Hans-Werner Sinn, “La costituzione tedesca e la sovranità europea”. Cronache del crollo., di Alessandro Visalli

Hans-Werner Sinn, “La costituzione tedesca e la sovranità europea”. Cronache del crollo.

Avevo chiuso l’ultimo post[1] individuando come via di uscita dalla ordalia[2] chiamata dalla Germania un’uscita unilaterale della stessa, o la resa latina (con conseguente aggressione finale dei mercati ai più deboli). Certo ci sono anche una serie di possibilità di mezzo e di rinvii, ma rimandano solo l’inevitabile definizione della battaglia finale per l’Europa che è stata avviata.

Per rendere più chiaro il terreno di gioco e le poste designate interviene una delle voci più autorevoli della destra economica tedesca, ovvero Hans-Werner Sinn. In un breve articolo[3] su “Project Syndacate” diffida la Commissione dall’avanzare una procedura di infrazione verso la Germania, conferma la natura eminentemente politico-istituzionale dello scontro, e indica quale unica via di uscita la creazione di un’unione politica realmente indipendente, nella quale si parta dalla protezione militare e nucleare autoctona. Ovvero propone uno scambio di unione fiscale verso condivisione della capacità nucleare, e dei relativi eserciti, alla Francia.

Bisognerà richiamare un lontano antefatto. Quando terminò la Seconda guerra mondiale la Germania era distrutta fisicamente, umiliata moralmente, ed occupata militarmente da tutte le potenze alleate. Si avviò un lungo gioco egemonico e di confronto militare nel quale, fino al crollo sovietico, la posta principale era il controllo dell’Europa, per impedire che potesse passare nel campo avverso. Cruciale in questo gioco è sempre stato il controllo delle due potenze sconfitte, sia militarmente sia ideologicamente. Ovvero di Germania e Italia. Ma, ovviamente, soprattutto della prima. Non è affatto un caso che la “guerra fredda” abbia coinciso con la pace europea e con l’occupazione militare perdurante dei paesi di cui sopra citati. Ci sono alcuni corollari: l’Europa non è più da considerare il centro del mondo, dopo il “suicidio” determinato dalle due grandi guerre questo si è spostato fuori (inizialmente Usa e Urss, ed ora Usa e Cina, con la Russia a fare da terzo ballerino). La Germania, inizialmente divisa in due paesi contrapposti, è sempre stata il centro della partita. La dimensione militare del confronto è stata egemonizzata dalla presenza della dissuasione nucleare, senza la quale l’intera questione si spenderebbe in modo del tutto diverso. La presenza della dissuasione nucleare, e l’accordo di spartizione del mondo noto come “equilibrio del terrore” per un quarantennio ha indotto esclusivamente guerre frizionali esterne. A fare da suggello a questo status quo intervennero almeno tre fattori decisivi: l’occupazione militare asimmetrica; l’istituzione presso le Nazioni Unite di un organismo permanente come il Consiglio di Sicurezza nel quale solo le cinque potenze vincitrici siedono in modo permanente e dispongono di un decisivo potere di veto; la concessione alla Francia, dal 1958, e il Regno Unito, dal 1952[4], di poter sviluppare autonomamente armi nucleari, cosa aspramente interdetta a tutte le altre nazioni[5], fanno informalmente eccezione solo altre quattro nazioni[6].

Quando terminò l’Urss ricominciarono quasi subito le guerre in Europa, nel drammatico teatro jugoslavo, e si svuotò repentinamente il senso geopolitico della costruzione europea antecedente. Mentre gli Stati Uniti perdevano interesse, spostandolo in medio ed estremo oriente, la riunificazione tedesca ricreò un potente blocco storicamente refrattario all’idea di essere dominato da altri. I due paesi europei vincitori, dotati sia della legittimazione storica sia delle basi di forza geopolitica e istituzionale, rappresentate dal seggio permanente all’Onu e da potenti eserciti dotati di mezzi nucleari, Gran Bretagna e Francia, hanno visto subito come una minaccia il nuovo assetto ed hanno cercato, la seconda, di imbrigliarla in una nuova costruzione economica rafforzata che, però, evitasse accuratamente di condividere i fattori di forza sopradetti.

Il progetto asimmetrico europeo è quindi nato da compromessi ibridi, ambigui e di essenziale natura politica e intessuti di proiezione strategica. È stato realizzato attraverso la condivisione guidata dal mercato degli spazi di circolazione dei capitali privati, ma confermando l’assoluta regimentazione nazionale di quelli pubblici. Una costruzione semi-confederale, nella quale i fattori identificativi della sovranità statuale sono stati ambiguamente messi in comune o trattenuti gelosamente. Stante l’inibizione militare e l’esclusione istituzionale della Germania, la sua tutela geopolitica, si è inteso porre in comune solo i fattori di potenza economici, e la moneta in primis, sperando che questa struttura riuscisse a quadrare un cerchio davvero complesso.

Ma come è evidente non funziona e non può funzionare.

Il compromesso si basa sull’ipocrisia e sul tacito accordo di non tentare di andare oltre, di non porre la questione del potere politico e geopolitico, e di non dire il vero.

È questa ipocrisia che è saltata con la sentenza della Corte Costituzionale tedesca.

Tutto ciò che segue è esito naturale della reale posta in gioco.

Il 5 maggio i leader della Spd hanno chiesto[7] che le armi nucleari americane siano ritirate dal paese. Due giorni fa c’era stata una risposta[8] insolitamente aspra di parte americana, espressa al massimo livello locale dall’Ambasciatore e sulla testata ufficiale: l’ombrello nucleare Nato è indispensabile. Tradotto, al di là delle questioni contingenti come la sostituzione dei Tornado con capacità nucleare, la richiesta tedesca è che il dispositivo di uscita dalla Seconda guerra mondiale venga dichiarato finito e sia smantellato. La Germania, utilizzando lo schermo europeo, vuole tornare ad esercitare una capacità di influenza mondiale ed indipendente. Il cavallo di troia previsto è il ritiro delle forze americane, in primis nucleari, e l’estensione dell’ombrello alternativo costituito dalla ‘force de dissuasion nucléaire française’, un complesso di dispositivi che costano alla Francia circa tre miliardi di euro di costi di manutenzione all’anno e complessivamente sono in grado di lanciare circa 350 vettori nucleari tramite sottomarini ed aerei[9]. Una “forza d’urto” la cui dottrina è di affermare una capacità di difesa indipendente, premessa dell’effettiva indipendenza politica (ed anche, in ultima istanza, economica), sulla base della capacità di infliggere significativi danni alla controparte in modo da dissuaderla. La dottrina è anche detta della “dissuasione del debole sul forte (dissuasion du faible au fort), formulata dal generale Pierre Gallois.

In questa congiuntura, si incrociano, rafforzandosi, due correnti diverse del sentimento politico tedesco: da una parte la destra ha fisso al centro del suo pensiero strategico la potenza perduta, dall’altro la sinistra reagisce allo stesso sentimento di umiliazione e subalternità politica attaccandone i simboli. Ma politicamente ciò assume un unico significato: la Germania vuole tornare.

Vediamo dunque, dopo questo preambolo necessario, cosa ha scritto Hans-Werner Sinn. La situazione, nell’incipit del pezzo è qualificata come una “crisi costituzionale” nella quale combattono da una parte la Corte di giustizia dell’Unione Europea (CGUE), dall’altra la Corte Costituzionale federale (CCG) per influenzare le politiche europee della Banca Centrale. Per come la riassume, “La CCG ha accusato la CGUE di aver oltrepassato il suo mandato, sviluppando un ragionamento arbitrario in una sentenza del dicembre 2018 a favore della Bce”. Le serrate e diffuse proteste, anche nella Germania stessa, per le conseguenze economiche e geo-politiche della sentenza, sarebbero espressione di quella che Sinn chiama “una disconnessione tra ciò che molti commentatori potrebbero desiderare e la realtà legale”.

La “realtà legale” è che il re europeo è nudo. La gerarchia tra le autorità europee (e per esse la CGUE) e quelle nazionali è asimmetrica. Mentre esiste chiaramente nella politica monetaria (per i paesi che hanno aderito all’Euro, perdendo il controllo delle loro Banche Centrali e dell’emissione di moneta), non esiste in generale “in altri settori politici”. Ovvero, è la tesi di Sinn, non esiste per le complessive politiche fiscali. E queste sono chiamate inesorabilmente ed inevitabilmente in campo dalle politiche di salvataggio non convenzionali che la Bce ha sviluppato utilizzando il suo potere di generazione di moneta. Nello specifico la tesi è che “La BCE avrebbe dovuto essere specificamente autorizzata ad attuare tali misure ai sensi dell’articolo 5 del trattato UE. Ma questa autorizzazione non è stata concessa”.

Dunque, la Bce è ultra vires, oltre i propri poteri, e agisce in modo illegale, quando li compie.

La questione inerisce direttamente l’ambigua costituzione del progetto europeo post caduta del muro, nelle condizioni date dall’equilibrio di potere mondiale. Con i termini esattamente individuati da Hans-Werner Sinn: “l’Ue e le sue istituzioni non hanno lo status di sovrano assoluto”, ma “in base ai suoi Trattati attuali, l’Europa è molto distante dalla statualità forse desiderabile che conferirebbe alla Bce e alla CGUE poteri paragonabili a quelli di istituzioni simili in stati-nazione o confederazioni”.

Data l’essenziale asimmetria che interessa gli stati europei, dopo il citato ‘suicidio’, ciò non è affatto casuale. Gli stati-nazione, tra i quali sul piano geopolitico e di legittimazione la Gran Bretagna e la Francia non sono affatto pari a Germania e Italia, restano “padroni dei trattati”. Dunque, i tribunali costituzionali, come hanno già fatto quelli di Danimarca e Repubblica Ceca, possono pronunciare ed applicare sentenze contro la CGUE. La questione posta da Sinn si applica agli acquisti di titoli di stato ma è tanto più larga.

La Germania rivendica la propria indipendenza.

A supporto di questa linea l’economista tedesco porta un esempio americano incongruo e fuorviante[10], ma probabilmente scelto per evocare la vera posta in gioco senza doverla nominare: la costruzione di un centro di potere indipendente e dominante che sfidi e si contrapponga agli Usa. Centro che, con la condivisione simultanea della capacità fiscale e militare, li vedrebbe a loro volta dominanti nella dinamica a quel punto interna.

L’acquisto, sui mercati secondari, del debito degli stati avrebbe infatti creato effetti diffusi e rilevanti, proteggendoli dalle perdite e impedendo ai tassi di interesse di salire, con ciò rischiando l’azzardo morale e minando i patti fiscali e di debito dell’Ue. Patti che, dal punto di vista tedesco, sin dall’inizio “mirano a prevenire l’escalation del debito nazionale”.

In Germania, sostiene Sinn, c’è un chiaro impedimento costituzionale che di fatto impedisce di avviare politiche di salvataggio fiscale a vantaggio di terzi. Quindi, per farlo sarebbe necessario rifondare lo Stato e darsi una nuova costituzione[11].

Anche qui c’è, a ben vedere, in gioco la stessa eredità. La Costituzione federale è il guardiano che gli alleati vollero porre a tutela del rischio di risorgenza delle mire egemoniche ed imperiali tedesche. Cosa fa, infatti e necessariamente, un egemone imperiale? Sopporta, anche a lungo, deficit per rendere i paesi colonizzati dipendenti da sé e, se del caso, si fa carico di costi per sostenerli. Istituisce, in altre parole, una relazione servo-padrone. Egli rischia, ed assume su di sé i costi della difesa comune, ma per questo legittima il servizio che riceve dai subalterni. Tra i servi ed il padrone si istituisce una relazione di reciproca dipendenza ed una divisione del lavoro.

Ora, la doppia proibizione di armarsi in modo autonomo, ed in primis dell’arma delle armi (il nucleare), e di spendere per il ‘bene’ altrui, ovvero per creare dipendenza economica, è il cardine sul quale è stato creato e mantenuto il rapporto gerarchico tra l’unico egemone dell’occidente, gli Usa, in quanto vincitore della guerra, e i suoi satelliti.

Quando la destra economica tedesca, tramite Sinn, pone la questione di liberarsi in un colpo e sintetico, come vedremo, dei due vincoli e caratteristiche del non poter condividere risorse e di non essere armati, sta ponendo finalmente la questione di diventare indipendente. Cioè di tornare ad essere dominante.

Si arriva alla fine.

Il blocco è chiaramente descritto dall’economista tedesco: se nessuno ha il potere sovrano di trasferire risorse surrettiziamente, non si può neppure aggirare la cosa ponendo in procedura di infrazione la Germania (come ha ipotizzato la Commissione Europea), perché comunque la trappola costituzionale si è ormai chiusa. Se la Ue comminasse un’ammenda perché il governo tedesco ha disobbedito ad una sentenza della CGUE, questi non la potrebbe pagare perché la propria corte CCG la ritiene illegale. Le conseguenze di un simile scontro sarebbero “devastanti per l’Ue”.

Se non si vuole costringere la Germania ad uscire resta, in altre ed ultime parole, solo la strada di sviluppare ulteriormente la Ue in direzione chiaramente federale (e chiaramente “imperiale”). Non c’è altra via. “Non può essere sviluppato arbitrariamente espandendo la giurisdizione della CGUE o attraverso le decisioni di un organo tecnocratico come il Consiglio direttivo della BCE”.

Qualora si volesse proseguire in questa direzione, e qui l’invito è rivolto alla Francia, la strada dovrebbe essere di aumentare il bilancio europeo, e, se non bastasse, di introdurre una moratoria sul debito pubblico italiano[12], con tutte le condizionalità e le regole stringenti dei creditori (ovvero con commissariamento del paese), e bloccare la fuga di capitali.

Ma il colpo è alla fine.

“Ciononostante, gli Stati membri dell’UE dovrebbero riunirsi per formare un’unione politica che consentirà di fatto al blocco di raggiungere la sovranità desiderata. Una tale unione dovrebbe principalmente comportare la creazione di un esercito europeo, con tutto ciò che ciò comporta. Una semplice unione fiscale, infatti, bloccherebbe la strada verso l’unione politica, perché alcuni Stati membri avrebbero fornito i soldi mentre altri avrebbero le carte vincenti militari”.

Bisogna giungere ad un’Unione Politica in grado di essere effettivamente sovrana. Ma ciò significa che se si mette insieme la cassaforte, ovvero si attiva una qualche forma di unione fiscale, diretta e non surrettizia, bisogna anche condividere le armi. Tutte, ovvero “un esercito europeo con tutto ciò che ciò comporta”.

Insieme ai soldi bisogna mettere insieme “le carte vincenti militari”.

Si può scrivere in modo più secco: la destra tedesca intende bloccare la strada all’integrazione europea asimmetrica, ‘a la carte’, come fino ad ora sviluppata, sfruttando il momento di acuta necessità, perché vuole tornare al gioco di dominio imperiale del mondo che per due volte ha fallito nel novecento. Lo scambio è chiaro e semplice: se volete i nostri soldi e le nostre garanzie allora la Seconda guerra mondiale è veramente finita.

Noi siamo tornati[13].

[1] – Ovvero “Verso lo scontro finale? Germania, Ue e cronache del crollo”.
[2] – Duello sacro per definire chi ha il favore degli dei e dunque ha ragione.
[3] – Hans-Werner Sinn, “Germany’s constitution ande european sovereignty”, 15 marzo 2020.
[4] – Il Regno Unito dispone di ca 160 testate operative e si giova di una stretta collaborazione avviata già negli anni sessanta.
[5] – Il Nuclear non-proliferation treaty, siglato nel 1968, designa solo cinque nazioni (NWS) autorizzate a disporre legittimamente di armamento nucleare. Si tratta di Usa, Russia, Regno Unito, Francia e Cina. Che sono non a caso anche i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu e i vincitori ufficiali della Seconda guerra mondiale.
[6] – Che sono India, Pakistan, Corea del Nord e Israele. Di queste, come noto, la Corea del Nord è presente solo in quanto si è fatta strada letteralmente a forza.
[7] – Si veda questo link.
[8] – Richard A. Grenell “A credible nuclear deterrent remais needed”, U.S. Embassy   Consulate in Germany, 14 maggio 2020.[9] – Al momento si tratta di quattro sottomarini nucleari con 16 missili M51 ciascuno, 2 squadriglie di Rafale con 54 missili ASMP-A, e 2 di Rafale-M imbarcati sulla portaerei Charles de Gaulle.
[10] – “Per quanto riguarda la controversia relativa agli acquisti di titoli di stato da parte della BCE, considerate questo: anche negli Stati Uniti, la Federal Reserve non ha acquistato il debito pubblico dei singoli stati, una questione che è diventata un osso della contesa in Europa. Quando la California, il Minnesota e l’Illinois erano sull’orlo della bancarotta, la Fed non è venuta in soccorso di questi stati acquistando le loro obbligazioni”. È evidente che l’assetto costituzionale americano, nel quale i titoli di stato sono emessi a livello federale, e gli stati federati sono tenuti al pareggio di bilancio, ma nel contesto di significative spese federali diffuse, non è comparabile. L’esempio è mal portato. Peraltro l’atto di fondazione della capacità finanziaria dello stato federale è stato proprio l’assorbimento del debito degli stati federati dopo la guerra di indipendenza.
[11] – “Anche con una maggioranza di due terzi a favore, il Bundestag tedesco non ha potuto approvare le disposizioni del trattato UE che consentirebbero alla BCE di perseguire una politica di salvataggi statali che comportasse gravi rischi prevedibili per i contribuenti della zona euro. Invece, la Repubblica federale dovrebbe prima essere rifondata e una nuova costituzione adottata con referendum.”
[12] – “A dire il vero, gli stati sovrani dell’UE dovrebbero stare insieme e aiutare quelli più colpiti dalla crisi – soprattutto l’Italia, che è stata la prima nazione europea a essere colpita dalla pandemia e ha subito 31.000 morti COVID-19, il numero più alto nella UNIONE EUROPEA. Oltre ai trasferimenti unilaterali, che ogni governo nazionale può decidere liberamente, gli Stati membri dovrebbero aumentare il bilancio dell’UE per fornire aiuti speciali alle persone e agli ospedali italiani.
Se ciò non bastasse, allora potrebbe essere introdotta una moratoria del debito per l’Italia secondo le regole del Club dei paesi creditori di Parigi. Ciò dovrebbe essere combinato, come nel caso della Grecia, con controlli di capitale per fermare l’enorme fuga di capitali dall’Italia alla Germania e agli Stati Uniti che si sta verificando da marzo.”[13] – Certo ci sarebbe da capire cosa pensano di questi i cinque paesi che quella guerra la vinsero, pagando un immane tributo di sangue e di dolore. In primo piano cosa ne pensa la Francia, che talvolta percorre terreni simili, e poi, soprattutto, che ne pensano gli Usa. Ma questo, penso, lo capiremo presto.

Circa il discorso di Angela Merkel al Bundestag, di Alessandro Visalli

Circa il discorso di Angela Merkel al Bundestag. Coronavirus e cronache del crollo.

In fondo al testo c’è il link e il testo con la trascrizione integrale in italiano del discorso. Basta una semplice comparazione con l’analogo del nostro PdC per farsi già una prima idea della diversa qualità di approccio e di comportamento_Giuseppe Germinario

Il 22 aprile il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, in vista del Consiglio Europeo del 23, ha pronunciato un lungo discorso al suo Parlamento, nel quale ha riassunto la strategia tedesca di contrasto al coronavirus, basata su un lock down flessibile e differenziato, potenziamento dei servizi territoriali e dei tamponi, espansione della capacità di cura, quindi ha descritto le misure per la fase di allentamento che parte da loro come da noi, con tracciabilità digitale e regole di distanziamento, infine i suoi timori per le pressioni che il sistema produttivo, in Germania come in Italia ed in Inghilterra, vuole riaprire senza se e senza ma. Nella parte finale illustra le misure di sostegno e chiarisce in modo inequivocabile che oltre al Mes ed al potenziamento del Bilancio Europeo (al prezzo di ulteriori, decise, cessioni di sovranità asimmetriche[1]) non c’è altro. Eventuali “eurobond” (comunque si chiamino) dovranno passare per la modifica dei Trattati.

Il confronto delle strategie è interessante, ma ancora di più lo è quello delle procedure. In Germania le misure sono passate per progetti di legge licenziati con la necessaria velocità, in Italia con un basso trucco in linea con la costante umiliazione del Parlamento di questi ultimi anni. La differenza è enorme, sia nella qualità del prodotto, sia nelle conseguenze. Se si sceglie la scorciatoia di licenziare Dpcm, che sono atti monocratici, senza l’obbligo di discuterli ed approvarli ottenendo il relativo consenso, e senza sapere neppure che il Dl (si scegliesse questa strada intermedia) comunque dopo 60 gg. Sarebbe da convertire, l’atto ne risentirà (come peraltro si vede bene). Inoltre, il precedente di ulteriore accelerazione governista ed allontanamento dalla sostanza discorsiva della democrazia scaverà ai piedi della legittimazione percepita delle scelte. Quindi della coesione sociale del paese, che, invece, dovrebbe essere convinto e quindi unito. Alla fine è una strada che tende a rafforzarsi, al cui termine lampeggiano nubi temporalesche.

Ma veniamo alla lettura del testo.

L’avvio è enfatico, come accade praticamente a tutti i governi in questo contesto, siamo in tempi “del tutto straordinari e gravi … sottoposti ad una prova come non c’è mai stata dalla Seconda guerra mondiale”. Il motivo è presto detto, “in gioco non c’è niente di meno che la vita e la salute delle persone”, ma, precisazione importante, “ne va della coesione e della solidarietà della nostra società e in Europa”. La posta è individuata: vita individuale e vita collettiva. Le persone e la società. Entrambe a rischio di morte.

Sulla stella linea Boris Johnson, che nel suo primo discorso dopo essere tornato al lavoro ha citato, in latino, Cicerone: “salus populi suprema lex esto”, ovvero “la legge suprema sia il benessere della popolazione”, allo scopo di resistere alle pressioni, anche economiche, degli industriali per riaprire subito. Avendo personalmente scampato la morte è nella posizione psicologica migliore per farlo. Per questo sottolinea il rischio di ricadere immediatamente.

Leggeremo il testo del discorso confrontando somiglianze e differenze con quel che il governo italiano sta contemporaneamente facendo.

Come abbiamo scritto, proprio all’avvio la differenza più evidente, e più importante:

  • Mentre il governo italiano riserva a Parlamento il ruolo secondario di tribuna, e prende le sue decisioni con lo strumento incongruo del Dpcm[2], un atto amministrativo che non può promuovere norme, invece del più solido Decreto Legge, che in questo caso sarebbe giustificato, o lo strumento del progetto di legge con procedura di urgenza, che sarebbe quello più solido ed opportuno,
  • Il governo tedesco ha inviato dei progetti di legge al suo parlamento e chiesto l’approvazione dei relativi mezzi finanziari. Leggiamo: “Io sto dinnanzi a voi come la cancelliera di un governo che nelle scorse settimane ha deciso insieme ai Laender federali delle misure per le quali non c’è alcun precedente storico sul quale sia possibile orientarsi. Noi abbiamo inviato a voi, il Parlamento, dei progetti di legge e vi abbiamo chiesto l’approvazione di mezzi finanziari di una dimensione che prima della pandemia del coronavirus era semplicemente inimmaginabile. Ringrazio di tutto cuore per il fatto che il Bundestag, come del resto anche il Bundesrat, in queste difficili circostanze abbiamo discusso e deciso i provvedimenti legislativi con estrema rapidità”.

La differenza essenziale tra questi due comportamenti, che ricorrerà anche altrove, è che il governo italiano è estremamente debole. Si regge su una maggioranza altamente litigiosa e divisa praticamente in tutto, ha una legittimazione elettorale minima (essendo formato da due forze che si erano presentate le une contro le altre, ed una delle quali aveva anche perso), emerge da anni di umiliazione costante del Parlamento e di abitudine a non prendere alcuna decisione sostanziale per effetto del cosiddetto “vincolo esterno”.

La Cancelliera tedesca ha scelto un’altra via, e ci tornerà a più riprese, ma è cosciente che la pandemia sia “una grave imposizione democratica”, e che, per questo, sia accettabile solo “se le motivazioni delle limitazioni sono trasparenti e comprensibili, se la critica e il contraddittorio sono non solo permessi, ma anzi stimolati e che vengano ascoltati: da tutte le parti. In questo è di aiuto anche la libera stampa”.

La verità, è che in Italia manca, e abbastanza radicalmente, un presupposto perché questo corretto principio democratico sia rispettato: la fiducia. Manca nel Parlamento e nel paese (ma naturalmente si potrebbe anche dire che la fiducia va guadagnata, e non può essere pretesa). Leggiamo ancora la Merkel: “In questo ci aiuta il nostro ordinamento federale. In questo ci aiuta anche la reciproca fiducia alla quale si è potuto assistere in queste ultime settimane qui in Parlamento e dappertutto nel Paese. E’ ammirevole con quanta naturalezza le cittadine e i cittadini si siano impegnati l’uno per l’altro e si sono limitati come cittadine e cittadini a favore degli altri.

Nel seguito la Cancelliera richiama le misure di lock down che, anche se in misura meno uniforme, sono state praticate anche in Germania e i necessari, dolorosi, adattamenti che ciascuno ha dovuto subire. E con abilità mostra di comprendere il sentimento di stanchezza che, in Germania come in Italia e ovunque, emerge dopo due mesi di blocchi[3]. Ma immediatamente, come del resto ha fatto anche Conte (e Johnson) nel suo discorso, chiarisce che le spinte a riaprire tutto e subito, che in tutti paesi le forze dell’industria portano avanti con brutale energia, devono segnare il passo. Non è piacevole ma “non siamo alla fase finale dell’epidemia, ma siamo ancora al suo inizio”. Nel dire agli spiriti animali dell’economia che devono restare in attesa segna quello che, in Germania come in Italia e in Inghilterra, ed ovunque, è sempre stato il punto: “La domanda di come possiamo impedire che il virus ad un certo punto possa travolgere il nostro sistema sanitario e che di conseguenza possa costare la vita a un numero immenso di persone rimarrà ancora a lungo la questione centrale per la politica, in Germania e in Europa.[4]

A questo fine usa una immagine che nella nordica Germania deve avere una particolare presa nella memoria collettiva: “Ci muoviamo su ghiaccio sottile. Si può anche dire: su ghiaccio sottilissimo.

Dunque, la Germania sta avendo successo, l’epidemia rallenta (come in Italia, anzi un poco di più), e in questo “guadagna tempo”. Tempo che va usato per rafforzare il sistema sanitario. Qui interviene una spiegazione tecnica che prende un bel pezzo del discorso:

“Il punto angolare, intorno al quale girano tutti gli sforzi in campo medico, sono i reparti di terapia intensiva. Lì si decide il destino di coloro che sono più colpiti dal coronavirus. Conosciamo tutti i terribili racconti dagli ospedali di alcuni Paesi che per alcune settimane sono stati semplicemente travolti dal virus. Che non si arrivi a questo è il semplice e al tempo stesso ambizioso obiettivo del governo federale. Io ringrazio il nostro ministro alla Sanità, Jens Spahn, ma anche i ministri alla Salute dei Laender, che lavorano instancabilmente a questo obiettivo: e con successi che sono evidenti.

Abbiamo esteso in maniera significativa il numero degli apparecchi per la respirazione. Con l’apposita legge ci siamo accertati che gli ospedali potessero realizzare ulteriori capacità di ricovero intensivo. Così oggi possiamo verificarlo: il nostro sistema sanitario ha retto a questa prova. Ogni paziente di coronavirus ottiene anche nei casi più gravi il miglior trattamento possibile, rispettoso della dignità umana.

Questo lo dobbiamo, più che a tutti provvedimenti statali, al lavoro e al sacrificio di medici, di personali sanitario e del soccorso, delle tante persone che con la loro fatica e la loro capacità d’azione realizzano proprio quello che noi chiamiamo semplicemente ‘il nostro sistema sanitario’. Li ringraziamo con questo applauso, e questo ringraziamento lo voglio estendere anche alle soldatesse e ai soldati della Bundeswehr, che danno il loro contributo in molti luoghi.

Un ruolo forse meno visibile in pubblico ma altrettanto decisivo nella lotta contro la pandemia è quello dell’amministrazione pubblica sanitaria. Si tratta di quasi 400 uffici sanitari locali. Se vogliamo riuscire a controllare e rallentare lo sviluppo dell’infezione, abbiamo bisogno che questi uffici siano in piena forza. Ed io aggiungo: in una condizione più forte di quanto non fossero prima della pandemia.

Per questo abbiamo deciso tra governo e Laender di dare a questi uffici più collaboratrici e collaboratori, in modo che possano effettivamente essere messi in grado di perseguire anche il compito di tracciare i contatti di una persona infetta. Il Robert Koch Institut istituirà 105 team mobili con studenti, i cosiddetti ‘containment scouts’, che possono essere utilizzati là dove vi sia particolare necessità.”

Il punto cruciale sono i reparti di terapia intensiva, che garantiscono a tutti le cure rispettose della dignità di ciascuno, ma anche gli uffici sanitari territoriali distribuiti, il vero punto debole della nostra organizzazione sanitaria, in grado di fornire assistenza distribuita e di identificare tempestivamente i focolai.

Quindi sarà trattata la questione dei dispositivi ed equipaggiamenti di protezione individuale, per i quali il governo ha predisposto l’approvvigionamento centralizzato, sottraendolo al mercato[5], ma, al contempo per i quali si sta organizzando per restringere le catene di fornitura: “la pandemia ci insegna: non è bene se gli equipaggiamenti di protezione vengano acquisiti solo da Paesi lontani. Maschere che constano solo pochi centesimi nella pandemia possono diventare un fattore strategico. La Repubblica federale e l’Unione europea lavorano affinché si torni ad essere più indipendenti da Paesi terzi in questo ambito. Per questo siamo aumentando le capacità produttive per questi ben in Germania e in Europa con grande pressione”.

Terzo elemento, la capacità di testing: “Se ci chiediamo in cosa abbiamo beneficiato in questa prima fase della diffusione del virus, allora sono – oltre ai tanti posti letto nelle terapie intensive – le alte capacità di test e la fitta rete di laboratori. Gli esperti ci dicono: testare, testare, testare. Così traiamo un quadro più preciso dell’epidemia in Germania e abbiamo una maggiore chiarezza sui numeri reali dell’infezione, così possiamo effettuare più frequentemente test sul personale di cura, in modo da far calare il rischio di infezione negli ospedali e nelle case di cura. Per questo abbiamo esteso le capacità per test ad ampio raggio e le estenderemo ancora”.

Ovviamente, conclude, la soluzione definitiva è affidata alla ricerca, del vaccino e delle cure. Per questo la Germania si è impegnata in cooperazione con il resto del mondo.

La questione è che in una epidemia, nella quale un agente biologico si propaga attraverso i contatti tra le persone, rilassarsi è pericolosissimo. Come dice:

“più riusciamo a sostenere proprio all’inizio di questa pandemia la massima perseveranza e disciplina, tanto più saremo in grado di sviluppare nuovamente la vita economica, sociale e pubblica, e lo potremo fare in modo duraturo, più che non cullandoci, proprio all’inizio, troppo presto in una falsa sicurezza a causa dei numeri incoraggianti sui contagi.

Dunque se all’inizio siamo disciplinati ce la faremo più velocemente a creare le condizioni per vivere allo stesso modo la salute e l’economia, la salute e la vita sociale. Anche allora il virus ci sarà ancora: ma con la concentrazione e la perseveranza – proprio all’inizio – possiamo evitare di saltare da un lockdown al prossimo, o di dover isolare per mesi certi gruppi di persone da altri, e di doverci confrontare con condizioni terribili nei nostri ospedali, come purtroppo è stato il caso in alcuni altri Paesi.

Con più perseveranza e coerenza sopportiamo all’inizio di questa pandemia le limitazioni riuscendo a spingere verso il basso lo sviluppo delle infezioni, più serviremo non solo la salute dei cittadini, ma anche la vita scientifica e la vita sociale, perché saremo in grado di intercettare ogni catena d’infezioni e con ciò di controllare il virus. Questa convinzione guida le mie azioni”.

Per questo invita alla prudenza (in Germania come in Italia si sta tentando di riavviare precocemente molte attività).

Ci sono altri temi che ricorrono nel discorso e assomigliano a quelli che si stanno trattando in Italia: la tracciatura dei contatti (digitale, lì come qui, con polemiche non dissimili), le riaperture e le regole di distanziamento attività per attività[6]. Cose che modificheranno la quotidianità.

Infine, il sostegno all’economia. E ciò in Germania ed in Europa.

Dato che il discorso cadeva il giorno prima del Consiglio Europeo nel quale la Germania ha conseguito il solito successo, descrive al suo Parlamento quel che proporrà:

“Insieme abbiamo agito per contrastare il massiccio crollo dell’economia europea. Lo facciamo con un pacchetto di misure d’aiuto per imprese e lavoratori della dimensione di 500 miliardi di euro, sui quali il nostro ministro alle Finanze Olaf Scholz e gli altri ministri alle Finanze dell’eurogruppo si sono intesi due settimane fa. Ora si tratti di rendere veramente disponibili questi 500 miliardi di euro: per questo anche il Bundestag dovrà ancora prendere ulteriori decisioni.

Ora alcuni dei nostri partner europei chiedono – ma anche all’interno della discussione politica in Germania questo è un tema – che di fronte alla grave crisi si accolgano debiti comuni dalle garanzie condivise. Questa questione avrà un ruolo anche nella videoconferenza del Consiglio europeo. Ipotizziamo che effettivamente ci siano il tempo e la volontà politica per un indebitamento comune: allora tutti i parlamenti nazionali dell’Unione europea e anche il Bundestag dovrebbero decidere di cambiare di conseguenza i Trattati Ue, in modo che una parte della normativa sui bilanci venga trasferita a livello europee e sia là controllata democraticamente. Si tratterebbe di un processo lungo e molto difficile, e non un processo che nell’attuale fase sia in grado di garantire aiuto diretto. Perché ora si tratta di aiutare rapidamente e di avere nelle mani rapidamente degli strumenti in grado di alleviare le conseguenze della crisi.

Direi piuttosto chiaro, ed onesto: c’è il Mes e non c’è altro. Quel che chiedono Italia, Spagna e Francia, una emissione di debito garantito in solido, richiede il cambiamento dei Trattati e quindi l’approvazione di ogni Parlamento europeo. Un processo che con un notevole eufemismo la Merkel chiama “lungo e difficile”, e che, ovviamente, per ora non serve a portare soccorso.

Binario morto.

Continua:

“Al consiglio europeo odierno si discuterà anche su come procedere insieme in Europa nel tempo che seguirà le restrizioni più severe. Vogliamo agire rapidamente in Europa, perché abbiamo bisogno naturalmente di strumenti per superare le conseguenze della crisi in tutti gli Stati membri.

In questo contesto ritengo che intanto sia molto importante che la Commissione europea verifichi adesso e anche nelle prossime settimane come i diversi campi dell’economia siano stati colpiti dalla crisi e quali campi d’azione ne derivino. Questo riguarda anche gli aiuti immediati per l’economia europea. Un programma congiunturale europeo potrebbe sostenere nei prossimi due anni la necessaria ripresa. Noi lavoreremo anche per questo.

Nelle discussioni di oggi non si tratterà di fissare già i dettagli o di decidere addirittura delle dimensioni delle misure. Ma una cosa è già chiara: dobbiamo essere pronti, nello spirito della solidarietà, di realizzare contributi di ben altra natura, ossia molto più alti, al bilancio europeo. Perché noi vogliamo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea possano riprendersi economicamente. Un tale programma congiunturale dovrebbe tuttavia sin dall’inizio essere pensato insieme al bilancio europeo, perché il comune bilancio europeo è da decenni il collaudato strumento del finanziamento solidale di iniziative comuni nell’Unione europea.

Oltre a questo io insisterò affinché il consiglio europeo affronti rapidamente alcune domande di fondo. Dove dobbiamo collaborare in maniera ancora più stretta a livello europeo? Dov’è che l’Unione europea ha bisogno di ulteriori competenze? Quali capacità strategiche dovremo avere o mantenere nel futuro? Possiamo approfondire l’unione non solo nella politica finanziaria o nella politica digitale o nel mercato interno; la solidarietà europea è richiesta anche nella politica migratoria, nello stato di diritto, nella politica di sicurezza e di difesa oppure nella difesa del clima”.

Insomma, ogni occasione è buona per cercare di potenziare il meccanismo di ordine europeo.

Ma questo è un altro discorso.

[1] – Asimmetriche in quanto in Germania la Corte Costituzionale ha chiarito in numerose sentenze che le norme europee sono subalterne a quelle nazionali, da noi è il contrario.

[2] – Questo strumento, che non è soggetto ad alcun controllo ex ante e soprattutto non è soggetto alla ratifica parlamentare trascorsi 60 gg., è stato legittimato da un DL. Il numero 6/20 all’art 3. Ottenendo un castelletto di più che dubbia legittimazione costituzionale ed in fatti da più parti contestato. La Costituzione, all’art 77, indica nel Decreti Legge quegli strumenti “straordinari” che possono avere valore di legge ordinaria, peraltro con l’obbligo di presentarli subito alle camere e di convertirli entro 60 gg. Qui si è usato, appunto, un Dl per istituire l’uso del Dpcm, fornendo una copertura altamente incerta, per atti che al minimo svolgono un delicato lavoro di bilanciamento tra principi costituzionali (la libertà di circolazione, ex art 16, e il diritto alla salute.

[3] – “Ormai viviamo da settimane nella pandemia. Ognuno di noi ha dovuto adattare se stesso e la sua vita alle nuovi condizioni, privatamente e professionalmente. Ognuno di noi può testimoniare cosa in particolare gli manca e cosa gli risulta più pesante. E io capisco che questa vita condizionata dal coronavirus ci appaia a tutti quanti già molto, molto lunga.”

[4] – Secondo una recente ricerca fino ad oggi, in tre mesi, l’epidemia ha portato ad un raddoppio dei morti in Europa, rispetto alla media dei primi tre mesi dell’anno degli anni passati. Probabilmente molti di questi derivano dalle difficoltà che in alcune regioni (in primis la regione di Padova e Milano e quella di Madrid) hanno investito il sistema sanitario. Se l’infrastruttura sanitaria collassa si muore anche di altro, probabilmente soprattutto di altro.

[5] – “La situazione sui mercati mondiali per questo tipo di materiale è molto tesa. Le pratiche commerciali delle prime settimane della pandemia erano, diciamolo, piuttosto ruvide. Per questo il governo federale ha deciso – nonostante non sia nostra competenza secondo la legge per la protezione dalle infezioni – di coordinare in modo centralizzato l’approvvigionamento degli equipaggiamenti di protezione personale e di trasferire poi tali beni ai Laender. Io ringrazio anche le imprese che ci hanno aiutato con la loro esperienza.”

[6] – “Quel che è chiaro che non potremo tornare alla quotidianità come l’abbiamo conosciuta prima del coronavirus. La quotidianità per certi aspetti sarà diversa, anche quando i modelli di tracciamento digitale che attualmente vengono discussi entreranno in funzione. Anche le severe regole di distanziamento e le norme igieniche, così come le limitazioni dei contatti, faranno parte di tutto ciò. Questo riguarda per esempio anche la riapertura di scuole e di asili. I Laender stanno per organizzare e preparare anche dal punto di vista pratico le aperture progressive delle scuole. Lì ci vorrà una capacità d’azione anche piena di fantasia. “

https://tempofertile.blogspot.com/2020/04/circa-il-discorso-di-angela-merkel-al.html?fbclid=IwAR2GcxUwk20ph-OxR0nK4BTVbx9J7kgMEJMnFTikb13rjMFc5OVfgZzOnvQ

https://www.agi.it/estero/news/2020-04-23/discorso-merkel-bundestag-integrale-8422274/

Traduzione di Roberto Brunelli

Egregio signor Presidente, care colleghe e cari colleghi, signore e signori. Stiamo vivendo tempi del tutto straordinari e gravi. E tutti noi, governo e parlamento, tutto il nostro Paese, siamo sottoposti ad una prova come non c’è mai stata dalla Seconda guerra mondiale, dagli anni fondativi della Repubblica federale. In gioco c’è niente di meno che la vita e la salute delle persone. E ne va della coesione e della solidarietà della nostra società e in Europa.

Io sto dinnanzi a voi come la cancelliera di un governo che nelle scorse settimane ha deciso insieme ai Laender federali delle misure per le quali non c’è alcun precedente storico sul quale sia possibile orientarsi. Noi abbiamo inviato a voi, il Parlamento, dei progetti di legge e vi abbiamo chiesto l’approvazione di mezzi finanziari di una dimensione che prima della pandemia del coronavirus era semplicemente inimmaginabile. Ringrazio di tutto cuore per il fatto che il Bundestag, come del resto anche il Bundesrat, in queste difficili circostanze abbiamo discusso e deciso i provvedimenti legislativi con estrema rapidità.

Ormai viviamo da settimane nella pandemia. Ognuno di noi ha dovuto adattare se stesso e la sua vita alle nuovi condizioni, privatamente e professionalmente. Ognuno di noi può testimoniare cosa in particolare gli manca e cosa gli risulta più pesante. E io capisco che questa vita condizionata dal coronavirus ci appaia a tutti quanti già molto, molto lunga.

Nessuno lo sente dire volentieri, ma è la verità: non stiamo vivendo la fase finale della pandemia, ma siamo ancora al suo inizio. Dovremo vivere ancora a lungo con questo virus. La domanda di come possiamo impedire che il virus ad un certo punto possa travolgere il nostro sistema sanitario e che di conseguenza possa costare la vita a un numero immenso di persone rimarrà ancora a lungo la questione centrale per la politica, in Germania e in Europa.

Sono consapevole quanto le misure restrittive pesino su tutti noi, individualmente e come società. Questa pandemia è una grave imposizione democratica: perché limita proprio quelli che sono i nostri diritti esistenziali ed i nostri bisogni, quelli degli adulti nella stessa misura di quelli dei bambini. Una tale situazione è accettabile e sopportabile solo se le motivazioni delle limitazioni sono trasparenti e comprensibili, se la critica e il contraddittorio sono non solo permessi, ma anzi stimolati e che vengano ascoltati: da tutte le parti. In questo è di aiuto anche la libera stampa.

In questo ci aiuta il nostro ordinamento federale. In questo ci aiuta anche la reciproca fiducia alla quale si è potuto assistere in queste ultime settimane qui in Parlamento e dappertutto nel Paese. E’ ammirevole con quanta naturalezza le cittadine e i cittadini si siano impegnati l’uno per l’altro e si sono limitati come cittadine e cittadini a favore degli altri.

Vi assicuro: quasi nessuna decisione nella mia attività da cancelliera mi è pesata quanto le limitazioni dei diritti di libertà personale. Anche a me pesa vedere i bambini che in questo momento non possono incontrare le proprie amiche e i propri amici, cosa che a loro manca moltissimo. E anche a me pesa se le persone possono andare a passeggiare fondamentalmente solo con una sola persona all’eccezione di coloro che convivono nella stessa abitazione, e che debbano rispettare distanze minime così importante.

Anche a me pesa, in particolare, quel che devono sopportare le persone che vivono nelle istituzioni di cura, quelle per gli anziani o quelle per disabili. Là dove la solitudine può comunque già essere un problema la vita diventa ancora più solitaria in tempi di pandemia e del tutto senza visitatori. E’ crudele, se oltre al personale di assistenza, che danno assolutamente il massimo, non ci può essere nessun altro, se le forze svaniscono e una vita va verso la fine. Non dimentichiamo mai queste persone ed il temporaneo isolamento nel quale sono costrette a vivere. Questi ottantenni e novantenni hanno costruito il nostro Paese. Il benessere nel quale viviamo l’hanno fondato loro.

Sono la Germania proprio come lo siamo noi, i loro figli e i loro nipoti. E noi conduciamo la battaglia contro il virus anche per loro. Per questo sono convinta che queste limitazioni siano così necessarie per affrontare come comunità questa crisi drammatica e di difendere ciò che la nostra Costituzione mette al centro della nostra azione: la vita e la dignità di ogni singola persona.

Attraverso la severità verso noi stessi, la disciplina e la pazienza delle scorse settimane abbiamo rallentato la diffusione del virus. Il che suona come qualcosa di piccolo, ma è invece qualcosa di immensamente prezioso. Abbiamo guadagnato tempo e questo tempo guadagnato in modo così prezioso l’abbiamo usato bene, per rafforzare ancora il nostro sistema sanitario.

Il punto angolare, intorno al quale girano tutti gli sforzi in campo medico, sono i reparti di terapia intensiva. Lì si decide il destino di coloro che sono più colpiti dal coronavirus. Conosciamo tutti i terribili racconti dagli ospedali di alcuni Paesi che per alcune settimane sono stati semplicemente travolti dal virus. Che non si arrivi a questo è il semplice e al tempo stesso ambizioso obiettivo del governo federale. Io ringrazio il nostro ministro alla Sanità, Jens Spahn, ma anche i ministri alla Salute dei Laender, che lavorano instancabilmente a questo obiettivo: e con successi che sono evidenti.

Abbiamo esteso in maniera significativa il numero degli apparecchi per la respirazione. Con l’apposita legge ci siamo accertati che gli ospedali potessero realizzare ulteriori capacità di ricovero intensivo. Così oggi possiamo verificarlo: il nostro sistema sanitario ha retto a questa prova. Ogni paziente di coronavirus ottiene anche nei casi più gravi il miglior trattamento possibile, rispettoso della dignità umana.

Questo lo dobbiamo, più che a tutti provvedimenti statali, al lavoro e al sacrificio di medici, di personali sanitario e del soccorso, delle tante persone che con la loro fatica e la loro capacità d’azione realizzano proprio quello che noi chiamiamo semplicemente “il nostro sistema sanitario”. Li ringraziamo con questo applauso, e questo ringraziamento lo voglio estendere anche alle soldatesse e ai soldati della Bundeswehr, che danno il loro contributo in molti luoghi.

Un ruolo forse meno visibile in pubblico ma altrettanto decisivo nella lotta contro la pandemia è quello dell’amministrazione pubblica sanitaria. Si tratta di quasi 400 uffici sanitari locali. Se vogliamo riuscire a controllare e rallentare lo sviluppo dell’infezione, abbiamo bisogno che questi uffici siano in piena forza. Ed io aggiungo: in una condizione più forte di quanto non fossero prima della pandemia.

Per questo abbiamo deciso tra governo e Laender di dare a questi uffici più collaboratrici e collaboratori, in modo che possano effettivamente essere messi in grado di perseguire anche il compito di tracciare i contatti di una persona infetta. Il Robert Koch Institut istituirà 105 team mobili con studenti, i cosiddetti ‘containment scouts’, che possono essere utilizzati là dove vi sia particolare necessità.

Sin dall’inizio il governo si è dedicato anche al tema degli equipaggiamenti di protezione personale. La fornitura di questi beni, in particolare delle mascherine, è diventato rapidamente uno dei nostri compiti centrali, non solo per noi ma per tutto il mondo. Perché senza medici e infermieri sani non servono neanche i posti letti in terapia intensiva e i respiratori a disposizione.

La situazione sui mercati mondiali per questo tipo di materiale è molto tesa. Le pratiche commerciali delle prime settimane della pandemia erano, diciamolo, piuttosto ruvide. Per questo il governo federale ha deciso – nonostante non sia nostra competenza secondo la legge per la protezione dalle infezioni – di coordinare in modo centralizzato l’approvvigionamento degli equipaggiamenti di protezione personale e di trasferire poi tali beni ai Laender. Io ringrazio anche le imprese che ci hanno aiutato con la loro esperienza.

La pandemia ci insegna: non è bene se gli equipaggiamenti di protezione vengano acquisiti solo da Paesi lontani. Maschere che constano solo pochi centesimi nella pandemia possono diventare un fattore strategico. La Repubblica federale e l’Unione europea lavorano affinché si torni ad essere più indipendenti da Paesi terzi in questo ambito. Per questo siamo aumentando le capacità produttive per questi ben in Germania e in Europa con grande pressione.

Se ci chiediamo in cosa abbiamo beneficiato in questa prima fase della diffusione del virus, allora sono – oltre ai tanti posti letto nelle terapie intensive – le alte capacità di test e la fitta rete di laboratori. Gli esperti ci dicono: testare, testare, testare. Così traiamo un quadro più preciso dell’epidemia in Germania e abbiamo una maggiore chiarezza sui numeri reali dell’infezione, così possiamo effettuare più frequentemente test sul personale di cura, in modo da far calare il rischio di infezione negli ospedali e nelle case di cura. Per questo abbiamo esteso le capacità per test ad ampio raggio e le estenderemo ancora.

Tuttavia: potremo far finire la pandemia da coronavirus solo con un vaccino, almeno stando a tutto quello che sappiamo fino ad oggi su questo virus. In molti Paesi di tutto il mondo gli scienziati sono al lavoro. Il governo contribuisce con un sostegno finanziario, in modo che anche la Germania abbia il suo ruolo come sede di ricerca. Allo stesso modo stiamo finanziariamente dietro iniziative internazionali come la CEPI.

Anche per lo sviluppo di altri medicamenti e per una nuova rete nazionale per la ricerca relativa a Covid-19 il governo ha messo a disposizione in tempi brevi notevoli mezzi. Questo aiuto ricercatori e medici in tutte le cliniche universitarie tedesche, per affrontare questo compito insieme, mano nella mano. Avremo bisogno di molti altri sudi, in futuro anche studi sugli anticorpi. Per questo siamo ben attrezzati.

Tuttavia la scienza non è mai nazionale. La scienza serve l’umanità. Per cui è ovvio che, anche se vengono trovati, testati e messi in grado di essere utilizzati nuovi medicinali o un vaccino, questi siano messi a disposizione a tutto il mondo e che siano anche pagabili da tutto il mondo. Un virus che si diffonde in quasi tutti i Paesi può essere spinto indietro e contenuto solo nella cooperazione di tutti i Paesi. Per il governo federale la collaborazione internazionale contro il virus è straordinariamente importante. Nella cerchia dell’Unione europea ci coordiniamo in questo senso, proprio come nell’ambito del G7 e del G20.

Con la decisione di rinviare i pagamenti degli interessi e dei rimborsi dei 77 Stati più poveri del mondo per quest’anno siamo riusciti a togliere un po’ di pressione a questo gruppo di Paesi duramente messi alla prova. Ma si tratta di un tipo di sostegno che non potrà essere mantenuto. Per il governo federale la collaborazione con gli Stati dell’Africa è sempre una priorità e nella crisi da coronavirus la dovremo rafforzare ancora di più.

Non solo in Africa, ma lì in particolare, molto dipende dal lavoro dell’Oms, l’organizzazione mondiale della Sanità. A nome del governo federale sottolineo: l’Oms è un partner irrinunciabile, e lo sosteniamo pienamente nel suo mandato.

Signore e signori, se ci guardiamo oggi in Germania i nuovi dati del Robert Koch Institut, gli indicatori mostrano che si sviluppano nella giusta direzione, per esempio in una rallentata velocità infettiva: attualmente abbiamo ogni giorno più guariti che nuovi malati. Si tratta di un successo intermedio. Ma proprio perché le cifre scatenano speranze, mi vedo impegnata a dire: questo successo temporaneo è fragile. Ci muoviamo su ghiaccio sottile. Si può anche dire: su ghiaccio sottilissimo.

La situazione è ingannevole e assolutamente non abbiamo ancora scollinato. Perché nella lotta contro il virus dobbiamo continuare a tenere a mente che i numeri di oggi rispecchiano l’evoluzione dell’infezione di 10 o 12 giorni fa. Il numero odierno dei nuovi contagi non ci dice, insomma, quel che vedremo tra una o due settimane, se nel frattempo abbiamo dato il via libera ad un notevole numero di più contatti.

Care colleghe e cari colleghi, voglio cogliere l’occasione per enunciare ancora una volta e con maggiori dettagli cosa mi preoccupa. Ovviamente le decisioni politiche fanno sempre parte di un processo continuo di valutazione secondo le proprie conoscenze e la propria coscienza. E questo vale anche per le decisioni per la lotta contro la pandemia, che è della più grande portata per la buona salute ed il benessere delle persone nel nostro Paese.

In queste così importanti valutazioni, che nessuno prende alla leggera né al governo federale né nei Laender – questo lo so – mi sono convinta: più riusciamo a sostenere proprio all’inizio di questa pandemia la massima perseveranza e disciplina, tanto più saremo in grado di sviluppare nuovamente la vita economica, sociale e pubblica, e lo potremo fare in modo duraturo, più che non cullandoci, proprio all’inizio, troppo presto in una falsa sicurezza a causa dei numeri incoraggianti sui contagi.

Dunque se all’inizio siamo disciplinati ce la faremo più velocemente a creare le condizioni per vivere allo stesso modo la salute e l’economia, la salute e la vita sociale. Anche allora il virus ci sarà ancora: ma con la concentrazione e la perseveranza – proprio all’inizio – possiamo evitare di saltare da un lockdown al prossimo, o di dover isolare per mesi certi gruppi di persone da altri, e di doverci confrontare con condizioni terribili nei nostri ospedali, come purtroppo è stato il caso in alcuni altri Paesi.

Con più perseveranza e coerenza sopportiamo all’inizio di questa pandemia le limitazioni riuscendo a spingere verso il basso lo sviluppo delle infezioni, più serviremo non solo la salute dei cittadini, ma anche la vita scientifica e la vita sociale, perché saremo in grado di intercettare ogni catena d’infezioni e con ciò di controllare il virus. Questa convinzione guida le mie azioni.

Per questo vi dico molto chiaramente: le decisioni che abbiamo preso mercoledì scorso tra governo e Laender le sostengo in piena convinzione. Ma la loro messa in pratica comunque mi preoccupa. Eppure sono decisioni che mi appaiono in certe parti molto audace, per non dire: troppo audace. Se dico questo, ovviamente non cambia una virgola che rispetto la sovranità dei Laender, che è iscritta nel nostro ordinamento federale fissato dalla Costituzione. Il nostro ordinamento federale è forte. Affinché qui non nasca alcun equivoco, lo volevo dire ancora una volta in piena chiarezza. Al tempo stesso vedo come mio dovere esprimere il monito di non affidarsi al principio della speranza se non sono convinta. Per cui esprimo il monito anche in questo senso nei miei colloqui con le ministre-presidenti e i ministri-presidenti dei Laender e anche in questa solenne aula: non giochiamoci quel che abbiamo raggiunto e non rischiamo un contraccolpo. Sarebbe tristissimo se alla fine dovessimo essere puniti da una speranza precipitosa. Rimaniamo saggi e prudenti sulla via verso la prossima fase della pandemia. Non siamo in un lungo percorso nel quale possiamo permetterci di perdere troppo presto la forza e il respiro.

Quel che è chiaro che non potremo tornare alla quotidianità come l’abbiamo conosciuta prima del coronavirus. La quotidianità per certi aspetti sarà diversa, anche quando i modelli di tracciamento digitale che attualmente vengono discussi entreranno in funzione. Anche le severe regole di distanziamento e le norme igieniche, così come le limitazioni dei contatti, faranno parte di tutto ciò. Questo riguarda per esempio anche la riapertura di scuole e di asili. I Laender stanno per organizzare e preparare anche dal punto di vista pratico le aperture progressive delle scuole. Lì ci vorrà una capacità d’azione anche piena di fantasia. Già oggi ringrazio tutti coloro che si impegnano in questo. Io so che sono molti, moltissimi.

All’inizio ho parlato della più grande prova della Repubblica federale dai suoi anni fondativi. Questo vale purtroppo anche per l’economia. Quanto profonde saranno le perdite alla fine dell’anno e quanto perdureranno, oppure quando inizierà la ripresa, questo oggi sul serio non lo possiamo ancora dire: perché ovviamente anche questo dipende dal successo del nostro confronto con il virus.

La pandemia ci ha colpiti in un momento di bilanci sani e riserve forti. Anni di politica solida che oggi ci sono d’aiuto. Si tratta di sostenere la nostra economia e di aprire uno scudo protettivo per le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori. Sono state presentate milioni di richieste per i diversi programmi d’aiuto; milioni di persone e molte imprese hanno già ricevuto soldi. Siamo stati in grado di decidere queste misure legislative rapidamente e con una maggioranza travolgente. La nostra democrazia parlamentare è forte, è efficiente, e in tempi di crisi anche estremamente rapida.

Anche ieri sera nel vertice di coalizione abbiamo deciso ancora una volta ulteriori provvedimenti. Siete informati in proposito. Tuttavia tutti i nostri sforzi a livello nazionale potranno alla fine avere successo se avremo successo insieme anche in Europa. In questa aula spesso mi avete sentito dire: sul lungo periodo la Germania starà bene solo se starà bene anche l’Europa. Per me questa frase anche oggi è molto, molto importante.

Come si esprime ciò dal punto di vista pratico? Abbiamo per esempio curato oltre 200 pazienti dall’Italia, dalla Francia e dai Paesi Bassi nelle nostre terapie intensive. Abbiamo fornito materiale medico per esempio all’Italia o alla Spagna, e oltre ai nostri cittadini abbiamo riportato da tutto il mondo a casa migliaia di altre europee e di altri europei, rimasti bloccati: a proposito, per questo ringrazio di cuore tutte le collaboratrici e i collaboratori del nostro ministero degli Esteri. Quasi non si crede quanti tedeschi si trovino fuori dai confini nazionali: ma siamo riusciti ad aiutare anche tanti altri europei. Grazie per questo.

Insieme abbiamo agito per contrastare il massiccio crollo dell’economia europea. Lo facciamo con un pacchetto di misure d’aiuto per imprese e lavoratori della dimensione di 500 miliardi di euro, sui quali il nostro ministro alle Finanze Olaf Scholz e gli altri ministri alle Finanze dell’eurogruppo si sono intesi due settimane fa. Ora si tratti di rendere veramente disponibili questi 500 miliardi di euro: per questo anche il Bundestag dovrà ancora prendere ulteriori decisioni.

Sarei felice se potessimo dire: per il primo giugno questi denari saranno veramente disponibili. Perché anche qui si tratta di aiuti anche verso piccole e medie imprese. Si tratta anche di linee di credito precauzionali, si tratta di sostegni per impieghi a orari ridotti per i quali alcuni Stati membri forse non hanno le necessarie risorse finanziarie, ma che può essere di grande aiuto alle lavoratrici e ai lavoratori di quei Paesi.

Ora alcuni dei nostri partner europei chiedono – ma anche all’interno della discussione politica in Germania questo è un tema – che di fronte alla grave crisi si accolgano debiti comuni dalle garanzie condivise. Questa questione avrà un ruolo anche nella videoconferenza del Consiglio europeo. Ipotizziamo che effettivamente ci siano il tempo e la volontà politica per un indebitamento comune: allora tutti i parlamenti nazionali dell’Unione europea e anche il Bundestag dovrebbero decidere di cambiare di conseguenza i Trattati Ue, in modo che una parte della normativa sui bilanci venga trasferita a livello europee e sia là controllata democraticamente. Si tratterebbe di un processo lungo e molto difficile, e non un processo che nell’attuale fase sia in grado di garantire aiuto diretto. Perché ora si tratta di aiutare rapidamente e di avere nelle mani rapidamente degli strumenti in grado di alleviare le conseguenze della crisi.

Al consiglio europeo odierno si discuterà anche su come procedere insieme in Europa nel tempo che seguirà le restrizioni più severe. Vogliamo agire rapidamente in Europa, perché abbiamo bisogno naturalmente di strumenti per superare le conseguenze della crisi in tutti gli Stati membri.

In questo contesto ritengo che intanto sia molto importante che la Commissione europea verifichi adesso e anche nelle prossime settimane come i diversi campi dell’economia siano stati colpiti dalla crisi e quali campi d’azione ne derivino. Questo riguarda anche gli aiuti immediati per l’economia europea. Un programma congiunturale europeo potrebbe sostenere nei prossimi due anni la necessaria ripresa. Noi lavoreremo anche per questo.

Nelle discussioni di oggi non si tratterà di fissare già i dettagli o di decidere addirittura delle dimensioni delle misure. Ma una cosa è già chiara: dobbiamo essere pronti, nello spirito della solidarietà, di realizzare contributi di ben altra natura, ossia molto più alti, al bilancio europeo. Perché noi vogliamo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea possano riprendersi economicamente. Un tale programma congiunturale dovrebbe tuttavia sin dall’inizio essere pensato insieme al bilancio europeo, perché il comune bilancio europeo è da decenni il collaudato strumento del finanziamento solidale di iniziative comuni nell’Unione europea.

Oltre a questo io insisterò affinché il consiglio europeo affronti rapidamente alcune domande di fondo. Dove dobbiamo collaborare in maniera ancora più stretta a livello europeo? Dov’è che l’Unione europea ha bisogno di ulteriori competenze? Quali capacità strategiche dovremo avere o mantenere nel futuro? Possiamo approfondire l’unione non solo nella politica finanziaria o nella politica digitale o nel mercato interno; la solidarietà europea è richiesta anche nella politica migratoria, nello stato di diritto, nella politica di sicurezza e di difesa oppure nella difesa del clima.

Signor presidente, care colleghe e cari collegi, per noi in Germania riconoscerci nell’Europa unita fa parte della ragione di Stato. Non è materia per i discorsi della domenica, ma è un fatto del tutto pratico: siamo una comunità del destino. E l’Europa ora lo deve dimostrare di fronte a questa inattesa sfida della pandemia.

Questa pandemia colpisce tutti, ma non tutti nello stesso modo. Se non faremo attenzione, servirà come pretesto a tutti coloro che portano avanti la spaccatura della società. L’Europa non è l’Europa, se non si intende come Europa.

L’Europa non è Europa se ognuno non sta dalla parte dell’altro in tempi di emergenza di cui nessuno ha la colpa. In questa crisi abbiamo anche il compito di mostrare chi vogliamo essere come Europa. E così alla fine del mio discorso sono di nuovo giunta al pensiero della coesione. Quel che vale in Europa è la cosa più importante anche per noi in Germania.

Per quanto possa suonare paradossale, nelle settimane nelle quali le regole di comportamento ci hanno obbligato a stare lontani l’uno dall’altro e nelle quali è necessaria la distanza invece della vicinanza, noi siamo stati insieme e attraverso la coesione siamo riusciti insieme a far sì che il virus abbia rallentato il suo percorso attraverso la Germania e l’Europa. Questo non lo può decidere nessun governo, una cosa del genere un governo lo può solo sperare. E questo è possibile solo se le cittadine e i cittadini fanno con il cuore e la ragione qualcosa per il prossimo, per il Paese, oppure diciamo: per la visione d’insieme.

Questo mi rende infinitamente grata, e spero che potremo continuare ad attraversare così il tempo che viene. Un tempo che rimarrà lungo e molto grave. Ma insieme – di questo sono convinta dopo queste prime settimane di pandemia – riusciremo a superare questa sfida gigantesca. Insieme come società, insieme in Europa.

Le prime manovre: Von der Leyen, Bce, mobilitazioni, riposizionamenti. Cronache del crollo, di Alessandro Visalli

Le prime manovre: Von der Leyen, Bce, mobilitazioni, riposizionamenti. Cronache del crollo.

 

Giorni pieni e convulsi.

Venerdì si è tenuto in teleconferenza il Consiglio Europeo, che ha visto uno scontro frontale e prolungato tra Spagna e Italia contro Olanda e Germania, la Francia leggermente defilata e gli altri spettatori attoniti. Al termine un veto di Spagna e Italia ha determinato il rinvio di quindici giorni con mandato alla Commissione ed alla Bce di elaborare proposte da riportare al tavolo.

Sabato, con un’inaudita dichiarazione la Presidente della Commissione Europea, Ursula Von der Leyen, ha dichiarato che il suo mandato è di elaborare un “piano di ricostruzione” e non di lavorare sull’emissione di bond comuni. Questi, dice, sono ostacolati da “chiari confini giuridici” in quanto dietro c’è “la questione delle garanzie”. Ovvero la vecchia questione secondo la quale la Germania e gli altri paesi rifiutano quella che chiamano “un’unione di trasferimenti”, ovvero di garantire con le proprie risorse fiscali trasferimenti, in una forma o nell’altra, ovvero anche sotto forma di garanzie, ad altri paesi. Dunque, continua, “su questo le riserve della Germania come di altri paesi sono giustificate”. L’economista Sergio Cesaratto ha avuto una parola sola e semplice per questo: traditrice. Il Presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, invece in una conferenza stampa di qualche minuto fa ha detto, rispondendo[1][1] ad una domanda del giornalista del Corriere della Sera, che “il compito di elaborare la proposta non l’abbiamo dato alla Presidente della Commissione Europea, all’esito abbiamo dato all’Eurogruppo 14 gg per elaborare delle proposte che poi il prossimo Consiglio Europeo possa prendere in considerazione. Quel che mi permetto di dire e sarò inflessibile: qui c’è un appuntamento con la Storia, l’Europa deve dimostrare se è all’altezza di questa chiamata della storia. Uno shock simmetrico che riguarda tutti i sistemi degli stati membri. Si tratta di dimostrarsi adeguati o no”.

Venerdì la Presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, ha fatto una mossa nella direzione esattamente opposta: con tempismo insospettabile ha abolito tutti quei vincoli che la Bundesbank, in un lunghissimo corpo a corpo con la direzione del suo predecessore Mario Draghi era riuscita ad inserire nel corpo degli strumenti monetari “non convenzionali” dell’istituzione monetaria. Nel programma QE eliminato il vincolo del tetto del 33% per acquistare i titoli sovrani, dichiarato che gli acquisti saranno “illimitati” (e non i previsti 750 miliardi). Ipotizzato di attivare per la prima volta il programma OMT che fu messo a punto nel 2012 e mai utilizzato (bastò la minaccia), che però è soggetto a condizionalità. E, un paio di giorni fa, chiesto ai ministri delle finanze di considerare la proposta dei 9 paesi, di emettere titoli di debito comuni. L’esatto opposto di quel che dice la Von der Leyen.

Sabato, nella conferenza stampa già citata, rispondendo ad un giornalista di Sky che chiedeva se fosse vero che in caso di indisponibilità sia “davvero in campo l’ipotesi di bond non europei ma garantiti solo dagli stati sovrani che sono firmatari della lettera[2][2]. A questa inaudita domanda Gualtieri ha risposto, testualmente, “noi vogliamo che la risposta sia di tutta l’Europa a questa emergenza, di tutta l’Unione Europea a 27, di tutta l’area Euro”. Invece Conte ha detto, ancora testualmente, “su questo possiamo riassumere. Il nostro obiettivo in questo momento è assicurare liquidità con il massimo sforzo e la massima rapidità per assicurare liquidità alle imprese, famiglie e lavoratori”. Insomma, uno non risponde di no, e l’altro risponde sì.

Quel che si può concludere è che, come è accaduto qualche giorno, fa ricominciano le scaramucce al margine dei rispettivi campi. Sul probabile asse Usa-Francia la Lagarde ha chiarito le sue intenzioni (peraltro Macron ha sentito Trump e annunciato grandi interventi[3][3]), mentre sul fronte opposto la Von der Leyen ha precisato quale è la sua lealtà fondamentale per il blocco del nord.

Un articolo de El Pais[4][4], descrive plasticamente lo scontro di giovedì in Consiglio Europeo. Quando Charles Michels, il Presidente del Consiglio Europeo, dopo ore di discussione, ha proposto un testo di accordo che non prevedeva eurobond si è trovato davanti il presidente Pedro Sanchez, spagnolo, e quello italiano, Giuseppe Conte, uniti. Ma questa volta, non come nel 2012, anche con altri sette alleati. Sanchez risulterebbe aver risposto “è inaccettabile. Non posso accettare una parola vaga e diverse settimane di rinvio quando il mio paese ha l’emergenza sanitaria che ha. Abbiamo chiesto un’assicurazione comune sulla disoccupazione e non me la stai dando. Il mandato all’Eurogruppo deve essere chiaro”. Poco prima si era consumato lo scontro tra Conte e l’olandese Rutte sulla presenza o meno del riferimento al Mes. Al premier italiano che lo voleva rimuovere la Merkel ha risposto direttamente: “È uno strumento molto valido. Alla fine è quello che ti aiuterà. Non essere così critico. Se quello che stai aspettando sono i coronabond, non verranno mai. Il mio Parlamento non li accetterebbe. State generando aspettative che non saranno soddisfatte e invierete solo messaggi di divisione”.

In questa discussione è quindi intervenuto direttamente Sanchez, il quale ha proposto alla Merkel l’argomento esattamente simmetrico: se questa non può portare i coronabond al suo Parlamento, il premier spagnolo non può portare “nulla” al suo paese, “non in questo momento”.

 

Ovvero non con 54.000 malati, 5.800 morti (di cui quasi 700 oggi), 12.000 ricoverati (di cui 4.100 critici), e un numero di casi per milione di abitanti che è pari solo a quelli italiani e svizzeri (rispettivamente 1.500 e 1.600).

A questo punto lo scontro è salito di grado emotivo e ha sfiorato la rottura personale:

  1. “Pedro, ti sbagli. Dici che il paragrafo è nulla, ma ci sono persone che lavorano, devi lasciarle fare” (l’Eurogruppo).
  2. “Angela, sto ascoltando, ma è chiaramente insufficiente. Lo abbiamo già visto. Se non diamo loro un mandato chiaro, sappiamo già cosa accadrà. Non capisci l’emergenza che stiamo vivendo?”
  3. “Pedro, come puoi dire che non la capisco?” è stata la risposta risentita della Cancelliera tedesca, accusata di insensibilità umana.
  4. “Ho bisogno che tu capisca l’urgenza del momento”.
  5. “Pedro, siamo già al limite. Abbiamo già preso molti impegni” (dimostrando esattamente ciò a cui lo spagnolo alludeva).
  6. “Ho anche io preso molti impegni in una situazione molto difficile”.

 

Questo sarebbe stato, secondo il quotidiano spagnolo, il momento (il solo momento) in cui il presidente Francese, firmatario della lettera del giorno prima, è intervenuto in soccorso del suo alleato: “Pedro ha ragione. Sono con lui per il fatto che non possiamo trasferire la nostra responsabilità politica all’Eurogruppo. Questa è una questione politica, non possiamo lasciarla nelle mani dei ministri delle finanze, che si riproducono reciprocamente le posizioni”.

 

Ma le sei ore di “fine schermaglia e qualche pugnalata” si sono concluse alla fine con un nulla di fatto ed un rinvio di due settimane. Da impiegare per predisporre una proposta da riportare al tavolo.

Persino sulla scelta delle istituzioni da coinvolgere c’è stata una divergenza altamente indicativa, quando Pedro Sanchez ha proposto di incaricare tutte le cinque istituzioni europee (Commissione, Consiglio, Parlamento, BCE ed Eurogruppo) la Merkel ha risposto un secco “Nein”. Il motivo è stato semplice: una squadra diretta da una francese (Bce), una tedesca (Commissione), un belga (Consiglio), un italiano (Parlamento), un portoghese (Eurogruppo), è stato giudicato troppo sbilanciato. In un sistema decisionale sempre più nazionalizzato si è concluso quindi di escludere italiano e portoghese.

 

Questo è dunque il contesto nel quale, scavalcando gli altri due organismi investiti del compito, la Von der Leyen ha oggi dichiarato che reputa escluso inserire nel pacchetto di “soluzioni” i coronabond al centro dello scontro di ieri.

Ma tutto ciò avviene mentre in Spagna aumentano i morti, in Italia si comincia ad assaltare i supermercati e il governo accelera la spesa mettendo i primi cinque miliardi a disposizione. Soprattutto, mentre il papa produce un’impressionante teatralizzazione della crisi, con la sua benedizione “Urbi et orbi”[5][5].

Ed avviene, ciò è importante, mentre la curva di crescita dell’epidemia inizia ad attenuarsi in Italia, è un passo indietro in Spagna e Francia, ma è appena all’avvio della fase esponenziale in Olanda e Germania, che stanno tardando a prendere misure di distanziamento radicali (come ricorderà aspramente il premier portoghese).

In questa condizione per chi gioca il tempo? Tra quindici giorni l’Italia potrebbe essere anche a 120-130.000 casi, ma stabile, la Spagna e la Francia essere molto vicine, ma la Germania potrebbe averla superata e l’Olanda essere in piena accelerazione.

E, soprattutto, conviene mettere con le spalle al muro un avversario disperato?

 

Vediamo quanto.

Il 27 marzo, Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica italiana, ha pronunciato un solenne e doloroso discorso[6][6] che parte dal ricordo delle quasi diecimila persone che sono morte fino ad ora[7][7], ma subito dopo entra con decisione insolita nel merito della cosa:

 

“Nell’ Unione Europea la Banca Centrale e la Commissione, nei giorni scorsi, hanno assunto importanti e positive decisioni finanziarie ed economiche, sostenute dal Parlamento Europeo. Non lo ha ancora fatto il Consiglio dei capi dei governi nazionali. Ci si attende che questo avvenga concretamente nei prossimi giorni.

Sono indispensabili ulteriori iniziative comuni, superando vecchi schemi ormai fuori dalla realtà delle drammatiche condizioni in cui si trova il nostro Continente. Mi auguro che tutti comprendano appieno, prima che sia troppo tardi, la gravità della minaccia per l’Europa.

La solidarietà non è soltanto richiesta dai valori dell’Unione ma è anche nel comune interesse.

Ho auspicato – e continuo a farlo -che le risposte all’emergenza del coronavirus possano essere il frutto di un impegno comune, fra tutti: soggetti politici, di maggioranza e di opposizione, soggetti sociali, governi dei territori. Unità e coesione sociale sono indispensabili in questa condizione”.

Lo stesso giorno il Presidente francese, Emmanuel Macron, ha rilasciato un’intervista[8][8] nella quale pone domande dirimenti, “L’Unione europea, la zona euro, si riducono a un’istituzione monetaria e a un insieme di regole che consentono a ogni Stato di agire per conto suo?”. Quindi è entrato nel merito, ricordando che “dieci Paesi dell’eurozona, rappresentanti del 60% del suo Pil, hanno esplicitamente sostenuto una capacità di indebitamento comune, quale che sia il suo nome, oppure un aumento del bilancio dell’Unione europea per permettere un sostegno reale ai paesi più colpiti da questa crisi”. Tuttavia, “Alcuni Paesi, tra cui la Germania hanno espresso le loro reticenze. Abbiamo deciso di continuare questo fondamentale dibattito, al più elevato livello politico, nelle prossime settimane. Non possiamo abbandonare questa battaglia. Preferisco un’Europa che accetti divergenze e dibattiti piuttosto che un’unità di facciata che conduce all’immobilismo. Se l’Europa può morire, è nel non agire”.

 

Ecco. L’Europa può morire.

 

Vediamo ora i carnefici.

Mark Rutte, scrive[9][9] Yvonne Hofs sul giornale olandese De Volkskrant, un giornale progressista fondato nel 1919, non vogliono accettare gli eurobond e preferirebbero non dover prestare miliardi di euro a paesi come l’Italia o la Spagna. Il motivo della loro dura opposizione agli eurobond (ovvero ai “coronabond”), è che “entrambe le proposte possono portare i Paesi Bassi alla fine a pagare i debiti del governo italiano e spagnolo”. Vediamo quale è il meccanismo immaginato, perché è davvero interessante: “I crediti Eurobond e ESM sono finanziati da tutti i paesi dell’euro, ma i Paesi Bassi e la Germania non hanno davvero bisogno di quei soldi. I miliardi dell’ESM affluiranno quasi esclusivamente a paesi dell’euro deboli. Solo i paesi che ora pagano tassi di interesse relativamente elevati sul proprio debito nazionale beneficiano degli Eurobond: paesi con debiti elevati come l’Italia. I Paesi Bassi e la Germania ricevono prestiti più costosi con gli Eurobond; essi pagano meno interessi sui propri titoli di Stato nazionali rispetto a qualsiasi eurobond.”

La questione è semplice, dunque, un titolo emesso in comune spunterebbe sul mercato un tasso eguale europeo, attraendo capitali remunerati esattamente nello stesso modo. Ma oggi alcuni paesi del Nord in realtà attraggono talmente tanti capitali (dal sud) da spuntare dei tassi negativi, o comunque largamente inferiori a quelli che sono costretti a pagare i paesi dai quali i capitali fuggono. È una meccanica semplice e chiara. Ed è molto simile a quella della moneta. Una media è sempre superiore al valore più basso e minore del valore più alto. Dunque dei titoli mutualistici non convengono ai paesi del nord, in effetti rischierebbero di fare concorrenza alle emissioni dei paesi sovrani nordici, e comunque al minimo non gli servono.

L’argomento è sia egoistico, sia disvelante della posizione di vantaggio strutturale nella quale sono messi dalla presenza dell’unione. Posizione di vantaggio della quale non reputano essere loro dovere in alcun modo restituire parte.

 

Perché non lo reputano? Il resto lo chiarisce molto bene. Il Ministro delle finanze olandese, il cristiano democratico Wopke Hoeskstra, ha chiesto il 26 marzo che la Commissione Europea, diretta dalla tedesca Von der Leyen, indaghi sui paesi che hanno chiesto gli Eurobond (ovvero sul 60 % dell’eurozona) “per capire i motivi per cui non hanno abbastanza spazio di bilancio per rispondere all’impatto economico della crisi”. Ovvero, secondo l’articolista, “indagare sul motivo per cui alcuni paesi non hanno riformato le loro economie quando il sole ha brillato negli ultimi anni”. Dimenticando che il sole si è dimenticato di brillare al sud, continua affermando che invece “I Paesi Bassi lo fanno dal 2012. Poiché i gabinetti olandesi hanno adottato misure impopolari che colpiscono gli elettori, come l’innalzamento dell’età pensionabile e dell’IVA e la riduzione della detrazione degli interessi sui mutui, i Paesi Bassi sono ora in grado di combattere da soli la crisi della corona. Grazie alla disciplina di bilancio precedentemente dimostrata, il governo olandese ha 90 miliardi di euro in contanti per sostenere l’economia ora che minaccia di crollare sotto la peste del virus”.

Ovvero, i Paesi Bassi hanno praticato misure di austerità. Mentre “L’Italia non ha fatto tutto questo. Quel paese ora vuole aiuti finanziari dai Paesi Bassi, tra gli altri, perché non ha soldi per risolvere il proprio problema corona.”

Sulla base di questa affermazione fattualmente falsa[10][10], l’articolista da una parte nega che sia nazionalista la posizione olandese e non quella italiana, dall’altra estrae il costante timore di attivare una “unione di trasferimenti”.

L’affermazione è dimostrabilmente falsa, non solo ricordando le molte riforme effettuate, ma osservando i saldi primari, ovvero la presenza di risparmi (saldo primario positivo) o di deficit (saldo primario negativo). L’Italia ha un record, è in avanzo primario da 27 anni, ed anche l’incremento del debito pubblico è stato del 29,32% dal 2008 al 2014, contro il 25,23 dei Paesi Bassi ed il 15, 19% della Germania, ma sotto Danimarca, Francia, Stati Uniti, Lussemburgo, Grecia, Regno Unito e Portogallo.

Insomma, l’accusa è frettolosa, mentre il fatto di avere tassi sistematicamente più bassi ed una moneta sottovalutata (rispetto al tenore delle esportazioni), o di poter fare liberamente da zona franca fiscale (attraendo le nostre aziende, come FCA) va bene. Il punto però è un altro, qualunque uso “più liberale” dei meccanismi di prestito (incluso il Mes senza condizionalità) crea impopolarità. “Molti elettori che votano per VVD e CDA [i partiti di governo] temono che la zona euro diventerà un sindacato di trasferimento, in cui paesi deboli come l’Italia saranno strutturalmente sovvenzionati da paesi economicamente forti come i Paesi Bassi. Se Rutte e Hoekstra accettano gli Eurobond, avranno un ruolo i partiti euroscettici come FVD e PVV.”

Questo è il timore, esacerbato dal comportamento della Bce, nella quale, scrive il giornalista, mercoledì Klaas Knot e Jens Weidman sono andati in minoranza[11][11].

 

 

Un’articolo ed una posizione abbastanza netta. Alla quale il premier Portoghese ha reagito in modo davvero violento[12][12], definendo “ripugnanti” i commenti del ministro, e dichiarando che il Portogallo “non è più disponibile ad ascoltare ancora il ministro delle Finanze olandese”, di seguito ha attaccato la politica permissiva dell’Olanda con il virus (non ha ancora attivato misure “all’italiana”), con l’ottimo argomento che l’Unione Europea, se esiste, è un’area di libera circolazione. L’atteggiamento olandese (e, chiaramente, tedesco) viene, insomma, accusato da Costa di essere “avido”. E questa “avidità” di minacciare il futuro della Ue.

 

Non manca anche una incredibile uscita[13][13] di un Romano Prodi in cerca di riposizionamento, che qualifica come “drammatiche” le conseguenze possibili del Consiglio Europeo fallito. Il rinvio all’Eurogruppo è definito “tragicamente umoristico” e le diversità di vedute, “ad oggi non componibili”. Il realista ex Presidente della Commissione riassume così la cosa: “Si tratta dell’ormai consueto scontro fra Nord e Sud, fra i cosiddetti Paesi virtuosi e noi meridionali, che siamo evidentemente i viziosi. Come sempre il fronte dei virtuosi trova la sua punta più oltranzista nell’Olanda. Un Paese contrario all’entrata dell’Italia nell’euro e contrario a ogni forma di solidarietà. Un Paese che fa del rigore il proprio scudo ma che, nello stesso tempo, è di tutti il più abile a praticare politiche fiscali di dubbia legittimità per trasferire in Olanda le sedi delle imprese degli altri Stati europei, a cominciare dalla Fca”.

Del resto dietro la piccola ed arrogante Olanda (dieci milioni di abitanti, 800 miliardi di Pil) c’è la Germania che ha solo “la creanza di usare un linguaggio meno offensivo”. La conclusione del ragionamento, prima della chiusa rituale sull’interesse comune a superare i problemi è davvero insolitamente amara: “L’incomprensione e il distacco che i governanti europei stanno dimostrando non può che tradursi in un crescente e simmetrico distacco dei cittadini italiani nei loro confronti e nei confronti del progetto europeo. Se non si prende coscienza di questo inevitabile processo le conseguenze saranno gravi e senza rimedio. D’altra parte diventa impossibile identificarsi in una comunità se i membri della stessa comunità non si sentono tali nemmeno quando la sofferenza collettiva è ormai arrivata a un livello intollerabile. Se i governanti europei rispondono solo ai desideri e agli istinti di breve periodo del proprio elettorato, il patto che ha finora tenuto insieme i diversi Paesi europei non può che dissolversi”.

 

Probabilmente questa volta ha ragione.

 

[1][1] – Si veda https://www.youtube.com/watch?v=05FVLzg95KA

[2][2] – La lettera l’abbiamo pubblicata e commentata in “Campo di battaglia: Draghi, Consiglio Europeo, Coronavirus. Cronache del crollo”.

[3][3] – https://www.huffingtonpost.it/entry/macron-sente-trump-iniziativa-forte-a-giorni-per-reagire-alla-crisi_it_5e7d9fbdc5b6256a7a281cfd

[4][4] – 28 marzo 2020, El Pais, https://elpais.com/espana/2020-03-27/michel-tenemos-acuerdo-pedro-sanchez-no-asi-es-inaceptable-asi-fue-la-tensa-cumbre-de-la-ue.html

[5][5] – https://www.youtube.com/watch?v=5YceQ8YqYMc&feature=emb_logo

[6][6] – http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/mattarella-discorso-alla-nazione-47a97e13-8106-4b90-a2cf-07add8a1de62.html

[7][7] – Persone per le quali qualche giorno fa ho scritto “Perdiamo”.

[8][8] – Qui nel sito de la Repubblica, qui su Le Monde.

[9][9] – https://www.volkskrant.nl/nieuws-achtergrond/rutte-en-hoekstra-voeren-achterhoedegevecht-tegen-transferunie~baba7c03/

[10][10] – Si veda http://www.mef.gov.it/focus/prideandprejudice/

[11][11] – Alla BCE, nella quale le decisioni si prendono a maggioranza, sono presenti le Banche Centrali dell’eurogruppo, e quindi il gruppo dei 9 (o 10) sono in maggioranza netta.

[12][12] – https://video.repubblica.it/dossier/coronavirus-wuhan-2020/coronavirus-il-premier-portoghese-costa-attacca-il-ministro-delle-finanze-olandese-parole-ripugnanti/356962/357527?ref=RHPPRB-BS-I0-C4-P4-S1.4-T1

[13][13] – https://www.ilmessaggero.it/editoriali/romano_prodi/coronavirus_europa-5137245.html

Campo di battaglia: Draghi, Consiglio Europeo, Coronavirus. Cronache del crollo, di Alessandro Visalli

Il Governo italiano ha inviato una lettera al Presidente del Consiglio Europeo che si riunisce oggi, sottoscritta da Emmanuel Macron (Francia), Pedro Sanchez (Spagna), Sophie Wilmes (Belgio), Kyriakos Mitsotakis (Grecia), Leo Varadkar (Irlanda), Xavier Bettel (Lussemburgo), Antonio Costa (Portogallo), Janez Jansa (Slovenia).

Si parla di quasi la metà degli stati dell’eurozona (9 su 19), per un totale di 212 milioni di abitanti (64% dell’area) e 7.800 mila miliardi di Pil (il 57% di quello dell’eurozona).

E’ chiaro che se andassero fino in fondo, nel Consiglio Europeo di oggi (che include tutti i membri dell’Unione Europea, e quindi 442 milioni di abitanti e 17.000 miliardi di Pil, per cui in questo consesso si parla del 48% degli abitanti e 45% del Pil), sarebbe una forza imponente.

Rispetto all’attuale stato dell’epidemia i paesi firmatari sono “titolari” del 72% dei casi in Europa e del 77% dei casi nella sola eurozona. In rapporto agli abitanti il paese più colpito è il piccolo Lussemburgo (che ha 2,67 casi per 1000 abitanti), seguito dall’Italia (1,24), Spagna (1,04), Belgio (0,45), Irlanda (0,34), Francia (0,33), Portogallo (0,3), Slovenia (0,26), Grecia (0,07). Tra i paesi che non hanno firmato spicca la Germania, con 35.700 casi (0,44) e l’Olanda, con 6.400 (0,38), l’Austria con 5.500 (0,64), la Finlandia, con 900 (0,16), la Svezia, 2.500 (0,25), la Polonia, con 1.000 (0,03), Romania, 900 (0,05).

Jeremy Mann

 

Vediamo la lettera:

La lettera al Presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, del Presidente Conte e dei leader di Belgio, Francia, Grecia, Irlanda, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia e Spagna.

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Caro Presidente, caro Charles

la pandemia del Coronavirus è uno shock senza precedenti e richiede misure eccezionali per contenere la diffusione del contagio all’interno dei confini nazionali e tra Paesi, per rafforzare i nostri sistemi sanitari, per salvaguardare la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali e, non ultimo, per limitare gli effetti negativi che lo shock produce sulle economie europee.

Tutti i Paesi europei hanno adottato o stanno adottando misure per contenere la diffusione del virus. Il loro successo dipenderà dalla sincronizzazione, dall’estensione e dal coordinamento con cui i vari Governi attueranno le misure sanitarie di contenimento.

Abbiamo bisogno di allineare le prassi adottate in tutta Europa, basandoci su esperienze pregresse di successo, sulle analisi degli esperti, sul complessivo scambio di informazioni. È necessario ora, nella fase più acuta dell’epidemia. Il coordinamento che tu hai avviato, con Ursula von der Leyen, nelle video-conferenze tra i leader è d’aiuto in tal senso.

Sarà necessario anche in futuro, quando potremo ridurre gradualmente le severe misure adottate oggi, evitando sia un ritorno eccessivamente rapido alla normalità sia il contagio di ritorno da altri Paesi. Dobbiamo chiedere alla Commissione europea di elaborare linee guida condivise, una base comune per la raccolta e la condivisione di informazioni mediche ed epidemiologiche, e una strategia per affrontare nel prossimo futuro lo sviluppo non sincronizzato della pandemia.

Mentre attuiamo misure socio-economiche senza precedenti, che impongono un rallentamento dell’attività economica mai sperimentato prima, abbiamo comunque bisogno di garantire la produzione e la distribuzione di beni e servizi essenziali, e la libera circolazione di dispositivi medici vitali all’interno dell’UE. Preservare il funzionamento del mercato unico è fondamentale per fornire a tutti i cittadini europei la migliore assistenza possibile e la più ampia garanzia che non ci saranno carenze di alcun tipo.

Siamo pertanto impegnati a tenere i nostri confini interni aperti al necessario scambio di beni, di informazioni e agli spostamenti essenziali dei nostri cittadini, in particolare quelli dei lavoratori transfrontalieri. Abbiamo anche bisogno di assicurare che le principali catene di valore possano funzionare appieno all’interno dei confini dell’UE e che nessuna produzione strategica sia preda di acquisizioni ostili in questa fase di difficoltà economica. I nostri sforzi saranno prioritariamente indirizzati a garantire la produzione e la distribuzione delle attrezzature mediche e dei dispositivi di protezione fondamentali, per renderli disponibili, a prezzi accessibili e in maniera tempestiva a chi ne ha maggiore necessità.

Le misure straordinarie che stiamo adottando per contenere il virus hanno ricadute negative sulle nostre economie nel breve termine. Abbiamo pertanto bisogno di intraprendere azioni straordinarie che limitino i danni economici e ci preparino a compiere i passi successivi. Questa crisi globale richiede una risposta coordinata a livello europeo. La BCE ha annunciato lo scorso giovedì 19 marzo una serie di misure senza precedenti che, unitamente alle decisioni prese la settimana prima, sosterranno l’Euro e argineranno le tensioni finanziarie.

La Commissione europea ha anche annunciato un’ampia serie di azioni per assicurare che le misure fiscali che gli Stati membri devono adottare non siano ostacolate dalle regole del Patto di Stabilità e Crescita e dalla normativa sugli aiuti di Stato. Inoltre, la Commissione e la Banca Europea per gli Investimenti (BEI) hanno annunciato un pacchetto di politiche che consentiranno agli Stati membri di utilizzare tutte le risorse disponibili del bilancio dell’UE e di beneficiare degli strumenti della BEI per combattere l’epidemia e le sue conseguenze.

Gli Stati membri dovranno fare la loro parte e garantire che il minor numero possibile di persone perda il proprio lavoro a causa della temporanea chiusura di interi settori dell’economia, che il minor numero di imprese fallisca, che la liquidità continui a giungere all’economia e che le banche continuino a concedere prestiti nonostante i ritardi nei pagamenti e l’aumento della rischiosità. Tutto questo richiede risorse senza precedenti e un approccio regolamentare che protegga il lavoro e la stabilità finanziaria.

Gli strumenti di politica monetaria della BCE dovranno pertanto essere affiancati da decisioni di politica fiscale di analoga audacia, come quelle che abbiamo iniziato ad assumere, col sostegno di messaggi chiari e risoluti da parte nostra, come leader nel Consiglio Europeo.

Dobbiamo riconoscere la gravità della situazione e la necessità di una ulteriore reazione per rafforzare le nostre economie oggi, al fine di metterle nelle migliori condizioni per una rapida ripartenza domani. Questo richiede l’attivazione di tutti i comuni strumenti fiscali a sostegno degli sforzi nazionali e a garanzia della solidarietà finanziaria, specialmente nell’Eurozona.

In particolare, dobbiamo lavorare su uno strumento di debito comune emesso da una Istituzione dell’UE per raccogliere risorse sul mercato sulle stesse basi e a beneficio di tutti gli Stati Membri, garantendo in questo modo il finanziamento stabile e a lungo termine delle politiche utili a contrastare i danni causati da questa pandemia.

Vi sono valide ragioni per sostenere tale strumento comune, poiché stiamo tutti affrontando uno shock simmetrico esogeno, di cui non è responsabile alcun Paese, ma le cui conseguenze negative gravano su tutti. E dobbiamo rendere conto collettivamente di una risposta europea efficace ed unita. Questo strumento di debito comune dovrà essere di dimensioni sufficienti e a lunga scadenza, per essere pienamente efficace e per evitare rischi di rifinanziamento ora come nel futuro.

I fondi raccolti saranno destinati a finanziare, in tutti gli Stati Membri, i necessari investimenti nei sistemi sanitari e le politiche temporanee volte a proteggere le nostre economie e il nostro modello sociale.

Con lo stesso spirito di efficienza e solidarietà, potremo esplorare altri strumenti all’interno del bilancio UE, come un fondo specifico per spese legate alla lotta al Coronavirus, almeno per gli anni 2020 e 2021, al di là di quelli già annunciati dalla Commissione.

Dando un chiaro messaggio di voler affrontare tutti assieme questo shock unico, rafforzeremmo l’Unione Economica e Monetaria e, soprattutto, invieremmo un fortissimo segnale ai nostri cittadini circa la cooperazione determinata e risoluta con la quale l’Unione Europea è impegnata a fornire una risposta efficace ed unitaria.

Abbiamo inoltre bisogno di preparare assieme “il giorno dopo” e riflettere sul modo in cui organizziamo le nostre economie attraverso i nostri confini, le catene di valore globale, i settori strategici, i sistemi sanitari, gli investimenti comuni e i progetti europei.

Se vogliamo che l’Europa di domani sia all’altezza delle sue storiche aspirazioni, dobbiamo agire oggi e preparare il nostro futuro comune. Apriamo pertanto il dibattito ora e andiamo avanti, senza esitazione.

Firmato da

Sophie Wilmès, Primo Ministro del Belgio

Emmanuel Macron, Presidente della Repubblica francese 

Kyriakos Mitsotakis, Primo Ministro of Greece

Leo Varadkar, Primo Ministro of Ireland

Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio dei Ministri italiano

Xavier Bettel, Primo Ministro del Lussemburgo

António Costa, Primo Ministro del Portogallo

Janez Janša , Primo Ministro della Slovenia


Pedro Sánchez, Primo Ministro della Spagna

Un breve commento.

Cosa si sta dicendo qui? Che la crisi da coronavirus in corso è esterna e non è colpa di nessuno, che per affrontarla si interromperanno gli scambi e disgregheranno le “catene del valore” (ovvero la connessione di fornitori e clienti di ogni singola impresa), che nello sforzo di canalizzare le risorse contro l’aggressione virale ci sono aziende strategiche e non, che le prime vanno tenute in attività e protette dalle possibili aggressioni ostili, che i danni per i cittadini e l’economia vanno compensati da spesa pubblica, che per farla serve che ci sia un’emissione di titoli di debito comune, garantita in solido.

Nel luogo della lettera in cui si arriva al punto, e si chiede uno strumento di debito comune, alle medesime condizioni e per tutti, la frase successiva risponde all’obiezione luterana sempre ripetuta, che il debito è colpa e

Qui il caso è diverso, nessun paese è responsabile.

Quindi la lettera accende una piccola luce sul futuro e specifica che da ora bisognerà “organizzare le economie”, ovvero le catene del valore globali, i settori strategici, i sistemi sanitari e gli investimenti comuni.

Dunque nel campo di battaglia si è schierato un esercito, ed ha dichiarato le sue intenzioni.

Al contempo è sceso in campo un generale, Mario Draghi sul Financial Times, ha scritto un articolo di grande decisione e rilevanza.

Jeremy Mann

Leggiamolo:

“La pandemia di coronavirus è una tragedia umana di proporzioni potenzialmente bibliche. Molti oggi vivono nella paura della propria vita o in lutto per i propri cari. Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati.  Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile. Mentre molti affrontano una perdita di vite umane, molti altri affrontano una perdita di sostentamento. Giorno dopo giorno, le notizie economiche stanno peggiorando. Le aziende affrontano una perdita di reddito nell’intera economia. Molti stanno già ridimensionando e licenziando i lavoratori. Una profonda recessione è inevitabile.  La sfida che affrontiamo è come agire con sufficiente forza e velocità per evitare che la recessione si trasformi in una depressione prolungata, resa più profonda da una pletora di valori predefiniti che lasciano danni irreversibili. È già chiaro che la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico. La perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve alla fine essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici. Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato.  È il ruolo corretto dello stato utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire. Gli Stati l’hanno sempre fatto di fronte alle emergenze nazionali. Le guerre – il precedente più rilevante – sono state finanziate da aumenti del debito pubblico. Durante la prima guerra mondiale, in Italia e Germania tra il 6 e il 15% delle spese di guerra in termini reali fu finanziato dalle tasse. In Austria-Ungheria, Russia e Francia, nessuno dei costi continui della guerra furono pagati con le tasse. Ovunque, la base imponibile è stata erosa dai danni di guerra e dalla coscrizione. Oggi è a causa dell’angoscia umana della pandemia e della chiusura.  La domanda chiave non è se ma come lo Stato dovrebbe mettere a frutto il proprio bilancio. La priorità non deve essere solo quella di fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro. Dobbiamo innanzitutto proteggere le persone dalla perdita del lavoro. In caso contrario, emergeremo da questa crisi con un’occupazione e una capacità permanentemente inferiori, poiché le famiglie e le aziende lottano per riparare i propri bilanci e ricostruire le attività nette. I sussidi per l’occupazione e la disoccupazione e il rinvio delle tasse sono passi importanti che sono già stati introdotti da molti governi. Ma proteggere l’occupazione e la capacità produttiva in un momento di drammatica perdita di reddito richiede un immediato sostegno di liquidità. Ciò è essenziale per tutte le imprese per coprire le proprie spese operative durante la crisi, siano esse grandi aziende o ancora di più piccole e medie imprese e imprenditori autonomi. Diversi governi hanno già introdotto misure di benvenuto per incanalare la liquidità verso le imprese in difficoltà. Ma è necessario un approccio più completo.  Mentre diversi paesi europei hanno diverse strutture finanziarie e industriali, l’unico modo efficace per entrare immediatamente in ogni falla dell’economia è di mobilitare completamente i loro interi sistemi finanziari: mercati obbligazionari, principalmente per grandi società, sistemi bancari e in alcuni paesi anche le poste sistema per tutti gli altri. E deve essere fatto immediatamente, evitando ritardi burocratici. Le banche in particolare si estendono in tutta l’economia e possono creare denaro istantaneamente consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito.  Le banche devono prestare rapidamente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Poiché in questo modo stanno diventando un veicolo per le politiche pubbliche, il capitale necessario per svolgere questo compito deve essere fornito dal governo sotto forma di garanzie statali su tutti gli ulteriori scoperti o prestiti. Né la regolamentazione né le regole di garanzia dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci bancari a tale scopo. Inoltre, il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette.  Le aziende, tuttavia, non attingeranno al supporto di liquidità semplicemente perché il credito è economico. In alcuni casi, ad esempio le aziende con un portafoglio ordini, le loro perdite possono essere recuperabili e quindi ripagheranno il debito. In altri settori, probabilmente non sarà così. Tali società potrebbero essere ancora in grado di assorbire questa crisi per un breve periodo di tempo e aumentare il debito per mantenere il proprio personale al lavoro. Ma le loro perdite accumulate rischiano di compromettere la loro capacità di investire in seguito. E, se l’epidemia di virus e i blocchi associati dovessero durare, potrebbero realisticamente rimanere in attività solo se il debito raccolto per mantenere le persone impiegate in quel periodo fosse infine cancellato.  O i governi compensano i mutuatari per le loro spese, o quei mutuatari falliranno e la garanzia sarà resa valida dal governo. Se il rischio morale può essere contenuto, il primo è migliore per l’economia. Il secondo percorso sarà probabilmente meno costoso per il budget. Entrambi i casi porteranno i governi ad assorbire una grande parte della perdita di reddito causata dalla chiusura, se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità.  I livelli del debito pubblico saranno aumentati. Ma l’alternativa – una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale – sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico. Dobbiamo anche ricordare che, visti i livelli attuali e probabilmente futuri dei tassi di interesse, un tale aumento del debito pubblico non aumenterà i suoi costi di servizio.  Per alcuni aspetti, l’Europa è ben equipaggiata per affrontare questo straordinario shock. Ha una struttura finanziaria granulare in grado di incanalare i fondi verso ogni parte dell’economia che ne ha bisogno. Ha un forte settore pubblico in grado di coordinare una risposta politica rapida. La velocità è assolutamente essenziale per l’efficacia. Di fronte a circostanze impreviste, un cambiamento di mentalità è necessario in questa crisi come lo sarebbe in tempi di guerra. Lo shock che stiamo affrontando non è ciclico. La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono. Il costo dell’esitazione può essere irreversibile. Il ricordo delle sofferenze degli europei negli anni ’20 è abbastanza una storia di ammonimento.  La velocità del deterioramento dei bilanci privati ​​- causata da una chiusura economica che è sia inevitabile che desiderabile – deve essere soddisfatta della stessa velocità nello schierare i bilanci pubblici, mobilitare le banche e, in quanto europei, sostenersi a vicenda nella ricerca di evidentemente una causa comune”.

Se i nove governi affermano che non è colpa di nessuno e che bisogna sia sostenere sia ristrutturare le economie europee, ma ragionano in termini di capitali da raccogliere sul mercato a condizioni di mercato, sia pure eguali per tutti, Draghi dice una cosa diversa.

Intanto ricolloca la crisi che nel paludato linguaggio delle segreterie era solo “senza precedenti”, come “tragedia di proporzioni bibliche”. Dichiara il costo economico essere al contempo “enorme ed inevitabile” e la recessione sia “profonda” sia “inevitabile”.

Abbiamo dunque al primo passaggio della sua stringente logica un costo economico “enorme” ed una recessione “profonda” (che potrebbe mutare in “depressione”[1]) entrambe inevitabili.

A ciò che è inevitabile bisogna rispondere inevitabilmente. E qui si diventa perentori, “la risposta deve comportare un aumento significativo del debito pubblico”.

E perché? La bomba arriva esattamente a questo passaggio. Anni di controinformazione, analisi condotte con il metodo dei saldi settoriali, insistenza sul debito privato e sulla eccessiva valutazione di quello pubblico ottengono improvvisamente piena legittimazione. A decine di servili ripetitori del senso comune economico devono essere scoppiate le orecchie: “la perdita di reddito sostenuta dal settore privato – e qualsiasi debito accumulato per colmare il divario – deve alla fine essere assorbita, in tutto o in parte, dai bilanci pubblici”.

Ripetiamo:

  • le perdite del settore privato ed i debiti accumulati, devono essere assorbiti dai bilanci pubblici.

E il “moral hazard”? E la “colpa”? E … l’horror vacui qui colpisce anche buona parte della sinistra storica, che ha inconsapevolmente interiorizzato una versione della narrativa ordoliberale, immaginando che lo stato debba essere “austero” perché l’economia sia “sana”.

Cosa accade se, in condizioni date come queste, le perdite anche esse inevitabili (e, come vedremo, senza colpa) del settore privato, cittadini e imprese, sono assorbite nei bilanci pubblici? Che il debito pubblico sale, che sale in modo “permanente”, e che il debito privato viene “cancellato”.

C’è una glossa di teoria, “È il ruolo corretto dello stato utilizzare il proprio bilancio per proteggere i cittadini e l’economia dagli shock di cui il settore privato non è responsabile e che non può assorbire”.

Quindi è inevitabile, si deve agire, tramite l’espansione del debito pubblico.

Come? Qui c’è il punto. Il “se” è superato. Restano alcune cose:

  •   non fornire solo reddito di base (es, helicopter money), ma proteggere le persone dalla perdita del lavoro,
  •   garantire sostegno alla liquidità immediato,

Arriva la seconda bomba.

In una strategia rivolta a garantire liquidità all’economia reale, imprese e famiglie, Draghi propone di utilizzare le banche, che sono capillarmente diffuse. E propone che queste aprano linee di credito e scoperti di conto corrente, immediatamente e senza aspettare liquidità (quindi senza aspettare la Bce o altri), perché queste “possono creare denaro istantaneamente”.

Ripetiamo:

  • “Le banche possono creare denaro istantaneamente consentendo scoperti di conto corrente o aprendo linee di credito”.

E le riserve? E il buon padre di famiglia? E … anche qui l’horror vacui colpisce buona parte della sinistra storica, che non lo sapeva ma era rimasta ai tempi del dollaro-oro.

In sostanza le banche devono prestare soldi creati dal nulla, istantaneamente, a imprese che conservano l’occupazione. E lo devono fare a costo zero. La ragione è che le imprese, non licenziando, sostituiscono il pubblico che in caso diverso dovrebbe intervenire garantendo un reddito ed un lavoro.

Ovviamente il denaro si crea dal nulla, ma deve essere restituito (schematicamente una banca apre una scrittura contabile, che ad un certo punto deve essere chiusa), e quindi prestare a costo zero lascia impregiudicato l’assorbimento del danno delle mancate restituzioni. Serve qualcuno che faccia fronte e chiuda le scritture. Per questo il governo nello schema di Draghi non impegna denaro immediato per sostenere l’occupazione, ma presta garanzie alle banche per coprire il loro rischio. Ed il costo di queste garanzie, anche esso, deve essere zero.

Questa è la terza bomba, comincia ad assomigliare ad un bombardamento a tappeto. Il costo zero è come l’illimitato, sono altri due tabù. Si deve guadagnare dal sudore della fronte.

  • Ripetiamo, “il costo di queste garanzie non dovrebbe essere basato sul rischio di credito della società che le riceve, ma dovrebbe essere zero indipendentemente dal costo del finanziamento del governo che le emette”.

C’è un problema, le regole prudenziali delle convenzioni di Basilea. Vanno sospese, “Né la regolamentazione né le regole di garanzia dovrebbero ostacolare la creazione di tutto lo spazio necessario nei bilanci bancari a tale scopo”.

Abbiamo poi la quarta bomba. Per alcune imprese e “mutuatari”, il debito alla fine andrebbe cancellato. O tramite il fallimento e la copertura delle perdite da parte del governo o direttamente da questo lasciandole in vita.

Insomma, il debito pubblico salirà per tenere in vita la società. L’alternativa sarebbe peggiore. Ma salirà come? Senza aumentare i costi di servizio.

Qui non entra nel dettaglio, strettamente parlando un enorme incremento del debito pubblico, e la sua detenzione permanente, senza aumento dei costi del servizio di questo (ovvero in sostanza creando moneta) è possibile se gli Stati emettono titoli a scadenza illimitata, non redimibili, ed a tasso zero e se la Banca Centrale li acquista e li detiene. Un simile titolo non è “di mercato” per definizione e corrisponde ad una monetizzazione del debito.

Ogni altra soluzione aumenta i costi del servizio, soprattutto alla luce degli enormi volumi qui prefigurati.

Ciò non significa che i bilanci delle Banche Centrali (i titoli sarebbero poi da redistribuire pro quota nei vari bilanci) resteranno permanentemente ‘gravati’ da un attivo enorme, senza rendimento[2], ma che la progressiva espansione dell’economia li renderebbe sempre meno rilevanti. In fondo il debito pubblico è sempre stato riassorbito in questo modo, il suo vero problema è esclusivamente il costo del suo servizio, ovvero il monte degli interessi annuali che lo stato paga[3].

Tutto ciò va fatto in fretta, e senza remore, perché, ultima bomba: “La perdita di reddito non è colpa di nessuno di coloro che ne soffrono”.

Abbiamo un esercito che si è schierato ed abbiamo un generale che sembra volerne prendere la testa.

La battaglia si combatterà e penso che sarà persa. Troppo forte è l’inerzia del pensiero unico ordoliberale (attenzione, non che questa posizione sia rivoluzionaria, è comunque una variante di affidamento al mercato, ma con notevole incremento della presenza pubblica[4]). Nella scaramuccia di cavalleria dei giorni scorsi, in sede di Eurogruppo, è stato chiaro l’animus dell’armata nordica.

Mentre Peter Altmeier dichiara per la Germania che “Impediremo una svendita degli interessi economici e industriali tedeschi” (Wir werden einen Ausverkauf deutscher Wirtschafts- und Industrieinteressen verhindern) e, in inglese, in quanto rivolto oltre manica, “Germany is not for sale”, al contempo l’Olanda e la Germania, unite, hanno rigettato ogni ipotesi di messa in comune del debito. Sempre Altmeir, cambiando oggetto, ha detto che “la discussione sugli eurobond è un dibattito sui fantasmi” (Die Diskussion über Euro-Bonds ist eine Gespensterdebatte) e ha aggiunto che “dalla lezione degli anni ’70 abbiamo imparato che lo Stato non può salvare tutti” e che “l’Innovazione è più importante delle sovvenzioni” (Innovation ist wichtiger als Subvention). Insomma, gli interessi economici e industriali tedeschi saranno sostenuti contro qualsiasi nemico, ma quelli degli altri devono restare esposti. Per gli altri vale il principio che non si sovvenziona.

Per sé vale che “il nostro scopo non è solo proteggerci da acquisizioni nemiche (feindlichen[5]), ma anche evitare mancanza di capitale e di liquidità”, per gli altri, per i nemici, ovvero noi, solo se siamo capaci di farcela, se siamo “innovativi”.

Lo scontro delle cavallerie, la classica scaramuccia di avvio, è andato così.

Oggi c’è la battaglia. Avremmo bisogno di Decimo Claudio Druso (detto “germanico”), ma abbiamo solo Giuseppe Conte. Perderemo.

Ma non finirà qui. I popoli nordici hanno una strana caratteristica: sembrano sempre vincere, perché hanno una grande capacità operativa, ma poi alla fine perdono sempre e rovinosamente, perché non avendo la forza sufficiente vogliono troppo e non lasciano nulla. Finiscono per coalizzare tutti contro di loro, ed anche allora continuano, dritti, come un caprone lanciato nella corsa e la testa bassa. Ora pensano di aggirare questo ostacolo, che la sorte ha posto davanti ai piedi, assorbendo i nostri capitali e le nostre aziende, come fecero con quelle della Germania dell’est[6] quando cadde il muro e come hanno fatto per venti anni al tempo dell’euro.

Ma tutto sta arrivando al suo termine[7].

Il mondo non è già più quello della “fine della storia” tardo novecentesca[8], il baricentro si sposta verso est e noi siamo geograficamente, culturalmente, storicamente meglio posizionati. Tra qualche tempo dovremo rovesciare le cartografie d’Europa.

Tra dieci anni vedremo chi ha perso e chi ha vinto. Ma, come è accaduto già due volte, il prezzo per loro sarà altissimo.

 

[1] – Nel gergo economico una “recessione” è un evento ciclico relativamente normale, una “depressione” è una stagnazione permanente e difficilmente risolvibile dell’economia come quella del 29-39 aperta dalla crisi finanziaria e conclusa solo dalla seconda guerra mondiale.

[2] – Non sarebbe molto diverso se i titoli avessero un rendimento, una volta nel bilancio della banca centrale, perché questa deve restituire gli utili ai rispettivi Tesori. Come accade ora per la quota (20%) del debito già detenuto e che potrebbe benissimo essere annullato senza alcuna conseguenza pratica.

[3] – Bisogna notare che questo pagamento di interessi, che in Italia è attivato fino ad essere vicino ai cento miliardi, rappresenta un trasferimento netto di risorse dalla generalità dei cittadini ai renditieri che posseggono titoli di debito. È, insomma, un fattore tra i più rilevanti di incremento delle ineguaglianze e uno strumento potente di redistribuzione verso l’alto.

[4] – L’intero meccanismo proposto da Draghi è preordinato a salvaguardia delle gerarchie sociali e nazionali attuali. Limita l’intervento pubblico ad un consolidamento dello status dei rapporti di classe, si mette a salvaguardia del sistema delle imprese attuale, in qualche modo congelandolo. Certo, l’alternativa è diventare una colonia interna (ancora di più) del capitale nordico, ma ciò che serve è ben altro e molto più.

[5] – Come giustamente scrive Vincenzo Costa “Feindlich” allude a nemico, un termine che non si usa a cuor leggero. Non dice competitori: dice nemici. Allude al fatto che chi non riesce a proteggere la propria economia, chi non è in grado di sostenerla in questo momento, diventerà un terreno di conquista per altri. Perderà il dominio sui settori strategici, la sovranità sulle scelte di politica economica: diventerà una colonia. (cfr https://www.facebook.com/vincenzo.costa.79025/posts/106587930990528)

[6] – Si veda il testo di Vladimiro Giacchè.

[7] – Si veda “Riavviare l’economia in Cina, cronache del crollo

[8] – Titolo del famoso libro di Francis Fukuyama.

tratto da https://tempofertile.blogspot.com/2020/03/campo-di-battaglia-draghi-consiglio.html?fbclid=IwAR1XM3rbnJWlwkVHlHej6KZfzAAkH-R90D5rvpSAusTYaQMhQ6vs_8vvDdg

Il discorso di Conte, di Alessandro Visalli

Il discorso di Conte: coronavirus e cronache del crollo.

Raramente, forse mai, un momento così solenne è stato fatto oggetto di un discorso così inadeguato. Mai in tempo di pace un’intera nazione era stata fermata, limitati gli spostamenti da paese a paese, da città a città, chiusi gli esercizi ad orario da coprifuoco, ostacolati i normali spostamenti, impedite le manifestazioni e qualunque riunione, dai matrimoni alle funzioni religiose, ai funerali.

Mai in tempo di pace.

Perché, in effetti, non siamo più in tempo di pace.

Qualcuno ci ha dichiarato guerra. E non è stato il coronavirus.

Lui non è neppure un essere vivente, e non è tanto meno un’individualità (si tratta di una nuvola di virus a Rna, continuamente mutanti). Il coronavirus si sta semplicemente adattando ad un nuovo ambiente, essendo ‘saltato’ dal vecchio ospite ad un altro. Non è una cosa particolarmente strana, noi conviviamo con miliardi di organismi, batteri e virus, che sono integrati nel nostro organismo, ma questo è nuovo.

Quella che ci ha dichiarato guerra è la nostra stessa follia. In linguaggio informatico sarebbe un difetto di sistema. Aver per decenni ridotto la spesa sanitaria, portandola sotto il livello di un paese a reddito pro capite medio come la Cina, eliminato quasi tutti i servizi territoriali di prevenzione, ridotta la pubblica amministrazione sotto la media europea (16% dei lavoratori). Solo Germania, Lussemburgo e Olanda hanno meno dipendenti pubblici, paesi come la Scandinavia ne hanno il doppio. In generale siamo alla metà dei paesi nordici, il 14% dei dipendenti, per 3,2 milioni di addetti. Per fare un paragone con paesi simili, la Spagna ne ha il 15% e la Francia ben il 22%. Portarci al livello della famosa burocrazia e livello dei servizi pubblici francesi significherebbe, dunque, assumere 1,5 milioni di addetti, portarci intanto alla media europea corrisponderebbe a 0,4 milioni di assunzioni urgenti.

Se avessimo più di 3.000 dispositivi di respirazione assistita, più di 5.000 posti letto in rianimazione (300 in Campania), più di 100.000 medici specializzati, se avessimo i 50.000 infermieri che mancano alle piante organiche, o non avessimo chiuso per risparmiare centinaia di presidi ospedalieri, soprattutto al sud, ora potremmo offrire soccorso.

Non capiterebbe, come ho sentito su You Tube[1], che una povera donna con complicazioni neurologiche possa ammalarsi a casa e non ricevere nessun soccorso e quindi possa morire soffocata dopo solo due giorni. Non so se è vero, probabilmente no, ma potrebbe facilmente diventarlo tra breve.

Dunque siamo in guerra.

Il 13 maggio 1940 il primo ministro britannico, appena nominato, pronuncia un drammatico discorso alla Camera dei Comuni, nella quale annuncia “blood, toil, tears and sweat”. Non promette altro che “molti, molti lunghi mesi di lotta e sofferenza”, ma anche lo scopo della lotta: “la vittoria”, per la sopravvivenza.

Le cose stanno così. Anche noi dobbiamo vincere perché se riusciamo a non lasciare nessuno indietro, a prestare soccorso anche all’ultimo, a stringere il meno fortunato nel nostro abbraccio, allora sopravviveremo come nazione e sapremo di avere uno Stato.

Nel post “Coronavirus, cronache del crollodi ieri raccontavo di chi ci ha portati in questa guerra. Un sistema economico completamente privo di capacità di assorbire shock di questo genere nel quale tutte le catene di fornitura e produttive, di tutti i beni e servizi, sono ormai estese a livello mondiale ed interconnesse, nel quale nulla o quasi si può produrre senza ricevere componenti, materiali, competenze da qualche altra parte del mondo, spesso a grandissima distanza. Un sistema nel quale l’intera catena economica è eterodiretta, dai centri decisionali delle multinazionali, o dipende per segmenti decisivi da fornitori che non possiamo controllare. Dunque, un modello insostenibile sotto il profilo ambientale e fragilissimo sotto quello economico. Che è stato interamente ed unicamente costruito, in una lunga fase di follia e debolezza degli Stati, per sfruttare fino all’ultimo centesimo i differenziali di prezzo e di potere che il capitale mobile riusciva a estorcere a lavoratori deboli o a imprese subordinate[2].

Come si reagisce in guerra, una volta che si è capito chi è il nemico?

Ricordando chi si è. Noi, il popolo, siamo tutto. Loro, i lontani contabili ed i vicini servi del profitto e delle rendite, sono niente.

È quindi ora di combattere. Ed è ora che la nostra casa comune apra le sue porte, che accolga tutti e non lasci fuori, al freddo, nessuno.

Quando si è in guerra si fanno misure da guerra. È il momento, non si può aspettare, il paese non può aspettare l’autorizzazione. Non può aspettare che il nemico si impietosisca. Quando persino il direttore del Sole 24 ore, in televisione, dice che l’Italia deve andare per conto suo se l’Europa tentenna[3], è chiaro che chi parla di compatibilità con l’astratta contabilità da bottegai germanica deve essere trattato come un traditore della patria nell’ora più buia.

Vediamo che sta succedendo.

Provo a fare uno schema, basandomi su un modello[4] a quattro settori del sistema economico italiano: “stato”, “famiglie”, “imprese”, “estero”. Schematicamente: lo Stato spende 500 miliardi, incassandoli con le tasse ed impegna 3 milioni di lavoratori[5]; Il settore delle famiglie spende 1.000 miliardi di consumi e riceve due terzi di questa somma dalle imprese per lavoro dipendente ed il resto dallo Stato o sotto forme di lavoro autonomo e professionale o per redditi da capitale[6]; Il settore delle imprese (70% di servizio) produce valore aggiunto per 1.780 miliardi ed impiega 17 milioni di lavoratori. Dal settore estero sono importati 510 miliardi di beni e servizi ed esportati 560 miliardi.

Ora, immaginiamo che le misure adottate (“zona rossa” estesa all’intero paese, limitazioni nella circolazione, chiusure selettive), comportino a partire dall’immediato e poi progressivamente per sei mesi un calo del 50% del commercio all’ingrosso e dettaglio, del 10% dei servizi alle imprese e del 20% dei settori professionali[7]. Sul montante complessivo dei redditi delle famiglie l’impatto diretto potrebbe essere qualcosa nell’ordine del 5%. Calcolando un moltiplicatore ragionevole potrebbe salire al 6-8%. Questo impatto si ripartirebbe come impulso deflazionistico per metà all’estero, riducendo le importazioni (ma dall’estero potrebbero arrivare analoghi input, man mano che l’epidemia procede negli altri paesi), e per metà sul mercato interno.

Potrebbe valere in modo grezzo qualcosa come 3 punti di Pil, e comportare nuovi disoccupati pari a 2 milioni di persone.

Ma ciò solo se il sistema delle imprese produttive (30% del valore aggiunto, 5 milioni di addetti diretti) non viene toccato e se la logistica resta non toccata dal crollo del commercio (in altre parole, se i flussi si spostano su altri canali di acquisto, ma le persone comprano). Facciamo l’ipotesi che, invece, il settore produttivo, messo in crisi dalla riduzione della mobilità personale e, in misura maggiore, dalle difficoltà della logistica integrata mondiale, abbia un massiccio calo congiunturale del 30% e, similmente, la logistica[8]. In questo caso l’impatto distruggerebbe 600 miliardi di valore aggiunto su base annuale (ovvero 300 in sei mesi) e una quota di investimenti. Ma avrebbe impatto anche sui 3,5 milioni di addetti diretti dell’industria e sul milione della logistica. Un crollo di questa misura si può stimare impatterebbe sul reddito degli addetti provocando un’ulteriore riduzione dei consumi, inoltre aggiungerebbe 1,5 milioni di disoccupati diretti. Trattandosi di posti di lavoro di buona qualità, questi potrebbero portare ad un impatto indiretto molto significativo.

Agendo sul monte complessivo dei redditi delle famiglie tutto ciò potrebbe impattare in modo analogo per un altro 4% di Pil in meno, che con lo stesso moltiplicatore salirebbe al 7-8%. L’impulso deflazionario complessivo che stiamo rischiando sarebbe quindi, con queste assunzioni, nell’ordine del 16% del reddito medio delle famiglie italiane.

Con questi scenari non è affatto improbabile una severissima recessione compresa tra quella del 2009 (perdita di 6 punti di Pil) e quella successiva del 2012-13 (perdita di 4 punti) ed i disoccupati salirebbero di quasi 4 milioni aggiuntivi.

Il punto è stabilire che manovra dovrebbe fare un governo all’altezza del momento per fermare una valanga che si propagherebbe come fuoco nella steppa, attraverso il calo della domanda. In parte potrebbe riassorbire qualche quota di disoccupazione con assunzioni di emergenza nella sanità (che ha 0,6 milioni di addetti) in modo da poter garantire il soccorso necessario a ciascuno, e nei servizi sociali e tecnici. Ma difficilmente in tempi rapidi si potrebbe andare oltre poche centinaia di migliaia di assunzioni, e il gap con la Francia non potrebbe essere colmato.

Dandosi nel medio periodo l’obiettivo di arrivare a 1,5 milioni di assunzioni aggiuntive nella P.A., bisognerebbe però, subito, compensare almeno il 75% del calo dei redditi cumulato che potrebbe essere stimato, se va bene, a 90 miliardi complessivi in sei mesi, ovvero compensare 15 miliardi al mese. Ciò oltre un danno fiscale di circa 40 miliardi, 6 al mese[9]. Inoltre, sono indispensabili investimenti urgenti nella sanità per alcuni miliardi.

La misura macroeconomica della manovra dovrebbe essere dunque di oltre 110-130 miliardi, ovvero quasi 20 miliardi al mese in media. Naturalmente tali somme andrebbero impegnate progressivamente, solo man mano che gli impulsi di crisi, propagandosi, richiedano interventi correttivi e compensativi[10]. Di questi almeno 10 miliardi al mese dovrebbero essere destinati al sostegno del reddito.

Questo per combattere la guerra.

Ma come usarli in modo sia efficace sia equo? Oltre agli investimenti diretti nella sanità, bisognerebbe investire risorse in attività capaci di colpire l’occupazione potenzialmente lasciata libera dalla contrazione, nella produzione socialmente e tecnicamente necessaria, nella riorganizzazione della distribuzione, nei servizi civili, …

Ricapitoliamo, se vogliamo vincere dobbiamo, e man mano che si rende necessario:

  • Investire con modalità di urgenza tutte le somme necessarie nella sanità, dando priorità alle macchine salvavita, ai Dpi, al personale medico ed infermieristico, quindi alle strutture, ai centri territoriali, ai servizi sociali di prevenzione;
  • Requisire tutte le strutture disponibili, se necessarie ad erogare servizi indispensabili, soprattutto al sud;
  • Precettare tutto il personale necessario ad erogare i servizi di prima necessità;
  • Garantire con mezzi pubblici la distribuzione, precettandola o sostituendola, se le catene logistiche interne dovessero entrare in crisi;
  • Imporre alle industrie idonee, qualunque sia la nazionalità della proprietà, programmi di fabbricazione, fornendogli specifiche, assistenza tecnica, mandati, per rendere indipendente il paese delle principali forniture strategiche, partendo da quelle mediche, in considerazione del possibile crollo delle supply chain mondiali;
  • Nazionalizzare tutte le imprese, finanziarie o non, che dovessero entrare in crisi non risolvibile per effetto della crisi e quindi creare un veicolo di gestione delle imprese pubbliche e nazionalizzate, sul modello della vecchia Iri;
  • Per gestire tutto questo con il minimo dell’inefficienza, creare un centro di pianificazione di emergenza, dotato dei necessari poteri;
  • In favore del sostegno del reddito, sospendere immediatamente il pagamento dei mutui e degli affitti (provvedendo con risorse pubbliche ad attenuare l’impatto sulle controparti), per chiunque dichiari una riduzione del reddito superiore al 30%;
  • Integrare il reddito, con la Cig in deroga o Reddito di Cittadinanza straordinario, di chiunque dichiari una riduzione tra il 30% ed il 100% del reddito, fino al massimo di 1.000 euro;
  • Sospendere per sei mesi in modo generalizzato i pagamenti fiscali a tutti i cittadini ed a tutte le imprese con un fatturato inferiore a una soglia da definire;
  • Sospendere per tre mesi ogni rateizzazione, a qualsiasi titolo;
  • Sospendere, e poi revocare, tutte le normative europee che fossero in conflitto con queste misure di emergenze, necessarie per la sopravvivenza della nazione;
  • Sospendere, e poi revisionare profondamente, la normativa bancaria di Basilea;
  • Sospendere, e poi revocare, il Mes.

Questo è il minimo per continuare ad essere un paese civile.

 

[1] – Questo video: https://www.youtube.com/watch?v=ZgJHdun0TGs

[2] – Inoltre questo modello è esattamente lo stesso che ha compresso per decenni il reddito e l’indipendenza dei lavoratori in occidente, rendendo ovvio che la maggior parte delle persone viva con contratti senza protezioni, precari, a tempo, con singole settimane di risparmi, sovraindebitati. Fa stare l’economia in costante stato di carenza di domanda, per cui i prezzi dei beni di prima necessità continuano a calare, e tutti coloro che li producono sono giorno dopo giorno alla disperata ricerca di un modo di risparmiare qualche costo di produzione, anche se comporta andarsi a cercare un fornitore dall’altra parte del mondo che costa il 2 per cento meno di quello sotto casa, che chiude. È così che ci siamo trovati senza mascherine.

[3] – Fabio Tamburini su La 7: “Se l’Europa continua a tentennare segna la sua fine, ed è giusto che l’Italia vada per conto suo. [..] I soldi per salvare le banche sono stati trovati ora vanno trovati per salvare l’economia reale”.

[4] – Alcuni dati: http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCCN_PILN; http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=20596; https://www.eticapa.it/eticapa/quanti-sono-e-quanto-costano-gli-impiegati-pubblici-italiani/;

[5] – Si veda http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/attivita_istituzionali/formazione_e_gestione_del_bilancio/bilancio_di_previsione/bilancio_semplificato/ lo Stato spende 500 miliardi all’anno di spese correnti e 78 di interessi quota parte (49) dei 320 miliardi di investimenti, inoltre impiega 3,2 milioni di lavoratori, riceve un totale di 510 miliardi di tasse (260 dalle imprese), cui vanno aggiunti 65 miliardi di entrate non tributarie.

[6] – 700 miliardi di redditi da lavoro dipendente dalle imprese, 150 dallo Stato, oltre che, probabilmente, 150 da lavoro autonomo e professionale. Si possono stimare per differenza 200 miliardi di reddito da capitale e rendite. Infine, questo settore paga circa 250 miliardi di tasse.

[7] – Il commercio, secondo alcune stime, vale qualcosa come 190 miliardi, i servizi alle imprese 50 e i servizi professionali altri 60 miliardi. Un impatto del genere sui redditi degli addetti diretti alle filiere coinvolte impatterebbe per ca. 100 miliardi e potrebbe produrre, al netto delle tasse, una riduzione dei consumi stimabile in ca. 50 miliardi per sei mesi. Poi c’è l’impatto sul rilevante settore del turismo, se non altro per differimento e rinvio di vacanze.

[8] – Che vale almeno altri 100 miliardi.

[9] – Queste stime sono ottenute dalle assunzioni di cui sopra, su dati Istat 2019, e valutando prudenzialmente un basso contagio intersettoriale, oltre una limitatissima trasmissione di impulsi di crisi dall’estero.

[10] – Chiaramente il proporzionamento della manovra non è un compito espletabile con le poche informazioni disponibili e senza l’ausilio di un modello di simulazione adeguato, che non sia, ovviamente escludendo modelli di “output gap” e modelli dell’equilibrio generale, come quelli impiegati nelle Banche Centrali, o al Ministero delle Finanze, noti per fallire sistematicamente le previsioni.

https://tempofertile.blogspot.com/2020/03/il-discorso-di-conte-coronavirus-e.html

‘Guerre di movimento’ e ‘guerre di posizione’, di Alessandro Visalli

‘Guerre di movimento’ e ‘guerre di posizione’.

Scrive in un passo giustamente famoso Antonio Gramsci: “in Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno, da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale[1].

Quando, scrive ancora, gli Stati più avanzati, nei quali “la società civile è diventata una struttura molto complessa e resistente alle ‘irruzioni’ catastrofiche dell’elemento economico immediato (crisi, depressioni, ecc.)”, allora si può porre questa precisa analogia: “le superstrutture della società civile sono come il sistema delle trincee nella guerra moderna. Come in questa avveniva che un accanito attacco di artiglieria sembrava aver distrutto tutto il sistema difensivo avversario ma ne aveva solo invece distrutto la superficie esterna e al momento dell’attacco e dell’avanzata gli assalitori si trovavano di fronte una linea difensiva ancora efficiente, così avviene nella politica durante le grandi crisi economiche; né le truppe assalitrici, per effetto della crisi, si organizzano fulmineamente nel tempo e nello spazio, né tanto meno acquistano uno spirito aggressivo; per reciproca, gli assaliti non si demoralizzano né abbandonano le difese, pur tra le macerie, né perdono la fiducia nella propria forza e nel proprio avvenire.” E prosegue, “si tratta dunque di studiare con ‘profondità’ quali sono gli elementi della società civile che corrispondono ai sistemi di difesa nella guerra di posizione”[2].

Ma, dunque, se così formidabili sono le difese, che vanno studiate “in profondità”, quando va combattuta contro di esse una “guerra di movimento” (il cui prototipo è la rivoluzione d’ottobre del 1917) e quando una “guerra di posizione”? E questa non è l’unica possibile in occidente, come scrive Ilici, citato da Gramsci[3]?

Ma, ancora, si può scegliere? Risponde che “la verità è che non si può scegliere la forma di guerra che si vuole, a meno di avere subito una superiorità schiacciante del nemico”, questa (di posizione) può essere imposta dai rapporti generali delle forze in campo. Rapporti generali significa “tutto il sistema organizzativo e industriale del territorio che è alle spalle dell’esercito schierato”.

Presumere dunque, come attribuisce alla Rosa Luxemburg, che l’esistenza di una crisi economica, di per sé, provochi le condizioni della “guerra di manovra” (o “di movimento”) è, per Gramsci, effetto di una rigidità ideologica, di ferreo determinismo ideologico. Significa immaginare, cioè, che la semplice volontà, o il corso indefettibile della struttura, possa di per se stesso: “1) aprire un varco nella difesa nemica dopo aver scompaginato e fatto perdere la fiducia in sé e nelle sue forze e nel suo avvenire al nemico stesso; 2) di organizzare fulmineamente le proprie truppe, di creare i quadri, o almeno di porre i quadri esistenti (elaborati fino allora dal processo storico generale) fulmineamente al loro posto di inquadramento delle truppe disseminate; 3) di creare fulmineamente la concentrazione ideologica dell’identità di fine da raggiungere”[4].

Le strutture, dunque, o le crisi (l’artiglieria nella metafora di Gramsci) non contano? O, in altre parole, come avviene che da esse nasce effettivamente il movimento storico? Nasce dalla forza materiale e dalla credenza popolare, o dalla ideologia? In effetti forze materiali e ideologia, sono sempre e necessariamente contenuto e forma del “blocco storico” che può rendersi protagonista del cambiamento, perché “le forze materiali non sarebbero concepibili storicamente senza forma e le ideologie sarebbero sghiribizzi individuali senza le forze materiali”.

In “Contenitori dell’ira e contenitori di potere[5], tentavo di fissare queste distinzioni all’opera nella coppia del “Momento Polanyi” (determinato da una crisi che è molto più che meramente economica e che è la faccia visibile di una fase di caos sistemico e perdita di egemonia) e del “Momento populista”, che ne è la forma politica (o ideologica, se si preferisce).

Riassumiamo: i sistemi di ordine egemonici, ed imperiali, della modernità contemporanea (grosso modo la fase che sussegue al terzo quarto del secolo scorso) sono definitivamente entrati in una fase di ‘caos sistemico’. La fase terminare della finanziarizzazione e della globalizzazione, sulla quale ci affacciamo, ne è immagine e manifestazione. L’Europa è uno dei baricentri di questo caos.

Nel quadro di un “Momento Polanyi”, che si distende su tutti i decenni del nuovo millennio, la rivolta del sociale alle costrizioni disgreganti dell’economico trionfante, abbiamo assistito nel decennio trascorso ad un ciclo breve “populista”. Una forma politica che si è nutrita, mimeticamente e senza riuscire a determinare né egemonia, né nuovo blocco storico, del veleno che ha condotto entro il “Momento Polanyi”.

Questo ciclo è terminato perché, nella sua debolezza, non è riuscito a compiere i tre passi indicati da Rosa Luxemburg ed è stato riassorbito. E’ stato riassorbito in tutte le sue varianti.

Ha avuto dei meriti, parzialmente ha compiuto la fase 1) dello schema (ha aperto un varco), rompendo per un poco lo schema destra/sinistra polarizzato al centro. Ma ha fallito in 2) organizzare le proprie truppe e formare quadri e soprattutto 3) “creare fulmineamente la concentrazione ideologica dell’identità di fine da raggiungere”. E lo ha fatto proprio perché si è limitato a trovare quel che c’era, sia in termini di quadri, sia di concentrazione ideologica[6].

Ha creato alla fine solo “contenitori dell’ira”, che si limitavano a raccogliere l’attivismo individualista neoliberale degli anni novanta[7] e la sua attitudine alla “sorveglianza”[8]. Inoltre, facevano leva sul risentimento indirizzandolo verso figure individuali (le “caste”, le “generazioni” dei baby boomers, la burocrazia, …) anziché verso strutture di nessi e produzione di potere. Antistatalismo, disintermediazione, moralismo e profondo individualismo ne sono stati la cifra.

Il riassorbimento ha sfruttato queste debolezze, l’incapacità di farsi potere, e ha ampliato la tendenza a valere come distrazione sistemica, connaturata alla cosa.

Insomma, gli assaliti non si sono demoralizzati e non hanno perso fiducia nelle proprie forze, e la robusta catena di fortezze e casamatte ha retto.

Ciò vuol dire che bisogna arrendersi? Direi tutt’altro.

Occorre ancora più azione politica e “filosofia della praxis”, che deve essere interamente orientata a “trasformare il senso comune”. Si noti, “trasformare”, non assorbire. Se c’è stato un punto specifico nel quale il “primopopulismo” è divenuto solo “contenitore dell’ira”, fallendo la trasformazione in “contenitore di (nuovo) potere”, è l’aver preso da terra esattamente quel che ha trovato. Il cascame della rabbia, del risentimento, dell’offesa di tutti coloro che sono stati ostacolati nella loro ascesa individuale, che reputavano loro diritto individuale su tutti. Non ha davvero esercitato quella “fantasia concreta” che è capace di “operare su un popolo disperso e polverizzato per suscitare e organizzarne la volontà collettiva”.

Nelle “Notarelle sul Machiavelli[9], è contenuta una netta opposizione che parla ancora al presente:

  • tra l’azione collettiva messa in campo da un “partito”, capace di creare ex-novo una volontà collettiva per indirizzare verso mete concrete e razionali, ma nuove (“di una concretezza e razionalità non ancora verificate e criticate da una esperienza storica effettuale e universalmente conosciuta”);
  • e l’azione storico politica che si manifesta in modo rapido e fulmineo, resa necessaria da un grande pericolo imminente, e che si manifesta in un individuo focale (qui ovviamente sta parlando con la necessaria prudenza di Mussolini). Questa azione, nella condizione di pericolo, “crea fulmineamente l’arroventarsi delle passioni e del fanatismo, annichilendo il senso critico e la corrosività ironica (che, altrimenti, potrebbero, se fatte agire, “distruggere il carattere ‘carismatico’ del condottiero)”. Il fatto è che, al contrario della prima strada, “un’azione immediata di tal genere, per la sua stessa natura, non può essere di vasto respiro e di carattere organico: sarà quasi sempre del tipo restaurazione e riorganizzazione e non del tipo proprio alla fondazione di nuovi Stati e nuove strutture nazionali e sociali, […] di tipo difensivo e non creativo originale, in cui, cioè, si suppone che una volontà collettiva, già esistente, sia snervata, dispersa, abbia subito un collasso pericoloso e minaccioso ma non decisivo e catastrofico e occorra riconcentrarla e irrobustirla”.

La prima strada, in altre parole, è rivolta alla creazione di una “volontà collettiva” nuova, e di un nuovo “senso comune”, intorno al quale, facendo leva sia sulla praxis sia sulla educazione e la critica, si possa creare[10] una direzione politica originale ed organica.

La seconda strada, invece, si nutre dell’energia reattiva, fondata sul senso comune che è già in campo e su passioni e fanatismo. È radicalmente acritica e manca sia di respiro sia di visione organica. In definitiva, anche se può sembrare altro, è un movimento restaurativo.

Ne abbiamo avuto una notevolissima dimostrazione con i movimenti apparentemente rivoluzionari, ma in realtà di riaffermazione della logica neoliberale, del secondo decennio del secolo in corso. Movimenti “di tipo boulangista” nel suo linguaggio[11].

Un movimento “di tipo boulangista” viene facilmente neutralizzato, quando fallisce lo sfondamento e si incastra nelle casamatte della seconda linea. Allora queste imparano in fretta ad incorporarlo. Non ha mai rappresentato un’autentica sfida sistemica, un assalto al ‘senso comune’ e alla ideologia che tiene insieme lo Stato.

Non ci sono dunque due strade possibili, ce ne è una. Bisogna comprendere cosa è accaduto ed evitare, accuratamente, di ripeterlo. Non bisogna muoversi sempre nello stesso circolo in forma di volta in volta minore. Non limitarsi a produrre sempre più piccoli “contenitori dell’ira” senza prospettiva strategica.

Ma, soprattutto, se non si può scegliere che tipo di guerra combattere, bisogna continuare a stare sul campo, politici, materiali e populisti ad un tempo, dicevo. Non fare think thank, ma “guerra di posizione”[12].

 

[1] – Antonio Gramsci, “Quaderni dal Carcere”, Vol. II, quaderno 7, “Appunti di filosofia”, 60 bis.
[2] – Antonio Gramsci, “Quaderni dal Carcere”, Vol III, Quaderno 13, “Noterelle sul Machiavelli”, $ 24, 18.
[3] – Antonio Gramsci, “Quaderni dal Carcere”, Vol. II, quaderno 7, “Appunti di filosofia”, 60.
[4] – Antonio Gramsci, “Quaderni dal Carcere”, Vol III, Quaderno 13, “Noterelle sul Machiavelli”, $ 24, 18.
[5] – “Dai ‘contenitori dell’ira’ ai ‘contenitori di potere’”.
[6] – Nel febbraio 2014, al momento dell’esplosione del fenomeno del Movimento 5 Stelle, con simpatia del resto immutata nel tempo, scrissi che il Movimento aveva trovato, quasi per caso, assorbendo l’umore del paese, una sua posizione. E continuavo: “Ma questo non è preciso, ciò che viene assorbito e condensato è l’umore, il linguaggio, i lemmi, gli enunciati, i blocchi emotivi di un nuovo popolo che si sta separando nel paese. Che si incrocia nei bar, nelle strade, nei negozi dietro i banconi, negli uffici spesso cambiati, a spasso nei giardini, di fronte ad una partita di calcio o nelle sue curve. Un popolo certamente arrabbiato, vittimizzato, stanco di sentirsi inutile, sprecato, rigettato, isolato e capace di riconoscersi. Questo “popolo” ha costruito se stesso intorno a un’identificazione negativa; “non”, per differenza dal potere, dalla politica, dalla finanza, dalla grande impresa, dalla globalizzazione, dalla tecnologia industriale, dalle <caste>, dal denaro.” E, ancora: “Appare sconnessa, contraddittoria, mal costruita, oscura e per certi versi temibile, pericolosa. Intendiamoci, anche io sotto alcuni profili la considero tale. Alcuni dei “materiali” di montaggio mi appaiono “nemici”. E li combatterò. Ma non si capisce nulla se non si vede che in questo c’è del nuovo. Si rischia di fare la fine di De Maistre con la Rivoluzione Francese. Di trovarsi alla corte di Alessandro di Russia. Dato che un’aristocrazia schiavista ed imperialista resta tale, anche quando ha come nemico Napoleone, io vorrei restare in equilibrio. Allora tornerei qui, Grillo non costruisce il suo movimento, lo trova a tentoni e per tentativi. Si tratta della storia di una co-evoluzione”.“una sorta di “spugna”. L’elemento più costante, in essa è morale. Anzi moralistico. E’ uno schema noi-loro che proietta nel nemico di turno ogni bruttura ed ogni colpa, lo fa responsabile del dolore e dell’insuccesso, del fallimento. Lo rende balsamo delle ferite.” Concludendo: “Ciò che gonfia le vele è la capacità di non avere forma e di prendere tutte le forme, contemporaneamente. E’ la tecnica dello spettacolo. E’ la società che in esso si rispecchia e il nuovo popolo che si muove dentro questi <frame>.” Si veda, “Grillo e Casaleggio. Trovare la forma”.
[7] – Si legga Colin Crouch, “Postdemocrazia”, 2003
[8] – Si legga Pierre Rosanvallon, “La politica nell’era della sfiducia”,
[9] – Antonio Gramsci, “Quaderni dal Carcere”, Vol III, Quaderno 13, “Noterelle sul Machiavelli”, 10
[10] – Il Partito, questo è essenziale, non assorbe il senso comune, senza sottoporlo a critica e facendosene trasportare, ma lo trasforma, contribuendo, sulla base di un fondo di esistenza, a creare una volontà collettiva che sia parte di una riforma sia intellettuale (nuovi concetti e critica dei concetti esistenti, ridefinizione dell’egemonia ideologica) sia morale (nuovi valori, scale di priorità, metri di giudizio).
[11] – Georges Boulanger è stato un generale francese che da Ministro della Guerra, nel 1886, sollevò il desiderio di rivalsa contro la Germania che aveva umiliato la Francia nel 1871, rieletto alla camera dopo l’espulsione dall’esercito, nel 1888 era al vertice della fama e sembrava voler fare un colpo di stato. Raggiunto da un mandato di arresto fuggì e finì, sconfitto e suicida nel 1891. La sua fama travolgente fu una brevissima fiammata, ma spaventò tutti e per un breve tratto sembrò poter ottenere tutto. Quando un movimento di tipo boulangista si produce, occorre analizzare: 1. il contenuto sociale della massa che aderisce al movimento; 2. che funzione questa massa ha nell’equilibrio di forze che va formandosi; 3. quali sono le rivendicazioni che i suoi dirigenti presentano e che significato hanno, politicamente e socialmente, ma soprattutto a quali esigenze effettive corrispondono; 4. quale è la conformità dei mezzi al fine che è proposto; 5. e solo alla fine l’ipotesi che il movimento necessariamente verrà snaturato e servirà altri fini rispetto a quelli proposti alle moltitudini che lo seguono. Una diagnosi che deve scaturire, se del caso, dall’analisi concreta e non dalla presunzione di avere “il diavolo nell’ampolla”.
[12] – Che definivo così: “non farsi ingolosire da immediate traduzioni elettorali, ma lavorare alla cultura politica, ovvero alla creazione di una struttura sociale densa ed una rete di impegni e riconoscimenti con la necessaria decisione e passo. Ciò non significa produrre infinite versioni ‘socialiste’ dei think thank neoliberali che hanno fatto da base alla svolta neoliberale (quando per loro si è trattato di passare, tra gli anni sessanta e settanta, dalla “guerra di posizione” a quella “di movimento”), perché è diversissima la base di potere e l’attivazione di risorse. Ma deve significare svolgere, con il passo determinato e paziente di chi sa che le case si costruiscono un giorno dopo l’altro, due lavori insieme, sia diversi sia complementari, entrambi indispensabili: l’autochiarificazione teorica e la discussione, seria, decisa, onesta, sulle diverse ipotesi analitiche e meccaniche causali e funzionali, da una parte, e l’immersione nelle lotte, nelle contraddizioni materiali, nei luoghi come via privilegiata della stessa formulazione teorica, dall’altra. Riflessione in azione, dunque, e costruzione di sintesi e narrazioni rivolte alla manifestazione della proposta teorica e pratica (indissolubilmente teorica e pratica). Ciò deve significare lavorare sulle manifestazioni del conflitto, dove si identifica la contraddizione figlia del caos sistemico, e renderle occasione di formazione ed autoformazione anche teorica.
Inchiesta, mobilitazione, lotta sui temi e nei conflitti nella sfera pubblica, tesseramento, militanza, creazione di collettivo e di comunità, divisione del lavoro ed organizzazione, e poi, discussioni sulla fase, sulle opzioni, sulle idee, messa alla prova reciproca, creazione di lealtà. Tutto questo è “lotta di posizione”, mentre si cerca di produrre collettivamente influenza, caposaldo per caposaldo, giorno per giorno. Ovunque”.

https://tempofertile.blogspot.com/2020/03/guerre-di-movimento-e-guerre-di.html?fbclid=IwAR0kOL5m0IACeW-7M69pKb0h-UDTA2mRDeuRR1NBwHIE1BT4dZsKHdKqgnE

Sovranità, nazione e socialismo, a cura di Giuseppe Germinario

Questo blog è nato con l’aspirazione di offrire uno spazio alle tesi legate al realismo politico, al conflitto politico tra centri decisionali come chiavi interpretative delle dinamiche geopolitiche e di politica interna alle formazioni sociali. Un terreno sul quale si è cimentato fruttuosamente specie negli ultimi decenni più la componente conservatrice del pensiero politico. Rimane da affrontare il nesso tra conflitto politico, dinamiche geopolitiche ed aspirazioni di cambiamento delle formazioni sociali. Tornano sul campo termini come eguaglianza, diritti sociali, gerarchie sociali, cittadinanza e relativi diritti proposti nelle varie accezioni. Qualcosa di nuovo inizia ad emergere in un altro versante politico. Per ora sono percorsi paralleli; occorre porre le premesse per un confronto su alcuni punti in comune. Giuseppe Germinario
Tesi sull’Italia e il socialismo per il XXI secolo

Andrea Zhok·Giovedì 6 febbraio 2020·Tempo di lettura: 27 minuti

[Documento finale approvato dall’Assemblea Nazionale di Nuova Direzione]
1. Contro la mondializzazione
L’esposizione senza protezioni all’uso capitalistico della rivoluzione tecnologica e alla globalizzazione finanziaria sono fondamentali fattori distruttivi nel mondo contemporaneo. L’interconnessione non è un valore in sé. In assenza della capacità di mutuo riconoscimento delle identità storiche e degli ordinamenti istituzionali differenti ciò che resta è semplicemente competizione rivolta ad instaurare rapporti di dominazione. La modernità capitalistica, dissolvendo sistematicamente tutte le barriere, non produce autodeterminazione né emancipazione, ma dipendenza e servitù (talvolta coattiva, talaltra servitù ‘volontaria’, come nel caso italiano). Capitalismo è l’asservimento di ogni funzione sociale e antropologica al fine della riproduzione e accrescimento del capitale, mercificando ogni relazione, quali che siano le conseguenze.
La cosiddetta ‘finanziarizzazione dell’economia’ rende esplicito questo aspetto, in quanto indebolisce le componenti fisse, territoriali, della produzione, rendendo più facili gli spostamenti di capitale e con ciò il potere di ricatto dello stesso. I mercati finanziari (azionario, obbligazionario e monetario) appaiono come il motore centrale dell’accumulazione, indebolendo il potere contrattuale del lavoro, che viene marginalizzato. Fusioni, acquisizioni, outsourcing, riacquisti azionari, precarizzazioni, cartolarizzazioni, piramidi di controllo, elusione fiscale, sono fenomeni connessi che abbiamo sotto gli occhi costantemente. Il gigantismo dell’apparato finanziario, lungi dall’aiutare l’economia reale, sottrae risorse attraverso interessi e provvigioni, aumenta la concorrenza internazionale e alimenta la mobilità del capitale industriale. Molti piccoli risparmiatori vengono inoltre forzati ad entrare nei giochi del capitale (con pensioni private, assicurazioni, e riserve di valore per affrontare la crescente insicurezza). Essi sono perciò indotti ad allearsi al medesimo sistema che li sfrutta, prendendosi a cuore le sorte della rendita, cui partecipano in maniera marginale, ma per loro importante.
Come già altre volte nella storia, il capitalismo finanziario, con il suo potere di destabilizzazione nazionale, lungi dall’alimentare una ‘pacifica interconnessione’, accentua i tratti di ostilità internazionale, promuovendo reazioni protezionistiche e competizione, incluso il rafforzamento militare.
Se questa è la modernità, il socialismo deve percorrere vie differenti. Superare la modernità capitalistica non significa riesumare modi di vita e produzione passati, ma consentire a diverse società e culture di scoprire il proprio modo di vivere e produrre. Bisogna difendere la libertà di vivere in una dimensione che non insegua forzosamente il mito del ‘progresso’ lineare, mutuato dalla tecnoscienza, ma sia capace di coltivare le proprie capacità, sviluppare i propri talenti, portare a compimento la propria natura e far maturare le proprie migliori tradizioni. Un progresso autentico non può essere mera crescita di potenza, esercitata indiscriminatamente sull’uomo e la natura. Progresso, per noi, non è l’indefinito incremento del Pil, o delle esportazioni, o del potere della propria moneta, e neppure il mero incremento di libertà individuali. Progresso è crescita democratica, capacità storica di trovarne una sintesi tra partecipazione ed emancipazione, diritto all’autodeterminazione individuale e collettiva. Riacquisire sovranità democratica significa ribadire la capacità della politica di governare l’economia, e della cittadinanza di governare la politica; e significa farlo per sfuggire alle spinte alla massima valorizzazione del capitale e alla dipendenza dal mercato mondiale.
2) Contro il progetto imperiale europeo
Il processo di unificazione europea sancito dal trattato di Maastricht rappresenta il tentativo del grande capitale europeo, e dei suoi ceti di riferimento, di costruire un nuovo centro imperiale per partecipare al dominio del mondo. Questo progetto assegna ruoli primari e ruoli subalterni, arruolando forzatamente i paesi europei in una lotta contro altri centri imperiali (Usa, Cina, Russia). In questo contesto l’Italia è terreno di scontro tra il recente progetto imperiale franco-tedesco e il consolidato progetto imperiale statunitense. Gli effetti collaterali di questo scontro si ripercuotono sul paese in termini di perdurante stagnazione e recessione. Si tratta di una lotta che coinvolge, sia pure in forma subalterna, parte delle élite e dei capitali nazionali, in particolare al nord. Per competere in questa corsa al dominio del mondo (che non potrà non avere una dimensione militare), viene costantemente ripetuto che i lavoratori devono sacrificarsi, lo stato deve dimagrire, che le protezioni vanno tolte per esporre i lavoratori alla “durezza del vivere”. Chi deve farsi carico di questa “durezza” sono infatti sempre i lavoratori, mai il capitale. Le conseguenze sono una struttura economica indebolita, un apparato pubblico sottodimensionato, una crescita di fratture sociali e territoriali, una politica estera inesistente.
È quindi necessario revocare il processo di unificazione europeo nato a Maastricht, rompere la camicia di forza dell’Euro e restituire la sovranità monetaria ad una Banca Centrale Italiana che risponda al potere politico. Bisogna transitare verso un’economia mondiale equilibrata e rispettosa delle individualità nazionali che prediligano la domanda interna, invece che dissanguarsi in una lotta per l’espansione delle esportazioni e la relativa accumulazione finanziaria. Prediligere la domanda interna significa ritornare all’obiettivo prioritario della piena occupazione, subordinando il fine della stabilità monetaria che interessa principalmente i ceti possidenti; significa rafforzare il lavoro, sostenere i salari, spingere direttamente e indirettamente il capitale ad innovare, impedendogli di conseguire i profitti attesi con la semplice estensione dello sfruttamento.
3) Contro la guerra tra poveri
Il paese può tornare ad essere uno, a garantire il riconoscimento sociale a ciascuno, valorizzando i propri talenti, contrastando la disgregazione e l’attuale disperato ripiegamento narcisistico. Oggi, in tutte le aree decentrate o periferiche, e nei paesi semi-centrali come l’Italia, i soggetti marginali o precarizzati percepiscono l’immigrazione come causa di un’ulteriore competizione per le abitazioni, il welfare, il salario. Si tratta di una visione corretta, ma parziale. È necessario ribadire come all’origine di questa pressione sulle proprie condizioni di vita non stiano primariamente altri sfruttati di varia provenienza, ma le modalità di produzione della ricchezza. Questo passo è necessario per disinnescare la ricerca di capri espiatori in forma di xenofobia; tuttavia va parimenti respinto il principio dell’accoglienza illimitata. Gli ingressi nel paese vanno calibrati in rapporto all’effettiva e realistica capacità di accoglimento e integrazione. Sono processi che non possono essere lasciati al “mercato”, alla “libera ricerca di opportunità” della forza-lavoro internazionale. L’obiettivo dev’essere la coesione sociale e la creazione di una società “decente”, non il potenziamento di un esercito di riserva che ricatti i lavoratori.
Il capitalismo è in primo luogo allargamento dello sfruttamento abbattendo tutte le barriere al movimento di capitali e forza-lavoro. Come socialisti siamo perciò per un severo controllo dei flussi, per il rispetto della legalità, e per la piena integrazione, economica, sociale e culturale, di chi resta con noi, senza esclusioni né discriminazioni di alcun genere. Rigettiamo l’idea di società nazionali come zone di passaggio alla ricerca di sostentamento provvisorio. Non abbiamo nulla da guadagnare dal conflitto tra poveri (che è da sempre il gioco della retorica di destra). Ciò che va difeso, ovunque, è il diritto a non emigrare, a non esservi costretti da ricatti economici, costrizioni materiali o morali; ciò che va difeso, ovunque, è il diritto a vivere e lavorare in condizioni degne nel proprio paese, in primo luogo per i nostri cittadini nel nostro paese. L’autentica solidarietà internazionalista fra le classi popolari implica il diritto all’unità e allo sviluppo integrale di ogni nazione.
4) Contro le sinistre liberali
La mutazione delle sinistre in difensori dell’ineluttabilità del capitalismo e della sua mondializzazione si è vestita di modernismo e progressismo, tipiche bandiere della sinistra liberale. I propri referenti non sono più perciò i ceti popolari, ma frazioni di classe della media borghesia, connesse con il modo di produzione della “accumulazione flessibile”. Anche le sinistre radicali, figlie dell’onda lunga del ’68, si sono rifugiate nelle loro piccole ecclesie e in movimenti (settori dell’ecologismo, del femminismo, Lgbt, animalisti, pacifisti, ecc.) che rimuovono accuratamente il problema dei rapporti di potere economico, annegandolo in rivendicazioni settoriali e identitarie che preservano il sistema. Non è un caso che la cultura di queste sinistre veda come principale nemico lo Stato e assuma come obiettivo centrale la lotta alle gerarchie e all’autoritarismo (spesso etichettato come “patriarcato”). Queste rivendicazioni sono occasioni per aumentare la segmentazione sociale, e sono peraltro agevolmente integrabili nell’attuale modo di produzione, come estetica, marketing, ecc. Concentrarsi su diritti soggettivi e identità esclusive finisce per atomizzare la società, dissimulando il problema dei rapporti di forza economici.
5) Per la democrazia reale
La sfida principale del nostro tempo è quella alla democrazia reale, che non è minacciata dai movimenti populisti, ma dalla reazione ad essi da parte delle élite in tutto il mondo occidentale. Per fronteggiare questa reazione occorre una nuova classe dirigente, con una base autenticamente popolare, che non sia l’ennesima variante minore dell’ordine liberale. L’energia sociale per uscire dall’attuale impasse si può trovare solo nei ceti in maggiore sofferenza. Quelli a proprio agio, o troppo interni al modo di produzione per distaccarsene, possono solo seguire. Si pone perciò il problema dell’unificazione non solo delle classi subalterne, ma di tutto l’ampio fronte che può muoversi in direzione antiliberista e antieuropeista.
Questa forza terza, indisponibile al vecchio bipolarismo, deve porre la questione dei rapporti sociali, della subordinazione del mercato alla democrazia, chiarendo quali gruppi, ceti e posizioni, incarnano l’interesse generale dell’Italia. Essa deve inoltre porre la questione degli strumenti della democrazia, come quelli forniti dalla nuova interconnessione virtuale, estesa a tutti i cittadini, con la possibilità di avviare discussioni molecolari in ogni momento e su ogni tema. Si deve porre anche il problema del crollo delle strutture di autorità e reputazionali tradizionali, e delle sue conseguenze sulla logica della delega. Bisogna confrontarsi con la manipolazione dei dati, l’appropriazione delle informazioni nelle piattaforme proprietarie, e gli enormi rischi che ciò comporta.
6) Per una nuova coalizione sociale
Serve per questo una larga coalizione sociale, che attraversi il paese da Nord a Sud, rispondendo alle diverse esigenze delle sue aree culturali ed economiche, spesso radicate in storie secolari. Bisogna saper parlare con i neo-proletari della new economy, i professionisti in via di “uberizzazione”, i lavoratori autonomi sfruttati e marginali, i pensionati a basso reddito e negletti, la parte ancora reattiva del sottoproletariato urbano. Per fare ciò bisogna superare i modelli utili ma insufficienti dei meet-up, o delle effimere mobilitazioni social, attraendo a sé i segmenti di piccola borghesia operanti sul mercato interno, il ceto impiegatizio pubblico, e parte dei ceti medi riflessivi, staccandoli dall’egemonia esercitata dalla borghesia cosmopolita e dal settore dedito alle esportazioni.
Oggi nessun soggetto privilegiato della storia può guidare in esclusiva una transizione al socialismo. E lo stesso socialismo deve essere declinato in modo da consentire una pluralità di vie, integrate nelle comunità territoriali, con le loro tradizioni storiche e le matrici costituzionali. Il socialismo sarà inclusivo, democratico, storicamente e territorialmente radicato, o non sarà.
Il ‘soggetto’ di questa trasformazione non può più essere unilateralmente una frazione qualificata della società. Non può esserlo la vecchia classe operaia ormai frammentata e dispersa; né possono esserlo le “classi riflessive” della nuova economia della conoscenza, spesso in prima fila per la conservazione dei loro declinanti, piccoli, privilegi; né non meglio precisate “moltitudini”, con il loro rifiuto di porre la questione del potere; né le “donne”, quasi fossero una classe a sé stante. Il blocco sociale capace di riaprire il futuro può solo essere una rete contingente di soggetti sociali, sensibili alle diseguaglianze orizzontali e verticali, tra periferie e centri. Quest’aggregazione contingente deve prendere le mosse dai danni creati dallo sviluppo unilaterale della valorizzazione capitalistica, dai luoghi dove le condizioni di lavoro o di vita risultano insopportabili per chi non gode di posizioni privilegiate. È qui che nasce la resistenza da cui partire.
Il punto diventa quindi costruire linee oppositive al capitalismo che passino innanzitutto per i differenziali di reddito, di mobilità, di luogo. È la divaricazione tra i ‘vincenti’ – che riescono a fare il proprio prezzo e si muovono nei centri geografici funzionali al sistema – e i ‘perdenti’, che il prezzo lo subiscono e stazionano in area periferica – a definire il campo della lotta di classe per un socialismo del XXI secolo. Solo focalizzando su tale frattura si può reggere lo scontro con l’Unione Europea e con quella parte del paese che dell’UE si serve per affermare i propri interessi, spacciandoli per necessità o interesse collettivo.
7) Per un’economia umana
La piena occupazione garantita dev’essere un obiettivo guida, per rovesciare i rapporti di potere contrattuale. Che siano i datori di lavoro privati a dover competere per acquisire i migliori lavoratori, e non questi ultimi a doversi svendere, in una competizione al ribasso fratricida. Bisogna imporre un ‘pavimento’ al mercato del lavoro che non possa venire compresso e salga progressivamente. Tale “pavimento” non può essere il risultato della semplice fissazione legale di un salario minimo, ma è l’effetto di un mutamento dei rapporti di forza nel mercato del lavoro ottenuto grazie ad un forte intervento pubblico di rilancio dell’occupazione attraverso piani di lavoro di ultima o di prima istanza.
Con salari e diritti crescenti il capitale, pubblico e privato, sarà costretto a investire in tecnologia, innovazione e qualità. In quest’ottica la Pubblica Amministrazione deve essere messa nelle condizioni di funzionare adeguatamente, svolgendo il ruolo di occupatore di Prima Istanza, con assunzioni massicce e quanto mai necessarie, oltre a quello di riserva di buona occupazione transitoria, come parametro per l’intero mercato del lavoro.
Un robusto pool di imprese di stato, nei settori strategici e a vocazione monopolistica, dovrà rianimare il modello di economia mista che ha fatto la fortuna del nostro paese, e che si sta affermando imperiosamente nelle economie in crescita egemonica nel mondo (Cina in primis). Il rafforzamento della domanda aggregata interna potrà riattivare lo spirito dei lavoratori italiani, rianimando le periferie depresse, e spegnendo le lotte tra ultimi e penultimi. Il ripristino del controllo sui movimenti di capitale con la sua subordinazione alla funzione sociale, la demercificazione del lavoro e della natura, la cura, il sostegno e la protezione ai piani di vita di ciascuno, la capacità costituente esercitata dal basso e dalle periferie sono i capisaldi del socialismo che cerchiamo.
Questo modello va a fornire un incremento di domanda anche al commercio mondiale, che in questo modo troverebbe nuove risorse e fattori di crescita sufficienti per essere basato su rapporti equilibrati fra aree e paesi. Sarebbe superato il tentativo odierno di operare un abbattimento tecnocratico, e ad ogni costo, di ogni frontiera per trovare i mercati e la domanda di beni che nel frattempo si è perduta abbattendo il salario, a partire da quello europeo. Anche e soprattutto per questa via passa il riequilibrio fra apertura democraticamente vagliata dei mercati e sovranità democratico-costituzionale. Solo per questa via è proponibile qualunque idea reale e non mistificata di internazionalismo.
In questo quadro un rilievo particolare dovrà essere dato alla “questione ambientale”, che lungi dall’essere una moda passeggera, rappresenta un orizzonte decisivo per le sorti dell’umanità futura. La pulsione alla competizione anarchica, sotto regime capitalistico, rende inevitabile una costante devastazione degli equilibri ecologici e organici. Emergerà perciò con sempre più chiarezza la necessità di superare questo modello di sviluppo autodistruttivo. Il socialismo, come subordinazione del mercato a politiche democratiche e finalità umane, è la forma dell’unica soluzione possibile. L’antico slogan “socialismo o barbarie” dovrebbe oggi essere declinato in “socialismo o collasso ecologico del pianeta”.
8) Per il perseguimento dell’interesse nazionale in un’ottica multipolare
Puntare su di uno sviluppo del mercato interno mostra il sovrapporsi di interesse nazionale e interesse di classe. Aumentare le opportunità dei lavoratori e delle imprese italiane, e ridurre la dipendenza dalle esportazioni, rappresentano insieme una conquista di indipendenza geopolitica e di benessere sociale. Oggi più che mai c’è la necessità di un forte settore pubblico dell’economia, capace di riequilibrare i rapporti di forza tra lavoro e capitale, e di rilanciare il ruolo dell’Italia in una direzione geopolitica multipolare. Senza coltivare avventure imperiali o neocoloniali, ma anche senza diventare una zattera alla deriva nel mediterraneo.
Nonostante in Occidente tutti facciano finta di non accorgersene, il bipolarismo della Guerra Fredda è finito da trent’anni. È ora di aggiornare le nostre priorità e smettere di reiterare le costanti storiche della nostra politica estera: l’irrilevanza nel dibattito interno e l’affidamento esclusivo all’alleato forte. Due caratteristiche che entrambe mal si coniugano con la promozione dell’interesse nazionale in un multipolarismo come quello attuale. Mai come oggi gli obiettivi geostrategici dell’Italia differiscono tanto da quelli americani quanto da quelli dei competitors europei.
Se recuperassimo tutti gli strumenti – politici ed economici – che si confanno a uno Stato sovrano, potremmo rilanciare il nostro ruolo di media potenza, con un ritrovato attivismo che – lungi dal ripercorrere tristi esperienze coloniali passate – riesca a valorizzare al meglio la nostra collocazione geografica.
L’Italia ha interesse al sorgere di un mondo multipolare con un nuovo equilibrio internazionale. La subalternità ad un occidente che non riesce a liberarsi del fallimentare modello neoliberale può essere superata solo se si istituiscono relazioni eque con il mondo emergente, e se si valorizza la nostra collocazione nel mediterraneo. Senza rigettare le tradizionali relazioni con il centro europeo e con gli Stati Uniti, solo un multilateralismo che giochi su più tavoli – Africa, Russia, Cina, India, America Latina – può consentire di ridurre la nostra subalternità. Costruire un socialismo per il XXI secolo implica perciò anche difendere il proprio apparato pubblico e le proprie aziende strategiche, incluse quelle militari ed energetiche, dalle altrui mire di dominio.
9) Per un socialismo plurale nel XXI secolo
I socialismi del XXI secolo non dovrebbero essere progressisti più di quanto non siano conservatori. Essi non dovrebbero cioè predicare la convergenza di tutta l’umanità in una forma di sviluppo culturale predefinita. Gran parte dei fallimenti e delle sconfitte del socialismo storico è dipesa da questa ambizione, non troppo dissimile dalle pulsioni uniformanti ed astratte del capitalismo. Bisogna andare oltre i modelli di socialismo storici (previo loro approfondito studio, che rimane cruciale) prestando attenzione alle forme innovative che si sono sviluppate in Cina e nei paesi “bolivariani”. I socialismi per il XXI secolo devono fare buon uso dei mercati, ma impedendo che si saldino in un unico illimitato ‘sistema di mercato’. I mercati sono esistiti ben prima del capitalismo ed esisteranno dopo di esso, né devono per forza avere carattere capitalista. L’istituzione dei mercati può far leva su forme di organizzazione sociale decentrata che si può fondare sullo scambio di surplus tra pari, senza che siano indefinitamente e automaticamente traducibili in un unico metro di valore; va rigettato il modello esemplificato dai mercati finanziari, dove tutto è ininterrottamente mobile, mercificato e liquido in vista di un margine quale che sia di profitto. Rilanciare la tradizione socialista, questa volta ancorandola a forme di vita plurali e rispettose dei propri percorsi, significa liberarsi da un modello che riduca gli scambi sociali alla pratica della domanda ed offerta. Percorsi socialisti plurali, possono consentire l’esistenza di mercati contenuti da una sfera sociale più ampia, rigettando invece la risoluzione del ‘sociale’ nel mercato. L’orizzonte di un socialismo del XXI secolo è dunque quello di comunità in cui l’economia non è sovraordinata alla società ma sottomessa a un controllo pubblico, trasparente, plurale e democratico, comunità capaci di fondarsi sulla creatività, sulla capacità socializzante dell’umano e sulla logica del dono. Essere anticapitalisti significa riconoscere che “il vero è nell’intero” e che l’economico è solo una delle dimensioni della vita, né autosufficiente né auto-consistente.
10) Che fare?
Come diffondere oggi in Italia un autentico progetto socialista? Si tratta di un’impresa difficile perché radicale. Ed è radicale perché non vuole semplicemente riproporre l’intervento statale del passato, ma inaugurare una nuova azione pubblica, evitandone le forme monopolizzate dall’interesse privato dei partiti e dei manager di stato. Che fare, dunque, concretamente? È necessario prima di tutto uno sforzo per acclimatare il progetto socialista in un paese che, pur avendone disperato bisogno, lo teme, essendosi abituato negli anni a pensare in maniera antisocialista. L’Italia ne ha bisogno perché oggi solo l’intervento statale e la proprietà pubblica possono guidare una ripresa. Le sconsiderate privatizzazioni dei decenni scorsi rendono necessaria una radicale inversione di rotta verso la ricostruzione di uno stato capace di direzione politico-amministrativa, e democraticamente controllato. Ma gli italiani oggi temono questo indirizzo, sia per l’aspettativa (mediaticamente coltivata) del malfunzionamento di tutto ciò che è pubblico, sia soprattutto perché la struttura sociale italiana è stata consapevolmente costruita (dalla DC, dal craxismo, dalla “modernizzazione” neoliberista) in modo da ostacolare le concentrazioni operaie e favorire l’impresa individuale o familiare. Da ciò emerge la propensione a vedere nello Stato un protettore occasionale, che però non deve pretendere tasse o dirigere l’economia. Il problema, acuito dal fatto che spesso nella stessa famiglia si intrecciano redditi da lavoro dipendente e redditi d’impresa, non può essere affrontato con leggerezza, perché la microimpresa, con i suoi vizi e le sue virtù, è in ogni caso, e soprattutto in periodo di crisi, fonte di sopravvivenza per numerosissime famiglie.
Questa tensione tra Stato e privato, inevitabile nelle attuali condizioni, dev’essere dislocata verso il sistema del credito (banche, ma specificamente la BCE). La via maestra per la ripresa e per una possibile redistribuzione passa infatti per la monetizzazione del deficit dello Stato, non il rigore fiscale. Il problema dell’infedeltà fiscale deve ovviamente essere affrontato, ma con provvedimenti rivolti ai vertici della piramide sociale, e potrà essere pienamente risolto solo nella scia di una ripresa del paese, distinguendo tra evasione di sopravvivenza ed evasione opportunista. La prospettiva dovrà essere quella di una regolarizzazione progressiva e non traumatica delle microimprese, basata sullo scambio tra lealtà fiscale e normativa dal lato privato, e servizi efficienti dal lato pubblico.
In questa prospettiva, fondamentale giacché riguarda una cultura diffusa nel paese, è necessario costruire una strategia politica che non si limiti a declamare le buone ragioni del socialismo, dell’intervento pubblico, dell’euroscetticismo, ma individui i modi concreti per dar loro corso. L’obiettivo fondamentale non è affatto “l’unità della sinistra” contro la “destra fascista”. La destra attuale non è fascista, anche se ha pericolosi tratti autoritari. E d’altra parte la sinistra non è affatto democratica (anche se molti suoi elettori e militanti lo sono): non lo è perché il suo globalismo sconsiderato ha sottomesso il paese alla dittatura dello spread, perché (come la destra) ha sfasciato la Costituzione del ’48, perché (come la destra) mostra costantemente impulsi censori rispetto all’espressione del dissenso. In queste condizioni, è assai difficile dire se un futuro governo autoritario sia oggi più favorito da istanze di destra o di sinistra.
L’obiettivo fondamentale dev’essere quindi la lotta contro ogni riproposizione del bipolarismo, e dunque anche contro il maggioritario che lo accompagna. Il bipolarismo serve infatti a consolidare la subordinazione del paese attraverso uno scontro fittizio fra due poli, divisi su questioni secondarie, ma uniti dalla fedeltà atlantica ed europea. Ciò vale con tutta evidenza per il polo di sinistra, anche se il M5S dovesse stabilmente parteciparvi. Ma vale anche per il polo di destra, perché ha già dimostrato di alimentare un euroscetticismo di facciata, sostenendo l’irreversibilità dell’euro, e di essere avverso ad ogni rafforzamento dell’impresa pubblica e ad ipotesi di nazionalizzazione. Per rompere il bipolarismo è necessario ricostruire un terzo polo, dialogando con la parte critica dell’elettorato e della militanza M5S, raccogliendo tutte le forze che sono sovraniste in quanto socialiste, ma soprattutto dando espressione a chi da decenni non ha rappresentanza politica: la vasta e frammentata classe dei lavoratori subordinati, dei precari, dei disoccupati.
Un tale terzo polo non può nascere attorno alla mera parola d’ordine negativa dell’Italexit. L’evidente balbettio dei sedicenti sovranisti gialloverdi di fronte all’Ue, le convulsioni della Brexit, la presa nell’opinione pubblica del ricatto dello spread, rendono difficile – salvo brusche accelerazioni della crisi europea – aggregare consensi decisivi, solo ponendo al centro la prospettiva dell’uscita dall’UE. Tenendo ferme le ragioni per un’uscita dai trattati, bisogna innanzitutto accumulare le forze su espliciti contenuti positivi (più stato, piena occupazione, mercato interno, Sud…). Per farlo lanciare un programma che indichi l’uscita come condizione della propria piena realizzazione, ma che sia articolato in obiettivi intermedi parzialmente perseguibili anche in ambito UE.
• In questa prospettiva Nuova Direzione deve impegnarsi a:
I. Ribadire una dura critica all’Unione europea, sviluppando su ciò attività di formazione e controinformazione, anche in connessione con altri soggetti.
II. Costruire progressivamente un programma socialista per il paese, articolato in obiettivi di fase concretamente perseguibili. Qui l’elaborazione concettuale deve accompagnarsi alla costruzione di alleanze politiche con soggetti collocati criticamente nei diversi partiti, nell’apparato dello stato, nel mondo delle imprese e del sindacato, nei luoghi di maggiore conflitto sociale.
III. Inserirsi in tutte le esperienze di conflitto che esprimano un netto dissenso verso la situazione generale del paese e verso le politiche di indebolimento delle condizioni dei lavoratori: crisi industriali, regolarizzazione dei precari, contrasti tra banche e debitori, e così via.
IV. Promuovere, o comunque intercettare, quei conflitti con radicamento territoriale in cui si presenti una lotta fra centro e periferia, Hinterland contro città, Sud contro Nord e così via. Il fine non è disgregare, ma riaggregare su nuove basi ciò che si sta irrevocabilmente frammentando. Il fine è presentarsi come movimento per l’unità d’Italia: unità fra i suoi diversi lavoratori, fra questi e le piccole e medie imprese, fra tutti i territori che il neoliberismo italiano, rappresentato dalla sinistra come dalla destra, mette in infinita competizione a solo vantaggio del capitalismo e dell’Unione Europea.
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TESI AGGIUNTIVA
I nodi storici d’Italia: classi, Stato, sovranità
Nei momenti di crisi e difficoltà emergono le caratteristiche di fondo di un paese. La storia non dimentica, i nodi vengono al pettine. Quello che siamo ora è scritto nel percorso. Per questo, al fine di prescrivere una terapia, sono necessarie un’anamnesi e una diagnosi.
Il parto della nazione italiana è stato complicato. Fra le opzioni che si sono confrontate nell’intento di unificare l’Italia, alla fine ha vinto quella sabauda, anche grazie alla tattica cavourriana che si muoveva fra le potenze del tempo sfruttandone i conflitti. La vittoria dell’opzione monarchica ha comportato l’imposizione dello Statuto Albertino e del modello statale piemontese, senza alcun passaggio costituente, e ciò anche a causa della debolezza politico-programmatica delle correnti democratiche e dello stesso garibaldinismo. Sono state unificate in modo repentino realtà sociali, modelli istituzionali e monete diverse. Così l’Italia è nata da subito affetta da condizioni di squilibrio. L’unificazione, costruita con una mobilitazione contraddittoria delle masse, allora in gran parte contadine, e delle varie borghesie, ha prodotto il rifiuto del nuovo Stato in varie parti del paese, rifiuto sollecitato dalla reazione borbonica, dal clero e, all’inizio, anche dai più coerenti fra i repubblicani e garibaldini. La Chiesa, allora unica “forza nazionale”, dopo l’occupazione dei territori pontifici e la presa di Porta Pia, è stata all’opposizione del nuovo Stato, fino ai Patti Lateranensi.
Da questa modalità di unificazione nasce la questione meridionale. La questione agraria, in particolare, non è mai stata un punto centrale nel processo di unificazione per le forze repubblicane egemonizzate da ceti intellettuali borghesi e piccolo borghesi. Il fascismo utilizzò le masse contadine in maniera del tutto subalterna e reazionaria. Da queste modalità di unificazione nasce anche il sentire lo Stato come esterno, quando non avverso. Priva dell’ancoraggio di un’appartenenza forte, di istituzioni solide, e di una vera classe dirigente nazionale, l’Italia ha manifestato tratti di incertezza fin dalle origini.
La partecipazione delle masse cominciò a mutare le cose con il nascere del movimento socialista. Un primo risultato politico di questo mutamento sarà il suffragio universale maschile nel 1912.
L’entrata guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale evidenziò la gracilità del nuovo Stato dal punto di vista militare e di coesione sociale. La larga insoddisfazione popolare seguita alla guerra e i conflitti che ne derivarono comportarono una dura reazione delle classi agrarie e industriali e della monarchia, nell’assenza di politiche adeguate da parte delle opposizioni. La nazionalizzazione delle masse da parte del fascismo e il sovrapporsi dello Stato fascista a quello monarchico furono solo in grado di sopire gran parte dei problemi o di celarli fino a che la guerra non portò il paese allo sgretolamento.
L’8 settembre segnò così la fine ingloriosa di un altrettanto inglorioso periodo, assestando un colpo mortale al sentimento nazionale. L’indebolirsi dell’idea di nazione ha intaccato tanto l’idea dell’autonomia che il valore attribuito all’interesse generale. Esito della sconfitta furono anche la perdita di rango nel consesso internazionale (un rango che era peraltro soprattutto una finzione) e la subalternità, che dura tutt’oggi, agli USA.
La Resistenza rappresentò tuttavia un correttivo a questa condizione. La presenza di forze antifasciste che si erano formate nell’esilio e nella clandestinità consentì di portare il paese alla transizione verso la Repubblica e all’elaborazione della Costituzione, e di non farlo divenire un protettorato anglo-francese. La Resistenza, unico riscatto del popolo italiano, prima ancora che tradita fu troppo breve e troppo circoscritta territorialmente per incidere in maniera duratura sul profilo della Repubblica. E già durante i lavori della Costituente si inaugurava la subordinazione della politica italiana agli Usa. La Costituzione, del resto, fu un obiettivo quanto mai alto se si constata quanto marginalmente era prevalsa nel referendum la scelta della Repubblica, a testimonianza di come fosse ancora forte la resistenza conservatrice delle classi borghesi, della Chiesa e anche di parti consistenti delle classi popolari, contadine in particolare.
Così lo spirito e la lettera della Costituzione (la centralità del lavoro, il ruolo dello Stato finalizzato a rimuovere e a promuovere diritti ed uguaglianza, l’economia mista, la finalizzazione dell’impresa privata all’interesse generale), vennero contraddetti dal ruolo centrale assunto dagli esponenti liberisti (in primo luogo Einaudi) e dal permanere di personale fascista nei ranghi dello Stato, mentre ne venivano espulsi molti membri di origine antifascista. Ciò garantì, almeno inizialmente, una significativa continuità sia con il regime monarco-fascista che con precedente Stato liberale.
La Costituzione del ’48 non ebbe dunque modo, per ragioni interne ed internazionali, di attuarsi completamente. Ma, anche grazie alla sua promulgazione, le forze sociali e le tendenze culturali di cui essa era espressione non potevano più essere escluse dall’agone politico: ed è per questo che essa costituì lo scudo del pur relativo avanzamento dei ceti popolari degli anni ’60 e ’70, e, in quanto tale, fu sottoposta ai più duri attacchi. Se il primo periodo del centro sinistra sembrò iniziare ad attuare alcuni dei dettami della Carta, negli stessi anni e in seguito si poté assistere a una serie di assalti, politici, militari, istituzionali alla logica costituzionale.
Quegli assalti, che andavano dai minacciati golpe allo stragismo, dall’uccisione di Moro alle trasformazioni derivanti dall’ingresso del paese nell’Ue, culminarono nella Seconda Repubblica, inaugurata dall’ambigua stagione di “Mani Pulite”. E non è un caso se chi lasciò che Moro fosse ucciso, dimostrando quanto limitata fosse la nostra sovranità, fu anche artefice di una sottomissione della costituzione ai dettami di Maastricht.
Ciononostante, la presenza egemone nella Resistenza di forze politiche non-liberali se non addirittura anti-liberali permise che la sopravvivenza post-bellica – aspramente combattuta dalle forze liberali -­ dell’IRI, creata dal regime fascista per affrontare le conseguenze della Grande Depressione del ’29, diventasse il perno del decollo italiano (il cosiddetto ‘miracolo’, che avvenne con tassi di crescita ‘cinesi’) che cambiò drasticamente, si può dire per la prima volta nella storia italiana, le condizioni di vita materiali di ampie masse di popolazione.
Il mondo liberale che aveva mal sopportato la permanenza dell’IRI, nonché il predominio dei partiti di massa, aspetti che aveva continuamente combattuto nel dopoguerra, iniziò già dagli anni ’70 una violenta controffensiva. Approfittando della crisi politica di fine ’70, riuscì a imporre un passaggio del paese sotto il ‘vincolo esterno’ europeo con l’ingresso nello SME che, ulteriormente rafforzato dal divorzio Bankitalia-Tesoro, preluse allo smantellamento dell’IRI e quindi alla demolizione delle condizioni politiche della crescita economica del paese, riportando la gestione economica complessiva nelle mani di quelle forze liberali che se ne erano sentite limitate dalla Resistenza, dalla Costituzione e dai partiti di massa.
Infatti, la seconda repubblica è stata, in realtà, una sorta di golpe continuato contro la Costituzione, e il popolo italiano, consentito dai Presidenti della Repubblica, dalla Corte Costituzionale, dai partiti “contro-riformati”. È stata la repubblica “della società civile” e non più delle classi, del “cittadino-consumatore” e non più del lavoratore. La repubblica senza ideologie, tranne il liberismo. La seconda repubblica ha vissuto, e così è tutt’ora, in un’orgia di leggi elettorali rapidamente cambiate per favorire questo o quello, di liberalizzazioni e privatizzazioni, di riduzione dei diritti del lavoro, blocco dei salari, disoccupazione a due cifre, povertà, diseguaglianze, assorbimento subalterno dei sindacati, modifiche al titolo V che frantumano il paese e preludono a richieste di disunioni ulteriori (come l’autonomia differenziata). Ha partecipato a guerre destabilizzanti condotte per “esportare la democrazia”, ossia a guerre di occupazione per l’egemonia mondiale dell’occidente e del suo paese guida, gli Usa. Fino ad arrivare al masochismo di una guerra alla Libia voluta da nazioni concorrenti quali Francia ed Inghilterra, dopo che solo qualche tempo prima si era siglato un accordo storico con la Libia stessa. La partecipazione a questa guerra è stato un tradimento, oltre che della Carta, anche dell’interesse nazionale.
L’adesione all’Unione europea ha aggravato la subordinazione del paese. Oltre agli Usa ora ci si è subordinati alla finanza, ai mercati, ai paesi europei più forti politicamente o economicamente. La classe dirigente italiana ha pensato di poter così governare con il vincolo esterno le recalcitranti classi popolari italiane. La garrota dell’Unione e dell’euro comportano un declino continuo sul piano sociale, economico, culturale, democratico.
Stando così le cose, non stupisce che il paese dia sempre maggiori segni di scollamento. Tutto sembra crollare ma nessuno appare responsabile di alcunché. Il paese sta perdendo il senso di appartenenza ad una storia. Siamo fra le nazioni con il maggior grado di diseguaglianza, la giustizia è sempre più lenta, e meno cieca di quanto dovrebbe, la corruzione dilaga. Si sente la mancanza di uno Stato che, in realtà, in Italia non è mai “stato”. C’è una crisi conclamata delle élite.
Tutto ciò crea insicurezza, rancore, rabbia che però restano a livello individuale. La rabbia non prende la strada del conflitto, della lotta. Un tempo ci si rivolgeva alla sinistra per risolvere i problemi: ora non più. La cosiddetta sinistra è parimenti colpevole dello stato di cose presente. Ai cittadini non sembra rimanere altro che la protesta elettorale. E questo accade proprio quando la democrazia (e con essa le elezioni) è sempre più una finzione, in quanto le decisioni vengono prese altrove: da Bruxelles o dai “mercati”. Milioni di cittadini ad ogni votazione vagano da partito a partito alla confusa ricerca di protezione, ordine, cambiamento. Non è dunque un caso che il paese rimanga inquieto, conflittuale. I lavoratori e le masse non sono assopiti, anche se non sanno bene cosa fare: viviamo una continua transizione verso il nulla. L’Italia si presenta come una pentola in continua ebollizione che sembra non scoppiare mai.
Questo stato di cose impone di andare alla radice dei problemi: è tempo ormai di riconquistare la sovranità nella politica interna ed estera, conformemente ai principi costituzionali e all’interesse nazionale. La seconda guerra mondiale è finita da settant’anni, e l’abbiamo ormai pagata abbastanza! Del resto, l’Alleanza atlantica, già discutibile negli intenti originari, alimenta oggi conflitti e aggressioni su vasta scala, divenendo così seriamente controproducente per gli interessi nazionali e popolari. Lo stesso discorso vale per l’Unione Europea, dove gli interessi internazionali di Francia e Germania non sono affatto coincidenti con quelli dell’Italia.
L’interesse nazionale del popolo italiano richiede una neutralità attiva e funzionale alla pace, in particolare nel Mediterraneo. La globalizzazione e il liberismo, la competizione di tutti contro tutti, hanno fallito: serve più Stato, lo Stato della Costituzione. forte contro i forti. Servono programmazione, controllo dei capitali, delle merci e delle persone per una buona e piena occupazione, affinché i lavoratori non siano merce ed il lavoro non sia tortura ed usura. Serve una nuova idea di società e una nuova idea di economia e di rapporto con l’ambiente. Un’economia per la società e non una società per l’economia.
La risposta a tutto ciò può ancora essere trovata nella Costituzione del 1948. La Costituzione non è dietro di noi. Essa è un obiettivo che ci sta davanti, per cui è necessario costruire un popolo e uno Stato. A tal fine serve una memoria storica che ci ricordi le lotte che, dalla Resistenza agli anni ’70 e oltre, hanno tentato di costituire pienamente la nazione, le reazioni antipopolari e antinazionali delle classi dominanti, le circostanze che fanno sì che oggi l’interesse nazionale, l’interesse ad avere una nazione sovrana e capace di crescere nella pace, coincida ormai con quello delle classi subalterne. A tal fine servono nuove culture politiche, nuovi partiti capaci di riprendere il cammino e ricucire i fili che la regressione degli ultimi decenni sembra aver reciso.
alcuni commenti
Roberto Buffagni Andrea Zhok Senz’altro. A me non dà fastidio Marx, che è un pensatore di prim’ordine. La zavorra viene dopo, con il marxismo e con la sua decadenza, sia teorica sia politico-effettuale. Poi naturalmente ciascuno ha il suo bagaglio. La strada è lunga, i rifornimenti scarsi, il clima inospitale, e quindi vedrai che tanta parte del bagaglio che ciascuno si porta nello zaino andrà scaricato a lato strada 🙂
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni Anch’io credo che in un senso antropologico primario il confronto sia tra individualismo liberale e comunitarismo. Tuttavia il comunitarismo non può sopravvivere senza una cornice statale compensativa delle dinamiche pervasive del mercato, e solo nella tradizione marxiana ci sono gli strumenti per operare quella compensazione. (Se il comunitarismo si riduce a chiacchiera, come invocazione alla ‘comunità’ e alla ‘famiglia’ senza far seguire nessuna politica strutturale che arresti i processi di disgregazione liberal-capitalistici, allora è solo fuffa: persino Blair e Reagan sono stati detti ‘comunitari’ in questo senso esteriore.)
  • Roberto Buffagni Andrea Zhok Il socialismo non implica l’adesione al marxismo né alla vicenda storica della II Internazionale, su questo non ci piove. La contrapposizione teorica basilare è fra individualismo liberale e comunitarismo (varie forme e declinazioni possibili di – ). Farlo capire a molti se non tutti non è facilissimo però.
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni Beh, direi che nel mondo prossimo venturo ci sarà la scelta tra essere prosciugati da potenze maggiori o giocare le proprie carte con i relativi rischi. Non vedo altre opzioni.

    Quanto al tema del ‘socialismo’, l’adozione del termine è stato oggetto di discussione, proprio per la consapevolezza dei problemi connotativi del termine. Oggettivamente e concettualmente è il termine più difendibile, proprio per la sua storia plurale (il socialismo è alla base di Gramsci come di Sombart, per intenderci). Nel tempo vedremo come sviluppare l’uso del termine o se trovare altri riferimenti espressivi meno problematici.

  • Roberto Buffagni Andrea Zhok Sì, certo, il multilateralismo è una grandissima occasione per una media potenza come l’Italia. Bisogna essere molto bravi però, c’è anche da farsi tanto male.
  • Andrea Zhok Roberto Buffagni La risposta è il multilateralismo. Anche se la Cina non è l’URSS, un gioco di sponda con la Cina (e magari anche la Russia) potrebbero consentire margini di manovra non troppo dissimili da quelli del secondo dopoguerra.
    Roberto Buffagni Molte buone cose. Obiezioni a prima vista: 1) se nel blocco sociale antiUE non ci stanno anche i capitalisti “nazionali”, cioè quelli che hanno bisogno di un aumento della domanda interna e di una politica di investimenti pubblici, si va poco lontano. Se il problema politico da risolvere è l’indipendenza d’Italia (e lo è) il blocco sociale che lo persegue deve essere interclassista. Individuare come nemico principale “il capitalismo” è esatto sul piano teorico, sbagliato sul piano politico perché nessuno può proporsi politicamente, cioè in termini di obiettivo strategico effettualmente perseguibile e raggiungibile, una vera e propria uscita dal sistema capitalistico, cioè a dire una rivoluzione dell’ordine di grandezza della russa 1917 2) capisco che non ci siano altre parole a disposizione per quel che volete intendere, ma parlare di “socialismo” quando nessuno sa di preciso che cosa sia è un suicidio comunicativo. Segnalo che per una larga parte della popolazione la parola “socialismo”, che viene intesa come un eufemismo per “comunismo” a meno che non sia identificata con l’esperienza craxiana, si associa a a) esperimento storico totalitario e fallito b) miseria, prepotenza burocratica, niente che funzione c) egalitarismo demenziale, sindacalismo oppressivo, tasse insopportabili d) per concludere, la reazione emotiva alla parola “socialismo” è uguale e contraria alla reazione emotiva alla parola “fascismo”. in entrambi i casi il rapporto tra reazione emotiva e realtà effettuale è tenue, perché offuscato e distorto da settanta anni di uso strumentale dell’antifascismo & dell’anticomunismo, ma in politica le reazioni emotive contano eccome 3) la Costituzione del 1948 ha molti pregi, ma non è replicabile a piacere la situazione geopolitica che la consentì. Il lavorismo e il keynesismo della Costituzione prevedono l’esistenza in vita dell’URSS, in ragione della quale il sistema capitalistico e le potenze a guida USA furono costrette a cercare vaste alleanze, a impedire che los pueblos d’Europa diventassero comunisti, e in generale a presentarsi come alternativa più efficace e umana al sistema comunista. Sintesi: il comunismo fu un’idea radicalmente sbagliata, ma l’esistenza dell’URSS fu un’ottima cosa per l’effetto di bilanciamento e limitazione che conseguì. 4) Non è esatto parlare di “neutralità in vista della pace”, perché è sempre “in vista della pace” che si fanno le guerre (bisogna solo vedere che pace). La neutralità è un obiettivo strategico che personalmente condivido, ma al sostantivo “neutralità” va aggiunto l’aggettivo “vigile”, in soldoni: bisogna armarsi di più, non di meno, perché si vis pacem (la TUA pace) para bellum. Non commento la sintesi storica perché non voglio eccedere in lunghezza. Troppo difficile trovare una sintesi accettabile in poche righe.
    Andrea Galasso Roberto Buffagni, sì, ma quello che dico è: cosa ci farebbero gli USA concretamente se provassimo a rilanciare le summenzionate politiche di welfare? In che modo si attiverebbero per impedirlo? E perché?
    Siamo sicuri, peraltro, che sia stata proprio l’esistenza dell’URSS che impediva il neoliberalismo, e magari non altre cause strutturali afferenti alla dialettica interna del capitalismo?
  • Roberto Buffagni Andrea Galasso Perchè l’URSS non è crollata in seguito alla ricezione di una raccomandata a.r., mittente “Eredi di Keynes”, che annunciavano la scomparsa del caro estinto. E’ crollata per tante ragioni , in buona parte endogene. Premessa la mia pittoresca ignoranza in materia economica: volevo soltanto rilevare un fatto storico, questo: che il welfare state del secondo dopoguerra, e l’illuminata politica non solo economica statunitense (v. rifiuto del piano Morgenthau e varo del piano Marshall) è motivata anch’essa da molte cose (tra le quali anche il dibattito accademico in materia economica) ma senz’altro da una Cosa grossa come una casa, cioè il bisogno degli USA di cercare vaste alleanze e consensi in Europa e nel mondo; alleanze e consensi che dipendevano, in larga misura, dalla possibilità di garantire sicurezza e buon tenore di vita alle popolazioni sconfitte d’Europa. Gli americani hanno condonato pressoché in blocco il debito tedesco post IIGM, e grazie a questo condono la Germania non solo ha decollato economicamente, ma si è schierata compatta (nella sua porzione occidentale) a favore degli USA e del capitalismo liberale, e contro il comunismo e l’URSS. Ora, l’URSS e il comunismo non ci sono più, è crollato il celebre Muro di Berlino, e gli USA sono stati travolti da una ventata di hybris con pochi precedenti nella storia, che gli ha fatto pensare di poter essere non l’egemone mondiale, ma il vettore di una riconfigurazione del mondo totale nella quale ci fosse posto solo per il proprio modello di vita. Che fosse una cazzata si poteva capire anche subito, ma ci hanno provato lo stesso. Il risultato è l’oggi di cui parliamo.

Roberto Buffagni

Noterella militare. Il problema strategico è molto semplice: conformare lo schieramento cioè il sistema di alleanze + la struttura di comando e controllo al conflitto principale, che NON è destra/sinistra, e neanche capitalismo/proletariato, ma mondialismo/nazionalismo + individualismo /comunitarismo. Sul piano operativo (=soggettività politica) la traduzione del problema strategico è: alleanza Stato-Lavoro, dove “Lavoro” comprende anche un settore, il più possibile ampio, delle imprese (in particolare quelle che si basano sul mercato interno e hanno bisogno di rilancio della domanda interna + pianificazione economica statale) , e “Stato” indica anzitutto le prerogative “régaliennes” dello Stato, quelle che hanno la forza sufficiente a bilanciare e contrastare le pretese di direzione politica che si arroga il settore economico (“Ministeri della forza”). L’avversario principale è PIU’ avanti nell’opera di riconversione e adeguamento al conflitto principale dello schieramento (esemplare l’esperimento Macron), noi siamo più indietro. Se non si risolve il problema strategico dello schieramento e del sistema di alleanze si perde, se si risolve si vince. Il conflitto interno al campo antimondialista che si avvita intorno ai temi destra/sinistra, fascismo/antifascismo, comunismo/anticomunismo, incapacita la formazione dello schieramento strategicamente corretto. Se si sbaglia la strategia, nessun successo tattico avvicina alla vittoria, salvo errori strategici decisivi dell’avversario, sui quali è meglio non contare perché esso è più forte e coeso. Raccomandabile essere pronti a fornire risposte adeguate e progettazione credibile per il momento in cui verranno al pettine gli errori strategici compiuti dalle forze politiche (provenienti sia da destra sia da sinistra) che sinora hanno interpretato (male) il “sovranismo”, cioè il coacervo delle opposizioni, variamente motivate e consapevoli, al mondialismo. Le suddette forze hanno sbagliato e continuano a sbagliare, tutte, le scelte strategiche fondamentali, e dunque nel giro di due.- tre anni cominceranno a perdere in modo vistoso (“perdere” può essere declinato come vera e propria sconfitta elettorale oppure come “vittoria con le idee degli altri”, ossia adeguamento di fatto alla linea dell’avversario). Finché l’errore strategico e la conseguente sconfitta non sarà chiara a molti se non tutti, non ci saranno spazi di azione politica efficace (=capacità di accedere al governo+sapere che farne). Quando l’errore strategico sarà manifesto, ci sarà spazio di azione e direzione politica. Imprevedibile, ora, con quale strumento la “azione e direzione politica” potrà esercitarsi.

Dei movimenti di branco: sardine, di Alessandro Visalli

Dei movimenti di branco: sardine.

Alcune settimane fa, il 19 novembre, avevo provato una riflessione a caldo[1] sul fenomeno delle Sardine del quale veniva riconosciuto il carattere politico, in quanto orientato ad un nemico. Quando si sceglie di attribuire ad un movimento il carattere politico per il fatto, capitale, che individua un “nemico” giova in genere riferirsi al capitale articolo di Carl Schmitt del 1932[2]. In esso l’autore cerca una specificità del “politico” che sia distinta dall’azione come dal pensiero. Ovvero da ciò che si lascia decidere in base all’essere utile o dannoso (ovvero nel campo dell’economico), buono o cattivo (nel campo della morale), bello o brutto (dell’estetica). È una distinzione eminentemente ‘politica’, dunque, quella che non afferma la cattiveria, la bruttezza o la dannosità, ma designa gli amici (freund) e i nemici (feind). Una distinzione, meramente concettuale, che si fonda su un “criterio, [ovvero] non una definizione esaustiva o una spiegazione di contenuto”, che ha a che fare con ciò che appartiene, ciò che unisce, non necessariamente con ciò che si distingue per il grado dell’utile, bontà o bellezza. Un concetto questo che è catturato da frasi come “è un bastardo, ma è il nostro bastardo”, detto, ad esempio di un dittatore sudamericano (frase attribuita al Presidente Roosevelt e riferita a Somoza)[3].

Coglie questo punto Moreno Pasquinelli in un articolo dal titolo espressivo “Sardine: tra Kant e Schmitt[4], su Sollevazione. Il movimento è letto come interprete di una vasta area che unisce un sentimento progressista di ispirazione globalista (anche designato come “neoliberismo progressista”[5]) e un sottostante, e sotto alcuni profili contrastante, umanitarismo di marca cattolica. Materiali eterogenei ma sedimentati, che sono coaugulati da una inimicizia. Quindi una estraneità, quella verso il plebeismo ostentato di Salvini.

La retorica, enormemente potenziata dalla massiva sovresposizione mediatica di questi mesi, ha battuto su valori forti, declinabili facilmente sul sottofondo liberale come su quello cattolico, antecedenti: tolleranza, pazienza, morbida dolcezza, bassotono, pacificazione sorridente, gaia spensieratezza. Posture, prima ancora che valori, che identificano immediatamente, fisiognomicamente, un parente, un essere parente tra chi non soffre la vita. Chi ha, in fondo, l’orizzonte aperto e non vive nel pozzo[6].

Moreno identifica qui la mossa delle Sardine bolognesi (questa distinzione tra poco troverà senso). L’aggregazione, che produce un non irrilevante effetto nelle elezioni romagnole, dei “parenti” avviene contro un “hostis” pubblico, Salvini. Ma non tanto, io credo, perché egli sarebbe il “male”, (certo lo è, come è brutto e come è dannoso), quanto perché è ‘straniero’. Per così dire egli potrebbe anche essere, paradossalmente, onesto, leale, ma resterebbe sempre l’altro[7].

Torneremo sulle lezioni che ne trae, ma intanto restiamo qui. La mossa “politica” è potente, chiama a raccolta e fa popolo, ovviamente nel farlo fa anche guerra (civile). Chiama a raccogliersi come ‘parenti’, esattamente, tutti coloro che sono giusti, sanno ben vivere, pacifici, sereni, e quindi si sentono tolleranti, superiori, morali, in genere spensierati. Guardano con fastidio misto a timore, gli ansiosi, i rozzi, ineleganti, i felposi, urlanti, certo immorali, ovviamente inferiori, abitanti delle tante periferie del paese. Raccogliersi, mano nella mano, coloro i quali, del resto, in questi anni lentamente, inesorabilmente, ma anche ovviamente, pacificamente, si sono separati, hanno imparato a vivere tra simili, sono fuggiti dai sobborghi, hanno popolato i quartieri bene[8]. La chiamata tra ‘parenti’ si declina, insomma, sotto specifici caratteri di classe[9].

Sotto questo profilo dunque, ha ragione Moreno, la mobilitazione delle sardine è “politica”. Sotto questo profilo è una mobilitazione del nemico[10].

Lo rende particolarmente evidente l’incontro con i Benetton di qualche giorno fa. Ma certo non lo determina. Tuttavia è sufficiente per creare fratture nel campo del nemico: infatti alcune ore fa il portavoce delle sardine romane, Stephen Ogongo ha defezionato. In un post reso noto intono alle otto di sera sul gruppo “Sardine di Roma[11], hanno scritto:

Sardine di Roma, da oggi in autonomia. Incontro con i Benetton solo l’ultimo degli errori dei fondatori bolognesi

L’incontro che i fondatori delle Sardine hanno avuto con Luciano Benetton è stato sbagliato, inopportuno. Un errore politico ingiustificabile, ma solo l’ultimo degli errori che Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa hanno commesso nelle ultime settimane.

Da questo momento le Sardine di Roma non fanno più riferimento ai 4 fondatori di Bologna né alla struttura che stanno creando. Le Sardine di Roma ripartono da quei valori che hanno fatto della manifestazione di Piazza San Giovanni la più grande e la più partecipata delle sardine: uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Affiancarsi agli squali, o diventare come loro, non ci rafforza ma ci indebolisce, ci rende prede inconsapevoli.

La pubblicazione della foto scattata a Fabrica, “centro di formazione per giovani comunicatori”, ha giustamente scatenato una polemica all’interno e all’esterno del movimento delle Sardine. È un fatto noto che la famiglia Benetton è la maggior azionista di Atlantia e della società infrastrutturale Autostrade per l’Italia, tuttora compromessa con il tragico crollo del Ponte Morandi di agosto 2018 che ha causato la morte di 43 persone.

Chi lotta per la giustizia sociale e per un nuovo modo di fare politica non può dimenticare il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Genova. Per chi ha creduto nei valori espressi nelle piazze delle Sardine è stata una delusione enorme che ha minato gravemente l’integrità e la credibilità del movimento.

Ciò che rende tutto sospetto è la tempistica di questo incontro, che avviene proprio nel momento in cui si è riaperta la trattativa per la concessione di Autostrade per l’Italia. Se non ci fosse niente da nascondere, perché non hanno reso pubblica la loro visita a Fabrica prima? Perché non hanno pubblicato loro stessi la foto dopo l’evento?

L’aspetto più grave di questa vicenda è stato l’aver assistito a diversi tentativi di limitare la discussione all’interno dei gruppi Facebook delle Sardine addirittura attraverso la censura di determinate parole e la cancellazione di diversi commenti e post critici.

Questo è un comportamento pericoloso che limita la libertà di espressione. E non è la prima volta che accade. Sempre più nelle scorse settimane abbiamo assistito a un controllo “dall’alto” delle comunicazioni tra noi e verso l’esterno teso ad assicurarsi che i 4 leader fondatori del movimento siano sempre messi in buona luce, anche a discapito di altri.

Anche l’organizzazione delle Sardine sui diversi territori e città ne ha risentito, con l’allontanamento volontario e forzato di soggetti che non condividevano più il modo di evolversi del movimento. Un comportamento che non giova né al movimento né al Paese che vogliamo migliorare.

Segnali preoccupanti sintomo di una situazione che ha passato il segno e a cui serve rimediare in fretta.

Per questo, credo sia giunto il momento di ritornare alle origini del movimento delle Sardine, che era ed è un fenomeno spontaneo, aperto a tutti quelli che vogliono auto organizzarsi senza controlli e regole imposte dall’alto. Le Sardine di Roma tornano in mare aperto: la nostra forza sarà la comunità, l’essere in tanti e il saper stare insieme”.

Si era detto all’inizio che i due sottofondi, conflittuali, valoriali sono quello liberale e quello umanista (cattolico). Il testo segna lo spostamento.

Vicino alla “libertà”, compare la chiamata della “uguaglianza” e, a maggiore esplicitazione di senso, la “giustizia sociale”. Il capitalismo predatorio dei Benetton è riportato, con metafora ittica di contrasto, alla figura dello squalo.

Segue una brutale presa di distanza, senza sconti e senza rimedio, nella quale ai quattro “fondatori”[12] sono rimproverate doppiezza, manovre nascoste, antidemocraticità nella gestione della discussione, censura, purghe ed allontamenti. Ed, infine, il sempiterno mantra di tutti i “movimenti antisistemici” di questa epoca post-ideologica (o iper-ideologica[13]): tornare alle origini, ad un fenomeno che è stato “spontaneo” e “aperto a tutti quelli che vogliono auto-organizzarsi senza controlli e regole imposte dall’alto”.

Il pedaggio si deve sempre pagare.

La chiusa anti-liberale cade alla fine: “la nostra forza sarà la comunità, l’essere in tanti e il saper stare insieme”.

Bene.

La lezione è triplice:

  1. Non c’è politica senza identificazione del nemico (ma occorre anche riconoscere i suoi travestimenti);
  2. Si definisce la propria identità politica anzitutto indicando il nemico principale (ma bisogna anche farlo nel “momento favorevole”[14]);
  3. Si crea la forza costruendo la comunità non in base al mero interesse (non di solo pane vive l’uomo).

[1] – Si veda “Sardine”, 19 novembre 2019.

[2] – Carl Schmitt “Il concetto di politico”, del 1932, un anno non certo irrilevante. Anzi, un anno cruciale, nel 1930 Heinrich Brüning era stato nominato Cancelliere ed aveva avviato una drastica politica deflattiva (anche in reazione all’inflazione che fino a qualche anno prima era servita a distruggere i debiti di guerra, ma aveva di fatto espropriato la piccola e media borghesia di tutti i suoi risparmi), a seguito del blocco della politica nel Reichstag il 14 settembre 1930 erano state chiamate nuove elezioni che avevano visto l’avanzamento del Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, che arrivò al 18,3% dei voti, quintuplicandoli in due soli anni. Da quell’anno, senza un possibile governo, la Repubblica di Weimar scivola nella guerra civile. Quindi dal 1930 al 1933, il Cancelliere governa senza maggioranza a forza di Decreti Presidenziali di emergenza. Sulla base di una radicale teoria dell’austerità, nel mezzo della grande depressione causata dalle conseguenze del crollo del ’29, il Cancelliere ridurrà drasticamente le spese pubbliche e licenzierà milioni di impiegati pubblici, riducendo anche le protezioni per la disoccupazione. Sul finire del’32 inizierà, è vero, una timida ripresa ma troppo tardi, ormai il governo non ha il sostegno di nessuno e quasi tutti chiedono una svolta radicale. L’anno successivo ci sarà l’avvento al potere di Adolf Hitler.

[3] – La distinzione tra amico e nemico indica, “l’estremo grado di intensità di un’unione o una separazione, di una associazione o una dissociazione; essa può sussistere teoricamente e praticamente senza che, nello stesso tempo, debbano venire impiegate tutte le altre distinzioni morali, estetiche, economiche o di altro tipo. Non v’è bisogno che il nemico politico sia moralmente cattivo, o esteticamente brutto, egli non deve necessariamente presentarsi come concorrente economico e forse può anche apparire vantaggioso concludere affari con lui. Egli è semplicemente l’altro, lo straniero (der fremde) e basta alla sua essenza che egli sia esistenzialmente, in un senso particolarmente intensivo, qualcosa d’altro e di straniero, per modo che, nel caso estremo, siano possibili con lui conflitti che non possano venir decisi né attraverso un sistema di norme prestabilite né mediante l’intervento di un terzo ‘disimpegnato’ e perciò ‘imparziale’” (Le categorie del politico, p.109). E’ importante anche considerare che il “nemico” non è l’avversario, non è il concorrente, ma un insieme che combatte e si contrappone ad un altro insieme, è sempre pubblico. Egli è l’hostis e non l’inimicus.

[4] – Moreno Pasquinelli, “Sardine: tra Kant e Schmitt”.

[5] – Si veda, Nancy Fraser, “Contro il neoliberismo progressista”.

[6] – Mi riferisco alla bellissima immagine evocata da Chiara Zoccarato in questo intervento video.

[7] – In realtà la designazione dell’altro, dello straniero, è un addensatore di caratteri negativi, disvaloriali, per cui a Salvini, in modo non dissimile dalla sua identificazione dei nemici negli ‘esterni’, non è riconosciuta alcuna virtù. Egli è il cattivo, lo stupido, il brutto, il disutile e distruttivo.

[8] – Il fenomeno è descritto da una ormai vastissima letteratura, da Harvey a Sennett, da Giulluy a Sassen.

[9] – E’ un tentativo di chiamare una classe “per sé”, ovvero una autoidentificazione come simili, nell’elevatissima frammentazione lavoristica, identitaria, insediativa, contemporanea, costituita non necessariamente dagli abbienti, o non solo, ma da tutti coloro che sentono di avere ancora, o di poter avere in un futuro prevedibile e non fantasmatico, controllo della propria esistenza. Di essere in grado di fare, determinare, il proprio valore. E che, per questo, sentono di potersi elevare, distinguere. Non è tutta borghesia, ma è l’area che gravita, credibilmente, su di essa. Non è una classe “in sé”, anzi probabilmente in sé, rispetto ai mezzi di produzione, è quasi altrettanto eterogena del campo avverso, ma, figlia dell’epoca “post-materialista”, subisce l’egemonia dall’alto della borghesia medio-alta.

[10] – Questa era la chiusa, dopo una descrizione volta a giustificarla, dell’articolo di novembre, cui rimando.

[11] – Si veda “Sardine di Roma da oggi in autonomia”.

[12] – Che, ovviamente, sono solo i portavoce degli autentici fondatori, o mandanti politici.

[13] – Non c’è maggiore ideologia di quella che appare come natura.

[14] – Se è vero che può essere opportuno negoziare e finanche allearsi con forze ostili, se serve a neutralizzare di volta in volta quella più pericolosa, è anche vero che va fatto al tempo giusto. “Nemico principale” e “momento favorevole” si guardano negli occhi.

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Marco Revelli, “Turbopopulismo”, a cura di Alessandro visalli

Nell’epoca in cui austeri dizionari on line, come quello della Treccani, coniano termini come “sovranismo psichico”[1], riprendendo un Rapporto del Censis[2] ed avviando una polemica[3] ben meritata, l’illustre sociologo torinese Marco Revelli, di cui abbiamo già letto altro[4] si impegna in una damnatio di quel che identifica come un populismo 3.0.

Il libro del politologo e sociologo torinese (anzi cuneese) ex Lotta Continua e poi Bobbio boys[5], sembra interessante soprattutto per questo: è perfettamente espressivo dello spiazzamento della migliore cultura della sinistra italiana.

Una cultura che è forse di sinistra, ma certamente da lungo tempo completamente disancorata con la tradizione socialista[6], se pure nella radice dalla quale proviene l’ex ribelle fattosi pompiere torinese è mai stata connessa[7].

Ciò che accade nel presente a Revelli appare chiaro da un lato e completamente oscuro dall’altro. È in corso quella che chiama una “rivolta dei margini”, un ‘ribollire’ di periferie in fibrillazione (p.56). Svolgendo sotto questo profilo un’analisi simile nella descrizione, ma del tutto opposta nella presa di posizione, a quella che ad esempio abbiamo letto nel lavoro del geografo Guilluy[8], Revelli individua una precisa rappresentazione dell’inversione tra sinistra e destra negli esiti elettorali che dal 2016, sempre più chiaramente, si sono accumulati (Brexit, Trump, fino ai Gilet Gialli). Ma ritrova, proprio come Guilluy, una conferma anche nelle vittorie del centro, quella di Macron in Francia, che ottengono il successo esercitando una loro forma populista, come fece, peraltro Renzi nella sua breve parabola[9]. Quel che si sta verificando è dunque una rivolta, precisamente “dei margini”.

Ma mentre il geografo francese sta con i rivoltosi, sperando possano divenire rivoluzionari, il politologo piemontese sta senza alcun dubbio con il centro assediato. La cosa non potrebbe essere più chiara. E non potrebbe essere più interessante. Come nel caso del Censis e della Treccani, qui è in corso il principio di uno scontro civile totale, occorre prendere posizione[10].

Come si prende posizione? Avvicinandosi ai simili. È quel che fa Revelli, in effetti, ed è quel che tutte le élite, con la loro ampia corona di organizzazioni, media, ed ambienti sociali, fanno. Si tratta di alzare le bandiere della ‘civiltà’, del ‘buon senso’, della buona educazione, della ‘competenza’ contro i barbari, incivili, incomprensibili, plebei, incompetenti, rozzi e ineducati, e quindi anche pieni di ri-sentimento, di rancore. Gente lontana, cattiva, la cui attitudine è distruttiva, l’opposto di ogni buon ordine. Questa “fibrillazione dei margini”, che il nostro professore osserva con distacco da entomologo, come fosse un brulicante mondo di insetti, è infatti pieno, al suo sguardo lontano, di “rancoroso distacco e ostilità nei confronti delle élite governanti” (p.68). Di rancore che “i secondi” portano ai “primi”, tra i quali, è evidente, si annovera per una sorta di diritto di nascita[11].

I “secondi”, vivono in quelli che descrive con precisa immagine spazi a “scorrimento più lento”, in sé quindi portatori dello stigma della lontananza dal principio della modernità e della civiltà. Questi “lenti” e per questo lontani (ed inferiori) vivono in spazi marginali, nella “province, le zone rurali, le periferie dei poveri”. Si tratta di spazi nei quali, l’immagine è di potentissima ed indicativa evocazione, “domina il buio, la luce privata costa, quella pubblica è magari fulminata o intermittente”.

Se domina il buio insorgerà il maligno. Non tarderà a palesarsi.

Il sociologo qui introduce alcune spiegazioni, in epoca di risorse pubbliche calanti e di dominio dello spirito del mercato i servizi sono andati dove potevano essere sostenuti, ed hanno abbandonato le periferie, incoraggiando un circolo vizioso discendente nel quale molti, e molti territori, sono affondati. Naturalmente chi è vicino a chi affonda, anche se sta per ora un poco meglio, ha paura. Ha paura di raggiungere chi sta scendendo (p.76). Del resto ormai mancano tutti quei corpi intermedi, come i vecchi partiti di massa (quelli socialisti e la democrazia cristiana) che sostenevano una relazione interna con i ceti marginali. Questa relazione, ormai persa, è descritta come disciplinante; attraverso l’egemonia culturale che il mondo allargato della sinistra, nella quale svolgevano ruolo centrale e strutturante i ‘chierici’ dei quali l’autore è esponente, lo spirito del buio era tenuto a freno. Oggi il freno è venuto meno.

Tramite gli effetti di questo venire meno è interpretato da Revelli il dispositivo centrale del populismo. L’uomo che si sente ‘perduto’, perché si rende conto di essere periferico, catturato nella lentezza e nel buio, abita spesso in una piccola città, assiste alla proletarizzazione diffusa e alla conseguente perdita di status ne è il protagonista. Si tratta di quello che moltissimi sociologi ed economisti identificano come l’arretramento della classe media.

Il populismo è, in altre parole, l’effetto di una disattivazione. La disattivazione del dispositivo della cetomedizzazione che era sviluppato dall’insieme di politiche e dei corpi sociali che le trasmettevano (sindacati, centri dopolavoristici, circoli sportivi, associazioni, volontariato, partiti). Dispositivo che, sottolineo ancora, sotto la guida degli intellettuali ‘organici’, disciplinava i ‘subalterni’, spingendoli ad accettare il loro posto nel mondo. Questa è una delle possibili declinazioni del concetto di “riformismo” nel quale la cultura azionista e quella ex socialista in particolare di matrice comunista (e della ‘nuova sinistra’) si è ritirata dopo gli anni ottanta.

In realtà è sempre stata la declinazione principale del termine.

Revelli la tocca davvero forte. Con un richiamo prima a Kracauer[12], poi a Bloch[13], peraltro entrambi datati e quindi fuori spazio, lancia un anatema sui ribelli che si rifiutano a farsi ancora guidare. Sarebbero niente di meno che inumani.

Con la stessa mossa del Censis e della Treccani, ma molto più violento, riduce ogni opposizione al disciplinamento che il riformismo diretto dall’alto produceva sulle masse, e che è ormai del tutto screditato, con la tecnica dell’evocazione del male assoluto. Nel 1933, quando sale al potere Hitler, Ernst Bloch scrisse: “non è solo l’uomo mite a scomparire: scompare tutto quanto reca il nome di uomo”. Ciò che accadde, secondo lo scrittore tedesco, alla insorgenza del primo nazismo è quindi una metamorfosi degli uomini in demoni[14].

Seriamente, per decine di pagine, procede a paragonare, fino ad identificare, il male del nazismo con la rivolta degli elettori contemporanea[15]. L’insorgenza di Hitler con l’eventuale, aborrita, vittoria democratica del più vecchio partito italiano, pur criticabile[16].

Richiama una presunta “tara antropologica”, il male nell’uomo, una “cattiveria”, un “compiacimento nell’inumano”, il gusto di “mostrarsi crudeli”, o “indifferenti al male altrui” (cosa che sarebbe, da notare, per lui equivalente). Certo l’indifferenza al male altrui è, in effetti, quella che lui stesso esercita, in quanto nomina ma non comprende il senso di essere abbandonati e traditi dalle politiche che la sinistra, in primis, ha portato avanti. Politiche che ha lui stesso avallato qaundo non mancò di dare il proprio pensoso appoggio a Monti[17] (dato che scacciava l’altro male assoluto, all’epoca rappresentato da Berlusconi).

Ovviamente il punto di massimo esercizio di questo paradigma interpretativo, che segnala in modo davvero plastico l’abbandono dello spirito popolare da parte delle sinistre rifugiatesi da decenni nelle loro cittadelle (siano esse sociali, universitarie o variamente baronali), è l’immigrazione. Una ventina di pagine di autentici deliri. In cui le “vere vittime” sono gli immigrati (lo sono, naturalmente[18], ma non per questo le plebi abbandonate a se stesse dall’assetto neoliberale non lo sono, non per questo sono “false”). Tutte le politiche di respingimento sarebbero allora semplicemente “disumanizzazione” (dal che si deduce che sono inumani in pratica tutti i popoli del mondo, e lo sono da sempre[19]). Per respingere sarebbe necessaria una sorta di “neutralizzazione morale” ed il “rovesciamento del rapporto vittimario” (p.101). Questo rovesciamento poggerebbe sulla “percezione di una concorrenza sleale”, che viene vissuta da chi si sente assediato dalle bollette da pagare, non riesce più a stare dietro alle scadenze e a pagare la scuola ai figli, o a vestirli, soffre la deprivazione corrispondente, non si può pagare le cure mediche, e via dicendo. Si tratta di “un grande serbatoio di disagio materiale” che, però, essendo solo un “disagio” (e non una disperazione, che evidentemente il professore, non avendola mai vissuta, non è in grado di capire e neppure di com-patire) non basta a spiegare quel che Revelli identifica come, niente di meno che “uno spaventoso svuotamento del sé dall’umano”. Una frase pomposa, come se il sé possa essere svuotato dall’essenza umana, quasi come si toglie un liquido da un recipiente. Una frase che alluderebbe a “qualcosa di mentale”, un vedersi fuori del “racconto collettivo”, invisibili.

C’è qualcosa del genere, accade, ma resta il fatto che per il nostro professore torinese il ‘mentale’ implica immediatamente una “regressione nel disumano” che nessun dolore subito può giustificare; implica una “metamorfosi in demoni” di gente comune che, se poteva essere magari sostenuta da Bloch (se pur nel 1933 e non nel 1943), suona strana, stridula applicata oggi a persone che, in fondo, protestano contro la perdita di senso e di democrazia.

Suona ancora più strana nel momento in cui l’autore si mostra consapevole che c’è una connessione con il fatto della globalizzazione. Un evento che era stato indicato dalla sinistra come la “premessa per un nuovo, più universalistico, umanesimo”, mentre ne è nemico. Ma questa relazione è ricondotta a sua volta ad una “sindrome”, ovvero è ancora medicalizzata. La sindrome non elaborata del melting pot in cui si sciolgono (e devono farlo perché è un destino storico) le identità collettive e “nessuno riesce più ad avere un proprio ruolo e un proprio status corrispondente, garantito”. Qui compare, scritto da un garantito ovviamente, un gioco di prestigio dialettico:

“cosicchè si crede – falsamente – che segregando e sigillando ‘fuori’ quell’umanità eccedente, che preme oltre i confini e che si vorrebbe escludere rafforzando quei confini (peraltro sempre più precari), si possa ritornare ad ‘essere’ – come prima – qualcosa, senza accorgersi che così, sciaguratamente, si finisce per estinguere anche quel residuo di umanità che si conservava dentro, e che ci salvava. Come individui e come ‘popolo’. Ci si riduce, appunto, a niente” (p.108).

Sarò sincero, è un esercizio di stile, ma non significa assolutamente nulla. Intanto non c’è qualcosa come una “umanità eccedente”, questo è esercizio di pura astrazione liberale del tipo peggiore[20], esistono invece sempre esseri umani situati, che sono ‘nati da donna’ e che sono stati cresciuti in una cultura, connessi a degli obblighi e portatori dei diritti reciprocamente riconosciuti in comunità umane specifiche. E questi esseri umani possono essere talvolta ‘eccedenti’, quindi indotti o costretti ad emigrare, ma ciò non ha proprio nulla a che fare con l’essere qualcosa (ovvero dotati di risorse e diritti, ordinati nel mondo) o con il non esserlo. Comprendo molto bene che la generazione dei chierici alla quale appartiene Revelli abbia fatto dell’abbandono del popolo al suo destino un segno morale, un elemento di distinzione e marcatore di superiorità, l’identificatore di una appartenenza e di una promozione[21], ma la questione di essere qualcosa, usando gli stessi termini, si pone, e non è affatto vana. Avere, come ovviamente si ha, un confine ed affermare in esso una sovranità è una precondizione per poter lottare (certo contro le élite che l’autore così ben rappresenta), per tornare ad essere. Non è questione di avere “residui di umanità” che “salvano”, idea che solo un borghese con tutto l’essenziale al sicuro può accarezzare. È questione di avere di nuovo il materiale necessario.

Per nascondere questa semplice posta, keynesiana si potrebbe dire, della redistribuzione necessaria per rimettere in questione i rapporti di forza, ci si sposta sulla Repubblica di Weimar, la Turchia del 1916, la Roma del tardo impero, addirittura Sodoma e Gomorra… per sostenere la tesi piuttosto astorica ed astratta che la pietà sarebbe “sostanza indivisibile”, o si ha per tutti e sempre o non c’è, o la si prova o se ne è privi. Se ne deduce che Revelli ne è privo, dato che prova un evidente disprezzo di classe, con assoluta incapacità di comprensione, delle sofferenze di almeno dieci milioni di italiani, cinquanta milioni di statunitensi, un’altra trentina di milioni di europei, che magari talvolta si fanno tentare a votare populista (qualunque cosa significhi), ma certo vivono la disperazione di sentirsi scendere ed arretrare giorno dopo giorno da anni. Come sia, al netto di qualche altra ridicolaggine, come il sacro dovere di ospitalità (che è sempre stato altamente selettivo) o l’abuso di Cicerone e Seneca, il tono resta questo.

Ovviamente i politici che hanno interpretato questo sentimento di dolore ed abbandono dei propri concittadini sono dichiarati “psicopatici” (anche se “di successo”), colpevoli di “sdoganare il male” e di un comportamento mimetico che compie la mossa del “assorbimento mediante abbassamento” (p.126). Colpevoli di utilizzare ed esercitare un linguaggio semplificato e di cercare di passare dal principio di legittimazione nel quale le élite “positive” sono esperte, il “paradigma della superiorità”, a quello nel quale eccellono quelle populiste, il “paradigma del rispecchiamento”.

In altre parole, invece di mostrarsi “migliori” (ovvero aristoi) questi nuovi politici si mostrano schietti, talvolta volgari, praticano “l’abbassamento” verso un popolo che è “un aggregato linguistico maleodorante di termini fallici e in genere sessuali, di posteriori e promiscuità, da frequentatori di angiporti e di trivii; un popolo, appunto ridotto ai propri attributi corporeo-materiali, capace di recepire con particolare rilievo i richiami elementari della riproduzione genitale o gastro-intestinali”.

In questi passaggi lo scontro tra estetiche e quindi tra classi non potrebbe essere più chiaro. Si tratta di una profonda frattura, incomunicabile, una matrice di reciproco disprezzo e finanche di odio. Ma non sono solo i “populisti” che odiano gli aristocratici alla Revelli, è, evidentemente, anche che lui odia loro.

Revelli sente emanare da questo popolo frammentato quello che chiama “un acre odore di zolfo”, una società regredita ad una condizione asociale. Una regressione alla “forma informe del vuoto” (p.163). Una forma che “farà il suo giro” e nella sua ambiguità costitutiva sta prendendo la forma di una sorta di “populismo 3.0”, più espressamente “di destra” che lavora con la vecchia tecnica del “capro espiatorio”.

Scrivevamo all’inizio che è il principio di uno scontro civile totale.

Gli allineamenti sono abbastanza evidenti, anche formazioni intermedie, sensibili al “momento populista”[22] sentono il richiamo della foresta, i tam tam della tribù che battono. Oppure è evidente nella mobilitazione semispontanea delle “Sardine”[23] che appare sempre più come un movimento vasto e reattivo, trascinato dalla paura esistenziale. Se quel che si muove dal fondo e dalla periferia della società occidentale è una ‘rivolta degli elettori’ alla loro designazione come vittime (della storia, secondo la lettura di aristoi come Revelli), quel che dall’altro lato si allinea è una contro-rivolta, un singolare movimento pro-establishment composto da ceti e frazioni di classe non solo protetti e garantiti, ma accumunati da un desiderio di status. Sostiene Guilluy che la frazione dominante della società occidentale ha abbandonato i segmenti popolari e si è distaccata (una tesi che a suo tempo avanzò anche Lasch ed altri), e che l’egemonia sta passando al basso.

Di fronte a questo movimento ‘polanyiano’[24] è in corso una sorta di contro-contro-movimento. Si tratta di un allineamento che in altri termini avremmo definito “sovrastrutturale”. Una spaccatura che nasce dalla paura di alcuni mondi vitali di essere travolti, dalla “rivolta degli elettori” che si sentono messi a margine e scacciati nell’irrilevanza.

Il mondo vitale plurimo che si mobilita contro la rivolta, e che si esercita in una singolare contro-rivolta pro-establishment, è aggregato da un certo tono libertario, da un’estetica liberale e da un afflato ancora competitivo, dal desiderio se non altro di essere cooptato di accedere alle aree dense e veloci. Spesso si assommano anche i militanti di movimenti non distributivi, come l’ambientalismo, le lotte per i diritti civili, il pacifismo, il femminismo. Movimenti che hanno, e da sempre, una chiara egemonia piccolo-borghese e metropolitana. In questo campo c’è maggiore densità degli urbani, di coloro che hanno una formazione media o alta, che condividono quindi le narrazioni e le strutture cognitive dominanti, sono stati formati in esse. In termini di stratificazione sociale (ma ricordo che l’adesione ai ceti medi è questione di status percepito molto più che di mera condizione materiale), troviamo in questo campo allineato con la contro-reazione impiegati, giovani precari ad alto sfruttamento (ma “provvisorio”), insegnanti, studenti, quadri pubblici, piccolo borghesi anche autonomi, professionisti, pensionati a reddito alto, imprenditori di imprese rivolte ai mercati esteri. Insomma, coloro che sono nel centro o aspirano ad accedervi.

Nello scontro civile l’altra parte, i barbari e gli inumani, i demoni, sono molto più operai, ancora giovani precari, ma con poche speranze di riscattarsi, certo anche alcuni sottoproletari, alcuni dipendenti pubblici e privati, ancora segmenti di piccola borghesia e di lavoro autonomo, molti professionisti, anche imprenditori che lavorano verso il mercato interno e ne percepiscono la sofferenza. Coloro che sono al margine sanno di esservi.

Le contraddizioni attraversano entrambi i campi ed i confini sono tutt’altro che impermeabili, soprattutto i meri interessi economici non spiegano tutto. Se la prima Italia, quella alta e centrale, è per il mercato, di cui apprezza le virtù salvifiche, lo spirito libero e competitivo, il vitalismo, la seconda Italia, quella bassa e periferica, normalmente avversa lo Stato, la sua imposizione fiscale. Contraddittoriamente la prima si trincera in esso, la seconda ne richiede la protezione, sociale e lavoristica.

Lo scontro civile totale, al quale il libro di Revelli porta armi, nasce dall’incapacità di entrambe le Italie, della rivolta come della contro-rivolta, di comprendere se stesse e di venire a patti con la propria estetica. Non si riconoscono vicendevolmente l’appartenenza al campo dell’umano, e parlano lingue diverse.

Si riconoscono al primo sguardo, al movimento, al vestiario, alla prima parola, e si odiano.

[1] – Il neologismo compare a questa voce: “sovranismo psichico s. m. Atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale. ♦ Sovranismo psichico, prima ancora che politico. È la definizione del Censis nel 52esimo rapporto presentato ieri al Cnel a Roma. Più che un’analisi sui dati dell’economia, e della sua crisi, l’indagine trova un suo interesse per il panorama che offre sulla crisi della soggettività nell’epoca del risentimento e del «populismo» al potere. L’espressione ridondante di «sovranismo» non allude solo al conflitto tra Stato-Nazione e tecnocrazia europea, ma al cittadino-consumatore che «assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio». (Roberto Ciccarelli, Manifesto.it, 8 dicembre 2018, Italia) • Non accettiamo la realtà del nostro futuro che sarà nella globalizzazione dei mercati e in una società multietnica e multirazziale? Noi italiani che corrispondiamo a meno dell’1% della popolazione mondiale vogliamo metterci alla guida dell’altro 99% affermando che devono fare quello che riteniamo giusto noi? Naturalmente, in questo modello di pensiero, se gli altri popoli non si adeguano ci sentiamo incompresi e accerchiati per cui costruiamo dei nemici mentali che in questo momento storico sono i migranti e le istituzioni sovranazionali come l’Unione europea, i mercati, il Fondo monetario, etc. Ringrazio il Censis e il Dr. De Rita per aver chiarito, inventando il termine sovranismo psichico, questo modello di pensiero e perché poi, inevitabilmente, sfoci in rabbia e cattiveria verso gli altri. (Luciano Casolari, Fatto Quotidiano.it, 18 dicembre 2018, Blog) • È vero: sondaggi alla mano, questo grumo ideologico di nazionalismo securitario e xenofobo seduce molti italiani, rinchiusi nei miti della “Piccola Patria” e nei riti del “sovranismo psichico” (per restare alla formula Censis). (Massimo Giannini, Repubblica.it, 2 gennaio 2018, Commento).”

[2] – 52° Rapporto Censis, che attribuisce ad un sentimento, come il rancore e quindi la cattiveria, che è normalmente pensata come una attitudine ad offendere, a far del male, e quindi la radice di azioni riprovevoli, dannosi, il sovranismo. Cito: “Al volgere del 2018 gli italiani sono soli, arrabbiati e diffidenti. La prima delusione ‒ lo sfiorire della ripresa ‒ è evidente nell’andamento dei principali indicatori economici nel corso dell’anno. La seconda disillusione ‒ quella del cambiamento miracoloso ‒ ha ulteriormente incattivito gli italiani. Così, la consapevolezza lucida e disincantata che le cose non vanno, e più ancora che non cambieranno, li rende disponibili a librarsi in un grande balzo verso un altrove incognito. Una disponibilità resa in maniera pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se si rende necessario forzare – fino a romperli – i canonici schemi politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche, a cominciare dalla messa in stato d’accusa di Bruxelles. L’Europa non è più un ponte verso il mondo, né la zattera della salvezza delle regole rispetto al nostro antico eccesso di adattismo: è una faglia incrinata che rischia di spezzarsi. Così come il Mediterraneo non è più la culla delle civiltà e la nostra piattaforma relazionale, bensì ritorna come limes, limite, linea di demarcazione dall’altro, se non proprio cimitero di tombe. Gli italiani sono ormai pronti ad alzare l’asticella: sono disponibili a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato che mai prima d’ora si era visto da così vicino, perfino a un salto nel buio, se la scommessa è quella poi di spiccare il volo. È quasi una ricerca programmatica del trauma, nel silenzio arrendevole delle élite, purché l’altrove vinca sull’attuale. È una reazione pre-politica che ha profonde radici sociali, che hanno finito per alimentare una sorta di sovranismo psichico, prima ancora che politico. Un sovranismo psichico che talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare e disperata, ma non più espressa nelle manifestazioni, negli scioperi, negli scontri di piazza tipici del conflitto sociale tradizionale”.

[3] – Scrive, ad esempio, Andrea Zhok: “Dopo essere stata presa in giro sui social per mesi la definizione di ‘sovranismo psichico’ ha l’onore di essere ospitata come voce dalla Treccani online. Forse è il caso di smettere di ridere e di chiederci se ci siano ancora limiti che i poteri mediaticamente ed economicamente più influenti (l’establishment) considerano non sorpassabili, o se oramai siamo arrivati al punto in cui si ritiene che valga tutto, assolutamente tutto, pur di abbattere l’avversario. Già, perché ospitare come voce accreditata una formula che è dimostrabilmente un’idiozia con finalità di lotta politica spicciola ricalca esattamente una delle dinamiche descritte da George Orwell, di confisca concettuale e assoggettamento culturale. Da un lato le istanze del ‘politicamente corretto’ mettono fuori legge tutte le espressioni che suonano come critiche dell’opinionismo mainstream, e dall’altro vengono accreditate unità concettuali farlocche e strumentali come se fossero descrittori di natura scientifica. Non basta dunque aver distorto pervicacemente la nozione di ‘sovranismo’, applicata originariamente in contesto francofono per le istanze di rivendicazione autonomiste su base nazionale (Quebec, Irlanda, Palestina, ecc.), trasformandola in un sinonimo di ‘nazifascismo’. Ora si passa alla fase della patologizzazione del dissenso, che viene ridotto a categoria psichiatrica, a deviazione mentale. Esaminiamo innanzitutto la definizione che ne viene data: ‘Atteggiamento mentale caratterizzato dalla difesa identitaria del proprio presunto spazio vitale’.

La prima cosa da osservare è che se togliamo l’aggettivo ‘presunto’, che insinua la natura illusoria, erronea del giudizio (per il loro ‘presunto’ punto di vista obiettivo), il resto della definizione rappresenta una descrizione che si attaglia a tutte le specie viventi, a tutte le unità culturali, istituzionali e statali di cui abbiamo contezza. Infatti, la ‘difesa identitaria del proprio spazio vitale’ è qualcosa che può valere per l’identità di un organismo rispetto a fattori esogeni che ne destabilizzano l’identità, così come per ogni unità politica nota. Anche la multiculturale e multinazionale Svizzera opera in forme che tendono a preservare la difesa identitaria del proprio spazio vitale: ha una Costituzione, dei confini, leggi comuni, regole che ne definiscono l’indipendenza da altre unità politiche entro uno spazio in cui vivono i suoi cittadini.

Salvo che per colonie, protettorati o entità politiche fittizie (come alcuni paradisi fiscali), nel mondo non esistono che unità politiche per cui è ovvio che la propria identità entro uno spazio vitale vada difeso. Tutto il peso dello stigma nella definizione sta nel carattere di illusorietà (‘presunto’), che farebbe dell’ ‘atteggiamento mentale’ una forma di delirio, di allucinazione malata. Le citazioni che forniscono la campionatura d’uso dell’espressione sono in questo senso eloquenti. La prima fa riferimento ad un atteggiamento ‘paranoico’, cioè appunto ad una categoria delirante; niente viene aggiunto al quadro, salvo il giudizio insindacabile del giudicante: si tratta di patologia mentale.

La seconda addirittura, secondo il canone retorico dello ‘strawman’, inventa di sana pianta una tesi che nessuno, neanche qualche ultras neonazi etilista, ha mai sostenuto (“vogliamo metterci alla guida dell’altro 99% affermando che devono fare quello che riteniamo giusto noi?”), per poter procedere alla liquidazione forfettaria di ogni richiesta di sovranità. Ora, ciò che è particolarmente preoccupante in questo episodio di malcostume culturale è vedere l’abisso di malafede, arroganza e ignoranza in cui sguazzano soddisfatti precisamente quelli che sparacchiano accuse ad alzo zero di malafede, arroganza e ignoranza sui dissenzienti. Siamo di fronte ad operazioni spudorate, prive di scrupoli, in cui vengono avvelenati i pozzi del dibattito pubblico da coloro i quali sono stati posti a guardia degli stessi.

E’ qualcosa che eravamo abituati a leggere nelle descrizioni sull’atmosfera di falsificazione culturale nella Controriforma tridentina o nella Restaurazione napoleonica, pensando che eravamo fortunati a vivere in un’epoca che li aveva superati. E ci ritroviamo oggi con i sedicenti portatori sani di ‘illuminismo’ a fare le stesse cose, ma con meno scuse.”

[4] – Si veda, Marco Revelli, “Finale di partito”, 2013; “Dentro e contro”, 2015; “Populismo 2.0”, 2016.

[5] – Marco Revelli, figlio di un partigiano e poeta come Nuto Revelli, si è laureato in giurisprudenza sotto la guida di Norberto Bobbio all’avvio degli anni settanta, insegna Scienza della politica all’Università del Piemonte orientale dalla fondazione fino allo scioglimento aderisce a Lotta Continua e poi aderisce al gruppo di Primo Maggio. La sua biografia è perfettamente rappresentativa di un’intera epoca della cultura italiana.

[6] – Per questa distinzione tra le tradizioni della “sinistra” e del “socialismo” si veda Jean-Claude Michéa, “I misteri della sinistra”, che pone in chiave di ricostruzione filosofica della storia delle idee al centro il semplice fatto, noto a tutti ma da tutti dimenticato, che il socialismo non è il liberalesimo. Sono stati alleati, nella lotta contro la reazione, ma non coincidono. E neppure si può dire che il socialismo sia il superamento dialettico del liberalesimo, in quanto si tratta di tradizioni di pensiero che da quasi duecento anni procedono in parallelo, anche se hanno alcuni costrutti comuni. Tra i più profondi e problematici quello di “progresso”, che entrambe le tradizioni tendono a leggere, in una sorta di residuo illuminista e positivista, sotto la forma della crescita economica illimitata e auto programmata. In questo modo la dimensione “sociale” e comunitaria della tradizione socialista viene oscurata in favore della fascinazione per il continuo sradicare e rendere flessibili, mobili, della modernità contemporanea. La pratica della costante rivoluzione culturale della modernità discioglie nelle gelide acque del calcolo egoista tutte le costituzioni e le eredità, smontando ciò che permane. E’ chiaro che questa ideologia, e sin dall’inizio, trova senso e scopo nell’ineguaglianza e guarda il mondo dal punto di vista dei possidenti. A chi giova la libertà desiderante dai vincoli sociali ed il trionfo dell’individuo, a chi ha le risorse economiche per goderne e non vuole limiti a questo, o a chi lotta giorno per giorno per avere l’essenziale? Nascondendo questo fatto la metafisica del progresso è “lo zoccolo duro di tutte le concezioni borghesi del mondo” (Michéa), e con esso l’idea che le forme produttive dominanti siano anche, e sempre, delle forme della ragione (una sorta di hegelismo pervertito) e dunque “tappe storicamente necessarie” per la liberazione e la parusia. La versione liberale di questa è la “pace perpetua” nel contesto di una futura governance mondiale a-politica e della totale mobilità di ogni fattore (con la dissoluzione di ogni identità, in quanto ostacolo al dispiegarsi della logica del valore e della sua appropriazione individuale). La versione socialista sfuma in quella. Ma nella tradizione socialista è presente anche un altro sistema di idee, radicalmente indisponibile alla dissoluzione nelle gelide acque del calcolo, la critica alla reificazione che ricorda come non necessariamente ogni passo “avanti” è per definizione nella “giusta” direzione. La direzione della storia, in particolare quando procede verso la dissoluzione delle forme sociali esistenti sotto la spinta dell’automovimento della tecnologia e dell’economico, non è sempre apprendimento ed emancipazione. Secondo quanto sintetizza Michéa, “nessun liberale autentico – ovvero nessun liberale psicologicamente capace di accettare tutte le implicazioni logiche delle sue convinzioni – potrà mai ritrovarsi in un’altra ‘patria’ (se con tale nome ormai demonizzato s’intende ogni primaria struttura di appartenenza che –come la famiglia, il paese di origine, o la lingua madre- non può derivare, per definizione dalla libera scelta degli individui) che non sia quella ormai costituita dal mercato globale senza frontiere” (p.31). I liberali sono, cioè, naturaliter cosmopoliti. Ma essere ‘conservatori’ non è sempre identico all’essere di destra, a volte significa essere realmente socialisti. La conclusione di Michéa è prettamente politica: accettando questa analisi, ne deriva che il ‘significante principale’ intorno al quale schierare un fronte avverso al selvaggio liberalismo trionfante dei nostri tempi non può limitarsi alla “sinistra”, ma deve riprendere quelle che chiama “bandiere a priori” molto più larghe ed unificanti. Che abbiano senso per tutte le classi popolari e per i loro alleati. E’ chiaramente la questione del populismo.

[7] – Si veda in proposito Luc Boltanski, Eve Chiappello, “Il nuovo spirito del capitalismo”, 2014

[8] – Christophe Guilluy, “La società non esiste”, 2018.

[9] – Si veda la diagnosi dello stesso Revelli in “Dentro e contro”, 2015.

[10] – Da una parte la visione dell’emancipazione come rottura e liberazione da ogni vincolo, in primo luogo comunitario. In quella che Honneth in “Il diritto della libertà”, caratterizzerà in modo convincente come una parziale ed insufficiente libertà solo “negativa”, da oltrepassare sia in senso “riflessivo” (è libero ciò che effettivamente scelgo senza essere costretto neppure da passioni e costrizioni acquisite) sulla scorta delle lunghe riflessioni in questo senso (da Aristotele alle riprese di Rousseau e dello stesso Kant) sia e più profondamente dalla “libertà sociale” (sono libero solo quando mi oriento verso l’altro e insieme sosteniamo i reciproci piani d’azione). Ecco che un’emancipazione come libertà di essere solo, in concorrenza con tutti gli altri, invece attiva inevitabilmente forme di schiacciamento dell’altro, di mancato riconoscimento come persona e di riduzione ad oggetto, a strumento, e di potenziamento delle ineguaglianze.

[11] – Ciò che accade nel secondo dopoguerra è, in particolare in alcuni ambienti semicentrali come la Torino degli anni dai cinquanta ai settanta e ottanta l’effetto di un mito fondativo imperniato sulla resistenza e sull’azionismo. Chi scrive condivide l’alta valutazione della resistenza ma bisogna avere il coraggio di dire il vero. Intorno a questa si sono formate delle vere e proprie aristocrazie che fondano il proprio potere, radicato in alcuni ambienti densi come l’università e alcune amministrazioni e soprattutto corpi intermedi essenziali per il funzionamento democratico, ma anche viatico di cooptazioni che assicurano la continuità, sulla presunta e rivendicata superiorità morale. Questo tono inconfondibile è la tecnica attraverso la quale si sceglie ex ante chi è “primo” e chi “secondo”, chi sta al centro, perché ha il buon diritto che deriva dalla riconosciuta cultura e dalla indubitabile integrità, e chi è, perché lo deve, periferico.

[12] – Siegfried Kracauer, “Gli impiegati”, Einaudi, 1980

[13] – Ernst Bloch, “Il mito della Germania e le potenze mediche”, 1933

[14] – Ricordiamo qualche antefatto: Nel 1923 la grande guerra è finita da pochi anni e la Germania è nel pieno del caos, dall’ottobre 1918 al 1919 si sussegue una guerra civile a bassa intensità nella quale trovano la morte Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, il governo andò ai socialdemocratici moderati di Ebert che vinsero le elezioni del 19 gennaio 1919, formando la Repubblica di Weimar. A Monaco, invece, venne proclamata una Repubblica Sovietica che fu repressa dall’esercito. Quindi ci furono sollevazioni in Polonia e tre distinte sollevazioni slesiane. Nel frattempo la Germania firmò il Trattato di Versailles accettando condizioni che umilieranno il paese e porranno le condizioni (come previse un giovane Keynes), della rivalsa successiva. Tale fu l’odio per il Trattato che due dei firmatari per parte tedesca saranno successivamente assassinati. Il nuovo Stato è sotto la pressione di opposti estremismi. Mentre altre sollevazioni comuniste si susseguivano (nella Ruhr, in Sassonia ed a Amburgo) dal 1923 la Repubblica è insolvente verso le riparazioni di guerra e le truppe francesi occuparono la Ruhr; seguirono scioperi massicci e stampa di ulteriore moneta per pagare comunque gli operai. Partì quindi una breve ma impressionante fiammata di iperinflazione (causata dalla totale mancanza di fiducia nella moneta e nel governo che questa rappresentava). Nel 1923, a Monaco di Baviera, Adolf Hitler con il neonato Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori (NSDAP) diede seguito al Putsch della birreria; dal 1921 si formarono le SA (sturmabteilung). Hitler venne arrestato e condannato a cinque anni di carcere, ma dopo uno fu rilasciato. Dal 1923 si formò un governo di coalizione che sembrò tranquillizzare un poco la situazione, per stabilizzare l’economia avviò però una brutale politica restrittiva (ridusse le spese e alzò le tasse). Purtroppo nel 1930 Heinrich Bruning venne nominato cancelliere, ma il governo era debole e cadde quasi subito. Il 14 settembre 1930 alle elezioni il NSDAP ottenne il 18% dei voti. Mentre la nazione scivolava verso la guerra civile Bruning sulla base di Decreti Presidenziali di emergenza, non avendo la maggioranza, tentò di risanare lo Stato su inflessibili linee di stretta austerità liberale. Ridusse quindi drasticamente la spesa pubblica, creando milioni di disoccupati in un paese in cui l’iperinflazione di pochi anni prima aveva distrutto i risparmi di moltissimi, ed eliminò anche i sussidi per la disoccupazione introdotti nel 1927. La disoccupazione arrivò al 40%. Le elezioni del 3i luglio 1932 portarono la NSDAP al 37,2%, e poi al 33% nelle immediatamente successive nuove elezioni. Il 30 gennaio 1933 Adolf Hitler fu nominato Reichskanzler.

Ma anche nel resto del mondo nei cruciali anni venti si era nel pieno di quelle reazioni difensive a catena imperniate sotto molti profili nella difesa ostinata della “base aurea” e quindi delle politiche deflattive che questa imponeva. Negli anni venti l’Italia cade nel fascismo, nei trenta tocca alla Germania e, al termine del decennio, alla Spagna. Il sistema internazionale che aveva retto il mondo nel settantennio di pace sotto l’imperialismo inglese e “il concerto” delle nazioni termina quindi definitivamente; fallisce cioè il tentativo di ripristinarlo dopo la grande guerra. In tutti i paesi europei, Inghilterra nel 1931, Austria nel 1923, Francia nel 1926, Germania nel 1931, i partiti della sinistra, dopo aver sostenuto politiche di austerità perdendo parte del loro consenso, furono allontanati quando si trattò di “salvare la moneta”. Come Karl Polanyi fisserà nel suo capolavoro “La grande trasformazione” furono accusati delle difficili condizioni i salari inflazionati e i disavanzi di bilancio per cui si perseverò nella scelta di ulteriore austerità nel mezzo di una devastante crisi. Come dice Polanyi, quindi: “il tempo divenne maturo per la soluzione fascista”. Nel 1932 molti intellettuali si rivolsero verso la ricerca di soluzioni forti, Werner Sombart pronunciò un indicativo discorso su “L’avvenire del capitalismo”.

[15] – Formula richiamata in un fortunato libro di Andrew Spannaus, “La rivolta degli elettori”, del 2017.

[16] – Si veda, ad esempio, “Giochi di specchi ed equivoci: il caso della Lega

[17] – Si veda, Marco Revelli, “Bacio il rospo Monti, ma…”. E’ interessante che dichiari di fare il tifo per Monti per una questione estetica (ed etica), di pelle. Lo strepitio, la volgarità al potere, il caravanserraglio, … del governo di Berlusconi offendevano il suo senso dell’appropriato. Si tratta di uno schieramento che si manifesta su linee prerazionali (anche se non mancano anche le ragioni razionali, il solito Tina), ovvero per allineamenti identitari. E quale è l’identità che è qui così bene manifestata? Ovviamente si tratta di un richiamo ai tradizionali valori di sobrietà, buon senso, educazione ed ordine della buona borghesia. Anche un poco noiosa, un poco conservatrice, ma certamente capace di sapere come si sta a tavola. Si potrebbe dire molto altro, e di interessante, su questo articolo, ma non è la sede.

[18] – Sono vittime sia per il viaggio, sia per il selvaggio sfruttamento, la vera e propria schiavitù cui sono sottoposte da parte dei ceti imprenditoriali e borghesi italiani. In un sistema di sfruttamento paraschiavistico che coinvolge milioni di persone (questa è l’unica parte valida del recente libro di Luca Ricolfi “La società signorile”, 2019.

[19] – Difficile non vedere, se non dagli spessi occhiali della ideologia, che in pratica tutti i paesi del mondo praticano, tanto più quanto più sono sovrani, la regolazione dell’immigrazione. Come difficile non sapere che le politiche di welfare sono cresciute sempre in condizione di regolazione forte degli spiriti animali del capitalismo e di rafforzamento della coalizione sociale del lavoro, e quindi dell’immigrazione (che tende ad alimentare gli uni e depotenziare l’altra). Si veda, ad esempio, Kiran Klaus Patel, “Il New deal”, ma si veda anche per un quadro allargato “Appunti sull’economia politica delle emigrazioni: il caso dei paesi semi-periferici”.

[20] – Si veda, ad esempio la polemica tra liberali e comunitari degli anni ottanta. Ad esempio il grande classico di Michael Sandel “Il liberalismo e i limiti della giustizia”, 1982.

[21] – La promozione a classe dirigente del paese e a parte essenziale della sua borghesia. Proprio mentre si disprezza il paese reale e si dichiara l’indispensabilità del vincolo esterno.

[22] – Mi riferisco a Patria e Costituzione, che qualche giorno fa ha pubblicato il post “Perché il fascismo è una patologia dell’anima”, nel quale con argomenti piuttosto leggeri riprende la tesi di una sorta di radice antropologica del fascismo e con l’artificio retorico dell’abuso del termine “negazionalista” (riferito non a chi neghi l’olocausto, ma a chi dubiti della natura fascista dei populisti) accusa indifferentemente di “tentare di difendere i fascisti”. Con questo cortocircuito, ed il richiamo del libro più liberale della fase più liberale di un autore come Umberto Eco (“Il fascismo eterno”, nel quale in sostanza si bollava come fascismo tutto quello che non è liberale), e la dimostrazione dell’esistenza di qualche sparuto gruppuscolo di autentici fascisti, la redazione prende posizione, disumanuzzando gli avversari. Si tratta di un allineamento estetico, in effetti. Un allineamento di classe.

[23] – Si veda, “Sardine”. Per un intervento di Marco Revelli si veda, “Il neo-qualunquismo della sinistra radicale che attacca le sardine”.

[24] – Si veda Karl Polanyi, “La grande trasformazione”, 1944. nel quale descrive appunto il crollo subitaneo della mondializzazione liberale di tardo ottocento per effetto delle forze che aveva mobilitato e della reazione difensiva della società sfidata di distruzione da queste. Come scrive, cioè, l’effetto dell’incapacità del capitalismo del lassaire-faire di governare le forze che esso stessa aveva messo in moto e il venir meno quindi dei meccanismi fondamenti del suo funzionamento. L’utopia di autoregolazione senza politica e dissolvendo la società crolla sotto il peso delle sue contraddizioni e del mondo inospitale che crea. L’opinione dell’autore è, infatti, che queste idee siano del tutto errate, che l’individualismo e in particolare la rivoluzione industriale non sia un veicolo di progresso, ma una vera e propria calamità sociale; che il mercato non sia autoregolato, non sia soggetto ad un automovimento, ma sia un’artificiosa costruzione parte di un intreccio funzionale di “istituzioni” (un equilibrio di potere geopolitico, la base aurea internazionale, lo Stato liberale), e alla fine non possa che operare, se lasciato nella sua purezza, per annullare la sostanza umana e naturale della società (che talvolta chiama “organica”); per distruggere quindi sia l’uomo che l’ambiente.

È per reazione a quest’aggressione che “la società” (cioè concretamente le forze sociali che hanno di volta in volta da perdere, anche in inedite alleanze di fatto) si difende, introducendo vincoli e garanzie che sono alla lunga incompatibili con esso e finiscono per provocarne il crollo (descritto negli anni quaranta).

Per Polanyi la popolazione ed in essa le classi sociali e le forze che sono principalmente aggredite e destabilizzate dalla centralità dell’interesse egoistico senza freni del mercato (nelle tre dimensioni del lavoro, del denaro e della terra in particolare) “manifesta una fondata esigenza di sicurezza materiale e di riconoscimento sociale”. Dunque legittimamente sottopone il mercato al vincolo di una “società democratica” che sottrae i fattori del lavoro, del denaro e della terra al mercato, fissandone politicamente i prezzi (cioè regolando il lavoro ed i relativi contratti, limitando i movimenti di capitale e controllando gli scambi nei limiti del danno ai territori).

https://tempofertile.blogspot.com/2019/11/marco-revelli-turbopopulismo.html

Appunti sulla questione del partito: oltre il primo populismo, di Alessandro Visalli

Appunti sulla questione del partito: oltre il primo populismo

tratto da https://tempofertile.blogspot.com/2019/04/appunti-sulla-questione-del-partito.html?fbclid=IwAR07TrpeP3k750yCZHyy_fZ52yTThBfEFBR-xJRM8PsWK-bglH1YmhzKDc4

In questo testo, forse troppo lungo (6.700 parole, 25 minuti di lettura), si compie un esercizio non facile, decisamente inattuale: quello di provare a ripensare le condizioni nelle quali si può tentare di oltrepassare l’impolitico neoliberale a partire dalla ricostruzione di un collettivo ed insieme di un umano. Questo tema è limitato alla ‘questione del partito’, ovvero dell’agente del politico concepito come trasformazione dell’esistente e levatore del nuovo, e non come mimesi e aspirazione al mero successo. Il discorso connette sistematicamente i mutamenti nel modo di produzione e della ‘piattaforma tecnologica’ del capitalismo, e quindi dell’antropologia dominante e delle forme di socializzazioni corrispondenti, con le forme-partito di volta in volta funzionali.

Dopo alcuni indispensabili cenni storici, per lo più in nota per non appesantire il testo, e l’esplicitazione delle condizioni abilitanti i ‘partiti leggeri’ che hanno molte applicazioni e travestimenti, viene sviluppata una critica del primo populismo, strutturalmente connesso alla ‘contro-democrazia’, a sua volta figlia della ‘accumulazione flessibile’. Anche qui le forme ed i travestimenti sono numerosi.

Viene quindi avanzata l’ipotesi che la crisi del primo populismo, in tutte le sue versioni, non sia episodica ma venga mossa nella profondità da una estremizzazione-mutamento della ‘piattaforma tecnologica’ post-moderna e resti quindi non più allineata con l’estrema polarizzazione, da un lato, e con l’interconnessione molecolare determinata dall’ambiente tecnologico, dall’altra. La tesi è che il nuovo ambiente non si presti più alla strategia “tutta testa e comunicazione” del populismo in stile sudamericano (per quanto questo sia largamente fondato su una socialità popolare vitale) e/o di prima generazione europeo (ben meno vitale), ma renda nuovamente necessaria la presenza di attivisti, influencer, reti di comunicazione diffuse, mobilitazioni politiche e quindi cultura comune e condivisa, ‘simpatia’, coesione, responsabilità e mutuo sostegno.

Del resto nello spazio aperto dallo Shock del 4 marzo, nel quale la lunga sostituzione della “base sociale” tra sinistra e destra, si è allineata con la corrispondente sostituzione della “base di massa” (facendo della sinistra tradizionale minoranza sociale e politica), tutte le sinistre sono spiazzate inesorabilmente. Lo sono quelle ‘di governo’, ma anche quelle ‘radicali’ e per certi versi sembra esserlo anche parte del populismo (anche se questo giudizio, nel caso italiano è soggetto a molte distinzioni).

Questo snodo lo leggeremo alla luce di quello che chiamo “il dilemma Kuzmanovic-Autain”, tra l’aspirazione alla riconquista e la difesa delle aree residue di consenso in un insediamento che si restringe.

Lo scopo del testo è di provare a dissodare un poco il terreno, e indicare cosa occorre ad una prospettiva neo-socialista per liberarsi della lunga ipnosi e riprendere una certa dimenticata durezza. Lavorare per rendere di nuovo leggibile il mondo, e la parte subalterna a politicizzarsi e rappresentarsi, a simbolizzare il potere collettivo, individuando una diversa costituente sociale capace di riorientare una nova politica di ‘classe’.

Pensiamo che per riuscirsi bisogna oltrepassare il populismo di sinistra di prima generazione ed avviare un movimento che la faccia finita con cosmopolitismo, retorica dei diritti solo civili e suprematismo morale. Ma anche rifuggire la passione per l’agilità, la semplificazione, il governismo. Attraversare quindi, con pazienza e determinazione, il faticoso lavoro di montaggio di soggettività e di interpretazione del mondo, per produrre rottura ed indicare le questioni dirimenti.

Stiamo, infatti, passando oltre quell’assetto post-moderno che rendeva efficaci i vari tipi e travestimenti di partiti che saltano il sociale, e disintermediano. Che cercano di produrre una ‘base di massa’ senza più avere una ‘base sociale’ realmente tale, ma, al più, una network funzionale di poteri e domande.

In altre parole, la tesi è che serve ora un “partito-comunità”, che trova nelle discussioni molecolari sulle piattaforme e nelle pratiche di mobilitazione anche plurali e federali la calda pesantezza di una nuova ‘base sociale’ quanto più larga possibile. Facendo leva e mobilitando la capacità meno esercitata dall’ambiente neoliberale: la capacità di essere-per-l’altro entro comunità di discorso e di condivisione di obiettivi. La radice stessa del socialismo.

Perché il socialismo è principalmente una nuova antropologia più umana.

Resta il problema principale: come farlo. Ma questo va oltre le parole, per saperlo bisogna farlo.

Il partito, cenni storici

Si tratta di un tema obiettivamente difficilissimo per la vastità e la dispersione dei temi che evoca. Il principale organo della democrazia è sempre stato soggetto a cambiamenti[1] in concomitanza ai mutamenti della società e della forma che ha preso di volta in volta il modo di produzione e la piattaforma tecnologica[2] ad esso connessa.

A grandi linee il “partito” (da “parte”), dopo secoli nei quali è stato visto come una degenerazione che distruggeva l’armonia e l’ordine, trova uno spazio sistematico a partire dall’emergere, con il suffragio universale, della democrazia di massa al principio del novecento. Quindi si consolida quella ‘democrazia dei partiti’ (in primis i partiti cattolici e socialisti di massa), ancorati ad organizzazioni sociali intermedie fidelizzate, che hanno costituito il nerbo della dinamica politica del secondo dopoguerra. Questo sistema è alla fine entrato in crisi al passaggio dal modo di produzione ‘fordista’ a quello ‘flessibile’, con l’indebolimento delle predette organizzazioni e la mutazione antropologica in senso individualista ed edonista nota come “consumismo”. Nella lunga fase di degenerazione, che è quella che per lo più abbiamo vissuto biograficamente, questi partiti hanno occupato lo Stato, “incistandosi” in esso, e sono diventati sempre più chiusi ed autoreferenti, fino ad essere dissolti in Italia dalla vicenda di “Mani pulite” a cui fa seguito l’avventura del “Partito Piattaforma” populista di Berlusconi e che segue alla firma del Trattato di Maastricht, da molteplici punti di vista vero punto di svolta continentale.

Ma questo processo non è solo italiano, bensì almeno occidentale, in quanto ancorato al mutamento di fase del capitalismo e del suo modo di produzione, ma anche dei nuovi media che lo accompagnano. Ad esempio Manin[3], con riferimento prevalente alla situazione americana, parla di “democrazia del pubblico”, quando gli elettori, per una varietà di motivi, prendono a votare le persone candidate più che i partiti o i loro programmi, che quindi perdono importanza. Nelle elezioni locali, ad esempio, questa tendenza induce il fenomeno delle “liste civiche”, con le deviazioni, il familismo, e le distorsioni che ne seguono. Quel che accade è in sintesi che si rovescia il rapporto: i partiti tendono a mettersi a servizio dei leader e ne vengono svuotati. Il Partito, con la sua inerzia culturale, le sue regole non scritte, la densità delle norme sociali che ne individuano i confini, comincia ad essere visto come un ostacolo alla necessaria flessibilità e nascono i “partiti personali”.

Ci sono almeno due potenti cause:

  • i media generalisti (televisione in primis) che consentono di saltare l’intermediazione della struttura ed in qualche modo di farne a meno, per cui appare che, come scrive appunto Manin, “l’epoca degli attivisti e degli uomini di partito è finita”.
  • La maggiore complessità delle scelte, ed i maggiori vincoli cui sono sottoposte (basti pensare alla situazione europea) che induce a privilegiare programmi più vaghi e a rendere necessario il frequente tradimento di questi nella fase di implementazione. Sembra tornare il potere “prerogativo” teorizzato da Locke.

Ma c’è anche altro, ed è una parte del punto di Laclau[4]: l’elevata frammentazione della struttura sociale, e la sua perdita di coesione, fa sì che a priori non sia più possibile individuare una divisione socioeconomica dominante. Il corpo sociale è attraversato da linee di divisione che sono numerose, trasversali e in continuo mutamento a secondo di quale sia attivata come principale. Allora bisogna decidere quale divisione si propone come centrale, e l’elettorato assomiglia ad un “pubblico” del quale catturare l’attenzione.

In Italia è abbastanza ovvio a quale modello questa descrizione faccia riferimento: si tratta dell’irruzione nel 1994 del “Partito Piattaforma” per eccellenza, Forza Italia di Silvio Berlusconi, costruita in pochi mesi a partire da un piccolo, ma molto professionale, nucleo di venditori di “Pubblitalia” uniti ad alcuni esperti professionisti cooptati tra i partiti storicamente avversari al Partito Comunista e suoi successori (nel caso di specie PdS).

La “controdemocrazia”: il primo populismo

Ma tutto è sempre in movimento, e già negli anni precedenti la rottura del 2008 emerge una potente controcorrente, che Rosanvallon chiama[5]Controdemocrazia” (mentre Colin Crouch chiama “Post-democrazia[6]), ovvero il prendere il centro della scena di una serie di pratiche di sorveglianza, interdizione e giudizio del politico che un sociale che si sente ormai compiutamente decentrato esercita verso il potere formalizzato in organi rappresentativi e di governo. Questa è quindi la fase di una “contro-rappresentanza”, imperniata fortemente in gruppi autorganizzati che Crouch chiama di “self-help”, che non vogliono sostituirsi alle decisioni, ma contrastarle da fuori in una sorta di “rivoluzione permanente” senza presa del Palazzo di Inverno. Questo mutamento è in qualche modo l’effetto di una dissociazione tra “legittimità” e “fiducia” determinata dalla perdita di speranza, ed è strettamente connesso ad una nuova centralità tecnologica nel campo della comunicazione: quella di internet.

Ci troviamo davanti una “democrazia della sorveglianza”, insomma, in cui le figure essenziali diventano “vegliare”, “denunciare”, “verificare”; gli attori centrali diventano le “organizzazioni reattive”, ma anche dal lato istituzionale (neoliberale) le “autorità” e le “istanze di valutazione e loro tecnostrutture”; le legittimità riconosciute sono quella “sociale procedurale”, “sostanziale”, e da “imparzialità”.

Come scrive Rosanvallon, la “perdita di fiducia” attiva in questo contesto una ricerca di forme di contropotere, che si manifestano tramite tre modalità principali:

  • la vigilanza, il cui scopo è “mettere alla prova la reputazione del potere”; una “reputazione” che in effetti ormai è la vera istituzione invisibile del nostro tempo.
  • l’interdizione, il cui scopo è bloccare il potere, non lasciarlo esprimere, revocarne i singoli atti ed azioni. Si formano a questo scopo mobili “coalizioni negative” che sono estremamente più facili e sono capaci di adattarsi molto bene alle loro contraddizioni. Sono tenute insieme, infatti da ciò che rifiutano, non da ciò che vogliono. Tramite la prevalenza di queste “coalizioni negative” la nuova democrazia del rifiuto si sovrappone e prevale alla democrazia del programma. Senza il quadro generale, ci si concentra sulle figure.
  • Il giudizio, emerge una figura accigliata e censoria, il “popolo giudice”, il cui scopo è additare ed accusare i fallimenti del potere, esporli al pubblico disprezzo.

Al popolo-elettore del contratto sociale si sono così sostituite in modo sempre più attivo le figure del popolo-controllore, del popolo-veto e del popolo-giudice (R, p. 24).

Questa evoluzione è spiegata da Rosanvallon come effetto del terminale logoramento dell’idea della politica come scelta tra modelli diversi (in ultimo “venuta giù” insieme al muro per molti). In conseguenza ora i cittadini si organizzano in modo reattivo, cosa che –in termini di modulo organizzativo- ha anche un vantaggio strutturale. Non si tratta, però, di una passività: è più che altro una democrazia diretta regressiva, una sorta di “consenso per difetto”, un “doloroso e impotente restringimento” (R. p. 174). Sicuramente anche una teatralizzazione, una centralità del momento dell’accusa, dell’invettiva, dell’imputazione.

Cambia anche l’atteggiamento individuale, “è la percezione stessa della radicalità ad avere cambiato natura. Essa ormai ha abbandonato la prospettiva di un grande avvenire, immaginandosi invece con le modalità di una voce morale inflessibilmente preposta a stigmatizzare i potenti o a risvegliare i dormienti” (R., p. 239). Non si può dire ci manchino gli esempi di questo abbandono di obiettivi politici in favore di scopi morali o pratici, ed abbondano nella sinistra “radicale” e nella postura del “politicamente corretto” che spesso prende.

Tutto ciò provoca indirettamente una certa atrofia, una paralisi del campo politico, un sentimento di impotenza e di paura, che non è naturalmente l’ambiente ottimale per agire e decidere in modo rapido ed efficiente. Del resto l’obiettivo di questi contro movimenti non è conquistare il potere, ma precisamente “contenerlo ed inibirlo”. In qualche modo paralizzarlo.

Esempi di questa impostazione e cultura sono il primo Movimento 5 Stelle e ora gran parte delle formazioni della sinistra radicale.

Ma ne è esempio in qualche modo anche la prima insorgenza del “populismo di sinistra”, ovvero le esperienze di Podemos in Spagna, di France Insoumise in Francia, mentre è abbastanza diversa la costruzione federale di Skyriza in Grecia (anche se ha elementi in comune).

La crisi: mutamenti intorno alla piattaforma tecnologica

Ma da più indizi si intravede la crisi di questa prima generazione di populismo di nuovo conio, essenzialmente oppositivo, all’urto con la necessità di stabilizzare l’attività (caso francese) o del governo (spagnolo ed italiano). Del resto era molto ben espresso già nel 2016 in un piccolo libro di Calise[7]: chi cavalca la tigre della politica della sorveglianza fatica a mantenere coerenza e aspettative. La stessa logica “contro-democratica” della sorveglianza, veto e giudizio, si rivolta contro le sue proprie strutture, e, le cattura con sospetto di inautenticità, condannandole incessantemente “a spiegarsi e a giustificare la sua azione, mettendolo alla prova, giocando il ruolo di testimone attento e scrupoloso, arrivando ad avvallare o a contestare le decisioni prese” (Rosanvallon “La legittimità democratica”, p.274). Il ruolo decisivo, allora, nei confronti di un brulicante mondo di associazioni, individui, new media, piccoli gruppi di discussione e condivisione, lo riveste la giustificazione. Anzi la “battaglia quotidiana per la giustificazione”.

La “direttezza” di cui parla Nadia Urbinati in un bellissimo libro[8] mostra qui il suo rovescio.

Del resto rispetto al modello del “populismo” alla Laclau, imperniato sulla narrativa e la costruzione di messaggi operanti sulle linee di faglia plurime, unificandole, intorno al carisma di un leader e facendo uso del minimo possibile di struttura di trasmissione, la cui più espressiva applicazione italiana, come abbiamo detto, è Forza Italia di Berlusconi, negli ultimi anni è intervenuta un’ulteriore variazione tecnologica.

Da dove si orienta l’elettore

Le elezioni del 2018 si sono tenute in un ambiente in cui ormai il 65% degli italiani accede alla rete e tramite questa sempre più anche (spesso via smartphone) ai media generalisti sui quali era concettualmente imperniato il populismo di primo tipo. Nelle elezioni in oggetto risulta[9] che il 60% degli elettori si sia informato prevalentemente su internet, con una prevalenza per i siti di informazione e un 20% circa dai social, meno della metà ha indicato invece la televisione come prima fonte di informazione. Tra i contenuti incontrati un terzo ha indicato post di contatti e il 44% notizie di stampa. Più in dettaglio si informano prevalentemente in rete gli elettori del Movimento 5 stelle e quelli della sinistra non PD, ovvero gli elettori di forze sottorappresentate nei media generalisti. Solo un terzo degli elettori orientati al M5* ed alla Sinistra non PD si è informato su media generalisti.

Insomma, è cambiato e sta cambiando il modo in cui si formano le opinioni politiche. Il flusso non arriva più dall’alto al basso, veicolato con le tecniche gestite per anni in modo efficace e raffinato da Berlusconi e poi in modo assai meno competente ed efficace (ed effimero) da Renzi[10], e da uno-a-tutti, ma peer-to-peer, tra pari, e quindi dal basso, o orizzontalmente. Ed inoltre internet, oltre a produrre autonomamente informazione, grazie ad una rete decentrata di ‘influencer’, definisce i frame nei quali viene anche interpretata l’informazione ‘mainstream’ veicolata dai media generalisti. L’effetto si dà nella discussione, nel commento, la rilettura e la reintepretazione.

 

Fonte dell’influenza sulle opinioni politiche

Non sembra neppure confermata la diffusa impressione che sui social si tendano a creare in particolar modo delle ‘bolle ideologiche’, dalle interviste: risulta che quasi quattro quinti degli utenti è solita incontrare sui social idee diverse dalle proprie con cui confrontarsi.

 

Il punto è che questo diverso ambiente, che ha la potenzialità di attrarre/interessare anche una parte di coloro i quali non si interessano di politica (60%) e quindi non seguono le relative trasmissioni e/o giornali (in quanto le discussioni via social tendono a scivolare tra i temi), è ormai la principale arena da contendere. Quella nella quale si definisce la vittoria o sconfitta delle forze politiche.

Ma questa arena non si presta molto alla strategia “tutta testa e comunicazione” del populismo in stile sudamericano e/o di prima generazione.

In un certo senso rende invece di nuovo necessaria l’attivazione di “influencer”, mobilitazioni politiche, reti di comunicazione diffuse, quel che potrebbe somigliare nuovamente alla rete delle “sezioni” dei vecchi partiti, ma immaterializzata (o distribuita).

Rispetto alle tipologie di partito che, a grandissimi linee si sono sin qui viste, dal “Partito dei notabili” di fine ottocento e primo novecento, spazzato via dal “Partito – massa” (o ‘reclutatore’) del dopoguerra, e poi degenerato nel corso del mutamento dal fordismo all’accumulazione flessibile in Partito “stratarchico” (o dei cacicchi) e, contemporaneamente, in Partito del leader, o “piattaforma” (o Partito populista prima maniera) che esasperano la verticalità la nuova orizzontalità determinata dall’iperframmentazione contemporanea, unita alle ubique tecnologie di messa in contatto farebbe ipotizzare l’insorgenza di una possibile alternativa.

Ma prima di parlarne due parole sulla situazione, a partire dallo shock del 4 marzo:

  • Ha preso il centro della scena l’insostenibilità tendenziale di un fenomeno migratorio (sia in ingresso, sia in uscita) che ridefinisce la struttura del lavoro e preme sulle risorse scarse disponibili;
  • Quindi la rabbia, molto ben giustificata, di una parte assolutamente maggioritaria della società italiana che si sente ignorata, marginalizzata e posta a rischio dalla trasformazione del sistema economico e dalla più che evidente disgregazione in essere (una radicalizzazione della “piattaforma tecnologica” post-moderna[11]);
  • l’impossibilità, stante l’attuale divisione del lavoro istituzionale imposta dalla meccanica del progetto europeo realmente esistente, e progettato in anni ormai lontani ed in una fase di accecamento del quale oggi paghiamo tutto il prezzo, di mobilitare le risorse del paese che, anzi, continuano a defluire tramite plurimi meccanismi non solo finanziari;
  • questo è il contesto nel quale l’impatto delle trasformazioni del modo di produzione, sulla spinta di una crescente meccanizzazione, interconnessione e dematerializzazione, che come è sempre avvenuto in passato spiazza parte importante delle persone biograficamente fondate nel vecchio modello in via obsolescenza crescente e quindi richiederebbe un maggiore impegno di risorse collettive, e di adattamento alle specifiche esigenze nazionali, inibite dalla struttura di governance multilivello nel frattempo creata;
  • infine aggrava l’obsolescenza di sistema anche la fragilità ecologica, che è a sua volta spia della frattura tra produzione e riproduzione e che richiede un’analisi strutturale che non si attardi in spiegazioni neo-malthusiane, romantiche o in illusioni di gestione tecnocratica[12], quando invece si tratta di un effetto della natura di classe del modello di sviluppo e della tendenza del capitalismo a consumare senza alcun senso del limite lo spazio nel quale cresce, determinando la sua crisi.

Di fronte a questi temi, ormai non aggirabili, la cultura di tutte le sinistre, da quelle che hanno fatto del ‘riformismo’ ormai un altro nome per l’adattamento ad un assetto del mondo pensato erroneamente come inevitabile e moderno ad un tempo, a quelle che, definendosi come ‘antagoniste’ purtuttavia hanno incorporato profondamente il rifiuto dell’azione collettiva (ovvero la politica della sorveglianza che abbiamo precedentemente descritto) che è l’arma principale dell’eterno presente nel quale prosperano sempre e solo i più forti, ha abbandonato di fatto il campo. Si è dunque rifugiata nella critica morale e nella coltivazione della propria pretesa, ed autoattribuita, superiorità.

Il campo è dunque interamente occupato da altri e dobbiamo tornarci.

 

Il “Dilemma Kuzmanovic-Autain[13]

Ma per tornarci è necessario assumere qualche decisione e confrontarsi con un profondo dilemma: quello tra l’aspirazione alla riconquista storico-politica dei ceti popolari, contendendo l’egemonia consolidata alla destra sul campo largo, ed ormai maggioritario[14], delle classi marginali, e la difesa delle aree di consenso residue che alla fine possono essere conservate solo su temi morali, data la divergenza degli interessi. Di fatto uno scontro tra ‘nuvole verbali[15] e scelte difficili.

Il populismo di sinistra di prima generazione, fortemente connesso con il narrativismo post-moderno, e fondato su una logica “intersezionale” e di aggregazione di minoranze sembra alla fine trovarsi senza terreno sociale sotto i suoi piedi. La sua genetica vaghezza sui temi dirimenti, e la incapacità di scegliere un livello strutturale di scontro, lo rende poco adatto alla durezza estrema della polarizzazione in atto.

Gli esempi sono diversi: Podemos, naturalmente, giunto al governo ma, secondo alcuni suoi rilevanti esponenti[16], anche al termine della sua spinta propulsiva; quindi France Insoumise, dimostratasi incerta tra la linea rivolta alle periferie ed alle masse popolari e quella tradizionale delle alleanze con le espressioni della base sociale in via di restrizione, ma ancora forte, dei ceti riflessivi metropolitani. Difficoltà ne incontra anche, nel determinare una linea politica coerente, di fronte alla turbolenza indotta dal lacerante dibattito della Brexit, il Labour di Jeremy Corbyn, che pure si trova in una situazione diversa.

Tuttavia negli ultimi mesi di questo anno sono emersi nel cuore dell’Europa nuove ipotesi di lavoro per una sinistra che vorrebbe riprendere la strada abbandonata nel ’89 e non rassegnarsi all’ineluttabilità della ritirata ed alla gestione della liquidazione. Sono ancora variamente deboli, sfocate, incerte, ma credo abbiano il seme di una speranza: Ausfehen[17] di Sahra Wagenknecht, capace da settembre ad oggi di radunare quasi 200.000 adesioni (oltre dieci volte i vari partitini della sinistra radicale italiana); molto lontani Republique-Souveraine[18] di Djiordie Kuzmanovic, appena uscito da France Insoumise perché in disaccordo con la linea di sinistra tradizionale e “intersezionale”.

È, ovviamente, presto per comprendere se questi nuovi spunti potranno agire per liberare dalla sua lunga ipnosi una prospettiva socialista rinnovata, ma è abbastanza chiaro che per riuscirvi occorre riprendere una certa dimenticata durezza, ed escludere:

  • la “sorveglianza”, il restare fuori (Rosanvallon) a fare l’eterno assedio (morale) al castello;
  • il partito identitario che si separa dalla società, verso la quale assume il tono da maestro;
  • gli svariati movimenti a ‘mezzaluna’[19], lo stare fuori e dentro[20];
  • di ‘restare nel vuoto’[21], il partito-élite, aristocratico.

Invece si deve cercare di compiere un lavoro rivolto:

  • a produrre un mondo leggibile, operando una dimensione fondamentalmente cognitiva del politico, aiutando la parte subalterna della società a rappresentarsi, costituendosi. Ma anche, con lo stesso gesto, a mettere la parte dominante di fronte alle proprie responsabilità.
  • A simbolizzare il potere collettivo, trasformando un “popolo introvabile” in una comunità viva.

Bisogna in sostanza individuare con nettezza una diversa costituente sociale, ben distinta da quella della sinistra contemporanea che ha abbandonato quella della sinistra storica, e capace di riorientare una nuova politica di classe (come noto un costrutto).

Questo lavoro, avendo in mente il “dilemma Kuzmanovic-Autain”, si può tentare in alcuni luoghi strategici:

  1. il lavoro, la centralità della cultura, della civiltà e della prassi del lavoro,
  2. la Protezione Sociale come primo, ed essenziale, prodotto delle Istituzioni e della Democrazia che le deve fondare,
  3. la riqualificazione dello Stato come luogo della democrazia e la Programmazione come pratica necessaria per orientare le risorse al bene comune,
  4. l’Economia Mista come orizzonte,
  5. la declinazione del concetto di Sovranità nazionale in senso Socialista e Costituzionale,
  6. Una nuova idea di Europa come confederazione di Stati sovrani e realmente democratici,
  7. La regolazione della immigrazione, come ineludibile conseguenza della regolazione del lavoro e dell’espansione universalista dello Stato Sociale e della protezione, sul quale dovrà necessariamente emergere una nostra posizione realmente autonoma e non reattiva, ovvero antagonista sia ai nazionalisti della destra italiana ed europea, sia ai “no border” inconsapevolmente borghesi.

Considerando la completa inversione della “base sociale”[22] tra destra e sinistra, poi seguita il 4 marzo dalla “base di massa”[23], è necessario che sia oltrepassato anche il “populismo di sinistra di prima generazione”, incapace di proporre autentica discontinuità nelle condizioni europee, e sia avviato un movimento politico che non guardi più principalmente a sinistra (ovviamente intendendo con ciò i totem identitari che nel tempo hanno svolto l’essenziale funzione di nascondere agli stessi occhi dei militanti ed elettori gli interessi perseguiti, e quindi il rovesciamento avvenuto: il cosmopolitismo, la liberazione individuale del desiderio e quindi la retorica dei diritti avulsa dalle condizioni della loro effettività, il suprematismo morale e quindi il “politicamente corretto”, autentico marcatore di classe, anche se inconsapevole).

Occorre anche premiare il faticoso lavoro di montaggio di soggettività e di interpretazione del mondo, e rifuggire alla passione per l’agilità, la rapidità, la semplificazione, che è un ulteriore e chiaro segno dell’egemonia neoliberale “governista”. Il punto cruciale è produrre una rottura, leggere il tempo, le sue fratture e indicare le questioni dirimenti, quelle che hanno una loro resistente permanenza.

 

La forma-partito adatta ad essere lievito e strumento di una ricomposizione che è processo molto più largo non può chiaramente più essere il partito-massa novecentesco, per il quale non ci sono le condizioni sociali (e non ci saranno a lungo), non ultimo per il drastico cambiamento della “piattaforma tecnologica” contemporanea. Ma non può essere neppure il “partito piattaforma” e/o “populista di prima generazione” (leaderistico e disattivante, incapace di produrre una coerente visione di futuro, tendente al nominalismo e all’adattamento mimetico), che rispondeva alla “piattaforma tecnologica” Post-moderna, in via di tramonto.

Bisogna superare quindi le varie forme di “partito snello”, incluso quelle populiste, che cercano fondamentalmente di saltare il sociale dandolo per perso nella trasformazione neoliberale delle soggettività, in particolare borghesi, e si sforzano di disintermediarlo. In altri termini, forme che cercano di aggregare nei momenti elettorali una “base di massa” (necessaria per vincere) senza avere realmente una “base sociale”, ma al più disponendo di un suo sostituto funzionale in network di poteri e domande.

E’ stata a lungo la formula vincente, ma stiamo ormai passando oltre.

Ciò che serve è ben altro: un “partito-comunità”, capace di larghe discussioni molecolari (e qui la “piattaforma tecnologica” in via di affermazione aiuta), condotte facendo largo uso della capacità reticolare dei social -nei quali si forma buona parte dell’opinione politica- e di mobilitazione anche plurale e federale (qui alcuni difetti[24] di France Insoumise devono avvertire).

Il punto cruciale è ritornare ad avere una “base sociale”, con tutta la sua calda pesantezza, e cercare di mobilitare la capacità dell’uomo di essere-per-l’altro entro comunità di discorso e condivisione di obiettivi.

Come scrive Axel Honneth, in un bel libro sul socialismo[25], è infatti solo nello scontro tra gruppi sociali che portano interamente se stessi in campo, dunque impegnano le proprie visioni, esigenze e storie diverse, la propria situatività e intera personalità, ovvero si potrebbe dire la propria concreta materialità, che si può dare una forma di “progresso normativo” fatto concretamente nella storia e non metafisicamente presupposto in essa dall’alto di una teoria.

Del resto il socialismo, scrive Honneth, “rimanda fin dalle sue origini a un movimento di critica immanente del moderno ordinamento sociale di tipo capitalistico. Di quest’ultimo vengono sì accettati i fondamenti normativi ancorati ai principi di libertà, eguaglianza e fraternità che lo legittimano, ma viene messo in dubbio che essi possano essere realizzati in modo non contraddittorio se la libertà non viene ripensata in senso meno individualistico, e dunque insistendo con maggior decisione in direzione di una sua applicazione di taglio intersoggettivo” (H. p.27). questo è il fulcro e caposaldo dell’intero movimento. Nell’unico punto in cui, nel lavoro di questi autori seminali, la cosa è enunciata da Proudhon (1849) viene affermato che la “libertà di ciascuno” non deve essere intesa come “limite”, ma come “ausilio” di quella degli altri.

Il passo decisivo per la messa a fuoco di questo concetto (che Honneth chiama hegelianamente “libertà sociale”) lo compie il giovane Marx, come noto vicino sia a Proudhon, che conobbe in Francia, sia alle letture di Hegel. Data la sua posizione esterna all’ambiente francese, impregnato dello sforzo di fare i conti con la sua tradizione, il giovane filosofo lascia sullo sfondo i concetti di “libertà” e “fraternità” e, già negli anni quaranta ragiona principalmente su cosa possa essere una “comunità integra”. In essa principalmente gli attori non si riferiscono gli uni agli altri come “commercianti” (in ironica polemica con la formula di Adam Smith), ma sono uniti dal riconoscimento reciproco non del rispettivo privato egoismo, ma dei rispettivi bisogni. In un’associazione di liberi produttori quindi si agisce, attraverso una certa divisione del lavoro non coatta, l’uno-per-l’altro (H. p.32). Dunque in essa i rispettivi piani di vita non si intrecciano solo per mezzo di un’anonima intersezione di scopi, ma per un’effettiva condivisione della preoccupazione che tutti possano giungere all’autorealizzazione.

La “libertà” non è quindi più realizzabile dai singoli, “ma solo da una formazione collettiva adeguata”. Il medium della libertà è il gruppo sociale in quanto totalità che, però, si costituisce a partire dall’orientamento comportamentale dei suoi membri. La questione è rilevante, la libertà sociale non cade dall’alto, ma sorge per impulso degli stessi membri; si tratta di sviluppare una capacità di orientarsi spontaneamente gli uni verso gli altri, realizzando contemporaneamente i tre ideali di “libertà”, “eguaglianza” e “fraternità”. Un sistema distributivo più giusto è quindi da concepire insieme e per effetto di una nuova forma di vita comunitaria[26].

Dunque, dopo questa piccola divagazione, torniamo all’ipotesi proposta:

  • è necessaria una nuova capacità di costituire “parte”, ma questa volta “parte-comunità”, ancorandosi:
    • sia alla capacità reticolare dei social (e quindi investendo nuovamente sulla militanza, l’adesione), per vivere in larghe discussioni molecolari ed orizzontali (pensandosi a partire dalla “piattaforma tecnologica” in via di affermazione e non sulla base di una che tramonta),
    • sia, e contemporaneamente, alla mobilitazione anche plurale e federale faccia-a-faccia e nei luoghi.
  • Le due vie convergono nello sforzo di ricostruire la socialità, oltrepassando l’individualismo liberale e il suo non-umano, ritrovando la capacità di essere umano nell’essere-per-l’altro entro comunità di discorso e condivisione di obiettivi.

Bisogna ricordare che il socialismo è principalmente una nuova antropologia, più umana.

Come farlo è domanda completamente aperta e certamente non facile.

 

[1]Ma quale è la legittimità che i Partiti Politici stanno perdendo? Quale era la sua origine e dinamica? Il Partito Politico non ha mai avuto buona fama, molti degli argomenti che risuonano nella nostra sfera pubblica sono stati formulati nel corso della lunga storia politica del continente. La caratteristica preminente del Partito è stata spesso vista come l’azione di separare, parzializzare, e dunque come fonte di scontri, divisione e odio distruttivo. Il clima cambia solo dopo la fine delle guerre di religione, e cominciano ad essere sdoganati nel pensiero politico continentale con David Hume e Edmund Burke, che ammettono la possibilità che i Partiti possano fondarsi anche su “principi” e non solo su interessi divisivi. Ma, appunto, per loro solo il Partito orientato al “bene comune” è accettabile, solo se va oltre gli interessi particolari “connessi allo spirito di fazione”. Dunque in qualche modo i Partiti non sono ammessi e saranno legittimati pienamente solo dalle rivoluzione (francese ed americana), come corollario dell’impulso di libertà. Nella voce dell’Enciclopedie di Rousseau sono citati senza critiche e anche in Voltaire. Ma quando la rivoluzione prende piede ricompaiono le esitazioni. I rivoluzionari temono “i corpi intermedi”, scriverà l’abate Seyes: “l’assemblea di una nazione deve essere sempre costituita in modo da isolare gli interessi particolari e rendere conforme al bene generale le decisioni della maggioranza” (S. p.9). In altre parole, la fazione è un attacco alla sovranità. Malgrado questi dubbi nel 1790 sono autorizzate le “libere società”, e già un anno dopo, grazie ad un intelligente modulo organizzativo, il “club dei giacobini” vede mille organizzazioni sul territorio francese.

Sarà successivamente la controrivoluzione a vedere la cosa in modo totalmente negativo: per essa la buona società è organica e gerarchica, ognuno ha il suo posto, desunto dalla tradizione, ed è la tradizione che ‘interpreta’ il volere divino e informa di sé la società. Alla fine quindi il pluralismo è il male sia per chi difende il contratto sociale sia per chi vuole un ordine teocratico.

Dall’altra parte dell’oceano i Partiti sono accettati, ma cercando di contenerne la “violenza devastatrice” (come dirà Madison).

Una sintesi è tentata nell’ottocento da Alexis de Tocqueville, che propone di distinguere tra “grandi” e “piccoli” Partiti. I primi sono diretti al bene comune e vanno considerati legittimi, i secondi vanno assimilati alle “fazioni” e da combattere.

Man mano che il secolo va avanti, però, i Partiti Politici prendono il centro della scena, questo avviene con due percorsi paralleli: nei Parlamenti gli eletti, che inizialmente sono “notabili” dotati di un potere locale nella società che traducono in potere politico, costituiscono Partiti con un basso livello di coesione interna, fuori si addensano movimenti di massa più identitari che premono per essere rappresentati e far sentire la propria voce organizzandosi in Partiti.

Tra “Partito dei notabili” (liberale) e “Partiti di massa” (cattolici, socialisti e poi fascisti) precipita la crisi degli anni venti. Il concetto e la prassi di Partito pluralista si trova schiacciato tra l’esaltazione della Nazione (in Francia) e dello Stato (in Germania ed Italia). Ciò che hanno in comune entrambe le nuove soluzioni è l’essere incentrate su entità superiori e la natura sia monista che organicista. Si tratta di un’aspirazione all’armonia ed alla totalità che identifica come nemico il pluralismo e quindi la divisione. In conseguenza viene negata la legittimità dei Partiti.

Si entra per questa via nell’età dei totalitarismi, in cui “i” Partiti mutano “nel” Partito, che sussume in sé la Nazione e si affianca (nel caso italiano e tedesco) o sostituisce (nel caso russo) allo Stato. Si passa per una brevissima stagione di Partiti confessionali di massa (socialisti per lo più) che trovano nel suffragio universale l’arma per affermarsi. Ma si sbocca, quasi subito, nella creazione di un solo Partito che prende tutto, è il caso ovviamente del Partito Nazionale Fascista. Nel 1942, al termine della fase espansiva dei totalitarismi, sono rimasti solo quattro paesi pluripartitici (Gran Bretagna, Irlanda, Svezia e Svizzera), ovunque nel continente ci sono Partiti Unici totalitari. Dirà Roberto Michels “ogni partito cerca, inevitabilmente, di imbrigliare lo Stato, di assorbirlo, di fagocitarlo e di adattarlo agli obiettivi e alle idealità del partito stesso”

Dunque sorgono, al posto dei vecchi “Partiti dei notabili” dei “Partiti di massa” che si considerano interpreti dell’interesse generale e non di interessi settoriali e limitati. Questa nuova forma cresce insieme ai vasti movimenti connessi con il processo di industrializzazione ed alla formazione collaterale di leghe, associazioni, movimenti cooperativi, sindacati, …

Ora, tuttavia, questo modello che ha informato di sé buona parte del novecento, “è morto”.

Ci sono fondamentalmente tre cause:

–        la società è diventata post-industriale;

–        in parte prevalente è diventata “opulenta” (termine di Galbraight);

–        si sono diffusi, ed hanno raggiunto diffusione capillare, nuovi media potentissimi.

Sotto la pressione di questi tre fattori tutti i partiti (ed in particolare quelli confessionali e socialisti) si secolarizzano gradualmente a partire dagli anni sessanta fino agli ottanta. Dopo questa data tentano di diventare “pigliatutto” (schema sul quale si dilunga in particolare Colin  Crouch) e in certi casi (in particolare francese) si leaderizzano. In Italia il processo è frenato dalla grande forza del PCI, fino alla “catarsi” del 1989 dopo la quale anche la sinistra affronta una “grande trasformazione”.

Gli effetti sono che l’iscritto perde la sua capacità (attraverso le gerarchie del partito e nei congressi) di influenzare e condizionare l’azione e diventa centrale il media televisivo. Un altro, nell’allontanamento dalla base e dai territori, non più necessari, è che inizia il “Partito cartellizzato” o “Stato-centrico”. Finiscono le grandi concentrazioni omogeneizzanti, connesse con la produzione, e inizia l’invasione capillare dei new-media, l’atomizzazione della vita quotidiana ed il declino delle appartenenze collettive. È il trionfo dell’individualismo “con tinte di narcisismo” (Ignazi, p.38). Spinge in questa direzione anche il movimento ecologista-libertario, figlio delle rivoluzioni sociali del 1968, che sposta l’attenzione sulla sicurezza fisica e il sostegno a valori “postmaterialisti” (come proporrà di considerare la cosa sia Giddens sia Inglehart). Nel frattempo anche le socialdemocrazie si sclerotizzano e i Partiti tornano quindi entro il campo di attrazione dello Stato. Man mano che perdono il contatto con la società, e riescono a “saltare” il livello locale nella costruzione del consenso grazie ai media, questi si riportano nella posizione che avevano guadagnato in passato (ovviamente in modo meno cruento ed anche massivo) occupando i ruoli ed i posti dell’amministrazione statale per sfruttarne le risorse. Ci sono molte conseguenze strutturali: la unità centrale di direzione dei maggiori partiti diventa più indipendente e isolata (anche finanziariamente), mentre le strutture locali si autonomizzano (andando in qualche modo verso un nuovo notabilato).

E, come nell’altro passaggio storico ricordato, ci sono rischi connessi strettamente con la sfiducia ed il discredito della rappresentanza e del pluralismo: la delega diretta ed individuale, “affidata ad un capo, un leader, un duce” (I. p.127). Si tratta di un esito insieme logico e ricorrente, che malgrado gli esiti disastrosi (incluso la guerra) “continua ad esercitare un certo fascino”. Il motivo è che ha il pregio della semplicità, della riduzione dei costi di decisione.

[2] – Chiamo “Piattaforma tecnologica” un set di funzionamenti essenziali, punti di convenienza e vantaggio per i diversi gruppi e ceti sociali, determinati da network di tecnologie convergenti e reciprocamente rafforzanti, quindi dall’insieme di skill favorite da queste e di know how privilegiati, ma anche da norme sociali e giuridiche che si affermano nella sfera pubblica e privata, e infine da pacchetti di incentivi pubblici e privati (entrambi coinvolti nella affermazione del network di tecnologie). Una “Piattaforma Tecnologica” è, inoltre sempre connessa con un assetto geopolitico che la rende vincente (ed in ultima analisi possibile).

[3] – Bernard Manin, “Principi del governo rappresentativo”, 1997

[4] – Si veda, Ernesto Laclau, “La ragione populista

[5] – Pierre Rosanvallon “La politica nell’età della sfiducia”,

[6] – Colin Crouch, “Post-democrazia

[7] – Mauro Calise, “La democrazia dei leader

[8] – Nadia Urbinati “La democrazia in diretta

[9] – “Vox populi”, Il Mulino 2019.

[10] – Si veda, Marco Revelli, “Dentro e contro

[11] – Qualche spunto nel post “Appunti sul mutamento della piattaforma tecnologica”.

[12] – Si veda su questo punto, “Greta Thunberg la posta egemonica

[13] – Kuzmanovic e Autain sono due noti esponenti di France Insoumise, che incarnano una radicale differenza di linea e di prospettiva politica. Da tempo tra la linea popolare, rivolta a tentare di ricostruire un rapporto affettivo e di sostegno reciproco con i ceti popolari da decenni abbandonati dalla sinistra, e la linea intersezionale e multiculturalista, basata sull’insediamento sociale residuale della sinistra, ovvero parte dei ceti “riflessivi” provenienti dalle medie borghesie professional e renditiere urbane, si era aperto un conflitto. All’avvicinarsi delle elezioni europee, e in concomitanza con la ricerca, da parte della direzione del movimento, di un accordo con i residui organizzati dell’area socialista (il movimento di Chenènement e quello di Mauriel), ad inizio di settembre alcuni articoli sull’immigrazione e sulla posizione di svolta della Wagenknecht in Germania, hanno determinato l’avvio della rottura. Come ricostruivo in questo post, Kuzmanovic ha dichiarato che temi, anche importanti, come il femminismo, i migranti ed i diritti LGBT, non hanno a che fare specificamente con la ‘sinistra’, ma sono temi di lotta tipicamente liberali. Il punto è che la sinistra o è popolare o non è, e dunque ha quale suo specifico “la difesa delle classi popolari e la lotta contro il capitale”. Parte di questa lotta è la necessità di ridurre l’esposizione di queste agli effetti negativi collaterali implicati dalle immigrazioni, se eccessive in termini di ritmo e caratteristiche. Clémentine Autain, deputata di Parigi, oppone a questi argomenti un punto di vista identitario che teme di perdere “anima ed immagine”. Kuzmanovic ha finito per doversi dimettere.

[14] – La base di tutto che si fatica davvero ad assumere è che lo slittamento dalla “piattaforma tecnologica” fordista a quella post-fordista, e la sua radicalizzazione determinata dalla ristrutturazione capitalista del 2007-18 ha determinato una dualizzazione pronunciata e la divaricazione tra una minoranza sempre più tale di abbienti, soddisfatti e chiusi nelle torri d’avorio della propria presunzione ed una maggioranza, sempre più larga, di periferici o di spaventati.

[15] – Il riferimento è al giudizio da parte di Karl Marx di parte del programma della sinistra socialista francese di Guesde.

[16] – Ovvero Manolo Monereo, conversazione privata.

[17] – Si veda “Aufstehen

[18] – Si veda “Circa le dimissioni di Djiordie Kuzmanovic

[19] – Metafora calcistica, riferita al movimento di un attaccante che entra ed esce dalla linea dei difensori.

[20] – Un esempio, forse sgradevole, è il Renzi di lotta e di governo che monta, sulle orme dell’esempio berlusconiano un “populismo di governo” (cfr, Marco Revelli, “Dentro e contro. Quando il populismo è di governo”)

[21] – Per la metafora del “vuoto”, si veda Peter Mair, “Governare il vuoto, la fine della democrazia dei partiti

[22] – Si intende per “base sociale” i ceti, o frazione di questi, che forniscono il consenso di base, l’identificazione a due vie, il supporto economico e la base di reclutamento principale, di un movimento politico. Un esempio di analisi che fa uso di questa concettualizzazione in riferimento a politiche della destra italiana sono in questo post.

[23] – Si intende per “base di massa” l’area di più largo consenso di massa, che si manifesta in occasione del voto o dei momenti di mobilitazione allargata.

[24] – Per questo aspetto segnalo l’intervento di Lenny Benbara “La France Insoumise, dal partito al movimento”.

[25] – Axel Honneth, “L’idea di socialismo”.

[26] – La cosa è abbastanza semplice da capire: noi stessi usiamo spesso il termine comunità, intendendo una condivisione di finalità ed un senso di comunanza e reciproca simpatia (che si manifesta automaticamente, ad esempio, quando due connazionali si incontrano in un paese estero non familiare) che porta ad un certo grado di disponibilità a farsi carico dei bisogni dell’altro, ovvero un certo grado di essere-sé nell’altro (secondo una fulminante formula di Hegel) nel quadro di unità anonime.

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