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CAPITALE RUSSA NEL MIRINO: ANALISI A FREDDO _ di Daniele Lanza

CAPITALE RUSSA NEL MIRINO: ANALISI A FREDDO

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Stamane grande attacco di droni nei dintorni di Mosca stessa: colpita come al solito una raffineria, la cui colonna di fumo nero si alza ai bordi della città per essere immortalata nel modo più spettacolare possibile dai media occidentali che hanno il compito di diffonderla ai 4 angoli del globo, incorniciata da titoli in caratteri cubitali (…).

Nessuno si preoccuperà si sottolineare alcuni dettagli salienti (leggere prego*)

A – I droni lanciati sono stati 200 (notevole exploit) in massima parte abbattuti dalla contraerea della capitale, vale a dire che non sono sopravvissuti ed arrivati a bersaglio solo il 5%: comparativamente, quando le forze russe lanciano un attacco analogo su Kiev, la quota sfiora il 20%. Il punto tuttavia non è nemmeno quello: il fatto è che Mosca di droni e missili ne lancia ormai quasi 800 (!) per volta…….ed è in condizione di farlo quasi ogni singola settimana, anzichè una volta tantum.

B – Il raid ucraino avviene in coincidenza con la vigilia del congresso dell’ASEAN (associazione paesi del sud est asiatico), così come è stato 2 settimane fa, in concomitanza col forum economico internazionale di San Pietroburgo. Il comando ucraino intende chiaramente creare interferenza di tipo politico, ovvero sviare l’attenzione del pubblico da suddetti eventi (di notevole rilevanza) per attirarli invece sulle proprie azioni militari: un po come per voler dimostrare che “Kiev è in grado di colpire lontano e Mosca non è in grado di difendersi” (se uno straniero vedesse in che stato sono le città ucraine si renderebbe conto di quanto patetica possa essere la tattica).

C – Posto e premesso dunque che i raid ucraini non hanno alcun carattere militare, ma POLITICO (devono fare effetto sull’opinione pubblica), viene legittimamente da domandarsi il reale stato delle forze armate di Kiev a questo punto della guerra

Spieghiamoci meglio: è da 2 anni che l’esercito ucraino non ha più i mezzi per effettuare qualsiavoglia azione efficace. Fine estate del 2024, l’assalto nel Kursk – unica azione dell’anno, un diversivo disperato per distogliere forze russe dal Donbass ormai dato per perso – che terminò con la perdita di 70’000 militari e nessun risultato. Il 2025 ancor più eclatante: le forze di Kiev rimangono FERME tutto l’anno, mentre l’iniziativa passa totalmente a Mosca che – come si è visto – fa capitolare il nodo nevralgico di Pokrovsk in autunno. Siamo ora arrivati al 2026: le forze armate ucraine sono ancor meno in condizione di effettuare offensive sul terreno (carenza drammatica di coscritti e fanteria), ma deve pur fare qualcosa per dimostrare ai propri finanziatori euro-americani che la causa non è perduta: che fare allora ? L’azione diversiva la si fa esclusivamente “nell’aria” ovvero si procede a fare più raid aerei possibile.

Un paio di anni orsono si decise di impiegare (e sacrificare) decine di migliaia di militari e forze scelte nel KURSK, nella convizione (nemmeno stupida) che avrebbero comunque ottenuto un risultato di maggiore rilievo (soprattutto agli occhi della stampa) che non venendo banalmente bruciate nel Donbass come tutte le altre. Cioè, si immaginava che sarebbero comunque state annientate, ma la cosa sarebbe avvenuta perlomeno facendo rumore e dando un po di lustro alle forze ucraine (le quotazioni erano in ribasso e gli occidentali si domandavano se continuare a finanziare o meno).

Questa estate………..assistiamo a qualcosa di analogo: le forze di Kiev dopo quasi 2 anni di silenzio DEVONO per forza fare qualcosa di spettacolare che si guadagni le prime pagine internazionali, e dato che non hanno più gli uomini, sacrificano centinaia di droni (che tanto sono pagati integralmente dall’occidente).

In questa prima metà di giugno – tra il raid a S.Pietroburgo e quello di oggi a Mosca – avranno bruciato una scorta droni che durerebbe svariate settimane sul fronte del Donbass: solo che là non farebbe più notizia…………quindi è più conveniente dal punto di vista mediatico, conservarne un po accumularne e poi lanciarli in attacchi concentrati a grande eco di immagine (come vediamo oggi).

CONCLUSIONE.

Riassumendo: i raid che si vedono – e se ne vedranno ancora – costituiscono a tutti gli effetti l’offensiva ucraina per l’estate del 2026. La loro guerra sarà così e i risultati che vanteranno saranno di questo genere. Un’offensiva che devono fare per motivi di immagine, ma che sono ormai impossibilitati a fare con l’elemento umano (rarefatto per perdite indicibili tra le trincee) e che quindi attuano in questo modo , potendo contare sul fatto che il materiale glielo fornisce l’asse euro-atlantico in modo illimitato.

Una guerra di carattere “terroristico” tanto quanto nel 1944 lo erano le V-2 che il Reich lanciava contro Londra dalle basi in Olanda (per capirsi).

Ne seguiranno presumibilmente svariati altri e la ragione è semplice: 200 droni sparpagliati sul fronte del Donbass a questo punto della guerra non fanno più alcuna differenza……mentre invece se concentrati su Mosca o Pietroburgo o un’altra grande città dell’entroterra, almeno “fanno notizia”.

Napoleone è riuscito a mettere a ferro e fuoco Mosca……Hitler no, ma ci provò, perlomeno aprendosi la strada con migliaia di carri e aerei (e centinaia di migliaia di caduti), insomma con un “corpo a corpo” memorabile (…).

Estate 2026….? Kiev manda gli sciami di calabroni e libellule sperando forse di emulare i signori menzionati nella riga di sopra (ciascuno faccia le proporzioni: l’evoluzione antropologica dell’aggressore….quanto a pericolosità si è passati “dalla tigre dai denti a sciabola al gatto soriano”).

Esiste tuttavia anche un’altra verità che va sottolineata per onore della verità: che tale strategia ucraina (con tutto che è quello che è) sta a suo modo funzionando: questo significa – all’opposto – che la guerra di attrito impostata dal Cremlino non funziona più: occorre, purtroppo, passare ad altro e sono in molti a pensarlo.

Il sogno euro-americano di far cadere Putin potrebbe aprire la strada a qualcosa di assai più violento di quanto si sia visto sinora.

FINE.

MOSCA NEL MIRINO – CAP. 2 [MONDI CHE NON SI COMPRENDONO].

(* Aggiunta obbligata al post di ieri – lettura seria)

Ieri sera, in occasione dell’ultimo intervento scritto in merito al raid ucraino sulla capitale russa, nello zelo (seccato, ammetto) di sottolinearne l’inconsistenza militare, ho peccato nel sorvolare l’aspetto forse più critico in assoluto, dedicandogli solo un paio di righe in appendice (come mi si è fatto notare).

Rimedio seduta stante.

A prescindere dall’efficacia o meno che i raid ucraini abbiano o avranno sul piano strettamente militare, occorre aggiungere a onore della verità che un effetto psicologico sulla popolazione civile lo sortiscono. Capire però QUALE tipo effetto sortiranno per la precisione è un’altro paio di maniche (mi spiego ora).

Se l’analisi fatta ieri si rivelasse esatta, ovvero se Kiev – nell’impossibilità di ottenere alcun risultato sulla linea del fronte (come sta accadendo effettivamente) – optasse invece per riversare le risorse che possiede in una qualche campagna aerea, fatta di periodici bombardamenti ad effetto sul territorio della Fed. Russa…..ebbene questo potrebbe inacidire l’opinione pubblica russa sì, con conseguenze imprevedibili, addirittura estreme. Il fattore “droni a sorpresa” sulle città russe – che si sovrappone ad una palpabile stanchezza generale per l’interminabile guerra d’attrito in corso – può veramente costituire la miccia di qualcosa (…).

Attenzione **: purtroppo è precisamente da questo punto del discorso in avanti che si apre la voragine dell’incomprensione tra dimensioni differenti (con l’illusione di poter comprendere qualcosa per semplice analogia)

Come ?

La “miccia” di cui si parla in alto, evoca a rigor di logica una possibile deflagrazione: presumibilmente, una qualche sommossa popolare o qualche tumulto al Cremlino che ponesse fine alla leadership di V. Putin (considerato il male assoluto). In breve, la Russia – sfiancata dal fronte e dagli attacchi aerei – si stancherebbe del proprio “sovrano” e lo destituirebbe in qualche modo. La profonda speranza – non celata – di Kiev e dei suoi alleati consiste esattamente in questo, cioè si presume che la Russia (società civile e classe politica) reagirà in tale modo in tali circostanze: questo perchè è quanto qualsiasi paese occidentale farebbe nelle medesime circostanze (ecco che siamo al ragionamento per analogia). In effetti un paese europeo, se si trovasse sotto sanzioni globali da 5 anni, soffrisse di centinaia di migliai di caduti, fosse impantanato su una linea del fronte immobile e – oltre tutto questo – fosse anche bersaglio di bombardamenti, a questo punto CEDEREBBE……ovvero cadrebbero i governi (certo al 100% e non dopo 5 anni, ma dopo 1 soltanto).

Ebbene, anche in Russia questo può accadere.

Purtroppo però, non nel senso in cui lo sperano in occidente: vale a dire che se casca l’attuale presidente (e con lui la strategia da lui impostata), va al potere qualcosa di assai più spaventoso.

E’ qui che l’occidente euro-americano drammaticamente casca….nel non riuscire a visualizzare correttamente lo scarto che intercorre tra le proprie società di riferimento – benestanti, secolarizzate, liberali, “pacificate/castrate” dall’ultimo conflitto mondiale – e quella di un paese NON occidentale come la Russia (o la Cina): qui non si ha a che fare con culture “pacificate” col “beato sorriso stampato sulla fronte” (mi si passi l’espressione), ma con tutt’altro. Si ha a che fare con un paese profondamente autoctono (malgrado il cosmopolitismo che caratterizzava gli imperi passati), fondamentalmente tradizionalista e guerriero, malgrado i suoi profondi limiti in tanti campi e una latente identità imperiale.

Una psiche collettiva sotto certi aspetti pre-contemporanea a dispetto del livello tecnologico del XXI secolo (consapevole o meno che sia la cosa). Una forma mentis a cui le comodità e i gingilli dell’occidente piacciono eccome – ci mancherebbe – ma comunque capace di farne a meno a tempo indefinito se occorre. Una forma mentis che può apparire annoiata e letargica per gran parte del tempo, ma che una volta mobilitata totalmente, non conosce il significato della parola “resa”: ecco, il cosmo russo, comparativamente all’Europa occidentale, si potrebbe considerare come erano le tribù germaniche non pacificate oltre il Reno, rispetto al Mediterraneo romano (analogia di quelle molto romantiche, azzardata, ma che racchiude qualcosa di vero. Non me ne vogliano i russi che leggono, non è intesa come offesa da chi scrive). Quello che si vuole esprimere con questo è che con tale mentalità può anche cadere un leader, un governo……….ma non può cadere il PAESE e il suo onore nazionale/militare: se un “sovrano” non può garantirlo, allora lo si manda via….per procurarsene un altro, più spietato, che saprò fare meglio il lavoro (non certo uno che vada ad arrendersi al nemico o trattare rese).

CONCLUSIONE.

Una cultura di questo stampo può certamente destituire il proprio “principe” a un certo punto: per eleggerne un altro più guerriero del precedente. Un condottiero che non si accontenti del Donbass (il prezzo ormai è salito) ma che arrivi alla capitale nemica, a costo di spianare la strada fino a lì con missili ipersonici a testata TERMOBARICA (non nucleare, ma non distante) e qualsiasi altro armamento che i limiti morali di guerra non hanno finora consentito. Perchè no, che piaccia o meno ai filoccidentali il conflitto finora non è stato totale : siamo al 30% di cosa sarebbe uno totale.

La strategia dell’asse euro-americano spera in una destituzione di Putin ? La immagina evidentemente come un Mussolini che viene rimpiazzato da un arrendevole Badoglio (e da questo si deduce l’immagine semplicistica della Russia ai loro occhi: una fragile dittatura che una volta eliminato il leader, crolla su sè stessa alla stregua dell’Italia fascista negli anni 40. Si riduce tutto ad un leader, senza tener in mimima considerazione lo spirito combattivo del paese profondo….questo perchè nell’ottica democratica occidentale la Russia o un qualsiasi paese che non rientri in tale sistema, DEVE essere debole e fragile e sgretolarsi alla prima vera difficoltà). Purtroppo invece l’analogia più azzeccata è un’altra ossia un Kaiser tedesco (odiato perchè guerrafondaio) che dopo la prima guerra mondiale viene sostituito……dal NAZISMO (dalla padella alla brace cioè).

Si odia ottusamente V. Putin, senza capire che è proprio LUI a trattenere le correnti più violente – ultranazionalismo russo risvegliato da anni di guerra – dal liberare l’inimmaginabile sul fronte. A questo punto della guerra è forse proprio LUI il cuscinetto tra una guerra ancora rigidamente convenzionale ed una molto più aggressiva che invece si stira ai margini del nucleare vero e proprio.

Alla ricerca di una Russia immaginaria, epica, messianica e smisurata come quella che si vede nella locandina allegata a questo post (***)

(*** l’immagine è stata scelta non per propaganda, ma per aiutare il lettore ossessivamente antiputiniano a comprendere “visivamente” quali ideologie alternative libererebbe una sua destituzione. A ciscuno il giudizio…)

CONFEDERAZIONE LITUANO/POLACCA – “Rzeczpospolita”

Ieri ho pubblicato lunghi interventi dedicati al retroterra storico che mette l’uno contro l’altro il nazionalismo polacco con quello ucraino: la mappa in basso dovrebbe aiutare a visualizzare meglio la dinamica.

La Confederazione lituano/polacca (1569-1795) era a sua volta un insieme eterogeneo di entità (un super-stato, come abbiamo detto): vediamoli in ordine……

1 – l’area in giallo in alto – la LIVONIA – fondata dai teutonici e retta da un’elita di origine tedesca (i cosiddetti “tedeschi del Baltico” che mantennero tale posizione anche quando la Livonia divenne parte dell’impero russo dopo la vittoria di Pietro il Grande) ed aggregata come ente minore.

2 – L’area in rosa rappresenta quanto era l’antico ducato di Lituania, entità medievale che tuttavia per unione dinastica era passata sotto il controllo della monarchia polacca, ossia il vero sovrano di tutta la Confederazione.

3 – L’area in verde la “Polonia” vera e propria o meglio quanto i sovrani polacchi controllavano direttamente, in senso feudale: come si vede si arriva molto in profondità ad est, in massima parte della Polonia, anche oltre il fiume DNEPR che sarebbe lo spartiacque storico.

Il neo-nazionalismo polacco contemporaneo – che nasce da quando rinasce la Polonia come stato nel 1919 – ha una componente “etnica”, ma ne ha anche una “imperiale” dovuta al passato remoto che questa carta illustra. Talune mire sono rimaste (benchè non articolabili nel contesto culturale pacifista e democratico occidentale di cui la Polonia attuale fa parte).

A parte tutto…….si può notare a cosa potesse servire una “Confederazione lituano/polacca” dal punto di vista geopolitico occidentale: un modo per creare uno scudo ad est contro Mosca e al tempo medesimo ridurre ai minimi termini la potenza tedesca (quest’ultimo punto da NON sottovalutare).

Si è cercato di ricrearla (su basi democratiche), immaginando che Mosca non avrebbe fatto nulla per impedirlo (…): al principio si è ammesso nella UE e nella NATO (vanno assieme) i paesi baltici…..quindi si è arrivati al golpe di Maidan quando si è visto che non si riusciva a strappare l’Ucraina in modo legale dall’influenza russa.

Nell’estate 2020 si tentò una rivoluzione colorata in Bielorussia non dimentichiamoci.

Tutto torna.

I progetti geopolitici odierni – se li si analizza con la lente dello storico – hanno molto spesso un retroterra più profondo di quanto comunemente si pensa (cioè,l’osservatore non preparato vede solo la superficie delle cose).

Ruy Teixeira: La lunga, lenta morte della socialdemocrazia _ di Commonplace

Ruy Teixeira: La lunga, lenta morte della socialdemocrazia

Riconnetersi con gli elettori sarà estremamente difficile per la sinistra brahminica.

Ruy Teixeira14 giugno∙Post ospite
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Per tre decenni, la socialdemocrazia è stata il prodotto di maggior successo di un movimento operaio che da tempo comprendeva sia elementi rivoluzionari che riformisti. Tra il 1946 e il 1973, il PIL degli Stati Uniti è cresciuto del 3,8% all’anno e del 2,4% su base pro capite. La disoccupazione era in media del 4,8% e il reddito familiare mediano reale è aumentato a un tasso del 2,8% all’anno, più che raddoppiando nel corso del periodo. Inoltre, questa crescita era più forte ai livelli più bassi e relativamente più debole ai livelli più alti, il che significa che la disparità di reddito diminuì in modo sostanziale.

Il consenso economico keynesiano nelle democrazie industriali occidentali durante questo periodo produsse una forte crescita economica, una bassa disoccupazione, un rapido aumento del tenore di vita e un’azione governativa volta a fornire protezione e sicurezza al cittadino medio.

Rispecchiando questi sviluppi positivi, il Partito Democratico, di orientamento socialdemocratico, ricevette un ampio sostegno elettorale. Nelle sei elezioni tra il 1932 e il 1948, il sostegno presidenziale ai Democratici fu in media del 55%. Dopo che il repubblicano liberale Dwight Eisenhower vinse due mandati negli anni ’50, i Democratici registrarono nuovamente una media del 55% di sostegno presidenziale nel 1960 e nel 1964. E durante quasi tutto questo periodo, i Democratici controllarono entrambe le camere del Congresso.

Ma all’alba degli anni ’70, tre fattori convergevano e si rafforzavano a vicenda per minare la socialdemocrazia — e alla fine portarne alla fine. In primo luogo, il modello economico socialdemocratico perse efficacia; in secondo luogo, la base socialdemocratica si ridusse; e in terzo luogo, l’influenza socialdemocratica all’interno della sinistra si indebolì.

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Cominciamo dal modello economico. Con la fine del sistema di Bretton Woods del dopoguerra e lo shock petrolifero dell’OPEC del 1973, le pressioni inflazionistiche che si erano accumulate all’interno degli Stati Uniti e di altri paesi avanzati non poterono più essere contenute, producendo alti tassi di inflazione e disoccupazione elevata, ovvero la “stagflazione”. I socialdemocratici non riuscirono a sviluppare un’alternativa o un’estensione del sistema keynesiano del dopoguerra, portando alla fine del consenso keynesiano.

Una controrivoluzione conservatrice nel pensiero economico riempì il vuoto. I conservatori, ovviamente, non erano mai stati contenti del consenso keynesiano, poiché erano ideologicamente contrari all’idea che il mercato non regolamentato contenesse difetti intrinseci che solo il governo potesse correggere. Così, quando il sistema keynesiano vacillò, colsero l’occasione per ripristinare le loro opinioni e screditare il ruolo del governo.

Ci riuscirono oltre ogni loro più rosea aspettativa.

A guidare la carica fu l’economista del libero mercato Milton Friedman, che spiegò nei suoi lavori accademici come le aspettative inflazionistiche potessero far deragliare la curva di Phillips, favorita dagli economisti keynesiani. Insieme alla moglie Rose, Friedman pubblicò nel 1980 l’enormemente influente Free to Choose, una polemica senza esclusione di colpi a favore degli individui che, mossi dal proprio interesse, prendono decisioni “razionali” e non regolamentate, e contro qualsiasi cosa interferisca con questo processo, specialmente l’azione del governo. Per quanto riguardava Friedman, il ruolo economico del governo avrebbe dovuto limitarsi a poco più che il controllo della crescita dell’offerta di moneta.

Questa filosofia economica non era una semplice riforma o un aggiustamento del sistema keynesiano, ma un capovolgimento completo: una vera e propria controrivoluzione. In breve tempo essa finì per dominare la politica economica negli Stati Uniti e in altri paesi avanzati. Deregolamentazione, privatizzazione e rapida globalizzazione divennero all’ordine del giorno, mentre la politica fiscale keynesiana, in particolare il ruolo centrale degli investimenti pubblici, fu messa da parte. Negli Stati Uniti ciò portò alla deregolamentazione dei settori dei trasporti, dell’energia, delle telecomunicazioni e della finanza.

Questa filosofia venne definita “neoliberismo”. Sebbene inizialmente promossa dalla destra, finì per essere accettata anche dalla sinistra, compresi i ranghi dei socialdemocratici. Questi ultimi accettarono più o meno questa svolta nella politica come inevitabile e cercarono di concentrare la loro politica economica sulla difesa dei programmi dello Stato sociale e, ove possibile, sulla loro estensione. Questo sviluppo minò un pilastro fondamentale del progetto socialdemocratico.

Il secondo fattore fu la diminuzione della base socialdemocratica. In linea di massima, la coalizione di sinistra tra il 1870 e il 1970 si basava principalmente sulla classe operaia industriale, con un sostegno marginale da parte di elementi riformisti della classe media impiegatizia e del settore agrario.

Ma la classe operaia industriale raggiunse il picco numerico nel 1970 e subì in seguito un precipitoso declino. Il modello generale nei paesi occidentali è stato un calo dal 40-50% della forza lavoro a meno del 25% in un arco di tempo storico molto breve.

Per mettere questi cambiamenti nella giusta prospettiva, si consideri che l’occupazione industriale negli Stati Uniti, dopo essere cresciuta per 150 anni, è ora tornata al livello che aveva in percentuale della forza lavoro nel 1820, quando il 70% dell’occupazione era agricola. Oggi i servizi costituiscono ben oltre il 75% dell’occupazione totale, il che significa che agricoltura e servizi si sono sostanzialmente scambiati di posto, mentre l’industria è tornata allo stesso punto in cui si trovava 200 anni fa.

Infine, con il ridursi della classe operaia industriale, è diminuito anche il suo sostegno ai principali partiti di sinistra che storicamente hanno promosso la socialdemocrazia. Gran parte di questo sostegno è andato ai partiti di destra e, soprattutto negli ultimi tempi, ai partiti populisti di destra. Il modello economico socialdemocratico keynesiano è declinato di pari passo con l’elettorato che ne garantiva il sostegno.

Questo ci porta al terzo fattore, strettamente correlato, della lunga e lenta agonia della socialdemocrazia: il drastico indebolimento dell’influenza della socialdemocrazia all’interno della sinistra in senso lato. Questa è stata una conseguenza inevitabile della sostituzione degli elettori tradizionali della classe operaia all’interno della sinistra con elettori istruiti e professionisti.

Gli Stati Uniti hanno assistito a un sorprendente aumento dei livelli di istruzione. Nel 1940, tre quarti degli adulti americani di età pari o superiore a 25 anni erano o avevano abbandonato la scuola superiore o non l’avevano mai frequentata, e solo il 5% possedeva una laurea quadriennale. Nel 1960, la percentuale di adulti privi di diploma di scuola superiore era scesa al 59%, nel 1980 era meno di un terzo e nel 2024 era scesa a appena il 6% . Parallelamente, la percentuale di chi possiede una laurea triennale è aumentata costantemente, raggiungendo il 39% nel 2024. Un bel cambiamento: passare da un paese in cui solo un adulto su venti aveva una laurea a uno in cui quasi due su cinque ce l’hanno.

Man mano che la classe istruita è diventata più numerosa, si è riallineata verso i partiti di sinistra — e ha riallineato anche questi ultimi. Negli Stati Uniti di 50 anni fa, i professionisti erano in realtà il gruppo professionale più conservatore. Ora votano in modo schiacciante per i Democratici, mentre l’ampia classe operaia propende per i Repubblicani.

In tutti i paesi occidentali è la classe operaia, specialmente nelle ex roccaforti della sinistra, ad aver gonfiato le file dei partiti populisti di destra, mentre i professionisti istruiti sono diventati ferocemente fedeli agli ex partiti socialdemocratici. Man mano che sono diventati i soldati semplici e gli attivisti di questi partiti, l’influenza della classe dei professionisti è cresciuta rapidamente, amplificata dalla loro vasta influenza nelle vette della produzione culturale, compresi i media, le arti, il mondo accademico e le organizzazioni non governative. Questo ha ridotto drasticamente l’influenza della classe operaia, un tempo il cuore pulsante di questi partiti.

Mettete insieme questi tre fattori – il calo di efficacia del modello economico socialdemocratico, la diminuzione della base socialdemocratica e il profondo indebolimento dell’influenza socialdemocratica all’interno della sinistra – e avrete la ricetta per la lunga, lenta morte della socialdemocrazia.

L’ascesa della sinistra brahminica

Se la socialdemocrazia ha intrapreso un lungo viaggio verso l’oblio, cosa ha preso il suo posto?

Il termine migliore per descrivere questo cambiamento di fase è la “sinistra brahminica”, un termine coniato dall’economista Thomas Piketty per caratterizzare i partiti di sinistra occidentali sempre più privi di elettori della classe operaia e dominati da elettori altamente istruiti e dalle élite. La Sinistra Brahminica si è evoluta nel corso di molti decenni, ma la sua influenza ha raggiunto il picco nel ventunesimo secolo. Il grafico sottostante illustra questa tendenza per gli Stati Uniti.

Il grafico non mostra le nostre elezioni più recenti, ma i sondaggi indicano che la polarizzazione in base al livello di istruzione ha registrato un ulteriore picco nel 2020 e nel 2024. Includere quei dati renderebbe quindi il quadro ancora più evidente.

I partiti della Sinistra Brahminica continuano a favorire la ridistribuzione, anche se hanno perso il loro carattere operaio e l’impegno prioritario verso un modello economico di capitalismo in grado di produrre migliori risultati di mercato per i lavoratori (un fenomeno talvolta definito “predistribuzione”).

Ma ciò che definisce realmente i partiti della sinistra brahminica – e segna la loro rottura decisiva con la socialdemocrazia – è uno spostamento delle priorità verso questioni socioculturali di primaria importanza per il loro elettorato istruito. Queste questioni si ricollegano generalmente ai movimenti degli anni ’60 incentrati sull’uguaglianza razziale e di genere, l’ambiente e la tolleranza culturale, e sono di interesse molto minore per la maggior parte degli elettori della classe operaia.

I costi opportunità di questa nuova attenzione hanno comportato una necessaria riduzione delle preoccupazioni economiche degli elettori operai. Si è trattato di un gioco a somma zero molto più di quanto i leader socialdemocratici fossero inizialmente disposti ad ammettere, anche se col tempo questo fatto fondamentale è diventato palesemente ovvio.

Il secondo e più critico effetto dell’attenzione socioculturale è stato che assecondare le priorità della classe professionale ha generato una dipendenza sempre maggiore da questi elettori e la necessità di assecondarli man mano che le loro preferenze diventavano politicamente più estreme. Ed è esattamente ciò che è accaduto.

Si considerino i quattro principali cambiamenti nelle priorità della sinistra nel XXI secolo. Si tratta del neorazzismo, dell’immigrazione di massa, dell’ideologia di genere e dei “diritti” transgender, nonché del catastrofismo climatico e della rapida transizione verde. Nessuno di questi era proprio della classe operaia, né era a suo favore o da essa sostenuto, ma rifletteva piuttosto le priorità sempre più radicali degli elettori della classe professionale.

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Neo-razzismo

Un impegno morale fondamentale della sinistra del XX secolo era quello di rendere le società “color-blind”. Era ingiusto che la discriminazione razziale potesse limitare le opportunità di vita dei non bianchi, pertanto la Sinistra si batté strenuamente per porre fine alla discriminazione e alla disparità di opportunità. Vinse la battaglia, trascinando con sé i socialdemocratici e i partiti di orientamento socialdemocratico.

Gli americani oggi credono, come faceva Martin Luther King Jr., che le persone non dovrebbero «essere giudicate dal colore della loro pelle, ma dal contenuto del loro carattere». In un 2022 sondaggio, il 92% degli intervistati si è detto d’accordo con l’affermazione secondo cui «il nostro obiettivo come società dovrebbe essere quello di trattare tutte le persone allo stesso modo, indipendentemente dal colore della loro pelle». Questo è ciò in cui gli americani credono profondamente: pari opportunità, non, va notato, pari risultati.

Ma è successa una cosa strana sulla strada verso il ventunesimo secolo. Invece di considerare la società “colorblind” come un nobile ideale, questi partiti sempre più “brahminizzati” hanno perso la fede. Spinti da attivisti della classe professionale sempre più radicali, hanno iniziato a favorire rimedi “color-conscious” come l’azione affermativa, che andavano ben oltre l’antidiscriminazione e le pari opportunità, e ad opporsi alle politiche “colorblind” se non producevano i risultati desiderati per razza. In effetti, l’uso stesso del termine “colorblind” è diventato un codice della destra, prova di sostegno al razzismo piuttosto che di opposizione ad esso.

Ciò contraddice la logica e il buon senso. E ha portato i partiti della sinistra elitaria ad assumere posizioni poco radicate nella realtà sociale o politica, offensive nei confronti dei valori fondamentali a cui tiene la maggior parte degli elettori della classe operaia.

Immigrazione di massa

Il che ci porta all’immigrazione di massa. Storicamente, i partiti politici socialdemocratici erano diffidenti nei confronti dell’immigrazione incontrollata, pur opponendosi alla xenofobia e sostenendo livelli moderati di immigrazione legale. Ma nel XXI secolo, le ondate migratorie favorite dagli ex partiti socialdemocratici hanno portato le aree della classe operaia a spostarsi a destra, sia in Europa che negli Stati Uniti.

La sinistra elitaria di entrambi i continenti si rifiuta di vedere qualcosa di sbagliato in una de facto politica di immigrazione di massa, che è considerata un bene assoluto che contribuisce a una società più diversificata. Pertanto, opporsi all’immigrazione di massa significa opporsi alla diversità, il che può solo significare che si è razzisti e xenofobi. È così semplice.

Questo atteggiamento è stato un errore madornale perché in realtà ci sonoragioni razionali per cui gli elettori, soprattutto tra la classe operaia, per opporsi all’immigrazione di massa. Dove sono i politici della sinistra brahminica disposti a proclamare senza remore i seguenti principi fondamentali di una politica realistica in materia di immigrazione?

  1. Un numero enorme di persone è disposto a infrangere le leggi dei paesi ricchi per ottenere l’ingresso. Se non si fa rispettare la legge, si avranno più trasgressori e quindi più immigrati illegali. Se si offrono scappatoie procedurali per ottenere l’ingresso in questi paesi (ad esempio, richiedendo asilo), molte persone abuseranno di queste scappatoie. Una volta che questi immigrati illegali e irregolari entrano in questi paesi, cercheranno di rimanervi a tempo indeterminato indipendentemente dal loro status di immigrazione.
  2. La tolleranza di violazioni flagranti della legge su larga scala contribuisce a un senso di disordine sociale e di perdita di controllo tra i cittadini di un paese, che credono che i confini di una nazione siano significativi e che il benessere dei cittadini di una nazione debba venire prima di tutto.
  3. Esiste, infatti, una cosa come l’immigrazione eccessiva, in particolare quella poco qualificata, e gli effetti negativi sulle comunità e sui lavoratori sono reali.
  4. Se i partiti o i responsabili politici desiderano una maggiore immigrazione, da qualsiasi paese e a qualsiasi livello di qualifica, tale immigrazione dovrebbe comunque essere regolare, legale e approvata dagli elettori, compresi quelli della classe operaia, attraverso il processo democratico. Introdurre di nascosto l’immigrazione di massa contro la volontà degli elettori perché è “gentile” o “riflette i nostri valori” o è ritenuta “economicamente necessaria” porta inevitabilmente a reazioni negative.

Queste sono le realtà della questione dell’immigrazione, e ognuna di esse è stata ignorata dai partiti della sinistra brahminica durante il primo quarto del ventunesimo secolo.

Ideologia di genere

I partiti socialdemocratici e di orientamento socialdemocratico sono stati in grado di assorbire le concezioni di base sui diritti delle donne e l’uguaglianza sessuale emerse negli anni ’60. L’idea era che donne e uomini dovessero avere pari diritti e che non esistesse un modo “giusto” di essere uomo o donna: il comportamento non conforme al genere è semplicemente un modo diverso di essere uomo o donna. Pertanto, nessuno nasce nel corpo sbagliato.

Ma poi le cose sono cambiate. Forse nulla sorprenderebbe un viaggiatore del tempo proveniente dalla sinistra del XX secolo quanto l’adozione dei “diritti” transgender come questione determinante. I partiti della sinistra elitaria in Europa e, in larga misura, qui negli Stati Uniti hanno abbracciato acriticamente l’agenda ideologica degli attivisti trans che credono che l’identità di genere prevalga sul sesso biologico e che, di conseguenza, ad esempio, le donne trans — maschi che si identificano come trans —sono letteralmente donne e devono poter accedere a tutti gli spazi e le opportunità riservati alle donne.

In realtà, il sesso è binario; i maschi non possono diventare femmine e le femmine non possono diventare maschi. Le donne trans non sono non sono donne. Sono maschi che scelgono di identificarsi come donne e possono vestirsi, comportarsi e sottoporsi a trattamenti medici in modo da assomigliare meno al loro sesso biologico. Ma questo non le rende donne. Le rende maschi che scelgono uno stile di vita diverso.

L’ideologia di genere ora domina completamente i partiti della sinistra brahminica. In nessun altro ambito è stato più evidente che le priorità degli elettori radicali della classe professionale, degli attivisti e delle ONG prevalgono su quelle della classe operaia.

Catastrofismo climatico

Alla fine del XX secolo, il cambiamento climatico era una questione per i partiti politici socialdemocratici, ma generalmente marginale. Un viaggiatore nel tempo proveniente dall’anno 2000 rimarrebbe scioccato nello scoprire come si è evoluta la questione nei decenni successivi. Lungi dall’essere marginale, è diventata una parte fondamentale dell’identità politica della sinistra brahminica.

La classe operaia non ne è rimasta impressionata. Negli Stati Uniti, questi elettori considerano il cambiamento climatico una questione di terza importanza e danno la priorità in modo schiacciante al costo e all’affidabilità dell’energia rispetto al suo effetto sul clima. I rapidi progressi verso le emissioni nette pari a zero non li interessano quasi per nulla.

La rassicurazione dei Democratici secondo cui la transizione verso l’energia pulita porterà prosperità è caduta nel vuoto. Gli elettori della classe operaia – a ragione – non credono che la transizione verde stia portando o porterà prosperità, né credono che la fine del mondo sia vicina se la transizione verde non procede davvero in fretta. E Bill Gates pensa che abbiano ragione!

Conclusione

La socialdemocrazia potrebbe essere resuscitata, risorgendo come Lazzaro dalla sua condizione terminale? È ancora possibile una politica orientata alla classe operaia che miri sia a promuovere un capitalismo dinamico sia a incanalare i benefici di quella crescita dinamica?

Forse. Ma gran parte del problema sta nel fatto che i Democratici, in linea di massima, hanno perso interesse nell’obiettivo generale della crescita economica e di un Paese più ricco. Tale obiettivo è passato in secondo piano rispetto ad altri ritenuti più importanti, come la lotta al cambiamento climatico, la riduzione delle disuguaglianze, la ricerca della giustizia procedurale e la difesa degli immigrati e dei gruppi identitari.

L’inestimabile Deciding to Win rapporto ha analizzato la frequenza delle parole nelle piattaforme del Partito Democratico dal 2012 e ha rilevato un calo del 32% nell’uso della parola “ crescita” rispetto a un aumento del 150% della parola “clima”, un aumento del 1.044% di “LGBT/LGBTQI+”, un aumento del 766% di “equità”, un aumento dell’828% di “bianchi/neri/latini/latine” e un aumento del 333% di “giustizia ambientale”.

Passare da queste priorità a una rinascita della socialdemocrazia sarà molto, molto difficile. Naturalmente, non esiste una legge che dica che una politica orientata alla classe operaia, volta a promuovere un capitalismo dinamico e a convogliare i benefici verso i lavoratori comuni, possa provenire solo dalla sinistra. Ma questa è una storia per un altro giorno.

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Un post ospite diRuy TeixeiraRuy Teixeira è Senior Fellow presso l’American Enterprise Institute e co-fondatore e redattore politico della newsletter Substack, The Liberal Patriot. Il suo nuovo libro, scritto insieme a John B. Judis, si intitola Where Have All the Democrats Gone?

Fonti ucraine sostengono che l’ultima ondata di attacchi contro la Russia sia stata “incoraggiata” da Trump _ di Simplicius

Fonti ucraine sostengono che l’ultima ondata di attacchi contro la Russia sia stata “incoraggiata” da Trump

Simplicius 24 giugno
 
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Sulla scia dell’ultima ondata di attacchi a lungo raggio sferrati dall’Ucraina contro la Russia, il sito Kiev Independent ha pubblicato un’interessante “bomba giornalistica”, sostenendo che un “alto funzionario ucraino” avrebbe rivelato loro che Trump avrebbe dato in privato a Zelensky il via libera per agire “in modo più audace” contro la Russia, il che, a quanto pare, sarebbe stato all’origine dell’ultima ondata di escalation.

https://kyivindependent.com/Trump-ha-esortato-in-privato-Zelensky-ad-agire-con-maggiore-audacia-nei-confronti-della-Russia/

Secondo quanto appreso dal *Kyiv Independent*, l’Ucraina ritiene ora di aver ottenuto il sostegno della Casa Bianca per una campagna volta a costringere la Russia ad avviare negoziati concreti.

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe detto in privato al presidente Volodymyr Zelensky di agire “con maggiore audacia”, secondo quanto riferito da un alto funzionario ucraino al Kyiv Independent.

La notizia arriva mentre Kiev intensifica gli sforzi per organizzare un incontro tra Zelensky e Putin — un’idea che Trump ha appoggiato, ma che il Cremlino continua a evitare.

«Trump sostiene di non credere davvero che (Vladimir) Putin agirà senza essere sottoposto a pressioni», ha aggiunto il funzionario, informato sul recente incontro tra Trump e Zelensky.

La cosa è interessante proprio perché è plausibile: Trump è stato chiaramente frustrato dalla sua incapacità di risolvere uno qualsiasi dei conflitti che aveva promesso di risolvere in un batter d’occhio. E recentemente, sulla scia della vicenda del memorandum iraniano, ha persino ammesso che ora avrebbe «rivolto la propria attenzione» nuovamente all’Ucraina. Pertanto, è plausibile che Trump abbia segretamente incoraggiato l’Ucraina a «plasmare il campo di battaglia» al fine di «indebolire» la Russia in vista di eventuali nuovi tentativi da parte dell’amministrazione Trump di costringere i russi a fare concessioni.

È plausibile che Trump ritenga che imporre “costi” elevati alla Russia creerà condizioni favorevoli affinché Putin sia disposto a negoziare e a scendere a compromessi nel corso di qualunque prossimo ciclo di tentativi abbiano pianificato i suoi tirapiedi (Rubio, Lutnick, Witkoff, ecc.); come indicato sopra, secondo quanto riferito Trump non ritiene che Putin agirà senza “pressioni”.

Ma se le cose stanno così, allora Trump fraintende gravemente il temperamento russo e il cambiamento generale di opinione verificatosi nell’era post-Anchorage, in cui diversi alti funzionari russi — da Lavrov a Ushakov — hanno apertamente chiuso per sempre la bara del cosiddetto «Spirito di Anchorage».

Inoltre, va precisato che quest’ultima “bomba” potrebbe benissimo essere una falsa operazione psicologica volta a conferire all’Ucraina legittimità nelle sue ultime azioni, creando la falsa impressione che la “potenza” degli Stati Uniti stia sostenendo la campagna di attacchi in profondità dell’Ucraina.

Uno dei fattori chiave che potrebbero confermare o smentire questa affermazione è se nell’ultima serie di attacchi siano stati effettivamente utilizzati i missili ERAM forniti dagli Stati Uniti, come sostenuto. Secondo fonti ucraine, sarebbe stato affermato che i missili Storm Shadow, insieme agli ERAM, siano stati utilizzati per colpire un complesso industriale a Voronezh. L’Extended Range Attack Munition è un nuovo missile statunitense “a basso costo” la cui produzione avrebbe dovuto iniziare alla fine del 2026; secondo alcune fonti ucraine, un primo lotto sarebbe già stato consegnato all’Ucraina, sebbene non vi siano ancora prove a sostegno di tale affermazione; sul posto sono state rinvenute le testate degli Storm Shadow. Esistono alcune segnalazioni russe non verificate secondo cui detriti di ERAM sarebbero già stati rinvenuti al fronte all’inizio di giugno:

La presenza di detriti provenienti da antenne resistenti alle interferenze, prodotte dal fabbricante di questi missili, potrebbe indicare che un lotto pilota di munizioni ERAM sia stato inviato in Ucraina per essere sottoposto a test militari prima dell’inizio delle consegne su larga scala, previste per ottobre 2026.

Negli ultimi fotogrammi, la comparsa del missile AGM-188a Rusty Dagger durante i lanci di prova da un caccia F-16 negli Stati Uniti.

Ovviamente, se si potesse dimostrare che sono stati utilizzati missili di fabbricazione americana per colpire un obiettivo strategico di rilievo sul vero e proprio territorio russo, ciò costituirebbe la prova definitiva del fatto che gli Stati Uniti, per mezzo di Trump, abbiano deciso di “aumentare i costi” a carico di Putin.

Va tuttavia sottolineato che esistono alcune notizie a conferma di ciò che sono capitate per caso nel circuito mediatico proprio nello stesso periodo. Ad esempio, *Die Welt* pubblica un nuovo articolo del colonnello Marcus Reisner, nota “autorità” in materia di operazioni militari su YouTube, secondo cui Trump avrebbe probabilmente dato il via libera segreto ai magnati della tecnologia statunitense affinché intensificassero il loro sostegno alle Forze armate ucraine (AFU):

https://www.welt.de/politik/estero/article6a3a2e4a7b0e6c975b091a3a/ guerra-in-ucraina-l’esperto-militare-reisner-ipotizza-un-incarico-segreto-di-trump-per-kiev.html

Reisner vede il sostegno degli Stati Uniti alla base della ritrovata forza militare dell’Ucraina: «Sono convinto che l’Ucraina stia attualmente ricevendo un sostegno massiccio dalle grandi aziende tecnologiche americane, a vari livelli», ha dichiarato a ntv. Cita, ad esempio, l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt come investitore in Hornet. «Ma ci sarà anche un mandato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump rivolto a persone come Schmidt, il CEO di Palantir Alex Karp e altri affinché si assumano il compito di sostenere l’Ucraina.»

“Riconosce la ‘firma dei cosiddetti tech bros di Trump’”, ha affermato Reisner, riferendosi al sostegno fornito in passato da Elon Musk attraverso la sua rete satellitare Starlink. Il software Maven di Palantir consente inoltre all’Ucraina di individuare le postazioni della difesa aerea russa e pianificare le proprie operazioni. Tuttavia, ciò crea anche una dipendenza per le forze armate ucraine.

A dire il vero, tutto ciò sembra piuttosto ipotetico, soprattutto considerando che le personalità e le aziende citate collaborano già a stretto contatto con l’Ucraina sin dall’inizio della guerra, o addirittura da prima.

Ma anche il FT è intervenuto—in quello che sembra sempre più un fronte informativo coordinato—affermando che Trump aveva recentemente espresso grande “entusiasmo” nei confronti di Zelensky riguardo ai successi dell’Ucraina, il che sembrerebbe concordare con le notizie di cui sopra.

Al contrario, Trump si è detto “profondamente impressionato ed entusiasta” della recente campagna di attacchi a lungo raggio sferrati dall’Ucraina contro obiettivi situati in profondità nel territorio russo, come hanno riferito due persone informate sulle discussioni private tra i leader durante il vertice del G7 della scorsa settimana. In occasione di quel vertice, Trump ha inoltre acconsentito a rafforzare le sanzioni sul settore energetico russo.

Siamo onesti: se analizziamo la situazione con occhio critico, possiamo concludere che gran parte delle recenti escalation è interamente dovuta al forte aumento dei droni avanzati, a lungo raggio e non disturbabili (tramite Starlink) forniti all’Ucraina principalmente dall’Europa, ma anche dagli Stati Uniti (Hornet, ecc.).

Secondo quanto riportato, la Germania avrebbe consegnato all’Ucraina 6.000 nuovi droni a medio raggio, con i quali si intende ostacolare la logistica militare russa e impedire i rifornimenti al fronte attraverso la Crimea e le aree liberate.

Il governo federale sta fornendo migliaia di droni kamikaze sviluppati dalla società di intelligenza artificiale Heling (Monaco di Baviera). Questi droni a senso unico non sono controllati manualmente, ma operano in modo autonomo verso il bersaglio.

La Germania è di fatto parte in causa nella guerra. Nessun eufemismo può più nascondere questa realtà.

Questi hanno devastato il corridoio della Crimea, con ripercussioni anche su regioni russe più lontane, probabilmente a causa di una combinazione di fattori: la necessità per la Russia di ritirare e ridistribuire le difese aeree, una potenziale carenza di missili antiaerei e l’usura dei sistemi di difesa aerea in prima linea sul fronte della Crimea. In altre parole, i recenti avvenimenti potrebbero essere spiegati solo da questi fattori, senza che sia assolutamente necessaria una misteriosa escalation da parte dello stesso Trump.

Qui Putin sostiene che i paesi europei che stanno perseguendo tali politiche di escalation nei confronti della Russia ne stanno pagando le conseguenze con crisi politiche, come abbiamo appena visto con le dimissioni di Starmer:

Questo sembra fornire un indizio sulla posizione di Putin riguardo agli eventi in corso, e riflette quanto abbiamo scritto in questa sede: alla Russia non resta che continuare a portare avanti la sua guerra logorante e attendere il lento crollo politico dell’Europa.

Il che ci porta al punto successivo: molti sosterranno che questa sia una posizione insostenibile per la Russia, poiché i recenti attacchi dell’Ucraina stanno causando alla Russia danni crescenti e “insostenibili”. La realtà è che la Russia dispone di risposte sia simmetriche che asimmetriche alla recente ondata di attacchi ucraini. È così che la Russia probabilmente neutralizzerà questi nuovi attacchi, come ha fatto negli anni precedenti quando l’Ucraina ha sferrato brevi ondate simili di «attacchi di massa» contro la Crimea con le varie «wunderwaffen» dell’epoca, come ATACMS, HIMARS, ecc.

In cosa consiste il metodo?

Vedete, sul campo di battaglia permangono molti “accordi” espliciti e taciti, alcuni dei quali riguardano gli attacchi a determinate infrastrutture civili, ai quartier generali della leadership politica, ai gasdotti — in particolare quelli diretti verso l’Europa. Uno di questi accordi «segreti» riguarda il porto di Odessa e il trasporto marittimo internazionale dell’Ucraina, che la Russia aveva a lungo lasciato indisturbato. Lo stesso vale ovviamente per molte infrastrutture civili che Putin, dal cuore tenero, non aveva voglia di colpire.

Ora, alla luce dell’ultima campagna dell’Ucraina, sembra che la Russia abbia iniziato a giocare duro su alcuni di questi fronti e, a seconda di quanto si spingerà oltre, l’Ucraina potrebbe essere costretta a frenare i propri attacchi per scongiurare il proprio collasso economico. Ci sono varie segnalazioni secondo cui la Russia starebbe ora colpendo piccole infrastrutture elettriche locali, stazioni di servizio, depositi postali, navi in rotta verso Odessa, ecc.

Uno degli eventi più rilevanti è stata la nuova campagna russa contro le ferrovie ucraine, di cui abbiamo parlato di recente. Rybar ha pubblicato oggi un articolo al riguardo, corredato da numerosi link alle geolocalizzazioni:

Caccia ai treni

Il compito di liberare la cosiddetta Ucraina dalla logistica ferroviaria ha acquisito progressivamente maggiore priorità con l’avanzare dell’operazione militare speciale. Con l’evolversi della situazione al fronte e lo sviluppo delle capacità di attacco, le tattiche e gli approcci sono cambiati.

Inizialmente, gli attacchi prendevano di mira principalmente le infrastrutture. Tuttavia, qualsiasi struttura ferroviaria fissa, pur essendo vulnerabile, si riprende rapidamente se necessario oppure emergono alternative per ovviare alla sua assenza o carenza.

Pertanto, se si affronta la distruzione delle infrastrutture in modo sistematico, non si devono distruggere solo gli «immobili». Ecco perché sta aumentando anche l’intensità degli attacchi contro il materiale rotabile. Le locomotive e altri tipi di treni nella cosiddetta Ucraina rimangono una merce rara, e la loro produzione o il loro ripristino richiedono spese enormi.

Esempi di attacchi riusciti

Mykolaiv, una locomotiva diesel è stata colpita da un attacco Geran.

Zaporizhia, una locomotiva è stata distrutta con l’uso di un Geran-2.

Nella zona di Ravnopillia, regione di Chernihiv, una locomotiva diesel da manovra è stata danneggiata dal Geran-2.

In totale, dal 16 maggio al 20 giugno, sono stati sferrati 21 attacchi confermati contro il materiale rotabile.


Anche tenendo conto della tendenza delle Forze Armate russe (AFU) a sottovalutare i danni, le dichiarazioni delle agenzie nemiche competenti in merito ai problemi riscontrati confermano indirettamente i successi delle Forze Armate russe.

Secondo le statistiche, il maggior numero di attacchi contro i treni ricade attualmente prevalentemente sulle regioni di prima linea della cosiddetta Ucraina, nonché su quelle confinanti con la Bielorussia. Non è improbabile che ciò sia stato in parte il motivo delle recenti dichiarazioni provocatorie di Zelenskyy nei confronti di Lukashenko.

Un esempio significativo in questo senso è la regione di Zhytomyr. Solo nella prima settimana di settembre, più di 20 locomotive sono state distrutte a Korosten e sulle linee ferroviarie adiacenti.

Per una regione che funge da snodo fondamentale per i trasporti, collegando le regioni occidentali dell’Ucraina con il centro e l’est del Paese, la distruzione delle locomotive riduce la capacità ferroviaria e aumenta i ritardi nella consegna di rifornimenti di carburante e di aiuti umanitari, contribuendo al contempo ad accrescere la pressione sulle rotte stradali alternative.

E sebbene, per ragioni puramente geografiche, sia praticamente impossibile creare un analogo del «blocco della Crimea» per la cosiddetta Ucraina, interrompere il trasporto merci è invece perfettamente fattibile. Oltre agli ovvi costi economici, ciò complicherà anche la logistica militare.

Nel frattempo, nell’ambito della sua campagna informativa in gran parte artificiosa, l’Ucraina aveva reso noti uno o due attacchi contro alcune linee ferroviarie russe, suscitando grande esultanza tra i sostenitori ucraini, come se si trattasse di un «colpo devastante» per la Russia — ignorando però la campagna russa che, solo nelle ultime settimane, ha messo fuori uso decine di locomotive ucraine e nodi infrastrutturali ferroviari.

Allo stesso modo, la Russia ha iniziato a dare “caccia libera” alle autocisterne ucraine in tutto il Paese, bruciandone probabilmente tante quante l’Ucraina ne ha bruciate di russe nel corridoio della Crimea — ancora una volta tra i silenziosi cinguettii della folla filo-ucraina.

Negli ultimi giorni gli esempi non mancano:

I nostri operatori di droni stanno assumendo il controllo delle vie di accesso a Kharkiv, mettendo fuori uso i camion ucraini

Man mano che l’autonomia di volo dei nostri droni aumenta e le Forze Armate russe avanzano, diventa sempre più difficile per le autocisterne e i camion nemici raggiungere Kharkiv. Gli operatori dei droni russi non stanno più andando per il sottile con la logistica nemica e la stanno neutralizzando nelle zone retrostanti. Video dal gruppo Telegram ANWAR.

Allo stesso modo, nonostante tutto il clamore suscitato dagli attacchi ucraini ai terminali petroliferi russi, in realtà la Russia ha colpito più terminali petroliferi ucraini negli ultimi due giorni rispetto a quanto fatto dall’Ucraina; eppure nei circoli occidentali non se ne sente nemmeno parlare:

Esempio 1.

Esempio 2.

Esempio 3.

Attacchi ad altre importanti infrastrutture.

E altro ancora.

Un rapporto descrive in dettaglio l’aumento della distruzione sistematica delle stazioni di servizio ucraine, un’evidente risposta di “occhio per occhio” alla guerra condotta dall’Ucraina contro le forniture di carburante russe:

Fonti russe riferiscono che dall’inizio del 2026, 55 diverse stazioni di servizio ucraine sono state prese di mira dalle forze russe, la maggior parte delle quali negli ultimi due mesi.

Nelle ultime due settimane, secondo quanto riferito, la Russia avrebbe effettuato in media due attacchi al giorno contro le stazioni di servizio.

Quello che ho notato è che la Russia ha iniziato a puntare su una strategia a lungo termine, per quanto riguarda gli attacchi logistici. Ora sta prendendo sistematicamente di mira le infrastrutture ferroviarie e le locomotive ucraine, i magazzini di Nova Poshta e le stazioni di servizio. Nessuna di queste azioni, presa singolarmente, avrà un grande impatto. Tuttavia, se gli effetti si sommano, il danno sarà notevole.

Guarda il video qui.

Geran fa tappa in una stazione di servizio:

Gli ucraini sono sotto shock per l’annientamento, avvenuto ieri a Odessa, di un intero convoglio di carburante ucraino:

E a Zaporozhye:

Durante la notte e questa mattina, la Russia ha attaccato la città di Zaporizhzhia con droni Geran-2, provocando lo scoppio di numerosi incendi di grandi proporzioni.

Uno degli obiettivi colpiti è stato un deposito di autocarri nella parte occidentale della città (47.82757, 35.01144).

E Krivoy Rog:

Cosa su cui persino Zelensky si è lamentato:

Volodymyr Zelenskyy / Volodymyr Zelenskyy@ZelenskyyUaA Kryvyi Rih sono attualmente in corso gli interventi per far fronte alle conseguenze dell’attacco missilistico russo sulla città. I russi hanno preso di mira le infrastrutture civili. I soccorritori hanno già spento l’incendio. Al momento, purtroppo, si contano tre vittime. Il mio10:28 · 23 giugno 2026 · 217.000 visualizzazioni440 risposte · 1,51K condivisioni · 6,22K Mi piace

Una sintesi di tali attacchi avvenuti ieri, redatta dall’ex ufficiale dell’esercito statunitense Stanislav Krapivnik:

 STANISLAV KRAPIVNIK @STANISKRAPIVNIKAttacchi alle retrovie delle Forze Armate ucraine. Analisi degli attacchi subiti. Nelle ultime 24 ore, l’azione si è concentrata sulla logistica, sul settore energetico e sul sistema di droni nemico, dal Donbass a Odessa. Regione di Dnipropetrovsk. L’attenzione è rivolta principalmente a Pavlograd. Un attacco contro un18:24 · 23 giugno 2026 · 1,47K visualizzazioni2 risposte · 12 condivisioni · 58 Mi piace

Il punto è dimostrare che la Russia ha iniziato a rispondere con le stesse monete e che, in una guerra in cui ci si scambiano “colpi su colpi” contro tali obiettivi infrastrutturali, l’Ucraina ne uscirà sicuramente peggio.

Non possiamo dire perché Putin possa aver evitato molti di questi tipi di obiettivi in passato: l’ipotesi è che essi abbiano un impatto sproporzionato sulla vita dei civili piuttosto che sulle Forze Armate Ucraine (AFU), e sappiamo quanto Putin sia eccessivamente generoso quando si tratta di proteggere i “fratelli” civili ucraini. Ma ora parte di questa posizione sembra vacillare, anche se è troppo presto per dire con esattezza quanto sistematica sarà questa nuova campagna.

Ci sono stati alcuni indizi, con Putin che ha ribadito ancora una volta la sua famosa frase secondo cui «la Russia non ha ancora nemmeno iniziato a combattere»:

Lavrov ha fornito ulteriori indizi in una nuova dichiarazione in cui chiariva la minaccia nei confronti di Kiev, affermando che quando la Russia ha invitato le missioni diplomatiche occidentali a evacuare Kiev, non era necessariamente in vista di un evento immediato, ma piuttosto in relazione al piano a lungo termine che la Russia ha in serbo per la capitale:

Nel frattempo, Zelensky ha nuovamente minacciato apertamente la Bielorussia, dato che il termine del suo ultimatum scadrà tra tre giorni, ovvero venerdì.

È sempre più evidente che la recente campagna informativa dell’Ucraina, incentrata su attacchi esagerati alle raffinerie, miri a controbilanciare le importanti vittorie sul campo di battaglia che la Russia sta per ottenere con la caduta di Konstantinovka e Lyman. L’inclusione della Bielorussia nell’equazione ha lo scopo di garantire la continua escalation di questa ultima campagna, volta a distogliere il più possibile l’attenzione dal deterioramento della situazione sul campo di battaglia in Ucraina.

Anche la stampa occidentale sta cominciando a cogliere il messaggio:

https://www.bbc.com/news/articles/c9w2g0ewk95o

La BBC scrive:

A Kostyantynivka, però, i soldati russi hanno avanzato da sud e sono stati avvistati persino all’altra estremità della città, nella periferia nord.

Mosca afferma che le sue forze stanno avanzando rapidamente nella zona sud-occidentale di Kostyantynivka e che hanno circondato le unità militari ucraine.

La situazione è destinata sicuramente a peggiorare nel prossimo futuro, ma molti hanno scambiato la precedente “gentilezza” e passività della Russia per debolezza — o almeno per una debolezza permanente. Se la Russia continuerà ad aumentare i costi ricambiati sulle infrastrutture ucraine, Zelensky si troverà di fronte a una delle due scelte seguenti: o ridurre gli attacchi come ha fatto in passato, tramite accordi dietro le quinte o intese tacite; oppure: creare una provocazione di portata ben maggiore per indurre un «intervento» disperato da parte dei suoi alleati, volto a salvare l’Ucraina con aiuti militari o iniezioni di «fondi di emergenza». Ciò potrà avvenire solo attraverso una nuova provocazione contro la Bielorussia.

Ma prestate attenzione alle parole di Lavrov verso la fine del video qui sopra: egli afferma che, in caso di attacco ucraino alla Bielorussia, verrebbero invocate le garanzie di sicurezza dello “Stato dell’Unione” con la Russia. La domanda è: cosa significa esattamente tutto ciò? Dopotutto, la Russia sta già attaccando l’Ucraina, quindi «venire in aiuto» del proprio partner è in qualche modo banale in questo contesto. Alcuni hanno ipotizzato che ciò fornirebbe alla Russia un casus belli per schierare nuovamente truppe in Bielorussia, compresi i sistemi Iskander per colpire l’Ucraina, aerei, ecc., come è avvenuto nel 2022.

Ma per ora la questione rimane aperta: condividete le vostre opinioni su questo scenario ipotetico.


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