Assassinio di operatori umanitari francesi: spiegazioni, di Bernard Lugan

Qualche riflessione di Bernard Lugan sull’agguato in Niger di domenica scorsa. In quell’area da alcune settimana è operativo anche un contingente militare italiano_Giuseppe Germinario

L’attacco avvenuto domenica 9 agosto in Niger, a est di Niamey, nell’area di Kouré, e che ha causato la morte di otto persone, di cui sei francesi dell’organizzazione umanitaria ACTED, richiede le seguenti riflessioni:

– La zona di agguato si trova in Niger, al di fuori dell’attuale perimetro operativo di Barkhane, in una nota zona di sosta e transito di gruppi terroristici. È quindi inconcepibile a dir poco che autorità locali irresponsabili abbiano autorizzato le ONG ad avventurarsi lì … per osservare le giraffe …
– Questa zona si trova a est della cosiddetta regione dei “Tre Confini”, l’attuale epicentro del terrorismo dove Barkhane ha appena ottenuto decisive vittorie. Poiché la vita lì è sempre più difficile per loro, i GAT (Gruppi armati terroristici) stanno quindi estendendo il loro campo operativo più a est.
– Siamo di fronte a una riorganizzazione dei gruppi terroristici che si traduce in un’escalation. Da diverse settimane gruppi jihadisti stanno combattendo nella BSS (Banda Sahelo-Sahariana) dove è scoppiato un conflitto aperto tra l’EIGS (Stato Islamico nel Grande Sahara), legato a Daesh, e gruppi che affermano di far parte del Movimento di Al-Qaeda, accusati questi ultimi dall’EIGS di tradimento.
In realtà, i due principali leader etno-regionali della nebulosa di Al-Qaeda, ovvero la Touareg ifora Iyad Ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, capo della Katiba Macina, stanno attualmente negoziando con Bamako con ciò provocando la furia dell’EIGS, il quale a sua volta cerca, con azioni spettacolari, di attirare a sé il deluso Aqmi.
Se avesse successo, la strategia di massacrare i gruppi terroristici vedrebbe il ritorno al gioco politico dei Tuareg radunati alla guida di Iyad ag Ghali, e dei Peuls al seguito di Ahmadou Koufa. Ciò consentirebbe quindi di concentrare tutte le risorse sull’EIGS nella “regione delle tre frontiere”. Per questo quest’ultimo è alla ricerca di nuovi campi di azione… e in particolare nell’area di Kouré. Tutti quelli che conoscono un minimo la situazione sul campo lo sanno. Non le ONG …
Per non aderire alla superficialità giornalistica degli eventi che hanno insanguinato la SSB, ma, al contrario, per conoscerne le cause profonde nonché la loro evoluzione a lungo termine, è indispensabile fare riferimento al mio libro Les Guerre saheliane dall’inizio ai giorni nostri .
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Barboncini, processi e buchi nell’acqua, di Roberto Buffagni

Barboncini, processi e buchi nell’acqua

 

Cari Amici vicini & lontani,

in queste belle giornate estive due fatti di cronaca campeggiano sui media: lo sbarco di immigrati tunisini a Lampedusa con barboncino (di nazionalità ignota) al seguito[1], e l’autorizzazione a procedere per il caso Open Arms[2] contro Matteo Salvini concessa dal Senato[3].

L’autorizzazione a procedere contro Matteo Salvini per il caso Open Arms è motivata, ovviamente, da ostilità politica nuda e cruda, manifestata in forma particolarmente indecente , perché a) si è trattato di un atto squisitamente politico compiuto da un ministro in carica b) la responsabilità politica di quell’atto è condivisa, come minimo, dal Presidente del Consiglio del governo giallo-verde Giuseppe Conte, che andrebbe dunque processato anch’egli: cosa un po’ complicata e ossimorica, visto che Conte continua ad essere il Presidente del Consiglio in carica anche del governo giallo-rosa, sostenuto dalla maggioranza che ha appena votato l’autorizzazione a procedere contro Salvini.

Probabilmente, a Matteo Salvini non dispiace la prospettiva di finire sotto processo per il caso Open Arms, perché gli serve su un vassoio d’argento l’opportunità di presentarsi come vittima di un’ingiustizia e unico difensore degli italiani dai pericoli dell’immigrazione incontrollata. Tant’è vero che ha già diffuso il trailer dello spettacolo mediatico-giudiziario di cui sarà protagonista, dichiarando a caldo «Contro di me festeggiano i Palamara, i vigliacchi, gli scafisti e chi ha preferito la poltrona alla dignità. Sono orgoglioso di aver difeso l’Italia: lo rifarei e lo rifarò. Vado avanti, a testa alta e con la coscienza pulita»

L’autorizzazione a procedere è sicuramente un’ingiustizia; resta da vedere se Salvini sia una vittima.

Secondo me, sì: Salvini è una vittima, ma è una vittima anzitutto di se stesso e della povertà desolante della sua cultura e azione politica. Motivo? Ecco il motivo, anzi i motivi.

  1. La maggioranza parlamentare che l’ha indecentemente mandato a processo l’ha costituita lui, con la sua decisione dell’agosto scorso di far cadere il governo, nella speranza di provocare nuove elezioni e di incassare un diluvio di consensi[4]. All’epoca, la decisione di Salvini fu attribuita a valutazioni strategiche così raffinate da risultare accessibili solo a un Olimpo di pochi eletti strateghi. Ai molti perplessi si ingiunsero umiltà, silenzio, fiducia, come ai militi dell’Arma (mele marce escluse). Salvo prossimi, miracolosi rovesciamenti della situazione, forse implicanti intervento dei Piani Superiori (dagli USA di Trump a Padre Pio) mi pare si possa pacificamente riscontrare che le valutazioni strategiche di cui sopra erano, tutto sommato, sbagliate.
  2. L’azione politica per cui Salvini viene oggi indecentemente processato, e le altre analoghe da lui compiute come Ministro degli Interni, ovvero la chiusura dei porti agli immigrati clandestini, aveva già allora due caratteristiche principali: a) faceva acquisire una valanga di consensi a Salvini b) era ovviamente insufficiente per affrontare sul serio il problema (enorme) dell’immigrazione[5], perché da un canto è impossibile chiudere efficacemente i porti nell’attuale quadro politico e legislativo, e dall’altro, il problema dell’immigrazione si può affrontare solo se si ha una visione adeguata della politica internazionale, in particolare dei rapporti tra l’Italia e i paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Evidentemente, per Salvini era rilevante soltanto l’aspetto sub a) della sua azione politica, cioè il fatto che gli faceva acquisire tanti consensi. Consensi che in un regime di democrazia parlamentare a suffragio universale hanno certo importanza decisiva, per un politico, ma che non sono tutto; anche perché come si acquisiscono, così si perdono: e se si acquisiscono con azioni dimostrative attente anzitutto all’immagine, ma che non producono alcun risultato concreto, si perdono quando l’immagine di autorevolezza e di sbrigativa efficacia proiettata con l’ausilio di Photoshop si appanna, o addirittura viene smentita dai fatti.

Qualcosina di meglio e di più anche Salvini avrebbe potuto fare, quando era ministro, anche sotto il profilo dell’immagine. Qui vi racconto un minimo esempio di quel qualcosina di più e di meglio.  Ce ne sono certamente altri, ma vi racconto questo perché lo conosco bene, visto che alla Lega l’ho proposto io.

Come sanno i lettori di italiaeilmondo.com e non solo loro (se n’è parlato in più occasioni sulla stampa nazionale, è stato presentato in un importante convegno internazionale in Tunisia, lo conoscono molto bene il governo tunisino e l’ambasciatore italiano a Tunisi) il nostro collaboratore Antonio de Martini è il referente italiano di un importante e suggestivo progetto, appoggiato da tre Università italiane, “Mare nel Saharahttps://www.medinsahara.org/

In pillola, è la ripresa aggiornata di un antico progetto francese, mai realizzato per contrasti politici, che fu appoggiato da Ferdinand de Lesseps[6], promotore ed esecutore del Canale di Suez e del Canale di Panama. Nel deserto tunisino vi sono vaste depressioni naturali, gli chott, site in prossimità del Mediterraneo. Escavandole per aumentarne la profondità, e sterrando un canale, vi si potrebbe far irrompere il Mar Mediterraneo, creando un mare artificiale. Con l’evaporazione, esso cambierebbe il microclima, rendendo fertili i terreni circostanti. Risultano subito chiare le ricadute positive economiche e sociali per la Tunisia e per l’Italia. Per la Tunisia, creazione immediata di 60.000 posti di lavoro, estensione della superficie coltivabile e creazione di una nuova leva di agricoltori; sviluppo di pesca e turismo marittimo (il 20% del PIL tunisino si deve al turismo). Per l’Italia, 4-5 miliardi di euro di lavori per imprese italiane, alle quali sarebbero commessi i lavori che esigono superiori capacità e tecnologie; cessazione dell’immigrazione clandestina dalla Tunisia; accrescimento del prestigio e dell’influenza politica italiana nella regione che è la cintura di sicurezza geopolitica naturale per l’Italia, la costiera mediterranea dell’Africa; replicabilità dell’iniziativa anche altrove, per esempio in Algeria, dove esistono condizioni geografiche analoghe. Ma invito i lettori a consultare il sito https://www.medinsahara.org/, dove troveranno le informazioni essenziali su questo bel progetto.

Per quanto riguarda la Lega, e in generale il defunto governo giallo-verde, l’opportunità e il vantaggio politico, anche di immagine, di promuovere un progetto simile mi parevano abbaglianti come il sole del deserto. Anzitutto, sul piano dell’immagine e del consenso, appoggiare questo progetto significava  fare per primi quel che gli avversari politici immigrazionisti dicono sempre di voler fare e non fanno mai: “aiutarli a casa loro”: e quindi tappare la bocca all’avversario. Per forze politiche prive di esperienza internazionale e di governo nazionale come Lega e Cinque Stelle, inoltre, sponsorizzare un progetto del genere implicava presentarsi come forze responsabili e lungimiranti, capaci di strategia internazionale. Per Matteo Salvini personalmente, poteva essere una buona occasione per smentire le accuse d’essere un capopopolo incolto e chiacchierone di cui lo bersagliano gli avversari,  proponendosi invece come statista affidabile, che sa coinvolgere persino gli avversari politici in progetti di vasto respiro: se avesse voluto respingere a priori e disprezzare un progetto di cui tutto si può dire tranne che sia razzista, il PD si sarebbe trovato in grave imbarazzo.

A ciò si aggiunga che per acquisire gli elementi di valutazione indispensabili a decidere se passare alla fase operativa vera e propria, bastava finanziare con 3-400.000 euro uno studio di fattibilità, del quale sono già individuate le fasi essenziali. Se per una delle mille ragioni possibili si fosse poi deciso di non dare il via al progetto, nessuno avrebbe potuto accusare i promotori politici di aver sprecato ingenti risorse; e intanto, essi avrebbero incassato l’effetto promozionale di un nobile, encomiabile tentativo di affrontare il problema, sul serio enorme, dell’immigrazione.

Così, all’insediamento del governo giallo-verde interessai al progetto il sen. Alberto Bagnai, e lo misi in contatto con Antonio de Martini. Il sen. Bagnai, però, non ritenne opportuno incontrare de Martini (che peraltro abita anch’egli a Roma) e lasciò cadere la proposta.

Grazie alla cortese disponibilità di un intermediario, incontrai poi l’On. Riccardo Molinari, capogruppo leghista alla Camera. L’ On. Molinari, che qui colgo l’occasione di ringraziare, mi ha ricevuto con prontezza e cortesia, e mi ha dedicato due ore del poco tempo di cui dispone un politico molto impegnato. Nel nostro colloquio gli illustrai il progetto, e da lui richiestone mi diffusi sull’importanza politica e geopolitica del Mediterraneo per il nostro paese. In lui trovai un interlocutore attentissimo, intelligente e molto disponibile, benché la materia in discussione non facesse parte della sua esperienza politica precedente. Ci congedammo con l’intesa che l’On. Molinari avrebbe portato il progetto, con le sue implicazioni, all’attenzione del segretario del suo partito, Matteo Salvini.

Risultato: un buco nell’acqua.

E’ vero: l’attuazione del progetto “Mare nel deserto” non avrebbe risolto definitivamente il problema dell’immigrazione, né soddisfatto l’ambizione di Matteo Salvini di guidare il governo italiano. Forse, però, se Matteo Salvini, invece di scavare un buco nell’acqua dopo l’altro, avesse fatto scavare qualche buco nella sabbia del deserto tunisino, oggi si troverebbe meglio. L’Italia e la Tunisia, di sicuro.

That’s all, folks.

 

 

 

[1] https://www.corriere.it/cronache/20_luglio_28/migranti-barboncino-travestiti-turisti-nuove-tecniche-sbarco-c3dcb4c0-d0a0-11ea-b3cf-26aaa2253468.shtml

[2] https://www.corriere.it/cronache/20_luglio_30/caso-open-arms-tar-scontro-ministri-ecco-cosa-accadde-f687df6e-d23d-11ea-9ae0-73704986785b.shtml

[3] https://www.corriere.it/politica/20_luglio_30/salvini-va-processo-il-caso-open-arms-senato-concede-l-autorizzazione-procedere-37b84b96-d27e-11ea-9ae0-73704986785b.shtml

[4] L’ho commentata nel settembre 2019, e purtroppo devo constatare che ci ho indovinato: http://italiaeilmondo.com/2019/09/11/lezioni-di-umilta-di-roberto-buffagni/

[5] Qui, in una serie di tre articoli, ne tratto sotto il profilo del conflitto politico su base etnico/religiosa che immigrazione e allargamento dello ius soli possono causare: http://italiaeilmondo.com/?s=ius+soli

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Ferdinand_de_Lesseps

Quando Algeri si scuserà per la tratta degli schiavi in ​​Europa?_di Bernard Lugan

La storia offre argomenti, ma anche alibi e pretesti_Giuseppe Germinario
In questi tempi di pentimento ed etno-masochismo, dal momento che coloro che è difficile designare oltre al termine dei nemici, dato il loro comportamento nei confronti della Francia, si divertono a destreggiarsi nel contesto storico , quindi facciamo lo stesso.
L’Algeria economicamente angosciata, rovinata dai profittatori del Sistema che dal 1962 hanno metodicamente ingrassato saccheggiando le sue risorse, ha quindi l’incoscienza di chiedere scuse alla Francia. Perché non, inoltre, poiché, come diceva Etienne de la Boétie: “Sono fantastici solo perché siamo in ginocchio”?
Quindi scuse per aver tracciato in Algeria 54.000 chilometri di strade e binari (80.000 con i binari sahariani), 31 strade nazionali di cui quasi 9.000 chilometri asfaltati, costruito 4.300 km di ferrovie, 4 porti attrezzati secondo gli standard internazionali, 23 porti attrezzato (di cui 10 accessibili alle grandi navi mercantili e di cui 5 che potrebbero essere serviti da navi da crociera), 34 fari marittimi, una dozzina di aeroporti principali, centinaia di strutture (ponti, tunnel, viadotti, dighe ecc.) , migliaia di edifici amministrativi, caserme, edifici ufficiali, 31 centrali idroelettriche o termiche, cento importanti industrie nei settori dell’edilizia, della metallurgia, dell’industria del cemento ecc., migliaia di scuole, d istituti di formazione, scuole superiori, università con 800.000 bambini iscritti in 17000 classi (come molti insegnanti, due terzi dei quali sono francesi), un ospedale universitario da 2.000 letti ad Algeri, tre grandi h ospedali delle città principali di Algeri, Orano e Costantino, 14 ospedali specializzati e 112 ospedali polifunzionali, la cifra eccezionale di un letto per 300 abitanti. Per non parlare di una fiorente agricoltura lasciata incolta dopo l’indipendenza, tanto che oggi l’Algeria deve importare concentrato di pomodoro, ceci e persino semola per il couscous …
Tuttavia, tutto ciò che la Francia lasciò in eredità in Algeria nel 1962 fu costruito dal nulla, in un paese che non era mai esistito e il cui nome le era stato persino dato dal colonizzatore … Tutto era stato pagato dal Tasse francesi. Nel 1959, tutte le spese combinate, l’Algeria ha assorbito il 20% del bilancio dello Stato francese, più dei bilanci combinati di istruzione nazionale, lavori pubblici, trasporti, ricostruzione e alloggio, “Industria e commercio! (Vedi su questo argomento il mio libro Algeria History at the place ).
L’Algeria chiese, e su questo punto come non essere d’accordo, che la Francia restituisse i teschi dei combattenti sconfitti dall’esercito francese durante la conquista. Ma poi, che dire dei resti di decine di migliaia di schiavi europei tra cui migliaia di francesi rapiti in mare o da incursioni costiere, morirono in Algeria e seppellirono nella periferia di Algeri in quello che, prima della conquista, era designato come cimitero dei cristiani? È infatti a decine di migliaia che uomini, donne e bambini europei sono stati presi in mare o rapiti a terra da pirati barbareschi. Dal 1689 al 1697 Marsiglia perse 260 pescherecci o barche e diverse migliaia di marinai e passeggeri, tutti ridotti in schiavitù. Nel 1718, la contessa di Bourk, i suoi figli e i suoi servitori che si erano imbarcati a Sète per raggiungere il marito ambasciatore in Spagna via Barcellona furono catturati in mare e la piccola Marie-Anne du Bourk, all’età di 9 anni, fu acquistata nel 1720.
Grazie alle notizie dei padri degli ordini religiosi noti come “redenzione dei prigionieri”, sia che si tratti dell’Ordine dei Trinitari fondato da Jean de Matha e Félix de Valois, o dei Padri della Misericordia, dei Mercedari, un ordine religioso fondato da Pierre Nolasque, conosciamo i nomi di migliaia di schiavi riscattati, così come le loro città o villaggi di origine, tuttavia, a causa della mancanza di mezzi, decine di migliaia di altri non furono e morirono in catene .
Padri dell’Ordine dei Trinitari che negoziavano l’acquisto di schiavi francesi ad Algeri all’inizio del XVII secolo.

Nel 1643, padre Lucien Herald, sacerdote dell’Ordine della Trinità e redenzione dei prigionieri , tornò in Francia con 50 infelici francesi che aveva appena acquistato dagli schiavisti algerini. Mancanza di mezzi, morte nella sua anima, si era lasciato alle spalle diverse migliaia di altri francesi, per non parlare delle migliaia di schiavi appartenenti ad altre nazioni europee rapite in mare o sulla costa.

In una lettera di grande potere di testimonianza indirizzata ad Anna d’Austria, regina reggente del regno di Francia, padre Herald si fece interprete dei prigionieri, rivolgendosi alla regina per loro, al fine di chiederle assistenza finanziaria per riacquistarli. Una lettera che dovrebbe chiudere le pretese e le richieste di scuse dei discendenti degli schiavisti algerini: ” Lacrime e clamori dei Chrestiens francesi della nazione, prigionieri nella città di Algeri a Barbary, indirizzati alla regina reggente, da RP Lucien Heraut , Religiosa dell’Ordine della Trinità e redenzione dei prigionieri, 1643 .

“(…) come al solito accade ai vassalli di tua Maestà, che languiscono miseramente nell’orribile schiavitù (…) questa stessa necessità rivolta ai piedi della sua misericordia e della sua bontà reale, lacrime e sospiri di oltre duemila François della nazione degli schiavi nell’unica città di Algeri a Barbary, nel cui luogo si esercitano le più grandi crudeltà che lo spirito umano può escogitare e gli unici spiriti infernali inventano.

Non è, signora, una semplice esagerazione (…) di quelli che purtroppo caddero nelle grinfie di questi mostri africani e che si risentirono, come noi, della loro infernale crudeltà, durante la lunga permanenza di un duro prigionia, i rigori di cui sperimentiamo giorno per giorno con nuovi tormenti: fame, sete, freddo, ferro e forca (…) ma è certo che i turchi e i barbari stanno facendo offerte oggi- soprattutto, inventando nuovi tormenti quotidiani, contro coloro che vogliono prostituire miseramente, in particolare verso i giovani, prigionieri dell’uno e dell’altro sesso, al fine di corromperlo per portare a peccati così orribili e famigerati, di cui non hanno alcun nome, e che si impegnano solo tra questi mostri infernali e la furia e quelli che resistono alle loro brutali passioni, vengono scorticati e fatti a pezzi con le percosse, i pendenti tutti nudi su un pavimento ai piedi, strappando le unghie, bruciando il suole dei piedi con torce accese, così che molto spesso muoiono in questo tormento. Alle altre persone anziane portano catene di oltre cento chili di peso, che tradiscono miseramente ovunque siano costrette ad andare, e dopo tutto ciò se vieni a mancare il minimo fischio o il minimo segnale che lo fanno, per eseguire i loro comandamenti, di solito siamo picchiati sulla pianta dei piedi, il che è un dolore intollerabile, e così grande, che spesso ci sono alcuni che muoiono per esso, e quando hanno condannato una persona a seicento colpi di lotte, se viene a morire prima che questo numero sia completato, non smettono di continuare ciò che rimane sul cadavere.

Gli impalamenti sono ordinari e la crocifissione è ancora praticata tra questi dannati barbari, in questo modo legano il povero paziente in una scala e inchiodando i suoi due piedi e entrambe le mani, poi dopo aver sollevato detto Scala contro un muro in un luogo pubblico, dove alle porte e agli ingressi delle città (…) e talvolta anche tre o quattro giorni languiscono senza che gli sia permesso di dare alcun sollievo.

Altri sono scuoiati vivi, e la quantità di lentini lentamente, specialmente quelli che bestemmiano o disprezzano il loro falso profeta Maometto, e alla minima accusa e senza alcuna altra forma di processo, vengono trascinati in questo rigoroso tormento, e lì attaccano tutto nodi con una catena su un palo e un fuoco lento tutto intorno disposti in un cerchio, venticinque piedi o di diametro circa, al fine di farli rimanere nel tempo libero e tuttavia servirli come hobby, altri sono agganciati a torri o porte della città, con punte di ferro, dove spesso languiscono a lungo.

Spesso vediamo i nostri compatrioti morire di fame tra quattro muri e nei buchi che fanno nel terreno, dove li mettono in vita, e quindi muoiono miseramente. Recentemente è stato praticato un nuovo tipo di tormento contro un giovane dell’arcivescovo di Rouen per costringerlo a lasciare Dio e la nostra santa religione, per la quale è stato incatenato con un cavallo in campagna, il ‘spazio di venticinque giorni, in balia del freddo e del caldo e di una serie di altri inconvenienti, che non potevano più sopportare il fallimento del nostro santo pidocchio.

Mille di queste crudeltà rendono spesso il più coraggioso apostasi, e anche il più colto e abile: come accadde all’inizio di quest’anno nella persona di un padre giacobino di Spagna, che fu tenuto prigioniero e non poté sopportare così tanti miseri, fecero professione del loy di Maometto, in cui rimase circa sei mesi, durante i quali (…) aveva scandalizzato più di trentamila schiavi cristiani di tutte le nazioni (…) decise di essere bruciato vivo, che è la normale tortura di coloro che rinunciano a Maometto (…) dopo di che è stato gettato in una prigione buia e famigerata (…) Il Bascha lo ha portato alla tortura (…) è stato rosty lentamente fuori città vicino al Cimitiere des Chrestiens.

Non avremmo mai fatto, e saremmo troppo sgraditi nei confronti di Vostra Maestà, per raccontare al ghiaccio tutte le miserie e le calamità di cui soffriamo: basti dire che siamo gelidi come bestie povere, vendute e rivendute in luoghi pubblici presso la volontà di questi disumani, che in seguito ci trattano come cani, generano la nostra vita e noi la tratteniamo quando lo riterranno opportuno (…).Qualsiasi mormorio, signora, è più che sufficiente per spostare la tenerezza dei tuoi affetti reali verso i tuoi poveri soggetti in cattività i cui dolori sono innumerevoli e la continua morte nella noia di una vita così dolorosa (…) e perdere la anima dopo il corpo, salvezza dopo la libertà, sotto l’impazienza del pesante fardello di tante oppressioni, che vengono esercitate quotidianamente nel nostro popolo, senza alcuna considerazione di genere o condizione, vecchi o giovani , il forte o il debole: al contrario, ciò che sembra delicato, è noto per essere ricco e, di conseguenza, più maltrattato, al fine di costringerlo a un riscatto eccessivo, da lui o dal suo (…) imploriamo incessantemente, gettando continuamente sospiri in cielo per assorbire le grazie favorevoli alla conservazione di tua Maestà e di nostro Roy suo caro figlio, destinato da Dio a soggiogare questa nazione come infida come crudele, al grande desiderio di tutti i cattolici, in particolare quelli che languiscono in questo miserabile inferno di Algeri, parte del quale ha firmato questo requisito in termini di qualità, signora, dei suoi umili, molto obbedienti, fedeli servitori e vassalli più miserabili della terra, i cui nomi seguono secondo le diocesi e le province del tuo regno. “

Il numero di settembre di Afrique Réelle sarà un numero speciale dedicato al pentimento e alla schiavitù e, il 1 ° settembre, pubblicherò un libro chiamato Schiavitù, la storia dietro di esso , un’arma di confutazione di il doxa colpevole. I lettori di questo blog e gli abbonati alla rivista saranno informati non appena saranno pubblicati.

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Libia: negoziazione o divisione?_ di Bernard Lugan

Libia: negoziazione o divisione? In Libia, dove l’esercito turco ha respinto le forze del maresciallo Haftar e dove il Cairo ha ordinato ad Ankara di non avanzare verso Sirte, il conflitto è inevitabile? Tutto dipenderà dagli obiettivi dei principali giocatori stranieri coinvolti nel campo. Il 7 novembre 2019 (vedi la mia analisi del 5 gennaio 2020), la Turchia ha agito come uno “stato pirata” firmando con la GUN, il governo dell’Unione nazionale installato a Tripoli, un accordo che ridefinisce le zone economiche esclusive (ZEE ) di entrambi i paesi. Concluso in violazione del diritto marittimo internazionale ea spese della Grecia e di Cipro, questo accordo afferma di tracciare un confine marittimo turco-libico nel mezzo del Mediterraneo in modo artificiale e illegale. La realizzazione di questo accordo passando per la sopravvivenza della GUN, il 2 gennaio 2020, il parlamento turco ha votato l’invio di forze di combattimento in Libia. Basandosi sia sulla solita codardia degli europei che sulle contraddizioni della NATO, il presidente Erdogan fa avanzare le sue pedine sul filo del rasoio, sapendo di beneficiare della benevola neutralità degli Stati Uniti la cui priorità è ” evitare di fondare una base russa in Cirenaica. Nel fare ciò, l’erratica amministrazione americana corre il rischio di provocare sia l’intervento militare dell’Egitto, una rottura all’interno della NATO e tensioni con i suoi alleati sauditi, emirati e israeliani. La Russia sta guardando in silenzio. La Libia non è un grande obiettivo per lei, il suo interesse non è quello di manifestarsi con la Turchia in un momento in cui quest’ultima si sta allontanando ulteriormente dalla NATO e dall’UE. Tuttavia, sorgono due domande:

1) La Grecia, un membro della NATO e dell’UE, e Cipro, un membro dell’UE, possono accettare il ricatto turco e hanno i mezzi per opporvisi?

2) L’UE rinuncerà alla Turchia, lasciando alla Turchia il controllo di due dei principali rubinetti della sua fornitura di gas, vale a dire EastMed e Turkstream?

Nonostante le dichiarazioni marziali, prima o poi la negoziazione riprenderà. Alla conferenza di Berlino dello scorso gennaio, la condivisione del potere su basi molto federali era stata quasi stabilita, ma i negoziati si erano finalmente bloccati sul posto da consegnare al maresciallo Haftar. Tuttavia, ora è fuori gioco … Qualsiasi piano di pace porterà quindi alle elezioni e, dato che tutti i protagonisti vengono screditati, l’unico in grado di essere supportato sia da un elettorato in Tripolitania che in Cirenaica sembra essere Seif-al-Islam, il figlio del colonnello Gheddafi a cui è stato spiccato un mandato di arresto internazionale … Il presidente Déby, i cui oppositori sono installati a Fezzan, sta seguendo con interesse l’evoluzione della situazione in Libia perché le forze di MisrataGUN-Turchia godono attualmente di un vantaggio; le tribù di Fezzan quindi si raduneranno ad esse. L’acquisizione del Fezzan da parte della GUN avrebbe conseguenze per Barkane perché la Turchia potrebbe quindi aiutare direttamente i gruppi terroristici saheliani … La NATO è sicuramente una grande famiglia … Bernard Lugan

https://bernardlugan.blogspot.com/

Sahel: tra jihadismo universalista e jihadismo etnico, di Bernard Lugan

L’attacco notturno a cavallo di mercoledi 10 e giovedì 11 giugno, alla frontiera tra il Burkina Faso e la Costa d’Avorio, è la prima azione jihadista che ha preso di mira la Costa d’Avorio, dalle azioni del Grand Bassam nel 2016. Essa viene inscritta in un quadro di confronto mortale tra l’EIGS (Stato Islamico nel Grand Sahara) e AQMI (Al-Quaïda per il Maghreb islamico).
In questa parte del Sahel Occidentale, il jihadismo è ormai imploso in due grandi correnti che si combattono:
– Uno, quello dell’EIGS (Stato islamico nel Grand Sahara), è legato a Daesh e il suo obiettivo è la creazione in tutto il BSS (striscia Sahelo-Sahariana) di un vasto califfato transetnico che sostituisce il stati attuali. Il suo leader, Adnane Abou Walid al-Saharaoui è un arabo Réguibat, ex dirigente del Polisario..
– L’altro, quello di Aqmi (Al-Quaïda per il Maghreb islamico), è il prodotto di grandi frazioni di due grandi popoli, il Tuareg e il Fulani, compresi i leader locali, il Touareg Iyad Ag Ghali e il Fulani Ahmadou Koufa, i quali non sostengono la distruzione degli attuali stati del Sahel.
Le rivendicazioni dei tuareg di Azawad non essendo quelle dei fulani di Macina, Soum o Liptako, era quindi del tutto artificioso che i loro combattenti si fossero radunati sotto lo stendardo di Al-Qaeda che, tutti come Daesh, rivendica il califfato, quindi la distruzione degli stati del Sahel.

Questa artificiosità ha condotto infine ad una frattura tra l’Algérino Abdelmalek Droukdal, il capo d’Al-Qaïda per l’Africa del Nord e la BSS, e gli altri principali capi etno-islamisti régionali, quindi Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa. Questi ultimi che detengono in parte le chiavi del conflitto, negoziano attualmente con Bamako. Iyad Ag Ghali sotto gli auspici dei padrini algerini sono preoccupati della progressione regionale di Daech; analogamente Ahmadou Koufa sotto la protezione del suo mentore, l’imam Dicko.

Come da me spiegato in un comunicato in data 6 giugno , Abdelmalek Droukdal si è opposto a questi accordi, aveva deciso di ripristinare la propria autorità su Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa. Il suo tentativo di intralciare i futuri accordi di pace, già oggetto di sottili e molto complesse discussioni, era parecchio mal visto in Algeria. Soprattutto da quando, per diverse settimane, il presidente Tebboune ha rilevato dal loro stato di “semifinanziati” alcuni degli ex DRS, veri “intenditori” del dossier, già licenziati dal generale Gaïd Salah e dal clan Bouteflika

La morte d’Abdelmalek Droukdal e di altri tre comandanti locali, tali Sidi Mohamed Hame, Abou Loqman alias Taoufik Chaib e Ag Baye Elkheir, il tre giugno, à Talahandak, nel cerchio di Tessalit in Mali, a pochi chilometri dal confine con l’Algeria, pone in essere quindi la libertà di Iyad Ag Ghali e Ahmadou Koufa..

Infine, poiché gli “emiri algerini” che hanno guidato a lungo Al Qaeda nel BSS sono stati uccisi uno dopo l’altro, l’eliminazione di Abdelmalek Droukdal segna la fine di un periodo. D’ora in poi, Al Qaeda nel BSS non è più guidato da stranieri, da “arabi”, da algerini, ma da “regionali” che hanno un approccio politico regionale e le cui affermazioni sono principalmente rivendicazioni radicate nei loro popoli, come mostro nel mio libro Le guerre del Sahel dalle origini ai giorni nostri. Per anni ho scritto che le componenti locali di Aqmi hanno usato l’Islam come uno schermo per le richieste inizialmente etno-politiche, che sono attualmente verificate sotto i nostri occhi.

Siamo quindi, e ancora una volta, di fronte al ritorno, in una forma “modernizzata”, della grande realtà africana che è l’etnia. Se fosse ancora necessario, questi eventi dimostrano che, ovviamente, l’etnia ovviamente non spiega tutto … ma che nulla può essere spiegato senza di essa …

Resta dunque Daech, la cui distruzione in BSS non potrà realizzarsi che:
1) Opponendo la direzione allogena, dunque il «marocchino» Adnane Abou Walid al-Saharaoui, alle sue truppe autigene.
2) Esasperare le contraddizioni tra le rivendicazioni di diversi generi etnici, tribali e clanici.
3) Impedendo al nostro “fedele alleato” turco nella NATO di rifornire i combattenti dell’ISIS. Ma se la rotta del maresciallo Haftar continuasse e le sue truppe perdessero il controllo di Fezzan come sembra essere in corso, allora …

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Le vere ragioni della morte di Abdelmalek Droukdal, di Bernard Lugan

Qui sotto la traduzione del notiziario di Bernard Lugan, il più puntuale analista francese della situazione sociopolitica del continente africano. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Abdelmalek Droukdal, il capo di Al-Quaïda in tutta l’Africa del Nord e la fascia sahéliana, da due decenni l’uomo più ricercato in Algeria, ha abbandonato il suo santuario di Kabylia con il suo Stato Maggiore per raggiungere il nord del Mali laddove l’armata francese lo ha abbattuto. E’ stato «neutralizzato» nella regione di Tessalit, in territorio touareg; un dato dalla importanza fondamentale.

Sorgono due domande:
1) Perché ha corso questo rischio?
2) Perché era diventato imbarazzante per gli algerini i quali non potevano non sapere del suo “spostamento”?

1) Per diverse settimane, i gruppi jihadisti dalle obbedienze diverse e dalle motivazioni disparate si sono combattuti nella BSS (Fascia Sahelo-Sahariana). Un conflitto aperta e scoppiato contemporaneamente tra l’EIGS (Stato islamico nel Grand Sahara), legato a Daesh e i gruppi che si richiamano al movimento di Al Qaeda, gli EIGS accusati dai primi di tradimento. Di fatto, i due principali leader etno-regionali della nebulosa di Al Qaeda, vale a dire il Touareg ifora Iyad Ag Ghali e il Peul Ahmadou Koufa, capo della Katiba Macina, stanno attualmente negoziando con Bamako.

2) L’Algeria è inquieta nel vedere Daesh avvicinarsi  alle sue frontiere. Or dunque, poiché considera il BSS come propria retrovia, l’Algeria ha sempre “patrocinato” un accordo di pace. Il suo uomo sul posto è Iyad ag Ghali la cui famiglia vive in Algérie dove possiede una casa. Politicamente egli dispone di quattro referenze:
– Egli è touareg ifora;
– è musulmano «fondamentalista».
– Oltre al sostegno dei touareg, dispone di una base popolare a Bamako grazie alla fedeltà dell’imam Mahmoud Dicko.
– Soprattutto, è contrario alla dissoluzione del Mali, una assoluta priorità per l’Algeria, che non vuole un Azawad indipendente; rappresenterebbe un faro per i propri Touareg.
La negoziazione che procede al momento «discretamente» ha per scopo la regolazione di due conflitti differenti i quali, non ostante le apparenze e la versione popolare, non hanno una matrice islamica. Si tratta in effetti di conflitti iscritti nella notte dei tempi, come descritti da me nel libro Les Guerres du Sahel delle origini in nessun viaggio,  di risorgenze etno-storico-politiche-oggi mimetizzate dietro il paravento islamico.
Questi due conflitti, ciascuno dalla propria dinamica sono:
– Quello del Soum-Macina-Liptako, condotto dai Peul; da qui l’importanza di Ahmadou Koufa.
– Quello del nord Mali, l’attualizzazione della tradizionale contestazione dei touareg; da qui l’importanza dell’Iad di Agha.
Or dunque, Abdelmalek Droukdal era contrario a questi accordi, e aveva deciso o ancora era stato persuaso a recarsi nella zona, forse per ristabilire un modus vivendi con Daech. Mais, surtout, per riprendere in mano e imporre la propria autorità a sua volta a Ahmadou Koufa e a Iyad ag Ghali.
Rappresentava dunque l’ostacolo al piano di pace regionale tendente a isolare i gruppi di Daech, in modo da regolare  rispettivamente il problema touareg in Mali e il problema peul nel sud del Mali e nel nord del Burkina Faso. Ecco il perché della sua morte.

Lo stratagemma della “salsiccia” dei gruppi terroristi è perfettamente riuscito. Prova due cose:

1) L’Algeria è tornata nel conflitto.

2) I militari francesi che hanno condotto l’operazione si sono ispirati alla massima di Kipling secondo il quale “il lupo afghano è inseguito in Afghanistan dal levriero afghano”.

In altre parole, non cesso di dirlo dall’inizio del conflitto, una raffinata conoscenza delle popolazioni che è indispensabile

Se la strategia dovesse essere coronata da successo, con il ritorno al gioco politico dei Touareg uniti dalla guida di Iyad ag Ghali e  dei Peul, al seguito di Ahmadou Koufa,

si potranno concentrare tutti i mezzi  sull’EIGS, con uno scivolamento delle operazioni verso l’est del Niger e della BSS.

Il problema è ormai è di sapere se il Fezzan Libico sta sfuggendo al generale Haftar (voce del comunicato del 28 maggio 2020 ). Nel caso la Turquie, nostro «buono» e «leale» alleato in seno alla NATO, avrebbe dunque un corridoio che consentirebbe ai propri servizi una linea diretta per sostenere i combattenti dell’EIGS. L’imperativo sarà quindi di riprendere il controllo fisico della regione di Madama, in modo da impedire la rianimazione del terrorismo attraverso la Libia.

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Libia: fine del gioco per il maresciallo Haftar?, di Bernard Lugan

Il maresciallo Haftar non è riuscito a prendere Tripoli, nonostante i suoi annunci di vittoria e il massiccio aiuto ricevuto dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti. Nelle ultime settimane ha anche subito gravi battute d’arresto militari, perdendo la posizione strategica di Gharyan e la base aerea di Watiya in Tripolitania.

Ecco i quattro motivi di questo scacco:

1) Il maresciallo Haftar non ha fanteria, i suoi unici veri combattenti sul campo sono mercenari, principalmente sudanesi, supportati da contractors russi di basso valore militare. Questi ultimi si sono appena ritirati dal fronte di Tripoli dopo aver subito gravi perdite al cospetto delle forze speciali turche.

2) Le milizie di Zintan di cui sperava il supporto si sono schierati alla fine con i turchi-tripolitani.

3) L’intervento militare della Turchia ha rovesciato l’equilibrio di potere a favore del GNA (Governo dell’Unione Nazionale) di Tripoli.

4) La Russia, che non ha mai ingaggiato il suo esercito, ritiene che Haftar non sia più l’uomo giusto alla attuale situazione.

 

Pertanto sorgono quattro domande:

–  Qual è la linea rossa tracciata dalla Russia alla Turchia?

– Chi succederà al maresciallo Haftar a Bengasi?

– Quale soluzione politica è possibile?

– Quali conseguenze per il presidente Déby i cui oppositori sono installati a Fezzan?

 

1) Dov’è tracciata la linea rossa dalla Russia?

Dopo aver sostenuto il maresciallo Haftar, Mosca si è resa conto che costui non era in grado di prendere il potere a Tripoli. I russi sanno anche che il maresciallo è odiato in Tripolitania, dove coloro che hanno rovesciato il regime del colonnello Gheddafi lo considerano, giustamente o erroneamente, come suo successore. Questo è il motivo per cui sembrano averlo abbandonato, ma fissando una linea rossa alla Turchia. Dove è tracciata? Ecco tutta la questione

Per Mosca, la priorità è congelare la situazione sul terreno, in attesa di trovare un successore del maresciallo Haftar, che implica un’evoluzione nelle posizioni dell’Egitto e in particolare degli Emirati Arabi Uniti i quali sostengono ancora quest’ultimo. Militarmente, e da quello che è possibile sapere, Mosca avrebbe deciso di santuarizzare il fronte a ovest di Sirte.

In questo contesto, l’annuncio americano dell’invio di aerei russi ultra moderni al generale Haftar è una disinformazione perché, per quanto ne sappiamo, questi aerei “moderni” sono in realtà quattro dispositivi di seconda mano che, in ogni caso, non modificheranno l’equilibrio delle forze sul terreno.

2) Chi succede al maresciallo Haftar?

Diversi nomi sono in predicato. Tra questi, i “candidati” più autorevoli sembrano essere:

– Il generale Abderrazak Nadhouri, l’attuale capo dello staff, la cui stella è però offuscata dalle sconfitte subite in Tripolitania contro le forze turco-misuratine.

– Il Generale Ahmed Aoun, della tribù Ferjan nella regione di Sirte. Se questo ex generale di Muammar Gheddafi, popolare nell’esercito del maresciallo Haftar, fosse naturalmente in grado di radunare i kadhafisti della Tripolitania, quale sarebbe la reazione di coloro che rovesciarono il vecchio regime, in particolare il potente Zintani ?

– Si dice che Aguila Salah, il presidente della Camera dei rappresentanti che siede a Tobrouk sia il puledro dell’Egitto. L’uomo si è opposto al maresciallo Haftar da quando, consapevole del punto morto militare in cui si era cacciato, aveva proposto un piano per porre fine alla crisi attorno alla riforma di un consiglio presidenziale tripartito su base regionale ( Tripolitania, Cirenaica e Fezzan).

3) Soluzioni politiche

La domanda è semplicemente affermata:

– Con la Turchia impegnata militarmente a fianco del GNA, il generale Haftar non prenderà Tripoli.

– Con la Russia che santifica la Cirenaica, il GNA non prevarrà a Bengasi.

Conclusione: la negoziazione può quindi riprendere. Ma su basi diverse da quelle irrealistiche, perché solo elettorali, poste dalla “comunità internazionale”.

In tal modo :

1) Alla conferenza di Berlino dello scorso gennaio, la divisione del potere era stata quasi stabilita, il comando dell’esercito tornato in Cirenaica e la presidenza in Tripolitania. Tuttavia, i negoziati si erano fermati sul posto da assegnare al generale Haftar che, spinto dagli Emirati, aveva adottato una posizione massimalista che aveva interdetto la Russia.

2) Fayez el Sarraj, il capo del GNA (governo dell’Unione nazionale) con sede a Tripoli potrebbe dimettersi. Chi lo potrebbe sostituire allora? Misrati Fahti Bachaga essendo unanime con tutti coloro che temono il dominio della città-stato di Misrata sulla Tripolitania, un’opzione più consensuale sarebbe quella di Zentani Oussama Jouli. Soprattutto dal momento che quest’ultimo ha radunato nella sua persona la frazione di Zintani fino ad allora alleata con il generale Haftar, ma che ha permesso alle forze turche-GNA di riprendere la base aerea di Watiya il 12 maggio. È importante notare che, durante la guerra contro il colonnello Gheddafi, le forze speciali francesi avevano appoggiato le truppe di Osama Jouli.

Ci saremmo così spostati, in un certo senso, verso un ampio federalismo. Resta da risolvere la questione della condivisione del petrolio che, tenendo conto delle posizioni geografiche dei depositi, faciliterebbe la ricerca di un equilibrio territoriale.

4) Conseguenze per il Ciad

Con le forze di Misrata-GNA-Turchia che attualmente hanno acquisito un vantaggio, probabilmente le tribù fezzane si uniranno a loro. Se così fosse, le conseguenze regionali sarebbero quindi significative perché la Turchia, che già sostiene i gruppi terroristici armati nel BSS, sarebbe quindi direttamente in contatto con l’area, costringendo così Barkane a riposizionarsi a Madama.

In realtà, il generale Haftar non ha mai veramente controllato il Fezzan, il suo unico supporto quasi affidabile è che ci sono alcune tribù arabe i cui capi vengono comprati. Per il resto, i Toubou che odiano gli arabi vendono al miglior offerente e, come per i tuareg, si sporgono verso Tripoli.

Tuttavia, questo Fezzan in cui le tribù definiscono le loro alleanze in base all’equilibrio di potere a Tripoli e Bengasi, è la retrovia degli avversari del presidente Déby. Per la cronaca, nel 2019, la loro ultima offensiva, che stava per raggiungere N’Djamena, è stata bloccata solo dall’intervento dell’aviazione francese.

Tra questi oppositori, quello che sembra essere attualmente il più militarmente pericoloso per il presidente Déby è il Toubou-Gorane Mahamat Mahdi Ali che è a capo del FACT (Fronte per l’alternanza e la concordia in Ciad). Quest’ultimo che afferma di avere 4000 combattenti, sa di poter contare sul bacino etnico che si estende sulle regioni di Borkou, Ennedi e Kanem. Per il momento, le sue forze sono di stanza nella Libia centrale, a circa sessanta chilometri da Jufra, nella regione di Jebel Sawad (Fonte: Fezzan Consultation ). Il crollo del generale Haftar avrebbe quindi aperto Mahamat Mahdi Ali, una “finestra di fuoco” che non avrebbe mancato di sfruttare.

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GIOCHI DI GUERRA IN UNA LIBIA CAOTICA: PROSPETTIVA GEOPOLITICA, di Mehdi TAJE

GIOCHI DI GUERRA IN UNA CAOTICA LIBIA: PROSPETTIVA GEOPOLITICA


Nonostante gli impegni assunti alla conferenza di Berlino del 19 gennaio 2020, vale a dire l’istituzione di un cessate il fuoco duraturo, il rispetto dell’embargo sulle armi e la cessazione di tutte le consegne a Armamenti ai belligeranti, non interferenze, ecc., La situazione in Libia sembra peggiorare con il rischio di sfuggire a qualsiasi controllo e destabilizzare lo spazio Maghreb-Sahelian.

Al contrario, stiamo assistendo a un’accelerazione delle interferenze e alla fornitura di armamenti in violazione degli impegni assunti alla conferenza di Berlino. La guerra in Libia, per il momento di bassa intensità, rischia di ribaltarsi in un conflitto generalizzato di alta intensità che mette a repentaglio l’esistenza stessa dello stato libico. In effetti, il conflitto si è internazionalizzato, sfuggendo ai belligeranti limitati al ruolo di “delegati” di attori regionali e internazionali che lottano per specifici obiettivi strategici ed economici, per il controllo e la condivisione della ricchezza di petrolio e gas del Paese valutata a 48 miliardi di barili (1a riserva in Africa, nona al mondo) e per garantire una quota mercato per la futura ricostruzione del Paese stimata in oltre 270 miliardi di dollari dalla Banca mondiale.

LIBIA, LA NUOVA SIRIA DEL MAGHREB?

Dal 19 gennaio 2020, i due belligeranti, ovvero il campo di Sarraj rappresentato dalla GUN [1]sostenuto principalmente da Turchia, Qatar e, in misura minore, Italia, Gran Bretagna e Maresciallo Haftar con i suoi principali sostenitori, Egitto, Emirati Arabi Uniti (Emirati Arabi Uniti), Arabia Saudita, Francia, La Russia e, in misura minore, con una strategia opaca, gli Stati Uniti, hanno beneficiato di un massiccio afflusso di armamenti sofisticati, mercenari e truppe che nutrono il rischio di escalation del conflitto. Infatti, secondo un rapporto delle Nazioni Unite risalente alla fine di gennaio 2020, gli Emirati Arabi Uniti hanno consegnato al maresciallo Haftar, tramite quasi 40 aerei cargo, oltre 3.000 tonnellate di armi, inclusi veicoli blindati, sistemi di difesa antiaerea, droni, ecc. Si dice che i mercenari sudanesi abbiano rafforzato i ranghi di quelli già presenti nell’ANL [2]. Allo stesso tempo, il sostegno turco al governo di Sarraj si intensificò: il 29 gennaio 2020, tre navi turche scortate da una fregata furono osservate in mare aperto e nel porto di Tripoli da aerei francesi Rafale decollati dalla portaerei Charles- de Gaulle. Una nave sbarcò con pesanti veicoli corazzati e altre due furono sbarcate da soldati dell’esercito turco. Il 27 gennaio 2020, circa 40 soldati turchi arrivarono a Misurata per via aerea. Probabilmente, nel supporto tecnico e per consentire l’uso di armi sofisticate. Infatti, il 28 gennaio 2020, un drone degli Emirati di fabbricazione cinese che lavorava per il maresciallo Haftar fu abbattuto a Misrata. Il 29 gennaio 2020, il presidente francese Macron, durante un’intervista con il primo ministro greco, denuncia il mancato rispetto della parola data dal presidente turco Erdogan, sottolineando al contempo la continuazione da parte della Turchia del trasferimento di mercenari siriani nel campo di Tripoli il cui numero è stimato intorno ai 2500 con un obiettivo finale di 6000 combattenti. Il portavoce dell’ANL, Ahmed Mesmari, ha valutato il loro numero il 3000 il 30 gennaio 2020. Oltre al proprio sostegno, la Francia si astiene dal denunciare la massiccia fornitura di armamenti al maresciallo Haftar in violazione di impegni presi a Berlino. Infine, il 30 gennaio 2020, l’inviato dell’ONU per la Libia, Ghassan Salamé, parlando prima che il Consiglio di sicurezza dell’ONU sottolinei:ci sono attori senza scrupoli, dentro e fuori la Libia, che scuotono la testa con un cinico occhiolino agli sforzi di pace e dichiarano piamente il loro sostegno alle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, continuano, dietro di esso, a alimentare una soluzione militare accentuando lo spaventoso spettro di un conflitto su vasta scala e una nuova miseria per il popolo libico  ”.

In questo contesto, il caos libico, un vero buco nero sul confine orientale della Tunisia, è amplificato da molteplici interferenze e dal gioco complesso e opaco delle potenze regionali e internazionali. Oggi, come un mix tra Siria e Iraq, la Libia, divisa in tre entità che sono esse stesse fratturate e divise, sta conducendo un’aspra lotta per mantenere la sua unità. Il paese, fratturato in nuovi territori feudali, sta attraversando una situazione di guerra regionale e internazionale per procura, una guerra tribale, clan, religiosa e mafiosa che alimenta l’instabilità regionale e lo espone al rischio di somalizzazione.

In effetti, a causa di interferenze straniere, la Libia è proiettata al centro di un grande gioco su scala regionale e globale che va oltre le considerazioni interne e limita lo spazio di manovra dei belligeranti libici:

  • Affollamento di poteri rivali;
  • Lotta per l’influenza tra sostenitori e oppositori delle “rivoluzioni arabe”  ;
  • Scontri tra milizie interposte tra le monarchie del Golfo che segnano l’intrusione del Mashreq nel Maghreb;
  • Controllo della ricchezza libica, maghrebina e saheliana, riconfigurazione delle relazioni di potere su scala maghrebina, avidità di risorse di gas e petrolio nel Mediterraneo orientale, ecc.
Maresciallo HAFTAR

SITUAZIONE SUL TERRENO

Sul terreno, la fragile tregua non poteva reggere. Oltre alle incursioni aeree e al lancio di razzi, i combattimenti ripresero rapidamente nel sud della città di Tripoli. Parallelamente, dalla città di Sirte rilevata dal maresciallo Haftar il 6 gennaio 2020, l’ANL ha lanciato, il 26 gennaio 2020, un’offensiva sulla strada che porta a Misrata. L’obiettivo della manovra è prendere la città di Misrata, che si trova esposta sul suo fianco orientale, per innescare il ritorno dei misrati che difendono Tripoli, indebolendo così quest’ultimo. Allo stesso tempo, se Tripoli cade, Misrata sarebbe circondata. Al contrario, se il maresciallo Haftar viene espulso dalla Tripolitania, Tripoli cadrà sotto l’influenza della città di Misrata e delle sue potenti milizie che segnano il ritorno alla situazione che caratterizza l’anno 2014.“La costa urbanizzata di Tripoli è un caso speciale. Qui, il potere appartiene alle milizie (…) che siamo nel mondo della tratta che consente ai miliziani di sostenere le loro famiglie. Tuttavia, avrebbero tutto da perdere a causa della vittoria del generale Haftar poiché quest’ultimo aveva promesso di metterli al passo. Questo è il motivo per cui sostengono lo pseudo-governo di Sarraj, anch’esso sostenuto dalla Turchia (…) La situazione in Tripolitania è quindi molto chiara: se il generale Haftar non riuscirà a imporsi militarmente, Tripoli e le città costiere rimarranno al potere delle milizie ” [3]. Il realismo impone a Haftar di rifiutare qualsiasi cessate il fuoco che possa solo ferirlo. In effetti, controllando circa l’80-90% del territorio libico, il maresciallo Haftar è consapevole che il tempo sta giocando contro di lui, le alleanze sono instabili e la Turchia rafforza significativamente il suo sostegno militare a Camp Sarraj. Inoltre, l’offensiva lanciata il 4 aprile 2019 è impantanata nonostante gli ultimi progressi e rischia di ipotecare il supporto esterno e interno all’ANL. [4]

I CONTORNI DEL PROBLEMA LIBICO

A questo punto, tutte le conferenze internazionali sulla Libia si sono confrontate con la complessità del teatro. Poveri diagnosticano la noncuranza della realtà e della sociologia tribale libica, le strategie rivali delle potenze regionali e internazionali, l’intrusione del Mashreq o la “guerra inter sunnita”nel Maghreb, l’esacerbazione di rivalità e concupiscenze in termini di posizionamento all’interno del Maghreb, del Sahel africano e del Mediterraneo orientale e più in generale una nuova geopolitica globale che ridisegna le relazioni di potere costituiscono altrettanti ostacoli a qualsiasi insediamento duraturo della guerra in Libia. In effetti, oltre alle complesse realtà locali che caratterizzano la scena libica, senza un’approfondita analisi delle strategie dei poteri che interferiscono nel conflitto libico, dei loro obiettivi dichiarati e non riconosciuti, dell’impatto della riconfigurazione in corso delle relazioni di potere con su scala planetaria, non è possibile fare la diagnosi giusta e quindi elaborare una tabella di marcia realistica che porti a un insediamento duraturo della guerra libica tenendo conto della sovrapposizione tra tre piani, vale a dire il locale,

Prima di sviluppare brevemente questi punti, il problema libico potrebbe essere riassunto in questi termini:

  • Come organizzare una convivenza tra il centro e le periferie, vale a dire come articolare la distribuzione del potere politico e le entrate derivanti dalla ricchezza di petrolio e gas a livello locale mantenendo un potere centrale con un minimo di prerogative sovrano? Si tratta, per i libici, di inventare una nuova forma di governo che si attenga alle loro specificità;
  • La questione fondamentale in Libia riguarda il controllo della ricchezza di petrolio e gas e, in misura minore, la tratta di ogni tipo (criminalità organizzata transnazionale che erige i leader della milizia come veri e propri signori di nuovi territori feudali) a livello locale, regionale e internazionale. Come possiamo immaginare che questi signori della guerra accetteranno di deporre le armi quando controllano, con queste armi, i territori fonte di entrate considerevoli mentre gravano sulle decisioni politiche? Inoltre, quale sarà l’equilibrio delle forze emergenti dalla lotta tra le potenze tradizionalmente pesate sulla scena libica e le nuove potenze (Russia, Cina, India, Corea del Sud, Turchia, Paesi del Golfo, ecc.)? Questo equilibrio preserverà l’unità territoriale della Libia attraverso a“Comprensione” della condivisione di risorse di petrolio e gas o favorirà una spartizione del Paese?
  • Le potenze internazionali, il 5 febbraio 2020, hanno davvero interesse a pacificare la Libia?

LA NEGAZIONE DELLA REALTA’ LIBICA 

Questo è il primo punto che giustifica i successivi fallimenti delle molteplici conferenze internazionali che si occupano della guerra in Libia. Albert Einstein sottolinea: “non si può risolvere un problema con lo stesso modo di pensare di quello che l’ha generato”.La democrazia che segue il modello occidentale artificialmente posto sulle realtà libiche e l’organizzazione delle elezioni non porterà a un insediamento duraturo della guerra in Libia. Infatti, senza entrare nella complessità della sociologia politica della Libia, questo stato è caratterizzato da un mosaico tribale con equilibri precari, l’assenza di una base nazionale ancorata nel lungo tempo della storia e delle identità locali e forte regionale. L’appartenenza alla tribù, nella regione, ha sempre prevalso con profonda sfiducia nei confronti di qualsiasi potere centrale. Inoltre, la Libia è caratterizzata da una dualità tra le regioni costiere e le tribù nomadi dell’entroterra. Le città costiere hanno sempre temuto che le popolazioni nomadi desiderassero la loro ricchezza. Una dualità anche tra una Cirenaica sotto influenza greca e una Tripolitania sotto l’influenza di Cartagine e Roma. Senza tener conto della vera realtà libica, alcuni poteri e organizzazioni internazionali credono che ponendo artificialmente il modello democratico di “un uomo, un voto” su questa realtà libica molto particolare, la Libia troverà la strada per la pace e la stabilità.

Come l’Africa sub-sahariana in cui il voto, che è essenzialmente etnico, immerge i paesi nell’instabilità cronica a causa della “etno-matematica” che conferisce potere politico ai più numerosi gruppi etnici, il voto in Libia è locale , tribale e regionale. L ‘ “uomo unico, un voto” non farà altro che avallare ed esacerbare le linee di faglia generate dalla guerra guidata dalla NATO nel 2011 con l’obiettivo di eliminare il colonnello Gheddafi e rompere lo stato libico, in particolare la sua sovranità sulle sue risorse e la sua valuta. Di conseguenza, l’importazione del modello democratico occidentale basato su “un uomo, un voto”aggraverà solo il conflitto libico. In questo caso, questo è esattamente ciò che è accaduto dopo le elezioni del 2014 che hanno portato a una divisione di fatto della Libia tra il campo di Sarraj e le autorità orientali. A questo livello, la comunità internazionale, in particolare le Nazioni Unite, dovrebbe partire dal regno reale libico, vale a dire dalle tribù libiche, veri detentori del potere, oggi usurpati dalle milizie, e sostituirle al centro del gioco: spetta ai libici, tenendo conto delle peculiarità del loro paese, sviluppare, innovando, una forma di governance che consenta un’equa distribuzione delle entrate di petrolio e gas e una sottile articolazione tra potenti potenze locali e un potere regolatore centrale con un minimo di prerogative reali. Tunisia

Come sottolinea Bernard Lugan, “le tribù, eppure le uniche vere forze politiche nel paese, sono messe da parte mentre la soluzione è proprio attraverso la ricostituzione delle alleanze tribali forgiate dal colonnello Gheddafi (…) riconosciute dal Consiglio dal 14 settembre 2015 Il supremo delle tribù come il suo rappresentante legale, Seif Al-Islam, che rappresenta una delle soluzioni, viene sistematicamente respinto dagli europei. Tuttavia, è uno dei rarissimi leader libici in grado di far convivere centro e periferia, come aveva fatto suo padre, articolando i poteri e l’affitto degli idrocarburi sulle realtà locali con una presenza minima del potere centrale ” [5]. In questo caso, il 24 gennaio 2020, i capi delle tribù libiche arrivarono al Consiglio Superiore delle regioni petrolifere e acquatiche al fine di formulare le condizioni per il riavvio dei pozzi petroliferi bloccati dal campo di Haftar il giorno prima della conferenza di Berlino. e causando la caduta della produzione di petrolio da 1,2 milioni di barili / giorno a 284.000 barili / giorno. Queste condizioni possono essere riassunte in questi termini: dimissioni del governo Sarraj, leader della Banca centrale e della National Oil Corporation (NOC); costituzione di un governo provvisorio che garantisca un’equa distribuzione delle entrate derivanti dalla vendita di idrocarburi, dall’apertura di un conto bancario speciale, ecc.

UNA NUOVA GEOPOLITICA GLOBALE CHE CONDIZIONA IL FUTURO DELLA LIBIA

Ai margini del Maghreb e del Mashreq, porta di accesso all’Africa, ricca di risorse energetiche (petrolio e gas), la Libia occupa una posizione di crocevia strategica molto ambita tra Asia e Medio Oriente, il Europa e Africa. Essere posizionati in Libia consente di influenzare gli equilibri geopolitici di gran parte del Mediterraneo, il Maghreb e il Sahel africano, tre spazi speculari.

La Libia, la porta verso la profondità saheliana, ricca di risorse ambite, ha acquisito una dimensione strategica centrale .Pertanto, i poteri esterni, sotto la maschera della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata, bramano risorse naturali comprovate e potenziali e mirano, in definitiva, a una militarizzazione crescente e duratura dell’area al fine di affermare il loro controllo e estromettere il potenze rivali (Cina, Russia, India, Turchia, Iran, Paesi del Golfo, ecc.). Questi poteri hanno tutto l’interesse a favorire l’emergere di un’equazione geopolitica mettendoli in una posizione di forza per la condivisione delle ricchezze del Sahel e del Maghreb. Inoltre, essere posizionato militarmente all’interno di questo corridoio strategico che collega l’Oceano Atlantico al Mar Rosso offre la doppia capacità di influenzare i bilanci geopolitici ed energetici del Maghreb e dell’Africa occidentale.

Senza una comprensione dettagliata della nuova grammatica geopolitica in atto su scala internazionale e delle rivalità di potere che ristrutturano la scena mondiale, non è possibile comprendere la complessità della guerra in corso in Libia.

In effetti, su scala internazionale, stiamo assistendo a un ritorno alla logica del potere con un’esacerbazione delle rivalità tra le potenze volte a mantenere gli Stati Uniti come motore di trasformazione del mondo nella loro immagine secondo il concetto di ” manifest destino ” e le forze emergenti che lavorano per creare un mondo multipolare (Cina, Russia, India, Iran, Turchia, Venezuela, ecc.). La futura strutturazione delle forze all’interno del triangolo strategico composto da Stati Uniti, Cina e Russia modellerà ancora il mondo di domani. In effetti, è attorno a questo triangolo strategico (Suslov) che si delinea l’equilibrio del potere e l’equilibrio del potere.

In effetti, secondo gli strateghi americani, se la Cina fosse in prima linea nelle potenze, combinando la sua crescita economica e la sua indipendenza geopolitica e militare, mantenendo il suo modello confuciano al sicuro dalle manovre sovversive occidentali, allora la supremazia degli Stati Uniti sarà decisamente indebolita. In questo contesto, la guerra commerciale maschera il vero interesse della lotta, la supremazia tecnologica, la guerra umanitaria (interferenza umanitaria quindi responsabilità di protezione), la strategia sovversiva dell’interferenza democratica che colpisce Hong Kong e, per inciso, Taiwan, le future pressioni ambientali , la guerra contro il terrorismo islamista e la guerra ciberneticacostituiscono le nuove linee di intervento utilizzate per mascherare i veri obiettivi della grande guerra eurasiatica:  “La Cina come bersaglio, la Russia come condizione per vincere la battaglia” . Seguendo la logica di un biliardo a tre strisce, la Cina come obiettivo perché da sola è in grado di superare l’America nell’ordine del potere materiale (economico e militare) nell’arco di trent’anni. La Russia come condizione a causa del suo orientamento strategico seguirà in gran parte l’organizzazione del mondo di domani: unipolare o multipolare.

Le crescenti tensioni in Europa orientale, Medio Oriente, Asia centrale, Sud-est asiatico e Africa, vale a dire lungo le linee di attrito tra le sfere di influenza di questi tre poli di potere, rivelano che la battaglia è già in corso.

Nel 1904, Sir Halford Mackinder, geopolitico britannico, giunse alla conclusione: il controllo dell’Heartland , il cuore dell’Eurasia, deve consentire di dominare l’isola eurasiatica mondiale, perno dell’egemonia mondiale. Questa tesi è ancora rilevante.

In effetti, gli Stati Uniti hanno operato una riassegnazione geopolitica dello spazio eurasiatico e si sono scontrati frontalmente con le potenze continentali russa e cinese che, da parte loro, hanno rafforzato in modo significativo gli strumenti volti a consentire in definitiva l’unione di Il continente eurasiatico, vale a dire la ricostruzione della Heartland che affolla il potere marittimo americano: l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (SCO), l’Unione economica eurasiatica, il titanico progetto delle nuove strade della seta cinese, afferma BRI ( Belt and Road Initiative), la Asian Infrastructure Investment Bank (BAII), ecc. sono i vettori. Nonostante le dichiarazioni ufficiali, il discreto rafforzamento della presenza militare americana in Afghanistan, rompendo con una promessa elettorale del presidente degli Stati Uniti Trump e della dottrina di Obama, testimonia il desiderio di pesare sulle periferie russa e cinese guadagnando un punto d’appoggio nel cuore del paese. Eurasia. [6]

Dimostrazione di questo orientamento, il Segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha iniziato, dal 31 gennaio al 3 febbraio 2020, un vasto tour in Ucraina, Bielorussia, Kazakistan e Uzbekistan con l’obiettivo di provare a riposizionare gli Stati Uniti in Asia centrale e ostacolare la ricostruzione dell’Heartland portata avanti dal partenariato strategico tra Russia e Cina. Attraverso questa manovra, gli Stati Uniti aspirano a staccare i paesi dell’Asia centrale dall’asse Russia-Cina arruolandoli in “progetti di sicurezza, economici ed energetici sponsorizzati da Washington e soprattutto in relazione all’Afghanistan” . Rivela anche il peso di inerzia portato da Stati Uniti think tank e l’ establishment di Washingtondi fronte al presidente americano. Lo stesso vale per il riavvicinamento con la Russia inizialmente eretta come pilastro durante la sua campagna elettorale. Attingendo ai pensieri di Henry Kissinger, la sottile manovra consisteva nel ostacolare il riavvicinamento tra Pechino e Mosca orientando il pendolo russo verso l’Europa. “Russiagate” , procedura di impeachment, prospettive elettorali hanno costretto il presidente Trump a capire, a “girare gli angoli”e non entrare in una battaglia frontale contro lo stato profondo e i suoi relè neoconservatori. Quest’ultimo, consapevole dei tempi e del limitato spazio di manovra del presidente Trump, è stato avviato, grazie a contingenze locali favorevoli e seguendo un meccanismo consolidato e comprovato nell’Europa orientale (rivoluzioni cromatiche) e durante il detto “Primavera araba” , un’offensiva che prende di mira principalmente la zona MENA, le periferie russe e cinesi, il bacino dei Caraibi (colpo di stato militare in Bolivia, Venezuela, ecc.) E alcuni paesi dell’America Latina ritenuti recalcitranti. I sostenitori di questa offensiva credono che gli Stati Uniti dispongano dei mezzi militari ed economici per consentirgli di contenere sia la Russia che il potere cinese. Naturalmente, l’approccio deve essere di più“Morbido” e presentabile come la manovra usata in Ucraina segnata dall’uso dei neonazisti. L’obiettivo rimane lo stesso: seminare il caos, spezzare gli stati e destabilizzare le regioni al fine di garantire l’accesso alle risorse strategiche e estromettere le potenze rivali contenendole.

Di conseguenza, nonostante la reciproca sfiducia che si radicò nel lungo periodo della storia, l’arroganza occidentale, in particolare quella americana, fece precipitare il pendolo strategico russo verso Pechino. Appeasement alle frontiere, moltiplicazione delle visite ufficiali, partenariato strategico tra Russia e Cina, manovre militari congiunte su larga scala, anche nel Mediterraneo e nel Mar Baltico, firma di accordi economici (principalmente nel settore energetico) e energetici Gasdotto “Force of Siberia”), un più chiaro intreccio dei loro progetti regionali (BRI Silk Roads, Unione economica eurasiatica, progetti di treni ad alta velocità che collegano Pechino a Mosca, ecc.) sono tutti segni del tropismo di Mosca per Pechino: l’inclinazione della Russia verso est è iniziato.

Allo stesso tempo, la manovra sindacale Heartland perseguita da Russia e Cina si estese al Medio Oriente, basandosi su uno stato fondamentale, l’Iran, storicamente il nodo centrale di tutte le rotte commerciali in Asia centrale. Brzezinski ha già sottolineato, nel 1997, nel suo lavoro “Le Grand Échiquier”, questo stato fondamentale dello stato dell’Iran. Attraverso il corridoio in costruzione, un vero ponte di terra (strada, energia, ecc.) Che collega l’Iran, l’Iraq, la Siria e il Libano, cioè l’Iran al Mediterraneo orientale e i progetti di connettività, in particolare da attraverso il progetto Chinese Silk Roads (BRI) che collega l’Iran alla Cina attraverso l’Asia centrale, sarebbe stato istituito un vasto corridoio che collegava Shanghai al Mediterraneo. Un simile progetto portato avanti da Russia, Cina e Iran rappresenta un grave pericolo per gli Stati Uniti che devono ostacolarlo a tutti i costi. È in parte in questo contesto che è possibile comprendere l’eliminazione del generale Soleimani, architetto della strategia iraniana nei confronti del Mar Mediterraneo e della strategia a doppio innesco perseguita dagli Stati Uniti: continuare il rollbackdalla Russia e contenere la Cina. Le manovre marittime militari, senza precedenti nella storia dei tre paesi, eseguite dal 27 al 30 dicembre 2019 da Cina, Russia e Iran nel Mar Arabico e nell’Oceano Indiano settentrionale, hanno esacerbato il nervosismo Stati Uniti. Ostacolare la materializzazione di questi corridoi è quindi una priorità per gli Stati Uniti. È in questo contesto che è consigliabile, nonostante le dichiarazioni ufficiali, mettere in prospettiva il rifiuto degli Stati Uniti di smantellare le sue basi militari in Iraq, il mantenimento o addirittura il rafforzamento delle sue basi nel nord-est del Siria, ecc.

A questo punto, in sintesi, gli Stati Uniti stanno implementando strategie volte a ostacolare la ricostruzione della Heartland a cui aspirano la Russia e la Cina. Tuttavia, la battaglia non si limitò a Heartland , troppo lontano dalla costa per il potere marittimo americano.

In effetti, questa rivalità di potere ha per oggetto il controllo di ciò che il famoso geopolitico americano John Spykman aveva descritto come Rimland , vale a dire le coste del continente eurasiatico. La tesi formulata nel libro “La geografia della pace” nel 1944 è riassunta dalla seguente formula:  “chi controlla Rimland domina l’Eurasia. Chi domina l’Eurasia controlla i destini del mondo ” [ 7 ]

Secondo il pensiero sviluppato congiuntamente a Kais Daly, questo Rimland potrebbe essere suddiviso in due spazi: il classico Rimland interno : Europa, Asia centrale e Cina e un Rimland esterno che va dal Marocco alle Filippine permettendo il rovescio dell’Inner Rimland. Nella stessa prospettiva del gioco di Go, a lungo termine, Pechino, rafforzando la sua presenza attraverso il progetto BRI delle Strade della seta in Marocco, Algeria, Egitto (quindi nel Nord Africa e nel Maghreb) e nell’Africa orientale, aspirerebbe a consolidare la sua influenza sull’Outland Rimland . Lo stesso vale per la Russia attraverso il rafforzamento della sua influenza in Medio Oriente, nel Mediterraneo (dal 2013, la ricostituzione di untask force marittima permanente nel Mediterraneo), nel Maghreb e più in generale in Africa (Vertice di Sochi del 22-24 ottobre 2019 e strategia russa nei confronti del continente africano). La contro-manovra è già in atto dagli Stati Uniti con l’obiettivo di destabilizzare stati o regioni ritenuti centrali da Pechino nell’ambito del progetto BRI e da Mosca: Algeria (tentativo per il momento fallito), Libia ed Egitto nel Nord Africa , Sahel africano, Africa orientale e occidentale, Medio Oriente (Iraq, Iran, ecc.), Periferia cinese e russa, ecc.

Pertanto, la battaglia viene combattuta non solo lungo il Rimland classico, ma anche all’interno del Rimland esterno che collega il Nord Africa, il Sahel africano, l’Africa orientale e le Filippine. La Tunisia, nel cuore del Maghreb, non fa eccezione a questa dinamica. Il significativo rafforzamento delle posizioni cinesi e russe all’interno di questi spazi aggrava il nervosismo degli Stati Uniti e alcune potenze occidentali che aspirano a ostacolare questa manovra strategica. A loro volta, questi poteri avviano le classiche manovre di influenza, accerchiamento e contro-accerchiamento per contrastare le manovre di questi poteri rivali, o addirittura cacciarli da questi spazi altamente strategici .

È in questo nuovo e complesso contesto geopolitico che deve essere analizzato il gioco dei poteri e delle rivalità in Libia. Più in generale, il futuro della Libia e la mappa del Maghreb dipendono da esso.

Per far fronte a questo nuovo accordo geopolitico, una vera lotta al vertice dello stato americano si oppone ai neoconservatori e ai dogmatici contro i realisti per quanto riguarda la manovra contraria.

IL DILEMMA AMERICANO E IL SUO IMPATTO SULLA LIBIA E SUL MAGHREB

Due tesi con conseguenze radicalmente opposte sul futuro della Libia e più in generale del Maghreb si oppongono a Washington: la dottrina Barnett o la dottrina Trump.

Dottrina Barnett:  Thomas Barnett, discepolo dell’ammiraglio Arthur Cebrowski, nel 2003 ha affermato che per mantenere la sua egemonia nel mondo, gli Stati Uniti devono “fare la loro parte del fuoco” , vale a dire dividerlo in due. . Da un lato, stati stabili o “stati integrati”(Membri del G8 e loro alleati) e dall’altro il resto del mondo visto come un semplice serbatoio di risorse naturali. A differenza dei suoi predecessori, non vedeva più l’accesso a queste risorse come vitale per Washington, ma sosteneva che sarebbero state accessibili solo agli stati stabili e rivali attraverso i servizi dell’esercito degli Stati Uniti. Di conseguenza, era necessario distruggere sistematicamente tutte le strutture statali in questo bacino di risorse, in modo che nessuno potesse un giorno opporsi alla volontà di Washington o trattare direttamente con stati stabili. [8] [9]

È un profondo sconvolgimento del pensiero strategico americano che ha trovato la sua applicazione e la sua attuazione dalla Somalia, dall’Afghanistan nel 2001 attraverso l’Iraq, la Libia, la Siria, lo Yemen, il Venezuela e la Bolivia Oggi. In effetti, secondo il pensiero di Barnett, è opportuno situarsi in una neo conferenza a Berlino con accordie la condivisione tra grandi potenze di zone che ospitano risorse strategiche nel quadro dello sgretolamento e della frammentazione di Stati e regioni. La contromanovra russa ha risparmiato la Siria. Dall’inizio del 2019, questa dinamica di fondo ha subito un’accelerazione meteorica che non può essere considerata neutrale. Infatti, anche se obbediscono a contingenze interne segnate da molti punti comuni, in particolare un terreno fertile pronto per la conflagrazione, una nuova ondata di rivolte, che ricorda “la primavera araba” dell’anno 2011, è stata iniziata da Neoconservatori e dogmatici americani: Sudan, Algeria, Venezuela, Egitto, Iraq, Kuwait, Bolivia, molti paesi in America Latina, Iran, ecc.

Sulla scala del Maghreb, questa dottrina ha avuto un impatto diretto sulla Libia e ha portato alla situazione attuale. Più recentemente, l’Algeria è stata presa di mira e sembra, in questa fase, contrastare la manovra. Per quanto riguarda il futuro della Libia, se questa dottrina continuerà, assisteremo allo scoppio di un conflitto ad alta intensità che porta a una frammentazione della Libia e al suo inclinazione nel caos. La mappa del Maghreb sarebbe quindi capovolta, incidendo anche sul Sahel africano e in Europa. La sicurezza della Tunisia sarebbe gravemente minacciata. Dovrebbe anche essere tenuto presente la crescente rivalità tra alcuni stati europei e gli Stati Uniti sull’accesso alla ricchezza del Nord Africa e dell’Africa e la strategia degli Stati Uniti per indebolire l’Europa e limitarla al ruolo di vassallo. Questa strategia si basa principalmente su due assi: il primo asse mira a suscitare la minaccia russa al fine di dividere gli europei in merito alla posizione da adottare nei confronti della Russia e per impedire qualsiasi riavvicinamento tra Francia-Germania-Russia. Questa strategia è supportata dalla Gran Bretagna che, attraverso la Brexit, è tornata in mare aperto e con la sua posizione naturale insita nella sua insularità: la divisione del continente europeo; il secondo asse mira a destabilizzare il fianco meridionale dell’Europa, il Maghreb e la regione del Sahel, aumentando le fonti di tensione. L’Europa è così presa dalle tenaglie e non può liberarsi dalla supervisione della sicurezza americana. Infine, le considerazioni energetiche sono al lavoro con il realeLa “guerra della metropolitana” si oppone ai progetti portati avanti dai russi nel Mediterraneo orientale, in Europa, in Medio Oriente e nel Maghreb e ai contro-progetti sostenuti dagli Stati Uniti.

Dottrina di Trump:  per il presidente Trump che incarna una frangia del Pentagono e dei repubblicani ostili alla dottrina Barnett, gli Stati Uniti, fedeli al Jacksonianismo , devono rompere con questa strategia di “caos costruttivo” generalizzato. Questa strategia si è rivelata controproducente e costosa, anche per gli Stati Uniti. Trump ragiona come un uomo d’affari e pensa al suo elettorato in vista delle elezioni del 2020. Certamente, nel contesto di accordie negoziati con la Cina e la Russia, la destabilizzazione degli stati cardine può essere utile e offrire spazio per i negoziati. Tuttavia, il caos diffuso non è più sostenibile, tanto meno se impone un impegno duraturo da parte dell’esercito americano. Certo, di fronte all’aumento del potere militare della Cina e al salto qualitativo operato dalla Russia (armi ipersoniche, ecc.), L’uscita dal trattato INF e il posizionamento di missili a raggio intermedio contro i due paesi fa parte di un logica di pressione, rassicurazione e consapevolezza della natura sempre temporanea e revocabile di un accordo, tuttavia, il paradigma dominante a cui aspira il presidente Trump si basa su “una logica di accordo tra signori”. Questi ultimi, operando con accordi, negoziano, come gli eventi in corso in Siria, si stabilizzano, si ridistribuiscono nelle rispettive sfere di influenza: è il ritorno del patriottismo e dei grandi stati-nazione. Il presidente Trump, sostenendo una globalizzazione della NATO, consentirebbe di bloccare a lungo termine, come una guardia pretoriana, i paesi del GCC [10] tramite un ME della NATO ( Medio Oriente ), i paesi del Maghreb e Sahel attraverso un maggiore coinvolgimento della NATO nel Maghreb e nel Sahel, concepibile in nome della lotta al terrorismo e di una NATO Atlantico-Pacifico che integra Australia, Giappone, Corea del Sud, ecc. Questo sarebbe il dispositivo futuro per contenere la rinascita di Heartlandportato dalla Russia e dalla Cina, limitando nel contempo il massiccio coinvolgimento dei soldati americani e costringendo i paesi europei a condividere l’onere finanziario di tale impresa. È certo che molti paesi europei si troveranno coinvolti in lotte geopolitiche che non influenzano direttamente i loro interessi strategici ma obbediscono all’agenda degli Stati Uniti.

A titolo di esempio, in questo contesto, il presidente Trump non aspetterebbe all’attuazione della dottrina Barnett in Algeria, portando a una situazione simile alla Siria. A sostegno delle elezioni del 12 dicembre 2019, per gli Stati Uniti era una questione di consentire all’esercito (personale), vero detentore del potere in Algeria, di riconquistare il suo posto naturale di decisore mascherato, presso al riparo da una democrazia di facciata acquisita nel campo degli Stati Uniti. Pur consentendo al sistema di garantirne la mutazione e la sopravvivenza, l’obiettivo finale del presidente Trump sarebbe quello di avviare in Algeria un cambiamento di alleanza che causasse l’inclinazione dell’Algeria nell’orbita degli Stati Uniti. Pertanto, in caso di successo, questa dinamica segnerebbe una grande rottura ridisegnando il Maghreb o la geopolitica nordafricana. Francia, Cina, Russia, ecc.

Con questo in mente, sarebbe la stessa dinamica in Libia. Gli Stati Uniti, la Russia e, in misura minore, la Cina avrebbero negoziato, rispettando i confini della Libia, la condivisione delle zone di influenza consentendo lo sfruttamento dei giacimenti di petrolio e gas libici. È la condivisione della “torta” tra “signori”attraverso accordi complessi di consorzi di petrolio opaco che sfruttano congiuntamente i depositi, come quello che è stato attuato in Iraq. L’Europa si trova emarginata nella sua periferia meridionale. Italia (ENI), Francia (Totale), Gran Bretagna (BP), Germania stanno cercando di pesare sulla futura equazione libica, il problema principale è la distribuzione della ricchezza di petrolio e gas e il posizionamento rispetto a futura ricostruzione del paese. L’intrusione della Turchia nel territorio libico, probabilmente con il consenso degli Stati Uniti, mira a garantire la sopravvivenza, per il momento, del governo Sarraj, per bilanciare l’equilibrio di potere sul terreno e quindi per “frenare” e ostacolare l’avanzata del maresciallo Haftar. È tempo di fare i veri affari, lontano dalle “telecamere” , per congelare la situazione e negoziare in base alla sua influenza sul campo: “le petroliere devono negoziare dietro le quinte”. Si tratta quindi di non consentire a un uomo forte, in questo caso il maresciallo Haftar, di assumere il controllo di tutta la Libia e di tutti i siti petroliferi e di gas, mettendolo in una posizione di negoziazione vantaggiosa. Al contrario, deve essere messo in una configurazione in cui il suo spazio di manovra nel contesto di questi negoziati deve essere il più stretto possibile. Il doppio gioco perseguito dagli Stati Uniti, a supporto del maresciallo Haftar, pur mantenendo le relazioni con il campo di Sarraj, fa parte di questa logica. Lo stesso vale per la Russia: quest’ultima, pur sostenendo militarmente il maresciallo Haftar, negozia e coltiva le sue relazioni con il campo di Sarraj e gli ex khaddafisti, incluso Seif Al-Islam. Pur tollerando il gioco turco, Mosca non ha mai dato al maresciallo Haftar lo strumento militare che gli permetteva di affrontare l’ascesa in modo definitivo. Con questo in mente, una volta conclusi gli accordi , si tratterà di consentire a un uomo forte in Libia, Haftar o altro di prendere il sopravvento e pacificare il paese facendo affidamento probabilmente sul ripristino dell’alchimia tribale. Seguirà il riavvio della produzione di petrolio libica consentendo il finanziamento della ricostruzione del paese. In questo caso, la Libia si trasformerà in uno stato cliente come alcuni paesi del Golfo che si rompono con il suo passato di stato recalcitrante.

In definitiva, due scenari con conseguenze radicalmente diverse per il futuro della Libia e per la stabilità e la sicurezza del Maghreb e della Tunisia .A questo punto, si dovrebbe anche tenere presente che l’esito della guerra libica è correlato agli eventi in atto in Medio Oriente, in particolare in Siria, e alla crescente rivalità sull’acquisizione di giacimenti di gas. e petrolio nel Mediterraneo orientale. A titolo di esempio, le strategie di Turchia e Russia in Libia non possono essere analizzate ignorando il loro gioco in Siria, Medio Oriente e Mediterraneo, in particolare gli obiettivi turchi sui depositi di gas nel Mediterraneo orientale. Ritornando alla dottrina espansionista ottomana (neo-ottomanismo), la Turchia, isolata nel Mediterraneo, attraverso l’accordo siglato con il governo Sarraj il 27 novembre 2019, in particolare per quanto riguarda la delimitazione delle zone economiche esclusive (ZEE) dei due paesi,EastMed collegherà Israele all’Italia via Cipro e la Grecia. Il presidente Erdogan ha tutto l’interesse per la sopravvivenza del governo Sarraj al fine di esercitare pressioni su questi paesi e ottenere il riconoscimento dei diritti di sfruttamento dei depositi nel Mediterraneo orientale. La Turchia, posizionandosi in Libia, consolida anche la sua presenza in Africa, acquisisce un’ulteriore carta di pressione verso l’UE controllando la rotta migratoria dalla Libia (aggiungendo a ciò che essa controlla già dal suo territorio) e si oppone all’influenza dell’Egitto, degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita, poteri ostili all’Islam politico trasmesso dai Fratelli Musulmani. [11]

IMPATTO SULLA TUNISIA

In questo contesto, la guerra in Libia presenta un’alta volatilità e un rischio significativo di ribaltarsi nel caos dettando una maggiore vigilanza delle autorità tunisine. Un controllo strategico è essenziale per rilevare segnali deboli a favore dell’uno o dell’altro degli scenari sviluppati sopra e per preparare in anticipo risposte strategiche in modo da non subire eventi passivamente. I rischi sono molteplici: vari supporti di gruppi terroristici libici o rifugiati nel territorio libico ai movimenti radicali tunisini, base di ritiro, formazione e organizzazione per gruppi terroristici tunisini o elementi che possono essere ricostituiti tra gli elementi reintrodotti dalla Turchia , infiltrazione di elementi terroristici che si mescolano con rifugiati, armi e varie forme di tratta, rapimento e assassinio di cittadini tunisini, inclinazione della Libia in una guerra civile generalizzata che genera un vasto movimento di rifugiati verso il territorio tunisino, divisione dell’entità libica seguendo linee storiche di frattura, connessioni con i vari centri di crisi che abbracciano il fianco Sahel meridionale, contagio dei combattimenti su larga scala in Tripolitania, esportazione di combattimenti tra diverse fazioni libiche in Tunisia a beneficio dei libici residenti in Tunisia costituiscono tutti i pericoli che devono affrontare le autorità tunisine. Allo stesso tempo, il deterioramento della situazione in Tripolitania con conseguente chiusura duratura delle frontiere influenzerebbe direttamente le regioni frontaliere tunisine con equilibri precari che vivono principalmente di traffico illecito e contrabbando. Ciò potrebbe provocare uno scoppio di violenza e rivolte sociali difficili da controllare. A livello economico, una strategia globale e offensiva di riposizionamento della Tunisia dovrà essere concettualizzata in modo da non essere esclusa dai contratti redditizi durante la ricostruzione del paese. La Tunisia deve anche garantire la salvaguardia delle sue quote di mercato contro concorrenti formidabili, in particolare la Turchia. Infine, la scena tunisina dovrebbe essere preservata dal conflitto ideologico e dalla guerra inter sunnita tra Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita con Turchia e Qatar. una strategia globale e offensiva per riposizionare la Tunisia deve essere concettualizzata in modo da non essere esclusa dai contratti redditizi durante la ricostruzione del paese. La Tunisia deve anche garantire la salvaguardia delle sue quote di mercato contro concorrenti formidabili, in particolare la Turchia. Infine, la scena tunisina dovrebbe essere preservata dal conflitto ideologico e dalla guerra inter sunnita tra Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita con Turchia e Qatar. una strategia globale e offensiva per riposizionare la Tunisia deve essere concettualizzata in modo da non essere esclusa dai contratti redditizi durante la ricostruzione del paese. La Tunisia deve anche garantire la salvaguardia delle sue quote di mercato contro concorrenti formidabili, in particolare la Turchia. Infine, la scena tunisina dovrebbe essere preservata dal conflitto ideologico e dalla guerra inter sunnita tra Emirati Arabi Uniti, Egitto e Arabia Saudita con Turchia e Qatar.

Mehdi TAJE, Tunisi, 4 febbraio 2020

Mehdi TAJE è un esperto senior in geopolitica e prospettiva, direttore di Global Prospect Intelligence, presidente dell’Institute for Strategic Intelligence and Prospective Analysis (IVASP) e membro del collegio dei consulenti internazionali del Centro francese di ricerca sull’intelligence ( CF2R).


[1]  Governo dell’Unione nazionale.

[2] Esercito nazionale libico.

[3]  Real Africa , Bernard Lugan, n. 122, febbraio 2020, pag.

[4]  Real Africa , Bernard Lugan, n. 122, febbraio 2020, p.7.

[5]  Real Africa , Bernard Lugan, n. 122, febbraio 2020, pag.

[6]  Questa mappa può essere visualizzata al seguente link:  http://www.politique-actu.com/dossier/mackinder-oeuvre-geopolitique/243141/

[9] Corso di geopolitica di M. Taje, anno 2019-2020.

[10] Consiglio di cooperazione del Golfo.

[11]  Real Africa , Bernard Lugan, n. 122, febbraio 2020, p.10.

https://theatrum-belli.com/jeux-de-guerre-dans-une-libye-au-bord-du-chaos-regard-geopolitique/

Algeria: per comprendere come il sistema ha preso il sopravvento sulla strada, di Bernard Lugan

Dopo la Libia volgiamo nuovamente l’attenzione su un altro paese chiave del Mediterraneo e strategico per l’Italia. Fornitore di petrolio e gas, ma anche simbolo delle aspirazioni di emancipazione dei paesi africani_Giuseppe Germinario

Dopo più di un anno di “hirak” (movimento), rimanendo padrone del calendario che si era prefissato, e nonostante la perseveranza delle dimostrazioni che ora si sforzerà di far apparire come linea ad oltranza, il “Sistema” algerino che si diceva fosse condannato, alla fine ha trionfato sulla strada.

Una vittoria che è stata raggiunta senza le scene di anarchia che hanno sfigurato la Francia per due anni e senza quei massacri di folle che si verificano regolarmente nel mondo arabo-musulmano. Un caso da manuale … in attesa del futuro che dirà se questa vittoria è stata solo temporanea.

Per capire come il “Sistema” algerino ha trionfato sulla strada che lo ha sfidato, è importante scartare la feccia dei media e la fuga ideologica per arrivare al fondo della realtà algerina (vedi su questo argomento il mio libro Algeria, Storia al posto).

 

Spiegazioni e sviluppo:

 

Il trionfo del “Sistema” algerino consiste in sei punti:

 

1) La Costituzione è stata mantenuta, pertanto non vi sono state elezioni costituenti, la principale richiesta politica dei manifestanti

2) L’unità dell’esercito e dei grandi corpi statali, a partire dalla magistratura, è stata preservata

3) Gli appelli allo sciopero generale sono falliti, anche nel mondo dell’istruzione

4) Mentre la strada sosteneva che le elezioni presidenziali non potevano essere tenute, esse si sono svolte nella calma e ha permesso di eleggere un presidente, per la verità con uno scarso suffragio, ma legittimo.

5) L’esercito non è più ufficialmente sotto i riflettori

6) L’Algeria esce dal suo lungo silenzio diplomatico e riappare nei dossier scottanti della Libia e del Sahel.

 

Per quanto riguarda la strada, e come hanno dimostrato le grandi folle che hanno assistito al funerale del generale Gaïd Salah, bisogna riconoscere che essa non appartiene solo agli “Hirakiani” e che quindi ci sono due popoli Algeria. Uno contesta il “Sistema” quando l’altro lo supporta … Forse perché si mantiene grazie ad esso … Il che rappresenterà un vero problema per il Presidente Tebboune. La crisi economica algerina è davvero tale che, se prenderà misure per risolverlo, dovrà incidere nell’economia dell’assistenza e dei clienti, e quindi alienare il popolo “legittimista” …

 

Bouteflika cerca di fuggire dalla tutela dell’esercito

 

Fino all’elezione di Abdelaziz Bouteflika nel 1999, i successivi presidenti algerini basavano la loro forza sul potere dei clan militari; il ruolo presidenziale era limitato all’arbitrato consensuale delle loro prerogative. Il paese fu in realtà governato da circa 150 generali che costituivano il livello superiore della nomenklatura nazionale. L’esercito controllava tutto e costituiva l’élite di un paese le cui strutture tradizionali, a differenza di Lyautéen in Marocco, erano state schiacciate dalla “francesizzazione” giacobina.

Mentre gli algerini soffrivano socialmente, i soldati e le loro famiglie beneficiavano dei rifornimenti nei negozi a loro riservati laddove potevano ottenere a prezzi preferenziali beni che non si trovavano altrove nel paese. Vivevano in residenze sicure e trascorrevano le vacanze in club di proprietà dei militari. Oggi non è cambiato nulla.

 

Come tutti i presidenti, Abdelaziz Bouteflika è stato messo al potere dall’esercito. Tuttavia, a differenza dei suoi predecessori, voleva liberarsi dalla sua opprimente tutela, seguendo due modalità:

 

1) L’economia algerina essendo controllata dalla casta militare attraverso una clientela di soci obbligati o civili, ha creato una contro-potenza economica, quella degli “oligarchi”, che hanno costruito le loro fortune indecenti al di fuori delle reti militari grazie alla concessione di “prestiti” bancari molto generosi.

 

2) Al fine di rompere l’unità dell’esercito, il presidente Bouteflika ha soffiato sulle braci dei classici conflitti interni. Per perseguire questa politica, ha fatto affidamento sul generale Ahmed Gaïd Salah, del quale promosse la carriera, facendolo prima capo di stato maggiore e poi vice ministro della difesa.

 

Inizialmente, dal 2013, questo uomo svolge perfettamente la sua missione opponendosi frontalmente alle due componenti principali dell’esercito, vale a dire il Dipartimento di Intelligence e Sicurezza (DRS) e lo stato -maggiore (EM) dell’Esercito popolare nazionale (ANP). Il clan Bouteflika ha poi sostenuto l’EM nel suo compito di eliminare il generale Mohamed Lamine Médiene noto come “Toufik”, direttore del DRS dal 1990.

Tuttavia, giocando su due tavoli contemporaneamente, e per non legarsi mani e piedi all’EM, quindi al generale Gaïd Salah, il clan presidenziale ha sostituito il generale Mediene con il generale Tartag, oppositore del generale Salah. Quest’ultimo non ha lasciato trasparire nulla e, pur mostrando pubblicamente la sua totale lealtà al presidente Bouteflika, ha iniziato a lavorare pazientemente per eliminare i suoi rivali nell’esercito. Questa epurazione è stata tanto più facile da realizzare poiché allo stesso tempo, tutti gli osservatori avevano puntato gli occhi solo sulla strada che stava manifestando contro un quinto mandato del presidente Bouteflika.

Infine, il 2 aprile 2019, tutti gli strumenti militari ormai raccolti nelle sue mani, il generale Ahmed Gaïd Salah ha interrotto il mandato di Abdelaziz Bouteflika …

 

Generale Gaïd Salah, maestro del calendario

 

Procedendo in fasi successive e lasciando che la strada continuasse a manifestare, il generale completò quindi la sua acquisizione dell’Algeria attraverso il suo apparato statale. La magistratura algerina, che fino ad allora aveva preso i suoi ordini dalla presidenza, ora li raccoglieva dallo staff dell’esercito, che la usava per soddisfare la strada lanciando una caccia ai “corrotti”. Tuttavia, dietro questa cortina fumogena, furono eliminati solo gli oligarchi non militari; la purga non influì sui clan degli affari che erano subordinati ad essa.

 

Il generale si appellava allo stesso tempo alla legalità costituzionale, senza mai discostarsi dalla sua linea che era l’imperativo delle elezioni presidenziali.

Nonostante le potenti proteste popolari, è riuscito a organizzare il voto senza essere condizionato dalle condizioni della strada. Nonostante un’astensione elevata, nel dicembre 2019 un presidente è stato eletto nella persona di Abdelmadjid Tebboune, un membro di spicco del “Sistema”, più volte wali (prefetto) e cinque volte Ministro del Presidente Bouteflika … Il “Sistema” quindi rimase al potere.

Il 23 dicembre 2019, pochi giorni dopo le elezioni presidenziali, il generale Gaïd Salah è morto, privando così l’anti “Sistema” del loro nuovo obiettivo preferito, “liberando” il nuovo presidente dalla sua onerosa supervisione.

 

Lo stallo economico

 

Il “Sistema” è riuscito a risolvere la questione della successione del presidente Bouteflika nella tutela migliore dei suoi interessi; ora non rimane che evitare l’affondamento economico dell’Algeria. Una questione che si enuncia semplicemente così: gli idrocarburi forniscono, buon anno, anno cattivo, tra il 95 e il 98% delle esportazioni e circa il 75% delle entrate di bilancio dell’Algeria; tuttavia, a causa dell’esaurimento delle falde acquifere, la produzione di petrolio algerina è in costante calo. Per quanto riguarda quello del gas, rischia di diventare problematico.

 

Nel 2012 Abdelmajid Attar, ex ministro ed ex CEO di Sonatrach, la compagnia petrolifera nazionale, aveva causato un terremoto dichiarando che:

 

“Il grado avanzato di esaurimento delle nostre riserve comporta che dobbiamo costruire una riserva strategica per le generazioni future, non riuscendo a lasciare loro un’economia diversificata in grado di progredire da sola.”

 

Due anni dopo, nel giugno 2014, Abdelmalek Sellal, il primo ministro algerino dell’epoca, a sua volta ha lanciato l’allarme dichiarando davanti all’APN (National People’s Congress) che:

 

“Entro il 2030, l’Algeria non sarà più in grado di esportare idrocarburi, tranne che in piccole quantità (…). Entro il 2030, le nostre riserve copriranno solo le nostre esigenze interne. ”

 

I leader algerini per un certo periodo nutrivano speranze che il gas compensasse opportunamente il crollo della produzione di petrolio. Questa illusione è stata dissipata il 13 dicembre 2018 da Mustapha Guitouni, ministro algerino dell’energia, quando ha dichiarato davanti ai deputati dell’AFN:

 

“Se non troveremo rapidamente altre soluzioni per coprire la domanda nazionale di gas in costante aumento, tra due o tre anni non saremo più in grado di esportare”.

 

La situazione è quindi drammatica perché la produzione di gas algerino è di 130 miliardi di m3 all’anno. Tuttavia, di questo volume, 50 miliardi di m3 sono attualmente destinati al consumo locale, che aumenta del 7% all’anno e che aumenterà ulteriormente proporzionalmente con una popolazione di almeno 50 milioni di abitanti nel 2030. Pertanto, allo stato attuale della produzione, 80 miliardi di m3 di cui 30 miliardi di m3 vengono reintegrati nei pozzi di petrolio per mantenere semplicemente la loro attività.

Le esportazioni possono quindi contare solo su 50 miliardi di m3 fino ad oggi, un volume che diminuirà meccanicamente di anno in anno a causa dell’aumento della domanda interna legata alla crescita demografica … Risultato, poiché l’Algeria dovrà ridurre le sue esportazioni, sia di petrolio che di gas, vedrà quindi i suoi ricavi diminuire in proporzione.

 

In queste condizioni, come sarà il paese in grado di soddisfare le esigenze di base della sua popolazione? Nel gennaio 2019, l’Algeria aveva 43 milioni di abitanti con un tasso di crescita annuale del 2,15% e un surplus di quasi 900.000 abitanti ogni anno.

Il paese non produce abbastanza per vestirli, prendersene cura ed equipaggiarli, quindi deve comprare tutto all’estero. L’agricoltura e i suoi derivati ​​soddisfano solo tra il 40 e il 50% del fabbisogno alimentare del paese, un quarto delle entrate provenienti dagli idrocarburi viene utilizzato per importare prodotti alimentari di base … L’importazione di prodotti alimentari e di consumo rappresenta attualmente circa il 40% della fattura per tutti gli acquisti effettuati all’estero (National Center for IT e statistiche-dogane-CNIS).

 

La questione economica porterà inevitabilmente l’Algeria in una zona di turbolenza perché lo stato potrebbe non essere più in grado di acquistare la pace sociale. Tuttavia, infuso di sussidi, la base legittimista della popolazione non ha aderito all ‘”hirak” per paura di vedere il trionfo di una rivoluzione “borghese” che l’avrebbe privata del 20% del bilancio statale annuale dedicato a sostenere abitazioni, famiglie, pensioni, salute, veterani, poveri e tutti i gruppi vulnerabili …

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La Turchia nel Mediterraneo, di Antonio de Martini

Il Mediterraneo sta tornando ad essere un campo di azione strategico nelle dinamiche geopolitiche. Il Mediterraneo non è più da tempo il Mare Nostrum ed è sempre meno il mare di ogni paese rivierasco. L’intervento militare in Libia nel 2011 voleva essere un tassello importante della politica di neutralizzazione di qualsiasi velleità di autonomia politica di un paese arabo e nordafricano, di ghettizzazione e isolamento della Russia di Putin ad opera degli Stati Uniti di Bush e Obama. Una politica del caos che avrebbe dovuto rendere impraticabili ed impervi alle potenze emergenti di Russia e Cina quei territori. Avrebbe dovuto riservare momenti di gloria e quote di bottino a potenze regionali come la Francia, perfettamente allineate al corso obamiano. A distanza di otto anni quell’intervento ha messo invece a nudo i limiti di quella strategia, la velleità e la vanagloria delle ambizioni francesi, la drammatica remissività, la fellonia suicida, l’inconsistenza e crollo di credibilità dell’azione politica dell’Italia. Ha consentito al contrario l’emersione di potenze regionali molto più dinamiche ed efficaci del blocco dei paesi europei, ha accentuato le contraddizioni interne alla NATO, interrotto la fase di arretramento della Russia, stabilizzato la presenza cinese. Un dinamismo che sta spiazzando soprattutto i paesi europei. https://www.nordicmonitor.com/2019/12/full-text-of-new-turkey-libya-sweeping-security-military-cooperation-deal-revealed/?fbclid=IwAR13hKfY9YN7j_lrzd10wIoRTN6qRACPRJPJQ-xFikwLY1m0vfUco8iuwHY Buon ascolto_Giuseppe Germinario

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