Italia e il mondo

La rivincita dei “cotonieri” nel XXI secolo _ di Roberto Biagio Randazzo

La rivincita dei “cotonieri” nel XXI secolo
L’Unione Europea come modello redivivo degli Stati Confederati del Sud?
Scritto da Arturo Re
Elaborato tra gennaio e maggio 2026

In generale, l’Unione Europea è governata come segue:
• Come una forma di potere esecutivo indiretto (che opera per interposte istituzioni formali);
• Dove il potere reale è esercitato da certi patriziati urbani e da una certa alta borghesia;
• Inerenti in larga misura: 1. alla Francia Nord-orientale; 2. all’area del “Benelux”; 3. alla Germania Nord-occidentale;
• Che operano mediante concertazione in istituzioni quali la Camera Europea degli Industriali, le varie Eurocamere di settore, ecc., e altre istituzioni simili, alcune in livelli ancor più di back-office, che praticamente nei fatti dominano la governance effettuale da dietro le quinte dell’U.E.;
• Considerato il fatto che il Parlamento europeo è una messinscena per la televisione, in quanto privo di effettuale e reale potere legislativo, tutto il potere reale sta in tali camere e nelle istituzioni finanziarie, di cui, uffici di front-office, come la Commissione europea — nonostante il voto sui candidati proposti, per sceglierla, effettuato nel Parlamento (da gente ignorante che neppure comprende queste cose, e non fa davvero alcun interesse strutturale di parte) — nei fatti è espressione di tali interessi e di tali gruppi (rendendo così effettualmente, pertanto, l’U.E. una struttura di governance di potere esecutivo indiretto);
• Il vero potere, quindi, nel modo in cui tali camere di alti settori e potentati, operando in tandem con la Banca Centrale Europea, la quale è un’istituzione di matrice essenzialmente di capitalismo di scuola neoclassica (seppure in Paesi predominanti come la Germania si manifesta come la loro variante locale ordoliberalista): che gestisce, mediante politiche economiche e macroeconomiche fondate su d’un monetarismo assoluto, sull’austerità, sulla necessità di portare le entrate sugli interessi dei debiti pubblici dei diversi Stati in positivo, etc., nei fatti diventa una tirannia su quante risorse e liquidità i governi esecutivi formali dei diversi Stati possano allocare. Perché? Perché essi devono perseguire l’interesse di quella ristretta alta patrizia e alta borghese che controlla tutte tali istituzioni e meccanismi, che ragiona nei termini più assoluti del capitalismo di matrice neoclassica;
• Infine, diversi gruppi dell’alta borghesia e dei patriziati urbani dei vari Stati nazionali, come nel caso italiano, risultano integrati localmente nella rete di tale sistema, accettando la deindustrializzazione e la dissoluzione dei cicli completi del capitalismo di mercato interno, insieme a una profonda riconfigurazione produttiva nei Paesi membri non dominanti, l’erosione della capacità dei poteri esecutivi locali di allocare le risorse statali, e l’immigrazione di massa, la quale da un lato esercita una pressione al ribasso sui salari della classe lavoratrice e dall’altro incide sulla coesione sociale del corpo nazionale, al fine di preservare l’ordine strumentale del capitalismo neoclassico dominante: nei fatti, nei singoli Stati, come l’Italia, si consolidano élite locali “coloniali”, elette e innalzate, trasformate di fatto in proxy di un cartello franco-germanico e beneluxiano dell’alta borghesia e del patriziato urbano che, nei fatti, esercita la propria egemonia sull’Unione Europea.
Praticamente, nei fatti, la stragrande maggioranza degli Stati membri dell’U.E., inclusa l’Italia, risulta governata da élite oligarchiche locali elevate, che operano in qualità di proxy per conto di quelle dominanti franco-germano-beneluxiane, consolidandosi e arroccandosi al potere, e che si comportano come figure locali non dissimili – per dinamiche strutturali – da “compratores”, “venditores” e “cotonieri”. Tutti gli Stati sottomessi sono progressivamente privati della presenza di industrie strategiche autonome, della capacità di esercitare un reale potere esecutivo sull’allocazione delle proprie risorse, e progressivamente relegati a un terziario basato su turismo e servizi, oppure a un settore primario agricolo e a un’industria limitata e di secondo livello, non disponendo più di un capitalismo nazionale autonomo, ma producendo invece sulla base di cicli di import-export dipendenti da filiere produttive esterne. In sostanza, l’Italia, un tempo tra le principali potenze industriali occidentali, sarebbe stata ridotta a un modello di sviluppo non dissimile da ciò che, fino a pochi decenni fa, sarebbe stato definito un modello economico neocoloniale africano.
Questo è evidente anche da altri dati essenziali. Non a caso, l’Italia nel periodo dal 1989 al 1992/93 aveva una media di total manufacturing output corrispondente per difetto al 5,5 % del totale globale e per eccesso al 5,9 % del totale globale. Ad oggi, 2026, l’Italia detiene solamente per difetto l’ 1,2% del total manufacturing output, mentre, invece, per eccesso a un massimo di 1,7% del total manufacturing output globale.
Questi sono livelli da quello che, nel Secondo dopoguerra, veniva definito il cosiddetto “Terzo mondo”. L’India al 1947, o la Cina al 1949, aveva queste medie percentuali di poco più dell’ 1% del total manufacturing output globale.
A lato di questo, però, l’Italia è anche diventata il 4° paese al mondo per esportazioni senza avere più industria e mercato interno a ciclo completo! Tipica cosa che, nel XIX e nel XVIII secolo, era legata agli stati che sceglievano posizioni subordinate nell’ordine globale e si costituivano internamente attorno a oligarchie ristrette votate all’export dei prodotti del settore primario, soprattutto agricolo-alimentare, in un’industria superstite rimasta legata alla produzione di semilavorati (al massimo, in un ciclo import-export), è sottoposto in modo fermo a un modello economico di scuola classica e manchesteriana (antecedenti da cui il capitalismo neoclassico si è sviluppato).
Questa era, in sostanza, la posizione e la struttura economica che gli Stati del Sud degli Stati Uniti nella prima metà del XIX secolo, e successivamente la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), presentavano sotto la propria oligarchia cotoniera, tabacchiera e liniera, orientata all’export, e pienamente inserita in un modello di capitalismo classico e manchesteriano (e sarebbero diventati neoclassici, se fossero continuati a esistere post anni ’70 del 1800).
L’ordoliberismo, una variante, seppur dirigista, del capitalismo neoclassico, esiste nei fatti in Germania, o al massimo nel “Benelux” (e forse di alcuni interessi francesi), in quel mondo delle loro alte borghesie e dei loro patriziati urbani, che si esprime nelle camere di commercio e della Banca Centrale Europea, e utilizza l’U.E. solo per fare il proprio interesse.
Non a caso, all’interno dell’U.E., l’unica industria che resiste, per quanto anche lì in decadenza per via dei parametri della globalizzazione e del WTO, grazie a questi parametri di dominanza è proprio quella di questo cartello parzialmente “franco” e soprattutto “benelux-tedesco”.
Pertanto, per tutti gli altri sistemi-Paese, come l’Italia – sottoposti a queste élite locali “neocotoniere” (oligarchie che dominano con il pugno di ferro i diversi Stati locali), catena di congiunzione in concertazione degli interessi delle alte borghesie e dei patriziati urbani “delle Fiandre” (intese in senso allargato), che nei fatti dominano l’U.E. – quest’unione si manifesta strutturalmente, da un punto di vista macroeconomico e di economia politica, con una configurazione analoga a quella che caratterizzò il C.S.A.
Sostanzialmente, esclusa l’area rimasta industrializzata e ordoliberista della Germania Nord-occidentale, e delle Fiandre, e anche per quei paesi ex Patto di Varsavia come la Polonia o l’Ungheria, dove i capitalisti tedeschi dominano con la loro delocalizzazione locale industriale, per la stra-grande maggioranza degli Stati, e in primo luogo per l’Italia, l’Unione Europea è governata con la stessa mentalità e lo stesso modello economico della Confederazione degli Stati d’America (CSA) storica.
Ulteriore somiglianza, seppure superficiale differenza, è che nel contesto storico della Confederazione degli Stati d’America (CSA) vi era la presenza del lavoro schiavile importato in massa dall’Africa (e socialmente ed etnicamente differente dalla popolazione bianca autoctona). Mentre nell’U.E. domina il fenomeno dell’importazione di masse di immigrati proveniente da aree extraeuropee, tra cui l’Africa. Evidente è il parallelo strutturale. Entrambi i due sistemi si basano sull’approvvigionamento della forza lavoro diversa dalla popolazione autoctona. Come poi tali modelli economici siano orientati all’export, e alla distruzione del mercato interno, e inseriti in un ordine capitalistico di tipo classico/manchesteriano/neoclassico.
Pertanto, i maggiori paralleli strutturali e fisici evidenti tra l’U.E. e il C.S.A. sono:
• Rifiuto dei modelli di capitalismo nazional-sviluppista a carattere interclassista e inter-settore, con superiorità del potere esecutivo diretto sulla banca centrale di Stato, nella tradizione di Alexander Hamilton e Henry Charles Carey. Cioè il rifiuto dei modelli orientati alla costruzione di capacità produttive interne, al protezionismo industriale e all’integrazione organica tra settori economici e classi sociali. Invece, vi è una contestuale affermazione di una prevalenza sistemica del capitalismo classico, del paradigma manchesteriano del laissez-faire e delle successive elaborazioni del capitalismo neoclassico, caratterizzate da centralità dell’equilibrio di mercato, mobilità dei capitali e disciplina monetaria. Tale assetto viene descritto come rintracciabile, in forma comparativamente diversa ma strutturalmente affine sul piano dell’impostazione economico-politica generale, sia nell’architettura dell’Unione Europea sia, storicamente, nella Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.).
• Dove, nel caso storico della Confederazione degli Stati d’America (CSA), vi era il lavoro schiavile di massa d’importazione Africana, nel contesto contemporaneo dell’Unione Europea, vi è l’importazione di massa di lavoratori immigrati dall’Africa, dal Sud Est Asiatico, dal Sud America, etc. In entrambe le configurazioni, comparativamente, la forza lavoro è importata in massa dall’estero ed è etnicamente distinta dalla popolazione autoctona (le nazioni europee in Europa, e i bianchi in Nord America), assume una funzione strutturale all’interno di sistemi economici orientati all’export e inseriti in una logica di capitalismo classico e manchesteriano, o anche nelle loro evoluzioni successive, quali il capitalismo neoclassico (come anche nelle varianti di quest’ultimo sia neoliberali sia ordoliberali, quest’ultimo solo per i paesi dei cartelli dominanti all’interno dell’U.E.).
Dunque, dal punto di vista dell’economia politica comparata, le teorie economiche prevalenti nell’Unione Europea sono riconducibili a quelle che risultavano dominanti negli Stati del Sud della Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), e si pongono in totale opposizione rispetto all’impostazione interclassista, intersettoriale e nazional-sviluppista del capitalismo federale degli Stati del Nord degli Stati Uniti, chiaramente espressa dall’economista Henry Charles Carey, considerato uno dei principali riferimenti teorici in ambito economico e strategico.
Come il C.S.A. stava – in connessione di commercio globale – al cartello franco-britannico dell’industria con le proprie esportazioni, e aveva un’economia locale totalmente fondata sull’import-export, praticando scientifica distruzione del mercato interno, l’imposizione assoluta dell’austerità e del monetarismo al proprio interno, vivendo di esportazioni, e limitando la minima industria superstite alla produzione di componentistica – sulla base di import per export – non per un proprio ciclo completo di capitalismo interno ma per cicli produttivi esterni.
Così l’Italia nell’U.E., come molti altri sistemi-Paese, sta – in connessione di commercio e parametri economici – al cartello degli interessi dell’alta borghesia e del patriziato urbano della Francia Nord-orientale, del “Benelux”, e della Germania Occidentale, e della loro concertazione nelle varie camere industriali e finanziarie e bancarie tra cui la B.C.E., avendo ridotto una propria economia una volta avanzata alla scientifica distruzione del mercato interno, l’imposizione assoluta dell’austerità e del monetarismo al proprio interno, vivendo di esportazioni, e limitando la minima industria superstite alla produzione di componentistica – sulla base di import per export – non per un proprio ciclo completo di capitalismo interno ma per cicli produttivi esterni.
Pertanto, deve essere sostanzialmente sottolineato che, eliminando la schiavitù dal ragionamento – zavorra morale, che mina la lucidità del ragionamento dei più – e osservando la pragmatica e le teorie economiche effettuali, l’Unione Europea e la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) si collocano nello stesso campo e attuano uno stesso modello strutturale.
Il framework istituzionale dell’Unione Europea ha marginalizzato le tradizioni sviluppiste associate a Hamilton, Carey, List e al dirigismo del secondo dopoguerra, a favore di impianti “neo”-manchesteriani, neoclassici, monetaristi, ordoliberali e neoliberali, caratterizzati dall’enfasi sulla stabilità dei prezzi, la disciplina fiscale, la mobilità dei capitali e l’integrazione dei mercati, ma la distruzione essenziale di tutti i mercati interni (esclusi quelli dei paesi, o meglio delle aree, dei cartelli dominanti, precedentemente menzionati).
Di base, mettendo da parte nell’analisi l’elemento dell’agrarianismo, e della sua bucolicità ideologica, e quello della schiavitù dei neri – quest’ultimo soprattutto per il suo pesante “bagaglio” morale – che tendono a offuscare l’immagine della C.S.A., e concentrandosi invece sulle pragmatiche strutturali del suo modello economico e sulle teorie economiche a esso sottese, si osserva come l’Unione Europea e la C.S.A. possano essere interpretate come sistemi sostanzialmente operanti all’interno di uno stesso continuum teorico e di natura economica.
Si tratta del campo del capitalismo classico, manchesteriano e neoclassico, in opposizione al capitalismo nazional-sviluppista interclassista e intersettoriale di matrice nazionalista e/o federalista, associato a Henry Charles Carey e ad altri autori affini.
Inoltre, sia la C.S.A. sia l’U.E. possono essere descritte come strutture di tipo confederale, o più precisamente confederale debole, caratterizzate da un’elevata frammentazione della sovranità effettiva e da una limitata centralizzazione del potere decisionale. All’interno di tali sistemi, gli attori istituzionali e politici dominanti tenderebbero a preservare e stabilizzare questo assetto, in quanto funzionale all’equilibrio degli interessi consolidati, opponendosi in modo sostanziale – al di là della retorica di front-office e delle dichiarazioni ufficiali di natura integrativa – a traiettorie evolutive di tipo federale.
Tali traiettorie implicherebbero infatti una progressiva concentrazione del potere esecutivo a livello centrale, inclusa la capacità di indirizzo diretto sulle politiche fiscali, monetarie e di coordinamento economico-strategico. Proprio questa eventuale evoluzione verso una forma compiutamente federale, dotata di un potere esecutivo unitario anche in ambito finanziario ed economico, risulterebbe strutturalmente in tensione con l’assetto confederale esistente, che si fonda invece sulla mediazione tra livelli di sovranità parzialmente autonomi e sulla conservazione di un equilibrio multilivello del potere.
Oppure, l’attuazione di un potere federale di Stato nell’U.E., dotato di un forte potere esecutivo diretto, porterebbe alla subordinazione della B.C.E. a un potere esecutivo reale e, dunque, per necessità di sviluppo strategico, porrebbe fine su larga scala all’ordine fondato sul capitalismo neoclassico, muovendosi invece – se mai tale scenario strategico si verificasse – verso posizioni di tipo hamiltoniano o careyano.
Ma, così come avvenne per gli Stati del Sud del Nord America nella prima metà del XIX secolo e nella successiva Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.), anche il cartello franco-“beneluxiano”-tedesco che esercita governo sull’U.E., unitamente alle diverse oligarchie locali che operano come cinghia di trasmissione di tali interessi nei singoli Stati membri — come nel caso dell’Italia — tenderebbe a opporsi in modo sistemico e strutturale a questo tipo di evoluzioni, mobilitando gli strumenti istituzionali, polizieschi, economici, repressivi, e politici a propria disposizione per preservare l’assetto esistente.
Dunque, c’è una marcata sovrapposizione tra le forme di governance pragmatica, le teorie economiche e i modelli di economia politica:
• L’Unione Europea (U.E.) ha mostrato una tendenza verso la liberalizzazione del commercio, la sovranità decentralizzata, la disciplina fiscale basata sull’austerità e il monetarismo, e l’integrazione dei mercati tra Stati membri semi-sovrani, con dinamiche di esplicita distruzione delle industrie dei mercati interni, esclusi quelli del cartello dominante, e una crescita guidata da logiche di import-export.
• La Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) ha a sua volta sostenuto uno Stato centrale debole, una forte autonomia regionale, un commercio orientato all’import-export e una concezione classica e manchesteriana dell’economia politica, caratterizzata da monetarismo, austerità, distruzione esplicita sia della base industriale interna sia del proprio mercato interno.
Laddove, nel XIX secolo, nel sistema del C.S.A. chi traeva vantaggio erano tanto le oligarchie locali, ma soprattutto le élite a capo del capitalismo dell’industria estera, soprattutto quella britannica/inglese, e in parte quella francese. Invece, nel XXI secolo, nel sistema dell’U.E. chi trae vantaggio sono ristrette oligarchie locali “cotoniere” – per paragone potremmo dire – piazzate al potere su Stati subordinati come l’Italia, ma soprattutto le élite a capo del capitalismo dell’industria estera, soprattutto quella del “Benelux”, della Germania occidentale / Nord-occidentale, e della Francia Nord-orientale.
Dunque, tra U.E. e C.S.A., a livello duro e strutturale, il confronto è notevole:
• struttura istituzionale di tipo confederale (debole);
• diffidenza tanto verso l’autonomia nazionale quanto verso una forte centralizzazione federale;
• preferenza per il libero scambio e per il laissez-faire rispetto al protezionismo;
• assolutezza di austerità e monetarismo;
• e una convergenza verso il capitalismo classico e manchesteriano (con l’Unione Europea collocabile nell’alveo del capitalismo neoclassico, inteso come sua evoluzione teorica e sistemica);
• Etc., etc., etc.
In tale prospettiva è possibile individuare una linea di continuità riconoscibile.
Si delinea infatti una genealogia intellettuale coerente alla base del confronto, soprattutto se lo si interpreta nei termini di una comparazione tra paradigmi di economia politica, e tra pragmatica strutturale di governance politica ed economica, piuttosto che come equivalenza morale o identità storica tra sistemi differenti.
Pertanto, in questa analisi, così come diceva Machiavelli, nel suo Principe, al capitolo 15: «essendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi l’intende, mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa: e molti si sono immaginate Repubbliche e Principati, che non si sono mai visti né cognosciuti essere in vero».
Entrambi i sistemi, la C.S.A. e l’Unione Europea, sono manifestazioni di più ampie tradizioni politico-commerciali liberali, caratterizzate dalla centralità dell’integrazione commerciale, dalla sovranità decentralizzata, dai vincoli alla centralizzazione del potere fiscale e dal ruolo disciplinante dei mercati rispetto alla pianificazione nazionale o federale dello sviluppo.
Nonché, entrambi si collocano in opposizione ai modelli economici interclassisti e intersettoriali di tipo sviluppista, industriale e nazionale o federale, nei quali lo Stato assume una funzione diretta di coordinamento strategico della crescita produttiva e dell’integrazione economica interna.
Sia la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) sia l’Unione Europea (U.E.) possono essere analiticamente collocate all’interno della medesima ampia tradizione di economia politica liberale-commerciale: una tradizione strutturalmente contrapposta al developmentalismo sovrano, alle strategie industriali nazionalmente integrate e al federalismo produttivo interclassista.
In entrambi i sistemi, la governance economica è organizzata attorno alla primazia dell’integrazione commerciale, dell’accumulazione orientata all’export, della disciplina fiscale fondata sull’austerità e il monetarismo, della preservazione di interessi commerciali e finanziari transregionali rispetto allo sviluppo industriale nazionale autonomo e di potenza.
Le rispettive architetture istituzionali limitano la sovranità sviluppista centralizzata attraverso assetti di tipo confederale o semi-confederale, in entrambi i casi debole, basano la propria governance su forme di potere esecutivo indiretto (e nell’Europa odierna di meccanismi tecnocratici di disciplina di mercato), che riducono la capacità delle maggioranze politiche di indirizzare il credito, l’industria e la pianificazione produttiva di lungo periodo.
Piuttosto che perseguire modelli di capitalismo sviluppista di matrice hamiltoniana, careyiana, listiana o dirigista – incentrati sulla costruzione del mercato interno, sulla protezione industriale, sul coordinamento produttivo e sull’accumulazione strategica nazionale (o federale) – entrambi i sistemi dell’U.E. e del C.S.A. si collocano nella tradizione del capitalismo classico, manchesteriano e, successivamente, neoclassico: una tradizione che privilegia il libero scambio, la mobilità dei capitali, l’ortodossia monetarista, l’austerità, la disciplina fiscale, l’integrazione commerciale esterna e la subordinazione delle economie produttive alle esigenze di un ordine di mercato transregionale (contro i cicli produttivi completi d’un proprio capitalismo autonomo).
Come il ciclo economico completo e di capitalismo autonomo per il C.S.A. esisteva per l’alta borghesia e l’altro patriziato urbano dell’Inghilterra/Gran Bretagna, e anche seppure solo in parte della Francia, che poi gestivano le proprie potenze con metodi dirigisti e di creazione di potenza.
Così il ciclo economico completo e di capitalismo autonomo per l’U.E., in Stati subordinati e periferizzati, come l’Italia, esiste solo per il cartello dell’alta borghesia e dei patriziati urbani della Francia Nord-orientale, della Germania occidentale, e del “Benelux”, che, infatti, utilizzano per se stessi margini gestionali a proprio favore, seppure sempre con questa mentalità, con l’ordoliberismo.
In tale quadro, processi quali la deindustrializzazione, la dipendenza da riserve di lavoro esterne e l’indebolimento della capacità industriale autonoma e strategica, soprattutto di Stati come l’Italia, non si configurano come anomalie contingenti. Bensì, tali sono esiti strutturali strategici e di governance esplicitamente voluti. Dove un regime di economia politica neoclassica, orientato alla preservazione dell’integrazione liberale-commerciale, della stabilità fiscale dedita all’austerità e al monetarismo, va a un contempo tanto contro:
• Il possibile consolidamento di traiettorie di sviluppo nazionale sviluppista autonomo;
• Il possibile consolidamento di traiettorie di sviluppo federalista autonomo;
In entrambi i casi, a livello di dimensioni contenute, di uno Stato-nazione, oppure, d’ipotetici Stati Uniti d’Europa, si andrebbe alla creazione di un potere esecutivo diretto, con monopolio della violenza, e capacità di giurisdizione sullo sviluppo e sul sistema bancario centralizzato. Cosa che necessariamente andrebbe a rompere l’equilibrio del capitalismo neoclassico, e porterebbe tali entità politiche in una traiettoria di sviluppo alla Alexander Hamilton o alla Henry Charles Carey. Dunque, vi è l’opposizione a entrambe le due traiettorie di sviluppo. Ma questa è un’ulteriore, fisica e materiale, sovrapposizione ed eguaglianza di governance tra quelli che furono i C.S.A. con l’odierna U.E.
Quindi, la sovrapposizione tra la Confederazione degli Stati d’America (C.S.A.) e l’attuale Unione Europea (U.E.) diviene evidente quando entrambi i sistemi vengono analizzati attraverso le lenti della governance, dell’economia politica, e della macro-economia comparate, piuttosto che mediante narrazioni morali o similitudini storiche di superficie.
Infatti, sul piano strutturale, entrambi possono essere ricondotti alla medesima genealogia della tradizione liberale-commerciale del capitalismo: una forma di organizzazione politico-economica centrata sull’integrazione commerciale, sull’accumulazione orientata all’export, alla distruzione dell’industria interna e dei cicli completi economici e del capitalismo interni, sul monetarismo, sull’austerità, sulla disciplina fiscale e sulla subordinazione sistematica dello sviluppo produttivo sovrano alle dinamiche di potere commerciale-finanziario transregionale e/o globale.
Al centro di entrambi i sistemi si colloca la medesima logica economica e di governance: il rifiuto del nazionalismo e/o federalismo sviluppista a favore di una integrazione disciplinata dai meccanismi di mercato.
Non a caso, entrambi i modelli si oppongono alla concezione hamiltoniana, careyiana, listiana e dirigista dell’economia, nella quale lo Stato agisce come soggetto di organizzazione dell’espansione produttiva nazionale, del coordinamento industriale, dello sviluppo infrastrutturale, dell’aggiornamento tecnologico e dell’integrazione economica interclassista.
Al contrario, sia la C.S.A. sia l’Unione Europea incarnano la concezione manchesteriana e, successivamente, neoclassica dell’economia politica: centralità del libero scambio, mobilità dei capitali, diffidenza verso la sovranità sviluppista centralizzata, disciplina fiscale e monetaria, e prevalenza degli interessi commerciali e finanziari rispetto al consolidamento industriale nazionale.
I paralleli istituzionali sono notevoli. In entrambi i sistemi, il potere economico effettivo viene esercitato in forma indiretta piuttosto che attraverso un’autorità partecipativista e nazionalista – nazionalista e/o federale – sviluppista pienamente autodeterminantesi.
La governance è mediata da strutture di tipo confederale o semi-confederale, nelle quali unità parzialmente sovrane vengono disciplinate da imperativi di mercato transregionali, vincoli monetari e reti commerciali e di governance di certe élite organizzate a mo’ di cartello.
Il centro politico assume principalmente la funzione di garantire la continuità dell’ordine liberale-commerciale, l’austerità, il monetarismo, la distruzione dell’industria interna, l’orientamento all’export, piuttosto che di indirizzare una trasformazione di tipo sviluppista.
Per questo motivo, in entrambi i sistemi si osserva una limitazione sistematica della pianificazione industriale, dell’espansione fiscale autonoma, del protezionismo strategico e delle politiche produttive nazionalmente integrate.
La morfologia economica è pressoché identica. Entrambi i sistemi privilegiano i circuiti commerciali esterni rispetto al consolidamento produttivo interno. Entrambi subordinano l’industria domestica, o la distruggono in larga parte, alle esigenze della competitività esportativa e dell’integrazione del capitale su scala transregionale. Entrambi generano tendenze strutturali alla deindustrializzazione nelle regioni periferiche, alla dipendenza da bacini esterni di forza lavoro e alla concentrazione del potere effettivo in élite commerciali-finanziarie interconnesse, i cui interessi trascendono le economie produttive locali.
In entrambi i casi, la governance economica opera attraverso la disciplina di mercato: austerità, rigidità monetaria, vincoli creditizi, ortodossia fiscale e separazione dell’amministrazione economica da un intervento diretto della democrazia di massa, od ancor di più un’opposizione assoluta al repubblicanesimo partecipativo.

  Il parallelismo diviene ancora più evidente nella dottrina monetaria. Il sistema confederale difendeva una sovranità decentralizzata, dazi contenuti, dipendenza dall’export e una marcata ostilità verso un’economia dello sviluppo centralmente pianificata.
   L’Unione Europea riproduce una logica analoga, ma su un piano tecnocratico più avanzato, attraverso la governance monetarista, il potere disciplinante della banca centrale, i vincoli di bilancio, l’anti-inflazionismo elevato a principio assoluto e la costituzionalizzazione dell’integrazione di mercato.
   Il risultato, in entrambi i casi, è una confederazione commerciale in cui le strutture politiche sono progettate principalmente per preservare la stabilità dell’accumulazione liberale-capitalistica di coloro che dominano i cartelli dominanti (a cui si accodano i vari “cotonieri” locali, come in Italia), piuttosto che per costruire una civiltà industriale sovrana.
  Dal punto di vista dell’economia politica, tale somiglianza non può essere considerata una coincidenza accidentale. Essa appare piuttosto come una continuità riconoscibile all’interno della più ampia evoluzione storica del capitalismo liberale-commerciale stesso.
  La Confederazione degli Stati d’America (CSA) rappresentava una forma precoce di capitalismo export-oriented atlantico decentralizzato; l’Unione Europea ne costituisce invece una versione successiva, altamente istituzionalizzata, tecnocratica e post-industriale.
   Pur in presenza di contesti storici differenti e di differenti assetti produttivi, si riscontra una medesima grammatica politico-economica di fondo: anti-sviluppismo, primazia del mercato, ortodossia monetaria, sovranità limitata e prevalenza del capitale commerciale transregionale rispetto alla capacità produttiva nazionalmente integrata.

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