Appunti sulla questione del partito: oltre il primo populismo, di Alessandro Visalli

Appunti sulla questione del partito: oltre il primo populismo

tratto da https://tempofertile.blogspot.com/2019/04/appunti-sulla-questione-del-partito.html?fbclid=IwAR07TrpeP3k750yCZHyy_fZ52yTThBfEFBR-xJRM8PsWK-bglH1YmhzKDc4

In questo testo, forse troppo lungo (6.700 parole, 25 minuti di lettura), si compie un esercizio non facile, decisamente inattuale: quello di provare a ripensare le condizioni nelle quali si può tentare di oltrepassare l’impolitico neoliberale a partire dalla ricostruzione di un collettivo ed insieme di un umano. Questo tema è limitato alla ‘questione del partito’, ovvero dell’agente del politico concepito come trasformazione dell’esistente e levatore del nuovo, e non come mimesi e aspirazione al mero successo. Il discorso connette sistematicamente i mutamenti nel modo di produzione e della ‘piattaforma tecnologica’ del capitalismo, e quindi dell’antropologia dominante e delle forme di socializzazioni corrispondenti, con le forme-partito di volta in volta funzionali.

Dopo alcuni indispensabili cenni storici, per lo più in nota per non appesantire il testo, e l’esplicitazione delle condizioni abilitanti i ‘partiti leggeri’ che hanno molte applicazioni e travestimenti, viene sviluppata una critica del primo populismo, strutturalmente connesso alla ‘contro-democrazia’, a sua volta figlia della ‘accumulazione flessibile’. Anche qui le forme ed i travestimenti sono numerosi.

Viene quindi avanzata l’ipotesi che la crisi del primo populismo, in tutte le sue versioni, non sia episodica ma venga mossa nella profondità da una estremizzazione-mutamento della ‘piattaforma tecnologica’ post-moderna e resti quindi non più allineata con l’estrema polarizzazione, da un lato, e con l’interconnessione molecolare determinata dall’ambiente tecnologico, dall’altra. La tesi è che il nuovo ambiente non si presti più alla strategia “tutta testa e comunicazione” del populismo in stile sudamericano (per quanto questo sia largamente fondato su una socialità popolare vitale) e/o di prima generazione europeo (ben meno vitale), ma renda nuovamente necessaria la presenza di attivisti, influencer, reti di comunicazione diffuse, mobilitazioni politiche e quindi cultura comune e condivisa, ‘simpatia’, coesione, responsabilità e mutuo sostegno.

Del resto nello spazio aperto dallo Shock del 4 marzo, nel quale la lunga sostituzione della “base sociale” tra sinistra e destra, si è allineata con la corrispondente sostituzione della “base di massa” (facendo della sinistra tradizionale minoranza sociale e politica), tutte le sinistre sono spiazzate inesorabilmente. Lo sono quelle ‘di governo’, ma anche quelle ‘radicali’ e per certi versi sembra esserlo anche parte del populismo (anche se questo giudizio, nel caso italiano è soggetto a molte distinzioni).

Questo snodo lo leggeremo alla luce di quello che chiamo “il dilemma Kuzmanovic-Autain”, tra l’aspirazione alla riconquista e la difesa delle aree residue di consenso in un insediamento che si restringe.

Lo scopo del testo è di provare a dissodare un poco il terreno, e indicare cosa occorre ad una prospettiva neo-socialista per liberarsi della lunga ipnosi e riprendere una certa dimenticata durezza. Lavorare per rendere di nuovo leggibile il mondo, e la parte subalterna a politicizzarsi e rappresentarsi, a simbolizzare il potere collettivo, individuando una diversa costituente sociale capace di riorientare una nova politica di ‘classe’.

Pensiamo che per riuscirsi bisogna oltrepassare il populismo di sinistra di prima generazione ed avviare un movimento che la faccia finita con cosmopolitismo, retorica dei diritti solo civili e suprematismo morale. Ma anche rifuggire la passione per l’agilità, la semplificazione, il governismo. Attraversare quindi, con pazienza e determinazione, il faticoso lavoro di montaggio di soggettività e di interpretazione del mondo, per produrre rottura ed indicare le questioni dirimenti.

Stiamo, infatti, passando oltre quell’assetto post-moderno che rendeva efficaci i vari tipi e travestimenti di partiti che saltano il sociale, e disintermediano. Che cercano di produrre una ‘base di massa’ senza più avere una ‘base sociale’ realmente tale, ma, al più, una network funzionale di poteri e domande.

In altre parole, la tesi è che serve ora un “partito-comunità”, che trova nelle discussioni molecolari sulle piattaforme e nelle pratiche di mobilitazione anche plurali e federali la calda pesantezza di una nuova ‘base sociale’ quanto più larga possibile. Facendo leva e mobilitando la capacità meno esercitata dall’ambiente neoliberale: la capacità di essere-per-l’altro entro comunità di discorso e di condivisione di obiettivi. La radice stessa del socialismo.

Perché il socialismo è principalmente una nuova antropologia più umana.

Resta il problema principale: come farlo. Ma questo va oltre le parole, per saperlo bisogna farlo.

Il partito, cenni storici

Si tratta di un tema obiettivamente difficilissimo per la vastità e la dispersione dei temi che evoca. Il principale organo della democrazia è sempre stato soggetto a cambiamenti[1] in concomitanza ai mutamenti della società e della forma che ha preso di volta in volta il modo di produzione e la piattaforma tecnologica[2] ad esso connessa.

A grandi linee il “partito” (da “parte”), dopo secoli nei quali è stato visto come una degenerazione che distruggeva l’armonia e l’ordine, trova uno spazio sistematico a partire dall’emergere, con il suffragio universale, della democrazia di massa al principio del novecento. Quindi si consolida quella ‘democrazia dei partiti’ (in primis i partiti cattolici e socialisti di massa), ancorati ad organizzazioni sociali intermedie fidelizzate, che hanno costituito il nerbo della dinamica politica del secondo dopoguerra. Questo sistema è alla fine entrato in crisi al passaggio dal modo di produzione ‘fordista’ a quello ‘flessibile’, con l’indebolimento delle predette organizzazioni e la mutazione antropologica in senso individualista ed edonista nota come “consumismo”. Nella lunga fase di degenerazione, che è quella che per lo più abbiamo vissuto biograficamente, questi partiti hanno occupato lo Stato, “incistandosi” in esso, e sono diventati sempre più chiusi ed autoreferenti, fino ad essere dissolti in Italia dalla vicenda di “Mani pulite” a cui fa seguito l’avventura del “Partito Piattaforma” populista di Berlusconi e che segue alla firma del Trattato di Maastricht, da molteplici punti di vista vero punto di svolta continentale.

Ma questo processo non è solo italiano, bensì almeno occidentale, in quanto ancorato al mutamento di fase del capitalismo e del suo modo di produzione, ma anche dei nuovi media che lo accompagnano. Ad esempio Manin[3], con riferimento prevalente alla situazione americana, parla di “democrazia del pubblico”, quando gli elettori, per una varietà di motivi, prendono a votare le persone candidate più che i partiti o i loro programmi, che quindi perdono importanza. Nelle elezioni locali, ad esempio, questa tendenza induce il fenomeno delle “liste civiche”, con le deviazioni, il familismo, e le distorsioni che ne seguono. Quel che accade è in sintesi che si rovescia il rapporto: i partiti tendono a mettersi a servizio dei leader e ne vengono svuotati. Il Partito, con la sua inerzia culturale, le sue regole non scritte, la densità delle norme sociali che ne individuano i confini, comincia ad essere visto come un ostacolo alla necessaria flessibilità e nascono i “partiti personali”.

Ci sono almeno due potenti cause:

  • i media generalisti (televisione in primis) che consentono di saltare l’intermediazione della struttura ed in qualche modo di farne a meno, per cui appare che, come scrive appunto Manin, “l’epoca degli attivisti e degli uomini di partito è finita”.
  • La maggiore complessità delle scelte, ed i maggiori vincoli cui sono sottoposte (basti pensare alla situazione europea) che induce a privilegiare programmi più vaghi e a rendere necessario il frequente tradimento di questi nella fase di implementazione. Sembra tornare il potere “prerogativo” teorizzato da Locke.

Ma c’è anche altro, ed è una parte del punto di Laclau[4]: l’elevata frammentazione della struttura sociale, e la sua perdita di coesione, fa sì che a priori non sia più possibile individuare una divisione socioeconomica dominante. Il corpo sociale è attraversato da linee di divisione che sono numerose, trasversali e in continuo mutamento a secondo di quale sia attivata come principale. Allora bisogna decidere quale divisione si propone come centrale, e l’elettorato assomiglia ad un “pubblico” del quale catturare l’attenzione.

In Italia è abbastanza ovvio a quale modello questa descrizione faccia riferimento: si tratta dell’irruzione nel 1994 del “Partito Piattaforma” per eccellenza, Forza Italia di Silvio Berlusconi, costruita in pochi mesi a partire da un piccolo, ma molto professionale, nucleo di venditori di “Pubblitalia” uniti ad alcuni esperti professionisti cooptati tra i partiti storicamente avversari al Partito Comunista e suoi successori (nel caso di specie PdS).

La “controdemocrazia”: il primo populismo

Ma tutto è sempre in movimento, e già negli anni precedenti la rottura del 2008 emerge una potente controcorrente, che Rosanvallon chiama[5]Controdemocrazia” (mentre Colin Crouch chiama “Post-democrazia[6]), ovvero il prendere il centro della scena di una serie di pratiche di sorveglianza, interdizione e giudizio del politico che un sociale che si sente ormai compiutamente decentrato esercita verso il potere formalizzato in organi rappresentativi e di governo. Questa è quindi la fase di una “contro-rappresentanza”, imperniata fortemente in gruppi autorganizzati che Crouch chiama di “self-help”, che non vogliono sostituirsi alle decisioni, ma contrastarle da fuori in una sorta di “rivoluzione permanente” senza presa del Palazzo di Inverno. Questo mutamento è in qualche modo l’effetto di una dissociazione tra “legittimità” e “fiducia” determinata dalla perdita di speranza, ed è strettamente connesso ad una nuova centralità tecnologica nel campo della comunicazione: quella di internet.

Ci troviamo davanti una “democrazia della sorveglianza”, insomma, in cui le figure essenziali diventano “vegliare”, “denunciare”, “verificare”; gli attori centrali diventano le “organizzazioni reattive”, ma anche dal lato istituzionale (neoliberale) le “autorità” e le “istanze di valutazione e loro tecnostrutture”; le legittimità riconosciute sono quella “sociale procedurale”, “sostanziale”, e da “imparzialità”.

Come scrive Rosanvallon, la “perdita di fiducia” attiva in questo contesto una ricerca di forme di contropotere, che si manifestano tramite tre modalità principali:

  • la vigilanza, il cui scopo è “mettere alla prova la reputazione del potere”; una “reputazione” che in effetti ormai è la vera istituzione invisibile del nostro tempo.
  • l’interdizione, il cui scopo è bloccare il potere, non lasciarlo esprimere, revocarne i singoli atti ed azioni. Si formano a questo scopo mobili “coalizioni negative” che sono estremamente più facili e sono capaci di adattarsi molto bene alle loro contraddizioni. Sono tenute insieme, infatti da ciò che rifiutano, non da ciò che vogliono. Tramite la prevalenza di queste “coalizioni negative” la nuova democrazia del rifiuto si sovrappone e prevale alla democrazia del programma. Senza il quadro generale, ci si concentra sulle figure.
  • Il giudizio, emerge una figura accigliata e censoria, il “popolo giudice”, il cui scopo è additare ed accusare i fallimenti del potere, esporli al pubblico disprezzo.

Al popolo-elettore del contratto sociale si sono così sostituite in modo sempre più attivo le figure del popolo-controllore, del popolo-veto e del popolo-giudice (R, p. 24).

Questa evoluzione è spiegata da Rosanvallon come effetto del terminale logoramento dell’idea della politica come scelta tra modelli diversi (in ultimo “venuta giù” insieme al muro per molti). In conseguenza ora i cittadini si organizzano in modo reattivo, cosa che –in termini di modulo organizzativo- ha anche un vantaggio strutturale. Non si tratta, però, di una passività: è più che altro una democrazia diretta regressiva, una sorta di “consenso per difetto”, un “doloroso e impotente restringimento” (R. p. 174). Sicuramente anche una teatralizzazione, una centralità del momento dell’accusa, dell’invettiva, dell’imputazione.

Cambia anche l’atteggiamento individuale, “è la percezione stessa della radicalità ad avere cambiato natura. Essa ormai ha abbandonato la prospettiva di un grande avvenire, immaginandosi invece con le modalità di una voce morale inflessibilmente preposta a stigmatizzare i potenti o a risvegliare i dormienti” (R., p. 239). Non si può dire ci manchino gli esempi di questo abbandono di obiettivi politici in favore di scopi morali o pratici, ed abbondano nella sinistra “radicale” e nella postura del “politicamente corretto” che spesso prende.

Tutto ciò provoca indirettamente una certa atrofia, una paralisi del campo politico, un sentimento di impotenza e di paura, che non è naturalmente l’ambiente ottimale per agire e decidere in modo rapido ed efficiente. Del resto l’obiettivo di questi contro movimenti non è conquistare il potere, ma precisamente “contenerlo ed inibirlo”. In qualche modo paralizzarlo.

Esempi di questa impostazione e cultura sono il primo Movimento 5 Stelle e ora gran parte delle formazioni della sinistra radicale.

Ma ne è esempio in qualche modo anche la prima insorgenza del “populismo di sinistra”, ovvero le esperienze di Podemos in Spagna, di France Insoumise in Francia, mentre è abbastanza diversa la costruzione federale di Skyriza in Grecia (anche se ha elementi in comune).

La crisi: mutamenti intorno alla piattaforma tecnologica

Ma da più indizi si intravede la crisi di questa prima generazione di populismo di nuovo conio, essenzialmente oppositivo, all’urto con la necessità di stabilizzare l’attività (caso francese) o del governo (spagnolo ed italiano). Del resto era molto ben espresso già nel 2016 in un piccolo libro di Calise[7]: chi cavalca la tigre della politica della sorveglianza fatica a mantenere coerenza e aspettative. La stessa logica “contro-democratica” della sorveglianza, veto e giudizio, si rivolta contro le sue proprie strutture, e, le cattura con sospetto di inautenticità, condannandole incessantemente “a spiegarsi e a giustificare la sua azione, mettendolo alla prova, giocando il ruolo di testimone attento e scrupoloso, arrivando ad avvallare o a contestare le decisioni prese” (Rosanvallon “La legittimità democratica”, p.274). Il ruolo decisivo, allora, nei confronti di un brulicante mondo di associazioni, individui, new media, piccoli gruppi di discussione e condivisione, lo riveste la giustificazione. Anzi la “battaglia quotidiana per la giustificazione”.

La “direttezza” di cui parla Nadia Urbinati in un bellissimo libro[8] mostra qui il suo rovescio.

Del resto rispetto al modello del “populismo” alla Laclau, imperniato sulla narrativa e la costruzione di messaggi operanti sulle linee di faglia plurime, unificandole, intorno al carisma di un leader e facendo uso del minimo possibile di struttura di trasmissione, la cui più espressiva applicazione italiana, come abbiamo detto, è Forza Italia di Berlusconi, negli ultimi anni è intervenuta un’ulteriore variazione tecnologica.

Da dove si orienta l’elettore

Le elezioni del 2018 si sono tenute in un ambiente in cui ormai il 65% degli italiani accede alla rete e tramite questa sempre più anche (spesso via smartphone) ai media generalisti sui quali era concettualmente imperniato il populismo di primo tipo. Nelle elezioni in oggetto risulta[9] che il 60% degli elettori si sia informato prevalentemente su internet, con una prevalenza per i siti di informazione e un 20% circa dai social, meno della metà ha indicato invece la televisione come prima fonte di informazione. Tra i contenuti incontrati un terzo ha indicato post di contatti e il 44% notizie di stampa. Più in dettaglio si informano prevalentemente in rete gli elettori del Movimento 5 stelle e quelli della sinistra non PD, ovvero gli elettori di forze sottorappresentate nei media generalisti. Solo un terzo degli elettori orientati al M5* ed alla Sinistra non PD si è informato su media generalisti.

Insomma, è cambiato e sta cambiando il modo in cui si formano le opinioni politiche. Il flusso non arriva più dall’alto al basso, veicolato con le tecniche gestite per anni in modo efficace e raffinato da Berlusconi e poi in modo assai meno competente ed efficace (ed effimero) da Renzi[10], e da uno-a-tutti, ma peer-to-peer, tra pari, e quindi dal basso, o orizzontalmente. Ed inoltre internet, oltre a produrre autonomamente informazione, grazie ad una rete decentrata di ‘influencer’, definisce i frame nei quali viene anche interpretata l’informazione ‘mainstream’ veicolata dai media generalisti. L’effetto si dà nella discussione, nel commento, la rilettura e la reintepretazione.

 

Fonte dell’influenza sulle opinioni politiche

Non sembra neppure confermata la diffusa impressione che sui social si tendano a creare in particolar modo delle ‘bolle ideologiche’, dalle interviste: risulta che quasi quattro quinti degli utenti è solita incontrare sui social idee diverse dalle proprie con cui confrontarsi.

 

Il punto è che questo diverso ambiente, che ha la potenzialità di attrarre/interessare anche una parte di coloro i quali non si interessano di politica (60%) e quindi non seguono le relative trasmissioni e/o giornali (in quanto le discussioni via social tendono a scivolare tra i temi), è ormai la principale arena da contendere. Quella nella quale si definisce la vittoria o sconfitta delle forze politiche.

Ma questa arena non si presta molto alla strategia “tutta testa e comunicazione” del populismo in stile sudamericano e/o di prima generazione.

In un certo senso rende invece di nuovo necessaria l’attivazione di “influencer”, mobilitazioni politiche, reti di comunicazione diffuse, quel che potrebbe somigliare nuovamente alla rete delle “sezioni” dei vecchi partiti, ma immaterializzata (o distribuita).

Rispetto alle tipologie di partito che, a grandissimi linee si sono sin qui viste, dal “Partito dei notabili” di fine ottocento e primo novecento, spazzato via dal “Partito – massa” (o ‘reclutatore’) del dopoguerra, e poi degenerato nel corso del mutamento dal fordismo all’accumulazione flessibile in Partito “stratarchico” (o dei cacicchi) e, contemporaneamente, in Partito del leader, o “piattaforma” (o Partito populista prima maniera) che esasperano la verticalità la nuova orizzontalità determinata dall’iperframmentazione contemporanea, unita alle ubique tecnologie di messa in contatto farebbe ipotizzare l’insorgenza di una possibile alternativa.

Ma prima di parlarne due parole sulla situazione, a partire dallo shock del 4 marzo:

  • Ha preso il centro della scena l’insostenibilità tendenziale di un fenomeno migratorio (sia in ingresso, sia in uscita) che ridefinisce la struttura del lavoro e preme sulle risorse scarse disponibili;
  • Quindi la rabbia, molto ben giustificata, di una parte assolutamente maggioritaria della società italiana che si sente ignorata, marginalizzata e posta a rischio dalla trasformazione del sistema economico e dalla più che evidente disgregazione in essere (una radicalizzazione della “piattaforma tecnologica” post-moderna[11]);
  • l’impossibilità, stante l’attuale divisione del lavoro istituzionale imposta dalla meccanica del progetto europeo realmente esistente, e progettato in anni ormai lontani ed in una fase di accecamento del quale oggi paghiamo tutto il prezzo, di mobilitare le risorse del paese che, anzi, continuano a defluire tramite plurimi meccanismi non solo finanziari;
  • questo è il contesto nel quale l’impatto delle trasformazioni del modo di produzione, sulla spinta di una crescente meccanizzazione, interconnessione e dematerializzazione, che come è sempre avvenuto in passato spiazza parte importante delle persone biograficamente fondate nel vecchio modello in via obsolescenza crescente e quindi richiederebbe un maggiore impegno di risorse collettive, e di adattamento alle specifiche esigenze nazionali, inibite dalla struttura di governance multilivello nel frattempo creata;
  • infine aggrava l’obsolescenza di sistema anche la fragilità ecologica, che è a sua volta spia della frattura tra produzione e riproduzione e che richiede un’analisi strutturale che non si attardi in spiegazioni neo-malthusiane, romantiche o in illusioni di gestione tecnocratica[12], quando invece si tratta di un effetto della natura di classe del modello di sviluppo e della tendenza del capitalismo a consumare senza alcun senso del limite lo spazio nel quale cresce, determinando la sua crisi.

Di fronte a questi temi, ormai non aggirabili, la cultura di tutte le sinistre, da quelle che hanno fatto del ‘riformismo’ ormai un altro nome per l’adattamento ad un assetto del mondo pensato erroneamente come inevitabile e moderno ad un tempo, a quelle che, definendosi come ‘antagoniste’ purtuttavia hanno incorporato profondamente il rifiuto dell’azione collettiva (ovvero la politica della sorveglianza che abbiamo precedentemente descritto) che è l’arma principale dell’eterno presente nel quale prosperano sempre e solo i più forti, ha abbandonato di fatto il campo. Si è dunque rifugiata nella critica morale e nella coltivazione della propria pretesa, ed autoattribuita, superiorità.

Il campo è dunque interamente occupato da altri e dobbiamo tornarci.

 

Il “Dilemma Kuzmanovic-Autain[13]

Ma per tornarci è necessario assumere qualche decisione e confrontarsi con un profondo dilemma: quello tra l’aspirazione alla riconquista storico-politica dei ceti popolari, contendendo l’egemonia consolidata alla destra sul campo largo, ed ormai maggioritario[14], delle classi marginali, e la difesa delle aree di consenso residue che alla fine possono essere conservate solo su temi morali, data la divergenza degli interessi. Di fatto uno scontro tra ‘nuvole verbali[15] e scelte difficili.

Il populismo di sinistra di prima generazione, fortemente connesso con il narrativismo post-moderno, e fondato su una logica “intersezionale” e di aggregazione di minoranze sembra alla fine trovarsi senza terreno sociale sotto i suoi piedi. La sua genetica vaghezza sui temi dirimenti, e la incapacità di scegliere un livello strutturale di scontro, lo rende poco adatto alla durezza estrema della polarizzazione in atto.

Gli esempi sono diversi: Podemos, naturalmente, giunto al governo ma, secondo alcuni suoi rilevanti esponenti[16], anche al termine della sua spinta propulsiva; quindi France Insoumise, dimostratasi incerta tra la linea rivolta alle periferie ed alle masse popolari e quella tradizionale delle alleanze con le espressioni della base sociale in via di restrizione, ma ancora forte, dei ceti riflessivi metropolitani. Difficoltà ne incontra anche, nel determinare una linea politica coerente, di fronte alla turbolenza indotta dal lacerante dibattito della Brexit, il Labour di Jeremy Corbyn, che pure si trova in una situazione diversa.

Tuttavia negli ultimi mesi di questo anno sono emersi nel cuore dell’Europa nuove ipotesi di lavoro per una sinistra che vorrebbe riprendere la strada abbandonata nel ’89 e non rassegnarsi all’ineluttabilità della ritirata ed alla gestione della liquidazione. Sono ancora variamente deboli, sfocate, incerte, ma credo abbiano il seme di una speranza: Ausfehen[17] di Sahra Wagenknecht, capace da settembre ad oggi di radunare quasi 200.000 adesioni (oltre dieci volte i vari partitini della sinistra radicale italiana); molto lontani Republique-Souveraine[18] di Djiordie Kuzmanovic, appena uscito da France Insoumise perché in disaccordo con la linea di sinistra tradizionale e “intersezionale”.

È, ovviamente, presto per comprendere se questi nuovi spunti potranno agire per liberare dalla sua lunga ipnosi una prospettiva socialista rinnovata, ma è abbastanza chiaro che per riuscirvi occorre riprendere una certa dimenticata durezza, ed escludere:

  • la “sorveglianza”, il restare fuori (Rosanvallon) a fare l’eterno assedio (morale) al castello;
  • il partito identitario che si separa dalla società, verso la quale assume il tono da maestro;
  • gli svariati movimenti a ‘mezzaluna’[19], lo stare fuori e dentro[20];
  • di ‘restare nel vuoto’[21], il partito-élite, aristocratico.

Invece si deve cercare di compiere un lavoro rivolto:

  • a produrre un mondo leggibile, operando una dimensione fondamentalmente cognitiva del politico, aiutando la parte subalterna della società a rappresentarsi, costituendosi. Ma anche, con lo stesso gesto, a mettere la parte dominante di fronte alle proprie responsabilità.
  • A simbolizzare il potere collettivo, trasformando un “popolo introvabile” in una comunità viva.

Bisogna in sostanza individuare con nettezza una diversa costituente sociale, ben distinta da quella della sinistra contemporanea che ha abbandonato quella della sinistra storica, e capace di riorientare una nuova politica di classe (come noto un costrutto).

Questo lavoro, avendo in mente il “dilemma Kuzmanovic-Autain”, si può tentare in alcuni luoghi strategici:

  1. il lavoro, la centralità della cultura, della civiltà e della prassi del lavoro,
  2. la Protezione Sociale come primo, ed essenziale, prodotto delle Istituzioni e della Democrazia che le deve fondare,
  3. la riqualificazione dello Stato come luogo della democrazia e la Programmazione come pratica necessaria per orientare le risorse al bene comune,
  4. l’Economia Mista come orizzonte,
  5. la declinazione del concetto di Sovranità nazionale in senso Socialista e Costituzionale,
  6. Una nuova idea di Europa come confederazione di Stati sovrani e realmente democratici,
  7. La regolazione della immigrazione, come ineludibile conseguenza della regolazione del lavoro e dell’espansione universalista dello Stato Sociale e della protezione, sul quale dovrà necessariamente emergere una nostra posizione realmente autonoma e non reattiva, ovvero antagonista sia ai nazionalisti della destra italiana ed europea, sia ai “no border” inconsapevolmente borghesi.

Considerando la completa inversione della “base sociale”[22] tra destra e sinistra, poi seguita il 4 marzo dalla “base di massa”[23], è necessario che sia oltrepassato anche il “populismo di sinistra di prima generazione”, incapace di proporre autentica discontinuità nelle condizioni europee, e sia avviato un movimento politico che non guardi più principalmente a sinistra (ovviamente intendendo con ciò i totem identitari che nel tempo hanno svolto l’essenziale funzione di nascondere agli stessi occhi dei militanti ed elettori gli interessi perseguiti, e quindi il rovesciamento avvenuto: il cosmopolitismo, la liberazione individuale del desiderio e quindi la retorica dei diritti avulsa dalle condizioni della loro effettività, il suprematismo morale e quindi il “politicamente corretto”, autentico marcatore di classe, anche se inconsapevole).

Occorre anche premiare il faticoso lavoro di montaggio di soggettività e di interpretazione del mondo, e rifuggire alla passione per l’agilità, la rapidità, la semplificazione, che è un ulteriore e chiaro segno dell’egemonia neoliberale “governista”. Il punto cruciale è produrre una rottura, leggere il tempo, le sue fratture e indicare le questioni dirimenti, quelle che hanno una loro resistente permanenza.

 

La forma-partito adatta ad essere lievito e strumento di una ricomposizione che è processo molto più largo non può chiaramente più essere il partito-massa novecentesco, per il quale non ci sono le condizioni sociali (e non ci saranno a lungo), non ultimo per il drastico cambiamento della “piattaforma tecnologica” contemporanea. Ma non può essere neppure il “partito piattaforma” e/o “populista di prima generazione” (leaderistico e disattivante, incapace di produrre una coerente visione di futuro, tendente al nominalismo e all’adattamento mimetico), che rispondeva alla “piattaforma tecnologica” Post-moderna, in via di tramonto.

Bisogna superare quindi le varie forme di “partito snello”, incluso quelle populiste, che cercano fondamentalmente di saltare il sociale dandolo per perso nella trasformazione neoliberale delle soggettività, in particolare borghesi, e si sforzano di disintermediarlo. In altri termini, forme che cercano di aggregare nei momenti elettorali una “base di massa” (necessaria per vincere) senza avere realmente una “base sociale”, ma al più disponendo di un suo sostituto funzionale in network di poteri e domande.

E’ stata a lungo la formula vincente, ma stiamo ormai passando oltre.

Ciò che serve è ben altro: un “partito-comunità”, capace di larghe discussioni molecolari (e qui la “piattaforma tecnologica” in via di affermazione aiuta), condotte facendo largo uso della capacità reticolare dei social -nei quali si forma buona parte dell’opinione politica- e di mobilitazione anche plurale e federale (qui alcuni difetti[24] di France Insoumise devono avvertire).

Il punto cruciale è ritornare ad avere una “base sociale”, con tutta la sua calda pesantezza, e cercare di mobilitare la capacità dell’uomo di essere-per-l’altro entro comunità di discorso e condivisione di obiettivi.

Come scrive Axel Honneth, in un bel libro sul socialismo[25], è infatti solo nello scontro tra gruppi sociali che portano interamente se stessi in campo, dunque impegnano le proprie visioni, esigenze e storie diverse, la propria situatività e intera personalità, ovvero si potrebbe dire la propria concreta materialità, che si può dare una forma di “progresso normativo” fatto concretamente nella storia e non metafisicamente presupposto in essa dall’alto di una teoria.

Del resto il socialismo, scrive Honneth, “rimanda fin dalle sue origini a un movimento di critica immanente del moderno ordinamento sociale di tipo capitalistico. Di quest’ultimo vengono sì accettati i fondamenti normativi ancorati ai principi di libertà, eguaglianza e fraternità che lo legittimano, ma viene messo in dubbio che essi possano essere realizzati in modo non contraddittorio se la libertà non viene ripensata in senso meno individualistico, e dunque insistendo con maggior decisione in direzione di una sua applicazione di taglio intersoggettivo” (H. p.27). questo è il fulcro e caposaldo dell’intero movimento. Nell’unico punto in cui, nel lavoro di questi autori seminali, la cosa è enunciata da Proudhon (1849) viene affermato che la “libertà di ciascuno” non deve essere intesa come “limite”, ma come “ausilio” di quella degli altri.

Il passo decisivo per la messa a fuoco di questo concetto (che Honneth chiama hegelianamente “libertà sociale”) lo compie il giovane Marx, come noto vicino sia a Proudhon, che conobbe in Francia, sia alle letture di Hegel. Data la sua posizione esterna all’ambiente francese, impregnato dello sforzo di fare i conti con la sua tradizione, il giovane filosofo lascia sullo sfondo i concetti di “libertà” e “fraternità” e, già negli anni quaranta ragiona principalmente su cosa possa essere una “comunità integra”. In essa principalmente gli attori non si riferiscono gli uni agli altri come “commercianti” (in ironica polemica con la formula di Adam Smith), ma sono uniti dal riconoscimento reciproco non del rispettivo privato egoismo, ma dei rispettivi bisogni. In un’associazione di liberi produttori quindi si agisce, attraverso una certa divisione del lavoro non coatta, l’uno-per-l’altro (H. p.32). Dunque in essa i rispettivi piani di vita non si intrecciano solo per mezzo di un’anonima intersezione di scopi, ma per un’effettiva condivisione della preoccupazione che tutti possano giungere all’autorealizzazione.

La “libertà” non è quindi più realizzabile dai singoli, “ma solo da una formazione collettiva adeguata”. Il medium della libertà è il gruppo sociale in quanto totalità che, però, si costituisce a partire dall’orientamento comportamentale dei suoi membri. La questione è rilevante, la libertà sociale non cade dall’alto, ma sorge per impulso degli stessi membri; si tratta di sviluppare una capacità di orientarsi spontaneamente gli uni verso gli altri, realizzando contemporaneamente i tre ideali di “libertà”, “eguaglianza” e “fraternità”. Un sistema distributivo più giusto è quindi da concepire insieme e per effetto di una nuova forma di vita comunitaria[26].

Dunque, dopo questa piccola divagazione, torniamo all’ipotesi proposta:

  • è necessaria una nuova capacità di costituire “parte”, ma questa volta “parte-comunità”, ancorandosi:
    • sia alla capacità reticolare dei social (e quindi investendo nuovamente sulla militanza, l’adesione), per vivere in larghe discussioni molecolari ed orizzontali (pensandosi a partire dalla “piattaforma tecnologica” in via di affermazione e non sulla base di una che tramonta),
    • sia, e contemporaneamente, alla mobilitazione anche plurale e federale faccia-a-faccia e nei luoghi.
  • Le due vie convergono nello sforzo di ricostruire la socialità, oltrepassando l’individualismo liberale e il suo non-umano, ritrovando la capacità di essere umano nell’essere-per-l’altro entro comunità di discorso e condivisione di obiettivi.

Bisogna ricordare che il socialismo è principalmente una nuova antropologia, più umana.

Come farlo è domanda completamente aperta e certamente non facile.

 

[1]Ma quale è la legittimità che i Partiti Politici stanno perdendo? Quale era la sua origine e dinamica? Il Partito Politico non ha mai avuto buona fama, molti degli argomenti che risuonano nella nostra sfera pubblica sono stati formulati nel corso della lunga storia politica del continente. La caratteristica preminente del Partito è stata spesso vista come l’azione di separare, parzializzare, e dunque come fonte di scontri, divisione e odio distruttivo. Il clima cambia solo dopo la fine delle guerre di religione, e cominciano ad essere sdoganati nel pensiero politico continentale con David Hume e Edmund Burke, che ammettono la possibilità che i Partiti possano fondarsi anche su “principi” e non solo su interessi divisivi. Ma, appunto, per loro solo il Partito orientato al “bene comune” è accettabile, solo se va oltre gli interessi particolari “connessi allo spirito di fazione”. Dunque in qualche modo i Partiti non sono ammessi e saranno legittimati pienamente solo dalle rivoluzione (francese ed americana), come corollario dell’impulso di libertà. Nella voce dell’Enciclopedie di Rousseau sono citati senza critiche e anche in Voltaire. Ma quando la rivoluzione prende piede ricompaiono le esitazioni. I rivoluzionari temono “i corpi intermedi”, scriverà l’abate Seyes: “l’assemblea di una nazione deve essere sempre costituita in modo da isolare gli interessi particolari e rendere conforme al bene generale le decisioni della maggioranza” (S. p.9). In altre parole, la fazione è un attacco alla sovranità. Malgrado questi dubbi nel 1790 sono autorizzate le “libere società”, e già un anno dopo, grazie ad un intelligente modulo organizzativo, il “club dei giacobini” vede mille organizzazioni sul territorio francese.

Sarà successivamente la controrivoluzione a vedere la cosa in modo totalmente negativo: per essa la buona società è organica e gerarchica, ognuno ha il suo posto, desunto dalla tradizione, ed è la tradizione che ‘interpreta’ il volere divino e informa di sé la società. Alla fine quindi il pluralismo è il male sia per chi difende il contratto sociale sia per chi vuole un ordine teocratico.

Dall’altra parte dell’oceano i Partiti sono accettati, ma cercando di contenerne la “violenza devastatrice” (come dirà Madison).

Una sintesi è tentata nell’ottocento da Alexis de Tocqueville, che propone di distinguere tra “grandi” e “piccoli” Partiti. I primi sono diretti al bene comune e vanno considerati legittimi, i secondi vanno assimilati alle “fazioni” e da combattere.

Man mano che il secolo va avanti, però, i Partiti Politici prendono il centro della scena, questo avviene con due percorsi paralleli: nei Parlamenti gli eletti, che inizialmente sono “notabili” dotati di un potere locale nella società che traducono in potere politico, costituiscono Partiti con un basso livello di coesione interna, fuori si addensano movimenti di massa più identitari che premono per essere rappresentati e far sentire la propria voce organizzandosi in Partiti.

Tra “Partito dei notabili” (liberale) e “Partiti di massa” (cattolici, socialisti e poi fascisti) precipita la crisi degli anni venti. Il concetto e la prassi di Partito pluralista si trova schiacciato tra l’esaltazione della Nazione (in Francia) e dello Stato (in Germania ed Italia). Ciò che hanno in comune entrambe le nuove soluzioni è l’essere incentrate su entità superiori e la natura sia monista che organicista. Si tratta di un’aspirazione all’armonia ed alla totalità che identifica come nemico il pluralismo e quindi la divisione. In conseguenza viene negata la legittimità dei Partiti.

Si entra per questa via nell’età dei totalitarismi, in cui “i” Partiti mutano “nel” Partito, che sussume in sé la Nazione e si affianca (nel caso italiano e tedesco) o sostituisce (nel caso russo) allo Stato. Si passa per una brevissima stagione di Partiti confessionali di massa (socialisti per lo più) che trovano nel suffragio universale l’arma per affermarsi. Ma si sbocca, quasi subito, nella creazione di un solo Partito che prende tutto, è il caso ovviamente del Partito Nazionale Fascista. Nel 1942, al termine della fase espansiva dei totalitarismi, sono rimasti solo quattro paesi pluripartitici (Gran Bretagna, Irlanda, Svezia e Svizzera), ovunque nel continente ci sono Partiti Unici totalitari. Dirà Roberto Michels “ogni partito cerca, inevitabilmente, di imbrigliare lo Stato, di assorbirlo, di fagocitarlo e di adattarlo agli obiettivi e alle idealità del partito stesso”

Dunque sorgono, al posto dei vecchi “Partiti dei notabili” dei “Partiti di massa” che si considerano interpreti dell’interesse generale e non di interessi settoriali e limitati. Questa nuova forma cresce insieme ai vasti movimenti connessi con il processo di industrializzazione ed alla formazione collaterale di leghe, associazioni, movimenti cooperativi, sindacati, …

Ora, tuttavia, questo modello che ha informato di sé buona parte del novecento, “è morto”.

Ci sono fondamentalmente tre cause:

–        la società è diventata post-industriale;

–        in parte prevalente è diventata “opulenta” (termine di Galbraight);

–        si sono diffusi, ed hanno raggiunto diffusione capillare, nuovi media potentissimi.

Sotto la pressione di questi tre fattori tutti i partiti (ed in particolare quelli confessionali e socialisti) si secolarizzano gradualmente a partire dagli anni sessanta fino agli ottanta. Dopo questa data tentano di diventare “pigliatutto” (schema sul quale si dilunga in particolare Colin  Crouch) e in certi casi (in particolare francese) si leaderizzano. In Italia il processo è frenato dalla grande forza del PCI, fino alla “catarsi” del 1989 dopo la quale anche la sinistra affronta una “grande trasformazione”.

Gli effetti sono che l’iscritto perde la sua capacità (attraverso le gerarchie del partito e nei congressi) di influenzare e condizionare l’azione e diventa centrale il media televisivo. Un altro, nell’allontanamento dalla base e dai territori, non più necessari, è che inizia il “Partito cartellizzato” o “Stato-centrico”. Finiscono le grandi concentrazioni omogeneizzanti, connesse con la produzione, e inizia l’invasione capillare dei new-media, l’atomizzazione della vita quotidiana ed il declino delle appartenenze collettive. È il trionfo dell’individualismo “con tinte di narcisismo” (Ignazi, p.38). Spinge in questa direzione anche il movimento ecologista-libertario, figlio delle rivoluzioni sociali del 1968, che sposta l’attenzione sulla sicurezza fisica e il sostegno a valori “postmaterialisti” (come proporrà di considerare la cosa sia Giddens sia Inglehart). Nel frattempo anche le socialdemocrazie si sclerotizzano e i Partiti tornano quindi entro il campo di attrazione dello Stato. Man mano che perdono il contatto con la società, e riescono a “saltare” il livello locale nella costruzione del consenso grazie ai media, questi si riportano nella posizione che avevano guadagnato in passato (ovviamente in modo meno cruento ed anche massivo) occupando i ruoli ed i posti dell’amministrazione statale per sfruttarne le risorse. Ci sono molte conseguenze strutturali: la unità centrale di direzione dei maggiori partiti diventa più indipendente e isolata (anche finanziariamente), mentre le strutture locali si autonomizzano (andando in qualche modo verso un nuovo notabilato).

E, come nell’altro passaggio storico ricordato, ci sono rischi connessi strettamente con la sfiducia ed il discredito della rappresentanza e del pluralismo: la delega diretta ed individuale, “affidata ad un capo, un leader, un duce” (I. p.127). Si tratta di un esito insieme logico e ricorrente, che malgrado gli esiti disastrosi (incluso la guerra) “continua ad esercitare un certo fascino”. Il motivo è che ha il pregio della semplicità, della riduzione dei costi di decisione.

[2] – Chiamo “Piattaforma tecnologica” un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per i diversi gruppi e ceti sociali, determinati da network di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti, quindi dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambi coinvolti nella affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma Tecnologica” è, inoltre sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (ed in ultima analisi possibile).

[3] – Bernard Manin, “Principi del governo rappresentativo”, 1997

[4] – Si veda, Ernesto Laclau, “La ragione populista

[5] – Pierre Rosanvallon “La politica nell’età della sfiducia”,

[6] – Colin Crouch, “Post-democrazia

[7] – Mauro Calise, “La democrazia dei leader

[8] – Nadia Urbinati “La democrazia in diretta

[9] – “Vox populi”, Il Mulino 2019.

[10] – Si veda, Marco Revelli, “Dentro e contro

[11] – Qualche spunto nel post “Appunti sul mutamento della piattaforma tecnologica”.

[12] – Si veda su questo punto, “Greta Thunberg la posta egemonica

[13] – Kuzmanovic e Autain sono due noti esponenti di France Insoumise, che incarnano una radicale differenza di linea e di prospettiva politica. Da tempo tra la linea popolare, rivolta a tentare di ricostruire un rapporto affettivo e di sostegno reciproco con i ceti popolari da decenni abbandonati dalla sinistra, e la linea intersezionale e multiculturalista, basata sull’insediamento sociale residuale della sinistra, ovvero parte dei ceti “riflessivi” provenienti dalle medie borghesie professional e renditiere urbane, si era aperto un conflitto. All’avvicinarsi delle elezioni europee, e in concomitanza con la ricerca, da parte della direzione del movimento, di un accordo con i residui organizzati dell’area socialista (il movimento di Chenènement e quello di Mauriel), ad inizio di settembre alcuni articoli sull’immigrazione e sulla posizione di svolta della Wagenknecht in Germania, hanno determinato l’avvio della rottura. Come ricostruivo in questo post, Kuzmanovic ha dichiarato che temi, anche importanti, come il femminismo, i migranti ed i diritti LGBT, non hanno a che fare specificamente con la ‘sinistra’, ma sono temi di lotta tipicamente liberali. Il punto è che la sinistra o è popolare o non è, e dunque ha quale suo specifico “la difesa delle classi popolari e la lotta contro il capitale”. Parte di questa lotta è la necessità di ridurre l’esposizione di queste agli effetti negativi collaterali implicati dalle immigrazioni, se eccessive in termini di ritmo e caratteristiche. Clémentine Autain, deputata di Parigi, oppone a questi argomenti un punto di vista identitario che teme di perdere “anima ed immagine”. Kuzmanovic ha finito per doversi dimettere.

[14] – La base di tutto che si fatica davvero ad assumere è che lo slittamento dalla “piattaforma tecnologica” fordista a quella post-fordista, e la sua radicalizzazione determinata dalla ristrutturazione capitalista del 2007-18 ha determinato una dualizzazione pronunciata e la divaricazione tra una minoranza sempre più tale di abbienti, soddisfatti e chiusi nelle torri d’avorio della propria presunzione ed una maggioranza, sempre più larga, di periferici o di spaventati.

[15] – Il riferimento è al giudizio da parte di Karl Marx di parte del programma della sinistra socialista francese di Guesde.

[16] – Ovvero Manolo Monereo, conversazione privata.

[17] – Si veda “Aufstehen

[18] – Si veda “Circa le dimissioni di Djiordie Kuzmanovic

[19] – Metafora calcistica, riferita al movimento di un attaccante che entra ed esce dalla linea dei difensori.

[20] – Un esempio, forse sgradevole, è il Renzi di lotta e di governo che monta, sulle orme dell’esempio berlusconiano un “populismo di governo” (cfr, Marco Revelli, “Dentro e contro. Quando il populismo è di governo”)

[21] – Per la metafora del “vuoto”, si veda Peter Mair, “Governare il vuoto, la fine della democrazia dei partiti

[22] – Si intende per “base sociale” i ceti, o frazione di questi, che forniscono il consenso di base, l’identificazione a due vie, il supporto economico e la base di reclutamento principale, di un movimento politico. Un esempio di analisi che fa uso di questa concettualizzazione in riferimento a politiche della destra italiana sono in questo post.

[23] – Si intende per “base di massa” l’area di più largo consenso di massa, che si manifesta in occasione del voto o dei momenti di mobilitazione allargata.

[24] – Per questo aspetto segnalo l’intervento di Lenny Benbara “La France Insoumise, dal partito al movimento”.

[25] – Axel Honneth, “L’idea di socialismo”.

[26] – La cosa è abbastanza semplice da capire: noi stessi usiamo spesso il termine comunità, intendendo una condivisione di finalità ed un senso di comunanza e reciproca simpatia (che si manifesta automaticamente, ad esempio, quando due connazionali si incontrano in un paese estero non familiare) che porta ad un certo grado di disponibilità a farsi carico dei bisogni dell’altro, ovvero un certo grado di essere-sé nell’altro (secondo una fulminante formula di Hegel) nel quadro di unità anonime.

Peter Altmaier “Nationale Industriestrategie 2030”, di Alessandro Visalli

I veli di ipocrisia e le cortine fumogene legate ad una visione ed ambizione unipolare del dinamiche geopolitiche, del quale il multilateralismo rappresenta la forma più sofisticata di sistema di relazioni, stanno cadendo uno alla volta man mano che le ambizioni di diversi attori geopolitici cominciano ad emergere in aperta competizione. L’ambito economico rappresenta sì uno degli spazi di intervento, ma direttamente connesso agli altri e subordinato e impregnato di strategie politiche. Il piano strategico nazionale dell’industria tedesca, ampiamente illustrato e commentato da Alessandro Visalli, ci offre un ulteriore tassello di una rappresentazione più realistica di queste dinamiche entro le quali si possono collocare eventi importanti come il recente trattato franco-tedesco. Realismo che contribuirà a far sbiadire ulteriormente l’aura di potenza costruita artificialmente attorno a quel paese e alla sua classe dirigente. Una illusione dalla quale pochi sono riusciti a sottrarsi, tra questi il gruppo storico di conflitti e strategie del quale ha fatto parte l’attuale Italia e il mondo e pochi altri analisti italiani, tra questi Giuseppe Masala. Buona lettura_Giuseppe Germinario

NB_ Qui sotto un vecchio articolo su una parvenza di politica industriale in Italia

http://italiaeilmondo.com/2017/01/22/203/

Peter Altmaier “Nationale Industriestrategie 2030”

tratto da http://tempofertile.blogspot.com/2019/02/peter-altmaier-nationale.html

Il Ministro dell’industria e dell’energia del governo tedesco, Peter Altmaier dell’Udc, ha appena pubblicato un Rapporto preliminare per la strategia a medio termine del paese. Si tratta, come rimarca anche Bloomberg, di un documento di grande rilevanza per il riposizionamento ideologico, e quindi strategico, del paese guida dell’Unione Europea. Simili reazioni si sono avute su “Il Foglio”, secondo il quale “La Germania punta sullo Stato per garantire un futuro alla sua industria”, o da parte de “Il Giornale”, per il quale “Berlino alza le barricate per difendere le imprese dallo shopping cinese”. Sono usciti anche articoli per DW, “German minister defends controversial industrial strategy”, secondo il quale i critici (Ifo, ad esempio, o Lars Feld) sostengono che sia incompatibile con un’economia di libero mercato, o il New Observerper il quale la Germania definisce una strategia per i “campioni” nazionali. O, ancora, il Financial Times, che vede ‘una tinta francese’ nel riportare in primo piano la politica industriale.

Come scrive lo stesso Altmaier è la prima volta che viene elaborata un’esplicita strategia industriale il cui scopo è “fornire una risposta razionale” a questioni chiave del presente. In primo luogo l’aggressiva presenza internazionale dei fondi sovrani cinesi e il rischio che le nuove tecnologie ‘leggere’ e basate sull’informatica evoluta possano mettere in secondo piano la tradizionale abilità ingegneristica ‘hard’ della Germania.

Come vedremo il documento è uno splendido esempio di razionalità ordoliberale e conferma, a chi fosse stato in questi anni particolarmente distratto, che le élite centroeuropee inseriscono la propria azione in una consapevole ed intenzionale politica di potenza che ha tradizione e storia nel paese.

Secondo quanto sostiene il documento le “questioni chiave del presente” sono:

–        come sostenere i livelli di ricchezza del paese nel contesto di politiche economiche che a volte sono protezionistiche degli altri paesi e con riferimento alla sfida dell’innovazione? Su questa domanda centrale è innestato un richiamo storico-ideologico ben preciso, la centralità e protagonismo dello Stato nella tradizione ordoliberale rappresentata dalla figura chiave di Ludwig Erhard nella “creazione e conservazione delle prosperità[1]. Ovviamente, come risultava dal programma “Prosperità per tutti[2], di Erhard, la legittimazione di questo attivismo dello Stato è ricercata nella “promessa a tutti i cittadini, a tutti gli strati sociali”. Una promessa che per il Ministro è stata garantita dalla formula ordoliberale della “economia sociale di mercato[3] della quale viene rivendicata la superiorità rispetto a qualsiasi forma di economia pianificata, come dimostrerebbe anche l’introduzione di elementi di mercato in Cina[4].

–        L’equilibrio di potere economico mondiale è in una fase di cambiamento profonda e rapida, da un lato accelera la globalizzazione, ma dall’altro cambia; infatti aumenta l’intervento degli Stati e cessano gli accordi multilaterali. Dunque ci sono vincitori e perdenti, e siamo solo all’inizio di questa trasformazione.

–        La Germania deve agire consapevolmente in questa situazione, partecipando attivamente e con successo allo sviluppo in corso. In particolare occorre salvaguardare le competenze tecnologiche chiave, senza restare fermi, come Stato, e non fare nulla. In perfetta coerenza con l’approccio neoliberale la soluzione è avere insieme sia più Stato sia più economia di mercato. Ciò perché la composizione delle scelte individuali delle singole aziende non è sufficiente per contrapporsi con successo alle sfide globali. La politica industriale pubblica in questi casi deve promuovere, attivare e proteggere le imprese e la vitalità delle forze di mercato, garantendo la conservazione dell’innovazione e della competitività. Questa è “responsabilità e compito dello Stato”, in linea con i principi della “economia sociale di mercato”.

Più in dettaglio, gli obiettivi del Programma sono:

–        lavorare con le parti al recupero della competenza tecnologica e della leadership industriale, a livello nazionale, europeo e mondiale in tutti i settori permanenti.

–        Farlo come condizione della performance economica complessiva della Germania e del benessere dei suoi cittadini.

–        Aumentando gradualmente la quota del valore aggiunto industriale verso il 20% su base europea e il 25% su base nazionale.

–        Utilizzando essenzialmente le forze del mercato privato e solo eccezionalmente l’intervento diretto dello Stato.

Descrivendo la situazione di background e quindi le sfide il Rapporto individua una congiuntura nella quale il vantaggio dell’industria tedesca si sta rapidamente riducendo. Fino ad ora i costi di manodopera e produzione relativamente più alti erano stati compensati efficacemente dalla superiorità tecnologica e quindi in termini di qualità. Ma i paesi competitori, ed in primis la Cina, stanno riducendo rapidamente il gap, grazie a joint venture, acquisizioni, ed investimenti in ricerca. D’altra parte ci sono settori, come i nuovi materiali e le innovazioni di automotive sostenibile, nei quali la Germania è in ritardo. Oppure come l’accesso globale e “l’economia piattaforma”, che sono egemonizzati dagli Usa o in Cina.

Invece nella IA la ricerca è abbastanza avanzata, ma le applicazioni sono indietro, ciò pone anche un problema di sovranità dei dati, ma più in generale di digitalizzazione (come ricordava qualche giorno fa Ashoka Mody[5]).

Altro settore arretrato è quello delle biotecnologie, o nella più generale ‘economia delle start-up’, data la presenza decisiva della finanza venture americana.

In definitiva il futuro e la competitività dell’industria tedesca dipende dalla capacità della parte pubblica di individuare e stimare le linee di sviluppo più promettenti in tempo utile, senza farsi catturare dal successo attuale, che potrebbe facilmente essere vanificato in futuro.

Del resto tutti gli altri principali paesi fanno una cosa del genere:

–        gli Stati Uniti si facevano guidare dai grandi gruppi tecnologico come Apple, Amazon, Google, Microsoft, che investono centinaia di miliardi di dollari in ricerca per la IA, la digitalizzazione, la guida automatica e la biotecnologia. L’attuale amministrazione ha modificato la rotta verso la protezione e stimolazione delle industrie di base come quelle metallurgiche, l’automotive e l’agricoltura.

–        Il Giappone investe sull’industria automobilistica, la IA, la robotica.

–        La Cina svolge una politica industriale molto attiva in oltre dieci settori-chiave, e con la nuova via della seta cerca di controllare la logistica mondiale. Il rischio è che in caso di successo interi settori potrebbero vedere il predominio cinese e dunque l’impossibilità di competere.

Dunque è necessario padroneggiare le nuove tecnologie, in particolare quelle ‘di base’ e potenzialmente ‘dirompenti’, come la digitalizzazione guidata dall’intelligenza artificiale, nella medicina diagnostica e nella guida, ad esempio, e lo sviluppo di piattaforme informatiche di messa in contatto dei fornitori e richiedenti dei servizi. Questa modalità di relazione e di gestione del mercato può creare, per il Rapporto, grandi vantaggi in termini di disponibilità e trasparenza dei prezzi, ma può anche agire nel senso opposto se sono interamente monopolizzate da pochi grandissimi attori che controllano dati e capitali[6].

Un altro settore chiave è la combinazione di automazione produttiva e comunicazione sulla base di piattaforme (Industria 4.0[7]), altri sono le nanotecnologie, le biotecnologie, i nuovi materiali e l’informatica quantistica.

La politica industriale tedesca, dunque, deve:

–        riaffermare la sovranità e la capacità industriale e tecnologica,

–        riconoscere e proteggere l’importanza di avere tutti gli anelli della catena del valore internamente nel paese, dove queste sono state interrotte, o sono a rischio occorre operare prevenire un’ulteriore erosione o invertirne il corso,

–        lottare per ogni posto di lavoro industriale, che è molto difficile da recuperare in seguito, per tutte le industrie, vecchie e nuove,

–        rafforzare le PMI, in particolare le medie aziende molto specializzate,

–        ma, al contempo, “le dimensioni contano”, quindi bisogna avere campioni nazionali in grado di competere alla pari con i giganti americani o cinesi, cosa che negli ultimi anni non è accaduto, tutti grandi gruppi sono storici, nessuno è emerso negli ultimi cinquanta anni,

–        assicurarsi che il divieto di acquisizione di società da parte di concorrenti stranieri si applichi per la sicurezza nazionale, come oggi, ma anche nei settori sfidati di leadership tecnologica sopra ricordati. In questi casi lo Stato può fornire assistenza e in casi limite intervenire direttamente per acquisirle; “pertanto è prevista la creazione di una struttura nazionale di partecipazione regolata dal Parlamento” che operi nei casi più grandi, di importanza economica e di rilevanza “esistenziale”, e in modo appropriato e proporzionale. Un esempio di immediata partecipazione statale necessarie è per ridurre la distanza competitiva che si sta creando nel settore della guida automatica,

–        stabilire che la protezione, attraverso interventi statali necessari per ragioni politiche generali, ed anche i sussidi mirati sono necessari per “compensare gli effetti negativi della concorrenza”, ripristinando condizioni di parità, “ciò deve essere possibile in conformità con la normativa UE”, ad esempio bisogna agire:

o   sui prezzi dell’energia elettrica e dell’energia,

o   sull’importo delle imposte sulle società,

o   sull’impatto dei contributi di sicurezza sociale (che devono essere sempre inferiori al 40%),

Forse spaventato dalle conseguenze di vasto profilo di quanto fin qui detto, in linea con la tradizione ordoliberale, ma in frizione con la retorica liberoscambista, segue la recita di un catechismo:

–        “Lo stato non può in nessun momento prendere decisioni commerciali per gli individui. Le aziende intervengono. Ogni azienda deve decidere da sola quale strategia vuole tenere e quali investimenti realizzare. Questo deriva dalla convincente unità di decisione e responsabilità. Ecco perché è compito di ogni azienda, che si tratti di investire in nuove tecnologie o no. Come il risultato di un’azione imprenditoriale deve rendere il successo e il fallimento altrettanto possibili se l’economia di mercato deve avere successo.

–        Lo stato non dovrebbe essere arbitro ed intervenire nella competizione tra le singole società, né nella competizione nazionale né in quella internazionale. È l’unico modo in cui il processo dell’allocazione ottimale delle risorse può avere successo, il miglior fornitore può affermarsi per il massimo valore aggiunto per tutti.

–        I principi del mercato e il vantaggio comparativo (Ricardo) restano validi. L’attenzione ad essi e la loro esecuzione sono nell’interesse di tutti gli interessati. Garantiscono che il successo di un’economia non è a spese di un’altra. Piuttosto possono crescere insieme e diventare più forti se riconoscono questi principi e li applicano”.

Quindi la Germania è sì impegnata per mercati aperti, e per l’espansione del multilateratismo come garanzia verso il protezionismo, ma contemporaneamente deve “lavorare intensamente per eliminare le disuguaglianze e gli svantaggi esistenti”. E quindi contrastare attivamente le distorsioni della concorrenza negli altri paesi, a tale scopo:

1-     Revisionare la dottrina degli aiuti di Stato e del diritto alla concorrenza,

2-     Abilitare aiuti temporanei in settori di elevata innovazione,

3-     Contrastare il dumping e l’abuso di posizione dominante,

4-     Facilitare le aggregazioni industriali nelle aree in cui servono grandi dimensioni per competere.

Questa politica industriale deve peraltro, per il documento, anche diventare la politica della UE; quindi anche nei paesi nei quali è in corso una deindustrializzazione (es. Italia) questa deve essere fermata[8]. Si propone la formazione di un “Consiglio dei Ministri dell’Industria”.

Non sfugge che se faccio discendere il benessere dei cittadini, e la legittimazione dell’azione e della stessa esistenza della funzione pubblica, dalla presenza di ‘campioni nazionali’ e di leadership nei settori di punta interpretando la competizione come predominio, il confine tra ‘libero’ mercato di scambio e ‘distorsione’ diventa confuso. Dal punto di vista che si assume, e che si difende orgogliosamente, il nazionalismo economico è solo a qualche centimetro di distanza.

La Germania, insomma, conferma ancora una volta che quando il proprio interesse nazionale, e quello delle sue principali lobbies, è minacciato è capace di svolte repentine. Purtroppo, anche quando prende una linea che potrebbe essere condivisa, tende a farla per le ragioni che riverberano la sua storia[9].

 

[1] – La differenza tra liberalismo classico e neoliberalismo, in particolare nella versione ordoliberale, è che il secondo enfatizza molto di più l’ordine come dovere politico e l’appello alla responsabilità individuale, che lo porta a temere l’economia di comando (Ropke) e l’eccessiva crescita del potere dello Stato, causa della dissoluzione del legame sociale per effetto della deresponsabilizzazione. Tuttavia l’azione dello Stato è legittima e necessaria proprio per promuovere l’aumento della qualità della vita (l’argomento qui stilizzato da Altmaier),e  per creare un’organizzazione economicamente efficiente e rispettosa della dimensione morale dell’uomo, come dice Eucjker, 1952, “capace di funzionare e degna dell’uomo”. Centrale, nella prospettiva ordoliberale, in questo similmente a quella neoliberale, è la concorrenza, che si va a sostituire in posizione centrale anche al libero mercato competitivo fondato sullo scambio e quindi alla metafisica naturalistica (e teologica) della ‘mano invisibile’. La concorrenza è il principio cardine dell’ordine economico, capace di salvaguardare al contempo la libertà. Ma, questo il punto cruciale, la concorrenza non è un dato naturale, ma l’essenza che deve essere imposta in forza di una ‘decisione di base’, come diceva Erhard. Gli interventi statali sono quindi possibili e necessari, ma devono essere ‘giusti’ in base agli obiettivi istituiti e una ‘politica regolatrice’ orientata ad eliminare gli ostacoli frapposti all’affermazione dei principi di concorrenza.

[2] – L. Erhard, “Benessere per tutti”, Garzanti, 1957. In questo libro lo Stato è posto come protettore supremo della concorrenza e della stabilità monetaria. L’intervento pubblico è legittimo in quanto ogni cittadino ha diritto di godere di uguaglianza di diritti e di un quadro istituzionale stabile. Gli interventi devono riferirsi sempre a regole generali e mai privilegiare singole posizioni, avvantaggiandole.

[3] – Nel saggio di Bohm, “Società privata e economia di mercato”, 1966, viene rovesciata la tradizionale gerarchia tra diritto pubblico e diritto privato e quindi fonda il “sociale” come gioco tra individui sottomessi ad un unico ordine giuridico (di diritto privato). “Economia sociale di Mercato”, termine messo in campo da Muller-Armack, fra i negoziatori del Trattato di Roma, significa allora economia di mercato e nella quale si instaura la ‘democrazia del consumo’ per mezzo della concorrenza. L’economia è ‘sociale’ perché obbedisce alle scelte dei consumatori, un concetto che fu inizialmente criticato dai socialisti, per i quali il termine rinviava casomai a solidarietà e cooperazione. Ma per Armack questa forma produce la massima ricchezza e benessere, ed è ‘ordine artificiale’ istituito con un atto definitorio degli scopi essenziali di una società. Nel definirli è dunque l’atto (di fondare la concorrenza come principio di ordine) che costituisce la società, rovesciando il meccanismo rousseuiano. Dunque, anche se può non sembrare, la “economia sociale di mercato” degli ordoliberali è proprio direttamente opposta allo Stato Sociale, o stato welfarista, il cui funzionamento tende a ridurre la concorrenza.

[4] – Casomai sarebbe il peculiare sistema misto, nel quale tuttavia predomina ampiamente lo Stato che provvede a garantire i risultati economici ed individuali, ad essere all’origine del successo cinese. E’ difficile immaginare due culture così lontane.

[5] – Ashoka Mody non si stupisce dell’avvio della recessione nella seconda metà del 2018 in Germania. Secondo la sua analisi le cause sono molteplici: il rallentamento del commercio mondiale nel 2018 e dell’economia cinese, a sua volta causato in parte dalla interruzione di stimoli che rischiavano di far crescere eccessivamente bolle immobiliari e creditizie nel paese orientale, in parte dai conflitti commerciali in corso. Secondo fattore, il calo vertiginoso delle vendite di auto, diesel in particolare, sul mercato interno tedesco a causa degli scandali avviati dagli Usa. C’è molta geopolitica in questa congiuntura, ma c’è anche molta fragilità strutturale del sistema tedesco: un’enorme dipendenza dalla domanda estera, e paradossalmente dalle politiche pseudo-keynesiane che in patria si rifiutano ma che all’estero si sfruttano parassitariamente. Ancora, l’obsolescenza della struttura industriale e persino della cultura tecnica a causa di storiche carenze di investimenti pubblici e privati in un’economia interamente rivolta alla tesaurizzazione finanziaria. Ora servirebbe la politica, ma gli interessi costituiti di un’industria che vale il 14% del Pil e che non si vuole rinnovare verso la motoristica elettrica e verso una maggiore elettronica che oscura i tradizionali punti di forza ingegneristici del paese, li impediscono. La Germania, sostiene Mody, rischia di perdere la corsa tecnologica globale, mentre l’economia si polarizza tra vecchi lavori sicuri in sofferenza, per l’internazionalizzazione delle reti di produzione, e il lavoro povero che si estende, e quindi mentre il quadro politico si frammenta.  Cfr “German is a diminished giant, and that spells trouble for Europe”.

[6] – Ad esempio Amazon, cfr “Amazon e il suo monopolio

[7] – Cfr, “Industria 4.0 e le sue conseguenze”.

[8] – La coerenza con il primato della ‘capacità competitiva’, che significa della capacità di prevalere, dei campioni e dei settori nazionali, con l’affermazione che l’intera Europa deve industrializzarsi scaturisce dalla pratica: con il mercato interno più forte, e con la corona di paesi satellite istituita, la Germania è nella posizione di subordinare le altre filiere produttive, incorporandole in posizione subalterna nella propria rete logistica e di subfornitori. In linea di massima è quanto sta succedendo, come si vede anche dalle reazioni dei ceti imprenditoriali del nord Italia al rischio di scontro e/o rottura.

[9] – Si veda, ad esempio, Marc Bloch, “La natura imperiale della Germania”, Emile Durkheim, “La Germania al di sopra di tutto”.

Parole chiave del nuovo corso politico: sicurezza, di Alessandro Visalli

Della parola d’ordine “sicurezza”.

Come avevo scritto nel precedente post sulla parola d’ordine “integrità”, e in quello sulla “onestà”, credo che le attuali forze che reggono il governo stiano articolando, non so quanto consapevolmente, un potente discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che è diretta alla formazione di un nuovo corpo sociale. I termini che riassumono questo dispositivo discorsivo sono: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”.

Nel suo insieme mi pare fondamentalmente una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio. E, con riferimento al tema della sicurezza, anche e soprattutto a quell’acceleratore che è l’Unione Europea.

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

  1. Benjamin, “Tesi di filosofia della storia”, n.9, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.

Sicurezza’ è una parola che deriva dal non avere. In latino “sine cura”, senza preoccupazione, pervenuto a noi da ‘sinecura’, termine ecclesiastico medievale che si riferiva all’esenzione dalla ‘cura’ delle anime (ovvero ad un beneficio che non imponeva l’obbligo curiale), e successivamente trasposto in ogni occupazione remunerata con poco impegno. La ‘sinecura’ era normalmente un privilegio aristocratico.

Come tale deve averla intesa Tommaso Padoa-Schioppa quando il 26 agosto 2003 sul Corriere della Sera, scrive, lui che viene considerato in quegli anni di sinistra ed è il marito della Spinelli, una difesa a spada tratta delle “riforme strutturali”, arrivando a rigettare l’estensione del privilegio aristocratico anche ai plebei che si era avuto nei trenta anni tra il 1945 ed il 1975. Per lui bisogna, infatti, “lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione” (una frase ascrivibile interamente alla tradizione della destra aristocratica e reazionaria); e, continua, in esplicito riferimento alle riforme appena lanciate in Germania (il 14 marzo Schroder aveva tenuto il discorso di lancio dell’Agenda 2010, davanti al Bundestag) ed a pensioni, sanità, mercato del lavoro, scuola, bisogna: “attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”.

Ecco, bisogna avere preoccupazioni, altrimenti si potrebbe pretendere addirittura di essere davvero eguali.

Padoa Schioppa, che si sente abbastanza incredibilmente di sinistra, riesce a scrivere, senza che gli tremi la penna, che “cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute dono del signore, la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e fortuna”.

Simili frasi prefigurano –anche e soprattutto nella prospettiva etica- una totale liquidazione dello Stato Sociale, dei diritti di dignità e protezione che rendono la vita sicura e degna, dell’equilibrio che rende possibile azionare i propri diritti ed esercitare il potere cui la natura di libero cittadino ha dotato ognuno. Prefigurano il ritorno alla società gerarchica passata, nella quale l’individuo è abbandonato alle proprie forze di fronte al preminente potere del denaro e della gerarchia sociale. Padoa-Schioppa arriva ad esprimere in questa direzione una frase che potrebbe essere virgolettata da un testo preso da un robivecchi: “il campo della solidarietà … è degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato”.

“Sine cura”, senza preoccupazione.

Intorno a questa parola d’ordine si configura la frontiera dell’ultimo scontro tra il mondo per come è, e il tentativo di costruire un ‘popolo’ che rimonti le rovine lasciate dall’angelo della storia (e dai suoi agenti interessati).

Ma mentre bruscamente si sposta l’agenda pubblica (attraverso politiche simboliche di impatto, ma di scarsa effettività per ora, come quelle sulla sicurezza personale e l’immigrazione dalla destra leghista, e quelle sul lavoro debole che dovrebbe ‘abituare alla povertà’, come disse Taddei, o sul reddito di cittadinanza) verso la protezione con lo stesso gesto politico si individua anche una conformazione di questo ‘popolo’. Perché se su parole come ‘onestà’ e ‘integrità’ (quest’ultima in misura minore, per effetto della polarità multiculturale) possono trovarsi quasi tutti, sull’estensione alla plebe del privilegio di essere ‘sine cura’, si trova – se si fa sul serio – solo quest’ultima, e su altre accezioni del termine ‘sicurezza’ (quelle autoritarie e fondate sull’inasprimento del controllo a protezione della proprietà) si trovano, invece, altri. La differenza tra aristocrazia e plebe passa per come si trattano questi conflitti.

Bisogna da considerare, infatti, che le politiche di protezione e sicurezza, al loro meglio (quando non sono solo nascondimento demagogico, come pure possono essere e spesso sono), implicano un riconoscimento, un prestare ascolto e offrire dignità a chi da solo, individualmente, non è in grado di darsi ‘cura’. Al loro peggio implicano una estensione del controllo sociale sensibile alla differenza di classe e volta a consolidarla.

Ma qui passa la contraddizione di cui parlavamo in “Diversioni”, le due forze al governo guardano a ‘popoli’ diversi e tendono ad articolare il solito discorso interclassista degli ultimi quaranta anni, pur cercando di aggirare alcune delle sue necessarie conseguenze.

La parola d’ordine “sicurezza”, come le altre, nella sua accezione di protezione come in quella di controllo, contribuisce dunque alla costruzione della posizione populista del governo e delle due diverse forze che lo compongono. Qui bisogna capirsi, perché se si perde di vista che si tratta di una costruzione retorica, volutamente vaga, si rischia che “catturi” il parlante ed anche l’ascoltatore. Ma, anche ove ciò accada, il “fondo” delle problematiche nella loro materiale fatticità non si dissolve per il fatto di non essere nominato; le fratture costitutive continuano ad operare dietro le spalle. Queste sono dotate di una propria logica, attraversano diagonalmente i corpi sociali, creano meccanismi di creazione/cooptazione subalterna, strutture di collaborazione ed espulsione. Si presenta quindi, comunque in particolare attraverso parole e politiche così potenti nel catturare il consenso e determinare delle nuove equivalenze sociali ed opposizioni (la creazione immediata del ‘popolo di Genova’, unito contro alcuni tanto quanto speranzoso di ricevere attenzione e protezione da altri) l’ombra dell’accomodarsi al possibile e più semplice “populismo di sistema” (che abbiamo visto nella rapida parabola renziana) la cui matrice non è esterna al corpo dei possibili ‘popoli’, ma, inscritta, e che nella sua potente e concreta egemonia, cattura e pervade già il “senso comune” senza essere ‘innocente’; questa soluzione, capace di ripresentarsi inaspettata, è in effetti, in altre parole, costituita ed intrappolata nelle strutture e nelle cornici funzionali alla produzione e riproduzione degli assetti che creano le diverse socialità. La mancata tematizzazione e ricerca di un punto di connessione e compromesso verbalizzato (e dunque democraticamente conformato) della base plurale e contraddittoria tra le due forze al governo può favorire questo esito.

A titolo di esempio l’egemonia neoliberale sui due temi indica che l’immigrazione deve essere lasciata del tutto libera, mentre la sicurezza garantita con mezzi di polizia, due posizioni entrambe costruite per avvantaggiare il ceto dominante dell’assetto sociale della “grande moderazione” (rentiers, ceti garantiti e proprietari, capitale finanziario e produttivo internazionalizzato). Se ci si posiziona, però, su una struttura meramente reattiva, incapace di andare alla radice dei problemi posti dalla fatticità del reale lo sforzo controegemonico, apparente, dei populismi di destra, in quanto mimetico dei mondi vitali che vengono a scontro con le ondate immigratorie in modo dissimetrico, predicherebbe chiusura radicale su linee nazionali e ancora più controllo di polizia.

Offrire, invece, autentica “sicurezza” implicherebbe la ridefinizione del senso comune in modo aderente ai problemi per come questi si realizzano sul campo e per come determinano pressioni dalle quali proteggere. La linea dovrebbe essere piuttosto di proporre l’avanzamento del valore della “responsabilità” (sia verso i cittadini sia verso gli immigrati) che la società deve assumere, e per essa il sistema istituzionale ed economico, nella gestione dell’epocale fenomeno dell’immigrazione. Non si possono accogliere indiscriminatamente persone, affidandole alle proprie sole forze ed al mercato, senza assumere per esse la responsabilità di garantire lo stesso set di diritti sostanziali che va garantito a tutti. Dunque, lungi dal prevedere una rincorsa verso il basso, per via di competizione tra poveri (che scatena anche la spinta alla protezione con mezzi repressivi ed apre un inseguimento senza fine), bisogna che si faccia un grande investimento, commisurato alle risorse mobilitabili, per garantire una vita dignitosa. Per tale via nella stessa mossa limitare i nuovi arrivi in base ad una programmazione, sensibile ai doveri umani, ma non cieca alle conseguenze, e investire queste ultime, facendosene carico, con un programma guidato dal pubblico ed adeguatamente finanziato. Se si fa diminuirà anche la necessità di protezione senso della securizzazione.

Da una parte (“onestà”) abbiamo dunque la ripresa della sanzione collettiva per i comportamenti individualisti, e per la logica da free-rider, indipendentemente dalla presunzione di efficienza e rinnegando qualsiasi argomento della “mano invisibile”, ed il richiamo implicito a più profonde strutture di socializzazione percepite come più umane.

Dall’altra troviamo la parola d’ordine polisemica della “sicurezza”, declinata come protezione ben calibrata all’altezza dei problemi enormi che l’occidente in questa fase ha davanti (in USA, oggi, l’equivalente della popolazione di Italia, Francia e Spagna insieme, vive solo perché riceve i “food stamp”), e infine troviamo il desiderio di “integrità”, che lavora a distinguere e caratterizzare il corpo sociale della democrazia dall’imperiale sopraffazione da parte del meccanismo del governo sistemico, incardinato nel governo a più strati europeo che abbiamo di fronte.

Si tratta per intero, sia chiaro di operatori, significanti vuoti con il linguaggio di Laclau, che contengono il rischio di maggiore violenza (di fronte al ‘freddo’ governo liberale), potendosi tradurre in moralismo escludente, esclusione e sicurizzazione, nazionalismo, ma tracciano una via di uscita concreta dall’ambiente neoliberale nel quale siamo cresciuti negli ultimi anni.

Mettere in equilibrio questo grande tema di protezione e sicurezza, ben inteso, con l’integrità e con l’onestà nel senso detto potrebbe, insomma, rappresentare un reale avanzamento.

Qualcuno dovrebbe farsi avanti e prendere questa torcia, prima che si spenga.

parole chiave del nuovo corso: identità, di Alessandro Visalli

Della parola d’ordine “sicurezza”.

Come avevo scritto nel precedente post sulla parola d’ordine “integrità”, e in quello sulla “onestà”, credo che le attuali forze che reggono il governo stiano articolando, non so quanto consapevolmente, un potente discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che è diretta alla formazione di un nuovo corpo sociale. I termini che riassumono questo dispositivo discorsivo sono: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”.

Nel suo insieme mi pare fondamentalmente una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio. E, con riferimento al tema della sicurezza, anche e soprattutto a quell’acceleratore che è l’Unione Europea.

“C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Egli vorrebbe ben trattenersi, destare i morti e ricomporre l’infranto. Ma una tempesta spira dal paradiso, che si è impigliata nelle sue ali, ed è così forte che gli non può chiuderle. Questa tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta”.

  1. Benjamin, “Tesi di filosofia della storia”, n.9, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.

Sicurezza’ è una parola che deriva dal non avere. In latino “sine cura”, senza preoccupazione, pervenuto a noi da ‘sinecura’, termine ecclesiastico medievale che si riferiva all’esenzione dalla ‘cura’ delle anime (ovvero ad un beneficio che non imponeva l’obbligo curiale), e successivamente trasposto in ogni occupazione remunerata con poco impegno. La ‘sinecura’ era normalmente un privilegio aristocratico.

Come tale deve averla intesa Tommaso Padoa-Schioppa quando il 26 agosto 2003 sul Corriere della Sera, scrive, lui che viene considerato in quegli anni di sinistra ed è il marito della Spinelli, una difesa a spada tratta delle “riforme strutturali”, arrivando a rigettare l’estensione del privilegio aristocratico anche ai plebei che si era avuto nei trenta anni tra il 1945 ed il 1975. Per lui bisogna, infatti, “lasciar funzionare le leggi del mercato, limitando l’intervento pubblico a quanto strettamente richiesto dal loro funzionamento e dalla pubblica compassione” (una frase ascrivibile interamente alla tradizione della destra aristocratica e reazionaria); e, continua, in esplicito riferimento alle riforme appena lanciate in Germania (il 14 marzo Schroder aveva tenuto il discorso di lancio dell’Agenda 2010, davanti al Bundestag) ed a pensioni, sanità, mercato del lavoro, scuola, bisogna: “attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità”.

Ecco, bisogna avere preoccupazioni, altrimenti si potrebbe pretendere addirittura di essere davvero eguali.

Padoa Schioppa, che si sente abbastanza incredibilmente di sinistra, riesce a scrivere, senza che gli tremi la penna, che “cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute dono del signore, la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e fortuna”.

Simili frasi prefigurano –anche e soprattutto nella prospettiva etica- una totale liquidazione dello Stato Sociale, dei diritti di dignità e protezione che rendono la vita sicura e degna, dell’equilibrio che rende possibile azionare i propri diritti ed esercitare il potere cui la natura di libero cittadino ha dotato ognuno. Prefigurano il ritorno alla società gerarchica passata, nella quale l’individuo è abbandonato alle proprie forze di fronte al preminente potere del denaro e della gerarchia sociale. Padoa-Schioppa arriva ad esprimere in questa direzione una frase che potrebbe essere virgolettata da un testo preso da un robivecchi: “il campo della solidarietà … è degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato”.

“Sine cura”, senza preoccupazione.

Intorno a questa parola d’ordine si configura la frontiera dell’ultimo scontro tra il mondo per come è, e il tentativo di costruire un ‘popolo’ che rimonti le rovine lasciate dall’angelo della storia (e dai suoi agenti interessati).

Ma mentre bruscamente si sposta l’agenda pubblica (attraverso politiche simboliche di impatto, ma di scarsa effettività per ora, come quelle sulla sicurezza personale e l’immigrazione dalla destra leghista, e quelle sul lavoro debole che dovrebbe ‘abituare alla povertà’, come disse Taddei, o sul reddito di cittadinanza) verso la protezione con lo stesso gesto politico si individua anche una conformazione di questo ‘popolo’. Perché se su parole come ‘onestà’ e ‘integrità’ (quest’ultima in misura minore, per effetto della polarità multiculturale) possono trovarsi quasi tutti, sull’estensione alla plebe del privilegio di essere ‘sine cura’, si trova – se si fa sul serio – solo quest’ultima, e su altre accezioni del termine ‘sicurezza’ (quelle autoritarie e fondate sull’inasprimento del controllo a protezione della proprietà) si trovano, invece, altri. La differenza tra aristocrazia e plebe passa per come si trattano questi conflitti.

Bisogna da considerare, infatti, che le politiche di protezione e sicurezza, al loro meglio (quando non sono solo nascondimento demagogico, come pure possono essere e spesso sono), implicano un riconoscimento, un prestare ascolto e offrire dignità a chi da solo, individualmente, non è in grado di darsi ‘cura’. Al loro peggio implicano una estensione del controllo sociale sensibile alla differenza di classe e volta a consolidarla.

Ma qui passa la contraddizione di cui parlavamo in “Diversioni”, le due forze al governo guardano a ‘popoli’ diversi e tendono ad articolare il solito discorso interclassista degli ultimi quaranta anni, pur cercando di aggirare alcune delle sue necessarie conseguenze.

La parola d’ordine “sicurezza”, come le altre, nella sua accezione di protezione come in quella di controllo, contribuisce dunque alla costruzione della posizione populista del governo e delle due diverse forze che lo compongono. Qui bisogna capirsi, perché se si perde di vista che si tratta di una costruzione retorica, volutamente vaga, si rischia che “catturi” il parlante ed anche l’ascoltatore. Ma, anche ove ciò accada, il “fondo” delle problematiche nella loro materiale fatticità non si dissolve per il fatto di non essere nominato; le fratture costitutive continuano ad operare dietro le spalle. Queste sono dotate di una propria logica, attraversano diagonalmente i corpi sociali, creano meccanismi di creazione/cooptazione subalterna, strutture di collaborazione ed espulsione. Si presenta quindi, comunque in particolare attraverso parole e politiche così potenti nel catturare il consenso e determinare delle nuove equivalenze sociali ed opposizioni (la creazione immediata del ‘popolo di Genova’, unito contro alcuni tanto quanto speranzoso di ricevere attenzione e protezione da altri) l’ombra dell’accomodarsi al possibile e più semplice “populismo di sistema” (che abbiamo visto nella rapida parabola renziana) la cui matrice non è esterna al corpo dei possibili ‘popoli’, ma, inscritta, e che nella sua potente e concreta egemonia, cattura e pervade già il “senso comune” senza essere ‘innocente’; questa soluzione, capace di ripresentarsi inaspettata, è in effetti, in altre parole, costituita ed intrappolata nelle strutture e nelle cornici funzionali alla produzione e riproduzione degli assetti che creano le diverse socialità. La mancata tematizzazione e ricerca di un punto di connessione e compromesso verbalizzato (e dunque democraticamente conformato) della base plurale e contraddittoria tra le due forze al governo può favorire questo esito.

A titolo di esempio l’egemonia neoliberale sui due temi indica che l’immigrazione deve essere lasciata del tutto libera, mentre la sicurezza garantita con mezzi di polizia, due posizioni entrambe costruite per avvantaggiare il ceto dominante dell’assetto sociale della “grande moderazione” (rentiers, ceti garantiti e proprietari, capitale finanziario e produttivo internazionalizzato). Se ci si posiziona, però, su una struttura meramente reattiva, incapace di andare alla radice dei problemi posti dalla fatticità del reale lo sforzo controegemonico, apparente, dei populismi di destra, in quanto mimetico dei mondi vitali che vengono a scontro con le ondate immigratorie in modo dissimetrico, predicherebbe chiusura radicale su linee nazionali e ancora più controllo di polizia.

Offrire, invece, autentica “sicurezza” implicherebbe la ridefinizione del senso comune in modo aderente ai problemi per come questi si realizzano sul campo e per come determinano pressioni dalle quali proteggere. La linea dovrebbe essere piuttosto di proporre l’avanzamento del valore della “responsabilità” (sia verso i cittadini sia verso gli immigrati) che la società deve assumere, e per essa il sistema istituzionale ed economico, nella gestione dell’epocale fenomeno dell’immigrazione. Non si possono accogliere indiscriminatamente persone, affidandole alle proprie sole forze ed al mercato, senza assumere per esse la responsabilità di garantire lo stesso set di diritti sostanziali che va garantito a tutti. Dunque, lungi dal prevedere una rincorsa verso il basso, per via di competizione tra poveri (che scatena anche la spinta alla protezione con mezzi repressivi ed apre un inseguimento senza fine), bisogna che si faccia un grande investimento, commisurato alle risorse mobilitabili, per garantire una vita dignitosa. Per tale via nella stessa mossa limitare i nuovi arrivi in base ad una programmazione, sensibile ai doveri umani, ma non cieca alle conseguenze, e investire queste ultime, facendosene carico, con un programma guidato dal pubblico ed adeguatamente finanziato. Se si fa diminuirà anche la necessità di protezione senso della securizzazione.

Da una parte (“onestà”) abbiamo dunque la ripresa della sanzione collettiva per i comportamenti individualisti, e per la logica da free-rider, indipendentemente dalla presunzione di efficienza e rinnegando qualsiasi argomento della “mano invisibile”, ed il richiamo implicito a più profonde strutture di socializzazione percepite come più umane.

Dall’altra troviamo la parola d’ordine polisemica della “sicurezza”, declinata come protezione ben calibrata all’altezza dei problemi enormi che l’occidente in questa fase ha davanti (in USA, oggi, l’equivalente della popolazione di Italia, Francia e Spagna insieme, vive solo perché riceve i “food stamp”), e infine troviamo il desiderio di “integrità”, che lavora a distinguere e caratterizzare il corpo sociale della democrazia dall’imperiale sopraffazione da parte del meccanismo del governo sistemico, incardinato nel governo a più strati europeo che abbiamo di fronte.

Si tratta per intero, sia chiaro di operatori, significanti vuoti con il linguaggio di Laclau, che contengono il rischio di maggiore violenza (di fronte al ‘freddo’ governo liberale), potendosi tradurre in moralismo escludente, esclusione e sicurizzazione, nazionalismo, ma tracciano una via di uscita concreta dall’ambiente neoliberale nel quale siamo cresciuti negli ultimi anni.

Mettere in equilibrio questo grande tema di protezione e sicurezza, ben inteso, con l’integrità e con l’onestà nel senso detto potrebbe, insomma, rappresentare un reale avanzamento.

Qualcuno dovrebbe farsi avanti e prendere questa torcia, prima che si spenga.

parole chiave del nuovo corso: onestà, di Alessandro Visalli

Della parola d’ordine “onestà”.

https://tempofertile.blogspot.com/2018/08/della-parola-dordine-onesta.html

Le attuali forze che reggono il governo stanno articolando un discorso pubblico che ruota intorno a pochi capisaldi la cui articolazione è intesa direttamente in senso sociale, ovvero che sono diretti alla formazione di un nuovo corpo sociale: “integrità”, “onestà”, “sicurezza”. Visto con lo sguardo del partecipante, necessariamente parziale, ed in corso di eventi, sembra una reazione alla forza disgregante del modernismo, all’angelo della storia che, volgendo le spalle al futuro (che non conosce, vivendo nel presente), distrugge come un turbine il mondo al suo passaggio.

Si dice “populismo” intendendo proprio questa aspirazione alla ricerca di un senso, ed alla ricostruzione (rischiando il pastiche) del paesaggio ormai distrutto al passaggio dell’angelo. In questa direzione, anche se in modo del tutto inconsapevole, e probabilmente profondamente contraddittorio, le due forze al governo pongono a ben vedere sotto accusa lo stesso iper-capitalismo (e non solo la sua forma finanziarizzata), la cui logica, e da sempre, predilige ed esalta le passioni, tra queste proprio le meno sociali come l’egoismo, ed esalta vuoti obiettivi come l’efficienza, prediligendo una razionalità meramente oggettivante e funzionale. Attraverso i suoi necessari effetti de-socializzanti, e la disseminazione di perdenti (ovvero di “inefficienti”), il capitalismo sostenuto acriticamente da troppi e troppo a lungo, nell’illusione della ‘fine della storia’, ha alla fine scavato sotto i propri piedi aprendo la fase propriamente rivoluzionaria che si sta avviando (e che sembra accelerare). Questa fase è interpretata in modo più efficace e naturale dalle culture di destra, o da culture che si formano fuori della tradizione della sinistra trattenuta dal feticismo del progresso e dal suo bias per la modernità.

Le forze che sono al centro di questi eventi sono avvantaggiate in forma decisiva perché si muovono da quel lato rovescio della democrazia, ineliminabile ma insieme per sua struttura esterno, che è la contro-politica, la sfiducia organizzata. Da quella “democrazia della sorveglianza” che in questi ultimi anni ha rappresentato la strategia di maggiore successo per gli outsider (e talvolta anche per insider, o divenuti tali). La sinistra, invece, per lo più si è schiacciata sul lato manageriale e sulla democrazia dei tecnici (e per tale quasi sempre oppone i suoi argomenti completamente fuori tema).

Invece la fase rivoluzionaria, o se si preferisce costituente (nel senso che riforma la costituzione materiale, innovandola), che si apre e i cui esiti sono imprevedibili, sembra riaffermare, a fronte della anomia promossa dalla tecnica, il vincolo sociale e con esso il corpo della nazione e lo Stato che la dovrebbe rappresentare. Siamo su temi e inclinazioni per certi versi anti-liberali, e con buona ragione, essendo il liberalismo fondato su una promessa di arricchimento individuale che resta tradita in questa fase (rinvio al classico di Hirschman del 1975, “Le passioni e gli interessi”).

La “onestà”, è dunque una delle parole di ordine di maggiore polisemicità di questa nuova costellazione. Certamente in Italia ha una tradizione che può essere anche riletta da sinistra (nella fase aperta dal fallimento del ‘compromesso storico’ e nel discorso sulla differenza e sulla austerità proposto da Berlinguer in parte per ragioni tattiche sul finire degli anni settanta), ma nella sua articolazione contemporanea più che altro rinvia alla mobilitazione dell’ “etica della vergogna” (cfr. Ruth Benedict, 1946) ed al biasimo sociale verso chi sfrutta e distrugge il vincolo sociale, chiamandosene fuori. Questa sanzione collettiva per i comportamenti individualisti, e per la logica da free-rider, indipendentemente dalla presunzione di efficienza e rinnegando qualsiasi argomento della “mano invisibile”, segnala una drastica inversione di fase ed il richiamo a più profonde strutture di socializzazione percepite come più umane. Del resto il capitalismo si dovrebbe reggere su una interiorizzata “cultura della colpa” individuale, che fa pena a se stessa, e che è stata invece inesorabilmente erosa e neutralizzata dalla secolarizzazione. Oggi quindi il capitalismo ha perso i legami che lo potevano ancorare al bene pubblico e che gli erano esterni (cfr. Adam Smith “Teoria dei sentimenti morali”). Dal fallimento della logica dell’incentivo, in assenza di freni interni, l’enfasi sulla “onestà” sembra riportare ad una civiltà basata su consenso e biasimo, premio (Dragonetti, “Delle virtù e dei premi”, 1766, cit in Luigino Bruni, “Il mercato e il dono”), onore.

Una civiltà che prevede quindi anche la pubblica gogna cui è andato soggetto nel funerale delle vittime del ponte a Genova l’attuale segretario del Pd, simbolo del disonore. Una civiltà molto più “calda” del “freddo” liberalesimo, e certamente anche più violenta.

Una fase costituente si può prendere in molti modi, uno dei peggiori è quello che scelse, davanti al meraviglioso e terribile spettacolo, certo anche molto ingiusto, della rivoluzione francese, Edmund Burke in “Riflessioni sulla rivoluzione in Francia”.

Mi auguro che si abbia la forza di non ripetere il suo errore.

dialoghi europei, a cura di alessandro visalli

Dialoghi europei

Una conversazione a margine di un post su Facebook a volte può avere interesse se la distanza tra i suoi protagonisti è appropriata e si muove in un quadro di rispetto. In queste circostanze l’interazione produce arricchimento reciproco. In questo caso i protagonisti del dialogo sono tre e l’innesco, rapidamente superato è la questione dell’immigrazione. Il post iniziale aveva acceso un ramo di discussione nel quale, ad un certo punto, un interlocutore ha richiamato lo slogan dominante nell’area culturale della sinistra liberale: “solidarietà, accoglienza, integrazione”, da tradurre nella politica di aprire i confini senza se e senza ma (ovvero senza badare alle conseguenze). Il ‘padrone di casa’ a questa dichiarazione ha opposto che occorre, invece, “frenare i flussi, e combattere lo sfruttamento degli immigrati che sono già in Italia”, ciò “sia per ragioni di giustizia che di difesa degli stessi lavoratori italiani”.

Il movimento del dialogo inizia da qui, e da una mia replica a questa opposizione tra aprire senza limiti e frenare. Precisamente in risposta alla dichiarazione del globalista che combattere lo sfruttamento significa aprire i confini:

Visalli. “E’ l’esatto contrario, l’immigrazione (economica, ovvero il 90 %) è un fenomeno in buona parte autoalimentato. Il flusso dell’immigrazione dipende dal divario di reddito percepito tra il paese ricevente e quello di partenza e in modo decisivo dallo stock di migranti precedente che non si è integrato. In particolare la dimensione dello stock non integrato (ovvero della ‘diaspora’, che non si distribuisce molecolarmente ma si concentra in specifici luoghi e si densifica per omogeneità a causa di meccanismi sociali di reciproco sostegno) dipende dalla trasmissione interpersonale della cultura e degli obblighi. Se il gruppo è coeso ed impermeabile cultura ed obblighi si rafforzano e restano diversi da quelli della società intorno, man mano che perde coesione gli individui tendono ad assorbire la cultura del paese di destinazione ed i relativi obblighi, allora abbandonano progressivamente la diaspora e spesso si spostano, cioè si ‘integrano’. Chiaramente quindi il perimetro delle diaspore è fluido e continuamente attraversato da persone che arrivano e da persone che, integrandosi, ne escono.

Ci sono tre semplici conclusioni:

  • La migrazione dipende dalle dimensioni della diaspora (che, in sostanza, la attrae),
  • La migrazione alimenta la diaspora, mentre l’integrazione la diminuisce,
  • L’indice di integrazione (percentuale di chi esce dalla diaspora ogni anno) dipende dalla dimensione, quanto più grande è la diaspora quanto più piccolo è l’indice.

Ovvero, l’integrazione è ostacolata dalla dimensione del flusso di immigrazione e a sua volta lo ostacola. Quanto più grande è il flusso di immigrazione (persone per tempo) quanto meno integrazione ci sarà, perché le diaspore si consolidano e diventano impermeabili. Quanto più piccolo e diluito nel tempo è quanto più è facile l’integrazione.

Dobbiamo volere il controllo dei flussi per avere l’integrazione, e dobbiamo volere l’integrazione per avere il controllo dei flussi”.

A questa posizione risponde in prima battuta Roberto Buffagni con la seguente dichiarazione:

Buffagni. “L’analisi mi sembra inoppugnabile. L’integrazione sociale, però, è solo un aspetto del problema, per quanto importante. E’ solo un aspetto del problema perché gli esseri umani non si differenziano solo in base all’ISEE, anche se lo crede il dr. Boeri. Quando si formano comunità permanenti, sottolineo permanenti, di stranieri all’interno di una comunità politica, sorge il problemino: che farne? Che rapporto esse stabiliranno con le altre comunità di stranieri e con la comunità degli autoctoni? Quando sono tanti – e in Italia sono già tanti, 6/7 MLN di immigrati – la soluzione ‘assimilazione’ (che è assimilazione culturale, e che viene dopo, SE VIENE, l’integrazione sociale) non è praticabile per tutti, ma solo per una piccola minoranza. Il problema è molto serio, e non può, ripeto non può essere affrontato con gli strumenti della cultura liberale e all’interno di un regime democratico a suffragio universale.

La cultura liberale prevede la sola esistenza degli individui, e non rileva l’esistenza delle comunità. La comunità, per essa, è un’esternalità. Tutto bene finché la comunità esiste per conto suo ed è omogenea, tutto male quando le comunità sono plurali e omogenee non lo sono affatto. La soluzione ‘multiculturale’ è in realtà la soluzione più funzionale, per la coesistenza più o meno pacifica di comunità anche molto diverse; però la soluzione multiculturale è una soluzione imperiale, e l’impero dove sta? Se si vuole fare una società multiculturale, multietnica, multireligiosa, ci vuole un Impero, cioè a dire una forma di civiltà dove a) le addizioni al nucleo originario vengono fatte, sempre o quasi, per conquista b) il centro imperiale è dominato, di fatto e di diritto, da una etnia e da una religione gerarchicamente superiori alle altre c) il sistema politico NON è una democrazia a suffragio universale d) il centro imperiale coopta progressivamente le classi dirigenti dei paesi conquistati, concede gradualmente alle altre etnie e alle altre religioni, in misura variabile, libertà (nel senso antico di franchigie), mai immediatamente eguaglianza di diritti politici con l’etnia e la religione centrale d) il centro imperiale divide per imperare, cioè gioca l’una contro l’altra le etnie e religioni subalterne per impedire che l’una o l’altra prenda il sopravvento o addirittura scalzi i dominanti. Solo dopo qualche secolo, in caso di effettiva assimilazione dei fondamentali culturali, il centro imperiale concede a tutti indistintamente i sudditi la cittadinanza politica piena (ma comunque NON introduce MAI la democrazia a suffragio universale).

Così sì che funziona, una società multitutto, e in effetti così hanno funzionato l’Impero romano, l’austriaco (poi austro-ungarico), l’ottomano, il cinese, il britannico, lo zarista, etc. Non che sia una cosetta facile farli funzionare, ci vuole una classe dirigente coi controfiocchi. Attualmente, c’è in corso d’opera l’edificazione o riedificazione dell’impero russo, che cerca di ricostruirsi by stealth pur in presenza di un regime di democrazia parlamentare a suffragio universale, ma corretta dalla presenza di fatto dell’impianto base imperiale: etnia dominante (russa) e religione dominante (cristiana ortodossa)+ solida primazia dei ministeri della forza nel governo (le FFAA intervengono con durezza in caso di sollevazioni centrifughe i etnie e/o religioni subalterne, v. le due guerre di Cecenia). Nella celebrazione per l’anniversario 2015 della Grande Guerra Patriottica, il ministro della difesa Shoigu è entrato sulla piazza Rossa del Cremlino per passare in rivista le truppe, e mentre passava, in piedi sull’auto di servizio, sotto la porta sovrastata dalla grande icona del Cristo Salvatore, si è scoperto il capo e si è fatto il segno della croce. N.B.: Shoigu è buddhista, ad attenderlo c’erano anche reparti mussulmani. Il significato del gesto mi pare chiaro.

NON funziona, invece, una società multitutto che sia uno Stato nazionale basato su un regime politico democratico a suffragio universale, 1 testa = 1 voto. NON funziona perché gli Stati nazionali democratici, per funzionare, devono basarsi su quel che gli studiosi chiamano l’ “idem sentire” dei cittadini: “sentire”, non lavorare o andare al cine o pagare le tasse. Cioè a dire, che tutti i cittadini devono condividere sentimenti ed emozioni simili in merito all’oggetto cui va la loro lealtà primaria. Se va alla nazione, allo Stato che la rappresenta e la guida, alla patria che le dà vita storica, tutto ok. Se invece una parte cospicua della cittadinanza dà la sua lealtà primaria alla sua razza, alla sua religione, alla sua tribù, etc., avviene quanto segue: che il conflitto politico ed elettorale si disegnerà anzitutto lungo le linee di frattura più profonde, le differenze incomponibili e non mutabili a piacere in seguito a sola decisione razionale quali razza, religione, tribù, clan, etc. Rimarranno anche gli altri conflitti, ricchi/poveri, città/campagna, centro/periferia, etc.: ma mentre è relativamente facile mediare questi ultimi, se tutti i cittadini condividono un “idem sentire” nazionale, è molto difficile mediare conflitti come il razziale (ognuno porta la sua bandiera sulla pelle, e non può cambiarla) o il religioso (ognuno porta la sua bandiera nei costumi e nella sensibilità, ed è molto difficile fargliela cambiare).

Il multiculturalismo funziona in ambito imperiale. Nell’impero britannico, ha funzionato in modo particolarmente furbo (gli inglesi sono molto furbi) grazie all’Indirect Rule. Ha smesso di funzionare quando le comunità straniere se le sono trovate sul suolo della madrepatria”.

A questa lunga posizione di Buffagni ha replicato Francesco Somaini, il terzo attore del dialogo, entrando direttamente nel tema “Europa”, che da ora interessa la conversazione:

Somaini. “L’affermazione di Roberto Buffagni sul fatto che gli «imperi» (cioé società multietniche e plurali) non siano compatibili con la democrazia ed il suffragio universale mi pare fondata su esempi troppo limitati per poter essere assunta a regola generale. Oltre tutto il suffragio universale é «un’invenzione» talmente recente sul piano storico che mi sembrerebbe del tutto improprio sostenere la sua impraticabilitá ricorrendo ad esempi come quelli dell’Impero romano o di quello ottomano (in cui il problema non fu nemmeno mai posto). Giá il caso austro-ungarico, in cui esisteva un parlamento, seppure con poteri ancora molto limitati, dimostra che la regola non puó essere data per scontata. E non parlo nemmeno degli USA, che, pur avendo conosciuto in passato anche dei veri e propri casi di pulizia etnica (gli indiani o meglio i nativi americani), penso possano oggi essere definiti, a loro modo, come un impero, che, pur con tutta una serie di problemi, é comunque arrivato ad essere un «melting pot» democratico (ricordo ad esempio che prima di questo bulletto attuale c’è stato un presidente nero). Piuttosto, a me pare che fenomeni come quello migratorio (anche accogliendo il persuasivo discorso di Collier e Visalli sulla dicotomia diaspora/integrazione) non possano trovare una vera soluzione nella dimensione troppo angusta dello stato nazionale. Per questo occorre a mio avviso tenere assolutamente ferma l’idea di Europa (sbarazzandosi semmai dei trattati attuali) senza farsi tentare dalle chimere pericolose del sovranismo (e dei nazionalismi che ne potrebbero derivare). L’Europa puó del resto essere vista come una forma politica relativamente simile ad un moderno impero, e non é affatto detto che essa debba essere per forza incompatibile con democrazia e suffragio universale. Certo é una partita tutta da giocare”.

A questa posizione, la mia replica:

Visalli. “Se passi per ‘sbarazzarsi dei trattati attuali’ siamo perfettamente d’accordo. Se avessimo una macchina del tempo potremmo andare a rinegoziare Maastricht. Non avendola il problema è un tantino più difficile.

Dopo di che, certamente non è in linea di principio incompatibile con il suffragio universale, ma bisogna bilanciare i compromessi di potenza che dentro i singoli stati nazionali hanno assetti complessi e derivanti dal percorso storico. Questi non sono uguali nei diversi paesi e soprattutto non tutti gli attori a valenza costituzionale in essi sono egualmente rappresentati nel luogo decisionale. Le commissioni negoziali erano infatti espressione di un sistema di attori molto più limitato e gli effetti si sono visti”.

E quella di Buffagni:

Buffagni. “Le società multiculturali non sono compatibili con la democrazia a suffragio universale per una ragione molto semplice: che con la democrazia rappresentativa a suffragio universale + molte etnie e religioni il conflitto politico principale tende a diventare etnico e religioso. Questa è la tendenza ineludibile, ineludibile perché sono le differenze più profonde e meno componibili di tutte. Poi ci sono dei correttivi possibili, per esempio, in Russia il patriottismo e la supremazia storica dell’etnia grande-russa fondatrice della Russia, negli USA l’espansione imperiale e il ‘sogno americano’, che è appunto la declinazione privata dell’espansione. Fino a poco fa c’era la supremazia storica dell’etnia WASP. Cessata quella, rallentata l’espansione imperiale, i conflitti etnico-politici tornano in primo piano (le ultime elezioni presidenziali lo illustrano con chiarezza, i bianchi hanno votato ‘il bulletto’ e le minoranze razziali la Clinton, perché i Democrats hanno costruito la loro strategia, da parecchi anni, sulla ‘identity politics’: Trump è il backlash, perchè la identity politics possono farla tutti, esattamente come tutti possono essere razzisti. La dinamica pura di ‘società multietnica + democrazia a suffragio universale’ si vede in condizioni di laboratorio in Africa, nelle infinite e sanguinose guerre civili in cui l’etnia che vince le elezioni si impadronisce dello Stato, che è una macchina da guerra, e lo usa per fare fuori un’altra etnia. O nel caso odierno del Sudafrica, dove è appena stata votata una legge che espropria le terre dei bianchi senza indennizzo. Non ho capito l’affermazione che la UE somiglierebbe a un impero, francamente mi sembra la cosa meno somigliante a un impero che sia esistita nella storia.”

Somaini risponde alla mia obiezione chiarendo il suo punto:

Somaini. “esistono secondo me delle vie per far «saltare» di fatto i trattati, aggirandoli con delle scelte politiche che, senza violarne formalmente la lettera, ne smontino in realtà la portata perversa, rendendoli sostanzialmente inefficaci (e quindi innescando anche il processo per il loro superamento). I sostenitori delle cosiddette «monete fiscali» ipotizzano ad esempio proprio questa via. Queste monete (che potrebbero anche configurarsi piú propriamente come dei certificati di credito fiscale) non sono formalmente vietate dai trattati, che semplicemente non le hanno previste. Epperó consentirebbero proprio quelle politiche economiche che i trattati di fatto impediscono. L’Europa di Maastricht potrebbe cosí «saltare», senza dover per questo formalmente ricorrere alle pericolose strategie sovraniste…”

E a Buffagni:

Somaini. “non nego certo che far convivere pacificamente (o addirittura armonicamente) etnie e culture diverse sia facile. Trovo peró troppo dogmatica e asseverativa la tesi secondo cui la cosa sarebbe semplicemente impossibile. Quanto all’Europa penso che potrebbe essere pensata come un Impero nel senso di intendere questa nozione come quella di una forma politica «costituita» – cito banalmente da Wilipedia – «da un esteso insieme di territori e popoli, a volte anche molto diversi e lontani, sottoposti ad un’unica autorità». Certo, sarebbe un impero non imperialista (e anche per questo compatibile con la democrazia e con ordinamenti di tipo democratico). Un traguardo certo non facile da raggiungere. Ma non concettualmente impossibile.”

Al quale questi risponde:

Buffagni. “Poche cose sono veramente impossibili, ne convengo. La definizione di Wikipedia non è affatto male, ma la chiusa ‘sotto un’unica autorità’ mi pare dare ragione a me  Il difetto intrinseco della Unione Europea è la mancanza di legittimità; e se c’è una cosa di cui un impero ha bisogno per esistere è proprio quella. La dimensione sacrale dell’autorità è indispensabile all’esistenza e alla funzionalità di un impero. Non è detto che la sacralità debba essere esplicitamente religiosa, ma certo ci deve essere, per esempio nella forma di una teologia civile come l’americana: appunto perchè si deve ricondurre a unità una molteplicità conflittuale, e per farlo la forza non basta mai, come non bastano il diritto e l’economia.”

e

“Guardi però che non sono gli Stati nazionali a produrre i conflitti, i conflitti si producono con qualsiasi forma di organizzazione politica. L’unica pace possibile è appunto la pace imperiale, cioè l’egemonia incontestata di un impero in un settore di mondo (e la guerra aperta si fa altrove)”.

Quindi Somaini risponde ad un’obiezione che per inciso avevo avanzato (che quella delle monete fiscali sarebbe comunque una strategia sovranista), dicendo che:

Somaini. “quello delle monete fiscali sarebbe tutt’al più un sovranismo moderato e costruttivo. A me poi non disturba affatto la sovranitá democratica. Al contrario! Mi disturba l’enfasi dei sovranisti sul ritorno alla forma dello stato nazionale: forma a mio avviso inadeguata ai problemi che si trovano sul tappeto e di cui abbiamo giá visto a sufficienza gli effetti tremendi cui puó condurre. Come direbbe mia figlia: «Ma anche no»”.

Ed a Buffagni, sulla stessa linea:

Somaini. “i conflitti ci sono certamente comunque, ma diciamo che la storia del Novecento (e non solo) ha mostrato a mio parere a sufficienza che gli stati nazionali tendono ad alimentare facilmente i nazionalismi, i quali sono benzina sul fuoco di tutti i potenziali conflitti. La vicenda jugoslava, pur con tutte le sue specificitá prettamente balcaniche, mostra bene cosa potrebbe succedere con il ritorno forte dei sovranismi nazionali”.

Una obiezione alla quale ho risposto:

Visalli. “Non credo che qualcuno, salvo pochi non consapevoli dei problemi, intenda il ritorno alla forma dello stato nazionale nella forma ottocentesca. Ma come dice Roberto la vecchia retorica (portata dai circoli liberali intorno agli anni dieci e venti in contrasto con l’insorgere del welfare) della nazione= guerra è semplificatoria, ed era connessa con la transizione imperiale ormai definita. La guerra la fanno tutti e non la fa necessariamente nessuno. Ciò che è inadeguato ai problemi che abbiamo sul tappeto è decidere in pochi ed al chiuso delle stanze (o nelle colazioni di lavoro la mattina di decisioni cruciali). Dunque noi abbiamo bisogno di sovranità popolare e democratica, e questa si articola in un complesso insieme di istituzioni, regole, tradizioni e luoghi che non si riproduce in vitro per decisione. Sovranità popolare che, al contrario di quella ‘dei mercati’, richiede anche una relazione affettiva e quindi un certo grado di coesione e capitale sociale. Per ora ciò accade nelle vecchie nazioni. Poi sulla jugoslavia ci sarebbe da parlare….

Non so se hai letto il libbricino di Kayek del 1939, ma il ragionamento che fa è piuttosto illuminante, anche nel suo schematismo.

Tra l’altro in base a questa logica: stato=guerra, non dovresti volere neppure lo stato europeo, dato che è abbastanza evidentemente un’arma rivolta contro la Cina e forse la Russia. Se il nazionalismo incorpora una contrapposizione, e questa può scivolare nella guerra, il nazionalismo europeo (ben rappresentato da alcune esternazioni di Prodi, ad esempio) non farebbe eccezione. Servirebbe per costituire un polo di potenza in chiave del confronto con il potere emergente orientale, al fine di contenerlo ed alla fine sconfiggerlo”.

Somaini replica in questo modo:

Somaini. “Torno brevemente su un’osservazione di ieri di Roberto Buffagni sul fatto che all’Europa manca una legittimazione che si fondi su un elemento di tipo ‘sacrale’ (anche laicamente inteso). E’ vero. Le costruzioni politiche, e a maggior questa sorta di nuovo Impero che potrebbe essere l’Europa, hanno bisogno di questa legittimazione. Hanno necessità di riconoscersi in una visione o un’ideologia che ne giustifichi e ne legittimi l’esistenza. Questa Europa di burocrati e di tecnocrazie è invece diventata arida: non suscita speranze, non scalda i cuori di nessuno. Peggio: accentua diseguaglianze, alimenta risentimenti e rancori. L’Europa non può esistere senza l’Europeismo, cioè senza una visione di pace, di democrazia e di solidarietà, che diventi l’anima ideologica dell’idea europea, e che conferisca forza, vigore, e perfino, in un certo qual modo, sacralità al progetto dell’Unione. L’Europa che si è costruita dopo Maastricht ha finito, a mio vedere, per tradire se stessa, cessando di essere europeista, e perdendo con ciò il suo ‘ubi consistam’ ideale (e il senso della propria missione storica). Ma la soluzione a questa ‘impasse’ non può essere quella del ritorno agli ‘Stati nazionali’ ed alle ideologie sovraniste. Quella infatti è a mio vedere una risposta profondamente sbagliata e pericolosa, che ripropone recinti identitari che potrebbero facilmente diventare dei nuovi inquietanti nazionalismi (e già se ne vedono i segni). La risposta dovrebbe invece essere quella di riproporre il senso e le ragioni di un vero europeismo democratico e socialista, come fondamento del progetto europeo. Certo: c’è la gabbia infernale degli attuali europei: trattati che oggi sono il vero nemico del progetto europeista. E’ chiaro che quella gabbia costituisce un problema. Ma esistono, come cercavo di argomentare ieri, anche delle vie per cercare di farla saltare.”

Al quale Buffagni ha ulteriormente replicato:

Buffagni. “Le guerre balcaniche sono state provocate da una serie di fattori: fine di Yalta + incoraggiamento alla secessione della Jugoslavia da parte di Germania e Vaticano prima, USA poi, che si sono inseriti nella dinamica secessionista per impiantarsi solidamente nei Balcani, creando lo stato del Kosovo e costruendovi la base di Camp Bondsteel. La dinamica delle guerre balcaniche non dimostra affatto la pericolosità dello stato nazione in quanto tale, dimostra semmai un’altra cosa: che è molto difficile tenere insieme uno stato multiculturale. Dopo tre generazioni di convivenza pacifica garantita dall’egemonia della Serbia e dal comando del Maresciallo Tito, popolazioni a cui le istanze autorevoli insegnavano da sempre la fraternità socialista, l’arretratezza oscurantista delle religioni, etc., si sono divise lungo le linee etniche e religiose, massacrandosi in modo atroce. In questo massacro, l’unica colpa che ha lo Stato nazionale jugoslavo è quella di non aver retto all’urto esterno di chi, per interessi suoi, ne ha promosso la frammentazione. Con quanto precede non intendo dire che lo stato nazionale sia carino e coccoloso. Lo Stato, per sua natura e funzione primaria, è una macchina da guerra. Fa eccezione la UE, perchè la UE NON è uno Stato, nè mai, a mio avviso, lo diventerà”.

E Somaini:

Somaini. “l’affermazione per cui gli Stati (tutti gli Stati) sarebbero per loro natura e definizione delle macchine da guerra mi pare apodittica e troppo asseverativa. È un’affermazione di tipo teorico astratto, mentre esistono diversi esempi storicamente concreti che potrebbero dimostrare il contrario. Si possono perfino trovare casi di stati multiculturali, che hanno retto assai bene alla prova del tempo (e anche all’avvento di forme di governo di tipo democratico e a suffragio universale, che secondo lei sarebbero invece incompatibili con il multiculturalismo). Non c’è nemmeno da andare molto lontano per trovare degli esempi: basta pensare alla Svizzera (in cui hanno trovato modo di convivere lingue diverse e religioni diverse). Quanto all’esempio jugoslavo, avevo chiarito anch’io, nel mio post in cui lo evocavo, che esso aveva delle sue peculiaritá balcaniche. Quindi so bene che quella é stata una vicenda molto particolare. Resta il fatto che la scelta sovranista delle repubbliche jugoslave (quali ne fossero le ragioni e le forze interne ed esterne che la determinarono) non mandó semplicemente in fumo un progetto di stato multietnico che pure aveva una sua lunga storia ideale, ma non tardó poi a scatenare anche delle spinte nazionalistiche irrazionali, furibonde ed incontrollabili, con esiti, come sappiamo, devastanti. L’eventuale dissoluzione dell’Unione europea (che potrebbe non dispiacere ad altre grandi potenze) potrebbe conoscere analoghe torsioni degenerative. Il progetto europeo del resto é nato a suo tempo con l’idea di creare uno spazio continentale di pace e di solidarietá (l’Europa socialista di cui parlava Willy Brandt, e di cui si ragionava nel manifesto di Ventotene). Oggi quel progetto é certamente messo in crisi (soprattutto sul versante della solidarietá) dall’Europa dei tecnocrsti uscita dai tratti di Maastricht e Lisbona (e pure di Dublino). Ma nulla ci assicura che il ritorno a stati nazionali pienamente sovrani ci preservi da esiti di tipo jugoslavo, che potrebbero finire per mettere in crisi il progetto europeista anche sul versante della pace. Esistono altre vie, a mio vedere, per cambiare l’Europa”.

Su questo snodo si spende l’ultima parte della conversazione:

Buffagni. “Grazie della replica articolata. La mia affermazione che gli Stati sono macchine da guerra è, più che teorica, principiale, nel senso che la funzione principiale dello Stato è la difesa (e dunque anche l’offesa). Poi si possono verificare situazioni nelle quali, grazie a Dio o di solito grazie alla costellazione storica presente, dello Stato come macchina da guerra non c’è bisogno, se non nel suo aspetto di detentore del monopolio della forza al proprio interno. Uno Stato privo dei mezzi di difesa e offesa sufficienti viene difeso da un altro Stato, vale a dire che gli è subordinato, perchè chi ti protegge ti è sovraordinato; come in effetti è accaduto all’intero continente europeo dopo la IIGM: la pace europea del dopoguerra è stata garantita dall’equilibrio tra USA e URSS, e punto. La creazione di uno spazio continentale di pace e solidarietà è un bel programma al quale tutti aderiremmo volentieri, ma nella realtà effettuale non vedo come realizzarlo, se non recidendo alla radice il conflitto in quanto tale, cosa che non ritengo possibile. Personalmente credo che gli Stati nazionali europei non abbiano le dimensioni sufficienti per diventare ‘uno spazio di pace’, perché non sono in grado di assicurare la propria difesa. La creazione di spazi maggiori è pertanto la benvenuta, a patto che questi spazi maggiori siano vitali. Perchè lo siano ci vogliono tante condizioni, ma la prima condizione necessaria è l’omogeneità culturale; e in Europa ci sono almeno tre Europe. L’integrazione dell’intero continente europeo in uno Stato federale vero e proprio sarebbe astrattamente auspicabile, ma nella realtà non la vedo realizzabile. Mancano, sul piano della legittimità, gli elementi base. Oggi, l’unica forma di legittimità universalmente accettata in Europa è la legittimazione democratica, che implicherebbe la rappresentazione di interessi e culture così diverse, in Europa, da trasformare il processo decisionale in una interminabile e paralizzante riunione di condominio. Sul piano dell’effettualità, non c’è la motivazione essenziale della creazione di una unità politica, che è il nemico comune. Chi è il nemico comune d’Europa?”


Al consenso di Somaini all’ultima affermazione di Buffagni segue questo mio intervento:

Visalli. “Il like di Francesco Somaini alla spiegazione ‘realista’ di Roberto Buffagni (dove all’opposto si sarebbe entro un quadro idealista) sembra prefigurare un qualche piano di intesa sul quale iniziare a capirsi. Il progetto europeo a lungo un nemico lo ha avuto, ed era un nemico insieme esterno ed interno, sia il primo sia il secondo poco dichiarati per ragioni di opportunità (l’Urss e i movimenti comunisti). Parte non trascurabile dell’iniziale opposizione dei movimenti comunista e socialista ai primi passi del progetto europeo erano definiti in questo quadro oppositivo. Ma dal ’89 (con un percorso che avvia qualche anno prima e vede uno snodo nel tentativo del compromesso storico, seguito anche allo choc cileno) il nemico comune diventa meno chiaro mentre, al contempo, il dominio Usa si rafforza. Agli americani, apparentemente senza alcuna alternativa, che annunciano la fine della storia viene demandato il monopolio della forza mentre gli europei, renitenti ad essa (anche economicamente), si concentrano sul nemico interno (mai dimenticato) che si può finalmente liquidare in via definitiva e su quella che Kagan chiama la ‘strategia dei deboli’: dire che la forza è superata e si deve governare il mondo attraverso leggi e regole. Attraverso queste si intravede il nuovo nemico comune esterno, ed è proprio l’egemone. Il progetto europeo post Maastricht, se ha un senso geopolitico, trova chiarezza nella speranza di inibire la forza militare, che non si ha, attraverso un cambio di gioco e per questa via ricostruire la vecchia grandezza. La Unione Europea sarebbe allora (Huntington) una reazione contro l’egemonia americana, paradossalmente facendo a meno della geopolitica e sottraendogli la legittimazione. Se chi possiede un martello vede solo chiodi, chi ha solo cacciaviti vede solo quelle. Questa interpretazione getta anche una luce diversa e meno accidentale sullo scontro per le bilance commerciali, e sulla estroflessione europea che è una forma di guerra con altri mezzi ed effettivamente scava dentro la potenza americana, riducendone la sostenibilità.”

E quindi la formazione di una piccola area di consenso nella discussione, da parte di Somaini:

Somaini. “ci sono molti spunti condivisibili in questo ragionamento. E i problemi sono certamente ben chiari. Ma personalmente non vedo alternative auspicabili all’ipotesi di lavorare per un’Europa democratica e solidale (cioè per quello che potremmo anche chiamare come una sorta di sovranismo di tipo europeo). La prospettiva di un ritorno agli stati nazionali non mi pare infatti convincente: sia perchè il mondo contemporaneo pone problemi la cui soluzione travalica decisamente la piccola dimensione dello stato-nazione, sia perchè un’Europa di stati nazionali potenzialmente rivali (e contesi tra gli interessi di grandi potenze rivali) mi pare potrebbe innescare scenari inquietanti (oltre che suscitare derive nazionalistiche pericolose). In realtà io continuo a pensare che quella degli stati nazionali europei (che per vero dire non hanno dato in passato grande prova di sé) sia una forma politica ormai inadeguata: un po’, sarei tentato di dire, come lo furono la gran parte delle piccole signorie castrensi tra XII e XIII secolo; o gli stati cittadini italiani e fiamminghi del XIV, o molti stati regionali dell’Occidente tra XV e XVI. Per costruire un’Europa credibile servono però dei veri partiti europei; e poi occorre andare al di là della gabbia degli attuali trattati (che stanno spegnendo l’Unione e facendo morire l’Europeismo). La qual cosa può forse avvenire anche con qualche piccolo escamotage (come ad esempio le monete fiscali).”

Al quale a margine rispondo, rischiando temerariamente il confronto con uno specialista (Somaini è uno storico del periodo tra medioevo e rinascimento):

Visalli. “che una forma storica sia ‘inadeguata’ all’assetto di potenza del tempo (di questo parliamo con i tuoi esempi, no?) lo si può dire solo con il senno di poi. Le battaglie devono prima essere combattute e vinte (o perse). Altra ipotesi porta ad un determinismo storico di sapore ottocentesco nel quale non credo oggi possiamo credere.”

E Buffagni, che concorda:

Buffagni. “Come espone Alessandro Visalli, col quale concordo, e come d’altronde sostenevano gli europeisti della ‘Europa-potenza’ più coerenti benchè un po’ pazzoidi, il nemico principale dell’Europa-Potenza è, oggettivamente, gli USA, e su questo fatto proprio non ci piove, perché la IIGM ha segnato la definitiva sconfitta di tutte le potenze europee, pure le vincitrici quali Gran Bretagna e Francia. Questo è il fatto nudo e crudo, un fatto nudo e crudo identico al fatto nudo e crudo che il nemico dell’unificazione italiana fu l’Impero austriaco. Non per caso, infatti, alcuni intelligenti europeisti fautori a tutti i costi dell’Europa-Potenza sono comunque e in ogni caso favorevoli a euro e UE, pur condividendo le critiche ad essi e pur scontandone gli enormi limiti, perché li ritengono un possibile nocciolo di una futura Festung Europa. Tra costoro, ad esempio, il cofondatore di Terza Posizione Gabriele Adinolfi, guardia d’onore Benito Mussolini. Mi intenda bene: con questo non voglio dare del fascista o del nazista a lei o a nessuno, segnalo una interessante coincidenza di posizioni. Se vuole la mia posizione personale, è la seguente. La UE, nonostante i suoi fondatori europei (non quelli americani) la intendessero come lievito per una ripresa di autonomia dell’Europa, ha invece obbedito alla sua logica, divenendo il principale fattore di paralisi e neutralizzazione politica dell’intero continente europeo. Quindi prima sgretolare la UE, con una inevitabile ripresa di autonomia degli Stati nazionali, e sfruttando la finestra di opportunità che ci presentano gli USA di Trump; poi si apre la stagione della grande politica, nella quale, se ci si riesce, nuove alleanze europee possono nascere, anche con la creazione di nuovi Stati confederali e federali.”

Somaini sul mio intervento:

Somaini. “non è solo una questione di assetti di potenza o di rapporti di forza geo-strategici o geo-militari (che pure ovviamente contano). E’ anche questione di adeguatezza delle diverse forme politiche alle sfide poste da un determinato contesto storico. Le piccole signorie di castello erano inadeguate perché implicavano costi di transazione troppo elevati. Lo stesso valeva per gli stati cittadini (che oltre tutto – basta rileggersi Dante – erano spesso incapaci di garantire dei livelli accettabili di pacifica convivenza interna). Gli stati regionali coprivano a loro volta mercati troppo angusti, ed erano a loro incapaci di convivere pacificamente (nonostante tentativi di leghe o politiche dell’equilibrio) … Oggi gli stati nazionali europei non paiono adeguati per fronteggiare in maniera efficace problemi come le sfide climatiche e ambientali, i fenomeni migratori (la cosa mi pare sotto gli occhi di tutti), o anche la necessità di rispondere in modo fattivo ai grandi potentati economico-finanziari … Tutto questo non mi pare determinismo storico. E’ valutare con realismo le situazioni. Del resto non è nemmeno è detto (a dimostrazione che non stiamo proprio ragionando in termini di determinismo) che il progetto europeo sia destinato ad affermarsi. Tutt’altro. Ma il punto è proprio questo: la battaglia politica che merita a mio avviso di essere combattuta è proprio quella di rilanciare l’idea di Europa (oggi messi in crisi dagli stessi trattati). Non quella di mandare tutto quanto a monte.”

Posizione alla quale oppongo:

Visalli. “…Sempre che non sia proprio il progetto europeo, per come si è costruito in risposta alle sfide che aveva davanti ed al clima storico-ideologico nel quale ha trovato forma, ad essere di ostacolo alla soluzione dei problemi con radice esterna ed impatti interni. Premesso che l’argomento verso l’inadeguatezza è tutto senno di poi (se le leghe non tennero era perché non potevano farlo o è solo andata così?), quel che al momento appare sicuramente inadeguato è proprio il superstato europeo, che sta divaricando ed esasperando i conflitti e neutralizzando la capacità di coordinamento.”

Questa lunga discussione, sviluppata su più giorni determina alla fine un punto di addensamento del consenso:

Buffagni:

Buffagni. “Faccio una proposta ecumenica: possiamo accordarci sul fatto che la UE è un errore, e aprire dibattito e dissensi sul come rimediarlo?”

Somaini:

Somaini. “Concordo sulla proposta ecumenica. Del resto io non dico affatto che l’Europa così com’è mi sta bene. Il punto però è poi decidere da che parte vogliamo andare”.

Buffagni:

Buffagni. “Mi fa piacere, l’ecumenismo non è il mio forte ma in questo caso mi sembra molto utile. Perchè invece mi sembra dannoso il discorso sull’ Altra Europa modello Varoufakis & C. Se concordiamo sul minimo comun denominatore UE/errore, si può discutere meglio sul punto davvero importante, che è come uscirne.

E soprattutto la smettiamo di perseverare.

Il passo seguente sarebbe individuare la radice dell’errore. Io nel mio piccolissimo un’idea ce l’ho, questa.

La mia risposta è:

Visalli. “Penso che l’organismo geopolitico Unione Europea, costituito dal Trattato di Maastricht, sia considerato un errore storico da tutti noi. Rimediare ad un simile ‘errore’ è davvero difficile, farlo senza vederlo come tale ancora di più. Temo che la proposta di Francesco sia insufficiente e comunque non potrà passare senza una ridefinizione della mission. Se questa è l’attuale inibizione della democrazia interna e la spinta strategica alla espansione imperiale del capitale europeo (riassumo in questo modo lo sforzo di rendere dominante la finanzia europea -velleitario dopo la brexit- e la grande industria da esportazione) ci sono pochissimi spazi per un’azione orientata nel nostro senso. Se si costruisce un’altra mission (e non si può passare se non da una rimessa in questione del dominio del discorso neoliberale e dei suoi effetti), si può cercare di creare uno schema diverso. Poi il tempo dirà (e le lotte)”.

La chiusa, per ora, a Buffagni:

Buffagni. “No, ma dicono che la UE è ‘un compagno che sbaglia’. Non sono d’accordo. La UE è, a mio avviso, un organismo altamente disfunzionale, e per gli Stati mediterranei un vero e proprio avversario politico, il principale, perché sopravvive succhiando risorse dai deboli per darle non ai forti, ma ai meno deboli. Chiarisco: se gli Stati europei meno deboli fossero forti, se cioè fossero in grado di portare effettivamente a termine l’unificazione politica d’Europa, il gioco potrebbe valere la candela come valse la candela l’unificazione italiana (a lungo termine) anche per gli Stati meridionali”.

Se valse la candela, e quanto questa è costata, sarebbe un altro discorso, ma certamente per valerla è stato necessario, sia in Italia, come in Germania e negli USA che il vincitore (rispettivamente Piemonte, Prussia e Stati del Nord) assumesse la responsabilità di ribilanciare l’estrazione di risorse (economiche ed umane) che l’unificazione provocava. Farlo con politiche automatiche (ad esempio la previdenza pagata in comune, o la stessa macchina federale) sia con politiche discrezionali (infrastrutturazione, opere pubbliche, politiche industriali).

Se oggi il Nord Europa vuole botte piena e moglie ubriaca dovrà accettare la crescita del dissenso, con tutto quel che seguirà.

Manca ormai poco tempo.

Del Manifesto politico di Carlo Calenda, di Alessandro Visalli

Del Manifesto politico di Carlo Calenda.

tratto da https://tempofertile.blogspot.com/2018/07/del-manifesto-politico-di-carlo-calenda.html

pubblichiamo queste interessanti considerazioni di Alessandro Visalli con lo scopo di alimentare il dibattito sulle profonde trasformazioni in corso del panorama politico italiano_Giuseppe Germinario

A fine giugno 2018 l’ex Ministro Carlo Calenda ha proposto apparentemente di sua iniziativa la formazione di un’alleanza repubblicana contro i populismi. L’ex Ministro (governi Renzi e Gentiloni), fresco di tessera del Partito Democratico (6 marzo 2018) viene da una carriera di manager (in società finanziarie, nella Ferrari sotto Cordero di Montezemolo e poi come responsabile marketing di Sky) e di funzionario di Confindustria (assistente del presidente con Cordero da Montezemolo dal 2004 al 2008), successivamente entra in politica, ovviamente ancora con Cordero, quando fonda Italia Futura e nel 2013 quando viene candidato in Scelta Civica. Malgrado la sua mancata elezione Letta lo nomina viceministro allo Sviluppo Economico e viene confermato da Renzi inizialmente come viceministro, poi è promosso ministro.

Con un simile curriculum il figlio di un giornalista e di una regista è naturalmente più che titolato a indicare la strada della sinistra liberale che da lungo tempo ha perso le sue radici novecentesche, per ricercarle più indietro. Con il suo “Manifesto politico”, dunque Carlo Calenda lancia il suo guanto di sfida e dopo indimenticabili tentativi come quello di Pisapia si candida a federare le disperse forze della sinistra contro l’orda dei barbari che avanza.

Detto in questo modo è un progetto del tutto velleitario, ma non è l’unico a ragionare sulla rotazione dell’asse politico dal destra/sinistra del novecento al centro/periferia (o all’alto/basso) dell’era populista che si avvia ancora una volta. Lo ha fatto, aiutato in modo decisivo dal sistema elettorale a due turni, il francese Macron (che è il modello di successo dell’area governista), lo vorrebbe fare lo sconfitto Matteo Renzi, dopo la slavina che lo ha travolto insieme a tutta la sinistra italiana (ma anche la destra berlusconiana gli è andata dietro, per non parlare delle microformazioni di centro confindustriale di cui Calenda è espressione). Si tratta dell’ultimo episodio del disgelo che, dopo molti avvertimenti inascoltati, ha mosso la parte inferiore della stratificazione sociale, portandola ad esprimere nelle urne tutta la sua rabbia e il suo risentimento. Nel 2016 abbiamo avuto la Brexit, poi la sconvolgente elezione di Trump, il referendum italiano, le elezioni francesi con la crescita elettorale di Mélenchon e la scomparsa del Partito Socialista, di recente le elezioni tedesche e l’emergere di canditati francamente socialisti in USA nelle importantissime primarie di New York (sulla traccia di Sanders).

In questo quadro a dir poco confuso leggiamo il Manifesto; l’avvio ha respiro e parte con una franca ammissione:

Caro direttore. Dall’89 in poi i partiti progressisti hanno sposato una visione semplificata e ideologica della storia. L’idea che l’avvento di un mondo piatto, specchio dell’Occidente, fondato su: mercati aperti, multiculturalismo, secolarizzazione, multilateralismo, abbandono dello stato nazionale, generale aumento della prosperità e mobilità sociale, fosse una naturale conseguenza della caduta del comunismo si è rivelata sbagliata.

Dall’ammissione di un errore di prospettiva storica, ovvero di aver creduto alla narrazione della destra americana, che voleva nella sconfitta del suo co-egemone ed avversario storico derivarne la conseguenza del totale controllo, ideologico e pratico-materiale, del mondo, consegue un esito che interessa l’oggi.

Oggi l’Occidente è a pezzi, le nostre società sono divise in modo netto tra vincitori e vinti, la classe media si è impoverita, la distribuzione della ricchezza ha raggiunto il livello degli anni Venti, l’analfabetismo funzionale aumenta insieme a fenomeni di esclusione sociale sempre più radicali.

Questa è la base sociale che determina una netta conseguenza politica che si è manifestata in modo evidente in Italia nelle elezioni politiche di marzo.

La democrazia liberale è entrata in crisi in tutto il mondo e forme di democrazia limitata o populista si vanno affermando anche in Occidente. La Storia è prepotentemente tornata sulla scena del mondo occidentale.

Ma Calenda, mentre sembra prendere atto di una discontinuità radicale, non rinuncia egualmente ad una parte essenziale della narrazione di questi anni: anche se bisogna ammettere a denti stretti che l’occidente popolare si è impoverito, però l’altra metà del mondo si è arricchita. Insomma la globalizzazione ha un segno complessivamente positivo, va in direzione del sol dell’avvenire.

Viceversa la globalizzazione ha portato benessere in Asia e in molti paesi emergenti, dove aumentano i divari sociali e culturali, ma in un contesto di crescita generale. Anche all’interno delle società Occidentali la competizione e i mercati aperti hanno portato allo sviluppo di eccellenze produttive e tecnologiche che sono però ancora troppo poche per generare benessere diffuso.

Chi ha letto qualche libro di Branko Milanovic (ad esempio “Mondi divisi”) sa che neppure questo è così semplice: l’ineguaglianza complessiva è in realtà aumentata dagli anni settanta, colpendo molte economie deboli (gli effetti li vediamo nelle migrazioni), mentre è diminuita in alcune aree nelle quali alla manodopera a buon mercato, disponibile a farsi sfruttare dai capitali occidentali in favore dei consumatori occidentali, si è unita a Stati forti in grado di difendersi dal “Washington Consensus” e dai suoi guardiani (FMI e BM). In sostanza in questi anni i paesi già ricchi sono cresciuti poco (ca. 2% all’anno), quelli di mezzo sono calati, quelli deboli sono precipitati e pochi paesi molto grandi (dunque con Stati molto forti) sono cresciuti moltissimo. Ma di questi (in sostanza Cina e India, insieme ad alcune “tigri asiatiche”) soprattutto alcune aree costiere o comunque fortemente interconnesse. Si è avuto, d’altro canto, un vero e proprio crollo dei paesi ex-ricchi non occidentali, in sostanza sono cresciuti sette paesi (Singapore, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Malaysia, Botswana, Egitto) quindi, ovviamente India e Cina, e sono invece declinati molti paesi (Nicaragua, Iran, Angola, Croazia e Serbia, Algeria, Colombia, Argentina, Costa Rica, Messico, Venezuela, Uruguay) per i più vari motivi. Dal punto di vista individuale, invece, sono cresciuti i redditi medio-bassi (in India e Cina soprattutto) e sono calati vistosamente quelli delle classi medie inferiori occidentali, mentre nel decile più ricco i redditi hanno avuto un’impennata. Il mondo, dice Milanovic, ha complessivamente il 77% di poveri, il 7% di classe media e il 16% di “ricchi”.

Insomma, non si tratta di un trionfo neppure sotto questo profilo. Quel che è accaduto è l’effetto di una “grande partita”, un effetto della quale è citato di passaggio nella parte finale del manifesto, che ha visto indebolirsi in modo cruciale le “logiche territorialiste” (Arrighi) di organizzazione del potere, in favore di “logiche capitaliste” che sono rivolte solo all’autoaccrescimento a qualsiasi costo. Questa dinamica si è prodotta per effetto del raggiunto stato di sviluppo delle forze produttive (al termine del cosiddetto “trentennio glorioso” e sulla spinta della decolonizzazione e di altri fattori anche tecnologici) in competizione le une contro le altre e mal contenute dagli involucri statuali che hanno portato a partire dagli ultimi anni sessanta ad una tendenziale riduzione del saggio di profitto per gli investimenti “territoriali”, e quindi al “disimpegno” (Streeck). A questo punto gli agenti economici utilizzando le infrastrutture messe a disposizione dagli Stati e prodotte nella fase precedente di investimento, progressivamente hanno spostato gli investimenti sul terreno finanziario e questo si è espanso in cerca di “terreni vergini” in cui rintracciare occasioni più convenienti (o che possano essere ritenute tali nella trasformazione finanziaria, con gli opportuni strumenti ed artifici, come CDO, strumenti assicurativi, etc.). La fase finanziaria è quindi da considerare una sorta di cura a breve termine per il “ristagno dei capitali” (secondo la dizione di Hicks) e quindi effetto dell’esistenza di una sovrabbondanza di capitali “liberi”. Ma una sovraccumulazione è intrinsecamente instabile e porta a continue tendenze al crollo, fino a che, secondo la ricostruzione storico-economica di Arrighi, nel “sistema-mondo” non interviene nuovamente la “logica territorialista” ad assorbirli (spesso nelle spese del sistema militare-industriale). Ma perché questo accada è necessario che si riformi un “ordine mondiale”, e al momento questa è la posta del gioco. Secondo questo schema idealtipico Trump sarebbe il primo segnale di una inversione di logica (in questo senso un accenno anche nella recente intervista a Kissinger).

Fino a che non ci sarà un accumulo di forze preminente la fase resterà instabile: da una parte un declinante network globalista (ad occhio costituito da grandi banche, istituzioni di regolazione, reti professionali e agenzie di servizio, alcune decine di migliaia di grandi imprese, potenti think thank massicciamente finanziati, molti media e professionisti del settore, molti politici), e dall’altra un raggrumarsi ancora frammentario e contraddittorio di interessi e desideri.

Il nostro fa parte sicuramente, per formazione, frequentazioni ed inclinazione, del primo, ma vorrebbe anche raccogliere parte della forza che si sta addensando nel secondo polo. Il Manifesto è espressione di questo tentativo.

Ma torniamo a noi; stringendo lo sguardo, per Calenda:

L’Unione Europea è figlia di una fase “dell’Occidente trionfante” da cui ha assunto un modello di governance politica debole, lenta e intergovernativa. L’Eurozona al contrario ha definito una governance finanziaria rigida ispirata da una profonda mancanza di fiducia tra “Sud e Nord”, incapace di favorire la convergenza, gestire gli shock senza scaricarli sui ceti deboli e promuovere la crescita e l’inclusione. Tutte queste pecche sono frutto di scelte degli Stati membri e non della Commissione Europea o dell’Europa in quanto tale.

Non è chiaro cosa sia “l’Europa in quanto tale”, ma la descrizione è sostanzialmente corretta, salvo che la descrizione della scelta è senza soggetto, non sono certo “gli Stati” che hanno scelto, ma una specifica coalizione sociale ed economica che ha governato le scelte dell’Unione e dei suoi principali stati membri ed era rappresentata in Italia dai partiti della seconda Repubblica che hanno perso il 4 marzo. Senza compiere questa analisi, che avrebbe fornito il necessario punto di vista, per condurre una proposta realmente discontinua Calenda passa a guardare direttamente il quadro politico che vorrebbe federare:

La crisi dell’Occidente ha portato alla crisi delle classi dirigenti progressiste che hanno presentato fenomeni complessi, globalizzazione e innovazione tecnologica prima di tutto, come univocamente positivi, inevitabili e ingovernabili allontanando così i cittadini dalla partecipazione politica.

Sembrerebbe che con questa sottolineatura si iscriva nella lunga schiera di chi accusa l’involuzione tecnocratica, espressamente teorizzata negli anni novanta (ad esempio da La Spina e Majone in “Lo stato regolatore”) o temuta (ad esempio da Robert Dahl in uno dei suoi ultimi interventi, o da Peter Mair nel suo ultimo libro postumo). In realtà non lo fa, perché non spiega perché le classi dirigenti, trovandosi bene in esse, hanno presentato come inevitabili e positivi fenomeni nei quali alcuni (loro) vincevano e altri (la maggioranza) perdeva. E perché per farlo hanno cercato per anni di ridurre la democrazia con dispositivi tecnici maggioritari la cui funzione principale non era l’efficienza, ma la possibilità di ricevere una delega da minoranze fattesi maggioranze per opera della legge, da ultimo il 4 dicembre. Ma da qui va ancora più in fondo:

Allo stesso modo l’idealizzazione del futuro come luogo in cui grazie alla meccanica del mercato e dell’innovazione il mondo risolverà ogni contraddizione, ha ridotto la narrazione progressista a pura politica motivazionale. Il risultato è stato l’esclusione del diritto alla paura dei cittadini e l’abbandono di ogni rappresentanza di chi quella paura la prova. I progressisti sono inevitabilmente diventati i rappresentanti di chi vive il presente con soddisfazione e vede il futuro come un’opportunità.

Come sostengono in molti (ad esempio Luca Ricolfi) quelli che chiama “i progressisti” (non nominandoli come “sinistra”) hanno ristretto la propria base ai soli vincenti della globalizzazione, chi vive bene nelle grandi città, è interconnesso e soddisfatto, e quindi vede il mondo con ottimismo. Ma questi sono una piccola minoranza e diminuiscono sempre di più (per una semplice analisi sociologica si veda Bagnasco “La questione del ceto medio”).

Ed allora?

I prossimi 15 anni saranno probabilmente tra i più difficili che ci troveremo ad affrontare da un secolo a questa parte, in particolare per i paesi occidentali.

La sfida si giocherà da oggi al 2030. In questa decade le forze del mercato, della demografia e dell’innovazione porteranno a una drammatica collisione a meno di non correggerne e governarne la traiettoria. L’invecchiamento della popolazione porterà il tasso di dipendenza tra popolazione in età lavorativa e popolazione in età pensionistica vicino al rapporto di 1 a 1. Ciò avrà due conseguenze rilevanti: l’insostenibilità dei sistemi pensionistici e la diminuzione strutturale del tasso di crescita delle economie. Negli ultimi 65 anni infatti un terzo della crescita è derivata dall’aumento della forza lavoro. L’effetto potenzialmente positivo su stipendi e occupazione della riduzione di forza lavoro (meno persone dunque più domanda e meno offerta) sarà controbilanciata, dall’automazione. Ad un aumento della produttività derivante dall’innovazione tecnologica vicino al 30 per cento entro il 2030, corrisponderà la scomparsa del 20-25 per cento dei lavori che esistono oggi. L’aumento della produttività e la diminuzione dei posti di lavoro non si distribuiranno in modo omogeneo nei diversi settori. Le nuove professioni che si svilupperanno con l’innovazione saranno in grado di coprire i posti di lavoro perduti solo se politiche pubbliche adeguate verranno messe immediatamente in campo.

Se ciò non accadrà aumenteranno le diseguaglianze tra categorie di lavoratori e lo squilibrio tra salari e profitti.

Questa analisi in molte forme diverse sta diventando mainstream (naturalmente nei dettagli e nelle soluzioni si nascondono le differenze, oltre che nella diagnosi delle cause), l’abbiamo appena letta da The Guardian (che è un poco come dire da La Repubblica inglese).

Anche per Calenda la situazione è dunque ad un turning point: la velocità e la magnitudo del cambiamento sarà tale da assomigliare alla crisi che descrive Carl Polanyi nel suo capolavoro (“La grande trasformazione”).

Il cambio di paradigma economico avverrà ad una velocità mai sperimentata nella Storia. Le nostre democrazie, colpite da una gestione superficiale della globalizzazione, non possono sopravvivere a un secondo shock di dimensione molto superiori. Lo scenario che abbiamo sopra descritto richiederà un impegno diretto dello Stato in una dimensione mai sino ad ora sperimentata.

Come accadde allora, anche per Calenda, il desiderio di protezione delle masse sconvolte e minacciate dalla paura richiederà l’intervento dello Stato (nell’intervallo tra le due guerre lo abbiamo avuto in forme diverse in USA e UK, in Germania e Italia, in Russia).

Da qui si passa alla cronaca:

L’Italia anello fragile, finanziariamente e come collocazione geografica, di un occidente fragilissimo, è la prima grande democrazia occidentale a cadere sotto un Governo che è un incrocio tra sovranismo e fuga dalla realtà.

E quindi si passa alla parola d’ordine. Si passa alla missione di federare le forze:

Occorre riorganizzare il campo dei progressisti per far fronte a questa minaccia mortale. Per farlo è necessario definire un manifesto di valori e di proposte e rafforzare la rappresentanza di parti della società che non possono essere riassunti in una singola base di classe.

Un’alleanza repubblicana che vada oltre gli attuali partiti e aggreghi i mondi della rappresentanza economica, sociale, della cultura, del terzo settore, delle professioni, dell’impegno civile. Abbiamo bisogno di offrire uno strumento di mobilitazione ai cittadini che non sia solo una somma di partiti malandati e che abbia un programma che non si esaurisca, nel pur fondamentale obiettivo di salvare la Repubblica dal “sovranismo anarcoide” di Lega e M5s.

Dunque quel che Calenda propone è una alleanza interclassista che superi il partito classista (dall’alto) al quale si è da poco iscritto e che abbia l’ambizione di sottrarre lo spazio di difensori del popolo interpretata dalle forze emerse come vincitrici dal voto. Quelle forze contro le quali si è alzata, forte, la reazione della difesa di classe sotto vesti europeiste ed interpretata dal Presidente (lo abbiamo commentato qui), ma che poi hanno dato comunque forma ad un governo con profonde differenze. In estrema sintesi la mia opinione è, diversamente da Calenda, che il paese il 4 marzo si sia spaccato su una linea che attraversa le sue borghesie e, insieme, che lo attraversa geograficamente. Si è manifestata la defezione che covava da tempo di parte della borghesia nazionale verso quella componente della borghesia coinvolta più profondamente con il modello economico mercantilista, e rivolto alla competizione per acquisire quote di mercato estero, che è contemporaneamente sotto attacco da parte del vecchio acquirente di ultima istanza americano. Peraltro la precisa coincidenza di un attacco a fondo alla logica mercantilista, condotto da Trump, e della defezione della borghesia nazionale da questa in ultima analisi danneggiata è davvero singolare. Quella che al momento governa il paese con un consenso che sfiora il 60% è una strana coalizione che va: dalle Piccole e Medie Imprese, impegnate nel mercato interno e poco interconnesse con i mercati globali; ai professionisti che con tale mondo e con quello delle famiglie borghesi intermedie sono legati; agli operai e impiegati di detti settori; ai precari e, infine, alla parte più attenta dei disoccupati. Resta fuori da questa coalizione: la parte meno attenta e più disperata, che va sull’astensione; la media borghesia tutelata e parte del mondo dei pensionati più abbientil’alta borghesia e la grande industria internazionalizzata con parte dei suoi lavoratori che rappresentano l’aristocrazia del lavoro. Gli ultimi strati continuano a garantire il loro sostegno ai partiti tradizionali, impegnati nel progetto mondialista ed europeo, ma ormai si dividono più o meno un 40-45% del Parlamento e almeno una decina di punti in meno nel paese.

Certo, questa coalizione “populista” (che in realtà unisce due populismi molto diversi) è come l’acqua e l’olio, instabile e contraddittoria: gli interessi degli uni, PMI e professionisti, in quanto datori di lavoro debole, potenzialmente sono in aperto conflitto con quegli degli altri, operai e precari, bisognosi di sostegno per recuperare forza negoziale.

In questa potenziale frattura tra la protezione sociale e la protezione individualista Calenda pensa probabilmente di potersi inserire, recuperando spazi di consenso, anche oltre la “coalizione della rendita” evocata abbastanza chiaramente dal Presidente Mattarella nel suo discorso (vedi “Post-democrazia e crisi italiana”). Pensa in sostanza di ripetere in forma diversa l’operazione, fatta da Salvini, di saldare un più largo consenso a partire dall’egemonia di alcuni interessi e di una cultura ben radicata nella piccola borghesia con inclinazioni nazionaliste. Quindi di riaggregare i ceti popolari che sono sfuggiti ai Partiti di centro europeisti intorno ad una operazione egemonizzata questa volta da quella “coalizione della rendita” che Mattarella vuole mobilitare dall’alto. Una operazione politica, quindi, che parli sì di protezione e che recuperi l’interesse nazionale solo nei limiti compatibili con i processi di accumulazione resi possibili dai mercati aperti e dal processo di integrazione europeo.

Si tratta di un compito realisticamente impossibile: l’apertura implica messa in competizione e questa determina necessariamente la retrocessione dei diritti e delle garanzie accumulate a partire dal primo “momento Polanyi” nella prima parte del novecento. Ciò almeno per qualche decennio e fino a che la maggior parte degli abitanti del mondo non si sia incontrata a mezza strada con il primo miliardo (come arriva onestamente ad ammettere Branko Milanovic nel suo ultimo libro “Ingiustizia globale”). È chiaro che la prospettiva di Milanovic pone insormontabili problemi sia di tenuta democratica, dato che la rivolta continuerà, sia di tenuta ecologica, ma la soluzione di Calenda è di gran lunga al di qua del necessario.

Calenda non sembra voler prendere atto che non si può avere insieme la conservazione delle élite estrattive, alle quali è legato, e la protezione dei perdenti che queste naturalmente producono. Per dare gambe a questo inane tentativo delinea quindi un programma fin troppo dettagliato per un “Manifesto”:

Le priorità di questo programma sono:

Tenere in sicurezza l’Italia. Sotto il profilo economico e finanziario: occorre chiarire una volta per tutte che ogni riferimento all’uscita dell’Italia dall’euro ci avvicina al default. Deficit e debito vanno tenuti sotto controllo, non perché ce lo chiede l’Europa ma perché è indispensabile per trovare compratori per il nostro debito pubblico.

Sotto il profilo della gestione dei flussi migratori proseguire il “piano Minniti” per fermare gli sbarchi. Accelerare il lavoro sugli accordi di riammissione e gestione dei migranti nei paesi di transito e origine secondo lo schema del “Migration Compact” proposto dall’Italia alla UE. Creare canali di ingresso regolari e selettivi.

Occorre infine ribadire con forza la nostra appartenenza all’Occidente, all’alleanza atlantica e al gruppo dei paesi fondatori dell’Ue, come garanzia di stabilità, sicurezza e progresso.

L’architrave è posto all’inizio, senza mettere in questione la finanziarizzazione dell’economia e dunque le sue “formazioni predatorie” (definizione di Saskia Sassen), e restando ben allineati con l’egemone sfidato, la gestione dell’immigrazione appare solo una concessione allo spirito populista. In un altro quadro potrebbe essere un elemento di una strategia di riequilibrio tra lavoro e capitale indispensabile per riattrarre valore nella società.

Proteggere gli sconfitti. Rafforzando gli strumenti come il reddito di inclusione, nuovi ammortizzatori sociali, le politiche attive e l’apparato di gestione delle crisi aziendali in particolare quando causate dalla concorrenza sleale di paesi che usano fondi europei e i vantaggi derivanti da un diverso grado di sviluppo per sottrarci posti di lavoro.

Approvare il salario minimo per chi non è protetto da contratti nazionali o aziendali.

Allargare ad altri settori fragili il modello del protocollo sui call-center per responsabilizzare le aziende e impegnarle su salari e il no a delocalizzazioni.

Alcune misure sono opportune, ma non a caso nella scelta tra reddito paternalisticamente concesso nei limiti della “inclusione” e gli schemi di lavoro garantito che sono portati avanti nelle componenti più consapevoli della sinistra socialista, sceglie decisamente la soluzione compatibile con l’impostazione liberista (proposta anche dallo stesso Milton Friedman).

Investire nelle trasformazioni, per allargare la base dei vincenti, su infrastrutture materiali e immateriali (università, scuola e ricerca). Finanziare un piano di formazione continua per accompagnare la rivoluzione digitale. Proseguire il piano impresa 4.0 e portare a 100.000 i diplomati degli Istituti Tecnici Superiori. Implementare la Strategia Energetica Nazionale e velocizzare i 150 miliardi di euro previsti per raggiungere i target ambientali di CoP21. Aumentare la dotazione dei contratti di sviluppo e del fondo centrale di Garanzia per ricostituire al Sud la base industriale che serve per rilanciarlo. Rivedere il codice degli appalti per velocizzare le procedure di gara. Mantenere l’impegno sulla legge annuale per la concorrenza. Prevedere un meccanismo automatico di destinazione dei proventi della lotta all’evasione fiscale alla diminuzione delle tasse, partendo da quelle sul lavoro.

Da questo punto il quadro dell’ispirazione ideologica si chiarisce: non si esce dallo schema della “terza via”, si tratta di superare una crisi determinata dall’indebolimento dei rapporti di forza sociali e dalla debolezza della domanda che ne consegue, intervenendo solo a livello individuale, in continuità con le politiche liberiste, con riduzioni delle tasse e politiche dell’offerta.

Promuovere l’interesse nazionale in UE e nel mondo. Riconoscendo che non esistono le condizioni storiche oggi per superare l’idea di nazione. Al contrario abbiamo bisogno di un forte senso della patria per stare nel mondo e in UE. Partecipando al processo di costruzione di una Unione sempre più forte, in particolare nella dimensione esterna (migrazioni, difesa, commercio), tra il nucleo dei membri storici ma ribadendo la contrarietà all’inserimento del fiscal compact nei trattati europei e all’irrigidimento delle regole sulle banche. Promuovere la rimozione dei limiti temporali sulla flessibilità legata a riforme e investimenti approvata sotto la Presidenza italiana della UE. Sostenere la conclusione di accordi di libero scambio per aprire nuovi mercati al nostro export, ma mantenere una posizione intransigente sul dumping rafforzando clausole sociali e ambientali nei trattati.

La contraddizione che deriva dal voler tenere insieme, sotto egemonia dall’alto, interessi contrapposti si manifesta in sommo grado in questo passaggio, nel quale l’astuto richiamo del concetto di nazione e financo di patria è reso incongruamente funzionale alla “costruzione di una unione sempre più forte”, con determinazione di elementi essenziali di politica estera (e dunque di posizionamento nella distribuzione delle risorse e nella tutela differenziale dei diversi settori e attori) in comune. Calenda non sembra assolutamente comprendere che la capacità di perseguire i propri interessi implica la tutela di uno spazio di indipendenza proprio nella politica estera e di difesa; non esistono politiche neutre.

Ancora più contraddittoria la pretesa di aprire gli accordi di “libero scambio” e contemporaneamente non farlo, per “mantenere una posizione intransigente sul dumping”. Il mondo è un luogo nel quale le regolazioni e le condizioni materiali sono enormemente diverse. Metterlo in contatto senza filtri significa fare scambio “libero”, non farlo significa “proteggersi”. Calenda sceglie il primo, ma se ne vergogna e cerca di coprirlo con qualche retorica a poco prezzo.

Conoscere. Piano shock contro analfabetismo funzionale. Partendo dalla definizione di aree di crisi sociale complessa dove un’intera generazione rischia l’esclusione sociale. Estensione del tempo pieno a tutte le scuole. Programmi di avvio alla lettura, lingue, educazione civica, sport per bambini e ragazzi. Utilizzo del patrimonio culturale per introdurre i bambini e i ragazzi all’idea, non solo estetica, di bellezza e cultura. E’ nostra ferma convinzione che una liberal democrazia non può convivere con l’attuale livello di cultura e conoscenza. L’idea di libertà come progetto collettivo deve essere posta nuovamente al centro del progetto di rifondazione dei progressisti.

Qui siamo esattamente al “istruzione, istruzione, istruzione” di Tony Blair.

Il crocevia della Storia che stiamo vivendo alimenta paure che non sono irrazionali o sintomo di ignoranza. Abbiamo davanti domande epocali a cui nessuno può pensare di dare risposte semplicistiche.

  • La tecnologia rimarrà uno strumento dell’uomo o farà dell’uomo un suo strumento?
  • lo spostamento di potere verso oriente, conseguente alla globalizzazione innescherà una guerra o avverrà, per la prima volta nella Storia, pacificamente?
  • Le nostre società sono destinate a una stagnazione secolare?

Occorre affermare con forza che la paura ha diritto di cittadinanza. E rifondare su questo principio l’idea che compito della politica è rappresentare, anche e soprattutto, le attuali insicurezze dei cittadini.

La competenza non può sostituire la rappresentanza come l’inesperienza non può essere confusa con la purezza. Questo vuol dire prendersi cura del presente e gestire le transizioni piuttosto che idealizzare il futuro, esorcizzare le paure e affidarsi alla teoria economica e alla meccanica del mercato e dell’innovazione tecnologica, come processi naturali che rendono ogni azione di Governo inutile e ogni processo dirompente inevitabile.

Per fare tutto ciò occorre tornare ad avere uno Stato forte, ma non invasivo che garantisca in primo luogo ai cittadini gli strumenti per comprendere i processi di cambiamento e per trovare la propria strada NEI processi di cambiamento, ma che non butti i soldi pubblici per nazionalizzare Alitalia o Ilva. Stato forte vuol dire burocrazia efficiente e dunque una rivoluzione nel modo di concepire, regolare e retribuire la pubblica amministrazione. L’Italia ha bisogno poi di un’architettura istituzionale che coniughi maggiore autonomia alle regioni con una clausola di supremazia dell’interesse nazionale che consenta di superare i veti locali.

In questo ultimo passaggio dello Stato Forte, ma debole (ovvero non invasivo) e orientato solo a consentire ai cittadini di farsi strada da soli, di trovare ognuno la “propria” strada, è contenuta ancora una volta l’essenza del pensiero liberal che Clinton, Schroder e Blair (appena preceduti da Mitterrand) promossero negli anni novanta. In questi passaggi è manifesta la direzione egemonica che si cerca di rimettere in piedi, un progetto guidato dalla solita borghesia che ce l’ha fatta, che sempre ce la fa, ma con uno sguardo “compassionevole”.

Esiste un altro nemico da battere ed è il cinismo e l’apatia che di una larga parte della classe dirigente italiana. Dai media alla politica, dalle associazioni di rappresentanza agli intellettuali l’idea che ogni passione civile sia spenta e che si possa contemplare “Roma che brucia” con la “lira in mano” godendosi lo spettacolo, è diventata una posa tanto diffusa quanto insopportabile. La battaglia che abbiamo di fronte si vince anche sconfiggendo il cinismo dei sostenitori di un “paese fai da te”.

Si può fare: L’Italia è più forte di chi la vuole debole!

In definitiva ad una prima impressione quella di Calenda può sembrare un’analisi coraggiosa ed un programma riformista forte, ma si tratta solo di una minestra riscaldata. Una minestra senza sapore con un vago colorito anni novanta, nella quale la parola “sinistra” non appare neppure una volta e con buona ragione.

Cosa c’è di credibile in un programma che si vorrebbe a difesa dei meno protetti dalla globalizzazione e contro il governo impolitico dei tecnici e che poi elenca minuziose micropolitiche di cui non lascia intravedere la direzione? Nel quale l’obiettivo appare meramente riattivare lo sviluppo senza andare ad incidere nell’assetto del mondo che questo sviluppo impedisce per i più?

Del resto se l’analisi si svolge, a ben vedere, tutta entro le coordinate culturali del liberismo imperante, al più filtrato dalla fallimentare ipotesi della “terza via”, la soluzione non può distanziarsi in modo sostanziale dallo schema: accettazione della competizione e sostegno a chi ce la può fare, contenimento con piccolissime concessioni per gli altri.

Ma per evitare che si arrivi a ripetere le tragedie del novecento serve molto più della minestra riscaldata e del liberalismo compassionevole.

Occorre ben altro: bisogna svolgere politiche coordinate sia contro il mercantilismo di Bruxelles e per il recupero di quote di sovranità fiscale (che implica quella monetaria), sia per ripristinare la forza del lavoro nei confronti del capitale (grande e piccolo). È indispensabile riposizionare l’economia del paese verso il mercato interno anche con opportune forme di protezione e riequilibrando la distribuzione tra salari e profitti. Bisogna farla finita con il “libero commercio”, nel senso che il commercio deve compiersi su piani di effettiva parità, e per questo occorre definire accordi e stabilire regole e condizioni. Bisogna immediatamente riassorbire parte dell’esercito di riserva (continuamente alimentato dall’immigrazione, che va modulata in funzione delle capacità di civile assorbimento ed integrazione, e accuratamente coltivato dalle politiche di austerità) e garantire a tutti i diritti sociali, dove per tutti si deve intendere anche gli immigrati presenti sul territorio nazionale. I diritti sociali si devono rendere possibili in primo luogo attraverso un piano straordinario di opere pubbliche (edilizia popolare, infrastrutture, scuole e servizi alle famiglie), di protezione del territorio dalle vulnerabilità, di conversione energetico-ambientale dell’economia, e quindi di potenziamento del pubblico impiego con almeno due milioni di nuove assunzioni a tempo pieno (a partire proprio dalle strutture di accoglienza e sostegno che devono essere pubbliche, per sottrarle alle logiche del profitto altamente finanziarizzato contemporaneo).

Ma ciò non può certo essere compiuto da questa coalizione, né dalla “alleanza repubblicana” proposta da un davvero poco credibile Carlo Calenda.

Dovremo aspettare che qualcuno prenda da terra la bandiera e trovi il coraggio di alzarla, come altrove sta avvenendo.

Post-democrazia e crisi italiana: Mattarella e il “governo del cambiamento”, di Alessandro Visalli

Tratto dal blog https://tempofertile.blogspot.com/

Post-democrazia e crisi italiana: Mattarella e il “governo del cambiamento”.

Il Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, ha oggi chiuso una lunga crisi istituzionale con una decisione drastica che fa fare alla crisi politica italiana un salto di qualità di enormi proporzioni.

È davvero difficile immaginare come la crisi istituzionale evolverà: probabilmente avremo un presidente del consiglio incaricato del tutto privo di legittimazione elettorale, direttamente designato dal Presidente della Repubblica con la quasi certezza che non potrà avere i necessari voti di fiducia; quindi questi, dopo rituali consultazioni e il probabile appoggio del PD e FI (magari di LeU), formerà la sua lista dei ministri e probabilmente giurerà. A questo punto un governo senza appoggio politico adeguato in Parlamento (un “governo di minoranza”, si dice, ma senza l’astensione delle altre forze) andrà a chiedere la fiducia e non la otterrà. Il Presidente potrebbe o dovrebbe nominare un altro presidente per verificare se c’è un’altra maggioranza, ma lui sa già che c’è. Dunque lo farà entrare in esercizio e si riserverà di sciogliere le camere, io credo.

Di qui il terreno si farà ancora più scivoloso, perché un governo senza alcuna legittimazione elettorale, di minoranza, ma contro una maggioranza politica alla quale è stato impedito di esprimere un suo governo, si troverà a prendere decisioni di grandissimo momento in Europa e in Italia. Proverà, magari, ad arrivare alla legge finanziaria di fine anno, quindi non sciogliendo un Parlamento ostile che gli boccerà aspramente tutte le leggi che passano. Questo governo si esprimerà solo attraverso decretazioni di urgenza.

Ma la crisi politica è più grave della crisi istituzionale.

Già da tempo, in tutto l’occidente, è in corso un riorientamento degli assi politici dal tradizione asse sinistra/destra, che appare ai più sempre più obsoleto, ad un asse élite/popolo la cui definizione è oggetto dei più aspri scontri. Questo riorientamento ha visto nelle elezioni di marzo italiane un enorme acceleratore e contemporaneamente una plastica rappresentazione. Per la prima volta da decenni la maggioranza dei votanti (sia pure di misura) ha garantito consenso a Partiti contrari all’establishment percepito (ovvero ai duellanti della seconda Repubblica: PD e FI).

Spinge questa crisi un insieme di fattori economici, tecnologici e sociali che rendono instabili e altamente confusi tutti i fattori di stabilità politica che faticosamente erano stati costruiti nel corso dei due secoli che seguono alla fine dell’ancien régime: le relazioni sociali, il discorso pubblico, i valori centrali, i partiti, le forme della politica, le forme dell’azione pubblica, le istituzioni. Come avevamo già scritto, probabilmente alla radice di questa trasformazione non è solo l’economia, con la prevalenza del sogno neoliberale (incubo per la maggioranza delle persone non dotate di robuste dotazioni di capitali), ma anche una profonda disintermediazione nella stessa costruzione del discorso, pubblico e privato, e quindi della capacità e possibilità di accesso alla formazione della verità.

Ma certamente in questa crisi viene rimesso in questione, e sempre più profondamente, anche se incoerentemente l’assetto soffocante per troppi che aveva trovato forma dalle ‘riforme’ avviate negli anni ottanta e poi rinforzate con una piega imperiale (e neocoloniale) negli anni novanta. Questa è la dimensione di crisi della politica, ovvero di una democrazia politica incapace da tempo di svolgere la propria funzione di ottenere giustizia per i più deboli (i forti se la ottengono da sé). Precisamente per coloro che sono deboli a causa della posizione strutturale in cui si ritrovano nel sistema globale dei rapporti produttivi e quindi nell’accesso alle risorse che questi consentono (risorse economiche, sociali, culturali e quindi anche politiche).

Nel corso degli anni ottanta, e poi novanta, c’è stata una inavvertita rotazione dell’asse istituzionale: da orientato ad un compromesso, premessa di pace sociale e lealtà, si è trovato ad essere indirizzato a proteggere i profitti e le rendite. Tutto il sistema istituzionale contro il quale si è espresso il voto di marzo, anche quando non se ne accorge, vede il mondo dal punto di vista di chi ottiene i profitti e di chi detiene i risparmi (ovvero i capitali) e ne vuole trarre rendite. Ovvero di chi dispone del denaro nella forma del capitale (poco o tanto) e ‘compra’ lavoro. Il lavoro, peraltro, è inquadrato essenzialmente come una merce come ogni altra, della quale fare economia, da ridurre al suo minor prezzo. Dimenticando, tra le altre cose, che è il lavoro che consente di comprare le altre merci, di dare il loro valore. Lo sguardo miope del capitale scava sotto le proprie fondamenta.

Nel 2003 tutto questo viene messo sotto accusa da un fortunato libro del politologo Colin Crouch: “Postdemocrazia”. La crescente influenza di sempre più piccole lobbies economiche e di élite politiche sempre più autoreferenti ed il riferimento costante alla capacità di azione libera degli agenti, ma anche il sistematico depotenziamento del sistema di regole volto ad impedire che il mero potere economico si traduca in politico produce una forma politica nella quale si comincia ad andare oltre l’idea del governo del popolo. Ovvero oltre la sovranità popolare.

Ascoltiamo ora il discorso di Mattarella.

https://www.youtube.com/watch?time_continue=3&v=tx4TEKC6ni4

Ne riprendo alcuni stralci:

Come del resto è mio dovere” … “avevo fatto presente che per alcuni ministeri avrei esercitato un’attenzione particolarmente ampia sulle scelte da compiere”. Infatti, “il Presidente della Repubblica svolge un ruolo di garanzia”.

Fin qui si può dire poco, ma subito continua:

la designazione del Ministro dell’Economia costituisce sempre un messaggio immediato, di fiducia o di allarme per gli operatori economici e finanziari. Ho chiesto per quel ministero un autorevole esponente politico di maggioranza, coerente con l’accordo di programma, un esponente che, al di là della stima e della considerazione della persona non sia visto come portatore di una linea più volte manifestata che possa portare probabilmente, o addirittura inevitabilmente, la fuoriuscita dell’Italia dall’Euro. Cosa ben diversa da un atteggiamento vigoroso nell’ambio della UE dal punto di vista italiano”.

Il Presidente della Repubblica, nella non rituale ma essenziale presentazione alla sfera pubblica delle ragioni per le quali ha inteso respingere la lista dei Ministri che ai sensi della costituzione il Presidente del Consiglio incaricato, nell’esercizio delle sue prerogative, gli aveva sottoposto per la ratifica, porta un solo argomento: può allarmare gli operatori economici e finanziari.

Di per sé potrebbe anche non essere trovato gravissimo se il Presidente della Repubblica, che, come dice la Costituzione “nomina i ministri” su “proposta” del Presidente del Consiglio, come in altri casi è successo, avesse solo consigliato di cambiare un nome. Ma di fronte all’irrigidimento del Presidente incaricato, pienamente appoggiato dalle forze politiche che hanno la maggioranza in Parlamento, avendo vinto le elezioni su chiaro mandato, e considerando le conseguenze su cui ci siamo soffermati in avvio, è grave e pericoloso decida di procedere alla rottura. Bocciano quindi un “Governo del cambiamento” che aveva il certificato consenso della maggioranza del paese.

Scrive Habermas nel 1990 in “La rivoluzione recuperante” (in ‘La rivoluzione in corso’, p.197): il problema lasciato dal crollo del sistema del socialismo reale, e delle sue speranze di governo amministrativo, può essere affrontato attraverso un “contenimento protettivo” ed una “guida indiretta” della crescita capitalistica. Un problema che può trovare soluzione “solo in un nuovo rapporto tra sfere pubbliche autonome da un lato e campi di azione mediati dal denaro e dal potere amministrativo dall’altro”. Il potere sovrano, “connotato in senso comunicativo”, si deve a questo punto (almeno) far sentire attraverso la capacità di influire senza intenti egemonici sulle premesse dei processi di valutazione e di decisione dell’amministrazione. Insomma, il potere comunicativo “gestisce il pool di motivazioni con cui il potere amministrativo può operare in modo strumentale ma che non può ignorare nella misura in cui si richiama allo stato di diritto”.

L’unica ragione di non allarmare gli operatori economici, quando a fronte di questa considerazione, pur dotata di una sua qualche forza, c’è l’enormità di mandare inespressa la volontà sovrana appena manifestata dagli elettori, non credo proprio passi il test di Habermas.

Continua il Presidente:

l’incertezza sulla nostra posizione sull’euro ha posto in allarme gli investitori e i risparmiatosi, italiani e stranieri, che hanno investito nei nostri titoli di stato, italiani e stranieri. L’impennata dello spred, giorno dopo giorno, aumenta il nostro debito pubblico e riduce le possibilità di spesa dello Stato per nuovi interventi sociali. Le perdite in borsa, giorno dopo giorno, bruciano risorse e risparmi delle nostre aziende e di chi ha investito, e configurano rischi concreti per i risparmi le nostre famiglie e per i cittadini italiani, con pericoli per gli interessi per i mutui e per le aziende. In tanti ricordiamo come prima dell’unione europea gli interessi bancari sfioravano il 20%”.

In questa compatta spiegazione, che funge da esplicazione dell’allarme degli operatori, si trovano diverse affermazioni di fatto e l’esplicazione di diversi meccanismi tecnici causali di cui si chiede implicitamente la correttezza:

  1. l’allarme è ricondotto, tra i molti possibili fattori (non ultimo la vittoria di forze inattese e mai provate), alla sola posizione sull’euro;
  2. l’impennata dello spread (peraltro già molte volte verificatasi e sempre ricondotta) è accusata di “aumentare il debito pubblico” e di “ridurre la capacità di spesa dello Stato”, questa relazione causale sarebbe possibile se lo spread restasse alto a lungo, trascinandosi sui tassi e quindi impattando nel tempo sul servizio del debito che va alimentato da risorse fiscali. Ma sarebbe possibile che nel caso temuto di uscita dall’Euro questi effetti possano essere neutralizzati, ma non senza costi, da una nuova Banca d’Italia sotto controllo del Tesoro (ovvero revocando la più strutturale delle riforme degli anni ottanta, che ha generato il debito);
  3. allargando il discorso si passa alle oscillazioni delle quotazioni della borsa, qualificate come “perdite” (quando sono solo valori nominali che si determinano in perdite per qualcuno e guadagno per qualcun altro solo se sono vendute) e che addirittura, con linguaggio giornalistico fuorviante in bocca ad un Presidente che sta svolgendo l’alto ufficio di fornire motivazioni alla sfera pubblica politica su una decisione così grave, vengono descritte attraverso la metafora del “bruciare”;
  4. Allargando ancora queste perdite potenziali si potrebbero riverberare, in un successivo anello, addirittura in “rischi concreti” per i risparmi delle famiglie e in innalzamenti dei tassi di mutui ed aziende (evidentemente in caso di crisi generalizzata);
  5. Da ultimo viene ricordato che gli interessi bancari senza euro erano al 20% (ma questo accadeva quando l’inflazione era alta quasi altrettanto e dunque gli interessi reali erano bassi come ora, o comunque vicini).

Insomma, il Presidente ha esercitato un crescendo retorico il cui vero obiettivo era illustrare i rischi che immagina per l’uscita dall’Euro.

Ma il ministro in pectore non minacciava affatto l’uscita, intendeva solo assumere una posizione forte di tipo negoziale (impossibile se ci si preclude in via definitiva il piano “B”).

La chiusa è interessante:

È mio dovere nello svolgere il compito di nomina dei ministri che mi affida la costituzione essere attento alla tutela dei risparmi degli italiani. In questo modo si riafferma concretamente la sovranità italiana, mentre vanno respinte al mittente inaccettabili e grotteschi giudizi sull’Italia.” … “Quella dell’adesione all’euro è una scelta di importanza fondamentale per le prospettive del nostro paese e dei nostri giovani, se si vuole discutere va fatto apertamente e con il necessario approfondimento, anche perché non è stato al centro della recente campagna elettorale”.

È dovere del Presidente essere attento alla tutela dei capitali (ovvero dei “risparmi”), in questo poggia la sovranità italiana.

Facciamo un passo indietro: scrive Guido Carli nel 1993 che quello che chiama “il significato sociale e politico del debito pubblico”, a causa della sua ‘capillare diffusione nel pubblico’ (ovvero, vale la pena ricordarlo subito, nella media e alta borghesia), ipocritamente attribuito anche agli strati sociali meno abbienti (come se avere, eventualmente, uno o due bot sia la stessa cosa di averne migliaia), è che questo viene trasformato nella democrazia stessa. Dice, infatti, Carli: “la sintesi politica di tutto ciò è evidente: il permanere del debito pubblico nei portafogli delle famiglie italiane, per una libera scelta, senza costrizioni, rappresenta la garanzia per la continuazione della democrazia” (in ‘Cinquant’anni di vita italiana’, p.387). Ne segue, incredibilmente, che per Carli “chi mira ad intaccare quella fiducia, quella libera scelta, mira in ultima analisi ad interrompere la continuità democratica”. Infatti il debito pubblico è niente di meno che la connessione delle “famiglie”, ed “intima”, con il “grande” ed “efficiente” (due parole che non possono certo essere sottovalutate nella loro potenza simbolica) “mercato”. Il debito pubblico, continua Carli, è il tramite della scelta culturale dell’apertura delle frontiere.

A chi propone (all’epoca Visentini) forme di ristrutturazione forzosa (che oggi sarebbe implicita in una fuoriuscita dalla gabbia europea, ma anche in una sua forte messa in discussione, attraverso operazioni di “monetizzazione”), Carli risponde che “oggi le strade della coercizione finanziaria sono precluse a qualsiasi classe dirigente che non voglia far correre al Paese antistoriche avventure autoritarie”. Insomma, risponde che al debito non si può sfuggire, e nemmeno si deve.

In conseguenza di ciò, e dell’apertura dei mercati, “non è più possibile tornare indietro”. Come dice espressamente: “il Trattato di Maastricht è incompatibile con l’idea stessa della ‘programmazione economica’. Ad essa si vengono a sostituire la politica dei redditi, la stabilità della moneta e il principio del pareggio di bilancio” (p.389).

Il Banchiere che altrove dice apertamente “io stavo dalla parte dei capitalisti” nei conflitti distributivi, (p.269) e che ha rappresentato l’Italia nel negoziato di Maastricht, mostra, cioè, in modo del tutto chiaro chi è il sovrano.

Il sovrano è chi decide, e sono i risparmiatori, ovvero i detentori dei capitali e quindi dei debiti.

Oggi ne abbiamo avuta un’altra prova: a fronte di due forze politiche che non apprezzo, ma che hanno la maggioranza sia in Parlamento sia nei voti degli italiani, e che proponevano attraverso la corretta procedura un ministro sgradito perché foriero di mettere in questione il debito, il Presidente ha argomentato il suo rifiuto proprio in questi termini. Ha sostenuto che la scelta avrebbe danneggiato i risparmi e spaventato i mercati.

Dunque non sono sovrani i cittadini attraverso la procedura del voto (ovvero attraverso l’esercizio di quel suffragio universale, sostituitosi nel corso del novecento al voto limitato a chi dispone di capitale), ma i risparmiatori e il loro oracolo: i “mercati”.

In effetti “post-democrazia”, da oggi, è termine modesto. Bisognerà riflettere bene su questo passaggio epocale: di nuovo l’Italia apre la strada.

Circa identità e universalismo: dialoghi repubblicani, di Alessandro Visalli

Prosegue il dibattito tra identità e universalismo con tutte le sue implicazioni riguardanti le scelte politiche strategiche di questi ultimi decenni. Un confronto che ha coinvolto in particolare, oltre all’autore dello scritto in calce e indirettamente il professor de la Grange, Roberto Buffagni e Massimo Morigi. Buona lettura_Giuseppe Germinario

Circa identità e universalismo: dialoghi repubblicani.

https://tempofertile.blogspot.it/2018/03/circa-identita-e-universalismo-dialoghi.html

Su Italiaeilmondo, un dialogo con Roberto Buffagni, prima, e dopo con Massimo Morigi si sta sviluppando sulla linea del confronto tra tradizioni culturali e punti di vista diversi ma capaci di reciproco riconoscimento. La cosa era partita da un commento ai fatti di Macerata di Roberto Buffagni che avevo riletto nella mia tradizione come “scontro di secolarizzazioni”, dal quale è nata un’altra linea di dibattito interessante sulle pagine di Sinistrainrete (l’ultima puntata è questa); questo dibattito incrocia quello sulle “due Europe”, anche esso avviato da Buffagni, cui replicai con “lo scontro tra due europe” e quindi le repliche dello stesso Buffagni (qui e qui).

Ciò che è in questione nell’intreccio dei tre dialoghi è la questione della forma di universalismo verso la quale manifestare lealtà, entro il sistema di tensioni non risolte della nostra cultura e valutando le forze in campo, e la sua concrezione geopolitica nel progetto europeo e mondiale, da una parte, e nella risposta alla crescita (per ragioni interne che riassumo nello schema delle “due economie politiche”) della mobilità della ‘forza lavoro’, dall’altra. Si tratta di questioni dirimenti per il posizionamento politico contemporaneo.

Sulla linea dello “scontro di secolarizzazioni”, dunque sul registro dell’immigrazione, Massimo Morigi replica in “Considerazioni al margine” attraverso una densa lettura della tradizione politica italiana imperniata sul momento risorgimentale e nella fattispecie la figura di Mazzini. Commentando questo pezzo avevo quindi scritto “Identità e universalismo”, nel quale venivano richiamati pochi momenti della grande questione tra autenticità e autonomia che struttura il pensiero politico europeo dei moderni nella sua formazione (attraverso snodi come Rousseau, Kant, Herder ed Hegel, per dire), e viene ripresa ed attualizzata nel dibattito sul multiculturalismo negli anni novanta e in quello sul comunitarismo. Nella chiusa, in quelli che necessariamente anche per il mezzo possono essere solo pochi appunti volanti, avevo scritto che oggi l’unica teoria della giustizia possibile, dunque, è quella che è in qualche modo progettata (rischiosamente) a partire dalle caratteristiche che lo sviluppo storico concreto ha depositato nell’oggi, per come queste si sono date, cioè, dal sedimento dei conflitti e dei successi o fallimenti nell’ottenere riconoscimento da parte delle diverse soggettività.

Probabilmente anche l’unica possibile pratica politica.

Massimo Morigi risponde con un pezzo che riprende questi temi dal punto di vista del “repubblicanesimo geopolitico” e sceglie di manifestare “l’estrema e multilaterale debolezza” del mio argomento giudicato centrale: l’interpretazione di Charles Taylor della tensione tra autenticità e autonomia nella nostra cultura. E soprattutto la tesi del nostro che vi sia una discontinuità tra la lettura dell’autenticità come progetto, sia pure costantemente sfidato da eteronomia (in quanto è autentico in effetti chi non sottopone a riflessione l’essere in cui si trova collocato), dei moderni e quella delle generazioni precedenti. In altre parole, che l’identità sia da leggere in modo diverso per un moderno e per un uomo colto premoderno. Con le parole di Morigi:

Il passo di Visalli testè citato sembra quindi suggerire, assieme a tutto il tono del suo intervento, che il problema dell’identità dei popoli, e di riflesso degli individui che questi popoli compongono, ha inizio in epoca moderna, legato prevalentemente ai fenomeni di secolarizzazione e di progressiva riduzione della dimensione del sacro.

L’obiezione è che, se pure di nazione e della relativa identità si cominciò a parlare con un tono diverso anche a seguito della sfida napoleonica e in ambiente tedesco prima con Herder e poi con i “Discorsi alla nazione tedesca” di Fichte, in evidente polemica con l’universalismo illuminista (che con Napoleone era imperialismo, se visto dall’alto lato delle baionette), l’identità nazionale agonistica preesiste, e di molto. Gli esempi di Morigi sono i greci contro i persiani, gli ebrei, i romani, e quindi dell’idea di Italia che emerge nel medioevo (sia pure tra pochi intellettuali, tra i quali cita Dante e Baldassar Castiglione, o, ovviamente, Machiavelli).

D’altra parte l’interlocutore finisce per concordare con la conclusione:

Scrive Visalli in conclusione del suo pregevole commento al mio articolo: «L’unica teoria della giustizia possibile, dunque, è quella che è in qualche modo progettata (rischiosamente) a partire dalle caratteristiche che lo sviluppo storico concreto ha depositato nell’oggi, per come queste si sono date, cioè, dal sedimento dei conflitti e dei successi o fallimenti nell’ottenere riconoscimento da parte delle diverse soggettività. Probabilmente anche l’unica possibile pratica politica.» Per quanto da indegno erede del  crociano storicismo assoluto io sia del tutto hegelianamente diffidente verso ogni teoria, anche se sotto forma di ‘teoria della giustizia’, calata sulla “realtà effettuale”, non ho alcuna difficoltà a riconoscermi nello spirito di questa affermazione, il cui nucleo è il sacro rispetto che si deve avere di quell’ “astuzia della ragione” che consiste nel secolare deposito storico di aspirazioni e tradizioni apparentemente contraddittorie ma che proprio nella loro contraddittorietà – ed anche mutua violenza e volontà nel passato e, purtroppo, anche odierna, di sopprimersi – formano oggi, del tutto analogamente a come avviene per gli altri popoli, la nostra identità come individui e come popolo.

Tenendo per buono questo finale accordo, probabilmente conviene però spendere qualche parola sul contesto nel quale viene individuata la discontinuità tra moderni e classici che ha colpito Morigi. Sostiene infatti questi che sia “assolutamente da respingere come storicamente inesatta l’idea che i popoli per sviluppare ed avvertire una propria identità, …, abbiano dovuto aspettare il XVIII secolo”, e specificamente “di una identità avvertita come agonistica rispetto alle altre”.

Ora, ci sono molti modi di reagire a questa osservazione:

  •   – da una parte ‘l’agonismo’ tra le organizzazioni più o meno statuali e le nazioni è ovviamente un fatto della storia. Ma entrambi i termini sono anacronistici, se utilizzati prima della modernità nella quale si forma lo Stato-nazione, in riferimento alle entità politiche e società preesistenti.
  • Dall’altra la specie umana è sempre stata formata da individui, ma non sempre questi hanno concepito se stessi e i gruppi nei quali erano immersi nello stesso modo. Il legame sociale è sempre mutato e ancora muta portando con sé l’insieme delle istituzioni, dei valori e delle norme sociali, quindi anche le identità rese possibili da queste. Anche parlare di ‘popolo’, al singolare, prima della modernità contemporanea, con la potenza dei suoi mezzi di comunicazione, per dirne una, rischia di proiettare esperienze contemporanee sul passato in modo indebito.

Quel che possiamo provare a nominare come ‘i popoli’ (che poi a grandi linee sono solo le loro élite e le clientele ad esse connesse in vario modo, e quindi facenti parte del ‘modo di produzione’ tributario ad esse) hanno sempre sviluppato una loro specificità, e quindi ciò che oggi chiamiamo una loro ‘identità’, ma quanto ad avvertirla il passo non è sempre automatico. Parlare dei ‘greci’ (una realtà molto più fratturata di quanto ci piaccia sapere, e la cui tradizione ci viene trasmessa da pochissime fonti, quasi tutte ateniesi, relative a poco più di un secolo e praticamente tutte di parte aristocratica, a partire dalla linea principale dei filosofi e dei drammaturghi) come di un ‘popolo’ opposto ai ‘barbari’ (prendendo per buona la retorica imperiale ateniese e poi macedone) richiede una certa distanza, avvicinandosi l’immagine si frammenta. Egualmente per i ‘romani’, il non-stato più multiforme, politicamente, giuridicamente, etnicamente e culturalmente, dell’antichità.

Diciamo che bisognerebbe entrare molto dettagliatamente nel merito, ed interrogare le fonti con occhio ed orecchio attento alle differenze, che spesso baluginano nei dettagli, più che alle presunte somiglianze (che possono facilmente essere proiezioni).

Ma anche l’osservazione di Charles Taylor va ascoltata nel suo proprio contesto, ovvero entro l’ambiente di discorso al quale il filosofo e storico canadese reagisce. Intanto dalla disciplina principale nella quale interviene: filosofia morale. All’ambiente culturale: Oxford prima USA, dopo. Quindi al periodo: anni settanta per gli studi hegeliani, ottanta per la teoria del linguaggio e dell’azione, l’epistemologia, e poi teoria dell’identità moderna al finire degli anni ottanta, e storia delle idee negli anni a cavallo del millennio. I suoi libri più famosi sono “Hegel”, 1975, “Radici dell’Io”, del 1989, e “L’età secolare”, del 2009.

Si tratta di un autore che avvia la sua riflessione sulla scorta di quell’evento epocale che fu la pubblicazione di “Una teoria della giustizia” di John Rawls del 1971. La ripresa della più antica tradizione contrattualista, in aperta polemica con l’allora egemone teoria morale utilitarista, nel libro epocale di Rawls determina infatti negli anni seguenti una completa ridefinizione del campo. La teoria politica liberale ne viene del tutto riscritta; quella linea genealogica che aveva Hobbes e Locke come padri, poi Kant e J.S. Mill, è riaggiornata da Rawls tenendo fermi i suoi caposaldi: concezione naturalistica dei diritti, libertà individuale come non interferenza, autonomia in senso personale e non collettivo, eguaglianza di principio, democrazia. Ma viene creata anche una coerente cornice intellettuale per far posto a quelle modifiche che il novecento aveva imposto a partire dal new deal: le libertà positive e la redistribuzione, quindi per fare spazio alla ‘questione della giustizia’. Il liberalismo di Rawls fa infatti perno sulla questione dell’eguaglianza, la determina come problema, mentre il liberalismo utilitarista classico si limitava a porre la questione della ‘libertà’ (negativa). Le questioni che diventano rilevanti sono a questo punto soprattutto due: la neutralità o meno dello Stato rispetto a diverse visioni del bene; la natura dei beni che vanno redistribuiti. Del primo problema la discussione si sviluppa con Dworkin, Ackerman, Nagel, Scanlon, ma anche Nozick. Del secondo si discute con i proceduralisti, ad esempio con Ackerman e Habermas (ne avevamo parlato qui).

Ma su questo terreno nasce anche una diversa controversia che esce dal campo liberale, e in alcune versioni attacca direttamente l’impostazione neo-kantiana di Rawls facendo uso di argomenti neo-hegeliani. È un attacco dall’esterno (mentre il primo era dall’interno), ed impegna gli anni tra ottanta e novanta. Si tratta della ripresa di motivi classici, della teoria della virtù, o comunque non liberali, da parte di una nuova famiglia di critici che sono stati etichettati come ‘comunitari’. Gli autori più rilevanti sono Alasdair MacIntyre, di cui leggeremo “Dopo la virtù”, del 1981; Michael Walzer, di cui leggeremo “Sfere di giustizia”, del 1983; Michael Sandel, “Il liberalismo e i limiti della giustizia”, 1982. La tesi a grandissime linee è che non si può presumere, se si pone la questione della giustizia, che lo stato si mantenga neutrale tra opposte concezioni del bene, o della vita buona, perché queste costituiscono gli individui che sono sempre situati ed incarnati in esse.

Charles Taylor è un esponente di seconda generazione di questa reazione all’astratto proceduralismo liberale. Ciò che scrive sulle radici dell’io e la storia delle idee che lo hanno costituito nella modernità va quindi necessariamente inquadrato in questa polemica.

Per il nostro l’identità in senso moderno si caratterizza dall’avere contemporaneamente tre caratteristiche: la percezione dell’interiorità, l’affermazione della vita come comune ed in comune, l’idea della moralità come naturale. Nello spazio morale si determina quindi un ‘io’ quando riusciamo a comprendere che cosa sia per noi di importanza cruciale e quindi in un certo senso quando sappiamo ‘dove’ siamo. Quando diventa possibile assumere una posizione e trovarsi in un orizzonte nel quale possiamo stabilire, di volta in volta, e caso per caso, che cosa è da tenersi per buono, quindi cosa dobbiamo fare o avversare. In altre parole noi siamo in quanto ci stanno a cuore delle questioni e non altre, in quanto siamo dotati di autointerpretazioni che non sono completamente esplicite, e in quanto siamo immersi in relazioni. Nessuno può essere descritto senza fare riferimento a quelli che lo circondano (T., “Radici dell’io”, p. 52). Dunque l’io esiste solo all’interno di ‘reti di interlocuzione’, e non nell’astratto e disincarnato vuoto immaginato dai ‘diritti civili’ liberali. E non esiste staticamente, ma solo narrativamente, sapendo non solo ‘dove siamo’ ma anche ‘dove andiamo’ e ‘da dove’.

Anche Taylor, in effetti, sviluppa una critica allo scientismo di cui è imbevuto il liberalismo naturalista (e le scienze economiche) e valorizza la strategia di Aristotele (come MacIntyre), tendente a definire come ‘vita buona’ quella che “combina nel più alto grado possibile tutti i beni cui aspiriamo” (idem, p.93).

Ecco che la ‘meglior forma’ evocata da Morigi trova una possibile cornice: la ragion pratica evocata ha a che fare con il racconto biografico, con la possibilità, esercitando una forma narrativa di ragione, di mostrare che una data soluzione tiene insieme meglio ciò che ci è caro, risolve meglio le contraddizioni presenti, dissolve confusioni ricorrenti.

Nel capitolo dodicesimo del suo libro sulle radici dell’io Taylor compie una digressione sulla spiegazione storica che direttamente chiarisce il dubbio che Morigi avanza. Il percorso ricostruttivo nel quale indulge (parlando di Cartesio, Locke, Montaigne e via dicendo) non è né una spiegazione ‘idealista’ né una spiegazione storica strictu sensu. Non cerca di dimostrare causazioni diacroniche, come propone ad esempio il marxismo, ma cerca solo di enucleare quali caratteristiche siano state capaci di far affermare la nuova idea di identità (p.256). La relazione tra le idee-forza (ovvero capaci di motivazione e di emergere come parte della autointerpretazione narrativa) e i meccanismi di causazione, è dunque riconosciuta come complessa e passante per pratiche sociali concrete, per l’applicazione di ciò che si può o non può fare. L’ambizione non è di risolverla.

Il seguito vede un ampio racconto che passa per la razionalizzazione del cristianesimo, esemplificata e condensata da Locke e poi le teorie dei sentimenti morali della scuola scozzese, Shaftesbury, Hutcherson, dalla quale emerge la categoria ‘dell’economico’ come ordine provvidenziale (gioverebbe anche ricordare Genovesi) che si autoregola. Quindi per gli orizzonti frantumati della perdita di dio (cui dedica il ben più ponderoso “L’età secolare”) e l’illuminismo radicale nel quale si afferma una idea di ragione autoresponsabile, strettamente connessa con la nuova ragione scientifica (Newton) e con l’affermazione dell’utilitarismo (p.410). Per il ‘controilluminismo’ di Rousseau e la nozione di ‘autonomia’ messa a fuoco da Kant fissa l’ideale di essere razionali, ma anche per la svolta espressivistica di Herder (p. 459) e l’idea di avere in effetti delle profondità interiori.

Da Darwin muove quindi la definitiva affermazione di un ordine senza ordinatore che mette a sistema la visione morale dello scientismo, affermando la secolarizzazione, che si può riassumere nell’enunciato “non si deve credere ciò di cui non si hanno prove sufficienti”. Un concetto di drammatica importanza, nel definire ciò che può essere e ciò che invece deve recedere, che si fonda su due idee-forza per Taylor: la libertà come razionale autoespressione e l’eroismo dell’incredulità. Da qui emerge una sorta di esigenza morale rovesciata: quella di non credere.

Il passo successivo è l’espressionismo postromantico di Schiller, Baudelaire, Schopenauer e Kierkegaard, ma anche Dostoevskij e Nietzsche. E la ricerca di una via di uscita dal mondo meccanico in Husserl, Heidegger, Adorno.

Il punto per Taylor, nel contesto non di una ricerca storica ma di una rimemorazione delle radici dell’io (anche se la relazione causale è incerta e la stessa composizione multiforme) è che “una società di persone tese [solo] all’autorealizzazione e le cui affiliazioni vengono considerate sempre più come revocabili non può sostenere quell’identificazione forte con la comunità politica che la libertà pubblica richiede” (p.617).

Insomma, il punto è precisamente quello evocato nel post “Ripensare i fondamenti: ‘libertà’”: l’idea di libertà come egoismo non limitato, spesso connessa internamente con lo scientismo, è strutturalmente e geneticamente connessa con l’inibizione dell’azione collettiva e milita contro quella che Taylor chiama la “libertà pubblica”. La “libertà privata” atomistica impedisce l’affermazione della “libertà pubblica”, l’autorealizzazione individualista con la lealtà collettiva.

La questione è dunque politica.

La ricerca della protezione: appunti sul 4 marzo, di Alessandro Visalli

La ricerca della protezione: appunti sul 4 marzo.

Si può partire da molte cose per spiegare la fragorosa slavina di domenica che ha travolto tutta la sinistra italiana: in primis la sua magna parte era da molto tempo più liberale che socialista, e parteggiava abbastanza chiaramente per la metà tranquilla e garantita della società; la piccola quota di LeU, fattasi ancora minore, è risultata essere in tutte le sue componenti troppo indecisa e in alcune anche compromessa con la formazione di provenienza per essere credibile per l’altra metà del cielo; del resto anche la piccolissima, ai conti ancora più del previsto, PaP si è rivelata troppo confusa e sotto troppi profili inadeguata per rappresentarla, ed anche questa alla fine ha finito per guardare solo il proprio ombelico. In tutto non è arrivata al 25% degli elettori, cioè a poco più del 15% degli elettori.

Uscendo da questa spiegazione politicista si può anche partire da guardare al nesso tra movimenti sociali e culture politiche; cioè tra quello scivolamento verso il basso almeno del 20% che non si percepisce più classe media (per cui oggi possono sentirsi tranquilli solo il 40% ca, e invece si sentono deboli almeno il 50% della popolazione). Dunque dalla molla che nel silenzio si stava caricando, come dice Bagnasco, e che alla fine è scattata.

Come sta avvenendo in tutto l’occidente, anche in Italia continua insomma quella che Spannaus ha chiamato la rivolta degli elettori. Dal 2016 abbiamo avuto prima la brexit, poi l’elezione di Trump, quindi il preavviso non ascoltato delle elezioni italiane del 2013 e dell’esplosione del M5S, un evento che nel 2014 in “trovare la forma” mi sembrava indicare, ‘come in uno specchio’ il sorgere di un nuovo assetto, un nuovo equilibrio che sorgeva da qualche parte ed iniziava ad aggregarsi. Poi abbiamo avuto il referendum italiano che ha spezzato la traiettoria di Renzi; le elezioni francesi nelle quali la Le Pen è stata fermata (ma solo al ballottaggio), ma al contempo è emersa una sinistra nuovamente attenta alle ragioni del socialismo in Mélenchon (come in Inghilterra in Corbyn e in USA in Sanders), separandosi chiaramente da un centro liberale ricostituito in Macron; persino quelle tedesche, in cui le formazioni centrali sistemiche sono ulteriormente arretrate.

Siamo quindi da qualche anno su quello che si potrebbe chiamare “un crinale”, la pallina sta andando una volta di qua ed una volta di là.

 
Elezioni 4 marzo: rapporto tra reddito pro capite e consenso al M5S

Commentando questi eventi Carlo Formenti parla dell’esplosione della rabbia delle ‘periferie’, cioè di classi subordinate schiacciate dal riassetto sistemico in corso e incazzate in particolare con la sinistra, “che le ha consegnate alla repressione del capitale globale preoccupandosi solo di difendere i diritti civili di minoranze colte e benestanti”. Le sinistre di tradizione socialista sono, insomma, diventate esclusivamente liberali e ormai difendono ostinatamente un insediamento sociale, erroneamente considerato maggioritario, riconducibile solo a classi medie ‘riflessive’, urbane, sempre più anziane. Ne è chiara immagine il multiculturalismo e la difesa della cosiddetta “società aperta” (e competitiva) ed anche il cosmopolitismo di marca borghese spacciato per internazionalismo. Del resto anche le sinistre più o meno ‘radicali’, come LeU e soprattutto PaP scontano un complessivo e radicale disorientamento strategico; l’incapacità di individuare gli snodi essenziali della situazione e di impostare un discorso politicamente e socialmente coerente. In queste condizioni il 15% del corpo elettorale è una dimensione più che appropriata (ma può ancora scendere).

Lo sfondo è chiaro: la fase di rilancio dell’accumulazione, attraverso la finanziarizzazione, l’interconnessione e l’aumento della dipendenza, e l’estensione del dinamismo che si è avuta nel trentennio dal 1980 al 2010 si è risolta in un 66% degli italiani che (indagine Demos, 2016) reputa “inutile fare progetti per il futuro”. La scheletrica ed irresponsabile antropologia del pensiero liberista non ha capito che l’incertezza ed il rischio non sono pungoli che rendono più attivo e produttivo l’uomo; se superano una certa soglia si sopportabilità, al contrario, lo spengono. Un “futuro incerto e carico di rischi”, come quello percepito incombente e minaccioso da due nostri compatrioti su tre, induce infatti quello che Mullainthan e Safir, in un bel libro del 2013 “Scarcity”, chiamano “effetto tunnel”. La scarsità percepita “cattura la mente”, inducendola a concentrarsi solo sull’assoluto presente. Ma non si tratta di ottimizzazione, come presume tanta letteratura scritta nel chiuso dei propri dipartimenti da ricchi professori: è al contrario una “inibizione”. Gli psicologi chiamano con questa parola (per questo tra virgolette) quella capacità della mente di eliminare le possibilità alternative, rendendole invisibili. In altre parole, concentrarsi su una cosa urgente e vitale (come affrontare un predatore, o pagare la prossima bolletta della luce) “ci rende meno capaci di pensare ad altre cose che contano”; è quella che si chiama “inibizione dell’obiettivo”. Tutti i fini e le considerazioni che sarebbero altrimenti importanti (migliorare la propria competenza con un corso professionale, fare quell’investimento che pure indurrebbe grandi risparmi, curare le relazioni sociali per aumentare le proprie opportunità, …) scompaiono dalla nostra stessa vista. Mentre nei paper dei vari Lucas o quelli di Prescott, si immagina che il consumatore definisca sempre ‘aspettative razionali’ sul futuro, calcolando tutte le implicazioni di ogni politica e anticipandole nella sua azione, la maggioranza di essi è invece concentrata sul “tunnel”. La mente non è, cioè, occupata a fare complessi calcoli costi-benefici ma dalle scadenze.

È questo che alla fine impedisce qualunque progettualità, inclusa la ribellione, che spinge a vivere in un eterno attimo presente, carico di angoscia e risentimento inespresso.

Ma improvvisamente il 4 marzo, in fondo inaspettatamente, questo fondo magmatico si è espresso. L’umore nero del paese profondo, quello che la sinistra neppure riesce ad immaginare e per il quale non ha proprio le parole (risolvendosi a reiterare stanchi cliché come ‘razzismo’, ‘populismo’, ‘nazionalismo’, anche ‘fascismo’) si è improvvisamente addensato come una sorta di nuovo popolo che si separa nel paese, mettendo a punto un linguaggio, dei blocchi emotivi, nei bar, nelle strade, nei negozi, negli uffici, nelle piazze. Un ‘popolo’ che si è identificato nei ‘non’, nelle differenze dal potere, dalla politica, dalla finanza, dalla grande impresa, dalla globalizzazione, dalla tecnologia industriale, dalle <caste>, dal denaro. Anche dai meridionali, dagli immigrati, dagli altri ed estranei,

Chiaramente questa “cultura” appare agli occhi ed alle orecchie di quelli che una volta sarebbero stati chiamati <gli integrati>, cioè dei colti e formati, dei tranquilli, di chi non cambia spesso lavoro, di chi ha l’orizzonte sereno di un percorso tracciato, o delle risorse per farsi il futuro che si vuole, strana ed un poco aliena. Appare sconnessa, contraddittoria, mal costruita, oscura e per certi versi temibile; sembra pericolosa.

Questa reazione, di cui tutte le sinistre sono espressione (anche quelle ‘radicali’) non capisce nulla e non si vede che in questo c’è del nuovo. Rischia, più o meno tutta insieme, di fare la fine di De Maistre con la Rivoluzione Francese, cioè slittamento per slittamento, di trovarsi alla corte di Alessandro di Russia.

Questa reazione al plebeismo di questa ‘rivolta’ (che non è ancora una ‘rivoluzione’, di qualunque segno, e forse mai lo sarà), per ora identificabile come un ‘momento Polanyi’ con singolari e rischiose analogie con gli anni trenta (quando intellettuali allora di sinistra, come Sombart, indicarono la svolta), porta in altre parole molti a cercare di arroccarsi entro il sistema sfidato. La scelta di LeU, di utilizzare i profili istituzionali dei Presidenti di Camera e Senato e di enfatizzare in ogni occasione la propria ‘responsabilità’ suona infatti a molte orecchie come chiara scelta del campo. Un campo affollato e in via di restringimento, nel quale non c’è spazio e nel quale il 3% raggiunto appare già come un risultato notevole.

Ma anche PaP, che ha inteso restarvi fuori, rigetta il plebeismo. Invece di fare tesoro della ‘tecnica della spugna’ del M5S, della capacità di addensare i sentimenti, le parole, le pulsioni e di solidificare i vapori diffusi, ha ripetuto i suoi slogan identitari. Peraltro divergenti in modo radicale gli uni dagli altri, a causa di un rassemblement costruito necessariamente troppo in fretta e senza un vero centro.

Del resto se anche fosse vero, ma credo che questo sia parte del problema, che come scrive il mio amico Riccardo Achilli “ogni crisi e ogni fase di transizione generano, nel nostro popolo, sottoprodotti di scarto, come il giustizialismo, il plebeismo, il qualunquismo, l’avventurismo, l’anarco-individualismo”, bisogna comunque chiedersi in modo più attento perché tutto questo si è risolto nel 55% dei consensi alle forze antisistema rappresentate da M5S (32%), Lega di Salvini (17%) e la più tradizionale Fratelli d’Italia (4,5%), il primo, terzo e quinto partito, mentre le forze responsabili che hanno guidato la seconda repubblica sono scese al 40%, con il PD (18%) e Forza Italia (14%), insieme all’appendice, e considerata tale, di LeU (3%).

Ci sono naturalmente molte, diverse, spiegazioni, ma torniamo agli “snodi della situazione”; in sostanza mi pare di poter dire che la sinistra liberale (tra cui va annoverata anche LeU, che ne è solo la propaggine più radical) fatica a confrontarsi con le conseguenze de:

  • la nuova ‘piattaforma tecnologica del capitalismo’ e con le sue conseguenze sul mondo del lavoro e la distribuzione,
  • l’accelerazione dei processi di disarticolazione che ne sono parte e dei fenomeni di mobilità, con le loro radicali e crescenti conseguenze (qui viene rigettato, in nome di un cosmopolitismo verniciato di internazionalismo il tema dirimente dell’immigrazione, su cui abbiamo di recente letto Sahra Wagenknecht),
  • l’Europa nel contesto del processo di ricomposizione egemonica in corso (che avevamo chiamato “la grande partita”),
  • lo smottamento della base sociale della democrazia e l’attacco al suo ‘carisma’.

Certo chiunque fatica a confrontarsi davvero con queste forze. Tanto più quanto cerca di leggerle con gli occhiali costruiti per altre ‘piattaforme tecnologiche’ (quella fordista in primis, ma anche quella post-fordista che si sta radicalizzando andando oltre se stessa e revocando via via anche i compromessi che la costituivano, come la flessibilità in cambio del lavoro), per società ancora solide che si stanno rivelando stremate e per un progetto internazionale che presumeva un’omogeneità politica e culturale prospettica che si allontana verso modelli multipolari di difficile interpretazione. Lo smottamento della base sociale della democrazia è solo il necessario suggello a questa molteplice frana.

Dunque il 4 marzo è venuta giù la slavina che seguiva al disgelo lento di forze accumulate nel lungo tempo degli ultimi trenta anni.

Il sud Italia si è unito, come mai si era visto in precedenza, garantendo maggioranze che si possono definire ‘bulgare’ al M5S, che in alcuni territori ha superato il 60% dei consensi. Il nord Italia ha visto l’affermazione impetuosa della Lega, che è cresciuta di oltre quattro volte, portandosi ad un’incollatura dal secondo partito, in caduta libera.

Quelle espresse dal M5S al sud e dalla Lega al nord sono, a tutta evidenza, due diverse forme di politica ‘maggioritaria’ (secondo la definizione che ne dà un manifesto della politica elitaria e tecnocratica come “Lo Stato regolatore” di Majone) e di ricerca di protezione, armate l’una contro l’altra.

Il miracolo del 4 marzo è cioè figlio dell’improvviso manifestarsi, ad un livello qualitativamente superiore, di quella che Laclau chiamerebbe due diverse “faglie di antagonismo”, entrambe originate dalla sofferenza e dalla paura che la metà inferiore della piramide sociale vive. Quindi da due diverse domande di protezione. Sinteticamente dalla protezione dal mercato, da una parte, e dallo Stato tassatore (eventualmente anche europeo), dall’altra.

Il lavoro che il M5S, da una parte, e Salvini dall’altra (gli indiscutibili vincitori), hanno fatto è per entrambi di identificare, in qualche modo nominare, un obiettivo centrale per orientare le energie disattivate dalla crisi. Questo ha consentito a molti di trovare la ragione per oltrepassare l’inibizione che la pressione insopportabile dell’incertezza e della scarsità porta con sé nell’identificazione chiara di un colpevole. Si tratta di un’operazione, non ha molta importanza qui se cosciente o ‘trovata’ solidificando vapori diffusi, propriamente politica (che anzi ne è il proprio) di costruzione di egemonia. La creazione di un profilo individuale nella rappresentazione politica.

La sfida che questo ‘doppio popolo’, manifestatosi nelle urne, pone in primo luogo nella modalità della sua costruzione, alla logica razionale del discorso liberale corrente è tutto in questo ‘eccesso’. Majone ci insegna che la politica ‘madisoniana’ (per la cui radice storica rimando a questo testo di Alan Taylor) nella quale abbiamo vissuto in particolare gli ultimi trenta anni è necessariamente parsimoniosa nella ricerca del consenso, anzi in sostanza ne fa a meno. Cerca di legittimarsi da un’altra fonte (ed infatti proliferano i meccanismi per ottenere la licenza d’uso a buon prezzo, con meno voti possibili, con i più diversi trucchi ‘maggioritari’), come dice il politologo italoamericano nella credibilità dei risultati anziché nella delega della maggioranza. La fonte della legittimità, per la generazione di politici cresciuta negli ultimi decenni, non è davvero il consenso degli elettori, e la responsabilità verso i Parlamenti, ma la verità della tecnica ed i risultati, in ultima analisi il successo. Non è affatto un caso che l’Unione Europea sia quello che è: di questa logica è il distillato più puro al mondo. In essa si ha un netto e pulito rovesciamento, perché a ben vedere sono i governi che controllano i Parlamenti attraverso gli schermati organismi europei (come gli Eurogruppi o il Consiglio Europeo), cfr. Majone, cit. p.168. E per farlo ricorrono anche a ‘fiduciari’ (dei mercati-sovrani, non certo dei cittadini) che non sono legati da vincoli di mandato ma sono “indipendenti”, il migliore esempio è la BCE (di cui presto avremo notizie). La mossa vincente è disperdere il potere fra istituzioni differenti (una mossa antica ed in effetti fondativa dell’assetto politico moderno, come si vede dal libro di Taylor sulla democrazia americana delle origini) il più possibile al sicuro dall’opinione dei cittadini.

La questione non è astratta, perché c’è un nesso forte e sistematico tra la possibilità di politiche redistributive (che necessitano di uno Stato forte, ‘gestore’ come dice, e di politiche attive ed energiche) e la loro legittimazione, che deve necessariamente passare per maggioranze politiche altrettanto attive ed energiche. Indebolirle, frammentando il potere e portandolo oltre le braccia degli elettori (cioè passare allo “Stato [solo] regolatore”) implica una diversa fonte di legittimità, ancorata non al voto della maggioranza ma all’efficacia credibilmente rivendicata, cioè al sapere tecnico. Questi organismi sono quindi in effetti “creati deliberatamente in modo da non renderli direttamente responsabili verso l’elettorato o i rappresentanti elettivi” (Majone, cit. p.169).

Allora quel che anche la liberale LeU non ha capito davvero è che la questione del populismo democratico non è aggirabile, in particolare se si vuole pensare a politiche redistributive e di protezione. Nella logica corrente queste non sono possibili, e per ragioni sistematiche che vanno anche oltre il mero economico.

Quando si conferma l’abbandono delle politiche ‘populiste’ (o ‘maggioritarie’, ovvero volte a ricercare il consenso delle maggioranze, della plebe) è necessario restringere la politica in favore di un potere amministrativo che trae altrove la sua legittimità (in una idea di “ragione” posta prima del discorso stesso, in qualche modo nelle cose e nei saperi tecnici che le rappresentano).

Se, invece, si corre il rischio dell’eccesso si può ricostruire un politico. È quello che hanno fatto davanti ai nostri occhi stupefatti sia il M5S sia Salvini.

Non c’è alcuna speranza per la sinistra se non supera se stessa e impara.

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