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Bis al Cirque Du Hormuz – Il più grande spettacolo del mondo! _ di Simplicius

Bis al Cirque Du Hormuz – Il più grande spettacolo del mondo!

Simplicius 13 agosto
 
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La natura delirante della debacle iraniana di Trump continua a degenerare in qualcosa di veramente patetico.

Ciò richiama alla mente la famosa descrizione della caduta di Roma, una delle cui varianti recita più o meno così: «Il cittadino romano medio non si era accorto che il proprio impero fosse crollato finché, un giorno, le strade e i ponti smisero semplicemente di essere riparati».

In questo caso, la società americana vive in uno stato di “pregiudizio della normalità”, mentre i politici dall’abbronzatura artificiale blaterano di una sorta di “età dell’oro”, e praticamente tutto ciò che è legato all’impero americano sta lentamente andando a rotoli.

La situazione è a dir poco sbalorditiva.

L’operato della Marina statunitense contro l’Iran continua a lasciare gli osservatori sbalorditi, alla luce delle nuove notizie secondo cui alcuni marinai starebbero letteralmente cercando di gettarsi dalla portaerei USS Lincoln:

https://www.militarytimes.com/news/your-military/2026/08/11/ Diversi marinai della USS Abraham Lincoln hanno tentato di gettarsi in mare durante un dispiegamento prolungato, secondo quanto riferito dalle famiglie/
https://www.independent.co.uk/news/world/americas/middle-east-abraham-lincon-sailors-iran-b3031718.html

Secondo quanto riferito dalle loro famiglie, alcuni marinai in preda alla disperazione a bordo della USS Abraham Lincoln hanno tentato di gettarsi in mare durante una missione prolungata in Medio Oriente.

La portaerei, con un equipaggio di circa 5.000 marinai e marines, è in missione dal 21 novembre, ma negli ultimi tempi ha fornito supporto alle operazioni militari statunitensi nel conflitto con l’Iran. Secondo quanto riferito dalle famiglie al *The Military Times*, la missione avrebbe dovuto concludersi a maggio, ma è stata prorogata senza una data di ritorno attualmente prevista.

Queste parole provengono direttamente dalle famiglie degli stessi marinai coinvolti:

Annabelle Loma, moglie di un marinaio in servizio sulla “Abraham Lincoln”, ha dichiarato alla testata che suo marito è ora in congedo per motivi medici dopo aver tentato di gettarsi dalla portaerei.

«Ha paura», disse Loma. «Pensa che verrà congedato con disonore e che, solo perché era esausto, la sua carriera di tredici anni sia rovinata, proprio così».

Maria Rodriguez, moglie di un altro marinaio, racconta che suo marito ha impedito a un altro uomo di gettarsi in mare. La Rodriguez ha riferito a The Military Times che suo marito ha afferrato il compagno di bordo per le braccia e lo ha tirato sul ponte, mentre altri tre marinai sono accorsi in suo aiuto.

Secondo alcune notizie, le condizioni di carenza di rifornimenti, gli orari di lavoro prolungati e il morale a terra a bordo della nave sarebbero talmente terribili da aver provocato una crisi di salute mentale, con i marinai che arrivano ad augurarsi di “non svegliarsi domani”.

https://www.ms.now/news/condizioni-sicurezza-uss-lincoln-guerra-in-iran

Dal seguente articolo di MS NOW (ex MSNBC):

Aaron Parnas@AaronParnasESCLUSIVA: Alcuni messaggi di testo inviati da un militare a bordo della USS Abraham Lincoln descrivono condizioni terribili. Non hanno alcun cibo fresco. Uno dei militari si è chiesto se il governo stia agendo intenzionalmente in questo modo per vedere fino a che punto riesca a “spingere al limite i marinai”.22:17 · 12 agosto 2026 · 231.000 visualizzazioni197 risposte · 1,2K condivisioni · 3,71K Mi piace

Il membro del Congresso degli Stati Uniti Mike Levin scrive:

Link

Fin dalla culla:

La culla@TheCradleMediaVIDEO | “Sei persone hanno tentato di gettarsi dalla [USS Lincoln]. L’ultimo caso risale a lunedì scorso.” Il produttore multimediale Andrew Brown ha denunciato una grave crisi di salute mentale a bordo della USS Lincoln, sostenendo che la Marina stia attivamente insabbiando le segnalazioni relative a quanto sta accadendo8:44 · 11 agosto 2026 · 685.000 visualizzazioni430 risposte · 3,95K condivisioni · 8,64K Mi piace

La situazione sembra confermare le varie voci di sabotaggio a bordo di altre navi di cui sentiamo parlare ormai da mesi.

Da un punto di vista più speculativo, l’emittente iraniana PressTV sostiene di disporre di “informazioni privilegiate” su una rissa mortale scoppiata a bordo della nave, che avrebbe causato la morte di sette marinai:

https://www.presstv.co.uk/Detail/2026/08/11/ 774174/Sconto-mortale-a-bordo-della-portaerei-statunitense-Abraham-Lincoln-che-causa-sette-morti-e-diversi-feriti

Secondo quanto riferito, sette membri della Marina degli Stati Uniti sono rimasti uccisi e molti altri feriti in un violento scontro a bordo della USS Abraham Lincoln, mentre i crescenti disordini tra l’equipaggio della portaerei hanno messo in luce le pressioni sempre più intense all’interno delle forze armate statunitensi, in un contesto di dispiegamento prolungato.

L’incidente è scoppiato dopo che un consigliere del capo del Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM), Brad Cooper, è salito a bordo della portaerei per affrontare le crescenti lamentele dei membri dell’equipaggio, a seguito delle proteste delle loro famiglie per il prolungato dispiegamento della nave, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tasnim, che cita una fonte militare ben informata.

Secondo quanto riferito, il consulente sarebbe stato accolto da fischi e gli sarebbero state lanciate bottiglie d’acqua mentre parlava a un gruppo di dipendenti.

Secondo la fonte, lo scontro è poi degenerato in una rissa tra i membri dell’equipaggio, durante la quale sono stati utilizzati coltelli e altre armi da taglio, causando la morte di sette persone e il ferimento di diverse altre.

Data la mancanza di fonti attendibili, probabilmente si tratta solo di una mossa propagandistica ironica da parte dell’Iran, ma a questo punto chi può dirlo con certezza?

Come se l’immagine della guerra non fosse già abbastanza negativa, ieri è giunta la notizia che Trump è stato costretto a darsi alla fuga dalla Turchia attraverso una via di fuga ignominiosa, nascondendosi in un furgone di catering, dopo che sarebbero state rilevate minacce iraniane all’Air Force One.

Ron Filipkowski@RonFilipkowskiESCLUSIVA. Meidas è entrata in possesso di un filmato che mostra Trump nascosto nel furgone del catering mentre cambiava aereo.2:05 · 11 agosto 2026 · 207.000 visualizzazioni212 risposte · 1,38K condivisioni · 6,84K Mi piace

Poco dopo, Trump, desideroso di mantenere un atteggiamento sereno e di “tenere tutto sotto controllo”, è stato avvistato mentre giocava tranquillamente a golf a Bedminster, nel New Jersey, con un sistema mobile di difesa antiaerea AN/TWQ-1 Avenger, dotato di missili Stinger, che lo scortava intorno ai green:

Hai giocato una partita circondato dal filo spinato a fisarmonica di recente?

È uno spettacolo surreale.

Soprattutto in un momento in cui i media occidentali deridono Putin per aver presumibilmente circondato il suo “rifugio sul lago Valdai” con uno scudo anti-aereo e prendono in giro Mojtaba Khamenei perché “si nasconde come un topo”. Il Presidente degli Stati Uniti d’America sta giocando a golf circondato da filo spinato, con una batteria mobile terra-aria che gli fa da carrello da golf, solo pochi giorni dopo essere fuggito dalla Turchia in una cella frigorifera, mentre i marinai statunitensi si gettano letteralmente dalle murate delle navi ammiraglie della Marina per sfuggire a una guerra che ha visto ogni base americana nella regione essere svuotata.

Gente. Questi non sono tempi normali: potremmo essere giunti alla fase finale.

Il “bias della normalità” ci ha impedito di apprezzare appieno gli eventi straordinari e storici che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi. L’impero degli Stati Uniti sembra essere entrato davvero nella sua fase terminale.

A sottolineare tali difficoltà vi sono le notizie secondo cui il generale Dan Caine, presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore degli Stati Uniti, ritiene che gli Stati Uniti, in sostanza, non abbiano più alcuna opzione in Iran e che sia necessaria una via d’uscita che consenta di salvare la faccia per evitare il disastro:

https://www.cnn.com/2026/08/07/politica/il-generale-dan-caine-via-d’uscita-dalla-guerra-con-l’Iran

Nelle ultime settimane, il generale Dan Caine, presidente del Comitato dei capi di Stato Maggiore, ha chiarito in privato ad altri consulenti di alto livello di Trump che gli Stati Uniti devono trovare una via d’uscita dalla guerra con l’Iran — poiché le opzioni militari sul tavolo per intensificare il conflitto potrebbero ritorcersi contro di loro e la sola potenza aerea difficilmente consentirà di raggiungere gli obiettivi dichiarati dal presidente Donald Trump, secondo quanto riferito da tre fonti informate sulla questione.

«Caine sta cercando una via d’uscita», ha affermato senza mezzi termini una delle fonti.

Alla luce di ciò, Trump ha dichiarato ai giornalisti che gli Stati Uniti stanno ora adottando un approccio “discreto” nei confronti dell’Iran, un eufemismo per indicare che si sta evitando un umiliante tentativo su larga scala di sottomettere l’Iran, ricorrendo invece a pressioni economiche poiché ciò gli consente di mantenere l’illusione che gli Stati Uniti abbiano una certa iniziativa grazie al controllo sullo Stretto di Hormuz.

https://www.axios.com/2026/08/09/trump-iran-interview

«Stiamo solo conducendo una sorta di negoziazione con loro. Ci limitiamo a osservare l’Iran, con la sua altissima inflazione e il fatto che non abbia soldi.»

[Trump] ha sottolineato che l’Iran «verso in condizioni economiche molto gravi» e non ha soldi per pagare le proprie truppe. Il blocco navale statunitense ha aggravato la crisi economica del regime iraniano, ha affermato Trump.

Trump ha descritto il presunto controllo degli Stati Uniti come un “muro d’acciaio” impenetrabile, nonostante avesse ammesso in precedenza che potrebbero esserci alcune fastidiose mine a impedire alle compagnie di navigazione più caute di far transitare le proprie navi:

Molti altri esperti del settore hanno espresso l’opinione opposta, ovvero che non vi siano prove che una quantità significativa di petrolio transiti attraverso la rotta dell’Oman, che Trump sostiene di agevolare con il suo “muro di latta”:

Il WSJ riferisce ora che Trump, in sostanza, sa di aver perso ed è disposto a rinunciare alla guerra con l’Iran anche senza un accordo sul nucleare, purché l’Iran sia così gentile da riaprire lo Stretto di Ormuz, che è diventato lo spauracchio dell’intera sua eredità presidenziale.

Dall’articolo:

WASHINGTON — Da settimane il presidente Trump stava preparando il terreno per dichiarare vittoria nella guerra contro l’Iran nel caso in cui Teheran avesse riaperto completamente lo Stretto di Ormuz, arrivando persino a ventilare in privato ai suoi collaboratori di alto livello l’idea di essere disposto a rinunciare all’accordo nucleare, secondo quanto riferito da funzionari statunitensi.

Ma quell’obiettivo ridimensionato è diventato più difficile da raggiungere quando sabato l’Iran ha ribadito le sue richieste più esorbitanti mai avanzate per consentire il libero transito nella via navigabile, chiedendo, tra le altre cose, pagamenti per miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti, il ritiro delle truppe americane dalla regione e la fine del blocco navale statunitense.

Proseguono poi osservando che l’Iran è consapevole del dilemma di Trump e sta deliberatamente aumentando sempre più i costi per impedire a Trump di ritirarsi salvando la faccia, dato che ora è l’Iran ad avere tutte le carte in mano e a controllare l’intera situazione:

«Le recenti richieste intransigenti dell’Iran riguardo alla riapertura dello stretto rendono sempre più difficile per il presidente trovare una via d’uscita dal conflitto che gli consenta di salvare la faccia», ha affermato Mona Yacoubian, direttrice del programma sul Medio Oriente presso il Center for Strategic and International Studies, un think tank di Washington.

Gregory Brew, esperto di Iran presso la società di consulenza Eurasia Group, ha affermato: «Gli iraniani sono pienamente convinti che Trump voglia tirarsi fuori e che sia concentrato sull’apertura dello stretto, ed è per questo che stanno adottando una linea dura».

Con le elezioni di medio termine alle porte e i prezzi della benzina ancora alle stelle, a Trump sta finendo il tempo in questa sfida all’ultimo sangue contro l’avversario che ha “distrutto” ben cinque volte.

Ora, a meno di tre mesi dalle elezioni di medio termine e con il prezzo della benzina ancora molto più alto rispetto a prima dell’inizio della guerra alla fine di febbraio, Trump sta cercando il modo di far credere all’opinione pubblica americana che la guerra sia stata vinta.

Si suppone che la “polvere nucleare” verrà nuovamente considerata irrilevante.

Per l’Iran, la vittoria nella guerra ha inaugurato una fase completamente nuova di sviluppo nazionale:

Un rappresentante del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha affermato che i missili balistici iraniani vengono ora prodotti a un ritmo più veloce di quello con cui vengono lanciati, e che l’Iran è in grado di sostenere la guerra a tempo indeterminato:

Un alto consigliere del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) ha dichiarato mercoledì che tutte le armi, le munizioni e le attrezzature iraniane sono ora di produzione nazionale, che i missili balistici vengono prodotti a un ritmo più veloce di quello con cui vengono lanciati e che l’Iran potrebbe sostenere la guerra per anni.

Il generale di brigata Mohammad Reza Naghdi, consigliere di alto livello del comandante in capo del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), ha dichiarato alla televisione di Stato che «il fattore determinante della nostra vittoria nella guerra contro l’America è la forza della nostra fede».

Nell’ambito della nuova dottrina, secondo quanto riferito l’Iran starebbe aprendo alla possibilità di portare la guerra sul “territorio nemico”, forse in un certo senso ricalcando la recente strategia dell’Ucraina nei confronti della Russia:

https://www.ibtimes.co.uk/la-Guardia-Rivoluzionaria-iraniana-minaccia-il-territorio-statunitense-stretto-di-Hormuz-fallimento-dei-colloqui-1813806

La nuova dottrina militare iraniana incarica il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) di attaccare il nemico sul proprio territorio

TABNAK, 12 agosto – Il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) iraniano deve essere in grado di portare la guerra in territorio nemico, ha affermato mercoledì un alto comandante, aggiungendo che all’IRGC era stato ordinato di sviluppare la capacità di condurre operazioni offensive oltre i confini nazionali.

Le cose non potrebbero andare peggio per la manovra di distrazione di Trump sullo Stretto di Hormuz.

https://www.economist.com/interactive/trump-approval-tracker

Con l’Economist che registra un indice di gradimento ai minimi storici negli ultimi sondaggi, in un contesto di immagini sempre più umilianti, non si può fare a meno di chiedersi per quanto tempo ancora Trump potrà continuare a recitare la parte di Leslie Nielsen.


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Stati Uniti e Cina nella corsa all’intelligenza artificiale _ da Le Grand Continent

Stati Uniti e Cina nella corsa all’intelligenza artificiale
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Rapporto di forza. Secondo l’AI Index 2026 dello Stanford HAI, nel marzo 2026 il miglior modello statunitense none superava più il miglior modello cinese di circa il 2,7%, mentre alla fine del 2023 il divario era ancora di decine di punti nei principali benchmark. Questo divario si è ulteriormente ridotto con il lancio di Kimi K3 e V4-Flash di DeepSeek.
Sebbene gli Stati Uniti rimangano in testa in termini di investimenti (285,9 miliardi di dollari nel 2025, contro i 12,4 miliardi investiti in Cina, senza considerare i fondi pubblici a finalità specifica) e nel settore dei semiconduttori (il B300 di Nvidia offre circa 5 volte la potenza di calcolo e 2,5 volte la larghezza di banda di memoria del miglior processore cinese attualmente in uso), la Cina domina nel campo dei brevetti (circa il 70% di quelli rilasciati tra il 2010 e il 2024), delle pubblicazioni scientifiche (il 23,2% della produzione mondiale), delle installazioni di robot industriali (volumi nove volte superiori a quelli degli Stati Uniti) e delle infrastrutture energetiche. Anche la migrazione di talenti verso gli Stati Uniti è in calo dal 2017.
Analizziamo la strategia in 1 minuto e 30 secondi. 
Dal lato americano, l’IA è una corsa esistenziale e chi arriverà per primo si aggiudicherà l’intero bottino. Investimenti massicci, l’utilizzo dell’accesso all’IA e alle infrastrutture come leva geopolitica, modelli chiusi alle frontiere (la Casa Bianca ha già  costretto Anthropic a bloccare l’accesso ai propri modelli agli stranieri), la costruzione massiccia di centri di dati, il tutto sostenuto dall’amministrazione trumpista incaricata di rimuovere le barriere normative. Un giurista americano ha spiegato che «negli Stati Uniti un panino al tonno è ormai più regolamentato di un’IA valutata diverse centinaia di miliardi di dollari». Leggi di piùLe somme in gioco sono davvero colossali. Nella corsa all’IA, quattro giganti della tecnologia spendono ogni mese molto di più dell’intero budget del progetto Manhattan. Leggi di piùDal punto di vista cinese. La strategia del PCC è illustrata al meglio dal  discorso di Xi Jinping alla Conferenza mondiale sull’IA di Shanghai, in cui il presidente cinese ha elogiato l’open source, lasciando intravedere una logica di dumping inverso. Rendendo disponibili gratuitamente i «pesi» dei propri modelli tramite download libero, la Cina si distingue da ChatGPT o Claude, accessibili solo da remoto tramite un’interfaccia a pagamento il cui accesso può essere interrotto in qualsiasi momento. Per saperne di piùLa sfida cinese è quindi una sfida di resistenza che minaccia il cuore stesso del modello finanziario americano: ogni modello aperto riduce a zero il prezzo che le aziende farmaceutiche americane possono applicare, le quali devono remunerare decine di miliardi di capitali privati, mentre gli attori cinesi, sostenuti dal capitale paziente dello Stato, possono farsi carico diperdite. Il giorno in cui l’innovazione avversaria fosse ormai allo stremo, Pechino non avrebbe alcun obbligo di lanciare la generazione successiva. Leggi di piùLa questione energetica. Gli Stati Uniti puntano sul gas naturale e sul nucleare civile come fonti energetiche chiave per soddisfare la crescente domanda di energia dell’IA. Secondo Washington, il gas nazionale, abbondante ed economico, unito a una base industriale nucleare, costituirebbe un vantaggio decisivo. Il piano statunitense non prevede alcuno spazio per le energie rinnovabili. Per due motivi: la Cina domina le catene di approvvigionamento e le batterie non consentono ancora di superare completamente il problema dell’intermittenza. Da notare: l’amministrazione Trump sta inoltre cercando di imporre questa posizione ai propri partner. 
Dal punto di vista cinese, la WAICO «mira a promuovere la cooperazione internazionale e la governance globale in materia di IA, garantendo che questa sia vantaggiosa, sicura ed equa». A differenza del quadro statunitense, essa si inserisce inoltre nel contesto delle Nazioni Unite, come dimostra la presenza del segretario generale Guterres al suo lancio. 
Nessun paese che occupi una posizione strategica nella catena del valore dell’IA fa parte della WAICO. La Pax Silica riunisce i Paesi Bassi, che detengono il monopolio delle macchine per la litografia a ultravioletti estremi, la Corea del Sud, che controlla la maggior parte della produzione di chip di memoria ad alta larghezza di banda, il Regno Unito, che svolge un ruolo chiave nell’architettura dei chip ARM, nonché il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, che dispongono di ingenti capitali e di energia a basso costo per alimentare i data center.
Nota bene  Xi Jinping si recherà negli Stati Uniti per una visita di Stato a settembre, e l’intelligenza artificiale dovrebbe essere al centro delle discussioni, mentre gli Stati Uniti accusano i laboratori cinesi di praticare la «distillazione» dei modelli di IA americani. Il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha definito tale pratica un «furto di proprietà intellettuale».
 Proposte per la Francia e l’Europa
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Un scenario elaborato da un gruppo di esperti mette in guardia dal rischio che l’Europa resti indietro nel campo dell’intelligenza artificiale nei prossimi cinqueanni e che il ritardo accumulato nei modelli all’avanguardia possa rendere l’Unione tecnologicamente dipendente dagli Stati Uniti.
Cosa fare? Due proposte da leggere sulla rivista:
Prometeo. I controlli statunitensi sulle esportazioni relativi a Mythos e Fable 5 hanno dimostrato che un modello di frontiera può essere interrotto senza preavviso e che importare IA equivale a dipendere da uno Stato terzo per una quota crescente della produttività e della sicurezza. Gli autori dell’articolo quantificano quindi le esigenze di un laboratorio di frontiera francese: 12 GW di potenza di calcolo nel 2029, un team ristretto di 1.700 persone, per un costo complessivo di 700 miliardi di dollari in tre anni, pari al 4,5-8% del PIL, con l’1,5% di finanziamento pubblico all’anno. Secondo gli autori, la scommessa sull’open source o la dipendenza negoziata tramite ASML non offre alcuna garanzia di reale autonomia: si tratta di un «nuovo momento nucleare», e l’unica domanda è se la Francia sia pronta a pagarne il prezzo. Leggi di piùThémis. Al contrario, secondo altri, l’Europa e la Francia potrebbero partire dagli «attivi lenti» (da 5 a 10 anni), piuttosto che dal blocco rapido e costoso del calcolo di addestramento: energia e terreni allacciati, flotta di inferenza sovrana da 2 a 3 GW, mantenimento di una competenza di addestramento interna tramite un appalto pubblico pluriennale, capacità di valutazione sovrana e negoziazione collettiva delle garanzie di accesso. A ciò si aggiunge il livello di orchestrazione, per il quale l’Europa dispone di reali punti di forza e dove il biglietto d’ingresso si misura in termini di capitale umano piuttosto che di potenza di calcolo. Costo: da 5 a 7 miliardi di euro all’anno, pari a circa lo 0,2% del PIL francese. Leggi di più
 E se la vera rivoluzione tecnologica non fosse l’IA?
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Secondo Martin Kenney, professore all’Università della California, sebbene l’intelligenza artificiale susciti il maggiore interesse, sono le tecnologie rinnovabili a beneficiare di miglioramenti sempre maggiori, la cui diffusione sta accelerando a livello mondiale.
Le tecnologie rinnovabili (intese come energia solare, batterie, veicoli elettrici) sembrano avere maggiori possibilità di trovarsi al centro del prossimo paradigma tecnico-economico, alla luce degli attuali sviluppi. Ciò non toglie che l’intelligenza artificiale sia una nuova tecnologia di primo piano. Leggi di piùL’enorme fabbisogno energetico dei data center rafforza questa tesi. Più che il talento, i chip o la memoria, è forse proprio l’energia a costituire il collo di bottiglia principale per l’IA. 
 Utilizzo e questioni politiche
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Secondo un sondaggio Ipsos condotto per conto di Groundwork Collaborative, il 36% degli intervistati negli Stati Uniti non utilizza mai l’intelligenza artificiale sul lavoro e il 23% lo fa raramente. Solo il 17% ne fa uso quotidianamente e il 12% alcune volte alla settimana.
Solo il 6% dei lavoratori ritiene che l’IA sostituirà il proprio posto di lavoro, mentre il 34% pensa che lo migliorerà aiutandoli a svolgere determinati compiti. Allo stesso tempo, però, il 67% ritiene che l’IA peggiorerà l’esperienza dei lavoratori eliminando posti di lavoro e aumentando la pressione sulla produttività, contro il 30% che pensa che la migliorerà.Il divario.  Il 40% dei lavoratori con un reddito superiore a 100.000 dollari si aspetta che l’intelligenza artificiale migliori la propria situazione lavorativa, contro il 19% di coloro che guadagnano meno di 50.000 dollari. Il 27% prevede che i benefici della tecnologia saranno distribuiti equamente. La questione politica e la nuova forma di populismo. La questione dell’IA sta già polarizzando la scena politica americana e potrebbe diventare il tema centrale del prossimo ciclo elettorale. Al di là del massiccio rifiuto dei centri dati, la questione della ripartizione dei profitti generati dall’IA si impone come un tema bipartisan: Bernie Sanders ha proposto un disegno di legge volto a prelevare una quota del 50% dal capitale delle grandi aziende di IA al fine di finanziare versamenti diretti ai cittadini; Steve Bannon e oltre 60 alleati di Trump hanno presentato una petizione alla Casa Bianca per chiedere che l’IA sia sottoposta a un controllo governativo; i senatori Josh Hawley (repubblicano) e Mark Warner (democratico) hanno presentato una proposta di legge che obbligherebbe i datori di lavoro a dichiarare ogni trimestre i licenziamenti legati all’IA. Leggi di piùNel suo discorso programmatico, Tucker Carlson ha dichiarato: «Le due minacce più gravi di tutta la storia conosciuta, ovvero la guerra nucleare e l’intelligenza artificiale, si profilano proprio davanti a noi.» Leggi di più
Cosa tenere d’occhio? Per Jasmine Sun, una delle nuove voci più influenti della Silicon Valley e teorica del populismo dell’IA, «L’IA ha un impatto negativo maggiore sulla base elettorale democratica (giovani, laureati, colletti bianchi) rispetto a quella repubblicana. Finché Trump è rimasto nel complesso un sostenitore dell’accelerazionismo e favorevole all’IA, molti repubblicani che volevano regolamentare questo strumento si sono astenuti dal farlo.» Leggi di piùLa Chiesa prende posizione. Centotrentacinque anni dopo la *Rerum Novarum*, la Chiesa del primo papa americano ha preso posizione nel dibattito sul futuro dell’umanità nell’era dell’intelligenza artificiale, con  un’enciclica che affronta il transumanesimo, il colonialismo digitale e la nuova religione della Silicon Valley. Il gesuita Antonio Spadaro l’ha letta per noi quiLeggi di più

LA SITUAZIONE GEOPOLITICA STRATEGICA IN MEDIO ORIENTE NELL’ESTATE DEL 2026 _ di Lucio Cornelio Silla

LA SITUAZIONE GEOPOLITICA STRATEGICA IN MEDIO ORIENTE NELL’ESTATE DEL 2026
di Lucio Cornelio Silla –

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La corrente situazione geopolitica strategica in Medio Oriente è molto diversa da quanto le narrazioni giornalistico-politiche, di molti think tanks, di molti esperti “professori”, e di molti mass media, e mass social media, lascino trasparire.
La situazione di costante latenza, ma con continui raids non decisivi, senza un attacco decisivo degli Stati Uniti d’America e di Israele contro la Repubblica Islamica dell’Iran, che fa sì che l’Iran ritagli contro i Paesi sunniti e ricchi di petrolio e gas del Medio Oriente, e lascia il controllo dello Stretto di Hormuz nelle mani di Teheran (e per estensione, sempre nelle mani iraniane, per via degli houthi, anche di Bab el Mandeb all’entrata sud del Mar Rosso).
In sostanza, questo conflitto-non-conflitto, ma con molti raid, sta dando il controllo all’Iran dell’export di petrolio dal Golfo Persico, e dell’import-export più in generale sia per lo stretto di Hormuz che per il Mar Rosso.
Pertanto, questa situazione, al prezzo di molti anziani gerarchi (sia clericali che militari, risentiti dalle leve più basse) liquidati, l’Iran sta diventando una potenza regionale, a livello della geopolitica strategica del Medio Oriente.
In pratica la proiezione già presente con milizie in Iraq, la potenzialità di colpire con missili balistici e droni l’Iraq, il Kuwait, il Bahrein, il Qatar, gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, lo Yemen, ma anche l’Oman se non collabori con loro, sommato al controllo sui due stretti, sta rendendo, pian piano l’Iran la potenza che “il che
dire”, ed il “potere esecutivo indiretto ma strutturale”, sul Medio Oriente, su importantissime tratte dell’import-export globale (e ricordiamo che dall’85% al 90% del commercio globale avviene via mare), su gran parte delle più importanti riserve energetiche, cioè gas e petrolio del mondo.
Da questo conflitto, chi sono i più perdenti dal punto di vista della geoeconomia, dell’economia politica, e della macroeconomia? La Turchia, la Germania (e per estensione gran parte dell’Unione Europea), la Cina e, in un certo senso, anche il Giappone.
La Germania (e l’Ue), la Cina, ed il Giappone sono Paesi manifatturieri, ed esclusa per una porzione la Cina che dipende in gran parte dal carbone ed in parte dal nucleare interno, dipendono tutte dall’import energetico dal Medio Oriente (non a caso, nei Paesi sunniti del Golfo la popolazione economicamente più attiva dopo i locali
erano proprio i cinesi prima che questo conflitto scoppiasse).
Il fatto che l’Iran controlli Hormuz e Bab el Mandeb pone l’Europa (soprattutto la Germania e la sua sfera economica), il Giappone, e la Cina sono ricatto da parte dell’Iran, che ha il coltello dalla parte del manico.
Inoltre, sempre per via del controllo degli stretti, questi tre poli: Giappone, Cina, Europa/Germania, essendo sia consumatori che soprattutto industriali-manifatturieri, con sistemi mercantilistici di export (anche se la Cina cerca anche di crescere il mercato interno, con coscienza delle tradizioni economiche nazionaliste non-
neoclassiche), vengono posti sotto la pressione della spada ricattale dell’Iran.
4 Agosto 2026
(Foto: Depositphotos).
Chi ovviamente ci perde sono anche tutti i Paesi sunniti del Medio Oriente, tutte le varie monarchie esportatrici di petrolio, che si trovano a dover essere sotto l’avanzante ombra dell’esecutività dell’Iran sciita nel caso vogliano continuare ad esportare petrolio ed importare investimenti e beni di consumo.
Infine, chi perde più di tutti come attore dell’area MENA? La Turchia.

Questo perché, a discapito di quanto possa apparire dall’incoerente e “andreottiana” condotta di Erdogan, gli apparati della Turchia riconoscono bene quanto la loro costruita nei decenni proiezione a Sud su quel quadrante di mondo, tanto nel dietro alle quinte, che nell’evidente alla luce del sole, sia messa sotto
scacco e ricatto dall’ascesa di potenza così prepotentemente immediata e militare sui Paesi sunniti esportatori di petrolio e di gas.
Quale sistema-Paese strategico era messo in profondo disagio, avanzando pubblicamente anche parole su futuri conflitti, dall’avanzata della Turchia nel mondo sunnita del Medio Oriente?
Israele.

Quale sistema-Paese nell’area del Mediterraneo e MENA da quantomeno tre lustri contrasta, non efficacemente, l’espansione della Turchia e vede con disagio l’espansione Turca nel Medio Oriente Sunnita? La Francia.

Quale sistema-Paese guadagna di più dal poter tornare ad esportare risorse primarie (tra cui un grande palco energetico-gasifero-petrolifero), unico suo reale modello di sviluppo a seguito dalla deindustrializzazione perseguita volutamente a partire dal 1991 da classi dirigenti di mentalità economica post-Manchesteriana e neoclassica? La Russia. Dunque, nella situazione odierna, dove l’Iran appare essere il più grande vincitore a livello di geopolitica strategica, la situazione appare avente l’Iran con costruentesi proiezione di potere esecutivo strutturale diretto-indiretto sugli stretti sul Medio Oriente.
Ma da ciò, ponendo sotto ricatto sia sull’import energetico e che d’export manifatturiero, ci guadagnano anche gli Usa.

Perché? Perché i due più grandi competitor strategici a livello geo-economico, politico economico e macro-economico sono la Germania (e per estensione il suo mercato nell’Ue) e la Cina; e in un senso lato il Giappone (lo erano fino agli anni ’90 prima dell’ascesa della Cina), seppure ora gli possa, ipoteticamente, servire in baluardo armato anti-Cina. In quanto le due cause strutturali della deindustrializzazione degli Usa sono il suo deficit delle partite correnti e il suo deficit commerciale, e le due cause maggiori sono i competitor industriali quali la Germania e la Cina. La guerra commerciale tra Usa e Germania va avanti sottotraccia da circa il 2004, mentre la guerra commerciale tra Usa e Cina, seppure con litigi al WTO sin dal 2007/2008, è esplosa dal 2017/2018, e non si è mai arrestata.
La Cina rimane schermata, comunque, da diversi fattori. In primo luogo, essa ha una potenza industriale immensa, un risparmio titanico, e un tandem tra organi strategici dello stato e produttività economica privata senza eguali, laddove allungare le tratte commerciali via Capo di Buona Speranza, invece che passare dal Mar Rosso, rimane un costo ed un peso affrontabile da Pechino. In secondo luogo, seppure abbia già perso, con il “regime change” di inizio 2026, il Venezuela, una della sue più grandi fonti di approvvigionamento di petrolio, e rischi di rimanere orfana del petrolio del Golfo Persico – o comunque di essere posta sotto ipotetico ricatto dall’Iran – la Cina sin dal principio persegue la diversificazione d’approvvigionamento energetico in ambito di gas e petrolio, e, per quanto costoso, può sempre, nei limiti del possibile, ricalibrare, seppure patendo l’urto, altrove. Infine, d’altra parte, con lungimiranza strategica preventiva di fronte a cotali sviluppi, la Cina rimane per la stragrande maggioranza del suo fabbisogno energetico dipendente dalla vastissima produzione interna di carbon fossile e delle proprie centrali elettriche a carbone (ed in parte dal proprio nucleare civile).
La Germania, e per estensione il suo mercato in Ue, sono i più sfortunati, perché, da un lato, si auto-sabotano sul nucleare, mentre, dall’altro lato, in nome di narrazioni ecologiste rigettano la produzione energetica a carbone (che pure avrebbero come risorsa mineraria sul proprio territorio, si pensi alla Saar – Saarland; e non solo). Questo fa sì che la Germania subisca fortemente il colpo della fine dell’esportazione di petrolio e gas dal Golfo.
Ad ogni modo, a livello locale, a livello regionale – macroregionale, tra i più grandi perdenti vi è in assoluto la Turchia.

La sua espansione nel Mediterraneo e nell’area MENA è da Occidente speronata dalla Francia.

A livello locale, nel Medio Oriente, viene posta sotto pressione da Israele. Mentre oggi, con questi sviluppi del 2026, la sua traiettoria di espansione d’influenza a Sud verso la Penisola Araba, si trova schiacciata a mo’ di tenaglia anche da Oriente, dall’espansione di forza ed in influenza da parte dell’Iran.
In sostanza, davanti a questa situazione, è la Turchia è il paese più danneggiato, perché la sua traiettoria d’influenza ed espansione, verso Sud, verso la Mesopotamia, verso il Golfo Persico, verso la Penisola Araba, e verso il mondo arabo-sunnita, verso le risorse di gas e petrolio, etc., è schiacciata e compressa da una manovra a tenaglia, rappresentata ad Est dall’espansione violenta dell’Iran mentre ad occidente da Israele (e per estensione dalla Francia).
Questo è davvero rilevante, giacché, la Turchia, la quale già da anni collabora in tandem nel Medio Oriente, seppure come “azionista di maggioranza” in influenza locale, con la Germania, e questo si vede in tanti investimenti che vanno da settori industriali strategici, al metodo di avanzamento del soft-power, ai settori industriali manifatturieri, alla difesa ed alla sicurezza, alla costruzione infrastrutturale. Si pensi solo che, dopo il “cambio di regime” in Siria di fine 2024, a lato dell’influenza acquisita in loco dalla Turchia, e per tramite di rappresentanti industriali e manageriali turchi, la ristrutturazione totale del sistema educativo e formativo, dall’elementare al più elevato, ha visto l’operare attivo di società di lobbying tedesche, finanche al fatto che la Siria, sin dalla decolonizzazione del Secondo dopoguerra avente un sistema educativo alla francese, abbia nell’ultimo paio d’anni impostato la sua educazione sul modello tedesco della Germania, e l’abbia fatto per tramite di esponenti manageriali della Turchia, per conto di lobbisti tedeschi. Altro importante esempio è la costruzione infrastrutturale, o anche i progetti a monte di queste realizzazioni, o progetti di realizzazione a valle, laddove capitali, manager, progettisti e scelte strategiche tra tedeschi e turchi vengono prese in tandem.
Sia per questioni di progetti di gasdotti ed oleodotti. Sia per progetti di sviluppo autostradale e ferroviario.
Progetti che puntano a fare della connettività tra l’Anatolia e la Mesopotamia, tra l’Anatolia e la Penisola Araba, un che di centrale.
Questo è ancora più rilevante sapendo che, la proiezione turca dall’Anatolia nei Balcani e nei Carpazi, si allaccia a quella tedesca dalla Mitteleuropa, ai Carpazi ed ai Balcani. Dunque, finendo del Medio Oriente, per questioni che per la Turchia saranno anche d’espansione “imperiale” d’influenza sul mondo sunnita, quanto per l’industria della Germania rappresentano sia un’apertura di mercato, ma anche una tratta via terra, evitante mare ed oceani, d’approvvigionamento delle risorse energetiche dal mondo delle monarchie arabe.
Ad ogni modo, questa proiezione verso Sud, come sopra visto in precedenza, è posta alle strette da una tenaglia, che danneggia al massimo la Turchia, e per estensione la Germania ed il suo mercato nell’Ue, ponendo la proiezione turca nel Medio Oriente sunnita schiacciata a tenaglia da ovest e da est. E da Est l’attore principale che danneggia questo sviluppo è dunque questa proiezione di potenza dell’Iran (e la sua abilità di bombardamento ad arbitrio con droni e missili sul Medio Oriente: ponendo i programmi di sviluppo infrastrutturale, economici, e d’influenza in cui la Turchia è partecipe, totalmente in pericolo e totalmente sotto ricatto).
Infine, chi è ulteriormente perdente nella situazione odierna? Ovviamente lo sono le monarchie dei paesi arabo-sunniti del Golfo e della Penisola Araba. Questo perché, posti sotto ricatto militare offensivo ad arbitrio, da un lato, perdono gli investimenti esteri, mentre, dall’altro lato, perdono la possibilità di continuare ad arricchirsi con l’export delle risorse primarie energetiche (e non è che tali paesi desertici e vuoti abbiano altra via per arricchirsi se non con questo ruolo all’interno delle tratte del commercio globale, sennò tornerebbero ad essere vuoti e poveri come prima della globalizzazione).
Pertanto, è da qui, è da queste ragioni strutturali, che emergono le costanti e lamentose “grida” all’armi da parte dei frontmen delle classi dirigenti dell’Arabia Saudita che chiedono un intervento militare dei Paesi volonterosi.
Ad ogni modo, la situazione di stallo odierna non appare andare in queste direzioni, appare invece che gli Stati Uniti ed Israele mantengano la situazione in una stasi talvolta animata da brevi scontri non decisivi, che, in cambio, permettono all’Iran di avanzare attacchi missilistici e di droni sui paesi sunniti (facendo danni economici, strategici, e pure strutturali rispetto all’equilibrio delle locali classi dirigenti).
La Turchia, che, seppure dietro un improbabile silenzio tombale, e dietro un atteggiamento di Erdogan probabilmente troppo tentennante, è una delle potenze più danneggiate in assoluto sotto ogni punto di vista, apparirebbe essere, a lato della comunanza di fede nell’islam sunnita, ed alla memoria dell’antico califfato ottomano un tempo protettore di quei luoghi, l’unica potenza militarmente rilevante che possa davvero mettersi in gioco in risposta alla chiamata disperata e dall’allarme delle monarchie sunnite arabe peninsulari e del Golfo.
Eppure, se questa strada venisse mai intrapresa, e la Turchia entrasse manu militari contro l’Iran, come si scioglierebbe il “nodo di gordio” di tutte le rilevanti situazioni e contraddizioni strutturali sopra rilevate?
Israele lascerebbe mai, in modo pacifico, alla Turchia intraprendere tale ruolo d’influenza e di sicurezza nel mondo sunnita del Medio Oriente? C’è da dubitarne. Probabilmente, a discapito dell’iniziale conflitto, si porrebbe, in mera linea di crudo interesse, in linea con Teheran in funzione anti-turca (semmai la Turchia si ponesse di peso in tali regioni). Questo, per tutte le relazioni d’influenza transnazionali d’Israele, porrebbe la Turchia in una posizione difficilissima. Un quinto della popolazione di Israele è russa. La popolazione ebraica più grande dell’Europa è in Francia. Ma la Francia è avversario strategico della Turchia in tutta l’area MENA. Gli Stati Uniti, per via dall’influenza di una certa destra evangelica, difenderebbero Israele contro la Turchia, e lo farebbero a spada tratta.
In sostanza, la Turchia, in Medio Oriente, dopo una lenta partita di decenni di avanzamento d’influenza sia di soft-power che economica, ed in certi casi di hard power, sta vedendo se stessa messa in una posizione di “scacco matto” (o di un durissimo colpo che porterebbe ad una perdita di lunghissimi di sviluppi).
Ma potrà mai reagire? Cosciente dei rischi, potrà mai la Turchia rispondere, nella propaganda ovviamente posto sotto il frame di fratellanza islamica e sunnita, o di ricordi “ottomaneschi”, al richiamo di aiuto di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, ecc.?

Nei fatti, a livello regionale e macroregionale, Ankara è la maggiormente penalizzata e danneggiata dall’aggressivo avanzamento di Teheran. Ma, tutti i contraccolpi, ad effetto domino (prima enunciati), di un suo potenziale intervento, sono vastamente rilevanti.
Pertanto, risponderanno mai le classi dirigenti della Turchia ai colpi che il loro progetto d’influenza sta prendendo?
Tale è una lecita domanda su cui vale la pena riflettere.
Di certo, la situazione odierna, in cui l’Iran pone sotto ricatto di bombardamenti l’intero Medio Oriente, controlla gli stretti di Hormuz e di Bab el Mandeb (via houthi), ed espande la sua ombra sopra i paesi sunniti, danneggia in modo infinito la Turchia.
Per ora, con Israele e gli Usa che perseguono questi attacchi non risolutivi contro l’Iran, che hanno come solo effetto il contraccolpo dell’espansione di potere esecutivo in proiezione di violenza arbitraria a distanza dell’Iran su tutto il Medio Oriente, lasciano intravedere che, semmai non ci sarà una risposta ed un intervento decisivo, l’Iran degli Ayatollah apparirebbe essere sulla via di diventare il “padrone” del Medio Oriente.
Quanto la Turchia potrà accettare queste demolizioni a picconate del proprio progetto di traiettoria d’espansione, infrastrutturale ed economica e d’influenza senza rispondere?
Che conseguenze mai potranno accadere, ad effetto domino, se la Turchia, sulla scorta della memoria dell’antico califfato ottomano, si facesse carico militare, unica a poterlo fare in modo effettuale ed efficiente immediato nella regione, delle richieste di aiuto e sicurezza delle monarchie arabo-sunnite?
Oppure, la Turchia, con portamento “andreottiano” di Erdogan starà a guardare, a “denti stretti”, a discapito dei colpi… Attendendo, ed auspicando, invece, un intervento in grande stile “ground invasion” degli Usa contro l’Iran?
Ma, guardando la situazione interna degli Stati Uniti, è possibile ipotizzare che impongano la leva obbligatoria, e facciano uno sforzo industriale-economico bellico per portare una guerra totale ed industriale all’Iran?
Sono gli Stati Uniti, ed Israele, disposti a questo intervento?
Ad oggi, purtroppo, non appare che gli Stati Uniti, al contrario di quanto fecero per la Corea negli anni ’50 e per il Vietnam negli anni ’60 si siano preparando a questo sviluppo.
Anche se, da moltissime classiche dirigenti, locali nel mondo connesse a rete e diffuse nel mondo macchia di leopardo, dell’ordine neoliberale e neoclassico della globalizzazione, pur di porre fine alla situazione odierna, seppure originariamente contrarie al conflitto, e tra queste rientra anche quella di cui Erdogan è frontman in Turchia, appaiono essere auspicanti in questo possibile sviluppo.
Ad ogni modo, questo sviluppo, non appare venire intrapreso, neppure preparativamente, in modo coerente e sistematico da parte delle odierne apicali classi dirigenti degli Usa.
Dunque, questo, seppure annunciati e paventati in precedenza, aprirebbe ad altri scenari, molto più in stile da “polveriera dei Balcani” di fine XIX secolo ed inizio XX secolo, similitudine e/o metafora già molto cara al pensatore strategico Zbigniew Brzeziński, ma trasportata nell’odierno Medio Oriente, Mesopotamia, e Golfo Persico, degli odierni decenni del XXI secolo.
Infine, in conclusione, va osservato che, cosa che parrebbe essere sostenuta da diversi analisti, anche se, nei prossimi mesi ed anni, lo scenario più probabile nei prossimi anni non sia né un dominio dell’Iran sul Medio Oriente né una guerra tra Iran e Turchia, bensì un prolungato periodo di equilibrio instabile, questo continuerebbe ad affossare i Paesi sunniti e le monarchie sunnite, e, in special modo, la proiezione di potere della Turchia. Non solo nel lungo periodo, ma anche solo nel breve e nel medio periodo, quanto potranno tanto le monarchie sunnite quanto la Turchia continuare ad accettare cotale situazione in cui allo sviluppo ordinato, ed ad un proprio giardino di sviluppo, si sostituisce invece una situazione di caos ed incertezza in cui di certo gli attori che potranno giovare non saranno coloro che porgono sviluppo economico infrastrutturale e di soft power ma invece coloro capaci di ardire in modo diretto ed indiretto, simmetrico ed asimmetrico, la proiezione di forza bruta in un contesto caotico, violento, e mai stabilizzabile? Quanto certi attori sono e saranno disposti a subire, patire, ed a perdere prima di dire “Alea iacta est”?