Ecco da chi e perché l’Italia è ricattata in Libia, di Giuseppe Gagliano

L’Italia è giunta in uno dei momenti più bassi di credibilità ed autorevolezza. Purtroppo non sono solo momenti e non abbiamo ancora raggiunto il fondo. Il nulla vestito di buone maniere_Giuseppe Germinario

Ecco da chi e perché l’Italia è ricattata in Libia

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Il caso dei diciotto membri dei motopescherecci “Antartide” e “Medinea” di Mazara del Vallo prigionieri nel porto di Bengasi dietro mandato del generale Khalifa Haftar. Il commento di Giuseppe Gagliano

Partiamo come di consueto dai recenti fatti di cronaca. Diciotto membri dei motopescherecci “Antartide” e “Medinea” di Mazara del Vallo sono prigionieri nel porto di Bengasi dietro mandato del generale Khalifa Haftar.

Quali valutazioni, di natura squisitamente politica, si possono fare di una vicenda così drammatica e insieme così umiliante per il nostro paese?

In prima battuta questa azione da parte delle milizie potrebbe essere letta come una ritorsione del viaggio compiuto dal nostro ministro degli esteri prima a Tripoli e poi a Tobruk per incontrare il presidente del parlamento Aguila Saleh che allo stato attuale sembra aver soppiantato la figura di Haftar. Un chiaro segnale insomma della perdita di qualunque credibilità del nostro paese sullo scacchiere libico come abbiamo avuto modo più volte di sottolineare su queste pagine.

Il fatto che la Farnesina abbia infatti cercato di fare pressione su Haftar per la liberazione degli ostaggi rivolgendosi alla Russia, all’Egitto e agli EAU dimostra in modo evidente la mancanza di peso politico del nostro paese.

Difficile credere che un tale evento si sarebbe verificato ai tempi di Andreotti e di Craxi.

Fra l’altro nel 2019 un cittadino sudcoreano e 3 filippini erano stati liberati proprio grazie all’intervento degli EAU.

Tuttavia dobbiamo tenere conto che la situazione politica in Libia è cambiata e il generale Haftar non è più l’uomo forte della Libia e di conseguenza la rilevanza di questa mediazione è quanto meno di dubbia efficacia.

In secondo luogo l’azione compiuta dalle milizie libiche si inserisce in una logica di rivendicazione illegittima sul piano del diritto internazionale marittimo da parte della Libia che vorrebbe estendere la sua sovranità fino alle 72 miglia dalla costa. Rivendicazioni che furono fatte molto spesso da Gheddafi.

In terzo luogo non si può notare l’enorme disparità tra l’attuale situazione dei 18 ostaggi e la presenza delle nostre forze navali e armate sia nel Golfo di Guinea sia presso la diga di Mosul. Anche se è scontato che l’Aise stia operando nella direzione di liberare gli ostaggi è evidente che il problema rimane strettamente legato alla credibilità ed autorevolezza dell’esecutivo e della Farnesina.

Infine, avventurandoci a formulare una semplice ipotesi, se una tale operazione da parte libica fosse stata posta in essere nei confronti di cittadini francesi è presumibile che l’esecutivo francese avrebbe già attivato le forze speciali coniugando tale intervento con una capillare rappresaglia. A tale proposito basti ricordare l’operazione francese in Mali che fu condotta nel 2015 sotto la direzione del Commandement des Opérations Spéciales e che fu portata a termine con successo dai Tier-1 del 1er régiment de parachutistes d’infanterie de marine con la liberazione dell’ostaggio olandese Sjaak Rijke di 54 anni catturato dai jihadisti di al-Qaeda.

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Le guerre segrete della Repubblica di Venezia e dello Stato Pontificio, di Giuseppe Gagliano

Partendo dal saggio di Eric Frattini di taglio storico-giornalistico “L’Entitá” e da quello storico di Paolo Preto “I servizi segreti di Venezia emerge con chiarezza che, al di là delle scelte ideologiche e/ o religiose, le istituzioni politiche hanno fatto ricorso a tutti gli strumenti a loro disposizione per salvaguardare il loro potere o per incrementarlo. In questo contesto i servizi di sicurezza hanno giocato – e giocano come ampiamente dimostrato anche dagli studi storici di Aldo Giannuli un ruolo fondamentale. Infatti l’uso di omicidi politici mirati, la realizzazione o il finanziamento di movimenti volti a destabilizzare politicamente i propri avversari, l’uso della tortura e l‘uso della guerra chimica sono stati strumenti usualmente posti in essere dalle istituzioni politiche e religiose come illustrano ampiamente sia Frattini che Preto. I confini tra cioè che è moralmente lecito o meno saltano in nome degli arcana imperii e della ragion di stato. Ieri come oggi.

Anche se i personaggi e i contesti storici sono necessariamente cangianti e mutevoli numerose sono le continuità e le costanti: l’uso degli omicidi mirati non può che farci pensare anche al Mossad, alla Cia o al KGB; l’uso della tortura ai regimi totalitari ma anche alla Guerra del Vietnam, all’Egitto e all’Iran attuali; l’uso della guerra chimica all’uso dei gas nella Grande Guerra. Infine la realizzazione di movimenti destabilizzanti, come la Fronda, come non può, per analogia, farci pensare ad Otpor o a Solidarnosc?

L’intelligence della Santa Sede

Fra i numerosi nemici della Chiesa di Roma nel 1600 vi era certamente la Francia del cardinale Mazzarino nei confronti della quale il servizio di informazioni Vaticano pose in essere diverse operazioni coordinate della cognata del pontefice Innocenzo X e cioè Olimpia Maidalchini. Il cardinale francese era riuscito a infiltrare nella Santa Sede alcune sue spie che lo informavano dettagliatamente sulle decisioni del Papa contro la Francia. Allo scopo di prevenire e di contrastare queste iniziative Olimpia Maidalchini realizzò un vero e proprio servizio di controspionaggio denominato Ordine Nero il cui compito era individuare gli agenti francesi al soldo di Mazzarino e ucciderli. Il simbolo di questa sezione della Intelligence era una donna vestita con una toga che reggeva la croce in un mana e nell’altra una spada. Tale operazione di grande successo portate avanti dalla intelligence della Santa Sede fu il sostegno al movimento della fronda nato per mettere fuori gioco il cardinale francese; un ‘altra operazione di grande successo fu la eliminazione del genovese Alberto Mercati che era al soldo del cardinale francese e che fu impiccato ad una trave nella sua casa a Roma,omicidio questo che fu attuato dall’Ordine Nero.

Per quanto riguarda l’Ottocento uno dei nemici temibili del Vaticano era certamente la Carboneria. L’Intelligence del Vaticano conosceva perfettamente l’organigramma delle sette segrete come la carboneria e proprio il responsabile dell’intelligence Vaticana Bartolomeo Pacca attuò contromisure efficaci. Nel novembre del 1825 i due principali responsabili della Carboneria, e cioè Targhini e Montanari, furono catturati, processati e decapitati. Un’altra operazione assolutamente spregiudicata fu quella di individuare le persone sospettate di appartenere o appoggiare la Carboneria che vennero sequestrate, interrogate e torturate e nella maggior parte dei casi furono giustiziate in modo sommario. Complessivamente un migliaio di persone sarà costretta all’esilio o sarà rinchiusa nella prigioni papali.

I servizi segreti a Venezia

Passiamo adesso a Venezia. Il 27 ottobre del 1511 il Consiglio dei dieci pattuisce un compenso a Niccolò Catellani per uccidere il re francese Luigi XII con la complicità del suo medico personale.

Allo scopo di sconfiggere il nemico austriaco Venezia decide di porre in essere diversi incendi dolosi nel 1512 in varie località austriache fatte da agenti veneziani e, tra maggio e luglio dello stesso anno, verranno bruciati in Austria circa 200 città. Questa tecnica si rivelò talmente efficace che nell’agosto del 1518 gli storici danno notizia dell’esistenza di una vera e propria organizzazione segreta veneziana specializzata negli incendi dolosi in territorio austriaco. L’artefice di questa operazione fu un nobile veneziano che d’accordo con il Consiglio dei dieci faceva agire gli agenti veneziani incendiari divisi in quattro gruppi vestiti da frati mendicanti.

Un altro temibile nemico di Venezia erano i turchi. Il Consiglio dei dieci progettò l’eliminazione del sultano per ben 12 volte. Più esattamente tra il 1456 e il 1647 furono numerosi i tentativi o i progetti veneziani di attentati alla vita del sultano. Ad esempio nel 1643, i Dieci accettano ben due offerte per assassinare il sultano la prima da parte di un rinnegato di nome Giorgio di Traù mentre la seconda da parte di un frate. Ma sono certamente altrettanto importanti due episodi per comprendere chiaramente l’uso della guerra segreta da parte di Venezia. Il primo episodio risale al luglio del 1652 quando fu avvelenato il turco Cassan Capigì in casa di una prostituta da parte di un certo Francesco Colletti che altro non era che un delinquente; il secondo episodio si colloca nel 1663 quando il nuovo direttore dei servizi segreti in Dalmazia, Nicolò Bollizza, fornisce al turco Ezzestabec veleni per minestra e condimenti destinati a uccidere il padrone Beico Bey .

Anche nei confronti dei prigionieri turchi Venezia mostrò sempre una cinica efficienza: nel luglio del 1505 il conte di Traù è invitato dal Consiglio a uccidere in gran segreto un turco divenuto cristiano; per quanto riguarda i prigionieri delle fuste corsare catturati il Consiglio ordinò al capitano di tagliare a pezzi tutti e di affondare le barche facendo bene attenzione che nessuno di loro rimanesse vivo perché se ciò fosse accaduto avrebbe certamente nuociuto all’immagine di Venezia. Nel 1556 il Duca di Spalato dal Consiglio ricevette l’ordine di uccidere in prigione in modo segreto un turco assassino di frati francescani.

Per quanto riguarda l’uso della guerra chimica, durante la guerra di Cipro, sarà usato il veleno che verrà messo nelle acque e più esattamente il 15 marzo del 1570 l’ingegnere Maggi offre al Consiglio numerosi consigli per la difesa della città di Famagosta fra i quali il lancio contro i nemici di vasi contenenti calce viva mescolata ai veleni e consiglia altresì di avvelenare con sublimato in polvere orzo e biade dei cavalli.E infatti il 18 agosto 1570 lo speziale Dalla Pigna fornisce la materia prima per i veleni e cioè un misto di sublimato, verderame, allume di rocca per avvelenare le acque bevute dai ciprioti.

Agli inizi del 1571 la guerra chimica si intensificherà e infatti il 5 febbraio il Provveditore Generale in Dalmazia riceverà l’ordine segreto di usare senza indugio il veleno.

Uno dei maggiori fautori della guerra chimica fu certamente il Provveditore generale in Dalmazia e Albania Lunardi Foscolo che nel 1646 studierà un piano per mettere fuori uso i turchi chiedendo agli Inquisitori di Stato abbondante veleno capace di operare in poche ore per distruggere il nemico. Sotto il profilo storico insomma l’avvelenamento dei pozzi in Dalmazia fu uno dei mezzi normali della campagna militare dell’estate del 1647.

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Tutte le cose turche del Qatar in Libia, di Giuseppe Gagliano

Riprendiamo qui sotto integralmente un articolo di Giuseppe Gagliano. Il professore fa il punto della presenza turco-qatariota in Libia. Il confronto militare e geopolitico in Libia ormai si sta polarizzando tra questi due paesi e l’Egitto. Un fattore in più che rivela impietosamente il vuoto entro il quale si sta dibattendo la politica estera italiana_Giuseppe Germinario

Tutte le cose turche del Qatar in Libia

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Il ruolo del Qatar in Libia in simbiosi con la Turchia nello scenario che si apre dopo l’accordo tra le fazioni libiche. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

È certamente difficile negare che l’accordo tra le fazioni libiche sia sorto all’interno dell’amministrazione americana sia allo scopo di limitare o contenere la proiezione di potenza russa in Cirenaica sia in vista delle imminenti elezioni americane.

Nello specifico tale accordo sarebbe il risultato sia dei colloqui tra il Segretario di Stato Mike Pompeo e il ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry – con la supervisione del generale Corea responsabile per il Medioriente della Nation Security Council americano – sia dei colloqui tra Richard Norland, ambasciatore americano presso Tripoli, e Aguila Saleh, presidente del Parlamento di Tobruk.

Ebbene, alla luce della situazione di elevatissima instabilità politica che si è chiaramente manifestata gli ultimi due anni in Libia ,tale accordo si dimostra scarsamente credibile ma soprattutto assolutamente fragile.

Al di là delle promesse che tale accordo formula e indipendentemente dalle divergenze fra i due contendenti ben sottolineate da Agenzia Nova rimane il fatto che il GNA ha concesso – come avevamo previsto – alla Turchia sia l’infrastruttura portuale di Misurata -come base navale per legittimare de facto la proiezione di potenza turca nel Mediterraneo Orientale – sia l’infrastruttura dell’aeroporto militare di al-Watya sito nella Tripolitania Occidentale.

Al di là del fatto che tale accordo sia stato siglato il 17 agosto a Tripoli, il dato geopolitico di grande rilievo è la presenza di un terzo soggetto – accanto alla Libia e ad Ankara- e cioè il Qatar.

Per quanto concerne i rapporti bilaterali tra Turchia e Qatar occorre ricordare che la Turchia ha sempre supportato sul piano militare il Qatar ricevendone in cambio un ampio sostegno finanziario.

Basti rammentare che, ad esempio, il vicecomandante delle forze di Ankara, Ahmed bin Muhammad, è anche a capo dell’Accademia militare qatarina. Ciò significa che la formazione dei quadri militari è selezionata sulla base di scelte politiche e religiose filo-turche.

Inoltre la presenza delle forze di sicurezza turche in Qatar rappresenta in modo tangibile la rilevanza della influenza politico-militare turca.Si pensi all’infrastruttura militare turca Tariq ibn Ziyad, nella quale è presente il comando della “Qatar-Turkey combined joint Force”.

Le esportazioni di armi del Qatar verso la Turchia sono aumentate in modo vistoso consentendo ad Ankara di arrivare a delle entrate pari a 335 milioni di dollari, mentre l‘operazione militare turca Fonte di pace, posta in essere nel nord-est della Siria, è stata apertamente sostenuta proprio da Doha, anche per ampliare l’influenza della Fratellanza musulmana.

Per quanto concerne gli investimenti, il Qatar ha erogato fin dal 2018 15 miliardi di dollari e ha acquistato una quota del 50% in BMC, un produttore turco di veicoli corazzati, i cui partner turchi sono noti amici di Erdoaan per produrre l’Altay, il principale carro armato di battaglia di nuova generazione.Ma vi è anche il caso di una società di software militare controllata dallo stato ad Ankara, che ha firmato un accordo di partnership con al-Mesned Holdings in Qatar per una joint venture specializzata in soluzioni di cyber-sicurezza.

Tuttavia uno degli accordi certamente più rilevanti per sanare la grave situazione economica presente in Turchia è quello del 20 maggio grazie al quale la Banca centrale turca ha annunciato di aver triplicato il suo accordo di scambio di valuta con il Qatar.

Per quanto concerne i rapporti tra Libia e il Qatar, Doha ha saputo approfittare delle debolezze politiche sia dell’Unione europea che dell’Onu. Inoltre il relativo disimpegno americano dal teatro medio orientale – visto che le priorità della amministrazione trumpiana sono per la Cina, l’Indo-Pacifico e per la Russia-hanno di fatto arrecato un indubbio vantaggio strategico a Doha.

Ora, proprio approfittando di questa situazione di instabilità, il Qatar ha cercato di sfruttare questa propizia occasione per una politica di maggiore peso e significato a livello geopolitico in Libia. Proprio per questa ragione la presenza militare del Qatar nel conflitto del 2011, a fianco della Nato, fu certamente rilevante non solo grazie all’uso del potere aereo ma anche attraverso l’addestramento dei ribelli libici sia sul territorio libico sia a Doha, senza dimenticare naturalmente il ruolo rilevante che le proprie forze speciali ebbero nell’assalto finale contro Gheddafi.

Caduto il regime di Gheddafi, il Qatar riconobbe come legittima istituzione politica il consiglio nazionale di transizione e contribuì in modo determinante, non solo a livello economico, a rifornire i ribelli delle necessarie risorse energetiche.

Un altro strumento di influenza, e insieme di penetrazione in Libia, furono certamente i fratelli Alī e Ismā‘īl al-Šalabī perseguitati dal regime di Gheddafi. In particolare Alī al-Šalabī è certamente uno dei più importanti uomini di religione legato alla fratellanza musulmana.

Un altro uomo chiave per il Qatar è stato certamente Abd al-Ḥakīm Bilḥāğ, considerato sia dalla Cia che dal Dipartimento di Stato americano un pericoloso terrorista in quanto leader del Libyan Islamic Fighting Group. Il suo ruolo politico è stato molto importante sia perché ha coordinato il consiglio militare di Tripoli sia perché è stato uno dei principali responsabili del partito al-Waṯan raggruppamento politico di estremo peso all’interno del congresso nazionale generale.

Ritornando all’accordo siglato il 17 agosto il Qatar investirà in modo rilevante per la ricostruzione delle infrastrutture militari di Tripoli. E infatti non è stata casuale la presenza nella delegazione del Qatar di consiglieri e istruttori militari che hanno tenuto incontri con i loro omologhi libici e turchi.

Altrettanto significativo, sotto il profilo politico, l’incontro tra Haftar e il direttore della Intelligence militare egiziana e cioè il generale Khaled Megawer presso la base di Rajma, sita a Bengasi. Un incontro volto a pianificare un ‘eventuale intervento militate egiziano ?È certamente una eventualità da considerare .

A tale proposito il sostegno da parte dell’Egitto di alcune tribù libiche potrebbe svolgere un ruolo significativo. Secondo il capo del consiglio supremo delle tribù in Libia Saleh al-Fendi, come secondo Abdel Salam Bou Harraga Al-Jarari, membro dei clan Al-Ashraf e Al-Murabitin a Tarhuna,a sud di Tripoli, il sostegno egiziano si rileverebbe indispensabile. Proprio Al-Jarari ha sottolineato come il sostegno egiziano sia l’unico modo per porre fine a una straziante guerra civile.Non a caso il maggiore generale Ahmed Al-Mesmari, portavoce dell’Esercito nazionale libico, ha dichiarato che la Turchia si sta mobilitando proprio come dimostra l’incontro del 17 agosto tra i funzionari turchi e e quello del Qatar ,incontro che ,secondo, Al-Mesmari suggellerà la presenza permanente della Fratellanza mussulmana in Libia.

Anche secondo Abdelsalam Bohraqa al-Jarrari, un membro anziano di una tribù di Tarhuna, a Sud di Tripoli, diventa necessario da parte dell’Egitto un intervento militare a tutto campo. Per quanto concerne proprio la presenza di Doha in Libia, secondo lo sceicco Adel Al-Faidi, membro del Consiglio Supremo delle Tribù Libiche, l’incontro del 17 agosto coincide con il controllo turco-qatariota sul porto di Al-Khums e la sua trasformazione in una infrastruttura militare per le operazioni militari congiunte di Ankara e Doha in Libia.

D’altronde proprio la presenza di due fregate turche giunte al porto di Khums ,a 135 km ad Est di Tripoli, legittima il sospetto che Ankara voglia prendere possesso delle infrastrutture portuali dell’area per trasformarle in infrastrutture militari consentendogli in questo modo di rafforzare la sua proiezione di potenza economica e militare sia nel Mediterraneo orientale che in Nordafrica.

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Prove tecniche di sovranità tecnologica europea?_di Giuseppe Gagliano

Prove tecniche di sovranità tecnologica europea?

Il precedente articolo su Edward Snowden ha posto l’attenzione del lettore sulla pervasività del sistema di sorveglianza americano – nello specifico dell’NSA – ma soprattutto sull’egemonia americana nel campo della sovranità digitale. Proprio per questa ragione riteniamo opportuno, seppure in breve, sottolineare l’importanza geopolitica del progetto Gaia X nato anche con lo scopo di contrastare l’egemonia americana .

Il progetto Gaia X è stato avviato dalla Francia e dalla Germania con lo scopo di tutelare anche la sovranità dei dati. Questo progetto prende il nome di Gaia-X ed è supportato da 22 aziende franco-tedesche come ad esempio Orange, OVHcloud, Edf, Atos, Safram, Outscale, Deutsche Telekom, Siemens, Bosch e BMW. Per quanto riguarda i settori coinvolti nel progetto sono numerosi perché sono relativi all’industria 4.0/PME, alla sanità, alla finanza, al settore pubblico, a quello energetico, alla mobilità e all’agricoltura. La genesi di questo progetto è da individuarsi nel vertice di Dortmund che si tenne nell’ottobre del 2019 durante il quale Angela Merkel si pronunciò a favore della sovranità dei dati e di una soluzione europea per la costruzione di una infrastruttura digitale. Inoltre questo progetto fa parte di una più ampia strategia europea di governance dei dati già esplicitamente formalizzata dalla commissione europea il 19 febbraio del 2020. Il principio da cui parte questo progetto è molto semplice: l’Europa allo scopo di essere un player geopolitico rilevante deve essere in grado di garantire la propria sovranità tecnologica. Tutto ciò consentirebbe, per esempio, di evitare che i dati sanitari dei pazienti siano venduti, come successo con il National Health System britannico, ad aziende farmaceutiche americane come rivelato dalla periodico The Guardian nel dicembre 2019.

È evidente che questo progetto è volto anche a fornire un’alternativa europea ai leader mondiale del cloud Computing come Amazon, Microsoft, Google e Alibaba che allo stato attuale detengono oltre il 70% del mercato mondiale. Naturalmente questo progetto rientra in un contesto molto più ampio che consiste nel tentare di costruire un’infrastruttura europea dalla quale dovrebbe nascere un ‘ecosistema europeo di dati per consentire all’Europa di riconquistare la sua sovranità digitale. Sia la Francia che la Germania ritengono opportuno incoraggiare anche altri paesi europei – come Italia e Spagna ad esempio- che dovrebbero partecipare a questo progetto di sovranità ed autodeterminazione. La rilevanza di questo progetto a livello globale è tale che l’amministrazione americana interpreta i piani di Bruxelles sulla sovranità digitale come una minaccia alla libertà economica e all’espansione delle sue industrie tecnologiche. Per quanto riguarda la Francia è significativo il fatto che tutte le principali scuole di pensiero relative all’intelligence economica – e fra queste certamente la Scuola di Guerra economica parigina di Christian Harbulot – abbiano nel corso di questi ultimi anni posto l’enfasi sulla necessità di conseguire in tempi relativamente brevi la sovranità e l’autodeterminazione digitale in un’ottica di patriottismo economico allo scopo di emanciparsi dalla egemonia americana. Come abbiamo già avuto modo di osservare in un articolo su Vision-Gt l’Europa non ha scelta: se infatti vuole proteggere i suoi cittadini, deve cambiare la sua strategia geoeconomica. Deve, per esempio, investire nella ricerca più ampia e trasversale possibile al fine di comprendere la natura della guerra economica. Insomma Bruxelles dovrebbe formulare una vera dottrina di difesa economica per affrontare sia gli Usa che la Cina.

http://osservatorioglobalizzazione.it/osservatorio/prove-tecniche-di-sovranita-tecnologica-europea/?fbclid=IwAR1wp5ZZ9a3H_8SOejmjS5Iu-dHmTGHh_QzYNlCUVdbBBsk4veXgreKTz7c

Terre rare, la green tech è solo un’illusione di Giuseppe Gagliano

Un breve articolo che riesce a ricondurre e richiamare in termini realistici tematiche tanto in voga come quelle dell’ecologismo e dell’economia circolare che rischiano spesso e volentieri di cadere in schematismi semplicistici e dal sapore messianico_Giuseppe Germinario

L’errore grossolano che viene commesso quando ci si approccia alla green tech è quello di pensare che la transizione energetica digitale sia indipendente dal suolo e cioè dei metalli rari. L’analisi di Giuseppe Gagliano

 

Secondo una delle migliori indagini giornalistiche sul ruolo dei metalli rari nel contesto della politica attuale condotte dal giornalista francese Guillaume Pitron — collaboratore di Le Monde Diplomatic e del National Geographic — nel saggio edito in italiano con il titolo La Guerra dei metalli rari (Luiss, 2020), contrariamente all’opinione comune la tecnologia informatica richiede lo sfruttamento di rilevanti quantità di metalli. Pensiamo per esempio che ogni anno l’industria elettronica consuma qualcosa come 320 t di oro e 7500 t di argento oltre al 22% di mercurio e fino al 2,5% di piombo.

Ad esempio la fabbricazione dei computer così come dei telefoni cellulari implica l’uso del 19% della produzione di metalli rari come il palladio e il 23% del cobalto senza naturalmente trascurare la quarantina di altri metalli contenuti di solito nei telefoni cellulari.

In altri termini la fabbricazione di un microchip da due grammi implica di per sé la creazione di 2 kg circa di materiale di scarto.

Per quanto riguarda l’impatto ambientale di Internet è necessario pensare che le nostre azioni digitali hanno un costo: una mail con un allegato utilizza elettricità di una lampadina a basso consumo di forte potenza per un’ora.

Ogni ora vengono scambiati nel mondo qualcosa come 10 miliardi di e-mail a e cioè 50 gigawatt/ora, cioè l’equivalente della produzione elettrica di 15 centrali nucleari in un’ora.

Per quanto riguarda poi la gestione dei dati in transito e il funzionamento dei sistemi di raffreddamento, un solo data center consuma ogni giorno altrettante energia di una città di 30.000 abitanti. Insomma il settore delle tecnologie dell’informazione e delle comunicazioni consumo il 10% dell’elettricità mondiale e produce ogni anno circa il 50% in più di gas a effetto serra rispetto per esempio al trasporto aereo.

L’errore grossolano che viene commesso quando ci si approccia alla green tech è insomma quello di pensare che la transizione energetica digitale sia indipendente dal suolo e cioè dei metalli rari.

Anche se il petrolio venisse sostituito per intero la civiltà si troverà ad affrontare una nuova assuefazione e cioè quella dei metalli rari.

https://www.startmag.it/energia/terre-rare-la-green-tech-e-solo-unillusione/?fbclid=IwAR3AiodM6xlojq3C6ewmPk9vIhyVvL53VAOeJpECqY1VGMxvDNyDv-HmrnE

Siria, Libia e non solo. Come Erdogan espande la rete della Turchia di Giuseppe Gagliano

Non senza una certa ironia, soprattutto alla luce del recente incontro tra Di Maio e il suo omologo turco, occorre domandarsi quale natura abbia sia a livello di politico interna che estera il regime di Erdogan.

Dalla nomina di Erdogan alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (2003), e ancor più dalla sua assunzione alla presidenza (2014), la Turchia è stata caratterizzata da un costante declino democratico, osservabile attraverso un autoritarismo e islamizzazione sempre più marcati.

Contrariamente alle apparenze e ai discorsi dei suoi leader, la Turchia non è più una democrazia ma un regime autoritario. Nell’ultimo decennio, le elezioni sono state più un plebiscito che un voto democratico a causa della manipolazione del voto e della pressione esercitata sull’opposizione dal regime. L’AKP, il partito presidenziale, usa i metodi sviluppati dai Fratelli Musulmani: le classi popolari sono particolarmente coccolate e inquadrate da un sistema politico-religioso molto efficace che li accompagna alle urne indicando il “buon” voto. Allo stesso tempo, tutto viene fatto per mettere a tacere l’opposizione. È oggetto di persecuzioni reali: arresti e detenzioni arbitrari, divieto di alcuni partiti e associazioni politiche, controllo dei media, ecc. Lo stato di diritto non è più in vigore in Turchia e la giustizia è completamente sotto gli ordini del potere.

Erdogan ha posto in essere soprattutto una politica repressiva — con il pretesto del fallito tentativo di colpo di stato militare contro di lui (luglio 2016) — e ha incarcerato migliaia di persone che criticano o si oppongono alla sua politica: soldati, funzionari pubblici — in particolare giudici e polizia — insegnanti, intellettuali, giornalisti, politici, rappresentanti curdi e funzionari eletti, ecc.

Inoltre, da luglio 2015, il presidente turco ha mostrato una totale intransigenza sulla questione curda e ha posto fine al processo di pace avviato con il PKK, che ha portato a una ripresa del conflitto armato con Movimento separatista curdo, che provoca una situazione di guerra civile nel sud-est dell’Anatolia.

Il pronunciato autoritarismo del regime è chiaramente visibile alla luce della forza delle forze di sicurezza e delle milizie create dal governo, che oggi conta oltre 530.000 membri (polizia, gendarmi, bekçi, polizia municipale, agenti di sicurezza privati e guardie di villaggio) per una popolazione di 82 milioni.

Parallelamente alla sua deriva autoritaria, la Turchia ha vissuto una marcata re-islamizzazione per vent’anni. Va ricordato che Recep Tayyip Erdogan è un fratello musulmano convinto e militante e che era membro dell’Ufficio internazionale della Fratellanza, uno dei suoi organi di governo. Da quando ha assunto l’incarico di Primo Ministro, Erdogan e il suo partito, l’AKP, hanno lavorato instancabilmente per ri-islamizzare la Turchia e cancellare tutte le tracce dell’eredità della Turchia secolare istituita da Mustapha Kemal. Al fine di ripristinare il potere religioso nel paese, Erdogan attaccò per primo l’esercito, il guardiano del secolarismo. Riuscì a rompere la sua influenza con l’aiuto del movimento Gülen, attraverso accuse inventate.

In altri termini per Erdogan, seguace della Fratellanza dei Fratelli musulmani, l’eredità secolare di Mustapha Kemal deve essere distrutta e cancellata a tutti i costi. A seguito della reislamizzazione della Turchia che è riuscito a imporre per due decenni, osserviamo nel paese l’imposizione di nuove regole di vita e una politica discriminatoria contro cristiani e curdi.

Più in generale, Erdogan desidera rivitalizzare il mondo islamico di cui si presenta come difensore. In effetti, per più di un decennio, ha costantemente lavorato per diffondere la versione arcaica e settaria dell’Islam sunnita a cui aderisce, in tutto il mondo arabo.

Dalla “primavera araba” del 2011, Istanbul ha ospitato grandi comunità musulmane che sono fuggite dal loro paese. Diverse centinaia di migliaia di siriani, iracheni, yemeniti, libici, egiziani, libanesi e nordafricani sono oggi presenti in città. La Turchia offre loro la possibilità di impegnarsi in attivismo politico “fraterno” nei confronti del loro paese di origine. Il paese è divenuto così un focolaio di proselitismo e sovversione al servizio della Fratellanza e Istanbul si è trasformata in un rifugio per i Fratelli musulmani. Dozzine di canali televisivi — molti dei quali affiliati alla Fratellanza — attestano questo sostegno statale. È nella città turca che vengono prese le importanti decisioni del movimento e che il ramo yemenita dei Fratelli musulmani ha recentemente eletto il suo nuovo leader.

Sul piano della politica estera, Erdogan ha anche ripreso il nazionalismo turco per ripristinare l’influenza del suo paese nel Nord Africa e nel Medio Oriente, su terre che un tempo dipendevano dall’Impero ottomano. È questa combinazione di proselitismo islamico, nazionalismo e interventismo militare che sta determinando la rinascita del “neo-ottomanismo”. In effetti, il presidente turco è ossessionato dal suo sogno di restaurare l’impero ottomano e il califfato islamico.

Pertanto, Erdogan ha approfittato dell’eliminazione della presenza sovietica in Medio Oriente dalla seconda metà degli anni ’90, poi delle “rivoluzioni arabe” e delle guerre in Siria e in Libia per estendere la sua influenza regionale, approfittando anche della sua appartenenza alla Nato.

Nel contesto del conflitto siriano, la Turchia ha fornito sostegno ufficiale e non ufficiale ai gruppi jihadisti collegati a Daesh e Al Qaeda contro il regime di Damasco. È vero che questa strategia faceva parte di una politica sostenuta dalla Nato, anche se Ankara è andata ben oltre.

Quindi, al fine di “proteggere” il suo confine — ma soprattutto per combattere i curdi siriani — l’esercito turco è entrato illegalmente in Siria nell’agosto 2016. Ebbene, a metà del 2020, la Turchia occupa ancora parte del territorio siriano, illegalmente. All’inizio del 2020, durante l’offensiva dell’esercito siriano contro i jihadisti nella regione di Idlib, il presidente turco ha escluso di fare “il minimo passo indietro” contro il regime di Bashar al-Assad in Siria nordoccidentale. Nel febbraio 2020, ha ordinato al regime di ritirarsi da alcune aree di Idlib, dove i posti di osservazione turchi erano circondati dalle forze di Damasco. Le proteste della Turchia contro l’offensiva dell’esercito siriano rivelano la sua connivenza con gruppi terroristici. In questa occasione, l’esercito turco venne in loro aiuto, fornendo loro armi pesanti e supporto antincendio, prima di invadere l’area Idlib e partecipare ai combattimenti, in violazione del diritto internazionale e degli accordi internazionali di Sochi.

La Turchia aveva assunto infatti tre impegni: dissociare i ribelli “moderati” dai terroristi di Al Qaeda e Daesh; rimuovere le armi pesanti dalla zona; e riaprire le autostrade M4 e M5 al traffico in modo da consentire alla popolazione civile siriana di tornare a una vita più normale. Nessuno di questi tre impegni è stato mantenuto da Ankara.

Inoltre, nell’ambito di questo conflitto siriano, la Turchia minaccia di aprire i suoi confini e consentire a centinaia di migliaia di migranti di riversarsi in Europa. Ankara chiede che l’Ue contribuisca maggiormente ai costi generati dalla presenza di queste popolazioni sul suo territorio e, soprattutto, che la sostenga o si astenga dal criticare la sua politica estera aggressiva in Medio Oriente e Africa. Ad esempio, in diverse occasioni dal 2013, migliaia di migranti illegali — molti dei quali provenienti dal Maghreb, dall’Africa subsahariana o dall’Afghanistan — sono stati spinti verso il confine greco con l’intenzione di provocare una ondata migratoria in Europa.

L’interventismo turco si estende anche al Nord Africa. Dopo aver sostenuto i Fratelli Musulmani e Mohamed Morsi in Egitto (2012-2013) — in particolare attraverso le consegne di armi effettuate dal suo servizio di intelligence, il MiT — Ankara si sta ora impegnando per rafforzare la sua presenza in Libia dove sta sostenendo il partito del governo di accordo nazionale (GNA) di Fayez el-Sarraj. È riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite e supportato dalla Nato, che cerca di contrastare l’impegno di Mosca a beneficio del maresciallo Khalifa Haftar. La Turchia sta fornendo un significativo supporto militare al GNA — droni, aeroplani, missili, veicoli blindati — nonostante l’embargo delle Nazioni Unite che viola, contribuendo direttamente all’attuale escalation militare.

Peggio ancora, Ankara recluta jihadisti che operano in Siria per spedirli sul fronte libico, ulteriore prova della sua connivenza con il terrorismo islamista. La situazione locale si è quindi evoluta da una guerra della milizia a una guerra di semi-intensità in cui ognuno porta il suo supporto dotato di mezzi pesanti: difesa terra-aria, veicoli corazzati, droni, aerei in grado di condurre azioni mirate.
Il peggioramento della crisi libica — per la quale la Nato è in gran parte responsabile a causa del suo intervento sconsiderato nel 2011 — è di particolare preoccupazione e costituisce una minaccia per la sicurezza europea, ma potrebbe anche portare a un confronto russo-turco. Tuttavia, pur di contrastare la Russia, la Nato ha deciso di sostenere un regime che legittima gli islamisti ed è legato ai Fratelli musulmani.

Vale la pena ricordare gli stretti legami che uniscono la Turchia e il Qatar, il principale emirato islamista dei Fratelli musulmani. Al fine di proteggere il piccolo Stato del Golfo, vittima della vendetta dei suoi vicini sauditi ed emiratini per il suo sostegno alla fratellanza islamista, Ankara ha installato una base militare e collabora con i servizi del Qatar nelle loro operazioni esterne. Ovunque la Turchia sia presente all’estero, il Qatar non è lontano, fornendo spesso il finanziamento che manca ad Ankara. Inoltre, Doha sta investendo molto nell’economia turca, in particolare nell’industria della difesa, aiutandola a crescere.

La politica espansionistica di Ankara si manifesta anche nel Mediterraneo orientale, attraverso i suoi tentativi di espandere il suo dominio marittimo. Va ricordato che la Turchia occupa una parte dell’isola di Cipro a seguito della sua invasione nell’estate del 1974. Inoltre, Ankara non ha mai firmato la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (1982).

Nel 2018 il governo turco ha deciso di lanciare nuove esplorazioni marittime nelle acque greche e, soprattutto, cipriote. Il 9 febbraio 2018, una nave turca ha impedito a una nave perforatrice della società italiana Eni di esplorare uno dei depositi ad essa assegnati da Nicosia, poiché questa zona appartiene alla parte turca di Cipro. All’inizio del 2019, i governi cipriota, egiziano, greco, israeliano, italiano, giordano e palestinese hanno istituito un “Forum del gas nel Mediterraneo orientale” per cooperare allo sfruttamento del gas nella regione. Ankara si rifiutò di aderirvi e di attenersi alla sua carta basata sul diritto internazionale.

Nel luglio 2019, di fronte a questa situazione, l’Unione europea ha sostenuto la Grecia e Cipro contro la Turchia e ha condannato le azioni turche nel Mediterraneo orientale. Tuttavia, nel gennaio 2020, Ankara ha lanciato le sue prime esplorazioni nelle acque territoriali della Repubblica di Cipro.

Di conseguenza, le tensioni tra la Grecia e la Turchia nel Mar Egeo rimangono particolarmente acute; gli incidenti sono abbastanza frequenti: tentativi di scagliare la guardia costiera turca contro i pescherecci greci; spari; occupazione illegale di isolotti, ecc. Ankara aumenta deliberatamente le tensioni con la Grecia, il suo nemico storico.

Nel gennaio 2020, la Turchia ha richiesto che Atene smilitarizzasse sedici isole del Mar Egeo. Quindi, nel maggio 2020, le forze di Ankara occuparono militarmente una piccola striscia di terra nella Grecia nord-orientale, senza alcuna reazione da parte dell’Unione Europea. Attraverso questa nuova provocazione, Ankara intende mettere in discussione tutti i confini con il suo vicino, fissato dal Trattato di Losanna del 1923.

Nonostante la Turchia non sia stata accettata nell’Unione europea, è ancora un membro della Nato, cosa questa che illustra le contraddizioni interne dell’Alleanza atlantica nel mondo post guerra fredda. Collaborando a volte con Washington, a volte con Mosca, l’unica politica che Ankara segue è quella del neo-ottomanismo di Erdogan.

La Turchia islamista e neo-ottomana, a causa della politica di proiezione di potenza nel Mediterraneo e in Libia, non può costituire un alleato del nostro paese né della Francia.

Tratto da https://www.startmag.it/mondo/siria-libia-e-non-solo-come-erdogan-espande-la-rete-della-turchia/?fbclid=IwAR3CDD49uamOTeUM_jyzpNY0a7hWqUVYW7uT982wyKmEHh9sKgS_hzTqLeE

Perché Cina e aziende cinesi aiutano l’Italia anti Covid-19?, di Giuseppe Gagliano

Perché Cina e aziende cinesi aiutano l’Italia anti Covid-19?

di

Cina Italia

Mosse, obiettivi e strategie di Cina e aziende cinesi in Italia alle prese con l’emergenza Covid-19. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Che la posizione del nostro paese sul Mediterraneo sia stata – e sia – fondamentale per la Nato e la proiezione di potenza americana è un dato di fatto. Ora è la volta della Cina che intende attraverso la Nuova Via della Seta estendere la sua influenza sul nostro Paese anche con lo scopo di limitare e contenere quello americano.

L’anno scorso, l’Italia ha firmato un memorandum d’intesa con la Cina sulla partecipazione alla Belt and Road Initiative cinese. L’Italia è stata la prima e finora l’unica nazione G7 a farlo. Dopo anni di stagnazione economica, l’Italia sperava di provocare uno stimolo necessario utile alla crescita grazie alla a una partnership economica con la Cina. Questa scelta ha determinato da parte degli alleati occidentali critiche molto dure determinando anche conflitti a livello nazionale, con una parte della coalizione governativa dell’epoca (la Lega di Matteo Salvini) che si opponeva. Allo stato attuale, la firma del protocollo d’intesa non ha portato all’Italia più contratti dalla Cina rispetto ad altri Paesi che non lo avevano fatto come ad esempio la Francia.

A marzo 2020 la situazione è cambiata. L’Italia è in preda alla crisi del coronavirus. A partire dal 20 marzo, la malattia ha ucciso oltre 3.400 italiani, più del bilancio delle vittime registrato in Cina, dove la pandemia è iniziata alla fine del 2019. All’inizio di marzo, l’Italia ha chiesto aiuto ai suoi partner dell’Unione europea. Nessuno Stato membro dell’Ue ha risposto. Inoltre, Francia e Germania hanno imposto il divieto di esportare maschere per il viso. Molti italiani si sono sentiti ingannati e umiliati dai loro partner europei.

Pechino, tuttavia, ha risposto bilateralmente e prontamente trasportato in aereo 30 tonnellate di forniture mediche a Roma. Il ministro degli Esteri italiano Luigi Di Maio ha pubblicato un video sull’arrivo dell’aereo carico di approvvigionamento sulla sua pagina Facebook. Per la Cina è stato un trionfo a livello di soft power e di diplomazia pubblica. Se è vero che successivamente la Germania si è impegnata a fornire mascherine per il viso all’Italia e ha ospitato malati Covid-19, la narrativa nei social media era già stata plasmata: l’Unione europea ha abbandonato l’Italia e la Cina ha salvato la situazione. Di Maio si è preso il merito dell’aiuto della Cina, che ha collegato alla sua politica filo-cinese e alla sua telefonata con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi il 10 marzo, due giorni prima della consegna delle forniture dalla Cina.

In realtà le forniture erano state inviate di comune accordo tra la Croce Rossa cinese e italiana. Come è consuetudine tra le filiali della Croce Rossa in diversi paesi, la Croce Rossa cinese ha ricambiato per l’aiuto ricevuto dalla Croce Rossa italiana solo un mese prima, quando l’Italia ha inviato 18 tonnellate di forniture a Wuhan. La chiamata tra Di Maio e Wang Yi non riguardava la donazione della Croce Rossa, ma l’acquisto da parte dell’Italia di una grande quantità di ventilatori tanto necessari per le unità di terapia intensiva.

La macchina della propaganda cinese si è affrettata a cogliere l’occasione e ha pubblicato video di italiani riconoscenti che elogiano la Cina per la sua generosità.

Oltre alla prima spedizione di forniture mediche, sbarcata a Roma il 12 marzo, la Cina ha anche inviato una seconda spedizione a Milano il 18 marzo, che è stata inviata dalle province cinesi tra cui Zhejiang, che ha una grande comunità di immigrati in Italia. Altre donazioni di società cinesi sono state destinate a regioni e città italiane che ospitano le loro controparti italiane. Guarda caso una delle società in questione è la Zte, che ha donato 2.000 maschere alla città dell’Aquila dove Zte gestisce un centro di innovazione e tecnologia 5G congiunto con l’università locale. Inoltre, Huawei ha offerto di istituire una rete di cloud computing per collegare gli ospedali italiani tra loro e con gli ospedali di Wuhan, il che specie per il Copasir solleva interrogativi sul controllo delle infrastrutture critiche e la protezione dei dati, e il colosso cinese con Fastweb ha donato tablet e smartphone a ospedali della Lombardia e del Veneto.

Grazie a questo raggio d’azione, la Cina in Italia non è più associata all’origine della pandemia o incolpata a causa della sua scarsa regolamentazione dei mercati e della soppressione delle informazioni che avrebbero potuto aiutare a sradicare la malattia in una fase precedente. La propaganda online cinese ha lavorato instancabilmente per dissociare il coronavirus da Wuhan, dove è emerso per la prima volta, e dalla Cina, e in Italia tale sforzo è ampiamente riuscito. La Cina in Italia è ora vista come un Paese che ha fornito un aiuto concreto, mentre altri partner geograficamente più vicini si sono comportati in modo egoistico, nonostante la retorica della solidarietà europea e non hanno fornito alcun aiuto.

In una recente telefonata con il Primo Ministro italiano Giuseppe Conte, il premier Xi Jinping ha colto l’occasione per lanciare una nuova “Via della seta per la salute”, da associare all’attuale Belt and Road Initiative. Nell’ambito di questa iniziativa, la Cina userebbe le lezioni apprese nella sua riuscita lotta contro il virus e le condividerebbe con i suoi partner in tutto il mondo. Poiché è probabile che la pandemia duri più mesi in tutto il mondo e poiché una pandemia simile potrebbe ripetersi, molti paesi sarebbero interessati.

La percezione tra molti in Italia è che la Cina sia riuscita a dominare il virus in breve tempo grazie alle misure rigorose e decisive che ha adottato. L’Italia è paragonata sfavorevolmente alla Cina in questo senso. Implicitamente, la governance cinese è ammirata come un sistema più efficace che aiuta a salvare vite umane e a ridurre le perdite economiche in caso di emergenza.

Ora, al di là della ingenuità dei nostri politici nostrani, che leggono la dinamica internazionale in un’ottica scevra di qualsiasi realismo politico, la Cina ha piani molto precisi per l’Italia: è interessata ai porti e alle infrastrutture dell’Italia in connessione con la Belt and Road Initiative; alla sua qualità alimentare, al design e al potenziale turistico; ai suoi hub ad alta tecnologia come L’Aquila e allo sviluppo del 5G nel paese.

In ultima analisi, l’aiuto fornito dalla Cina dovrebbe aiutare a rafforzare le relazioni sino-italiane e a preparare il terreno per una celebrazione appropriata dei 50 anni di relazioni diplomatiche a novembre.

https://www.startmag.it/mondo/antichi-consigli-di-jean-per-tutelare-la-sicurezza-economica-dellitalia/?fbclid=IwAR27BAJzGLORaztCt6GUFr30XeTvUwQaCCqmD578KBkEz02UkvDsDonjgbE

i 5 effetti dello strike Usa contro Soleimani in Iran, di Giuseppe Gagliano- Il senso del tragico, di Piero Visani

L’Iraq e la Libia si stanno avviando sulla strada della decomposizione. E’ l’effetto più nefasto e deleterio dell’intervento americano ed occidentale in quei due paesi. Gran parte delle forze politiche, comprese quelle di opposizione a queste intrusioni non stanno operando o si stanno rivelando incapaci di una opera di ricostruzione nazionale. Un gioco di azione e reazione, di provocazioni, incluso quello dello sfoggio di prigionieri, che rende le componenti autoctone in lotta sempre più delle appendici di forze esterne. Tra i paesi in preda al conflitto militare solo la Siria di Assad, almeno nella sostanza, sembra mantenere la caratteristica di una reazione impegnata al mantenimento della propria integrità nazionale_Giuseppe Germinario

Ecco i 5 effetti dello strike Usa contro Soleimani in Iran. Gli scenari di Gagliano

di

Soleimani_

Tutti gli scenari possibili dopo che il generale iraniano Soleimani è stato ucciso il 3 gennaio da un raid ordinato da Trump. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Il comandante delle Quds Force, unità del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (IRGC) iraniane, il generale Qassem Soleimani, è stato ucciso venerdì 3 gennaio da un raid ordinato dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, sull’aeroporto internazionale della capitale irachena Baghdad, secondo quanto riferito dal Pentagono e dalla Casa Bianca.

Soleimani, 62 anni, non solo aveva coordinato le operazioni extraterritoriali iraniane in particolare in Iraq, in Siria, in Libano e Yemen ma aveva in particolare contribuito in modo decisivo a sostenere il presidente siriano Assad. Inoltre, durante la guerra in Iraq, Soleimani servendosi abilmente delle Forze di Mobilitazione Popolare, unità paramilitari sciite appoggiate proprio dall’Iran, aveva dato un contributo militare di grande rilievo nel fermarne il radicamento dell’Isis in Iraq.

L’operazione americana, che rappresenta un successo sotto il profilo della Intelligence, è stato realizzata grazie all’uso di un drone MQ-9 Reaper che ha anche eliminato il generale delle milizie irachene Abu Mahdi al-Muhandis, vice comandante delle Forze di Mobilitazione Popolare, il Generale Hussein Jaafari Naya, il Colonnello Shahroud Muzaffari Niya, il Maggiore Hadi Tarmi ed il Capitano Waheed Zamanian.

Sotto il profilo strettamente politico-strategico, l’operazione militare è stato attuata a scopo preventivo – per sventare operazioni offensive iraniane contro funzionari americani, come indicato dal Times sulla base delle informazioni del Pentagono – e dissuasivo.

Vediamo di spiegare a tale proposito cosa significa esattamente dissuasivo. Ora, al di là delle comprensibili e scontate reazioni di condanna da parte del leader supremo dell’Iran, l’Ayatollah Ali Khamenei e del presidente iraniano, Hassan Rouhani, l’operazione attuata dagli Stati Uniti deve essere contestualizzata sul piano militare in primo luogo all’interno di una più ampia operazione di ritorsione in stile israeliano determinata sia da quella del 27 dicembre in cui un attacco missilistico è stato posto in essere contro una base militare irachena cagionando la morte di un civile americano sia a causa delle violente proteste del 31 dicembre presso l’ambasciata statunitense a Baghdad, situata nella cosiddetta Green Zone, coordinate dalle Brigate di Hezbollah e dalle Forze di Mobilitazione Popolare, proteste volte a chiedere il ritiro delle forze statunitensi dall’Iraq.

Inoltre, sotto il profilo strettamente politico, Mike Pompeo proprio il 13 dicembre aveva avvertito Teheran che qualsiasi azione offensiva sotto il profilo militare nei confronti degli Stati Uniti avrebbe ricevuto una risposta adeguata.

In secondo luogo, sotto il profilo della strategia globale posta in essere da Trump, questa operazione militare risulta essere pienamente coerente con l’obiettivo di contrastare in modo ampio, sistematico e capillare la presenza sciita in Iran, Iraq, Siria, Libano e Yemen.

In terzo luogo, questa operazione militare, può essere inquadrata anche per consolidare il suo consenso interno e per allontanare lo spettro della messa in stato di accusa da parte del Congresso. D’altronde l’uso della politica estera come strumento per rafforzare il consenso al livello di politica interna costituisce non l’eccezione ma una costante a livello storico.

In quarto luogo tutto ciò non farà altro che consolidare la partnership militare degli Usa con l’Arabia Saudita e Israele i cui servizi di sicurezza hanno certamente svolto un ruolo di rilievo nella individuazione di Soleimani.

SCENARI POSSIBILI

Fra gli scenari possibili da escludere vi è certamente l’invasione militare americana determinata dalla natura geografica della Repubblica Islamica. Sebbene gli Usa abbiano infrastrutture militari in 14 Paesi e cioè in Egitto, Israele, Libano, Siria, Turchia, Giordania, Iraq, Kuwait, Arabia Saudita, Yemen, Oman, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrein, l’Iran oltre ad avere una estensione di 1.684.000 chilometri quadrati, è una fortezza naturale – pensiamo ad esempio all’uso strategico che Teheran farebbe dei Monti Zagros che dividono l’Iran dalla Turchia – e una eventuale operazione terrestre proveniente dall’Afghanistan non solo implicherebbe mesi di pianificazione ma implicherebbe il dispiegamento di una forza terrestre di almeno 300 mila soldati  operazione che andrebbe autorizzata dal Congresso che, allo stato attuale, sta ponendo in essere un procedimento di messa in stato di accusa proprio contro Trump. Inoltre sarebbe necessaria da parte dell’Iran e/o dei suoi alleati una azione terroristica analoga a quella dell’11 settembre per conseguire una coesione politica necessaria per un intervento di queste proporzioni.

Quanto ad un intervento nucleare limitato da parte degli Stati Uniti questo avrebbe delle conseguenze ancora più imprevedibili sul piano internazionale poiché non soltanto determinerebbe una condanna unanime da parte di tutte le istituzioni internazionali ma soprattutto determinerebbe una reazione anche di natura  militare da parte della Russia.

Non c’è dubbio che in primo luogo questa offensiva statunitense porterà in primo luogo a un aumento della conflittualità da parte sia degli alleati dell’Iran nei confronti di Israele – stiamo naturalmente alludendo a Hezbollah – sia ad un ulteriore incremento della instabilità in Iraq.

In secondo luogo il sostegno militare e di intelligence fornito dall’Iran agli Houthi, attori centrali nel conflitto yemenita, potrebbe determinare  una risposta rapida e diretta stando proprio alle dichiarazioni di Mohammed Ali al-Houthi capo del Comitato supremo rivoluzionario Houthi – cioè ad una  ritorsione militare.

In terzo luogo i rapporti tra Cina e Usa potrebbero subire un ulteriore peggioramento dal momento che proprio la Cina sostiene l’Iran nel contesto della Nuova Via della Seta. 

In terzo luogo l’Iran potrebbe mettere in campo il tentativo di utilizzare lo Stretto di Hormuz come strumento di deterrenza militare.

In quarto luogo, l’Iran potrebbe attuare operazione terroristiche ai danni delle basi militari americane in Qatar e Bahrein.

In quinto luogo questa azione militare da un lato aumenterà in modo rilevante la destabilizzazione in Medio Oriente e dall’altro lato certamente rafforzerà il ruolo politico-religioso sciita a livello globale.

https://www.startmag.it/mondo/soleimani-iran-usa-iraq/?fbclid=IwAR3EFUeKAMbE1v6Lr1tfFADWWG0bVbZOb7bAcZyxhyb9EVuLG_RU877WawA

IL SENSO DEL TRAGICO, di Piero Visani

E’ saper morire per ciò in cui si crede. Si colpisce e si è colpiti. Si sviluppano politiche e se ne subiscono le conseguenze. Non si pensa che vivere consista soltanto nel pagare, farsi tassare da ladri patentati e farsi sfruttare da classi dirigenti ignobili, che non hanno nemmeno il coraggio delle loro azioni.
Marcire – da vivi – non è preferibile che farlo da morti.
Molti del centrodestra italiano – nella loro infinita saggezza da servi – diranno che è stato ucciso un terrorista…

“Difficile concentrare tante sciocchezze geopolitiche in una sola frase.
A partire dal fatto che in Medio Oriente l’Iran (con la Russia) ha fatto da argine al terrorismo islamico dell’Isis tollerato, per non dire altro, da Arabia Saudita e Usa. E per finire con il fatto che l’Italia è il principale partner economico europeo dell’Iran: in questo caso delle imprese nazionali e del popolo delle partite Iva ce ne freghiamo?”

Amazon, Ibm, Microsoft e Oracle vanno all’attacco sulle commesse del Pentagono, di Giuseppe Gagliano

l caso del contratto Jedi del Dipartimento della Difesa assegnato a Microsoft. I dissidi fra Trump e Amazon. Le mosse di Ibm e Oracle. E non solo. L’approfondimento di Giuseppe Gagliano

Jeff Bezos, ceo di Amazon, ha dichiarato che gli Stati Uniti sarebbero “nei guai” se “le grandi aziende tecnologiche voltassero le spalle al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti”. I giganti della tecnologia sono guidati da un’improvvisa sensazione patriottica o questi interessi puramente economici e finanziari, sotto le spoglie del patriottismo, sono finalizzati a dominare il mercato americano multimiliardario della difesa?

Nell’agosto 2019, Microsoft ha vinto un contratto decennale da $ 7,6 miliardi con la difesa degli Stati Uniti: il contratto DEOS (Defence Enterprise Office Solutions). L’obiettivo di DEOS è standardizzare la messaggistica collaborativa e i flussi di lavoro sotto la piattaforma Office 365, rafforzando al contempo la sicurezza informatica e la condivisione delle informazioni. Un anno prima, Microsoft aveva vinto due contratti nel settore militare e dell’intelligence.

Nel maggio 2018, la CIA ha deciso di offrire alle 17 agenzie di intelligence un pacchetto Cloud multi-operatore condiviso tra Amazon e Microsoft (Office 365). Amazon, con la sua offerta dedicata ai servizi di informazione, è dal 2013 l’unico operatore su questo mercato (per un budget stimato di oltre 600 milioni di dollari).

Nel novembre 2018, Microsoft ha vinto una rilevante gara d’appalto per fornire fino a 100.000 cuffie per la realtà virtuale HoloLens all’esercito americano per un massimo di $ 480 milioni.

Infine, il 25 ottobre 2019, il Dipartimento della Difesa (DoD) ha annunciato di aver assegnato a Microsoft il contratto JEDI per l’archiviazione dei dati nel suo cloud.

Uno studio pubblicato nell’aprile 2019 dal sito Parkmycloud mostra che Amazon rimane il leader nel mercato del cloud, posizionandosi molto più avanti di Microsoft, Google, Ibm, Oracle, con servizi cloud che rappresentano il 13% della sua attività totale nel 2018, in evoluzione con il 41% all’inizio del 2019. Amazon ha infatti milioni di clienti, tra cui Netflix, Airbnb, Palantir e GE.

Con la sua soluzione Amazon Rekognition, che identifica i volti, rileva l’età, il sesso e alcune emozioni, in fase di test con l’FBI dimostra come stia diventando uno dei maggiori appaltatori della difesa degli Stati Uniti. Amazon era quindi il grande favorito per vincere il contratto JEDI. Perché ha perso?

Il contratto JEDI mira a modernizzare i sistemi IT militari per facilitare l’implementazione di una nuova architettura di archiviazione cloud per l’80% dei dati. Il DoD ha deciso, al momento del lancio, di assegnare l’intero contratto a un unico fornitore, piuttosto che suddividerlo in più gare d’appalto. Ebbene, nell’aprile 2019, Microsoft e Amazon erano le uniche due società in corsa. Infatti Google aveva deciso di ritirarsi sotto la pressione dei suoi dipendenti, IBM e Oracle erano state escluse dalla gara. D’altra parte, diversi altri eventi hanno interrotto il corso di questo bando di gara fino alla decisione del 24 ottobre.

In primo luogo è stata fatta una causa su iniziativa di Oracle che accusa il DoD di aver ingiustamente strutturato questo contratto a favore di Amazon.

In secondo luogo la presenza di conflitti di interesse che coinvolgono Amazon, che ha assunto uno dei suoi ex dipendenti per passare attraverso il Pentagono durante il processo di gara. Questa accusa, ripresa da Oracle e dagli altri concorrenti, non è stata dimostrata a seguito di un’indagine del DoD.

In terzo luogo sia Oracle che Ibm, sostenute da diversi membri del congresso americano, hanno sottolineato che la scissione del contratto avrebbe potuto consentire di ottimizzare i costi del servizio offerto.

In quarto luogo, in questa offensiva, Oracle e gli altri concorrenti sono riusciti a coinvolgere il presidente americano nell’aggiudicazione di questo contratto.

Il Dipartimento della Difesa, da parte sua, afferma che “tutti i candidati sono stati trattati in modo equo e valutati secondo i criteri di valutazione stabiliti nell’invito a presentare offerte”. Le informazioni pubbliche sembrano smentire questa versione. Infatti a luglio, il presidente ha dichiarato di aver ricevuto “un numero molto elevato di denunce” dagli sfidanti di Amazon in merito all’offerta JEDI.

La strategia di Oracle e Ibm è stata quella di attaccare e occupare il campo. Oracle e i suoi lobbisti hanno capito che, con l’elezione di Donald Trump, il modus operandi è cambiato poiché il presidente non esita a interferire in modo esplicito in tutte le aree. Ciò è tanto più vero soprattutto quando si tratta di Amazon, data la relazione “ostile” tra Donald Trump e Jeff Bezos (ceo di Amazon e proprietario del Washington Post).

Questa analisi sembra confermata perché, secondo la CNBC, in un libro che verrà pubblicato l’ex segretario di Stato alla Difesa, Jim Mattis, ha sostenuto che, nell’estate del 2018, Donald Trump gli aveva chiaramente chiesto di “escludere Amazon AWS” del contratto JEDI cosa che Jim Mattis non ha fatto.

Analizzando le manovre dei concorrenti di Amazon, diventa chiaro che Oracle ha avuto un atteggiamento molto offensivo volto soprattutto ad attaccare. Con informazioni controverse e non verificate da critici e lobbisti del contratto, Oracle e Ibm sono riusciti a catturare l’attenzione del presidente Trump. Dato il suo carattere impulsivo e la sua animosità nei confronti di Jeff Bezos, l’inquilino dell’ufficio ovale si è sentito in dovere di intervenire nel processo. Oracle e Ibm nelle loro strategie ora sperano che Amazon porti la questione davanti ai tribunali federali.

Oracle e Ibm, consapevoli che sarà difficile vincere questa importante competizione, hanno deciso una strategia di attacco molto chiara. L’effetto finale cercato è quello di creare un sentimento di paura nell’opinione americana sottolineando la pericolosità di una posizione monopolistica di Amazon o Microsoft (in misura minore) nei circoli della difesa. Questo sentimento dovrebbe indurre l’opinione politica e civile a chiedere la suddivisione del contratto JEDI tra diversi attori.

Amazon non ha ancora dato una risposta chiara a tale proposito. Una cosa è tuttavia certa: qualunque sia l’esito di questo caso, è chiaro che la dipendenza del Pentagono dalla Silicon Valley è destinata ad aumentare, poiché gli investimenti delle imprese saranno sempre maggiori di quelli del governo degli Stati Uniti e ciò probabilmente determinerà l’affermarsi di un attore monopolista. Nella sua strategia di difesa, Amazon ha tutto l’interesse a conseguire questo obiettivo.

https://www.startmag.it/mondo/amazon-ibm-microsoft-e-oracle-vanno-allattacco-sulle-commesse-del-pentagono/?fbclid=IwAR2o5nt92MBRE41rlR8ZvHyDzBxnZpduaNTavt4zH5VP_eZOW_3–pvS2Hc

Una nuova tipologia di guerra : la guerra economica 3a parte, di Giuseppe Gagliano

Le armi della guerra economica
La presente sezione sarà dedicata all’analisi dettagliata delle armi utilizzate
dagli Stati nella guerra economica per vincerla e affermare la loro potenza. Le
prime che prenderemo in considerazione sono le armi di tipo indiretto, che
agiscono nelle retrovie e contribuiscono a plasmare il dispositivo di una “guerra
coperta”.
All’interno di questo insieme molto particolare di strumenti di guerra
economica, quello che più agisce a monte di tutti è sicuramente la formazione, che
contraddistingue soprattutto i Paesi sviluppati e ha contribuito in larga misura ai
loro successi economici. Basti pensare, a questo proposito, all’importanza data
dall’Unione Europea a questo fattore, tanto che due degli otto obiettivi della
strategia Europa 2020 per una crescita intelligente, sostenibile e inclusiva
riguardano proprio l’istruzione (riduzione dei tassi di abbandono scolastico
precoce al di sotto del 10% e aumento al 40% dei 30-34enni con un’istruzione
universitaria). Andando poi a verificare la correlazione di formazione e sviluppo
economico, esempi di Paesi come la Germania, il cui sistema di istruzione e
formazione è riconosciuto come uno dei migliori al mondo, o il Giappone, dove il
tasso di conclusione degli studi secondari si aggira intorno al 95%, confermano
quanto finora affermato, soprattutto se si considera le modalità con cui questi due
Paesi sono presenti sui mercati internazionali. Naturalmente qui non si tratta solo
della formazione di base, per quanto questa sia importante nel porre le basi e dare
l’impronta di un certo modo di progredire anche in ambito economico, ma ci si
riferisce in maniera particolare alla formazione continua, che dà a coloro che la
ricevono le necessarie doti di flessibilità e polivalenza che permettono di essere
costantemente aggiornati e mai impreparati ai cambiamenti. A questo proposito,
un altro buon esempio sono le scuole di commercio francesi, delle quali le più
prestigiose si classificano ai primi posti in ambito europeo e il cui successo si deve
in gran parte a un modello nazionale che prevede una formazione biennale di base
ad alto contenuto generalista, quindi non solo scientifico ma anche umanistico,
propedeutico alla successiva specializzazione. Una caratteristica peculiare delle
élite che si formano in questo tipo di scuole moderne è la loro propensione
internazionale, aspetto ben distinto dal carattere marcatamente sciovinista della
preparazione militare dei secoli passati di cui tali scuole, se si segue il filo
conduttore della guerra economica come versione attuale degli antichi scontri
bellici, dovrebbero essere la naturale continuazione.
A complemento del discorso sulla formazione iniziale, è necessario parlare
del ruolo svolto dalla formazione specialistica e dalla ricerca, cruciali ai fini
dell’affermazione della potenza economica. Non è un caso, lo ribadiamo, che
l’Unione Europea abbia affermato fin dall’inizio del millennio di voler diventare la
prima “economia della conoscenza” e che, ad esempio, la sola Francia conti
160.000 ricercatori, un numero più che raddoppiato nel giro di settant’anni. Il
sapere è infatti diventato l’arma suprema della guerra economica e il potenziale
della ricerca risulta essere il motore delle trasformazioni del nostro tempo. È per
questo che Paesi emergenti come la Cina e l’India, che hanno compreso
perfettamente quale sfida cruciale si giochi intorno alla produzione di sapere, sia
esso di base o applicato, non rimangono indietro in questa sorta di “corsa alla
conoscenza”: se da Pechino arrivano forti e chiare le dichiarazioni di uomini di
punta come il Primo Ministro Wen Jiabao, che nel 2005 si spingeva a proclamare il
XXI come “il secolo asiatico delle alte tecnologie”; nel subcontinente indiano ogni
anno prestigiosi istituti tecnologici costruiti negli anni Sessanta sul modello del
MIT sfornano un esercito di 170.000 diplomati. Nell’ambito della ricerca è poi
fondamentale la cooperazione fra università, scuole e settore privato, il quale si
aspetta precisi e puntuali ritorni dal lavoro dei ricercatori; cooperazione che al
giorno d’oggi si presenta sotto forma di “cluster” o “poli di competitività”, spazi
dove convivono luoghi di ricerca, scuole d’ingegneria e imprese di alta tecnologia e
che sono incubatori di una potenza economica straordinariamente innovativa e
all’avanguardia. A questo proposito, lo Stato francese si è fatto promotore, dal
2005, di questo tipo di realtà che rappresentano un elemento fortemente attrattivo
per il territorio in cui sono insediati, realizzando attività di alta formazione
assolutamente all’avanguardia. Ad ogni modo, si registrano ancora divari enormi
nelle politiche effettive in favore della ricerca attuate dai diversi Paesi, anche
all’interno del gruppo delle nazioni leader: è quasi scontato, purtroppo, riferire a
questo proposito il caso dell’Italia dove, pur riconoscendo a parole l’importanza
capitale di una ricerca solida, anche finanziata dal settore privato, per poter dotare
le imprese di tecnologie a elevate prestazioni e consentire loro, di conseguenza, di
essere concorrenziali sui mercati internazionali, il numero di ricercatori impiegati
nelle aziende è cinque volte inferiore a quello di Stati Uniti, Giappone e Svezia. Per
non parlare poi della fuga di cervelli, che decidono di lasciare l’Italia per trovare
migliori opportunità di lavoro e stipendi più alti oltreché la valorizzazione di
merito e competenze a scapito di raccomandazioni, burocrazia e scarso turnover.
Per ogni “cervello che fugge”, però, c’è senz’altro un Paese pronto e ben felice di
accoglierlo e ve ne sono alcuni che fanno dell’attrazione del personale altamente
qualificato e specializzato una vera e propria arma di guerra economica: è il caso
degli Stati Uniti, che a più riprese nel corso del XX secolo sono stati un porto
d’approdo delle menti migliori dei quattro angoli del globo, a cominciare dalle élite
ebraiche in fuga dall’Europa nazifascista, proseguendo con le decine di fisici e
matematici ex sovietici arrivati negli anni Novanta e, infine, arrivando fino ai giorni
nostri, in cui le università statunitensi sono popolate di ingegneri ed economisti
indiani e cinesi. Se si considera il fatto che tre quarti di loro si stabiliscono
definitivamente negli Stati Uniti una volta terminati i loro studi, si può dedurre
facilmente il vantaggio che ne deriva per l’economia americana.
Direttamente collegata con la ricerca è l’innovazione, motore propulsivo di
fondamentale importanza per le imprese e su cui lo Stato ha tutto l’interesse di
investire. L’esempio dei brevetti mostra quanto la collaborazione fra questi due
attori possa rivelarsi fruttuosa. La classifica mondiale delle potenze in termini di
deposito di brevetti certifica il primato cinese, il cui ufficio brevetti dal 2013 è
ormai il primo al mondo con un quarto del totale delle richieste, seguito a ruota
dagli Stati Uniti, mentre il ruolo dell’Europa perde progressivamente di rilevanza a
discapito di una massiccia presenza asiatica, dato che le altre prime posizioni sono
occupate da Giappone, Corea e India. La maggior parte dei brevetti depositati in
tutto il mondo è a opera di imprese del settore privato (Matsushita, Philips,
Siemens, Huawei, Bosch, Toyota, Microsoft, solo per citarne alcune) che però senza
l’azione dello Stato – soprattutto in epoche passate (ci riferiamo qui al ruolo
decisivo in termini di ricerca e sviluppo dei comandi militari americani, o del MITI
giapponese) – non avrebbero mai potuto raggiungere i risultati odierni. È pur
sempre opera dello Stato perfino la predisposizione di un ambiente normativo
favorevole e sufficientemente tutelato in questo settore, per cui la ricerca dei
brevetti può essere considerata a tutti gli effetti un affare nazionale, una garanzia
di produttività, insomma: un’arma decisiva per gli scontri commerciali fra nazioni.
Passando dall’ampio campo della gestione della conoscenza nelle sue
diverse forme quale strumento di guerra economica a quello della competitività,
possiamo affermare che su questo terreno lo Stato può giocare a pieno tutte le sue
carte. È nel suo massimo interesse, d’altronde, far sì che le sue imprese siano
dotate il più possibile della capacità di affrontare la concorrenza sui mercati
esterni e interni. In un momento storico come quello che si sta attraversando, in
cui i travolgimenti nell’ambito delle posizioni di potenza sono di notevole portata,
vediamo come a fronte dell’avanzamento imponente di alcuni Stati sui mercati
internazionali (negli scambi a livello globale, la percentuale cinese è passata dal
2% al 9% nel giro di poco più di vent’anni) altri, storicamente ben piazzati,
indietreggiano (è il caso della Francia, che nello stesso arco di tempo è passata dal
6% a circa il 4%), mentre altri ancora mantengono le proprie posizioni (la
Germania è esempio di notevole continuità, dal momento che mantiene saldamente
il primo posto con una quota che si aggira intorno al 10%). Il ruolo dello Stato è qui
quello di coordinatore, di fornitore di strumenti di lettura, comprensione e
interpretazione del terreno degli scambi internazionali, possibile grazie alle
conoscenze nei più disparati ambiti che almeno una parte dei suoi funzionari
dovrebbe avere degli altri Stati. Prendendo l’esempio della Francia, questo ruolo
viene svolto in gran parte dal Segretariato di Stato per il Commercio estero,
impegnato in questi anni di crisi economica soprattutto a contenere l’erosione
della quota francese sui mercati mondiali la quale, seppur imputabile a
cambiamenti per lo più inevitabili e che coinvolgono tutti i grandi Paesi occidentali,
resta tuttavia preoccupante per la bilancia economica nazionale. A questo scopo, è
stata recentemente riformata l’Agenzia nazionale di promozione dell’esportazione,
Ubifrance, incaricata di promuovere le esportazioni grazie all’apporto delle proprie
competenze ed expertise nei confronti delle imprese francesi. In Italia, l’organismo
con funzioni praticamente sovrapponibili a quelle di Ubifrance è l’Agenzia ICE, che
ha il compito di agevolare, sviluppare e promuovere i rapporti economici e
commerciali italiani con l’estero, in particolare delle piccole e medie imprese, e che
opera per incentivare l’internazionalizzazione delle imprese italiane nonché la
commercializzazione dei beni e servizi nazionali sui mercati internazionali. Anche
il ruolo attivo dello Stato nella negoziazione di grossi contratti di produzione
rientra nella più generale promozione della competitività e concretizza quella
cooperazione con le imprese spesso invocata ma sempre di difficile attuazione: il
partenariato fra gli Stati Uniti e le imprese di armamenti e del settore
dell’aeronautica è un buon esempio di questo aspetto.
La competitività è un indice applicabile alle imprese; l’attrattività invece è
una caratteristica propria dei territori: attirare investimenti esteri diretti significa
produrre occupazione nazionale e beneficiare di un ritorno fiscale. Politica fiscale,
gestione del territorio e cultura ne sono le componenti. Per quanto riguarda la
politica fiscale, abbiamo già visto in precedenza come questo sia un nodo dolente
dell’attrattività italiana, anche se altri Stati europei, in particolare il Belgio e la
Francia, hanno tassi d’imposta sulle società non molto distanti. Al contrario, il caso
dell’Irlanda è esemplificativo del fatto che una politica fiscale “leggera” nei
confronti delle imprese funge fortemente da incentivo agli investimenti diretti
esteri: con una tassazione che si aggira intorno al 15%, peraltro fortemente
osteggiata dall’UE, la “tigre celtica” è riuscita così ad attirare soprattutto imprese
straniere nel settore delle alte tecnologie e informatico (da Adobe a eBay, passando
per Yahoo!), sostenendo in gran parte la propria crescita economica. La Cina
invece, in questo ambito, ha sviluppato una politica di istituzione di aree
economiche speciali nelle province di Guangdong, Fujian e Hainan e di sviluppo di
regimi fiscali particolarmente attraenti da applicare proprio in queste aree alle
imprese straniere che scelgono di insediarvisi. Per quanto riguarda la gestione del
territorio, si intende qui il livello di sviluppo delle infrastrutture necessarie alle
imprese per rifornirsi di materie prime, per portare ai quattro angoli del mondo i
risultati della produzione e per comunicare fra di loro: collegamenti aerei, ferrovie
ad alta velocità, strade e porti, connessioni internet ad alta velocità e copertura per
la telefonia mobile, che ha ormai quasi ovunque soppiantato la rete di telefonia
fissa e in intere parti del mondo, ad esempio nell’Africa subsahariana, dove ne
rende addirittura inutile l’estensione. Per quanto riguarda, infine, la cultura, si
tratta dell’elemento più impalpabile ma non per questo meno sfruttabile del soft
power, come lo definisce Joseph Nye. A differenza di molti altri elementi analizzati,
questo è indubbiamente una caratteristica che l’Italia possiede pienamente e da cui
può trarre profitto, come ripetutamente si è prodigato a ripetere e promuovere il
suo attuale Primo Ministro e come ha saputo dimostrare in occasione di Expo
2015, dove l’“Italian way of life” fondato su un benessere alleato del gusto e della
bellezza non ha mancato di attrarre una vasta platea di potenziali investitori.
L’ultima arma strategica che prendiamo in considerazione qui, nell’ambito
della guerra coperta, è l’intelligence economica, che l’Alto Responsabile presso il
Segretariato Generale della Difesa francese Alain Juillet definisce come una
modalità di governance focalizzata sul controllo dell’informazione strategica e che
mira alla competitività e la sicurezza sia dell’economia che delle imprese. Altri due
grandi esperti di guerra economica, Christian Harbulot ed Éric Delbecque, hanno
proposto le loro definizioni di intelligence economica. Il primo l’ha definita come la
costante ricerca e interpretazione delle informazioni accessibili a tutti, con
l’intento di decifrare le intenzioni degli attori e intuire le capacità. Il secondo
invece l’ha individuata nella cultura di lotta economica, ossia nella competenza –
intesa come l’insieme di metodi e di strumenti di sorveglianza, di sicurezza e di
influenza–enella politica pubblica, che mira ad accrescere la potenza tramite
l’elaborazione e l’attuazione di strategie geo-economiche, oltre che tramite azioni
in favore del controllo collettivo dell’informazione strategica. L’intelligence viene
qui naturalmente intesa nella sua accezione originaria di derivazione
anglosassone, ossia come raccolta di informazioni per sapersi muovere meglio sul
terreno, qualunque esso sia, e non tanto negli aspetti esacerbati dello spionaggio e
degli agenti segreti tipici dell’epoca della Guerra Fredda, in cui ciò che si
privilegiava era una cultura dell’informazione ad appannaggio di pochi, oscuri
esperti e incurante dell’illegalità dei mezzi utilizzati (trasferimenti di tecnologia,
furti di materiale informatico, licenziamenti di quadri strategici, ecc.). Analizzando
più nel dettaglio in cosa consista l’intelligence economica, ossia le applicazioni
concrete di quella che a volte viene definita impropriamente “guerra
dell’informazione”, possiamo distinguere tre campi d’azione: la veglia, la
protezione dell’informazione e la realizzazione di lobby. La prima, in particolare, si
concretizza nella sorveglianza dell’ambiente economico di riferimento in modo da
individuare con una certa prontezza eventuali minacce da cui difendersi o
occasioni da cogliere; si divide nelle sette tipologie di veglia concorrenziale,
commerciale, tecnologica, geografica, geopolitica, legislativa e societaria. Tutto ciò
a favore di una crescita di influenza, e quindi di potenza, di quegli Stati in grado di
mettere in campo un tale dispositivo. Il punto di vista che qui si propone, infatti,
privilegia la capacità dello Stato di usare quest’arma strategica, piuttosto che
quella delle singole imprese che la usano allo scopo di ampliare il proprio giro
d’affari e di aumentare i profitti. Contemporaneamente strumento offensivo e
difensivo, come quando viene usato per prevedere un’alleanza fra concorrenti o
praticare la disinformazione, l’intelligence economica è il fiore all’occhiello delle
politiche di guerra economica, vista l’importanza assunta dall’informazione nelle
economie moderne. È su questo terreno, peraltro, che si rende maggiormente
necessaria una stretta collaborazione fra Stato e imprese, sul modello sviluppato in
Giappone nell’immediato dopoguerra, quando la fondazione della Japan External
Trade Organization si affiancò al lavoro del già citato MITI. L’intensificazione dei
legami commerciali con gli altri Stati veniva perciò supportata dagli ampi poteri
assegnati a quest’ultimo, in una realtà non solo economica ma anche culturale dove
la partecipazione allo sforzo di rendere grande la propria nazione attraverso i
primati in termini di innovazione tecnologica e proiezione commerciale è un
dovere morale di ogni singolo cittadino. Non a caso, dell’intero budget nazionale
destinato a ricerca e sviluppo, una cifra compresa fra il 10 e il 15% viene destinata
in Giappone all’informazione scientifica e tecnica. Qualcosa di analogo avviene
anche negli Stati Uniti, anche se ancora formalmente mascherato da un discorso
ufficiale di competizione leale. L’amministrazione americana ha infatti messo in
piedi un servizio di “contro-intelligence”, derivato da un ampliamento delle
prerogative della CIA che in questo modo svolge un ruolo attivo nello spionaggio
industriale, per fornire alle proprie imprese informazioni segrete relative ai loro
concorrenti stranieri.
Dopo aver analizzato ampiamente le armi utilizzate nella guerra economica
coperta (formazione dei quadri dirigenziali, politiche di competitività e di
attrattività, dispositivi di intelligence economica), conviene ora passare in rassegna
le diverse armi offensive a disposizione degli Stati.
Nel corso del presente contributo si sono già citate le sanzioni quale forma
di guerra economica condotta con finalità politico-strategiche. Una modalità che
risulta ancora più soffocante per l’avversario è quella del boicottaggio, quando non
del blocco alle vendite: ne sono esempi l’arma alimentare usata dal presidente
Carter nel 1979 per bloccare le vendite di cereali all’URSS in occasione
dell’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa, l’attuale minaccia di
chiusura dei rubinetti del gas da parte della Russia nei confronti dell’Europa, o
ancora il boicottaggio a danno dei prodotti francesi in Cina nel 2008 causato dal
sostegno dato da Parigi al Tibet, questione peraltro scoppiata alla vigilia dei giochi
olimpici di Pechino anche in molti altri Paesi occidentali in seguito alla repressione
cinese della ribellione dei monaci tibetani. Un’altra misura che potrebbe essere
interpretata come ritorsione è il contingentamento delle importazioni: vietato
nell’Unione Europea, è invece ampiamente usato dagli Stati Uniti nei settori più
disparati, che vanno dal formaggio alle automobili, misura quest’ultima volta a
tutelare le grandi società produttrici americane a detrimento dei prodotti
giapponesi, con Tokyo che ha preferito negoziare in questo senso piuttosto che
correre il rischio di essere soggetto a restrizioni ancora più sfavorevoli. Vi sono poi
i picchi tariffari, ovvero dazi doganali superiori al 100%, spesso applicati sui
prodotti agricoli provenienti da determinati Paesi (si vedano ad esempio le
condizioni di adesione all’OMC imposte all’Afghanistan nel 2014, alla fine dei
negoziati).
A queste armi dirette si affiancano, come si vede ora, altrettante armi
offensive indirette della guerra economica aperta. Innanzitutto la cosiddetta
“diplomazia degli affari” che, pur essendo una pratica dalla lunga tradizione, è stata
perfezionata dall’amministrazione Clinton: essa consiste in una sorta di assalto
massiccio delle imprese sui mercati esteri, supportata da un’attenta preparazione
del terreno (liberalizzazione degli scambi con il Paese interessato), da
un’approfondita conoscenza del campo dello scontro (informazione industriale e
commerciale) e da una sapiente regia statale (nel caso degli Stati Uniti degli anni
Novanta, l’Advocacy Center informalmente chiamato “War room”, incaricato di
sorvegliare costantemente i mercati industriali mondiali). Se si affronta più nel
dettaglio il primo di questi elementi, la liberalizzazione degli scambi, vediamo
come e quanto sia stato usato soprattutto dagli Stati Uniti come una vera e propria
arma. I trattati di libero scambio da essi conclusi, infatti, hanno sempre rivelato la
loro potenza offensiva in quanto strumenti di relazione diseguale tra uno Stato
forte, da un lato, e uno Stato debole, dall’altro, asimmetria che ha sempre
penalizzato quest’ultima controparte, naturalmente. È il caso, ad esempio, delle
relazioni commerciali mantenute con gli Stati dell’America centrale (la cui quasi
totalità dei Paesi ha concluso simili accordi con Washington): nient’altro che
un’evoluzione post-Guerra Fredda dell’idea di manifest destiny, della dottrina
Monroe e del corollario Roosvelt. Questi accordi sono spesso molto più
intransigenti degli standard dell’OMC ai quali tutti appartengono: la supremazia
statunitense si afferma gioco forza per l’importanza rivestita nella bilancia
commerciale di questi Stati, di cui sono il primo partner commerciale, e permette
di imporre unilateralmente norme sbilanciate in loro favore, ad esempio sui
brevetti (allungamento della durata di protezione dei brevetti, oppure
allargamento delle condizioni di brevettabilità, che permettono di porre dei
brevetti su prodotti già commercializzati) e, di conseguenza, di conservare la
leadership. Gli Stati Uniti, dunque, non schiacciano il loro avversario economico
con la forza, ma si accontentano in qualche modo di definire regole del gioco
favorevoli ai propri interessi.
L’ultima evoluzione in termini di armi offensive nella guerra economica
sono i fondi sovrani che hanno fatto la loro irruzione sullo scenario finanziario
mondiale negli ultimi vent’anni e che, per la portata del loro impatto sull’economia
internazionale, ci si potrebbe arrischiare a paragonare a vere e proprie armi di
distruzione di massa. Si tratta di fondi d’investimento internazionale del risparmio
nazionale che, essendo difficilmente depositabile nei circuiti bancari classici per
l’eccezionalità del loro importo (le stime indicano una cifra di più di 16.000
miliardi di dollari solo per i Paesi dell’Asia orientale), viene direttamente
controllato dagli Stati o dalle banche centrali. Sono stati pensati in origine come
strumenti finanziari destinati a valorizzare un capitale rilevante dello Stato e
destinato alle generazioni future (è questo il caso del fondo sovrano norvegese). La
maggior parte di questi fondi è stata costituita da Stati esportatori di petrolio, da
un lato, e da Paesi dell’Asia orientale la cui bilancia corrente registra saldi
dell’ordine del 6,5% del PIL, dall’altro, per investire le loro ingenti eccedenze
commerciali e si sono configurati come potente mezzo di intervento negli equilibri
economici mondiali soprattutto in seguito alla crisi dei subprime, quando un certo
numero di essi è entrato nel capitale di gruppi prestigiosi (Citigroup, Merrill Lynch,
Morgan Stanley) allo scopo di salvarli con iniezioni di liquidità. Esemplificativo è il
caso di Citigroup: primo gruppo finanziario mondiale fino al 2007, di fronte ai
problemi di liquidità derivati dalle speculazioni dei subprime ha fatto appello a
diversi fondi fra cui quelli di Singapore, del Kuwait e di Abu Dhabi. Il salvataggio c’è
effettivamente stato, ma a condizioni dettate naturalmente dai nuovi investitori:
garanzia di rendimenti elevati delle azioni (dal 9 all’11% annuo), prezzi minimi
garantiti anche in caso di crollo dei valori e decisioni prese non più nella sede della
casa madre negli Stati Uniti, bensì nel palazzo di uno degli emiri proprietari del
fondo sovrano, elemento territoriale puramente simbolico ma molto eloquente di
qual è lo Stato che ora ne detiene il controllo. Risulta quindi evidente come un tale
massiccio intervento non sia affatto neutro e che, di conseguenza, sia a tutti gli
effetti una forma di controllo da parte degli Stati di cui tali fondi sono emanazione.
Il sospetto è che, anche grazie a politiche e gestioni non esattamente trasparenti,
essi servano interessi politici e geopolitici dei Paesi emergenti e vengano perciò
percepiti come una minaccia economica importante dai Paesi occidentali. Basti
pensare che il fondo di Abu Dhabi da solo avrebbe potuto acquisire, prima della
crisi, le prime nove imprese quotate nel più importante indice della piazza parigina
e che la China Investment Company, fondata nel 2007, si posiziona già al 6° posto
mondiale per quantità di capitale. La miglior prova del fatto che sono percepiti
come una minaccia è la recente adozione di misure destinate a ostacolarne la
capacità di acquisizione. Questo dispositivo ha una certa tradizione negli Stati
Uniti, dove il Committee on Foreign Investments può consigliare al Presidente di
rifiutare un investimento straniero che minaccerebbe un’impresa americana
giudicata strategica.
Accanto alle armi, vi sono i dispositivi di protezione e di difesa.
Naturalmente, attacco e difesa sono strumenti che concorrono insieme a definire
una stessa strategia e perciò il loro uso ha pari importanza all’interno della guerra
economica. Libero scambio sì, dunque, ma a patto di poter adeguatamente tutelare
il tessuto industriale interno e le ricadute che la sua tenuta ha in ambito politico e
sociale; se dunque le varie teorie elaborate dagli specialisti non soddisfano questo
principio pragmatico, gli Stati non si fanno alcuna remora a ignorarle e ad agire nel
senso protettivo appena indicato. È il motivo per cui non bisognerà meravigliarsi
che certi mezzi di difesa presentati qui siano già stati annoverati nella categoria
delle armi appena presentate: gli stessi strumenti della guerra economica possono
rivelarsi contemporaneamente armi potenti e scudi resistenti in funzione del
contesto. I dispositivi di protezione e di difesa che vedremo sono: la moneta,
l’unfairtrade, le barriere doganali e tariffarie, le quote d’importazione, le
sovvenzioni alle esportazioni, il patriottismo economico sotto forma di consumo
patriottico e il soft power normativo.
Per quanto riguarda la moneta, la svalutazione è un potente mezzo di
stimolo alle esportazioni in periodo di recessione, come hanno dimostrato le azioni
della Bank of England fra il 2008 e il 2009 in favore della sterlina nei confronti
dell’euro e la svalutazione di yen e yuan. La moneta svolge così il doppio ruolo di
strumento difensivo, poiché diminuisce la competitività dell’avversario, e di arma,
in quanto consente una più facile penetrazione dei mercati esteri.
La questione dell’unfairtrade si richiama a una legge statunitense del 1962,
la cosiddetta “301”, che aveva lo scopo di sanzionare Stati e imprese appartenenti
al proprio blocco che si rendessero colpevoli di comportamento sleale ovvero,
concretamente, commerciassero con l’URSS o con Cuba, e autorizzava il Presidente
in persona a rispondere agli atti “ingiustificabili”, “immotivati” o “discriminatori” di
questo tipo. Se ciò è facile da comprendere in un contesto di Guerra Fredda, in cui
le alleanze politico-strategiche regolavano abbastanza rigidamente le relazioni
internazionali, risulta forse meno accettabile in un contesto di distensione e
multilateralismo come quello odierno, eppure si tratta di atteggiamenti tutt’altro
che desueti. Negli anni Novanta il Presidente Clinton, che in più occasioni si è
dimostrato come un forte sostenitore della logica di guerra economica, ha
rinnovato la cosiddetta “super-301” emanata nel 1984 allo scopo di individuare gli
ostacoli alle importazioni americane e combatterli con misure di ritorsione. Il caso,
citato in precedenza in merito al boicottaggio, delle misure di tutela delle grandi
case automobilistiche a scapito dei prodotti giapponesi, accettate da Tokyo per non
correre il rischio di essere soggetto a restrizioni ancora più sfavorevoli, nacque
proprio a causa della minaccia americana di ricorrere alla “super-301”, con
sovrattasse anche del 100%. L’istituzione dell’OMC e del relativo organismo di
regolazione delle controversie, sorta di arena giuridica dove si affrontano le
potenze per far valere i loro diritti, dovrebbe prevenire il ricorso a questo tipo di
misure. Il funzionamento dell’Organo di Conciliazione si basa su norme precise e su
una serie di scadenze predefinite per l’esame di ciascun caso. La procedura dura in
totale al massimo un anno e tre mesi (solo un anno in assenza di appello): le
decisioni iniziali sono prese da un gruppo speciale, previa consultazione di
entrambe le parti cui viene anche presentato il rapporto finale (entro sei mesi), e
approvate o rifiutate dall’insieme dei membri dell’OMC. Tuttavia l’obiettivo
dell’organismo, più che essere l’emissione di un giudizio, sarebbe di conciliare, per
l’appunto, le controversie e arrivare a una negoziazione consensuale della
risoluzione da parte delle due parti in causa; un’eccezione a questa funzione
particolare, che peraltro normalmente si realizza nei fatti, è stata la cosiddetta
“guerra delle banane” che ha contrapposto i Paesi ACP a quelli dell’America Latina.
Negli ultimi tempi, l’Organo di Conciliazione ha registrato un aumento del numero
di ricorsi, segno per i suoi funzionari della fiducia che gli Stati riporrebbero nelle
sue procedure e decisioni. Tuttavia, in un contesto di competizione sempre
maggiore, esso potrebbe anche essere uno fra i tanti mezzi di cui gli Stati si
servono per vincere le battaglie economiche che li oppongono e, per questo, un
rivelatore particolarmente paradigmatico della situazione di guerra economica al
tempo della globalizzazione.
Per quanto riguarda le barriere doganali o tariffarie, si tratta dei mezzi
difensivi più antichi di cui gli Stati dispongono per tutelarsi contro le strategie
offensive sviluppate dai loro avversari. Sono un tipo di misura attuata soprattutto
dai Paesi in via di sviluppo, che la adottano per proteggersi dalle importazioni
provenienti dalle nazioni industrializzate (l’economista tedesco propone la
definizione, in questo caso, di “protezionismo educativo”). Dal canto loro, i Paesi
occidentali si servono delle tariffe doganali per proteggere l’occupazione
industriale, il che, se da un lato ha costi elevati in termini economici, dall’altro è
politicamente molto favorito in ragione della sua influenza sugli equilibri sociali.
D’altra parte, è doveroso ricordare come dalla fine della Seconda Guerra Mondiale
le tariffe doganali siano costantemente scese, passando dal 44% degli anni Trenta
del Novecento all’attuale valore inferiore al 5%.
Già si è parlato del contingentamento delle importazioni, con cui sono
strettamente imparentate le quote di importazione, la forma più importante di
barriera non tariffaria. Delimitando direttamente la quantità di prodotti di un certo
tipo che possono essere importati, esse vengono usate per proteggere determinati
settori nazionali oppure per equilibrare la bilancia dei pagamenti. Anche in questo
caso, sono gli Stati Uniti a fornirci un buon esempio con la loro quota
d’importazione sulle importazioni di zucchero: a fronte di una limitazione ben
definita della quantità di zucchero importato e di una conseguente maggiorazione
del prezzo sul prodotto finale venduto al consumatore, il settore zuccheriero
statunitense, piccolo in termini di numeri di occupati, non conosce crisi. Le quote
derivano appunto da una scelta politica, quella di conservare l’occupazione in
determinati settori: la razionalità economica liberale imporrebbe la soppressione
delle quote per abbassare il prezzo del prodotto finale e diversificare il consumo,
ma in guerra economica qualunque teoria non funzionale al mantenimento di una
logica di potenza e di indipendenza risulta sostanzialmente inapplicabile.
Questa sorta di “nuovo protezionismo” si manifesta, oltre che nelle
importazioni, anche nelle esportazioni, sotto forma di sovvenzioni pubbliche a una
determinata impresa o settore di produzione. Conosciute anche con il nome di
dumping, sono ufficialmente illegali (si veda ad esempio quanto stabilito dal
regolamento CE n. 1225/2009 del Consiglio dell’UE), ma spesso vengono attuate in
maniera indiretta. In questo senso, rivestono particolare importanza le
sovvenzioni agricole: sia l’Unione Europea che gli Stati Uniti erogano consistenti
aiuti di Stato ai rispettivi agricoltori, a detrimento di tutti quei Paesi, soprattutto
africani, la cui economia si regge sul settore primario ma che, non detenendo alcun
potere sullo scacchiere economico internazionale, sono fortemente penalizzati e
non riescono neppure ad accedere al mercato mondiale delle derrate alimentari.
C’è da dire che, almeno formalmente, sia l’UE che gli USA si sono impegnati a
rivedere PAC e varie Farm Bill ma, non essendo stati fissati dei tempi per farlo, la
partita non è ancora neppure aperta.
Quando si parla di patriottismo economico si fa riferimento a un famoso
discorso del 2005 dell’allora Primo Ministro francese Dominique de Villepin, nel
quale si affermava la necessità da parte dello Stato di difendere le imprese
nazionali strategiche, soprattutto in settori di punta o comunque considerati parte
del patrimonio industriale nazionale. In realtà, tale concetto sarebbe nato già negli
anni Novanta, sempre in territorio francese, in concomitanza con la fase successiva
alla fine della Guerra Fredda di massima espansione della globalizzazione, che
rappresentava una potenziale minaccia per le imprese dalla capitalizzazione
fragile. La definizione usata da Villepin si rifarebbe invece a un rapporto
presentato nel 2003 dal deputato Bernard Carayon su “Intelligence economica,
competitività e coesione sociale”, dalla fortuna altalenante (condiviso da politici e
imprenditori, ma ritenuto insufficiente nelle sue analisi da molti economisti). In
esso viene ampiamente esposta e dimostrata l’esigenza di dare una connotazione
maggiormente patriottica alla politica economica francese, definendo a tal
proposito tutta una serie di obiettivi da raggiungere: definizione di interessi
comuni fra Stato e settore privato, la tutela di questi interessi come misura di
legittima difesa dall’assunzione di controllo da parte di capitali stranieri, la
successiva conquista di porzioni di mercato mondiale promuovendo l’eccellenza di
determinati settori e aumentandone la competitività. È proprio seguendo le idee
presenti in questo rapporto che è emanato il decreto del 31 dicembre 2005, voluto
da Villepin, sulla protezione della produzione di settori quali la difesa, le tecnologie
dell’informazione, la sicurezza privata e i sistemi di intercettazione delle
informazioni. D’altra parte, la Francia non è la sola a fare ricorso a questo
strumento di difesa nella guerra economica: l’Unione Europea stessa, con
l’istituzione nel 2004 della forma giuridica della “società europea”, persegue
chiaramente l’obiettivo di consolidare la dimensione europea di queste imprese a
discapito di possibili assunzioni di controllo da parte di entità straniere nei loro
confronti. Per non parlare poi degli Stati Uniti, dove il Committee on Foreign
Investment ha diritto di veto sulle operazioni d’acquisto di imprese americane da
parte di società straniere, o ancora della Germania, dove nel 2010 il governo della
cancelliera Merkel ha impedito l’acquisizione di Opel da parte di Fiat-Chrysler.
Per quanto riguarda il soft power normativo, l’esempio principe che merita
di essere preso in considerazione è quello delle negoziazioni commerciali
multilaterali. L’OMC è quindi diventata teatro di scontri contrapposti per
promuovere e ampliare sempre più il libero scambio, da un lato, e proteggere il
vantaggio tecnologico dei Paesi industrializzati, dall’altro. È ovvio che ad esserne
svantaggiati risultano soprattutto i Paesi in via di sviluppo del Sud del mondo,
perché la mancata liberalizzazione di determinati brevetti in campo medico, ad
esempio, impedisce a questi Stati di produrre medicinali a basso costo. Un’OMC
ostaggio dei Paesi occidentali, che ha portato fra le altre cose al fallimento nel 2011
del Doha Round dopo dieci anni di negoziati, non è altro che una misura di difesa
contro quei Paesi emergenti – India in testa con il suo potenziale di produzione
nelle biotecnologie – che potrebbero così aspirare non solo all’indipendenza
economica in determinati settori, ma anche a imporsi come leader sui mercati
internazionali. Altro terreno su cui si disputa un’importante partita intorno al soft
power è senza dubbio il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli
Investimenti (TTIP): non un semplice accordo commerciale di libero scambio per
la libera circolazione di merci e servizi, ma anche un accordo di tipo normativo,
volto a rimuovere le molte differenze in regolamenti tecnici, norme e procedure di
omologazione, standard applicati ai prodotti e regole di sicurezza e sanitarie
presenti fra Unione Europea e Stati Uniti, che hanno ancora alcune carte da
giocarsi in merito. Questo partenariato, qualora e quando entrasse in vigore,
creerebbe l’area di libero scambio più grande del pianeta, equivalente a circa la
metà del PIL e un terzo degli scambi commerciali globali: tutto il mondo ne
gioverebbe e sarebbe ipotizzabile imboccare nuovamente la strada del
multilateralismo nella liberalizzazione commerciale, che attraversa un momento di
stallo nonostante la volontà di unificare il commercio mondiale. La
frammentazione giuridica attuale, infatti, favorisce la costruzione del teatro della
guerra economica, con la regola del più forte (del più potente) a prevalere su
qualsiasi altra logica razionale.
Infine, fra gli strumenti difensivi citati in apertura di questa sezione vi è il
consumo patriottico, che consiste semplicemente nel privilegiare l’acquisto di
prodotti nazionali, piuttosto che stranieri, nei più disparati settori. Esso può essere
incentivato dallo Stato oppure no, ma in entrambi i casi fornisce una difesa efficace
contro gli attacchi della guerra economica. Il primo caso è rappresentato dagli Stati
Uniti, dove una misura protezionistica adottata in piena Grande Depressione, il
Buy American Act promosso da Roosevelt e approvato nel 1933 come una delle
misure volte a risollevare il Paese dalla recessione economica, è ancora in vigore a
giustificare una politica che accorda ufficialmente la preferenza alle imprese
americane. In questo quadro si inserisce, ad esempio, il conflitto fra Boeing e
Airbus per la fornitura di una commessa all’aviazione statunitense: l’impresa
europea era stata selezionata per le sue migliori prestazioni, ma il Pentagono ha
comunque deliberato di annullare l’offerta e di rimetterla alla decisione della
prima amministrazione Obama all’indomani del suo insediamento, favorendo così
implicitamente Boeing in questa partita. In Giappone, invece, le modalità di
consumo patriottico sono completamente diverse: lo Stato non ne ha alcuna
responsabilità, ma sono di fatto i consumatori a preferire per la stragrande
maggioranza i prodotti nazionali. Ne sono un esempio il mercato dell’automobile,
detenuto per il 95% da marchi nipponici, o il recente blocco della
commercializzazione di prodotti elettronici targati Samsung nel Paese del Sol
Levante, dovuto a una penetrazione difficilissima del mercato giapponese che
lasciava all’azienda coreana un misero 1% dell’intero mercato dell’elettronica.
Conclusioni
Questo contributo era iniziato con gli auspici dei grandi pensatori
dell’Ottocento circa la realizzazione di uno scenario di pace perpetua dove il libero
scambio delle merci e delle idee avrebbe sostituito gli scontri militari fra nazioni
per la supremazia politica ed economica. Nonostante le apparenti promesse del
multilateralismo degli anni Novanta e una globalizzazione che teoricamente
poneva le basi perché questo progetto si avverasse, le lotte a tutto campo per il
controllo dei mercati e delle risorse continuano a infuriare.

http://italiaeilmondo.com/2019/11/26/una-nuova-tipologia-di-guerra-la-guerra-economica_2a-parte-di-giuseppe-gagliano/

http://italiaeilmondo.com/2019/11/22/una-nuova-tipologia-di-guerra-la-guerra-economica_1a-parte-di-giuseppe-gagliano/

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