Italia e il mondo

Un quarto di Reich?_di WS

Confesso che non ho capito un tubo del dibattito filosofico nella parte iniziale di questo su Osvald Spengler

ma ho capito benissimo che nel suo contributo riportato in coda Constantin von Hoffmeister vuole rendere un omaggio “ storico” a Spengler, anche solo per l’ evidente fatto che “ il Tramonto de l’ Occidente” è ora visibile a tutti nella sua evidenza, quando invece “tra le due guerre” forse i più potevano cogliervi solo quel “tramonto della Germania” che aveva ispirato le controverse riflessioni di Spengler.

Oggi Spengler invece dovrebbe essere riletto , a cominciare dai “ filotedeschi” o sedicenti tali, non solo per tutte le sue azzecate previsioni ma tanto più perché , per dirla con l’ autore, DI NUOVO

La Germania si trova nella situazione descritta da Oswald Spengler ne ” L’ora della decisione” , pubblicato nel 1933: un vecchio ordine politico controlla ancora le istituzioni, ma non controlla più l’epoca.

Giustissimo paragone questo! Ill precedente esito fu però disastroso e non solo per quel “terzo Reich “, e ,soprattutto ora che ce ne è un “quarto “ all’ orizzonte, le disastrose risultanze di “quel Reich” dovrebbe indurci a qualche riflessione più approfondita , magari cominciando da quelle che Spengler aveva già fatto per “ quel Reich “ prima di essere “ dimenticato” da TUTTI dopo una sua morte “ alquanto dubbia”.

Eppure Spengler le aveva azzeccate tutte , a cominciare da quel suo ” tra dieci anni un Reich tedesco non esisterà più “ cosa appunto poi formalizzata a Potsdam giusto 9 anni dopo la sua improvvisa “ dipartita”.

Ma certamente il paragone di Constantin von Hoffmeister tra questa “democrazia” tedesca uscita dalla WW2 e quella “ democrazia” uscita dalla WW1 contro cui si scagliò Spengler è corretta perché … fanno schifo entrambe !

Anche la ” democrazia” di Weimar infatti era corrotta , falsa, antipopolare e eterogestita; ma che cosa poi espresse la pur giusta “reazione popolare” ad essa ?

Lo vogliamo nominare quel “baubau” oggi assurto a “misura di tutti i mali” e contro cui Spengler si pronunciò da subito ?

Beh “ quella cosa” nel’ era del “ politically correct” gestito dalle AI è meglio non nominarla mai; dobbiamo però tenerla sempre ben presente per ciò che fu in realtà , compreso il disastro geopolitico che arrecò all’ intera Europa.

Tornando a “l’ oggi” in sostanza , la domanda che ogni “apota” dovrebbe farsi è : laddove non lo fu minimamente il suo “ predecessore “ , siamo sicuri che AFD sia realmente fuori dal Sistema?

Siamo sicuri che la sua “nuova” elite sia pienamente scevra da dannose “contaminazioni” e che in realtà questo ” cambiamento” possa esprimere un reale salto di “paradigma” invece che solo un ” adattamento” al Sistema” ?

A me è abbastanza evidente che le ” rivoluzioni” non siano mai realmente “popolari “, bensì conflitti interni alla elite che poggiano sulla reazione popolare al fallimento della classe dominante; esse in genere , specie se hanno successo , svelano come siano, da subito, abbastanza compromesse con quello che esse stesse dicono di voler eliminare.

E questo a volte in modo perfettamente conscio ( come Trostky con le sue valigie piene di dollari fornitegli del banchiere “americano” membro della sua stessa “tribù”), a volte in modo molto inconscio come ne l’ ideologia ” ispirata da Hess e Rosenberg e contro cui Spengler si scagliò da subito .

Quindi come si fa a capire dove queste “ rivoluzioni” sempre fatte in nome delle cose più “sacre” ( popolo , nazione , giustizia , libertà , progresso , religione ect. ) andranno a parare REALMENTE ?

Perché ogni svolta politica è sempre la risultante di svariate spinte e controspinte, spesso “ sotterranee “ ricevute; e solo dalla loro dinamica relativa si può capire , a posteriori , quali esse realmente fossero e perché ne avessero determinato il successo.

Di questo la casistica offre un’enormità di esempi, ma trattandosi di “ storia occulta” , cioè fatta dietro le quinte del palcoscenico aperto sulle “masse”, l’ argomento è ovviamente sempre ” controverso” .

Potrei ad esempio qui spiegare quanto abbia avuto peso nella “rivoluzione di Ottobre” e nella successiva nascita dell’ URSS , la “simpatia” , per altro sempre ufficialmente negata, di certi banchieri “americani”.

Ma per rilevarne i tipici processi e i nascosti intenti delle “rivoluzioni” , sempre ben lontani da quanto ufficialmente proclamato, citerò un esempio storicamente più lontano e quindi meno controvetibile: la tanto celebrata “rivoluzione francese”.

Questa infatti nel suo risultato geopolitico è stata , non “ casualmente” , il portato della infiltrazione della massoneria inglese nella borghesia francese onde spingere una Francia “ rivoluzionaria” ad esaurirsi in una guerra continentale contro le altre nazioni “cattoliche”, lasciando così nelle mani della Gran Bretagna tutti i loro possessi coloniali .

Il che è una cosa tanto evidente che oggi nessun potrebbe contestare sebbene , e non a caso , questo non sia ancora “ storia per le masse”, laddove cioè ancora nei “libri di scuola “si parla invece delle “ coalizioni reazionarie “ guarda caso però sempre costituite intorno alla suddetta Gran Bretagna.

Tornando quindi alle vicende tedesche , abbiamo visto infatti quale poi fosse la “spinta” determinante che portò il “baffetto” alla Cancelleria e , cioè, l’ adesione ad una politica capitalistica e di “potenza” con un patto suggellato dallo sterminio de “l’ala sinistra” del partito che pure tanti milioni di voti al “baffetto” aveva procurato.

Quindi davanti ad un Germania di nuovo in crisi sistemica e di nuovo generata da una ottusa elite capitalistica, un buon indizio verrà dalla politica che lo stato profondo tedesco apporterà contro questo nuovo “paria” politico.

Ad esempio, se la lasciasse vincere, significherebbe che c’erano già “ patti” in corso e che questa “svolta” servirebbe alla elite tedesca quantomeno da paravento per una cambio della sua attuale e servile geopolitica ,, una cosa che sarebbe una “furbata”, ammesso che i tedeschi fossero in grado di concepirla.

Altrimenti questa AFD sarà “ sterilizzata” perché di certo “, giunta al governo, “ quella attuale non sarebbe adatta alla proclamazione di un “ quarto Reich” ancora lanciato contro la Russia.

Ma verrà poi davvero questo “ quartino” ? Lo sapremo presto perché ci aspetta un ‘27 molto “interessante”.

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Rifondare la deterrenza industriale americana e rivendicare il bene comune, di Riley M. Moore

Rifondare la deterrenza industriale americana e rivendicare il bene comune

Di Riley M. Moore

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Il12 agosto 2000, Pat Buchanan iniziò il suo discorso di accettazione della candidatura alla presidenza del Partito Riformista definendo il sostegno che aveva recentemente ricevuto dal Sindacato Indipendente dei Lavoratori Siderurgici di Weirton uno dei momenti di cui andava più fiero nella sua vita. 1 Diciotto mesi prima, Buchanan aveva dato il via alla sua campagna a Weirton perché già allora quella città del West Virginia era un potente simbolo degli uomini e delle donne dimenticati d’America che la globalizzazione aveva lasciato indietro.

Buchanan era determinato a cambiare questa situazione. Sua madre era cresciuta nella vicina Mon Valley, in Pennsylvania. Conosceva in prima persona le difficoltà che avevano colpito il cuore industriale dell’America. In quel discorso di accettazione tenuto in agosto presso un centro congressi di Long Beach, in California, chiese: «Che cosa è successo al nostro Paese, se voltiamo le spalle a persone come queste? Che cosa è successo al nostro Paese?»

Questo saggio analizzerà come l’abbandono di acciaierie integrate come quella di Weirton abbia eroso lo stile di vita americano, indebolito la nostra base manifatturiera e, in ultima analisi, minato la nostra sicurezza nazionale. Ma soprattutto, il testo intende dimostrare che la deindustrializzazione è stata una scelta e sostiene che ora dobbiamo scegliere di reindustrializzarci. La reindustrializzazione della nostra industria siderurgica non solo è possibile, ma è assolutamente necessaria se l’America vuole riconquistare il proprio status di repubblica industriale e rimanere una superpotenza globale.

L’ascesa di Weirton

La città di Weirton prende il nome da Ernest T. Weir. Originario di Pittsburgh e di origini scozzesi-irlandesi, nato nel 1875, Weir entrò nel settore siderurgico in giovane età. Nel 1905 acquistò un’azienda siderurgica in difficoltà a Clarksburg, nel West Virginia, e pochi anni dopo trasferì l’attività nella piccola località di Hollidays Cove, nel Northern Panhandle del West Virginia. 2 Nel 1913, questo sito era diventato il secondo produttore americano di banda stagnata, ovvero lamiere sottili di acciaio rivestite di stagno, utilizzate principalmente per la produzione di barattoli di zuppa o verdure.3

Quando, nel 1918, l’azienda fu ufficialmente ribattezzata Weirton Steel Company, attorno all’acciaieria era già sorta un’intera città. La Weirton Improvement Company forniva ai lavoratori alloggi, servizi pubblici, una forza di polizia e protezione antincendio.4 Sebbene Weir fosse contrario ai sindacati, pagava i dipendenti più della media nazionale, e Weirton fu una delle prime acciaierie del Paese ad adottare il turno di otto ore. 5 Per decenni, Weir fece in modo che i cittadini della città che portava il suo nome godessero di livelli di reddito pro capite tra i più alti e della percentuale più elevata di proprietà immobiliare dello Stato.6 Weirton offriva ben più della semplice ricchezza materiale. La città dotò la comunità anche di una piscina, un campo da golf, uno stadio di football e una biblioteca pubblica. Ben presto, attorno a queste strutture pubbliche si sviluppò una vivace vita civica. Un operaio siderurgico di Weirton poteva recarsi a piedi al lavoro, allenare la squadra di baseball della Little League il sabato e andare in chiesa la domenica. Era il sogno americano.

Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, fu proprio la produzione industriale di città come Weirton a garantire la vittoria agli Alleati. Alcune settimane dopo l’attacco a Pearl Harbor, il War Production Board (WPB), appena istituito, chiese all’industria siderurgica di elaborare piani per aumentare la produzione e riorganizzarsi in vista della produzione militare. La Weirton Steel fu la prima acciaieria del Paese a rispondere all’appello. Nei quattro anni successivi, la produzione di Weirton non ebbe eguali.7

Durante la guerra, i suoi stabilimenti producevano settantamila proiettili per obici da otto pollici al mese. Inoltre, produceva tre miliardi di bossoli calibro 30 e 50. 8 Alla fine della guerra, Weirton aveva battuto sette record mondiali nella produzione di acciaio in forno a focolare aperto e aveva realizzato otto prodotti completamente nuovi. Tra questi figuravano acciaio legato con proprietà speciali per parti di aeromobili e canne di armi da fuoco, lamiere bonderizzate che potevano essere verniciate senza primer e banda stagnata elettrodepositata che garantiva un’eccellente resistenza alla corrosione. Guardando indietro alle prestazioni dello stabilimento, Lloyd Hargest, ex responsabile delle statistiche e dei rapporti per l’Army-Navy Production Award Board della Pittsburgh Ordnance, sosteneva che le prestazioni della Weirton Steel durante la guerra fossero «l’apice della lealtà e della devozione alla causa del proprio Paese in tempo di guerra». Riteneva che «solo la Weirton, tra tutti i grandi stabilimenti siderurgici degli Stati Uniti, potesse vantare un simile primato».

A testimonianza di questo risultato, nel marzo 1944, Weirton ottenne il premio “E” dell’Esercito e della Marina per l’eccellenza, assegnato solo a circa il 5% degli impianti di produzione bellica.9 Migliaia di lavoratori parteciparono alla cerimonia, nonostante la pioggia torrenziale. Bagnato fradicio, Larry Lafferty, presidente del Sindacato Indipendente di Weirton che in seguito avrebbe appoggiato Buchanan, dichiarò con orgoglio che:

Il nostro primato più caro è il fatto che non abbiamo mai perso un solo minuto di produzione sin da molto prima di Pearl Harbor. E questo è il nostro solenne impegno: noi siamo determinati a non perdere nemmeno un minuto di produzione da ora fino alla fine della guerra. Dichiaro che in queste fabbriche non ci saranno scioperi, rallentamenti o atti di sabotaggio ai danni del nostro amato Paese.10

Weirton mantenne la promessa. Durante la guerra si verificarono oltre 750 interruzioni del lavoro in altri stabilimenti siderurgici.11 A Weirton non si registrò alcuna interruzione. I lavoratori dell’acciaieria avevano tutte le ragioni per mantenere accesi i forni. Circa cinquemila dipendenti della Weirton Steel prestarono servizio nelle forze armate durante la Seconda guerra mondiale, e 120 di quegli uomini avrebbero ottenuto una stella d’oro nell’albo d’onore dell’azienda, a ricordo di coloro che non fecero mai ritorno a casa.12 Gli operai dell’acciaieria forgiavano proiettili e bossoli per i propri figli, fratelli e vicini.

Dopo la guerra, molti di quei veterani tornarono all’acciaieria e lavorarono nei turni di notte per mantenere le loro famiglie, mentre di giorno studiavano grazie alle borse di studio del GI Bill presso il nuovo College of Steubenville, l’odierna Franciscan University.13 Fede, famiglia e lavoro non erano cose separate per loro. Facevano parte di un unico stile di vita integrato, incentrato sulla produzione dell’acciaio. Al suo apice, negli anni ’50, Weirton produceva la metà dell’acciaio laminato al stagno di tutto il mondo.14 L’acciaieria sosteneva una città di quasi trentamila persone e dava lavoro a tredicimila uomini e donne.15

La caduta di Weirton

L’ascesa di Weirton non fu né un caso né un evento inevitabile. Fu il risultato di politiche e scelte specifiche compiute da personaggi specifici della storia americana. Lo stesso vale per la sua caduta, che fu altrettanto spettacolare.

Nel 1957 morì Ernest Weir. Due anni dopo, gli Stati Uniti divennero importatori netti di acciaio. Sempre più spesso, i governi stranieri cominciarono a sovvenzionare le proprie industrie siderurgiche e a riversare sul mercato statunitense prodotti a prezzi artificialmente bassi.16 Di conseguenza, le importazioni di acciaio aumentarono drasticamente negli anni ’60 e ’70. Washington non solo non riuscì a fermare questo attacco all’acciaio americano, ma sovvenzionò attivamente la sottoquotazione dell’acciaio americano. Attraverso il Piano Marshall, Washington investì milioni nella ricostruzione dell’industria siderurgica dell’Europa occidentale. 17 Abbiamo fatto la stessa cosa anche in Giappone, supervisionando una politica industriale che, già nel 1948, aveva posto il carbone e l’acciaio al primo posto tra le priorità nazionali.18

Nonostante le pressanti richieste dell’industria siderurgica, i leader americani si rifiutarono di applicare la stessa logica in patria, e i lavoratori di località come Weirton ne pagarono le conseguenze. Come scrisse Harry Caudill, storico della regione, in Night Comes to the Cumberlands:

Un aspetto curioso del favoloso programma di aiuti esteri degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale risiede nel fatto che le povere contee montane del Kentucky siano state gravate da tasse per ricostruire o industrializzare paesi stranieri, i cui cittadini, in pochi, vivono in condizioni di povertà pari a quelle della maggioranza degli abitanti dell’altopiano del Cumberland… dovremo finalmente affrontare con lucidità il fatto che nel nostro Paese esistono gli stessi bisogni e le stesse carenze che abbiamo cercato con tanta fatica di combattere all’estero e, comunque lo si voglia chiamare, un Piano Marshall per le nostre aree cronicamente e altrimenti incurabilmente depresse sembra essere l’unica soluzione.19

La fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 rappresentarono un punto di svolta per Weirton. Mentre il Partito Repubblicano celebrava l’alba della “Rivoluzione Reagan”, Weirton veniva devastata da una combinazione di fattori: l’aumento dei costi energetici derivante dalla crisi petrolifera del 1979 e la brutale recessione innescata dagli aumenti dei tassi di interesse decisi da Paul Volcker. Tra il 1978 e il 1982, l’acciaieria registrò un calo del fatturato netto di quasi 200 milioni di dollari, un aumento delle spese operative di 24 milioni di dollari e un’inversione di tendenza degli utili ante imposte, che passarono da un profitto di 16 milioni di dollari a una perdita di 104 milioni di dollari. 20 Il 2 marzo 1982, la National Steel annunciò che avrebbe ceduto la Weirton Steel.21

Quando non si presentò alcun acquirente aziendale, accadde qualcosa di straordinario. I lavoratori siderurgici di Weirton decisero di acquistare l’acciaieria da soli. Organizzarono sfilate, raccolte fondi e telethon.22 “Ce la possiamo fare” divenne il motto della città, e ce la fecero davvero. Nel settembre 1983, i lavoratori votarono con un rapporto di otto a uno a favore dell’acquisto della propria acciaieria per 194,2 milioni di dollari, diventando da un giorno all’altro la più grande azienda di proprietà dei dipendenti degli Stati Uniti.23

Ciò ha avuto un costo. I dipendenti hanno accettato una riduzione salariale del 20% per far sì che l’accordo andasse in porto. 24 Negli anni successivi, però, i lavoratori di Weirton dimostrarono di essere in grado di gestire lo stabilimento in modo redditizio. Nei primi nove mesi del 1984 registrarono utili pari a 48,3 milioni di dollari e un fatturato di 845,5 milioni di dollari, e dopo la transizione godettero di sedici trimestri consecutivi in attivo.25

Ma alla fine la realtà di un mercato truccato a sfavore dell’acciaio americano si fece sentire. Quando il presidente Clinton non riuscì ancora una volta a impedire che l’acciaio straniero a basso costo invadesse gli Stati Uniti durante la crisi valutaria asiatica del 1998, la Weirton fallì.26 Dopo aver perso più di 700 milioni di dollari in cinque anni, l’azienda dichiarò fallimento nel 2003. 27 Nei vent’anni successivi, lo stabilimento fu venduto a pezzi e smantellato come una vecchia automobile, fino a quando non si limitò più che altro a produrre banda stagnata proveniente da altre acciaierie. Ma anche questo fu sottratto ai patrioti di Weirton.

Nel febbraio 2024, la Commissione per il Commercio Internazionale ha bloccato i dazi antidumping sull’acciaio stagnato proveniente da Canada, Cina, Germania e Corea del Sud.28 Il presidente Biden non ha fatto nulla. Poco dopo, Cleveland-Cliffs ha annunciato la chiusura definitiva dello stabilimento di Weirton e il licenziamento dei restanti novecento lavoratori. In un batter d’occhio, 115 anni di produzione siderurgica ininterrotta negli Stati Uniti sono giunti al termine.

La deterrenza industriale e il complesso militare-industriale

La stessa storia si è ripetuta in innumerevoli altre città siderurgiche del cuore degli Stati Uniti. La loro vicenda non è solo una tragedia economica, ma un disastro strategico di prim’ordine. Per capirne il motivo, dobbiamo riprendere il concetto di deterrenza industriale.

Come hanno sostenuto Elbridge Colby, sottosegretario alla Guerra per le politiche, e altri esperti di sicurezza nazionale, il successo della deterrenza dipende dal mantenimento di una minaccia credibile nei confronti di un aggressore e da un costo inaccettabile per un’aggressione contro gli Stati Uniti.29 Tuttavia, i dibattiti odierni sulla deterrenza hanno assunto un carattere quasi esclusivamente militare. Si concentrano su navi, missili, dispiegamento delle forze e bilanci della difesa, ma ignorano in gran parte la base industriale che sostiene le nostre forze armate.

La deterrenza industriale parte da una premessa diversa. Gli avversari degli Stati Uniti non si limitano a valutare le armi che siamo in grado di schierare oggi, ma anche la capacità produttiva, le catene di approvvigionamento, le risorse strategiche e la forza lavoro qualificata che saremo in grado di mobilitare domani. Una nazione che non è in grado di sostituire le perdite, espandere la produzione o sostenere un conflitto prolungato è, in primo luogo, meno capace di esercitare un effetto deterrente.

Oggi, i responsabili politici di entrambi gli schieramenti politici hanno dimostrato di non essere in grado di comprendere il concetto di deterrenza industriale. Si rifanno invece a una concezione ristretta della sicurezza nazionale, incentrata sulle installazioni militari e sugli stanziamenti per la difesa. Ma non è sempre stato così.

Quando l’America raggiunse lo status di potenza mondiale alla fine del XIX secolo, la tutela dell’industria siderurgica era al centro dell’agenda nazionale. Infatti, la fondazione di Weirton sarebbe stata impossibile senza la tariffa McKinley del 1890, che più che raddoppiò il dazio sulla latta (dal 30% al 70%) con l’obiettivo esplicito di costruire un’industria nazionale. 30 Il programma del Partito Repubblicano del 1896 difese questo approccio, dichiarando: «Rinnoviamo e ribadiamo la nostra fedeltà alla politica protezionistica, baluardo dell’indipendenza industriale americana e fondamento dello sviluppo e della prosperità degli Stati Uniti».31

Per gran parte del XX secolo, i leader americani hanno continuato a credere in questa politica. Erano consapevoli che le acciaierie come quella di Weirton fossero importanti per la sicurezza nazionale e il successo a lungo termine degli Stati Uniti tanto quanto qualsiasi base militare. Di conseguenza, le hanno protette e trattate come risorse fondamentali per la sicurezza nazionale.

La Seconda guerra mondiale confermò la validità di questa strategia e l’importanza militare di mantenere solide catene di approvvigionamento interne. Aziende come la Singer Corporation riorientarono le linee di produzione dalla fabbricazione di macchine da cucire alla produzione in serie di pistole, strumenti per l’aviazione e telemetri.32 Ancora più famoso è il caso della Ford, che passò dalla produzione di automobili alla produzione di un bombardiere B-24 Liberator all’ora. La Rock-Ola Manufacturing, che prima della guerra produceva jukebox, sfruttò la propria esperienza nella meccanica complessa a molla per produrre in serie 230.000 carabine M1.33

Esistono innumerevoli altre storie di aziende manifatturiere americane che contribuirono allo sforzo bellico in questo modo. Weirton fu il primo stabilimento del Paese a rispondere all’appello lanciato dal War Production Board, ma non fu l’unico. Poiché l’America aveva investito nel mantenimento di una forte industria nazionale già prima dell’inizio della guerra, il nostro settore industriale fu in grado di riorganizzare rapidamente le linee di produzione per ottenere, alla fine, la vittoria.

Questa è l’essenza della deterrenza industriale, che la nostra nazione ha applicato anche per evitare un conflitto diretto con l’Unione Sovietica. L’NSC-68, il documento del Consiglio di Sicurezza Nazionale del 1950 che definiva la nostra strategia di deterrenza durante la Guerra Fredda, chiariva che il mantenimento di una “base di mobilitazione” efficiente era fondamentale per prevalere sui sovietici. 34 Quello stesso anno, il Congresso approvò il Defense Production Act (DPA), che trasformò ufficialmente ogni fabbrica americana in una risorsa militare latente. Nel frattempo, il governo stava accumulando scorte per miliardi di dollari di materie prime fondamentali quali cobalto, titanio e stagno, in modo che l’America non dovesse fare affidamento su catene di approvvigionamento estere. 35 Infatti, la Riserva Nazionale di Attrezzature Industriali conservava oltre 130.000 macchine utensili pesanti nel caso in cui fosse stato necessario impiegarle nelle fabbriche in caso di crisi.36

Questi investimenti mirati nella capacità industriale non erano considerati uno spreco, ma una scelta strategica. Alla base di questa convinzione c’era l’idea che l’eccesso di produzione non fosse un problema da evitare. Al contrario, poteva fungere da deterrente per i nostri nemici nel presente ed essere sfruttato a fini economici nel futuro. Come dichiarò il presidente Franklin Delano Roosevelt nel 1940:

I nostri sforzi in materia di difesa non devono essere ostacolati da coloro che temono le future conseguenze di un eccesso di capacità produttiva. Le possibili conseguenze di un fallimento dei nostri sforzi di difesa in questo momento sono ben più temibili. E una volta superate le attuali esigenze di difesa, una gestione adeguata delle necessità del Paese in tempo di pace richiederà tutta la nuova capacità produttiva, se non addirittura di più. Nessuna politica pessimistica sul futuro dell’America deve ritardare l’immediata espansione di quelle industrie essenziali per la difesa. Ne abbiamo bisogno.37

Il nemico di questo approccio era il consenso neoliberista emerso durante la seconda metà della Guerra Fredda. Esistono molti modi per definire questo consenso, ma uno dei suoi presupposti fondamentali era che la base industriale commerciale e la produzione militare fossero due ambiti distinti. Da tale premessa derivarono due sviluppi principali. In primo luogo, poiché la base manifatturiera americana era ritenuta non essenziale per la sicurezza nazionale, poteva essere distribuita attraverso una rete di alleati anticomunisti legati a noi da rapporti commerciali. In secondo luogo, avendo così ceduto la nostra base industriale, il Pentagono dovette adottare un nuovo approccio alla produzione militare.

Nel suo discorso di addio del 1961, il presidente Eisenhower definì questo nuovo approccio il “complesso militare-industriale”, contrapponendolo direttamente alla tradizionale idea americana di un paese in cui “chi forgiava i vomeri potesse, col tempo e se necessario, forgiare anche le spade”. 38 Oggi, molte persone continuano a ricorrere a questo termine per descrivere le vaste dimensioni e la portata della produzione militare americana, ma hanno dimenticato che ciò che abbiamo ora è in realtà molto più limitato rispetto al sistema di deterrenza industriale che lo ha preceduto.

Non solo è più ristretto, ma anche, come aveva previsto Eisenhower, più incline al consolidamento del potere. Questo perché l’assenza di una base industriale significa che il Pentagono è, per la maggior parte dei produttori del settore della difesa, l’unico cliente in città. Come ha sostenuto Shyam Sankar di Palantir in Mobilize, ciò rende il complesso militare-industriale un “monopsio”, ovvero un mercato con un unico acquirente. 39 Qualsiasi azienda con un solo cliente non è un’impresa, ma un venditore o un fornitore. Separate dalla più ampia base industriale commerciale, queste aziende diventano meno dinamiche, meno attraenti per i migliori talenti e meno innovative.

Il risultato prevedibile di questo sistema è la nostra realtà attuale. Laddove un tempo avevamo un’industria nazionale solida, in grado, grazie alla sua capacità a duplice uso, di fornire alle forze armate tutto ciò di cui avevano bisogno e anche di più, oggi abbiamo un gruppo di alleati deboli e inaffidabili e cinque appaltatori principali gonfiati. Questo sistema è in grado di produrre alcuni prodotti eccellenti, ma fatica a implementarli su larga scala o a raggiungere anche obiettivi di approvvigionamento modesti. Mentre entriamo in un nuovo periodo di competizione tra grandi potenze, i responsabili politici a Washington dovrebbero chiedersi quale di questi modelli garantisca l’effetto deterrente maggiore.

La fragile offerta di acciaio negli Stati Uniti

In nessun altro settore la risposta è più evidente che nell’industria siderurgica stessa. Per capirne il motivo, dobbiamo analizzare come si è evoluta la produzione siderurgica americana negli ultimi cinquant’anni.

Il cambiamento più significativo riguarda il tipo di acciaierie che dominano la produzione siderurgica americana. Negli anni ’70, gli Stati Uniti producevano oltre l’80% del proprio acciaio in acciaierie integrate, con più di 125 altiforni in funzione in tutto il paese.40 Tuttavia, da quando la Bethlehem Steel completò la costruzione di Burns Harbor nel 1969, gli Stati Uniti non hanno più costruito una sola nuova acciaieria integrata e oggi sono in funzione solo una dozzina di altiforni. 41 Per la maggior parte, sono state sostituite da acciaierie con forni ad arco elettrico (EAF), che oggi producono la stragrande maggioranza dell’acciaio americano.42

La maggior parte dei responsabili politici ha sottovalutato l’importanza di questo cambiamento perché non comprende come funzionano gli impianti integrati né cosa li distingua dai forni elettrici ad arco (EAF). Si tratta di un lusso che non possiamo più permetterci. La differenza tra questi due tipi di impianti è la differenza tra una base industriale in grado di difendere questa nazione e una che non lo è.

Un impianto siderurgico integrato utilizza carbone metallurgico (met), minerale di ferro e calcare per produrre acciaio grezzo partendo da zero. Molti paesi nel mondo non sono in grado di produrre acciaio partendo da zero senza ricorrere a importazioni ingenti, poiché il carbone metallurgico di alta qualità è presente solo in poche località del pianeta. Gli Stati Uniti rappresentano un’eccezione.43 Il nostro Paese possiede uno dei migliori giacimenti di carbone metallurgico al mondo, concentrato nei filoni di Pocahontas, nel sud del West Virginia.44

Questi bacini carboniferi furono rilevati alla fine del XIX secolo dall’ex cartografo di Stonewall Jackson, Jedediah Hotchkiss, e da allora sono stati ampiamente considerati come i produttori del miglior carbone metallurgico al mondo.45 È proprio per questo motivo che l’industria siderurgica americana si è storicamente concentrata in quella che oggi è conosciuta come la “Rust Belt”. La Pennsylvania occidentale e l’Ohio godevano di un facile accesso al carbone metallurgico del West Virginia, che ancora oggi fornisce circa il 70 per cento di tutto il carbone metallurgico utilizzato nella produzione siderurgica americana.

Poiché parte da queste materie prime e produce l’acciaio partendo da zero, un laminatoio integrato è in grado di produrre acciaio di altissima qualità, praticamente privo di impurità. Ciò rende i laminatoi integrati particolarmente adatti a soddisfare le esigenze delle applicazioni militari più esigenti, che richiedono un controllo preciso della composizione chimica.46

Gli EAF funzionano in modo diverso. Questi impianti partono dai rottami di acciaio provenienti da vecchie automobili ed edifici demoliti e li fondono per produrre acciaio nuovo. Uno dei motivi principali della loro diffusione negli ultimi cinquant’anni è che richiedono un ingombro fisico molto inferiore rispetto agli impianti integrati, sono più economici da costruire e possono essere realizzati praticamente ovunque. Inoltre, gli impianti EAF possono adeguarsi alle condizioni di mercato riducendo o aumentando la produzione, mentre gli altiforni degli impianti integrati devono funzionare 24 ore su 24, 7 giorni su 7, pena il rischio di danni catastrofici.

Gli EAF presentano tuttavia alcuni limiti. La maggior parte dei rottami da cui attingono è contaminata da rame, stagno e altre impurità che limitano la qualità dell’acciaio.47 Per molte applicazioni commerciali ciò non fa differenza, ma per le applicazioni militari di altissimo livello è certamente determinante. Alcuni forni elettrici ad arco (EAF) sono in grado di superare questa limitazione. Grazie all’impiego di tecnologie all’avanguardia e alla miscelazione dei rottami con ferro ridotto direttamente (DRI), gli EAF possono riprodurre quasi integralmente i gradi di acciaio di altissima qualità prodotti in un laminatoio integrato.48

Si tratta di un risultato tecnologico straordinario e occorre approfondire ulteriormente la possibilità di utilizzare i forni elettrici ad arco (EAF) per la produzione di ulteriori prodotti militari. Tuttavia, dal punto di vista della deterrenza industriale, il problema più profondo legato agli EAF è rappresentato dai rottami con cui funzionano.

Mentre gli Appalachi dispongono ancora di risorse di carbone metallurgico che potrebbero durare per secoli,49 i rottami sono un prodotto riciclato la cui disponibilità è fondamentalmente limitata dalla quantità di acciaio presente nella nostra economia. 50 Questa disponibilità è nota come «base di acciaio in uso» e quella degli Stati Uniti si attesta a circa quattro miliardi di tonnellate.51 A peggiorare le cose, l’offerta di rottami è anche anelastica. A differenza del carbone metallurgico, che possiamo estrarre in quantità maggiori su richiesta, ogni anno diventano disponibili come rottami solo circa da sessanta a ottanta milioni di tonnellate di acciaio (meno del 2% della base complessiva di acciaio in uso).52 Senza demolire edifici o sequestrare automobili, non c’è modo facile di modificare questo limite di offerta.

Ecco perché gli impianti EAF, pur essendo commercialmente più redditizi rispetto agli impianti integrati, rappresentano un deterrente industriale molto più debole. Da un punto di vista economico, gli impianti integrati vengono liquidati come reliquie di un’epoca passata, a nostro discapito. Dal punto di vista della sicurezza nazionale, invece, rimangono di inestimabile valore per la capacità degli Stati Uniti di produrre più acciaio senza doverlo importare. Per questo motivo, il crollo dei nostri impianti integrati non può essere ignorato.

Capacità di finitura

Il crollo della produzione siderurgica integrata rappresenta però solo la prima parte della storia. Una volta prodotto l’acciaio grezzo, questo deve ancora essere trasformato in prodotti militari attraverso un processo specializzato noto come finitura. Tradizionalmente, la finitura era concentrata nelle stesse regioni in cui sorgevano gli impianti siderurgici integrati americani e si avvaleva della stessa manodopera altamente qualificata che si era formata nel corso di generazioni. Con la chiusura di tali impianti, tuttavia, anche la capacità di finitura degli Stati Uniti è diminuita. E oggi, in una categoria critica dopo l’altra, si riscontrano gravi vulnerabilità nella catena di approvvigionamento.

Si consideri l’acciaio navale. Oggi la Marina non è in grado di raggiungere il proprio obiettivo di costruire ogni anno due sottomarini della classe Virginia e uno della classe Columbia. Uno dei motivi principali per cui facciamo fatica a raggiungere anche questi obiettivi modesti è che dipendiamo da singoli punti di fallimento lungo tutta la catena di approvvigionamento finale. 53 Ad esempio, fino al 2018, un unico stabilimento siderurgico a Coatesville, in Pennsylvania, forniva fino al 95 per cento di tutte le piastre corazzate utilizzate nelle navi e nei sottomarini americani.54 Di conseguenza, qualsiasi guasto alle attrezzature o interruzione del lavoro in quell’unico stabilimento mette a rischio l’intero approvvigionamento dei sottomarini americani.

Questo dovrebbe ricordarci quanto siano fondamentali i lavoratori siderurgici americani per la nostra sicurezza nazionale. Il nostro Paese può stanziare capitali per costruire nuove acciaierie, ma formare una forza lavoro in grado di gestirle richiede generazioni e si basa su conoscenze tramandate di generazione in generazione, conquistate a fatica e facilmente perdibili. Ciò è particolarmente preoccupante in questo caso perché i sottomarini sono senza dubbio la risorsa strategica più cruciale nell’arsenale americano in termini di deterrenza. Trasportano circa il 70 per cento delle testate nucleari strategiche e dispiegate degli Stati Uniti, e la loro capacità di operare senza essere individuati rappresenta la polizza assicurativa definitiva in qualsiasi conflitto tra grandi potenze.55

Anche la nostra produzione di munizioni racconta una storia simile. Il proiettile di artiglieria da 155 millimetri è tra le munizioni più importanti sul campo di battaglia moderno, e ciascuno di essi nasce da una barra d’acciaio da duemila libbre. 56 A partire dal 2022, tuttavia, solo due stabilimenti in Pennsylvania, lo Scranton Army Ammunition Plant e il suo impianto gemello a Wilkes-Barre, erano in grado di forgiare quell’acciaio per ricavarne il corpo finito di un proiettile.57

La guerra in Ucraina ha messo in luce questo collo di bottiglia. All’inizio del conflitto, gli Stati Uniti producevano circa quattordicimila proiettili da 155 millimetri al mese. Nella primavera del 2023, tuttavia, l’Ucraina ne consumava dai seimila agli ottomila al giorno, il che significa che la nostra intera produzione annuale era sufficiente a coprire circa tre settimane di guerra. 58 L’allora senatore JD Vance osservò questo squilibrio tra la nostra politica estera interventista e la nostra base industriale in declino. Sosteneva che, nonostante un drastico aumento della produzione, saremmo comunque riusciti a produrre solo 360.000 proiettili all’anno, meno di un decimo di quanto l’Ucraina dichiarava di aver bisogno.59 Gli esperti si rifiutarono di ascoltare. Molti a Washington hanno ignorato questo avvertimento e hanno comunque sostenuto l’aumento del nostro sostegno all’Ucraina. Di conseguenza, l’America si è ritrovata ancora una volta a fare i conti con risorse insufficienti.

Lo stesso problema si riscontra in tutte le nostre catene di approvvigionamento militari. Viviamo dell’eredità industriale del XX secolo. Il carro armato M1 Abrams ne è un esempio emblematico. Non ne costruiamo uno nuovo da zero da quasi quarant’anni.60 Al contrario, conserviamo in un magazzino i vecchi carri armati dell’epoca della Guerra Fredda, smontandoli e ricostruendoli fino a riportarli a condizioni “come nuovi”.

Ma non sono solo i sottomarini, i proiettili di artiglieria e i carri armati a destare preoccupazione. La deterrenza industriale ci impone di considerare anche le vulnerabilità non convenzionali. La nostra rete elettrica ne è l’esempio più lampante. La rete moderna richiede trasformatori di grandi dimensioni costruiti attorno a nuclei di acciaio elettrico a grani orientati (GOES) specializzato. 61 Nonostante la sua importanza, l’acciaio GOES americano dipende da una fragile catena di approvvigionamento priva di ridondanza. Lo stabilimento Butler Works di Cleveland-Cliffs in Pennsylvania è l’unico impianto del Paese in grado di fondere e laminare l’acciaio grezzo necessario per il GOES, mentre lo stabilimento Zanesville Works in Ohio fornisce la laminazione a freddo di precisione e i trattamenti termici necessari per la finitura.62

Di conseguenza, la rete elettrica americana, in rapida espansione, dipende dai trasformatori provenienti dal Messico, dalla Corea del Sud e dalla Cina per garantire l’illuminazione.63 Si tratta di un grave problema per la deterrenza industriale, poiché in qualsiasi conflitto di grande portata un avversario potente come la Cina cercherà quasi certamente di mettere fuori uso la rete elettrica americana. Senza un aumento significativo della produzione interna di trasformatori, la nostra capacità di ricostruire dipenderà sempre più proprio dal Paese che ci sta attaccando.

In parte a causa di questa vulnerabilità, nel 2024 la Cleveland-Cliffs annunciò l’intenzione di riaprire lo stabilimento di Weirton come fabbrica di trasformatori.64 Il sito era la scelta ideale. Facilmente raggiungibile sia da Butler che da Zanesville, Weirton disponeva delle infrastrutture e della forza lavoro altamente qualificata necessarie per trasformare quel GOES in trasformatori, riducendo così notevolmente la dipendenza degli Stati Uniti dalle importazioni dall’estero. Purtroppo, però, nel corso di una serie di tagli ai costi del maggio 2025, Cleveland-Cliffs si è ritirata dall’accordo, adducendo come motivazione una perdita trimestrale di 483 milioni di dollari e la volontà di concentrare l’azienda sul proprio punto di forza principale: la fornitura di acciaio all’industria automobilistica.65

Il modo in cui è fallito questo accordo, che avrebbe dato a Weirton una seconda possibilità, rappresenta in miniatura l’intero problema. Ancora una volta, emerge un divario tra ciò che è commercialmente sostenibile per le acciaierie e ciò che è strategicamente vitale per la deterrenza americana. È proprio a questo divario che si riferiva l’allora senatore Marco Rubio nel 2019 quando affermò che «il mercato raggiungerà sempre il risultato economico più efficiente, ma a volte il risultato più efficiente è in contrasto con il bene comune e l’interesse nazionale».66 Ed è proprio in questo divario che deve intervenire la politica industriale.

La buona notizia è che i repubblicani stanno cominciando a farlo. Sulla scia del fallimento dell’accordo a Weirton, ho guidato un gruppo di politici, tra cui il senatore Bernie Moreno e il deputato Rick Crawford, presidente della Commissione permanente per l’intelligence della Camera dei Rappresentanti, nell’esortare il presidente Trump a invocare la Legge sulla produzione per la difesa per affrontare queste vulnerabilità critiche nel nostro settore dei trasformatori. Lo scorso aprile, il presidente ha fatto proprio questo e ha dichiarato che «l’infrastruttura della rete elettrica e le relative catene di approvvigionamento a monte, compresi i trasformatori» e «l’acciaio per nuclei elettrici» sono «beni tecnologici critici essenziali per la difesa nazionale».67

Questa politica nel settore dei trasformatori dovrebbe essere un modello per altri comparti della nostra fragile industria siderurgica. Ciò significa, ovviamente, investimenti per forni e linee di finitura, ma anche risorse destinate espressamente alla formazione e al sostegno della manodopera qualificata che li gestisce. E abbiamo bisogno di queste politiche adesso. Infatti, mentre abbiamo trascorso cinque decenni lasciando che i nostri stabilimenti integrati si arrugginissero e la nostra capacità di finitura si ridurrà, il nostro principale avversario geopolitico ha fatto esattamente l’opposto.

Il Drago d’Acciaio

In effetti, la fragilità della filiera siderurgica statunitense e la necessità di affrontare con urgenza le sue vulnerabilità diventano ancora più evidenti se si esamina l’industria siderurgica cinese.

Oggi la Cina sta mettendo in atto una versione di quella strategia di deterrenza industriale che noi abbiamo abbandonato. Il piano “Made in China 2025” lo rende chiarissimo, affermando esplicitamente che “costruire un’industria manifatturiera competitiva a livello internazionale è l’unico modo in cui la Cina può rafforzare la propria potenza nazionale complessiva, garantire la sicurezza nazionale e affermarsi come potenza mondiale”. 68 Inoltre, il piano prevede una «fusione tra settore militare e civile» e suggerisce politiche quali la promozione del «trasferimento e della conversione bidirezionali delle tecnologie militari e civili».

L’obiettivo finale, entro il 2049, centenario dell’ascesa al potere del Partito Comunista Cinese, è quello di diventare leader mondiale nel campo della tecnologia e dei sistemi industriali. La Cina è sulla buona strada. Attualmente rappresenta circa il 30% della produzione manifatturiera globale e si prevede che tale quota si avvicini al 50% entro il 2050. 69 Per contestualizzare il dato, si tratta di una quota paragonabile a quella detenuta dagli Stati Uniti alla fine degli anni ’40, quando la maggior parte delle economie industriali del mondo giaceva in rovina.70

Ancora più rilevante ai fini del presente saggio, tuttavia, è il fatto che l’industria siderurgica cinese abbia già raggiunto questo livello di predominio. Oggi la Cina produce più della metà dell’acciaio mondiale e ne produce in un mese circa quanto gli Stati Uniti ne producono in un anno.71 Non è sempre stato così. Nel 1977, la Cina non disponeva praticamente di alcun altoforno moderno e la sua capacità di lavorazione era talmente scarsa da dover fare affidamento sulle importazioni per quasi tutti i prodotti siderurgici complessi.

Nello stesso periodo, Pechino iniziò a investire ingenti somme di denaro nella costruzione di nuovi altiforni e stabilimenti siderurgici integrati.72 Spesso, la Cina costruiva questi stabilimenti utilizzando le strutture di quelli americani in disuso, acquistandoli, smantellandoli per ricavarne i componenti e spedendo le attrezzature in patria. Il vecchio stabilimento della Kaiser Steel a Fontana, in California, il più grande complesso siderurgico integrato della costa occidentale, ne è un esempio lampante. Le sue attrezzature per la produzione dell’acciaio furono acquistate nel 1993 dal gruppo statale cinese Shougang, trasportate in Cina e riassemblate per creare uno degli stabilimenti più avanzati del Paese.73

Nei decenni successivi, la Cina ha costruito una vasta rete di nuovi impianti siderurgici integrati. Oggi i suoi altiforni sono estremamente grandi, nuovi e i più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico. La Cina da sola produce circa il 60 per cento del carbone metallurgico mondiale, eppure il fabbisogno della sua industria siderurgica è talmente vasto che Pechino è anche il maggiore importatore mondiale di carbone metallurgico, importandone in quantità ingenti da paesi come la Mongolia, l’Australia e la Russia.74 La sua capacità di lavorazione finale non ha rivali ed è in grado di produrre ed esportare prodotti siderurgici per ogni settore, dall’industria aerospaziale e delle portaerei all’acciaio elettrico.

In breve, cinquant’anni fa l’intera Cina era in grado di produrre più o meno la stessa quantità di acciaio di una manciata di grandi acciaierie statunitensi. Oggi Pechino dispone di una catena di approvvigionamento integrata verticalmente, in grado di superare la produzione complessiva di tutti gli altri paesi del pianeta messi insieme. Questa asimmetria industriale tra i nostri due paesi è diventata una vulnerabilità strategica per l’America, che Pechino sta sfruttando.

Per citare solo un esempio, il predominio della Cina nel settore siderurgico le consente di sostenere una capacità cantieristica che, come ha spiegato in dettaglio il senatore Todd Young su queste pagine questa primavera, è oltre duecento volte superiore alla nostra.75 Per questo motivo, la marina cinese supera ora la nostra in termini di numero di navi, sebbene non ancora in termini di dislocamento. La Cina è in grado di costruire — e, in caso di guerra, sostituire — navi da guerra a un ritmo che nessun sforzo americano è attualmente in grado di eguagliare. Questo vantaggio industriale è alla base della strategia anti-accesso di Pechino nel Pacifico occidentale e sta già minando la nostra capacità di scoraggiare un potenziale conflitto futuro con la Cina.

Inversione di rotta

La buona notizia è che non è troppo tardi per invertire la rotta. Farlo non significa che dobbiamo accettare l’agenda del Partito Comunista Cinese. Come sottolineò l’allora senatore Rubio nel 2019, «la nostra economia di mercato e la nostra società libera funzionano con un’efficienza e un’apertura impossibili nel regime di comando e controllo cinese». 76 Ciò richiede però di abbandonare il consenso neoliberista che ha permesso l’ascesa industriale della Cina a spese degli Stati Uniti e di tornare all’approccio di deterrenza industriale che ha reso l’America la nazione più forte e prospera del mondo.

Per farlo, dobbiamo ripensare molti dei nostri problemi più urgenti in materia di sicurezza nazionale come sfide relative alla capacità industriale piuttosto che come sfide legate agli appalti militari. Dobbiamo attuare politiche che allineino gli incentivi commerciali ai nostri interessi strategici, affinché per le imprese private torni ad essere redditizio sviluppare e mantenere la capacità da cui dipende la nostra deterrenza. E, in ultima analisi, dobbiamo reintegrare la nostra infrastruttura di sicurezza nazionale con una base industriale commerciale forte e indipendente.

Non sarà facile. La logica di massimizzazione dei profitti di Wall Street si oppone anche a dazi modesti volti a proteggere l’industria americana e si opporrà con ancora maggiore forza ai dazi molto più elevati e agli investimenti federali diretti necessari per ricostruire quelle che un tempo erano grandi acciaierie come quella di Weirton. Ma farlo è necessario, non solo per la nostra sicurezza nazionale, ma anche per la nostra identità di Paese indipendente, autosufficiente e capace di reggersi sulle proprie gambe.

Il primo passo è garantire un accesso economico e affidabile al carbone metallurgico. Per quasi due decenni, i Democratici a Washington hanno condotto una campagna normativa e finanziaria volta a distruggere spietatamente l’industria del carbone. L’intero programma si è rivelato disastroso, ma la misura in cui l’ideologia ha portato gli attivisti per il clima a ignorare la posta in gioco strategica dell’industria carbonifera americana è dimostrata al meglio dal loro rifiuto di distinguere tra il carbone termico di cui abbiamo bisogno per le centrali elettriche e il più raro carbone metallurgico, essenziale per la produzione dell’acciaio.

Lo scorso aprile il presidente Trump ha posto fine a quell’era classificando il carbone metallurgico come minerale strategico, aprendo così la strada a procedure di autorizzazione accelerate, finanziamenti federali e accordi di acquisto a lungo termine simili a quelli che il governo già stipula per l’energia prodotta da centrali a carbone a servizio delle installazioni militari.77 Ora questi strumenti devono essere utilizzati su larga scala.

Dalla miniera, il lavoro prosegue verso l’acciaieria. Negli ultimi cinquant’anni sono stati chiusi più di cento altiforni e la nostra produzione di acciaio vergine è crollata di quasi l’ottanta per cento.78 Al loro posto si sono moltiplicati i forni elettrici ad arco (EAF), ma questi rappresentano un complemento alla capacità integrata piuttosto che un suo sostituto. Per invertire la tendenza, dobbiamo partire dai dazi. Il declino dell’industria siderurgica è stato determinato innanzitutto dall’incapacità di Washington di proteggere l’industria siderurgica americana dalle aziende straniere sostenute dallo Stato, e nuovi investimenti di rilievo rimarranno improbabili finché non avremo istituito un regime tariffario sufficientemente forte da consentire alle acciaierie americane di competere a parità di condizioni.

Oltre ai dazi, dobbiamo anche fornire investimenti federali diretti all’industria siderurgica. Un simile sforzo sarebbe notevolmente agevolato da una nuova banca industriale dedicata esclusivamente a progetti nazionali e sostenuta dal ricorso al Defense Production Act per snellire le valutazioni NEPA e ridurre al minimo i ritardi nell’ottenimento delle autorizzazioni. Un buon modello per tale istituzione potrebbe essere la U.S. International Development Finance Corporation (DFC). Istituita dal presidente Trump nel 2018 e ora presieduta dal segretario di Stato Rubio, la DFC impiega capitali americani per contrastare l’influenza cinese nei paesi in via di sviluppo. In meno di dieci anni, ha speso oltre 40 miliardi di dollari in progetti in tutto il mondo, tra cui 553 milioni di dollari per una ferrovia e un porto minerario in Angola e 125 milioni di dollari per il risanamento dei cantieri navali di Elefsis in Grecia. 79 Se il governo eguagliasse questo livello di investimenti per sostenere l’industria siderurgica nazionale e utilizzasse tali fondi per finanziare lo sviluppo, fornire garanzie sui prestiti e diventare azionista di minoranza in nuovi progetti siderurgici proprio qui nel nostro Paese, potremmo aumentare drasticamente il numero di acciaierie integrate in America in meno di un decennio.

Infine, questo acciaio deve ancora essere trasformato in prodotti militari. In questo caso, la soluzione consiste nel ripristinare il rapporto tra le nostre forze armate e la nostra base industriale commerciale. Oggi il Pentagono ha la cattiva abitudine di comportarsi da pessimo cliente, acquistando solo il minimo indispensabile alle condizioni più restrittive possibili. Nel frattempo, l’industria americana è arrivata a considerare la fornitura ai militari più una distrazione che un dovere. Questa rottura è stata particolarmente dannosa per l’industria siderurgica, dove alcuni fornitori hanno chiuso le attività di lavorazione finale, fondamentali per i prodotti militari specializzati.

Fortunatamente, una risposta sta già emergendo. L’aumento dei finanziamenti destinati all’Ufficio per il Capitale Strategico del Pentagono e al suo programma di Analisi e Sostenibilità della Base Industriale è un buon segno. Lo stesso vale per il flusso di capitali patriottici che ha portato al successo di aziende come Palantir e Anduril. Finora, tuttavia, si sta prestando troppa attenzione alle tecnologie all’avanguardia e di frontiera, mentre i settori più tradizionali vengono in gran parte trascurati. La produzione dell’acciaio sarà anche meno affascinante, ma è altrettanto vitale dal punto di vista strategico. Poiché è stata trascurata per così tanto tempo, anche investimenti modesti nei colli di bottiglia critici potrebbero fare una differenza enorme. I giovani imprenditori che sperano di costruire la prossima grande azienda americana nel settore della difesa dovrebbero guardare con attenzione alle fragili linee di finitura da cui dipende gran parte delle nostre forze armate, e Washington dovrebbe sostenerli finanziariamente quando lo fanno.

Weir è ancora in piedi

Ciascuna di queste misure contribuirebbe in modo significativo al rilancio dell’industria siderurgica americana, ma potrà esercitare appieno il proprio effetto deterrente solo se attuata in combinazione con le altre. Come ogni catena, anche quella dell’industria siderurgica americana è forte solo quanto il suo anello più debole. Le miniere, gli stabilimenti di lavorazione e gli impianti di finitura devono operare tutti insieme, altrimenti non funzioneranno affatto.

Queste politiche devono essere perseguite sin da ora. Il dominio della Cina su oltre la metà della produzione mondiale di acciaio ha già minato la deterrenza americana nel Mar Cinese Meridionale. Senza un intervento urgente, quella stessa debolezza si estenderà a tutte le regioni in cui gli interessi americani dipendono dall’acciaio americano, rendendo sempre più probabile un conflitto catastrofico con la Cina.

C’è anche un secondo orologio che ticchetta. Sebbene la Cina ci abbia superato in quasi tutti gli indicatori relativi alla produzione siderurgica, ciò che non riesce ancora a replicare è la forza lavoro industriale americana, libera e creativa. Questo è il nostro più grande vantaggio rispetto ai nostri avversari geopolitici, ma invecchia di anno in anno. I nostri operai specializzati, saldatori e metallurgisti stanno invecchiando, e se non ripristiniamo gli stabilimenti in cui lavorano, non saranno in grado di trasmettere le loro conoscenze alla generazione successiva.

Il capitale umano è importante tanto quanto quello finanziario, e una forza lavoro industriale d’élite costituisce di per sé un deterrente per i nostri nemici. Come ha spiegato il Segretario al Tesoro Scott Bessent nel suo intervento al Reagan National Economic Forum, i saldatori e gli operatori meccanici americani rappresentano «una riserva di competenze pratiche» che può aiutare il nostro Paese ad «adattarsi rapidamente» in tempi di conflitto.80

In città come Weirton, quel bacino esiste ancora. Lì non si produce più acciaio dal 2024, ma vi vivono circa diciottomila persone, tra cui centinaia dei migliori operai siderurgici del Paese. Si tratta di uomini dotati delle conoscenze tecniche e delle competenze metallurgiche necessarie non solo per produrre acciaio, ma anche per innovare e inventare nuovi prodotti direttamente in fabbrica. Molti di loro sono figli e nipoti dei veterani che hanno combattuto nella Seconda guerra mondiale e di uomini come Larry Lafferty, presidente del Sindacato Indipendente di Weirton, che promise con grande coraggio che l’acciaieria non avrebbe smesso di produrre acciaio finché l’America non avesse ottenuto la vittoria.

Questi uomini credono ancora in quella promessa. Se visitate la sede del loro sindacato, vi regaleranno una maglietta con la scritta “Weir Steel Standing”. Loro comprendono, in un modo che i nostri stessi leader militari e i magnati dell’industria hanno dimenticato, l’importanza di Weirton per la sicurezza americana. Infatti, è proprio quel senso del dovere e quel patriottismo il motivo per cui molti di loro restano e continuano a sperare che qualcuno nel governo o nell’industria sia disposto a effettuare gli investimenti necessari per riavviare l’acciaieria che ha contribuito a rendere l’America una superpotenza globale.

Nel 2000, Buchanan si chiese: «Che fine ha fatto il nostro Paese, se voltiamo le spalle a persone come queste?»

La risposta è il declino americano. La nostra base industriale è crollata e, con essa, la nostra identità di società produttrice di beni concreti. In sua assenza, siamo diventati sempre più atomizzati, divisi e incerti riguardo al nostro scopo nazionale. E tutto ciò, a sua volta, ha eroso la nostra deterrenza e incoraggiato l’aggressività dei nostri nemici. Oggi siamo un Paese in grado di costruire sottomarini alimentati dalla fissione nucleare e guidati dall’intelligenza artificiale, eppure facciamo fatica a produrre abbastanza acciaio per vararne più di una manciata all’anno.

Dobbiamo quindi porci una nuova domanda. Cosa accadrà quando ci schiereremo ancora una volta dalla parte della popolazione di Weirton? Cosa accadrà quando attueremo le misure necessarie per rilanciare l’industria siderurgica americana?

Se faremo le scelte necessarie, non ci limiteremo a ripristinare la potenza industriale degli Stati Uniti come forza deterrente. Assisteremo anche alla rinascita di comunità che sono state trascurate e maltrattate per decenni.

I singoli lavoratori saranno i primi a trarne beneficio. A uomini e donne di località come Weirton è stato ripetutamente detto di lasciare le proprie case, imparare a programmare e cercare lavoro altrove. L’attuazione di queste politiche riporterebbe l’industria pesante nel cuore dell’America e consentirebbe loro di mettere nuovamente a frutto i propri straordinari talenti. La produzione dell’acciaio è anche molto più di un semplice lavoro. Questo tipo di lavoro manuale, onesto e ben retribuito, offre ai lavoratori un senso di orgoglio e di stabilità che semplicemente non può essere eguagliato dallo stoccaggio di merci cinesi a basso costo nei negozi al dettaglio, dal girare hamburger nella catena di fast food locale o dal ricevere per posta un assegno di reddito di base universale.

Questi posti di lavoro andranno a beneficio anche delle famiglie. La produzione dell’acciaio garantirà una stabilità economica che incoraggerà giovani uomini e donne a sposarsi, acquistare una casa e crescere dei figli. Tradizionalmente, i lavori nel settore siderurgico hanno garantito una retribuzione sufficiente a mantenere una famiglia con un unico reddito, oltre a offrire assicurazione sanitaria, benefici e altre tutele che rendono molto più fattibile avere una famiglia numerosa. I turni regolari dell’acciaieria consentiranno a un padre di essere a casa per la cena in famiglia, sugli spalti il venerdì sera per la partita di football di suo figlio e in chiesa la domenica. Col passare del tempo, settimana dopo settimana, tutto ciò si traduce in qualcosa che sta diventando sempre più raro nella vita americana: comunità intergenerazionali in cui nipoti e pronipoti possono condurre una vita felice e prospera senza doversi allontanare di centinaia di miglia dai propri parenti.

A loro volta, queste comunità possono costruire una ricca vita civica. Oggi ci stupiamo del fatto che quasi ogni città siderurgica americana avesse un tempo un teatro attivo, un teatro dell’opera, una biblioteca pubblica, un circolo di dibattito e un quotidiano, ma queste istituzioni erano semplicemente il risultato di una solida base industriale nazionale. Se ripristiniamo quella base industriale, assisteremo a una rinascita di quel tipo di vita comunitaria idilliaca che il mondo intero identifica con il Sogno Americano. I lavoratori avranno più soldi da mettere nel cesto delle offerte. Le aziende investiranno in piscine, campi da baseball e biblioteche, come fece un tempo la Weirton Steel. E i governi statali e locali disporranno di una base imponibile più solida da cui attingere per le scuole, i sistemi idrici e una serie di progetti di miglioramento. A tempo debito, la Rust Belt tornerà a essere conosciuta come la Steel Belt.

Tutto ciò renderà la nostra nazione forte e formidabile. Il rilancio dell’industria siderurgica rappresenta un primo passo verso la ricostruzione di una base industriale militare e commerciale reintegrata, in grado di reggersi sulle proprie gambe, di aumentare la produzione quando necessario e di sostenere l’industria e le forze armate americane attingendo dalle proprie eccedenze piuttosto che dalle carenze. Una nazione di questo tipo non solo è in grado di vincere in battaglia, ma, cosa ancora più importante, può scoraggiare un aggressore senza dover sparare un solo colpo né perdere una sola vita. L’indipendenza industriale americana è la chiave di questo futuro. Ci consentirà di provvedere alle nostre famiglie, di scoraggiare i nostri avversari e, se Dio vorrà, di garantire una pace duratura.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (Autunno 2026): 3–24.

Note

Pat Buchanan, “Trascrizione del discorso di accettazione di Pat Buchanan”, ABC News, 12 agosto 2000.

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10 Zuros, “La storia tra le colline: c’è sempre un ‘migliore’”.

11 Zuros, “La storia tra le colline: c’è sempre un ‘migliore’”.

12 Paul Zuros, “History in the Hills: Local History on Film”, Weirton Daily Times, 29 marzo 2025.

13 Emily Stimpson Chapman, “Il cuore del francescanesimo: 75 anni di fede e ragione”, Franciscan Magazine, inverno 2022.

14 Garphil Julien, “Valutazione dei modelli di finanziamento per le piccole e medie imprese manifatturiere”, American Affairs 9, n. 1 (primavera 2025): 30–39.

15 Ella Jennings, “Che fine ha fatto Weirton? Parte 3: Come va la fabbrica”, West Virginia Public Broadcasting, 15 luglio 2019.

16 David G. Tarr, “La crisi dell’acciaio negli Stati Uniti e nella Comunità europea: cause e misure di adeguamento”, in Questioni relative alle relazioni commerciali tra Stati Uniti e Comunità europea, a cura di Robert E. Baldwin, Carl B. Hamilton e André Sapir (Chicago: University of Chicago Press, 1988), 173–200.

17 Curt Tarnoff, Il Piano Marshall: struttura, risultati e significato, Rapporto CRS n. R45079 (Washington, D.C.: Congressional Research Service, 18 gennaio 2018), 11.

18 Tetsuji Okazaki, “La politica industriale in Giappone: 70 anni di storia dal secondo dopoguerra”, Japan Spotlight, marzo/aprile 2017, pp. 57–61.

19 Harry M. Caudill, Night Comes to the Cumberlands: A Biography of a Depressed Area (Boston: Little, Brown, 1963), 366.

20 Sherman Cahal, “Weirton Steel”, Abandoned, 1° marzo 2026.

21 Jonathan Rowe, “Weirton Steel: Buying Out the Bosses”, Washington Monthly, 1° gennaio 1984.

22 Jennings, “Che fine ha fatto Weirton? Parte 3.”

23 Patricia C. Matthews, “I lavoratori acquistano la Weirton Steel”, EBSCO Research Starters, 2023; Peter Behr, “La scommessa di Weirton: la proprietà dello stabilimento da parte dei dipendenti comporta rischi, sacrifici e ricompense”, Washington Post, 25 settembre 1983.

24 “Weirton Steel Corporation”, Encyclopedia.com.

25 Cahal, “Weirton Steel”.

26 Anick Jesdanun, “USA: Brasile e Giappone hanno praticato il dumping sull’acciaio”, CBS News, 12 febbraio 1999.

27 Fred Schneyer, “Le difficoltà del settore siderurgico spingono Weirton al fallimento”, Plansponsor, 19 maggio 2003; Glenn Beamer, “Sostenere la Rust Belt: un’analisi retrospettiva dell’acquisizione della Weirton Steel da parte dei dipendenti”, Labor History 48, n. 3 (agosto 2007): 277–99.

28 John Raby, “Cleveland-Cliffs chiuderà il suo stabilimento di stagno nel West Virginia e licenzierà 900 dipendenti a seguito di una sentenza in materia di dazi”, WOUB Public Media, 15 febbraio 2024.

29 Elbridge A. Colby, The Strategy of Denial: American Defense in an Age of Great Power Conflict (New Haven: Yale University Press, 2021).

30 “Legge doganale del 1890 (Legge McKinley)”, Federal Reserve Bank di St. Louis, consultato nel luglio 2026.

31 Partito Repubblicano, “Programma del Partito Repubblicano del 1896”, American Presidency Project, consultato nel luglio 2026.

32 Kyle Mizokami, “Quando la Singer Sewing Machine Company costruì la migliore pistola calibro .45 mai realizzata”, Popular Mechanics, 26 settembre 2018.

33 “Rock-Ola e la carabina M1: quando i jukebox incontrano le armi da fuoco”, Powder and Lead, 2023.

34 Ufficio dello Storico, Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, “NSC-68, 1950”, Tappe fondamentali nella storia delle relazioni estere degli Stati Uniti, consultato nel luglio 2026; “Dichiarazione di politica redatta dal direttore dello Staff di pianificazione politica (Nitze)”, 30 luglio 1952, in Relazioni estere degli Stati Uniti, 1952–1954, Affari di sicurezza nazionale, vol. 2, parte 1, doc. 14 (Washington, D.C.: Government Printing Office, 1984).

35 Arman Sidhu, “The Rise and Fall of the US Strategic Mineral Stockpile”, Geopolitical Monitor, 2 aprile 2026.

36 Congresso degli Stati Uniti, Senato, Commissione per gli Affari Interni e Insulari, Sottocommissione Economica per i Minerali, i Materiali e i Combustibili, Accessibilità dei materiali strategici e critici per gli Stati Uniti in tempo di guerra e per la nostra economia in espansione, S. Rep. n. 1107, 83° Congresso, 2ª sessione. (Washington, D.C.: Government Printing Office, 1954).

37 Franklin D. Roosevelt, “Fireside Chat, [29 dicembre 1940]”, American Presidency Project, consultato nel luglio 2026.

38 Dwight D. Eisenhower, “Discorso di addio del presidente Dwight D. Eisenhower [1961]”, Archivi Nazionali, consultato nel luglio 2026.

39 Shyam Sankar e Madeline Hart, Mobilize: Come rilanciare la base industriale americana e impedire la terza guerra mondiale (New York: Simon & Schuster, 2026).

40 Congresso degli Stati Uniti, Ufficio per la Valutazione Tecnologica (OTA), “Tecnologia e ristrutturazione industriale”, cap. 8 in Tecnologia e competitività dell’industria siderurgica, OTA-M-122 (Washington, D.C.: Ufficio di stampa del governo degli Stati Uniti, giugno 1980), 247–64.

41 Indiana Historical Bureau, “Legacy of Steel / Burns Harbor Steel Plant”, Indiana Historical Markers, installato nel 2018; Global Energy Monitor, Global Iron and Steel Tracker, versione di giugno 2026 (V1), consultato nel luglio 2026.

42 Karel Eloot et al., “EAF Steel: Beyond the Blast Furnace”, McKinsey Global Institute, 30 giugno 2026.

43 Brian N. Shaffer et al., Carbone metallurgico — Giacimenti, produzione, risorse, dinamiche di mercato e rischi della catena di approvvigionamento, Scheda informativa 2026-3061 dell’U.S. Geological Survey (Reston: U.S. Geological Survey, 2026).

44 C. Stuart McGehee, “Giacimento carbonifero Pocahontas n. 3”, e-WV: L’Enciclopedia del West Virginia, 25 aprile 2024.

45 “Flat Top–Pocahontas Coal Field”, West Virginia Explorer, consultato nel luglio 2026.

46 Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, Ufficio per l’Industria e la Sicurezza, Ufficio per la Valutazione Tecnologica, L’effetto delle importazioni di acciaio sulla sicurezza nazionale: un’indagine condotta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, e successive modifiche (Washington, D.C.: Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, 11 gennaio 2018), 46.

47 CRU e Clean Air Task Force, Percorsi di decarbonizzazione e raccomandazioni politiche per il settore siderurgico degli Stati Uniti (Boston: Clean Air Task Force, 14 aprile 2025).

48 Editoriale AMS, “Il piano di Nucor per l’acciaio a basse emissioni di carbonio: tecnologia EAF, controllo dei rottami e rendicontazione trasparente”, Automotive Manufacturing Solutions, 16 giugno 2026.

49 Cfr. la tabella 5 in: Shaffer et al., Metallurgical Coal.

50 “Materie prime”, World Steel Association, consultato nel luglio 2026.

51 David A. Buckingham, Le scorte di acciaio utilizzate nel settore automobilistico negli Stati Uniti, Scheda informativa 2005-3144 dell’U.S. Geological Survey (Reston: U.S. Geological Survey, 2006).

52 Christopher A. Tuck, “Rottami di ferro e acciaio”, in Mineral Commodity Summaries 2026 (Reston: U.S. Geological Survey, 2026), pp. 104–5.

53 Eric J. Labs, Testimonianza sulle sfide che devono affrontare i programmi di costruzione navale della Marina e della Guardia Costiera e la base industriale cantieristica (Washington, D.C.: Congressional Budget Office, 22 aprile 2026).

54 Museo Nazionale del Patrimonio Siderurgico, “Il sito siderurgico di Coatesville”, Roll That Steel! La laminazione, Coatesville e il più grande laminatoio di lamiere al mondo, consultato nel luglio 2026.

55 Johnny R. Wolfe Jr., “Dichiarazione del viceammiraglio Johnny Wolfe, USN, direttore dei programmi sui sistemi strategici, dinanzi alla sottocommissione per le forze strategiche della commissione per le forze armate del Senato in merito alla richiesta di bilancio per l’anno fiscale 2026 relativa alle forze nucleari e alle attività di difesa nel settore dell’energia atomica”, 20 maggio 2025.

56 W. J. Hennigan, “All’interno dello stabilimento dell’esercito statunitense che produce proiettili di artiglieria per l’Ucraina”, Time, 3 febbraio 2023.

57 Marc Levy, “La lunga guerra in Ucraina evidenzia la necessità per l’Esercito degli Stati Uniti di modernizzare la produzione di munizioni”, PBS NewsHour, 23 aprile 2023.

58 Tara Copp, “Perché il proiettile da 155 mm è così fondamentale per la guerra in Ucraina”, Military Times, 23 aprile 2023.

59 J. D. Vance, “I conti sull’Ucraina non tornano”, New York Times, 12 aprile 2024.

60 Lolita C. Baldor, “Lo stabilimento di produzione di carri armati in una piccola città dell’Ohio svolge un ruolo importante nella guerra in Ucraina”, PBS NewsHour, 17 febbraio 2023.

61 Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, “Pubblicazione di una relazione sull’effetto delle importazioni di trasformatori e componenti per trasformatori sulla sicurezza nazionale: un’indagine condotta ai sensi della Sezione 232 del Trade Expansion Act del 1962, e successive modifiche”, Federal Register 86, n. 220 (18 novembre 2021): 64606–85.

62 Sonal C. Patel, “Le associazioni di categoria del settore energetico statunitense segnalano una grave carenza di acciaio elettrico”, Power, 25 maggio 2023; Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, Resilienza dei grandi trasformatori di potenza: relazione al Congresso (Washington, D.C.: Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, luglio 2024), 15; «Butler Works», Cleveland-Cliffs Inc., consultato nel luglio 2026; «Zanesville Works», Cleveland-Cliffs, consultato nel luglio 2026.

63 Cfr. “Dipendenza da apparecchiature e materiali esteri” in: Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti, Resilienza dei grandi trasformatori di potenza, 15; Azhar Fayyaz, “Ci vorrà del tempo per colmare il divario tra domanda e offerta di grandi trasformatori di potenza negli Stati Uniti”, PTR Inc., 25 agosto 2022.

64 “Cleveland-Cliffs annuncia la realizzazione del suo nuovo stabilimento all’avanguardia per la produzione di trasformatori elettrici a Weirton, West Virginia”, Cleveland-Cliffs Inc., 22 luglio 2024.

65 Craig Howell, “Cleveland-Cliffs interrompe gli investimenti nel progetto relativo ai trasformatori di Weirton”, Weirton Daily Times, 8 maggio 2025; Aaron Parker, «Cleveland-Cliffs interrompe lo sviluppo dello stabilimento di produzione di trasformatori presso la sede di Weirton», WV MetroNews, 7 maggio 2025.

66 Marco Rubio, “La politica industriale americana e l’ascesa della Cina”, American Mind, 10 dicembre 2019.

67 Ufficio esecutivo del Presidente, “Decisione presidenziale ai sensi della sezione 303 del Defense Production Act del 1950, e successive modifiche, relativa alle infrastrutture di rete, alle attrezzature e alla capacità della catena di approvvigionamento”, Federal Register 91, n. 77 (23 aprile 2026): 21931–32.

68 Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, “Comunicato del Consiglio di Stato sulla pubblicazione di ‘Made in China 2025’”, trad. Center for Security and Emerging Technology, 8 marzo 2022.

69 “Fatto della settimana: un nuovo studio rivela che la quota degli Stati Uniti nella produzione manifatturiera globale scenderà all’11% entro il 2030”, Information Technology and Innovation Foundation, 18 febbraio 2025.

70 Kristen D. Burton, “Grandi responsabilità e nuovo potere globale”, Museo Nazionale della Seconda Guerra Mondiale, 23 ottobre 2020.

71 Bruno Venditti, “Classifica: i maggiori paesi produttori di acciaio al mondo”, Elements by Visual Capitalist, 23 maggio 2026; “Produzione di acciaio grezzo a dicembre 2025 e dati complessivi sulla produzione mondiale di acciaio grezzo nel 2025”, World Steel Association, 23 gennaio 2026.

72 “Shanghai Baosteel Group Corporation”, Encyclopedia.com, consultato nel luglio 2026.

73 William Hamilton, “La launching California’s Steel Junk on a Passage to China”, Washington Post, 19 marzo 1993.

74 “Coking Coal”, Critical Raw Materials Alliance, consultato nel luglio 2026.

75 Todd Young, “Rebuilding America’s Sea Power”, American Affairs 10, n. 1 (primavera 2026): 3–11.

76 Congresso degli Stati Uniti, Senato, Commissione per le piccole imprese e l’imprenditoria, “Made in China 2025 e il futuro dell’industria americana”, audizione, 116° Congresso, 1ª sessione, 27 febbraio 2019, S. Hrg. 116-22 (Washington, D.C.: Ufficio di pubblicazione del governo degli Stati Uniti, 2019).

77 “Scheda informativa: Il presidente Donald J. Trump rilancia la splendida industria americana del carbone pulito”, Casa Bianca, 8 aprile 2025.

78 Marc Levy, “Un’esplosione mortale solleva interrogativi sul futuro di un’acciaieria statunitense”, Claims Journal, 20 agosto 2025.

79 Società statunitense per il finanziamento dello sviluppo internazionale (DFC), “La DFC annuncia investimenti a sostegno dello sviluppo lungo il corridoio di Lobito”, 4 dicembre 2024; Società statunitense per il finanziamento dello sviluppo internazionale (DFC), “La DFC stanzia 125 milioni di dollari per modernizzare il cantiere navale di Elefsina in Grecia e creare un hub strategico per l’approvvigionamento energetico nel Mediterraneo”, 6 novembre 2023.

80 Scott Bessent, “Discorso del Segretario al Tesoro Scott Bessent al Forum economico nazionale Reagan del 2026: Mentre l’America dormiva”, Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, 29 maggio 2026.

Rassegna stampa francese, 13a puntata a cura di Gianpaolo Rosani

Otto mesi sono al tempo stesso un periodo breve e un’eternità in politica. Soprattutto quando all’orizzonte si profila un’elezione presidenziale dall’esito incerto. Dopo un’estate di relativa calma nella corsa all’Eliseo, la fine di agosto segna un netto cambio di ritmo. La dichiarazione di candidatura di Raphaël Glucksmann, le crescenti tensioni tra Gabriel Attal ed Édouard Philippe, le divisioni degli Ecologisti sulla loro strategia, il ritorno in grande stile dei «Insoumis» nella Drôme, il
primo dibattito al Medef questo giovedì tra i principali candidati di fronte agli imprenditori… I segnali di un’accelerazione della campagna si stanno moltiplicando negli ultimi giorni.


28.08.2026
Le Pen-Mélenchon: le primarie possono impedire il duello?
Mentre il nostro sondaggio Ifop-Fiducial conferma il netto vantaggio di Marine Le Pen e l’avanzata di Jean-Luc Mélenchon, lo scenario delle primarie sia a sinistra che a destra torna con forza
Di John Timsit
A otto mesi dalle presidenziali, la campagna elettorale si intensifica. Marine Le Pen rimane la grande favorita, con una percentuale compresa tra il 33% e il 35% delle intenzioni di voto.

La sua personalità, descritta come brusca e irritabile, potrebbe rivelarsi utile nel suo duello contro Trump. Tra i canadesi, il 76% è favorevole alla rottura dei negoziati con la Casa Bianca, mentre il 62% appoggia le ritorsioni da lui proposte. Il Primo Ministro canadese ha rifiutato di siglare un accordo commerciale con l’amministrazione Trump, che minacciava il suo Paese con dazi punitivi, promettendo di imporre agli Stati Uniti sovrattasse equivalenti.

27.08.2026
10 COSE DA SAPERE SU… Mark Carney
Il primo ministro canadese ha deciso di ingaggiare un braccio di ferro con Donald Trump, nuovamente impegnato in una guerra commerciale con il proprio vicino

Di Sarah Diffalah e Timothée Vilars
1 RESISTENZA
«Non permetteremo a nessun Paese di decidere del nostro futuro»: il 22 agosto il Primo Ministro canadese
ha rifiutato di siglare un accordo commerciale con l’amministrazione Trump, che minacciava il suo Paese
con dazi punitivi, promettendo di imporre agli Stati Uniti sovrattasse equivalenti, «al dollaro vicino».

Kevin Warsh finora lascia i mercati nell’incertezza riguardo alle sue intenzioni. Tuttavia, alcuni investitori ritengono che dovrà cambiare tono per rassicurare i mercati obbligazionari sempre più agitati. I tassi di interesse a lungo termine hanno ripreso a salire nelle ultime settimane, nonostante lo status quo monetario della Fed. Il rendimento dei Treasury con scadenza a 30 anni ha toccato il livello più alto degli ultimi vent’anni, superando il 5,3%. Le tensioni sul debito statunitense hanno
spinto il segretario al Tesoro, Scott Bessent, a intervenire sui mercati per limitare i danni. Con un debito pubblico di oltre 40.000 miliardi di dollari, gli Stati Uniti difficilmente possono permettersi di perdere il controllo sui tassi. La vaghezza con cui mantiene le proprie posizioni gli consente di non soffermarsi sull’apparente contraddizione tra la sua volontà di combattere l’inflazione e il desiderio della Casa Bianca di vedere i tassi scendere il più rapidamente possibile.


27.08.2026
Inflazione, debito, indipendenza: a Jackson Hole il presidente della Fed è atteso su tutti i fronti
Lo stile di comunicazione del nuovo presidente della Fed, Kevin Warsh, ha contribuito alle tensioni sui mercati obbligazionari. Tuttavia, sono pochi gli investitori che si aspettano una spiegazione dettagliata in occasione del simposio dei banchieri centrali a Jackson Hole.

Il simposio della Fed di Kansas City, che si tiene ogni anno a Jackson Hole, nello Stato del Wyoming, ospiterà quest’anno il nuovo presidente della Federal Reserve, Kevin Warsh.
Di Bastien Bouchaud — Ufficio di New York
La «scatola nera» della Fed svelerà i propri segreti? Kevin Warsh si appresta a tenere venerdì il suo primo importante discorso al simposio di Jackson Hole in qualità di presidente della Federal Reserve.

Di cosa hanno parlato John Ratcliffe e i suoi interlocutori russi? Mosca si rifiuta di fornirne i dettagli, ma Donald Trump ha fornito mercoledì un primo elemento di risposta. In un’intervista, il presidente americano ha definito il viaggio «quasi di routine» e ha assicurato che non era collegato né all’Iran né a eventuali minacce russe contro la NATO. «Vorremmo che la guerra in Ucraina finisse», ha dichiarato, senza specificare se la fine del conflitto fosse stata menzionata direttamente durante i colloqui di John Ratcliffe con i servizi russi. Il contesto permette di delineare diverse ipotesi.


27.08.2026
L’intrigante visita del capo della CIA a Mosca
La visita a sorpresa del direttore della CIA a Mosca, martedì, non ha dato luogo a un incontro con Vladimir Putin. Secondo il Cremlino, John Ratcliffe ha avuto dei «contatti» con i servizi segreti russi.

Di Matthieu Holyman
Un Boeing C-17 dell’esercito statunitense aveva fornito il primo indizio. Partito dalla base di Andrews, nei pressi di Washington, e dopo aver fatto scalo a Riga, in Lettonia, l’aereo militare è atterrato martedì mattina all’aeroporto moscovita di Vnukovo, per poi ripartire poche ore dopo.

Sondaggio dopo sondaggio, i francesi manifestano una franca ostilità nei confronti di qualsiasi tassazione delle eredità. L’importo mediano delle trasmissioni nel corso della vita è tuttavia di soli 70.000 euro, e un’ampia fetta della popolazione non riceve nulla. Ai piedi dell’Himalaya di bilancio, con 125 miliardi di euro da reperire solo per stabilizzare il debito pubblico nei prossimi anni, escludere qualsiasi misura sulla tassazione delle successioni dei più abbienti potrebbe rivelarsi delicato, soprattutto se i candidati intendono alleggerire la tassazione sul lavoro.


27.08.2026
La tassazione delle successioni: un vicolo cieco francese
Per finanziare la riduzione delle imposte sul lavoro, la sinistra ripropone l’idea di aumentare le imposte sulle successioni di importo elevato. La destra rifiuta qualsiasi aumento della pressione fiscale. Da un sondaggio all’altro, oltre l’80% dei francesi si dichiara contrario a qualsiasi aumento dell’imposta sulle successioni, che equiparano a una «tassa sulla morte» o a una doppia tassazione di una vita di lavoro.

Di Marc Vignaud
Con l’avvicinarsi della campagna presidenziale, i candidati di sinistra ripropongono le loro proposte fiscali per finanziare i propri programmi.

Nella ricerca di percorsi alternativi, non è più tempo di voci di corridoio o di dibattiti teorici: i piani per il «dopo-Ormuz» hanno iniziato a concretizzarsi. In particolare negli Emirati Arabi Uniti, già dotati di una via alternativa grazie all’Abu Dhabi Crude Oil Pipeline. I lavori procedono a pieno ritmo per raddoppiare questo oleodotto che collega, su un percorso di circa 400 chilometri, i giacimenti petroliferi di Habshan, nel nord-ovest, al porto di Fujairah, nel Golfo di Oman. L’Arabia Saudita prevede inoltre di potenziare il proprio oleodotto terrestre che, da sei mesi, le consente di smistare parte del proprio greggio senza passare per Ormuz: questa infrastruttura, che attraversa l’intero Paese da est a ovest, dal giacimento di Abqaiq, nel Golfo, fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, è già in grado di trasportare fino a 7 milioni di barili al giorno. Anche il Kuwait, paese privo di vie alternative allo Stretto di Ormuz, sarebbe interessato a partecipare a tale progetto. Se alcuni progetti sono effettivamente reali, altri servono piuttosto a lanciare un messaggio: si tratta di dimostrare agli iraniani che esistono alternative.

28.08.2026
Alla ricerca di nuove rotte per l’oro nero
I Paesi del Golfo stanno diversificando le proprie rotte di trasporto del petrolio, al fine di affrancarsi dallo stretto di Ormuz

Di Marie de Vergès
Solo sei mesi fa, l’esportazione di idrocarburi dal Golfo Arabico-Persico seguiva regole semplici: percorrere la via più diretta – lo Stretto di Ormuz – per raggiungere rapidamente l’Asia, la regione del mondo con il maggior fabbisogno energetico.

A partire dagli anni ’80, il mondo neoliberista ha provocato un forte aumento delle disuguaglianze, una riduzione delle aliquote marginali dell’imposta sul reddito, una diminuzione dell’imposta sulle società, ecc. Dal suo punto di vista, è un successo! Ma stiamo giungendo a un punto di rottura.
Stiamo passando a una forma di oligarchia plutocratica che ci riporta a una situazione precedente al 1789. Alcuni gruppi sociali si sono separati. Gli oligarchi e i plutocrati si considerano estranei alla società comune, quasi estranei all’umanità comune. Lo si vede in Elon Musk, con la sua volontà di stabilirsi su Marte, ma anche in alcuni discorsi sull’intelligenza artificiale e sul transumanesimo.
Queste persone si ritengono in grado di sottrarsi al nostro destino collettivo. La questione è sapere se una simile secessione possa durare. Una società deve mantenere una certa coesione per funzionare. Occorrono acqua, cibo, energia, infrastrutture. Tutta questa materialità presuppone un minimo di coesione sociale.

Settembre 2026
SI STA ASSISTENDO ALLA FINE O A UNA
TRASFORMAZIONE DEL LIBERALISMO?
Siamo entrati in una nuova fase del neoliberismo o stiamo scivolando verso il neomercantilismo, con un ritorno del protezionismo e dello Stato? Jacques Rigaudiat e Arnaud Orain mettono a confronto le loro analisi in un stimolante faccia a faccia.

Jacques Rigaudiat
Economista. Ex consigliere sociale dei primi ministri Michel Rocard e Lionel Jospin

Arnaud Orain
Economista e storico, direttore di studi presso l’EHESS

Intervista a cura di Christian Chavagneux
Jacques Rigaudiat, nel Suo libro Lei scrive che «l’ordine neoliberista domina il mondo occidentale».
Jacques Rigaudiat: Il neoliberismo è nato negli anni Venti e Trenta, non semplicemente per rinnovare il liberalismo, ma contro di esso e per sostituirlo. Gli ci sono voluti cinquant’anni per affermarsi.

Il liberalismo economico, inteso come grande narrativa ideologica, ha perso parte del suo splendore. Gli Stati proteggono sempre più i propri confini, intervengono con maggiore forza nell’economia, cercano di ridurre la propria dipendenza dall’estero, il tutto giustificato dalla necessità di garantire la propria sicurezza economica. Tuttavia, la globalizzazione non è scomparsa e, all’interno del proprio territorio, le norme che regolano la fiscalità, il lavoro, la finanza o la governance delle imprese rimangono in gran parte ereditate dai decenni liberali. Sebbene il mercato non venga più presentato come la soluzione a tutti i problemi, spesso continua a dettare
le regole del gioco economico interno. Il capitalismo contemporaneo si trova chiaramente in un momento di svolta. Se il liberalismo sfrenato è ormai agli sgoccioli, quale sarà la sua nuova forma?
Per alcuni, sulla scia dei sogni del magnate tecnologico americano Peter Thiel, sarà libertario:
senza leggi, senza regole. senza tasse e senza democrazia. Per altri, si sta affermando un capitalismo nazionale autoritario che si chiude verso l’esterno, promuove la repressione dei movimenti sociali e stende il tappeto rosso ai più ricchi. Da Elon Musk all’avvicinamento di numerosi grandi capitalisti francesi all’estrema destra, questa strada sembra infatti ben aperta.

Settembre 2026
NON SI È ANCORA FATTA FINE CON LE
POLITICHE ECONOMICHE LIBERALI
In un momento in cui gli Stati sono maggiormente preoccupati dalle loro dipendenze strategiche che dal libero mercato, il liberalismo economico sta perdendo terreno. Ciononostante, continua a dettare le regole del gioco in molti ambiti
Di Christian Chavagneux

A livello mondiale, dagli Stati Uniti alla Cina e persino in Europa, le parole d’ordine sono ormai la sovranità e l’autonomia strategica in nome di una sicurezza economica che richiede di ridurre la dipendenza dall’estero.

Dopo oltre mezzo secolo di progressiva affermazione, seguita da un periodo di predominio ideologico, stiamo assistendo a una profonda rimessa in discussione del liberalismo economico?
La fede nelle virtù innate del libero mercato è senza dubbio in declino. Se Donald Trump contribuisce a questa tendenza, è ben lungi dall’essere l’unico a spingere in questa direzione. È giunto il momento del ritorno delle frontiere e dell’intervento dello Stato nell’economia. Una panoramica sulle molteplici sfaccettature di questo mondo in pieno sconvolgimento.

Settembre 2026
È questa la fine del liberalismo?
Sono finiti i tempi in cui il libero mercato racchiudeva tutte le promesse. In tutto il mondo, si assiste ora allo sviluppo di politiche commerciali restrittive e a un maggiore intervento degli Stati.

Di Christian Chavagneux – Dossier illustrato da Adrià Fruitos
Dopo oltre mezzo secolo di progressiva affermazione, seguita da un periodo di predominio ideologico, stiamo assistendo a una profonda rimessa in discussione del liberalismo economico?

A causa della guerra in Ucraina e delle tensioni internazionali sempre più crescenti il mercato delle munizioni si sta irrigidendo e il governo francese intuisce che le forniture potrebbero esaurirsi molto rapidamente. «In alcuni segmenti, solo i paesi che dispongono di una produzione sul proprio territorio possono rifornire le proprie forze armate». Il ministro, che ha il vento in poppa, scende in campo per portare avanti questa questione. È infatti sostenuto dai parlamentari di tutti gli schieramenti, alcuni dei quali seguono la questione da diversi anni.

28.08.2026
Come la Francia ha riconquistato la propria sovranità nel settore delle munizioni
Giugno 2022: Emmanuel Macron lancia, con grande sorpresa dell’intero settore della difesa francese, l’economia di guerra. In una serie in cinque parti, <«La Tribune» vi accompagna per tutta questa settimana dietro le quinte di questo vasto progetto dello Stato francese guidato dall’allora ministro delle Forze armate Sébastien Lecornu (lancio, attuazione, difficoltà, resistenze…). Questo concetto è destinato
a rivoluzionare i processi industriali dei gruppi del settore della difesa. Dietro le quinte del rilancio del settore delle munizioni in Francia.

Di MICHEL CABIROL
Otto mesi dopo il lancio dell’economia di guerra, il ministro delle Forze Armate Sébastien Lecornu affronta il 2023 con l’obiettivo di far muovere anche le linee di produzione nel settore delle munizioni, in particolare quelle da 155 mm, utilizzate soprattutto dal Caesar.

Il calo dei mercati petroliferi di questa settimana non sarà sufficiente, da solo, a cancellare uno shock già incido sui bilanci delle famiglie. I dati attesi sui prezzi alla produzione in Francia e sulla massa monetaria dell’area dell’euro consentiranno di valutare la diffusione dell’aumento dei costi energetici. I primi misurano la pressione esercitata sui margini delle imprese. I secondi forniscono, insieme ad altri indicatori, informazioni sulle condizioni di finanziamento e di domanda in cui tale pressione può essere trasferita. Affinché il calo del Brent si traduca in un sollievo per l’Europa,
occorrerà ben più di un accordo diplomatico annunciato. Le navi dovranno effettivamente riprendere a navigare, i volumi esportati dal Golfo dovranno tornare, gli assicuratori dovranno ridurre i propri premi e le raffinerie dovranno ritrovare condizioni normali di approvvigionamento. La stabilità dei flussi russi rimarrà l’altra variabile fondamentale.

28.08.2026
Petrolio: il Brent scende nuovamente verso gli
87 dollari, ma l’Europa non ne risente ancora

Il Brent scende a 86,91 dollari, dopo un calo superiore al 7% in una settimana, sulla scia delle speranze di un accordo sullo Stretto di Hormuz. Tuttavia, l’incidente a una petroliera nello stretto e il persistente aumento dei prezzi dei carburanti dimostrano che l’Europa non beneficerà immediatamente di tale calo.

LT (CON REUTERS)
Il Brent ha registrato un calo di oltre il 7% in una settimana, attestandosi giovedì a circa 87 dollari al barile.
Gli investitori puntano su una graduale ripresa dei flussi attraverso lo stretto di Ormuz. Tuttavia, questa distensione rimane puramente finanziaria: sia per le imprese europee che per gli automobilisti, il costo del gasolio e della benzina non scende allo stesso ritmo del greggio.

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