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Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture._ di Simplicius

Gli esperti dichiarano imminente una crisi dei carburanti a causa delle guerre globali che soffocano le forniture.

Simplicius
Sep 15
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Esperti di tutto il mondo stanno ora affermando che ci troviamo di fronte a una grave crisi energetica causata da una “tempesta perfetta” di fattori scatenanti, tra cui le reciproche ritorsioni energetiche tra Ucraina e Russia, nonché l’improvvisa intensificazione degli attacchi sferrati dall’asse Houthi-Iran contro le infrastrutture energetiche strategiche dell’Arabia Saudita.

https://www.wsj.com/business/energy-oil/oil-executives-say-the-great-fuel-crisis-is-here-b6b32030

Il WSJ riporta:

I dirigenti delle compagnie petrolifere americane hanno avvertito per mesi che la chiusura prolungata dello Stretto di Ormuz avrebbe inevitabilmente provocato una crisi dei carburanti. Ora, sostengono che tale crisi sia già realtà.

Da oltre sei mesi le scorte commerciali di carburante in tutto il mondo si stanno esaurendo e le riserve strategiche di greggio non possono più essere attinte in misura significativa. Gli attacchi della scorsa settimana hanno causato l’interruzione di un oleodotto fondamentale in Arabia Saudita che aggirava lo Stretto, lasciando a terra almeno 2,5 milioni di barili al giorno in un mercato petrolifero globale già in difficoltà, secondo le stime degli analisti.

L’ultimo fattore determinante è stata la notizia secondo cui l’Arabia Saudita sta annullando le “spedizioni di petrolio greggio” verso l’Europa per il resto del mese di settembre, con voci che ora ipotizzano che tale sospensione si protragga anche nel mese di ottobre.

Negli ultimi giorni, gli Houthi hanno sferrato attacchi di grande portata contro alcune infrastrutture petrolifere saudite, tra cui l’impianto di Aramco a 18,485593, 42,505660 geolocalizzazione:

ULTIME NOTIZIE: Secondo quanto riportato da Reuters, le operazioni di carico di petrolio sono state sospese a Yanbu, il principale porto saudita sul Mar Rosso, a seguito del precedente attacco all’oleodotto est-ovest.

I serbatoi di stoccaggio del petrolio sono in fiamme a seguito di un presunto attacco missilistico degli Houthi contro l’impianto di stoccaggio di Aramco ad Abha, a nord di Abha, in Arabia Saudita.

18,485593, 42,505660

A circa 500 miglia da lì è stata colpita anche la raffineria di petrolio Yasref, situata nella città di Yanbu, sulla costa del Mar Rosso:

La lettera di Hormuz@HormuzLetter

ULTIME NOTIZIE: Sembra che questa mattina gli Houthi yemeniti abbiano colpito direttamente la raffineria YASREF di Yanbu, sulla costa saudita del Mar Rosso. Si tratta di una joint venture tra Aramco e Sinopec con una capacità di 400.000 barili al giorno e uno dei maggiori esportatori di gasolio del Mar Rosso. Le immagini mostrano un vasto incendio, con…

13:43 · 15 settembre 2026· 478.000 visualizzazioni


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Nel frattempo, il fondamentale oleodotto Est-Ovest, destinato a fungere da linea vitale per reindirizzare i flussi di greggio provenienti da Hormuz, è stato individuato nelle nuove immagini satellitari di Maxar dopo l’attacco che lo ha reso inoperativo il 10 settembre. A quanto pare, multiplole stazioni di pompaggio lungo il lungo percorso sono state distrutte, rendendo l’attacco ben più grave di quanto inizialmente stimato:

È improbabile che il sito venga riaperto a breve. Gli esperti intervistati da Reuters hanno stimato che ci vorranno diverse settimane, con la possibilità che prima di allora vi siano alcuni flussi “parziali” di greggio:

https://www.reuters.com/business/energy/saudi-pipeline-outage-threatens-loss-4-global-oil-supply-2026-09-13/
https://www.bloomberg.com/news/articles/2026-09-15/mbs-and-saudi-arabia-face-crisis-with-key-oil-pipeline-shut-for-weeks

Tuttavia, vista la facilità con cui è stato possibile colpire il sito, chi può escludere che i responsabili — che si trovassero in Iraq o nello Yemen — non potessero semplicemente continuare a colpirlo ancora?

Ora i prezzi del gasolio negli Stati Uniti sono saliti alle stelle in modo allarmante:

La lettera di Kobeissi@KobeissiLetter

ULTIME NOTIZIE: I prezzi del gasolio negli Stati Uniti raggiungono ufficialmente un nuovo record di 6,26 dollari al gallone, con un aumento di oltre l’80% in 9 mesi. Gli autotrasportatori pagano ora quasi 3,00 dollari in più al gallone per il gasolio rispetto a gennaio. Questo ha fatto salire i prezzi medi del carburante in California, uno degli Stati più costosi…

17:44 · 15 settembre 2026· 195.000 visualizzazioni


126 risposte· 369 condivisioni· 2,77K Mi piace

Trump ha attribuito la crisi del gasolio agli attacchi dell’Ucraina alle infrastrutture russe di raffinazione del gasolio:

Che politica estera incoerente, pigra, ipocrita, priva di principi e decisamente maleducata: «Lasciamoli scioperare su ciò che vogliono, ma per ora non sul gasolio, perché è proprio lì che stiamo subendo i colpi più duri!»

Questo tipo di diplomazia miope e maldestra è come spegnere alla rinfusa, uno alla volta, incendi casuali, mentre contemporaneamente se ne innescano di nuovi senza volerlo. Trump pensa che gli Stati Uniti possano comportarsi in modo sconsideratamente ostile nei confronti del mondo intero, fornendo senza scrupoli armi all’Ucraina per distruggere settori chiave delle infrastrutture russe, attaccando spietatamente l’Iran, ecc., e poi si chiede perché le ripercussioni stiano iniziando ad avvelenare l’economia nazionale.

Ora i rendimenti obbligazionari globali sono saliti alle stelle sia negli Stati Uniti che in Europa: i rendimenti dei titoli a 10 anni statunitensi e britannici hanno raggiunto i livelli più alti dal 2007, mentre quelli tedeschi, secondo quanto riportato, hanno toccato i livelli più alti dal 2006:

ULTIME NOTIZIE: Il rendimento dei titoli decennali sale al 5,04%, il livello più alto dal luglio 2007.

Ciò fa salire il tasso di interesse medio sui mutui trentennali al 7,17%.

Possedere una casa è ufficialmente un lusso. – Fonte

Nel quadro del suo tentativo maldestro e artificioso di risolvere la situazione, Trump ha annunciato una tregua reciproca in materia di energia che non ha mai avuto luogo, l’ennesima di una lunga serie di falsità volte a placare il gregge nazionale:

Sia Zelensky che i rappresentanti russi hanno smentito l’esistenza di un simile cessate il fuoco e, a riprova di ciò, proprio questa mattina entrambi i Paesi hanno colpito gli impianti energetici dell’altra parte.

L’analista russo Victor Leonov ha avanzato una teoria interessantesecondo cui la Russia e l’Iran starebbero collaborando per smantellare l’ordine monetario ed economico occidentale:

Perché l’Iran e la Russia prendono di mira gli impianti energetici?

Nel contesto della guerra in Ucraina e delle tensioni in Medio Oriente, le stazioni di servizio, i depositi di petrolio e carburante, gli impianti energetici, le infrastrutture e le raffinerie sono costantemente presi di mira dalla Russia e dall’Iran. Allo stesso tempo, le rotte di trasporto e energetiche, come lo Stretto di Ormuz e Bab al-Mandab, sono completamente bloccate. Perché sta accadendo tutto questo? Perché la Russia e l’Iran agiscono in modo coordinato e qual è il loro obiettivo?

La risposta a queste domande deriva dal fatto che la Russia e l’Iran hanno concordato di distruggere il sistema capitalista occidentale e americano, provocando una crisi energetica attraverso attacchi mirati alle infrastrutture energetiche e alle vie di trasporto.Il meccanismo funziona così: attaccare e distruggere queste strutture riduce la produzione e l’approvvigionamento energetico, mentre la chiusura dello Stretto di Ormuz e di Bab al-Mandab comporta una riduzione analoga dell’approvvigionamento e della disponibilità a livello globale.

Di conseguenza, i prezzi dei carburanti e dell’energia in generale iniziano a salire e a registrare un’impennata. L’aumento dei prezzi comporta una maggiore pressione sul settore industriale globale, che deve procurarsi il carburante a prezzi molto più elevati. Allo stesso tempo, aumentano anche i costi di trasporto e l’inflazione economica inizia a crescere. Di conseguenza, le banche centrali sono costrette ad aumentare i tassi di interesse per tenere sotto controllo l’inflazione, il che a sua volta rallenta e indebolisce l’economia. In questo modo, la produzione e l’attività manifatturiera si indeboliscono gradualmente, mentre il settore industriale si trova ad affrontare una grave minaccia.

Con questo metodo, la Russia e l’Iran stanno mettendo a rischio l’industria, la crescita economica e l’attuale ordine mondiale, al punto che le fabbriche potrebbero chiudere e l’industria, nella sua forma attuale, potrebbe non essere più in grado di andare avanti. Poiché l’industria è la pietra angolare del capitalismo moderno, passo dopo passo l’attuale ordine mondiale si avvicina al collasso man mano che si aggrava la crisi energetica.

Pertanto, la Russia e l’Iran intendono sfruttare questa strategia per abbattere e trasformare l’attuale ordine mondiale, guidato in modo unipolare dagli Stati Uniti. Per questo motivo, sono da prevedersi ulteriori bombardamenti contro stazioni di servizio, depositi di petrolio, gas e carburante, oltre a nuovi attacchi contro impianti e infrastrutture energetiche.

Non sono convinto che si tratti di un’operazione così coordinata volta a “abbattere il capitalismo”, ma è una linea di pensiero interessante, soprattutto se si considera che l’Iran e la Russia sono in grado di rafforzare le proprie rotte commerciali verso est, ostacolando al contempo le linee di vita economiche dell’Occidente. È più probabile che la Russia e l’Iran stiano semplicemente reagendo in modo difensivo per colpire i propri avversari nei loro punti più sensibili. La Russia era ben felice di fornire energia all’Occidente per mantenere in funzione l’«ordine capitalista» occidentale, fino a quando l’Ucraina non ha iniziato a mettere sotto pressione le stesse infrastrutture energetiche russe.

La tariffa giornaliera di noleggio di una superpetroliera sulla rotta dal Golfo Persico alla Cina ha raggiunto per la prima volta nella storia 1 milione di dollari.

Al momento della stesura di questo articolo, diverse fonti riferiscono che gli Houthi avrebbero minato lo stretto di Bab al-Mandab, il che sembrerebbe contraddire le loro precedenti affermazioni secondo cui il transito sarebbe vietato solo ai mezzi di trasporto sauditi:

Faytuks Network@FaytuksNetwork

Gli Houthi hanno posato delle mine nello stretto di Bab al-Mandab, secondo quanto riferito da una fonte militare yemenita all’agenzia di stampa tedesca DPA

22:26 · 15 settembre 2026· 29,5K visualizzazioni


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Se le notizie fossero vere — insieme agli attacchi su larga scala alle infrastrutture petrolifere saudite — ciò potrebbe rappresentare una campagna su vasta scala volta a infliggere un colpo mortale all’economia del regime saudita.

Una cosa è certa: mentre Trump continua a trattare il conflitto con l’Iran come una sorta di distrazione occasionale o un terreno di gioco per la propria vanità, l’Iran sta portando la situazione all’estremo. Per l’Iran, il conflitto è una questione di sopravvivenza, come dimostrano chiaramente due recenti avvenimenti:

In primo luogo: circolano notizie secondo cui l’Iran si starebbe preparando a mobilitare fino a un milione di persone per l’addestramento, in vista della creazione di 1.000 battaglioni di riserva denominati “battaglioni della resistenza nazionale”, in preparazione a un possibile conflitto futuro.

Iran Observer@IranObserver0

⚡️ULTIME NOTIZIE: Tutti gli iraniani hanno ricevuto un SMS per registrarsi alla mobilitazione Le forze armate iraniane stanno iniziando ad addestrare 1.000 nuovi battaglioni (circa un milione di persone) L’addestramento non richiederà molto tempo, poiché in Iran vige il servizio militare obbligatorio per tutti gli uomini

7:19 · 15 settembre 2026· 536.000 visualizzazioni


176 risposte· 1,37K condivisioni· 7.760 Mi piace

A conferma della notizia sopra riportata, Lo riporta il Jerusalem Postche in tutto l’Iran sono stati affissi cartelloni pubblicitari che promuovono l’arruolamento nel Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC).

Il Jerusalem Post scrive in merito alla nuova campagna:

Appello ai volontari per mobilitare i giovani

Macmillan ha sottolineato che l’Iran sta cercando di mobilitare i giovani attraverso questi messaggi, offrendo loro addestramento all’uso delle armi, alla lettura delle mappe e alle tecniche di primo soccorso necessarie nelle zone di combattimento, nell’ambito di una campagna volta ad ampliare le unità di tipo Basij oltre la “base tradizionale” di sostenitori.

La nuova generazione di attivisti dimostrerà agli iraniani e all’Occidente che il regime «è ancora in grado di organizzare manifestazioni di massa dopo mesi di tensione», nonostante la crisi economica, la guerra e la violenta repressione delle proteste, ha affermato.

«Si tratta di un appello al volontariato, diffuso attraverso i canali ufficiali e tramite SMS di massa. È un’iniziativa ufficiale del governo iraniano, un messaggio di mobilitazione politico-militare, non un avviso neutrale di pubblica utilità», ha osservato.

In secondo luogo, Fonti giornalistiche iraniane riferiscono chesecondo cui un importante deputato iraniano avrebbe affermato che un gruppo di parlamentari ha elaborato un “progetto di legge urgente” per il ritiro dell’Iran dal Trattato di non proliferazione nucleare. Secondo quanto riferito, il progetto di legge sarà sottoposto a votazione non appena “il comitato direttivo del parlamento lo avrà approvato”.

La parte più sorprendente dell’intervista al deputato è il suo appello diretto all’Iran affinché si doti di armi nucleari, dato che l’aggressione degli Stati Uniti ha reso questa scelta una «necessità inevitabile»:

«È meglio effettuare al più presto i test necessari per le armi nucleari» perché l’Iran ha bisogno di una deterrenza nucleare e il possesso di armi nucleari è ormai una «necessità inevitabile».

Certo, non dobbiamo reagire in modo esagerato, poiché ci sono già stati in passato legislatori così provocatori e l’iniziativa probabilmente non porterà a nulla, soprattutto perché il presidente iraniano Pezeshkian ha continuato a schierarsi contro l’acquisizione di armi nucleari. Ma tutto ciò dimostra che i leader e il popolo iraniani stanno assumendo una posizione più rigida, consolidandosi attorno a un nucleo unificato, e considerano gli attacchi dell’asse USA-Israele contro il loro Paese come una minaccia esistenziale da affrontare come un cancro, piuttosto che come uno spettacolo vanitoso finalizzato all’immagine pubblica.

Alla luce di ciò, la CBS ha “divulgato” una serie di nuove foto che mostrano scene di distruzione mai viste prima nelle basi statunitensi a seguito degli attacchi iraniani:

https://www.cbsnews.com/news/new-photos-damage-u-s-kuwait-saudi-arabia-iran-drone-missile-attacks

Mario Nawfal riporta l’elenco dei beni distrutti:

Le immagini sono state inviate in forma anonima da militari in servizio attivo.

Le parole di un soldato: «Non stiamo difendendo queste basi. Stiamo solo a guardare mentre vengono distrutte».

Cosa mostrerebbero, secondo quanto riferito, le foto:

– Base aerea del Principe Sultan, Arabia Saudita: una E-3 Sentry con la coda recisada una fusoliera carbonizzata

– Base aerea del Principe Sultan: edifici e caserme sventrate che sorgono accanto a muri a T in cemento intatti, fortificazioni costruite per resistere a colpi di mortaio e granate in una guerra combattuta a 300 miglia di altitudine

-Camp Buehring, Kuwait: file di roulotte distrutte nell’area di raccolta principale delle truppe di terra e dei mezzi corazzati dell’Esercito

-Camp Buehring: veicoli bruciati all’aperto

-Camp Arifjan, Kuwait: danni strutturali a un edificio presso il più grande centro logistico americano della regione

– L’IG ha calcolato che in otto paesi sono andati persi quasi 60 velivoli e attrezzature per un valore di 3,7 miliardi di dollari.

Hegseth ha definito i missili che hanno ucciso sei persone a Shuaiba “squirters”, un termine che indica quei rari casi in cui un missile riesce a sfuggire a un sistema di difesa funzionante.

Queste foto dimostrano che la difesa non sta funzionando, e chi si trova all’interno del perimetro lo sa bene.

Fonte: CBS News / Autore: Daniel

Raccolta delle “fughe di notizie”:

Un nuovo rapporto del Pentagono elenca le “perdite ufficiali” di quella guerra fallita:

Alcuni analisti hanno analizzato i dati e, a quanto pare, hanno calcolato che le perdite per sortita dell’Operazione Epic Fury sono state tra le più elevate nella storia degli Stati Uniti:

È chiaro che l’Iran sia solo all’inizio, e che lo storico errore di Trump abbia innescato un rinnovamento nazionale che difficilmente potrà mai più rallentare, ora che il genio è uscito dalla lampada e la vulnerabilità senza precedenti degli Stati Uniti è stata messa a nudo.


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Il missile Khalij-e-Fars e le capacità missilistiche iraniane dopo la Guerra dei Dodici Giorni: un’analisi OSINT rigorosa_di Cesare Semovigo

Il missile Khalij-e-Fars e le capacità missilistiche iraniane dopo la Guerra dei Dodici Giorni: un’analisi OSINT rigorosa

Nel contesto di tensioni persistenti nel Golfo Persico e in Medio Oriente, l’Open Source Intelligence (OSINT) rappresenta lo strumento primario per costruire valutazioni bilanciate delle capacità militari iraniane, separando la narrativa istituzionale dai fatti verificabili attraverso fonti pubbliche. L’analisi sistematica di un sistema d’arma specifico — il missile balistico antinave Khalij-e-Fars — offre una finestra privilegiata sulle dinamiche strategiche regionali, sulle vulnerabilità tecnologiche dell’arsenale iraniano e sull’efficacia delle contromisure occidentali sperimentate durante la Guerra dei Dodici Giorni del giugno 2025.

Il Khalij-e-Fars nella costruzione della narrativa strategica

Il 28 gennaio 2026 alcuni analisti OSINT hanno rilanciato contenuti sul missile balistico antinave Khalij-e-Fars, presentandolo come una minaccia credibile per le portaerei statunitensi. Le metriche di diffusione hanno mostrato i parametri tipici della comunità di intelligence aperta specializzata: un tasso di amplificazione compreso tra l’1 e il 2 per cento, coerente con contenuti tecnici rivolti a un pubblico ristretto ed esperto.

Il monitoraggio sistematico di queste narrative, tra novembre e dicembre 2025, aveva già evidenziato un’intensificazione di analisi sulle capacità Anti-Access/Area-Denial (A2/AD) iraniane all’interno delle reti OSINT. I materiali video associati mostravano linee di produzione e assemblaggio, enfatizzando la minaccia verso la US Navy nello Stretto di Hormuz.

Una valutazione metodologicamente solida — coerente con gli standard di accuratezza richiesti in ambito ARPA/DARPA — impone tuttavia verifiche incrociate stringenti sui parametri critici, andando oltre la semplice viralità dei contenuti. La triangolazione su tre assi distinti costituisce la base dell’approccio: specifiche tecniche verificate mediante correlazione di fonti aperte autorevoli; correlazioni storiche documentate attraverso documentazione declassificata; valutazioni di efficacia operativa indipendenti prodotte da organismi di ricerca riconosciuti come JINSA, FDD e ISW.

Specifiche tecniche e limiti operativi del Khalij-e-Fars

Il Khalij-e-Fars è, nelle sue linee essenziali, una variante antinave del missile balistico a corto raggio Fateh-110, un sistema a propellente solido testato tra il 2011 e il 2013 in configurazione marittima. Le specifiche tecniche, verificate tramite correlazione incrociata tra Wikipedia, il database Missile Threat del CSIS e materiale telemetrico pubblico dell’IRGC, convergono su parametri sostanzialmente concordanti:

  • Gittata operativa — circa 300 chilometri
  • Velocità terminale — circa Mach 3 nella fase di rientro
  • Testata — 450–650 kg in configurazione ad alto esplosivo
  • Sistema di guida — navigazione inerziale con correzione terminale mediante seeker elettro-ottico/infrarosso

La precisione dichiarata dall’Iran nel 2013 (CEP di 8,5 metri) è contestata da analisi indipendenti occidentali, che indicano un CEP più realistico nell’ordine dei 30–100 metri. Questo scarto è strategicamente decisivo: trasforma il sistema da arma di precisione antinave a piattaforma con dispersione significativa, riducendone l’efficacia tattica contro bersagli in movimento ad alto valore come le portaerei.

Secondo stime della Defense Intelligence Agency, l’Iran disponeva intorno al 2025 di circa 1.500 missili balistici complessivi, con 100–200 lanciatori dedicati a missili a corto raggio, inseriti in una dottrina di saturazione delle difese avversarie.

Il Khalij-e-Fars, pur rappresentando un elemento non trascurabile nella postura A2/AD iraniana nel Golfo Persico, presenta vulnerabilità strutturali rispetto alle contromisure avanzate: guerra elettronica, decoy termici, sistemi intercettori come lo Standard Missile-6 (SM-6), con raggio superiore ai 400 km e profilo multiruolo (difesa aerea, antimissile terminale, anti-superficie).

Non esistono, ad oggi, evidenze pubbliche verificabili di ingaggi riusciti del Khalij-e-Fars contro portaerei o unità navali dotate di sistemi di difesa attivi in assetto operativo reale. Al contrario, i dati disponibili sull’impiego in combattimento dello SM-6 e di altre componenti dei sistemi multilivello occidentali suggeriscono un vantaggio qualitativo significativo della difesa rispetto all’offesa, in particolare contro vettori balistici antinave di generazione non all’avanguardia.

La Guerra dei Dodici Giorni come stress test operativo

La Guerra dei Dodici Giorni, combattuta tra il 13 e il 24 giugno 2025 e denominata Operation Rising Lion da parte israeliana, rappresenta il laboratorio operativo più rilevante per valutare le capacità effettive iraniane in un conflitto ad alta intensità.

Nel corso di dodici giorni, Israele ha impiegato oltre 200 velivoli da combattimento, rilasciando più di 330 munizioni di precisione su circa 100 obiettivi strategici: siti nucleari a Fordow, Isfahan e Parchin, basi missilistiche, centri di comando e nodi della rete di difesa aerea.

L’effetto immediato è stato una drastica degradazione delle capacità missilistiche iraniane. Valutazioni accreditate indicano che, nelle prime 48 ore, Israele abbia neutralizzato circa il 50 per cento dei lanciatori balistici iraniani, facendo collassare la capacità di fuoco giornaliera da oltre 35 missili al giorno nel pre-conflitto a meno di 20 entro il 19 giugno. Operazioni speciali in profondità, integrate con capacità di precision strike come il missile Spike NLOS — caratterizzato da guida elettro-ottica/infrarossa in loop umano e capacità di retargeting in volo — hanno neutralizzato una quota rilevante di lanciatori mobili in prossimità di siti sensibili.

Sul versante offensivo, l’Iran ha risposto con oltre 550 lanci di missili balistici nell’arco di dieci giorni, con una fase iniziale di saturazione (oltre 100 missili al giorno tra il 13 e il 14 giugno) seguita da un progressivo calo a circa 20 lanci al giorno verso la fine del conflitto. Questo profilo riflette tanto la perdita fisica di lanciatori e infrastrutture quanto l’adattamento tattico, con salve più piccole e spalmate nel tempo per ridurre l’efficacia delle architetture difensive a saturazione.

Architetture difensive multilivello e bilancio costi-benefici

Le valutazioni israeliane, corroborate da analisi indipendenti di think tank statunitensi e da reporting internazionale, convergono su un tasso di intercettazione compreso tra l’86 e il 90 per cento per il complesso dei circa 550 missili balistici iraniani lanciati durante il conflitto. Questo risultato è stato ottenuto attraverso un sistema di difesa integrato multilivello che ha combinato:

  • Arrow-3 → per l’intercetto exoatmosferico a lunga gittata
  • SM-3 → per la fase midcourse
  • THAAD → per l’intercetto ad alta quota in fase terminale
  • Patriot PAC-3 → per la difesa di punto a corto raggio
  • Sistemi a corto raggio quali Iron Dome → per minacce a bassa quota e munizionamento più leggero

L’efficacia dimostrata di queste architetture difensive, con tassi di intercettazione dell’86–90 per cento contro salve massive coordinate, indica che la superiorità tecnologica occidentale mantiene margini significativi anche in scenari di saturazione che l’Iran potrebbe tentare di riprodurre in teatri come lo Stretto di Hormuz. La difesa non è “impermeabile”, ma è in grado di assorbire attacchi su larga scala mantenendo le perdite civili e infrastrutturali entro range ritenuti accettabili dai decisori.

Il costo operativo di questa performance è elevato: l’impiego combinato di centinaia di intercettatori Arrow, THAAD e Patriot ha generato una spesa superiore al miliardo di dollari in meno di due settimane. Tuttavia, le stime israeliane indicano che il valore economico dei danni evitati — in termini di infrastrutture critiche, capacità militari e costi indiretti — ha superato di un ordine di grandezza il costo degli intercettori. In termini di economia strategica della difesa, la curva costi-benefici è quindi ancora nettamente favorevole al mantenimento di architetture multilivello avanzate.

Danni materiali, costi umani e resilienza infrastrutturale

Il bilancio umano del conflitto è stato asimmetrico ma pesante su entrambi i fronti. In Iran, le stime oscillano da alcune centinaia fino a oltre un migliaio di morti, con migliaia di feriti, includendo un numero non trascurabile di comandanti senior dell’IRGC e di personale qualificato del complesso militare-industriale. In Israele, le vittime sono state nell’ordine di alcune decine, con alcune migliaia di feriti e danni significativi ma localizzati a edifici civili e infrastrutture energetiche e industriali.

Dal punto di vista infrastrutturale, gli attacchi israeliani e statunitensi hanno inflitto danni profondi a:

  • impianti di arricchimento dell’uranio (Natanz, Fordow)
  • strutture di ricerca e conversione nucleare (Isfahan)
  • siti di produzione missilistica (Khojir, Shahroud, sub-site di Parchin)
  • nodi di comando e controllo, centri radar e assetti della difesa aerea

Le immagini satellitari e i rapporti tecnici indicano la distruzione o il danneggiamento di edifici chiave deputati alla produzione di propellente solido, all’assemblaggio di motori e alla gestione dei “planetary mixers” necessari alla produzione industriale di missili balistici. In termini di “time to recover”, la campagna ha spinto indietro il programma missilistico e nucleare iraniano di diversi anni, pur senza azzerarne in modo irreversibile il potenziale.

Ricostruzione missilistica iraniana e colli di bottiglia tecnologici

Nonostante le perdite, l’Iran ha avviato in tempi rapidi un processo di ricostruzione. Le stime indicano un arsenale balistico ridotto a circa 1.100–1.300 unità nell’estate 2025, ricostituito intorno alle 2.000 unità entro la fine dell’anno. Le immagini satellitari mostrano cantieri di ricostruzione attivi in siti chiave come Shahroud e Parchin, con ripristino di infrastrutture di produzione, stoccaggio e test.

Questa resilienza, tuttavia, è frenata da colli di bottiglia strutturali:

  • la distruzione mirata di planetary mixers ha colpito il cuore della catena produttiva del propellente solido
  • la produzione indigena di precursori chimici è limitata, costringendo l’Iran a dipendere da forniture estere, in particolare cinesi
  • le sanzioni occidentali su microelettronica, avionica e macchine utensili CNC avanzate ostacolano un salto qualitativo verso sistemi d’arma di nuova generazione

Le inchieste aperte negli Stati Uniti e in Europa su spedizioni di perclorato di sodio e altri precursori dalla Cina verso l’Iran, in volumi sufficienti per centinaia di missili, confermano che Tehran sta cercando di colmare i gap produttivi attraverso canali esterni. Resta il fatto che, pur potendo ricostituire numericamente lo stock, l’Iran incontra difficoltà maggiori nel riprodurre gli stessi standard qualitativi, in particolare per sistemi avanzati come quelli antinave con seeker sofisticati e profili di volo manovrati.

La dimensione navale: IRGC Navy e nuova narrativa missilistica

Le dichiarazioni dell’IRGC Navy a dicembre 2025 si collocano chiaramente in un’operazione di ricostruzione della deterrenza simbolica. Il comandante Alireza Tangsiri ha rivendicato test di un nuovo missile con gittata superiore ai 1.375 chilometri — pari alla lunghezza del Golfo Persico — in grado di essere guidato dopo il lancio e caratterizzato da “altissima precisione”. Il messaggio strategico è duplice: da un lato rassicurare l’opinione pubblica interna sulla sopravvivenza della capacità di colpire asset navali statunitensi; dall’altro segnalare a Washington che il costo di un’eventuale nuova campagna potrebbe aumentare.

Ma senza conferme indipendenti su prestazioni, profili di volo, qualità del seeker e capacità di resistere a guerra elettronica avanzata, queste dichiarazioni restano per ora principalmente elementi di psychological operations e signaling strategico. Sul piano sostanziale, il fulcro della minaccia iraniana alle linee di comunicazione marittime nel Golfo Persico continua a poggiare su una combinazione di:

  • mine navali
  • swarm di imbarcazioni veloci
  • droni aerei e navali
  • missili antinave subsonici e balistici a medio raggio
  • capacità di disturbo e spoofing elettronico

In questo mosaico, il Khalij-e-Fars resta una tessera importante ma non determinante.

Capacità asimmetriche e limiti in uno scontro ad alta intensità

L’Iran ha dimostrato negli ultimi due decenni una notevole abilità nel campo delle capacità asimmetriche: guerra per procura, attacchi a bassa firma, sabotaggio infrastrutturale, cyberattacchi mirati, uso di droni e missili per colpi calibrati sotto la soglia di guerra totale. Hezbollah in Libano, gli Houthi in Yemen, alcune milizie in Iraq e Siria costituiscono estensioni operative di questa strategia.

La Guerra dei Dodici Giorni ha però evidenziato la distanza che separa queste capacità da un confronto diretto ad alta intensità con una coalizione tecnologicamente superiore. Sul piano aereo, l’Iran non è stato in grado di contestare seriamente la supremazia israeliana; sul piano del comando e controllo, l’infrastruttura è stata rapidamente degradata; sul piano logistico, i lanciatori mobili e le basi di appoggio si sono dimostrati vulnerabili a operazioni speciali e fuoco di precisione.

L’insieme delle evidenze suggerisce che l’arsenale convenzionale iraniano sia in grado di infliggere costi significativi, soprattutto in scenari regionali limitati e attraverso proxies, ma non di rovesciare l’equilibrio militare a favore di Tehran in uno scontro diretto con l’Occidente. La funzione primaria delle capacità missilistiche iraniane resta quindi quella di deterrenza regionale e di strumento di pressione politico-militare, più che di strumento risolutivo di guerra.

Dimensione nucleare e calcolo strategico di lungo periodo

La dimensione realmente destabilizzante non risiede nel singolo sistema d’arma, ma nel nesso tra programma missilistico e ambizioni nucleari. Gli attacchi a Natanz, Fordow e Isfahan hanno sensibilmente rallentato il programma nucleare iraniano, distruggendo migliaia di centrifughe e infrastrutture chiave. Tuttavia, la struttura tecnica e il know-how non sono stati cancellati. Gli esperti convergono su stime nell’ordine di 18–24 mesi per ricostruire una capacità di arricchimento avanzata, qualora l’Iran decidesse di investire massicciamente in questa direzione.

La proiezione della DIA secondo cui l’Iran potrebbe essere in grado, entro metà degli anni Trenta, di sviluppare un ICBM militarmente credibile attraverso la conversione delle proprie capacità di lancio spaziale, apre uno scenario in cui il programma missilistico attuale funge da piattaforma evolutiva verso capacità strategiche globali. In questo quadro, la pressione tecnologica e sanzionatoria aumenta, non diminuisce, gli incentivi per Tehran a considerare l’opzione nucleare militare come garanzia ultima di sopravvivenza del regime.

Conclusione: stallo locale, rischio sistemico

Alla luce delle evidenze disponibili, il quadro converge su uno stallo strategico locale: l’Iran rimane un attore regionale di primo piano, dotato di un arsenale missilistico quantitativamente rilevante e qualitativamente eterogeneo, ma strutturalmente incapace di raggiungere parità convenzionale con la coalizione occidentale. Il Khalij-e-Fars, in questo schema, è un sistema credibile sul piano tattico nel teatro ristretto del Golfo Persico, ma non è un “game changer” capace di ribaltare i rapporti di forza nel dominio aeronavale.

La minaccia principale non risiede nelle capacità distruttive convenzionali isolate, bensì:

  • nella possibilità di una progressiva saldatura tra vettori balistici sempre più sofisticati e un programma nucleare riattivato
  • nella guerra ibrida protratta per mezzo di proxy, in grado di proiettare instabilità su più fronti (Levante, Mar Rosso, Iraq, Golfo)
  • nel rischio di errori di calcolo in un contesto di alta densità militare e di signaling aggressivo nello Stretto di Hormuz

In questo scenario, la deterrenza convenzionale basata su architetture difensive integrate e superiorità tecnologica deve necessariamente essere affiancata da una diplomazia strategica in grado di contenere gli incentivi iraniani verso l’escalation nucleare come “ultima ratio”. L’OSINT, se condotta con metodologie rigorose, resta lo strumento essenziale per monitorare, documentare e valutare in tempo quasi reale tanto la ricostruzione missilistica iraniana quanto l’evoluzione delle sue dottrine operative, offrendo ai decisori un quadro informato per evitare che una crisi regionale si trasformi in rottura sistemica dell’ordine internazionale.