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Città e civiltà: un’analisi del commento di Oswald Spengler sulla polis greca Saggio completo in quattro parti_ di Spenglarian Perspective

TESI DI DOTTORATO – Città e civiltà: un’analisi del commento di Oswald Spengler sulla polis greca

Solo sommario e indice

prospettiva spenglariana

9 maggio 2026

The City Development of Athens | UKEssays.com

Abstract

Questa tesi analizza la morfologia della storia di Oswald Spengler, così come esposta in *Il tramonto dell’Occidente*, applicandola alla storia dell’antica città-stato greca attraverso le tre fasi storiche da lui individuate: il Periodo Antico (1100 – 650 a.C. circa), il Periodo Tardo (650 – 350 a.C. circa) e il Periodo della Civiltà (350 – 31 a.C. circa). Spengler sosteneva che ciascuna delle culture da lui identificate possedesse un “simbolo primario” distintivo. Nel caso dell’antica Grecia, la “cultura apollinea” era definita dall’idea del corpo (soma) limitato e perfezionato e la polis è l’incarnazione di questo simbolo in termini di identità politica e nazionale. Questa tesi verifica questa tesi alla luce della storiografia specialistica in nove casi di studio e si interroga su come la morfologia di Spengler interagisca con la ricerca odierna.

Il capitolo 1 analizza la formazione della polis durante l’Età Oscura, il processo di sinecismo e il ruolo sociale dei basileoi e delle oligarchie. Il capitolo 2 esamina le dinamiche interne ed esterne delle poleis nel periodo tardo, approfondendo le definizioni di tirannia e democrazia fornite da Spengler e la sua interpretazione delle relazioni intercittadine. Il capitolo 3 affronta il periodo della Civiltà: la trasformazione della polis in regni ellenistici, la “Seconda Tirannia” dei Diadochi e di Dionisio di Siracusa, e il commento di Spengler sulla cosmopolis ellenistica.

La presente tesi conclude che Spengler offre un ulteriore contributo esplicativo allo sviluppo della cultura politica greca laddove la ricerca storica tradizionale raggiunge i propri limiti, pur incontrando a sua volta delle difficoltà quando si trova di fronte a particolari prove contrarie che mettono in luce i problemi della morfologia nel suo complesso nel trattare informazioni contraddittorie, nonché nella confusione tra dinamiche di potere ed esistenza di un’anima collettiva.

TESI DI DOTTORATO – La polis nel periodo arcaico, 1100–650 a.C. circa

prospettiva spenglariana

9 maggio 2026

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Cole Thomas – Il corso dell’impero, Lo stato selvaggio, 1836

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1.1 Il Medioevo, 1100–900 a.C. circa

La descrizione di Spengler del passaggio dalla cultura micenea a quella ellenica mette in luce la differenza tra l’uso miceneo della pietra megalitica e quello dorico del legno. Per Spengler, si trattò di un rifiuto culturale deliberato della pietra a favore di materiali più effimeri. La successiva introduzione della pietra nello stile dorico, scrive, è un adattamento della tradizione del legno alla pietra, con le sue colonne che sono pali pietrificati e i suoi triglifi come estremità di travi fossilizzate1. La storiografia tradizionale considera quel periodo come un’epoca di perdite catastrofiche, come dimostrano il crollo delle economie palaziali, la scomparsa della scrittura, il declino del commercio a lunga distanza e la dispersione delle popolazioni in insediamenti isolati. La visione di Spengler, pur non negando tale discontinuità, ne ridefinisce il significato come un rifiuto consapevole di ciò che l’aveva preceduta. I Greci dell’età del ferro iniziale erano un nuovo popolo animato da una concezione della vita che non aveva bisogno della grandiosità micenea2.

La letteratura accademica si rapporta a Spengler in modi complessi. Lo studio di Oliver Dickinson sull’Egeo dall’età del bronzo all’età del ferro sostiene che la transizione non fu così catastrofica come si pensava in precedenza. Le caratteristiche distintive della cultura materiale ellenica, egli sostiene, hanno avuto inizio nell’età del ferro3. I cambiamenti in questione sono stati piuttosto trasformazioni graduali che rotture, molte delle quali sono rintracciabili nel corso dei secoli di transizione, anziché manifestarsi improvvisamente a seguito di un crollo4. A prima vista, ciò conferisce credibilità alla prospettiva di Spengler, poiché entrambi si oppongono al modello basato sugli eventi di catastrofe e ripresa. Si tratta di una posizione già rilevata da Snodgrass in un’opera precedente: le sue prove dimostravano infatti una progressione costante, sebbene estremamente lenta, senza un unico «picco» a partire dal quale si fosse verificato il crollo. Si tratta di una formulazione che si fonda esplicitamente sul racconto di Tucidide stesso sulla Grecia prima della nascita delle città-stato5. Inoltre, Osborne ha esaminato gli stessi dati e ha osservato che, nei casi in cui i siti venivano rioccupati, questi assumevano solitamente una nuova forma, mettendo in discussione le narrazioni sul recupero a favore di una nuova identità6.

La nostra migliore fonte antica sul panorama pre-polis è Tucidide. Nel Libro I egli descrive i primi Greci come un popolo che «si curava poco di cambiare dimora», migrando liberamente da un luogo all’altro poiché «le necessità quotidiane potevano essere soddisfatte in un luogo come in un altro», e che «non costruiva grandi città né raggiungeva alcuna altra forma di grandezza»7. Egli individua nell’assenza di attaccamento al luogo la causa primaria, contrapponendola alla povertà materiale e all’incapacità di concepire una comunità chiaramente definita e permanente che valga la pena difendere. Anche la descrizione che Spengler fa della pre-cultura è di tipo nomade, priva di radici politiche o intellettuali8, ma intorno al 900 a.C., secondo lui, gran parte di questo movimento avrebbe dovuto rallentare e stabilizzarsi. L’Età Oscura non fu un periodo di assenza di cultura, bensì una lunga gestazione di un nuovo tipo di grammatica spaziale che si sarebbe cristallizzata quando l’anima apollinea avesse acquisito una coerenza interna sufficiente a dare forma a modelli insediativi in linea con la propria visione del mondo.

Sarebbe tuttavia fuorviante presentare il consenso degli studiosi come un’adesione incondizionata alle tesi di Spengler. La precedente descrizione di Snodgrass dell’Età Oscura definiva quel periodo in base al crollo demografico, alla scomparsa della scrittura e delle competenze artigianali, al deterioramento del tenore di vita e all’interruzione dei contatti con l’esterno9. Questi criteri sono decisamente rilevanti. Ancora più rilevanti sono le prove paleoclimatiche fornite da Brandon Drake relative alla prima età del ferro. Attraverso l’analisi degli isotopi dell’ossigeno presenti negli speleotemi, egli ha dimostrato che il Mar Egeo era significativamente più arido rispetto all’ambiente dell’età del bronzo che lo aveva preceduto10. Secondo questa interpretazione, lo stress idrico causato dalla siccità avrebbe determinato il crollo degli insediamenti complessi e la dispersione delle popolazioni, indipendentemente da un presunto spirito del tempo culturale. Dickinson riconosce inoltre che durante l’Età Oscura le competenze disponibili erano minori e venivano esercitate a un livello inferiore, suggerendo un impoverimento funzionale piuttosto che una rinascita morfologica11.

Ciò ci pone di fronte a una tensione tra due interpretazioni diametralmente opposte delle cause del Medioevo, una di natura materiale e l’altra di natura ideale. Il contributo di Drake alla discussione non è strettamente causale. Egli introduce quella che definisce una metafora del «cambio di marcia» per descrivere la transizione verso la Prima Età del Ferro, sostenendo che il crollo fu il culmine di secoli di stress ambientale che indebolirono progressivamente i sistemi complessi nell’area dell’Egeo12. Il linguaggio di Drake risuona con il vocabolario di Spengler più di quanto non facciano quello di un catastrofista o un semplice modello di continuità. Entrambi respingono l’idea di una rottura improvvisa e sottolineano la lenta trasformazione che si snoda attraverso le generazioni. Ma la spiegazione di Drake è radicata nel clima come forza motrice, mentre Spengler la colloca nell’emergere di una nuova identità culturale opposta a tutto ciò che l’ha preceduta. Spengler non è estraneo ai fattori ambientali nella sua morfologia, citando i cambiamenti globali durante l’era glaciale per l’emergere di culture avanzate13, e nessuna delle due spiegazioni si esclude a vicenda. Le pressioni ambientali esterne potrebbero aver creato le condizioni in cui una nuova identità culturale ha potuto affermarsi, anche se ciò non spiegherebbe la forma specifica che essa ha assunto.

Spengler ridefinisce la questione relativa al Medioevo. La maggior parte dei resoconti storiografici si interroga su ciò che andò perduto, come la scrittura, le competenze, la popolazione, i contatti, ma Spengler si chiede invece cosa si stesse formando sulla scia di questa transizione. Le osservazioni di Tucidide identificano la mobilità come una precondizione dell’instabilità, e Spengler sostiene che le poleis, o almeno le loro precondizioni, emergono quando un popolo smette di preoccuparsi di poco e mette radici nel paesaggio, e l’esistenza limitata che ha assunto diventa un imperativo culturale piuttosto che un semplice calcolo materiale. Gli insediamenti post-micenei erano piccoli e sparsi, ma Spengler sostiene che non si trattò di un fallimento nel ricostruire Micene, bensì del successo in un compito molto diverso: gettare le basi per un insediamento autosufficiente come identità.

1.2 Il sinecismo e la formazione della polis, 800–650 a.C. circa

Il sinecismo, ovvero la fusione di insediamenti sparsi in comunità concentrate, è, secondo Spengler, il momento in cui la cultura apollinea inizia a formare un’identità nazionale e un modello di Stato che rispecchia il suo simbolo principale. È qui che ha inizio la città autonoma e dai contorni ben definiti, che restringe il proprio raggio d’azione ai limiti minimi possibili pur mantenendo la propria autonomia. Il sinecismo è descritto da Spengler come un processo “misterioso” del periodo iniziale, attraverso il quale, nel caso greco, la nazione classica si costituisce come tale14. Il termine «misterioso» è significativo perché Spengler non pretende di conoscere il meccanismo di questo processo, ma solo il fatto che gli insediamenti si siano raggruppati nel corso del tempo come atto culturale che prevale sulle motivazioni economiche, militari o amministrative addotte dagli storici moderni. Inoltre, Spengler sostiene che la polis sia opera esclusiva dell’aristocrazia. Le classi artigiane e il contadino erano già presenti sul posto, e la nobiltà formò la polis costituendosi come comunità capace di azione politica15. In sintesi, ciò significa che in questa fase la polis coincide con la sua classe nobiliare.

Tale tesi trova un parziale riscontro nelle fonti archeologiche e storiografiche. Mogens Hansen, nella sua introduzione alla città-stato greca antica, descrive il sinoecismo come «un processo lungo e quasi impercettibile»16. Questa interpretazione si accorda bene con la concezione di Spengler di una trasformazione organica ed emergente, piuttosto che essere ispirata da eventi specifici. Hansen osserva inoltre che non esiste alcuna fonte del periodo classico che parli della nascita spontanea di nuove poleis. Ogni resoconto sulla formazione delle poleis nelle fonti antiche è descritto come un processo intenzionale, a cui vengono attribuiti i nomi dei fondatori o di antenati eroizzati17. Il racconto di Tucidide sul sinecismo ateniese nel Libro II ne è un esempio. Egli attribuisce l’unificazione dell’Attica a Teseo, il quale «abolì le assemblee e le cariche magistrali delle piccole città» e impose all’Attica di avere «un unico centro politico, vale a dire Atene»18. Per spiegare questo cambiamento non si fa riferimento a fattori quali la pressione demografica, l’integrazione economica o le minacce militari esterne, bensì si cita un nobile mitologico.

Aristotele integra questa visione con una spiegazione teorica. Nella *Politica* egli sostiene che «l’uomo è per natura un animale politico», che la polis è il culmine naturale di un percorso evolutivo che va dalle famiglie ai villaggi fino alle città, e che ciò non è un’invenzione umana, ma opera della natura19. La sua concezione teleologica della polis come compimento della natura è compatibile con quella di Spengler nella misura in cui entrambi vedono la polis come un’espressione organica e non come un’invenzione. Ciò contraddice la narrazione storica di Tucidide e si discosta anche da Spengler, in quanto Aristotele estende il concetto di polis a tutta l’umanità, mentre Spengler lo limita alla Grecia arcaica e classica. Il punto essenziale che tutti condividono, tuttavia, è che il sinecismo è il prodotto di un culmine culturale. Insieme, Tucidide e Aristotele convergono sul quadro morfologico di Spengler.

William Cavanaugh esprime una posizione analoga nella sua analisi delle città e del sinoecismo, in cui sostiene che la formazione delle comunità civiche si comprenda meglio come una serie di associazioni che si fondano su forme di associazione preesistenti senza sostituirle20. Il lavoro di Osborne sulla Grecia arcaica trova eco anche nell’insofferenza di Spengler nei confronti di questo tipo di storiografia progressista, poiché egli si astiene dal distorcere ulteriormente la comprensione di un processo graduale e internamente differenziato21. Sia Osborne che Spengler sostengono che la polis non fosse il culmine di un processo evolutivo, bensì una forma specifica di espressione ellenica; tuttavia, mentre Spengler ritiene che il compito dello storico sia quello di comprendere la logica di tale forma, Osborne attribuisce alla polis una serie di piccoli cambiamenti avvenuti nel IX e nell’VIII secolo a.C., che sono essi stessi il risultato indiretto di cause materiali.

La visione di Spengler sul sinecismo trova la sua migliore contestazione nella storia economica della città-stato greca antica di Alain Bresson. Bresson sostiene che non sia possibile comprendere la struttura della polis senza considerare innanzitutto i mercati cerealicoli competitivi che, nel periodo arcaico, collegavano le poleis a un’economia mediterranea più ampia22. Secondo questa interpretazione, la polis non può essere separata dalla sua economia, e la sua formazione non può essere compresa senza tenere conto degli incentivi materiali che hanno plasmato il comportamento delle élite. Bresson aggiunge che il modello della polis, a prescindere dalla sua dignità culturale, fu di fatto distrutto nel periodo ellenistico, quando i regni territoriali soppiantarono e inglobarono questi stati più piccoli23. Inoltre, Snodgrass ha sollevato l’obiezione secondo cui la richiesta di una descrizione cronologica e causale di quando, dove e in quali condizioni determinate comunità siano passate dallo stato di pre-polis a quello di polis24.

Queste obiezioni hanno un certo peso, pur non confutando in modo sostanziale la tesi di Spengler sul piano in cui egli opera. Bresson riconosce che ogni polis, perseguendo la propria politica cerealicola, spesso comprometteva le condizioni per un approvvigionamento agricolo stabile nell’intera rete, un esito collettivamente controproducente che nessuna città intendeva provocare25. Questo paradosso è prevedibile nell’ambito di un modello spengleriano: se le città-stato greche vengono considerate come entità nazionali, la tendenza verso forme distinte e autonome genererebbe un comportamento di mercato tale da impedire l’integrazione economica in tutto il mondo arcaico. Ciò spiega perché le poleis greche rifiutassero sistematicamente le forme istituzionali che le avrebbero rese economicamente «più razionali»: una sensibilità per ciò che era vicino resisteva all’integrazione con ciò che era lontano. La città “naturale” di Aristotele e la città fondata da un eroe di Tucidide forniscono una spiegazione culturale della formazione delle polis che chiarisce perché non si siano integrate ulteriormente.

La visione del sinoecismo di Spengler, incentrata esclusivamente sull’aristocrazia, incontra un limite quando viene confrontata con le testimonianze delle poleis coloniali. L’ondata di colonizzazione greca che ebbe luogo tra la metà dell’VIII e il VI secolo portò alla fondazione di centinaia di nuove poleis in tutto il Mediterraneo. Molte di esse furono fondate da gruppi eterogenei di coloni provenienti da diverse città madri. Questi coloni spesso non appartenevano a classi nobiliari né a quei legami di parentela che Spengler identifica come forza trainante del sinoecismo sulla terraferma26. La sua spiegazione è che le città-stato si moltiplicarono anziché espandersi per mantenere il loro raggio d’azione limitato27. Sebbene, secondo la sua visione, il simbolo primario apollineo fosse sufficientemente forte da generare forme di polis ovunque si recassero i coloni greci, suggerendo una sensibilità che andava al di là delle spiegazioni materiali, Spengler non spiega con sufficiente dettaglio come questa forma culturale venisse trasmessa e riprodotta. Ciò segna un limite a ciò che l’analisi morfologica da sola può raggiungere.

1.3 I Basileoi e il declino della monarchia, 900–700 a.C. circa

La descrizione di Spengler della dissoluzione del mondo “feudale” pre-polis era “lenta, statica, quasi silenziosa, tanto da risultare difficilmente riconoscibile se non attraverso le tracce della transizione”28. Nelle epopee omeriche così come le conosciamo, «ogni località ha il proprio basileus che, com’è abbastanza evidente, un tempo era un grande vassallo – nella figura di Agamennone possiamo riconoscere le condizioni in cui il sovrano di una vasta regione scendeva in campo con il seguito dei suoi pari»29. Il vassallaggio dei basileoi nei confronti di un wanax era scomparso da tempo, lasciando i basileoi della prima età del ferro come sovrani delle proprie località. Contemporaneamente alla formazione della polis, le famiglie nobili che circondavano ciascun basileus assimilarono progressivamente le sue prerogative nelle cariche della polis stessa, finché alla casa regnante non rimase altro che quei doveri che non potevano essere toccati per via degli dei. Ciò produsse un periodo di transizione che culminò nella creazione di vari “stati di classe”, noti nel caso della Grecia come Oligarchia. Una caratteristica della polis che la distingue da altre forme di stato è che la sua nobiltà si sviluppò “a stretto contatto con la città”, tanto che non vi era quasi alcuna distinzione tra nobiltà di campagna e nobiltà di città. Il risultato fu che, con l’emergere della polis nella Grecia arcaica, questa oligarchia «si appropriò dei diritti del re, uno dopo l’altro», finché tutto ciò che restò dei Basileoi furono cariche di corte come i prytaneis e gli arconti, come residuo istituzionale del processo di assorbimento. La durata dell’arcontato ateniese si accorciò col tempo da una volta ogni dieci anni a una volta all’anno, allontanandosi il più possibile dalle lunghe durate del regno.

Le epopee omeriche ci offrono uno spaccato delle dinamiche tra i re e la loro nobiltà attraverso i ruoli degli anax e dei basileoi. Il mondo dei pari dell’Iliade, caratterizzato dalla competizione e legato all’onore, mostra questa struttura «feudale» ancora chiaramente intatta. Agamennone governa grazie al proprio prestigio e la sua assemblea, pur esistendo, non ha potere decisionale; la sua autorità è personale e performativa piuttosto che istituzionale30. Spengler osserva tuttavia che nelle parti più tarde dell’epopea omerica, databili intorno all’800 a.C., «sono i nobili a invitare il re a sedersi e persino a farlo alzare dal trono»31. Ciò suggerisce un cambiamento nel ruolo dei singoli leader in questo periodo. Anax passa dall’essere un leader tra pari, la cui autorità è contestata, a una figura la cui posizione dipende dalla discrezione della classe dei basileoi che lo circonda. La realtà politica dell’VIII secolo è particolarmente evidente nell’Odissea, poiché Spengler identifica la «vera Itaca» descritta nel poema come «una città dominata dagli oligarchi»32. I pretendenti non sono subordinati, bensì contendenti al trono, il che dimostra che il titolo di basileoi sta perdendo prestigio.

L’analisi di Mazarakis Ainian sui basileoi ha confermato questa tendenza: il potere, concentrato nei complessi residenziali dei singoli capi tribù, fu progressivamente trasferito, soprattutto a partire dalla metà dell’VIII secolo, a un sistema collegiale di nobiltà terriera33. Il complesso residenziale divenne un rifugio e la famiglia si trasformò in una città. La descrizione dello sviluppo fornita da Donlan aggiunge anche una dimensione temporale: le aristocrazie erano già presenti in forma embrionale nei capi tribù del IX secolo, ma ci vollero diverse generazioni perché emergessero, soppiantassero i basileoi come fazione competitiva e dessero vita a un organo di governo collettivo34. Il processo sociologico descritto da Donlan rappresenta per Spengler un meccanismo attraverso il quale le famiglie nobili vicine alla città assorbono le prerogative reali, assicurandosi così un accesso costante al potere istituzionale.

Il clan dei Bacchiadi di Corinto testimonia la sopravvivenza della figura del basileus in queste nuove circostanze. Intorno al 747 a.C., questo clan governava la città senza alcun basileus al di sopra di sé35. Al contrario, i prytani a capo del consiglio dei Bacchiadi ricoprivano quella che un tempo era una carica regale, ormai diventata ereditaria all’interno dell’aristocrazia, che era stata monopolizzata da questo unico clan. I Bacchiadi assorbirono la regalità in modo graduale, carica dopo carica, finché la posizione di re non divenne indistinguibile dal loro dominio clanico. È a questo che si riferisce Spengler quando scrive che l’organizzazione della polis è identica alla nobiltà36.

Al contrario, l’analisi economica di Qviller sulle poleis dell’età arcaica sostiene che l’instabilità dell’economia ridistributiva rendesse la posizione del singolo basileus strutturalmente insostenibile, indipendentemente dalle pressioni culturali o morfologiche, e che la proprietà terriera aristocratica risolvesse tale contraddizione in modi più duraturi37. Van Wees invita inoltre alla cautela nell’interpretare il materiale omerico come prova storica diretta di specifici momenti istituzionali, poiché non disponiamo di una cronologia completa e precisa della sua produzione38. Entrambe le obiezioni sono pertinenti, ma nessuna delle due affronta in modo approfondito la questione di Spengler. La spiegazione economica chiarisce perché i singoli basileoi fossero vulnerabili, ma la morfologia di Spengler spiega la forma della rivoluzione che costituì il fondamento della loro sostituzione da parte della nobiltà. La dissoluzione dei basileoi in Grecia avvenne «in sordina» perché il cambiamento si verificò in modo organico nel cuore delle poleis arcaiche.

1.4 Conclusione

I tre dibattiti che abbiamo esaminato convergono verso una conclusione comune. In ogni caso, sia che si occupi dell’Età Oscura, del processo di sinecismo o della transizione del potere dai basileoi all’oligarchia, il quadro morfologico di Spengler non sostituisce la necessità di spiegazioni di natura materiale, climatica o istituzionale che la letteratura secondaria sviluppa e sostiene in modo schiacciante, né prevale sulle testimonianze delle fonti primarie come Tucidide o Aristotele. Ciò che fa è riformulare le domande poste e le risposte fornite. Il panorama pre-polis di Tucidide, fatto di comunità mobili e senza radici, non è intrinsecamente un quadro di fallimento della civiltà per Spengler. È l’assenza di un imperativo culturale che ha ispirato la creazione delle future poleis. Il Teseo di Tucidide e la città naturale di Aristotele forniscono un’autorità per l’interpretazione del sinecismo come fenomeno culturale non interamente attribuibile a cause esterne a catena, quali i vincoli economici o ecologici. I basileoi di Omero forniscono una descrizione implicita della politica delle élite nel IXile 8ilnei secoli a.C., il che suggerisce il crescente potere dell’oligarchia nelle giovani città-stato. In ogni caso, il modello di Spengler spiega ciò che i testi antichi danno per scontato, i testi antichi radicano le astrazioni di Spengler nella specificità storica, e il modello morfologico e le fonti primarie si illuminano a vicenda.

Ma il capitolo ha anche messo in luce i limiti dell’analisi spengleriana. Il rapporto tra stress climatico e declino e rinascita culturale durante la Prima Età del Ferro rimane irrisolto. La tesi di Spengler secondo cui il sinecismo sarebbe opera esclusiva dell’aristocrazia si adatta alle testimonianze provenienti dalla terraferma, ma risulta poco convincente se si considerano le poleis coloniali. Anche la morfologia resiste a una datazione precisa; ciò serve a rendere conto di eventi “contemporanei” in culture separate in tempi e luoghi diversi, ma costituisce una guida inadeguata per la sequenzializzazione degli eventi quando ci si ferma a osservarne i meriti su una sola cultura e la rende inaffidabile per archeologi e storici. Questo non è un motivo per abbandonare la teoria, ma per usarla con discernimento. È uno strumento utile per comprendere eventi di ampio respiro senza fornire molte informazioni sui particolari.

1

O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, trad. C.F. Atkinson, 2 volumi (New York: Alfred A. Knopf, 1926–1928), vol. 1, p. 170.

2

Spengler, Declino, vol. 2, pp. 196–197.

3

O.T.P.K. Dickinson, «L’eredità micenea della Grecia dell’età del ferro», in S. Deger-Jalkotzy e I.S. Lemos (a cura di), La Grecia antica: dai palazzi micenei all’età di Omero (Edinburgh University Press, 2006), cap. 7, p. 122.

4

Dickinson 2006, cap. 7, p. 116.

5

A.M. Snodgrass, «Il concetto di “Età Oscura”», in L’Età Oscura della Grecia (Cambridge University Press, 1977), p. 7.

6

R. Osborne, Greece in the Making 1200–479 a.C. (Londra: Routledge, 2009), cap. 3, p. 35.

7

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 1.2, trad. di R. Crawley (Londra: Dent, 1910).

8

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 169.

9

A. Snodgrass, L’età oscura della Grecia: uno studio archeologico dall’XI all’VIII secolo a.C. (Edimburgo: Edinburgh University Press, 1971), pp. 2–5.

10

B.L. Drake, «L’influenza dei cambiamenti climatici sul crollo della tarda età del bronzo e sull’età oscura greca», Journal of Archaeological Science 39 (2012), pp. 1862–1864.

11

Dickinson, 2006, p. 23.

12

Drake, 2012, p. 1866.

13

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 33.

14

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 173.

15

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 381.

16

M.H. Hansen, Polis: Introduzione alla città-stato dell’antica Grecia (Oxford: Oxford University Press, 2006), p. 51.

17

Hansen 2006, p. 51.

18

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 2.15, trad. Crawley.

19

Aristotele, Politica, 1252b–1253a, trad. W. Ellis (Londra: Dent, 1912). La stessa sezione contiene l’affermazione ontologica secondo cui la città è «anteriore» all’individuo: «il tutto deve necessariamente precedere le parti» (1253a). Questa strutturazione teleologica della polis fa eco all’affermazione morfologica di Spengler secondo cui il simbolo primario precede la sua istanza materiale.

20

W.G. Cavanagh, «Surveys, Cities and Synoikismos», in City and Country in the Ancient World, a cura di J. Rich e A. Wallace-Hadrill (Londra: Routledge, 1992), p. 92.

21

R. Osborne, Greece in the Making, cap. 3, p. 130.

22

A. Bresson, *The Making of the Ancient Greek Economy: Institutions, Markets, and Growth in the City-States*, trad. S. Rendall (Princeton: Princeton University Press, 2015), cap. 15, p. 14.

23

Bresson 2015, p. 1.

24

Snodgrass, A. (2006). L’archeologia e lo studio della città greca. In L’archeologia e la nascita della Grecia. Edinburgh University Press. p. 270.

25

Bresson 2015, cap. XV, p. 13.

26

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 381.

27

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 173.

28

Spengler, Il declino, vol. 2, pp. 374–375.

29

Spengler, Il declino, vol. 2, pp. 374–375.

30

A. Mazarakis Ainian, «L’archeologia delle basileis», in S. Deger-Jalkotzy e I.S. Lemos (a cura di), L’antica Grecia: dai palazzi micenei all’epoca di Omero(Edinburgh University Press, 2006), cap. 10, p. 190.

31

Spengler, Riduzione, vol. 2, p. 375.

32

Spengler, Riduzione, vol. 2, p. 374.

33

Mazarakis Ainian, «L’archeologia delle basileis», cap. 10, p. 185.

34

W. Donlan, «La comunità pre-statale in Grecia», Simboli di Oslo, 64 (1989), pp. 5–6.

35

J. B. Salmon, La ricca Corinto: storia della città fino al 338 a.C.(Oxford: Clarendon Press, 1984), pp. 55–68.

36

Spengler, Riduzione, vol. 2, p. 375.

37

B. Qviller, «Le dinamiche della società omerica», Simboli di Oslo, 56 (1981), pp. 109–155, in particolare alle pp. 130–140.

38

H. Van Wees, «Re, cavalieri e guerrieri: l’archeologia dell’età eroica», in Deger-Jalkotzy e Lemos (a cura di), L’antica Grecia: dai palazzi micenei all’epoca di Omero(Edinburgh University Press, 2006), cap. 18.

TESI DI DOTTORATO – La polis nel periodo tardo, 650–350 a.C. circa

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Ancient Greek civilization - Peloponnesian War, Sparta, Athens | Britannica

2.1 Il significato di tirannia, 650–500 a.C. circa

Spengler descrive la prima tirannia, l’era delle tirannie nell’ambito del periodo tardo, come lo Stato stesso, con l’oligarchia che vi si opponeva sotto la bandiera della classe1. Le dinastie tiranniche di questo periodo sono, di fatto o di diritto, l’incarnazione dello Stato, mentre l’oligarchia rappresenta una forma di dominio di classe ormai superata. Per riferimento, Spengler paragona la prima tirannia ai monarchi europei tra il 1500 e il 1650 d.C. Ma il potere del tiranno si basa più spesso sul sostegno dei contadini e dei borghesi e non su un’ideologia di eredità. Spengler osserva che le tirannie avrebbero sostenuto i culti dionisiaci e orfici contro quelli apollinei perché questo era un mezzo per combattere contro il linguaggio formale dell’aristocrazia2. Erodoto ci fornisce un resoconto su Clistene di Sicione e sottolinea che egli vietò la recitazione dei poemi omerici «poiché in essi gli Argivi e Argo sono celebrati quasi ovunque», prima di orchestrare un trasferimento delle feste corali dedicate all’eroe argivo Adrasto a Dioniso, rinominando le tribù doriche con epiteti sprezzanti tratti dai nomi di un maiale e di un asino3. Ha riscritto il registro simbolico della sua città per sradicare la cultura e l’ideologia aristocratiche. Spengler descrive la tirannia del VI secolo come quella che ha portato a compimento l’idea di polis, stabilendo il concetto costituzionale di educate – il cittadino – a prescindere dalla sua provenienza sociale e in quanto parte integrante della collettività della città-stato4. Ciò fece sì che la tirannia fungesse da forza di transizione, dando vita al cittadino che, alla fine del secolo, avrebbe reso obsoleta l’autorità del tiranno e avrebbe posto fine alla tirannia, impedendo qualsiasi trasmissione ereditaria del potere assoluto.

La letteratura accademica fornisce una conferma involontaria della tesi di Spengler. Anthony Andrewes descrive la rivoluzione di Cipselo di Corinto come «la più pura nel suo genere: gli aristocratici erano ormai maturi per la loro caduta, il tiranno era un vero e proprio liberatore, talmente identificato con i suoi sostenitori da non aver mai avuto bisogno di una scorta».5. Questa versione è confermata dal racconto di Erodoto su Cipselo: una volta insediatosi come tiranno, egli «costretti molti corinzi all’esilio, privò molti delle loro ricchezze e molti altri ancora della vita»6. Cypselo rappresenta il primo caso di rivoluzione tirannica (circa 657 a.C.), in stretta corrispondenza con la datazione standard di Spengler relativa al periodo tardo, ed è anche l’esempio più evidente di un sovrano popolare nella Grecia arcaica che sfidò una classe dirigente consolidata e ne prese il posto. La descrizione di Sicione fornita da Andrewes conferma inoltre la fine della poesia omerica come celebrazione della gloria argiva e il trasferimento del culto a Dioniso7. Spengler non afferma mai esplicitamente che Solone appartenga alla stessa schiera di personaggi, ma le sue riforme rivestono lo stesso significato: non si tratta semplicemente di ampliare il diritto di voto, bensì di affermare lo Stato come entità parzialmente slegata dall’oligarchia ereditaria. Raaflaub ci ricorda, nel suo resoconto su Solone, che questi introdusse le classi di proprietà per sostituire la nascita con la ricchezza come criterio di partecipazione politica8. Essa privò lo Stato di quelle caratteristiche dinastiche di cui la tirannia avrebbe potuto avvalersi per consolidarsi, rafforzò l’idea che la polis fosse un’entità più ampia dell’aristocrazia e ampliò l’accesso alla politica agli interessi dei ceti benestanti. La Costituzione ateniese ne descrive il meccanismo istituzionale: quattro classi suddivise in base alla produzione in medimnoi, dove alla classe più bassa, i thetes, veniva concesso «nient’altro che un posto nell’Assemblea e nei tribunali»9. Le riforme di Solone avevano quindi un funzionamento simile a quello di un tiranno, pur senza assumerne l’etichetta.

Corinto, Sicione e Atene sono solo tre esempi all’interno di un panorama molto più ampio di casi di studio. Tuttavia, ciascuno di essi fornisce le basi e la motivazione della posizione morfologica di Spengler. Il contributo di Spengler consiste nell’identificare la tirannia come fase di maturazione dello Stato verso la democrazia.

Sparta, al contrario, offre un esempio di come una polis riuscì a impedire il diffondersi della tirannia. Andrewes individuò in Sparta una predisposizione alla tirannia che fu scongiurata grazie a una riforma istituzionale attuata in risposta alla rivoluzione di Corinto10. Sparta riuscì a scongiurare la tirannia riconoscendo la necessità di porre fine al monopolio aristocratico e optando per misure più moderate, anziché lasciare che il risentimento si inasprisse tra le fazioni interne. Ciò dimostrò che la tirannia non era sempre inevitabile, se si sapeva prevederla. Più in generale, Anderson sottolinea che la tirannia, per gran parte del periodo arcaico, «non era affatto un regime» e indicava piuttosto uno «stile di leadership insolitamente dominante che fiorì nelle prime oligarchie greche»11. La sua tesi è che la maggior parte dei tiranni fossero oligarchi di alto rango; se così fosse, si potrebbe sostenere che lo Stato non prevalga sugli ordini sociali, ma che si tratti semplicemente di una competizione tra élite. Lo stesso Andrewes ne illustra la dimensione economica: l’espansione commerciale dell’VIII secolo portò all’affermarsi di ricche famiglie non nobili che si sentivano escluse dal potere politico e lo consideravano arbitrario e irragionevole – la tirannia incarnava il loro risentimento12. Per Andrewes, il conflitto di classe economica costituisce una spiegazione sufficiente degli sviluppi del VI secolo.

Ma la teoria di Spengler resiste a entrambe le critiche. La concezione morfologica della tirannia non richiede una costituzione esplicita e omogenea per reggere la propria tesi. Le riforme spartane quali l’eforato, la Gerousia e la costituzione oplitica rappresentano i frutti della tirannia senza che vi sia stata una revisione radicale dell’ordine di classe prevalente. La tirannia è un fenomeno che esprime le tensioni politiche della fine del VII secoloile 6ilGrecia del VI secolo a.C., e Sparta ne è una variante locale che conferma tale influenza culturale. La descrizione di Anderson della polis arcaica come «spazio istituzionale dalla struttura minima e vagamente definito, in cui gli interessi privati e la competizione per il potere all’interno dell’élite potevano essere oggetto di negoziazione»13è, in una prospettiva spengleriana, una descrizione precisa della politica del periodo arcaico, mentre la tirannia è esattamente la condizione in cui questi interessi privati si trasformano in interessi pubblici. I Cipselidi, gli Ortagoridi e i Pisistratidi rappresentano un nuovo tipo di strategia elitaria che trae il proprio sostegno dalla legittimazione di nuove fazioni. La barriera metodologica tra morfologia e ricerca specialistica permane, poiché le forme politiche di Spengler resistono alla falsificazione da parte di singoli casi.

Il dibattito sulla tirannia costituisce il fulcro del capitolo 2. A prescindere dal fatto che una determinata forma di governo fosse culturalmente necessaria, il modello descritto da Spengler è evidente nei resoconti storici e nella documentazione primaria. Le tirannie emergono in risposta alle tensioni tra le vecchie e le nuove élite; il fatto che la tirannia ne sia l’espressione o che si osservi una risposta diversa non sminuisce il suo ruolo nella Grecia del VI secolo.

2.2 Il significato della democrazia, 500–400 a.C. circa

Spengler descrive la «demokratia» greca in riferimento a due modi di valutazione. «Egli iniziò a contare – denaro e persone, poiché il censimento in base al patrimonio e il suffragio universale sono entrambi armi borghesi – mentre un’aristocrazia non conta, ma valuta, e non vota in base al numero di persone, ma in base alle classi».14. L’attenzione di Spengler, e quella di questa sezione, è rivolta al rapporto di potere incarnato dalla «demokratia»: l’opposizione tra il vecchio ordine di classe e il nuovo ordine popolare, nonché le forze motrici che ne derivano. Il “Terzo Stato” schiera il proprio peso numerico contro le valutazioni qualitative di un ordine basato sui ranghi. La sua natura di terza entità è quella di una “unità di contraddizione, incapace di essere definita da un contenuto positivo”, priva di uno stile proprio e che prende in prestito la propria identità dagli stati nobiliare e sacerdotale, stati che soppianta con una politica basata sul denaro e sulla ricerca intellettuale15.

Il materiale scientifico su cui si fonda la descrizione strutturale di Spengler non è di per sé di orientamento spengleriano. Lo studio di Ostwald sulla sovranità popolare nell’Atene del V secolo individua il completamento strutturale della «demokratia» nell’iniziativa di Efialte, che conferì al popolo la piena sovranità nel giudicare i crimini contro lo Stato. Il verdetto del popolo fungeva da contrappeso a quello che in precedenza era un organo giurisdizionale composto da ricchi e nobili16. Questo provvedimento fu sancito nella costituzione ateniese. Efialte «privò il Consiglio di tutte le prerogative acquisite da cui derivava la sua funzione di custode della costituzione, assegnandone alcune al Consiglio dei Cinquecento e altre all’Assemblea e ai tribunali»17. Trasferire questo potere dall’Areopago ereditario alle istituzioni popolari costituite in base al numero dei cittadini equivale, in sostanza, all’espansione del potere esercitato dall’arma del conteggio. Ober, nella sua opera sulle Atene democratiche, sottolinea che Aristotele definisce la democrazia come il governo dei poveri, poiché la polis era popolata da un numero di individui poveri di gran lunga superiore a quello dei ricchi, il che ha consolidato la nozione di democrazia come governo della maggioranza18. Il governo della maggioranza consiste nel conteggio delle voci, che Aristotele contrappone all’oligarchia intesa come governo dei ricchi e che costituisce il fondamento della tesi di Spengler sul rapporto tra conteggio e valutazione. Tucidide approfondisce questa dinamica sottolineando come, all’epoca di Pericle, le distinzioni di classe o di ricchezza non potessero interferire con il merito19. L’analisi di Raaflaub sulla politica sociale dell’eleutheria sostiene nel complesso un contenuto democratico positivo, ma ammette inavvertitamente una tesi di negazione quando considera l’oligarchia come un gruppo chiuso e la libertà come la sua rovina20. Van Wees conferma inoltre che la seisachtheia di Solone lasciò intatta la distribuzione della ricchezza sottostante quando furono cancellati i debiti e la schiavitù per debiti21.

Ostwald individua i meccanismi istituzionali attraverso i quali il conteggio sostituisce la valutazione qualitativa. Ober, attraverso Aristotele, associa la regola della maggioranza al conteggio e l’oligarchia alla valutazione. Van Wees mostra come la liberazione fosse in opposizione al dominio di classe ma non al dominio della ricchezza. Insieme confermano la definizione di demokratia come sovranità numerica del popolo contro il potere gerarchico. Il contributo di Spengler consiste nell’affrontare questa conferma del potere del conteggio come derivante da concetti di identità costruiti in modo negativo piuttosto che da un contenuto democratico positivo. La demokratia contava le teste perché si opponeva a qualsiasi forma di distinzione.

L’argomentazione più ampia di Raaflaub, tuttavia, sostiene che la «demokratia» abbia un contenuto positivo, affermando che l’isonomia e l’isegoria costituivano valori democratici positivi risalenti a Omero. Egli fa risalire l’idea di libertà inizialmente alla nobiltà, prima che essa si espandesse progressivamente fino a comprendere l’uguaglianza politica per tutti i cittadini dello Stato, compresi i thetes22. Ostwald sottolinea inoltre che l’obiettivo di Clistene era quello di migliorare le condizioni che davano origine a lotte tra fazioni e che la «demokratia» era un risultato naturale di tale soluzione23. L’opposizione a Spengler trova la sua massima espressione in Farrar, il quale sottolinea lo sviluppo dell’interazione democratica attraverso Protagora, Democrito e Tucidide24. La tesi qui sostenuta è che l’analisi contraddittoria di Spengler sul terzo stato e sul suo ruolo nella democrazia sia riduttiva. La libertà democratica non è solo un concetto con profonde radici culturali, anche se ha impiegato tempo a manifestarsi, ma si fonda anche su un corpus di opere intellettuali che l’hanno perfezionata trasformandola in qualcosa di costituzionale e non di casuale. L’affermazione di Ostwald secondo cui essa sarebbe emersa come soluzione a problemi specifici può causare attrito con Raaflaub e Farrar, ma mette in discussione la spiegazione morfologica di Spengler secondo cui la democrazia sarebbe emersa per ragioni psicologiche specifiche legate al rapporto della Grecia con le idee di immediatezza e presenza.

Per affrontare queste sfide è necessario distinguere la tesi strutturale di Spengler dalle prove fenomenologiche addotte da Raaflaub e Farrar. Secondo Spengler, la «demokratia», proprio come la «tirannia», rappresenta un punto nella linea temporale della tensione tra concezioni antiche e moderne dello Stato e dell’identità nazionale. Il demos di Raaflaub chiama l’arma del conteggio “libertà”, “isonomia”, “isegoria”, perché queste sono le parole disponibili nel vocabolario culturale della Grecia in quel momento. Il Protagora di Farrar teorizza una democrazia già esistente, giustificando intellettualmente a posteriori la struttura di potere che, agli occhi di Ostwald, era semplicemente la soluzione alla competizione organica tra fazioni e non a dispute morali. Raaflaub cita Plutarco: «il popolo si liberò da ogni controllo… trasformò la città in una democrazia totale».25. «Scatenarsi» è un termine ostile che coglie la logica di Spengler in modo più onesto di quanto le tradizioni democratiche vorrebbero: il demos non aveva un piano, ma stava piuttosto liberando un’energia strutturale. Il risultato fu quella politica di massa che da allora è stata idealizzata. Il limite più importante è che Spengler non riesce a dimostrare che la tradizione positiva della «demokratia» fosse derivativa piuttosto che generativa. La lacuna nelle prove costituisce un limite metodologico.

2.3 La polis come entità negli affari internazionali, 500-400 a.C. circa

La teoria politica di Spengler sostiene che la storia del mondo sia la storia dell’interazione tra gli Stati. In ciascuna delle sue «alte culture», il modo in cui una nazione assume la «forma» di uno Stato varia a seconda del suo simbolo principale. Per la Grecia classica, egli inquadra le relazioni interstatali come relazioni tra poleis e la loro diplomazia, o la sua assenza, influenzata dalla generale mancanza di interesse per qualsiasi cosa al di fuori della propria comunità. Egli descrive il diritto internazionale classico come un sistema che considera la guerra come la condizione normale, interrotta di tanto in tanto da trattati di pace tra singoli Stati, e che il sistema statale classico rimaneva un aggregato di punti26. Ogni polis è un’entità indipendente; il sistema internazionale è quindi un insieme di unità distinte che non condividono né il diritto internazionale né la diplomazia. Egli sostiene che l’espansione sia essenzialmente incompatibile con l’idea di polis e che, pertanto, lo Stato classico sia l’unico Stato incapace di qualsiasi ampliamento organico, in quanto ogni nuova città non era una colonia, ma una cosa in sé nuova e completa27. Egli contrappone inoltre la politica dello Stato classico alla diplomazia del Barocco, citando il motto della casa degli Asburgo — che esorta a conquistare attraverso i matrimoni — per illustrare il rifiuto della comunità greca di instaurare tali tradizioni. Il problema della Lega di Delo diventa evidente poiché Atene mirava a realizzare ciò che l’anima apollinea non può fare, specialmente all’apice della cultura apollinea28.

Finley offre una visione anti-ideologica dell’Impero ateniese molto simile a quella di Spengler: secondo cui gli imperi non vengono costruiti consapevolmente, ma vengono riconosciuti solo dopo che sono stati costruiti29. Ciò riflette alcuni dei scritti fondamentali di Spengler sul desiderio inconscio degli organismi di espandersi30. La Lega di Delo di Finley fu, sin dalla sua fondazione, uno strumento di coercizione da parte di Atene31, a conferma della tesi di Spengler secondo cui le città-stato non sono in grado di intrattenere relazioni reciproche senza che, alla fine, una finisca per dominare l’altra. Il Dialogo di Melos esprime chiaramente la visione politica di Spengler quando afferma che «nel corso del mondo, il diritto è in discussione solo tra pari in termini di potere, mentre i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono»32. La visione classica dei loro rapporti interstatali viene descritta come priva di regole che andassero oltre i singoli città-stato, impedendo così che una diplomazia moderata prendesse il posto della politica della forza. Meiggs interpreta la formazione dell’impero ateniese a partire dalla lega come il risultato di una costante ricerca dell’interesse proprio che finì per prevalere sugli altri stati33.

Sia Finley che Meiggs sostengono l’ipotesi di un graduale cambiamento strutturale verso l’egemonia ateniese all’interno di una lega strutturalmente destinata a cedere il passo all’entità più potente al suo interno, e il dialogo di Tucidide rafforza questa tesi dall’interno del mondo classico. Le comunità delle città-stato non rispettavano regole comuni di ingaggio che avrebbero permesso l’applicazione di un ordine internazionale, consentendo all’idea di Impero di sostituire la lega. Ciò solleva l’importante questione del perché i Greci non abbiano mai ideato alcun tipo di ordine internazionale che, come minimo, imponesse standard culturali in materia di sovranità nazionale.

Ma l’argomentazione di Spengler presenta alcuni punti deboli. Kagan sostiene che la guerra del Peloponneso non fosse strutturalmente inevitabile, ma che avrebbe potuto essere evitata grazie a decisioni prudenti in diversi momenti cruciali34. Kagan contesta Spengler, ma anche la tesi di Tucidide secondo cui la guerra sarebbe stata scatenata dal crescente potere di Atene35. Secondo Kagan, nessuno Stato lo voleva né lo aveva pianificato, e ciascuna delle parti ha una parte di responsabilità per averlo provocato36. Anche gli sviluppi che hanno portato alla guerra indicano che la Grecia, sebbene non sia riuscita a portare avanti l’impresa, è stata in grado per un certo periodo di organizzarsi come comunità di Stati, e che quindi l’istinto di organizzarsi a livello internazionale non era del tutto assente.

Kagan e Spengler concordano sul fatto che nessuno avesse pianificato la guerra, ma divergono sul contesto strutturale. Secondo Spengler, indipendentemente dal fatto che sia stata Epidamno a scatenare la guerra del Peloponneso o qualche altro fattore scatenante, la causa prima era la natura del panorama statale classico, che risolveva naturalmente la maggior parte delle questioni ricorrendo alla forza, al dominio e alla guerra — posizione condivisa anche da Tucidide. Il fattore scatenante specifico della guerra era, in termini spengleriani, “incidentale” e il contesto stesso ha prodotto gli eventi storici attraverso lo sviluppo di tensioni derivanti da una sensibilità su come affrontare gli affari interstatali. Ancora una volta, Spengler non può essere smentito da alcun caso particolare di guerra evitata. Questa non falsificabilità è la questione ricorrente della morfologia in tutte e tre le sezioni di questo capitolo e richiede ulteriori ricerche che trattino la storia classica e arcaica su scala macro.

La sezione 2.3 completa l’argomentazione strutturale del capitolo, poiché l’insieme dei tre dibattiti mostra come il periodo tardo di Spengler costituisca una sequenza morfologica coerente. Ciascun dibattito ha messo alla prova la teoria di Spengler alla luce di prove contrarie e, in ogni caso, il quadro teorico rimane valido, pur con alcune precisazioni metodologiche. Si sostiene che le interpretazioni morfologiche non possano essere confutate da singoli casi isolati.

2.4 Conclusione

I tre argomenti esaminati in questo capitolo convergono su conclusioni coerenti. Il dibattito sulla tirannia dimostra che il modello strutturale descritto da Spengler è visibile in tutto il corso della storia, da Corinto ad Atene e Sicione. Le riforme di Sparta dimostrano che le riforme istituzionali possono prevenire del tutto la tirannia, ma solo perché Sparta era consapevole delle questioni del momento e ha quindi messo in atto riforme che riguardavano i problemi più ampi che interessavano la cultura greca. Il dibattito sulla democrazia conferma che il meccanismo della demokratia si basa sui numeri piuttosto che sul rango, come confermano Ostwald, Ober, Aristotele e Pericle, anche se Raaflaub dimostra che la demokratia possiede un proprio contenuto positivo. Il dibattito interstatale mostra poi l’incapacità della polis di espandersi organicamente e di cooperare a lungo termine con i vicini senza degenerare in interessi imperiali, il che ha creato il contesto per particolari conflitti che hanno dato inizio alla guerra del Peloponneso. Il tema ricorrente del capitolo è l’infalsificabilità della morfologia a livello specialistico. Ciò significa che il quadro di Spengler funziona come una lente interpretativa piuttosto che come un’ipotesi verificabile. Qualsiasi apparente confutazione può essere assorbita ridefinendo il livello di analisi. Il capitolo 3 esplorerà il periodo della Civiltà e i successivi cambiamenti alla polis man mano che la “cultura” apollinea si disintegra.

1

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 386.

2

Spengler, Declino, vol. 2, p. 386.

3

Erodoto, Storie, 5.67, trad. G.C. Macaulay (Londra: Macmillan, 1890). Il brano più ampio (5.67–68) riporta come Clistene vietò la recitazione omerica, trasferì gli onori cultuali dall’eroe argivo Adrasto a Melanippo, restituì i cori tragici a Dioniso e rinominò le tribù doriche con epiteti deliberatamente sprezzanti — una completa riscrivitura dell’ordine simbolico della città.

4

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 387.

5

A. Andrewes, *I tiranni greci* (Londra: Hutchinson, 1956), p. 43.

6

Erodoto, Storie, 5.92e. L’oracolo pronunciato a Delfi nei confronti di Cipselo aveva promesso: «Cipselo, lui e i suoi figli, ma non più i figli dei suoi figli» — una sanzione divina a favore del governo personale del tiranno, con un limite morfologico intrinseco alla continuità dinastica.

7

Andrewes 1956, pp. 58–59.

8

K. Raaflaub, «Poeti, legislatori e gli albori della riflessione politica nella Grecia arcaica», in The Cambridge History of Greek and Roman Political Thought, a cura di C. Rowe e M. Schofield (Cambridge: CUP, 2008), pp. 41–42.

9

Aristotele, Costituzione di Atene, §7, trad. F.G. Kenyon (Londra: Bell, 1891). Solone «divise la popolazione in base alla proprietà in quattro classi, proprio come era stata divisa in precedenza, vale a dire i Pentacosiomedimni, i Cavalieri, gli Zeugiti e i Theti», assegnando le magistrature «in proporzione al valore dei loro beni imponibili» e concedendo ai Theti «nient’altro che un posto nell’Assemblea e nei tribunali».

10

Andrewes 1956, p. 75.

11

G. Anderson, «Prima che i Turanni diventassero tiranni: ripensare un capitolo della storia greca antica», Classical Antiquity 24.2 (2005), p. 177.

12

Andrewes 1956, pp. 80–81.

13

Anderson 2005, pp. 179–180.

14

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 387.

15

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 355.

16

M. Ostwald, Dalla sovranità popolare alla sovranità della legge: diritto, società e politica nell’Atene del V secolo (Berkeley: California UP, 1986), p. 40.

17

Aristotele, Costituzione di Atene, §25. Il testo completo dell’atto di Efialte recita: egli «privò il Consiglio di tutte le prerogative acquisite da cui derivava la sua funzione di custode della costituzione, e ne assegnò alcune al Consiglio dei Cinquecento, altre all’Assemblea e ai tribunali».

18

J. Ober, «Massa ed élite nell’Atene democratica: retorica, ideologia e potere del popolo» (Princeton: Princeton UP, 1989), p. 238.

19

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 2.37. Il brano prosegue così: «La libertà di cui godiamo nel nostro governo si estende anche alla nostra vita quotidiana» — un’estensione del principio del conteggio dalla sfera politica a quella sociale che l’analisi di Spengler prevede come la tendenza naturale di una democrazia al culmine del suo splendore culturale.

20

K. Raaflaub, «Democrazia, oligarchia e il concetto di “cittadino libero” nell’Atene della fine del V secolo», Political Theory 11.4 (1983), pp. 524–525.

21

H. van Wees, «Massa ed élite nell’Atene di Solone: una nuova analisi delle classi proprietarie», in Solone di Atene: nuovi approcci storici e filologici, a cura di J.H. Blok e A.P.M.H. Lardinois (Leida: Brill, 2006), pp. 355–356.

22

Raaflaub 1983, pp. 518–519.

23

Ostwald 1986, p. 15.

24

C. Farrar, Le origini del pensiero democratico: l’invenzione della politica nell’Atene classica (Cambridge: CUP, 1988), pp. 1, 91.

25

K. Raaflaub, in K. Raaflaub, J. Ober e R.W. Wallace (a cura di), Origins of Democracy in Ancient Greece (Berkeley: California UP, 2007), p. 108, citando Ath. Pol. 25.1–2 e Plutarco, Cim. 15.2.

26

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 385.

27

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

28

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 391.

29

M.I. Finley, «L’Impero ateniese del V secolo: un bilancio», in The Athenian Empire, a cura di P. Low (Edimburgo: Edinburgh UP, 2008), p. 1.

30

Spengler, Declino, vol. 2, p. 440.

31

Finley, in Low (a cura di) 2008, p. 7.

32

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 5.89 (Dialogo dei Meli), trad. Crawley.

33

R. Meiggs, «The Growth of Athenian Imperialism», in The Athenian Empire, a cura di P. Low (Edimburgo: Edinburgh UP, 2008), p. 45.

34

D. Kagan, The Outbreak of the Peloponnesian War (Ithaca: Cornell UP, 1969), pp. 345–346.

35

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 1.23, trad. Crawley. Il testo completo recita: «Ritengo che la vera causa sia quella che è stata formalmente tenuta più nascosta. L’ascesa della potenza di Atene e il timore che ciò suscitò a Lacedemone resero la guerra inevitabile».

36

Kagan 1969, p. 366.

TESI DI DOTTORATO – La polis nel periodo della civiltà, 350–31 a.C. circa

Compresa la conclusione e la bibliografia della tesi

prospettiva spenglariana

9 maggio 2026

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3.1 La polis nell’epoca dei regni ellenistici, 338 – 100 a.C. circa

La tesi di Spengler sulla polis nel periodo della Civiltà si fonda sulla natura della struttura imperiale ellenistica. La sua tesi secondo cui l’espansione è in contrasto con la natura della polis1è confutabile se si considera il contesto degli imperi e dei regni ellenistici. A tal proposito, Spengler sostiene che le dinastie seleucide e tolemaica governassero dalle loro poleis – rispettivamente Antiochia e Alessandria – su una fascia periferica di territorio imperiale che non era assimilabile all’identità della polis, la quale veniva amministrata tramite «meccanismi autoctoni già esistenti»2. La polis funge da nucleo amministrativo e il territorio circostante rimane culturalmente non integrato ma subordinato ad essa; ciò pone la forma della polis al servizio di un apparato più ampio senza però trasformarla.

La descrizione dell’impero seleucide fornita da John Ma costituisce la conferma più evidente di questa tesi, poiché egli sostiene che l’esercizio del potere avvenisse in un contesto di coercizione, con le comunità locali controllate dai Seleucidi senza però essere assorbite in uno Stato imperiale3. Questa interpretazione avvalora la concezione di Spengler secondo cui la polis sarebbe dotata di un guscio rigido oltre il quale non può espandere la propria identità, il che la spinge a ricorrere alla politica della forza al di fuori del suo limitato raggio d’azione. Graham Shipley colloca il sistema delle città-stato greche in un contesto mediorientale più ampio e sostiene che il sistema delle città-stato classiche abbia rappresentato un intermezzo eccezionale nella storia del Vicino Oriente antico, che per la maggior parte era dominato da forme di governo monarchiche4. Dopo Alessandro, la forma monarchica si riafferma rapidamente, rendendo la polis un’anomalia che, al di fuori del contesto classico, si dissolve in domini territoriali caratterizzati dall’opposizione tra città e campagna. In contrasto con Shipley, Hansen fornisce una dimensione aggiuntiva con i propri dati. Il secolo che seguì la conquista di Alessandro vide la fondazione di diverse centinaia di nuove poleis in tutta l’Asia, costituite dalla classe dirigente greca e macedone e dotate delle caratteristiche tipiche di una città-stato matura, quali un consiglio, tribunali, un’assemblea del popolo e un ginnasio5. Il modo in cui gli stili di governo greci sembrano essere stati applicati come modelli prestabiliti suggerisce l’imposizione di una formula rigida piuttosto che lo sviluppo organico di un sistema di governo basato sulle esigenze locali.

Ciascuna di queste posizioni avvalora l’affermazione di Spengler in modo diverso. La tesi di Ma spiega il rapporto tra città e campagna che ha permesso alla prima di dominare la seconda. La tesi di Shipley identifica la città-stato come una forma temporanea che, una volta uscita dalla Grecia, si è gradualmente dissolta nelle realtà locali. Al contrario, Hansen riesce a confutare Shipley sottolineando la fondazione di centinaia di poleis che sembrano presentare le stesse caratteristiche in tutta la regione.

Al contrario, Hansen offre una visione diversa della storia della città-stato nel suo complesso. La sua posizione generale è che la storia della città-stato autonoma non si concluse a metà del IV secolo a.C., bensì che fu proprio allora che ebbe inizio6. Si tratta dell’opposto della tesi di Spengler, secondo cui la città-stato avrebbe completato il proprio sviluppo proprio in quel momento. Hansen fa risalire la vera fine delle poleis a Diocleziano7. Millar sostiene questa tesi sottolineando che la stragrande maggioranza dei resti delle città-stato risale a quest’epoca e che tali resti rappresentano la massima espressione della loro identità8. Se l’«anima» fosse davvero svanita dopo Alessandro, l’intensità della produzione culturale durante il periodo ellenistico risulterebbe inspiegabile secondo la teoria di Spengler.

Un’analisi critica di questo problema richiede di distinguere tra ciò che sostiene Spengler e ciò che dimostrano Hansen e Millar. La posizione di Spengler è che l’idea della polis fosse costituzionalmente attiva, ma che l’energia culturale che l’aveva generata si fosse esaurita verso la metà del IV secoloilsecolo. Soprattutto quando la polis viene creata in un nuovo contesto, essa richiama a sé precedenti strutturali già consolidati, che si sono pienamente sviluppati e cristallizzati nell’ambito della concezione di cosa sia una polis. Negli imperi seleucide e tolemaico, ciò ha dato origine a territori incentrati su insediamenti modellati sull’idea della polis piuttosto che sviluppatisi in modo organico. Nel caso di Millar, egli riconosce nei consigli di epoca romana un certo grado di stagnazione, poiché i loro membri mantenevano le loro cariche a vita, rappresentando la classe superiore della comunità9. Sistemi che sulla carta dovevano essere democratici venivano occupati da classi antidemocratiche. Aristotele osserva qualcosa di simile riguardo al passaggio dalla monarchia legittima a quella illegittima: «rimarrà solo il nome di re, oppure il re assumerà più potere di quanto gli spetti, da cui sorgerà la tirannia, il peggiore eccesso immaginabile»10. Il concetto di polis si sta realizzando, lasciando gradualmente spazio a nuove forme. Secondo Millar, la polis è una forma transitoria che evolve in monarchia, mentre secondo Spengler la forma della polis si sta dissolvendo senza assumere alcuna forma specifica, e gli imperi dell’età ellenistica rappresentano una fase di questo processo di declino.

Spengler non nega che la polis continui a esistere dopo Alessandro, ma solo che sia in declino dopo uno sviluppo costante secondo la forma-anima da lui definita. Anche Hansen e Millar confermano questa continuità, pur discutendone il significato. Spengler qui osserva cosa significhi la sopravvivenza istituzionale nel mondo post-classico, scegliendo di separare le prove materiali esterne dal suo contenuto intrinseco. Ciò solleva questioni definitorie riguardo a cosa intendano effettivamente Hansen e Millar quando parlano di Polis e se ciò possa essere conciliato con la definizione di Spengler allo stato attuale delle loro ricerche.

3.2 La «Seconda tirannia», 323 – 100 a.C. circa

Un concetto più specifico e categorico che Spengler introduce nella sua storia è quello della «Seconda Tirannia». La prima tirannia comprende i tiranni dei periodi arcaico e classico che ruppero il monopolio aristocratico sul potere politico. La Seconda Tirannia comprende i generali, i monarchi e i tiranni contemporanei che esercitarono il potere in modo extrapolitico man mano che la struttura della polis cedeva il passo a forme sempre meno rigide. Spengler cita Alcibiade e Lisandro per aver esercitato un potere personale al di fuori delle regole delle rispettive poleis durante la guerra del Peloponneso11. Egli fa riferimento al grande esercito di professione di Dionisio di Siracusa e alle sue armi da artiglieria12. Ciò che rende questo tipo di leader una categoria a sé stante è che non esistevano regole chiare per la successione dopo la loro morte, né regole per la loro ascesa al potere. Spesso si trattava semplicemente di uomini che si trovavano nel posto giusto al momento giusto per impadronirsi del potere e colmare il vuoto lasciato dalla distruzione delle vecchie linee di autorità. Le stesse regole valevano per i Diadochi: quando un re moriva, il potere doveva essere riconquistato dall’uomo successivo dotato di forza e carisma sufficienti.

Waldemar Heckel offre la conferma più accurata delle tesi di Spengler nella letteratura secondaria. Egli sostiene che i regimi politici dei Successori fossero unidimensionali, privi di autorità statale e dinastica13. Egli descrive il regime di Demetrio Poliorcete come esplicitamente fondato su se stesso e limitato a se stesso14. Possiamo fare un paragone con il Lisandro di Spengler, il cui esercito era «devoto alla sua persona», per cogliere le analogie. Bosworth sottolinea il passaggio a questa seconda forma di tirannia, descrivendo il periodo ellenistico come nato da un vero e proprio «big bang», con Antigono che nel 306 a.C. proclamò re se stesso e suo figlio Demetrio15. Spengler sostiene che il percorso dalla Prima alla Seconda Tirannia sia inequivocabile16e il «big bang» di Bosworth consolida il periodo ellenistico attraverso un’ascesa così anticonstituzionale. Bosworth descrive l’ideologia di tale situazione come una logica di conquista, in cui il re è un uomo che ha dimostrato il proprio valore in battaglia e il suo regno è il premio conquistato dalla sua lancia17; era il potere personale, extracostituzionale, a legittimare la legge in tali circostanze. Polibio ne teorizzò la struttura giuridica sottostante, descrivendo il declino della civiltà e «il ciclo regolare delle rivoluzioni costituzionali e l’ordine naturale in cui le costituzioni cambiano, si trasformano e ritornano nuovamente al loro stadio originario»18. Secondo la sua teoria dell’anaciclosi, il mondo antico stava finalmente tornando, sotto la forma dei Diadochi, alla monarchia. Il commento di Spengler trova qui conferma all’interno dello stesso mondo ellenistico, nella misura in cui riguarda l’emergere di nuove potenze per la forza dopo una lunga storia di lenta espansione del diritto di voto.

Le conclusioni sopra riportate di Heckel e Bosworth confermano la distinzione operata da Spengler tra la vecchia tirannia e quella nuova. Questi re concentravano il potere attorno alla propria persona e affermavano le dinastie attraverso la conquista, una volta caduto il sovrano precedente. L’anaciclosi di Polibio sottolinea la stessa logica morfologica riguardo alla ricomparsa della monarchia, sebbene Spengler si discosti da lui sulla natura della seconda Tyrannis, che egli considera la ricomparsa dei tradizionali Basileoi. Insieme, essi dimostrano che la Seconda Tyrannis di Spengler non è una categoria speculativa che rientra nella cerchia dei precedenti problemi metodologici di cui soffre la morfologia, ma è una forma politica attestata e riconosciuta da alcuni studiosi.

La critica più incisiva alla seconda edizione di *Tyrannis* di Spengler proviene dalla descrizione che Lund fa del funzionamento effettivo della monarchia ellenistica. Lund sostiene che le monarchie dei Diadochi poggiavano sulle fondamenta del re, amici(gli amici) e il suo esercito19Philoinon erano subordinati al re, ma comandanti indipendenti la cui fedeltà veniva comprata con ricompense. Le dinastie dei Diadochi non erano quindi estranee alla politica, ma profondamente radicate in un sistema di corte che dipendeva da un riconoscimento esterno. De Lisle respinge ulteriormente l’idea di una «Seconda Tirannia» chiaramente distinguibile quando sottolinea la posizione di Agatocle a metà strada tra la tirannia classica e la monarchia ellenistica. La sua assunzione di un titolo regale fu un momento di affermazione per rivendicare la parità con i Diadochi e non una conversione da tiranno a re20. L’Agatocle di De Lisles era al tempo stesso un tiranno siciliano e un monarca ellenistico e non vedeva alcuna discontinuità tra questi due ruoli, il che ha portato De Lisles a concludere che esistesse un unico modello greco di autocrazia piuttosto che due modelli distinti21. Se il confine tra le vecchie e le nuove forme di «tirannia» è storicamente continuo, allora l’affermazione di Spengler secondo cui il percorso che le separa è «inconfondibile» potrebbe far pensare a uno schema imposto piuttosto che a un vero e proprio modello di cambiamento. Una sequenza che appare chiara dal punto di vista morfologico, ma non altrettanto da una prospettiva sistematica o scientifica.

Nessuna delle due obiezioni è di per sé determinante per Spengler, ma mettono in luce aspetti diversi della Seconda Tyrannis. Quella di Lund amiciLa rete era in parte effimera, poiché la corte degli Amici era una struttura personale piuttosto che istituzionale. Quando il re morì, il suo amicisi dissolse attorno a lui. Ciò non complicherebbe la tesi anticostituzionale di Spengler, ma cancella quel grado di indipendenza di cui i re godrebbero se dovessero fare affidamento su altre persone. De Lisle formula la critica più fondamentale: Spengler non si limita a introdurre una nuova categoria politica, ma sostiene che tale categoria sia nettamente definita – «inconfondibile». Può essere naturale che Agatocle minacci la netta periodizzazione che tale affermazione richiede, poiché le transizioni esisterebbero comunque, per quanto nette o vaghe, ma Spengler non esplora né riconosce affatto quella transizione tra le forme di governo del periodo Tardo e del periodo della Civiltà. Piuttosto, identifica un’improvvisa comparsa del «non-Classe» – le masse – come potere, considerando tutta la politica che l’ha preceduta come nemici di sé da distruggere, sostenendo che questa sia la differenza tra la Prima e la Seconda Tirannia22. Egli cita volentieri personaggi come Dionisio I e Appio Claudio definendoli figure «napoleoniche», ma non approfondisce ulteriormente la differenza specifica di Roma, Siracusa o di qualsiasi altro tiranno23. Se De Lisle dovesse rivolgersi direttamente a Spengler, sarebbe necessario un processo meccanicistico specifico della sua «civiltà apollinea». Fino ad allora, la forma politica di Spengler appare come uno schema retrospettivo imposto alla storia.

3.3 La Cosmopolis, 333 – 31 a.C. circa

La descrizione che Spengler fa della forma terminale della città classica è concentrata in gran parte in una sezione di un capitolo in cui egli delinea a grandi linee i sintomi di ogni città-mondo in fase avanzata. Spengler descrive la Cosmopolis, il «Colosso di pietra», come la fine di ogni grande cultura – un fenomeno che si ritorce contro l’uomo della Cultura e lo possiede, asservendo l’umanità alla logica della vita urbana24. Città come Alessandria e Roma sono quindi il risultato prevedibile di una lunga storia di pensiero politico e intellettuale che ha avuto inizio nelle campagne aperte, per poi acquisire una maggiore complessità sotto forma di vasti insediamenti. Per quanto riguarda il mondo classico, Spengler scrive che la vera città-mondo classica si sforzava di restringere le sue strade in vicoli stretti e angusti, impossibili per un traffico veloce, poiché tutti coloro che vi abitavano volevano vivere il più vicino possibile al centro, dove avvenivano le cose, piuttosto che nei sobborghi circostanti25, il che sarebbe in linea con la sua concezione somatica degli insediamenti greci. Egli individua inoltre in tutte le civiltà l’emergere della «forma a scacchiera», quella che potremmo definire la griglia, apparsa nel mondo classico già nel 441 a.C. con il piano urbanistico di Mileto elaborato da Ippodamo26. Anche il periodo iniziale e quello tardivo sono caratterizzati da un senso di appartenenza a un paesaggio che Spengler definisce «razza»27. Questa razza è assente nelle popolazioni urbane e civilizzate, il che dà origine a una sorta di cultura nomade in cui l’individuo non è legato alla terra, ma è spinto a vagare e a mantenere dimore temporanee28.

Le prove archeologiche e storico-sociali a sostegno delle affermazioni di Spengler sono più consistenti di quanto ammettano i critici dei suoi metodi. Stephens, nel suo lavoro sull’Alessandria tolemaica, conferma il periodo della civiltà apollinea datando il dominio di Alessandria, menzionando che Alessandria non esisteva nel 333 a.C., eppure cinquant’anni dopo ascese rapidamente fino a diventare la prima città del Mediterraneo, uno status di cui godette fino a quando non fu soppiantata da Roma due secoli dopo. Egli ci fornisce anche una conferma del secondo nomadismo di Spengler. Gli alessandrini dei primi due Tolomei si identificavano con le loro città d’origine piuttosto che con Alessandria stessa29, e una volta diventati alessandrini, non potevano vantare quell’autoctonia che caratterizzava le terre greche da cui provenivano30. La descrizione che Owens fa di Atene e Roma è critica dal punto di vista accademico, ma positiva in chiave spengleriana. Egli osserva che Atene e Roma non erano all’altezza della loro reputazione di città principali della Grecia e dell’Italia, in particolare a causa della loro natura di luoghi angusti e sovraffollati, caratterizzati da strade strette e isolati irregolari di case ed edifici pubblici31. Egli conferma inoltre l’esistenza, nell’impero seleucide, di città a scacchiera, costruite in tempi rapidi secondo schemi urbanistici standardizzati e basati su proporzioni matematiche32. La Ptolemaia, le cui gare atletiche isolimpiche venivano celebrate in panegirici stereotipati da poeti di corte come Callimaco e Posidippo, conferma inoltre l’affermazione di Spengler secondo cui l’arte nella cosmopolis si trasforma in sport e spettacolo33. Gli scritti di Spengler sulla vita urbana furono espressamente lodati e avallati da Theodor Adorno, che li interpretò alla luce della prospettiva della Scuola di Francoforte, pur essendo questa profondamente ostile alle conclusioni politiche e metodologiche di Spengler. Egli paragonò il «nuovo uomo primitivo» di Spengler, che si riproduceva nelle soffitte e nelle cantine della metropoli, e il suo secondo nomadismo alla propria nozione di «atomizzazione»34. Adorno riconosce il valore degli scritti di Spengler perché essi rispecchiano alcuni aspetti della sua stessa analisi dell’industria culturale, dimostrando che nemmeno chi si oppone radicalmente alle sue tesi negherebbe la fondatezza delle sue affermazioni, almeno se considerate isolatamente.

Contrariamente a quanto sostiene Spengler, Owens ci dimostra inoltre che i progetti urbanistici a scacchiera esistevano già nel primo periodo coloniale, essendo nati come risposta pratica alle difficoltà legate alla fondazione o alla riorganizzazione di nuove città e comunità35. Le griglie erano e sono uno strumento pratico che non si limita a un periodo di pensiero «privo di anima». Owens dimostra inoltre che Pergamo, «il culmine della progettazione urbana ellenistica», si sviluppò seguendo l’andamento del terreno e non adottò una pianta a griglia36. Non si tratta né di una struttura a scacchiera né di una città-soma compatta, bensì di un progetto scenografico, sensibile al territorio e visivamente ambizioso. Stephens e Adorno, inoltre, sferrano un duro colpo a Spengler sostenendo che la cultura alessandrina fosse il prodotto dei problemi di potenzapiuttosto che un simbolismo preesistente. Stephens sottolinea l’assenza di culti e feste ad Alessandria, poiché i Tolomei cercavano di affermare la città come spazio greco, accogliendo al contempo i diversi popoli egiziani, sia greci che non greci37. Il tessuto di Alessandria era un mix di motivi prevalentemente greci, ma presentava anche elementi egizi quali sfingi, obelischi e colonne provenienti da varie parti dell’Egitto38. Adorno, rivolgendosi a Spengler, sottolinea che Spengler «ipostatizza la dottrina delle anime culturali come principio metafisico che funge da spiegazione ultima della dinamica storica… l’affinità con l’ideale del dominio consente a Spengler di giungere alle intuizioni più profonde ogni volta che sono in gioco le potenzialità del suo ideale»39. Egli sostiene che l’anima non sia la causa, bensì il prodotto di rapporti di potere e di problemi, che poi, a posteriori, si concretizzano in un destino culturale. Rowlandson aggiunge poi una dimensione empirica, sostenendo che il modello di dispersione tolemaico contraddice la tesi dell’addensamento, poiché i coloni greci si diffusero nelle campagne egiziane grazie a concessioni militari di terre, anziché concentrarsi nel corpo urbano40.

Poiché Adorno attacca Spengler in modo più diretto, egli rappresenta anche la chiave per comprendere la dinamica di questa sezione e dell’intera tesi. Adorno ammette nel suo saggio Prismi che le specifiche previsioni di Spengler si sono avverate «in modo ancora più eclatante nello stato statico della cultura, i cui sforzi più avanzati sono stati negati alla comprensione e a una genuina ricezione da parte della società sin dal XIX secolo. Questo stato statico impone la ripetizione incessante e mortale di ciò che è già stato accettato e, allo stesso tempo, l’arte standardizzata per le masse, con le sue formule pietrificate, esclude la storia».41Ciò che Spengler descrive come l’esaurimento della capacità dell’anima apollinea di generare forme, trasformando la cultura in civiltà, Adorno lo identifica come un fenomeno reale e osservabile, contestandone semplicemente il meccanismo. La visione di Adorno affonda le sue radici in una critica del capitalismo; la standardizzazione della cultura è il prodotto dei rapporti di mercato e della mercificazione, che riducono l’esperienza estetica al consumo e alla producibilità di massa. Per la maggior parte Adorno si concentra su ciò che Spengler significa per la sua epoca, ma l’Alessandria tolemaica lo precede di oltre due millenni, mostrando ancora gli stessi sintomi di pietrificazione culturale al di fuori del contesto di Adorno. La Ptolemaia è una replica di ciò che la Grecia dovrebbe essere, ma come un repertorio di forme che si dissolvono nella scena locale che, per Spengler, sta vivendo a sua volta la propria vita postuma culturale. Stephens osserva che la raccolta della letteratura greca e la sua mercificazione erano un simbolo di potere politico42. Se nel periodo ellenistico compaiono formule cristallizzate e una standardizzazione culturale senza che vi sia il capitalismo a generarle, allora le valutazioni di Adorno risultano insufficienti.

Si tratta, tuttavia, nel migliore dei casi solo di una rivincita parziale. Il caso dei Tolomei smentisce Spengler, poiché l’identità era stata comunque costruita in un contesto politico deliberato. La sfida per i Tolomei era quella di affermare la città come spazio greco43. Alessandria rimase un progetto concepito a fini politici, incapace di esprimere o canalizzare un’anima. Adorno affronta ancora una volta la questione fondamentale con Spengler, ovvero il fatto che egli anteponga le idee – per quanto generate inconsciamente – alla cultura materiale e ai contesti politici. Senza di essa, l’economia politica della cultura di corte tolemaica non basta a spiegare quelle formule fossilizzate.

Owens dimostra che la pianificazione a griglia non è un fenomeno esclusivo del periodo ellenistico in poi e non è quindi semplicemente un sintomo di declino44. La descrizione che Winter fa dell’architettura e della struttura urbanistica di Pergamo costituisce un controesempio alle aspettative di Spengler su come dovrebbe apparire una grande città in quella fase storica e in quella cultura. Ma Pergamo è un caso eccezionale, mentre una città-caserma seleucide non lo è. Né Owens né Winter riescono a spiegare ciò che Spengler e Adorno descrivono insieme, ovvero la convergenza di spettacolo di massa, mercificazione politica della cultura e assenza di identità comunitaria nello stesso momento storico, in città che condividono una forma urbana fondamentale ma sono prive di un’eredità culturale organica. L’interesse di Spengler per queste città affronta qualcosa che una descrizione frammentaria delle decisioni urbanistiche e delle innovazioni architettoniche non coglie. Ma a un occhio che vede la civiltà come un destino segnato, i particolari – l’architettura di Pergamo, la creatività di Callimaco, la Biblioteca di Alessandria – sono invisibili.

3.4 Conclusione

Il capitolo 3 conferma le caratteristiche strutturali della civiltà apollinea di Spengler, pur individuando alcuni punti specifici di precisazione. La questione se la polis sia sopravvissuta o abbia cessato di esistere tra i regni e gli imperi ellenistici porta Ma e Shipley a schierarsi con Spengler riguardo alla morte di tale forma, mentre Hansen e Millar dimostrano che la polis sopravvisse ben oltre la data indicata da Spengler per la scomparsa dell’anima apollinea. Il guscio istituzionale persisteva, ma al suo interno il contenuto veniva modificato e distorto per adattarsi a nuove forme e interessi emergenti. La Seconda Tirannia di Spengler è confermata da Heckel e Bosworth, con Polibio che fornisce una visione contemporanea del cambiamento, con la precisazione che il Demetrio di Bosworth dimostrava la necessità di una legittimità relazionale oltre che di forza personale, specificando la forma piuttosto che confutare Spengler in modo categorico. Infine, il dibattito su Cosmopolis mostra che Owens e Stephens forniscono una sostanziale conferma archeologica e storico-sociale delle qualità tipicamente riscontrabili nelle città-mondo di Spengler, ma che la critica teorica a Spengler rivela direttamente i limiti e le promesse della morfologia in questa sfera particolare, sostenendo sia che Spengler sia troppo concentrato sul generale per notare il particolare, sia che Adorno, nonostante i suoi meriti, fatichi ad affrontare il motivo per cui l’Egitto tolemaico mostrasse sintomi di declino che egli avrebbe attribuito solo alle forze economiche moderne.

4 Sintesi e conclusioni

Lo schema che si ripete nei tre capitoli è costante e ricorre più o meno in questo modo: «Spengler afferma che il cielo è blu. Alcuni studiosi concordano sul fatto che il cielo sia blu. Le fonti primarie lo confermano. Ma c’è anche una parte di studiosi che sosterrebbe che, al tramonto, il cielo sia giallo, arancione e rosso; alcuni dicono anche che il cielo sia nero di notte e, occasionalmente, rosa all’alba. Nulla di tutto ciò confuta Spengler. Si tratta semplicemente di cavillare su un’affermazione generale, e la sua tesi rimane sostanzialmente intatta». È stato ripetutamente dimostrato che la morfologia culturale gode della sicurezza delle affermazioni generali, mentre trascura o assimila i particolari. Il tramonto dell’Occidente tiene conto di tali attacchi etichettando i particolari, menzionati o meno, come «incidentali» rispetto al più ampio flusso della storia fin dalle prime pagine del Volume Uno45. Adorno lo criticò in modo conciso: «[Spengler] manipola la storia nelle colonne del suo piano quinquennale come Hitler sposta le minoranze da un paese all’altro. Alla fine non rimane nulla. Tutto quadra, e ogni resistenza opposta dal concreto viene eliminata».46Il tono di Adorno è aggressivo e poco indulgente, ma nel mondo del dopoguerra rappresenta un severo monito a non ignorare gli elementi che non si adattano alla propria visione del mondo, per quanto piccoli e insignificanti possano sembrare.

Eppure Adorno apre il suo saggio rivisto in *Prismi* con queste parole: «Dimenticato, Spengler si vendica minacciando di avere ragione. Il suo oblio, proprio nel momento in cui le sue tesi trovano conferma, conferisce un carattere oggettivo all’idea minacciosa di un destino cieco che emerge dalla sua concezione».47. Adorno non respinge Spengler, ma mette in guardia dal suo utilizzo. La morfologia riesce sempre a cogliere correttamente la forma generale degli eventi, come era nelle intenzioni, ma non dovrebbe essere utilizzata in modo predittivo o assoluto. La presente tesi lo ha dimostrato analizzando nove temi distinti tratti da *Il tramonto dell’Occidente* relativi alla polis greca. È necessario approfondire l’analisi di altri temi prima di poter stabilire con certezza un modello.

1

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

2

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 408.

3

J. Ma, Antioco III e le città dell’Asia Minore occidentale (Oxford: OUP, 2000), cap. 3, p. 107.

4

G. Shipley, Il mondo greco dopo Alessandro, 323–30 a.C. (Londra: Routledge, 2000), p. 59.

5

M.H. Hansen, cap. 23, pag. 134.

6

Hansen 2006, cap. 6, p. 50.

7

Hansen 2006, cap. 6, p. 50.

8

F. Millar, «La città greca nel periodo romano», in Roma, il mondo greco e l’Oriente, vol. 3: Il mondo greco, gli ebrei e l’Oriente, a cura di H.M. Cotton e G.M. Rogers (Chapel Hill: Univ. of North Carolina Press, 2006), p. 1.

9

Millar 2006, p. 11.

10

Aristotele, Politica, 1293a–b. L’argomentazione che precede sostiene che, tra tutte le deviazioni costituzionali dalla monarchia legittima, «l’eccesso immediatamente successivo è l’oligarchia; poiché l’aristocrazia differisce molto da questo tipo di governo: quello che se ne discosta meno è la democrazia» — una sequenza che corrisponde alla classificazione morfologica delle fasi elaborata dallo stesso Spengler.

11

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

12

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

13

W. Heckel, Gli eredi di Alessandro: L’età dei successori (Chichester: Wiley-Blackwell, 2016), Epilogo, p. 200 (circa).

14

Heckel 2016, Epilogo.

15

A.B. Bosworth, L’eredità di Alessandro: politica, guerra e propaganda sotto i successori (Oxford: OUP, 2002), cap. 7, p. 246.

16

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 394.

17

Bosworth 2002, cap. 7, p. 252, citando Austin.

18

Polibio, Storie, 6.9–10, trad. E.S. Shuckburgh (Londra: Macmillan, 1889). La frase completa sul termine del ciclo recita: «dopo aver perso ogni traccia di civiltà, ha trovato ancora una volta un padrone e un despota»; l’affermazione teorica che segue è che «se un uomo ha una chiara comprensione di questi principi, potrà forse sbagliare riguardo alle date in cui questo o quello accadrà a una particolare costituzione; ma raramente si sbaglierà completamente riguardo allo stadio di crescita o di decadenza a cui essa è giunta». Si tratta di un’analisi morfologica delle forme costituzionali articolata dall’interno dello stesso mondo ellenistico.

19

H.S. Lund, Lisimaco: uno studio sulla monarchia dell’ellenismo antico(Routledge, 1992), cap. 6.

20

M. de Lisle, Agatocle di Siracusa: tiranno siciliano e re ellenistico(Oxford University Press, 2021), cap. 6.

21

De Lisle, Agatocle di Siracusa, cap. 11, pag. 289.

22

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 398.

23

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 408.

24

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 99.

25

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 101.

26

Spengler, Il declino, vol. 1, p. 101.

27

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 119.

28

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 100.

29

Stephens 2010, p. 47.

30

Stephens 2010, p. 59.

31

E.J. Owens, La città nel mondo greco e romano (Londra: Routledge, 1991), cap. 2, p. 7.

32

Owens 1991, cap. 5, pp. 79–80.

33

Stephens 2010, p. 57. Il corteo di Ptolemaia comprendeva 57.600 fanti e 23.200 cavalieri: Callixeno, in Ateneo 5.201d.

34

T.W. Adorno, «Spengler dopo il Declino», in Prismi, trad. S. e S. Weber (Cambridge, MA: MIT Press, 1967), p. 55. Il brano di Spengler citato è tratto da Declino, vol. 2, p. 102.

35

Owens 1991, cap. 3, p. 49.

36

Owens 1991, cap. 5, p. 88.

37

Stephens 2010, p. 56.

38

Stephens 2010, p. 51, che cita J.S. McKenzie, *The Architecture of Alexandria and Egypt, 300 BC to AD 700* (New Haven: Yale UP, 2007), pp. 33–34, 121–145.

39

T.W. Adorno, «Spengler oggi», Studies in Philosophy and Social Science 9.2 (1941), pp. 320–321. Cfr. Prisms (1967), p. 61: «La sua intera visione della storia è misurata dall’ideale del dominio».

40

J. Rowlandson, «Città e campagna nell’Egitto tolemaico», in A Companion to the Hellenistic World, a cura di A. Erskine (Oxford: Wiley-Blackwell, 2005), p. 251.

41

Theodor W. Adorno, «Spengler dopo il declino», in Prismi, pp. 57–58.

42

Susan Stephens, «L’Alessandria tolemaica», in J. Clauss e M. Cuypers (a cura di), Manuale di letteratura ellenistica(Blackwell, 2010), pp. 55–56, 57.

43

Stephens, «L’Alessandria tolemaica», p. 56.

44

E.J. Owens, La città nel mondo greco-romano, cap. 3, pag. 49.

45

Spengler, Il declino, vol. 1, pag. 138.

46

Adorno, «Spengler oggi», p. 314.

47

Adorno, Prismi (1967), p. 53. Cfr. la versione del 1941, p. 306.


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Come la sinistra indottrina i giovani_di Spenglarian Perspective

Come la sinistra indottrina i giovani

spenglarian perspective6 aprile
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Vorrei scrivere un post originale su un argomento che mi frulla in testa da dieci anni. Sono uno studente. Frequento il terzo anno in un’università del Russell Group e a breve terminerò la mia tesi. Ho seguito la mia ultima lezione prima della pausa pasquale, che verteva sulle interpretazioni gesuite del confucianesimo. Ora mi restano tre compiti da consegnare, inclusa la tesi, prima di poter ufficialmente concludere il mio percorso di studi e iniziare a cercare lavoro. Questo significa che si è chiuso un capitolo della mia vita e, ripensandoci e riflettendo sul suo significato in chiave goethiana, mi rendo conto di come il sistema educativo abbia influenzato la mia generazione nella formazione della sua coscienza politica.

Il mio risveglio politico è avvenuto nel 2016, quando avevo 12 anni e ho iniziato le scuole medie. A quanto pare, molte persone, dal 2020, hanno compiuto lo stesso percorso, passando da posizioni moderate a posizioni dissidenti, con un ritardo di soli cinque anni rispetto al mio. Il mio risveglio è stato semplice: ho capito come i media rappresentavano Trump e la Brexit rispetto a come apparivano intuitivamente a me e, a quanto pare, a chi aveva votato a favore. Forse ora possiamo guardare a queste due questioni con maggiore consapevolezza, ma all’epoca era un groviglio così complesso da richiedere anni per capire cosa stesse succedendo in politica. Perché stava accadendo? Qual era l’ideologia migliore? Contava davvero? Chi comandava? Come si gestisce questa consapevolezza quando tutti intorno a te erano più preoccupati di cose più “sane” per i ragazzi tra gli 11 e i 16 anni, come la musica pop, le giornate senza uniforme e i buoni voti? Queste erano solo alcune delle domande a cui ho dovuto rispondere completamente da solo, fatta eccezione, ovviamente, per il gruppo di YouTuber che si contendevano la mia attenzione ogni giorno.

Avendo sviluppato una certa consapevolezza delle falsità politiche fin da giovanissimo, ero perfettamente consapevole di ogni volta che un insegnante diceva qualcosa di altamente sospetto, o quando percepivo che stava accadendo qualcosa che avrebbe lasciato un segno indelebile nella mia classe. Sapevo, grazie ai discorsi di Ben Shapiro e Milo Yiannopoulos a Berkeley, che il risultato di tutto ciò avrebbe potuto essere la presenza di centinaia di teppisti antifascisti in rivolta, ma non sapevo come i miei compagni di classe potessero arrivare a quel livello di estremismo. Ora, però, con un po’ di esperienza diretta, posso affermare con certezza che una mia teoria di quando avevo 14 anni si è rivelata più o meno vera riguardo a come il sistema scolastico “indottrina” ogni generazione di studenti.

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Ricordo che alle elementari (dai 4 agli 11 anni per i lettori americani), in sesta elementare, tutta la mia classe fu radunata nell’aula di informatica per ascoltare una signora giamaicana che parlava di suo padre, un membro della generazione Windrush, e delle sue lotte in Gran Bretagna contro il razzismo quotidiano. Non era la prima volta che sentivamo parlare di discriminazione razziale. L’anno precedente, avevamo studiato Nelson Mandela e il ruolo che aveva avuto nella fine dell’apartheid in Sudafrica. Non credo che a me o a nessun altro fosse ancora venuto in mente che ci fosse una dimensione razziale in tutto questo, quindi solo la parola “apartheid” era stata inserita nella mia mente come un’associazione di sensazioni negative. Ma durante la presentazione di questa signora, e nel video che abbiamo visto in seguito, è stato allora che ho capito il problema. Anche se non ricordo molto, un’immagine che mi è rimasta impressa è quella del cartello nella vetrina di una casa o di un negozio con la scritta “VIETATO L’INGRESSO A IRLANDESI, NERI E CANI”. Mi è sembrato un gesto calibrato, perché, pur non comprendendo il razzismo, anch’io avevo un cane. Perché la persona che ha affisso il cartello non sopporta Gracie? Se non le piace Gracie, e sbaglia, non si sbaglierebbe anche riguardo agli irlandesi e alle persone di colore?

Non credo di aver imparato nulla alle elementari che non sia stato riproposto alle medie. Spesso, un argomento appreso in prima media veniva ripreso solo in seconda o terza media, quindi lo scopo delle elementari non era certo quello di fornirci una formazione intellettuale che andasse oltre alcuni punti di riferimento. Ciò che ricordo delle elementari sono le lezioni di morale. La cura, la condivisione, l’equità, l’obbedienza agli insegnanti e una serie di altri istinti materni prepuberali venivano inculcati come valori culturali. Alle elementari si imparava a guardare da entrambe le parti prima di attraversare la strada, a non parlare con gli sconosciuti e a navigare in sicurezza su internet. La scuola fungeva sia da soluzione per le madri oberate di lavoro, sia da introduzione al contratto sociale. Ma poiché i bambini a quest’età non pensano in modo critico, è fondamentale trasmettere loro una gamma di emozioni e valori ponderati che potranno essere approfonditi in seguito.

È tutto naturale. Non credo ci fosse una cricca di insegnanti che complottava per indottrinare i giovani, e data la delicatezza di questa fase scolastica, è ragionevole supporre che si trattasse, nella peggiore delle ipotesi, di qualcosa di innocuo, un’imitazione della cultura circostante. Ma ha comunque raggiunto il suo scopo.

La scuola secondaria è stata la scuola in cui i nostri valori morali sono stati applicati e hanno acquisito sostanza. Come parte della ricerca per questo saggio, ho ripreso in mano i miei vecchi lavori scolastici e ho trovato alcune date interessanti. In prima media (2015-2016), la nostra lezione di educazione civica ci ha insegnato i cinque valori britannici secondo il Ministero dell’Istruzione. Penso ora che, se “britannico” e “valori” devono essere definiti e numerati, allora sarebbe più logico che a definirli e numerarli fosse stato qualcuno con un secondo fine. Questo vale soprattutto per “tolleranza”, un termine che ha permesso all’anno di passare senza soluzione di continuità alle discussioni sulla diversità.

Il 7 gennaio 2016 abbiamo iniziato a studiare la diversità in Gran Bretagna e l’importanza del multiculturalismo come aspetto fondamentale della società britannica. Il 10 marzo ho trovato un foglio con le ondate migratorie in Gran Bretagna , dove dovevo datare e intitolare ciascuna ondata, a partire dai Romani fino agli immigrati pakistani e caraibici degli anni ’50. Il 17 marzo la mia insegnante mi ha dato un feedback su un tema che non avevo finito, riguardante la definizione dell’identità britannica. Era dispiaciuta che non l’avessi completato e che non avessi inserito parole chiave nel mio paragrafo. Mi ha chiesto quale fosse stato il contributo dell’immigrazione al Regno Unito. Ho risposto senza mezzi termini: “Hanno avuto un impatto sulla vita attraverso l’occupazione, dato che oggi ci sono più immigrati che ci rubano il lavoro rispetto a 50 anni fa”. Le parole chiave erano piuttosto comuni alle scuole superiori perché spesso determinavano il voto, dimostrando la conoscenza dell’argomento trattato. Queste parole chiave mi davano fastidio perché sapevo che stavo semplicemente memorizzando informazioni da riversare su un foglio d’esame, per poi dimenticarle una volta uscito dall’aula. Lo scopo era quello di allenare il cervello a riconoscere segnali specifici da utilizzare come punti di riferimento per tutti gli altri dati. Forse non era così male come pensavo, forse ero solo pigro, ma ripensandoci, quando ti ritrovi con parole chiave come diversità, multiculturalismo e tolleranza impresse nella mente, questo serve a dare un nome ad alcune delle intuizioni morali che ti sono state inculcate.

Questo ha reso gli anni successivi più facili da affrontare. La penultima lezione di geografia dell’ottavo anno riguardava la crisi migratoria. A quel punto, Trump era già in carica e io seguivo la politica con la dovuta attenzione, quindi riuscii a notare l’atmosfera in classe durante le discussioni. Lo odiavano, rimpiangevano Obama e volevano aiutare i rifugiati. Mi lamentai con un amico dopo la lezione. Non sapevano chi fosse Obama, ma sapevano che era meglio di Trump. Ragazzi intelligenti, vero?

È stato durante il corso di inglese del nono anno che abbiamo iniziato a studiare “An Inspector Calls”. È un’opera teatrale ormai famosa perché sembra che tutti in tutto il paese debbano conoscerla. Ogni anno, in vista degli esami GCSE, vedo sempre più persone parlare di Eva Smith, Sheila Birling e dell’arroganza del signor Birling riguardo al fatto che il Titanic non sia affondato e che la Germania non volesse la guerra con la Gran Bretagna. L’opera è stata scritta da J.B. Priestley, un drammaturgo socialista “esuberante” che, nonostante la sua rappresentazione negativa delle vicende in “An Inspector Calls”, si macchiava egli stesso di molteplici colpe. Un uomo moralmente integerrimo, certo, che ha prodotto materiale perfetto da insegnare ai quattordicenni. Alcuni dei temi di “An Inspector Calls” includevano il femminismo e, naturalmente, il socialismo, con il trattamento ingiusto riservato alle donne e alle classi inferiori come principali conseguenze per Eva Smith, costretta a subire le angherie di ciascun membro della famiglia Birling in un modo o nell’altro.

La nostra insegnante di inglese, che rimase incinta proprio quell’anno, in diverse occasioni usò le proprie opinioni come punto di riferimento per definire cosa fossero il femminismo e il socialismo. Il “femminismo della terza ondata” era di gran moda nella guerra culturale pre-2020, e lei disse alla sua classe di inglese più avanzata di essere femminista perché voleva che le donne fossero pagate allo stesso modo degli uomini, e socialista perché credeva nella sacralità del Servizio Sanitario Nazionale. Quell’anno, durante la lezione di tessile, la nostra insegnante disse a un gruppo di ragazze sedute accanto a me che avrebbero dovuto votare laburista perché avrebbero potuto andare all’università gratis, come aveva fatto lei. Questo è solo ciò che ho visto, e senza dubbio la stessa cosa accadeva anche negli altri gruppi. Lamentarsi non servirebbe a nulla, ma è illegale esprimere le proprie opinioni politiche agli studenti. D’altronde, anche in terza media, l’assurdità di imporre questa regola era evidente, soprattutto quando il governo pubblica materiale informativo che implicitamente invita gli insegnanti a fare proprio questo. Ma non stavano convincendo nessuno del loro punto di vista; Stavano semplicemente ampliando le possibilità di pensiero all’interno del paradigma già stabilito per ragazzi e ragazze di quell’età. Era un atteggiamento ipocrita, perché tutti vendono le proprie convinzioni con i regali e non con le richieste , ma nessuno li avrebbe ritenuti responsabili.

Avevo una sorta di timore generale riguardo alle mie opinioni, temevo che esprimerle troppo apertamente mi avrebbe portato a delle conseguenze negative, ma nel decimo anno (2018-2019) questi timori si sono sostanzialmente dissipati.

Ho scritto un tema per l’esame di cittadinanza sull’opportunità o meno dell’immigrazione dall’UE per il Regno Unito. Dovevo argomentare su entrambi i punti di vista, quindi ho menzionato superficialmente il calo dei tassi di natalità e della domanda economica, per poi concentrarmi sulla Grande Sostituzione e sulla balcanizzazione etnica nella seconda parte. La mia insegnante è rimasta talmente colpita dalla mia analisi da inoltrarla al preside, che a sua volta ne è rimasto molto impressionato.

Piccola verifica: l’Ajax insediò lo Scià, che fu poi rovesciato nel 1979 per creare la Repubblica islamica indipendente.

Anche la mia insegnante di inglese di quell’estate rimase altrettanto colpita da un discorso che feci su Trump, il quale sosteneva che non avesse fatto nulla per il movimento MAGA, pur fomentando la guerra con l’Iran. Sebbene gli insegnanti avessero opinioni ben precise, a meno che non si facessero letteralmente saluti nazisti (un episodio a parte accaduto in terza media), non si veniva puniti per le proprie convinzioni. C’era semplicemente l’implicazione di una punizione attraverso il giudizio sociale.

Al terzo anno di liceo, però, gli effetti erano già visibili su alcuni studenti. Vedevo su Instagram alcune ragazze che conoscevo condividere infografiche sulle loro storie riguardanti l’oppressione delle donne e l’attivismo climatico. C’era una ragazza nella mia classe di inglese e di educazione civica, che chiameremo Samantha, che ebbe un episodio in cui chiese a tutte le insegnanti donne se trovassero il termine “signorina” umiliante, dato che i professori uomini venivano chiamati “signore”. All’epoca, lo vidi come una fase di sperimentazione di sinistra radicale. Il mio nuovo insegnante di educazione civica assecondò i suoi impulsi, ma alla mia insegnante di inglese non importava particolarmente come venisse chiamata. Ricordo che in quell’anno temevo un po’ il futuro. Date le mie opinioni e la presunta traiettoria di quelle degli altri, era probabile che avrei perso alcuni amici in un futuro non troppo lontano, se avessero messo a confronto le mie idee politiche con la persona che conoscevano. Anche se questo non sarebbe accaduto subito, il liceo fu l’ultima volta in cui sentii che la politica non importava ai miei coetanei.

Tutto questo culminò nel giugno del 2020. L’anno terminò il 20 marzo con una settimana di preavviso, e la quarantena costrinse tutti a rimanere su internet mentre fuori imperversava il caos. Tutte quelle ragazze bianche preoccupate per il femminismo passarono da un giorno all’altro a quadrati neri e infografiche di BLM. Il 2 giugno , pubblicai il mio post su Instagram. Osai essere l’unica persona che conoscevo a dichiararmi apertamente contraria, senza dovermi preoccupare delle conseguenze il giorno dopo. Avevo passato gli ultimi due anni a occuparmi di questioni razziali, tra cui razzismo e criminalità, e pensavo di non poter essere più preparata a qualsiasi critica.

Nei commenti era presente una seconda parte, con 22 risposte, ma a quanto pare sono state cancellate e non riesco ad accedervi.

Tutte quelle ragazze che avevano espresso il loro sostegno alle proteste avevano messo “mi piace” al mio post. Presumibilmente senza leggerne una sola parola. Devono aver dato per scontato che ciò che avevo scritto dopo il pulsante “LEGGI DI PIÙ” avrebbe confermato le loro opinioni, rendendo superfluo lo sforzo di leggerlo. Alcune amiche intime l’hanno letto, ma sapevano già come ero fatta, quindi non è stata una sfida. Solo un mese dopo qualcuno della mia classe si è preso la briga di leggerlo, e nel giro di 24 ore ci siamo scambiati circa 22 commenti tra me e quattro ragazze nere della mia classe, tutte molto arrabbiate. Per la maggior parte degli adolescenti, soprattutto per le ragazze, la politica è solo un modo per seguire la moda del momento, un modo per segnalare l’integrazione sociale senza alcuna riflessione critica sull’origine di queste convinzioni o sul loro effetto. In un’epoca precedente, queste opinioni potevano essere un po’ più sensate, ma nella nostra significavano applaudire e difendere l’anarchia.

L’anno successivo, andai all’università. Ero in un gruppo di tutoraggio con Samantha e un altro nostro compagno, che chiameremo Michael. Michael era amico di Samantha e sostanzialmente era d’accordo con lei su tutto, il che, secondo la mia valutazione delle scuole superiori, lo rendeva un liberale di sinistra. La nostra tutor, una donna di nome Gemma, era un’ex avvocata che insegnava diritto e gestiva il club di dibattito, attività a cui partecipavo anch’io. Una o due settimane dopo l’inizio dell’anno, ogni gruppo di tutoraggio doveva presentare una relazione obbligatoria sul movimento Black Lives Matter e sulle proteste per George Floyd. Gemma diede una scorsa alla presentazione, la chiuse e suggerì di fare invece una discussione “aperta” sull’argomento. Tre ragazzi, tra cui Michael, iniziarono a discutere con Gemma sulla questione, ma partendo dalla posizione, tollerata, del movimento “All Lives Matter”. Gemma era molto più abile di loro nell’oratoria e li umiliò in brevissimo tempo. Ho provato a difendermi, ma sono stato colto impreparato dalla sua abilità nel distorcere le mie parole contro di me, tanto che anche se avessi vinto la discussione con dati concreti, sarei apparso come un razzista professionista di fronte alla classe, anziché semplicemente razzista, e non avevo alcuna intenzione di diventare il suo bersaglio per il resto dell’anno. Curiosamente, le ragazze, Samantha inclusa, hanno aspettato pazientemente che la discussione si placasse prima di aprire bocca e dichiarare la propria posizione a sostegno di Gemma. Quanto a Michael, per il resto dell’anno, Gemma gli ha spesso ricordato il suo fallimento nel controbattere, chiedendogli: “Ti ricordi quando eri razzista durante il nostro seminario?”. Glielo ha persino chiesto durante la lezione di diritto, dove persone che non avevano assistito all’accaduto sono state coinvolte. Gemma si è appellata alla mia versione dei fatti di quella lezione, e io l’ho pateticamente difeso sostenendo che si era schierato dalla parte di chi giudicava gli individui, solo per sentirmi rispondere con un sarcastico “Ah, beh, anche tu eri razzista comunque”. In una di queste occasioni, Michael tentò di difendere nuovamente la sua posizione, e Samantha si rivolse a lui dichiarando apertamente: “Ovviamente pensiamo che tutte le vite contino, ma crediamo che alle vite dei neri non sia stata data la priorità che avrebbero dovuto”.

A quel punto, sembrava che qualsiasi plausibile scusa dietro cui gli insegnanti potessero nascondersi non fosse più un problema. Un insegnante poteva discutere ferocemente e bullizzare i propri studenti per umiliare non solo loro stessi, ma chiunque in classe potesse pensarla come lui. Se la scuola elementare ti insegnava un vago senso della moralità e della condotta corretta, e la scuola secondaria plasmava inconsciamente queste idee in opinioni politiche, l’università era il luogo in cui ogni dubbio veniva estinto dagli ” implementatori” , insegnanti addestrati a imporre la propria visione del mondo agli studenti. La cosa sconcertante di tutto ciò era che nelle vere aule di scienze politiche, di tutto questo ce n’era ben poco. La mia insegnante di scienze politiche (e di storia) sembrava essere poco preparata su cosa rappresentassero realmente le ideologie politiche, cosa che divenne evidente quando, durante la nostra prima lezione, esplorammo la bussola politica e lei concluse: “Il comunismo è quando tutti sono uguali, il liberalismo è quando fai quello che vuoi, e il fascismo è quando ognuno pensa a sé stesso”. Credo che Nietzsche sia stato citato in relazione all’ultima.

Dopo quell’anno, ho abbandonato gli studi di Storia, Politica e Diritto al liceo per dedicarmi al BTEC di Informatica con i miei amici. La politica non viene realmente recepita a livello intellettuale nel sistema scolastico, perché quale diciassettenne sa chi siano Marx, Locke o Gentile? La politica viene recepita a livello emotivo e si cristallizza lentamente in opinioni politiche derivanti da posizioni di fede mantenute fin dalla più tenera età, tanto che la maggior parte delle persone ha dimenticato da dove provenga quella fede.

Poco prima di Natale del 2021, ho iniziato questo blog. Più o meno nello stesso periodo, ho conosciuto una persona nel settore informatico che chiameremo David. David è diventato un ottimo e intimo amico, probabilmente il mio migliore, per una ragione alquanto inaspettata: una discussione sulla politica. Era palesemente di sinistra, la sua ragazza a quanto pare lo era ancora di più, e si interessò alle mie idee perché non aveva mai incontrato nessuno che la pensasse come me. Non ero solo di destra, ero anche intelligente e istruito (senza voler sembrare presuntuoso), e le mie riflessioni su storia e politica non erano semplici intuizioni, ma frutto di circa sei anni di studi in vari ambiti, dalla scienza alla filosofia, dai dati sulla criminalità e così via. Abbiamo discusso delle nostre convinzioni fondamentali e abbiamo scoperto che, se non per i valori sociali, avevamo opinioni molto simili sulle élite e sul populismo. Dopo circa un anno di amicizia, David mi disse persino che inizialmente mi considerava stupido, ma che stava iniziando a rispettare le mie posizioni e persino ad avvicinarsi a me politicamente. Oltre alla politica, la nostra amicizia si fondava principalmente su personalità e abitudini comuni, sul senso dell’umorismo e sui videogiochi, il che significa che avevamo molto di più da apprezzare l’uno dell’altro oltre alla semplice politica.

Poi però sono andato all’università dall’altra parte del paese, mentre lui è rimasto nella sua città natale a studiare informatica con il resto dei miei amici. Lui ha conosciuto altre persone, io altre, e siamo rimasti in contatto principalmente tramite Discord, incontrandoci ogni tanto per giocare a Destiny o Nightreign.

Credo che l’università in sé abbia una reputazione ingiustificatamente negativa. È anche l’unico bersaglio dell’indottrinamento ideologico quando se ne parla. Si vedono studenti di Berkeley che si ribellano quando Ben Shapiro tiene una conferenza, o studenti che protestano contro Jordan Peterson perché si rifiuta di usare i pronomi che preferiscono, oppure si vedono immagini del prima e del dopo di alcuni studenti che, da innocenti ragazzini, si trasformano in comparse di Mad Max durante il loro percorso universitario, e poi si dà la colpa all’istituzione stessa. La realtà è che le università sono solitamente molto lontane da tutto questo. Un titolo di giornale può riportare qualche scandalo che coinvolge del personale, ma per gli studenti stessi non influisce sul loro apprendimento. Gli studenti prendono le peggiori idee principalmente da altri studenti. Almeno nella mia università, le attività sociali e le associazioni sono gestite interamente da studenti che, per la maggior parte, sono politicamente neutrali.

L’università, tuttavia, conferisce maggiore rigore intellettuale a concetti che fino a quel momento erano stati compresi solo vagamente. Una buona università ti darà accesso a docenti e professori che hanno effettivamente studiato gli argomenti che devi approfondire. In un modulo di storia, potrebbero esserci alcune lezioni sulle donne, sulla schiavitù, sulla razza e sulla nazionalità, ma rientreranno pienamente nell’ambito del titolo della lezione, che a sua volta rientra nell’ambito del modulo che hai scelto e della materia per cui stai pagando. Non dovrai più stare seduto nella stessa aula per sei ore al giorno come nelle fasi precedenti del tuo percorso di studi, il che significa che i docenti hanno tempi ristretti per parlarti di tutto ciò che devi sapere e non perdono praticamente tempo su argomenti arbitrari come le tue opinioni politiche.

In sostanza, quando uno studente arriva all’università, gli vengono forniti solo gli strumenti per ampliare liberamente le proprie conoscenze sui temi di suo interesse. Molti studenti arrivano con un orientamento pregresso fortemente progressista, e quindi l’università lo agevola. Spesso ho citato Spengler nei miei elaborati e non mi sono mai sentito penalizzato per questo. Se lo fossi stato, di certo non avrei scritto una tesi su di lui. Più spesso, venivo valutato in base alla qualità della mia analisi e all’efficacia della mia comunicazione, piuttosto che al punto specifico che volevo sostenere.

Molti degli elementi che potrebbero indurti a posizioni più di sinistra non dovrebbero essere interpretati come tali. Quest’anno ho appreso che ci sono problemi metodologici nel discutere la filosofia e la teologia azteca, perché quando Hernán Cortés conquistò l’impero azteco, gran parte del suo sapere andò distrutto, non deliberatamente, sia chiaro, ma perché gli spagnoli non riconobbero lo stile di scrittura pittografica azteca (essenzialmente geroglifici) come qualcosa di più di una rozza forma d’arte. Pertanto, le nostre fonti più attendibili sul pensiero azteco provengono da documenti come il Codice fiorentino, opera di europei interessati a documentarlo, e non dalla cultura azteca stessa, ormai estinta. Si tratta di informazioni neutre e fattuali, ma a seconda delle proprie convinzioni morali, possono essere facilmente fraintese come un grave crimine commesso dalla civiltà occidentale, anche se Inghilterra, Germania e Francia non avevano la minima idea di cosa stesse accadendo nel Nuovo Mondo a quel punto. I danni al Nuovo Mondo furono causati da uomini occidentali , ma, lontani dalle decisioni ufficiali e ponderate degli stati occidentali, i conquistadores erano in gran parte composti da opportunisti senza classe. Questo approccio è applicabile a molti aspetti dell’istruzione superiore, dove si è incoraggiati a formare nuove opinioni e a difenderle.

Questo non significa che l’università sia un luogo tranquillo e apolitico, privo di qualsiasi forma di attivismo. Durante il mio primo anno, c’era un accampamento pro-Palestina nel campo sportivo in centro città, proprio di fronte all’aula magna della nostra associazione studentesca. Nello stesso semestre, era previsto un dibattito dal titolo “Questa assemblea ritiene che la Palestina sia il più grande ostacolo alla pace”. Questi dibattiti sono strutturati in modo tale che ci siano tre o quattro sostenitori e tre o quattro oppositori, ma il titolo è bastato a scatenare un’enorme protesta che ha portato alla violenta interruzione dell’evento la sera stessa, costringendo la polizia a intervenire per proteggere gli studenti rimasti intrappolati all’interno dell’edificio. La stessa cosa è quasi successa quando Richard Tice ha tenuto un discorso nello stesso edificio il semestre successivo, ma dopo alcune urla per sovrastare la voce di Tice, i manifestanti si sono calmati e se ne sono andati. Ci sono sicuramente persone attive nella mia università, ma non credo sia corretto considerarle semplicemente un prodotto dell’ambiente universitario. La loro psicologia è principalmente il frutto delle prime tre istituzioni, mentre la quarta fornisce loro solo gli strumenti per articolare la propria visione del mondo e perseguirla insieme ai compatrioti.

E che dire di David? Non ha frequentato una grande università come me; ha invece studiato in un ateneo locale. Nei tre anni trascorsi dall’ultima volta che ho seguito le sue lezioni, è tornato alle sue convinzioni di base. Questo è culminato in un’altra discussione sulle mie idee fondamentali, qualche settimana fa, in cui mi ha accusato di essere stagnante, immutabile, regressiva e fragile; personalmente, credo che il termine che cercava fosse “coerente” . Dopo una bizzarra digressione in cui ha negato lo scandalo degli abusi sessuali di Rotherham “perché se fosse stato così grave come dici, i media d’élite ne avrebbero parlato in continuazione”, ha insinuato che se fossi stato più attivo in politica mi avrebbe definito apertamente un fascista, alludendo fortemente alla violenza, ed evitando alcune critiche fondamentali alla sinistra, ha dichiarato con audacia che non potevamo più essere amici perché le mie opinioni erano troppo piene di odio perché lui o i suoi amici potessero tollerarle, e poi ha proceduto a cancellare completamente la mia esistenza dai suoi social media. Considerata la nostra amicizia di cinque anni, nonostante le divergenze, questa cosa mi ha colto completamente di sorpresa. Ma più ci riflettevo, più dovevo accettarla come conseguenza di circostanze che per lui erano ormai consolidate da tempo.

In “Collore narrativo e cesarismo” ho affermato che i nazionalisti incarnano essenzialmente la paura dello stato di natura per l’ordine mondiale liberale e i suoi componenti. L’arma definitiva di questo ordine mondiale era l’informazione, e l’istruzione ne era una sottocategoria. La propaganda educativa non funziona come nei film; la bellezza della catena di montaggio della sinistra sta nel fatto che sembra essere ideata individualmente e spontaneamente, grazie alla sua sottigliezza e inconsapevolezza. Fin dalla prima infanzia, hanno creduto in versioni meno raffinate di ciò in cui credono ora, quindi qualsiasi cosa al di fuori di questo paradigma porta con sé connotazioni di malvagità e caos di livello quasi religioso. Ciò che è ancora meno compreso di tutta questa traiettoria è che, dopo la scuola secondaria, coloro che non desiderano proseguire gli studi universitari si ritrovano a ricoprire ruoli e lavori insignificanti nella società, mentre i più brillanti vengono premiati con il raggiungimento di posizioni sempre più elevate nel mondo dell’istruzione. Questi uomini e queste donne sono solitamente i più propensi a seguire la propria morale fino alle sue logiche conseguenze, sotto forma di soluzioni politiche, visioni del mondo coerenti e azioni concrete; ciò significa che l’élite dell’élite ha un’alta probabilità di possedere una qualche variante del processo di 17 anni che ho documentato qui. E coloro che non appartengono all’élite dell’élite sono liberi di diventare insegnanti e ripetere il ciclo con la generazione successiva.

Potrei concludere con una riflessione in stile Spengler, dopotutto Spengler ha affermato che l’istruzione di massa è un’estensione del sistema mediatico, ma non è affatto necessario, dato che il concetto è autoesplicativo. Non posso affermare con certezza che si tratti di un fenomeno universale; sarebbero necessarie ulteriori testimonianze personali sul sistema educativo, ma questo processo è presente e osservabile da quando ho sviluppato una coscienza politica. Ora che sto per terminare l’università, ho pensato che fosse giunto il momento di condividerlo anche con voi.

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Pensare in termini di denaro_di Spenglarian Perspective

Pensare in termini di denaro

Spenglarian Perspective 5 marzo
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Aureus e Denari romani (I – II secolo d.C. circa)

Tendiamo a pensare al denaro come a qualcosa che usiamo: uno strumento, un mezzo, un mezzo di scambio. Il dibattito su cosa sia il denaro si riduce solitamente a ciò che lo sostiene: oro, autorità statale o fiducia collettiva. Ma il punto di Spengler è che questa domanda non coglie il punto. Il denaro non è una cosa. È un modo di pensare .

Quando economisti o politici discutono di politica monetaria, discutono all’interno del pensiero monetario della loro civiltà. Non possono uscirne più di quanto un uomo possa discutere di linguaggio senza usare il linguaggio. La vera domanda è come emerge questo tipo di pensiero e come si manifesta quando assume una forma diversa in una cultura diversa.

Nei primi periodi della vita economica di una Cultura, non esisteva un pensiero monetario perché non c’era nulla da astrarre. La mucca di un contadino è la sua mucca; è un particolare essere vivente legato alla sua particolare vita. Quando la scambia, non sta valutando il suo prezzo in base a uno standard astratto; sta formulando un giudizio sentito su una cosa rispetto a un’altra, in un momento specifico, per un bisogno specifico. Non esiste un “valore” oggettivo indipendente dallo scambio stesso.

Questo cambia quando il mercato diventa la città. L’uomo urbano non produce. È distaccato dalla terra e dai beni che gli passano per le mani. Non vive con essi; li guarda dall’esterno e ne calcola il valore per la sua vita. E in quel momento di distacco, i beni diventano merci , lo scambio diventa fatturato, e il pensare in termini di beni diventa pensare in termini di denaro .

Il denaro corrisponde a un numero astratto. Entrambi sono del tutto inorganici. Laddove la qualità dei beni contava – questa mucca, quel campo, questi strumenti – chi pensa al denaro riduce tutto a quantità. La mucca non è più se stessa. È un quanto numerico di valore che in quel momento ha la forma di una mucca.

Ne consegue che il denaro non è la moneta o la banconota. Questi sono solo simboli della forma di pensiero sottostante, allo stesso modo in cui un numero scritto è un simbolo del concetto matematico. Spengler scrive che è un errore di tutte le moderne teorie monetarie partire dal mezzo di pagamento piuttosto che dalla forma del pensiero economico . Marchi e dollari non sono denaro più di quanto metri e grammi siano forze.

Ciò ha conseguenze sul modo in cui interpretiamo la storia economica nelle diverse culture. Ogni cultura avanzata produce un diverso simbolo monetario che esprime il proprio principio di valutazione. Il deben egizio era una misura di scambio, ma non un mezzo di pagamento. La banconota occidentale è un mezzo, ma non una misura. E la moneta classica era entrambe le cose, ma in un modo che ha senso solo se si comprende quale fosse il senso del mondo nell’epoca classica.

Il mondo greco e romano concepiva ogni cosa come un corpo nello spazio. L’uomo era un corpo tra i corpi. La Polis era un corpo di ordine superiore. E il denaro, di conseguenza, era anch’esso un corpo. Una moneta, un bellissimo peso metallico dalla forma impressa, fisicamente presente e tangibile. Questo è ciò che Spengler chiama denaro apollineo : il denaro come grandezza . La sua comparsa intorno al 650 a.C. non fu una comodità economica. Era culturalmente specifico come il tempio dorico o la statua a sé stante: un modo particolare di rendere il valore visibile e corporeo.

Il denaro faustiano – il denaro della cultura occidentale – è l’opposto. Non ha corpo. È credito, valore contabile ed energia finanziaria. Non sta in mano; si muove attraverso i sistemi, si estende attraverso lo spazio e il tempo, trasforma fiumi, giacimenti carboniferi e intere popolazioni in quantità astratte di capitale. Laddove la moneta apollinea era un oggetto dalla forma fissa, il denaro faustiano è una funzione , sempre protesa verso l’infinito.

Ecco perché, insiste Spengler, non possiamo realmente tradurre l’idea di denaro di una Cultura nei termini di un’altra. L’attività bancaria di Babilonia, la contabilità della Cina, il capitalismo dei Parsi e degli Arabi, non sono variazioni di un unico concetto universale. Sono espressioni di orientamenti metafisici completamente diversi, ognuno dei quali ha senso solo all’interno della vita della Cultura che li ha prodotti.

La storia economica di ogni cultura è attraversata da un conflitto tra due forze opposte. Da una parte c’è la terra, il contadino, il possesso che è cresciuto con la famiglia, la terra che non è capitale ma vita . Dall’altra, il pensiero monetario mira sempre alla mobilitazione : a staccare il valore dalla terra, a rendere tutto fluido, a convertire il possesso in risorsa. Quando il denaro si impossessa della terra, non la distrugge; si insinua nel pensiero di chi la possiede, finché la proprietà ereditata inizia a sembrare semplicemente una risorsa investita nella terra, e quindi mobile in linea di principio. L’agricoltore diventa qualcuno il cui rapporto con il suo campo è puramente pratico.

Al termine di questo processo, il denaro non è più solo un fatto economico. È la forma in cui si concentra il potere politico, sociale e creativo. L’intelletto raggiunge il trono solo quando il denaro ve lo colloca. La democrazia è l’equazione compiuta tra denaro e potere politico.

L’anima monetaria di una civiltà è, in fin dei conti, lo specchio delle sue più profonde convinzioni sul mondo.

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Crollo narrativo e cesarismo_di Spenglarian Perspective

Crollo narrativo e cesarismo

Sperimentare uno stile di scrittura più dinamico

spenglarian perspective4 febbraio
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La morte di Cicerone a Roma (2005 – 2007)

Il giorno di Natale dell’anno 800 d.C., Papa Leone III incoronò Carlo Magno “Imperatore dei Romani” nella Basilica di San Pietro, gettando le basi di quello che sarebbe diventato il Sacro Romano Impero. La ragione di ciò era la reciproca dipendenza; Carlo Magno non aveva un titolo definitivo che legittimasse le sue pretese su gran parte dell’Europa occidentale, e il Papa aveva bisogno di protezione dopo essere stato sul punto di essere privato del suo seggio. Fu quindi stipulato un patto: la Chiesa avrebbe ricevuto protezione dal re dei Franchi e il Papa avrebbe fatto di Carlo Magno e del suo impero i protettori terreni della Chiesa. Questo fu il seme che alla fine fiorì nella cultura faustiana.

Ma questo non fu un evento unico o insolito per culture complesse. In Grecia, i culti omerici davano legittimità agli oligarchi della polis. In Cina, le dinastie Shang e Chou erano i ponti spirituali tra cielo e terra. Nella battaglia di Ponte Milvio, Eusebio ci racconta che Costantino ricevette un sogno in cui gli veniva ordinato di apporre le lettere “χ” e “ρ” sugli scudi del suo esercito se voleva vincere; così facendo, divenne il primo imperatore cristiano.

Il mondo politico è governato dai fatti . I fatti sono momentanei e vengono soppesati in base al loro valore come opportunità da cogliere. Uno più uno non ha valore per un politico a meno che non tragga beneficio dal dichiararlo. Ma il mondo spirituale, che è il precursore di ogni scienza, filosofia e matematica di crescente rigore intellettuale, è governato dalle Verità . Le verità vengono soppesate in base al fatto che siano immutabilmente corrette o meno, qualunque cosa ciò significhi da cultura a cultura.

Spengler è fermamente convinto che le verità non esistano in politica. Quando esistono, sono resistenze nel flusso delle operazioni. Tutta la politica è una forma di guerra, dall’aula di dibattito al campo di battaglia, quindi se uno si attiene ai propri principi perché sono “giusti”, mentre l’altro li tradisce perché vincerà, allora naturalmente quest’ultimo sconfiggerà il primo nella maggior parte dei casi. A volte questo può essere evitato se il primo è più forte, ma qui sta l’ammissione che le verità sono un lusso quando la gestione della forza e del potere è il vero linguaggio del mondo.

Ma un uomo che infrange tutte le leggi e tradisce tutti i giuramenti è un uomo di cui non ci si può fidare. Pensa solo a se stesso e ai suoi simili, se ce ne sono, e quindi la fine naturale di un uomo del genere è essere ucciso dagli uomini che aliena. L’iterazione occidentale di questa idea è il contratto sociale, dibattuto parallelamente alla natura umana durante tutto il periodo barocco e industriale. Gli uomini concordano sul fatto che lo stato di natura sia meno preferibile a causa del suo caos rispetto a una società ordinata, quindi tutti accettiamo di seguire leggi, trattati, regole, accordi, ecc., in modo da garantire un senso di sicurezza e fiducia reciproca.

E cosa sono le leggi se non connessioni fisse e immutabilmente valide? Le verità sono la migliore forma di trattato, perché quando due persone concordano che uno più uno fa due, possiamo cooperare secondo una logica immutabile e non semplicemente secondo dinamiche di potere mutevoli. Ecco perché è così fondamentale che in una società parliamo tutti la stessa lingua, abbiamo gli stessi principi fondamentali e le stesse intuizioni spirituali sul mondo, perché senza questo non possiamo concordare sulla forma più potente di contratto sociale e organizzare la società su larga scala.

All’estremo opposto del corso della civiltà, ho un’altra storia da raccontare. Cicerone era un ideologo. Si affidava fortemente ai principi fondamentali per costruire sistemi a difesa della repubblica, all’etica stoica e alla teoria politica. Era uno scrittore e un oratore, e usò queste capacità per attaccare Marco Antonio dopo l’assassinio di Cesare. Non era un gran politico e cercò di mettere Antonio e Ottaviano l’uno contro l’altro in un piano per restaurare la repubblica. Ciò che non aveva considerato, però, era la facilità con cui questi due uomini erano in grado di aggirare le regole e le istituzioni con i loro eserciti e creare liste di morte, dato che la lista di Marco Antonio era quella di Cicerone. La sua testa e le sue mani furono inchiodate ai Rostri del foro, la piattaforma dove pronunciò i suoi discorsi contro Antonio, e dopo la sua esecuzione, la sua testa fu mandata ad Alessandria, dove la moglie di Antonio, Fulvia, gli strappò la lingua e lo pugnalò ripetutamente. Spengler definì l’assassinio di Giulio Cesare l’ultimo sussulto dello spirito apollineo, ma la morte di Cicerone fu il momento in cui il suo cuore smise di battere e, da quel momento in poi, la metà occidentale dell’Impero sprofondò lentamente in una crescente barbarie e in piccoli conflitti fino alla sua fine nel V secolo .

Il regno di Augusto era necessariamente intrecciato con l’immagine di legittimità spirituale, ma la menzogna si era già rivelata, e questo divenne sempre più evidente con ogni imperatore che assunse la porpora. Il cesarismo è il tentativo di Spengler di penetrare le sciocchezze e di identificare che la storia finisce senza credere in nulla se non nella pura politica della forza. All’inizio, uno storico potrebbe scomodarsi con un uomo come Augusto per trovarne traccia, ma con ciascuno dei Giulio-Claudii divenne sempre più evidente quanto il sistema dipendesse dalla forza bruta per mantenere ogni sovrano, e dopo la morte di Nerone fu allarmante la rapidità con cui l’impero si dilaniò su chi avesse il potere di comandare.

Ho accennato in altri post alla situazione attuale e a come il cesarismo sia alle porte. Se avete meno di 30 anni, probabilmente vivrete abbastanza a lungo per vedere il nostro Giulio Cesare, anche se probabilmente non vi renderete conto che si tratta di lui. Se ci basiamo sulla datazione esatta, il 2017 è stato l’anno di Tiberio Gracco, un candidato anti-establishment che fu messo a tacere dagli equites – i ricchi – e alla fine assassinato. Il 2106 sarà l’assassinio di Cesare e il 2119 sarà la nostra battaglia di Azio. Questi eventi potrebbero essere più lenti o più rapidi di qualche decennio perché, sebbene gli accademici insistano sul fatto che Spengler sia una sorta di determinista, questi eventi sono destinati ad accadere e non sono causalmente legati, e con come stanno andando le cose penso che probabilmente avremo il nostro evento Cicerone molto prima del 2100. Anche ora stiamo sentendo gli effetti di una società che sta perdendo il suo fondamento nella verità e, a differenza di precedenti accordi, questo crollo narrativo sarà esistenziale e ci farà precipitare in condizioni cesaree.

Dalla Seconda Guerra Mondiale, si è instaurato un nuovo contratto sociale definito da una devozione intransigente verso i principi liberali. Questo ordine basato su regole è stato mantenuto non dall’evidenza dei suoi principi o dalla sua armonia con la natura umana, ma dall’identificazione delle sue verità come obiettivo della politica stessa e dal mantenimento di questa narrazione attraverso una produzione mediatica incessante. La Guerra Fredda è ormai sufficientemente alle nostre spalle per riconoscere che fu un periodo di propaganda costante. In effetti, al di là dei vari conflitti per procura, le tensioni tra America e Russia erano semplicemente una guerra culturale tra due narrazioni che cercavano di rivendicare il consenso del dopoguerra. Reti di intelligence che plasmavano l’opinione pubblica attraverso false flag, campagne di pubbliche relazioni alla Bernays, finanziamenti miliardari e governativi a riviste politiche presso i college della Ivy League, cause legali sull’autenticità storica di eventi, giornali, radio, televisione: ovunque si andasse, si era soggetti a una guerra narrativa che culminava nella “fine della storia”, ovvero nella vittoria del liberalismo americano.

Allo stesso tempo, la sinistra americana stava accelerando i presupposti di questo consenso. La teoria critica e il postmodernismo miravano a psicologizzare la nostra storia e identità. Se Spengler fosse vissuto fino agli anni ’60 e ’70, sarebbe stato felice di identificare questo movimento accademico con quello che lui stesso definì “scetticismo fisiognomico” nelle ultime parole del capitolo dieci del primo volume.

“ E rimane la possibilità di una terza e ultima fase della filosofia occidentale, quella di uno scetticismo fisiognomico. Il segreto del mondo appare successivamente come un problema di conoscenza, un problema di valutazione e un problema di forma. Kant vedeva l’etica come un oggetto di conoscenza, il XIX secolo la vedeva come un oggetto di valutazione. Lo scettico tratterebbe entrambi semplicemente come l’espressione storica di una cultura .” – Vol. 1, p. 374.

Ciò che Foucault e Derrida stavano perseguendo potrebbe essere interpretato oggi come una sorta di nichilismo nei confronti della filosofia, ma in un certo senso, lo stavano completando, o quantomeno recitando la loro parte nella sinfonia. L’uomo faustiano doveva liberarsi dalle ultime costrizioni del corpo: il sesso divenne genere, la sessualità divenne uno spettro, la razza divenne un costrutto e, di conseguenza, la famiglia divenne oppressione, l’omofobia divenne una proiezione e la nazionalità divenne la strada che spianava la strada al genocidio.

Oggi, il moderno contratto sociale considera le convinzioni genuinamente tradizionali e nazionalistiche come il vero stato di natura. Siamo cellule cancerose da evitare o contrastare, e da cui proteggersi a tutti i costi nelle stanze del potere, perché per loro rappresentiamo l’uomo sleale che minaccia di disfare quel contratto sociale. Esso si fondava sui principi fondamentali della libertà individuale, della democrazia e del dire la verità al potere, e da allora è stato combattuto e intrecciato in una narrazione complessa che considera qualsiasi altra regola come un’apertura verso il male supremo: l’Olocausto.

Se può essere definito liberalismo, perché certamente non è il liberalismo dell’Impero britannico, si nasconde dietro l’autorità della verità per giustificare le sue azioni. Ci fidiamo degli esperti che vediamo in TV e sui feed X perché sicuramente, poiché possiedono la verità scientifica, comprovata e sottoposta a revisione paritaria, possiamo fidarci dei nostri politici che si nascondono dietro di loro per governare con rettitudine e senza corruzione. Tuttavia, in particolare con l’avvento dei social media, si è verificata un’ondata di protestantesimo nei confronti delle narrazioni ufficiali. Questo si manifesta sotto forma di comunità di nicchia che si formano attraverso le comunicazioni globali, spesso utilizzando blog e forum di teoria più che la ricerca accademica, discorsi complottisti e anche un esame attento populista di ogni aspetto dell'”establishment”, in particolare della destra dissidente, che si ritrova incondizionatamente esclusa ed evitata per le ragioni sopra esposte. Questo sembra essere sufficiente a seminare dubbi narrativi nell’establishment prevalente, soprattutto dopo che ha commesso errori critici riguardo a queste narrazioni. Il COVID ha messo in luce i pericoli di affidarsi a esperti approvati dal governo. I dossier Epstein hanno recentemente messo a nudo l’insincerità della nostra classe politica, che cerca di presentarsi come moralista mentre danneggia i nostri più giovani. Il genocidio di Israele ci mostra quanto sia inutile il nostro “ordine basato sulle regole” nel fermare proprio ciò che dovrebbe impedire. E in mezzo a tutto questo, la risposta delle nostre élite non è il dialogo, non è la libertà, ma misure attive e repressione della libertà di parola. Le crepe stanno iniziando a vedersi.

Prima di addentrarci negli effetti futuri di tutto questo, analizziamo perché viviamo sotto questo regime peculiare. Come ho affermato, l’ordine esistente non si basa tanto sulla propria evidenza, quanto piuttosto su narrazioni inattaccabili per mantenersi a galla. Spengler prosegue spiegando a lungo i principi della politica. Il mondo-come-storia è organizzato in “forme”, gruppi legati tra loro da una convinzione evidente ed emotiva. Ma quando un gruppo perde questa fiducia interiore, o si dissolve o sostituisce quell’incertezza agli elementi costituzionali, e il suo carattere di movimento nella storia viene sostituito dalla stabilità delle costituzioni, delle leggi, della scrittura e delle verità del mondo-come-natura . Non dovrebbe essere necessario dire che non si dovrebbe gettare rifiuti, eppure i nostri marciapiedi sono comunque ricoperti di gomma secca. Quindi, potremmo emanare leggi che dichiarino che è sbagliato farlo, e ci sarà un processo causa-effetto per cui gettare rifiuti comporterà una multa di 100 sterline se si viene scoperti. In un paese come il Giappone, le strade sono perfettamente pulite, quindi una legge del genere non è particolarmente necessaria, ma quando si vive in una società piena di persone che non si sentono più parte di essa, bisogna dichiarare apertamente cosa ci si aspetta da loro e cosa no, in modo sempre più autoritario. I paesi completamente privi di formalità applicano questo principio a ogni aspetto della società e diventano macchine gonfie che impongono come le cose dovrebbero essere secondo un insieme di comportamenti del tutto filosofici e poco pratici. Il fatto stesso che i nostri governi debbano condurre guerre di informazione contro di noi evidenzia la condizione stagnante dei nostri paesi, poiché nessuno è naturalmente convinto della sua legittimità, e questo è ulteriormente aggravato quando ciò che ci viene imposto è estraneo e antitetico ai principi intuitivi dell’interesse nazionale.

“ E ora venivano approvate leggi non solo per scopi nazionali ma anche per casi individuali, e le leggi erano più numerose quando lo stato era più corrotto. ” – Tacito, Annali Libro 3, Capitolo 27

Le narrazioni politiche sono solo un sostituto dell’essere in forma, un mito religioso della creazione al posto della vera politica, e il mondo moderno è così dipendente da queste narrazioni che non c’è quasi nulla che possa afferrarci se crollano. Per questo motivo, mentre in un’altra epoca il popolo potrebbe unirsi e rovesciare il sistema, ora si ritira. Non esiste una visione alternativa per un futuro collettivo. Quando si scopre che l’intero sistema è progettato perché degli psicopatici possano violentare e mangiare i nostri figli, e permettere agli stranieri di violentare e mangiare i nostri figli, ci si sente leggermente alienati dal processo. Ma questo si estende anche a ogni caso in cui il potere contraddice le sensibilità con cui siamo indottrinati. Si può immaginare quanto fosse demoralizzata la plebe quando Tiberio Gracco, il cui potenziale di riforma popolare era ineguagliabile, fu semplicemente sfinito e assassinato davanti a loro. Ogni volta che accade qualcosa del genere, la narrazione di come funziona il mondo, di ciò che è vero e morale, e di ciò che ci si deve aspettare in termini di equità e onore, viene danneggiata in modo permanente.

Questo processo è in atto da molto prima che venisse scoperta qualsiasi cosa negativa. Un sondaggio dell’Ufficio Nazionale di Statistica ci mostra che quasi la metà (44%) dei partecipanti ha dichiarato di avere poca o nessuna fiducia nella propria capacità di partecipare alla politica. La maggior parte delle persone (63%) aveva poca o nessuna fiducia di avere voce in capitolo su ciò che fa il governo. Due terzi dei partecipanti hanno anche affermato con chiarezza che esiste una correlazione tra la loro fiducia in un governo e la capacità della leadership di rispettare le regole che tutti gli altri rispettano. L’ufficio di Starmer è salito al potere solo a causa della crescente apatia degli elettori in quell’anno, che gli ha conferito un mandato inferiore rispetto alla Brexit, contro la quale ci sono state continue proteste. È stata pura fortuna da parte nostra che alcuni dei piani da loro creati, contro i quali avevamo presentato petizioni, solo per essere comunque aggirati, siano falliti. Ogni anno la sensazione che il voto non risolverà nulla è arrivata al punto che un insider come Dominic Cummings può affermare che se la riforma non risolve il problema del Paese, la gente sposterà la propria attenzione sul far uscire i propri figli, perché quando la promessa fallisce e la narrazione crolla dopo essersi fatta strada in ogni cosa, la gente semplicemente rinuncia alle soluzioni politiche e si ripiega sulla propria vita privata.

È in questa aiuola che inizia a crescere il cesarismo. Il cesarismo non è un tipo di uomo al vertice, è un atteggiamento diffuso in tutta la civiltà secondo cui 1. la verità in politica è sempre stata una menzogna, 2. l’idealismo è punito dal potere e 3. se la politica non è per il bene, allora si riduce a chi ha il potere e chi non ce l’ha. La situazione viene gestita così com’è perché tutto ciò che è al di fuori della propria condizione immediata è al di fuori del proprio controllo. Gli interessi nazionali quindi si trasformano in interessi regionali, poi in interessi locali, poi in interessi personali, mentre in superficie le leggi e i sistemi, creati da una religione in cui nessuno ha più fede, rimangono in vigore. Spengler traccia paragoni tra il cesarismo e alcuni dei grandi uomini del periodo dello Stato assoluto, come Oliver Cromwell, ma ciò che li separa è la mancanza di una forma di fondo. All’epoca di Cromwell, c’era un’energia alimentata dal senso di razza (la concezione di razza di Spengler) e dall’identità nazionale, il che significava che se un uomo cadeva, altri dieci potevano prendere il suo posto perché tutti, inconsciamente, comprendevano il compito. Ma il cesarismo emerge da un periodo in cui la morte della forma è stata oscurata da ideologia, narrativa, filosofia, costituzioni, leggi, verità e menzogne ​​che hanno lentamente sostituito la nave, asse dopo asse, prima di marcire definitivamente e non lasciare nulla con cui lavorare. Quando queste narrazioni crollano, non c’è forza motrice al di fuori di ciò che questo o quel grande uomo può fare per te.

Questo deve essere compreso mentre entriamo nel profondo di questo secolo. Dietro la promessa di multiculturalismo, antirazzismo e un futuro progressista c’è una rete di centinaia di migliaia di burocrati e personaggi aziendali egocentrici che non vogliono perdere le loro posizioni corrotte. Non sono in forma come gruppo, ma stanno solo salvando il proprio culo. Come Trump e T. Gracchus, sono i proto-Cesari, solo nel campo opposto al loro. L’unica cosa che giustifica le loro posizioni è una narrativa logora sul perché siano lì in primo luogo, ma ogni anno un nuovo scandalo li fa inciampare e svela la corruzione. Hanno fatto inciampare Musk mantenendo Thiel; faranno alla Riforma lo stesso che hanno fatto al Trump 1.0. Combattere tutto questo con una narrazione puramente ideologica è inutile perché 1. l’era in cui stiamo entrando è un’era post-narrativa e 2. quando l’establishment viene smascherato, non resta che lasciare che le persone creino un milione di narrazioni cospirative, tutte a indicare una seconda religiosità gnostica che ci dice “È troppo inutile fermarli”. Questo lascia la storia futura nelle mani di fazioni d’élite, che si consolidano costantemente in singoli uomini abbastanza potenti da smantellare il sistema e “ripristinare la repubblica” dando potere solo a se stessi e alle proprie famiglie, indipendentemente da quanti di noi ne trarranno beneficio. In quel granello di conoscenza sta la strada da seguire.

Volevo sperimentare un post che non fosse solo una semplificazione di quanto Spengler aveva già scritto, e ho pensato che non fosse riuscito a chiarire bene la politica interna della transizione al cesarismo.

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Le forme della vita economica_di Spenglarian Perspective

Le forme della vita economica

spenglarian perspective16 gennaio
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Spengler distingue diversi ruoli assunti dagli uomini nella storia economica. Questi ruoli cambiano natura e significato man mano che la sua storia morfologica progredisce, passando da una forma primitiva di autoservitù all’alto idealismo del periodo antico, al pensiero monetario del periodo tardo e della civiltà, per poi decadere in un miscuglio frammentato di atteggiamenti critici e superstiziosi. Questo articolo spiegherà i ruoli degli uomini in economia, avulsi dal linguaggio moderno che definisce chi o cosa si intende per classe operaia, classe alta, classe dirigente, classe media e così via.

Spengler si riferisce alle classi economiche come a quando gli uomini sono “in forma” per le attività economiche, allo stesso modo in cui sono “in forma” quando si organizzano in movimenti politici, ceti e stati. Ciò che rende difficile comprenderlo oggi, tuttavia, è che il periodo della civiltà tende a elevare alcuni gruppi economici allo status di ceto politico quando, in realtà, come abbiamo già stabilito, questi gruppi sono solo gli ancellari delle unità politiche. Marx definì nettamente la classe operaia e la contrappose come un gruppo politico ai proprietari terrieri come un altro gruppo politico. La conseguenza è un decadimento della vera forma politica, che è lo stato-nazione in cui entrambi sono annidati.

Questa classe operaia, divenuta di pubblico dominio a partire dal 1800, sostiene Spengler, è semplicemente un prodotto della teoria e non della realtà. Spengler riduce la classe operaia a una serie di servizi che emergono in ambienti industriali e urbani. La natura urbana di questo fenomeno è primaria, e la teoria e i partiti costruiti per rappresentarli sono secondari. Gli ambienti urbani sono il prodotto di una fase storica, e trattare la storia come una lotta dei lavoratori contro i governanti è l’aspetto peggiore di una falsa percezione.

Il modo di vita economico più primario e fondamentale è la vita del contadino. Egli vive sul suo appezzamento di terra, elemento caratterizzante del paesaggio, e ne coltiva e ne cura ciò di cui ha bisogno. Questo modo di vita è la produzione ed è il presupposto per tutto il resto. Il feudalesimo è il prodotto delle classi nobiliari e sacerdotali che consideravano la terra la proprietà più onorevole, da cui si poteva produrre tutto ciò di cui la società aveva bisogno.

Con questo, emerge un nuovo modo di vivere. Nel mercato locale, nelle città e nei paesi, vagando con le sue merci, c’è l’intermediario il cui modo di vivere è il commercio . Prima del denaro, barattava merci, e poi valutava le sue merci per ricavarne un profitto. Spengler definisce questo tipo di uomo un “parassitismo raffinato” per la sua improduttività.

Poi, tra loro, c’è il membro della corporazione. Ciò che rappresenta è la modalità di preparazione . Tradizionalmente, potrebbe essere un fabbro che ha padroneggiato il suo mestiere. Nella civiltà, potrebbe essere uno di quegli uomini della “classe operaia” che lavorano in fabbrica o preparano il caffè. Questi sono anche i vostri artisti e inventori che legano il loro senso di sé a ciò che creano a propria immagine. In questa “economia della tecnica”, c’è una tensione tra attaccamento e alienazione; un artista si sentirà vicino alla sua creazione, ma un operaio no; un artista a cui viene negata la capacità di dipingere per poter dedicare tempo al lavoro per pagare le bollette è un artista che probabilmente fallirà.

In questi tre modi di vita, come in tutte le cose viventi, ci sono seguaci e leader. Questi ultimi organizzano, innovano, assumono, licenziano e decidono il futuro di coloro la cui unica funzione è semplicemente eseguire gli ordini impartiti. I leader non sono una classe separata a sé stante, ma parte del processo insieme ai lavoratori. Danno forma a una folla altrimenti ignara, in attesa di sapere come guadagneranno oggi.

Spengler distingue questi gruppi per illustrare come contadini, banchieri, sarti e artisti conducano tutti esistenze completamente separate. Nelle condizioni della civiltà, le linee di demarcazione vengono rimescolate per concentrarsi sulle stesse questioni che riguardano la stabilità generale dello Stato. Improvvisamente, il contadino è qualitativamente uguale all’impiegato di banca, poiché entrambi sono fratelli nell’oppressione dei loro padroni. Ma una storia delle forme economiche e dei diversi modi in cui si sono manifestate in altre culture elevate dovrebbe servire a dare sfumature a quella che è diventata, persino per alcuni esponenti della destra, una semplice questione di oppressi e oppressori.

Politica ed Economia_di Spenglarian Perspective

Politica ed Economia

spenglarian perspective 16 dicembre
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L’ultimo post ha trattato alcuni dei fondamenti dell’economia, in particolare il fatto che l’economia è una controparte egocentrica della politica nella lotta per la vita. L’economia riduce gli uomini a individui preoccupati di riempire la propria pancia, ma l’introduzione di una vocazione a qualcosa di più elevato, come lavorare per la famiglia, gli obiettivi e le convinzioni, la rende politica, poiché tali convinzioni vengono ereditate dalle generazioni future. L’obiettivo politico, quindi, determina la dimensione e il tipo di economia necessaria per sostenerlo, e quando le risorse diminuiscono, il movimento politico è messo a dura prova, poiché la sua organizzazione vacilla a causa della fame. Questo post analizzerà più da vicino il rapporto tra politica ed economia.

Nel mondo vegetale, l’economia è esercitata in modo del tutto inconscio da ogni singola pianta. Un albero ha meccanismi naturali per nutrirsi e sostenersi senza mai pensare a come farlo. Nel mondo animale, invece, esiste un bisogno consapevole di preservare la propria vita, che spinge l’animale a percorrere lunghe distanze per trovare risorse per sostentarsi. Un esempio più esplicito di ciò è quando gli uomini vanno a caccia per procurarsi il cibo, ma Spengler identifica anche nelle donne le loro diverse azioni per accaparrarsi le risorse degli uomini. C’è, quindi, una certa astuzia nell’animale che si procura le risorse, che crea una complessa rete di interazioni e comportamenti nascosti mentre le persone giocano alla guerra e alla diplomazia per la propria sopravvivenza.

Con la Rivoluzione Neolitica arrivò una nuova forma di economia. L’uomo si radicò in un luogo e iniziò a coltivare il proprio cibo, diventando contadino. A questo punto, gli atteggiamenti animali dell’uomo si invertono, trasformandosi in istinti vegetali. Questo tipo di economia è pura produzione, e ciò che viene prodotto cattura l’attenzione di altri che lo vedono come una preda da rubare o controllare. La politica primitiva è tutt’uno con l’economia. Rappresenta il desiderio predatorio di preservare il proprio patrimonio appropriandosi di quello altrui. Le guerre primitive sono quindi sempre incentrate sul bottino, sul bottino e sulla pirateria, e raramente su qualcosa di idealistico, come nelle fasi successive di una cultura avanzata.

Nella politica e nell’economia superiori, la diplomazia e il commercio diventano sostituti della guerra. I Normanni furono prima conquistatori e poi mantennero i loro possedimenti diventando abili finanzieri. La famiglia Medici governò la città di Firenze grazie alle sue capacità bancarie. Crasso usò le sue ricchezze per finanziare le elezioni dei suoi candidati preferiti. In economia, bisogna essere come un generale per costruire un impero commerciale. Il terzo stato è composto da quelle famiglie che divennero potenti grazie alle regole della vita cittadina, ovvero attraverso il denaro, il commercio, il commercio, utilizzando i materiali che affluivano dalla terra.

C’è una differenza, però, tra chi vuole governare attraverso la propria ricchezza e influenza e chi vuole semplicemente essere ricco. Uno statista conquisterà perché sente di avere una missione da compiere e governa i suoi beni con un obiettivo in mente. La sua politica economica serve solo a garantire il raggiungimento di questi obiettivi. Nel frattempo, coloro che sono puramente interessati alla ricchezza e nient’altro – Spengler cita i Cartaginesi e gli Americani del suo tempo – sono incapaci di pensiero politico e vengono spesso ingannati e sfruttati da altri. Per passare da questi ultimi ai primi, Spengler afferma che bisogna “cessare di percepire la propria impresa come “affare proprio” e il suo scopo come il semplice accumulo di proprietà”. Probabilmente, questo fu il cambiamento avvenuto in America durante il periodo tra le due guerre, che la catapultò dall’isolazionismo alla Pax Americana in pochi decenni. Ma questa tendenza a ripiegarsi su se stessa per regolare da sola i propri affari economici sta sempre riportando l’impero degli Stati Uniti alla sua condizione originaria.

Qui emerge anche un altro problema politico, ovvero il pericolo che le élite di una nazione degenerino in egocentrici sostenitori della propria ricchezza a spese di tutti.

‘ Ma, al contrario, gli uomini del mondo politico sono esposti al pericolo che la loro volontà e il loro pensiero per i compiti storici degenerino in una mera provvista per il sostentamento della loro vita privata; allora una nobiltà può diventare un ordine di ladri, e vediamo emergere i tipi familiari di principi e ministri, demagoghi ed eroi della rivoluzione, il cui zelo si esaurisce in pigrizia e nell’accumulo di immense ricchezze ‘ (Vol. 2, p. 476)

Quando gli istinti politici di uno Stato si indeboliscono, la sua popolazione si sottomette a una mentalità economica. Il cambiamento è invisibile in superficie, ma si manifesta nel tempo in decisioni che non fanno altro che danneggiare l’intera nazione. Questo perché l’obiettivo non è più il progresso dello Stato-nazione nel suo complesso, ma la preservazione di un gruppo nidificato a scapito del resto. Quelle famiglie aristocratiche che detenevano il potere durante gli imperi europei ora si ritraggono e si insinuano silenziosamente attraverso scappatoie legali per preservare le proprie fortune. Quando minacciati, i “milionari”, le cui fortune hanno accumulato in un Paese, semplicemente se ne vanno per un altro. Nessuna ancora alla loro nazione supera il loro desiderio di preservare la propria ricchezza, come dimostrano le migliaia di milionari britannici in fuga dalle tasse elevate. Per quanto riguarda i lavoratori, la spinta della sinistra per sempre più cose gratuite è infinita, e qualsiasi opposizione più concreta viene esaminata e respinta. Poi c’è l’intero concetto di lavoratori in fondo alla scala sociale che “ce la fanno”, che tradisce il desiderio di lavorare nella misura in cui non dovranno mai più farlo. Può trattarsi del pensionato del boom che ha lavorato tutta la vita per vivere dei propri interessi, o dello zoomer che desidera disperatamente un 1000x sul suo portafoglio di criptovalute. Invece di un uomo che acquisisce un tipo di essere attraverso doveri, struttura e stile – che, certo, gli sono stati forniti in altri secoli da un forte senso di identità nazionale, comunitaria e religiosa – c’è semplicemente il telos che gli permette di vivere a suo agio per sempre, mentre il mondo intorno a lui viene cambiato da fazioni più vivaci. Sia nel contesto individuale che collettivo, questa mentalità è esattamente ciò che ci impedisce di aggrapparci anche a ciò che abbiamo attualmente.

Spengler ha affermato altrove di considerare il lavoro un dovere dalla nascita alla morte. Il che è una cosa piuttosto sgradevole e antiquata da sentire con le nostre orecchie moderne. Ma con la bocca, noi – in particolare gli americani – ci lamentiamo spesso dei baby boomer che si sono seduti come draghi sulla loro ricchezza, bruciandola lentamente per decenni. Sono consapevoli che i loro figli e nipoti non riceveranno altro che un’economia paralizzata e gonfiata dopo la loro morte, eppure ripetono ripetutamente le stesse frasi ad effetto su bootstrap e lavori estivi. La civiltà faustiana, forse a causa della sua tecnologia, sembra avere la propensione a esagerare davvero alcuni dei sintomi che Spengler identifica nel declino di una cultura, e non c’è esempio migliore nella storia di ciò che accade quando una generazione di persone “ce l’ha fatta” e ha abbandonato prematuramente il gioco che nel nostro Occidente moderno. Molti dei problemi del mondo moderno possono essere attribuiti alle generazioni più anziane e alla loro mancanza di istinto di tramandare il proprio mondo ai discendenti diretti, con il risultato che viene invece tramandato ad altri. In altre culture, solo le élite potevano permettersi il lusso di andare in pensione; ora assisteremo a ciò che un’intera generazione di pensionati fa a una civiltà avanzata.

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La metafisica dell’economia_di Spenglarian Perspective

La metafisica dell’economia

spenglarian perspective13 novembre
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Sebbene abbiamo concluso con la politica, c’è un tema ricorrente che attraversa il Tramonto dell’Occidente come elemento fondamentale della cultura e della civiltà tarda, e che Spengler lascia proprio alla fine del volume 2. I suoi scritti di economia sono divisi in due parti. La prima riguarda la fisionomia dell’economia e la sua morfologia nel corso della storia, mentre la seconda è una sintesi estremamente sintetica delle tecniche e del concetto di macchina. Analizzeremo entrambe le sezioni, sezione per sezione.

L’economia, così come la intendiamo oggi, è un’idea specificamente occidentale e non universale per l’umanità. Questo può essere interpretato in due modi. Il primo è che l’idea di economia è stata in gran parte sviluppata dagli inglesi: Adam Smith, David Hume, Maynard Keynes e Thomas Malthus. Nell’Ottocento, la Rivoluzione Industriale si concentrò in Inghilterra e il successo del progetto rese la Gran Bretagna l’impero più potente della storia fino a quel momento. Dalla metà del secolo in poi, uomini come Karl Marx cercarono di opporsi all’economia inglese con i propri modelli e teorie. Ma l’opposizione al capitalismo inglese servì solo a rafforzarne la presenza. Il secondo è che ciò che contava per l’economia ai tempi di Hume non contava per l’economia ai tempi di Spengler, o di Keynes, o ai nostri. L’economia dei tempi di Spengler viene descritta come ” [partendo] dalla Materia e dalle sue condizioni, bisogni e motivazioni, invece che dall’Anima “, ” [considerando] la vita economica come qualcosa di cui si può dare conto senza residui “.Supponiamo che esista una storia dell’economia indipendente dalla religione e dalla politica, cosa con cui Spengler potrebbe non essere d’accordo. In tal caso, si deve supporre che si trovi anch’essa in una certa fase di sviluppo, sia quella di una complessità progressiva o di un’attualizzazione di una cultura elevata e distinta.

L’economia di cui ci occupiamo è l’economia sistematica di mille libri, dissertazioni e scuole di pensiero, e di conseguenza non riusciamo a vederla per quello che è veramente. La conseguenza è che, quando la teoria viene applicata nella realtà, crolla. Un ottimo esempio di ciò è l’ascesa del fascismo in Italia. Gli intellettuali comunisti, nei quarant’anni successivi alla Marcia su Roma, lo identificarono in una forma o nell’altra come un capitalismo in decadenza, un’idea che sostengono ancora oggi, ignorando la realtà politica. Potremmo simpatizzare con loro nel dire che non si può fare nulla a stomaco vuoto, ma come dimostra Spengler, la fame non è l’alfa e l’omega della storia.

Se la vita fosse una moneta, politica ed economia ne sarebbero le due facce. La prima è la ricerca della vittoria sui propri nemici, la sopravvivenza contro le minacce e la promulgazione del proprio flusso di esistenza, mantenuto in famiglie, tenute, nazioni e stati, al di sopra di tutti gli altri. La politica è ” considerata dagli altri “, ma l’economia è ” considerata da sé “. La vita politica eleva gli ideali al di sopra delle vite dei singoli uomini e milioni di persone si sacrificano per questi nobili obiettivi; un uomo che muore in guerra è nobile ed eroico e viene ricordato e onorato come tale. La vita economica si concentra sul nutrimento di quel flusso di esistenza, che si tratti di sfamare un singolo uomo o di gestire efficacemente le risorse di uno stato o di un esercito, ma quando i tempi si fanno duri, si verifica una recessione e ne consegue la carestia, il sistema è esaurito e rischia di sgretolarsi, perché al fondo della vita economica c’è il singolo uomo che diventa sempre più ansioso della propria fame. Il pensiero di morire a causa di essa è sufficiente ad abbandonare qualsiasi movimento più ampio. ” La guerra è la creatrice, la fame la distruttrice, di tutte le grandi cose “.

Detto questo, la politica è la vita più importante per Spengler. Forse la famiglia muore di fame senza cibo, ma l’idea di famiglia ne giustifica il nutrimento. Nel mondo moderno, abbiamo la nozione materialistica che dobbiamo costruire verso l’autorealizzazione partendo dal basso. La piramide dei bisogni di Maslow lo illustra ponendo i bisogni fisiologici e di sicurezza alla base della sua piramide, mentre l’autorealizzazione, la stima e l’appartenenza sono le conseguenze della sicurezza alla base. Spengler afferma più o meno il contrario. Un uomo senza desiderio di autorealizzazione, che non ha stima, né amore, né appartenenza, semplicemente non ha il senso della sua vita per nutrirla con cibo, riparo e sicurezza. Pertanto, è per la politica che emerge l’economia. Nel primo periodo, non c’era separazione, in quanto la seconda era subordinata alla prima. Nel tardo periodo, la seconda si stacca dalla prima come uno stato indipendente, il terzo stato. Nel periodo della civiltà, ogni uomo ora cerca di soddisfare la sua fame e solo la sua fame. La complessa economia della cosmopoli gli garantisce di poterlo fare in sicurezza, ma a costo del lento degrado della società dovuto a interessi egoistici, che culmina nel ritorno alla politica privata, mentre un pugno di uomini egoisti ascende a un potere monetario insondabile. Ciò che rimane è il contadino e la sua famiglia, che mangiano per continuare a vivere con la generazione successiva.

In tutte le teorie politiche ed economiche, l’elemento vivente viene ucciso e trasformato in un sistema di relazioni causali. In economia esiste una scienza, una matematica, una logica, una filosofia, ma raramente la religione entra in gioco. La religione rifiuta categoricamente l’economia come peccaminosa. La identifica correttamente come egoista, guidata da impulsi, e la rinuncia come fa con la politica come qualcosa di vile. Gli studi laici hanno origine dalla religione, ma se ne sono separati per non riconoscere questa contraddizione nel legare una forza vitale a sistemi morti; pertanto, ogni “teoria” economica ammette timidamente un nucleo di politica, per quanto piccolo, che fornisce il significato al sistema per giustificare i suoi studi, e questo elemento vivente è la fonte di tutte le vere regole eterne, non i libri, le dissertazioni e le scuole di pensiero. Non è diverso nello studio di tutte le altre cose.

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Come il denaro controlla le democrazie_di Spenglarian Perspective

Come il denaro controlla le democrazie

spenglarian perspective15 ottobre
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Senza grandi uomini a guidarla, la democrazia è solo un ideale su un pezzo di carta. Ma l’esistenza di grandi uomini alla guida di una democrazia presuppone naturalmente un’agilità nell’attraversare un sistema per raggiungere i propri interessi, il che contraddice esplicitamente gli obiettivi del sistema stesso. Gli intellettuali dell’Illuminismo che idearono sistemi democratici sulla carta e parteciparono a dibattiti su ciò che fosse meglio per il popolo o più giusto, molto spesso avevano scarso controllo sulla loro idea quando la mettevano in pratica.

Nella Rivoluzione francese, Spengler elogia la seduta notturna del 4 agosto come nobile e pura , nel senso che gli uomini si riunirono e tennero discorsi per tutta la notte, dichiarando il loro sostegno a un nuovo regime. Fu l’apice dell’intellettualismo esercitato. Ma la storia della Rivoluzione non finì lì. Ciò che la rivolta aveva scatenato sulla Francia fu, per la prima volta, il potere di interessi monetari sfrenati. Inizialmente, la borghesia appoggiò i giacobini, ma una volta rovesciato l’Ancien Régime, gradualmente ritirarono il loro sostegno, uno a uno, a favore di mezzi di governo alternativi, che alla fine si manifestarono nel Direttorio e poi nel Consolato di Napoleone. Le idee e la tirannia dei giacobini durarono solo finché furono sostenute dal potere, che in quel periodo stava iniziando a trasformarsi in potere del denaro. E le verità che rappresentavano contavano molto meno del loro valore politico.

Nel periodo della cultura, la politica era governata da fazioni guidate da principi, signori, baroni, re e imperatori: teste, o volti, del potere investiti nei loro corpi. La diplomazia si svolge tra di loro, ma nel periodo della civiltà, il potere viene investito nei partiti per consenso popolare. La capacità di fabbricare questo consenso diventa l’oggetto di nuovi poteri che governano con il popolo come cuscinetto tra la politica e il denaro che la ossigena.

Affinché una democrazia funzioni, è necessaria la completa uguaglianza tra tutti i voti espressi. Ma nel momento in cui si forma inevitabilmente una gerarchia, per qualsiasi motivo l’abbia provocata, il voto espresso da un individuo non è più rivolto a un’idea, ma a un’organizzazione con interessi propri e completi per il resto della popolazione. Possiamo votare per i rappresentanti, ma questi vengono scelti dal partito in modo da riflettere i loro interessi. Questo è stato causa di grande frustrazione in sistemi in cui due partiti dominanti forniscono una gamma ristretta di politiche, con l’avvertenza che votare per una buona politica porta il partito ad attuarne un’altra cattiva, ma questo non è il riflesso del declino della democrazia da uno stato più armonioso, bensì la sua condizione naturale quando lasciata formarsi organicamente.

Da questa prospettiva, non c’è differenza tra il modo in cui le masse si formano come elettorato e quando si formarono come obbedienza collettiva, o setta islamica, o esercito, o società segreta. La forma della nazione e dello Stato rimane la stessa, mentre la sua struttura interna cambia da monarchia a oligarchia, a plutocrazia, a dittatura, a democrazia rappresentativa. Si potrebbe quindi concludere che ciò che conta molto più del successo della politica interna dello Stato, qualunque essa sia in astratto, è il successo della politica esterna dello Stato.

Tra le democrazie classiche e moderne, l’influenza dell’opinione pubblica è l’elemento unificante prima di qualsiasi altra qualità. Nella Grecia ellenistica e a Roma, la forma della politica era in linea con l’idea di compatto, vicino e sensuale. Il corpo dei cittadini, quindi, esercitava il proprio diritto di governo come popolo nel foro. Qui, non c’era bisogno di forme di influenza a distanza, perché se si voleva esercitare i propri diritti, ci si doveva presentare fisicamente. Emerse un’arte retorica in cui i cittadini potevano vedere e ascoltare i venditori di politica attraverso ” singhiozzi preparati e stracci di vesti; con sfacciate adulazioni del pubblico, fantastiche bugie sugli avversari; con l’impiego di frasi brillanti e cadenze clamorose (di cui si formò un repertorio perfetto per questo luogo e scopo); con giochi e regali; con minacce e percosse; ma, soprattutto, con denaro ” .

Roma aveva stagioni elettorali molto intense. Candidarsi a una carica pubblica a Roma richiedeva una quantità esorbitante di denaro contante, poiché veniva investito in giochi pubblici, come nel caso dell’edilismo di Cesare nel 65 a.C., in patronati, dove la lealtà politica (clientela) veniva comprata finanziando carriere e impieghi commerciali, come si vide con Pompeo, in opere pubbliche e nella filantropia. L’ascesa di Cesare fu sinonimo del potere del denaro nella Repubblica. Era immensamente indebitato con Marco Licinio Crasso quando si candidò a edile, e la sua candidatura a Pontefice Massimo lo avrebbe rovinato se non avesse vinto. La conquista della Gallia alla fine lo tirò fuori dai suoi debiti e lo rese l’uomo più ricco del mondo, rendendo così la campagna di tutta la Francia una necessità economica per lui. Tutto perché aveva bisogno di saldare i debiti contratti per le elezioni.

Spengler sottolinea come la polvere da sparo e la stampa siano essenzialmente simboli della cultura faustiana, entrambi utilizzati dalle nostre menti tecniche come forma di conquista, sia essa marziale o ideologica. Il successo della Riforma si basò sulla diffusione della Bibbia tra la popolazione generale, e la Rivoluzione francese fu diffusa tramite opuscoli. Durante le guerre napoleoniche, l’Inghilterra condusse una guerra ideologica contro la Francia attraverso la diffusione di volantini e articoli. Ma quando l’elettorato si formò, emerse una guerra interna dello Stato contro il proprio popolo, attraverso la stampa.

Culture come la Grecia o l’India avevano un’etica incentrata sull’interiorità. La capacità di distaccarsi interiormente dalla civiltà era quindi molto facile da mettere in pratica. Ma la storia della società occidentale è l’esatto opposto, poiché i flussi di verità che utilizziamo quotidianamente per interagire con il mondo sono intasati da influenze esterne a fini politici. ” La volontà di potenza, che opera sotto una pura maschera democratica, ha completato il suo capolavoro così bene che il senso di libertà dell’oggetto è in realtà lusingato dalla schiavitù più completa che sia mai esistita “. La stampa esiste per preparare l’opinione pubblica alla scelta della candidatura e per approvare le opinioni. La stampa prepara il pubblico alla guerra, alla pace, alla stagnazione, con intrattenimento e pornografia della miseria per mantenere il pubblico coinvolto nella situazione esterna. La preparazione alla Rivoluzione francese era contenuta in grandi libri che trattavano argomenti altamente consapevoli e filosofici, ma il giornale annientò il libro e lo sostituì con contenuti rapidi che, dai tempi di Spengler, sono diventati sempre più rapidi nel loro bombardamento di informazioni.

“ La gente legge un solo giornale, il “suo” giornale, che ogni giorno si fa strada a milioni dalle porte, incanta l’intelletto dalla mattina alla sera, fa dimenticare il libro con la sua impaginazione più accattivante e, se un esemplare o l’altro di un libro emerge alla luce, ne previene ed elimina i possibili effetti “recensendolo” .”

Il problema della stampa è che si adatta agli scrittori del passato, in particolare ai filosofi e ai critici più intelligenti dell’Illuminismo, per mascherare i fatti politici dietro la presunta verità oggettiva. Se qualcuno è contrario alla stampa, o semplicemente non gli importa di ciò che dice, viene attaccato da giornalisti con lauree provenienti da università di seconda categoria che affermano la necessità e il coraggio dei giornalisti nel dire la verità al potere. Ma il giornalista, come il giacobino, non ha alcun potere reale. È chi possiede la stampa che ha il potere.

Un esempio: Mordechai Vanunu era un tecnico nucleare che voleva rivelare alla stampa britannica dettagli riguardanti l’inesistente programma nucleare israeliano . Inizialmente si rivolse al Sunday Mirror, ma il Mirror bloccò la notizia. Poi portò la storia al Sunday Times, dove alla fine fu pubblicata, ma prima che potesse essere pubblicata, Vanunu fu rapito dal Mossad e riportato in Israele per essere processato per tradimento. La storia non andò mai in onda sul Mirror. Anni dopo, un ex membro dell’intelligence israeliana rivelò che il proprietario del Mirror e alcuni dei suoi giornalisti lavorarono per far trapelare la posizione di Vanunu al Mossad, dove avrebbe potuto essere rapito in modo efficiente e discreto. Il proprietario del Sunday Mirror era Robert Maxwell.

La stampa è uno strumento politico utilizzato per scopi politici da uomini che fingono di dire la verità al potere, mentre in realtà non fanno altro che servirlo. Le verità sono egualitarie, ma la gerarchia le soffoca in nome dei fatti, una storia che risale alla morte di Robespierre.

Oggi, possiamo vedere le stesse operazioni sui social media. Twitter è un nodo di sinistra, X è un nodo di destra, ed Elon Musk è irremovibile sul fatto che il suo acquisto di Twitter abbia cambiato le sorti delle elezioni del 2024. I reel di Instagram sono tristemente noti per la diffusione di contenuti un tempo riservati a siti come 4chan a un pubblico più ampio, ma con un cambio di algoritmo ordinato da Mark Zuckerberg, la situazione potrebbe cambiare con un aggiornamento. TikTok è stata ridicolizzata per le sue difficoltà nell’essere un’azienda cinese; la soluzione del governo americano è stata quella di creare una filiale locale nel paese e di farla diventare di proprietà di un americano. Quell’americano è Larry Ellison, il proprietario di Oracle, un orgoglioso sionista ebreo che un tempo voleva che Netanyahu sedesse nel suo consiglio di amministrazione. Dall’acquisto di TikTok, le ricerche della USS Liberty hanno suscitato severi richiami all’Olocausto per i ricercatori, e l’emoji del cartone di succo di frutta è stata censurata. Netanyahu considerava TikTok l'”ottavo fronte ” della sua guerra. Nel mondo dei podcast, Charlie Kirk ha pubblicato una lettera postumoristica in cui implorava Israele di investire in una guerra ideologica sul suolo americano, ma più in generale, ci sono stati scandali riguardanti la Russia che ha pagato persone come Tim Pool per esprimere opinioni specifiche al suo pubblico. Sotto l’amministrazione Biden, YouTube ha agito per conto del governo bandendo dalla propria piattaforma i critici dei vaccini. Mentre scrivo, mi vengono in mente esempi su esempi, ma la parola “deplatforming” dovrebbe evocare anche il vostro.

E in fin dei conti, i social media funzionano allo stesso modo dei vecchi media. Abbiamo il diritto di usare YouTube e Twitter per esprimere le nostre opinioni? Potremmo dire che questo è il nuovo “spazio pubblico”, ma quando mai c’è stato uno spazio pubblico nella storia occidentale?

“ E l’altro lato di questa libertà tardiva è che a tutti è permesso dire ciò che vuole, ma la stampa è libera di prendere nota di ciò che dice o meno. Può condannare a morte qualsiasi “verità” semplicemente non intraprendendo la sua comunicazione al mondo – una terribile censura del silenzio, tanto più potente in quanto le masse dei lettori di giornali sono assolutamente ignare della sua esistenza .”

Hitler parlava alla folla, ma alla folla non era mai permesso di salire sul suo palco e parlare con e/o contro di lui. Se dovessimo tornare ai forum antichi per recuperare il nostro tradizionale spazio pubblico, allora non è mai stato reale per noi, tanto per cominciare. Prima che YouTube decidesse se darti una piattaforma o meno, c’era la televisione; prima della televisione, c’erano i giornali e, prima ancora, il pubblico semplicemente non era un veicolo verso alcun tipo di cambiamento.

Tutto questo è concepito per costituire i partiti (sotto forma di idee e ideologie) che interagiscono con le istituzioni democratiche. Un voto non ha mai avuto alcun peso nella democrazia, ed è questa consapevolezza che, a lungo termine, genera il cesarismo, non votando per un salvatore della democrazia, ma non credendo più di poterla risolvere.

Con questo si conclude la nostra analisi della politica come ambito di attività durante il declino dell’Occidente. Oltre a ciò, vi rimando al cesarismo, ma è qui che inizia l’apatia per la politica e i sistemi si trasformano in operazioni private. Viviamo nel pieno di questa matrice di controllo e i più giovani tra noi vedranno tutti i loro conoscenti rinunciare all’idea del cambiamento nel corso della loro vita, aprendo la strada alla politica imperialista e ai grandi uomini che faranno ciò che desiderano senza nessuno che li ostacoli.

Dalle feste ai follower privati_di Spenglarian Perspective

Dalle feste ai follower privati

spenglarian perspective 2 ottobre
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Il post precedente ha trattato di come gli stati cedano il passo ai partiti, che rappresentano la principale forma di leadership minoritaria durante la transizione alla civiltà. Gli stati sono unità inconsce di leader, coltivate dalla razza, mentre i partiti sono gruppi di intellettuali che si uniscono con un piano elaborato consapevolmente per plasmare idealisticamente la società. Quest’epoca di partiti dura circa 200 anni prima di sfociare nel cesarismo. Questo post ne documenterà il crollo.

La fine della democrazia e l’ascesa del cesarismo non sono indicate dalla scomparsa dei liberali e dei conservatori, ma dalla scomparsa dei partiti come forma di politica. I partiti sono caratterizzati dai loro sentimenti, dall’attenzione popolare e dagli ideali astratti, ma vengono gradualmente sostituiti da un seguito personale. Questo seguito può emergere, e di solito emergerà, inizialmente nel contesto di un partito, ma col tempo crescerà oltre la necessità di fingere di esserlo. Una classe dirigente ha istinti che la spingono ad affermare il simbolo della nobiltà, un partito ha un programma che la motiva a rendere il mondo un posto migliore, ma un seguito ha un maestro il cui carisma guida il gregge; l’elemento chiave in questo caso è il riemergere di una politica basata sulla lealtà.

Il primo esempio a Roma di un seguito organizzato fu Scipione il Giovane (185-129 a.C.). Il “Circolo Scipionico” o “Cohors Amicorum” comprendeva filosofi, poeti e giovani aristocratici amici o ammiratori di Scipione, e fu una delle prime organizzazioni di questo tipo in un’epoca in cui la struttura partitica dei Populares e dei Patrizi stava sgretolandosi. Questo avvenne anche in concomitanza con le riforme agrarie di Tiberio Gracco, che furono promosse e distrutte proprio sotto la sua guida.

Spengler contrappone questo nella nostra civiltà all’emergere di club e comitati elettorali americani all’inizio del XX secolo , ma se ci prendiamo la libertà di considerare il declino dell’Occidente, l’apice della carriera di Scipione e Gracco fu il 146 a.C. e il 133 a.C., che corrispondono al periodo della civiltà faustiana, rispettivamente il 2004 e il 2017, se si considerano gli inizi di entrambi i periodi della nostra civiltà (350 a.C. e 1800 d.C.). Donald Trump si è infiltrato nel Partito Repubblicano e, con la sola personalità, ha conquistato il Partito Repubblicano e ne ha cambiato il metodo di approccio. Nigel Farage nel Regno Unito ha condotto una campagna elettorale per diversi partiti senza riguardo per un programma, pur di perseguire i propri interessi. Ha quasi abbandonato la politica britannica finché non ha iniziato a emergere il movimento riformista, dove si è infiltrato anche lui. Al momento è divertente considerarli momenti storici, ma saranno ricordati così per le loro sfide dirette, non solo ai dogmi dell’establishment, ma anche alla struttura del partito. Questo senza menzionare l’enorme cultura degli influencer su Internet, dove chiunque abbia un microfono può raggiungere i vertici del potere grazie al numero dei suoi “follower”.

Questi quattro personaggi sono “pre-Cesari”. Si può dire che minino la democrazia, ma in realtà sono la democrazia nella sua forma più pura. La loro opposizione è sempre rappresentata dagli idealisti che vedono il loro ottimismo distrutto dalla durezza della storia, da qui la posizione dei Democratici come rappresentanti di un governo burocratico senza leader che bilancia il potere esecutivo.

L’era della politica di partito è un’era di teoria politico-sociale: piani e manifesti di partito per organizzare il mondo come dovrebbe essere. In Occidente abbiamo una linea di teoria sociale che va dall’Illuminismo, come Rousseau, all’età del materialismo spirituale, come Marx, che corrisponde alla linea da Platone a Zenone in Grecia. Queste teorie possono essere dibattute in termini di verità che postulano, ma nel contesto politico servono solo a organizzare un repertorio di slogan e grida di battaglia per movimenti ideologici che necessitano di armi efficaci. Possiamo discutere della teoria del valore-lavoro o dell’esistenza dei valori giudaico-cristiani, ma la sua applicazione pratica sarà sempre diversa da come appare nel dibattito accademico.

L’era della politica di partito è l’età dell’oro di idee come libertà, giustizia, umanità comune, progresso e, soprattutto, verità come strumenti efficaci nel discorso politico. Questo riserva la politica alla popolazione istruita e urbana. Sulla classe contadina non ha alcun effetto di default, e l’effetto che ha sugli abitanti delle città è limitato al lasso di tempo in cui le persone diventano apatiche all’idea che verità e giustizia possano manifestarsi nella sfera politica. Questo lasso di tempo dura circa due secoli prima che le persone gestiscano la situazione così com’è, anziché come dovrebbe essere .

All’inizio, abbiamo la follia dell’idealismo che porta le nazioni nelle mani di figure napoleoniche, come la Siracusa di Platone che cade in grembo a Dionisio I e la tirannia francese che cade in grembo al Direttorio francese e al Consolato di Napoleone. Dopo duecento anni di tentativi ed errori, il risultato finale è un ateismo verso le idee come qualsiasi tipo di miglioramento della politica. Dopo il II secolo a.C. – nell’età dei Cesari, dei Pompeo e dei triumvirati – solo il potere personale contava fino alla fine della storia della civiltà.

Spengler notò che ai suoi tempi non esisteva un vero successore del marxismo o del nazionalismo. Non spiegò l’ascesa delle tirannie ideologiche nel XX secolo , ma sia la Germania che la Russia dimostrarono la loro condizione temporanea prima che le ambizioni comuniste di quest’ultima si dissolvessero in un sobrio stato di sicurezza.

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Partiti e Unipartiti_di Spenglarian Perspective

Partiti e Unipartiti

prospettiva spenglariana10 settembre
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Dopo aver compreso cos’è la politica e cosa costituisce un buon statista, possiamo passare all’argomento principale di questo nuovo capitolo: la politica nel periodo della civiltà.

La politica nel periodo culturale si organizza attorno ai concetti di Stato e ceto. Uno Stato mantiene la sua struttura interna attraverso gli stati, come l’aristocrazia e il clero, in modo da poter essere organizzato in modo ottimale per espandersi e combattere altri Stati per il predominio. Gli stati sono un elemento indiscusso di questa equazione, fondato sulla certezza delle famiglie patriarcali. Tra le culture, differiscono in base al simbolismo, ma ciò che rappresentano è dato per scontato. Sono, di default, minoranze che guidano la maggioranza, non perché la leadership sia l’obiettivo, ma perché, come uno Stato, l’obiettivo di uno stato è espandere il proprio status e potere. Combattono su premesse simboliche e politiche e mai per esse.

Nel periodo della civiltà, si verifica una svolta. Nelle città, quando il non-ceto, la borghesia, si fa avanti e si identifica come gruppo di interesse, si comincia a litigare sui presupposti . La politica non è più un fenomeno inconscio, ma viene ora osservata con la piena consapevolezza dell’illuminismo. In questo momento, l’idea di ceto muore e ciò che la sostituisce è il “partito”.

I partiti sono organizzazioni puramente intellettuali. Sono un “aggregato di teste” prive di istinto, di formazione e, come abbiamo visto con il fenomeno del napoleonismo, di una vera e propria successione. I vecchi ceti sono estranei ai partiti perché irrazionali, il simbolismo delle forme aristocratiche si perde nell’uomo nuovo, e così i partiti diventano sempre sinonimo di una qualche forma di uguaglianza che priva l’ancien régime del suo potere.

I partiti hanno un funzionamento diverso rispetto agli stati. Gli stati sentono il bisogno di espandersi, ma i partiti di solito emergono da un insieme di menti individuali libere e formulano un piano, un insieme di pensieri su come governeranno. La loro dipendenza da ciò che non è uno stato si traduce solitamente in questi piani che mirano a soddisfare la popolazione con progetti di miglioramento della società, una tendenza che diventa sempre più diffusa con il passare del tempo. Poiché i partiti rappresentano solo questo blocco come il più istruito tra loro, e poiché solo un partito alla volta può governare uno stato e attuare il suo programma, in ogni stato esiste un solo monopartito. Questo non è necessariamente un aspetto negativo, perché uno stato che comprende questa realtà può poi usarla per mantenersi in forma, come vedremo nei nostri casi di studio, ma significa che il potere degli stati deve essere estinto e/o trasmutato in potere del partito, mentre aristocrazia e democrazia si scontrano.

Quando pronunciamo il termine “mono-partito”, di solito riconosciamo l’intrinseca omogeneità tra il governo al potere e la sua principale opposizione. Democratici e Repubblicani sono sempre più visti come un mono-partito, nonostante i loro ruoli di sinistra e di destra in America, a causa dei punti in comune da cui non sono disposti a separarsi, come la loro lealtà incondizionata a Israele. È un termine dispregiativo, ma un mono-partito, nelle giuste circostanze, può essere molto utile agli interessi dello Stato.

La formazione di contropartiti al partito al governo trasforma la politica in un’opposizione tra movimenti liberali e conservatori. Il partito conservatore è sempre il partito della reazione. Questa reazione è sempre contenuta dalle strutture stabilite dal liberalismo, il che la rende limitata da queste forme. Questo è il motivo per cui così tanti partiti conservatori oggi sono semplicemente la sinistra di ieri, poiché possono operare solo sulla difensiva e mai sull’offensiva; si oppongono ma mai a favore . I conservatori sono in effetti il ​​residuo del terzo stato borghese che un tempo si organizzava secondo lo stile della nobiltà durante il periodo culturale, ma ora è costretto a sopravvivere essendo più abile dei liberali nel governo. Cresce anche la coazione, anche tra i non appartenenti allo stato, a organizzarsi come un partito borghese: ad esempio, i marxisti parlano duramente della lotta di classe, ma quando si tratta di organizzarsi, a loro volta prendono in prestito la natura borghese del terzo stato per giocare anche all’interno del sistema. Conservatori contro laburisti, repubblicani contro democratici, le guerre culturali sono sempre più feroci delle guerre di partito.

Si possono prendere in esame due casi di studio di uno stato che riuscì a stabilizzarsi sotto il dominio di un partito. La Francia non si stabilizzò; crollò durante la Rivoluzione francese, e il napoleonismo colmò il vuoto. Siracusa non si stabilizzò; sotto la pressione dei Cartaginesi, fu ristrutturata in una dittatura militare sotto Dionigi I. Ma Inghilterra e Roma riuscirono a dominare le correnti del loro tempo e, di conseguenza, ebbero un vantaggio eccezionale sul resto della loro civiltà.

I Whig e i Tories si formarono entrambi alla fine degli anni Settanta del Seicento come due fazioni opposte durante la Crisi dell’Esclusione, un dibattito sulla possibilità di lasciare che il cattolico Giacomo, Duca di York, succedesse a Carlo II. I Whig sostennero l’Exclusion Bill, sostenendo così la limitazione dei poteri reali, mentre i Tories vi si opposero, sostenendo la continuazione dell’eredità della dinastia Stuart. Giacomo divenne poi Giacomo II. In questo periodo, è chiaro che entrambi i gruppi non sono altro che fazioni opposte all’interno dell’aristocrazia, la classe nobile che sottomise la corona, nonostante si definissero partiti a cavallo tra il XIX e il XX secolo.

Ma all’inizio del XIX secolo , al momento giusto, l’Inghilterra adottò una struttura di partito completa, impedendo così l’emergere di un partito al di fuori dell’influenza dell’aristocrazia. I Whig e i Tories, da tempo soprannominati “partiti”, si trasformarono rispettivamente in liberali e conservatori poco dopo il Reform Act del 1831, che ampliò il diritto di voto a porzioni della classe operaia. Laddove i liberali si fecero avanti, i conservatori si attardarono, ma, cosa ancora più importante, la Camera dei Comuni divenne una rappresentanza popolare, anziché una mano della classe dirigente, pur rimanendo finanziariamente dipendente da essa, tenendo sotto controllo le forze storiche che distrussero la Francia.

L’Inghilterra impedì la crescita di poteri informi come il napoleonismo e il dominio assoluto del denaro creando un’“opposizione” il cui ruolo era quello di prendere le redini del potere nel caso in cui il governo al potere si fosse indebolito, anziché sfidare l’aristocrazia stessa. Il parlamentarismo, in questo senso, mantenne la Gran Bretagna in forma quando altri paesi vacillavano, passandosi il potere quando uno era indebolito. Altrove in Europa, assistiamo anche in questo secolo all’emergere di monarchie costituzionali e, più avanti sullo stesso asse, di repubbliche. Stati fondati su costituzioni piuttosto che su sentimenti educati, come la Francia nel 1791 e la Germania nel 1848. Anche l’Inghilterra resistette a questa tendenza. Le costituzioni sono raccolte di sistemi, regole, concetti e piani per la gestione di un paese, tipici del governo di partito. Ma l’aristocrazia inglese ha sempre capito che gli stati migliori sono quelli formati per essere formati e non plasmati in astratto. Eton, Harrow, Rugby, Winchester, Oxford e Cambridge erano linee di produzione per l’élite inglese allora, come lo sono oggi. Il Balliol College di Oxford era famoso nel XIX secolo per aver formato statisti e funzionari pubblici. Questa situazione e la formazione delle élite fin dalla nascita diedero all’Inghilterra un vantaggio rispetto a tutte le altre potenze che inciampavano nei propri scritti.

A Roma, assistiamo a un adattamento simile. Spengler identifica le tensioni tra i Patrizi, la nobiltà, e i Plebei, tutti gli altri, come basate sulla classe o sullo stato a partire dall’introduzione dei Tribuni nel 471 a.C. Ciò portò a una forma consolidata entro il 340 a.C., in grado di mantenere la rivoluzione sociale entro i limiti della sua struttura statale. Vi furono figure napoleoniche, come Appio Claudio (fl. 312–279 a.C. circa), noto per aver costruito il primo acquedotto e la “Via Appia”, ma il loro effetto a lungo termine fu trascurabile, poiché qualsiasi tentativo di consolidare il potere personale fu vanificato dai suoi successivi censori. Nel “Conflitto degli Ordini” del 287 a.C., i plebei, e quindi i non appartenenti allo Stato, si fecero strada nelle cariche di potere e rivendicarono l’uguaglianza giuridica; da qui emerse un’organizzazione di tipo partitico, con il “populus” dominante nel foro e i patrizi dominanti nel senato, creando una dinamica Comuni/Lord o Whig/Tories o liberale/conservatrice.

Ma la differenza che salvò Roma dal destino di altre comunità politiche del mondo antico fu che quelle grandi teste che emersero dal non-Stato per guidare il popolo non erano ideologi come i giacobini che si sarebbero opposti e avrebbero rovesciato il sistema, ma uomini pratici che miravano ad acquisire il senato. Poiché il non-Stato non era unito nell’opposizione da una setta di leader ideologici, rimase relativamente docile mentre lo stato veniva trattato meno come uno strumento di giustizia per gli affari interni e più come uno strumento di organizzazione per gli affari esterni. Le élite che furono coltivate, attraverso l’intelligenza del non-Stato e dei clan nel Senato, erano pratiche prima che ideologiche.

Sia l’Inghilterra del XIX secolo che la Repubblica Romana erano democratiche e aristocratiche a modo loro. La prima riservava il potere alle sue élite, mandando la sua aristocrazia nelle scuole migliori, assicurandosi che i ricchi e i potenti fossero anche gli intelligenti, mentre la seconda manteneva la consapevolezza che il ruolo dello Stato non è quello di guardare al suo interno e sistemare gli affari interni, ma di guardare all’esterno, verso i suoi nemici, come strumento di organizzazione. La Gran Bretagna divenne il più grande impero mai esistito nel secolo successivo, prima che il potere fosse trasferito all’America, dove un’analoga egemonia bipartitica fu ed è organizzata attraverso le sue scuole. Gli unipartiti sono le costituzioni degli Stati organizzati; è solo quando questi unipartiti rivolgono tale organizzazione contro il proprio popolo che diventano regimi ostili.

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