosto 2000.

2 David T. Javersak, “Weirton Steel”, e-WV: West Virginia Encyclopedia, 16 aprile 2026.

3 Alexander P. Moore, a cura di, The Book of Prominent Pennsylvanians: A Standard Reference (Pittsburgh: Leader Publishing, 1913).

4 “Weirton Steel Corporation”, Encyclopedia.com, 11 giugno 2018.

5 “National Intergroup, Inc.”, Britannica Money, consultato nel luglio 2026; “Acciaio: quanto costa una tonnellata?”, Time, 21 aprile 1941.

6 David T. Javersak, “Weirton”, e-WV: The West Virginia Encyclopedia, 16 aprile 2026.

7 “Weirton Steel Corporation”, International Directory of Company Histories, su Company-Histories.com, consultato nel luglio 2026.

8 Paul Zuros, “History in the Hills: There Always Is a Best”, Herald-Star, 13 aprile 2024.

9 Zuros, “History in the Hills: There Always Is a Best”; Naval History and Heritage Command, “Army-Navy E Award: Miscellaneous Documents and Images”, 15 settembre 2020.

10 Zuros, “La storia tra le colline: c’è sempre un ‘migliore’”.

11 Zuros, “La storia tra le colline: c’è sempre un ‘migliore’”.

12 Paul Zuros, “History in the Hills: Local History on Film”, Weirton Daily Times, 29 marzo 2025.

13 Emily Stimpson Chapman, “Il cuore del francescanesimo: 75 anni di fede e ragione”, Franciscan Magazine, inverno 2022.

14 Garphil Julien, “Valutazione dei modelli di finanziamento per le piccole e medie imprese manifatturiere”, American Affairs 9, n. 1 (primavera 2025): 30–39.

15 Ella Jennings, “Che fine ha fatto Weirton? Parte 3: Come va la fabbrica”, West Virginia Public Broadcasting, 15 luglio 2019.

16 David G. Tarr, “La crisi dell’acciaio negli Stati Uniti e nella Comunità europea: cause e misure di adeguamento”, in Questioni relative alle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Comunità europea, a cura di Robert E. Baldwin, Carl B. Hamilton e André Sapir (Chicago: University of Chicago Press, 1988), 173–200.

17 Curt Tarnoff, Il Piano Marshall: struttura, risultati e significato, Rapporto CRS n. R45079 (Washington, D.C.: Congressional Research Service, 18 gennaio 2018), 11.

18 Tetsuji Okazaki, “La politica industriale in Giappone: 70 anni di storia dal secondo dopoguerra”, Japan Spotlight, marzo/aprile 2017, pp. 57–61.

19 Harry M. Caudill, Night Comes to the Cumberlands: A Biography of a Depressed Area (Boston: Little, Brown, 1963), 366.

20 Sherman Cahal, “Weirton Steel”, Abandoned, 1° marzo 2026.

21 Jonathan Rowe, “Weirton Steel: Buying Out the Bosses”, Washington Monthly, 1° gennaio 1984.

22 Jennings, “Che fine ha fatto Weirton? Parte 3.”

23 Patricia C. Matthews, “I lavoratori acquistano la Weirton Steel”, EBSCO Research Starters, 2023; Peter Behr, “La scommessa di Weirton: la proprietà dello stabilimento da parte dei dipendenti comporta rischi, sacrifici e ricompense”, Washington Post, 25 settembre 1983.

24 “Weirton Steel Corporation”, Encyclopedia.com.

25 Cahal, “Weirton Steel”.

26 Anick Jesdanun, “USA: Brasile e Giappone hanno praticato il dumping sull’acciaio”, CBS News, 12 febbraio 1999.

27 Fred Schneyer, “Le difficoltà del settore siderurgico spingono Weirton al fallimento”, Plansponsor, 19 maggio 2003; Glenn Beamer, “Sostenere la Rust Belt: un’analisi retrospettiva dell’acquisizione della Weirton Steel da parte dei dipendenti”, Labor History 48, n. 3 (agosto 2007): 277–99.

28 John Raby, “Cleveland-Cliffs chiuderà il suo stabilimento di stagno nel West Virginia e licenzierà 900 dipendenti a seguito di una sentenza in materia di dazi”, WOUB Public Media, 15 febbraio 2024.

29 Elbridge A. Colby, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict (New Haven: Yale University Press, 2021).

30 “Legge doganale del 1890 (Legge McKinley)”, Federal Reserve Bank di St. Louis, consultato nel luglio 2026.

31 Partito Repubblicano, “Programma del Partito Repubblicano del 1896”, American Presidency Project, consultato nel luglio 2026.

32 Kyle Mizokami, “Quando la Singer Sewing Machine Company costruì la migliore pistola calibro .45 mai realizzata”, Popular Mechanics, 26 settembre 2018.

33 “Rock-Ola e la carabina M1: quando i jukebox incontrano le armi da fuoco”, Powder and Lead, 2023.

34 Ufficio dello Storico, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “NSC-68, 1950”, Tappe fondamentali nella storia delle relazioni estere degli Stati Uniti, consultato nel luglio 2026; “Dichiarazione di politica redatta dal direttore dello Staff di pianificazione politica (Nitze)”, 30 luglio 1952, in Relazioni estere degli Stati Uniti, 1952–1954, Affari di sicurezza nazionale, vol. 2, parte 1, doc. 14 (Washington, D.C.: Government Printing Office, 1984).

35 Arman Sidhu, “The Rise and Fall of the US Strategic Mineral Stockpile”, Geopolitical Monitor, 2 aprile 2026.

36 Congresso degli Stati Uniti, Senato, Commissione per gli Affari Interni e Insulari, Sottocommissione Economica per i Minerali, i Materiali e i Combustibili, Accessibilità dei materiali strategici e critici per gli Stati Uniti in tempo di guerra e per la nostra economia in espansione, S. Rep. n. 1107, 83° Congresso, 2ª sessione. (Washington, D.C.: Government Printing Office, 1954).

37 Franklin D. Roosevelt, “Fireside Chat, [29 dicembre 1940]”, American Presidency Project, consultato nel luglio 2026.

38 Dwight D. Eisenhower, “Discorso di addio del presidente Dwight D. Eisenhower [1961]”, Archivi Nazionali, consultato nel luglio 2026.

39 Shyam Sankar e Madeline Hart, Mobilize: Come rilanciare la base industriale americana e impedire la terza guerra mondiale (New York: Simon & Schuster, 2026).

40 Congresso degli Stati Uniti, Ufficio per la Valutazione Tecnologica (OTA), “Tecnologia e ristrutturazione industriale”, cap. 8 in Tecnologia e competitività dell’industria siderurgica, OTA-M-122 (Washington, D.C.: Ufficio di stampa del governo degli Stati Uniti, giugno 1980), 247–64.

41 Indiana Historical Bureau, “Legacy of Steel / Burns Harbor Steel Plant”, Indiana Historical Markers, installato nel 2018; Global Energy Monitor, Global Iron and Steel Tracker, versione di giugno 2026 (V1), consultato nel luglio 2026.

42 Karel Eloot et al., “EAF Steel: Beyond the Blast Furnace”, McKinsey Global Institute, 30 giugno 2026.

43 Brian N. Shaffer et al., Carbone metallurgico — Giacimenti, produzione, risorse, dinamiche di mercato e rischi della catena di approvvigionamento, Scheda informativa 2026-3061 dell’U.S. Geological Survey (Reston: U.S. Geological Survey, 2026).

44 C. Stuart McGehee, “Giacimento carbonifero Pocahontas n. 3”, e-WV: L’Enciclopedia del West Virginia, 25 aprile 2024.

45 “Flat Top–Pocahontas Coal Field”, West Virginia Explorer, consultato nel luglio 2026.

46 Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, Ufficio per l’Industria e la Sicurezza, Ufficio per la Valutazione Tecnologica, L’effetto delle importazioni di acciaio sulla sicurezza nazionale: un’indagine condotta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, e successive modifiche (Washington, D.C.: Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, 11 gennaio 2018), 46.

47 CRU e Clean Air Task Force, Percorsi di decarbonizzazione e raccomandazioni politiche per il settore siderurgico degli Stati Uniti (Boston: Clean Air Task Force, 14 aprile 2025).

48 Editoriale AMS, “Il piano di Nucor per l’acciaio a basse emissioni di carbonio: tecnologia EAF, controllo dei rottami e rendicontazione trasparente”, Automotive Manufacturing Solutions, 16 giugno 2026.

49 Cfr. la tabella 5 in: Shaffer et al., Metallurgical Coal.

50 “Materie prime”, World Steel Association, consultato nel luglio 2026.

51 David A. Buckingham, Le scorte di acciaio utilizzate nel settore automobilistico negli Stati Uniti, Scheda informativa 2005-3144 dell’U.S. Geological Survey (Reston: U.S. Geological Survey, 2006).

52 Christopher A. Tuck, “Rottami di ferro e acciaio”, in Mineral Commodity Summaries 2026 (Reston: U.S. Geological Survey, 2026), pp. 104–5.

53 Eric J. Labs, Testimonianza sulle sfide che devono affrontare i programmi di costruzione navale della Marina e della Guardia Costiera e la base industriale cantieristica (Washington, D.C.: Congressional Budget Office, 22 aprile 2026).

54 Museo Nazionale del Patrimonio Siderurgico, “Il sito siderurgico di Coatesville”, Roll That Steel! La laminazione, Coatesville e il più grande laminatoio di lamiere al mondo, consultato nel luglio 2026.

55 Johnny R. Wolfe Jr., “Dichiarazione del viceammiraglio Johnny Wolfe, USN, direttore dei programmi sui sistemi strategici, dinanzi alla sottocommissione per le forze strategiche della commissione per le forze armate del Senato in merito alla richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2026 relativa alle forze nucleari e alle attività di difesa nel settore dell’energia atomica”, 20 maggio 2025.

56 W. J. Hennigan, “All’interno dello stabilimento dell’esercito statunitense che produce proiettili di artiglieria per l’Ucraina”, Time, 3 febbraio 2023.

57 Marc Levy, “La lunga guerra in Ucraina evidenzia la necessità per l’Esercito degli Stati Uniti di modernizzare la produzione di munizioni”, PBS NewsHour, 23 aprile 2023.

58 Tara Copp, “Perché il proiettile da 155 mm è così fondamentale per la guerra in Ucraina”, Military Times, 23 aprile 2023.

59 J. D. Vance, “I conti sull’Ucraina non tornano”, New York Times, 12 aprile 2024.

60 Lolita C. Baldor, “Lo stabilimento di produzione di carri armati in una piccola città dell’Ohio svolge un ruolo importante nella guerra in Ucraina”, PBS NewsHour, 17 febbraio 2023.

61 Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, “Pubblicazione di una relazione sull’effetto delle importazioni di trasformatori e componenti per trasformatori sulla sicurezza nazionale: un’indagine condotta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, e successive modifiche”, Federal Register 86, n. 220 (18 novembre 2021): 64606–85.

62 Sonal C. Patel, “Le associazioni di categoria del settore energetico statunitense segnalano una grave carenza di acciaio elettrico”, Power, 25 maggio 2023; Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, Resilienza dei grandi trasformatori di potenza: relazione al Congresso (Washington, D.C.: Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, luglio 2024), 15; «Butler Works», Cleveland-Cliffs Inc., consultato nel luglio 2026; «Zanesville Works», Cleveland-Cliffs, consultato nel luglio 2026.

63 Cfr. “Dipendenza da apparecchiature e materiali esteri” in: Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, Resilienza dei grandi trasformatori di potenza, 15; Azhar Fayyaz, “Ci vorrà del tempo per colmare il divario tra domanda e offerta di grandi trasformatori di potenza negli Stati Uniti”, PTR Inc., 25 agosto 2022.

64 “Cleveland-Cliffs annuncia la realizzazione del suo nuovo stabilimento all’avanguardia per la produzione di trasformatori elettrici a Weirton, West Virginia”, Cleveland-Cliffs Inc., 22 luglio 2024.

65 Craig Howell, “Cleveland-Cliffs interrompe gli investimenti nel progetto relativo ai trasformatori di Weirton”, Weirton Daily Times, 8 maggio 2025; Aaron Parker, «Cleveland-Cliffs interrompe lo sviluppo dello stabilimento di produzione di trasformatori presso la sede di Weirton», WV MetroNews, 7 maggio 2025.

66 Marco Rubio, “La politica industriale americana e l’ascesa della Cina”, American Mind, 10 dicembre 2019.

67 Ufficio esecutivo del Presidente, “Decisione presidenziale ai sensi della sezione 303 del Defense Production Act del 1950, e successive modifiche, relativa alle infrastrutture di rete, alle attrezzature e alla capacità della catena di approvvigionamento”, Federal Register 91, n. 77 (23 aprile 2026): 21931–32.

68 Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, “Comunicato del Consiglio di Stato sulla pubblicazione di ‘Made in China 2025’”, trad. Center for Security and Emerging Technology, 8 marzo 2022.

69 “Fatto della settimana: un nuovo studio rivela che la quota degli Stati Uniti nella produzione manifatturiera globale scenderà all’11% entro il 2030”, Information Technology and Innovation Foundation, 18 febbraio 2025.

70 Kristen D. Burton, “Grandi responsabilità e nuovo potere globale”, Museo Nazionale della Seconda Guerra Mondiale, 23 ottobre 2020.

71 Bruno Venditti, “Classifica: i maggiori paesi produttori di acciaio al mondo”, Elements by Visual Capitalist, 23 maggio 2026; “Produzione di acciaio grezzo a dicembre 2025 e dati complessivi sulla produzione mondiale di acciaio grezzo nel 2025”, World Steel Association, 23 gennaio 2026.

72 “Shanghai Baosteel Group Corporation”, Encyclopedia.com, consultato nel luglio 2026.

73 William Hamilton, “La launching California’s Steel Junk on a Passage to China”, Washington Post, 19 marzo 1993.

74 “Coking Coal”, Critical Raw Materials Alliance, consultato nel luglio 2026.

75 Todd Young, “Rebuilding America’s Sea Power”, American Affairs 10, n. 1 (primavera 2026): 3–11.

76 Congresso degli Stati Uniti, Senato, Commissione per le piccole imprese e l’imprenditoria, “Made in China 2025 e il futuro dell’industria americana”, audizione, 116° Congresso, 1ª sessione, 27 febbraio 2019, S. Hrg. 116-22 (Washington, D.C.: Ufficio di pubblicazione del governo degli Stati Uniti, 2019).

77 “Scheda informativa: Il presidente Donald J. Trump rilancia la splendida industria americana del carbone pulito”, Casa Bianca, 8 aprile 2025.

78 Marc Levy, “Un’esplosione mortale solleva interrogativi sul futuro di un’acciaieria statunitense”, Claims Journal, 20 agosto 2025.

79 Società statunitense per il finanziamento dello sviluppo internazionale (DFC), “La DFC annuncia investimenti a sostegno dello sviluppo lungo il corridoio di Lobito”, 4 dicembre 2024; Società statunitense per il finanziamento dello sviluppo internazionale (DFC), “La DFC stanzia 125 milioni di dollari per modernizzare il cantiere navale di Elefsina in Grecia e creare un hub strategico per l’approvvigionamento energetico nel Mediterraneo”, 6 novembre 2023.

80 Scott Bessent, “Discorso del Segretario al Tesoro Scott Bessent al Forum economico nazionale Reagan del 2026: Mentre l’America dormiva”, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, 29 maggio 2026.

Alla riscoperta di un’élite dinamica? _ di Blake Smith

Alla riscoperta di un’élite dinamica?

Di Blake Smith

SAGGIO DI RECENSIONE
Elite e democrazia
di Hugo Drochon
Portfolio, 2025, 336 pagine

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare ciò che vogliamo dalle nostre élite e come ottenerlo

È quasi inimmaginabile che chiunque osservi le società occidentali contemporanee possa ritenerle ben rappresentate dalle proprie élite. Anche in assenza di un accordo su chi siano tali élite, sul significato del termine “élite” o sull’opportunità o meno di avere un’élite di qualche tipo, interlocutori di ogni orientamento politico e provenienza sociale possono unirsi nel disprezzo verso coloro che ci governano.

Per difendere in modo convincente le nostre élite attuali occorrerebbe una maestria retorica che va ben oltre le capacità di qualsiasi scrittore vivente. Difendere l’idea che dovrebbero, o debbano, esistere élite — difendere una qualche versione di elitismo — è, tuttavia, possibile anche per intellettuali di modesto talento. Tali intellettuali, e forse alcuni dei loro lettori, possono immaginare che, sostenendo l’esistenza di un’élite, stiano andando contro le principali correnti della politica e del pensiero politico odierni.

Hugo Drochon, professore di teoria politica all’Università di Nottingham, lamenta nel suo nuovo libro, Elites and Democracy, che “viviamo nell’era della rivolta contro le élite”. 1 Drochon cerca, attraverso l’opera di diversi pensatori politici moderni, di sostenere la validità di un tipo adeguato di governo delle élite, compatibile con i valori della maggior parte degli occidentali istruiti impegnati nella manipolazione simbolica da colletto bianco: diritti liberali, progresso storico e, in una certa misura, democrazia.

Drochon definisce questo tipo di elitarismo auspicabile “democrazia dinamica”. Egli introduce il termine innanzitutto come una “teoria della democrazia”. Alla luce delle sue presunte intuizioni, dovremmo riconoscere che, come qualsiasi forma di governo, la democrazia implica “l’esistenza di un’élite che controlla le leve del potere, vale a dire lo Stato”. Questa è la «realtà del potere».2 A creare confusione, il termine «democrazia dinamica» ricorre nel testo di Drochon anche come denominazione di un tipo di regime basato su questa intuizione teorica. In questo contesto, un’élite al potere, «democratica» nella misura in cui è eletta, non ereditaria o soddisfa altri criteri, è «dinamica» nella misura in cui si apre al rinnovamento e alla contestazione da parte dei nuovi arrivati. I leader dei sindacati, i portavoce delle minoranze emarginate e altri contendenti al potere, con alle spalle le loro basi non appartenenti all’élite, esercitano una pressione sufficiente sulla classe dirigente affinché quest’ultima non solo apporti cambiamenti alle politiche, ma includa anche alcuni di quei leader nell’élite. Non è chiaro se Drochon intenda dire che la «democrazia dinamica» in questo senso sia stata la norma per gran parte della storia occidentale moderna, oppure se debba essere intesa come un ideale, realizzato solo in parte, a cui le democrazie dovrebbero aspirare.

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Democrazia e merito

Per sostenere la sua nozione polisemica di “democrazia dinamica”, Drochon ricorre ai teorici delle élite che, nella sua disciplina, sono considerati quelli che hanno posto in modo più incisivo la questione delle élite nella politica moderna: Gaetano Mosca (1858–1941), Vilfredo Pareto (1848–1923) e Robert Michels (1876–1936). A queste letture dei pensatori fondamentali aggiunge capitoli dedicati a un’altra schiera di studiosi, da Joseph Schumpeter (1883–1950) a Raymond Aron (1905–1983), che egli ritiene abbiano conservato alcune delle intuizioni essenziali del primo gruppo, perdendone però altre. I lettori che non hanno familiarità con la tradizione intellettuale di Pareto, Mosca e dei loro interlocutori impareranno qualcosa sulla teoria delle élite e sui suoi commentatori. I lettori che invece ne sono a conoscenza troveranno fastidiosamente pretenziosa l’insistenza di Drochon sul suo presunto recupero di intuizioni chiave. Il lettore desideroso sia di una spiegazione introduttiva sia di una rilettura innovativa dei teorici delle élite troverebbe più utile il recente libro di Natasha Piano Democratic Elitism: The Founding Myth of American Political Science (2025), un libro che Drochon menziona solo in un breve paragrafo condiscendente che riduce il suo lavoro a un riflesso della rilettura di Machiavelli da parte del suo relatore di dottorato, John McCormick.

Coniare uno pseudo-concetto apparentemente originale, esagerare l’originalità delle proprie interpretazioni dei testi, mettere da parte i giovani studiosi e collegare frettolosamente gli argomenti della propria presunta competenza alle questioni politiche attuali sono peccati così tipici del mondo accademico da dover essere perdonati. Alcuni degli altri problemi di Elites and Democracy, tuttavia, sono sintomatici di questioni più ampie rispetto alle deformazioni professionali di Drochon. Essi rivelano piuttosto una confusione su come concepire le élite, diffusa in tutto quel segmento della società incaricato della spiegazione pubblica di tali problemi.

Come afferma Drochon nella sua conclusione, l’idea più fondamentale dei teorici delle élite è che «le élite governano sempre».3 La democrazia non può significare, come sembrerebbe per definizione ed etimologia, il governo del popolo. Coloro che difendono la democrazia non devono perdere di vista questo fatto, esorta Drochon. Devono opporsi ai progetti che mirano ad abolire del tutto le élite senza per questo soccombere a un pessimismo in cui il dominio incessante delle élite fa apparire la politica futile. Sebbene il governo da parte di un’élite sia inevitabile, non siamo destinati a essere governati da una particolare élite, e le potenziali élite variano notevolmente in termini di qualità. Essere governati meglio potrebbe non sembrare una causa particolarmente entusiasmante o nobile, ma a differenza dei sogni di totale emancipazione dal governo o dell’esercizio perfettamente non gerarchico del potere, non è impossibile sempre e ovunque. Se Elites and Democracy avvicina anche solo uno dei suoi lettori a questa saggezza prudente e moderata, forse ne è valsa la pena di scriverlo, anche se Drochon non riesce mai a spiegare in modo convincente perché questa saggezza richieda né un termine di nuova coniazione come «democrazia dinamica» né un’escursione attraverso gli scritti di vari teorici politici.

Senza dubbio, Mosca e Pareto, in particolare, sono pensatori stimolanti, giunti alle loro visioni in qualche modo complementari dell’elitarismo osservando il successo di una monarchia costituzionale liberale e democratica in Italia, insieme all’ascesa dei partiti operai di ispirazione marxista, all’emergere dell’Unione Sovietica e, infine, al fascismo italiano. Tutti questi movimenti attaccavano le precedenti forme di governo in quanto espressione di quella che i loro sostenitori consideravano un’élite eccessivamente ristretta, interessata solo ai propri interessi e reazionaria, inadeguata alle sfide poste dalla modernità industriale. Tutti sostenevano che un insieme di persone non appartenenti all’élite – che potesse essere l’umanità in quanto titolare di diritti universali, il proletariato o la nazione – fosse stato escluso dal potere e oppresso. Eppure nessuno di quei movimenti creò una forma di governo in cui non governassero élite di qualche tipo. Questo fatto spinse Mosca e Pareto a sostenere che le élite sarebbero state un elemento di qualsiasi regime possibile e a considerare quali specifiche modalità di selezione, istruzione e competizione potessero produrre la migliore schiera di leader politici. Per loro, le rivoluzioni del XIX e dell’inizio del XX secolo non rappresentavano tanto una successione di rotture storiche decisive quanto piuttosto una serie di promemoria sull’importanza di gestire in modo pragmatico le tensioni sociali attraverso il mantenimento di un’élite adeguatamente diversificata, intelligente e flessibile.

Gran parte di ciò che si può trarre da Mosca e Pareto in questo senso è buon senso, frutto dell’osservazione della loro epoca ma, mutatis mutandis, valido anche per la nostra. Il nucleo di questo buon senso, tuttavia, non era affatto estraneo ai leader delle rivoluzioni liberaldemocratiche, marxiste e fasciste che, qualunque cosa dicessero a nome della parte non elitaria dell’umanità, erano essi stessi acuti teorici e praticanti dei propri tipi di elitarismo. L’avanguardismo di Lenin, o i culti fascisti del grande uomo, sono ciò che si potrebbe definire teorie elitarie. Gli scritti che li esprimono, al di là del loro dogmatismo respingente e del loro carattere occasionale, sono attenti ai problemi legati alla costituzione di una nuova élite capace di organizzare un cambiamento sociale auspicabile.

Anche le rivoluzioni democratiche che le avevano precedute erano indissolubilmente legate alla riflessione sulle élite. Ad esempio, uno dei pensatori centrali della Rivoluzione francese, Emmanuel Joseph Sieyès, nel suo opuscolo del 1789 “Che cos’è il Terzo Stato?”, fornì un quadro di riferimento attraverso il quale organizzare intellettualmente e operativamente le richieste diffuse e ancora incoerenti rivolte alla monarchia vacillante. Come molti dei suoi colleghi, Sieyès vedeva la Rivoluzione come il rovesciamento di un’aristocrazia feudale ereditaria a favore di una nuova élite la cui pretesa al potere si fondava su ciò che veniva chiamato talento o merito. Presentata dai rivoluzionari come una rottura con quello che cominciarono a chiamare l’ancien régime, questa era in realtà solo un’estensione o un’accelerazione del processo di assorbimento di nuovi membri già in atto all’interno di quest’ultimo. La monarchia francese, come quasi tutte le sue contemporanee, aveva creato percorsi che consentivano ai cittadini comuni di nobilitare se stessi o i propri figli in cambio di ingenti somme di denaro o della prestazione di grandi servizi pubblici.

Idee simili erano presenti anche tra i padri fondatori americani, per i quali il pensiero politico era sinonimo di riflessioni sulla creazione, la continuità e il ricambio delle élite. Sebbene avessero visioni diverse sul futuro dell’America e sul tipo di persone qualificate a guidarla verso la sua realizzazione, i padri fondatori potevano dare per scontato che esistessero individui dotati di intelligenza, ambizione e virtù eccezionali, qualificati a governare. Questi individui dovevano ricevere un’istruzione adeguata affinché potessero essere di massima utilità per la repubblica. Dovevano inoltre essere protetti sia dalla gelosia di quella che all’epoca veniva definita «la plebe», sia dalla loro stessa tentazione di monopolizzare il potere ed emarginare i colleghi. L’arte di governare consisteva principalmente nella creazione di istituzioni, prassi e principi etici grazie ai quali gli individui si sarebbero impegnati a guadagnarsi un posto tra le élite attraverso una forma di emulazione tra rivali, intensa ma ben incanalata.

Anche gli occidentali con una conoscenza storica anche solo superficiale comprendono che le tradizioni politiche dei secoli precedenti, dall’estrema sinistra all’estrema destra passando per il centro liberaldemocratico, ruotano essenzialmente attorno alle questioni relative alla leadership. La lettura dei Federalist Papers, o un corso universitario introduttivo alla storia europea dal 1750 in poi, dovrebbe essere sufficiente a far prendere coscienza agli studenti che l’elitarismo — ovvero l’accettazione del fatto che una minoranza governi sempre, unita alla preoccupazione per la selezione e la formazione di questa minoranza — non è una posizione esoterica o eterodossa in contrasto con i valori liberaldemocratici. È semplicemente l’impostazione predefinita del pensiero politico occidentale moderno e di molto altro ancora prima della modernità e al di là dell’Occidente. Non occorre guardare oltre le risorse concettuali immediate delle nostre tradizioni più vicine, né ridefinire la democrazia, per scoprire l’importanza di un’élite funzionale.

Un certo tipo di persona, tuttavia, potrebbe sentire il bisogno di immaginare che, facendo o pensando qualcosa di consolidato, stia inventando qualcosa di nuovo oppure recuperando, con un certo rischio, qualcosa di perduto o nascosto. Negli ultimi anni, tutto – dall’avere figli alla lettura di libri, fino all’attività fisica – è stato interpretato da alcuni commentatori culturali come una spinta di sfida contro le norme prevalenti. Siamo incitati da ogni parte a concepire noi stessi come coloro che resistono a qualcosa, piuttosto che come coloro che agiscono e sostengono: a provare risentimento verso la nostra cultura piuttosto che gratitudine per il fatto che, nella sua straordinaria generosità, ci abbia offerto ricche risorse concettuali grazie alle quali possiamo perseguire e forse diventare ciò che vogliamo essere. Pertanto, la «democrazia dinamica» viene presentata al lettore come un termine rivelatore.

Mosca, Pareto e i loro difetti

Se oggi i classici luoghi comuni riescono a colpirci solo quando vengono presentati come novità, allora forse Drochon ha ragione, per ragioni tattiche, a riscaldare l’elitarismo che sta al centro del pensiero politico occidentale moderno con il suo concetto apparentemente innovativo. Purtroppo, però, è piuttosto affascinato da alcune delle idee più eccentriche o inapplicabili dei pensatori da cui attinge le sue idee. Queste sono tra le meno adatte ad aiutarci a comprendere i problemi del presente. È affascinato, ad esempio, dalla divisione di Pareto delle élite in «leoni» e «volpi». I primi sono «conservatori, che danno importanza al mantenimento dell’unità… dell’omogeneità, dei costumi consolidati e della fede, anteponendo i bisogni della comunità a quelli dell’individuo». I secondi sono «gli innovatori, più inclini alla disaggregazione… alla pluralità e allo scetticismo, che antepongono l’individuo alla comunità». 4 Questa distinzione è stata tratta dall’esperienza storica del suo autore nell’Italia del XIX secolo, dove la nobiltà tradizionale era in conflitto con coloro che avevano accumulato ricchezze grazie alla finanza e all’industria. L’analogia deve essere apparsa convincente a chi era cresciuto in mezzo a questi conflitti e in una cultura in cui tali concetti trovavano ancora riscontro.

Drochon, stranamente, ritiene che la contrapposizione “leoni contro volpi” metta in luce la nostra esperienza più recente. “La storia europea recente”, sostiene, è stata “dominata” dai “valori” delle volpi, ovvero quel tipo di élite in grado di prosperare nei “regimi parlamentari” basati sulla “negoziazione e sul compromesso”. 5 Gran parte della storia europea recente, infatti, è stata caratterizzata dalla frustrazione nei confronti dei regimi parlamentari, spesso descritti dai loro nemici come inutili forum di litigi senza fine o come strumenti corrotti al servizio degli interessi economici (le burocrazie statali europee e la burocrazia sovranazionale dell’Unione Europea possono essere intese come strategie volte a eludere alcuni aspetti indesiderabili del parlamentarismo).

Anche tralasciando i movimenti antiparlamentari del fascismo, del nazismo e del comunismo, se si considera la storia europea dopo il 1945, uno dei leader più importanti del continente, Charles de Gaulle, compì un colpo di Stato militare nel 1958 per abolire quello che considerava il regime eccessivamente parlamentare della Quarta Repubblica. Se quella si potesse definire un’azione da leone, il suo successivo programma di governo presidenziale sottolineava la necessità di modernizzare l’economia e la società francesi, cosa che, secondo Drochon, è invece la preoccupazione specifica delle volpi. Categorie in qualche modo utili per comprendere ciò che animava i dibattiti tra i politici italiani cinque generazioni fa crollano al contatto con i fenomeni del XX secolo, per non parlare di quelli del XXI.

Un altro elemento deplorevole del pensiero di Mosca e Pareto che affascina Drochon è l’idea dei gruppi sociali in ascesa e in declino. La “democrazia dinamica” da lui sostenuta è aperta al talento e al merito, di cui sono portatori gli individui non appartenenti all’élite che lottano per scalare la gerarchia, oltre ai gruppi emarginati che, attraverso i propri leader, esercitano pressione sulle élite, le quali rispondono ammettendo alcuni di quei leader in un’élite riconfigurata. Tutto ciò rientra nella norma. Ma, cosa ben più significativa, Drochon sostiene che il regime ideale sia quello governato da un’élite che rimanga aperta alla «sfida perpetua delle élite emergenti nei confronti di quelle consolidate».6

Questa nozione di una “élite emergente” che si unisce a un’“élite consolidata” può sembrare una naturale riformulazione dei due percorsi di ingresso delle non-élite nell’élite descritti sopra. Ma cosa significa “emergente”? Si può dire che gli individui ammessi nell’élite attraverso quelli che vengono intesi come risultati personali o come mezzo di negoziazione collettiva siano emersi o, piuttosto, siano stati elevati. Ma ciò che Drochon intende per «élite emergente» è che, ancor prima di essere ammessi nell’élite esistente, questi individui si trovano già su una traiettoria ascendente, fanno parte di un gruppo sociale in ascesa in termini di ricchezza e prestigio, senza aver ancora ottenuto dall’attuale classe dominante ciò che i suoi membri attribuiscono a se stessi come misura del riconoscimento meritato.

Si tratta di immaginare che i gruppi sociali formino o una sorta di soggetto collettivo che si può dire stia facendo strada verso l’alto, oppure un’entità sovraindividuale trascinata verso l’alto dal moto del cambiamento storico. Nella sua ascesa, essa converge e si scontra con le élite esistenti. Ma non sappiamo quali gruppi stiano emergendo, né tantomeno quali insiemi di persone possano mantenere una coerenza politica, culturale e morale sufficiente per essere qualificati in modo convincente come gruppi, se non attraverso le lotte di potere che, secondo Drochon, si svolgono tra le élite future e quelle presenti. La competizione non è un’arena in cui un’élite aspirante entra una volta superata una soglia di sviluppo sociale. Piuttosto, i risultati della competizione fanno sì che i vincitori e i vinti sembrino, col senno di poi, aver appartenuto a gruppi in ascesa o in declino.

Le aspirazioni frustrate delle classi sociali apparentemente emergenti costituirono un tema centrale dell’attivismo politico e della teoria occidentale del XVIII, XIX e primo XX secolo. Si riteneva che il progresso storico della modernità commerciale e industriale creasse una serie di classi distinte, ciascuna delle quali, man mano che diventava più numerosa e politicamente consapevole, si trovava a scontrarsi con le strutture tradizionali della società e con le élite che le governavano. Si diceva che la borghesia avanzasse tali richieste alla nobiltà; una volta che la borghesia era stata accontentata, a sua volta la classe operaia avanzava le proprie richieste. Questo modo di concepire la storia recente non era esclusivo di Marx e della tradizione marxista. Era il contesto intellettuale che rendeva plausibili le idee di Marx. Tocqueville, ad esempio, vedeva la democrazia liberale—il regime della nuova élite—non aristocratica, imprenditoriale e burocratica—nonostante l’apparente fallimento della Rivoluzione francese, come destinata a eliminare i residui dell’ancien régime e a sostituire, o a fondersi con, l’élite aristocratica di quest’ultimo. In un contesto del genere, poteva sembrare plausibile parlare, con speranza o con timore, dell’ascesa della borghesia o del proletariato come se si discutesse dell’inesorabile movimento delle placche tettoniche.

Nell’ultimo mezzo secolo, gli storici si sono spesso chiesti se, in realtà, dietro le rivoluzioni del 1776, del 1789 e del 1848 esistessero effettivamente gruppi sociali così coerenti. Forse si sono accumulati dubbi ancora maggiori riguardo alla convinzione che la storia possa essere intesa come un movimento in avanti dello sviluppo economico e sociale, costituito da movimenti e contromovimenti più piccoli attraverso i quali insiemi di attori politici cercano di accelerare, rallentare o comunque rispondere al ritmo del cambiamento.

Potrebbe invece essere utile pensare alla società, in un dato momento, come a un insieme di un numero indefinito di potenziali contro-élite che vengono spinte verso l’autocoscienza grazie agli sforzi dei loro aspiranti leader di entrare a far parte dell’establishment al potere. Pensare in questi termini, in termini di élite potenziali piuttosto che emergenti, significherebbe accettare che vi sia contingenza non solo nell’esito degli scontri tra élite attuali e aspiranti, ma anche nei processi attraverso i quali i gruppi sociali vengono a esistere, e nei processi attraverso i quali le persone ambiziose vengono designate come rappresentanti di tali gruppi. Ciò che renderebbe efficace, o in qualche modo legittima, una particolare schiera di aspiranti a entrare nelle file della classe dirigente non sarebbe, secondo questa prospettiva, il fatto che essi appartengano a forze emergenti o storicamente progressiste.

Al contrario, le nostre aspiranti élite si ingraziano l’élite esistente presentando in modo convincente le proprie ambizioni individuali come il mezzo per il progresso delle masse non appartenenti all’élite. Queste ultime, in realtà, dispongono di un’effettiva forza politica e persino di coesione sociale nella misura in cui vengono spinte all’azione o rappresentate simbolicamente dai propri leader. Il fatto che i leader descrivano coloro che guidano come formazioni sociali preesistenti su una traiettoria storica ascendente, destinate a scontrarsi con i limiti di un ordine conservatore, è una caratteristica contingente — e forse in via di estinzione di una particolare fase della storia occidentale moderna. Man mano che l’era della borghesia «in ascesa», seguita da un proletariato «in ascesa» (che non è mai realmente asceso), si allontana, alle sue narrazioni politiche caratteristiche dovrebbe essere riservato lo stesso scetticismo che riserveremmo alle storie sulle fazioni al potere che hanno ottenuto o perso il Mandato del Cielo.

Eliti demoralizzate

Mosca e Pareto combinano la concezione storicista dell’ascesa e del declino delle classi con metafore naturalistiche che, come le antiche nozioni di un ciclo delle dinastie, assimilano la vita politica a meccanismi impersonali. Drochon trova queste metafore affascinanti. Per Mosca, la classe dominante diventa «chiusa e stazionaria — in una parola, conservatrice», mentre nuovi contendenti emergono e riportano la storia a uno stato di flusso. Per Pareto, la «circolazione delle élite» avviene o attraverso un flusso costante in cui nuovi talenti vengono continuamente assorbiti da una classe dominante aperta, oppure attraverso «il fiume che straripa e rompe gli argini» nel rovesciamento rivoluzionario di un’élite che si era mantenuta chiusa. 7 In questa ottica, la politica è l’arte di individuare nuovi talenti e gruppi sempre più potenti, e di adattare ad essi le istituzioni esistenti in modo tale che il cambiamento assuma la forma di una sequenza costante di riforme tempestive piuttosto che di rotture dirompenti.

Concepire la politica in questo modo affida alle élite consolidate una missione gestionale, analitica e, in ultima analisi, antipolitica. Anziché assumersi la responsabilità attiva di creare le condizioni sociali ed economiche che ritengono debbano prevalere, le élite educate a pensare nei termini sopra indicati sono essenzialmente irresponsabili. È certamente sensato integrare in modo pragmatico i dissidenti e i nuovi talenti. Ma una delle cause dell’attuale impasse politica e dell’ampia insoddisfazione nei confronti delle élite occidentali odierne potrebbe benissimo essere il fatto che queste ultime siano state a lungo addestrate a liberarsi della responsabilità politica: a descrivere se stesse come semplici esecutrici degli imperativi imposti dalla logica del mercato, dalla sicurezza nazionale, dall’arco morale dell’universo, ecc., piuttosto che come leader che plasmano e realizzano una volontà collettiva. Un’élite i cui membri vedono la propria missione come la descrive Drochon potrebbe non essere in grado di esercitare una leadership politica, specialmente nel corso delle generazioni.

Drochon ha molto da dire sull’importanza di accettare che tutti i regimi, anche le democrazie, abbiano un’élite, e di comprendere che un’élite funzionale è quella aperta a nuovi membri. Entrambe queste affermazioni sono sicuramente vere, anche se ci si può interrogare sull’impegno profuso per sottolinearle. Ma non c’è motivo di pensare che tale élite debba essere aperta nel modo in cui Drochon, attingendo a Mosca e Pareto, concepisce l’apertura. Abbiamo alle spalle una certa esperienza storica, o meglio una narrazione storiografica, di vecchi regimi abbattuti da una borghesia in ascesa e di ordini liberali minacciati da classi operaie insorgenti. Di conseguenza, abbiamo un senso comune morale e politico secondo cui appare evidente che una casta ristretta, chiusa e che si autoalimenta sia necessariamente «conservatrice», anzi anacronistica, e destinata al collasso se non rimane aperta a nuovi talenti. Né questa visione della storia né quella delle élite chiuse contrapposte a quelle aperte sono ovviamente vere. Queste nozioni potrebbero essere considerate come prodotti di un’epoca specifica, sempre più lontana, in cui la rivoluzione era una prospettiva concreta.

Sia da una prospettiva storica più ampia che da un punto di vista immediato nell’Occidente contemporaneo, non è affatto chiaro perché un gruppo di élite non possa perpetuarsi con successo senza aprirsi a nuovi membri. Per gran parte della storia recente, lo status all’interno di un’élite politica, economica e culturale è stato tramandato di generazione in generazione attraverso poche famiglie, i cui membri dovevano in genere superare alcune prove di idoneità, come esami o il servizio militare. Se ben concepito, un sistema del genere può durare a lungo. Si potrebbero prendere in considerazione le dinastie imperiali cinesi, che in genere duravano due o tre secoli. Un’élite di questo tipo potrebbe essere più o meno «statica» pur presiedendo a cambiamenti «dinamici» sul piano economico, sociologico e persino politico. Può valere anche il contrario: un’élite dinamica (composta da più gruppi in un equilibrio mutevole) non è necessariamente la più adatta a promuovere cambiamenti positivi nella società.

La stasi di tipo negativo ci è ben nota. Le nostre società, sempre più disuguali, conoscono bene la ricchezza patrimoniale: stiamo infatti assistendo a un ritorno dall’impresa societaria all’impresa familiare come forma più rilevante di potere economico. Le nostre giovani aspiranti élite, impegnate a dimostrare il proprio merito e a incarnare valori legati al dinamismo, all’apertura e al progresso, sono solitamente figlie di élite che hanno fatto lo stesso.

La democrazia dinamica in America

Drochon vuole convincerci che, poiché non possiamo fare a meno di un’élite, dobbiamo mantenere aperta la nostra élite. Egli sostiene che, in particolare negli Stati Uniti, la “circolazione delle élite” abbia “subito un rallentamento, se non si è addirittura arrestata del tutto”, creando le condizioni per una “rivoluzione” o almeno per una “rivolta”. È vero che la contesa tra Trump e Biden è stata giustamente «denunciata come gerontocratica» e come un segnale preoccupante del fatto che i meccanismi di trasmissione del potere alla prossima generazione di élite fossero in qualche modo bloccati o in fase di collasso.8  Tuttavia, nulla nell’analisi di Drochon ci permette di riflettere specificamente sulla trasmissione generazionale del potere, che dopotutto può consistere nel fatto che i figli subentrino nelle posizioni dei genitori. Un’élite potrebbe evitare la gerontocrazia pur rimanendo chiusa sia ai nuovi talenti sia ai leader dei gruppi emergenti. Possiamo immaginare un’aristocrazia politicamente efficace composta da persone di mezza età o persino da giovani, come i principi del Rinascimento italiano o, più immediatamente, i giovani rampolli delle dinastie dei Kennedy e dei Trump.

Per Drochon, tuttavia, è stata la chiusura mentale — piuttosto che l’età, l’incompetenza o la malevolenza — dell’élite americana a suscitare sia l’antielitarismo populista sia l’insoddisfazione di un’élite emergente che, almeno temporaneamente, si è identificata con Trump. Quest’ultima, sostiene Drochon in un’affermazione incredibilmente generalizzata, ha vinto nel 2024 con il sostegno di una nuova élite che «ha completamente sostituito la vecchia élite». La vecchia élite era composta da democratici e repubblicani anti-Trump (Drochon cita solo politici); la nuova élite comprende repubblicani pro-Trump e «i “tech-bros” Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, ecc.». Questi «oligarchi della tecnologia» costituivano una «élite emergente», apparentemente insoddisfatta dei limiti imposti loro dalla vecchia élite politica, pronta a sostenere il «cambio di regime» di Trump per promuovere i propri interessi.9 In che misura questi miliardari della tecnologia costituissero già in precedenza un’élite emergente o quali siano i loro interessi specifici rimane inspiegato in tutto il libro.

Negli ultimi due anni questa storia è stata raccontata così tante volte che l’esistenza di una specifica formazione sociale costituita dalle élite tecnologiche, con interessi e ideologia propri, potrebbe sembrare ovvia. Le convinzioni politiche delle singole élite della Silicon Valley, tuttavia, sono ampiamente eccentriche e instabili. I tentativi di tracciare il comportamento politico collettivo del gruppo, o di delineare gli impegni condivisi dai suoi membri, finora si sono rivelati poco convincenti. Poiché le élite tecnologiche sembrano aderire a ogni dottrina, dall’anarco-libertarismo all’autoritarismo neocameralista e dal transumanesimo al cattolicesimo eterodosso, spostando al contempo le loro donazioni dai Democratici neoliberisti ai Repubblicani del movimento MAGA, diventa difficile formulare affermazioni sul carattere di questa élite.

È vero, alcune élite tecnologiche hanno donato ingenti somme di denaro a Trump, e questo è stato probabilmente determinante per la sua rielezione. Ma queste élite rappresentano forse un gruppo a sé stante, una classe emergente con una propria visione del mondo e un proprio percorso storico, che si scontrano con le strutture gerontocratiche della Beltway proprio come la borghesia francese contro la Bastiglia?

Gli oligarchi della tecnologia, come gli altri ricchi, in genere vogliono tasse più basse, meno regolamentazione, più appalti pubblici, manodopera a basso costo, mercati protetti e così via. A differenza degli altri ricchi, possono anche avanzare richieste specifiche riguardanti, ad esempio, l’approvvigionamento idrico ed elettrico per i data center o l’allentamento delle leggi antimonopolistiche. Possono trovarsi in disaccordo con altri ricchi individui — e tra loro stessi — su ogni sorta di altre questioni sociali e culturali. Non è chiaro fino a che punto le loro richieste specifiche si integrino in un programma tale da poter affermare che le élite tecnologiche abbiano interessi comuni chiaramente articolati che debbano essere soddisfatti dall’establishment politico.

È ancora meno ovvio se il mezzo secolo di cambiamenti economici legati alla Silicon Valley e al settore tecnologico possa essere paragonato all’era dell’industrializzazione, che presumibilmente ha dato vita a nuove classi e a élite emergenti, tanto da poter parlare delle élite tecnologiche come di un’altra formazione di questo tipo. Tale analogia, tuttavia, ha orientato gran parte del nostro modo di pensare sia a queste élite, sia, più in generale, alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di vivere legati all’informatica, a Internet e all’intelligenza artificiale. Gli analisti ci informano periodicamente che, grazie al dinamismo intrinseco della tecnologia, siamo alle soglie di, o siamo già entrati in, una nuova era alla quale le nostre strutture politiche, sociali e culturali devono adeguarsi. Tale affermazione si basava sul fatto che tali analisti avessero ereditato un quadro intellettuale grazie al quale potevano parlare con sicurezza della natura del cambiamento storico e della sua inevitabile sequenza di novità epocali.

Sembra tuttavia sempre più difficile tracciare la storia in questi termini lineari, o seguire l’ascesa e il declino di gruppi sociali caratterizzati da insiemi ben definiti di interessi e ideologie. La vita politica e la società civile appaiono sempre più come geroglifici imperscrutabili, specialmente se letti attraverso i metodi tradizionali dello storicismo e dell’analisi sociologica. Il corso in continua evoluzione dell’amministrazione Trump, l’instabile coalizione che lo sostiene e la mutevolezza delle visioni del mondo delle élite tecnologiche sembrano sintomatiche di questa variabilità, così come lo sono i tentativi disperatamente loquaci dei commentatori di fornire categorie e classi attraverso cui comprendere le forme di pensiero frammentarie, proteiformi e sconcertanti in cui ci muoviamo. Non passa settimana senza che qualche saggio su Substack, improvvisamente popolare, annunci o denunci l’esistenza di una categoria di persone prima insospettabile (come, appunto, volpi e leoni). Ci viene fatto credere che sia imperativo per il nostro futuro politico comprendere questa categoria, o meglio discuterne in modo prolisso fino alla pubblicazione del prossimo saggio.

A partire dagli anni ’60, la sinistra ha cercato un gruppo sociale che sostituisse la classe operaia come motore del cambiamento sociale, riponendo le proprie speranze nelle minoranze razziali, nei giovani e negli immigrati, mentre gli osservatori conservatori hanno di conseguenza concentrato la propria ira su una serie di gruppi in parte immaginari, dai burocrati dello “Stato profondo” alle donne delle risorse umane. Le descrizioni dell’«élite tecnologica» possono ricoprire un ruolo simile, facendola apparire o come un pericolo o come uno strumento con cui smantellare un’élite sempre più disfunzionale. Ma il discorso pseudo-sociologico che identifica nuovi eroi e cattivi per il nostro dramma storico sembra aver raggiunto un picco di onnipresenza, incapace di orientare in modo affidabile la nostra politica.

Immaginare un’élite del futuro

Quanto detto sopra potrebbe sembrare un cavillo meschino. Drochon vuole che accettiamo l’idea che abbiamo bisogno di un’élite, in contrapposizione alla spinta irrazionale del populismo. Vuole che la nostra élite sia vitale, energica e competente. Si tratta di un’idea lodevole, e non si può non essere d’accordo. Ma nel tentativo di utilizzare le sue interpretazioni della teoria delle élite e il suo concetto di “democrazia dinamica” per sostenere queste tesi, Drochon ci presenta false scelte e falsi problemi.

Coloro che condividono il suo desiderio che le società occidentali siano governate in modo dignitoso non dovrebbero confondere tale desiderio, come fa Drochon, con quelli di mobilità sociale o di adeguamento al progresso della storia, che hanno prevalso come senso comune sin dalla fine del XVIII secolo. Questi desideri possono essere ragionevoli, o avere un nucleo razionale che andrebbe riformulato per la nostra epoca, ma non hanno nulla a che vedere, di per sé, né con la democrazia né con un’élite sana. Drochon, avendo accettato che la democrazia non possa fare a meno di un’élite, cerca di ridefinire la democrazia come un regime governato da un’élite aperta, mobile e progressista. Un regime governato da un’élite meritocratica, tuttavia, costantemente aperta a nuovi talenti e attivamente alla ricerca nel campo sociale di gruppi emergenti o minoranze emarginate, potrebbe essere percepito come antidemocratico da molti dei non-elitari che esso governa. Questo scenario, dopotutto, riflette in parte il modo in cui la base populista di Trump vede le élite che identifica all’interno della burocrazia federale, delle reti di lobbisti, dei media e del mondo accademico.

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Da questa prospettiva, potremmo riconsiderare se la creazione di un’élite intelligente e virtuosa al servizio del popolo abbia davvero così tanto a che fare con la questione dell’apertura di tale élite, piuttosto che, ad esempio, con la qualità della sua istruzione, l’ampiezza della sua visione o il suo senso di responsabilità. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare a ciò che vogliamo dalle nostre élite e a come ottenerlo.

La nostra profonda e diffusa insoddisfazione nei confronti degli attuali assetti sociali, economici e culturali si manifesta spesso sotto forma di ostilità nei confronti di coloro che vengono percepiti come élite e, talvolta, nei confronti di qualsiasi élite in generale. Le proteste contro la stagnazione e il relativo declino del tenore di vita delle classi medie e lavoratrici occidentali —che generano disorientamento etico e disperazione nei loro membri—si esprimono in forme imprecise e irrazionali che confondono problemi risolvibili con nemici chimerici. Il malcontento ben fondato per la traiettoria della nostra civiltà sfocia in movimenti e credenze bizzarri e autolesionistici. Le lamentele riguardo all’inaccessibilità degli alloggi e dell’assistenza sanitaria, o alla crescente difficoltà di assicurarsi un lavoro ben retribuito e un matrimonio appagante, si traducono in invettive non solo contro i leader che ci capitano e le loro decisioni sbagliate, ma contro il fatto stesso di dover essere guidati.

La sensazione diffusa di essere stati condotti in un vicolo cieco e di dover trovare una nuova strada rappresenta una richiesta politica di azione collettiva per riorganizzare il nostro mondo. Le persone che sembrano invocare a gran voce l’azione, la politica, la leadership sono diventate, a causa delle condizioni contro cui protestano, così disorientate e tormentate da aderire a movimenti demagogici che offrono loro la fugace illusione che qualcosa possa essere fatto a loro favore (o, più probabilmente, per punire le persone che odiano). Nel frattempo, questa demagogia erode ulteriormente non solo il loro tenore di vita, ma anche la loro capacità di distinguere l’azione dal gesto, la politica dalla messinscena, i leader dagli showman.

Nell’ultimo decennio, le richieste di smantellare lo “Stato amministrativo” o lo “Stato profondo” provenienti dalla destra, oppure “la polizia” e “le frontiere” provenienti dalla sinistra, si sono accompagnate, in un apparente paradosso, a un uso arbitrario e punitivo del potere statale da parte sia dei conservatori che dei progressisti per mettere a tacere e umiliare i propri nemici ideologici. Sia le richieste impossibili di abolire gli strumenti necessari al potere politico, sia gli abusi eclatanti di tali strumenti sono stati accolti con entusiasmo da ampi segmenti dell’opinione pubblica non appartenente all’élite. Se in tutto l’Occidente contemporaneo l’élite ha deluso il popolo, va detto che il popolo, a sua volta, ha perso la capacità di selezionare, sostenere o riconoscere un’élite efficace.

Noi che facciamo parte dell’élite culturale o intellettuale dobbiamo chiarire ai nostri concittadini — e prima di tutto a noi stessi — che un’élite di qualche tipo è necessaria e che solo attraverso un’élite è possibile riattivare la politica e trovare una via d’uscita dalla nostra impasse che ci sta riducendo alla miseria. La giustificazione di questo elitarismo non dovrebbe basarsi su modelli di pensiero storici e sociologici che, se mai sono stati utili, ora sembrano solo ingombrare il nostro discorso comune con astrazioni inapplicabili. Sappiamo, senza bisogno di ricorrere a essi, che esiste un’élite al potere e che ci governa male.

Potremmo iniziare a riflettere in modo positivo su come dovrebbe essere un’élite auspicabile, senza immaginarne l’auspicabilità in termini di capacità di rappresentare classi sociali o tipi umani distinti. Potremmo, infatti, considerare di rompere con la tradizione moderna che ha inteso il problema delle élite in termini di grado di apertura della classe dominante nei confronti dei nuovi arrivati e considerare cose più elevate. Tale apertura rimarrebbe, ovviamente, un argomento di analisi, ma di importanza secondaria rispetto alla virtù intrinseca della nostra élite in senso più platonico: nella forza di carattere, nella chiarezza di visione e nella gestione responsabile della nazione. In politica ci sono cose più importanti del semplice metodo di selezione.

Percepiamo inoltre che, nel cuore della libertà umana, vi sia un richiamo sempre presente a riconoscere e a partecipare a quella qualità splendente, preminente e superiore che si manifesta in certi individui dinamici, i quali ci svelano possibilità di agire insospettabili. Il fatto che questo richiamo sia stato stravolto dai demagoghi, che fingono di essere proprio quelle persone per sedurci con gesti spettacolari e vuoti — i quali incarnano i nostri grotteschi fallimenti e mettono in scena le nostre peggiori fantasie, anziché liberarci per vivere meglio alla luce del loro stesso esempio — rende ancora più imperativo che lo ascoltiamo e lo facciamo eco. Se speriamo di convincere i nostri concittadini ad accettare la necessità di un’élite, e di rendere questa élite necessaria il più competente e benevola possibile, allora dobbiamo iniziare a portare alla luce e a chiarire le nostre esperienze elementari di gerarchia, che sono state in parte oscurate da quel tipo di richiami allo storicismo su cui si basa la difesa dell’elitarismo di Drochon.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 2 (Estate 2026): 226–40.

Note

1 Hugo Drochon, Elites and Democracy (Princeton: Princeton University Press, 2026), 2.

2 Drochon, Elites and Democracy, 11–12.

3 Drochon, Elites and Democracy, 239.

4 Drochon, Elites and Democracy, 109.

5 Drochon, Elites and Democracy, 120.

6 Drochon, Elites and Democracy, 239.

7 Drochon, Elites and Democracy, 62, 106.

8 Drochon, Elites and Democracy, 241.

9 Drochon, Elites and Democracy, 242.

Informazioni sull’autore

Blake Smith è uno scrittore e storico di Chicago.

Altri libri di Blake Smith

Alla riscoperta di un’élite dinamica? _ di Blake Smith

Alla riscoperta di un’élite dinamica?

Di Blake Smith

SAGGIO DI RECENSIONE
Elite e democrazia
di Hugo Drochon
Portfolio, 2025, 336 pagine

Èquasi inimmaginabile che chiunque osservi le società occidentali contemporanee possa ritenerle ben servite dalle proprie élite. Anche in assenza di un accordo su chi siano tali élite, sul significato del termine “élite” o sull’opportunità o meno di avere un’élite di qualche tipo, interlocutori di ogni orientamento politico e provenienza sociale possono unirsi nel detestare coloro che ci governano.

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Per difendere in modo convincente le nostre élite attuali occorrerebbe una maestria retorica che va ben oltre le capacità di qualsiasi scrittore vivente. Difendere l’idea che dovrebbero, o debbano, esserci élite — difendere una qualche versione di elitismo — è, tuttavia, possibile anche per intellettuali di modesto talento. Tali intellettuali, e forse alcuni dei loro lettori, possono immaginare che, sostenendo l’esistenza di un’élite, stiano andando contro le principali correnti della politica e del pensiero politico odierni.

Hugo Drochon, professore di teoria politica all’Università di Nottingham, lamenta che “viviamo nell’era della rivolta contro le élite” nel suo nuovo libro, Elites and Democracy. 1 Drochon cerca, attraverso le opere di diversi pensatori politici moderni, di difendere una forma adeguata di governo delle élite, compatibile con i valori della maggior parte degli occidentali istruiti che si occupano di manipolazione simbolica da colletto bianco: diritti liberali, progresso storico e, in una certa misura, democrazia.

Drochon definisce questo tipo di elitarismo auspicabile “democrazia dinamica”. Egli introduce il termine innanzitutto come una “teoria della democrazia”. Alla luce delle sue presunte intuizioni, dovremmo riconoscere che, come qualsiasi forma di governo, la democrazia implica “l’esistenza di un’élite che controlla le leve del potere, vale a dire lo Stato”. Questa è la «realtà del potere».2 A creare confusione, nel testo di Drochon il termine «democrazia dinamica» circola anche come nome di un tipo di regime basato su questa intuizione teorica. In questo contesto, un’élite al potere, «democratica» nella misura in cui è eletta, non ereditaria o soddisfa altri criteri, è «dinamica» nella misura in cui si apre al rinnovamento e alla contestazione da parte dei nuovi arrivati. I leader dei sindacati, i portavoce delle minoranze emarginate e altri contendenti al potere, con alle spalle le loro basi non appartenenti all’élite, esercitano una pressione sufficiente sulla classe dirigente affinché quest’ultima non solo apporti cambiamenti alle politiche, ma includa anche alcuni di quei leader nell’élite. Non è chiaro se Drochon intenda dire che la «democrazia dinamica» in questo senso sia stata la norma per gran parte della storia occidentale moderna, oppure se debba essere intesa come un ideale, realizzato solo in parte, a cui le democrazie dovrebbero aspirare.

Democrazia e merito

Per sostenere la sua nozione polisemica di “democrazia dinamica”, Drochon fa ricorso ai teorici delle élite che, nella sua disciplina, sono considerati quelli che hanno posto in modo più incisivo la questione delle élite nella politica moderna: Gaetano Mosca (1858–1941), Vilfredo Pareto (1848–1923) e Robert Michels (1876–1936). A queste letture dei pensatori fondamentali aggiunge capitoli dedicati a un’altra schiera di studiosi, da Joseph Schumpeter (1883–1950) a Raymond Aron (1905–1983), che egli ritiene abbiano conservato alcune delle intuizioni essenziali del primo gruppo, perdendone però altre. I lettori che non hanno familiarità con la tradizione intellettuale di Pareto, Mosca e dei loro interlocutori potranno apprendere qualcosa sulla teoria delle élite e sui suoi commentatori. I lettori che invece ne sono già a conoscenza troveranno fastidiosamente pretenziosa l’insistenza di Drochon sul suo presunto recupero di intuizioni chiave. Il lettore desideroso sia di una spiegazione introduttiva sia di una rilettura innovativa dei teorici delle élite troverebbe più utile il recente libro di Natasha Piano Democratic Elitism: The Founding Myth of American Political Science (2025), un libro che Drochon menziona solo in un breve paragrafo condiscendente che riduce il suo lavoro a un riflesso della rilettura di Machiavelli da parte del suo relatore di dottorato, John McCormick.

Coniare uno pseudo-concetto apparentemente originale, esaltare a dismisura l’originalità delle proprie interpretazioni dei testi, mettere da parte i giovani studiosi e collegare frettolosamente gli argomenti della propria presunta competenza alle questioni politiche attuali sono peccati così tipici del mondo accademico da dover essere perdonati. Alcuni degli altri problemi di Elites and Democracy, tuttavia, sono sintomatici di questioni più ampie rispetto alle deformazioni professionali di Drochon. Essi rivelano piuttosto una confusione su come concepire le élite, diffusa in tutto quel segmento della società incaricato della spiegazione pubblica di tali problemi.

Come afferma Drochon nella sua conclusione, l’idea più fondamentale dei teorici delle élite è che «le élite governano sempre».3 La democrazia non può significare, come sembrerebbe per definizione ed etimologia, il governo del popolo. Coloro che difendono la democrazia non devono perdere di vista questo fatto, esorta Drochon. Devono opporsi ai progetti che mirano ad abolire del tutto le élite senza per questo soccombere a un pessimismo in cui il dominio incessante delle élite fa apparire la politica futile. Sebbene il governo da parte di un’élite sia inevitabile, non siamo destinati a essere governati da una particolare élite, e le potenziali élite variano notevolmente in termini di qualità. Essere governati meglio può non sembrare una causa particolarmente entusiasmante o nobile, ma a differenza dei sogni di emancipazione totale dal governo o dell’esercizio perfettamente non gerarchico del potere, non è impossibile sempre e ovunque. Se Elites and Democracy avvicina anche solo uno dei suoi lettori a questa saggezza prudente e moderata, forse ne è valsa la pena di scriverlo, anche se Drochon non riesce mai a spiegare in modo convincente perché questa saggezza richieda né un termine di nuova coniazione come «democrazia dinamica» né un’escursione attraverso gli scritti di vari teorici politici.

Senza dubbio, Mosca e Pareto, in particolare, sono pensatori stimolanti, giunti alle loro visioni in qualche modo complementari dell’elitarismo osservando il successo di una monarchia costituzionale liberale e democratica in Italia, insieme all’ascesa dei partiti operai di ispirazione marxista, all’emergere dell’Unione Sovietica e, infine, al fascismo italiano. Tutti questi movimenti attaccavano le precedenti forme di governo in quanto espressione di quella che i loro sostenitori consideravano un’élite eccessivamente ristretta, egoista e reazionaria, inadeguata alle sfide poste dalla modernità industriale. Tutti sostenevano che un insieme di persone non appartenenti all’élite – che potesse essere l’umanità in quanto titolare di diritti universali, il proletariato o la nazione – fosse stato escluso dal potere e oppresso. Eppure nessuno di quei movimenti creò una forma di governo in cui non governassero élite di qualche tipo. Questo fatto spinse Mosca e Pareto a sostenere che le élite sarebbero state un elemento di qualsiasi regime possibile e a considerare quali specifiche modalità di selezione, istruzione e competizione potessero produrre la migliore schiera di leader politici. Per loro, le rivoluzioni del XIX e dell’inizio del XX secolo non rappresentavano tanto una successione di rotture storiche decisive quanto piuttosto una serie di promemoria sull’importanza di gestire in modo pragmatico le tensioni sociali attraverso il mantenimento di un’élite adeguatamente diversificata, intelligente e flessibile.

Gran parte di ciò che si può trarre da Mosca e Pareto in questo senso è buon senso, frutto dell’osservazione della loro epoca ma, mutatis mutandis, valido anche per la nostra. Il nucleo di questo buon senso, tuttavia, non era affatto estraneo ai leader delle rivoluzioni liberaldemocratiche, marxiste e fasciste che, qualunque cosa dicessero a nome della parte non elitaria dell’umanità, erano essi stessi acuti teorici e praticanti dei propri tipi di elitarismo. L’avanguardismo di Lenin, o i culti fascisti del grande uomo, sono ciò che si potrebbe definire teorie elitarie. Gli scritti che li esprimono, al di là del loro dogmatismo respingente e del loro carattere occasionale, sono attenti ai problemi legati alla costituzione di una nuova élite capace di organizzare un cambiamento sociale auspicabile.

Anche le rivoluzioni democratiche che le avevano precedute erano indissolubilmente legate alla riflessione sulle élite. Ad esempio, uno dei pensatori centrali della Rivoluzione francese, Emmanuel Joseph Sieyès, nel suo opuscolo del 1789 “Che cos’è il Terzo Stato?”, fornì un quadro di riferimento attraverso il quale organizzare intellettualmente e operativamente le richieste diffuse e ancora incoerenti rivolte alla monarchia vacillante. Come molti dei suoi colleghi, Sieyès vedeva la Rivoluzione come il rovesciamento di un’aristocrazia feudale ereditaria a favore di una nuova élite la cui pretesa al potere si fondava su ciò che veniva chiamato talento o merito. Presentata dai rivoluzionari come una rottura con quello che cominciarono a chiamare l’ancien régime, questa era in realtà solo un’estensione o un’accelerazione del processo di assorbimento di nuovi membri già in atto all’interno di quest’ultimo. La monarchia francese, come quasi tutte le sue contemporanee, aveva creato percorsi che consentivano ai cittadini comuni di nobilitare se stessi o i propri figli in cambio di ingenti somme di denaro o della prestazione di grandi servizi pubblici.

Idee simili erano presenti anche tra i padri fondatori americani, per i quali il pensiero politico era sinonimo di riflessioni sulla creazione, la continuità e il ricambio delle élite. Sebbene avessero visioni diverse sul futuro dell’America e sul tipo di persone qualificate a guidarla verso la sua realizzazione, i padri fondatori potevano dare per scontato che esistessero individui dotati di intelligenza, ambizione e virtù eccezionali, qualificati a governare. Questi individui dovevano ricevere un’istruzione adeguata affinché potessero essere di massima utilità alla repubblica. Dovevano inoltre essere protetti sia dalla gelosia di quella che all’epoca veniva definita «la plebe», sia dalla loro stessa tentazione di monopolizzare il potere ed emarginare i colleghi. L’arte di governare consisteva principalmente nella creazione di istituzioni, prassi e principi etici grazie ai quali gli individui si sarebbero impegnati a guadagnarsi un posto tra le élite attraverso una forma di emulazione tra rivali, intensa ma ben incanalata.

Anche gli occidentali con una conoscenza storica anche solo superficiale comprendono che le tradizioni politiche dei secoli precedenti, dall’estrema sinistra all’estrema destra passando per il centro liberaldemocratico, ruotano essenzialmente attorno alle questioni relative alla leadership. La lettura dei Federalist Papers, o un corso universitario introduttivo alla storia europea dal 1750 in poi, dovrebbe essere sufficiente a far prendere coscienza agli studenti che l’elitarismo — ovvero l’accettazione del fatto che una minoranza governi sempre, unita alla preoccupazione per la selezione e la formazione di questa minoranza — non è una posizione esoterica o eterodossa in contrasto con i valori liberaldemocratici. È semplicemente l’impostazione predefinita del pensiero politico occidentale moderno e di molto altro ancora, prima della modernità e al di là dell’Occidente. Non occorre guardare oltre le risorse concettuali immediate delle nostre tradizioni più vicine, né ridefinire la democrazia, per scoprire l’importanza di un’élite funzionale.

Un certo tipo di persona, tuttavia, potrebbe sentire il bisogno di immaginare che, facendo o pensando qualcosa di consolidato, stia inventando qualcosa di nuovo oppure recuperando, con un certo rischio, qualcosa di perduto o nascosto. Negli ultimi anni, qualsiasi cosa – dall’avere figli alla lettura di libri, fino all’attività fisica – è stata interpretata da alcuni commentatori della cultura come una spinta di sfida contro le norme prevalenti. Siamo incitati da ogni parte a concepire noi stessi come in resistenza a qualcosa, piuttosto che come attuatori e difensori: a provare risentimento verso la nostra cultura piuttosto che gratitudine per il fatto che, nella sua straordinaria generosità, ci abbia offerto ricche risorse concettuali grazie alle quali possiamo perseguire e forse diventare chi vogliamo essere. Così, la «democrazia dinamica» viene presentata al lettore come un termine rivelatore.

Mosca, Pareto e i loro difetti

Se oggi i classici luoghi comuni riescono a colpirci solo quando vengono presentati come novità, allora forse Drochon ha ragione, per ragioni tattiche, a riscaldare l’elitarismo che sta al centro del pensiero politico occidentale moderno con il suo concetto apparentemente innovativo. Purtroppo, però, è piuttosto affascinato da alcune delle idee più eccentriche o inapplicabili dei pensatori da cui attinge le sue idee. Questi ultimi sono tra i meno adatti ad aiutarci a comprendere i problemi del presente. È affascinato, ad esempio, dalla divisione di Pareto delle élite in «leoni» e «volpi». I primi sono «conservatori, che danno importanza al mantenimento dell’unità… dell’omogeneità, dei costumi consolidati e della fede, anteponendo i bisogni della comunità a quelli dell’individuo». I secondi sono «gli innovatori, più inclini alla disaggregazione… alla pluralità e allo scetticismo, che antepongono l’individuo alla comunità». 4 Questa distinzione è stata tratta dall’esperienza storica del suo autore nell’Italia del XIX secolo, dove la nobiltà tradizionale era in conflitto con coloro che avevano accumulato ricchezze grazie alla finanza e all’industria. L’analogia deve essere apparsa convincente a chi era cresciuto in mezzo a questi conflitti e in una cultura in cui tali concetti trovavano ancora eco.

Drochon, stranamente, ritiene che la contrapposizione “leoni contro volpi” metta in luce la nostra esperienza più recente. “La storia europea recente”, sostiene, è stata “dominata” dai “valori” delle volpi, ovvero quel tipo di élite in grado di prosperare nei “regimi parlamentari” basati sulla “negoziazione e sul compromesso”. 5 Gran parte della storia europea recente, infatti, è stata caratterizzata dalla frustrazione nei confronti dei regimi parlamentari, spesso descritti dai loro nemici come forum inutili per litigi senza fine o come strumenti corrotti al servizio degli interessi economici (le burocrazie statali europee e la burocrazia sovranazionale dell’Unione Europea possono essere intese come strategie per eludere alcuni aspetti indesiderabili del parlamentarismo).

Anche tralasciando i movimenti antiparlamentari del fascismo, del nazismo e del comunismo, se si considera la storia europea dopo il 1945, uno dei leader più importanti del continente, Charles de Gaulle, compì un colpo di Stato militare nel 1958 per abolire quello che considerava il regime eccessivamente parlamentare della Quarta Repubblica. Se quella si potesse definire un’azione da leone, il suo successivo programma di governo presidenziale sottolineava la necessità di modernizzare l’economia e la società francesi, cosa che, secondo Drochon, è invece la preoccupazione specifica delle volpi. Categorie in qualche modo utili per comprendere ciò che animava i dibattiti tra i politici italiani cinque generazioni fa crollano al contatto con i fenomeni del XX secolo, per non parlare di quelli del XXI.

Un altro elemento deplorevole del pensiero di Mosca e Pareto che affascina Drochon è l’idea dei gruppi sociali in ascesa e in declino. La “democrazia dinamica” da lui sostenuta è aperta al talento e al merito, di cui sono portatori gli individui non appartenenti alle élite che lottano per scalare la gerarchia, oltre che ai gruppi emarginati che, attraverso i propri leader, esercitano pressione sulle élite, le quali rispondono ammettendo alcuni di quei leader in un’élite riconfigurata. Tutto ciò rientra nella norma. Ma, cosa ben più significativa, Drochon sostiene che il regime ideale sia quello governato da un’élite che rimanga aperta alla «sfida perpetua delle élite emergenti nei confronti di quelle consolidate».6

Questa nozione di una “élite emergente” che si unisce a un’“élite consolidata” può sembrare una naturale riformulazione dei due percorsi di ingresso delle non-élite nell’élite descritti sopra. Ma cosa significa “emergente”? Si può dire che gli individui ammessi nell’élite attraverso quelli che vengono intesi come risultati personali o come mezzo di negoziazione collettiva siano emersi o, piuttosto, siano stati elevati. Ma ciò che Drochon intende per «élite emergente» è che, ancor prima di essere ammessi nell’élite esistente, questi individui sono già su una traiettoria ascendente, fanno parte di un gruppo sociale in ascesa in termini di ricchezza e prestigio, senza aver ancora ottenuto dall’attuale classe dirigente ciò che i suoi membri attribuiscono a se stessi come misura del riconoscimento meritato.

Si tratta di immaginare che i gruppi sociali formino o una sorta di soggetto collettivo che si può dire stia facendo strada verso l’alto, oppure un’entità sovraindividuale trascinata verso l’alto dal moto del cambiamento storico. Nella sua ascesa, essa converge e si scontra con le élite esistenti. Ma non sappiamo quali gruppi stiano emergendo, né tantomeno quali insiemi di persone possano mantenere una coerenza politica, culturale e morale sufficiente per essere qualificati in modo convincente come gruppi, se non attraverso le lotte di potere che, secondo Drochon, si svolgono tra le élite future e quelle attuali. La competizione non è un’arena in cui un’élite aspirante entra una volta superata una soglia di sviluppo sociale. Piuttosto, i risultati della competizione fanno sì che i vincitori e i vinti sembrino, col senno di poi, aver appartenuto a gruppi in ascesa o in declino.

Le aspirazioni frustrate delle classi sociali apparentemente emergenti costituirono un tema centrale dell’attivismo politico e della teoria occidentale del XVIII, XIX e primo XX secolo. Si riteneva che il progresso storico della modernità commerciale e industriale creasse una serie di classi distinte, ciascuna delle quali, man mano che diventava più numerosa e politicamente consapevole, finiva per scontrarsi con le strutture tradizionali della società e con le élite che le governavano. Si diceva che la borghesia avanzasse tali richieste alla nobiltà; una volta che la borghesia era stata accontentata, a sua volta la classe operaia avanzava le proprie richieste. Questo modo di concepire la storia recente non era esclusivo di Marx e della tradizione marxista. Era il contesto intellettuale che rendeva plausibili le idee di Marx. Tocqueville, ad esempio, vedeva la democrazia liberale—il regime della nuova élite—imprenditoriale e burocratica non aristocratica—nonostante l’apparente fallimento della Rivoluzione francese, come destinata a eliminare i residui dell’ancien régime e a sostituire, o fondersi con, l’élite aristocratica di quest’ultimo. In un contesto del genere, poteva sembrare plausibile parlare, con speranza o con timore, dell’ascesa della borghesia o del proletariato come se si discutesse dell’inesorabile movimento delle placche tettoniche.

Nell’ultimo mezzo secolo, gli storici si sono spesso chiesti se, in realtà, dietro le rivoluzioni del 1776, del 1789 e del 1848 esistessero effettivamente gruppi sociali così coerenti. Forse si sono accumulati dubbi ancora maggiori riguardo alla convinzione che la storia possa essere intesa come un movimento in avanti dello sviluppo economico e sociale, costituito da movimenti e contromovimenti più piccoli attraverso i quali insiemi di attori politici cercano di accelerare, rallentare o comunque rispondere al ritmo del cambiamento.

Potrebbe invece essere utile pensare alla società, in un dato momento, come a un insieme di un numero indefinito di potenziali contro-élite che vengono spinte verso l’autocoscienza dagli sforzi dei loro aspiranti leader di entrare nell’establishment al potere. Pensare in questi termini, in termini di élite potenziali piuttosto che emergenti, significherebbe accettare che vi sia contingenza non solo nell’esito degli scontri tra élite attuali e aspiranti, ma anche nei processi attraverso i quali i gruppi sociali vengono a esistere, e nei processi attraverso i quali le persone ambiziose vengono designate come rappresentanti di tali gruppi. Ciò che renderebbe efficace, o in qualche modo legittima, una particolare schiera di aspiranti a entrare nelle file della classe dirigente non sarebbe, secondo questa prospettiva, il fatto che essi appartengano a forze emergenti o storicamente progressiste.

Al contrario, le nostre aspiranti élite si ingraziano l’élite esistente presentando in modo convincente le proprie ambizioni individuali come il mezzo per il progresso delle masse non appartenenti all’élite. Queste ultime, in realtà, dispongono di un’effettiva forza politica e persino di coesione sociale nella misura in cui vengono spinte all’azione o rappresentate simbolicamente dai propri leader. Il fatto che i leader descrivano coloro che guidano come formazioni sociali preesistenti su una traiettoria storica ascendente, destinate a scontrarsi con i limiti di un ordine conservatore, è una caratteristica contingente — e forse in via di estinzione di una particolare fase della storia occidentale moderna. Man mano che l’era della borghesia «in ascesa», seguita da un proletariato «in ascesa» (che non è mai realmente asceso), si allontana, alle sue narrazioni politiche caratteristiche dovrebbe essere riservato lo stesso scetticismo che riserveremmo alle storie sulle fazioni al potere che hanno ottenuto o perso il Mandato del Cielo.

Eliti demoralizzate

Mosca e Pareto combinano la concezione storicista dell’ascesa e del declino delle classi con metafore naturalistiche che, come le antiche nozioni di un ciclo delle dinastie, assimilano la vita politica a meccanismi impersonali. Drochon trova queste metafore affascinanti. Per Mosca, la classe dominante diventa «chiusa e stazionaria — in una parola, conservatrice», mentre nuovi contendenti emergono e riportano la storia a uno stato di flusso. Per Pareto, la «circolazione delle élite» avviene o attraverso un flusso costante in cui nuovi talenti vengono continuamente assorbiti da una classe dominante aperta, oppure attraverso «il fiume che straripa e rompe gli argini» nel rovesciamento rivoluzionario di un’élite che si era mantenuta chiusa. 7 In questa ottica, la politica è l’arte di individuare nuovi talenti e gruppi sempre più potenti, e di adattare ad essi le istituzioni esistenti in modo tale che il cambiamento assuma la forma di una sequenza costante di riforme tempestive piuttosto che di rotture dirompenti.

Concepire la politica in questo modo affida alle élite consolidate una missione gestionale, analitica e, in ultima analisi, antipolitica. Anziché assumersi la responsabilità attiva di creare le condizioni sociali ed economiche che ritengono debbano prevalere, le élite educate a pensare nei termini sopra indicati sono essenzialmente irresponsabili. È certamente sensato integrare in modo pragmatico i dissidenti e i nuovi talenti. Ma una delle cause dell’attuale impasse politica e dell’ampia insoddisfazione nei confronti delle odierne élite occidentali potrebbe benissimo essere il fatto che queste ultime siano state a lungo addestrate a liberarsi della responsabilità politica: a descrivere se stesse come semplici esecutrici degli imperativi imposti dalla logica del mercato, dalla sicurezza nazionale, dall’arco morale dell’universo, ecc., piuttosto che come leader che plasmano e realizzano una volontà collettiva. Un’élite i cui membri vedono la propria missione come la descrive Drochon potrebbe non essere in grado di esercitare una leadership politica, specialmente nel corso delle generazioni.

Drochon ha molto da dire sull’importanza di accettare che tutti i regimi, anche le democrazie, abbiano un’élite, e di comprendere che un’élite funzionale è quella aperta a nuovi membri. Entrambe queste affermazioni sono sicuramente vere, anche se ci si potrebbe interrogare sull’impegno profuso per sottolinearle. Ma non c’è motivo di pensare che tale élite debba essere aperta nel modo in cui Drochon, attingendo a Mosca e Pareto, concepisce l’apertura. Abbiamo alle spalle una certa esperienza storica, o meglio una narrazione storiografica, di vecchi regimi abbattuti da una borghesia in ascesa e di ordini liberali minacciati da classi operaie insorgenti. Di conseguenza, abbiamo un senso comune morale e politico secondo cui appare evidente che una casta ristretta, chiusa e che si autoalimenta sia necessariamente «conservatrice», anzi anacronistica, e destinata al collasso se non rimane aperta a nuovi talenti. Né questa visione della storia né quella delle élite chiuse contrapposte a quelle aperte sono ovviamente vere. Queste nozioni potrebbero essere considerate come prodotti di un’epoca specifica, sempre più lontana, in cui la rivoluzione era una prospettiva concreta.

Sia da una prospettiva storica più ampia che da un punto di vista immediato nell’Occidente contemporaneo, non è affatto chiaro perché un gruppo di élite non possa perpetuarsi con successo senza aprirsi a nuovi membri. Per gran parte della storia recente, lo status all’interno di un’élite politica, economica e culturale è stato tramandato di generazione in generazione attraverso poche famiglie, i cui membri dovevano in genere superare alcune prove di idoneità, come esami o il servizio militare. Se ben concepito, un sistema del genere può durare a lungo. Si potrebbero prendere in considerazione le dinastie imperiali cinesi, che in genere duravano due o tre secoli. Un’élite di questo tipo potrebbe essere più o meno «statica» pur presiedendo a cambiamenti «dinamici» sul piano economico, sociologico e persino politico. Può valere anche il contrario: un’élite dinamica (composta da più gruppi in un equilibrio mutevole) non è necessariamente la più adatta a promuovere cambiamenti positivi nella società.

La stasi di tipo negativo ci è ben nota. Le nostre società, sempre più disuguali, conoscono bene la ricchezza patrimoniale: dopotutto, stiamo assistendo a un ritorno dall’impresa societaria all’azienda familiare come forma più rilevante di potere economico. Le nostre giovani aspiranti élite, impegnate a dimostrare il proprio merito e a incarnare valori legati al dinamismo, all’apertura e al progresso, sono solitamente figlie di élite che hanno fatto lo stesso.

La democrazia dinamica in America

Drochon vuole convincerci che, poiché non possiamo fare a meno di un’élite, dobbiamo mantenere aperta la nostra élite. Egli sostiene che, in particolare negli Stati Uniti, la “circolazione delle élite” abbia “subito un rallentamento, se non si è addirittura arrestata”, creando le condizioni per una “rivoluzione” o almeno per una “rivolta”. È vero che la contesa tra Trump e Biden è stata giustamente «denunciata come gerontocratica» e considerata un segnale preoccupante del fatto che i meccanismi di trasmissione del potere alla prossima generazione di élite fossero in qualche modo bloccati o in fase di collasso.8  Tuttavia, nulla nell’analisi di Drochon ci fornisce gli strumenti per riflettere specificamente sulla trasmissione generazionale del potere, che dopotutto può consistere nel fatto che i figli subentrino nelle posizioni dei genitori. Un’élite potrebbe evitare la gerontocrazia pur rimanendo chiusa sia ai nuovi talenti sia ai leader dei gruppi emergenti. Possiamo immaginare un’aristocrazia politicamente efficace composta da persone di mezza età o persino da giovani, come i principi del Rinascimento italiano o, più immediatamente, i giovani rampolli delle dinastie dei Kennedy e dei Trump.

Per Drochon, tuttavia, è stata la chiusura mentale — piuttosto che l’età, l’incompetenza o la malevolenza — dell’élite americana a suscitare sia l’antielitarismo populista sia l’insoddisfazione di un’élite emergente che, almeno temporaneamente, si è identificata con Trump. Quest’ultima, sostiene Drochon in un’affermazione incredibilmente generica, ha vinto nel 2024 con il sostegno di una nuova élite che «ha completamente sostituito la vecchia élite». La vecchia élite era composta da democratici e repubblicani anti-Trump (Drochon cita solo politici); la nuova élite include repubblicani pro-Trump e «i “tech-bros” Elon Musk, Jeff Bezos e Mark Zuckerberg, ecc.». Questi «oligarchi della tecnologia» costituivano una «élite emergente», apparentemente insoddisfatta dei limiti imposti loro dalla vecchia élite politica, pronta a sostenere il «cambio di regime» di Trump per promuovere i propri interessi.9 In che misura questi miliardari della tecnologia costituissero già in precedenza un’élite emergente o quali siano i loro interessi specifici rimane inspiegato in tutto il libro.

Negli ultimi due anni questa storia è stata raccontata così tante volte che l’esistenza di una specifica formazione sociale costituita dalle élite tecnologiche, con interessi e ideologia propri, potrebbe sembrare ovvia. Le convinzioni politiche delle singole élite della Silicon Valley, tuttavia, sono ampiamente eccentriche e instabili. I tentativi di tracciare il comportamento politico collettivo del gruppo, o di delineare gli impegni condivisi dai suoi membri, finora si sono rivelati poco convincenti. Poiché le élite tecnologiche sembrano aderire a ogni dottrina, dall’anarco-libertarismo all’autoritarismo neocameralista e dal transumanesimo al cattolicesimo eterodosso, spostando al contempo le loro donazioni dai Democratici neoliberisti ai Repubblicani sostenitori del MAGA, diventa difficile formulare affermazioni sul carattere di questa élite.

È vero che alcune élite tecnologiche hanno donato ingenti somme di denaro a Trump, e questo è stato probabilmente determinante per la sua rielezione. Ma queste élite rappresentano forse un gruppo distinto, una classe emergente con una propria visione del mondo e un proprio percorso storico, che si scontrano con le strutture gerontocratiche della Beltway proprio come la borghesia francese si scontrò con la Bastiglia?

Gli oligarchi della tecnologia, come gli altri ricchi, in genere vogliono tasse più basse, meno regolamentazione, più appalti pubblici, manodopera a basso costo, mercati protetti e così via. A differenza degli altri ricchi, possono anche avanzare richieste specifiche, ad esempio riguardo all’approvvigionamento idrico ed elettrico per i data center o all’allentamento delle leggi antimonopolistiche. Possono trovarsi in disaccordo con altri ricchi —e tra di loro—su ogni sorta di altre questioni sociali e culturali. Non è chiaro fino a che punto le loro richieste specifiche si integrino in un programma tale da poter affermare che le élite tecnologiche abbiano interessi comuni chiaramente articolati che debbano essere soddisfatti dall’establishment politico.

È ancora meno ovvio se il mezzo secolo di cambiamenti economici legati alla Silicon Valley e al settore tecnologico possa essere paragonato all’era dell’industrializzazione, che presumibilmente ha dato vita a nuove classi e a élite emergenti, tanto da poter parlare delle élite tecnologiche come di un’altra formazione di questo tipo. Tale analogia, tuttavia, ha orientato gran parte del nostro modo di pensare sia a queste élite, sia, più in generale, alle nuove tecnologie e ai nuovi modi di vivere legati all’informatica, a Internet e all’intelligenza artificiale. Gli analisti ci informano periodicamente che, grazie al dinamismo intrinseco della tecnologia, siamo alle soglie di, o siamo già entrati in, una nuova era alla quale le nostre strutture politiche, sociali e culturali devono adeguarsi. Tale affermazione si basava sul fatto che tali analisti avessero ereditato un quadro intellettuale grazie al quale potevano parlare con sicurezza della natura del cambiamento storico e della sua inevitabile sequenza di novità epocali.

Sembra tuttavia sempre più difficile tracciare la storia in questi termini lineari, o seguire l’ascesa e il declino di gruppi sociali caratterizzati da insiemi ben definiti di interessi e ideologie. La vita politica e la società civile appaiono sempre più come geroglifici imperscrutabili, specialmente se letti attraverso i metodi tradizionali dello storicismo e dell’analisi sociologica. Il corso in continua evoluzione dell’amministrazione Trump, l’instabile coalizione che lo sostiene e la mutevolezza delle visioni del mondo delle élite tecnologiche sembrano sintomatici di questa variabilità, così come lo sono i tentativi disperatamente loquaci dei commentatori di fornire categorie e classi attraverso cui comprendere le forme di pensiero frammentarie, proteiformi e sconcertanti in cui ci muoviamo. Non passa settimana senza che qualche saggio su Substack, improvvisamente popolare, annunci o denunci l’esistenza di una categoria di persone prima insospettabile (come, appunto, volpi e leoni). Ci viene fatto credere che per il nostro futuro politico sia imperativo comprendere questa categoria, o meglio discuterne in modo prolisso fino alla pubblicazione del prossimo saggio.

A partire dagli anni ’60, la sinistra ha cercato un gruppo sociale che sostituisse la classe operaia come motore del cambiamento sociale, riponendo le proprie speranze nelle minoranze razziali, nei giovani e negli immigrati, mentre gli osservatori conservatori hanno di conseguenza concentrato la propria ira su una serie di gruppi in parte immaginari, dai burocrati dello “Stato profondo” alle donne delle risorse umane. Le descrizioni dell’«élite tecnologica» possono ricoprire un ruolo simile, facendola apparire o come un pericolo o come uno strumento con cui smantellare un’élite sempre più disfunzionale. Ma il discorso pseudo-sociologico che identifica nuovi eroi e cattivi per il nostro dramma storico sembra aver raggiunto un picco di onnipresenza, incapace di orientare in modo affidabile la nostra politica.

Immaginare un’élite del futuro

Quanto detto sopra potrebbe sembrare un cavillo meschino. Drochon vuole che accettiamo l’idea che abbiamo bisogno di un’élite, in contrapposizione alla spinta irrazionale del populismo. Vuole che la nostra élite sia vitale, energica e competente. Si tratta di un’idea lodevole, e non si può che essere d’accordo. Ma nel tentativo di utilizzare le sue interpretazioni della teoria delle élite e il suo concetto di “democrazia dinamica” per sostenere queste tesi, Drochon ci presenta false scelte e falsi problemi.

Coloro che condividono il suo desiderio che le società occidentali siano governate in modo dignitoso non dovrebbero confondere tale desiderio, come fa Drochon, con quelli di mobilità sociale o di adeguamento al progresso della storia, che hanno prevalso come senso comune sin dalla fine del XVIII secolo. Questi desideri possono essere ragionevoli, o avere un nucleo razionale che andrebbe riformulato per la nostra epoca, ma non hanno nulla a che vedere, di per sé, né con la democrazia né con un’élite sana. Drochon, avendo accettato che la democrazia non possa fare a meno di un’élite, cerca di ridefinire la democrazia come un regime governato da un’élite aperta, mobile e progressista. Un regime governato da un’élite meritocratica, tuttavia, costantemente aperta a nuovi talenti e attivamente alla ricerca nel campo sociale di gruppi emergenti o minoranze emarginate, potrebbe essere percepito come antidemocratico da molti dei non-elitari che esso governa. Questo scenario, dopotutto, riflette in parte il modo in cui la base populista di Trump vede le élite che identifica all’interno della burocrazia federale, delle reti di lobbisti, dei media e del mondo accademico.

Se abbiamo deciso che la democrazia non può significare letteralmente il governo del popolo e deve essere ridefinita, allora non c’è alcun motivo particolare per cui dobbiamo accettare che l’apertura, la mobilità o l’adesione delle élite democratiche ad alcuni ideali di progresso storico siano gli elementi chiave di una democrazia ridefinita oggi. La democrazia, una volta svincolata dall’idea del governo del popolo, potrebbe piuttosto significare che l’inevitabile élite governa efficacemente per conto del popolo. Da questa prospettiva, potremmo riconsiderare se la creazione di un’élite intelligente e virtuosa al servizio del popolo abbia davvero così tanto a che fare con la questione della sua apertura, piuttosto che, ad esempio, con la qualità della sua istruzione, l’ampiezza della sua visione o il suo senso di responsabilità. Una volta liberati dalle narrazioni ormai consegnate alla storia, o dalle metafore fisiche che equiparano una buona società alla fluidità e al movimento, potremmo essere liberi di ripensare a ciò che vogliamo dalle nostre élite e a come ottenerlo.

La nostra profonda e diffusa insoddisfazione nei confronti degli attuali assetti sociali, economici e culturali si manifesta spesso sotto forma di ostilità verso coloro che vengono percepiti come élite e, talvolta, verso qualsiasi élite in generale. Le proteste contro la stagnazione e il relativo declino del tenore di vita delle classi medie e lavoratrici occidentali —che generano disorientamento etico e disperazione nei loro membri—si esprimono in forme imprecise e irrazionali che confondono problemi risolvibili con nemici chimerici. Il malcontento ben fondato nei confronti della traiettoria della nostra civiltà sfocia in movimenti e credenze bizzarri e autolesionistici. Le lamentele riguardo all’inaccessibilità degli alloggi e dell’assistenza sanitaria, o alla crescente difficoltà di assicurarsi un lavoro ben retribuito e un matrimonio appagante, si traducono in invettive non solo contro i leader che ci capitano e le loro decisioni sbagliate, ma contro il fatto stesso di dover essere guidati.

La sensazione diffusa di essere stati condotti in un vicolo cieco e di dover trovare una nuova strada rappresenta una richiesta politica di azione collettiva per riorganizzare il nostro mondo. Le persone che sembrano invocare a gran voce l’azione, la politica, la leadership sono diventate, a causa delle condizioni contro cui protestano, così disorientate e tormentate da aderire a movimenti demagogici che offrono loro la fugace illusione che qualcosa possa essere fatto a loro favore (o, più probabilmente, per punire le persone che odiano). Nel frattempo, questa demagogia erode ulteriormente non solo il loro tenore di vita, ma anche la loro capacità di distinguere l’azione dal gesto, la politica dal teatro, i leader dagli showman.

Nell’ultimo decennio, le richieste di smantellare lo “Stato amministrativo” o lo “Stato profondo” provenienti dalla destra, oppure “la polizia” e “le frontiere” provenienti dalla sinistra, si sono accompagnate, in un apparente paradosso, a un uso arbitrario e punitivo del potere statale da parte sia dei conservatori che dei progressisti, al fine di mettere a tacere e umiliare i propri nemici ideologici. Sia le richieste impossibili di abolire gli strumenti necessari al potere politico, sia gli abusi eclatanti di tali strumenti sono stati accolti con favore da ampi segmenti dell’opinione pubblica non appartenente all’élite. Se in tutto l’Occidente contemporaneo l’élite ha deluso il popolo, va detto che il popolo, a sua volta, ha perso la capacità di selezionare, sostenere o riconoscere un’élite efficace.

Noi che facciamo parte dell’élite culturale o intellettuale dobbiamo chiarire ai nostri concittadini — e prima di tutto a noi stessi — che un’élite di qualche tipo è necessaria e che solo attraverso un’élite è possibile riattivare la politica e trovare una via d’uscita dalla nostra impasse che ci sta riducendo alla miseria. La difesa di questo elitarismo non dovrebbe basarsi su modelli di pensiero storici e sociologici che, se mai sono stati utili, ora sembrano solo ingombrare il nostro discorso comune con astrazioni inapplicabili. Sappiamo, senza bisogno di ricorrere a essi, che esiste un’élite al potere e che ci governa male.

Potremmo iniziare a riflettere in modo positivo su come dovrebbe essere un’élite auspicabile, senza immaginarne l’auspicabilità in termini di capacità di rappresentare classi sociali o tipi umani distinti. Potremmo, infatti, considerare l’idea di rompere con la tradizione moderna che ha interpretato il problema delle élite in termini di grado di apertura della classe dirigente nei confronti dei nuovi arrivati e considerare aspetti più elevati. Tale apertura rimarrebbe, ovviamente, un argomento di analisi, ma di secondaria importanza rispetto alla virtù intrinseca della nostra élite in senso più platonico: nella forza di carattere, nella chiarezza di visione e nella gestione responsabile della nazione. In politica ci sono cose più importanti del semplice metodo di selezione.

Percepiamo inoltre che, nel cuore della libertà umana, vi sia un richiamo sempre presente a riconoscere e a partecipare a quella qualità splendente, preminente e superiore che si manifesta in certi individui dinamici, i quali ci svelano possibilità insospettate di agire. Il fatto che questo richiamo sia stato stravolto dai demagoghi — che fingono di essere proprio quelle persone per sedurci con gesti spettacolari e vuoti, che incarnano i nostri grotteschi fallimenti e mettono in scena le nostre peggiori fantasie invece di liberarci per vivere meglio alla luce del loro stesso esempio — rende ancora più imperativo che lo ascoltiamo e lo facciamo eco. Se speriamo di convincere i nostri concittadini ad accettare la necessità di un’élite, e di rendere questa élite necessaria il più competente e benevola possibile, allora dobbiamo iniziare a portare alla luce e a chiarire le nostre esperienze elementari di gerarchia, che sono state in parte oscurate da quel tipo di richiami allo storicismo su cui si basa la difesa dell’elitarismo di Drochon.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 2 (Estate 2026): 226–40.

Note

1 Hugo Drochon, Elites and Democracy (Princeton: Princeton University Press, 2026), 2.

2 Drochon, Elites and Democracy, 11–12.

3 Drochon, Elites and Democracy, 239.

4 Drochon, Elites and Democracy, 109.

5 Drochon, Elites and Democracy, 120.

6 Drochon, Elites and Democracy, 239.

7 Drochon, Elites and Democracy, 62, 106.

8 Drochon, Elites and Democracy, 241.

9 Drochon, Elites and Democracy, 242.

L’ultima volta che abbiamo risolto il deficit commerciale: gli insegnamenti dell’Accordo del Plaza _ di Michael Starr

L’ultima volta che abbiamo risolto il deficit commerciale: gli insegnamenti dell’Accordo del Plaza

Di Michael Starr

Negli ultimi dieci anni, sia le amministrazioni repubblicane che quelle democratiche hanno abbandonato l’approccio incentrato esclusivamente sul libero scambio che aveva prevalso nei tre decenni precedenti.1 Nel corso dei suoi due mandati, il presidente Trump ha portato avanti una serie di misure tariffarie che hanno interessato decine di prodotti e paesi. E non è l’unico. Il Messico ha imposto dazi fino al 50% su oltre 1.400 categorie di prodotti.2 Il Canada ha deciso di allinearsi ai dazi americani su veicoli elettrici, acciaio e alluminio cinesi.3 Brasile e Turchia hanno eretto nuove barriere contro la concorrenza straniera sovvenzionata. 4 In Europa, i funzionari avvertono apertamente che le esportazioni cinesi, alimentate da un surplus commerciale che ora supera i mille miliardi di dollari, minacciano la redditività della produzione europea. 5 Il commissario europeo al Commercio ha messo in discussione l’adeguatezza dei principi fondanti dell’Organizzazione mondiale del commercio,6 e il governo britannico ha avvertito che il sistema commerciale multilaterale sta affrontando una pressione “insostenibile”. 7 Dall’America Latina al Medio Oriente, i governi si stanno affannando a difendere le loro basi industriali contro ondate di merci a basso costo che l’ordine internazionale esistente si è dimostrato incapace di gestire.

Eppure, il dibattito economico dominante ha spesso trattato questo sconvolgimento come un esercizio di ignoranza. L’ex segretario al Tesoro Lawrence Summers ha paragonato lo squilibrio esterno statunitense, pari a migliaia di miliardi di dollari, al deficit che accumula con il suo club di golf e ha sostenuto che «il nostro deficit commerciale è, per molti versi, un segno della nostra forza». 8 L’implicazione che gli Stati Uniti possano scambiare all’infinito pile crescenti di pagherò con beni utili, senza conseguenze strutturali, è stata l’opinione dominante nei dipartimenti di economia e nelle redazioni.

Ma non è sempre stato così. L’ultima volta che gli americani hanno dedicato un’attenzione politica costante al deficit commerciale è stato negli anni ’80. Una crisi sorprendentemente simile a quella odierna – un crollo del settore industriale, l’indignazione bipartisan al Congresso e un dollaro in forte ascesa – ha dato origine all’episodio più significativo di coordinamento valutario internazionale della storia moderna. L’Accordo del Plaza del 1985 e la campagna diplomatica che lo accompagnò riuscirono a invertire rapidamente il deficit commerciale. Ma il successo non durò a lungo. La coalizione politica che aveva imposto l’azione si sciolse, la memoria istituzionale svanì e le forze strutturali che avevano prodotto la crisi rimasero in gran parte intatte, preparando il terreno per gli squilibri ancora più profondi che affrontiamo oggi.

Il seguente saggio presenta tre argomentazioni strettamente correlate. In primo luogo, il deficit commerciale è solo il sintomo di un problema più profondo. L’analisi delle partite correnti, che riflette i flussi di denaro tra le nazioni, rivela come la finanza interagisca con il commercio, causando pericolosi accumuli di debito e gravi squilibri sociali ed economici. In secondo luogo, gli anni ’80 hanno dimostrato sia le potenzialità che i limiti dell’uso dell’intervento valutario per invertire un deficit delle partite correnti. In terzo luogo, gli strumenti che sono stati utilizzati e abbandonati in quell’epoca possono ispirare soluzioni più durature per le sfide odierne.

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Per comprendere a cosa stessero reagendo i responsabili politici degli anni ’80, tuttavia, è necessario innanzitutto chiarire che cos’è un deficit delle partite correnti, perché è importante e quanto gli Stati Uniti si siano spinti in un territorio pericoloso. I segnali di allarme che i consiglieri del presidente Reagan dovettero affrontare nel 1985 stanno nuovamente lampeggiando in rosso.

La sfida persistente del deficit delle partite correnti degli Stati Uniti

Il saldo delle partite correnti indica quanto l’economia di un paese guadagna dal resto del mondo o quanto paga ad esso in un determinato anno. Un disavanzo delle partite correnti significa che un paese paga agli stranieri più di quanto guadagna da loro, rendendolo un debitore netto. Un avanzo indica il contrario. Per la maggior parte dei paesi, compresi gli Stati Uniti, la componente dominante del conto corrente è la bilancia commerciale: la differenza tra importazioni ed esportazioni di beni e servizi.9

Il complemento del conto corrente è il conto finanziario, che comprende tutti gli acquisti e le vendite di attività reali o finanziarie.10 Un paese con un deficit commerciale invia all’estero una quantità di valuta superiore al valore delle proprie esportazioni; l’eccedenza deve essere investita in attività. Un deficit commerciale deve quindi essere finanziato da una combinazione di debito estero e capitale proprio. Nel tempo, questi flussi si accumulano nella posizione patrimoniale netta sull’estero (NIIP) di un paese, ovvero la differenza tra lo stock di attività estere di una nazione e le partecipazioni estere nelle attività di quella nazione. Si tratta essenzialmente del bilancio di una nazione. I deficit persistenti erodono la NIIP, mentre le eccedenze la rafforzano. Le variazioni nelle valutazioni relative delle attività costituiscono la differenza.

Cosa determina se un paese registra un surplus o un deficit? I fattori sono interconnessi. Quando la valuta di un paese si apprezza, i suoi beni diventano più costosi all’estero e quelli stranieri più economici sul mercato interno, incentivando un aumento delle importazioni e una diminuzione delle esportazioni, spingendo così la bilancia delle partite correnti verso il deficit. Il deprezzamento ha l’effetto opposto. 11 Per l’americano medio del XXI secolo, abituato a un dollaro forte, questo fenomeno si avverte potenzialmente in modo più acuto quando si viaggia all’estero e si nota l’impatto delle variazioni del tasso di cambio sul potere d’acquisto.

L’aumento dei consumi esteri fa crescere le esportazioni nazionali, portando il conto corrente verso un surplus. L’aumento dei consumi interni fa crescere le importazioni, spingendo verso un deficit.12 I paesi in rapida crescita tendono a ricorrere maggiormente al credito per sfruttare maggiori opportunità di investimento, favorendo così i deficit delle partite correnti.13 I grandi deficit di bilancio pubblico generalmente peggiorano il conto corrente, mentre l’inasprimento della politica fiscale tende a migliorarlo. Questo effetto opera in parte attraverso il tasso di cambio: quando un governo si indebita meno, c’è meno domanda di capitale estero, il che abbassa i tassi di interesse, permette alla valuta di deprezzarsi e migliora la competitività. Studi condotti su oltre cento paesi hanno dimostrato che un inasprimento fiscale pari a 1 punto percentuale del PIL migliora il saldo delle partite correnti da 0,3 a 0,4 punti percentuali, con impatti ancora maggiori nei paesi caratterizzati da un’elevata mobilità dei capitali.14

L’effetto netto della politica monetaria sul conto corrente è ambiguo. Tassi di interesse più bassi deprezzano la valuta ma stimolano anche la domanda interna e le importazioni, e studi empirici dimostrano che questi effetti si annullano in gran parte.15 L’intervento diretto sul cambio, al contrario, ha effetti ampi e statisticamente significativi. Per i paesi con bassa mobilità dei capitali, ogni dollaro speso per l’acquisto di valuta estera aumenta il conto corrente di 72 centesimi, mentre per i paesi ad alta mobilità dei capitali l’effetto è di 31 centesimi per dollaro. 16 Ciò significa che i governi possono modificare il loro tasso di cambio a lungo termine attraverso acquisti e vendite sostenuti di valuta estera senza influenzare in modo significativo l’inflazione interna, una conclusione replicata in diversi studi nell’ultimo decennio che ribalta il vecchio consenso accademico secondo cui tali interventi non possono funzionare.17

Nel corso dell’ultimo secolo, gli Stati Uniti hanno registrato periodi caratterizzati da surplus, equilibrio e deficit persistenti delle partite correnti.18  Dal 1947 alla fine degli anni ’60, gli Stati Uniti hanno registrato surplus costanti delle partite correnti, inizialmente grazie alla domanda legata alla ricostruzione postbellica, poiché le fabbriche americane rifornivano le economie mondiali devastate, poi grazie alla concorrenza globale limitata mentre l’Europa e l’Asia si ricostruivano durante l’era della Guerra Fredda. Negli anni ’60, i surplus si erano stabilizzati tra lo 0,5 e l’1 per cento del PIL.

Poi, alla fine degli anni ’70, qualcosa iniziò a cambiare. La bilancia corrente registrò un deficit crescente, toccando il minimo del –3,2% del PIL nel 1986–87, prima che la tendenza si invertisse e il Paese tornasse a registrare un surplus di conto corrente (per l’ultima volta) nel 1991. È questa la storia che viene raccontata qui. L’amministrazione Reagan utilizzò l’Accordo del Plaza come valvola di sfogo di fronte a proposte molto più radicali di abbandonare il regime commerciale internazionale del dopoguerra. Il presidente Reagan orchestrò un deprezzamento coordinato del dollaro, che eliminò il deficit delle partite correnti all’inizio degli anni ’90.

L’andamento successivo spiega perché l’Accordo del Plaza sia ancora oggi rilevante. Dall’inizio degli anni ’90, ogni ripresa è stata meno marcata della precedente. Il disavanzo è sceso al –6,3% del PIL prima della crisi finanziaria del 2008, è risalito solo al –2,5% (comunque superiore a qualsiasi anno tra il 1947 e il 1985) e da allora si è nuovamente ampliato fino a circa il –5% del PIL nel primo trimestre del 2025. Il deficit delle partite correnti è oggi leggermente superiore a quello che ha aperto la strada all’Accordo del Plaza.

L’opinione generale tra gli economisti è che i disavanzi delle partite correnti non siano necessariamente motivo di preoccupazione di per sé, ma diventino problematici una volta superato il cosiddetto livello sostenibile. Si tratta del livello al quale un paese avrà la capacità di utilizzare i risparmi futuri per ripagare i debiti attuali e passati.19 Come per la maggior parte degli indicatori di allarme delle crisi economiche, non esiste una risposta chiara su cosa significhi “sostenibilità” in generale. Ad un certo punto, tuttavia, un paese con un deficit persistente innesca una correzione guidata dal mercato, e l’economia in deficit è costretta a un “ribaltamento” del conto corrente, in cui il saldo del conto corrente passa rapidamente da un deficit a un surplus—un processo spesso associato a gravi turbolenze economiche, un crollo degli investimenti e un rallentamento a lungo termine della crescita economica. 20 Una revisione della letteratura del Peterson Institute ha rilevato che il -3% del PIL è un limite appropriato per i deficit delle partite correnti sostenibili nelle economie sviluppate. 21 Lo stesso Summers ha scritto una volta che il limite massimo è circa il 5% del PIL, mentre altri suggeriscono che sia il livello al quale il rapporto tra passività esterne nette e PIL è stabile.22

L’analisi dell’inversione del saldo delle partite correnti in un ampio gruppo di economie mostra che essa può verificarsi a un livello superiore al –3% del PIL (come in Francia, Italia e Spagna) oppure superare il –10% del PIL prima che si verifichi una crisi (come in Irlanda, Nuova Zelanda, Portogallo e Singapore).23 Ogni volta che l’inversione ha inizio, essa è associata a un crollo della valuta. Le importazioni rallentano a causa della contrazione dei consumi, mentre le esportazioni finiscono per aumentare grazie al deprezzamento della valuta, consentendo all’economia di uscire dalla crisi. 24 I paesi industrializzati tendono a registrare una crescita del reddito reale in calo durante le inversioni del conto corrente, poiché le passività esterne accumulate prima della crisi alimentano una crescita economica superiore al percorso di crescita sostenibile dell’economia (che viene poi rapidamente invertito) e i gruppi di interesse interni (come le multinazionali) impediscono alla valuta di adeguarsi pienamente e costringono i redditi interni a diminuire più bruscamente come parte del processo di aggiustamento. 25

Il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti ha forse avviato il Paese verso una simile inversione di tendenza? La risposta sta probabilmente nella posizione patrimoniale netta sull’estero degli Stati Uniti.

Il NIIP rappresenta il valore netto delle attività estere detenute da cittadini statunitensi all’estero rispetto al valore delle attività statunitensi detenute da stranieri. Il fattore determinante per la sostenibilità di un disavanzo delle partite correnti è la capacità di un paese di finanziarlo, e ciò dipende dal fatto che l’onere dei pagamenti netti per investimenti sia gestibile. 26 Per un’economia con un NIIP negativo, il rendimento totale (interessi, dividendi, utili non distribuiti) pagato sul NIIP in percentuale del PIL non può essere infinitamente grande; a un certo punto, le richieste di pagamenti in uscita verso investitori e creditori stranieri consumeranno una quota così elevata della produzione totale che l’adempimento di tali obblighi richiederà una riduzione di altre spese private e pubbliche interne. 27 A un certo rapporto tra passività esterne nette e PIL, un paese sarà costretto all’austerità o all’insolvenza.

Al terzo trimestre del 2025, gli Stati Uniti presentavano un rapporto NIIP/PIL pari a circa –89 per cento.28 Un’analisi del Peterson Institute sulle sessantacinque maggiori economie ha rilevato che ogni paese con un NIIP anche solo vagamente simile agli attuali livelli statunitensi ha attraversato una crisi o presentava una chiara spiegazione strutturale. I quattro paesi con un NIIP inferiore al –70% del PIL — Spagna, Grecia, Portogallo e Irlanda — sono stati in grado di contrarre debiti così ingenti grazie alla loro partecipazione all’eurozona (che ha rallentato l’aggiustamento valutario), e i loro enormi debiti hanno infine innescato la crisi del debito europeo del 2010–12. 29 Questo episodio ha notoriamente portato all’imposizione di regimi di austerità e al passaggio da un saldo negativo delle partite correnti a un surplus. Al di fuori dell’eurozona, ogni paese al di sotto del –50% era o in un programma di aggiustamento del FMI, o sottoposto a pressioni di mercato per correggersi, o stava rapidamente sviluppando la propria capacità di esportazione.30 Le uniche economie sviluppate nell’elenco—Nuova Zelanda e Australia—avevano grandi settori delle risorse naturali che permettevano loro di onorare un debito estero significativo. 31 L’Australia è presto tornata in surplus prima di stabilizzarsi su deficit più contenuti una volta che i prezzi delle materie prime si sono normalizzati.32

Sebbene i mercati finanziari intervengano quando i paesi accumulano passività estere eccessive, non esiste alcuna forza che contrasti l’accumulo su larga scala di attività estere.33 Il saldo netto delle posizioni internazionali (NIIP) deve essere in equilibrio nell’economia mondiale. Se alcuni paesi, come gli Stati Uniti, hanno un NIIP sempre più negativo, allora altri paesi devono avere un NIIP sempre più positivo. Qualcuno deve possedere le attività dei paesi in deficit —e così è. Le nazioni in surplus, come Singapore, hanno accumulato attività estere nette superiori al 150% del PIL.34

La tesi, da tempo sostenuta, secondo cui gli Stati Uniti guadagnano più di quanto spendono dai propri investimenti all’estero è praticamente crollata.35 Nel 2024, il saldo ufficiale del reddito primario è passato formalmente in deficit (–41 miliardi di dollari). 36 La ragione principale addotta per spiegare perché gli Stati Uniti sono diversi da tutti gli altri paesi—e possono sostenere deficit delle partite correnti in crescita e il conseguente NIIP sempre più negativo—è che il dollaro statunitense è la valuta di riserva mondiale. Ciò crea una massiccia domanda di buoni del Tesoro statunitensi in quanto principale bene rifugio al mondo e contribuisce a far sì che i mercati finanziari statunitensi ospitino una quota sproporzionata delle transazioni finanziarie mondiali.37

Il dollaro statunitense funge da una sorta di «risorsa naturale» che gli Stati Uniti producono per soddisfare la domanda globale di riserve denominate in dollari.38 Ma non è chiaro fino a che punto ciò possa essere portato avanti. Uno shock alla fiducia nella governance istituzionale degli Stati Uniti (un default sul tetto del debito, ad esempio) potrebbe innescare un panico a catena e una caduta libera del dollaro. Gli Stati Uniti si trovano in acque inesplorate.

Le ripercussioni sociali più ampie del disavanzo delle partite correnti

Questi segnali di allarme macroeconomici sono rilevanti perché si traducono in pressioni politiche concrete. Le elezioni non si vincono né si perdono a causa degli avvertimenti degli economisti sul saldo netto degli investimenti internazionali (NIIP). La gente si preoccupa dei disavanzi delle partite correnti nella misura in cui questi causano chiusure di stabilimenti, perdite salariali e danni alle comunità in tutto il Paese. È proprio questo danno a rendere politicamente tossici i disavanzi persistenti delle partite correnti. Il fulcro delle partite correnti statunitensi è il disavanzo commerciale, che esercita pressioni sul mercato del lavoro da due direzioni. L’aumento delle importazioni sostituisce la produzione interna nei settori esposti al commercio, mentre un dollaro relativamente sopravvalutato frena l’occupazione orientata all’esportazione.

La portata di questi effetti è notevole. L’impennata delle importazioni cinesi tra il 2000 e il 2007 ha causato la perdita diretta di quasi un milione di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, con un calo dei salari reali in quasi la metà dei mercati del lavoro americani, poiché i lavoratori licenziati si sono trovati a competere per un numero sempre più esiguo di posti di lavoro. 39 I moltiplicatori occupazionali insolitamente elevati del settore manifatturiero (una stima suggerisce 744 posti di lavoro indiretti per ogni 100 posti di lavoro diretti nel settore manifatturiero) significano che queste perdite si sono propagate ben oltre l’area di produzione. 40 Inoltre, anche laddove i livelli di occupazione locali alla fine si sono ripresi, recenti ricerche hanno dimostrato che i nuovi posti di lavoro si sono concentrati nei settori dei servizi a basso salario e sono andati in modo sproporzionato alle fasce più giovani, alle donne, agli immigrati e ai laureati—non ai lavoratori originariamente licenziati dal settore manifatturiero, che non hanno né recuperato pienamente le perdite di reddito né lasciato le aree colpite. 41 La conseguente deindustrializzazione ha anche accelerato il declino del sindacato: la copertura sindacale nel settore manifatturiero è scesa dal 32–40% del 1979 a meno del 10% di oggi. 42 Uno studio del McKinsey Global Institute ha attribuito il 68% del calo della quota del lavoro sul PIL tra il 1990 e il 2015 al restringimento del settore manifatturiero.43

Queste conseguenze distributive sono state aggravate dall’aumento della mortalità, dall’abuso di sostanze stupefacenti e dal deterioramento del tessuto sociale, fenomeni concentrati nelle regioni più colpite.44 Uno studio del 2026 ha rilevato che il NAFTA ha avuto un impatto direttamente misurabile sull’aspettativa di vita degli americani. Le comunità esposte alla concorrenza delle importazioni messicane hanno registrato, in media, un aumento dello 0,68% della mortalità annuale aggiustata per età nei quindici anni successivi all’accordo, un effetto che, secondo le conclusioni degli autori, era sufficientemente rilevante da annullare le stime precedenti dei guadagni complessivi in termini di benessere derivanti dal NAFTA.45

I persistenti deficit delle partite correnti alimentano inoltre il crescente predominio delle attività finanziarie nell’economia americana, un processo noto come «finanziarizzazione».46 Poiché il deficit delle partite correnti implica che gli Stati Uniti acquistino dall’estero più beni e servizi di quanti ne vendano, gli stranieri accumulano dollari che alla fine devono essere investiti in attività finanziarie denominate in dollari. 47 La conseguente domanda di attività sicure in dollari è enorme: tra il 1998 e la metà del 2008, gli investitori stranieri hanno acquistato più titoli del Tesoro statunitense di quanti ne fossero stati emessi e ulteriori 1,5 trilioni di dollari in titoli di agenzie governative. Quando il debito sovrano e quello delle agenzie si sono rivelati insufficienti ad assorbire la domanda globale, Wall Street ha creato 2,5 trilioni di dollari in titoli garantiti da ipoteca (MBS) di emittenti private, utilizzando l’ingegneria finanziaria per trasformare portafogli di mutui subprime in tranche di attività nominalmente sicure. La bolla immobiliare e il suo crollo nel 2008 sono stati in parte causati da questa dinamica e hanno quasi distrutto il sistema finanziario globale.

Il mito dei tassi di cambio flessibili

La questione di come gestire gli squilibri delle partite correnti tra le nazioni ha una lunga storia intellettuale. Nell’ambito del classico sistema aureo, si riteneva che il «meccanismo dei prezzi, della moneta e dei flussi» di David Hume fornisse un vincolo naturale: un paese in deficit avrebbe perso oro, avrebbe visto i propri prezzi diminuire e sarebbe diventato più competitivo fino al ripristino dell’equilibrio. 48 Quando il sistema aureo crollò dopo la prima guerra mondiale, John Maynard Keynes propose, alla conferenza di Bretton Woods del 1944, un’Unione di compensazione internazionale che avrebbe imposto oneri di aggiustamento simmetrici sia ai paesi in surplus che a quelli in deficit attraverso un’unità di conto sovranazionale. 49 La sua proposta fu respinta dai rappresentanti americani, che si resero conto che gli Stati Uniti registravano all’epoca un ampio surplus e volevano preservarlo. Il conseguente ancoraggio del dollaro all’oro creò quella che l’economista Robert Triffin identificò come una contraddizione fatale. Il mondo aveva bisogno che gli Stati Uniti registrassero deficit per fornire riserve internazionali in dollari, ma proprio quei deficit avrebbero finito per minare la fiducia nel sostegno aureo del dollaro.50 Ciò alla fine si verificò quando il presidente Nixon sospese la convertibilità in oro nel 1971 e il mondo passò al sistema dei tassi di cambio fluttuanti che persiste ancora oggi.51

Milton Friedman sosteneva da tempo che i tassi di cambio fluttuanti avrebbero consentito ai saldi delle partite correnti di autocorreggersi. Un paese in deficit avrebbe visto la propria valuta deprezzarsi, rendendo le sue esportazioni più convenienti; ciò avrebbe naturalmente ripristinato l’equilibrio attraverso il funzionamento di quelli che Friedman definiva mercati valutari «ampi, attivi e quasi perfetti». 52 Un più ampio consenso tra gli esperti rafforzò questa visione attraverso la dottrina della “trinità impossibile”, secondo la quale i paesi non potevano contemporaneamente controllare i propri tassi di cambio, mantenere una politica monetaria indipendente e consentire la libera circolazione dei capitali, il che significava che una manipolazione valutaria prolungata era teoricamente impossibile. 53 Entrambi i modelli, tuttavia, non tenevano conto degli enormi flussi di capitali non legati al commercio —accumulo di riserve, fuga verso beni rifugio e movimenti speculativi—che causano una divergenza persistente delle valutazioni valutarie rispetto ai livelli compatibili con un commercio equilibrato.54

I tassi di cambio non si adeguano in modo coerente per correggere gli squilibri delle partite correnti; gli squilibri persistenti nel mondo odierno lo dimostrano chiaramente. Al massimo, i paesi in deficit con regimi di cambio più flessibili potrebbero registrare un’inversione di tendenza delle partite correnti in tempi più rapidi. 55 Gli Stati Uniti, tuttavia, sembrano immuni al deprezzamento prolungato che ci si aspetterebbe, dati i loro deficit persistenti. Si tratta di una versione moderna del dilemma di Triffin: lo status del dollaro come valuta di riserva richiede deficit persistenti delle partite correnti americane per fornire al mondo liquidità di riserva, il che si manifesta come una continua pressione al rialzo sul dollaro. 56 Nel 2025, il dollaro era presente in una delle due parti dell’89% di tutte le transazioni in valuta estera nel mondo e rappresentava il 58% di tutte le riserve valutarie delle banche centrali globali. 57 Ciò significa che la domanda di dollari è più legata allo stato dell’attività economica transfrontaliera globale che alle dinamiche dell’economia statunitense in particolare.

L’economista Perry Mehrling contribuisce a spiegare l’impatto di questo fenomeno sul valore del dollaro attraverso quella che definisce una «visione monetaria del mercato dei cambi».58 Mehrling sottolinea che le valute estere non sono tutte uguali, ma devono essere intese come inserite in una «gerarchia monetaria». Le valute a ciascun livello della gerarchia vengono valutate dagli operatori di valuta in termini di convertibilità nelle valute che si trovano più in alto nella gerarchia.59 Il dollaro statunitense occupa un posto indiscusso al vertice, in parte grazie alla capacità della Federal Reserve di fornire liquidità in dollari in situazioni di crisi. 60 Il conseguente premio di liquidità contrasta la pressione al ribasso sul dollaro che altrimenti deriverebbe dai persistenti deficit delle partite correnti, rendendo il dollaro strutturalmente più costoso rispetto alle altre valute e spingendo costantemente gli Stati Uniti verso il deficit delle partite correnti.

Inoltre, i mercati valutari non spingono sistematicamente al rialzo le valute dei paesi in surplus in misura sufficiente a correggere gli squilibri globali. Il regime dei tassi di cambio non è realmente flessibile: anche se gli Stati Uniti lasciano fluttuare liberamente il dollaro, altri paesi gestiscono attivamente le proprie valute rispetto al dollaro, mantenendo al contempo l’indipendenza monetaria e controllando l’inflazione interna. Un ampio lavoro empirico conferma che l’inflazione non segue la svalutazione in misura equivalente e che gli acquisti ufficiali di valuta estera possono effettivamente ridurre il valore a lungo termine di una valuta. 61 Come discusso in precedenza, l’intervento ufficiale sui cambi ha effetti ampi e statisticamente significativi sul conto corrente.62 I paesi possono intervenire attivamente, e lo fanno, per espandere i propri surplus delle partite correnti.

La ricerca conferma che la sottovalutazione della valuta porta a un aumento degli investimenti e a una crescita più rapida, riducendo i costi di produzione denominati in dollari e aumentando la redditività delle imprese nazionali.63 Si tratta di un fattore chiave per una crescita di successo trainata dalle esportazioni e vanta una lunga tradizione storica come strategia di sviluppo. 64 L’intervento sistematico sul mercato valutario da parte delle economie in surplus — che acquistano dollari e vendono le proprie valute — aggrava l’attuale pressione al rialzo sul dollaro derivante dal suo premio di valuta di riserva. Ogni 1% di apprezzamento del dollaro è associato a un’elasticità netta delle esportazioni/importazioni compresa tra 1,15 e 1,25, il che significa che le esportazioni diminuiscono fino all’1,25% per ogni aumento dell’1% delle importazioni. 65 Questo aiuta a spiegare perché il conto corrente degli Stati Uniti continui a crescere, con le importazioni in forte aumento e le esportazioni in calo ancora più rapido, dato che il dollaro non riesce a indebolirsi.

Dopo aver raggiunto il pareggio delle partite correnti nel 1991, il deficit statunitense è tornato a livelli moderati prima di crollare sulla scia della crisi finanziaria asiatica del 1997–98. La crisi ha devastato le economie del Sud-Est asiatico: ad esempio, la rupia indonesiana ha perso l’ottanta per cento del suo valore e il prodotto reale pro capite è sceso di oltre il quattordici per cento. Le condizioni umilianti associate ai salvataggi del FMI hanno convinto i responsabili politici di tutto il mondo in via di sviluppo ad accumulare riserve in dollari come assicurazione contro future crisi della bilancia dei pagamenti.66 La Cina ha guidato la carica, acquistando 1,8 trilioni di dollari tra il 1996 e il 2007 e altri 2 trilioni dopo la crisi finanziaria per impedire l’apprezzamento dello yuan. 67 Dal 2003 al 2013, l’intervento valutario ufficiale complessivo da parte dei governi dei paesi in surplus è stato in media di centinaia di miliardi di dollari all’anno. Alcuni stimano che, in assenza di questo intervento, il deficit delle partite correnti degli Stati Uniti si sarebbe ridotto fino a 230 miliardi di dollari all’anno e il surplus della Cina sarebbe stato quasi azzerato.68

Sebbene gli interventi valutari diretti da parte del governo siano diminuiti dal 2014, i flussi finanziari privati hanno sostituito gli acquisti delle banche centrali come principale fattore di apprezzamento del dollaro. Il Rapporto sul settore estero 2025 del FMI stima che il tasso di cambio effettivo reale degli Stati Uniti sia sopravvalutato tra il 6,1% e il 17,8%, con un valore medio dell’11,9%. 69 Questa può essere considerata una stima prudente, dato che l’FMI ha costantemente mostrato un orientamento allo status quo nelle “norme” relative al conto corrente che informano la sua stima del valore relativo.70

Il contenimento dei consumi nei paesi con surplus è un altro meccanismo attraverso il quale si diffondono gli squilibri. Le politiche che mantengono le persone in condizioni di povertà rispetto a quelle che potrebbero avere si ripercuotono all’estero attraverso prezzi artificialmente bassi. I lavoratori nel proprio paese sacrificano salari e benefici che altrimenti otterrebbero e le risorse finanziarie vengono convogliate ai produttori per guadagnare quote di mercato all’estero. Il divario di consumo tra paesi con surplus e deficit è netto. Nel 2022, i consumi privati rappresentavano solo il 38% del PIL in Cina e il 50% in Germania, rispetto al 68% negli Stati Uniti. I paesi in surplus raggiungono queste basse quote di consumo attraverso politiche deliberate: la Germania lo ha fatto attraverso le riforme del lavoro Hartz del 2003-2005, che hanno rallentato la crescita salariale rispetto alla produttività, e la Cina attraverso la repressione finanziaria, il suo sistema hukou di controllo delle migrazioni interne e la soppressione dell’organizzazione sindacale.71 L’austerità fiscale rafforza queste dinamiche. Il “freno all’indebitamento” previsto dalla Costituzione tedesca ha limitato il disavanzo strutturale federale, una norma che ha contribuito a frenare la domanda interna e gli investimenti pubblici per oltre un decennio. A livello dell’UE, il Patto di stabilità e crescita ha imposto a tutti gli Stati membri un tetto al disavanzo e un obiettivo di rapporto debito/PIL, limitando ulteriormente lo spazio di manovra fiscale in tutta l’Eurozona.

Le forze descritte sopra—le dinamiche delle valute di riserva che rafforzano strutturalmente il dollaro, l’intervento attivo sul mercato valutario da parte delle economie in surplus e la deliberata contenzione dei consumi interni per mantenere i vantaggi competitivi delle esportazioni—interagiscono generando flussi di capitali persistenti verso gli Stati Uniti che superano di gran lunga qualsiasi plausibile spiegazione interna. Gli Stati Uniti hanno registrato surplus di bilancio dal 1998 al 2001, eppure il deficit delle partite correnti si è ampliato. Il Giappone ha accumulato un debito pubblico superiore al 230 per cento del PIL, ma ha mantenuto persistenti surplus delle partite correnti, alimentati sempre più dai rendimenti degli investimenti all’estero piuttosto che dal commercio. 72 Durante la fine degli anni ’90, il capitale che finanziava il deficit statunitense era prevalentemente privato, affluendo in azioni, obbligazioni societarie e immobili piuttosto che nel debito pubblico.73 Questo andamento è molto più coerente con un eccesso di risparmio estero spinto nei mercati statunitensi che con una politica fiscale americana che lo attira. Caballero, Farhi e Gourinchas hanno dimostrato che la domanda globale di attività finanziarie sicure denominate in dollari, concentrata nelle economie emergenti ad alto tasso di risparmio, ha strutturalmente superato l’offerta, facendo scendere i rendimenti e generando ingenti flussi di capitale dalle economie in surplus verso gli Stati Uniti.74 Ben Bernanke ha per primo articolato questa diagnosi come un “eccesso di risparmio globale”. Pettis e Klein l’hanno ampliata per mostrare come le politiche dei paesi in surplus trasmettano i costi del consumo represso alle economie in deficit attraverso il conto finanziario.75

Oggi, gli squilibri globali che ne sono derivati sono balzati in cima all’agenda economica internazionale. L’amministrazione Trump ha fatto della lotta al deficit commerciale statunitense nel settore dei beni e, più in generale, agli squilibri globali delle partite correnti, l’obiettivo centrale delle proprie misure commerciali. Di fronte all’impennata delle importazioni, i responsabili politici in Europa e nel resto del mondo fanno eco a queste preoccupazioni in modo più discreto. Le pagine editoriali discutono delle cause e dell’importanza di questi squilibri, mentre gli elettori si indignano per quella che considerano inazione di fronte alla crisi.

Un ristretto gruppo di veterani della politica osserva questo panorama con una sensazione di déjà vu. Gli anni ’80 offrono un episodio—e un possibile modello per ciò che verrà.

L’amministrazione Reagan e il deficit commerciale degli anni ’80

Tra il 1980 e il 1984, il dollaro statunitense si è apprezzato di circa il 41%. 76 Il presidente della Federal Reserve Paul Volcker, con il mandato di arginare l’inflazione galoppante, attuò una politica monetaria estremamente restrittiva dal 1980 al 1982. Parallelamente, il presidente Reagan ridusse drasticamente le tasse aumentando al contempo in modo significativo la spesa (in particolare per un massiccio potenziamento militare nell’ultima fase della Guerra Fredda). Questa espansione fiscale non finanziata si basava sulla politica del “guns and butter” del presidente Johnson, che accoppiava l’escalation della guerra del Vietnam con programmi sociali interni, nessuno dei quali era finanziato con un aumento delle tasse.77 Il deficit di bilancio che ne derivò, insieme alla politica monetaria restrittiva di Volcker, fece salire i tassi di interesse a lungo termine, attirando afflussi di capitali e rafforzando il dollaro. 78 Il presidente del Consiglio dei consulenti economici (CEA) di Reagan, Martin Feldstein, coniò il termine “doppio deficit” per descrivere come l’espansione fiscale avesse apprezzato il dollaro e spinto il conto corrente in deficit.79

Negli anni ’80 il Giappone fu pioniere di quel modello di sviluppo basato sulle esportazioni e caratterizzato da un basso livello di consumi, successivamente adottato dalla Cina e da altre nazioni asiatiche. Un mercato finanziario fortemente regolamentato ha indirizzato finanziamenti a basso costo verso i produttori, mentre una vasta rete di sussidi espliciti e impliciti e di politiche industriali ha destinato i fondi dei contribuenti alla promozione delle esportazioni.80 Questo è stato il contesto istituzionale dell’elevato tasso di risparmio giapponese, che nel dopoguerra ha inizialmente finanziato gli investimenti delle imprese giapponesi nella ricostruzione della capacità produttiva interna, per poi finanziare il consistente deficit di bilancio del Giappone negli anni ’70. 81 Nel 1980, il deficit pubblico giapponese era stato eliminato e il Giappone aveva deregolamentato il proprio sistema finanziario, consentendo ai suoi enormi risparmi di affluire nei mercati finanziari globali.82 Ciò ha aggravato l’apprezzamento del dollaro, poiché gli investitori giapponesi hanno guidato un’impennata della domanda internazionale di titoli del Tesoro. 83

Il risultato fu una rapida espansione del disavanzo delle partite correnti, che passò da un esiguo surplus nel 1980 a un disavanzo pari a circa il 3% del PIL nel 1985, quasi dello stesso ordine di grandezza di quello odierno. Il dollaro forte rese i produttori americani estremamente poco competitivi, e un’ondata di chiusure di stabilimenti e rallentamenti si abbatté sull’economia. L’impatto del dollaro forte fu inizialmente mascherato dai dati a causa della profonda recessione del 1981-82, che ridusse drasticamente la domanda di importazioni. I veri effetti del dollaro divennero evidenti durante una ripresa particolarmente anemica nel settore manifatturiero. L’utilizzo della capacità produttiva negli Stati Uniti arrancò e diminuì, e la crescita degli ordini inevasi dei produttori rallentò. 84 Nel 1984, gli Stati Uniti avevano raggiunto il più grande deficit commerciale nominale mai registrato da una nazione. In dollari costanti, le importazioni aumentarono rispetto alla produzione interna mentre le esportazioni si ridussero, e lo spostamento fu ancora più pronunciato nei beni manifatturieri.85

La quota del settore manifatturiero sull’occupazione totale ha subito un forte calo in questo periodo.86 Nonostante la crescita del PIL più forte registrata da una generazione, l’occupazione nel settore manifatturiero si è ripresa a malapena dai minimi raggiunti durante la recessione.87 Il dollaro forte è stato ampiamente indicato come il fattore più significativo tra i molteplici elementi che hanno frenato il settore manifatturiero. 88 La produzione di metalli è diminuita drasticamente,89 e le esportazioni agricole sono crollate del 44% tra il 1980 e il 1985, causando una caduta del reddito agricolo netto reale al di sotto del livello del 1980. 90 L’adesione ai sindacati afl-cio è scesa del 17% in cinque anni, con la chiusura o la messa a riposo di fabbriche in tutti i settori dell’economia.91

La vittima più in vista dal punto di vista politico fu l’industria automobilistica, fortemente sindacalizzata. La tendenza verso le importazioni di auto era iniziata alla fine degli anni ’70, in un contesto di aumento dei prezzi del petrolio causato dall’embargo petrolifero arabo, e si era nuovamente accelerata durante la rivoluzione iraniana.92 I produttori americani, orientati verso veicoli di grandi dimensioni e poco efficienti dal punto di vista dei consumi, dovettero affrontare una pressione crescente da parte dei consumatori alla ricerca di auto più piccole. L’apprezzamento del dollaro rispetto allo yen aggravò il problema. I consumatori che acquistavano auto giapponesi vedevano ora prezzi di vendita più bassi oltre al risparmio sul carburante. La quota delle importazioni nel mercato automobilistico statunitense è passata da circa il 15% nel 1970 al 23% nel 1979, salendo a quasi il 30% nel 1982.93

Le tre grandi case automobilistiche si trovarono sull’orlo del collasso. La disoccupazione nel settore automobilistico superò i 300.000 lavoratori — circa il 30 per cento della forza lavoro del settore — e le case automobilistiche americane subirono perdite record, con Chrysler che dovette ricorrere a un piano di salvataggio federale. 94 In un sondaggio del 1980, il 71% degli americani era favorevole a “proteggere i posti di lavoro a costo di prezzi più alti sui prodotti stranieri”. 95 I manifestanti distrussero pubblicamente le auto giapponesi, e il sentimento anti-giapponese raggiunse il culmine quando, nel 1982, una folla che protestava contro le importazioni uccise Vincent Chin, un uomo di origine asiatica a Detroit.96  Come scrisse il New York Times quell’anno, il “crescente successo del Giappone in un’ampia gamma di settori industriali” stava “causando un crescente disagio e insicurezza riguardo al dominio di lunga data di questo Paese”.97

Gruppi di interesse in patria e all’estero

Il legame tra il dollaro forte, il deficit delle partite correnti in rapida espansione e la perdita di posti di lavoro era evidente alla maggior parte dei principali gruppi di interesse americani coinvolti durante la prima metà degli anni ’80. Il Consiglio esecutivo dell’afl-cio pubblicò nel 1984 una dichiarazione in cui sosteneva che la «sovravalutazione del dollaro aveva contribuito in modo determinante» al deficit commerciale. 98 Il capo economista dell’afl-cio, Rudolph A. Oswald, attaccò pubblicamente la politica di laissez-faire dell’amministrazione Reagan nei confronti del tasso di cambio e chiese un intervento per far scendere il dollaro. I gruppi agricoli che rappresentavano gli agricoltori che avevano subito una significativa perdita di vendite fecero pressione sui membri del Congresso e sull’amministrazione Reagan affinché intervenissero sul mercato valutario.

Entrambi i gruppi hanno concentrato il proprio capitale politico su altri fronti. Il Partito Laburista si è concentrato sulle restrizioni commerciali e sulla politica industriale, ritenendo che la sola correzione del tasso di cambio non sarebbe bastata a risolvere i problemi di competitività più profondi. Gli interessi agricoli hanno dato priorità alla legge sull’agricoltura del 1985, impossibilitati a prendere l’iniziativa sui tassi di cambio a causa della narrativa dominante dei «doppi deficit», che attribuiva la forza del dollaro ai deficit di bilancio federali.

Mentre i sindacati concentravano la propria attenzione sulle misure commerciali del Congresso e il settore agricolo difendeva i propri sussidi governativi, la lobby più influente a sollevare preoccupazioni riguardo al dollaro forte era quella delle imprese industriali statunitensi. Lee Morgan, amministratore delegato di Caterpillar, ha guidato la carica criticando pubblicamente la sottovalutazione dello yen, presto affiancato dagli amministratori delegati di Ford, U.S. Steel, Honeywell, Motorola, IBM, Pfizer e Xerox. Queste aziende hanno portato avanti la loro causa attraverso la National Association of Manufacturers (NAM) e la Business Roundtable, beneficiando di un ampio accesso ai funzionari dell’amministrazione Reagan.

In un documento programmatico del 1985, la NAM sosteneva che il governo avesse «finora fallito nel far fronte al disallineamento del dollaro e al suo grave impatto negativo sull’economia statunitense nel suo complesso», e sollecitava un’azione cooperativa immediata con le banche centrali estere per garantire che «il dollaro si muovesse nella giusta direzione». 99 Il Business Roundtable, guidato da Morgan, ha esercitato forti pressioni per un intervento diretto sul mercato dei cambi durante gli incontri con i Segretari di Stato, del Tesoro e del Commercio, il CEA e l’USTR. L’amministrazione Reagan respinse questi sforzi per anni, in gran parte a causa dell’insistenza del Segretario al Tesoro Don Regan sul fatto che i tassi di cambio dovessero essere lasciati alle forze di mercato. Morgan riformulò quindi le argomentazioni in termini più orientati al libero mercato, sostenendo la necessità di esercitare pressioni sul Giappone affinché allentasse le restrizioni sugli afflussi di capitali e la regolamentazione del mercato interno. La centralità della questione del tasso di cambio per la comunità imprenditoriale divenne innegabile nel 1985, quando i gruppi imprenditoriali respinsero le proposte di nuovi negoziati commerciali del GATT e insistettero su «negoziati sui tassi di cambio e sulle questioni finanziarie» come precondizione per un’ulteriore liberalizzazione del commercio.100

L’opposizione diffusa al declino dell’industria manifatturiera nazionale e la pressione concertata esercitata dai gruppi di interesse diedero origine a un’ondata di leggi in materia commerciale al Congresso nei primi anni ’80. I leader del Congresso riconoscevano l’importanza del tasso di cambio nel determinare gli squilibri, ma ritenevano anche che un intervento deciso in materia commerciale potesse costringere l’amministrazione Reagan, orientata al libero mercato, ad agire sia sul commercio che sui tassi di cambio.101

Dopo che l’ITC aveva respinto una richiesta dell’UAW volta a ottenere misure di protezione contro le importazioni di automobili, i repubblicani al Senato minacciarono di presentare una legge sulle quote a prova di veto, spingendo l’amministrazione Reagan —in un’iniziativa guidata dal futuro rappresentante commerciale degli Stati Uniti (USTR) dell’amministrazione Trump, Robert Lighthizer—a negoziare con il Giappone delle restrizioni volontarie alle esportazioni. Queste misure ebbero grande successo e alla fine stimolarono gli investimenti giapponesi nella produzione con sede negli Stati Uniti, creando oltre 100.000 posti di lavoro americani entro il 1991.102 L’amministrazione negoziò analogamente restrizioni alle esportazioni di acciaio sotto la minaccia di un disegno di legge sulle quote alla Camera co-sponsorizzato da 210 rappresentanti.103

Nel 1985, la minaccia di una legislazione altamente restrittiva si fece sempre più pressante. A luglio, il presidente della Commissione Finanze della Camera Dan Rostenkowski, il futuro presidente della Commissione Finanze del Senato e candidato alla vicepresidenza Lloyd Bentsen, e il futuro leader della maggioranza alla Camera e candidato alla presidenza Richard Gephardt presentarono una proposta di legge che imponeva un dazio aggiuntivo del 25% sulle importazioni provenienti da qualsiasi paese che mantenesse sia un ampio surplus commerciale bilaterale con gli Stati Uniti sia barriere sleali alle importazioni, con l’obbligo di ridurre il deficit bilaterale. 104 Il senatore John Danforth presentò e ottenne l’approvazione unanime del Senato per un disegno di legge che avallava ritorsioni commerciali contro il Giappone e iniziò a minacciare sovrattasse generalizzate sulle importazioni.105 Parallelamente, il Congresso intervenne direttamente sulla politica valutaria. Le commissioni bancarie esaminarono disegni di legge che limitavano fortemente la discrezionalità del Tesoro e della Fed in materia di intervento sul mercato dei cambi,106 e i senatori Bill Bradley, Pat Moynihan e Max Baucus presentarono disegni di legge che rendevano obbligatorio l’intervento sui cambi quando gli Stati Uniti registravano ampi deficit delle partite correnti. 107 La prospettiva di ulteriori azioni sia in materia di valuta che di restrizioni commerciali si profilava minacciosa. I democratici cercavano un tema vincente contro il presidente Reagan, mentre i repubblicani e i loro alleati del mondo degli affari si sentivano liberi di sfidare l’amministrazione ora che le pressioni di parte della campagna presidenziale del 1984 si erano attenuate.

La crescente pressione sull’amministrazione Reagan giunse in un momento opportuno. Dopo il secondo insediamento del presidente Reagan nel gennaio 1985, il capo di gabinetto della Casa Bianca James Baker e il segretario al Tesoro Don Regan decisero di scambiarsi i ruoli—una transizione fondamentale che aprì la strada a un intervento deciso sui tassi di cambio.

David Mulford, che ha ricoperto la carica di sottosegretario al Tesoro per gli affari internazionali, ha descritto la politica dei tassi di cambio della prima amministrazione Reagan come guidata dall’«ideologia secondo cui i mercati erano perfetti e avrebbero determinato, in ogni momento e in ogni circostanza, valutazioni corrette e sostenibili», 108 portando a «un impegno purista alla non-intervenzione nei mercati dei cambi», dove la «minima considerazione di un intervento sul mercato» era vista come un’eresia ideologica.109 Baker, al contrario, si era guadagnato una reputazione di pragmatismo che lo distingueva dalle fazioni più ideologiche dell’amministrazione. 110 I segnali di ciò che ciò avrebbe potuto significare per la politica valutaria emersero durante le audizioni di conferma di Baker, in cui egli affermò che l’opposizione di Reagan all’intervento era «ovviamente qualcosa che andava preso in considerazione».111

Baker giunse rapidamente alla conclusione che fosse necessaria una svolta radicale. Come raccontò in seguito, era preoccupato di «come mantenere […] la prosperità di fronte a squilibri economici globali insostenibili e crescenti»,112 dovendo fare i conti con un dollaro sopravvalutato che «favoriva i giapponesi, i tedeschi e altri partner commerciali a scapito dei produttori e degli esportatori statunitensi». 113 Una «febbre protezionista ardeva al Congresso» che «si faceva più intensa ogni volta che Honda o Mercedes conquistavano un altro cliente a scapito delle Tre Grandi».114 Baker vedeva nel dollaro sopravvalutato un fattore che alimentava direttamente lo slancio protezionista che stava cercando di contenere. Far scendere il dollaro avrebbe potuto salvare il libero scambio dall’assalto politico, indebolendo drasticamente la concorrenza delle importazioni.

Il piano elaborato da Baker insieme al sottosegretario Mulford consisteva nel «sconvolgere» il mercato annunciando vendite coordinate di dollari da parte del G-5 fino a quando la valuta non avesse raggiunto un valore obiettivo.115 Mulford riteneva che i recenti risultati economici espansivi in Europa indicassero una tendenza secondo cui l’aumento della domanda europea e giapponese avrebbe potuto contribuire a ridurre gli squilibri globali, ma che ciò potesse essere rinviato a tempo indeterminato dal continuo apprezzamento del dollaro. 116 L’obiettivo dell’annuncio era quello di «trasformare la psicologia del mercato» e dimostrare che gli Stati Uniti erano «favorevoli a queste tendenze e disposti a trasformare i loro precedenti atteggiamenti guidati dall’ideologia». 117 Presentato con il «fondamentale elemento sorpresa», lo shock derivante dall’inversione della politica di non intervento di lunga data «avrebbe fornito un messaggio che i mercati non avrebbero potuto ignorare»,118 spingendo i mercati valutari verso un nuovo equilibrio che a sua volta avrebbe incoraggiato i paesi in surplus ad aumentare la domanda interna. Come affermò Baker, l’obiettivo era «cercare di coordinare i fondamentali economici sottostanti dei principali paesi valutari» e «farlo con regolarità» in un processo che sarebbe iniziato solo con quello che divenne l’Accordo del Plaza.119

Baker ottenne l’approvazione riluttante del Segretario di Stato Shultz, sostenitore dei tassi di cambio fluttuanti e influenzato dalle crescenti lamentele del mondo imprenditoriale, nonché del presidente della Fed Volcker, che pur essendo scettico riguardo all’intervento lo considerava complementare ai propri sforzi volti ad allentare la politica monetaria. 120 Le deliberazioni si svolsero nella massima segretezza: Baker attese fino a pochi giorni prima dell’annuncio per informare il presidente Reagan e non rivelò i piani agli altri funzionari della Casa Bianca se non ventiquattro ore prima, neutralizzando così qualsiasi tentativo di organizzare un’opposizione da parte di altri membri dell’amministrazione.121

Raggiungere un accordo all’interno del G-5 è stato altrettanto difficile. Baker e il suo team del Tesoro contattarono segretamente i ministeri delle finanze di Germania, Giappone, Regno Unito e Francia,122 facendo leva sul protezionismo del Congresso come arma di ricatto. Come affermò in seguito, «la nostra leva… era che se non avessimo agito per primi, i protezionisti al Congresso avrebbero eretto barriere commerciali».123

Il Giappone si mostrò ricettivo. Nel 1985, il surplus commerciale di 49,7 miliardi di dollari del Giappone con gli Stati Uniti rappresentava quasi il 30% delle sue esportazioni totali,124 rendendolo la parte che aveva più da perdere dal deprezzamento del dollaro. I leader giapponesi, tuttavia, vedevano nel crescente protezionismo statunitense una minaccia più grave. Sulla scia delle quote di importazione di automobili e di altre misure coercitive, importanti gruppi di interesse giapponesi iniziarono a fare pressione sul proprio governo affinché riducesse lo squilibrio bilaterale. 125 I politici giapponesi conclusero che la scelta che dovevano affrontare era tra un restringimento permanente dell’accesso al mercato statunitense o un deprezzamento del dollaro che avrebbe dato ai funzionari reaganiani orientati al libero scambio un margine di manovra per impedire un cambiamento strutturale della politica commerciale. Scelsero la seconda opzione e si dimostrarono i partner più impegnati negli sforzi di deprezzamento degli Stati Uniti nei cinque anni successivi.126

La posizione dei partner europei era più complessa. La Germania ammise a malincuore che il dollaro si era spinto troppo in alto, ma non si assunse alcuna responsabilità per il proprio surplus.127 Il timore principale era che un crollo incontrollato del dollaro potesse destabilizzare il Sistema Monetario Europeo.128 Il Regno Unito nutriva le riserve ideologiche più forti e svolse un ruolo marginale. 129 La Francia, al contrario, era entusiasta: l’iniziativa di Baker serviva agli obiettivi francesi fornendo un meccanismo per esercitare pressione sulla Germania affinché abbassasse i tassi di interesse e gestisse con maggiore attenzione i tassi di cambio all’interno del SME.130

Va notato che l’Accordo del Plaza non rappresentava un’idea del tutto radicale per il resto del G-5. Mentre gli Stati Uniti si erano rifiutati di avallare l’intervento dal 1980 al 1984, altri avevano timidamente esplorato l’idea in occasione del vertice del G-7 tenutosi a Versailles nel giugno 1982. 131 Un gruppo di studio del G-7 aveva già convalidato l’intervento valutario sterilizzato,132 e le autorità tedesche iniziarono effettivamente a vendere ingenti quantità di dollari all’inizio del 1985.133

Il piano era stato messo nero su bianco in un «non-paper», termine utilizzato per indicare i documenti informali di politica internazionale, in cui si affermava che «un deprezzamento del dollaro del 10-12% rispetto ai livelli attuali sarebbe stato gestibile nel breve termine»,134 con un consenso sulla «opportunità di un dollaro più debole sia nel breve che nel lungo termine, senza perdere il controllo del mercato». 135 I paesi discussero animatamente sulla ripartizione degli oneri, con gli europei che spingevano gli Stati Uniti e il Giappone a sostenere la maggior parte dei costi di intervento.136 Alla fine il Giappone assunse la guida con un ruolo aggressivo nelle operazioni di mercato. 137 Nel pomeriggio del 22 settembre 1985, i ministri delle finanze del G-5 arrivarono in segreto al Plaza Hotel di New York, dove fu annunciato l’intervento su larga scala, con grande sorpresa dei mercati finanziari di tutto il mondo.138

Ammortamento trasferito da Plaza al Louvre

Il piano di Baker per provocare uno shock sui mercati ha funzionato. Il dollaro crollò immediatamente.139 Dopo che gli operatori avevano inizialmente messo in dubbio la credibilità dell’accordo, il Giappone intervenne con almeno 1 miliardo di dollari di vendite di riserve,140 e quando il presidente della Bundesbank Karl Otto Pöhl segnalò la sua intenzione di arrestare il calo dopo due settimane, gli Stati Uniti reagirono con forza. 141 Gli Stati Uniti e il Giappone presero l’iniziativa, intervenendo in modo aggressivo contro la pressione al rialzo sul dollaro,142 e alla fine di ottobre l’obiettivo di deprezzamento del documento informale era stato raggiunto. 143 La fase iniziale ebbe successo perché fu inaspettata, segnalò un cambiamento definitivo nella politica statunitense del dollaro forte e (dato il sostegno pubblico di Volcker) fu interpretata come l’eliminazione della probabilità di un inasprimento monetario da parte della Fed nel breve termine. 144 Alla fine del 1985, il dollaro aveva perso il 12% rispetto all’annuncio del Plaza e il 25% rispetto al picco di febbraio su base ponderata per il commercio. 145 Nel marzo 1986, il dollaro era sceso del 26% rispetto allo yen e il Giappone iniziò a intervenire in senso opposto per arginare il continuo declino.146

Per Baker, il calo non era sufficiente; doveva continuare a spingere al ribasso il dollaro fino a quando la bilancia corrente non avesse invertito la tendenza. Era consapevole dell’effetto curva a J: inizialmente il deprezzamento peggiora la bilancia commerciale perché lo stesso volume di importazioni ha un valore maggiore in una valuta più debole, e ci vogliono circa due anni prima che si manifesti un miglioramento della bilancia corrente, poiché i produttori nazionali e gli importatori hanno bisogno di tempo per adeguarsi. 147 Baker non poteva permettere che il dollaro si riprendesse prima che ciò avvenisse. Ha sfruttato i timori di Giappone e Germania riguardo a un intervento continuo degli Stati Uniti per spingere verso azioni complementari, minacciando ripetutamente ulteriori operazioni valutarie a meno che non avessero abbassato i tassi di interesse e stimolato la domanda interna. Tra il gennaio 1986 e il febbraio 1987, tutti e tre i paesi hanno tagliato i tassi: gli Stati Uniti e la Germania di circa un terzo, e il Giappone della metà. Per gran parte del 1986, Baker e Volcker hanno condiviso gli obiettivi di un deprezzamento costante senza un crollo rapido e di un allentamento monetario costante, interpretando efficacemente i ruoli del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. Baker ha pubblicamente sminuito il valore del dollaro mentre Volcker metteva in guardia contro un calo troppo rapido.

Nel 1987, con il rafforzarsi dell’economia e l’accelerazione dell’inflazione al 4,4%, la Fed iniziò a esprimere serie preoccupazioni.148 Volcker avvertì che un ulteriore deprezzamento avrebbe avuto effetti inflazionistici, e Baker si rese conto che doveva consolidare i risultati raggiunti e formalizzare le promesse di espansione della domanda estera. Nell’ottobre 1986 fu raggiunto un accordo preliminare tra Baker e il ministro delle Finanze giapponese Kiichi Miyazawa, in cui il Giappone accettava di abbassare il tasso di sconto, aumentare la spesa e procedere con la riforma fiscale in cambio di una dichiarazione degli Stati Uniti secondo cui il dollaro era “ampiamente in linea con gli attuali fondamentali sottostanti”. 149 L’accordo non reggé, tuttavia, dopo che Baker iniziò a sospettare una manipolazione valutaria da parte del Giappone prima dell’annuncio e riprese a segnalare la volontà di lasciare che il dollaro scendesse ulteriormente. Volcker rispose che qualsiasi ulteriore calo «si trasforma da benigno a pericoloso».150

Nel febbraio 1987 Baker convocò il G-5 al Palazzo del Louvre a Parigi. L’Accordo del Louvre che ne scaturì abbinava impegni di aggiustamento macroeconomico—Giappone e Germania, chiamati a stimolare la domanda interna attraverso un aumento della spesa e tagli fiscali, e Stati Uniti, chiamati a ridurre i disavanzi di bilancio in linea con gli obiettivi della legge Gramm-Rudman—a un sistema di bande di oscillazione dei tassi di cambio. Pubblicamente, le parti «concordarono di cooperare strettamente per favorire la stabilità dei tassi di cambio intorno ai livelli correnti».151 Dietro le quinte, concordarono di stabilizzare il dollaro entro fasce del 5 per cento attorno ai tassi centrali di 153,5 yen e 1,82 marchi per dollaro, con interventi attivati in caso di scostamenti del 2,5 per cento e consultazioni su adeguamenti politici radicali al 5 per cento. 152

L’accordo del Louvre fu subito messo alla prova. Solo nel marzo 1987, gli Stati Uniti intervennero con 2,4 miliardi di dollari e il Giappone con 6,1 miliardi di dollari in acquisti di dollari. 153 Nel corso del 1987, gli Stati Uniti spesero circa 8,5 miliardi di dollari per difendere il range dollaro-yen,154 e in aprile il G-7 ribadì gli impegni del Louvre. 155 Il tasso di cambio yen-dollaro si mantenne in un intervallo compreso tra 140 e 150 fino al crollo del mercato azionario statunitense nel Lunedì Nero dell’ottobre 1987, in seguito al quale la Fed allentò la politica monetaria e il dollaro riprese a deprezzarsi nonostante interventi multimiliardari.

Nel primo trimestre del 1988, il miglioramento promesso dall’effetto curva a J si concretizzò finalmente. Il disavanzo commerciale nominale diminuì di 5,6 miliardi di dollari rispetto al trimestre precedente e si ridusse di 30 miliardi di dollari nell’arco dell’intero anno.156 Gli sforzi di Baker per prolungare e stabilizzare il deprezzamento avevano fornito agli esportatori il tempo e la sicurezza di cui avevano bisogno per espandere le loro attività. Nel terzo trimestre del 1989, il disavanzo delle partite correnti si era più che dimezzato rispetto al minimo del 1986 e, alla fine del 1990, gli Stati Uniti avevano sostanzialmente raggiunto il pareggio delle partite correnti, con il disavanzo sceso al di sotto dell’1% del PIL e, nel 1991, passando brevemente in surplus.157

Il riequilibrio avvenne proprio in tempo per la partenza di Baker nell’agosto 1988. 158 Il coordinamento sporadico tra Giappone e Stati Uniti continuò, difendendo un intervallo di fatto compreso tra 120 e 132 yen per dollaro fino al 1989,159 ma l’amministrazione Bush entrante segnò la fine definitiva di un serio coordinamento dei tassi di cambio, poiché il miglioramento del deficit commerciale le permise di dare priorità ad altre questioni. 160 Nel complesso, l’intervento del Plaza contribuì a innescare un massiccio deprezzamento: il tasso di cambio yen-dollaro scese da 260 nel febbraio 1985 a 153 nel 1986, con un calo del 41 per cento in diciotto mesi. E il deficit commerciale scomparve di fatto nel giro di quattro anni.161 Il dollaro rimase entro un intervallo del 10% rispetto al suo valore del 1987 fino al 1991,162 dopodiché l’amministrazione Clinton adottò una politica ufficiale del “dollaro forte”. Dal 1995, gli Stati Uniti sono intervenuti solo occasionalmente sui mercati valutari, quasi sempre per impedire il deprezzamento del dollaro.163 L’ultimo intervento di rilievo è avvenuto durante la crisi finanziaria asiatica del 1997–98.164

Valutazione del bilancio di Reagan in materia di intervento valutario

Gli economisti continuano a discutere se gli interventi del Plaza abbiano influenzato direttamente i mercati o abbiano piuttosto segnalato impegni politici più ampi. 165 Ciò che è indiscutibile è che il dollaro scese all’incirca ai livelli del 1979, il deficit delle partite correnti iniziò a ridursi entro due anni come previsto dall’effetto curva a J, e nel 1991 il surplus dell’Europa nei confronti degli Stati Uniti era stato sostanzialmente azzerato, mentre quello del Giappone era stato ridotto di circa due terzi. 166

Il successo degli sforzi volti a modificare le politiche macroeconomiche generali nei paesi in surplus è stato più limitato. Gli Stati Uniti si sono impegnati a ridurre il proprio deficit di bilancio, mentre Giappone e Germania hanno promesso di stimolare la domanda interna; tuttavia, tali impegni erano per lo più una riaffermazione di piani già esistenti che, alla fine, sono stati ignorati o non sono stati rispettati. 167 I modelli strutturali a basso consumo e orientati alle esportazioni in Germania e Giappone non sono cambiati in modo sostanziale e sono stati successivamente adottati in forma più estrema dalla Cina e da altre economie asiatiche.168

L’intervento Plaza-Louvre ha chiaramente raggiunto il suo obiettivo politico principale: arginare l’ondata di leggi protezionistiche al Congresso. Baker ha abbinato l’iniziativa sui tassi di cambio a un’azione aggressiva di applicazione delle norme commerciali; Reagan ha tenuto un discorso in cui invocava il «commercio equo» il giorno dopo l’annuncio dell’accordo Plaza,169 e l’amministrazione ha avviato procedimenti contro pratiche commerciali sleali nei confronti di Giappone, Corea, Brasile e paesi europei. 170 Il Segretario al Commercio creò una “forza d’assalto” per abbattere le barriere all’esportazione straniere, e l’amministrazione intraprese azioni concrete nel settore dei semiconduttori, tra cui dazi punitivi del 100% sul Giappone e il sostegno a consorzi di ricerca precompetitiva attraverso Sematech. 171 Questa mentalità orientata all’applicazione della legge, unita ai benefici immediati in termini di competitività derivanti dal deprezzamento del dollaro, contribuì a raffreddare l’entusiasmo per una legislazione protezionistica di ampia portata.172

Il Congresso approvò infine l’Omnibus Trade and Competitiveness Act del 1988, ma l’amministrazione sfruttò la riduzione del deficit commerciale registrata quell’anno per eliminare le disposizioni più restrittive, tra cui l’emendamento Gephardt, che avrebbe imposto riduzioni annuali del 10% delle eccedenze bilaterali attraverso dazi automatici. 173 La legge stabiliva gli obblighi di segnalazione dei manipolatori valutari ed estendeva l’autorità di fast-track per l’Uruguay Round, ma il risultato fu relativamente modesto: orientare la posizione degli Stati Uniti verso la promozione delle esportazioni, lasciando all’esecutivo una notevole flessibilità nell’attuazione.174

Il conseguente riequilibrio commerciale ha smorzato l’opposizione a nuovi negoziati multilaterali e ha posto le basi per la creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio nel 1995, con gli altri paesi che hanno accettato norme commerciali di ampia portata e un sistema di risoluzione delle controversie molto più solido in cambio di restrizioni alle azioni unilaterali degli Stati Uniti. 175 L’abile combinazione di intervento finanziario e applicazione mirata delle norme commerciali da parte dell’amministrazione Reagan ha aperto la strada a un nuovo ordine commerciale multilaterale che sarebbe rimasto incontrastato fino all’elezione del presidente Donald Trump nel 2016.

Gli accordi del Plaza e del Louvre hanno rappresentato senza dubbio il punto di massimo splendore della cooperazione multilaterale in materia di squilibri economici internazionali nel dopoguerra. 176 L’intervento si è rivelato efficace nell’affrontare le politiche esterne, come lo squilibrio valutario, ma non è riuscito a modificare le politiche interne dei paesi partecipanti. Ciò rafforza l’idea che lo sviluppo orientato alle esportazioni, ottenuto attraverso la repressione dei consumi interni, persisterà fintanto che sarà premiato.

Il coordinamento multilaterale si basa, in ultima analisi, sul riconoscimento reciproco di un problema e su una diagnosi comune delle sue cause. Il Regno Unito non ha mai ammesso che i tassi di cambio fossero disallineati e ha svolto un ruolo marginale. La Germania ha riconosciuto il disallineamento, ma non ha accettato alcuna responsabilità per il proprio modello orientato alle esportazioni, diventando meno collaborativa quando il deprezzamento ha minacciato i suoi assetti interni. Il Giappone considerava le proprie eccedenze come un motore fondamentale e ha svolto il ruolo più importante, ma ha invertito la rotta quando l’apprezzamento dello yen ha raggiunto il picco nel 1986. La lezione è che gli sforzi multilaterali richiedono che paesi con interessi distinti concordino sull’esistenza e la natura di un problema—e intraprendano azioni che potrebbero danneggiare potenti interessi interni a vantaggio di un guadagno internazionale dispersivo. Un multilateralismo efficace può anche dissolversi una volta che l’accordo reciproco cessa, come dimostrato dall’approccio mutevole del Giappone e dal crollo del regime della banda di oscillazione del Louvre dopo il Lunedì Nero.

È importante sottolineare che il multilateralismo può essere possibile solo come risultato di un’azione unilaterale significativa che imponga un allineamento degli interessi. La cooperazione del Giappone nell’Accordo del Plaza è stata ottenuta sotto la minaccia di un regime permanente di dazi o quote da parte degli Stati Uniti, che gli interessi commerciali giapponesi consideravano l’alternativa più realistica all’apprezzamento dello yen. La stessa OMC affonda le sue radici in questa dinamica. Inoltre, l’azione unilaterale spesso rappresenta la soluzione migliore per ottimizzare le esigenze interne e può essere perseguita più rapidamente rispetto a una negoziazione multilaterale. In ogni caso, la minaccia credibile di un’azione di questo tipo è un ingrediente cruciale per il raggiungimento di un accordo multilaterale sostanziale.

La cooperazione multilaterale in materia di valuta o commercio risulta oggi più difficile, date le dinamiche tra Stati Uniti e Cina. Sebbene negli anni ’80 le tensioni economiche con il Giappone fossero gravi, l’alleanza militare tra Stati Uniti e Giappone era indiscutibile. Il rapporto con la Cina è molto più complicato, rendendo improbabile la prospettiva di iniziative multilaterali di cooperazione volte ad affrontare gli squilibri.177 Il vettore principale del cambiamento politico sarà quindi l’azione unilaterale degli Stati Uniti, integrata, ove possibile, da un coordinamento plurilaterale con gli alleati.

Strumenti politici: l’eredità degli anni ’80

Gli anni ’80 rappresentano l’ultima occasione in cui gli Stati Uniti hanno deciso di affrontare le conseguenze economiche e politiche di un deficit delle partite correnti in aumento. Un gruppo bipartisan di responsabili politici, in risposta a forti pressioni, ha messo a punto una serie di misure che hanno risolto il problema solo in parte. Da un punto di vista tattico, si potrebbe sostenere che abbiano funzionato fin troppo bene: la volontà politica si è affievolita e l’attenzione si è spostata altrove. Il deficit delle partite correnti è tornato, più consistente di prima, nel giro di un decennio.

L’accordo Plaza smorzò lo slancio verso misure commerciali aggressive che si stava creando al Congresso. L’emendamento Gephardt, i progetti di legge sull’intervento valutario obbligatorio e i dazi aggiuntivi generalizzati sulle importazioni furono accantonati dopo che il dollaro iniziò a scendere.178 L’Omnibus Trade and Competitiveness Act del 1988 fu il risultato di anni di negoziati legislativi in cui decine di proposte ambiziose furono presentate, discusse e poi adottate in forma annacquata o abbandonate del tutto. Le proposte rimaste sul tavolo di montaggio potrebbero rivelarsi di grande valore per tracciare la strada da seguire. Nel 1985, l’anno dell’Accordo del Plaza, il film più popolare del Paese invitava il pubblico a tornare Ritorno al futuro. Forse dovremmo farlo anche noi.

Dalle minacce del senatore Danforth relative all’introduzione di sovrattasse generalizzate sulle importazioni nel 1985 alle decine di disegni di legge inseriti nell’Omnibus Act, le proposte di quell’epoca hanno creato poteri che solo ora vengono rispolverati. Nel febbraio 2026, il presidente Trump ha invocato la Sezione 122 per la prima volta da quando la legge è stata promulgata nel 1974, dopo che la Corte Suprema ha stabilito nella causa Learning Resources, Inc. contro Trump che l’ieepa non autorizza l’imposizione di dazi, 179 imponendo un sovrapprezzo temporaneo del 10% e citando il disavanzo delle partite correnti, la posizione netta sugli investimenti internazionali e il saldo negativo del reddito primario.180 L’USTR ha inoltre avviato indagini ai sensi della Sezione 301 sull’eccesso di capacità strutturale e sulla mancata imposizione di divieti di importazione di manodopera forzata, segnalando potenziali ulteriori azioni in futuro.

L’innovazione chiave in materia di applicazione delle norme commerciali introdotta dalla legge del 1988 — un rafforzamento della Sezione 301 che copre questioni quali i diritti dei lavoratori e i comportamenti anticoncorrenziali, conferendo all’USTR il potere decisionale — rimane il quadro normativo utilizzato ancora oggi. In particolare, la notifica di sovraccapacità dell’USTR cita l’istruzione dell’Omnibus Act del 1988 secondo cui gli Stati Uniti devono negoziare per affrontare “squilibri globali di conto corrente ampi e persistenti”.181 L’ampiezza della coalizione che sostiene queste nuove indagini riecheggia il modello osservato negli anni ’80. Ai sindacati, tra cui il presidente dell’UAW Shawn Fain, la presidente dell’afl-cio Liz Shuler e la presidente dell’USW Roxanne Brown, si sono uniti l’industria siderurgica, gli esportatori agricoli e i produttori industriali. Fain ha definito le indagini come un tentativo di affrontare una “corsa al ribasso” negli standard lavorativi globali, mentre Shuler ha sostenuto che i paesi hanno “inondato i mercati industriali globali” a spese dei lavoratori sindacalizzati per decenni. 182 L’opposizione è venuta in gran parte dai partner commerciali interessati: il Ministero del Commercio cinese ha condannato le indagini definendole unilaterali, e la Commissione Europea ha sollecitato il rispetto degli impegni precedentemente negoziati, così come dalle industrie nazionali dipendenti dalle importazioni e dai sostenitori ideologici del libero scambio che si oppongono ai dazi in quasi tutti i casi.

La proposta commerciale più aggressiva degli anni ’80, l’emendamento Gephardt, fu approvata dalla Camera con 218 voti contro 214, ma alla fine fu sostituita da una versione rafforzata della Sezione 301.183 Il problema di fondo individuato dall’emendamento Gephardt, ovvero i persistenti squilibri bilaterali concentrati in poche economie in surplus, si è notevolmente aggravato dal 1988.

La legge del 1988 ha inoltre rafforzato la normativa in materia di misure commerciali correttive, concentrandosi sui casi in cui componenti oggetto di dumping o sovvenzionati vengono incorporati in prodotti a valle o in cui i produttori trasferiscono le proprie attività in paesi terzi per eludere le misure commerciali correttive esistenti. Questi problemi sono diventati molto più gravi con l’aumentare della complessità delle catene di approvvigionamento globali. La legge bipartisan Leveling the Playing Field 2.0, riproposta nel 2025, si basa direttamente sulle fondamenta del 1988, autorizzando dazi compensativi sulle sovvenzioni dei paesi terzi e creando procedure per combattere il country hopping.

Il quadro normativo degli anni ’80 poneva inoltre l’accento su interventi settoriali specifici che andavano oltre le semplici tariffe generali. L’accordo USA-Giappone sui semiconduttori del 1986 combinava prezzi minimi, obiettivi di quota di mercato e misure antidumping all’interno di un unico quadro settoriale.184 Le restrizioni volontarie alle esportazioni di acciaio negoziate con i principali fornitori hanno dato vita a un commercio regolamentato in quel settore. L’attuale elaborazione da parte dell’USTR di un accordo plurilaterale sul commercio di minerali critici, che prevede meccanismi di prezzi minimi e misure alle frontiere tra partner commerciali che condividono la stessa visione, potrebbe basarsi su questa tradizione di interventi settoriali gestiti.185

Se la prima serie di strumenti mirava a modificare i termini di scambio, una seconda serie si è concentrata sulla dimensione strutturale dell’adeguamento. Tali misure miravano a promuovere una strategia industriale integrata, a garantire la trasparenza e a ricorrere a misure commerciali per sostenere riforme più ampie sul versante dell’offerta.

La riforma Heinz-Bentsen della Sezione 201 ha trasformato la clausola di salvaguardia da semplice valvola di sicurezza a strumento di adeguamento attivo. La legge del 1988 imponeva alle industrie richiedenti di descrivere gli scopi specifici per i quali si richiedeva l’agevolazione, compresi gli impegni relativi alle misure che le imprese e i lavoratori intendevano adottare per diventare competitivi. Il quadro rimane nella legge ma è stato limitato da pareri giudiziari attivisti dell’OMC; si tratta di uno strumento relativamente inattivo che potrebbe essere riattivato per subordinare le future agevolazioni commerciali a piani industriali credibili. Questo principio più ampio ha attirato il sostegno di tutto lo spettro ideologico. I progressisti del Center for American Progress e del Roosevelt Institute, così come i conservatori dell’American Compass, hanno convenuto sul fatto che la protezione senza un piano per la competitività rischia di rafforzare la dipendenza.186

La disposizione relativa alla notifica di chiusura degli stabilimenti contenuta nella legge del 1988 è stata promulgata separatamente come WARN Act dopo che Reagan aveva posto il veto sul primo disegno di legge omnibus, in gran parte proprio a causa di essa. Proposte recenti, come il Fair Warning Act, sono state promosse dai sindacati e mirano ad estendere il periodo di preavviso e l’ambito di applicazione del WARN Act. Diversi Stati, tra cui l’Ohio, hanno promulgato una propria versione della legge negli ultimi due anni. Il principio potrebbe essere ulteriormente sviluppato. Il rappresentante commerciale degli Stati Uniti Jamieson Greer ha identificato lo «sviluppo di meccanismi per penalizzare la delocalizzazione della produzione statunitense […] a seguito di arbitraggi normativi o di altro tipo» come una priorità fondamentale per la revisione congiunta dell’usmca. 187 Un modo per raggiungere questo obiettivo potrebbe essere una legislazione che penalizzi direttamente le aziende che chiudono gli stabilimenti per cercare manodopera a basso costo o normative permissive all’estero, utilizzando requisiti di trasparenza per influenzarne il comportamento.

Infine, i documenti del 1988 contengono proposte volte a utilizzare i proventi del commercio come strumento per gli investimenti industriali. La Commissione Finanze del Senato adottò una tassa sulle importazioni a titolo di assistenza all’adeguamento commerciale che avrebbe finanziato la riqualificazione dei lavoratori attraverso un piccolo prelievo sulle importazioni, collegando direttamente i costi dell’adeguamento ai flussi commerciali all’origine della perdita di posti di lavoro.188 Questa idea può essere estesa oltre l’assistenza all’adeguamento commerciale e applicata direttamente alla politica industriale. Un simile sforzo potrebbe basarsi sull’Emendamento Byrd, che dal 2000 al 2007 destinava i proventi dei dazi antidumping e compensativi ai produttori nazionali che avevano presentato istanza di sgravio—finanziando spese ammissibili, inclusi investimenti in impianti di produzione e tecnologia—prima di essere abrogato sotto la pressione dell’OMC. 189 Il Congresso potrebbe destinare le entrate raccolte attraverso i dazi della Sezione 301 o della Sezione 232 a finanziare il sostegno al finanziamento, agli investimenti o all’espansione in settori strategici, utilizzando la protezione per dare un impulso allo sviluppo industriale nazionale.

La dimensione del conto finanziario

L’amministrazione Reagan ricorse a misure valutarie mirate al conto finanziario per modificare i flussi commerciali sottostanti. All’epoca, il Congresso prese in esame nuove competenze che avrebbero trasformato l’episodio del Plaza in uno strumento permanente, il che potrebbe rivelarsi rilevante ora che il Congresso sta valutando la strada da seguire.

Sia la disposizione Gephardt che quella Rostenkowski contenute nel disegno di legge della Camera del 1988 autorizzavano una «tassa di perequazione del tasso di cambio» qualora i negoziati non fossero riusciti a ottenere l’allineamento valutario con i paesi designati come aventi un surplus. Il disegno di legge del Senato imponeva l’avvio di negoziati con i paesi che manipolavano le proprie valute o ricorrevano ad altre misure per impedire gli aggiustamenti della bilancia dei pagamenti. 190 I disegni di legge Bradley, Moynihan e Baucus del 1985 avrebbero reso obbligatorio l’intervento sui cambi quando gli Stati Uniti registravano ingenti deficit delle partite correnti. Queste proposte, in gran parte trascurate nei resoconti della legge del 1988, rappresentavano un primo tentativo di integrare strumenti di conto finanziario nel quadro della legislazione commerciale. Questi concetti hanno dei discendenti moderni.

Michael Pettis ha sostenuto che una tassa sugli afflussi di capitali affronterebbe le cause del deficit delle partite correnti degli Stati Uniti in modo più diretto rispetto ai dazi doganali e non richiederebbe un aumento dei tassi di interesse, poiché gli afflussi tassati non finanziano in modo affidabile gli investimenti produttivi. 191 Queste argomentazioni sono state ampiamente discusse alla conferenza del febbraio 2026 del Julis-Rabinowitz Center for Public Policy and Finance a Princeton, dove Pettis, Kenneth Rogoff di Harvard e Hyun Song Shin della Banca dei Regolamenti Internazionali (BRI) hanno tenuto discorsi programmatici su debito, deficit e squilibri globali. 192 Una ricerca della BRI ha inoltre rilevato che le misure di gestione dei flussi di capitale basate sui prezzi rallentano efficacemente gli afflussi bancari a vari livelli di sviluppo finanziario. 193 Stephen Miran, che ha ricoperto la carica di presidente del CEA del presidente Trump e di governatore della Fed, ha proposto una “tassa di utilizzo” sulle detenzioni di titoli del Tesoro da parte di soggetti esteri in un documento del novembre 2024 che ha catapultato il concetto di una tassa sugli afflussi di capitali nel dibattito pubblico più ampio. 194 Il dibattito accademico non verte più sul fatto che i flussi di capitale influenzino o meno le bilance commerciali, ma su come limitarli possa ridurre gli squilibri senza generare costi compensativi. Tra gli scettici rimasti figurano coloro che, come Maurice Obstfeld, sostengono che i fattori interni—deficit di bilancio, condizioni finanziarie accomodanti e politica monetaria—abbiano una responsabilità maggiore rispetto ai flussi di capitali esteri e che i deficit commerciali non rappresentino in alcun caso un problema economico di primo ordine.195

Lo strumento legislativo più avanzato è il contributo di accesso al mercato proposto nella legge bipartisan del 2019 denominata «Competitive Dollar for Jobs and Prosperity Act» dai senatori Tammy Baldwin e Josh Hawley. 196 Il disegno di legge imporrebbe una tassa per transazione sugli afflussi di capitali esteri, amministrata dalla Federal Reserve nell’ambito di un terzo mandato volto a mantenere il saldo delle partite correnti entro un margine di più o meno lo 0,5% del PIL su periodi quinquennali. Una tassa di cinquanta punti base, ad esempio, ridurrebbe in modo significativo il rendimento di un investimento a tre mesi, ma avrebbe un effetto trascurabile su un orizzonte temporale di dieci o vent’anni, penalizzando i flussi speculativi e lasciando gli investimenti produttivi sostanzialmente inalterati.197 Il concetto affonda le sue radici nelle proposte di tassazione per l’equalizzazione dei tassi di cambio degli anni ’80 e nella più ampia letteratura sulla tassa di Tobin. 198 Gruppi industriali come la Coalition for a Prosperous America e gruppi agricoli come la National Farmers Union sostengono il disegno di legge Baldwin-Hawley sulla base del fatto che il dollaro sopravvalutato penalizza gli esportatori. Wall Street, che trae profitto dagli enormi afflussi transfrontalieri di capitali, non ha accolto con favore il concetto. La situazione potrebbe tuttavia cambiare se i banchieri arrivassero a ritenere che dazi duraturi, su larga scala e di ampia applicazione rappresentino l’alternativa più realistica. Come ha suggerito recentemente Martin Wolf, capo commentatore economico del Financial Times, se gli Stati Uniti «volessero accelerare una discussione mondiale» sugli squilibri «con un intervento politico, la soluzione più ovvia sarebbe una tassa sugli afflussi di capitali».199

Il momento di Baker e il nostro

Il segretario Baker riuscì a risolvere le sfide commerciali del suo tempo combinando la politica finanziaria—il svalutazione coordinata dell’Accordo del Plaza—con un’applicazione mirata delle norme commerciali. Ricorse strategicamente a misure unilaterali per imporre la cooperazione multilaterale. La forma finale relativamente modesta della legge del 1988 fu possibile perché, al momento della riunione della commissione di conciliazione, il percorso valutario aveva già iniziato a produrre risultati visibili. Le misure finanziarie hanno creato un margine di manovra che ha permesso di calibrare le misure commerciali anziché renderle massimaliste.

Oggi l’ordine è invertito: sono state adottate misure commerciali, mentre gli strumenti relativi al conto finanziario rimangono oggetto di discussione politica ma non sono stati ancora attuati. Negli anni ’80 era il Congresso a promuovere una linea commerciale aggressiva ed era l’esecutivo a controbilanciarla con misure finanziarie. Oggi l’amministrazione ha assunto il ruolo che un tempo spettava al Congresso, insistendo sull’applicazione delle norme commerciali su tutti i fronti. Il Congresso deve ancora decidere se intende seguire l’esempio di Baker e perseguire misure valutarie come soluzione complementare o alternativa.

Indipendentemente dal fatto che il Congresso affronti o meno la questione, la coalizione di fondo si è evoluta. Le imprese industriali che negli anni ’80 hanno spinto all’adozione di misure concrete rimangono coinvolte, ma sono divise da interessi transnazionali di portata ben più ampia. I sindacati mantengono il loro potere politico, ma sono stati indeboliti da decenni di deindustrializzazione. A loro si affianca ora, tuttavia, una nuova generazione di produttori orientati alla tecnologia, start-up finanziate da fondi di venture capital e sostenitori di una visione realista della sicurezza nazionale, che considerano la reindustrializzazione un imperativo strategico.

La lezione più significativa di quell’epoca è ciò che accade quando un intervento ha successo ma non è seguito da un’azione istituzionale. Le proposte escluse dal disegno di legge del 1988 non furono abbandonate per mancanza di fondamento. Si dissolvero insieme all’urgenza politica che le aveva sostenute, man mano che il dollaro si indeboliva e le esportazioni aumentavano. Le forze strutturali che avevano reso necessario l’intervento del Plaza furono lasciate ad aggravarsi per un’intera generazione.

Un accordo duraturo richiede meccanismi che superino il ciclo politico e rendano l’equilibrio una caratteristica strutturale dell’ordine economico internazionale. Tali meccanismi devono tenere conto delle dinamiche della valuta di riserva che costringono gli Stati Uniti a un deficit strutturale, contrastare la repressione dei consumi interni nei paesi in surplus intenzionati a mantenere i propri vantaggi in termini di esportazioni e far fronte ai flussi di capitali che sovrastano i segnali di prezzo su cui si basa la teoria del libero scambio. La questione non è se agire. Si tratta piuttosto di capire come gli Stati Uniti possano costruire al meglio istituzioni in grado di sostenere l’equilibrio una volta superato questo momento politico.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 2 (Estate 2026): 62–89.

Note

Questo articolo è tratto da una ricerca condotta per il Charles Warren Center for Studies in American History dell’Università di Harvard. Le opinioni espresse sono esclusivamente quelle dell’autore e non riflettono il punto di vista di alcuna organizzazione alla quale l’autore sia o sia stato affiliato.

Correzione: La versione originale di questo articolo riportava che «Il disavanzo [delle partite correnti] è sceso a […] –6,5% del PIL nel primo trimestre del 2025». Il testo è stato aggiornato il 21 maggio 2026 per riportare il dato corretto, pari a –5% del PIL.

1 Jake Sullivan, «Discorso del consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan sul rilancio della leadership economica americana» (discorso tenuto alla Brookings Institution, Washington, D.C., 27 aprile 2023). In qualità di consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden e principale artefice delle politiche dell’amministrazione Biden, Sullivan ha respinto «la liberalizzazione del commercio come fine a se stessa» e ha sostenuto che «il postulato secondo cui una profonda liberalizzazione del commercio avrebbe aiutato l’America a esportare beni, e non posti di lavoro e capacità produttiva, era una promessa fatta ma non mantenuta».

Jamieson Greer, «Intervento alla Conferenza sul Conservatorismo Nazionale del 2025» (discorso, Conferenza sul Conservatorismo Nazionale, Washington, D.C., 3 settembre 2025). In queste osservazioni, l’ambasciatore Greer ha sostenuto che il “cosiddetto libero scambio non ha portato la democrazia in Cina né in nessun altro luogo” e ha invocato un ritorno a un’“economia di produzione”; Jamieson Greer, “Non lasciate che il diritto internazionale ostacoli la pace e la prosperità” (discorso, Facoltà di Giurisprudenza dell’Università della Virginia, 24 febbraio 2026). In un discorso successivo, l’ambasciatore Greer ha osservato che la decisione bipartisan di bloccare le nomine all’Organo di appello dell’OMC «è iniziata sotto il presidente Obama, è stata formalizzata sotto il presidente Trump, è proseguita sotto il presidente Biden ed è la nostra posizione odierna».

2 Cfr.: “Il Messico approva un aumento significativo dei dazi sulle importazioni dai paesi non aderenti all’FTA”, Clark Hill PLC, 10 dicembre 2025. Questa fonte descrive dazi compresi tra il 10 e il 50 per cento su 1.463 categorie di prodotti, che coprono settori che vanno dal tessile all’automobilistico. Vedi anche: Brendan Kelly, “Aumento dei dazi negli Stati Uniti e in Messico come parte della risposta globale all’impennata delle esportazioni cinesi”, Federal Reserve Bank di Dallas, 31 ottobre 2025.

3 Kelly, “L’aumento dei dazi negli Stati Uniti e in Messico fa parte della risposta globale all’impennata delle esportazioni cinesi”. All’inizio del 2026, tuttavia, il Canada ha ridotto i dazi su alcuni prodotti agricoli e ha introdotto una quota di importazione per i veicoli elettrici cinesi. Vedi: Laura Bicker et al., “Cina e Canada annunciano un alleggerimento dei dazi dopo un incontro ad alto rischio tra Carney e Xi”, BBC News, 16 gennaio 2026.

4 Kelly, “L’aumento dei dazi negli Stati Uniti e in Messico fa parte della risposta globale all’impennata delle esportazioni cinesi”. Questa fonte sottolinea che Brasile, Cile, Colombia e Perù hanno imposto dazi o avviato indagini sui prodotti siderurgici cinesi, e che Canada, Unione Europea, India, Brasile e Turchia hanno imposto dazi sulle esportazioni automobilistiche cinesi. Vedi anche: Claus Soong e Jacob Gunter, “Non siamo noi, siete voi: le crescenti sovraccapacità e le esportazioni distorsive della Cina stanno mettendo sotto pressione anche molti paesi in via di sviluppo”, Mercator Institute for China Studies, 3 novembre 2024.

5 Emmanuel Macron, «Dobbiamo riequilibrare con urgenza le relazioni tra l’UE e la Cina», Financial Times, 16 dicembre 2025.

6 Maroš Šefcovic, «L’OMC ha bisogno di una profonda riforma», Financial Times, 21 gennaio 2026.

7 Peter Foster, «Il sistema commerciale globale sotto pressione “insostenibile”, avverte il Regno Unito», Financial Times, 9 marzo 2026.

8 Joe Klein, conduttore, “What Lawrence Summers is Thinking”, Sanity Clause (podcast), 24 aprile 2025. Come ha affermato Summers: «Ho un forte deficit commerciale con il mio club di golf. Non sto sfruttando l’Università di Harvard. Il mio golf club non sta sfruttando me.” Vedi anche: Oren Cass e Lawrence Summers, “Tariffe doganali contro libero scambio: Oren Cass dibatte con Larry Summers alla Harvard Business School,” American Compass, 7 febbraio 2026. La citazione chiave di Summers è: “Il nostro deficit commerciale, sotto molti aspetti, è un segno della nostra forza.”

9 Oltre alle importazioni e alle esportazioni nette, i pagamenti che compongono il conto corrente comprendono i rendimenti degli investimenti esistenti (ad esempio, dividendi e interessi), i trasferimenti di denaro (rimesse, donazioni) e i salari percepiti dai residenti nazionali in un paese straniero. Vedi: C. Fred Bergsten e Joseph E. Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy: A New Strategy for the United States (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2017), 18. (“Il commercio è di gran lunga la componente più importante del conto corrente per la maggior parte dei paesi. Le variazioni del saldo del conto corrente sono strettamente correlate alle variazioni della bilancia commerciale. Le politiche che incidono sul conto corrente agiscono in gran parte attraverso il loro effetto sul commercio.”)

10 Tali acquisti o vendite comprendono il rimborso o la concessione di prestiti, gli investimenti diretti da parte di società multinazionali o gli investimenti azionari da parte di istituzioni finanziarie. Si noti che le fonti attuali, tra cui il Fondo Monetario Internazionale, utilizzano il termine «conto dei capitali» per indicare una sottocategoria di un conto finanziario più ampio che comprende i trasferimenti di capitale e le attività non finanziarie, ma nella terminologia comune spesso i due concetti vengono confusi.

11 Bergsten e Gagnon dimostrano che, in genere, un deprezzamento del 10% del tasso di cambio fa aumentare il saldo delle partite correnti dell’1–2% del PIL dopo circa due anni (man mano che i produttori esteri e nazionali si adeguano alle variazioni dei prezzi relativi, in quello che viene definito l’effetto «curva a J»). Vedi: Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 25.

12 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 19.

13 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 29. Il fatto che ciò non valga per molte economie asiatiche negli anni 2000 sarà discusso più avanti.

14 S. M. Ali Abbas, et al., Fiscal Policy and the Current Account, Documento di lavoro dell’FMI n. 11/164 (Washington, D.C.: Fondo Monetario Internazionale, 2011), 1–2. Gli autori individuano tre canali: effetti diretti sulla domanda (spesa pubblica per le importazioni), effetti sul tasso di cambio reale (l’espansione fiscale apprezza il tasso di cambio reale aumentando i prezzi dei beni non commerciabili, orientando i consumi privati verso le importazioni) ed effetti sui tassi di interesse (l’austerità fiscale riduce i tassi e gli afflussi di capitali, consentendo il deprezzamento). La stima dello 0,3–0,4 sale a 0,4–0,5 utilizzando metodi robusti all’endogeneità. Vedi anche: Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 30. Si noti che questo effetto è centrale nella spiegazione del “doppio deficit” del disavanzo delle partite correnti degli anni ’80, promossa dal presidente del CEA di Reagan, Martin Feldstein, che attribuiva la colpa dell’aumento del disavanzo commerciale al rapido espandersi del disavanzo di bilancio federale.

15 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 34.

16 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 30.

17 Cfr.: Gustavo Adler, Noemie Lisack e Rui Mano, “Unveiling the Effects of Foreign Exchange Intervention: A Panel Approach”, Documento di lavoro dell’FMI n. 15/130 (Washington, D.C.: Fondo Monetario Internazionale, 2015); Olivier J. Blanchard, Gustavo Adler e Irineu de Carvalho Filho, Can Foreign Exchange Intervention Stem Exchange Rate Pressures from Global Capital Flow Shocks?, Documento di lavoro NBER n. 21427 (Cambridge, Mass.: National Bureau of Economic Research, 2015); Christian Saborowski e Milan Nedeljkovic, The Relative Effectiveness of Spot and Derivatives-Based Intervention: The Case of Brazil, Documento di lavoro dell’FMI n. 17/11 (Washington, D.C.: Fondo Monetario Internazionale, 2017).

18 «Saldo del conto corrente, NIPA/Prodotto interno lordo», Federal Reserve Bank di St. Louis, FRED, consultato nel marzo 2026.

19 Caroline L. Freund, «Current Account Adjustment in Industrial Countries», Journal of International Money and Finance 24, n. 8 (2005): 1278–98.

20 Sebastian Edwards, Does the Current Account Matter?, Documento di lavoro NBER n. 8275 (Cambridge, Mass.: National Bureau of Economic Research, 2001), 28–29.

21 William R. Cline e John Williamson, Stime aggiornate dei tassi di cambio di equilibrio fondamentali, PIIE Policy Brief n. 12-23 (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, novembre 2012), 3 n. 3.

22 Cfr.: Lawrence H. Summers, «Commentary», in Volatile Capital Flows: Taming Their Impact on Latin America, a cura di Ricardo Hausmann e Liliana Rojas-Suárez (Washington, D.C.: Banca Interamericana di Sviluppo, 1996), 53–57; Gian Maria Milesi-Ferretti e Assaf Razin, Sustainability of Persistent Current Account Deficits, NBER Working Paper n. 5467 (Cambridge, Mass.: National Bureau of Economic Research, 1996).

23 Freund, «Current Account Adjustment in Industrial Countries», 1279–80.

24 Freund, «L’aggiustamento delle partite correnti nei paesi industrializzati».

25 Freund, “Current Account Adjustment in Industrial Countries”, 1281–82; Caroline Freund e Frank Warnock, “Current Account Deficits in Industrial Countries: The Bigger They Are, the Harder They Fall,” in G7 Current Account Imbalances: Sustainability and Adjustment, a cura di Richard Clarida (Chicago: University of Chicago Press, 2007).

26 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 56.

27 Bergsten e Gagnon, Conflitto valutario e politica commerciale.

28 «Posizione netta degli investimenti internazionali degli Stati Uniti (IIPUSNETIQ)», Federal Reserve Bank di St. Louis, FRED, consultato nel marzo 2026.

29 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 56.

30 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 60.

31 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 60.

32 “Andamento della bilancia dei pagamenti australiana”, Reserve Bank of Australia, consultato nel marzo 2026. (“A metà del 2019, il conto corrente è tornato in surplus per la prima volta dal 1975. Ciò è dovuto principalmente a un surplus commerciale molto consistente . . . determinato dai prezzi elevati delle materie prime, in particolare del minerale di ferro, del gas naturale liquefatto . . . e del carbone, nonché da un forte aumento della produzione di tali materie prime.”); “Bilancia dei pagamenti e posizione patrimoniale sull’estero [periodo di riferimento: dicembre 2025]”, Ufficio australiano di statistica, 3 marzo 2026 (che riporta nove deficit trimestrali consecutivi del conto corrente fino al quarto trimestre del 2025).

33 Bergsten e Gagnon, Conflitto valutario e politica commerciale, 57

34 “Posizione patrimoniale sull’estero (a fine periodo), trimestrale, [Dati da ottobre 2013 a settembre 2025]”, Dipartimento di statistica di Singapore, 1° marzo 2026 (che riporta una posizione patrimoniale netta di 1.154 miliardi di dollari di Singapore al terzo trimestre del 2025); “World Economic Outlook Database”, Fondo Monetario Internazionale, ottobre 2024, (che stima il PIL nominale di Singapore per il 2025 a circa 574 miliardi di dollari USA). Il rapporto NIIP/PIL risultante è pari a circa il 156%, a seconda del tasso di cambio utilizzato.

35 Cfr.: Gian Maria Milesi-Ferretti, “Gli Stati Uniti sono sempre più una nazione debitrice netta. Dobbiamo preoccuparci?,” Brookings Institution, 14 aprile 2021. Milesi-Ferretti sostiene che il peggioramento del rapporto NIIP/PIL sia dovuto principalmente all’aumento del valore degli asset statunitensi e sottolinea la stabilità della posizione degli Stati Uniti in termini di redditi da investimento. Ciò è in contrasto con l’argomentazione di Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 60-61, i quali affermano che l’onere finanziario netto sull’economia statunitense causato dal NIIP negativo è sottostimato poiché le statistiche sono distorte da errori di misurazione e dagli effetti dei tassi di interesse estremamente bassi degli anni 2010.

36 «Saldo del reddito primario (ieabcpi)», Federal Reserve Bank di St. Louis, FRED, consultato nel marzo 2026.

37 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 60.

38 In questo senso, il vicepresidente JD Vance ha affermato che lo status di valuta di riserva del dollaro crea un fenomeno simile alla «maledizione delle risorse», notoriamente analizzata nel contesto delle regioni ricche di risorse naturali, che «provoca investimenti sbagliati nella regione e, di conseguenza, una crescita della produttività più bassa, una minore innovazione e un’economia molto meno diversificata e molto meno dinamica». Vedi: Samuel Hammond, “JD Vance ha ragione: lo status di valuta di riserva è una maledizione delle risorse”, Second Best (Substack), 6 aprile 2023.

39 David H. Autor, David Dorn e Gordon H. Hanson, “The China Syndrome: Local Labor Market Effects of Import Competition in the United States”, American Economic Review 103, n. 6 (2013): 2121–68, 2139–40; Lorenzo Caliendo, Maximiliano Dvorkin e Fernando Parro, “Trade and Labor Market Dynamics: General Equilibrium Analysis of the China Trade Shock,” Econometrica 87, n. 3 (2019): 741–835, a pag. 776.

40 Josh Bivens, «Moltiplicatori dell’occupazione aggiornati per l’economia statunitense», Economic Policy Institute, 23 gennaio 2019.

41 David Autor e altri, Places versus People: The Ins and Outs of Labor Market Adjustment to Globalization, Documento di lavoro NBER n. 33424 (Cambridge, Mass.: National Bureau of Economic Research, 2025), 1–38.

42 Lawrence Mishel, Lynn Rhinehart e Lane Windham, «Explaining the Erosion of Private-Sector Unions: How Corporate Practices and Legal Changes Have Undercut the Ability of Workers to Organize and Bargain», Economic Policy Institute, 18 novembre 2020.

43 Sree Ramaswamy et al., Making It in America: Revitalizing U.S. Manufacturing (San Francisco: McKinsey Global Institute, 2017), 6.

44 David H. Autor, David Dorn e Gordon H. Hanson, “The China Shock: Learning from Labor-Market Adjustment to Large Changes in Trade”, Annual Review of Economics 8 (2016): 205; Anne Case e Angus Deaton, Deaths of Despair and the Future of Capitalism (Princeton: Princeton University Press, 2020).

45 Amy Finkelstein, Matthew J. Notowidigdo e Steven X. Shi, Trading Goods for Lives: Nafta’s Mortality Impacts and Implications, Documento di lavoro NBER n. 34855 (Cambridge, Mass.: National Bureau of Economic Research, febbraio 2026). L’aumento della mortalità si è verificato per la maggior parte delle principali cause di morte—tra cui malattie, overdose e suicidi—ed è stato particolarmente marcato tra gli uomini in età lavorativa.

46 Greta R. Krippner, Capitalizing on Crisis: The Political Origins of the Rise of Finance (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 2012), 27.

47 L’analisi contenuta in questo paragrafo si basa sui dati e sulle argomentazioni presentati da Michael Pettis e Matthew Klein in Trade Wars Are Class Wars (New Haven: Yale University Press, 2020): 203–20.

48 David Hume, «Of the Balance of Trade», in Essays: Moral, Political, and Literary (Edimburgo: Kincaid and Bell, 1754; rist., 1785). Si noti che, anche nel XVIII secolo, il modello di Hume era una visione in qualche modo idealizzata che non teneva pienamente conto delle dinamiche dei flussi transfrontalieri di oro. Cfr.: Barry J. Eichengreen, Globalizing Capital: A History of the International Monetary System (Princeton: Princeton University Press, 1996).

49 Jane D’Arista e Korkut Ertürk, «Sbilanci globali e sistema monetario internazionale: problemi e proposte», in The Handbook of the Political Economy of Financial Crises, a cura di Martin H. Wolfson e Gerald A. Epstein (Oxford: Oxford University Press, 2013), 234.

50 Krippner, Capitalizing on Crisis, 89–91.

51 Barry J. Eichengreen, Globalizing Capital: A History of the International Monetary System (Princeton: Princeton University Press, 1996); Krippner, Capitalizing on Crisis, 90–91.

52 Milton Friedman, «The Case for Flexible Exchange Rates», in Essays in Positive Economics (Chicago: University of Chicago Press, 1953), pp. 157–203, in particolare alle pp. 161–163.

53 Surjit S. Bhalla, Devaluing to Prosperity: Misaligned Currencies and Their Growth Consequences (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2012), 78–79.

54 Krippner, Capitalizing on Crisis, pp. 186–187, n. 6.

55 Menzie D. Chinn e Shang-Jin Wei, “A Faith-Based Initiative Meets the Evidence: Does a Flexible Exchange Rate Regime Really Facilitate Current Account Adjustment?”, Review of Economics and Statistics 95, n. 1 (2013): 168–84. Questa fonte non rileva «alcuna relazione forte, robusta o monotona tra la flessibilità del regime di cambio e il tasso di ritorno del conto corrente». Ma si veda anche: Atish R. Ghosh, Mahvash S. Qureshi e Charalambos G. Tsangarides, “Friedman Redux: External Adjustment and Exchange Rate Flexibility,” Economic Journal 129, n. 617 (gennaio 2019): 408–438. Questa fonte rileva una relazione statisticamente forte tra la flessibilità del tasso di cambio e la velocità dell’aggiustamento esterno.

56 Per una rivisitazione del dilemma di Triffin nel sistema post-Bretton Woods, cfr.: Emmanuel Farhi, Pierre-Olivier Gourinchas e Hélène Rey, Reforming the International Monetary System, Rapporto CEPR (Londra: Centre for Economic Policy Research, 2011).

57 “Volume degli scambi sul mercato valutario over-the-counter nell’aprile 2025”, Banca dei Regolamenti Internazionali, 30 settembre 2025; “Composizione valutaria delle riserve ufficiali in valuta estera (COFER) [Dati annuali 2024]”, Fondo Monetario Internazionale, consultato nel marzo 2026. Vedi anche: Carol Bertaut, Bastian von Beschwitz e Stephanie Curcuru, “Il ruolo internazionale del dollaro statunitense – Edizione 2025”, FEDS Notes, Consiglio dei governatori del Sistema della Riserva Federale, 18 luglio 2025.

58 Perry Mehrling, «Essential Hybridity: A Money View of FX», Journal of Comparative Economics 41 (2013): 355–63.

59 Mehrling, “Essential Hybridity: A Money View of FX”, 362.

60 Mehrling, “Essential Hybridity: A Money View of FX”, 363.

61 Bhalla, Devaluing to Prosperity, 77–91. Bhalla offre una sintesi esaustiva dei test di andamento temporale e di una serie di test formali che confutano empiricamente l’endogeneità del tasso di cambio reale. Vedi anche: Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 36–37. Questa fonte fornisce una sintesi di studi economici empirici che «confermano che gli acquisti ufficiali di valuta estera tendono a deprezzare il tasso di cambio di un paese, rispetto a quello che sarebbe stato altrimenti, in linea con un effetto positivo sul saldo delle partite correnti».

62 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 30.

63 Bhalla, Devaluing to Prosperity, pp. 225–226.

64 Bhalla, Devaluing to Prosperity, 179–186. Questa fonte fornisce prove evidenti del fatto che la sottovalutazione della moneta sia stata un fattore chiave nei differenziali dei tassi di crescita nel periodo compreso tra il 1870 e il 1938, nonché nella metà del XX secolo.

65 Bhalla, Devaluing to Prosperity, 100.

66 Pettis e Klein, Le guerre commerciali sono guerre di classe, 197–200.

67 Pettis e Klein, Le guerre commerciali sono guerre di classe, 200.

68 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 87–88.

69 Staff del FMI, 2025 Rapporto sul settore esterno: Squilibri globali in un mondo in evoluzione (Washington, D.C.: Fondo Monetario Internazionale, 2025): 35. Cfr. il capitolo 3, tabella 3.30, Valutazione dell’economia degli Stati Uniti.

70 Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 53–55. Questa fonte sostiene che il FMI abbia una tendenza a privilegiare lo status quo nella stima delle norme relative alle partite correnti. Vedi anche: Mark Sobel, “Flawed IMF External Policy and Exchange Rate Work,” OMFIF, 22 luglio 2025. Questa fonte critica il Rapporto sul settore esterno del 2025 del FMI sulla base del fatto che “il Fondo continua purtroppo a rifuggire da giudizi severi” sul disallineamento dei tassi di cambio, e osserva che la variabile delle attività estere nette nel modello del FMI potrebbe essere “auto-rinforzante in termini di norme più elevate, contrariamente alla necessità di affrontare gli squilibri globali”.

71 Pettis e Klein, Trade Wars are Class Wars, 101–74; Michael Pettis, “Bad Trade”, American Compass, 7 ottobre 2022.

72 Fondo Monetario Internazionale, Giappone: Consultazione ai sensi dell’articolo IV del 2025 — Relazione dello staff, Rapporto sul Paese n. 25/82 del FMI (Washington, D.C.: Fondo Monetario Internazionale, aprile 2025), 4, 8. L’FMI riporta un debito pubblico pari al 236,7% del PIL e un surplus delle partite correnti del 4,8% del PIL nel 2024, con un disavanzo di bilancio stimato al 2,5% del PIL.

73 Ben S. Bernanke, “L’eccesso di risparmio globale e il disavanzo delle partite correnti degli Stati Uniti” (discorso, Sandridge Lecture, Virginia Association of Economists, Richmond, 10 marzo 2005). Bernanke ha osservato che “sembra improbabile . . . che i cambiamenti nella posizione di bilancio del governo statunitense possano spiegare interamente l’andamento del conto corrente degli Stati Uniti nell’ultimo decennio” e ha sottolineato che Germania e Giappone hanno registrato ampi surplus delle partite correnti nonostante deficit di bilancio paragonabili a quelli degli Stati Uniti; Ben S. Bernanke, “Sbilanci globali: sviluppi recenti e prospettive” (intervento, Conferenza della Bundesbank, Berlino, 11 settembre 2007). Bernanke ha ricordato che dal 1998 al 2001, «anche se il disavanzo delle partite correnti degli Stati Uniti si è ampliato in modo sostanziale, i flussi ufficiali di capitali verso gli Stati Uniti sono stati piuttosto modesti» e che «gli afflussi privati dall’estero sono stati tre volte superiori ai flussi ufficiali di capitali».

74 Ricardo J. Caballero, Emmanuel Farhi e Pierre-Olivier Gourinchas, «The Safe Assets Shortage Conundrum», Journal of Economic Perspectives 31, n. 3 (estate 2017): 30.

75 Pettis e Klein, Le guerre commerciali sono guerre di classe, 89–120.

76 Cfr.: Edwin M. Truman, «The Plaza Accord: Exchange Rates and Policy Coordination», in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord after Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 144. (“Alla fine del 1984, il dollaro si era notevolmente rafforzato. Rispetto a quattro anni prima, era salito del 37 per cento rispetto alle valute dei principali partner commerciali in termini di indice corretto per l’inflazione elaborato dallo staff della Federal Reserve Board e del 41 per cento in termini nominali, con un incredibile aumento del 60 per cento rispetto al marco e del 24 per cento rispetto allo yen.”)

77 Krippner, Capitalizing on Crisis, pp. 92–94.

78 Jeffrey Frankel, «The Plaza Accord 30 Years Later», in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord after Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 55.

79 Frankel, «L’accordo del Plaza a 30 anni di distanza».

80 Per un’analisi approfondita del modello di sviluppo giapponese e del suo rapporto con altri modelli di sviluppo asiatici, si veda: Joe Studwell, How Asia Works: Success and Failure in the World’s Most Dynamic Region (New York: Grove Press, 2013).

81 Krippner, Sfruttare la crisi, 94.

82 Krippner, Sfruttare la crisi, 95.

83 Krippner, Sfruttare la crisi, 94.

84 I. M. Destler e C. Randall Henning, Dollar Politics (Washington, D.C.: Institute for International Economics, 1989), 35.

85 I. M. Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», in Politics and Economics in the Eighties, a cura di Alberto Alesina e Geoffrey Carliner (Chicago: University of Chicago Press, 1991), 264. A valori costanti del 1982, le importazioni sono aumentate dal 18,8% della produzione interna nel 1980 al 23,3% nel 1984, mentre le esportazioni sono diminuite dal 18% al 14,8%. Per i manufatti, le importazioni sono aumentate dal 19,7% al 29,2% e le esportazioni sono diminuite dal 25,5% al 18,4%.

86 Craig K. Elwell e Alfred Reifman, Il deficit commerciale degli Stati Uniti: cause, conseguenze e soluzioni (Washington, D.C.: Congressional Research Service, 1986).

87 Destler e Henning, Dollar Politics, 35.

88 Destler e Henning, Dollar Politics, 35.

89 Elwell e Reifman, Il deficit commerciale degli Stati Uniti, 26.

90 Elwell e Reifman, Il deficit commerciale degli Stati Uniti, 27.

91 Destler e Henning, Dollar Politics, 123.

92 Wells King e Dan Vaughn, Jr., La quota sulle importazioni che ha rivoluzionato l’industria automobilistica (Washington, D.C.: American Compass, 2022), 2.

93 Carl H. Tong e Allen L. Bures, «L’accordo di autolimitazione delle esportazioni (VER) con il Giappone nel settore automobilistico negli anni ’80», in Essays in Economic and Business History 21 (2003): 52.

94 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», 264.

95 Wells King e Dan Vaughn Jr., «The American Camry», National Review, 29 settembre 2022.

96 Wynne Davis, «Vincent Chin è stato ucciso 40 anni fa. Ecco perché il suo caso continua a suscitare grande interesse», NPR, 19 giugno 2022.

97 Robert Lindsey, «Un sondaggio rivela che il risentimento nei confronti dei giapponesi è in aumento», New York Times, 6 aprile 1982.

98 La seguente analisi delle azioni dei gruppi di interesse si basa sulla ricostruzione storica presentata in I.M. Destler e Henning, Dollar Politics, pp. 123–29.

99 Associazione Nazionale dei Produttori, Il problema del tasso di cambio del dollaro statunitense: documento di posizione della NAM (Washington, D.C.: Associazione Nazionale dei Produttori, 1985).

100 Destler e Henning, Dollar Politics, 129.

101 Destler e Henning, Dollar Politics, 114.

102 King e Dan Vaughn, Jr., La quota sulle importazioni che ha rivoluzionato l’industria automobilistica, pp. 2–3.

103 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», pp. 262–263.

104 Susan C. Schwab, Trade-Offs: Negotiating the Omnibus Trade and Competitiveness Act (Boston: Harvard Business School Press, 1994), 69.

105 Destler e Henning, Dollar Politics, 39.

106 Destler e Henning, Dollar Politics, 39.

107 Destler, «La definizione della politica commerciale degli Stati Uniti negli anni Ottanta», 226.

108 David C. Mulford, «A Personal Account of the Plaza Accord», in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord After Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 33.

109 Mulford, «Un resoconto personale dell’Accordo del Plaza».

110 Frankel, «L’accordo del Plaza a 30 anni di distanza», 56.

111 Destler e Henning, Dollar Politics, 42.

112 James A. Baker III, «The Architect», in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord After Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016).

113 Baker, «L’architetto».

114 Baker, «L’architetto».

115 Mulford, «A Personal Account of the Plaza Accord», 36.

116 Mulford, «Un resoconto personale dell’Accordo del Plaza».

117 Mulford, «Un resoconto personale dell’Accordo della Plaza».

118 Mulford, «Un resoconto personale dell’Accordo della Plaza».

119 Baker, «The Architect», 21.

120 Yoichi Funabashi, Managing the Dollar: From the Plaza to the Louvre (Washington, D.C.: Institute for International Economics, 1988), 76–79.

121 Funabashi, Managing the Dollar, 77.

122 Baker, “L’architetto”, 21.

123 Baker, «L’architetto».

124 «Il surplus commerciale del Giappone raggiunge livelli record nel 1985», Los Angeles Times, 1 febbraio 1986.

125 Funabashi, La gestione del dollaro, 87.

126 C. Fred Bergsten e Russell A. Green, «Overview», in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord After Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 10.

127 Funabashi, Managing the Dollar, 110. Vedi anche: Bergsten e Green, “Panoramica”.

128 Funabashi, Managing the Dollar, 124–125. Funabashi osserva che la stabilità del Sistema monetario europeo (SME), istituito nel 1979, era importante per la Germania perché rallentava l’apprezzamento del marco rispetto alle altre valute europee, creando quello che alcuni funzionari europei definivano “mercantilismo morbido”, a vantaggio degli esportatori tedeschi nei rapporti commerciali con i loro principali partner commerciali, prevalentemente europei. Una dinamica simile è probabilmente in atto oggi, poiché la Germania beneficia di un euro più debole di quanto sarebbe una valuta interamente tedesca, a causa dei freni all’euro da parte dei paesi meno produttivi dell’unione monetaria. Questa dinamica contribuisce a sostenere la competitività della sua industria orientata all’esportazione.

129 Bergsten e Green, «Panoramica», 10.

130 Funabashi, La gestione del dollaro, pp. 125–126.

131 Truman, «The Plaza Accord», 140.

132 Truman, “The Plaza Accord”, 140–43. Truman spiega che la differenza tra intervento sterilizzato e non sterilizzato consiste nel fatto che «l’intervento sterilizzato incide sulla composizione valutaria dell’attivo del bilancio di una banca centrale, ma non influisce sull’entità del passivo. L’intervento non sterilizzato incide invece sul passivo». La convalida da parte del Rapporto Jurgensen, sebbene ambigua, dell’intervento sterilizzato come strumento valido nei mercati dei cambi fu importante per l’Accordo del Plaza perché l’indipendenza delle banche centrali in tutti i paesi del G-5, ad eccezione del Giappone, significava che un intervento valutario che non incidesse sull’offerta di moneta sarebbe stato molto più facile da realizzare.

133 Frankel, «The Plaza Accord 30 Years Later». Frankel sostiene che l’intervento della Germania nel mese di febbraio «sembra essere il principale responsabile dello scoppio» della bolla dell’apprezzamento del dollaro nel 1985.

134 Funabashi, Managing the Dollar, 17.

135 Funabashi, La gestione del dollaro.

136 Funabashi, Managing the Dollar, 20. Questa fonte sottolinea che il documento informale riportava formalmente una ripartizione tra Stati Uniti, Germania e Giappone pari al 25% ciascuno, e tra Regno Unito e Francia pari al 12,5%, ma si riconosceva che era improbabile che tali quote potessero essere mantenute.

137 Funabashi, La gestione del dollaro, 27–32.

138 Baker, «The Architect», 22.

139 Funabashi, La gestione del dollaro, 22.

140 Funabashi, La gestione del dollaro.

141 Pöhl annunciò che il dollaro aveva raggiunto un livello «per noi accettabile», e il sottosegretario al Tesoro David Mulford dichiarò poco dopo che le azioni del governo tedesco «non avevano soddisfatto» l’amministrazione, sottolineando che la Germania era stata la parte del G-5 «meno collaborativa» nell’attuazione dell’accordo. Vedi: Destler e Henning, Dollar Politics, 50.

142 Funabashi, La gestione del dollaro, 22–23.

143 Funabashi, La gestione del dollaro, 24.

144 Funabashi, La gestione del dollaro.

145 Destler e Henning, Dollar Politics, 50.

146 Destler e Henning, Dollar Politics. Vedi anche: Makoto Utsumi, “The Plaza Accord Viewed from Japan”, in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord After Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 47. Questa fonte riporta un resoconto di prima mano dell’allora viceministro delle finanze giapponese per gli affari internazionali, che descrive come nel 1986 “tutti gli strumenti politici furono mobilitati per rallentare [il rafforzamento dello yen] e mitigarne gli effetti negativi” sull’industria giapponese.

147 La descrizione delle decisioni politiche di Baker e dei fattori di contesto che hanno influenzato le sue azioni, riportata nei paragrafi seguenti, è tratta da: Destler e Henning, Dollar Politics, 46–60.

148 Destler e Henning, Dollar Politics, 57.

149 Destler e Henning, Dollar Politics, 58.

150 Destler e Henning, Dollar Politics.

151 Destler e Henning, Dollar Politics.

152 Destler e Henning, Dollar Politics.

153 Takatoshi Ito, «L’accordo del Plaza e il Giappone: riflessioni sul trentesimo anniversario», in Cooperazione monetaria internazionale: lezioni dall’accordo del Plaza a trent’anni di distanza, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 91–92.

154 Destler e Henning, Dollar Politics, 61.

155 Ito, «L’accordo del Plaza e il Giappone: riflessioni in occasione del trentesimo anniversario», 92.

156 Destler e Henning, Dollar Politics, pp. 67–68.

157 «Saldo del conto corrente, NIPA/Prodotto interno lordo,», Federal Reserve Bank di St. Louis, FRED, consultato nel marzo 2026.

158 Ito, «L’accordo del Plaza e il Giappone: riflessioni in occasione del trentesimo anniversario», 94.

159 Ito, «L’accordo del Plaza e il Giappone: riflessioni in occasione del trentesimo anniversario», 93.

160 Destler e Henning, Dollar Politics, pp. 78–80.

161 Ito, «L’accordo del Plaza e il Giappone: riflessioni in occasione del trentesimo anniversario», 95.

162 Truman, «The Plaza Accord», 167.

163 Truman, «The Plaza Accord», 168.

164 Truman, «L’Accordo di Plaza».

165 Paul R. Krugman, Has the Adjustment Process Worked? (Washington, D.C.: Institute for International Economics, 1991). Per una discussione sulle opinioni contrastanti riguardo al meccanismo, cfr.: Russell A. Green, David H. Papell e Ruxandra Prodan, “Why Was the Plaza Accord Unique?” in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord After Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 105–30; Joseph E. Gagnon, “Foreign Exchange Intervention since the Plaza Accord: The Need for Global Currency Rules,” in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord After Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 193–215.

166 David C. Mulford, «A Personal Account of the Plaza Accord», in International Monetary Cooperation: Lessons from the Plaza Accord After Thirty Years, a cura di C. Fred Bergsten e Russell A. Green (Washington, D.C.: Peterson Institute for International Economics, 2016), 38.

167 Bergsten e Green, «Panoramica», 9.

168 Bergsten e Green, «Panoramica», 9–14.

169 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», 267.

170 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», pp. 266–267.

171 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», pp. 267–268.

172 Bergsten e Green, «Panoramica», 9.

173 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», 273. Vedi anche: Susan C. Schwab, Trade-Offs, 151–52. L’emendamento “Super 301” di Byrd-Dole-Riegle-Danforth, che sostituì la formulazione di Gephardt, fu approvato dal Senato con 87 voti a favore e 7 contrari ed era concepito per essere vincolante ma sufficientemente flessibile da evitare mandati presidenziali draconiani.

174 Destler, “U.S. Trade Policy-making in the Eighties”, 273. Destler ha valutato che la legge abbia orientato la posizione degli Stati Uniti “verso una maggiore aggressività in materia di esportazioni, con il Super-301 come manifestazione più visibile”, ma “anche laddove sembrava vincolare l’esecutivo, come nel caso delle ritorsioni obbligatorie per pratiche commerciali estere ‘ingiustificabili’, una lettura più attenta ha mostrato che al presidente e al rappresentante commerciale degli Stati Uniti era stata lasciata una certa flessibilità, una via di fuga”. Vedi anche: Bergsten e Green, “Panoramica”, 9.

175 Peter Van den Bossche e Werner Zdouc, The Law and Policy of the World Trade Organization, 5ª ed. (Cambridge, Regno Unito: Cambridge University Press, 2022), 199. (“È improbabile che, senza, da un lato, la frustrazione degli Stati Uniti nei confronti del sistema di risoluzione delle controversie del GATT e, dall’altro, le preoccupazioni delle altre Parti contraenti del GATT riguardo all’unilateralismo statunitense nelle controversie commerciali internazionali, i negoziatori dell’Uruguay Round sarebbero mai stati in grado di concordare un sistema di risoluzione delle controversie così ampio, innovativo ed efficace come l’attuale sistema dell’OMC.”)

176 La discussione che segue si basa sull’analisi presentata in: Bergsten e Gagnon, Currency Conflict and Trade Policy, 130; Bergsten e Green, “Overview”, 9–14.

177 Hiroyuki Akita, «La guerra fredda tra Stati Uniti e Cina è più pericolosa della rivalità tra Stati Uniti e Unione Sovietica», Nikkei Asia, 26 novembre 2022.

178 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», pp. 266–267.

179 Learning Resources, Inc. contro Trump, 607 U.S. (2026).

180 Presidente degli Stati Uniti, Proclama, «Istituzione di un supplemento temporaneo sulle importazioni per affrontare i problemi fondamentali relativi ai pagamenti internazionali, Proclama n. 11012 del 20 febbraio 2026», Federal Register 91, n. 37 (25 febbraio 2026): 9339, 6–10, 13.

181 Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, Avviso, «Avvio di indagini ai sensi della Sezione 301: atti, politiche e pratiche di alcune economie in materia di sovraccapacità strutturale e produzione nei settori manifatturieri», Federal Register 91, n. 51 (17 marzo 2026): 12886–91, Docket n. USTR-2026-0067 (11 marzo 2026), a pag. 4, citando l’Omnibus Trade and Competitiveness Act del 1988, 19 U.S.C. § 2901(b)(5)).

182 «Lavoratori, agricoltori e produttori statunitensi accolgono con favore le indagini avviate dall’USTR ai sensi della Sezione 301», Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti, 13 marzo 2026. Questo comunicato stampa dell’USTR cita le dichiarazioni del presidente dell’UAW Shawn Fain, della presidente dell’afl-cio Liz Shuler, della presidente internazionale dell’USW Roxanne Brown, del presidente dell’AISI Kevin Dempsey, del vicepresidente esecutivo della SMA Brandon Farris, del presidente dell’AAM Scott Paul, del presidente della CPA Jon Toomey e di altri.

183 Schwab, Trade-Offs, 86–87, 97–99, 109–14.

184 Destler, «U.S. Trade Policy-making in the Eighties», pp. 267–269. Destler descrive l’accordo sui semiconduttori.

185 «Richiesta di commenti sulla bozza di un accordo plurilaterale sul commercio di minerali critici e sulle misure politiche volte a rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento di minerali critici», Federal Register 91, n. 38 (26 febbraio 2026): 9686.

186 Ryan Mulholland, “Rivitalizzare gli strumenti di difesa commerciale degli Stati Uniti per un’era di politica industriale in un mondo interconnesso”, Center for American Progress, 3 giugno 2024. Mulholland sostiene che la protezione tariffaria dovrebbe essere subordinata all’impegno a garantire salari equi, ad assumere o riassumere lavoratori e a formare la forza lavoro. Vedi anche: Todd N. Tucker, “Come dovrebbero rispondere i progressisti alle minacce tariffarie di Trump?”, Roosevelt Institute, febbraio 2025. Tucker sostiene che la politica industriale abbinata alle tariffe sia di gran lunga più efficace delle sole tariffe; Yascha Mounk, conduttore, “Oren Cass on the Case for Tariffs”, Persuasion (podcast), 8 febbraio 2025. Cass sostiene un approccio simile.

187 Jamieson Greer, Relazione al Congresso sul funzionamento dell’USMCA, dinanzi alla Commissione della Camera dei Rappresentanti per le vie e i mezzi e alla Commissione del Senato per le finanze, 119° Congresso, pag. 10 (16-17 dicembre 2025) (dichiarazione di Jamieson Greer, Rappresentante commerciale degli Stati Uniti), 10.

188 Schwab, Trade-Offs, 134.

189 Legge del 2000 sulla compensazione per il dumping e le sovvenzioni continuati (CDSOA), Pub. L. 106-387, § 1003, 114 Stat. 1549A-73, codificata al 19 U.S.C. § 1675c. La normativa dispone la distribuzione dei dazi antidumping e compensativi accertati ai produttori nazionali interessati per spese ammissibili, tra cui investimenti nella produzione e acquisizione di tecnologia; abrogata dal Deficit Reduction Act del 2005, Pub. L. 109-171, § 7601(a), 120 Stat. 154 (8 febbraio 2006), con distribuzioni che continuano ai sensi del § 7601(b) per i dazi sulle dichiarazioni presentate prima del 1° ottobre 2007. L’Organo di appello dell’OMC ha ritenuto il CDSOA incompatibile con l’Accordo antidumping e l’Accordo SCM in Stati Uniti — Continued Dumping and Subsidy Offset Act del 2000, WT/DS217/AB/R (adottato il 27 gennaio 2003).

190 Schwab, Trade-Offs, 99, n. 23 (imposta di equalizzazione del tasso di cambio), 107, 113, 132, 143, 146.

191 Michael Pettis, «L’afflusso di capitali esteri non fa scendere i tassi di interesse statunitensi», Carnegie Endowment for International Peace, 7 luglio 2025. Vedi anche: Michael Pettis ed Erica Hogan, «Interventi commerciali per un commercio più libero», Carnegie Endowment for International Peace, 3 ottobre 2024.

192 Centro Julis-Rabinowitz per le politiche pubbliche e la finanza, Università di Princeton, Debito, deficit e squilibri globali nel XXI secolo, 15ª Conferenza annuale Jrcppf, Università di Princeton, 19-20 febbraio 2026, con interventi di Kenneth Rogoff, Michael Pettis e Hyun Song Shin.

193 Yavuz Arslan Baskaya, Ilhyock Shim e Philip Turner, Sviluppo finanziario ed efficacia delle misure macroprudenziali e di gestione dei flussi di capitale, Documento di lavoro della BRI n. 1158 (Basilea: Banca dei Regolamenti Internazionali, gennaio 2024).

194 Stephen Miran, Guida pratica alla ristrutturazione del sistema commerciale globale (Stamford, Connecticut: Hudson Bay Capital, novembre 2024).

195 Maurice Obstfeld, “I pericoli di una tassa sugli afflussi di capitali negli Stati Uniti”, Project Syndicate, 14 giugno 2024. Obstfeld sostiene che una tassa sugli afflussi di capitali provocherebbe un aumento dei tassi di interesse in tutta l’economia statunitense e che “l’entità del deficit commerciale americano è uno dei problemi minori”; Maurice Obstfeld, “Goodfriend Memorial Lecture: The U.S. Current Account Deficit and the Global Capital Market Revisited,” Federal Reserve Bank of Richmond Economic Brief n. 24–37 (novembre 2024). Obstfeld sostiene che «il capitale non stava tanto affluendo quanto veniva attirato» da fattori interni agli Stati Uniti, tra cui condizioni finanziarie accomodanti, e che l’ipotesi di Bernanke sull’eccesso di risparmio sopravvalutava le origini estere del deficit. Vedi anche: Pettis e Hogan, “Intervento commerciale per un commercio più libero”. Pettis e Hogan rispondono che l’obiezione di Obstfeld sui tassi di interesse non regge perché gli investimenti statunitensi sono limitati dalla debolezza della domanda, non dalla scarsità di capitale, e che le attività liquide interne detenute dalle imprese americane ammontano a circa 6,9 trilioni di dollari.

196 Congresso degli Stati Uniti, Senato, Legge sul dollaro competitivo per l’occupazione e la prosperità, S. 2357, 116ª legislatura, §§ 3, 5 (2019).

197 Michael Pettis, «Washington dovrebbe tassare gli afflussi di capitali», Carnegie Endowment for International Peace, 6 agosto 2019.

198 James Tobin, «A Proposal for International Monetary Reform», Eastern Economic Journal 4 (1978): 153. Tobin propone una piccola tassa sulle transazioni in valuta estera per ridurre il trading valutario speculativo; Vedi anche: Barry Eichengreen, James Tobin e Charles Wyplosz, “Two Cases for Sand in the Wheels of International Finance,” Economic Journal 105 (1995): 162. Eichengreen, Tobin e Wyplosz sostengono che una tassa sulle transazioni rafforzerebbe l’autonomia della politica monetaria nazionale; Joseph E. Stiglitz, “Using Tax Policy to Curb Speculative Short-Term Trading,” Journal of Financial Services Research 3 (1989): 101.

199 Martin Wolf, «Perché gli squilibri globali contano», Financial Times, 24 giugno 2025.

Il lungo cammino del processo: efficienza e malcontento _ di Emmet Penney

Il lungo cammino del processo: l’efficienza e i suoi malcontenti

Di Emmet Penney

SAGGIO DI RECENSIONE
Le origini dell’efficienza
di Brian Potter
Stripe, 2025, 384 pagine

Brian Potter, autore della newsletter Construction Physics e ricercatore senior in infrastrutture presso l’Institute for Progress, ha scritto un libro dal titolo apparentemente semplice: The Origins of Efficiency. Come spiega Potter, l’efficienza ci ha portato i doni abbondanti della modernità. Fare di più con meno è il grande miracolo della nostra era industriale, ma come la maggior parte di questi miracoli — antibiotici, rete elettrica, materie prime per fertilizzanti, iPhone e così via — la nostra assuefazione alla presenza dell’efficienza l’ha ridotta a qualcosa di banale. L’efficienza, come Heidegger ha osservato riguardo all'”essere”, appare ovunque intorno a noi eppure sembra così lontana dalla nostra piena comprensione. Potter cerca di capire, “in modo specifico”, cosa succede in una fattoria, all’interno di una fabbrica o all’interno di un’azienda quando i costi di produzione diminuiscono. Cerca, in altre parole, di comprendere la vera natura dell’efficienza

In questa ricerca, Potter va ben oltre. Come spiegherò più avanti, l’efficienza non è una cosa sola, ma molte. Quello che a prima vista sembra una guida per profani sul miglioramento dei processi industriali si trasforma in un libro di storia e in un’indagine più ampia su conoscenza, tecnologia ed esperienza. Guidati da Potter, i preconcetti del lettore sulla natura del flusso della storia cominciano a sfumare. Diventa più difficile separare le idee dalle azioni, la teoria dalla prassi, l’idealismo dal materialismo. Al contrario, Potter ci invita, per implicazione, a considerare che l’effetto catalitico di queste varie sintesi è ciò che guida il passaggio da un’epoca all’altra.

Prima di addentrarci nelle analisi di Potter, è necessario comprendere il mezzo attraverso cui si raggiunge l’efficienza: il processo di produzione. Potter definisce un processo di produzione come «una serie di fasi attraverso le quali le materie prime vengono trasformate gradualmente in un prodotto finito». In altre parole, le azioni che trasformano le materie prime in un pasto cotto. Tutti i processi di produzione hanno cinque elementi: (1) il metodo di produzione o la cottura stessa; (2) il tasso di produzione o la velocità con cui si cucina; (3) i costi di input e output o il costo della spesa e del pasto finito; (4) il margine o quanti ingredienti extra si hanno a disposizione; e (5) la variabilità dell’output o la costanza della propria capacità di preparare lo stesso pasto e di farlo bene.

Da qui, Potter ne ricava i criteri di efficienza: nessun margine superfluo, costi inferiori (e meno input), nessuna fase sprecata, nessuna produzione sprecata (utilizzare ogni parte del bufalo, per così dire), nessuna variabilità nella produzione e, infine, scalabilità. Il soddisfacimento di questi criteri è il telos dell’efficienza: un “processo a flusso” che “trasforma continuamente gli input in output senza ritardi, tempi di inattività, attese, passaggi superflui o input non necessari. Un flusso costante di input entra, e un flusso costante di prodotti finiti esce in modo rapido e fluido”.

Le forze produttive

L’efficienza progredisce principalmente attraverso il miglioramento dei metodi di trasformazione dei materiali, ovvero introducendo nuovi processi nella produzione. La meccanizzazione è stata uno dei principali strumenti utilizzati a tal fine. L’impatto dei nuovi processi meccanizzati, se tracciato nel tempo, assume la forma di una curva a S: un aumento dell’efficienza che vede un plateau finale in cui i guadagni di efficienza si stabilizzano. Allargando la prospettiva, le curve a S iniziano a sovrapporsi l’una all’altra. Questa pila di curve modella la grande onda della modernità industriale che ha travolto la terra. Per dirla in termini poetici, le curve a S sono le spalle di Prometeo.

Le curve a S, tuttavia, non sono scontate. Anzi, tutt’altro. Alcune tecnologie presentano più «assi di prestazione rilevanti» di quanti ne possa rappresentare una singola curva a S. E poi c’è il rapporto tra metodo di processo e funzionalità. In quello che è forse il mio grafico preferito in un libro ricco di immagini eleganti, Potter delinea questa relazione e, sebbene l’immagine non possa essere riprodotta qui, l’idea trasmessa è abbastanza semplice: La funzionalità determina il design del prodotto, che a sua volta determina il processo di produzione. Se troppo stretta, la relazione tra funzionalità e processo di produzione può inibire l’implementazione di nuove tecnologie di produzione; le tolleranze per alcune parti critiche in una centrale nucleare sono un esempio. Gli standard ingegneristici per tali componenti sono necessariamente costosi e difficili da produrre. Ma questo presuppone che una tecnologia successiva sia in attesa dietro le quinte. Non è sempre così, ci ricorda Potter.

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Un motivo più provocatorio può impedire a una curva a S di assumere un andamento ascendente: «Il trasferimento di una tecnologia di produzione (da un impianto all’altro, o da un impianto pilota a uno su larga scala) richiede il suo adattamento a un nuovo contesto, il che può risultare costoso e richiedere molto tempo». Qui abbiamo i primi accenni di un tema fondamentale che attraversa questo libro: sebbene la conoscenza produttiva accumulata possa (in una certa misura) essere generalizzata o estrapolata, non è universale. Il mondo è fondamentalmente troppo complesso. La nostra base industriale non è un set di Lego o un gioco di Minecraft. Pertanto, la conoscenza produttiva è conquistata a fatica e iterativa. E quando va persa, non è recuperabile dai principi fondamentali, ma solo con il sudore della fronte. La reindustrializzazione, se mai fosse possibile, può avvenire solo a un costo elevato. Dopotutto, il processo originale di industrializzazione, ovunque si sia verificato, si è basato sull’assorbimento meticoloso non solo delle nuove tecnologie, ma anche delle pratiche complesse e delle culture di conoscenza tacita necessarie per massimizzare il valore produttivo di quelle tecnologie.

Si consideri lo sviluppo della rete elettrica americana. Le aziende di servizi pubblici e i loro fornitori hanno coltivato una solida cultura del “progettazione basata sull’esperienza”, in base alla quale gli ingegneri costruivano centrali elettriche sempre più grandi basandosi su modelli già noti. Ciò, a sua volta, ha permesso alle aziende di espandere il proprio territorio di servizio. Ma con l’ampliamento del territorio sono aumentate le sfide relative al bilanciamento dell’energia, poiché l’elettricità deve conciliare domanda e offerta a livello di microsecondi. Al fine di formare una forza lavoro in grado di padroneggiare questo compito, l’industria elettrica ha collaborato con il mondo dell’istruzione superiore per creare facoltà di ingegneria. Immaginate i decenni di apprendimento ed esperienza multigenerazionale accumulati dalla fine del XIX alla metà del XX secolo — tutti orientati allo sviluppo e alla crescita industriale.

Consideriamo ora la situazione attuale del sistema energetico americano: la maggior parte degli operatori di mercato non ha mai affrontato una crescita del carico e sta cercando affannosamente di adattarsi all’aumento della domanda. Anziché creare un clima favorevole agli investimenti per infrastrutture energetiche solide e su larga scala, i responsabili politici si sono fissati su obiettivi climatici irrealistici, slegati dalla realtà ingegneristica, e hanno orientato il sistema energetico verso guadagni di efficienza a breve termine. Di conseguenza, l’America è a corto di tecnici della linea, ingegneri energetici, produzione di trasformatori e manodopera in grado di fornire energia nucleare su larga scala. Le ondate di pensionamenti in questi settori minacciano di far andare perdute le preziose conoscenze tecniche che siamo riusciti a conservare. Pertanto, gli Stati Uniti non dispongono delle infrastrutture energetiche necessarie per la crescita economica.

Il quadro diventa più chiaro quando Potter si concentra sulla riduzione dei costi di produzione. Un modo per ridurre tali costi consiste nel riprogettare il prodotto, e a questo scopo esiste una disciplina specifica nota come “value engineering”, che si basa su una metodologia sviluppata dalla General Electric dopo la Seconda guerra mondiale per ridurre i costi di produzione. Un analista di valore esamina ogni componente di un prodotto e si chiede: “A cosa serve, quanto costa e se esiste un’alternativa in grado di svolgere la stessa funzione a un costo inferiore”. Un campo correlato e successivo è quello del Design for Manufacturing and Assembly (DFMA), un approccio introdotto dai ricercatori dell’Amherst College negli anni ’60 che cercava di capire “come i prodotti potessero essere progettati in modo che le loro parti potessero essere gestite meccanicamente”; questo si è evoluto in “raccomandazioni generali di assemblaggio sia per gli esseri umani che per le macchine”. Ciò che l’ingegneria del valore e il DFMA hanno dimostrato è che perfezionare la progettazione in ogni fase fa risparmiare milioni di ore e milioni di dollari in un processo.

Limiti e conseguenze

La funzionalità determinerà sempre il design del prodotto, il che limita le opzioni disponibili. Inoltre, il design del prodotto riveste un ruolo talmente determinante nel processo produttivo che ogni decisione progettuale comporta seri compromessi. Alcune decisioni potrebbero avere un impatto negativo su altre fasi del processo produttivo, vanificando così qualsiasi guadagno in termini di efficienza ottenuto grazie a una determinata riprogettazione. Alcuni cambiamenti non valgono la pena, mentre altri possono aprire la strada a ulteriori modifiche che prima erano inimmaginabili.

Un’altra strategia per ridurre drasticamente i costi di produzione consiste nel modificare la struttura organizzativa del processo produttivo. Ad esempio, un’azienda manifatturiera deve necessariamente integrare verticalmente ogni singola fase del processo? Forse le leggi di scala lo richiederebbero, ma forse alcune parti del processo potrebbero essere esternalizzate. Henry Ford è noto per essere stato un pioniere dell’integrazione verticale, ma con la maturazione dell’industria automobilistica, il suo attaccamento a questa pratica gli è costato la capacità di innovare in seguito.

Ma anche la strada opposta comporterebbe dei rischi: è possibile trovare appaltatori affidabili in grado di svolgere effettivamente il lavoro? Apple ha dovuto affrontare questo problema quando ha iniziato a spostare la propria produzione in Cina. La sua soluzione è stata quella di investire centinaia di miliardi in risorse per la formazione dei fornitori terzi. A seconda della situazione, la stipula di accordi con appaltatori stranieri può comportare rischi geopolitici che potrebbero causare gravi problemi in futuro, un aspetto che Apple non aveva preso in considerazione quando ha trasferito la produzione in Asia.

Le domande correlate sono numerose: un evento isolato potrebbe compromettere la produzione a tal punto da rendere il rischio non più sostenibile? Puntare sullo sviluppo tecnologico è la risposta giusta? L’azienda esplorerà nuovi orizzonti di innovazione o sfrutterà al massimo un percorso collaudato? Negli anni ’80, GM scommise che il futuro fosse nella piena automazione, mentre Toyota rimase fedele all’«autonomazione», che conservava maggiormente il tocco umano. Inoltre, il colosso automobilistico giapponese ha mantenuto il suo metodo di produzione kanban, che gli ha permesso di ottenere di più pur utilizzando una tecnologia meno all’avanguardia rispetto a GM. In ogni caso, le decisioni prese in questo ambito potrebbero cambiare interi paradigmi.

Come ci ricorda Potter, «lo sviluppo tecnologico comporta spesso l’esplorazione del “possibile adiacente”: l’insieme delle possibilità che si trovano al di fuori, ma vicine, alle possibilità attuali». E come dimostrano gli esempi storici sopra riportati, identificare e cogliere «l’adiacente possibile» può sbloccare economie di scala, purché il mercato sia in grado di sostenerle. O, forse, lo sblocco delle economie di scala costringe un’azienda o un fondatore a riuscire in quanto sopra. In ogni caso, le economie di scala «sono state storicamente uno dei meccanismi più importanti alla base della riduzione dei costi di produzione». Ma cosa determina la scalabilità? Come si fa a ridurre i costi di produzione aumentando il volume della produzione?

La ripartizione dei costi fissi, per esempio. «Maggiore è il volume di produzione, più i costi fissi vengono ripartiti su ogni singolo prodotto, determinando una diminuzione dei costi unitari». Nell’ambito del dibattito sulle «economie di scala», si parla anche di «economie di scopo», ovvero «quando i produttori riducono i costi unitari aumentando la varietà di prodotti realizzati da un determinato processo» o la varietà di clienti che un produttore è in grado di servire. La diversificazione delle strutture tariffarie per la clientela fa parte del modo in cui le utility hanno imparato a ottenere il massimo dai loro megawattora, consentendo loro così di attingere a un bacino di clienti più ampio, il che a sua volta ha permesso alle utility di finanziare centrali elettriche più grandi.

E poi c’è il fattore di scala geometrico. Aumentando le dimensioni di turbine, valvole e pompe si ottiene una maggiore potenza dallo stesso reattore nucleare. Ma attenzione: se la modifica delle dimensioni delle apparecchiature comporta necessariamente un cambiamento nel loro comportamento, l’acquirente deve prestare attenzione. Il ridimensionamento statistico è un altro fattore. Nel periodo di massimo splendore dell’energia nucleare a metà del secolo, le aziende elettriche hanno potenziato i propri generatori, aumentando così l’offerta di energia, il che ha attirato un maggior numero di clienti nel sistema elettrico. Di conseguenza, ciò ha stabilizzato la produzione di energia delle aziende elettriche. In questo modo, le aziende elettriche hanno sfruttato la Legge di Wright, secondo la quale «l’aumento del volume di produzione spesso porta all’accumulo di miglioramenti in termini di risparmio sui costi man mano che un produttore o un settore acquisisce esperienza».

Gli aspetti più intangibili rivestono un ruolo importante. Le economie di scala favoriscono le aziende di maggiori dimensioni, le quali sono in grado di attrarre una gamma più ampia di talenti, reti di approvvigionamento di qualità superiore e prezzi all’ingrosso più bassi. Tutto ciò va di pari passo con gli effetti di rete, «quando un prodotto o un servizio diventa più utile o prezioso man mano che le persone lo utilizzano».

Innovazione contro l’entropia

Nel loro insieme, le economie di scala sono “autoalimentanti” e generano un circolo virtuoso. Ma se tali economie perdono la loro logica finanziaria e produttiva per qualsiasi motivo, il circolo virtuoso si trasforma in un circolo vizioso e trascina le imprese in una spirale mortale caratterizzata da costi crescenti e un peggioramento dei servizi. Potter ci invita a considerare l’esempio del trasporto pubblico: supponiamo che un’esternalità (la criminalità, ad esempio) impedisca alle persone di utilizzare la BART nella Bay Area. Ciò prosciuga le casse della BART, il che significa che dovrebbero rivolgersi ai contribuenti per ottenere ulteriori finanziamenti o aumentare i prezzi dei biglietti. Ma il servizio rimane peggiore di prima, e così via.

Esistono anche diseconomie di scala, in cui i costi amministrativi e l’appesantimento burocratico si accumulano fino a rendere il processo produttivo proibitivo. Dopotutto, l’azienda stessa cresce con l’aumentare delle dimensioni. Aziende più grandi significano più persone, il che crea una costosa burocrazia fatta di ostacoli epistemici e informativi. Ci vuole più lavoro e più denaro affinché la mano destra e la mano sinistra sappiano cosa sta facendo l’altra. Ci sono modi per aggirare questo problema, ovviamente: Jensen Huang di Nvidia ha notevolmente appiattito i flussi informativi della sua organizzazione. L’ammiraglio Hyman Rickover adottò un approccio simile. Ma questi esempi sono rari per un motivo: ciascuno di questi uomini ha dimostrato eccezionali capacità di leadership e gestione.

Gli effetti della domanda e le diseconomie geometriche sono strettamente correlati. Il primo si verifica quando l’aumento della produzione comporta naturalmente un maggiore fabbisogno di fattori produttivi. La curva dei costi entra in gioco quando l’aumento delle dimensioni di qualcosa richiede «proporzionalmente più, anziché meno, materiale».

Allargando lo sguardo, la produzione industriale si configura come un ecosistema fatto di conoscenze di processo, capitale umano e nodi sociali. Se però tutte queste conoscenze di processo si basano su un’attività costante, si pone un problema fondamentale quando si parla di perdita di conoscenza. Non esiste un “ritorno dal pensionamento” per rientrare in una partita di campionato. Non esiste nemmeno una tabella di marcia che indichi quali conoscenze debbano essere mantenute in ogni momento e quali debbano essere scartate. Ma l’errore da evitare è uscire del tutto dalla produzione, il che significa rinunciare a qualsiasi conoscenza dei processi.

Il capitolo che approfondisce maggiormente questo argomento è dedicato all’eliminazione di una fase dal processo produttivo. «Eliminare una fase dal processo è il massimo miglioramento in termini di efficienza», scrive Potter. «Non solo elimina il 100% degli input richiesti da quella fase, ma può anche eliminare un’intera struttura di operazioni di supporto». E non c’è fase più affidabile di nessuna fase, «perché un’operazione che non esiste è un’operazione che non può fallire».

A partire dalle corporazioni del Medioevo, abbiamo costantemente affinato le nostre conoscenze sui processi. Nel corso dell’Illuminismo, la conoscenza e il rigore scientifico si sono diffusi, approfondendo e divulgando le conoscenze sulla produzione. L’arrivo di strumenti di misurazione accurati, emersi attraverso questo processo, ha svolto un ruolo determinante nell’affinare la granularità delle nostre conoscenze sui processi. Il taylorismo, con le sue ossessive tabulazioni dei movimenti dei lavoratori, ha lasciato il posto a una maggiore precisione; innovazioni combinate come la catena di montaggio e i componenti intercambiabili hanno dissolto i processi artigianali, ricchi di fasi, nel bagno acido del progresso meccanico della modernità.

In un’ottica più ampia, il progresso sembra quindi avere un carattere decisamente lineare che non perdona chi si discosta dalla lunga e faticosa marcia del processo. Eppure, allo stesso tempo, presenta anche aspetti non lineari di cui tenere conto; questa era una delle intuizioni di Vaclav Smil in Energy and Civilization. Egli osservò che non tutto ciò che appare come progresso lo è fin dall’inizio. Le parti intercambiabili, ad esempio, facevano lievitare i costi «a causa dell’imprecisione del metodo di produzione e delle macchine utensili dell’epoca», che richiedevano quindi più tempo e cura nel processo produttivo.

Tuttavia, tutto ciò è puramente teorico se non si può contare sul fatto che il processo riproduca gli stessi risultati nel tempo. Garantire uno standard di qualità ripetibile è fondamentale per ottenere economie di scala. E se la produzione varia in misura eccessiva, il prodotto e il processo ad esso correlato risulterebbero probabilmente troppo costosi da scalare. Le cause alla base di questo fenomeno sono la variazione distruttiva e il disallineamento, fattori di costo correlati che Potter illustra con un unico esempio:

Se ogni fase della produzione di spille in fabbrica richiede esattamente 10 secondi ma presenta un rischio di errore dell’1%, allora nell’1% dei casi una fase non passerà la spilla alla fase successiva e i macchinari a valle rimarranno fermi in attesa di ricevere la spilla. Quindi non solo si hanno sprechi dovuti alle spille danneggiate, ma anche le fasi del processo non sono più sincronizzate.

Ciò può essere gestito in due modi: controllando le cause e/o rendendo il progetto più resistente alle variazioni. Il primo approccio richiede un’analisi approfondita per stabilire se le variazioni siano determinate da cause identificabili o da cause casuali, poiché ciascuna richiede un tipo diverso di soluzione. L’applicazione del controllo statistico della qualità può essere seguita dall’identificazione di eventuali problemi di affidabilità derivanti da «una fonte specifica: un’impostazione della macchina, un metodo di lavoro [o] un fattore ambientale», che possono quindi essere eliminati.

Le cause casuali, tuttavia, sono multifattoriali, ovvero derivano da una cascata di lievi variazioni o cambiamenti che si verificano nelle diverse fasi del processo e che sfociano in difetti del prodotto finale. Trasferire un processo produttivo in un ambiente chiuso, ad esempio, elimina ogni tipo di causa casuale stabilizzando l’ambiente di produzione. D’altra parte, rendere un processo più robusto potrebbe comportare una riprogettazione del prodotto o un adeguamento delle tolleranze per consentire una maggiore variazione, ove possibile.

In definitiva, ridurre la variabilità richiede sia controllo che conoscenza. La combinazione di entrambi dà vita a un sistema potente; ecco perché il Metodo Toyota (“kanban”) è il punto di riferimento per eccellenza dei processi produttivi: integra molteplici sistemi di feedback, accrescendo al contempo la conoscenza della produzione e ottimizzando un flusso continuo di output, il tutto bilanciando domanda e offerta in tempo reale. Ma non esiste un processo “perfetto”. Ridurre la variabilità, come ogni altro aspetto che contribuisce a perfezionare il processo produttivo, è di per sé un processo di apprendimento senza fine, fintanto che il nostro mondo mantiene il suo carattere entropico. L’acqua cerca sempre un modo per entrare nella tua barca.

Nel corso dei capitoli del libro, emerge chiaramente che ciascuno di questi aspetti dell’efficienza può influenzarne gli altri, e spesso lo fa. I processi produttivi funzionano in modo ecologico. Di conseguenza, i grandi passi avanti in termini di efficienza si presentano spesso sotto forma di pacchetti (tutti in una volta) o di catene (a cascata) che innescano circuiti di miglioramento.

Questi insiemi e queste catene tendono a diventare processi continui ovunque e ogni volta che sia possibile. I processi continui rappresentano di per sé il plateau della curva a S che, come sostiene Potter, può essere sovrapposta alle curve di apprendimento—la curva a S dell’efficienza sale proprio perché impariamo. La conclusione è che più ripetiamo un processo, meglio lo conosciamo; meglio lo conosciamo, più possiamo migliorarlo; più possiamo migliorarlo, più diventa efficiente; più diventa efficiente, più otteniamo con meno.

In questo contesto, la scala svolge un ruolo fondamentale. «Le economie di scala non sono solo un fattore determinante per il miglioramento dell’efficienza in sé e per sé», spiega Potter, «ma costituiscono anche un meccanismo di sblocco che rende possibili ulteriori miglioramenti dell’efficienza, consentendo di ammortizzare i notevoli costi fissi che tali miglioramenti spesso richiedono su un volume di produzione sufficientemente ampio». Pertanto, la ripetizione e la scala generano efficienza, che ci ha portato al mondo moderno.

Ma l’efficienza non è garantita. Il mancato miglioramento può derivare da ostacoli politici o normativi, limiti tecnici e vincoli di mercato; tutti questi fattori possono compromettere un processo produttivo al punto da renderne impossibile il miglioramento. Anche gli oneri produttivi possono avere un ruolo. Potter dedica particolare attenzione all’edilizia residenziale, che ha faticato a raggiungere l’automazione nonostante gli sforzi di personaggi come Buckminster Fuller e Frank Lloyd Wright. La storia più recente si presenta come un vero e proprio cimitero di start-up nel campo dell’automazione edile. Perché?

Ciò è dovuto in parte alla “malattia dei costi” di Baumol, secondo la quale in alcuni settori i salari aumentano di pari passo con la produttività, il che “esercita una pressione al rialzo sui salari nell’intera economia”. Se i costi del lavoro non possono essere facilmente ridotti, essi tendono inesorabilmente ad aumentare. Inoltre, i cantieri edili sono all’aperto e non presentano mai condizioni uniformi, il che rende difficile ridurre la variabilità e promuovere la meccanizzazione. Anche la natura ciclica del mercato immobiliare rende rischiosa l’espansione delle attività.

Potter continua a utilizzare l’esempio dell’edilizia residenziale per delineare la sua visione di come sarà la produzione del futuro. La definisce produzione «flessibile», che richiede un’automazione altamente adattabile: una tecnologia in grado sia di elaborare dati in contesti variabili, sia di reagire fisicamente a tali contesti mantenendo al contempo l’efficienza. Un risultato del genere sarebbe quasi miracoloso, come Potter ben sa. Una delle maggiori sfide in tal senso, tuttavia, è rappresentata proprio dall’informazione stessa.

I campi di prova semplificati potrebbero essere la chiave per sbloccare una produzione flessibile. L’anno scorso, l’esercito degli Stati Uniti ha inaugurato la sua prima caserma stampata in 3D. L’impegno delle forze armate verso la riproducibilità funzionale, l’uniformità e l’affidabilità della produzione ne fa il terreno di prova perfetto per riuscire finalmente a sbloccare la produzione automatizzata di alloggi. Con l’accumularsi di esperienza e dati derivanti dalla costruzione di caserme stampate in diverse località, l’implementazione commerciale potrebbe essere accelerata. Come ha dimostrato l’espansione suburbana del dopoguerra, le case non devono necessariamente avere un aspetto del tutto unico per risultare attraenti alle giovani famiglie. Il modello suburbano, dopotutto, ha preso spunto proprio dagli alloggi dei soldati americani. Sfruttare l’intelligenza artificiale per automatizzare i vari requisiti di autorizzazione locali nel flusso di lavoro delle abitazioni stampate in 3D potrebbe snellire il processo e renderlo più adattabile. Senza dubbio, chiunque riesca a capire come aumentare in modo sicuro (ed esteticamente gradevole) l’offerta di alloggi in zone ambite potrebbe ridurre di parecchie volte il costo delle abitazioni, alleviando nel contempo una tesa lotta politica sul tema.

L’efficienza come processo storico

Mentre scrivo, i laboratori all’avanguardia nel campo dell’IA si stanno avvicinando a grandi passi alla realizzazione della produzione flessibile come metodo fattibile. Ed è probabile che esista un circolo virtuoso di interazione tra l’IA e la produzione fisica. L’anno scorso ho avuto il piacere di assistere a una presentazione congiunta della Marina degli Stati Uniti e del team Operative Systems di Palantir. Hanno presentato un sistema operativo per la produzione e la manutenzione dei motori a reazione talmente impressionante che, ripensandoci ora, fa sembrare il sogno di Potter più vicino di quanto non sia in realtà.

Se la produzione flessibile potrà diventare realtà o meno, lo dirà il futuro. Ciò che il suo libro, intenzionalmente o meno, mi ha insegnato sulla storia è stato profondo. Raggiungiamo l’efficienza attraverso un accumulo di conoscenza dei processi, che acquisiamo sia facendo che pensando. La grande lezione del libro di Potter è questa: l’umanità non ha dato vita a nuove epoche solo nelle torri d’avorio, né le nuove ere sono state forgiate nei confini isolati della fabbrica. Piuttosto, la storia umana è stata forgiata su un’incudine fatta sia di pensiero che di azione.

Sebbene Potter arricchisca i suoi libri di numerose prove pertinenti per convincere il lettore di ciò, ogni volta che mi imbattevo nei suoi esempi mi ritrovavo a tornare alla mia libreria. Ad esempio, la cultura della critica che ha aperto la strada all’analisi di ulteriori fenomeni mi ha spinto a consultare i miei libri che trattano della Riforma, degli albori dell’ideologia borghese e della caduta dello Stato assolutista; della visita ispiratrice di Hobbes a Galileo; sui marinai che incontravano la distesa bianca dell’Artico, che concretizzava l’ostilità del protestantesimo verso l’ornamento suggerendo al contempo uno stato di tabula rasa al posto di una natura fissa; sul cogito ergo sum di Cartesio e la sua strana discendenza dalla ricerca alchemica — una discendenza condivisa con il metodo scientifico che rese possibili gli strumenti di precisione così vitali per la storia dell’efficienza di Potter.

In effetti, Potter mi indirizzava così spesso verso altre opere che questo rallentava la mia lettura del suo libro. Il suo libro ha avuto l’effetto di confermare la mia visione personale, dato che non sono incline a separare idealismo e materialismo, ma a cercare sempre la loro fusione nel corso della civiltà.

Eppure Origins of Efficiency mi ha anche fatto riflettere a lungo. A sentire i sostenitori dell’industria e alcuni politici, in America sarebbe in atto una grande rinascita industriale. Molti nel settore del capitale di rischio hanno iniziato a orientarsi verso l’“hard tech”, prendendo spunto dalla SpaceX di Musk. Una cultura sfacciata del “calpesta i morti, scavalca i deboli” ha messo radici in luoghi come il Gundo in California, dove varie start-up della difesa, dell’industria pesante e dell’energia guidano la carica della reindustrializzazione.

Molto di tutto ciò è fonte di ispirazione, una boccata d’ossigeno per settori altrimenti in declino, vincolati a operatori consolidati che si adagiano sulle proprie comodità. Ma, come abbiamo appreso dall’analisi di Potter, il percorso verso l’efficienza si estende sempre oltre l’orizzonte e comporta sacrifici e rischi. La start-up estiva e l’industriale ottimista avranno il coraggio di affrontare con determinazione un percorso di apprendimento permanente nella dura scuola della sperimentazione e dell’errore su scala storica, partecipando a un processo più lungo di qualsiasi ciclo di hype o periodo di rendicontazione finanziaria? Spero di sì, per il loro bene e per il nostro. Lo scopriremo presto.

Troppi sembrano pensare che, nel giro di pochi anni, gli americani si ritroveranno in una versione tecno-futuristica degli anni ’50, quando le maniche rimboccate, gli avambracci muscolosi e le mani abili dello Zio Sam fornivano al mondo beni senza pari. Una visione certamente necessaria e incoraggiante, ma lasciamo che sia Potter a smorzarne l’entusiasmo. Dopotutto, gli Stati Uniti avevano decenni di conoscenza dei processi su cui basarsi quando si sono attrezzati per la Seconda Guerra Mondiale, e cosa abbiamo ora? Quello che abbiamo comprato a caro prezzo con l’esperienza l’abbiamo incassato al banco dei pegni dell’arroganza imperiale. Non possiamo semplicemente collocare uno stabilimento TSMC in Arizona e aspettarci che funzioni come a Taiwan solo perché ha tutti gli stessi componenti. Sono le persone a creare la tecnologia, non il contrario.

«La rivolta di Atlante»: decifrare la strategia di sicurezza nazionale di Trump_di Lee Jones

«La rivolta di Atlante»: decifrare la strategia di sicurezza nazionale di Trump

Di Lee Jones

I tempi in cui gli Stati Uniti sostenevano l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti.

—Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 20251

Aun anno dal ritorno di Donald Trump alla presidenza, molti si chiedono ancora: cosa vogliono lui e i suoi sostenitori nel mondo e dal mondo? Sotto la sua guida, Washington sembra aver oscillato in modo incontrollato da una posizione all’altra: imponendo dazi, poi riducendoli; sembrando voler placare la Russia, poi armando l’Ucraina; predicando la pace, poi bombardando l’Iran, invadendo il Venezuela e minacciando la Groenlandia. C’è forse un metodo in questa apparente follia?

La recente Strategia di sicurezza nazionale (NSS), pubblicata nel novembre 2025, fornisce alcuni indizi. È ovviamente rischioso fare affidamento su un documento politico ufficiale come guida per capire cosa farà effettivamente Trump. La sua prima NSS, pubblicata nel 2017, è stata ampiamente vista come l’inizio di una “Nuova Guerra Fredda” con la Russia e la Cina, in quanto dichiarava che le potenze “revisioniste”, e non i terroristi, erano ormai la principale minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. Eppure Trump ha continuato a perseguire sia un accordo commerciale con la Cina sia relazioni amichevoli con la Russia.2 Con altri tre anni di Trump davanti a noi, e forse un altro mandato con JD Vance o un altro successore trumpiano, dobbiamo cercare di capire cosa sta guidando il regime che controlla la prima potenza mondiale. Inoltre, come ho sostenuto in precedenza in queste pagine, esiste ora un nutrito gruppo di funzionari attorno a Trump, il che indica la formazione di una visione del mondo collettiva e di un progetto politico che va oltre le idiosincrasie del presidente.3 Inoltre, gran parte di ciò che Trump ha fatto nel suo primo anno è di fatto coerente con la nuova NSS, rendendola un oggetto di studio degno di nota.

Il compito analitico consiste quindi nel trovare un equilibrio tra due estremi inaccettabili: l’ipotesi che sia in atto una grande strategia ben ponderata, oppure quella che Trump sia semplicemente fuori di testa. La mia posizione è che vi sia una visione del mondo in qualche modo coerente a guidare l’amministrazione Trump, ed è essenziale cercare di comprenderla. Allo stesso tempo, il declino della repubblica americana ha dato origine a un regime altamente personalistico e populista, guidato da un individuo profondamente imprevedibile —e la comprensione di questo, e delle sue conseguenze, deve essere presente in qualsiasi analisi della politica statunitense.

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La NSS rivela una visione del mondo emergente all’insegna dell’«America First», fortemente influenzata dall’ideologia paleoconservatrice e caratterizzata da un netto rifiuto del cosiddetto ordine internazionale liberale, ormai irrimediabilmente frammentato. Contrariamente a molti commenti esistenti, tuttavia, la NSS non segnala una ritirata realista verso sfere d’influenza in stile ottocentesco o verso una politica dell’equilibrio di potere. È meglio intesa come una fusione tra l’ideologia della destra radicale —che attacca il globalismo liberale e difende la “civiltà occidentale”, pur tollerando le differenze politiche e culturali con le potenze rivali—e il tradizionale supremacismo americano favorito dai campi conservatori più familiari: i pianificatori del Pentagono, i falchi sulla Cina e la cricca del Tesoro degli Stati Uniti. Queste fazioni si uniscono sotto lo slogan nazionalista “America First”, ma hanno concezioni diverse degli interessi americani. In definitiva, tuttavia, nel regime populista di Trump, sarà la definizione di interesse nazionale data dallo stesso presidente a prevalere. Il declino della democrazia rappresentativa, espresso e accelerato da Trump, si traduce così in politiche che a volte sono in sintonia, e a volte profondamente in contrasto, con gli interessi del popolo americano e persino del suo gruppo di interesse più potente: le grandi imprese.

Ideologia guida: realismo o paleoconservatorismo?

Per interpretare correttamente la NSS ed evitare interpretazioni errate, occorre distinguere due correnti ideologiche: il realismo, una tradizione dominante nella teoria delle relazioni internazionali (RI), e la visione della destra radicale.

È importante comprendere il realismo perché molti hanno interpretato gli attacchi di Trump all’ordine internazionale liberale come il segnale del ritorno a un mondo realista. Il realismo sostiene che gli Stati vivano in un sistema internazionale anarchico, privo di un governo mondiale che ne faccia rispettare le regole. Di conseguenza, gli Stati devono fare affidamento sulle proprie forze per sopravvivere e prosperare, dando priorità senza scrupoli al proprio interesse e scoraggiando i potenziali nemici rafforzando il proprio potere nei confronti dei rivali, sia autonomamente che attraverso alleanze con altri Stati.

I realisti non sono d’accordo sul fatto che gli Stati debbano o debbano cercare solo il potere necessario per sopravvivere (“realismo difensivo”) o massimizzare il proprio potere per garantire la vittoria (“realismo offensivo”). Al di là di queste divisioni, tuttavia, essi promuovono generalmente una politica estera caratterizzata da un’attenzione laserata agli interessi nazionali fondamentali, dall’evitare impegni marginali e da un’enfasi sulla moderazione e la prudenza, in particolare quando si ha a che fare con grandi potenze pericolose. Ciò pone il realismo in netto contrasto con la tradizione “utopica” o liberale della politica estera, dominante dalla fine della Guerra Fredda, che cerca la pace attraverso la diffusione della democrazia, la promozione dell’interdipendenza economica e la creazione di istituzioni liberali a livello nazionale e internazionale. I principali sostenitori americani del realismo, voci nel deserto per molti anni, sono stati accademici come Stephen Walt e John Mearsheimer, nonché la più ampia comunità politica e intellettuale del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

Una lettura superficiale della NSS potrebbe far pensare che il realismo abbia ormai avuto la meglio sul liberalismo nell’elaborazione delle politiche statunitensi. Infatti, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sintetizzato il documento così: «Fuori l’utopismo idealistico, spazio al realismo spietato». 4 Questa frase ricorre nella nuova Strategia di Difesa Nazionale (NDS), pubblicata proprio mentre il presente articolo andava in stampa. Gran parte della NSS sembrerebbe sostenere questa interpretazione, e presumibilmente persone di orientamento realista hanno contribuito alla sua stesura. Il documento è costellato di frasi dal tono realista: «Lo scopo della politica estera è la protezione degli interessi nazionali fondamentali; questo è l’unico obiettivo di questa strategia». 5 “È naturale e giusto che tutte le nazioni mettano al primo posto i propri interessi e difendano la propria sovranità.”6 “L’influenza sproporzionata delle nazioni più grandi, più ricche e più forti è una verità senza tempo delle relazioni internazionali,”7 e così via. Pur insistendo sul fatto che “l’America e gli americani devono sempre venire prima di tutto”,8 la NSS sostiene una visione ristretta incentrata su soli cinque “interessi nazionalisti fondamentali e vitali” e cinque “priorità”, 9 nonché una spietata gerarchizzazione delle regioni del mondo. Ciò ha portato alcuni a sostenere che la NSS segni un ritorno alla politica delle grandi potenze, caratterizzata da un compromesso tra gli Stati dominanti e le loro rispettive sfere d’influenza, che comporta una concentrazione ristretta degli Stati Uniti sull’emisfero occidentale insieme a una politica di appeasement nei confronti di Russia e Cina altrove. Come vedremo, questa interpretazione fraintende le intenzioni della strategia e i suoi probabili effetti.

Ma soprattutto, trascura la forte influenza dell’ideologia conservatrice radicale, senza la quale gran parte della Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) e dell’attuale politica statunitense non avrebbe molto senso. In America, il pensiero di estrema destra è stato sviluppato principalmente da paleoconservatori come Sam Francis, Paul Gottfried e Pat Buchanan. In un contesto di crescente reazione populista contro il neoliberismo, le loro idee, un tempo marginali, hanno influenzato un movimento in rapida espansione e sono state tradotte in politiche trumpiane da figure come Steve Bannon e Stephen Miller.

La visione del mondo paleoconservatrice può essere riassunta come segue. 10 I problemi del mondo sono causati dall’ascesa di un’élite manageriale liberale. Questa élite è emersa come risultato di una transizione dalla società borghese classica, caratterizzata da individualismo, virtuosa autocontrollo e deliberazione tra rappresentanti razionali, a una complessa società di massa in cui il controllo sull’economia, la società e la politica è passato a burocrazie su larga scala. Ciò ha facilitato l’emergere di una “nuova classe” le cui pretese di competenza tecnica l’hanno posizionata per gestire tali burocrazie e che cerca di guidare la società verso un miglioramento collettivo.11 I paleoconservatori odiano la “nuova classe” perché diffonde valori liberali, degradando le culture tradizionali e le gerarchie di razza, genere, classe e nazione.

I paleoconservatori e la destra populista in senso lato stanno conducendo apertamente una «guerra culturale» contro la nuova classe. A livello interno, combattono i liberali e cercano di ripristinare la cultura tradizionale, intesa come discendente da un’eredità “cristiana” o “europea” e spesso codificata o esplicitamente inquadrata in termini etnonazionalisti. Cercano di smantellare le istituzioni managerialiste create dalla nuova classe, un progetto che si estende a livello internazionale, poiché interpretano l’egemonia statunitense del dopoguerra fredda come un’estensione del progetto della nuova classe.

A loro avviso, la globalizzazione e le istituzioni ad essa collegate, quali le Nazioni Unite, l’Organizzazione mondiale del commercio e il Forum economico mondiale (tra le altre), hanno imposto regole e valori “globalisti”, promuovendo una governance liberale e calpestando la sovranità nazionale e le culture. Lo Stato americano, sotto il dominio globalista, è stato fondamentale per questo progetto, promuovendo politiche di libero scambio e di migrazione di massa in patria e un interventismo liberale all’estero, anche attraverso interventi militari. Traditi dalle loro élite globaliste, la classe media e i lavoratori americani hanno subito conseguenze economiche e culturali disastrose.

La destra populista preferisce e promuove un ordine mondiale multipolare. Ma in questo contesto, “multipolare” non significa, come lo intendono i realisti delle relazioni internazionali, una distribuzione approssimativamente equa del potere tra diversi Stati principali. Piuttosto, riflettendo l’appropriazione da parte del movimento del relativismo culturale postmodernista e della critica postcoloniale alle gerarchie culturali, significa un approccio del tipo “vivi e lascia vivere” tra civiltà diverse, con l’obiettivo di preservare l’integrità e l’unicità culturale di ciascun gruppo. Esso cerca di rivitalizzare la civiltà occidentale contro le minacce culturali e demografiche del non-Occidente, coesistendo pacificamente ma separatamente con altri blocchi civilizzazionali in una società internazionale relativamente fluida e pluralista, cooperando solo laddove gli interessi coincidono.

Una visione del genere non trova alcun riscontro nel realismo della metà del XX secolo di figure come Henry Kissinger, il quale «vedeva la realpolitik come un mezzo prudente per istituzionalizzare un ordine liberale globale a immagine degli Stati Uniti»; al contrario, essa si ricollega ai realisti del XIX e dell’inizio del XX secolo come Otto von Bismarck e Carl Schmitt, che vedevano il mondo come un insieme di culture particolari. Lo scopo della politica estera «non è “convertire gli altri a ciò che attualmente soddisfa i gusti politici e culturali americani”, ma garantire l’integrità fisica e culturale della nazione».12 Il “realismo” della destra MAGA è, quindi, una forma di isolazionismo populista, che consiglia moderazione nei confronti delle ambizioni globaliste della nuova classe. Ciò produce un orientamento che, soprattutto nel mettere in primo piano gli interessi nazionali rispetto ai valori e agli impegni liberali, a volte sembra realismo ma è ben distinto, violando persino molti precetti realisti.

La novità della NSS del 2025 consiste nell’aver integrato l’agenda della destra populista con le tradizionali—e in parte compatibili—preoccupazioni relative alla supremazia americana sotto lo slogan «America First». L’influenza della destra populista produce impegni ufficiali senza precedenti a favore dell’antiglobalismo, del rinnovamento della civiltà occidentale e di un modus vivendi con le civiltà rivali. Tuttavia, i continui (e più convenzionali) impegni a favore della supremazia americana smorzano questa agenda radicale, suggerendo una continua proiezione di potenza globale e un confronto con la Cina, piuttosto che un ritorno a una politica estera esclusivamente emisferica.

L’adesione della destra alla multipolarità

L’ossessione della destra populista per le nuove élite di classe trova chiara e incisiva espressione nell’introduzione dell’NSS, che traccia un bilancio severo della politica estera americana del dopoguerra fredda, così come è stata definita e attuata da loro:

Le élite della politica estera si sono convinte che il dominio permanente degli Stati Uniti su tutto il mondo fosse nell’interesse del nostro Paese. . . . [Hanno] gravemente sottovalutato la disponibilità degli Stati Uniti ad assumersi per sempre oneri globali che il popolo americano non vedeva in alcun modo collegati all’interesse nazionale. Hanno sopravvalutato la capacità degli Stati Uniti di finanziare, contemporaneamente, un imponente Stato assistenziale, normativo e amministrativo insieme a un gigantesco complesso militare, diplomatico, di intelligence e di aiuti esteri. Hanno fatto scommesse estremamente errate e distruttive sul globalismo e sul cosiddetto libero scambio che hanno svuotato proprio quella classe media e quella base industriale da cui dipendono la preminenza economica e militare americana. Hanno permesso ad alleati e partner di scaricare il costo della loro difesa sul popolo americano e, a volte, di trascinarci in conflitti e controversie centrali per i loro interessi ma marginali o irrilevanti per i nostri. E hanno legato la politica americana a una rete di istituzioni internazionali, alcune delle quali guidate da un vero e proprio antiamericanismo e molte da un transnazionalismo che cerca esplicitamente di dissolvere la sovranità dei singoli Stati.13

Garantire la «sicurezza» americana significa oggi contrastare il globalismo sia sul territorio nazionale che all’estero. L’insistenza dei paleoconservatori sul ripristino dei confini culturali tradizionali e delle gerarchie interne permea un documento che tradizionalmente si concentra esclusivamente sulle minacce esterne. Tra una lunga lista di «desideri», il governo statunitense punta ora al «ripristino e al rilancio della salute spirituale e culturale americana… Vogliamo un’America che custodisca le glorie del passato e i propri eroi, e che guardi avanti verso una nuova età dell’oro. Vogliamo un popolo orgoglioso, felice e ottimista… una cittadinanza che abbia un lavoro remunerativo… [e] un numero crescente di famiglie forti e tradizionali che crescano figli sani.”14

Tra i dieci «principi fondamentali» della NSS figurano l’impegno a favore del «primato delle nazioni» contro le organizzazioni internazionali che minano la sovranità, della «sovranità e del rispetto» e dell’essere «a favore dei lavoratori americani». Un altro principio fondamentale è la “competenza e il merito”, non lo “status di gruppo privilegiato”, che si riferisce implicitamente alle azioni positive e ad altre misure “woke” che, promuovendo individui incapaci, rischiano il collasso di “sistemi complessi” come le infrastrutture e la sicurezza nazionale—conseguenze che “renderebbero l’America irriconoscibile e incapace di difendersi”. 15 Ma in questa prospettiva, dare priorità al merito non significa certamente reclutare i migliori e i più brillanti dall’estero: «In ogni nostro principio e in ogni nostra azione, l’America e gli americani devono sempre venire prima di tutto.»16 Infatti, la prima priorità elencata nella NSS è intitolata con l’affermazione: «L’era della migrazione di massa è finita», citando il danno arrecato alla «coesione sociale».17

Passando alla politica estera, questo progetto interno di restaurazione è indissolubilmente legato al «ripristino della fiducia in sé stessa dell’Europa come civiltà e dell’identità occidentale»18 in una sezione intitolata «promuovere la grandezza europea». Non vi è alcuna discussione reale sull’aggressione russa. Il problema fondamentale, afferma la NSS, è che l’Europa rischia la «cancellazione civilizzazionale» a causa del malgoverno delle sue élite liberal-globaliste, che stanno trasferendo la sovranità all’UE, consentendo la migrazione di massa e minando le libertà tradizionali come la libertà di parola. Il risultato è «un crollo dei tassi di natalità e la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi». 19 Rispecchiando la visione della destra radicale secondo cui le identità civili sono basate sull’etnia, la NSS inquadra la migrazione come una minaccia razzializzata all’identità europea e quindi alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, avvertendo che, man mano che i paesi diventano “a maggioranza non europea”, potrebbero benissimo rifiutare l’alleanza con gli Stati Uniti.20

«La mancanza di fiducia in se stessi [come civiltà] è particolarmente evidente nei rapporti dell’Europa con la Russia», sostiene la NSS. Obiettivamente, «gli alleati europei godono di un significativo vantaggio in termini di potere duro rispetto alla Russia sotto quasi ogni aspetto, ad eccezione delle armi nucleari… [eppure] molti europei considerano la Russia una minaccia esistenziale».21 L’implicazione è che se le élite europee non fossero così spregevoli, si renderebbero conto che non hanno bisogno dell’aiuto degli Stati Uniti per perpetuare la guerra in Ucraina e contenere la Russia. Ma «i funzionari europei […] nutrono aspettative irrealistiche riguardo alla guerra», trincerati in «governi di minoranza instabili […] che calpestano i principi fondamentali della democrazia per reprimere l’opposizione. Una grande maggioranza europea vuole la pace, eppure quel desiderio non si traduce in politica […] a causa della sovversione dei processi democratici da parte di quei governi».22 Riformulato come un problema culturale, il compito dell’America è quello di «rendere di nuovo grande l’Europa» intervenendo per sostenere i «paesi alleati» e le forze «patriottiche» (cioè altre forze di estrema destra) affinché prendano il potere e ripristinino la «fiducia in se stessa della civiltà» europea, il che permetterà agli Stati Uniti di porre fine alla guerra e ripristinare la stabilità strategica con la Russia.

Queste argomentazioni e affermazioni non hanno senso da una prospettiva realista convenzionale. Eppure questa è ora la linea politica americana, come emerge dal discorso esplosivo del vicepresidente JD Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel febbraio 2025, in cui ha affermato che la sfida più grande per la sicurezza dell’Europa non era «alcun […] attore esterno», bensì «la minaccia dall’interno, l’allontanamento dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali». 23 La NSS, come Vance, definisce questi valori come liberali —democrazia e libertà di parola—ma se la condotta repressiva dell’amministrazione Trump all’interno del Paese rivela qualcosa, questa è semplicemente una tattica per rimuovere gli ostacoli all’ascesa della destra radicale in Europa, il che consentirebbe un’attenzione più esplicita alle gerarchie tradizionali.

L’ideologia della destra radicale influenza le relazioni degli Stati Uniti con le potenze non occidentali in senso opposto, riflettendo il suo approccio distintivo alla multipolarità. Mentre l’Europa dovrà affrontare una sovversione politica volta a riorientarla verso i valori occidentali tradizionali, così come definiti dall’America, le potenze non occidentali saranno lasciate in pace, e le loro differenze civili saranno riconosciute e rispettate. Gli Stati Uniti saranno «rispettosi delle diverse religioni, culture e sistemi di governo degli altri paesi». 24 In contrasto con le campagne universalistiche a favore di cause liberali e globaliste, la nuova politica estera degli Stati Uniti «cercherà di instaurare buone relazioni […] con le nazioni del mondo senza imporre loro cambiamenti democratici o sociali che differiscano ampiamente dalle loro tradizioni e storie […] anche se spingeremo gli amici che la pensano come noi a sostenere le nostre norme condivise». 25

La passata politica statunitense in Medio Oriente, ad esempio, è descritta come controproducente in quanto «costringeva queste nazioni — in particolare le monarchie del Golfo — ad abbandonare le loro tradizioni e le loro forme storiche di governo». 26 Allo stesso modo, in Africa, «la politica americana […] si è concentrata sul fornire, e successivamente sul diffondere, l’ideologia liberale».27 Tutto ciò è destinato a cambiare con un approccio del tipo “vivi e lascia vivere” nei confronti di civiltà dissimili. Ciò si integra bene con l’incoraggiamento alla multipolarità e alla tolleranza verso i sistemi illiberali da parte di Russia e Cina. Tale moderazione potrebbe anche essere musica per le orecchie dei realisti, ma attaccare i propri alleati non è certo un principio realista. Il fatto che gli Stati Uniti non agiscano più come principali promotori dell’ordine internazionale liberale ha senso solo come conseguenza dell’ascesa interna della destra populista.

La geopolitica trumpiana: non solo sfere d’influenza

L’adesione alla multipolarità nel senso inteso dalla destra populista non significa che Trump abbia semplicemente rinunciato alla supremazia degli Stati Uniti e alla competizione tra grandi potenze. Molti hanno argomentato in questo senso, date le minacce di Trump a Panama, Venezuela e Groenlandia, nonché la sua politica di appeasement nei confronti della Russia riguardo all’Ucraina.28 Alcuni osservatori della Cina, notando l’allentamento delle tensioni bilaterali, hanno analogamente concluso che la cosiddetta Nuova Guerra Fredda sia finita. 29 Ma questi giudizi sono in contrasto con la politica dichiarata e il comportamento degli Stati Uniti. Ed è qui che cominciamo a vedere la continua influenza di attori e prospettive più tradizionali, che impediscono una piena adesione all’isolazionismo populista paleoconservatore.

Ci sono tre ragioni per dubitare che Trump intenda rinunciare all’egemonia statunitense per adottare una politica ridimensionata e puramente emisferica. La prima è che gli Stati Uniti rimangono esplicitamente impegnati a mantenere la supremazia globale. L’obiettivo chiave, enunciato nella primissima pagina della NSS, è che «l’America rimanga il Paese più forte, più ricco, più potente e di maggior successo al mondo per i decenni a venire». «America First» significa chiaramente non solo mettere al primo posto gli interessi nazionali americani, ma anche mantenere il primo posto nella gerarchia globale. Questo desiderio di mantenere l’egemonia pervade la NSS, proprio come ha guidato la precedente politica tariffaria di Trump.

Per ristabilire la supremazia degli Stati Uniti sembrano essere necessari due obiettivi piuttosto contraddittori. Il primo è il perseguimento di politiche commerciali e industriali aggressive che si discostino dal globalismo ma non del tutto dal neoliberismo. L’approccio privilegiato riflette ciò che gli studiosi di economia politica Illias Alami e Adam Dixon definiscono “capitalismo di Stato”: un “ruolo dello Stato rafforzato nella promozione, nella supervisione e nella proprietà del capitale” affiancato da “forme muscolari di statalismo”, che danno origine a un “neoliberismo mutato.”30

Il governo promuoverà la sicurezza economica garantendo la sicurezza delle catene di approvvigionamento (con il coinvolgimento delle agenzie di intelligence nel monitoraggio delle vulnerabilità), incoraggiando la reindustrializzazione attraverso l’uso di dazi, stimolando l’innovazione tecnologica e rivitalizzando la base militare-industriale statunitense.31 Queste misure saranno accompagnate da tagli fiscali e da “iniziative di deregolamentazione” volte a liberare fonti energetiche a basso costo e a incoraggiare gli investimenti. 32 Mentre gli Stati Uniti limitano le importazioni sul proprio territorio, apriranno le porte al capitale americano all’estero. “Ogni funzionario del governo statunitense . . . dovrebbe comprendere che parte del proprio lavoro consiste nell’aiutare le aziende americane a competere e ad avere successo.” 33 In particolare nell’emisfero occidentale, i funzionari dovranno «individuare opportunità strategiche di acquisizione e investimento» per le imprese statunitensi, cercare finanziamenti dal governo degli Stati Uniti e perseguire «contratti a fornitore unico per le nostre aziende», abbattendo al contempo le barriere normative che ostacolano i beni, i servizi e i capitali statunitensi. 34 Questo programma si estende all’Europa, al Medio Oriente e all’Africa.35

Il secondo meccanismo per ripristinare la supremazia degli Stati Uniti consiste nel trasferire i costi sugli alleati. Ciò è contraddittorio nella misura in cui una spietata priorità data agli interessi economici e strategici propri offre agli altri Stati ben pochi motivi per collaborare con Washington. Una maggiore condivisione degli oneri è chiaramente un tentativo di conciliare la continua insistenza sulla supremazia degli Stati Uniti con l’opinione della cricca del Tesoro statunitense — guidata dal Segretario al Tesoro Scott Bessent, dal Segretario al Commercio Howard Lutnick e da altri — secondo cui l’egemonia degli Stati Uniti nella sua forma attuale è insostenibile. La soluzione consiste nel trasferire ad altri i costi del mantenimento dell’ordine mondiale. A tal fine, l’America istituirà una “rete di condivisione degli oneri”, ricompensando “potenzialmente” i partner che aumentano la spesa per la difesa e replicano i controlli sulle esportazioni statunitensi con accordi più vantaggiosi in materia di commercio, tecnologia e armamenti.36 La NSS parla anche di “consolidare il nostro sistema di alleanze in un gruppo economico”.37

La successiva Strategia di Sicurezza Nazionale (NDS) rende più esplicito il piano di ripartizione degli oneri. Gli Stati Uniti si concentreranno sulla difesa interna e sulla deterrenza nei confronti della Cina, mentre gli alleati regionali dovranno affrontare minacce secondarie come Russia, Iran e Corea del Nord con un’assistenza statunitense più limitata.38 Ciò ricorda la Dottrina Nixon che, in un contesto di declino del potere statunitense e di imminente sconfitta in Vietnam, cercava di distribuire la responsabilità della vigilanza anticomunista alle potenze medie.

Il secondo motivo per dubitare che Trump stia cercando di creare una sfera d’influenza isolata a livello emisferico è che la NSS rifiuta espressamente di concedere alle potenze rivali le proprie sfere d’influenza. Certamente, la NSS assume un tono in qualche modo populista e isolazionista, dichiarando nella primissima pagina: «gli affari degli altri paesi ci riguardano solo se le loro attività minacciano direttamente i nostri interessi.»39 Più sottile, tuttavia, è la discussione su uno dei dieci «principi» dichiarati della politica statunitense, «Equilibrio di potere»:

Gli Stati Uniti non possono permettere che alcuna nazione assuma un ruolo così dominante da minacciare i nostri interessi. Collaboreremo con alleati e partner per mantenere gli equilibri di potere a livello globale e regionale, al fine di impedire l’emergere di avversari dominanti. Poiché gli Stati Uniti rifiutano il concetto fallimentare di dominio globale per sé stessi, dobbiamo impedire il dominio globale, e in alcuni casi anche regionale, da parte di altri. Ciò non significa sprecare sangue e risorse per limitare l’influenza di tutte le grandi e medie potenze del mondo. L’influenza sproporzionata delle nazioni più grandi, più ricche e più forti è una verità senza tempo delle relazioni internazionali. Questa realtà comporta talvolta la necessità di collaborare con i partner per contrastare le ambizioni che minacciano i nostri interessi comuni.40

Da un lato, gli Stati Uniti rinunciano apertamente all’obiettivo della nuova classe di «dominio globale» e sembrano ripiegare su una posizione realista volta a impedire che qualsiasi potenza egemonica rivale domini il mondo. D’altro canto, gli Stati Uniti continueranno a impedire «il dominio globale, e in alcuni casi persino regionale, di altri» (enfasi aggiunta); ciò chiaramente non significa che le grandi potenze rivali abbiano il permesso di godere delle rispettive «sfere d’influenza», dato che «in alcuni casi» potrebbero non godere nemmeno dell’egemonia regionale. Come discusso di seguito, tali casi includono chiaramente la Cina. E, poiché gli Stati Uniti si attribuiscono il ruolo di contenere le potenze rivali, devono mantenere la capacità di proiezione di potenza globale: un impegno de facto al ruolo dell’America come arbitro dell’ordine mondiale.

La terza ragione va ricercata nelle posizioni e nei comportamenti di Trump che, insieme ad altri passaggi della Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS), indicano una tendenza persistente verso l’attivismo globale, non un ripiegamento nelle sfere d’influenza. L’intervento americano in Iran, i piani di Trump per un “Consiglio di pace” globale che governi Gaza e oltre, i bombardamenti statunitensi sulla Nigeria in nome della prevenzione di un “genocidio cristiano”: nessuna di queste azioni è coerente con un’attenzione disciplinata alla “sfera d’influenza” americana, né tantomeno con un chiaro interesse nazionale. Inoltre, la stessa NSS impegna gli Stati Uniti a intervenire in altre quattro regioni al di fuori del proprio emisfero: Europa, Medio Oriente, Africa e Asia; in effetti, solo l’Antartide non viene menzionata.

Gli obiettivi indicati in queste sezioni sono spesso in linea con gli obiettivi strategici tradizionali del Pentagono, in particolare quello di impedire agli avversari l’accesso a territori o risorse chiave. In Europa, come discusso in precedenza, gli Stati Uniti rivendicano un ruolo continuativo nella «gestione delle relazioni europee con la Russia».41 In Medio Oriente, la NSS dipinge un quadro piuttosto roseo di una pace regionale in rapida espansione, consentendo a Washington di passare dagli interventi globalisti falliti di «nation-building» alla promozione del commercio e degli investimenti. Tuttavia, come afferma anche il documento, gli Stati Uniti “avranno sempre interessi fondamentali” nel combattere il radicalismo islamista, nell’impedire che le forniture energetiche del Golfo cadano “nelle mani di un nemico dichiarato”, nel mantenere aperti lo Stretto di Hormuz e il Mar Rosso e nel garantire che “Israele rimanga al sicuro”. 42 Quest’ultimo impegno viene avanzato senza spiegazioni e viola sicuramente sia il principio dell’“America First” sia qualsiasi logica realista, poiché i principali realisti sostengono da tempo in modo convincente che l’alleanza con Israele non serve più agli interessi nazionali degli Stati Uniti. 43 L’Africa riceve scarsa menzione (solo tre paragrafi), ma l’amministrazione prevede interventi per il mantenimento della pace, la lotta al terrorismo, il commercio e gli investimenti.44

Entra nella Dottrina Donroe

Con questo non si intende negare l’intensa attenzione riservata dal regime di Trump all’Emisfero occidentale. La NSS sostiene esplicitamente la Dottrina Monroe, aggiungendovi un «corollario di Trump»,45 che i commentatori hanno soprannominato «Dottrina Donroe» in seguito all’intervento in Venezuela. Gli obiettivi nell’emisfero occidentale sono la stabilizzazione e la cooperazione con i regimi latinoamericani per ridurre la migrazione e il traffico di droga, per prevenire «incursioni straniere ostili o l’acquisizione di beni chiave» e per garantire l’accesso alle risorse per le «catene di approvvigionamento critiche» e «a località strategiche chiave». 46 La NDS identifica queste località come la Groenlandia, il “Golfo d’America” e il Canale di Panama, tutte al centro degli interventi statunitensi (o delle richieste di intervento) nell’ultimo anno.

A guidare questa attenzione alla sicurezza nazionale ed emisferica non è solo la critica dei paleoconservatori secondo cui i confini statunitensi sarebbero invasi da immigrati e droga, il che richiederebbe una difesa nazionale più risoluta; si tratta, soprattutto, della rivalità con la Cina, presentata come una «risposta» contro i «concorrenti extra-emisferici». 47 Ironia della sorte, in linea con la prassi diplomatica di Pechino, è stato fatto un notevole sforzo per non menzionare la Cina in tutto il NSS, ma la Cina aleggia comunque sul documento. La NSS afferma senza mezzi termini: “Vogliamo che le altre nazioni [nell’emisfero occidentale] ci vedano come il loro partner di prima scelta, e noi . . . scoraggeremo la loro collaborazione con altri”. I diplomatici statunitensi continueranno—come hanno fatto per anni—a mettere in guardia dai “costi nascosti” della collaborazione con “altri”, 48 tra cui «spionaggio, [minacce alla] sicurezza informatica [e] trappole del debito», e useranno «l’influenza degli Stati Uniti nella finanza e nella tecnologia» per costringere i governi a rifiutare «tale assistenza».49

Questo aiuta a dare un senso a molte delle azioni intraprese dall’amministrazione nei paesi vicini. Il primo viaggio all’estero del Segretario di Stato Marco Rubio è stato in America Latina, dove ha messo in guardia i paesi dal collaborare con la Cina. La prima campagna di pressioni di Trump nella regione è stata diretta contro Panama e mirava a estromettere un’azienda cinese dalla proprietà dei porti situati alle due estremità del Canale di Panama. Il suo intervento in Venezuela può sembrare poco sensato dal punto di vista delle grandi compagnie petrolifere statunitensi (vedi sotto), ma lo è se l’obiettivo è quello di estromettere la Cina dall’America Latina, dato che il Venezuela è il suo partner più stretto. Anche la mossa di Trump sulla Groenlandia è animata dalla rivalità con la Cina e la Russia. Trump sostiene che l’area sia «piena zeppa di navi russe e cinesi ovunque… Amo il popolo cinese. Amo il popolo russo. Ma non li voglio come vicini in Groenlandia, non succederà.”50 Nonostante i media riferiscano che la NDS riduca la priorità attribuita alla Cina come minaccia per concentrarsi sul territorio americano, quel documento in realtà “dà priorità alla difesa del territorio nazionale e alla deterrenza nei confronti della Cina” insieme, riflettendo l’intreccio di questi due obiettivi. 51

Il desiderio di dominare l’emisfero occidentale e di competere con la Cina trae ispirazione sia dal paleoconservatorismo che da una dottrina più tradizionale, ponendo le basi per la loro intesa con Trump. Per i paleoconservatori, difendere la nazione e la cultura americane richiede una forte difesa dell’emisfero. I loro scritti talvolta esaltano l’espansionismo dei presidenti imperialisti che Trump ammira tanto, celebrando il loro «robusto nazionalismo». 52 Pat Buchanan, che promosse l’«America First» nella sua candidatura presidenziale del 1992, ha sostenuto che il desiderio di Trump di acquisire la Groenlandia, avanzato per la prima volta nel 2019, rifletteva una «venerabile tradizione di espansionismo americano», osservando cupamente che «la Cina, l’aspirante superpotenza del XXI secolo, ha mostrato interesse» per l’isola.53 I paleoconservatori come Buchanan sono da tempo critici nei confronti della Cina, che considerano un «mostro di Frankenstein» creato dalle politiche di libero scambio mal guidate dei globalisti. Tuttavia, i loro istinti populisti-isolazionisti inducono anche alla cautela. Persino Buchanan era ambivalente riguardo a una nuova Guerra Fredda, mettendo in guardia contro uno scontro sconsiderato o un’ingerenza a Taiwan e proponendo invece la “coesistenza”, in linea con l’impegno paleoconservatore a favore della multipolarità.54

La NSS contiene inoltre elementi che indicano la persistente influenza dei tradizionali falchi sulla Cina e dei geostrateghi del Pentagono. Sebbene alcuni resoconti dei media suggeriscano che nella stesura della NSS siano state aggirate le normali procedure interagenzia, alcune parti recano i consueti segni distintivi di un lavoro collettivo. La sezione teoricamente dedicata all’«Asia» sembra voler impegnare gli Stati Uniti in una competizione con Pechino che si estende a livello globale, non solo all’emisfero occidentale o all’Indo-Pacifico. La NSS afferma che «per prosperare in patria, dobbiamo competere con successo» in Asia.55 Gli obiettivi di base qui riflettono una profonda continuità con le prime amministrazioni Trump e Biden. Essi includono obiettivi geostrategici convenzionali: ripristinare «un equilibrio militare favorevole agli Stati Uniti e ai nostri alleati nella regione», scoraggiare la guerra su Taiwan e mantenere il Mar Cinese Meridionale aperto alla navigazione internazionale. 56 L’unica vera novità è la richiesta che «alleati e partner» facciano molto di più per contenere la Cina, riflettendo la visione del Tesoro sui costi dell’egemonia statunitense.57

La NDS ribadisce che gli Stati Uniti perseguiranno «la stabilità strategica… la risoluzione dei conflitti e la de-escalation», e che l’obiettivo «non è dominare la Cina, né soffocarla o umiliarla», ma piuttosto scoraggiare l’aggressività cinese attraverso «la forza, non lo scontro». 58 Ciononostante, questa posizione equivale comunque a una strategia di contenimento, in cui alla Cina non è permesso nemmeno dominare i propri vicini, né tantomeno realizzare ciò che Pechino considera la riunificazione nazionale con Taiwan. Inoltre, l’obiettivo dichiarato della NSS di «riequilibrare le relazioni economiche degli Stati Uniti con la Cina» equivale a una richiesta che Pechino smantelli il suo intero modello di crescita, poiché include «la fine (tra le altre cose) — predatoria, dei sussidi e delle strategie industriali guidate dallo Stato; delle pratiche commerciali sleali; della distruzione di posti di lavoro e della deindustrializzazione; del furto su larga scala di proprietà intellettuale e dello spionaggio industriale». 59

Questi obiettivi indicano probabilmente che, per quanto i paleoconservatori possano cercare un compromesso con la Cina, l’ostilità a lungo termine è insita nella piattaforma di politica estera trumpiana. La decisione di evitare di indicare la Cina come la minaccia principale è probabilmente di natura tattica e riflette il desiderio dell’amministrazione di non inimicarsi Pechino, mentre Trump e la cerchia del Tesoro cercano di raggiungere un «accordo» per rimodellare le relazioni sino-americane a favore di Washington. Dopo la sua iniziale offensiva tariffaria, Trump ha ripetutamente attenuato le misure anti-cinesi, in particolare per quanto riguarda i controlli sulle esportazioni di semiconduttori, per lasciare ai suoi negoziatori lo spazio necessario per perseguire questo grande accordo. 60 La Cina gode ora di un’aliquota tariffaria media ponderata sul commercio (37,5% al momento della stesura di questo articolo) non molto più alta di quella di molti partner e alleati degli Stati Uniti, tra cui l’India (34,3%), che la NSS individua ripetutamente come un paese che gli Stati Uniti devono coltivare come alleato anti-cinese. 61

Il problema è che gli obiettivi perseguiti da Washington equivalgono a una richiesta di capitolazione totale della Cina sulle sue «quattro linee rosse»: «la questione di Taiwan», la difesa della versione cinese di «democrazia e diritti umani», il mantenimento del «percorso e del sistema scelti dalla Cina» e «il diritto della Cina allo sviluppo». 62 Una posizione anti-globalista può tollerare la versione cinese di democrazia e diritti umani e il suo sistema autoritario. Ma i cambiamenti economici richiesti minerebbero fatalmente quel sistema, che si basa sulla globalizzazione per ottenere una crescita a più alto valore aggiunto, e minaccerebbero il modello di sviluppo della Cina. Di conseguenza, su queste basi non è probabile che si giunga a un grande accordo soddisfacente. E, finora, i cinesi sembrano avere la meglio in questa sfida.

Da questo punto di vista, i falchi cinesi e i pianificatori del Pentagono stanno probabilmente preparando una strategia di riserva basata sulla rivalità globale con la Cina, da attuare nel caso in cui i negoziati dovessero alla fine fallire. La sezione presumibilmente dedicata all’“Asia” sottolinea la necessità di sviluppare con gli alleati “un piano congiunto per il cosiddetto ‘Sud del mondo’”, mobilitando finanziamenti privati e le istituzioni finanziarie internazionali (adeguatamente riformate in funzione degli interessi statunitensi), in modo che gli Stati Uniti rimangano “il partner globale di prima scelta”63 (enfasi aggiunta). E l’Europa sarà ancora spinta «ad agire per combattere la sovraccapacità mercantilista, il furto tecnologico, lo spionaggio informatico e altre pratiche economiche ostili», presumibilmente da parte della Cina.64 C’è, quindi, una notevole continuità nell’orientamento strategico dei trumpisti sulla Cina, rendendo prematuro dichiarare la fine della nuova Guerra Fredda; si tratta probabilmente di una tregua temporanea.

Le illusioni contro la democrazia

Cosa dobbiamo quindi pensare della NSS e della politica estera di Trump? È evidente che essa segna la fine dell’ordine internazionale liberale, con grande sgomento dei globalisti di tutto il mondo. Come afferma la NDS, gli Stati Uniti non impiegheranno più risorse per «sostenere astrazioni irrealizzabili come l’ordine internazionale basato sulle regole».65 Ma c’è qualcosa di cui rallegrarsi in tutto questo? Dopotutto, i conservatori radicali non sono certo gli unici a percepire che il globalismo è stato estremamente problematico. Anche alcuni esponenti della sinistra hanno criticato le élite liberali per aver intrapreso guerre distruttive senza fine e aver istituito accordi di governance transnazionali che consolidano le politiche economiche neoliberiste, svuotano la democrazia e danneggiano i propri cittadini; e anche loro hanno invocato la ricostruzione della sovranità nazionale.66

Da questo punto di vista, un apparente allontanamento degli Stati Uniti dal globalismo verso una «definizione più mirata dell’interesse nazionale», il rispetto della sovranità e una «predisposizione al non-interventismo»67 potrebbero rivelarsi positivi per la pace mondiale. Il continuo impegno a favore della supremazia degli Stati Uniti, tuttavia, così come previsto dalla NSS, non implica chiaramente alcun reale rispetto per la sovranità altrui. Inoltre, la natura personalista del regime populista di Trump significa che, in pratica, la determinazione dell’interesse nazionale americano è lasciata a lui, con il risultato di un processo decisionale altamente irregolare, spesso delirante, che alimenta il disordine internazionale.

Gli antiglobalisti potrebbero interpretare la Strategia di Sicurezza Nazionale (NSS) di Trump come un esempio di ciò che Philip Cunliffe sostiene nel suo recente libro, The National Interest: Politics After Globalization. Alla luce delle conseguenze disastrose delle politiche globaliste, Cunliffe esorta i lettori ad abbandonare la promozione della democrazia e la liberalizzazione economica e a riorientare invece il dibattito e la pratica politica verso l’interesse nazionale. Ciò, sostiene, indurrebbe una maggiore moderazione a livello internazionale, poiché la nazione è limitata a una popolazione e a un territorio definiti. Una politica realmente fondata sulla sovranità nazionale incoraggerebbe inoltre il rispetto per gli altri Stati sovrani, creando le basi per una cooperazione internazionale pacifica.68

Ma chiaramente non è questo ciò che sta accadendo nel secondo mandato di Trump. Trump sostiene di essere il presidente della pace mentre semina il caos in tutto il mondo, rimproverando ed estorcendo agli alleati, bombardando altri paesi, rapendo leader stranieri e minacciando di annettere territori stranieri. Si potrebbe concludere che Cunliffe abbia semplicemente torto, forse in modo pericoloso: mettere in primo piano l’interesse nazionale porterà sempre a questo tipo di politica aggressiva e imperialista. Vorrei proporre un’interpretazione diversa.

Il primo problema è che la contro-élite trumpiana è chiaramente legata alla supremazia americana, pur rifiutandone le versioni liberali o globaliste. Ciò alimenta una contraddizione inconciliabile tra gli interessi della nazione americana, intesa come comunità politica limitata e circoscritta, e gli interessi dello Stato americano inteso come formazione imperiale. Questa contraddizione si è manifestata sulla questione dei dazi: la determinazione di Trump a mantenere l’egemonia del dollaro statunitense significa che i dazi semplicemente non possono servire al suo obiettivo dichiarato di reindustrializzazione interna.69 La definizione espansiva di interessi nazionali della NSS trascinerà inoltre lo Stato americano in conflitti esteri, nonostante la presunta avversione della destra radicale nei loro confronti. Come osserva la stessa NSS, «Per un paese i cui interessi sono così numerosi e diversi come i nostri, non è possibile un’adesione rigida al non-interventismo.»70

Non si tratta semplicemente della problematica eredità ideologica dell’eccezionalismo americano o dell’influenza residua dei falchi cinesi e dei pianificatori del Pentagono. Ciò riflette gli interessi concreti acquisiti dalle imprese statunitensi e dallo Stato americano nell’economia capitalista mondiale. È infatti vero, ad esempio, che l’economia americana risentirebbe della chiusura di rotte marittime fondamentali, il che richiede una proiezione di potenza a livello globale per evitare un simile scenario. In effetti, è stata proprio la globalizzazione degli interessi commerciali statunitensi all’inizio del XX secolo a generare originariamente «un nuovo vocabolario della sicurezza nazionale». 71 Come afferma la NDS, in definitiva, l’egemonia cinese in Asia deve essere contrastata per sostenere «l’accesso al centro di gravità economico mondiale, con implicazioni durature per le prospettive economiche della nostra nazione, compresa la nostra capacità di reindustrializzarci». 72 Questa realtà pone limiti oggettivi all’adesione all’isolazionismo populista dei paleoconservatori. Questi ultimi possono aver saccheggiato Gramsci in cerca di indicazioni per le loro teorie sulla guerra culturale, ma il loro rifiuto del suo approccio alla classe e al capitalismo crea un enorme punto cieco nella loro visione del mondo.

In secondo luogo, e in relazione a ciò, una vera politica di sovranità nazionale del tipo auspicato da Cunliffe richiede una democrazia rappresentativa funzionante; è proprio la sua assenza a far sì che l’«America First» si manifesti come dottrina imperialista e come comportamento caotico e da gangster. Come osserva Cunliffe, la mancanza di un dibattito democratico significativo su quali interessi la nazione debba perseguire è ciò che ha portato la politica estera a fossilizzarsi attorno alle agende delle élite o a strutture ereditate come le alleanze della Guerra Fredda. Quel dibattito, sostiene, deve essere rivitalizzato per riorientare la politica al servizio degli interessi dei cittadini.

Eppure il populismo contemporaneo, di estrema destra o di altro tipo, è un sintomo del grave declino della democrazia rappresentativa; non ne segna la rinascita. Il populismo esprime ostilità verso élite ristrette ed egoiste e le loro opere, ma non ricostruisce la partecipazione di massa alla vita pubblica né ripristina i legami di rappresentanza politica distrutti da decenni di globalismo. Al contrario, il leader populista si pone come l’incarnazione della nazione, in una posizione unica per interpretare la volontà popolare e l’interesse nazionale. Ciò consente a Trump di prendere decisioni che sono in definitiva slegate dagli interessi della maggior parte degli americani, e persino dagli interessi del suo gruppo più potente: il mondo imprenditoriale organizzato.

Ciò risulta evidente se si considera la guerra contro il Venezuela. Ciò che ha contraddistinto questa vicenda dal recente comportamento imperialista degli Stati Uniti è stata l’affermazione sfacciata e predatoria degli interessi statunitensi da parte di Trump, senza alcun tentativo di giustificare l’intervento in base alla legalità internazionale o al benessere globale, a differenza, per esempio, della guerra in Iraq del 2003. Gli obiettivi, dichiarati apertamente, erano quelli di rimuovere un “narcotrafficante” che danneggiava gli americani e di ripristinare l’accesso degli Stati Uniti al petrolio venezuelano. Sfortunatamente per l’amministrazione, le grandi compagnie petrolifere statunitensi sembrano del tutto disinteressate. Questo perché il petrolio venezuelano è eccessivamente costoso da estrarre, specialmente dopo anni di cattiva gestione interna e sanzioni statunitensi che hanno paralizzato le infrastrutture, per non parlare dei bassi prezzi globali del petrolio. 73 In una riunione tenutasi dopo l’operazione, in cui Trump ha cercato di mobilitare 100 miliardi di dollari dalle compagnie petrolifere statunitensi, l’amministratore delegato di Exxon Mobil ha affermato categoricamente che il Venezuela era “non investibile”. 74 Trump ha “reagito” dicendo che avrebbe impedito a quella società, che non vuole tornare in Venezuela, di tornare in Venezuela.

Sotto Trump, quindi, lo Stato americano sostiene di mettere «l’America al primo posto», in particolare gli interessi del capitale statunitense, ma quest’ultimo è chiaramente disinteressato alle avventure di Trump. I dazi di Trump, osteggiati praticamente da ogni gruppo imprenditoriale americano, sono l’illustrazione definitiva della natura non rappresentativa della sua politica. Lungi dal fungere da capitalista collettivo ideale, come suppone la teoria marxista strutturalista, l’amministrazione Trump non si preoccupa nemmeno di consultare i presunti beneficiari per verificare se le politiche proposte servano ai loro interessi; questi vengono contattati solo a posteriori, quando si rivela il disallineamento.

Questa frattura tra Stato e società è il risultato del grave declino della democrazia rappresentativa americana, che ha portato persino le grandi imprese a perdere un controllo effettivo sullo Stato. Dopo aver introdotto con successo il neoliberismo negli anni ’70 e nei primi anni ’80, le grandi imprese hanno trascurato l’organizzazione politica necessaria per definire un progetto nazionale, limitandosi a esercitare pressioni settoriali su un Congresso corrotto e facilmente influenzabile. Il declino della rappresentanza popolare sotto il neoliberismo, tuttavia, ha generato una reazione populista che ha portato le imprese a perdere progressivamente il controllo del Partito Repubblicano a favore di Trump e, di conseguenza, il Congresso a cedere il proprio potere a un ramo esecutivo sempre più autoritario. Di conseguenza, i metodi tradizionali di influenza e controllo del capitale statunitense non sono più efficaci. Singoli oligarchi come Elon Musk, Jensen Huang di Nvidia, Mark Zuckerberg di Meta e Tim Cook di Apple possono ancora influenzare le decisioni, ma solo corteggiando l’imperatore in persona, e promuovono solo i propri interessi o ideologie particolari, non quelli della loro classe più ampia.75

Se nemmeno il mondo imprenditoriale riesce a far valere i propri interessi nella politica estera, che possibilità ha l’americano medio? Il Congresso rimane sostanzialmente inerte; il principale canale istituzionale per la definizione democratica dell’interesse nazionale rimane bloccato. Ciò consente a Trump di imporre alla politica estera statunitense la propria visione personale dell’interesse nazionale, una visione estremamente singolare e spesso fondamentalmente delirante.

Certo, le decisioni di Trump non nascono dal nulla: come suggerisce la NSS, esistono fazioni ben identificabili in lotta per ottenere influenza, ciascuna delle quali spinge in direzioni leggermente diverse. I paleoconservatori, populisti-isolazionisti per istinto, vogliono un ridimensionamento globale, un’attenzione particolare alla difesa del territorio nazionale e della cultura, e un rifiuto delle politiche globaliste e neoliberiste a vantaggio dei lavoratori statunitensi. Il Pentagono e i falchi cinesi, tuttavia, rifiutano l’isolazionismo: rimangono impegnati a favore della supremazia americana e di una definizione più ampia degli interessi statunitensi, che include impedire alle potenze rivali l’accesso a teatri strategici chiave—Europa, Medio Oriente e Asia—. La NDS chiarisce: “La nostra non è una strategia di isolamento”; le “avventure sciocche e grandiose” dei globalisti sono finite. “Ma non ci ritireremo.”76 La cricca del Tesoro statunitense, nel frattempo, ritiene che l’egemonia degli Stati Uniti sia insostenibile, non necessariamente indesiderabile. È favorevole al trasferimento degli oneri e a politiche commerciali e industriali aggressive, ma anche al proseguimento di pratiche neoliberiste come i tagli fiscali e la deregolamentazione, in linea con gli istinti libertari dei paleoconservatori ma non, a quanto pare, con il loro desiderio di rinnovamento nazionale in chiave populista.

L’impegno nazionalista a favore della supremazia americana maschera queste differenze a livello dottrinale. Ma il processo decisionale su questioni specifiche, specialmente quando è guidato da un leader populista estremamente arbitrario, spesso fa emergere disaccordi più profondi. La politica estera di Trump a volte coinciderà con gli interessi dei suoi sostenitori, altre volte no. La base del movimento MAGA sembra soddisfatta del fatto che l’attacco al Venezuela rifletta l’interesse nazionale, ma le pressioni sull’Iran, il coinvolgimento degli Stati Uniti a Gaza e le minacce alla Groenlandia sono tutte misure altamente impopolari.77

La NSS e la NDS prevedono addirittura delle deroghe esplicite per le fissazioni particolari di Trump. La NSS definisce apparentemente gli interessi statunitensi in modo restrittivo, dichiarando che «non possiamo permetterci di prestare uguale attenzione a ogni regione e a ogni problema nel mondo» e che «prestare un’attenzione costante alla periferia è un errore».78 Eppure permette esplicitamente a Trump di agire dove vuole in nome della pacificazione, «anche in [aree] periferiche rispetto ai nostri interessi fondamentali immediati», sulla base della fantasiosa motivazione che ciò aumenta la stabilità e l’influenza degli Stati Uniti, «riallinea paesi e regioni verso i nostri interessi» e apre i mercati, mentre le uniche «risorse necessarie» sarebbero la «diplomazia presidenziale», che comporta «costi relativamente minori in termini di tempo e attenzione». 79 Ciò riflette ovviamente la convinzione delirante di Trump che i suoi presunti poteri di negoziatore pacificheranno magicamente conflitti radicati. Allo stesso modo, la NDS, pur insistendo sulla priorità delle “minacce più pericolose agli interessi degli americani”, si impegna a fornire a Trump “la flessibilità operativa e l’agilità necessarie per altri obiettivi… contro bersagli ovunque”.80 Si tratta semplicemente di un capriccio individuale travestito da strategia nazionale.

La più grande illusione dell’amministrazione Trump, tuttavia, è che l’«America First» possa ripristinare la supremazia degli Stati Uniti in assenza di qualsiasi incentivo che spinga gli altri a collaborare con la sua agenda. La NSS implica che gli Stati Uniti possano fare letteralmente tutto ciò che vogliono, e che gli altri Stati non solo dovranno accettarlo, ma collaboreranno anche al ripristino della supremazia statunitense. In questa prospettiva, gli Stati Uniti possono e imporranno dazi doganali e reindustrializzeranno l’America attraverso politiche interventiste; chiunque altro adotti questo approccio per sé, tuttavia, è colpevole di comportamento “predatorio” e deve essere schiacciato. Gli Stati Uniti possono dominare l’emisfero occidentale, ma i rivali non possono egemonizzare le regioni vicine. Gli alleati europei dovranno affrontare sovversione politica e pressioni per abbattere le barriere alle imprese statunitensi, ma ci si aspetta anche che aumentino la spesa per la difesa e si uniscano al confronto di Washington con la Cina. Ma, ovviamente, tali politiche unilaterali danno agli altri paesi pochi motivi per collaborare con gli Stati Uniti.

In effetti, l’allontanamento dal globalismo priva di qualsiasi seria giustificazione la pretesa degli Stati Uniti di continuare a rivendicare la leadership mondiale. Come sottolinea la NSS, nell’emisfero occidentale «la scelta che tutti i paesi dovrebbero affrontare è se vogliono vivere in un mondo guidato dagli Stati Uniti, composto da paesi sovrani ed economie libere, oppure […] in uno in cui sono influenzati da paesi dall’altra parte del mondo». 81 In Asia, «ciò che differenzia l’America dal resto del mondo — la nostra apertura, trasparenza, affidabilità, impegno per la libertà e l’innovazione, e il capitalismo di libero mercato — continuerà a renderci il partner globale di prima scelta». 82 Queste affermazioni sono slegate dalla realtà, ignorando l’abbandono di questi presunti valori e accordi istituzionali da parte della stessa amministrazione Trump.

Il momento post-americano

Se mai gli Stati Uniti fossero stati “affidabili” o “impegnati a favore della libertà”, le minacce rivolte ai propri alleati della NATO stanno spingendo anche i più creduloni a riconsiderare la questione. Queste giustificazioni della leadership americana sembrano stranamente copiate e incollate da un’epoca che lo stesso Trump ha decisamente chiuso. Andando avanti, non è più affatto chiaro perché molti paesi dovrebbero considerare un ordine guidato dagli Stati Uniti superiore a uno guidato dalla Cina, che almeno promette una “cooperazione vantaggiosa per tutti” e l’adesione alla Carta delle Nazioni Unite come fondamento delle sue varie “iniziative” globali. Come minimo, qualunque cosa si possa pensare dei suoi valori autoritari e della sua forma di governo, la Cina appare sempre più come il partner più sano di mente, stabile e prevedibile sulla scena mondiale.

Abbandonare la maschera del globalismo per rivelare nient’altro che pura coercizione accelererà quasi certamente il declino della potenza globale degli Stati Uniti. Alcuni alleati dell’Europa occidentale e dell’Asia nord-orientale continueranno molto probabilmente a cooperare con gli Stati Uniti perché non vedono alternative, date le minacce esterne che devono affrontare da parte di Russia, Cina o Corea del Nord. Ma anche questi paesi vedono ora gli stessi Stati Uniti come una minaccia potenziale o effettiva. Di conseguenza, molto probabilmente si uniranno alla maggioranza globale nel perseguire non una rinnovata subordinazione a Washington, ma il “polialineamento”, una politica volta a mantenere e coltivare relazioni con molti partner esterni, compresa la Cina, come copertura contro l’aggressione americana.83

Come ha chiarito di recente a Davos il primo ministro Mark Carney, ormai anche il Canada dichiara apertamente una politica di questo tipo. Ciò rende altamente improbabile che gli Stati Uniti riescano a «consolidare il nostro sistema di alleanze in un gruppo economico», come propone la NSS, o a delegare il mantenimento degli ordini regionali auspicati dagli Stati Uniti a subordinati compiacenti, come prevede la NDS. 84 Anche laddove gli interessi apparentemente coincidono, la politica di potere americana senza freni eroderà le condizioni necessarie per la cooperazione.

Come hanno a lungo sottolineato i gramsciani, la genialità dell’élite americana del dopoguerra è stata quella di convincere le classi dominanti e alcune classi subordinate di altri Stati che la leadership statunitense non funzionava solo a vantaggio dell’America, ma anche a vantaggio loro. Ciò comportava una certa condivisione di ricchezza e potere attraverso la fornitura di beni pubblici, quali la sicurezza e l’accesso ai mercati, e la creazione di istituzioni multilaterali che limitassero il comportamento degli Stati Uniti. Insieme all’uso della violenza contro gli Stati nemici e le forze sociali recalcitranti in una lotta condivisa contro il comunismo (e altre minacce comuni), questa strategia ha assicurato per decenni la cooperazione volontaria degli altri Stati con l’agenda globale degli Stati Uniti.85 Questo contesto ha permesso a due presidenti precedenti, Nixon e Reagan, di trasferire i costi della leadership statunitense sugli alleati dopo periodi di crisi e declino. Ma quel contesto è svanito. Le sue crescenti contraddizioni—in particolare dopo la Guerra Fredda, l’ascesa della Cina e lo svuotamento della democrazia e dell’economia> americana—hanno portato i trumpisti a vedere il grande accordo come un affare sfavorevole in cui gli altri hanno “fregato” l’America. Ma fornire benefici sostanziali ai propri seguaci è sempre stato il prezzo che gli Stati Uniti hanno pagato per la leadership.

E come gli americani scopriranno presto, in assenza di tali concessioni, gli altri Stati non hanno alcun motivo di seguire l’esempio degli Stati Uniti. Un leader senza seguaci è semplicemente qualcuno che sta camminando—forse verso un precipizio. I trumpisti, dopotutto, non possono avere entrambe le cose: «America First» significherà sempre più spesso «America da sola».

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 1 (Primavera 2026): 190–213.

Note

1 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America (Washington D.C.: Casa Bianca, 2025), 12.

2 David E. Sanger, Nuove guerre fredde: l’ascesa della Cina, l’invasione della Russia e la lotta dell’America per difendere l’Occidente (Londra: Scribe, 2024), 96–97.

3 Lee Jones, “La scommessa tariffaria di Trump e il declino dell’ordine neoliberista”, American Affairs 9, n. 2 (estate 2025), 3–23.

4 Paul McLeary, “Hegseth dichiara la fine dell’‘idealismo utopico’ degli Stati Uniti con una nuova strategia militare”, Politico, 6 dicembre 2025.

5 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 1.

6 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 9.

7 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 10.

8 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 11.

9 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5, 11–15.

10 A questo proposito mi rifaccio a: Rita Abrahamsen et al., World of the Right: Radical Conservatism and Global Order (Cambridge: Cambridge University Press, 2024). Sono particolarmente grato per le conversazioni avute con Jean-François Drolet e Michael Williams e per la loro eccellente ricerca.

11 Cfr.: Julius Krein, “L’élite manageriale di James Burnham”, American Affairs 1, n. 1 (primavera 2017), 126–151.

12 Jean-François Drolet e Michael C. Williams, «America First: Paleoconservatorismo e lotta ideologica nella destra americana», Journal of Political Ideologies 25, n. 1 (dicembre 2020): 28–50.

13 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 1–2.

14 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 4.

15 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, pp. 9–11.

16 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 11.

17 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 11.

18 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5.

19 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 25.

20 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 27.

21 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 25.

22 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 26.

23 J.D. Vance, “Discorso del Vicepresidente alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco”, American Presidency Project, 14 febbraio 2025.

24 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 4.

25 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 9.

26 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 28.

27 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 29.

28 Cfr.: Stacie E. Goddard, “L’ascesa e il declino della competizione tra grandi potenze: le nuove sfere d’influenza di Trump”, Foreign Affairs, 22 aprile 2025; Monica Duffy Toft, “Il ritorno delle sfere d’influenza”, Foreign Affairs, 13 marzo 2025.

29 Cfr.: Suisheng Zhao, “L’ascesa e la caduta di una nuova guerra fredda: la rivalità tra le grandi potenze USA-Cina dal primo al secondo mandato del presidente Trump”, Journal of Contemporary China, 7 gennaio 2026.

30 Ilias Alami e Adam Dixon, Lo spettro del capitalismo di Stato (Oxford: Oxford University Press, 2024).

31 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 13–14.

32 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 6–7.

33 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 18.

34 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 18–19.

35 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 27–29.

36 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 12.

37 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

38 Strategia di difesa nazionale 2026: Ripristinare la pace attraverso la forza per una nuova età dell’oro dell’America (Washington D.C.: Dipartimento della Guerra, 2026), 4, 13, 19–20.

39 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 1.

40 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 10. Enfasi nell’originale.

41 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 25.

42 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 28–29.

43 John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti (New York: Farrar, Straus and Giroux, 2007).

44 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 29.

45 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5.

46 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 5.

47 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 15.

48 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 17.

49 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 17.

50 Sarah Smith, “Trump sostiene che gli Stati Uniti debbano ‘appropriarsi’ della Groenlandia per impedire che Russia e Cina se ne impadroniscano”, BBC News, 9 gennaio 2026.

51 2026 Strategia di difesa nazionale, 4.

52 Christopher Hooks, “I veri uomini rubano i paesi”, New Republic, 18 giugno 2025.

53 Pat Buchanan, “La Groenlandia: l’idea MAGA di Trump!”, Buchanan.org, 23 agosto 2019.

54 Pat Buchanan, “Coesistenza o guerra fredda con la Cina?”, Buchanan.org, 26 gennaio 2021.

55 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 19.

56 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 23–24.

57 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 24.

58 2026 Strategia di difesa nazionale, 4, 18.

59 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 21.

60 Cfr.: Joris Teer, “Tech War 2.0: I pericoli della strategia ‘G2’ di Trump nei confronti di una Cina sempre più audace”, Istituto europeo per gli studi sulla sicurezza, 16 dicembre 2025.

61 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 21–24.

62 La sicurezza nazionale della Cina nella nuova era (Pechino: Ufficio Informazioni del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, 2025), 32.

63 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

64 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 27.

65 2026 Strategia di difesa nazionale, 4.

66 Philip Cunliffe et al., Taking Control: Sovranità e democrazia dopo la Brexit (Cambridge: Polity, 2023).

67 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 8–9.

68 Philip Cunliffe, The National Interest: Politics after Globalization (Cambridge: Polity, 2025). Per un’argomentazione analoga, cfr.: Wolfgang Streeck, Taking Back Control? States and State Systems After Globalism (Londra: Verso, 2024).

69 Jones, «La scommessa tariffaria di Trump e il declino dell’ordine neoliberista».

70 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 9.

71 Julius Krein, “Difendere la nazione”, Claremont Review of Books 26, n. 1 (inverno 2026).

72 2026 Strategia di difesa nazionale, 10.

73 Matt Huber, “Gli interessi della capitale petrolifera statunitense in Venezuela?”, Matt Huber (Substack), 5 gennaio 2026; Matthew Zeitlin, “Le 4 cose che si frappongono tra gli Stati Uniti e il petrolio del Venezuela,” Heatmap, 5 gennaio 2026. Rispondendo alle ipotesi secondo cui il Venezuela potrebbe sostituire il Canada nella fornitura di petrolio agli Stati Uniti, un esperto ha stimato che l’investimento necessario a tal fine si aggirerebbe intorno a 1.000 miliardi di dollari. Vedi: Ricardo T. Noel, “Il mito del trilione di dollari: perché il Venezuela non sostituirà il Canada”, Reddit, 5 gennaio 2026.

74 Natalie Sherman, “Trump chiede 100 miliardi di dollari per il petrolio venezuelano, ma il capo della Exxon definisce il Paese ‘non investibile’”, BBC News, 9 gennaio 2026.

75 Alex Bronzini-Vender, “Divisioni di classe”, Phenomenal World, 2 dicembre 2024. Vedi anche: Mark Mizruchi, The Fracturing of the American Corporate Elite (Cambridge, Mass.: Harvard University Press, 2013).

76 Strategia di difesa nazionale 2026, 4, 24.

77 Sohrab Ahmari, “Perché i sostenitori del MAGA appoggiano la cattura di Nicolás Maduro”, UnHerd, 3 gennaio 2026; Piotr Smolar, “I sostenitori MAGA di Trump divisi sulla sua politica estera,” Le Monde, 29 agosto 2025.

78 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 15.

79 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 13.

80 Strategia di difesa nazionale 2026, 5.

81 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 18.

82 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

83 Cfr.: Jessica DiCarlo et al., «Polyalignment and the Second Cold War: Navigating Great Power Rivalry», numero speciale di Third World Quarterly, di prossima pubblicazione.

84 Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti d’America, 22.

85 Robert W. Cox, Produzione, potere e ordine mondiale: le forze sociali nella costruzione della storia (New York: Columbia University Press, 1987).

Lee Jones è professore di economia politica e relazioni internazionali alla Queen Mary University di Londra. Il suo libro più recente, scritto in collaborazione con altri autori, è Taking Control: Sovereignty and Democracy after Brexit (Polity, 2023).

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