Così parlava Bellavista: Napoli tra amore e libertà _ a cura di Conflits
Così parlava Bellavista: Napoli tra amore e libertà
a cura di Rivista Conflits
- Nel 1977, Luciano De Crescenzo reinterpreta Nietzsche e trasforma un professore napoletano in pensione nel profeta di una saggezza del cuore.
- La sua teoria: l’umanità si divide tra «uomini d’amore» e «uomini di libertà» — e la felicità sta proprio in questo connubio.
- Dialogo platonico ambientato in una strada di Napoli, il libro trasmette lo spirito di Napoli senza mai cadere nel folklore.
Ci vuole una certa audacia per intitolare il proprio primo romanzo con un titolo che parodia Nietzsche. Luciano De Crescenzo lo fece nel 1977 con Così parlò Bellavista — Così parlava Bellavista —, e l’allusione a Così parlò Zarathustra dice già l’essenziale del progetto: al profeta delle vette germaniche, l’autore sostituisce un professore di filosofia in pensione, napoletano purosangue, che dispensa la sua saggezza dal proprio salotto, con un buon bicchiere di vino a portata di mano. Il successo fu strepitoso : quasi 600 000 copie vendute in Italia, traduzioni in tutto il mondo e un adattamento cinematografico che l’autore stesso firmò nel 1984.
Luciano De Crescenzo, Così parlava Bellavista, traduzione francese a cura delle Éditions de Fallois
L’ingegnere diventato narratore
Luciano De Crescenzo (1928-2019) è un personaggio degno dei suoi stessi libri. Nato a Napoli, ingegnere di formazione, ha trascorso una ventina d’anni presso IBM Italia prima di lasciare tutto, a quasi cinquant’anni, per dedicarsi alla scrittura. Questo percorso — l’ingegnere che diventa narratore della propria città — non ha nulla di aneddotico: mette in luce la duplice natura della sua opera, in cui il rigore della mente razionale si pone al servizio della più calorosa oralità meridionale. De Crescenzo diventerà in seguito uno dei grandi divulgatori della filosofia greca in Italia, oltre che regista, attore e sceneggiatore. Ma *Bellavista* rimane il libro d’esordio, quello che lo ha rivelato al grande pubblico.
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Uomini d’amore, uomini di libertà
Il romanzo non racconta una trama in senso stretto. È il ritratto di una città, la Napoli della fine degli anni ’70, colta attraverso la figura di don Gennaro Bellavista e la sua visione del mondo. Secondo il professore, l’umanità si divide in due famiglie: gli uomini d’amore e gli uomini di libertà. Ai primi appartiene il « regno dell’amore », la cui capitale è Napoli : lì si ha bisogno degli altri, del calore, del legame, della presenza. Ai secondi spetta la « repubblica della libertà », piuttosto milanese e settentrionale : lì si apprezzano l’indipendenza, l’ordine, la solitudine scelta. La divisione non ha nulla di manicheo : De Crescenzo tiene a ricordare che nessun popolo è tutto bianco né tutto nero, che ognuno mescola in sé i due colori e che la ricetta della felicità si riassume in una formula: metà amore, metà libertà. Sotto la superficie dell’umorismo affiora una vera e propria fenomenologia dell’arte napoletana di vivere, tenera e disillusa al tempo stesso.
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« La ricetta della felicità si riassume in una formula : metà amore, metà libertà. »
Un dialogo platonico in una tromba delle scale
È proprio nella sua struttura che il libro si rivela più originale, e questa forma si adatta perfettamente al suo intento. De Crescenzo — che si mette in scena come personaggio, l’« ingegnere De Crescenzo » — ha costruito il suo testo come un dialogo platonico trasferito dall’agorà ateniese a una tromba delle scale napoletana. Bellavista è un Socrate partenopeo: non scrive, parla; non insegna dall’alto di una cattedra, ma attraverso la conversazione, circondato dai suoi interlocutori — il portiere Salvatore, Luigino il poeta, alcuni amici venuti dal Nord —, riuniti attorno a una buona bottiglia. Questo piccolo cenacolo ripropone, su scala di un palazzo, la scena immemorabile del maestro e dei suoi discepoli.
« Bellavista è un Socrate partenopeo : non scrive, parla. »
Da qui deriva l’alternanza che scandisce l’opera. I capitoli si rispondono secondo due schemi. Alcuni sono propriamente filosofici: sono le «lezioni» di Bellavista, duelli dialettici sull’amore e la libertà, sull’uomo meridionale, sul senso della vita — il versante del logos. Gli altri sono vignette napoletane: aneddoti, scene di strada, ritratti coloriti della vita quotidiana partenopea — il versante dell’eros e dell’oralità popolare. I due livelli non smettono mai di risuonare l’uno nell’altro: la tesi si incarna nell’aneddoto, e l’aneddoto si eleva alla dignità della riflessione. Il tutto si colloca a metà strada tra il saggio e la commedia. De Crescenzo raccontava del resto che il libro era nato dalla visita di alcuni amici lombardi, ai quali aveva improvvisato una sorta di « corso propedeutico » alla vita napoletana: Bellavista, in fondo, non è altro che questa iniziazione prolungata.
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Il cavallino rosso
Un episodio riassume da solo questo aspetto aneddotico e la differenza tra il libro e il film: il cavalluccio rosso, il cavalluccio rosso. Nel romanzo si tratta solo di un accenno fugace — un padre che compra un cavallino di legno al figlio —, ma la scena esiste solo nel film, di cui è diventata uno dei momenti più memorabili, interpretata da Riccardo Pazzaglia, co-sceneggiatore e figura di spicco della scena napoletana. Nel bel mezzo di un mercato, con un fazzoletto in una mano e nell’altra un cavallino di plastica scarlatto comprato per suo figlio, un uomo racconta come, per puro caso, abbia sventato il furto di un’autoradio. Ma ogni volta che un passante si avvicina e chiede « Scusate, ma che è successo ? » — scusate, cosa è successo ? —, lui ricomincia il suo racconto dall’inizio, con lo stesso ardore, all’infinito, mentre tutta la folla gli fa da coro. Niente di più insignificante di questo aneddoto; niente di più rivelatore, tuttavia, di quell’arte napoletana di trasformare in spettacolo, e quasi in epopea, il più piccolo incidente della vita quotidiana. Quel giocattolo è ormai diventato una reliquia: alla morte di Luciano De Crescenzo, nel 2019, un commerciante del centro di Napoli ha drappeggiato di nero il cavallino rosso che esponeva ancora.
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Lo spirito di Napoli, senza il folklore
In Così parlava Bellavista, la vera impresa sta proprio qui: svelare lo spirito di Napoli senza mai cedere al folklore da cartolina. Qui non si parla quasi mai del Vesuvio, della pizza o della mandolina. Bellavista non è un romanzo che cede alla facilità dei cliché; è un romanzo che trasmette molto di più: lo spirito di Napoli. Ciò che Luciano De Crescenzo ci offre è un’intelligenza del cuore, una saggezza pratica che contrappone al culto dell’efficienza il primato del legame, della lentezza e dell’attenzione verso l’altro: una dolce resistenza allo spirito di serietà. E se il tema sembra a prima vista molto locale, in realtà punta all’universale, come riassume uno degli aforismi più famosi dell’autore: ognuno è il meridionale di qualcuno. Il Sud, in Bellavista, non è una geografia; è una disposizione dell’anima.
« Ognuno è il meridionale di qualcuno. »
Il cavalluccio rosso, il cavalluccio rosso, è così diventato un simbolo non solo di Bellavista e di De Crescenzo, ma della stessa Napoli. Due famose case napoletane — Marinella, per le cravatte, e Talarico, per gli ombrelli — ne hanno realizzato delle edizioni speciali a sua effigie. A riprova del fatto che la cultura popolare può ispirare anche la moda e la vita quotidiana.