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Punti chiave
Questo studio si apre con alcune osservazioni dedicate al genere dell’enciclica e agli autori anonimi di Magnifica humanitas, per poi esaminarne la visione dottrinale.
Una seconda parte descrive le caratteristiche esterne dell’enciclica: le sue peculiarità, il contesto in cui è stata redatta, gli aspetti prevedibili e quelli inaspettati, e infine i suoi autori, il cui lavoro viene ricostruito attraverso uno studio genetico. Vi si rilevano inoltre un errore biblico, le (sovra)estensioni di un magistero e il ruolo delle fonti silenziose.
La terza parte analizza le linee di tensione del testo. Innanzitutto le sue contraddizioni interne: i significati del bene comune, il passaggio dal sano all’autentico, il rapporto tra individuo e comunità, la storia come dramma. Poi le sue aporie: i giudizi espressi sulla tecnologia, sul progresso e sul lavoro, sul dialogo politico e sul calcolo, ma anche sulla governance dei dati e sul binomio mercato-distributismo. Poi i suoi debiti e le sue divergenze: la matrice agostiniana, i prestiti dal tomismo e le libertà che si prende rispetto ad esso, la presa di distanza da Marx. Infine i suoi fronti polemici: contro Thiel, contro Ratzinger, contro Bergoglio.
La quarta parte mette in luce i punti chiave di Magnifica humanitas: il «superamento» della guerra giusta, la falsificabilità della dottrina sociale, la funzione del potere pubblico e la questione della democrazia.
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Osservazioni preliminari sul genere e sull’autore
Il genere letterario dell’enciclica si è trasformato nel corso del tempo 1. A partire dalla prima « littera encyclica » nel senso moderno — Ubi primum di Benedetto XIV, del 3 dicembre 1740 —, questo tipo di atto rivolto all’episcopato e a tutti i fedeli è stato lo strumento attraverso il quale il papato ha « alimentato » un insegnamento diverso da quelli sperimentati fino ad allora. Questo tipo di insegnamento e di legislazione avrebbe sostituito le « decretali », con cui si trattavano questioni di disciplina, anche teologica, che diventavano corpus del magistero accademico e, da lì, norma generale per la Chiesa ; e lo stesso sarebbe avvenuto per le « bulle » promulgate per dirimere questioni dottrinali, individuare l’errore e attivarne la repressione, sia secolare che ecclesiastica.
La teologia di Denzinger
L’enciclica, infatti, si sarebbe caratterizzata da un accumulo di funzioni e ambizioni, nella posizione apicale di un magistero che non poteva attingere né al carisma dell’infallibilità né alla dignità degli atti conciliari, ma che si proponeva di far valere la propria autorità nel lungo periodo, durante il quale formare, imporre, ispirare, orientare, sanzionare, riconoscere e sconfessare.
Yves Congar, ben prima che la questione diventasse di attualità, aveva ricostruito il peso di questi documenti nella formazione di una struttura ideologica («il magistero ordinario») e la funzione ecclesiologica esercitata da questa categoria, all’interno della quale spesso si trovavano affermazioni non tutte conciliabili tra loro. Essi riservavano tuttavia all’autorità del successore di Pietro una funzione la cui esclusività sarebbe venuta meno solo nel 2013, quattro dozzine di anni dopo il Concilio Vaticano II, quando l’esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco (n. 32) ha riconosciuto agli episcopati una certa «& nbsp;autorità dottrinale » 2 e ha chiarito cosa intendesse con ciò citando le prese di posizione delle conferenze episcopali nei suoi atti pontifici e soprattutto nelle sue encicliche.
Questa traiettoria parabolica del « genere enciclico » è stata accompagnata da un duplice esito paradossale. Da un lato, un’ambizione moderna di sostenibilità, di leggibilità solida e/o rigida. D’altro canto, un ritorno ai tempi delle decretali del XII e XIII secolo, che acquisivano vigore solo quando si iniziava a insegnarle all’Università di Bologna con l’ambizione più modesta di essere riconosciute nell’immediato e per il momento.
A partire dal 1854, infatti, il massimo riconoscimento a cui un’enciclica potesse aspirare — e a cui ha aspirato — era quello di essere letteralmente ridotta in « pezzi » (o, se si preferisce, in prove a carico) e vedere le sue affermazioni inserite, come tanti paragrafi, in una famosissima opera accademica privata: l’« Enchiridion symbolorum, definitionum et declarationum de rebus fidei et morum » ideato da Heinrich J.D. Denzinger (1819-1883). Di fronte alle teorie sull’autorità e al principio di autorità, una formula pontificia, un pensiero teologico, una categoria disciplinare, una tesi dottrinale diventava auctoritas quando si emancipava dal proprio autore ed entrava «nel Denzinger». Questo vademecum, che riscosse un enorme successo nelle sue innumerevoli riedizioni (curate in seguito da p. Alfons Schönmetzer sj, da cui la sigla DS, e da ultimo da Peter Hünermann, da cui la sigla DSH), raccoglieva due tipi di insegnamento. Da un lato, selezionava e pubblicava proposizioni di natura dogmatica attinenti al magistero straordinario definitorio della Chiesa, quello che richiede un assenso di fede divina e cattolica (o teologale), ovvero la « adesione piena, libera e soprannaturale dell’intelligenza e della volontà alle verità rivelate da Dio ». Accanto a questo, e senza distinzioni, collocava il magistero ordinario che, come affermavano i manuali del XIX secolo, richiede «solo» il rispetto religioso da parte dell’intelletto e della volontà.
È nel XIX secolo e nel XX secolo preconciliare che questa esigenza ha portato a concepire e a redigere le encicliche come atti dottrinali completi, impegnati, omogenei, calibrati, potenzialmente immutabili: sia quando dovevano colpire filosofi o teologi malvisti, sia quando dovevano instaurare una catena di trasmissione di insegnamenti autentici, le cui tappe sono state segnate dai manuali e dal Denzinger.
Non è stato quindi l’arricchimento o l’ampliamento di questi documenti a modificarne il significato storico, bensì la trasformazione dei rapporti tra il papato e l’episcopato, tra la Chiesa e le Chiese, tra la Chiesa e le società: un’evoluzione che ha coinciso con il periodo postconciliare e la postmodernità, e che ha richiesto e imposto la metamorfosi di questi documenti, passati da semplici enunciati ad atti performativi: non si tratta più solo di dire chi « insegna », ma di gesti che rendono la parola un corollario dell’atteggiamento che delinea i contorni del discorso.
Il punto di svolta fu l’enciclica Humanæ vitæ, pubblicata il 25 luglio 1968, con la quale Paolo VI respingeva la proposta avanzata da una commissione (i cui membri erano stati interamente scelti da lui stesso) di dichiarare moralmente lecita la contraccezione ormonale e di consentire alle coppie cattoliche di regolare le dimensioni della propria famiglia con «& nbsp;la » pillola. Il risultato fu che proprio questa enciclica subì la massiccia inosservanza del dictatum papae dell’epoca gregoriana : al punto da far pensare che l’antica regola del Digesto (D. 1,3,32,1 : «& nbsp;leges non solum suffragio legislatoris, sed etiam tacito consensu omnium per desuetudinem abrogentur » (« le leggi non vengono abrogate solo per volontà del legislatore, ma anche per tacito consenso unanime quando non vengono osservate » ) avesse trovato in quell’anno una lampante illustrazione. Questa presa di posizione sembrò aver portato al « suicidio del genere enciclico », al punto che Paolo VI non scrisse mai più un’enciclica fino alla sua morte, avvenuta dieci anni e undici giorni dopo. E quando arrivarono le encicliche rinnovate di Giovanni Paolo II (14), poi quelle di Benedetto XVI (3) e di Francesco (4), ci si trovò di fronte a testi molto diversi da quelli del passato. Si trattava di lunghi saggi, spesso di lunghe antologie di brani redatti da mani diverse e assemblati con un’intenzione diversa da quella, quasi eterna, del passato: lo scopo era quello di indicare un tema al quale il papa dava priorità e forma, piuttosto che vincolare il clero o i fedeli a determinati comportamenti. Ed è proprio per questo motivo che le encicliche hanno cominciato a passare dal campo dei beni durevoli a quello dei beni di consumo: il loro contenuto appariva effimero, mentre la forza dei gesti papali si imprimeva nella memoria.
Di fatto, sotto Giovanni Paolo II, nessuna enciclica ha subito un fallimento paragonabile a quello dell’Humanae vitae; ma nessuna è andata oltre la dimensione del gesto, con una funzione sia interna che esterna. All’interno, si è trattato di encicliche lunghe o molto lunghe, ottenute mediante la giustapposizione di sezioni che soddisfano l’ambizione della Curia del Sommo Pontefice di far trasparire la funzione esercitata, con crescenti gradi di indiscrezione (il culmine fu raggiunto da un economista che, il giorno della pubblicazione di un’enciclica di Benedetto XVI, si vantò al telegiornale della RAI di averne scritto una parte). All’esterno, l’enciclica indica un problema, non più agli editori dei nuovi Denzinger, ma all’opinione pubblica, e richiama l’attenzione su di esso — quasi consapevole del fatto che ad ogni enciclica il consenso non mancherebbe, senza pregiudicare il futuro delle sue scelte linguistiche, teologiche e persino dottrinali.
Ciò è talmente vero che quando si verifica un’eccezione di rara solennità, essa passa inosservata: è infatti in un’enciclica (Evangelium vitae) che il papato fa uso, per la prima e unica volta, del carisma dell’infallibilità sancito a Vaticano I ; e lo fa non per un ampio brano di testo, ma per tre parole — la definizione dell’aborto provocato come « grave disordine morale » 3 — che non modificano in alcun modo una posizione del discorso pubblico della Chiesa che si era progressivamente inasprita, non solo nei confronti dell’interruzione di gravidanza, ma soprattutto delle legislazioni che l’avevano dapprima depenalizzata e poi trattata come un diritto della donna.
Questa tendenza a trasformare l’enciclica in un gesto (e i gesti in magistero) è rimasta immutata sotto due pontificati molto diversi, quello di Benedetto XVI e quello di Francesco, i cui atti e documenti, accompagnati al momento della loro pubblicazione da segni di profonda ammirazione, sono rimasti impressi nella memoria grazie a un frammento, un’espressione, a volte persino solo un titolo (« Fratelli tutti ») o un vago riferimento (« Laudato si’ » « l’enciclica verde ») che diventa un marchio in cui si riassume e si esaurisce uno sforzo redazionale a più mani.
L’abrogazione della fretta
Non sappiamo se, né in che misura, Bob Prevost — che è diventato sacerdote quando Wojtyła era in carica da quattro anni — abbia riflettuto su alcune di queste eredità storiche prima di diventare vescovo a Chiclayo e poi a Roma.
Ciò che appare evidente a chi ha osservato il modo in cui ha dato inizio a un pontificato che si preannuncia lungo, è che i cardinali non hanno scelto qualcuno che «faccia» cose diverse da quelle del suo predecessore, ma che «sia» una figura diversa, pur inserendosi in una sostanziale continuazione della linea teologica di papa Bergoglio. I fattori che hanno determinato il consenso del conclave sono così diventati un mandato al quale l’eletto si è attenuto meticolosamente — come in altri momenti della storia recente del papato.
E lo abbiamo visto quando Leone XIV non ha mostrato alcuna fretta nel firmare la sua prima enciclica. Non sappiamo se ciò sia dovuto al fatto che desse per scontato il rapido declino ormai tipico del genere enciclico, o perché volesse meditare sui suoi contenuti. È tuttavia un dato di fatto che, nell’ultimo secolo e mezzo di storia pontificia, da un Leone all’altro, le cose siano cambiate: papa Pecci (Leone XIII), Pio X e Benedetto XV firmeranno la loro prima enciclica rispettivamente in 60, 61 e 59 giorni. Francesco ne impiegò 108, Giovanni Paolo II 139. Ci vollero 232 giorni a Pio XII, 244 a Giovanni XXIII, 250 a Benedetto XVI; l’unico a impiegare più di un anno fu Paolo VI (412 giorni). Così, con i suoi 372 giorni di gestazione, Leone XIV ha sfiorato il record detenuto da Montini — ma durante le sessioni di un concilio ecumenico…
Nelle 53 settimane trascorse tra la sua elezione e la sua prima enciclica, il papa proveniente dalle Americhe non ha quindi avuto alcuna fretta. Non ha reagito a chi sosteneva che la scelta del nome Leone fosse un omaggio «al papa della Rerum novarum», questione sulla quale per il momento non ha fornito alcuna indicazione — che nessuno, del resto, può chiedergli.
Ancora una volta, è tuttavia un dato di fatto che Prevost abbia voluto ripristinare la tradizione secondo cui, nel corso degli ultimi undici secoli, i vescovi di Roma hanno assunto come nome di carica quello di uno dei loro predecessori — usanza (legittimamente) interrotta da papa Francesco, che ha scelto il nome di un santo molto importante, ma non quello di un altro Pontefice. E risalendo a ritroso, non volendo essere né un Benedetto, né un Giovanni o un Paolo, né un Giovanni Paolo, né un Pio, è arrivato a Leone.
Il pontificato di Pecci, in ogni caso, era una figura verso la quale la famiglia religiosa in cui era maturata la vocazione di padre Prevost nutriva gratitudine, poiché egli aveva arrestato il processo di declino che, dopo seicento anni, stava logorando gli Agostiniani. Questi frati, infatti, non hanno alcun legame diretto con il santo di Ippona, di cui sono i lettori e non i discendenti. Nascono solo nel 1244, quando Innocenzo IV costrinse alcuni eremiti dell’Italia centrale a vivere in conventi secondo una famosa regola; e, dopo la fama acquisita da uno di loro — frate Martin Lutero —, mantennero un profilo discreto che li aveva condotti a una profonda crisi, finché proprio Leone XIII non promosse per loro una nuova primavera, sia attraverso beatificazioni e canonizzazioni (Alonso de Orozco, Chiara di Montefalco e Rita da Cascia) sia affidandosi a padre Antonio Pacifico Neno, attore sui generis della politica « antiamericanista » di Pecci.
L’equivoco « rerumnovarumista »
Leone XIV — secondo una voce giornalistica piuttosto diffusa — si sarebbe alleato con Leone XIII perché anche lui voleva occuparsi di « cose nuove » : un’enfasi « rerumnovarumista » caratterizzata da due equivoci storici rivelatori.
Il primo malinteso fu commesso da coloro che, a causa del suo incipit, ritenevano che la più famosa delle 86 encicliche di papa Pecci nutrisse una certa simpatia per qualcosa di « nuovo » in atto nella storia: in realtà era esattamente il contrario, ed è proprio l’esordio del documento del 1891 a dichiarare diffidenza nei confronti della « rerum novarum semel excitata cupidine » (« la sete di innovazioni da tempo suscitata dall’avidità ») di cui erano infiammate le società del mondo globale-coloniale della fine del XIX secolo.
Il secondo malinteso attribuiva all’enciclica del 1891 la funzione di una risposta consapevole e tempestiva alla « rivoluzione industriale »& : in realtà, quell’episodio — così definito, tra gli altri, da Jérôme-Adolphe Blanqui (1837) e da Friedrich Engels (1845) — si era già consumato in due fasi consecutive: la prima con l’avvento delle macchine a vapore, 125 anni prima; il secondo con l’affermarsi della chimica e dell’elettricità, già da almeno due decenni.
Di fatto, quindi — come riferisce rispettosamente don Luigi Sturzo, ad esempio —, Rerum novarum fu utile non per ciò che diceva, ma per ciò che indicava: la condizione operaia, emblema del conflitto tra capitale e lavoro da oltre un secolo, e, in ultima analisi, la politica come ambito in cui la distanza tra il mondo dei troni e quello degli altari era ormai insormontabile.
Scritta 21 anni dopo la nascita del partito cattolico tedesco — lo Zentrum — e 28 anni prima della nascita del Partito Popolare in Italia, l’enciclica di papa Pecci affrontava di petto le teorie « socialiste », ma non si definiva essa stessa una « dottrina sociale ». Anzi, per quanto riguarda il termine « sociale » (lo citava solo come aggettivo: disciplina, beni, leggi sociali – una volta ciascuno). Combatteva sia la cultura liberista del mercato sia la lotta di classe, proponendo una visione interclassista dei problemi dell’economia, dai quali « derivavano » i problemi politici (« a rationibus politicis in oeconomicarum cognatum genus aliquando defluerent »). Apriva la strada a un interesse cattolico per la comunità di destino degli Stati, che si sarebbe formata non sul leggio sacro del pontefice romano, ma nel pensiero e nella dinamica sociale.
Sulla scia della canonizzazione
Le caute aperture di questa enciclica avrebbero trovato numerose applicazioni, ma avrebbero anche incontrato non pochi problemi, proprio perché non aveva legittimato le conseguenze di ciò che ammetteva. Tanto che, per fare un esempio, quando don Romolo Murri immaginò che quel documento invitasse a organizzare dei « fasci democratico-cristiani » e si presentò al Parlamento del Regno d’Italia, fu scomunicato. E quando, nel 1919, don Sturzo fondò il Partito Popolare, la guerra aveva già seppellito Rerum novarum e dimenticato quella mira vis (RN 15: «potenza formidabile»: ) che l’enciclica invitava a manifestarsi.
Ci sono voluti decenni — quattro, per la precisione — perché un altro papa, Pio XI, facesse ciò che non era mai stato fatto prima: un’enciclica che celebrasse l’anniversario di un’altra enciclica. Fu Pio XI a riproporre e solennizzare la Rerum novarum nel 1931, con la Quadragesimo anno: vale a dire dopo la crisi di Wall Street e proprio mentre la crisi dei rapporti tra la Chiesa e il fascismo stava per manifestarsi. Sia il papa Ratti che il suo segretario di Stato Pacelli vedevano perfettamente la contraddizione tra la necessità storica di risolvere la questione romana — ormai ridotta a un fossile che il regime liberale non era riuscito a risolvere — e la propaganda che Mussolini avrebbe costruito attorno a una « Conciliazione » che « anche Sturzo avrebbe firmato ! » (De Gasperi). La «terza via» di papa Leone XIII e il suo sforzo di dotare i cattolici di un bagaglio ideologico alternativo sia alla via socialista che a quella liberale assumono allora una nuova eloquenza : essa porta con sé una cultura del progetto embrionalmente afascista (tranne che sul corporativismo), ma non ancora antifascista ; e tutto ciò si riversa in un’enciclica redatta in occasione del quarantesimo anniversario dell’enciclica leonina — ovvero Quadragesimo anno. Papa Ratti analizzava il contesto di un’Europa di cui Keynes aveva intravisto il drammatico futuro — il papa ne vedeva solo il presente —, offrendo su alcuni punti un vocabolario nuovo: la diagnosi di un capitalismo sotto il quale « tota oeconomia horrendum in modum dura, immitis, atrox est facta ; l’affermazione del duplice carattere della proprietà privata ; la formalizzazione del principio di sussidiarietà ; il rifiuto simultaneo del socialismo e del liberalismo.
Rerum novarum è stata utile non per ciò che affermava, ma per ciò che indicava.Alberto Melloni
Pio XI, contrariamente a quanto spesso si dice, definì ciò che proponeva come una parte della dottrina sociale cristiana (« doctrinae socialis christianae »)& : una denominazione audace, poiché in contrapposizione alla « dottrina sociale » che il fascismo pretendeva di possedere.
Ne è prova il fatto che nel 1932 il XIVe volume dell’« Enciclopedia italiana » pubblicò una famosa voce intitolata « fascismo », firmata dal Duce con la collaborazione di Arturo Marpicati, Gioacchino Volpe e dello stesso Giovanni Gentile, la cui seconda parte delinea « La dottrina politica e sociale del fascismo » ed era principalmente opera di Benito Mussolini. Questa « dottrina sociale » del capo del regime respingeva sia il marxismo che il liberalismo e proponeva una terza via « fascista » (stabilendo una volta per tutte che chi dichiara di non essere né di destra né di sinistra, è in realtà di destra).
Tale architettura concettuale, cristallizzata dalla Treccani, impediva tuttavia al papato di definire la propria opera in questi termini: e « dottrina sociale » (ormai senza l’aggettivo « cristiana ») sarà la definizione della catena magisteriale che va dalla Rerum novarum alla Quadragesimo anno, utilizzata da Pio XII. Papa Pacelli, a differenza del suo predecessore e dei suoi successori, non dedicherà tuttavia al testo di Leone XIII alcuna « enciclica commemorativa »: né nel 1941 né nel 1951. Ma nel messaggio radiofonico di Pentecoste del 1° giugno 1941, egli ricordò e commentò l’enciclica, «& «germe fecondo, da cui si è sviluppata una dottrina sociale cattolica che ha offerto ai figli della Chiesa, sacerdoti e laici, orientamenti e mezzi per una ricostruzione sociale estremamente feconda» 4.
L’enciclica «commemorativa» tornerà in auge in occasione del 70° anniversario: si tratterà della Mater et magistra di Giovanni XXIII, che tuttavia, nel 1963, con la sua ultima enciclica, avvia il ciclo di una dottrina della pace. Anche Paolo VI farà qualcosa di simile: dopo la Populorum progressio del 1967, che approfondisce l’analisi delle condizioni della pace, nel 1971 pubblica la Octogesima adveniens. Si prosegue così una tradizione alla quale si adeguerà Giovanni Paolo II con Laborem exercens nel 1981 e Centesimus annus nel 1991. Con l’avvento del XXI secolo, sembrava che questa cadenza della Rerum novarum fosse stata rivisitata, liberando i papi dalla cadenza degli anniversari (Caritas in veritate è del 2009 e conclude una trilogia ; Laudato si’ è del 2015, Fratelli tutti del 2020).
Sementi e terreni
Fino a Leone XIV, per la precisione. In occasione del 135° anniversario della pubblicazione del documento del suo omonimo predecessore, il papa di Chicago ha ripreso il ciclo degli anniversari della Rerum novarum, pur non avendone uno più solenne a portata di mano. E ha voluto firmare l’enciclica Magnifica humanitas il 15 maggio, come papa Pecci — per la prima volta al di fuori delle decadi canoniche utilizzate da Pio XI, Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II.
Come era ovvio e prevedibile, l’entusiasmo generale suscitato dall’enciclica si è rapidamente affievolito. L’enciclica, dopo aver fatto il giro del mondo, ha cominciato, proprio per le ragioni esposte finora, a soccombere ai colpi di un oblio che potrebbe farle subire la sorte delle altre o preservarla da essa (tornerò su questo punto alla fine) — ma non a causa dell’«& nbsp;attualità » dei suoi temi, poiché l’attualità passa rapidamente di moda. Nulla, del resto, lascia supporre che Leone XIV abbia iniziato il suo ministero con un atto di « dottrina sociale » per allinearsi a quattro dei suoi sette predecessori o per beneficiare dell’aura del loro consenso.
Il papa « born in the USA », infatti, non sembra cercare un terreno fertile per i propri semi o per una narrazione cattolica : ma, per così dire, punta proprio al contrario. Vale a dire essere — lui e la Chiesa di Roma — un terreno fertile per i semi della giustizia in cerca di luoghi in cui svilupparsi, offrendo ciò che la famiglia cattolica vuole e sa talvolta proporre : un luogo vasto, un ospedale di campagna, disarmato, pensieroso. Perché non c’è bisogno di affacciarsi alle finestre del Palazzo Apostolico per vedere che, nel mondo post-globale — flagellato dalla pandemia della guerra, sfinito dalle pratiche neocoloniali di sfruttamento, martoriato da una propaganda della paura, esausto per quella che il sociologo chiama la « superdiversità » quanti-qualitativa —, bastano occhi e orecchie per vedere e sentire ampie fasce dell’umanità alla ricerca di una comprensione più unitaria del reale, di una visione d’insieme, di un insieme di criteri che derivino da principi essenziali, e non costruiti attorno a valori che salgono e scendono freneticamente sulle scale mobili della correttezza politica, o peggio.
Presentazione dell’enciclica il 25 maggio 2026 da parte del Papa, alla presenza del cardinale Czerny, delle teologhe Anna Rowlands e Léocadie Lushombo, di Chris Olah e del cardinale Parolin.
Criteri che si possono interpretare anche come indicazioni di una moralità reticente (presente nell’enciclica nelle due occorrenze di «purtroppo», che ricorrono proprio laddove la Santa Sede si compiace di non essere ascoltata), ma anche come indicazioni che scaturiscono da una questione radicale e universale (come afferma Romano Prodi) e che, di conseguenza, impongono una risposta universale e radicale.
Una visione dottrinale
Dare voce e fecondità a un bisogno sociale e politico fondamentale che attraversa, insoddisfatto e quindi affamato, la vita del mondo: esiste un nome per questo? Di per sé, un nome esiste, o almeno esisteva.
Se volessimo utilizzare il linguaggio antico del conte Destutt de Tracy, dovremmo chiamarla «scienza delle idee» e, di conseguenza, come egli scrisse nel 1796, «ideologia». Ma questo termine è stato reso di difficile utilizzo dalla critica di Karl Marx all’ideologia intesa come pensiero metafisico e come espressione dell’autonomizzazione del mondo delle merci nella società capitalista. E per farne un uso non ingenuo, bisognerebbe confrontarsi con Antonio Gramsci e con le ideologie intese come collante dei blocchi sociali (si veda a questo proposito Marie Lucas, «Religione ed eresia in Gramsci»); poi risalire da lì fino a Mannheim e a quel strato intellettuale fluttuante (freischwebende) in grado di fornire sintesi relative di tutti gli elementi di verità presenti nelle diverse posizioni spirituali e politiche di un’epoca ; e ancora a Horkheimer (« Il termine “ideologia” dovrebbe essere riservato, in contrapposizione a “verità”, al sapere che non è consapevole della propria dipendenza ma che può essere penetrato storicamente, all’opinione ormai ridotta al rango di apparenza rispetto al sapere più avanzato »& 5). Occorrerebbe inoltre discuterne la plausibilità lessicale confrontandosi con i teorici della sua fine (David Riesman o Helmut Schelsky). Ma non è tutto: trattandosi di un’enciclica, occorrerebbe discutere la tesi del 1977 di Marie-Dominique Chenu, secondo cui la « dottrina sociale » era un’ideologia in concorrenza con le altre ideologie, socialiste e liberali, che sembravano avanzare, imbattute, verso un antagonismo totale.
Forse il termine “ideologia” non è né recuperabile né ridefinibile ; alcune alternative sono eccessivamente ambigue (il papato ha provato con « sviluppo umano integrale », in stile maritainiano ; il cardinale Zuppi, il titolo « Fratelli tutti » come programma sociale). Ma la sostanza a cui è difficile dare un nome, die Sache (la cosa), è chiara: esistono costruzioni di pensiero che non spiegano un problema alla volta, fornendo a ogni segmento di domande un segmento di risposte, ma che li affrontano nel loro insieme e offrono quadri interpretativi più ampi o globali. Una Weltanschauung che non risponde, lo ripeto, a una scala di valori (sulla tirannia dei quali Carl Schmitt ha scritto un saggio memorabile), ma che applica un sistema di principi (era questo il titolo della rivista di La Pira, ormai un po’ dimenticata).
Leone XIV ha presentato la sua prima enciclica con quel ritmo pacato che, come dicevo e come tutti sanno, caratterizza il modo di essere e di governare del papa Prevost, e che lo distingue sia dalla propensione alla « sorpresa » che avevano avuto, in modi diversi, Giovanni Paolo II e Francesco, sia dall’antica astuzia delle dilata (o dei più prosaici si vedrà) con cui la Curia romana ha imparato da secoli a « soffocare e addormentare » tramite rinvii, aggiornamenti astuti, negligenza calcolata a effetto ritardato.
Il ritmo dell’enciclica
Léon XIV si è limitato ad aspettare e poi, il 15 maggio 2026, ha firmato Magnifica humanitas.
Ha aspettato che gli interpreti di simboli e i cartografi della geopolitica da quattro soldi elaborassero le loro elucubrazioni, che i cacciatori di pettegolezzi scoprissero come si è realmente svolto il conclave (sembra che siano d’accordo su un punto: è stato eletto padre Prevost), e che le cancellerie si rendessero conto che non c’era granché da aspettarsi o da temere dal papa, dato che la sua predicazione era sostanzialmente prevedibile. Ha atteso senza ansia, perché le ansie sono neutralizzate dalla sua vita di frate e di uomo che sa che — se nessun tecnocrate gli spegne i motori dell’aereo in pieno volo e se Dio gli concede vita e volontà — regnerà fino alla metà del secolo: non ha quindi alcun motivo di disorientare coloro che credono di capirlo completamente, né di orientare i disorientati: agisce e basta.
E anche se molti sostenevano che avrebbe pubblicato un’enciclica sull’IA, ha pubblicato un’enciclica (a quanto pare) sull’IA: confermando così la volontà di rendersi prevedibile, il che costituisce il principale cambiamento rispetto al suo predecessore. E se il titolo Magnifica humanitas è trapelato, ciò non ha causato alcun danno, ma è diventato parte di una vera e propria campagna teaser, con tutto il suo hype.
Léon «I tempi del colera»
Valutare la prima enciclica di Leone XIV non dal punto di vista del marketing, ma da quello della storia delle dottrine, non è tuttavia così semplice come sembra. Magnifica humanitas, infatti, sebbene sia stata pubblicata all’inizio del pontificato, e quindi in un momento in cui ci si aspetterebbe un atto « programmatico », non sembra avere intenzionalmente questo carattere. In ogni caso, non ha nulla a che vedere con la « prima enciclica » di Pio XI, di Pio XII, di Paolo VI o di Giovanni Paolo II, né tantomeno con il vero primo atto di Francesco pubblicato ricorrendo al genere dell’esortazione apostolica, in omaggio a papa Montini.
Tuttavia, nel dire questo, occorre sottolineare « apparentemente » e « intenzionalmente ».
L’effetto Trump
Perché in realtà, e al di là di ogni intenzione del suo autore, Magnifica humanitas è stata posta al centro del dibattito pubblico da un evento esterno e imprevedibile: la decisione di Donald Trump di attaccare il primo papa americano con espressioni volgari e sconnesse, ponendo ipso facto il neoeletto su un piedistallo insolitamente alto, persino per un papa.
Trump è stato infatti il terzo « sovrano » (autocrate ?) a influenzare lo svolgimento di un conclave a cavallo tra il XX e il XXI secolo : il primo fu l’imperatore d’Austria nel 1903, che pose il veto sul cardinale Rampolla e, escludendo il grande diplomatico, favorì l’elezione di papa Sarto, la cui santità personale e l’ossessione per l’infiltrazione di pericolosi « modernisti » nella Chiesa hanno segnato la prima metà del secolo ; il secondo fu Leonid Brežnev che, lasciando andare i paesi del Patto di Varsavia, permise l’elezione di Karol Wojtyła — il quale non voleva la caduta del comunismo e non ne aveva rivendicato il merito (per lui era evidente e necessaria, a causa dell’errore antropologico insito nel bolscevismo ateo), ma ebbe un ruolo decisivo nell’evitare che il tramonto dell’impero socialista avvenisse nel bagno di sangue che abbiamo visto, in piccola parte, nella disgregazione jugoslava ; il terzo è stato Trump, e ciò che Trump rappresenta.
Il vicepresidente che Peter Thiel gli ha assegnato — J.D. Vance — è stato infatti protagonista di un primo avvicinamento al papato nelle ultime ore di vita di Francesco. Una visita dal contenuto «neocarolingio»: offrire a Roma un riconoscimento in cambio della certificazione della translatio della Old Nice Europe verso l’America Great Again, un ruolo diverso da quello puramente patronale esercitato nel secolo precedente. Poi c’è stata quella dello stesso presidente, giunto ai funerali di Papa Francesco con una certa arroganza protocollare e verbale: il che ha tuttavia garantito a tutti che, su un uomo come Prevost, americano del Michigan e del Perù, il bellicoso inquilino della Casa Bianca non avrebbe avuto alcuna capacità di esercitare pressioni. Ed è così che è caduta quella regola non scritta secondo cui, dopo la Seconda guerra mondiale, un cardinale degli Stati Uniti non sarebbe mai stato un candidato plausibile.
Se, ex parte papæ, la questione si è risolta in questo modo, dal punto di vista del presidente americano l’elezione di Prevost ha avuto delle conseguenze: poiché quel patto neocarolingio abbozzato da Vance ha cambiato segno. L’emergere, al fianco di Vance, di altri due cattolici dal profilo diverso — Ron DeSantis e Marco Rubio — tra i possibili candidati alle primarie repubblicane ha dimostrato che la spina dorsale del protestantesimo evangelico del movimento Maga poteva essere messa in discussione: anziché assorbire il cattolicesimo in un impasto catto-evangelico trainato da un fondamentalismo suprematista, esso poteva sostituirlo, con conseguenze catastrofiche per la schiera di televangelisti e televangeliste che finora hanno guidato, motivato e protetto il vero trumpismo. Hanno quindi chiesto — o ottenuto senza nemmeno chiederlo — una presa di distanza da parte del presidente, che si è manifestata in molti modi, tra cui una serie di messaggi testuali e visivi offensivi nei confronti del papa regnante.
In questo modo, però, un presidente che si sente scelto da Dio e che le sue vestali – ad esempio Paula White – celebrano come tale ha offerto al papa di Roma l’occasione di dire cose molto semplici, che però hanno trasformato Prevost nell’anti-Trump e Trump nell’anti-papa.
Uno scontro che non poteva avere alcun effetto sul contenuto dell’enciclica. Dietro di essa ci sono mesi di lavoro di uffici, teologi e dicasteri che non hanno tenuto conto della congiuntura più immediata, ma che si sono ritrovati carichi di un significato che già possedevano e che rischiava di passare inosservato: poiché se l’amministrazione Trump non può né bombardare il Papa come ha fatto con altri leader politico-religiosi, né rapirlo come ha fatto con altri capi di Stato, allora il Papa diventa la « voce diversa », che è forte non perché presenta divisioni (come voleva il sarcasmo stalinista) ma perché crea unità; e ciò che dice assume un peso ben maggiore e un valore oggettivo.
L’enciclica ha così assunto un ruolo che ne ha amplificato la risonanza, ma che ha distolto l’attenzione dai suoi contributi specifici, dalle posizioni che assume e dai problemi che affronta con un approccio diverso rispetto ai suoi predecessori.
Per evitare quindi di rimanere vittime del clamore che ha reso l’uscita dell’enciclica così fragorosa e che si affievolirà nel giro di pochi mesi, vorrei provare a suggerire a coloro che l’hanno già studiata alcune chiavi di lettura: cercherò quindi di descrivere in modo molto analitico i) le caratteristiche esterne di Magnifica humanitas; poi ii) vorrei proporre un elenco delle sue tensioni e un altro, più breve, delle iii) sue originalità meno prevedibili: un percorso minuzioso e lento, al termine del quale cercherò di trarne alcune conseguenze o conclusioni.
Caratteristiche esterne dell’enciclica
Per cominciare, cercherei di individuare le caratteristiche concrete di un’enciclica che, anche solo con questa prima serie di appunti, rivela qualcosa di sé stessa e del modo in cui è stata elaborata, all’interno di una curia bergogliana, per un papa diverso.
Le misure
Partiamo quindi dai dati: l’enciclica Magnifica humanitas è un’enciclica lunga. Un’introduzione e cinque capitoli: 245 paragrafi, 36.000 parole (Rerum novarum contava 42 paragrafi e 11.500 parole), 224 note (il capitolo II ne concentra da solo un terzo, il capitolo III meno di un decimo).
L’introduzione rappresenta il 7% della lunghezza; gli altri capitoli il 15,7%, il 18%, il 15,6%, il 19,9%, il 15,9% e la conclusione il 7,8%. La prima parte (nn. 1-89: Introduzione; cap. I: Un pensiero dinamico fedele al Vangelo; cap. II: Fondamenti e principi della Dottrina sociale) è sostanzialmente riassuntiva; la seconda parte (nn. 90-228: cap. III: Tecnica e padronanza; cap. IV: Preservare l’umano nella trasformazione; cap. V: La cultura del potere e la civiltà dell’amore) prende invece posizione sui problemi dell’economia e della tecnologia attraverso l’IA; la Conclusione ha un’impronta spirituale e si conclude, come da tradizione, con il consueto paragrafo mariologico.
Le auctoritates riflettono lo stile più tipico degli inizi del pontificato, quando i minutanti incaricati delle citazioni nelle note a piè di pagina riempiono gli atti del magistero di autocitazioni del papa regnante («a mio avviso, che del resto condivido», ironizzava un ex sostituto a proposito di questa mala consuetudo), e quando il loro reinserimento nei discorsi o negli scritti del successore consacra questo schema di continuità nel pensiero dei titolari della cattedra di Pietro. È quindi del tutto naturale e prevedibile che vi siano 42 citazioni di Papa Francesco, 29 di Giovanni Paolo II, 14 di Paolo VI, 12 di Benedetto XVI, 7 dello stesso Leone XIV, 4 di Pio XI, 3 di Pio XII, 2 di Giovanni XXIII e di Leone XIII ; il Concilio Vaticano II è citato 9 volte, Agostino 4, Tommaso d’Aquino 1.
I marcatori lessicali sono molto evidenti: umano compare 310 volte, a testimonianza del baricentro antropologico del testo; gli hapax (non lemmatizzati) sono 3188.
Il contesto
Magnifica humanitas presenta tuttavia qualcosa di originale: tre testi con diversi livelli di autorevolezza e formalità, ma tutti provenienti dall’archivio vaticano e tutti riguardanti l’IA.
Il primo è il messaggio di Francesco per la 57ª Giornata Mondiale della Pace, «Intelligenza artificiale e pace» (datato 8 dicembre 2023, per il 1° gennaio 2024); il secondo, una nota del Dicastero per la Dottrina della Fede intitolata Antiqua et nova. Nota sui rapporti tra intelligenza artificiale e intelligenza umana, del 28 gennaio 2025 ; e, infine, un documento della Commissione teologica internazionale intitolato Quo vadis, humanitas ? Riflessioni sull’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’uomo, pubblicato il 4 marzo 2026.
Un presidente che si sente scelto da Dio e che le sue vestali celebrano come tale ha offerto al papa di Roma l’occasione di dire cose molto semplici, che però hanno trasformato Prevost nell’anti-Trump e Trump nell’anti-papa.Alberto Melloni
Tre testi che, ovviamente, rivendicano la loro perfetta armonia e la loro filiazione, anche gerarchica (il messaggio è firmato da Francesco, Antiqua et nova è stata approvata ex audientia SS.mi, ovvero con un’autorizzazione specifica; Quo vadis, humanitas ? si tratta di un atto della Commissione, ma la pubblicazione è autorizzata dal capo del dicastero, previa approvazione del nuovo papa), ma che in realtà esprimono posizioni contrastanti tra loro : un contrasto che illustra come si sia evoluto il dibattito attorno al trono pontificio tra la fine del regno di Bergoglio e l’inizio del ministero di Prevost. Mi limiterò a citare alcuni esempi.
Il messaggio di Francesco si colloca in un contesto puramente morale: l’uomo è immagine di Dio grazie alla sua intelligenza, e la tecnica, frutto del dono del Creatore, deve essere impiegata a favore della fratellanza e della pace. La categoria dominante è la responsabilità etica. Antiqua et nova, al contrario, propone una serie di distinzioni (ratio e intellectus ; persona e funzione ; anima e corpo ; intelligenza e coscienza ; razionalità e libertà ; conoscenza e saggezza), segnando uno spostamento del baricentro dalla morale alla metafisica.
Antiqua et nova fa riferimento, nella nota 7, al rifiuto dell’analogia uomo-macchina: «& nbsp;I termini utilizzati in questo documento per descrivere i risultati o le procedure dell’IA sono impiegati in senso figurato per spiegarne le azioni e non intendono attribuirle qualità umane » (Antiqua et nova, nota 7) 6, e deplora il fatto che « questa distinzione sia spesso offuscata dal linguaggio utilizzato dai professionisti del settore, che tende ad antropomorfizzare l’IA e quindi a confondere il confine tra ciò che è umano e ciò che è artificiale » (Antiqua et nova, n. 59). Quo vadis, humanitas ? attribuisce ai sistemi agenti fini e pericoli : « Così l’IA potrebbe decidere di fatto ciò che è lecito sapere, relegando le altre questioni nell’ambito soggettivo o in questioni di gusto » (Quo vadis, humanitas?, n. 46, e cfr. n. 38) 7.
La distanza è radicale: l’impostazione dell’epoca bergogliana è antropologica (crisi della verità nel forum pubblico, natura dell’intelligenza: Antiqua et nova, n. 3, 10-12); quella dell’epoca leonina è socio-economica (dottrina sociale, lavoro, nella genealogia della Rerum novarum). Ne consegue che, laddove Antiqua et nova insiste sul registro strumentale (« deve essere considerata per ciò che è : uno strumento e non una persona », Antiqua et nova, n. 59 ; ma anche: « L’IA dovrebbe essere utilizzata solo come strumento complementare all’intelligenza umana e non dovrebbe sostituirne la ricchezza », n. 112 ; e n. 48 : « deve essere guidata dall’intelligenza umana »), Quo vadis, humanitas ? dichiara superata questa ontologia dello strumento e adotta — per rifiutarne l’etica — il lessico reso famoso da un sociologo come Luciano Floridi : «& nbsp;La tecnologia digitale non è più solo uno strumento, ma costituisce un vero e proprio ambiente di vita (è un’osservazione intuitiva di Luciano Floridi), con un proprio modo di strutturare le attività umane e le relazioni » (Quo vadis, humanitas ?, n. 33), e vede « una circolarità che implica un condizionamento reciproco » (Quo vadis, humanitas ?, n. 32).
Ciò confuta il postulato sulla moralità umana contenuto in Antiqua et nova, n. 39 («Tra una macchina e un essere umano, solo quest’ultimo è veramente un agente morale», Antiqua et nova, n. 39; cfr. nn. 40-46) : poiché un ambiente non si « utilizza », ma vi si abita, e esso condiziona chi lo abita prima ancora che questi compia una scelta — il che apre la strada a un’audace tesi di Magnifica humanitas sulla morale.
Se Antiqua et nova continua quindi a concepire l’intelligenza dell’IA come uno strumento (« Tuttavia, anche nel caso in cui una futura IAG si rivelasse realmente intelligente, rimarrebbe di natura funzionale », Antiqua et nova, nota 10), Quo vadis, humanitas ? la vede invece come « una tecnologia futura, invasiva, in grado di sostituire tutti gli aspetti computazionali e operativi dell’intelligenza umana grazie a una velocità di calcolo molto elevata, resa possibile dal futuro sviluppo dei processori quantistici » (Quo vadis, humanitas ?, n. 38) — e ne fa una minaccia ontologica.
Un altro punto di contrasto: la concezione dell’uomo come imago Dei. Per Antiqua et nova, in linea con l’esegesi agostiniana e tomista, la differenza tra uomo e animale è data dall’intelletto, mentre Quo vadis, humanitas ? (n. 19) « riconosce che la vita umana è incomprensibile e insostenibile senza le altre creature », in una prospettiva ecologica e relazionale che arriva addirittura a indicare che « l’identità filiale è la determinazione ultima e radicale della nostra identità, e chi è segnato nel cuore dallo Spirito Santo trova in questa identità di figlio il punto di riferimento per ogni altro aspetto della propria identità » (Quo vadis, humanitas ?, n. 115).
Mentre Antiqua et nova si attiene all’anima forma corporis del Concilio di Vienne e al dictum di Tommaso (ST I, q. 76, a. 1), Quo vadis, humanitas ? attinge da de Lubac (Teologia nella storia, I) il modello patristico tripartito corpo-anima-spirito, come modello complementare.
Antiqua et nova vede nell’IA una forma latente di idolatria (« l’IA può essere ancora più seducente degli idoli tradizionali : infatti, a differenza di questi ultimi, che ‘hanno una bocca e non parlano’ (Sal 115, 5-6), l’IA può ‘parlare’ o, almeno, darne l’illusione (cfr. Ap 13, 15) », Antiqua et nova, n. 105) ; al contrario, Quo vadis, humanitas ? apprezza « questo desiderio di “andare oltre”, di superare se stessi e la condizione attuale per essere pienamente umani », che « rappresenta una tensione costitutiva della natura umana » (Quo vadis, humanitas ?, n. 23), e che sarebbe il senso del « transumanar » del paradiso dantesco (Quo vadis, humanitas ? , n. 24), poiché « non può esserci alcun “trans” o “post” che la novità di Cristo non abbia già integrato in anticipo » (Quo vadis, humanitas ? , n. 150), e integrata nel fatto che « l’annuncio cristiano identifica il modo adeguato per andare oltre (trans) i limiti dell’esperienza umana con la divinizzazione (thèosis) » (Quo vadis, humanitas ?, n. 161).
In sintesi, Antiqua et nova individua rischi e opportunità, mentre Quo vadis, humanitas ? afferma che « la famiglia umana si trova di fronte a questioni così radicali da minacciare persino la sua stessa esistenza così come l’abbiamo conosciuta finora » (Quo vadis, humanitas ? , n. 159) 8 e descrive la pandemia come il momento che avrebbe « ridimensionato la fiducia in un progresso tecnologico illimitato » (n. 63) : il transumanesimo, marginale in Antiqua et nova, diventa il fulcro di Quo vadis, humanitas ?
In questo contesto, Magnifica humanitas compie tre scelte :
sul fondamento teologico dell’antropologia, si schiera dalla parte di Quo vadis, humanitas? e dell’esegesi della Gaudium et spes 22, che diventa la chiave interpretativa dell’intera enciclica: la tecnica può essere compresa solo all’interno di un’antropologia cristologica (ovviamente calcedoniana);
Per quanto riguarda il rapporto tra tecnica e persona, l’enciclica si schiera dalla parte di Antiqua et nova e della sua metafisica della persona, che l’enciclica inserisce in una teologia della storia ;
Per quanto riguarda il discernimento storico, Leone XIV si allinea al messaggio per la pace del 2024: in particolare, nel primo capitolo, insiste continuamente sul carattere vivo del magistero sociale, sul discernimento dei «segni dei tempi», sul dialogo con le scienze e sulla natura non statica (che Magnifica humanitas alla fine proclama…) della dottrina sociale.
Previsto e inaspettato
Era ovvio che l’enciclica firmata il 15 maggio rivendicasse la propria appartenenza alla dottrina sociale, fornendo addirittura una sintesi che ne sottolineava la linearità ma non la continuità rispetto a questo tipo di magistero.
Tra gli aspetti meno originali, il richiamo al « paradigma tecnocratico », espressione che non è di Romano Guardini ma dell’autore del n. 108 di Laudato si’: papa Francesco vi faceva riferimento al saggio del teologo italo-tedesco, Das Ende der Neuzeit, del 1950 — il quale, tuttavia, non parla mai di paradigma tecnocratico ma di tecnica (come le altre), e vede come problema di fondo della fine della modernità il fatto che l’umanità abbia acquisito un potere enorme sulle forze della natura, ma non il potere su quel potere.
Il fulcro di questo libro così ricco di intuizioni era il fatto che la tecnica assorbe tutto e che « l’uomo che la porta sa che, in ultima analisi, nella tecnica non si tratta né di utilità né di benessere, ma di dominio; di un dominio nel senso più estremo del termine » [«l’uomo che la porta sa che, nella tecnica, in ultima analisi non si tratta né di utilità né di benessere, ma di dominio; di un dominio nel senso più estremo del termine»] 9. Léon lo cita attraverso il titolo che gli attribuiva l’enciclica « verde » (Laudato si’), e lancia un monito affinché, in un’ondata incontrollata di tecnologia predittiva, la consapevolezza della dignità umana non venga « occultata sotto la pressione di nuove ideologie o di certi interessi molto potenti nel mondo di oggi » (n. 51).
Nonostante la lunga gestazione (Paolo VI impiegò all’incirca lo stesso tempo per mandare in stampa Ecclesiam suam, ma nel frattempo riaprì un concilio, uscì per la prima volta dall’Italia e benedisse il centro-sinistra di Moro), poco è stato fatto per attenuare le differenze di stile, le impronte linguistiche, le visioni divergenti delle parti redatte da autori diversi: tanto che coesistono un chiaro rifiuto della teoria della « guerra giusta » (n. 192) e la raccomandazione che la « forza letale » sia esercitata da una mano umana e non da un agente morale artificiale (n. 200).
I redattori
Non c’è nulla di insolito nel fatto che l’enciclica sia frutto del lavoro di molte persone: quasi sempre — e i documenti d’archivio cominciano a documentarne le procedure e le sfumature —, il testo di un’enciclica, in una certa fase della sua preparazione, circola tra i capi della Curia romana o in circoli ristretti di teologi ed esperti ; ma questo testo di base non nasce sempre dall’unione di sezioni affidate a diversi esperti, come deve essere stato il caso per Magnifica humanitas.
Un orecchio anche solo minimamente abituato alle peculiarità linguistiche e ai precedenti percepisce chiaramente i cambiamenti di tono, i diversi modi di utilizzare le citazioni e i registri linguistici, che una versione latina avrebbe potuto nascondere dietro quel velo di omogeneità garantito dalla formalizzazione di una versione « ufficiale » di cui le altre sono formalmente solo traduzioni. Non sappiamo quale sia stata la versione definitiva su cui abbia lavorato un papa poliglotta come Leone XIV — madrelingua inglese, padrone dello spagnolo in tutte le sue sfumature e perfettamente a suo agio in italiano —, ma un primo approccio al testo nella lingua madre di alcuni redattori (ad esempio fr. Paolo Benanti e il cardinale Michael Czerny) suggerisce che le persone coinvolte nella stesura delle diverse sezioni vadano ben oltre queste due figure che, per competenza e per funzione (Benanti è il teologo moralista che per primo si è interessato all’etica dell’IA, Czerny il cardinale prefetto del dicastero per lo sviluppo umano integrale), non potevano che esserne i protagonisti.
La linguistica computazionale permette di profilare gli stili : autori diversi che il calcolo identifica perché i tratti che li caratterizzano si collocano sempre al di sopra della media delle distribuzioni, sono individuati da marcatori indipendenti dal contenuto (connettori, modalità deontica, punteggiatura espressiva, lunghezza delle frasi) e presentano tic linguistici riconoscibili, persino dall’IA….
Si può quindi ipotizzare che il lavoro sia stato svolto da cinque persone (ma i frammenti richiesti da questo o quel capo di dicastero ai propri conoscenti rimarranno impossibili da identificare), e che vi sia un soggetto (un individuo o un gruppo) che svolge la funzione di redattore finale. Per brevità, mi limiterò all’analisi della versione italiana dell’enciclica, che permette di individuare alcune figure alle quali non cercherò di attribuire un nome, ma un profilo:
Il redattore C: è un cronista del magistero, e domina i nn. 17-46. Si riconosce la sua mano perché scrive frasi con una lunghezza media di 41,3 parole contro le 28-31 di tutte le altre sezioni, e ricorre alle proposizioni subordinate in modo impareggiabile. Non cita la Bibbia in trenta paragrafi (nn. 17-46): predilige emergere come verbo di giudizio storiografico (7,0), usa spesso alla luce di (22,8) e dichiara la sua formazione o la sua appartenenza alla Compagnia di Gesù con i suoi 14 discernimento. Non impiega mai i verbi deontici (bisogna, è necessario, si deve sono assenti); mai domande, mai esclamazioni.
Il redattore M : potrebbe trattarsi della stessa persona di C, ma M è un esperto di manuali. È a lui che si deve il compendio della dottrina sociale: possiede alcuni tratti stilistici ben precisi e del tutto personali; ama l’espressione «c’est-à-dire» o, nella versione italiana, cioè (6 su 12), concreto/concreta (11,5 + 8,2), utilizza integrale (13,2), persona umana (16,5 — quasi assente altrove, dove prevale essere umano) e bene comune (46,1). Cita molto, e la più alta concentrazione di virgolette — il 30% dell’intero apparato delle note — si trova nel capitolo che definisce i «principi di»: è proprio a questo che spetta.
Il redattore A: l’impronta dell’algoretica (la tesi sulla necessità di un’etica degli algoritmi) romana, quella che caratterizza i nn. 90-111 e 131-147: presenta i TTR (type/token ratio) più elevati del documento (0,544 e 0,447). In italiano, mantiene gli anglicismi (accountability, n. 105; privacy, n. 102) e, nelle note, si basa soprattutto su Antiqua et nova (note 123-127). Il suo tratto retorico distintivo è l’anafora: «Parlare di… significa» (n. 109, quattro occorrenze), una formula che ricompare al n. 137 con «sul versante…», a dimostrazione del legame tra le sue sezioni.
Il redattore D : il fatto che domini il capitolo IV a partire dal n. 131 potrebbe indicare una commistione; il suo tratto distintivo è tuttavia deontico: chi redige il testo spiega ciò che bisogna fare (12,4) o ciò che è necessario (11,0 — maxima absolus), sa cosa sfida (6,9), utilizza il tecnolinguaggio dell’informatica (dati, sistemi, digitale). Il linguaggio teologico scompare (zero nomina sacra, amore al minimo) ; privilegia l’approccio nominale-tematico tipico dei position papers governativi e intergovernativi : La verità…, La scuola…, e undici paragrafi che iniziano con La… ! L’impronta statistica e stilistica è netta (zero prima persona, zero Scrittura, zero domande retoriche su ventidue paragrafi) : al n. 159, il passaporto italiano dell’autore (che l’inglese fatica a tradurre) viene messo in mostra : «& nbsp;La definizione di parametri e indicatori complementari al PIL è fondamentale per migliorare i dati di base utilizzati per effettuare analisi, prendere decisioni politiche ed economiche e stabilire le priorità a livello regionale, nazionale e internazionale » ; frasi che si trovano in un rapporto economico italiano sul « Bes » (Benessere equo e sostenibile)
L’autore P : il predicatore diplomatico-pacifista domina il cap. V e ama le esclamazioni, che nell’enciclica si trovano solo qui e nella Conclusione ; l’esortazione comunitaria dobbiamo (l’opposto dell’impersonale bisogna di poco fa) si coniuga con l’irruzione del quindi conclusivo. Si nota il binomio guerra/pace e la logica del potere. Ai nn. 182-228, lascia alcuni indizi sulla sua competenza tecnica in materia di arms control (Trattato sulla proibizione delle armi nucleari del 2021, con l’elenco degli Stati parti, n. 194 ; il problema dell’attribuzione negli attacchi informatici, n. 225) ; l’autoreferenza istituzionale « la Santa Sede » (nn. 197, 226-227, con la nota 183 che rimanda a un intervento ufficiale) ; il canone della diplomazia cattolica italiana (Pio XII del 1939, n. 219 ; La Pira, n. 221) suggerisce che P sia un diplomatico degli organismi multilaterali o della diplomazia informale dei movimenti cattolici, che riprende l’espressione « disarmare le parole » dal lessico di Leone XIV.
Il caporedattore K : supponendo, senza ammetterlo, che la parte finale non sia stata scritta dal papa in persona e che egli non si sia riservato questo ruolo, vi sono alcuni indizi che indicano una mano che ha riletto il tutto e vi ha inserito i propri tic linguistici : il performativo in prima persona io desidero, l’inclusivo noi, nostro/nostri, il verbo-bandiera custodire (preservare, custodire), che raggiunge il suo apice nella conclusione, e la deissi temporale enfatica oggi ; è K, ovvero colui che, per lui, realizza l’inclusio dei nn. 1 e 245 con il titolo.
Il passo falso biblico
Non sappiamo a chi si debbano precisamente le due immagini bibliche che aprono l’enciclica: quella della torre di Babele della Genesi e quella della ricostruzione delle mura di Gerusalemme del libro di Neemia. Ma è certo che molti di coloro che sono stati chiamati a esprimere il proprio parere sul testo le abbiano viste e — amaro frutto del disinteresse biblico e dell’analfabetismo scritturale dominante — non abbiano colto i punti critici che la rivista dei gesuiti newyorkesi America ha invece evidenziato in un formidabile short take del 15 giugno 2026. La penna cortese di Cathleen Kavita Chopra-McGowan — biblista e archeologa nota per i suoi studi sulle distruzioni di Gerusalemme — ha sottolineato con spietata precisione il modo in cui l’enciclica ha frainteso due immagini bibliche, utilizzandoli « ironicamente », come se si trattasse di un qualsiasi brano letterario che fornisce metafore e allusioni inerti, senza coglierne le sfaccettature, che forse sarebbero state più utili al suo scopo.
La Torre di Babele della Bibbia, infatti, non è un rischio: come spiega l’esegeta americana, è uno stato di fatto (ambivalente nella Genesi) a cui la pluralità delle lingue pone rimedio (in definitiva positivo, poiché in grado di creare la diversità più radicale).
L’enciclica interpreta Genesi 11 come la storia di un’umanità che dimentica la vera fonte del proprio potere. Ma nel testo biblico, il pericolo non sta nel fatto che gli esseri umani si credano erroneamente potenti. Il pericolo è che lo siano davvero. «È un unico popolo, con un’unica lingua per tutti», dice Dio in Genesi 11, 6, «e questo è solo l’inizio di ciò che faranno. Nulla di ciò che progetteranno sarà ormai impossibile per loro». Nel più ampio arco narrativo della Genesi, il racconto rientra in uno schema ricorrente in cui le capacità umane vengono progressivamente ridotte. Così come l’immortalità, in Genesi 3 (il racconto di Adamo ed Eva), è riservata alla sfera divina, allo stesso modo la lingua unificata appare in Genesi 11 come una forma di potere che Dio non vuole vedere nelle mani dell’umanità. Dio disperde l’umanità e confonde la sua lingua non solo per punire l’orgoglio, ma per impedire agli uomini di concentrare troppo potere. Questa intuizione potrebbe essere ancora più pertinente per l’intelligenza artificiale di quanto suggerisca l’enciclica. Il vero pericolo dell’uniformità non è solo che la comunicazione si deteriori. È che la comunicazione diventi totalizzante. Un mondo ridotto a un’unica lingua non è semplicemente unificato: è governabile. Gli esseri umani diventano più facili da coordinare, sorvegliare, prevedere, manipolare e controllare quando tutte le informazioni circolano attraverso gli stessi sistemi e le stesse strutture. In questo senso, «Babel» va letta meno come un monito sul crollo della comunicazione — ciò che Léon descrive come un mondo in cui «le lingue si confondono e gli esseri umani non si capiscono più» — e più come un avvertimento contro la concentrazione del potere umano in un unico ordine tecnologico. È proprio questa la promessa più insidiosa dell’IA, che l’enciclica riconosce giustamente: «la pretesa di un linguaggio unico — compreso quello digitale — in grado di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni».& nbsp;10
E il Neemia citato dall’enciclica non è il precursore dei processi partecipativi, ma (oltre ad essere la figura più citata dal fondamentalismo evangelico come esempio del buon sovrano che, da un lato, costruisce e, dall’altro, uccide i nemici che ostacolano la ricostruzione della città) il portatore di un’idea di purezza tutt’altro che semplice. Sul piano esegetico, infatti, Chopra-McGowan mette in evidenza un’incongruenza radicale:
Il secondo paradigma biblico dell’enciclica, la storia di Neemia, solleva una serie di questioni diverse ma altrettanto complesse. Leone presenta Neemia come una figura di ricostruzione comunitaria e di leadership morale: « Egli non impone soluzioni che vengono dall’alto. Convoca le famiglie, affida a ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta i timori, coordina gli sforzi, affronta le opposizioni. » Certamente, il testo biblico descrive Neemia come il ricostruttore di Gerusalemme dopo una catastrofe. Ma il libro di Neemia presenta anche una visione della restaurazione indissolubilmente legata a questioni di confini, purezza e controllo sociale. In Neemia 13, Neemia si vanta di aver affrontato con violenza i Giudei che avevano sposato donne non giudee: «Ne colpii molti e strappai loro i capelli.» Le sue riforme sono indissolubilmente legate a progetti di esclusione e a politiche di purezza. Nonostante la caratterizzazione che l’enciclica dà di Neemia come profeta della solidarietà, il testo biblico lo presenta come un amministratore che gestisce le risorse imperiali, organizza il lavoro, impone l’obbedienza e consolida l’autorità. Questi tratti non invalidano l’uso che papa Leone fa di Neemia. Ma lo rendono più complesso. In un’epoca in cui molti temono che l’intelligenza artificiale intensifichi i sistemi di sorveglianza, di gestione burocratica e di controllo centralizzato, le dimensioni trascurate della storia di Neemia potrebbero essere importanti quanto quelle messe in evidenza dall’enciclica. L’immagine della ricostruzione delle mura di Gerusalemme, ad esempio, comporta pericoli politici che l’enciclica non affronta appieno. Léon interpreta queste mura in senso metaforico come barriere morali e limiti etici posti al potere tecnologico. Ma le mura dividono tanto quanto proteggono. La stessa struttura che mette al sicuro una comunità determina anche chi rimane fuori. Nella vita politica contemporanea, le immagini delle mura sono già intrise del linguaggio dell’esclusione, della sicurezza e del nazionalismo difensivo. Non è diverso il caso della storia di Neemia nella Bibbia. La visione di restaurazione offerta da questo libro è inscindibile dalla sua insistenza sul controllo delle frontiere. Scegliere Neemia come paradigma senza complicazioni evoca, involontariamente, proprio quel tipo di controllo centralizzato contro il quale l’enciclica mette del resto in guardia. Questa scelta si concilia male con la visione di una piena realizzazione umana condivisa che l’enciclica di Leone intende promuovere. 11
Il che spiega perché queste immagini (Babel era il titolo e l’immagine di copertina di un libro di Paolo Benanti del 2024) non siano state vettori di originalità, ma, per così dire, il suo velo.
Le (ex)estensioni di un magistero
Al di là delle mani o dell’incongruenza delle figure bibliche utilizzate, Magnifica humanitas ha un baricentro ben preciso: come cercherò di dimostrare, il testo ha accumulato numerosi riferimenti espliciti e impliciti, evoca questioni teologiche ed etiche a volte disparate, offre i suoi reperita e le sue digressioni, ma, nel suo nucleo ultimo, rivisita la questione di Redemptor hominis 15, riformulata al n. 138 : il Papa, il papato, la Chiesa, le Chiese non si interrogano sull’IA, né sulla vita con l’IA, né sull’IA come contesto di vita — ma su ciò che rende la vita umana più « degna dell’uomo ».
A tal fine, Leone XIV riduce l’importanza del paradigma etico della regolazione e rafforza il paradigma politico del dramma.
Lo fa attraverso un’estensione dottrinale e una delle rare enumerazioni limitative: cinque beni a destinazione universale (n. 67): «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati». A ciò che, nel magistero del XX secolo (ad es. Laborem exercens 19, citata nella nota 66), si aggiungono le informazioni/i flussi di conoscenza e i beni infrastrutturali.
Il vero pericolo dell’uniformità non sta solo nel fatto che la comunicazione si deteriori, ma nel fatto che essa diventi totalizzante. Un mondo ridotto a un’unica lingua non è semplicemente unificato: è governabile.Alberto Melloni
Ne consegue la cruciale e potente relativizzazione del paradigma morale al n. 107: «un’IA più morale non serve a nulla se tale morale è decisa da una manciata di persone». Da qui derivano l’integrazione della tecnologia nella gestione della Casa comune (n. 110) e il ricorso alla categoria bergogliana del «disarmo» (passim, e da ultimo nella lettera a Luciano Fontana del 14 marzo 2025), di cui Leone XIV ha fatto il proprio vessillo fin dal suo primissimo messaggio, pronunciato dalla loggia delle benedizioni, subito dopo la sua elezione a vescovo di Roma.
Prevost (rectius: l’enciclica di papa Prevost) non considera la « tecnica » come uno strumento, bensì il potere epistemico-infrastrutturale generato dall’IA, che diventa un tratto costitutivo della società mondiale. Per esprimere questo concetto, il Papa deve fare proprio il lessico di Dario Amodei sulla (non-)interpretabilità dei modelli (le IA « più “coltivate” che “costruite” », n. 98) e riconoscere un’opacità scientifica costitutiva (si potrebbe definirla come un realismo epistemologico ?).
Intorno a questo nucleo si diramano una serie di problemi sollevati e non sempre risolti, né sul piano teorico né su quello politico: ma la loro semplice enumerazione è indicativa di ciò che un osservatore speciale come il Papa vede dalla finestra del Palazzo Apostolico. Ne cito alcuni: il nesso tra lavoro e cittadinanza (n. 154), che ammette una separazione tra dignità, reddito e occupazione che la Laborem exercens aveva escluso; la neo-sussidiarietà (n. 71), che non protegge l’individuo dall’onnipotenza dello Stato, ma l’essere umano dal settore privato diventato «totipotente» nascondendosi dietro il mito della «sola mano invisibile del mercato» (in contrapposizione ad Adam Smith, non citato).
Il pilastro tradizionale della dottrina sociale, intesa come filosofia politica cattolica con un’impronta papale — la destinazione universale dei beni come principio primo e la proprietà privata come mezzo subordinato — si sviluppa quindi nella proposta di estendere la categoria dei beni universali ai beni informativi (n. 67) e nella qualificazione dei dati come beni comuni o collettivi (n. 108).
Il gioco delle fonti silenziose
Come dicevo, l’enciclica instaura un dialogo, a volte esplicito, a volte implicito, con autori, fonti e correnti di pensiero.
Alcuni esempi, del tutto generici, sono accompagnati da riferimenti talmente diversi tra loro da sembrare azzardati: con tutto il rispetto dovuto a Tolkien, egli non è Platone, e viceversa… Altri riferimenti sembrano illustrazioni aggiunte in fretta e furia, che rischiano di cadere nella banalità delle riviste, che non possono togliere nulla alla Nona di Beethoven né al Guernica di Picasso, ma che, per definizione, ne ignorano la profondità.
Altri riferimenti, piuttosto precisi — studiando a fondo si potrà capirne il motivo —, sono stati tralasciati. Essi si distribuiscono su una costellazione a cui conferisce coerenza un personalismo sociale politicamente trasversale, in cui convivono correnti liberali, ordoliberali, critiche radicali e comunitariste.
Non includerei il nome di Paolo Benanti: la sua omissione potrebbe essere segno della sua volontà di nascondersi dietro la firma del Papa, oppure indice del desiderio di non associare la posizione « dottrinale » con la categoria «algoretica» — termine che non compare mai nell’enciclica, così come non vi è mai alcun riferimento ai saggi di Benanti che l’hanno elaborata, né al Rome Call for AI Ethics che, nel 2020, l’ha fatto proprio. Mi vengono in mente altri nomi, che cercherò di elencare senza pretendere di essere esaustivo :
Dario Amodei non viene mai citato esplicitamente, e se ne capisce il motivo ; è tuttavia dal suo saggio The Adolescence of Technology che viene presa in prestito l’espressione chiave dell’IA come prodotto « grown, not built », che genera l’« asimmetria epistemica, economica e politica » (n. 109) — il che spiega forse il « privilegio » evidente concesso ad Anthropic in occasione della presentazione dell’enciclica, alla quale è stato invitato Chris Olah, giovane miliardario trentenne, ex pupillo della scuderia Thiel, passato da OpenAI e approdato nell’azienda al 548 di Market Street, a San Francisco ;
in questo stesso passaggio del n. 109 dell’enciclica, si percepisce la tesi di un libro di riferimento per addetti ai lavori come Data Grab. The New Colonialism of Big Tech and how to Fight Back di Nick Couldry e Ulises A. Mejias, nonché la critica al colonialismo dei dati;
è di Mary L. Gray e Siddharth Suri, Ghost Work : How to Stop Silicon Valley from Building a New Global Underclass, da cui deriva la drammatizzazione della logica estrattiva che grava sui «corpi segnati, mutilati, logorati affinché il flusso del calcolo non si interrompa» (n. 173);
Riguardo al digiuno tecnologico (n. 140), il Papa riprende uno dei suoi messaggi quaresimali, che richiamava le tesi del filosofo Hans Schnitzler, A Little Philosophy of Digital Abstinence, sul digital detox ;
per la critica del « nuovo colonialismo digitale » e dell’« estrazione di dati dalle comunità per trasformarli in asset predittivi », la fonte è il lessico dell’asimmetria informativa e l’analisi economica di Shoshana Zuboff ;
la critica agli algoritmi di credit scoring si fonda, dal punto di vista teorico, sulla scuola italiana di economia civile di Luigino Bruni e Stefano Zamagni ;
Jürgen Habermas è il filo conduttore etico del discorso del cruciale n. 107 (sottoporre il codice etico «a criteri di giustizia sociale condivisa») e del n. 132 (la verità che «si costruisce attraverso legami di fiducia e pratiche condivise, in un confronto onesto»);
La critica alla «razionalità tecnocratica», in quanto svuota l’etica, è l’eredità della critica all’Aufklärung e alla «ragione strumentale» tipica di Max Horkheimer e Theodor Adorno, e successivamente dell’analisi di Jürgen Habermas (che si rifà a Hans Jonas) sulla sfera pubblica colonizzata dalla tecnica;
La tesi dirompente secondo cui i macrodati non dovrebbero essere considerati né proprietà privata delle Big Tech né proprietà esclusiva dello Stato, ma « beni comuni dell’umanità », ha una fonte precisa : essa applica una parte della teoria dei beni comuni della premio Nobel Elinor Ostrom, che Charlotte Hess aveva già esteso ai beni della conoscenza in Understanding Knowledge as a Commons: From Theory to Practice (MIT Press, 2007), e che aveva trovato applicazione nella pensiero di Wojtyła. Dati e conoscenze sono trattati come risorse comuni esposte all’enclosure : la provvidenziale assunzione di Centesimus annus 40, e soprattutto 31-32, risolve parte dei problemi e rafforza il richiamo al lavoro invisibile che li produce (nn. 109, 173), il quale conferisce ai beni comuni dei dati un fondamento di giustizia retributiva assente in Ostrom ;
l’idea secondo cui i dati sono «il frutto del contributo di un gran numero di persone» (n. 108) è una tesi che può essere rafforzata o ispirata da un’ampia letteratura che spazia da Carol Rose (The Comedy of the Commons, 1986) a The Wealth of Networks di Yochai Benkler (2006) ;
il primato del giusto e la giustizia procedurale degli articoli nn. 107 e 109 (« condizione preliminare da applicare nella loro stessa concezione ») convergono con le tesi di John Rawls sul « velo di ignoranza », che spinge chi ignora il proprio ruolo in una società immaginaria, di cui è chiamato a stabilire le regole, a renderle eque e liberali: una forma che Magnifica humanitas applica alla progettazione dell’IA;
A Hannah Arendt non dobbiamo solo ciò che indica la nota che rimanda a Le origini del totalitarismo, ma anche la « verità di fatto » di Verità e politica e de La condizione dell’uomo moderno (sottintesa nei nn. 148-154 sul lavoro);
La tesi dell’infosfera era originale quando Luciano Floridi la formulò, ed è citata al n. 110 («L’IA è già l’ambiente in cui siamo immersi» è la parafrasi del concetto del sociologo italo-britannico) e al n. 76 («& nbsp;ecosistema digitale ») ;
Da Hans Jonas deriva il principio della responsabilità intergenerazionale esteso al patrimonio digitale (nn. 65, 76, 84), sebbene mediato dalla Caritas in veritate 48;
Il filosofo di origine sudcoreana Byung-Chul Han, docente in Germania, che ha teorizzato la società della stanchezza e l’economia dell’attenzione, sembra essere citato in diversi punti (nn. 100, 141, 170), laddove si teme una topologia della violenza implicita in modelli che «prosperano sulla debolezza umana»;
Norbert Wiener, The Human Use of Human Beings, è il precursore dell’interesse per la delega decisionale di cui alle pagine nn. 102-103 ;
Da Amartya Sen deriva il tema delle capabilities: n. 109, sull’« accesso universale alle tecnologie e alla formazione » ;
dopo che Papa Francesco ha fatto propria la definizione di « Wasted Lives » di Zygmunt Bauman, il suo ritorno a Magnifica humanitas potrebbe benissimo essere una ripresa del lessico del predecessore, e non più una citazione del filosofo della società liquida, che rimane comunque colui che ha identificato una cultura dello scarto ;
La categoria dell’immaginario sociale di Charles Taylor riappare in una forma appena modificata, quella dell’«immaginario collettivo», nei nn. 115 e 135-136.
Più delicate sono le analogie con Karl Polanyi (la critica alla merce fittizia trova eco nella tesi secondo cui i dati non possono essere « venduti » come una merce qualsiasi, n. 108) e con il pluralismo dei valori di Isaiah Berlin, che potrebbero essere ricondotti ai nn. 10 e 110 («& nbsp;riconfondendola con la pluralità delle culture umane e delle forme di vita »), così come la tensione tra verità e democrazia (« processo di discernimento comunitario non delegabile ») del n. 134 potrebbe costituire una forma di antagonismo rispetto alle sue tesi.
Tensioni interne al testo
In un testo così volutamente eterogeneo, vi sono delle ondulazioni: tensioni e contraddizioni interne, sfumature di registro e prese di distanza rispetto alle configurazioni del magistero precedente, scostamenti e riallineamenti — nessuno dei quali può pretendere, come fanno le IA a cui si può dare in pasto l’enciclica, di raggiungere per via stocastica una mediana ermeneutica. È invece proprio la loro presenza che aiuta a individuare, per sottrazione, le originalità dottrinali e politiche più profonde.
Farne un inventario è quindi, a mio avviso, indispensabile — non tanto per documentare i limiti di un sistema redazionale sicuramente meno rigido e meno sofisticato rispetto al passato, quanto per comprendere i punti chiave di uno sviluppo dottrinale che costituirà l’agenda della Chiesa e di un pontificato che si preannuncia lungo.
Contraddizioni
Elencherò quindi alcune contraddizioni interne al testo, poi alcune aporie concettuali e, infine, i riferimenti e le prese di distanza rispetto ad alcune posizioni che l’enciclica non cita, ma con le quali si confronta.
I significati del bene comune
Seguendo l’espressione « bene comune », che ricorre 67 volte in 56 paragrafi, distribuita in ogni sezione dell’enciclica (12 nell’introduzione e nel cap. I, 25 nel cap. II con una densità massima ai nn. 59-64 ; 8 nel cap. III, 10 nel cap. IV, 12 tra il cap. V e la Conclusione, nn. 182-238).
Viene utilizzato in accezioni molto diverse :
Esiste un bene comune di tipo tomista (e maritainiano), ampiamente prevalente: «l’insieme delle condizioni sociali che consentono, sia ai gruppi che a ciascuno dei loro membri, di raggiungere la propria perfezione in modo più completo e agevole» (n. 60, con riferimento a GS 26) 12 ;: è il fondamento definitorio ;
il bene comune è inteso anche, in senso personalista, come « la forma sociale della dignità riconosciuta a ciascuno » (n. 59), il che costituisce, se non sbaglio, un contributo piuttosto originale e suscettibile di sviluppi interessanti ;
esiste un bene comune inteso come frutto e fondamento dell’interdipendenza (n. 61), in un’accezione quasi bergogliana: «Il bene comune è un plus, risultato dell’interazione e dell’influenza reciproca»;
C’è poi un bene comune che è il frutto di una demistificazione critica: si afferma «smascherando la nuova asimmetria» e «denunciando i nuovi monopoli dell’IA» (n. 109), fino alla formula del n. 137: «& la verità è un bene comune e non proprietà di chi detiene potere o visibilità» ;
C’è infine un bene comune inteso come espressione del pluralismo sociale: si tratta quindi del bene della famiglia umana (nn. 64, 187, 201, 226), che viene esteso in modo piuttosto forzato alla Chiesa come «stile sinodale» (n. 86).
Una moltiplicazione di significati che fa perdere ogni capacità discriminante: il problema maritainiano del bene comune, inteso come ciò che vale sia per chi è dentro che per chi è fuori dalle mura, non viene affrontato, e alla fine tutto si risolve nel capovolgimento escatologico della Gerusalemme dell’Apocalisse, le cui porte sono aperte e le cui mura sono i gioielli della Sposa.
Dal sano all’autentico
La dottrina sociale, sia formale che informale, è stata il contesto in cui il papato ha spesso fatto ricorso agli aggettivi « sano » e « vero » per indicare principi di cui deplorava l’uso scorretto da parte della modernità : non si trattava di un espediente linguistico, ma di un modo per ammettere, in forma raffinata, ciò che, in quanto tale, era stato oggetto di condanna: da qui la « sana laicità », la « vera democrazia », ecc.
Magnifica humanitas non elimina completamente questo linguaggio, ma lo squilibra e lo estende in nuove direzioni. Lo dimostra un’analisi delle occorrenze e delle co-occorrenze.
Se « sano » in funzione normativa compare solo nella locuzione « sano realismo » (n. 213 = 218), « vero/vera », che ricorre 45 volte, svolge una funzione normativa classica solo in alcune locuzioni : «& vero progresso» (nn. 15, 84), «vero bene» (n. 60), «vera pace» (n. 215), «vero bene comune» (n. 226), « vero più che umano » (n. 126), « vera igiene dell’attenzione » (n. 146) ; accanto figurerebbero i 5 usi di « falso » ; descrittivo ai nn. 132 e 134 ; normativo: «falso realismo» (nn. 188, 205), «falso pragmatismo» (n. 204).
La preferenza dell’autore va a « autentico », che ricorre 23 volte e costituisce l’operatore classico dominante: il Papa parla di un « autentico multilateralismo » (n. 201), di un « autentico realismo » (n. 218), di un «autentico progresso sociale e morale» (n. 94), di un’«autentica cultura della negoziazione» (n. 221). E di fronte all’autentico si ergono i tre « presunti » : «& nbsp;presunto realismo politico » (sottotitolo che precede il n. 204), « presunta ottimizzazione della specie » (n. 117), « presunto superamento di ogni limite » (n. 120). « Degradato » una sola volta (n. 218).
Lo schema binario tradizionale «sano-vero/falso» è quindi concentrato (o circoscritto) nel capitolo V dedicato alla pace e ruota attorno a un unico campo semantico: il realismo dei nn. 204-205 e 218. Qui la struttura è triangolare: al vertice, il «realismo autentico»/«realismo sano» (n. 218); ai lati, due degenerazioni simmetriche: l’«idealismo che seleziona i fatti» e il «realismo degradato che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che debba dominare» (n. 218).
Il « degrado » non è l’opposto polare del sano (quello sarebbe l’idealismo) : è una corruzione interna per eccesso, secondo una teoria aristotelica del vizio inteso come deriva della stessa disposizione. Il Papa non concede il termine « realismo » all’avversario, ma lo rivendica (« ciò che è veramente irresponsabile è la Realpolitik », n. 205 ; il realismo autentico « comincia col vedere con chiarezza gli interessi, le paure, i vincoli e i rapporti di forza, proprio per calcolare ciò che è possibile ottenere », n. 218).
In Magnifica humanitas compaiono invece altre sette coppie che definiscono il versante accettabile e quello inaccettabile di processi, teorie, procedure : misura/smisura (operatore ecosistemico, n. 113) ; avere/essere (operatore personalista, nn. 93-94); orientato/non neutro (operatore del valore inscritto, nn. 9 e 104); coltivato/costruito (operatore organicista, n. 98); abitabile-ospitale/armato/monopolizzato (operatore spaziale-relazionale, n. 110); simulato/reale (operatore dell’apparenza, n. 100); ecologico/tossico (operatore ambientale, nn. 137-138).
Si dice che l’enciclica tenti o avvii una transizione lessicale stratificata: il lessico normativo del passato (autentico/falso/presunto, con l’unico «sano» sopravvissuto) rimane incentrato sul problema della guerra, nel capitolo V, e ha come avversario non la modernità o l’irreligiosità, ma la Realpolitik ; i nuovi operatori occupano il capitolo III sull’IA (che eredita dalla CTI la questione di cosa sia l’umano di fronte all’IA), dove l’oggetto non è una posizione ma un ambiente e un potere, che la dicotomia purezza/corruzione non riesce a descrivere.
L’individuo e la comunità
L’enciclica cerca un equilibrio tra l’immensa responsabilità dell’individuo che si prende cura dei destini collettivi e la funzione della comunità — che a volte è un soggetto spontaneo, a volte una società politica che si esprime attraverso le istituzioni —, poiché opera costantemente su tre livelli del soggetto responsabile: l’individuo («Nessuno è esente da responsabilità. «Ciascuno dispone di un proprio campo d’azione», n. 212; «la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi», n. 130) ; la comunità spontanea (le famiglie di Neemia, n. 8; gli organismi intermedi e il settore terziario, n. 70; le comunità che devono «avere voce in capitolo e contribuire al discernimento», n. 72); la società politica istituzionalizzata (lo Stato garante di «coesione, unità e giusta organizzazione», n. 63; la «politica che non si arrende», n. 106; le istituzioni internazionali, nn. 226-227).
Dal punto di vista retorico, il fulcro è il legame tra sussidiarietà e solidarietà di cui al n. 73: «& «Quando la sussidiarietà non è accompagnata dalla solidarietà, finisce per trasformarsi in una semplice difesa di interessi particolari; quando la solidarietà non è sostenuta dalla sussidiarietà, degenera in assistenzialismo che non favorisce la responsabilità.»
Questo intreccio si realizza attraverso una responsabilità (« personale nella coscienza, comunitaria nei legami, politica nelle istituzioni, globale nelle regole comuni »). Ma non regge, perché Magnifica humanitas vede oscillare il soggetto regolatore: a volte l’IA deve essere regolamentata a livello macro-istituzionale (nn. 106-107, 163, 226) ; in altri casi conta maggiormente il micro-livello delle « piccole e tenaci fedeltà » (n. 213, con Tolkien — autore il cui mito è stato studiato da Bradley Birzer e di cui la Santa Sede sa che è stato caro dapprima al movimento hippie, poi ai Led Zeppelin e ora alla presidente del Consiglio italiana, oltre che a J.D. Vance, Elon Musk e Peter Thiel).
Un duplice registro irrisolto, e forse irrisolvibile, che si riflette anche nell’ambivalenza della categoria di « comunità », ora soggetto spontaneo (n. 13 ; movimenti popolari ; n. 70), talvolta soggetto politico (nn. 21, 63) — rimanendo in tal senso in linea con l’indeterminazione operativa storica della sussidiarietà.
Il rischio di questa contraddizione è quello di far gravare sull’individuo un sovraccarico retorico: attribuirgli una responsabilità morale universale (n. 212) di fronte a poteri descritti come quasi schiaccianti (nn. 5, 95, 133) genera una sproporzione tra attribuzione di responsabilità e potere reale, che alla fine si risolve (cioè l’opposto di ciò che, con un immenso ritardo rispetto alla rivoluzione industriale, aveva compreso persino Leone XIII) in una sostituzione dell’ascetismo all’intelligenza politica. Il n. 212 arriva ad attenuare questo rischio distinguendo gli ambiti e definisce lucidamente la tentazione opposta («pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli […] è una forma elegante di capitolazione, spesso mascherata da realismo»), ma la tensione non viene sciolta.
La storia come dramma
L’enciclica lascia aperta la dialettica tra la concezione drammatica della storia come lotta tra i due amori che generano due città in guerra (secondo lo schema dell’opera che Agostino completò nel 426 e che non è stata nemmeno citata dal Papa) e la fiducia in una razionalità che — ammesso che rifiuti la presunzione dell’uomo moderno «di essere l’unico autore di se stesso», citando Benedetto XVI, nota 140 — sa trovare le precauzioni a cui attenersi.
Una certa fiducia emerge laddove il diritto appare come un precipitato della ragione morale, e la storia delle dottrine politiche come una storia di « conquiste morali che assumono quasi sempre le sembianze di un percorso lungo e laborioso, segnato anche da battute d’arresto » : ad esempio ai nn. 123-125, dove l’autore (un nunzio in una sede multilaterale ?) fornisce l’elenco delle conquiste istituzionali (Croce Rossa 1863, abolizione della schiavitù, ONU 1945, Dichiarazione universale del 1948, Convenzione sui rifugiati del 1951) come «prova che l’uomo sa creare istituzioni capaci di proteggere la convivenza» (n. 123). Allo stesso modo, la critica dei nn. 204-207 contro l’intreccio degli « estremismi religiosi […] con un economicismo irrazionale » presuppone che ne esista uno razionale a cui ispirarsi per non cadere nella « nuova cecità spirituale e culturale » (n. 204).
Al contrario, sono numerosi i passaggi in cui la diffidenza nei confronti dell’autosufficienza della ragione si trasforma in diffidenza nei confronti della razionalità. Vi sono espressioni di sospetto nei confronti della ragione strumentale che si ripiega su se stessa (l’intelligenza, se assolutizzata, « finisce per oscurare altre dimensioni essenziali », n. 113, e il potere tecnico non controbilanciato « ci rende più soli », n. 128) ; c’è la consapevolezza dell’opacità strutturale dell’IA, in virtù della quale (n. 98) « tutti noi, compresi coloro che la progettano, ne sappiamo poco sul suo reale funzionamento » ; la constatazione di un « economicismo irrazionale ».
L’enciclica affronta così, senza però chiuderla, questa dialettica dominata da un pessimismo strutturale e non antropologico: non sono gli esseri umani ad essere incapaci di verità, ma sono le infrastrutture che possono orientare incentivi contrari (n. 132). La diffidenza di Magnifica humanitas non è né antimoderna né anti-illuminista, ma è rivolta contro la Zweckrationalität, la razionalità strumentale-calcolatrice, contro cui si combatte fino alla fine della storia, in una visione escatologica che fornisce quel « fondamento di diffidenza » che la domanda cercava : la certezza che nessuna configurazione tecnico-istituzionale coincida con la città di Dio (così come l’ateismo non è di per sé portatore di umanesimo)
Aporie
Le aporie di un testo così eterogeneo non hanno nulla di sorprendente: i tempi dell’unico redattore (padre Sebastian Tromp ai tempi di Pacelli, monsignor Pietro Pavan a quelli di Roncalli) sono ormai superati, e probabilmente molti redattori hanno «difeso» il proprio paragrafo invece di individuare oscillazioni, aporie, contraddizioni formali e decidere quali fossero necessarie e quali no.
Il giudizio sulla tecnologia
La più evidente riguarda l’oscillazione del giudizio sulla tecnologia: il n. 9 afferma che la tecnologia «non è di per sé una soluzione […] così come non è di per sé un male; ma, concretamente, non è neutra»; tuttavia, al n. 104, riguardo all’IA, la formulazione si inasprisce: «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra», poiché «ogni artefatto tecnico porta in sé scelte e priorità». Il sospetto nei confronti dell’automazione è talmente automatico che la tecnologia non è più vista come uno strumento ambiguo da orientare, ma come un « sistema panottico » intrinsecamente corrotto. Si tratta di una contraddizione non logica (l’enciclica distingue tra astratto/concreto e strumento/incorporazione di scelte), ma tra registri che utilizzano la categoria di « neutro » in modi diversi.
Il giudizio sul progresso e sul lavoro
L’enciclica oscilla tra l’eredità ottimista della Centesimus annus (n. 39, il « potenziale positivo del mercato ») e il pessimismo montiniano della Populorum/ Octogesima, ripreso ai nn. 94 e 117 («i progressi… si ritorcono contro l’uomo»): in alcune sezioni (nn. 30-44), il progresso è un’eredità da preservare, mentre nelle sezioni dedicate all’analisi dell’IA (nn. 90-117), è soprattutto una minaccia. Di quanto lavoro l’uomo deve essere sollevato per soddisfare il n. 152 (che richiede che «la tecnologia sollevi l’uomo da lavori particolarmente faticosi, ripetitivi o pericolosi»), senza cadere nella regressione antropologica temuta ai nn. n. 149 e 154, qualora si perdesse il senso secondo cui il lavoro è un’«esigenza insita nella condizione umana»? Questo non viene detto. Il n. 152 è troncato proprio nel punto in cui ci si aspetterebbe la precisazione: ed è questa una tensione interna al cuore del discorso.
Il giudizio sul dialogo politico
La tensione tra lo Stato che definisce « quadri giuridici adeguati, una vigilanza indipendente… una politica che non si arrenda » (n. 106) e la sussidiarietà, che esige che gli organismi intermedi (nn. 31, 108, 109) non siano « ridotti a semplici destinatari di decisioni prese altrove », è classica e rimane al punto in cui era. La costruzione della base di consenso proposta ai nn. 2 e 62 attraverso il «dialogo con tutti» si scontra invece con la promessa di un impegno a «smascherare l’asimmetria», a «denunciare i nuovi monopoli», a « mettere in discussione le geografie del potere » — come se fosse possibile applicare categorie pre-digitali e personalistiche a una realtà post-umana e ipertecnologica senza un chiarimento teologico di fondo.
Il giudizio sul calcolo
La spina dorsale filosofica dell’enciclica si fonda sulla netta dicotomia tra il calcolo cieco della macchina e il giudizio sapienziale dell’uomo ; per questo motivo essa condanna la « razionalità strumentale » e la quantificazione algoritmica, considerandoli come estrattivi e alienanti ; ma per le soluzioni politiche ed economiche (la gestione dei macrodati come beni comuni, la ridistribuzione delle risorse, l’antitrust digitale), l’enciclica deve ricorrere proprio agli stessi strumenti di calcolo e di pianificazione computazionale che essa stessa critica.
La governance dei dati
Un’ulteriore aporia riguarda la governance dell’IA e il fatto che, allo stato attuale, non sia possibile governare, frammentare o ridistribuire l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale globale senza ricorrere a modelli matematici e predittivi altrettanto complessi. L’enciclica cade così in un’aporia performativa: critica la riduzione della realtà ai dati, ma, per liberare l’uomo, deve proporre una burocrazia pubblica e sovranazionale che agisce esclusivamente attraverso la gestione (socialista?) dei dati.
Mercato e distributismo
Un altro problema irrisolto riguarda l’approccio dell’ordoliberalismo tedesco, che funziona perché accetta le leggi del mercato e della concorrenza, limitandosi a sorvegliarle attraverso lo Stato. Magnifica humanitas, al contrario, svuota dall’interno i presupposti del mercato digitale: rifiuta la monetizzazione dei dati, rifiuta i sistemi di ottimizzazione predittiva (che sono il motore economico dell’IA) e chiede la proprietà collettiva o la nazionalizzazione dei mezzi di calcolo. L’enciclica propone un modello economico ibrido che non è né capitalismo regolamentato né socialismo di Stato, ma una sorta di «distributismo medievale-digitale». Esige che le Big Tech rinuncino al loro modello di business estrattivo, senza tuttavia spiegare chi dovrebbe finanziare e farsi carico dei costi, che ammontano a miliardi, relativi all’elaborazione dati e alla transizione energetica dei server — se non uno Stato centralizzato: il che farerebbe riemergere lo spettro del collettivismo autoritario che lei condanna, e nel quale il modello cinese (evocato ma mai citato) è perfettamente riconoscibile, se non addirittura ammirato sub condicione.
Debiti e distanziamenti
C’è un ulteriore livello di lettura dell’enciclica che mi sembra utile, e forse necessario, mettere in luce. Proprio a causa del quadro «continuista» in cui si colloca e di ciò che la tradizione degli anniversari 1931-2001 ha generato, Magnifica humanitas non ha alcun interesse a dichiarare i mutamenti di pensiero che la sostengono. Essi esistono tuttavia, e mi sembra che si possano rappresentare in termini topologici.
L’enciclica si allontana e si avvicina a importanti correnti di pensiero, sia per quanto riguarda chi l’ha firmata sia per quanto riguarda chi ne è stato l’ispiratore.
Leone XIV, infatti, è il primo pontefice nato, cresciuto e educato all’interno di una democrazia liberale: non nello Stato Pontificio o nel Regno di Savoia, né nella Germania nazista, né nella Polonia o nell’Argentina di Perón: è nato nell’America di Eisenhower, è cresciuto in quella di Kennedy e Johnson; è diventato sacerdote dopo il Watergate e, come sappiamo, ha partecipato attivamente al voto iscrivendosi come elettore repubblicano. Un bagaglio esistenziale che, su un tema come quello trattato dall’enciclica, implica e comporta una certa diversità di approcci rispetto ai predecessori più immediati — il che non significa né polemica né disapprovazione, ma pura e semplice differenza.
Da un punto di vista oggettivo, poi, la situazione della Chiesa cattolica sulla scena internazionale non è più quella di qualche anno fa, e non per sua scelta o volontà. Attorno ad essa, cinque grandi potenze (Stati Uniti, Russia, Cina, India e Turchia) rivendicano un primato rispetto alle altre in quanto «grandi» (ancora una volta) e rivendicano anche una deroga a quei principi di diritto che costituiscono una conquista morale dell’umanità.
La matrice di Agostino
Nessuno si stupirà che l’impalcatura ideologica e antropologica di Magnifica humanitas riveli una profonda matrice agostiniana: è l’autore più caro a papa Leone, ed è del tutto naturale che i collaboratori del pontefice, una volta accantonati i lessici della teologia tedesca e della spiritualità ignaziana, pensino oggi di servire il papa evocando figure e pensieri « agostiniani » in senso lato.
Inoltre, quando l’enciclica descrive l’uomo contemporaneo assediato dall’algoritmo, non attinge all’ottimismo tomista della « ragione naturale » capace di ordinare il mondo, ma si rifugia nell’antropologia drammatica, introspettiva e « inquieta » di sant’Agostino (non nella cristologia balthasariana, che rimane ignorata).
Il testo evoca, in modo esplicito e implicito, tre elementi antropologici tipicamente agostiniani per smontare l’illusione della perfezione tecnologica:
L’enciclica contrappone il cor inquietum (l’inquietudine) all’ottimizzazione algoritmica e afferma che il tentativo di eliminare l’imprevisto, il dubbio, la noia o il fallimento mediante risposte preconfezionate dall’intelligenza artificiale equivale a sterilizzare il cuore dell’uomo; l’inquietudine agostiniana non è un malfunzionamento da correggere, ma la ferita ontologica che rende l’uomo capace di Dio. Una società perfettamente ottimizzata e « pacificata » dal calcolo è, secondo l’enciclica papale, una società antropologicamente morta ;
Léon descrive nelle sue pagine la tensione tra la libertas intesa come grazia e il liberum arbitrium della scelta multipla. Agostino distingue il semplice libero arbitrio (la capacità psicologica di scegliere tra l’opzione A e l’opzione B) e la vera libertà (la liberazione interiore dal peccato e dall’alienazione, possibile solo attraverso la grazia). Magnifica humanitas lo segue sferrando un attacco molto duro contro l’illusione di libertà offerta dalle piattaforme digitali e dalle interfacce di IA (l’utente si crede libero perché dispone di un’infinità di opzioni di consumo, di risposte e di percorsi personalizzati). Ma la risposta a questa forma di schiavitù psicologica e cognitiva (un’attualizzazione della libido dominandi) passa attraverso la capacità di sottrarsi alla reattività automatizzata, il che richiede un risveglio della coscienza che l’enciclica paragona all’azione della grazia e che (come nel De civitate Dei) passa attraverso il recupero della memoria, dell’intelligenza e della volontà (la triade agostiniana dell’anima a immagine della Trinità) contro la loro esternalizzazione nei server delle Big Tech ;
infine, Magnifica humanitas compie un’operazione intenzionale: abbandona l’idea che la tecnologia sia una semplice « protesi della ragione » e la tratta come una minaccia per l’anima, in un’antropologia drammatica come quella di Agostino, ma senza una via d’uscita come quella di Agostino.
Usi e divergenze rispetto al tomismo
Ben più serio e profondo è il problema del rapporto tra l’impalcatura dell’enciclica e il tomismo: e non solo perché il precedente Leone, il XIIIo, ne inventò uno — il neotomismo —; la convinzione che il papa aveva ricevuto da padre Joseph Kleutgen sj e da altri era che il cattolicesimo avesse bisogno di una struttura di pensiero rigida, che fosse possibile ottenerla comprimendo la ricchezza dell’Aquinate in un sistema ahistorico di filosofia perenne, e che questo corsetto intellettuale correttivo sarebbe bastato a formare una falange di militanti capaci di rispondere a una filosofia antireligiosa che spaventava Roma. L’esito — per riassumere in poche parole una storia lunga e ben studiata — fu paradossale: il neotomismo costituì un modello che generò semplificazioni essenzialiste e dogmatiche molto problematiche, ma che allo stesso tempo formò la generazione dei riformatori cattolici, domenicani e non, che avrebbe dato vita al Concilio Vaticano II. L’odierno Leone, il XIVe, non dà segni di passioni tomiste o neotomiste: ma è proprio con un nodo del tomismo che si confronta, in misura minima, e su diversi piani.
Magnifica humanitas converge infatti perfettamente con la concezione tomista del potere pubblico e dell’etica, ma entra in una contraddizione teologica irrisolvibile riguardo alla razionalità e alla sua funzione.
Per Tommaso, il potere pubblico non è un male necessario derivante dal peccato originale (come pensava Agostino), ma un’istituzione naturale, poiché l’uomo è un animale politico e sociale. La legge pubblica è definita come « ordinatio rationis ad bonum commune » (un ordine della ragione orientato al bene comune) ; essa viene promulgata da chi è incaricato della comunità, e questi se ne prende cura.
Pertanto, quando Magnifica humanitas assegna al potere pubblico statale il compito di essere il « custode dell’ultima istanza umana » e di imporre per legge il ruolo dell’essere umano (human-in-the-loop), applica esattamente una logica tomista ; l’auspicato intervento coercitivo dello Stato nei confronti delle Big Tech (che tuttavia lo dominano e ne superano le dimensioni finanziarie) esprime il dovere morale di ordinare la società secondo la ragione.
Un’altra profonda affinità riguarda la sostanza stessa della dimensione etica. Per Tommaso, l’etica si fonda sulle virtù, e la virtù regina della politica è la prudentia (recta ratio agibilium — la retta ragione applicata all’azione). La prudenza si articola in tre atti (il consiglio che indaga, il giudizio che decide, il comando che esegue). Secondo Magnifica humanitas, l’IA può interrompere questo circuito tomista: sostituendosi all’uomo nel consiglio e nel giudizio, la macchina provoca un’atrofia della virtù. L’uomo che delega le decisioni all’algoritmo non può più diventare « prudente » nel senso tomista, poiché non esercita più la sua funzione essenziale. Si tratta quindi di una realtà che Tommaso non poteva prevedere : la nascita di un « sostituto della ragione » che esonera l’uomo dall’esercizio etico, rendendo impossibile lo sviluppo delle virtù naturali — e qui non è chiaro se la risposta sia l’ascesi tecnologica che rieduca all’uso delle proprie facoltà, oppure l’azione altrui, o una combinazione delle due.
C’è tuttavia un punto in cui Magnifica humanitas segna una netta rottura speculativa con la tradizione tomista. Per Tommaso d’Aquino, l’intelletto umano è lo specchio dell’Intelletto divino; anche la capacità di calcolare, misurare, elaborare e accumulare conoscenza scientifica fa parte di una razionalità che non può non comprendere anche la legge morale. Il « progresso tecnico » (Tommaso non lo chiama così, naturalmente), se segue le leggi della logica e della natura, è intrinsecamente razionale e buono; e se non è buono, è perché non segue le leggi della natura e la razionalità che lo permeano.
Magnifica humanitas non afferma che l’IA violi o possa violare queste due leggi: va ben oltre. Spezza l’unità della ragione. Sostiene che l’iper-razionalismo del calcolo algoritmico sia separato dalla saggezza umana e non possa essere altro che questo. La tecnologia estrattiva dell’IA (che deve estrarre materie, dati, energia) produce una razionalità « altra », cieca, distruttiva. Laddove un tomista vedrebbe nell’algoritmo matematico un esercizio superiore e legittimo della razionalità umana, Léon XIV vi scorge un principio di alienazione che minaccia la coscienza. Egli mette in dubbio — si potrebbe forse dire: nega — che il progresso tecnologico dell’IA sia un’evoluzione naturale della razionalità umana: lo tratta come una deviazione ipertrofica del calcolo che soffoca l’intelligenza e dalla quale bisogna guardarsi.
La presa di distanza da Marx
Tra gli insulti rivolti al Papa da Donald Trump (probabilmente all’oscuro dell’infallibilità del proverbio « chi mangia papa crepa » — chi mangia il Papa muore) deve essergli sfuggito un aspetto del lessico di Magnifica humanitas: i termini classici di ciò che, nel XX secolo, costituiva la notitia criminis della dottrina sociale (il socialismo, il comunismo, il marxismo) non vi figurano. Gli obiettivi polemici originari e classici del genere letterario del « magistero sociale », in cui Leone XIV colloca la sua enciclica, non sono esplicitati nella loro formulazione storica. Ma l’opposizione a queste proposte politiche e culturali è rielaborata all’interno del confronto tra paradigma umano e paradigma tecnocratico: con una condanna della metamorfosi tecnologica del totalitarismo collettivista, dietro la quale non è difficile intravedere il modello cinese di società e di IA. Ciò non impedisce all’enciclica di adottare in modo critico alcuni strumenti analitici del marxismo per smantellare il potere dei nuovi monopoli algoritmici — secondo un procedimento che era quello della teologia della liberazione peruviana di Gustavo Gutiérrez.
L’enciclica fa implicitamente riferimento al comunismo reale del XX secolo quando analizza il rischio di una pianificazione totale della vita umana da parte dello Stato attraverso le nuove tecnologie e quando esamina il modello di controllo sociale automatizzato di quello che viene definito data communism. Se il socialismo reale ha distrutto la libertà dell’uomo, nell’anima e nel corpo, il totalitarismo tecnologico — teme Léon — collettivizza la dimensione interiore (i pensieri, i desideri, le scelte etiche) e annulla il valore della persona.
Una società perfettamente ottimizzata e « pacificata » dal calcolo è, secondo l’enciclica papale, una società antropologicamente morta.Alberto Melloni
Allo stesso tempo, il funzionamento del capitalismo della Silicon Valley viene analizzato attraverso le categorie marxiane dell’accumulazione primitiva: nel Capitale, il capitalista espropria il lavoratore del plusvalore generato dal suo lavoro materiale; Magnifica humanitas vede i grandi modelli di linguaggio (LLM) come sistemi che estraggono una « materia prima cognitiva » (i dati, le interazioni, la creatività espressa online da miliardi di persone) senza restituire alcun valore. E al posto del conflitto tra classe operaia e capitale si profila l’idea che un ipercapitalismo, che ha messo in ginocchio i sistemi regolatori, sia oggi alla ricerca di un nemico (e vedremo quale nemico gli proponga il papa).
Ma c’è di più: Leone XIV afferma esplicitamente che la vera ingiustizia sociale risiede oggi nel monopolio dei mezzi di supercalcolo e delle infrastrutture computazionali. Di fronte a questa ingiustizia (strutturale), l’enciclica non chiede una rivoluzione, ma delle norme. Norme sulla « destinazione universale » dei beni digitali e una governance collettiva delle infrastrutture dell’IA, che il papato chiede agli Stati per influire sul controllo dei mezzi di produzione, riponendo fiducia nelle norme antitrust (che hanno fallito nell’UE all’epoca dei primi browser).
Pertanto, senza attingere (troppo) a Marx, l’enciclica dimostra che non si tratta più di difendere il capitalismo liberale dal comunismo, ma di difendere l’essere umano da un nuovo totalitarismo ibrido, che possiede l’efficacia estrattiva del peggior capitalismo e la capacità di controllo del peggior collettivismo di Stato.
Divergenze
Ci sono tre figure con cui l’enciclica non intende misurarsi — come ho appena accennato —, ma rispetto alle quali assume posizioni diverse; nel più puro stile di Prevost, lo fa senza toni polemici, ma senza per questo essere ambigua.
Contro Thiel
Non è certo la cosa più importante, ma Magnifica humanitas ha avuto a che fare con Peter Thiel, il fondatore di PayPal e Palantir — o, per meglio dire, è stato lui a voler avere a che fare con lei.
Thiel si è recato a Roma nell’aprile del 2026 per tenere alcune lezioni a porte chiuse, durante le quali ha esposto una singolare posizione teologica sull’Anticristo (che sarebbe un pensiero universalista volto a frenare lo sviluppo tecnologico) e sul katéchon, figura dell’apocalittica ebraica presente nella seconda epistola ai Tessalonicesi, interpretata dal filosofo tecnocrate secondo le proprie categorie. Come è noto, Thiel costruisce un sistema eclettico in cui mescola René Girard, Soloviev e se stesso per giustificare teologicamente la propria logica e le proprie strategie industriali ; ma è anche il mentore di figure politiche di primo piano (una su tutte: J.D. Vance) e di figure industriali (proprio quell’Olah che, ora che si è distaccato da Thiel ed è passato alla corte di Anthropic, è stato voluto dal Papa al suo fianco per spiegare l’enciclica). Se lo scopo di queste lezioni di Thiel era quello di far credere che l’enciclica allora in fase di elaborazione gli rispondesse, l’obiettivo non è stato raggiunto — non perché l’enciclica, allora già scritta nella sua essenza, si fosse sottratta al confronto con il futuro trilionario Thiel, ma perché inquadrava il problema della libertà umana in modo radicalmente e originariamente opposto.
L’espressione della libertà è, senza alcun dubbio, l’obiettivo dichiarato e comune sia a Thiel che a Prevost.
Ma Thiel, facendo propria una filosofia delle scienze ormai superata, ritiene che ogni pensiero sia mosso dal desiderio di conoscenza e che ogni scienza, nel senso baconiano, miri a spiegare l’universo; è da qui che iniziano le differenze tra le conoscenze e le spiegazioni. Per l’enciclica, il pensiero e la scienza sono fin dall’origine segnati da un rischio che ne condiziona gli esiti e che richiede un’emancipazione (o, in termini agostiniani, una « purificazione ») dal desiderio e dalla volontà.
Magnifica humanitas auspica e spera che il progresso scientifico (quello medico ne è un casus esemplare, poiché allevia la sofferenza della condizione umana) possa avvicinare l’uomo a un ideale di perfezione in cui le discipline umanistiche, scientifiche e teologiche convivano in armonia. Thiel sostiene invece che, dal 1945 (con la bomba atomica), la scienza abbia inaugurato una nuova era, intrinsecamente apocalittica, in cui si scontrano in un duello il progresso, capace di domare queste forze, e una stagnazione tecnologica in cui regna l’inganno.
Per il Papa, l’educazione consiste nel fornire gli strumenti per interpretare la realtà così com’è e smantellarne le distopie. Per Thiel, il sapere deve uscire dalle « multiversità », rese sterili dall’iperspecializzazione e dal vigliacco rifiuto di una visione del mondo.
In un contesto di incertezza, Magnifica humanitas difende un umanesimo cosmopolita che guarda alla governance globale, alla cooperazione internazionale e alla pace come al culmine del progresso civile dell’umanità. Thiel vede nel progetto di un governo mondiale dei processi globali il massimo rischio esistenziale e l’inganno sedativo che, secondo lui, coincide con la figura biblica del regno dell’Anticristo.
Thiel critica aspramente alcuni intellettuali e attivisti contemporanei (come Nick Bostrom o Eliezer Yudkowsky) che, spaventati dai rischi dell’IA o del cambiamento climatico, invocano un’azione preventiva che, ai suoi occhi, equivale a un totalitarismo globale volto a frenare la scienza. Per il Papa, vivere i segni della sofferenza del pianeta e di coloro che sono vittime dei cambiamenti climatici è un invito ineludibile a vivere la Casa comune come figli.
Thiel intravede una successione di epoche quasi “gioachimita”: dopo la guerra più giusta (la Seconda Guerra Mondiale) e una guerra ingiusta (la Guerra Fredda), prevede l’avvento di una pace ingiusta (identificata con la sottomissione economica e morale dell’Occidente alla Cina totalitaria, a condizione che venga mantenuto lo Stato sociale). Secondo lui, la paura di un’apocalisse nucleare (l’Armageddon biblico interpretato in chiave fondamentalista) spinge l’umanità a cercare « pace e sicurezza » a tutti i costi, accettando l’omologazione e la tirannia dell’Anticristo — contro la quale una vera humanitas cristiana e liberale deve rifiutare questo compromesso, combattere il « mimetismo meschino » e ripristinare la vitalità del desiderio umano, esaurito da un ripiegamento in spazi interiori in cui si rinchiude un’umanità passiva, sterile e vulnerabile al controllo totalitario di ispirazione ecologista, ecc.
Al contrario, Magnifica humanitas vede nella ragione e nelle istituzioni umane la via per l’autorealizzazione dell’uomo sulla terra: non in nome di verità distopiche, ma di una ricerca della verità che non annulla la libertà umana, ma la coinvolge, in un contesto in cui due amori sono sempre in competizione e lo saranno sempre.
Contro Ratzinger
Abbandonare la fiducia tomista nella razionalità del progresso e chiedere allo Stato di ricorrere alla legge per proteggere l’anima dei cittadini da una macchina che simula la ragione per svuotare la coscienza, su una scala che sfugge al controllo dello Stato, apre la strada a un netto allontanamento dal pensiero di Ratzinger.
Leone XIV cita Caritas in veritate, l’enciclica di Benedetto XVI del 2009: ma intraprende un percorso teologico divergente. La teologia ratzingeriana del Logos, esposta nella famosa lezione di Ratisbona del 2006, è strutturalmente contraddetta nei suoi presupposti epistemologici.
Mentre Ratzinger vede nella razionalità scientifico-tecnologica un’espressione del Logos divino, sebbene necessiti di una purificazione che proviene ancora dallo stesso Logos, Magnifica humanitas instaura una separazione drammatica che confina il calcolo tecnologico avanzato al di fuori dell’orizzonte della saggezza. La contraddizione si articola su tre punti logici inconciliabili.
L’enciclica dimostra che non si tratta più di difendere il capitalismo liberale dal comunismo, ma di difendere l’essere umano da un nuovo totalitarismo ibrido.Alberto Melloni
Il Logos ratzingeriano è ciò che rende possibile e necessaria l’alleanza tra fede e ragione. Il Logos è uno, e può essere calpestato dall’uomo oppure amato. L’enciclica di Leone XIV opera invece una drastica scissione epistemologica: da un lato, c’è una razionalità del calcolo (l’efficienza matematica, la logica algoritmica, la quantificazione); dall’altro, una razionalità che formula il giudizio sapienziale (riservato esclusivamente alla coscienza umana relazionale).
In Caritas in veritate (capitolo VI), Benedetto XVI affronta direttamente il tema dello sviluppo tecnologico con un rigoroso ottimismo teologico: «La tecnica — è bene sottolinearlo — è una realtà profondamente umana, legata all’autonomia e alla libertà dell’uomo. Essa esprime e afferma con forza il dominio dello spirito sulla materia. […] La tecnica si inserisce quindi nel mandato di “coltivare e custodire la terra” (cfr. Gn 2, 15) che Dio ha affidato all’uomo » (Caritas in veritate, n. 69) 13.
Magnifica humanitas ricorre a una prospettiva concettuale diversa: la tecnologia non viene più descritta come il luogo in cui si conferma il «dominio dello spirito sulla materia», il quale (alla maniera di Guardini) può al massimo esprimere un potere su cui non si esercita un controllo sufficiente; per l’enciclica di Prevost, la tecnologia è semplicemente l’ambiente in cui la materia algoritmica esercita un dominio coercitivo sulla mente.
Se Ratzinger vede nella tecnica una « vocazione » che l’uomo può orientare, per grazia, con la carità, Magnifica humanitas — un po’ alla maniera di Agostino, un po’ alla scuola di Francoforte —, l’analizza invece come un dispositivo strutturalmente estrattivo e alienante, concepito per il controllo cognitivo. Dall’ambiguità ratzingeriana si passa quindi a un sospetto ontologico.
Infine, la divergenza sul relativismo. Di fronte alla crisi dell’antropologia contemporanea, Benedetto XVI propone l’ampliamento della ragione (« Weitung der Vernunft », come la definisce nella lezione di Ratisbona del 2006). Contro un positivismo scientista che riduce la verità a ciò che è verificabile solo in laboratorio, Ratzinger non chiede di fare un passo indietro, ma di aggiungere razionalità fino a raggiungere la metafisica e l’etica. D’altra parte, di fronte all’iper-razionalismo del calcolo computazionale, Leone XIV non chiede di ampliare la ragione, ma di adottare una strategia di difesa — il digiuno digitale che ripristina la struttura cognitiva dell’essere umano: il ritiro strategico nella corporeità e la limitazione legale della delega decisionale. La risposta al super-sviluppo del logos artificiale non è la sua sintesi teologica, ma la sua limitazione coercitiva da parte dello Stato.
Laddove Benedetto XVI voleva dimostrare alla ragione scientifica che la fede stessa è Logos, Leone XIV dichiara che la razionalità algoritmica è in guerra con l’antropologia cristiana. È la vittoria del drammatismo agostiniano sulla fiducia cosmica nel Logos ratzingeriano.
Contro Bergoglio
Magnifica humanitas, come tutta la predicazione e i discorsi di papa Prevost, attinge a piene mani dal lessico bergogliano, anche se non sempre con la stessa intensità : la cultura dello scarto, l’impegno per il disarmo, il grido dei poveri e della terra, ecc., sono categorie di Francesco, e quando Leone XIV le fa proprie, lo fa con discrezione.
C’è tuttavia almeno un punto in cui Magnifica humanitas adotta un approccio diverso, e riguarda la categoria dell’« amicizia sociale », ereditata direttamente dalla Fratelli tutti di Papa Francesco: su questo punto, l’enciclica del 2026 opera uno specifico spostamento semantico, che va nella direzione opposta al significato bergogliano dell’espressione.
Per Papa Francesco, l’amicizia sociale era una categoria che collegava il livello interpersonale a quello politico-universale: Fratelli tutti, n. 94, la definisce così: «& nbsp;L’amore che si estende oltre i confini ha come base ciò che chiamiamo ‘amicizia sociale’ in ogni città o in ogni paese » 14. Per il Papa argentino, l’amistad social è « condizione di possibilità di una vera apertura universale », di cui Bergoglio, all’epoca vescovo, aveva già parlato in occasione del Te Deum del 25 maggio 2006, consacrando un’espressione presente nel magistero dei vescovi argentini fin dagli anni Novanta, poi nella sua predicazione durante la crisi del 2001 e, più in generale, sia nell’opera del filosofo argentino Alberto Methol Ferré che in quella del teologo Juan Carlos Scannone.
Nell’enciclica di Leone XIV, l’amicizia sociale diventa una categoria morale e antropologica: è lo strumento per il riconoscimento della dignità della persona e l’antidoto fondamentale alla riduzione della società a un insieme di nodi di una rete neurale che deresponsabilizza l’uomo e erode l’umano. In Magnifica humanitas, l’amicizia sociale esprime la vicinanza relazionale in contrapposizione alla connessione senza contatto. Mentre i sistemi predittivi e i social network tendono a raggruppare le persone secondo algoritmi di similarità (le echo chambers), esacerbando la polarizzazione e l’odio verso un nemico immaginario attraverso il filtro dell’irrealtà virtuale, l’amicizia sociale è la capacità umana di convivere con il conflitto e di accogliere la diversità reale. Mentre l’algoritmo di ottimizzazione tende strutturalmente a eliminare le differenze effettive al fine di massimizzare il profitto, l’amicizia sociale richiede l’incontro tra corpi e storie.
Mentre dietro l’amistad social di Bergoglio si celava la teologia del popolo che si unisce, Magnifica humanitas adotta un approccio diverso e attacca frontalmente l’idea secondo cui una persona dovrebbe continuamente « guadagnarsi o giustificare il proprio valore » in base a criteri di rendimento e produttività, amplificati dall’intelligenza artificiale, al punto da giustificare l’emarginazione di chi non è « ottimizzabile » (i malati, gli anziani, coloro che perdono il lavoro a causa dell’automazione).
L’amicizia sociale diventa una difesa del valore della gratuità per chi la pratica, e il fulcro del « ricostruire i legami » che, invece di atomizzare l’umanità o di organizzarla secondo criteri di pura classificazione statistica, pone come esigenza spirituale la restituzione all’altro del suo volto e della sua unicità non calcolabile.
Nodi originali di Magnifica humanitas
Durante il suo pontificato, Ratzinger aveva operato, in merito all’ermeneutica del Concilio Vaticano II, una complessa distinzione tra due coppie di concetti: da un lato, continuità/riforma; dall’altro, discontinuità/rottura. I suoi adulatori non avevano colto la tensione (irrisolta) che il professore di Tubinga si era posto fin dalla conclusione dei lavori del Concilio, e l’hanno ridotta, nella polemica ecclesiale, a un grossolano antagonismo tra continuità e discontinuità, ignorando tutto quel dibattito sullo sviluppo dei dogmi che attraversa gli scritti di John Henry Newman e di tanti altri.
Anche Léon — sebbene nel ristretto ambito della dottrina sociale — decide di cimentarsi con un problema analogo: del resto, la scelta di inserire un compendio delle dottrine sociali degli ultimi 125 anni imponeva una descrizione, che viene presentata (n. 45) come caratterizzata da uno «sviluppo armonioso, ma non sempre lineare», con «cambiamenti di prospettiva che non si discostano da quanto precedente, ma ne fanno maturare le implicazioni».
Una soluzione piuttosto elegante a un problema che rimane tuttavia delicato e alla base delle vere e proprie svolte suggerite dall’enciclica, e che riguardano la guerra « giusta », la falsificabilità del magistero, la proposta di un ordoliberalismo digitale e la democrazia.
Il « superamento » della guerra giusta
Magnifica humanitas riprende lo « stile » di Fratelli tutti e nasconde un insegnamento dirompente all’interno di un documento che, di per sé, sembra una dottrina morale sul corretto utilizzo delle tecnologie di intelligenza artificiale.
Leone XIV, infatti, segna, in modo che vorrebbe essere definitivo, il superamento della guerra giusta. Si tratta di un superamento che il papa americano afferma debba essere semplicemente « riaffermato » (n. 192), ma che costituisce di fatto un’affermazione radicale e decisiva. È vero che un passaggio dimenticato della Pacem in terris affermava che nell’era atomica è alienum a ratione («estraneo alla ragione») pensare che la guerra produca giustizia; ma è un dato di fatto che questa tesi fu smentita da Paolo VI, il quale, all’ONU, invocò il famoso «mai più la guerra», ma la riammise in un mondo segnato dal peccato; è un dato di fatto che questa posizione non sia diventata magistero conciliare, proprio a causa dell’opposizione dei vescovi americani, che non volevano disarmarsi di fronte al nemico sovietico ; e si sa che l’enorme impegno di Giovanni Paolo II per porre fine ai conflitti che hanno costellato il suo lungo pontificato non ha impedito che, nel Catechismo della Chiesa Cattolica — formalmente un compendio ad usum Delphini e al tempo stesso uno specchio della coscienza dottrinale —, la guerra trovi il suo posto.
L’enciclica di Bergoglio citata aveva tuttavia compiuto un passo decisivo nella direzione indicata da Pacem in terris, negando la liceità morale del possesso di armi atomiche. Nel 2026, quindi, Leone XIV assume una posizione che è « più un’affermazione che una ripetizione » : «& nbsp;Oggi più che mai, è importante ribadire il superamento della teoria della ‘guerra giusta’, troppo spesso invocata per giustificare qualsiasi guerra, fatta salva la legittima difesa nel suo senso più stretto. »
La nota 182 vorrebbe giustificare l’uso del verbo « riaffermare » (« reaffirm » in inglese), ma ne chiarisce invece la differenza: si tratta di un vero e proprio sviluppo dogmatico, nel senso inteso da Newman, rispetto alla Gaudium et spes 79 e — senza paragonare un concilio a un catechismo — rispetto alla formulazione, peraltro modesta, del n. 2309 del Catechismo, che — per fare un esempio — ha fatto scalpore nei media americani quando i vescovi cattolici sono intervenuti nei programmi delle grandi reti televisive per spiegare che né in Venezuela né in Iran l’amministrazione Trump si era attenuta ai criteri che avrebbero reso i suoi interventi « moralmente leciti » dal punto di vista di una teoria cattolica che, da Agostino al Concilio Vaticano II, è stata effettivamente ribadita più e più volte.
La falsificabilità della dottrina sociale
Un altro aspetto originale e importante dell’enciclica riguarda proprio lo status della dottrina sociale e, indirettamente, del magistero ordinario, di cui essa chiarisce la falsificabilità partendo dal casus della schiavitù.
La struttura dell’enciclica — come è stato osservato — dedica un’intera sezione alla rivendicazione della continuità delle dottrine sociali dei vari pontificati. Uno schema consueto di rappresentazione della continuità che, nella logica polemica, doveva servire da argomento denigratorio contro il protestantesimo e la sua proliferazione teologica e che, al suo interno, doveva conferire al papato un’aura crescente, con la fine del potere temporale e la smaterializzazione della funzione del pontefice romano, privato della sua sovranità temporale.
Laddove Benedetto XVI voleva dimostrare alla ragione scientifica che la fede stessa è Logos, Leone XIV dichiara che la razionalità algoritmica è in guerra con l’antropologia cristiana.Alberto Melloni
Ecco perché la lunga digressione sulla schiavitù è interessante: logicamente non necessaria, concentrata in un unico punto preciso, e in definitiva necessaria per spiegare perché non sia stata condannata per tempo (n. 176); scritta da uno storico che conosce molto bene il pontificato del XIXe (ma ignora la bolla Veritas ipsa di Paolo III del 1537…), descrive con precisione il lento processo che va dal rifiuto di una pratica alla definizione di una condanna « formale, assoluta e universale », che giunge con Leone XIII — quindi tardi, molto tardi.
Si tratta di un riconoscimento sincero che serve quindi a dire che esiste ed è esistita una « crescita nella comprensione, da parte della Chiesa, delle verità perenni », che ha richiesto diciotto secoli per giungere a compimento (si sarebbe potuto dire lo stesso dell’antisemitismo, ad esempio) : ciò che evidenzia una svolta metadottorale, che incide dall’interno la retorica della semplice « maturazione delle implicazioni ».
La funzione del potere pubblico
Magnifica humanitas non è la prima enciclica a esaltare il ruolo dello Stato nell’economia ; ma lo fa in un momento in cui la scienza politica ha perso il senso dello Stato e, di fronte ai colossi tecnocratici, ribadisce con grande forza il ruolo del potere pubblico (n. 63), dell’intervento pubblico (n. 69), del controllo pubblico (nn. 80 e 95), del sostegno pubblico all’istruzione pubblica (n. 144). Contro il buffo anticristo dell’apprendista teologo Peter Thiel, il papa di Roma oppone (come katéchon ?) due tradizioni del pensiero economico tedesco oggi dimenticate.
Una è la lunga eredità del Kathedersozialismus di Gustav von Schmoller, di Adolf Wagner (quello della legge sulla crescente espansione delle attività pubbliche), di Lujo Brentano, che nel 1873 diede vita al Verein für Socialpolitik e porta con sé una concezione ormai superata della funzione educativa dello Stato, nonché un rifiuto del liberalismo di Manchester che influenzò Pecci attraverso il cattolicesimo sociale tedesco di Wilhelm Emmanuel von Ketteler e la Freiburger Vereinigung. Ciò che l’enciclica rifiuta è l’idea che l’intelligenza artificiale debba autoregolarsi (le presunte linee guida etiche delle stesse Big Tech). Esattamente come i Kathedersozialisten chiedevano che fosse la legge dello Stato a imporre la giustizia sociale nelle fabbriche industriali, Leone XIV chiede che il potere pubblico intervenga con forza per nazionalizzare o civilizzare le infrastrutture computazionali, ponendo il bene comune al di sopra del profitto privato dei nuovi « baroni dell’algoritmo ».
L’altro è l’Ordoliberalismus della scuola di Friburgo: Walter Eucken, Franz Böhm e le figure del neoliberismo sociologico come Alexander Rüstow e la Civitas humana di Wilhelm Röpke: la loro idea secondo cui lo Stato non attua una Prozesspolitik in materia economica, ma definisce il quadro di riferimento attraverso una Ordnungspolitik, per impedire ciò che minaccia la libertà non meno dello Stato stesso, è la logica dei nn. 106-109. In questa logica, l’armonizzazione sociale esclude la rivoluzione e il sabotaggio, poiché lo Stato sa assumersi la responsabilità della protezione delle persone.
Magnifica humanitas sogna forse una Ordnungspolitik dell’IA, con una componente educativa e formativa vicina al Kathedersozialismus e all’approccio delle capabilities (Sen) — dove la libertà reale dipende dalla formazione e da un accesso effettivo —, che postula un ordine di giustizia aperto alla correzione ridistributiva (n. 162 : fiscalità progressiva) ? Sì, ma con un avvertimento : il quadro ordoliberale presuppone uno Stato territoriale, mentre l’ordoglobalismo digitale, multilaterale e internazionale, è ancora da costruire: laddove Eucken aveva la Repubblica federale di Adenauer, Léon XIV ha un « multipolarismo disordinato e conflittuale » (n. 201).
La questione della democrazia
Ma uno degli aspetti più originali dell’enciclica è l’affermazione di un legame democrazia-verità (nn. 132-134), che essa propone senza timori e che solleva numerose questioni sia sull’una che sull’altra.
Dal messaggio radiofonico di Pio XII del 1944 alla Centesimus annus n. 46, il papato aveva mantenuto una linea di valutazione strumentale della democrazia: un riconoscimento condizionato e limitato (che valeva «nella misura in cui», come esplicita il n. 40). Ciò che viene affermato al n. 134 è l’opposto: dire che «la ricerca della verità è un elemento essenziale per la democrazia» e che il disinteresse per la verità «conduce lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo» (con citazione di Hannah Arendt alla nota 143) indica, come punto di riferimento da custodire, una verità che non è la verità rivelata ma quella dell’« ecologia » comune. Anziché essere uno strumento moralmente condizionato, la democrazia diventa un ecosistema epistemico vulnerabile, al quale è legata una verità aperta, sancita da una citazione di facile richiamo di Papa Francesco sulla verità che non è un territorio da difendere ma uno spazio da abitare.
L’enciclica non manca tuttavia, al n. 133, di menzionare il legame tra sapere e potere («puro potere privo di verità, che impone […] ciò che vuole che gli altri considerino vero») e ne trae una conclusione opposta alla tesi foucaultiana — secondo la quale la « verità » invocata come bene comune è essa stessa effetto del potere e presuppone regimi di verità : è proprio perché il sapere è potere che occorrono pratiche pubbliche di « verità ».
Il Papa non si confronta con gli antagonisti classici. Mi limito a citare alcuni nomi e posizioni ben noti: per Hans Kelsen (Vom Wesen und Wert der Demokratie), la democrazia si nutre di un relativismo dei valori, e chi crede di possedere la verità assoluta tende all’autocrazia: basta forse dire che la verità non è un territorio, citando Francesco? Joseph Schumpeter (Capitalism, Socialism and Democracy) ne fa il metodo competitivo di selezione delle élite, indifferenti al vero ma non al giusto: basta il bene comune? Per Richard Rorty, la democrazia liberale vive di solidarietà e di dialogo: e qui, qual è lo spazio di questo dialogo? E per concludere con Karl Popper, la cui società aperta è costruita contro chi pretende di conoscere la verità della storia: come farla coincidere con lo schema agostiniano?
Ma si confronta (e ne sarà felicissimo…) con Thiel e con gli ideologi della sovranità delle piattaforme: l’enciclica considera la verità come un bene comune, contro l’idea della verità come titolo di governo; ecco perché l’«equivalenza tra potere tecnico e diritto di governare» citata al n. 110 è proprio ciò che il Papa dichiara di voler spezzare.
A tal fine, era necessario superare definitivamente la logica del papato del XXe, che considerava la democrazia come un sistema privo di contenuti propri (la distorsione da parte di Ratzinger del dictum di Böckenförde sullo Stato liberale che non possiede i fondamenti su cui poggia verteva proprio su questo punto, ignorando che per il giurista tedesco questa considerazione è proprio la motivazione per assumere «& nbsp;il rischio della libertà »), e fonderla con un’idea diversa della verità. Un’operazione complessa : poiché era proprio l’idea della verità come unico titolare dei diritti ad aver costituito il cuore della teoria dello Stato — il quale deve essere confessionale laddove il cattolicesimo è maggioritario, e difendere la libertà religiosa laddove il cattolicesimo è minoritario. Questa struttura era stata smantellata da Pacem in terris, che aveva stabilito la persona, e non la verità, come titolare dei diritti fondamentali. Per evitare di dare anche solo l’impressione di voler rifondare lo Stato democratico su una verità intesa come essenza, e non su una ricerca della verità intesa come metodo, era necessario rielaborare la categoria stessa di verità. E Magnifica humanitas se la cava con la formula bergogliana secondo cui « la verità non è un territorio da difendere, ma un bene da condividere » (n. 25).
Identificare ciò che minaccia la democrazia non è meno importante della definizione che ne viene data: per comprendere che cos’è la «democrazia cognitiva», Magnifica humanitas ne definisce gli antagonisti: populismo, autoritarismo e totalitarismo. Se, sempre in Fratelli tutti, il populismo era la strumentalizzazione del « popolo » da parte di leader che lacerano le società per accumulare potere economico e politico, Magnifica humanitas denuncia il populismo integrato nell’architettura dei social network e nell’estremizzazione algoritmica delle risposte emotive immediate. Laddove la democrazia richiede tempo, pazienza e l’accoglienza della complessità (il dialogo), il populismo tecnologico distrugge lo spazio democratico, perché si nutre di reazioni pavloviane innescate da flussi di dati profilati. Anche sull’autoritarismo c’è un salto : da Quadragesimo anno a Centesimus annus, il papato tuona contro la concentrazione del potere statale che soffoca la sussidiarietà e gli organismi intermedi ; per Leone XIV, esiste il pericolo di un « autoritarismo soft » o tecnocratico, che si manifesta quando grandi monopoli (superiori allo Stato) utilizzano l’intelligenza artificiale per un sistema predittivo della cittadinanza, della giustizia, del credito sociale. Sullo sfondo, il «totalitarismo invisibile», che non è quello del socialismo reale che rifiuta la verità trascendente sull’uomo, ma quello che agisce attraverso la colonizzazione sotterranea dell’immaginario e dei processi cognitivi che conducono al «disarmo della coscienza».
Per concludere
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, a casa del professor Padovani, un piccolo gruppo di giovani « professorini » dell’Università Cattolica si riuniva per discutere dell’ordine mondiale che sarebbe emerso dalla sconfitta dei fascismi. Puledri di razza della scuderia di padre Gemelli, avevano imparato da quel religioso — che era stato socialista e allievo di Golgi, prima di diventare un fascista convinto e francamente antisemita — non quelle orribili inclinazioni, ma una fiducia smisurata nel lavoro razionale dell’intelligenza delle cose.
Convinti che comprendere la realtà significasse già modificarla, vi si dedicavano con gli strumenti — non molto numerosi — che l’autarchia intellettuale del regime e il clerico-fascismo non avevano ancora annientato ; e, con un istinto — direi quasi cattolico —, cercavano nei messaggi radiofonici del Papa secondi fini, indicazioni tacite, vie invisibili che avrebbero liberato il domani dall’orrore in cui il presente era stato precipitato. E prima ancora di intraprendere percorsi di resistenza, la lotta politica o l’impegno per la Costituzione, si dedicavano a una lettura del tutto singolare del « magistero sociale » di papa Pacelli.
Poiché trovavano tra le righe e tra le righe dei testi di Pio XII e dei suoi predecessori cose che, oggettivamente, non c’erano (La Pira, ad esempio, era convinto che la condanna di coloro che detengono i capitali « aumentandoli continuamente a grave danno altrui » fosse un rifiuto del regime capitalista — cosa che forse non era lo scopo di quel documento di condanna del « comunismo ateo ») : ma, così facendo, interpretavano correttamente un’intenzione pontificia. Quella, precisamente, di esercitare una funzione di orientamento costante, che era (per il papa) più importante della decifrazione del sensus loquentis.
Secondo l’enciclica di Prevost, la tecnologia è semplicemente l’ambiente in cui la materia algoritmica esercita un controllo coercitivo sulla mente.Alberto Melloni
Se si cerca di applicare il metodo della casa Padovani a Magnifica humanitas, ci si imbatte in due problemi: uno soggettivo, l’altro oggettivo.
Il primo è che — poiché l’energia caratterizzante del periodo 1942-1944 non fa più parte né della cultura di chi trasmette né di quella di chi riceve — si finisce per cadere nel papismo più ottuso: quello che esalta l’ovvio, scruta le scarpe, decifra i pettegolezzi di Curie e « colloca » azioni avvenute lentamente, ma non per questo maturate e portate a compimento, in grandi quadri in cui, alla fine, tutto si ricompone come per incanto.
Il secondo è che se davvero, come sostiene Mauro Magatti, l’IA si propone come il pharmako dell’era liquida — rimedio che riconduce a un’unità stocastica il vortice delle opzioni —, scrutarla come fa Leone XIV non susciterà alcun interesse negli aspiranti e nei professionisti « maestri dell’umano », che vedono nel salto tecnologico in atto una leva per accrescere uguaglianze e disuguaglianze, giustizia e ingiustizia, vantaggi e svantaggi.
Ciò introduce un elemento che ricorda la famosa pipa di Magritte, raffigurata sopra la scritta questo non è una pipa.
Magnifica humanitas è un’enciclica programmaticamente non programmatica. Non definisce l’agenda del pontificato come fecero Pio XII o Paolo VI. Non delinea l’architrave teologico a cui si ispira il nuovo papa, come fecero Wojtyła o Bergoglio (che tuttavia preferì il genere dell’esortazione apostolica). Rivendica il diritto e il dovere della Chiesa di accogliere nella fede le sfide del tempo e della storia, e lo fa su temi sui quali alcune figure chiave della politica bergogliana — il cardinale Michael Czerny e padre Paolo Benanti, il teologo francescano a cui il prestigio guadagnato all’ONU, nel governo Meloni e all’università LUISS ha conferito l’autorità del precursore — hanno lavorato a lungo, sebbene con risultati altalenanti, come è stato illustrato in precedenza.
Eppure, il metodo della casa Padovani, per così dire, fa emergere una questione di fondo, che può essere sintetizzata nel cruciale n. 107.
Perché in questo caso il Papa della Chiesa di Roma afferma di non avere (e quindi di non fornire) un’etica dei principi applicata alla macchina, ma una questione che richiede una « teoria » su chi decide, sulla base di una logica di obbligo strutturale. Ciò mette fuori gioco i comuni elenchi sui cinque pilastri dell’AI ethics (beneficenza, non-maleficenza, autonomia, giustizia, più l’explicability), che fingono di aver risolto il problema che il n. 107 dichiara aperto.
Aperto, e non da oggi: e che, oggi, non può essere chiuso. Se si vuole ricorrere a un riferimento molto lontano e estraneo al mondo ecclesiastico, per essere sicuri di non cadere nelle estasi di certi commentatori di ogni sospiro pontificio, si potrebbe prendere come rasoio di Ockham la distinzione contenuta in Two Concepts of Liberty di Isaiah Berlin (1958).
Per l’enciclica, ciò che un pensatore del XX secolo avrebbe definito le « libertà negative » (il fatto di non essere ostacolati) è, per chi utilizza l’IA, totale : ma anche sovranamente illusorio. Infatti, sotto la superficie della non coercizione, non vi è uno dispiegamento della razionalità ratzingeriana, bensì il condizionamento psicologico invisibile e ontologicamente « disumano » degli algoritmi. D’altra parte, la riconquista della libertà positiva che nasce dal giudizio della coscienza — espressa da verbi « lenti » come preservare, educare, proteggere — solleva la questione di chi possa garantirla, affinché l’essere umano sia veramente protetto e veramente libero.
Ma, per rimanere nell’ambito del modello di Berlino, quale è quel « potere pubblico » che possa farsi garante di nulla meno che dell’identità antropologica umana, senza rischiare di ricadere nello Stato pedagogico e nel suo paternalismo pre-autoritario ? Oppure, per dirla in altri termini : Magnifica humanitas è forse il manifesto di una democrazia sociale radicale, in cui lo Stato non è né l’arbitro neutrale dei pensatori liberali né, d’altra parte, il guardiano dai cento occhi degli equilibri « sapienziali » definiti per consenso, non si sa da chi, non si sa dove — e che susciterebbero una certa compiacenza negli zelanti (cinesi) dell’armonia (l’Hé cinese)?
Questo dilemma si intreccia con una lettura dell’intelligenza artificiale alla quale va riconosciuto il merito di aver indotto il Papa ad ammettere che la sua riflessione non può che essere provvisoria, vista la rapidità dei suoi sviluppi, vista l’immensità degli investimenti privati che la alimentano e vista la scarsa profondità di pensiero con cui vengono affrontati problemi che, se fondamentali, devono avere una dimensione storico-teologica — e che, se non ce l’hanno, non sono altro che chiacchiere da bar sull’IA.
Si deve quindi concludere che Magnifica humanitas avrà lo stesso destino effimero delle recenti encicliche che l’hanno preceduta nel corso dell’ultimo mezzo secolo? Per chi volesse studiare la dottrina sociale di questa svolta del XXIo secolo, diventerà forse come « Guerra e pace » in Woody Allen (« Ho seguito un corso di lettura veloce e ho letto “Guerra e pace” in venti minuti. It involves Russia» — « Ho seguito un corso di lettura veloce e ho letto “Guerra e pace” in venti minuti. Si parla della Russia ») — e diremo di essa : « Magnifica humanitas ? It involves AI » ?
A ben vedere, il rischio esiste. Ma se le fosse riservato un destino meno effimero, ciò non dipenderà dal fatto che abbia trattato un tema « moderno » o che si sia occupata delle « cose nuove » che si citano, propter ignorantiam, per collegare, con sdolcinate digressioni, il XIII e il XIV Leone. Se rimarrà, se lascerà il segno, non sarà perché la forza di certi passaggi renda insignificanti piccole meschinità redazionali (come quella di far sparire — tranne una, quella dei vescovi degli Stati Uniti — le citazioni delle conferenze episcopali con cui Francesco voleva mostrare la collegialità in atto, o la volgarità di citare il concilio attraverso le Acta Apostolicæ Sedis, come se il Vaticano II appartenesse al papato e come se il papato non avesse scelto di includersi nel processo conciliare firmando « una cum Patribus »). Se domani avrà ancora un peso, non sarà nemmeno perché aggiunge cento pagine alla « dottrina sociale » : poiché chiunque la legga senza l’intento di farne un compendio che non serve a nulla, né di ricoprirla di elogi di cui la Suprema Autorità non ha alcun bisogno, concorderà con il papa Prevost sul fatto che il breve percorso della dottrina sociale che va da Pecci ad oggi non è lineare, e che il suo valore non sta nel fatto che sia rimasto identico, ma proprio per la ragione opposta.
Magnifica humanitas può continuare ad esistere se qualcuno — cristiano o meno, agnostico o meno — capisce come evitare gli « entusiasmi ingenui » e le « paure sterili » (n. 14) ; se si impara da questo fratello riflessivo a non lasciarsi cullare da slogan del tipo « un altro mondo è possibile », ma a capire con chi costruirlo — poiché il Papa dice di non iniziare chiedendo ricette. Proprio come Francesco, Leone XIV usa parole molto dure sulle dinamiche del mercato, man mano che si rende conto che il « capitalismo storico » (al cui centro il papato vedeva il principio della proprietà privata) è diventato « preistorico » rispetto al sistema che concentra denaro e potere in proporzioni tali da condizionare istituzioni e leggi, da sovrastare il potere stesso, da determinare la concezione e la pratica della vita dello Stato : ma, in definitiva, è allo Stato che chiede di inventare strumenti di contenimento e di garanzia, grazie a un pensiero che deve ancora essere interamente elaborato, e per il quale — qui la differenza con Ratzinger e Bergoglio è molto netta — non bastano né una teologia del logos né una teologia del pueblo.
Se Magnifica humanitas resterà, sarà perché in fondo riconosce che nemmeno una teologia dell’humanitas è sufficiente: infatti — basta guardare le note dell’enciclica, piene di autocitazioni e di riferimenti a una « Dottrina » e a un « Magistero » di cui Congar e Chenu, dall’alto del cielo, sorrideranno vedendo le maiuscole — quella teologia non esiste, e va quindi costruita, in uno sforzo quotidiano di pensiero e di virtù, di studio e di ascesi, di rigore e di ascolto, che oggi nessuno chiede più a nessuno. Il che è un atto programmatico. Proprio come la pipa di Magritte è una pipa.
Fonti
Salvo diversa indicazione, le citazioni da Magnifica humanitas sono tratte dalla traduzione ufficiale in francese pubblicata dalla Santa Sede commentata sulle pagine della rivista a partire dal 25 maggio. I numeri dei paragrafi sono indicati nel testo. Per alcune brevi digressioni di cui non è stato possibile verificare l’esatta formulazione, la traduzione si allinea alla terminologia di questa versione ufficiale. Le citazioni da Antiqua et nova, che l’autore riporta in inglese, sono tradotte sulla base della traduzione ufficiale in francese. Le citazioni da Quo vadis, humanitas ? sono state tradotte dall’originale italiano da noi, salvo diversa indicazione. Le altre fonti di traduzione sono indicate nelle note.
Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium (24 novembre 2013), n. 32: «una certa autorità dottrinale autentica», traduzione ufficiale in francese.
Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae (25 marzo 1995), n. 62, traduzione ufficiale in francese.
Pio XII, messaggio radiofonico La Solennità della Pentecoste (1er giugno 1941) ; nostra traduzione dall’italiano.
Horkheimer ; nostra traduzione basata sulla versione italiana citata dall’autore.
Tutte le citazioni tratte da Antiqua et nova (28 gennaio 2025) sono riportate in base alla traduzione ufficiale in francese.
Le citazioni tratte da Quo vadis, humanitas ? (Commissione teologica internazionale, 4 marzo 2026) sono state tradotte dall’originale italiano da noi, salvo diversa indicazione; una traduzione ufficiale in francese è disponibile presso le edizioni Salvator.
Quanto segue è tratto dalla traduzione ufficiale in francese del documento.
R. Guardini, Das Ende der Neuzeit (1950); traduzione francese: La Fin des temps modernes, Parigi, Seuil, 1952; la traduzione del brano citato qui riportata è nostra.
C.K. Chopra-McGowan, breve articolo su America, 15 giugno 2026; nostra traduzione dall’inglese. I brani dell’enciclica citati nel presente testo sono tratti dalla traduzione ufficiale in francese di Magnifica humanitas (nn. 7 e 10).
Ibid. ; nostra traduzione. La citazione dell’enciclica riportata è tratta dalla traduzione ufficiale in francese (n. 8) ; la citazione biblica segue Ne 13, 25.
La definizione è quella della Gaudium et spes, n. 26, citata dall’enciclica; traduzione ufficiale in francese.
Benedetto XVI, enciclica Caritas in veritate (29 giugno 2009), n. 69, traduzione ufficiale in francese.
Francesco, enciclica Fratelli tutti (3 ottobre 2020), n. 94, traduzione ufficiale in francese.
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In breve
Il presente documento propone per la prima volta un piano triennale affinché la Francia e i suoi partner sviluppino un laboratorio all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale in grado di competere con i migliori laboratori degli Stati Uniti, al fine di garantire la loro indipendenza strategica.
L’intelligenza artificiale sarà il principale motore dell’economia entro il 2030
La spesa per l’IA, in termini di quota sui salari, raggiunge già percentuali superiori al 10% nelle aziende più all’avanguardia, e non potrà che aumentare, fino a superare forse, nel lungo periodo, la quota destinata ai salari. L’IA è già oggi, e di gran lunga, il principale motore della crescita statunitense.
Non essere autonomi in materia di IA significherebbe sottometterci agli imperialismi
Importare i nostri flussi di intelligenza artificiale significa dipendere da altri per una quota sempre maggiore della nostra produttività, della nostra potenza industriale e della nostra sicurezza.
La Francia non dispone attualmente di alcun modello di frontiera (il livello più alto di potenza), e i recenti controlli statunitensi sulle esportazioni dei migliori modelli di Anthropic evidenziano la pericolosità di questa situazione. Tuttavia, nessun laboratorio di questo calibro potrà emergere in modo spontaneo senza un intervento mirato da parte dello Stato.
Oltre agli Stati Uniti e alla Cina, la Francia è oggi l’unico Paese a riunire i presupposti per diventare la terza potenza di frontiera, a condizione che ne faccia una priorità assoluta.
L’obiettivo tecnico
Puntare a 12 gigawatt (GW) di potenza di calcolo nel 2029 (percorso: 2 GW nel 2027, 7 GW nel 2028, 12 GW nel 2029), ovvero il livello dei grandi laboratori statunitensi.
Attirare i migliori ricercatori del mondo all’interno di un team ristretto (1.700 persone).
Essere in grado, nel 2029, di addestrare modelli all’avanguardia. Dimostriamo che questo obiettivo è raggiungibile.
Il costo
170 miliardi di dollari (Md$) già nel 2027, oltre 300 Md$ nel 2029, per un totale di circa 700 Md$ in tre anni. Il calcolo concentra la maggior parte del costo (95 %).
Ciò rappresenterebbe dal 4,5 all’8% del PIL francese, di cui l’1,5% di investimenti pubblici all’anno, e costituirebbe quindi uno sforzo di portata storica: si tratterebbe di una decisione di bilancio fondamentale nel mandato del futuro presidente della Repubblica.
Il resto del finanziamento sarebbe garantito da investimenti provenienti dal settore privato, ma anche da capitali privati o pubblici provenienti da altre potenze medie interessate al progetto (per trarne benefici diretti o per evitare la propria dipendenza dal duopolio sino-americano, in un momento in cui queste due potenze stanno chiudendo i rubinetti dell’IA ai propri clienti).
L’architettura proposta
Proponiamo di distinguere due blocchi: un laboratorio scientifico autonomo, in cui lo Stato deterrebbe solo una quota di minoranza (25 %) ma manterrebbe strumenti di controllo strategico; un vasto programma di infrastrutture (informatica, energia, territorio), guidato dalla pubblica amministrazione, sostenuto da una « legge Prometeo » derogatoria per accelerare le procedure e da un piano di programmazione finanziaria.
Principali punti di stallo
Al di là dell’enormità dei costi e dell’accettabilità politica, in una democrazia, di un simile sforzo finanziario a sostegno di una tecnologia che incontra forti opposizioni, la seconda difficoltà deriva dall’approvvigionamento di chip e, di conseguenza, dalla dipendenza iniziale da Nvidia e dall’amministrazione statunitense.
La conclusione strategica
Le alternative meno costose (puntare sull’open source o negoziare una interdipendenza con gli Stati Uniti e la Cina) non offrono alcuna garanzia di reale autonomia.
La domanda cruciale rimane quindi: i difensori della sovranità francese sono disposti a pagarne il prezzo?
Pierrelatte, 24 settembre 1963. Indossando la tuta bianca di servizio, il generale de Gaulle visita l’impianto di arricchimento dell’uranio, elemento chiave della forza di attacco francese.Il 24 settembre 1963, il Generale e il suo seguito, in camice bianco, ispezionano il sito nucleare di Pierrelatte. È qui che si sta costruendo l’indipendenza nucleare della Francia.
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L’unica domanda che conta
L’amministrazione statunitense ha recentemente imposto controlli sulle esportazioni dei modelli linguistici più avanzati di Anthropic, Mythos e Fable 5. La decisione di ripristinare l’accesso, presa il 30 giugno 2026, segna l’ingresso in un nuovo regime: nessuna amministrazione vorrà vincolarsi a criteri rigidi di trasparenza per autorizzare l’immissione sul mercato dei migliori modelli di intelligenza artificiale. Una sorta di ambiguità strategica sarà la regola. Il governo statunitense cercherà di mantenere il massimo margine di manovra, compresa la possibilità di revocare l’accesso a un modello senza preavviso e a propria discrezione, oppure di limitarne i casi d’uso.
Questa decisione ha ricordato a tutti l’urgenza della situazione: l’intelligenza artificiale sta diventando una risorsa importante quanto l’elettricità o il petrolio nella nostra economia. Garantirne l’approvvigionamento è ormai una questione strategica decisiva. In un’economia ormai alimentata in modo duraturo dai grandi modelli linguistici (LLM), non avere accesso in modo autonomo ai modelli migliori, quelli che vengono definiti modelli di frontiera, significa dipendere dagli altri per una parte crescente della nostra produttività, della nostra potenza industriale e della nostra sicurezza nazionale. Se alcune capacità dei modelli superano una soglia (autonomia su compiti di lunga durata, maggiore affidabilità, riduzione del costo di inferenza), l’adozione potrebbe subire una svolta brusca, suscettibile di provocare un rapido distacco economico dei paesi che non ne dispongono. Nessuna questione economica, e probabilmente nemmeno strategica, è oggi più importante di questa: saremo soggetti al volere delle potenze straniere per rifornire la nostra società di intelligenza artificiale, o saremo in grado di produrla da soli?
In materia di IA, la Francia presenta numerosi vantaggi, in primo luogo il proprio parco nucleare e l’eccellenza dei suoi ricercatori e ingegneri. Dispone dell’unico laboratorio europeo in grado di produrre grandi modelli linguistici di dimensioni ragionevoli, Mistral. Tuttavia, è ancora ben lontana dal poter disporre di un laboratorio in grado di fornire un’intelligenza artificiale di prim’ordine e di seguire, o addirittura guidare, i progressi all’avanguardia in questo campo. In questo ambito, il Paese parte, di fatto, quasi da zero.
Se la Francia e l’Europa non sono riuscite a far emergere colossi potenti come Anthropic o OpenAI, ciò è dovuto a ragioni strutturali legate alla dispersione dei capitali, al contesto normativo e, probabilmente, a comportamenti culturali. È senza dubbio urgente, d’altra parte, ridurre questi ostacoli, ma ciò richiederà probabilmente molto più tempo del breve lasso di tempo che ci resta per lanciare un laboratorio di intelligenza artificiale all’avanguardia: l’unificazione del mercato dei capitali europeo è un tema ricorrente, così come la semplificazione del diritto nazionale ed europeo. Qualsiasi volontà politica di riportare la Francia in gara nel campo dell’intelligenza artificiale potrà quindi concretizzarsi solo attraverso uno sforzo deliberato e mirato da parte dello Stato.
Ma di quale sforzo si parla e di quale portata ? La maggior parte di coloro che oggi invocano un’IA sovrana lo fanno senza valutarne il costo. Eppure l’equazione politica varia completamente a seconda dell’ordine di grandezza. È equivalente al costo di una nuova portaerei, ad esempio ? Si tratta piuttosto di uno sforzo paragonabile al piano Messmer, che per un certo periodo ha mobilitato oltre l’1 % del PIL francese per costruire la flotta di reattori nucleari che ancora oggi costituisce la nostra base energetica ? Si va forse ancora oltre ?
In questa nota proponiamo un’« operazione Prometeo » : calcoliamo gli importi da investire per creare e mantenere un laboratorio all’avanguardia in Francia entro il 2029 (tre anni), per poi stabilire con quali mezzi raggiungere tale obiettivo e trarne le necessarie conclusioni strategiche.
Creare un laboratorio all’avanguardia per la Francia
Stiamo deliberatamente prendendo in considerazione un laboratorio dedicato ai grandi modelli linguistici, perché oggi questa è la tecnologia di intelligenza artificiale generalista più matura e quindi più riproducibile. Esplorare paradigmi non ancora collaudati, come i world models, rimane utile e auspicabile, ma come complemento a un progetto industriale di questo tipo (proprio come negli anni ’70 era necessario copiare e implementare in Francia il modello americano dei reattori nucleari ad acqua leggera, indipendentemente dalle ricerche francesi su modelli alternativi di reattori).
Che cos’è un laboratorio di frontiera ?
Il termine « frontiera », nell’ambito dell’intelligenza artificiale, indica più una dinamica che si sviluppa nel tempo che la prestazione di un modello in un determinato istante : la durata, misurata in termini di tempo impiegato da un esperto umano, delle attività che un agente è in grado di portare a termine con un certo livello di affidabilità è raddoppiata all’incirca ogni sette mesi 1. La maggior parte dei benchmark, che raggiungono rapidamente la saturazione, diventano meno strumenti di misurazione precisa delle prestazioni dei modelli e più condizioni minime di accesso alla frontiera. L’accesso alla frontiera non può essere concepito come l’acquisto una tantum di un modello. Presuppone una capacità duratura di seguire e assorbire le dinamiche. Alla frontiera, le capacità di calcolo necessarie per l’addestramento di un modello raddoppiano ogni 5,2 mesi dal 2020. Nello stesso periodo, il costo di addestramento dei modelli all’avanguardia raddoppia ogni sette mesi. Anche i guadagni in termini di efficienza hardware e algoritmica sono rapidi, ma non compensano l’aumento delle ambizioni: consentono soprattutto di puntare a modelli più potenti, più lunghi da addestrare, più agenti e più intensivi in termini di inferenza.
I laboratori all’avanguardia nel campo dell’IA si basano sulla gestione di un insieme integrato di risorse per finanziare le successive iterazioni di sviluppo dei modelli e garantirne l’implementazione su larga scala. Il loro vantaggio risiede tanto nella qualità scientifica dei team tecnici quanto nell’accesso continuo al capitale, ai dati e alle infrastrutture di calcolo necessarie per superare i limiti attuali. Inoltre, fanno sempre più affidamento sull’accesso agli stessi modelli di IA, che assistono gli sviluppatori nella creazione di modelli futuri o addirittura conducono i propri esperimenti per accelerare automaticamente la ricerca e lo sviluppo; è il processo denominato recursive self-improvement e che potrebbe portare a un rapido aumento del divario tra i laboratori che beneficiano dei modelli migliori (i propri) e i loro concorrenti.
Il calcolo: il fulcro della questione
Il principio fondamentale dell’IA oggi, nonché l’unica ragione per cui le aziende che sviluppano questa tecnologia si lanciano in una corsa sfrenata agli investimenti, è rappresentato dalle leggi di scala.
Si tratta di leggi empiriche secondo cui l’intelligenza del modello cresce in modo lineare in funzione del logaritmo della potenza di calcolo impiegata, sia durante l’addestramento del modello che successivamente, durante il suo utilizzo.
Certo, questa formula diventa sempre più costosa man mano che si moltiplica la potenza investita, ma la promessa è favolosa: raggiungere un’intelligenza illimitata, più vasta di quella dei più grandi poliedrici, capace di contribuire al progresso scientifico e tecnico più di tutti i nostri premi Nobel. Nulla garantisce che queste leggi continuino a valere nel lungo periodo. Ma finora hanno tenuto. È questa promessa a rendere l’investimento così importante: con l’IA che diventa un’entità di intelligenza superiore, in grado di compiere passi da gigante in tutti i campi scientifici e tecnici, quindi anche nel settore degli armamenti, la sovranità di uno Stato non potrà mantenersi senza il controllo sovrano di questa tecnologia.
Vincere la corsa è quindi soprattutto una questione di calcolo, come conferma l’attuale situazione geopolitica dell’IA. I due laboratori oggi all’avanguardia, Anthropic e OpenAI, sono anche quelli che dispongono della maggiore riserva di potenza di calcolo (compute). Questa si misura solitamente in termini di energia consumata: ciascuno di questi laboratori controlla l’equivalente di diversi gigawatt. Ed è proprio la potenza di calcolo a fare la differenza:
Un metodo diffuso per misurare il « ritardo » di un laboratorio rispetto alla frontiera consiste nello scegliere una serie di benchmark con cui effettuare il confronto. Nessuno di essi, da solo, riesce a cogliere la vera essenza della frontiera, e il dato ottenuto dipende in larga misura dalla misura scelta. Utilizzando l’indice di Artificial Analysis (un indicatore utile, sebbene molto incompleto, della frontiera), si riscontra un divario tra Fable 5 e i laboratori cinesi di circa quattro mesi. Il divario reale è sicuramente più elevato, come dimostra lo stesso ragionamento applicato a FrontierMath, un benchmark di problemi di ricerca matematica. I confronti come quelli di Artificial Analysis possono saturarsi verso l’alto: comprimono i divari tra i modelli migliori. Questa compressione può dare l’impressione di un ritardo moderato, mentre le differenze rimangono molto più nette sui compiti più difficili (su ARC-AGI-2, ad esempio, i modelli cinesi sono ancora in ritardo di circa otto mesi). D’altra parte, una media aggregata nasconde la forma reale del confine. Avere « quattro mesi di ritardo » non permette di sapere quali capacità rimangano oggi inaccessibili, né quali classi di compiti siano sbloccate solo dal miglior modello disponibile. Al confine, il vantaggio non è lineare ma cumulativo: il modello migliore serve ad addestrare, perfezionare e accelerare quello successivo, attira gli utilizzi più redditizi e i migliori talenti e stabilisce lo standard che gli altri devono raggiungere. Inoltre, molti benchmark non tengono conto del consumo di token utilizzati per fornire le risposte. Eppure, dedicare maggiore potenza di calcolo all’inferenza spesso consente di migliorare significativamente i risultati. I modelli che si trovano al limite sono inoltre sottoposti a test approfonditi di sicurezza (red teaming) o di affidabilità prima della distribuzione, il che può ritardarne la disponibilità al grande pubblico, sebbene la capacità interna nel laboratorio sia già presente.
Alla luce delle prestazioni dei modelli sviluppati dai pure player cinesi, che in linea di principio dispongono di risorse più limitate rispetto ai grandi laboratori statunitensi, alcuni ritengono oggi che sarebbe possibile addestrare modelli all’avanguardia con una potenza di calcolo (e quindi un costo) molto inferiore rispetto allo standard americano. GLM 5.2, pubblicato il 16 giugno 2026 da Zhipu, rivaleggia con Claude Opus 4.8 in alcuni benchmark, mentre Zhipu disporrebbe solo di una frazione delle capacità di calcolo di Anthropic (per di più sotto forma di allocazione e non di compute a propria disposizione). D’altra parte, però, le reali capacità finanziarie e di calcolo delle aziende cinesi sono difficili da valutare. D’altra parte, è chiaro che una parte delle prestazioni dei loro modelli deriva dalla distillazione dei modelli commerciali statunitensi, ovvero dall’uso di tali modelli per generare dati e ambienti di addestramento 2. Prendere l’esempio di un DeepSeek o di uno Zhipu per trarne la conclusione che sia possibile sviluppare in Europa un laboratorio all’avanguardia a basso costo sarebbe un errore. In un certo senso, la distillazione rappresenta un accesso alla potenza di calcolo per procura, in cui il costo dell’innovazione all’avanguardia è stato inizialmente sostenuto altrove. Infine, un modello come GLM 5.2 non è all’altezza dei modelli di Anthropic e OpenAI in altre serie di benchmark e sembra complessivamente meno versatile e performante.
È vero anche che gran parte della potenza di calcolo disponibile presso OpenAI e Anthropic è destinata all’inferenza, ovvero all’utilizzo dei modelli da parte degli utenti, e non all’addestramento di tali modelli. Di per sé, si potrebbe essere tentati di pensare che l’addestramento sia possibile con una potenza di calcolo molto inferiore, ma anche in questo caso il ragionamento sarebbe errato, poiché sono proprio i dati derivanti dall’uso massiccio dei loro modelli da parte degli utenti a facilitare l’addestramento dei modelli successivi. È quindi necessario distinguere training e inferenza a livello di architettura, senza però contrapporli a livello strategico: per un laboratorio all’avanguardia, il calcolo costituisce un portafoglio strategico da bilanciare tra addestramento, R&S, inferenza interna (RL, dati sintetici, automazione della ricerca) e inferenza per i clienti. Gli effetti di scala influiscono su ciascuno di questi anelli : più un laboratorio serve utenti, più impara a ridurre il proprio costo per token, a migliorare i propri kernel, il proprio routing, il proprio batching o il tasso di utilizzo degli acceleratori ; più la sua inferenza diventa efficiente, più può vendere intelligenza, generare ricavi, acquisire dati e segnali di utilizzo e reinvestire nel ciclo successivo. Infine, l’inferenza consente anche il test-time scaling, ovvero il miglioramento delle prestazioni attraverso una maggiore potenza di calcolo al momento della risoluzione dei compiti (vedi il grafico sulle leggi di scala sopra). L’inferenza è quindi un motore economico e tecnico essenziale per la frontiera.
Se la Francia desidera disporre di un proprio laboratorio in grado di fornirle intelligenza artificiale all’avanguardia nel lungo periodo, ha quindi bisogno di un’organizzazione le cui dimensioni e risorse siano simili a quelle dei grandi laboratori statunitensi.
Qual è il costo di un progetto del genere ?
Per semplicità, tralasciamo per il momento i veicoli esistenti in grado di ospitare e portare avanti questo progetto, e ragioniamo partendo dai principi fondamentali: quante GPU, quanta energia e quanti ricercatori sarebbero necessari per creare questo laboratorio?
Potenza di calcolo
Alla fine del 2025, OpenAI disponeva di circa 1,9 GW e Anthropic di 1,4 GW; si prevede che entrambi i laboratori raggiungano circa 5-6 GW ciascuno già dalla fine del 2026 3. Proponiamo di fissare come obiettivo un carico IT dell’ordine di 12 GW nel 2029. Ciò equivale a raggiungere il livello previsto per gli attori all’avanguardia, procedendo rapidamente: 2 GW nel primo anno, 7 GW nel 2028, 12 GW nel 2029. A titolo di confronto, ricordiamo che il programma Stargate 4 prevede 500 miliardi di dollari per 10 GW e che Anthropic ha riservato circa 10 GW presso Amazon 5, Google e Broadcom 6.
Il primo costo comprende esclusivamente la base di calcolo: l’acquisto e la realizzazione delle capacità di proprietà, la locazione temporanea di capacità per colmare il divario nella fase di avvio e, infine, la gestione annuale delle capacità detenute. Riprendendo, per semplicità, gli ordini di grandezza di Epoch AI, calcoliamo circa 38 miliardi di dollari per ogni GW acquistato, 8,5 miliardi di dollari per ogni GW noleggiato all’anno e 0,9 miliardi di dollari per ogni GW di proprietà all’anno di spese operative (OpEx). Il fabbisogno di finanziamento del compute sarebbe quindi di circa 161 miliardi di dollari nel 2027, 219 miliardi di dollari nel 2028 e 299 miliardi di dollari nel 2029, per un totale cumulativo di circa 678 miliardi di dollari in tre anni. Di questo totale, la parte principale corrisponde alle spese di investimento (CapEx) per la costruzione e le attrezzature, pari a circa 606 miliardi di dollari, mentre il resto copre i canoni di locazione (60 miliardi di dollari) e le spese operative (OpEx) relative alle capacità detenute (13 miliardi di dollari).
Il consumo elettrico associato nel 2027 è di circa 20 TWh all’anno, PUE incluso, per 2 GW di carico IT disponibile. Con l’aumento di potenza previsto, il consumo raggiungerebbe circa 71 TWh nel 2028, per poi arrivare a 121 TWh nel 2029, con 12 GW disponibili. Questo consumo, enorme, potrebbe in linea di principio essere interamente sostenuto grazie alle sovraccapacità di produzione elettrica francesi esistenti, ancor prima dell’arrivo di nuove capacità nucleari (che sarà tuttavia ovviamente necessario nel lungo termine): entro il 2029, il semplice aumento del fattore di carico del parco esistente (~71% nel 2024, contro il ~90% dei migliori gestori mondiali, in parte a causa della modulazione legata alle energie rinnovabili) libererebbe fino a 100 TWh all’anno, ai quali si aggiunge il margine dei ~90 TWh oggi esportati.
Modelliamo inoltre un noleggio temporaneo di capacità di calcolo compreso tra 1 e 3 GW all’anno nel periodo considerato, al costo di 8,5 miliardi di dollari all’anno per ogni GW. Questa capacità noleggiata consente di integrare le capacità di proprietà durante la fase di avvio e, in particolare, di avviare più rapidamente il lavoro dei ricercatori già dal primo anno.
In Francia sono previsti cinque siti che ospiteranno oltre 700 MW ciascuno entro il 2030-2032. Tale tempistica è dovuta in particolare ai tempi di allacciamento, che vanno dai quattro ai cinque anni per i grandi siti, compresi quelli oggetto di un progetto pubblico. Sarebbe possibile garantire 1 GW aggregato in questi siti già nel primo anno andando oltre l’attuale fast track e adottando un approccio per fasi, sito per sito, sui progetti più avanzati. Esempi come Colossus dimostrano che è possibile, in un unico sito, aggiungere 300 MW in circa 7 mesi combinando un sito industriale riutilizzabile, fornitori mobilitati, un allacciamento accelerato e un’ampia tolleranza normativa. L’obiettivo di 12 GW entro il 2029 rappresenta un percorso di recupero eccezionale ; i cinque siti fast track dovrebbero essere portati quasi alla loro capacità target già nel 2029. Inoltre, questa traiettoria presuppone l’ampliamento del portafoglio oltre i soli grandi siti esistenti, combinando ampliamenti di siti, riconversioni industriali ed eventualmente alcune capacità europee controllate da attori francesi o europei. Presuppone inoltre di ridurre il time-to-market accelerando al massimo i lavori di allacciamento o smaltendo le code delle PTF (Proposte Tecniche e Finanziarie),gli impegni di allacciamento stipulati con RTE. Riducendo il time-to-market, lo Stato renderebbe questi siti molto più attraenti per gli investitori e gli sviluppatori.
Assunzioni
La potenza di calcolo è un presupposto indispensabile, ma non basta per raggiungere i limiti massimi. L’incapacità di Meta e xAI di competere finora con Anthropic e OpenAI, nonostante dispongano rispettivamente di notevoli capacità dell’ordine di 4 e 1,5 GW, dimostra l’importanza della qualità dei ricercatori e della cultura del laboratorio.
Sebbene si lodino spesso, a ragione, le competenze dei ricercatori e degli ingegneri francesi, l’Europa manca tuttavia di esperienza e quindi di competenza nell’attuale addestramento dei modelli di frontiera. Se si vuole ambire a questo obiettivo, occorre pagare il prezzo necessario per attirare i ricercatori dei grandi laboratori americani (il che, in alcuni casi, consisterà del resto nel richiamare talenti europei).
Non c’è bisogno di un gran numero di dipendenti: puntiamo su un team ristretto di circa 1.700 persone, considerando che Anthropic ne ha 3.000 e OpenAI 5.000 (con aspetti legati al prodotto e al marketing che per ora lasciamo in secondo piano). D’altra parte, le retribuzioni sono elevate, soprattutto ai vertici: è indispensabile reclutare una sessantina di ricercatori d’élite, provenienti dai migliori concorrenti, per i quali prevediamo 3 miliardi di dollari di retribuzione annuale. È il prezzo di mercato: le retribuzioni a nove cifre sono diventate la norma per il reclutamento tra laboratori. Va notato, anche se qui ci concentriamo sulle risorse finanziarie, che il denaro non basta: le difficoltà incontrate da xAI dimostrano che, al di là del livello retributivo, la capacità di attrarre in modo duraturo i migliori ricercatori dipende anche dalla cultura scientifica o dalla governance.
Il nucleo dell’organizzazione comprende, a titolo indicativo, 300 ricercatori e ingegneri senior (con un budget di circa 4 milioni di dollari ciascuno), 400 specialisti in addestramento distribuito, sistemi e infrastrutture, oltre a 300 persone dedicate ai dati, al post-addestramento e alle valutazioni (circa 2 milioni di dollari ciascuno), a cui si aggiungono 150 persone dedicate agli strumenti di R&S, 150 alla sicurezza e alla difesa informatica, 250 al prodotto e 150 alle funzioni legali, alle pubbliche relazioni, alle risorse umane e al supporto.
In totale, il monte salari si attesta a poco meno di 7 miliardi di dollari nel 2027, per poi salire a circa 8 miliardi di dollari nel 2028 e a 9 miliardi di dollari nel 2029, per un totale di quasi 24 miliardi di dollari in tre anni. Rimane di gran lunga inferiore al costo di calcolo: circa il 3,5% del calcolo cumulativo. I talenti sono quindi molto meno costosi delle GPU, il che giustifica a maggior ragione il fatto di retribuirli estremamente bene. Il monte salari cresce in modo più moderato rispetto al calcolo nella fase di costruzione, intorno al 15% all’anno: il team rimane ridotto, ma le retribuzioni continuano a salire sotto l’effetto della concorrenza.
Totale
Su questa base, il costo totale annuo si attesta a circa 170 miliardi di dollari nel 2027, 229 miliardi nel 2028 e poi 310 miliardi nel 2029, per un totale cumulativo di circa 710 miliardi di dollari in tre anni. Questa voce rappresenta la stragrande maggioranza: da sola ammonta a circa 678 miliardi di dollari cumulativi, pari al 95% del totale, mentre il resto copre il costo del personale e varie spese di funzionamento (rispettivamente 24 e 7 miliardi di dollari cumulativi).
Si tratta quindi di un investimento davvero ingente: tale sforzo rappresenterebbe circa il 4,5% del PIL francese nel 2027, il 6% nel 2028 e poi l’8% nel 2029.
Dopo tre anni: percorso autonomo e risultati finanziari positivi
Sebbene sia quindi ingente, lo sforzo necessario per una simile corsa verso il limite sarebbe comunque circoscritto e limitato nel tempo, soprattutto dal punto di vista delle autorità pubbliche. Se raggiungere il limite è estremamente difficile per un laboratorio di IA, al punto che riuscirci in Francia richiederebbe un sostegno massiccio e multiforme da parte dello Stato per diversi anni, questa fase iniziale sarebbe breve. In caso di successo, una volta raggiunta la frontiera, la domanda privata per i servizi offerti dal laboratorio sarebbe tale, e la sua attrattiva per gli investitori internazionali così grande, che si troverebbe naturalmente su un percorso autosufficiente e sostenibile. La massificazione della domanda privata e l’attrattiva del progetto per gli investitori stranieri sarebbero tanto più rilevanti in quanto il laboratorio beneficerebbe pienamente dell’interesse degli attori europei e di altri paesi desiderosi di liberarsi dalla dipendenza dal controllo delle esportazioni statunitensi e cinesi. Una volta superata la fase iniziale, si può quindi ragionevolmente ipotizzare che un laboratorio d’avanguardia europeo, se gestito in modo efficiente dai suoi dirigenti, dovrebbe essere in grado di mantenersi a lungo termine all’avanguardia e probabilmente di aumentare il distacco rispetto ai concorrenti che non hanno raggiunto tale livello, senza più necessitare per questo di alcun finanziamento pubblico.
Gli investimenti, sia pubblici che privati, stanziati nell’ambito di un simile sforzo sarebbero inoltre destinati a rivelarsi particolarmente redditizi dal punto di vista finanziario. Ancor prima di menzionare il valore economico, politico e strategico di un simile progetto, occorre ricordare che un laboratorio all’avanguardia è anche un bene produttivo di prim’ordine. Lo sforzo intrapreso non è vano: può generare ricavi se ha successo e mantenere un valore sostanziale anche in caso di insuccesso.
La maggior parte della potenza di calcolo delle grandi aziende farmaceutiche è destinata all’inferenza, che viene monetizzata tramite l’accesso a pagamento all’API (a token), tramite abbonamenti per il grande pubblico e le aziende e, sempre più, tramite prodotti basati su agenti che automatizzano interi settori del lavoro intellettuale. I ricavi dei laboratori leader crescono a ritmi che li raddoppiano ogni anno o anche di più, raggiungendo diverse decine di miliardi di dollari all’anno. Un laboratorio francese disporrebbe inoltre di un vantaggio strutturale: un mercato europeo sovrano in parte vincolato. A lungo termine, in caso di successo, la maggior parte dei costi annuali potrebbe così essere autofinanziata dai ricavi e il resto da investimenti privati.
D’altra parte, anche se il laboratorio non riuscisse a raggiungere il confine, la Francia rimarrebbe proprietaria di diversi GW di centri dati. Si tratta di beni durevoli e preziosi. Questa potenza di calcolo potrebbe essere affittata (inferenza su richiesta, cloud sovrano), messa al servizio dell’ecosistema europeo della ricerca e delle startup, oppure ridistribuita verso altri carichi intensivi. Va tuttavia notato che le GPU stesse si svalutano rapidamente, con una vita utile di soli pochi anni, il che giustifica l’ammortamento integrato nel nostro modello. La base patrimoniale risiede soprattutto nell’infrastruttura, nell’energia e nei terreni. Ma non è la parte meno difficile da ottenere né quella meno valorizzabile.
Come si svolge questa operazione?
Considerata l’enormità delle risorse da destinare al progetto, l’architettura scelta per la sua realizzazione è determinante. Come organizzare le risorse investite in questo sforzo titanico? Sarebbe opportuno mettere in concorrenza diverse imprese o concentrare le risorse in un’unica entità e, in tal caso, quale? E quale ruolo dovrebbe svolgere lo Stato?
Quale modello di Stato ?
Se si volesse ridurre a un’equazione la prestazione dei modelli sviluppati in laboratorio, sulla base delle osservazioni fatte in precedenza si potrebbe scrivere:
prestazioni = calcolo × dati × organizzazione × menti
OpenAI, Anthropic, Meta o xAI sono notevolmente all’avanguardia in termini di potenza di calcolo. Il fattore organizzativo è forse l’elemento limitante per alcune aziende, come la gerarchia troppo rigida in Meta e, in misura minore, in Google. Al contrario, le aziende cinesi, più limitate in termini di capacità di calcolo, compensano con il fattore «talento», grazie a ricercatori brillanti e a un’ingegneria di prim’ordine.
Ma una volta posta questa equazione, come massimizzare il ricavo? È meglio investire in un leader o in più aziende? Esiste naturalmente una tensione tra concorrenza e concentrazione delle risorse. Negli Stati Uniti, la concorrenza ha permesso l’emergere di molteplici attori che hanno tutti contribuito al progresso del Paese: è stato Google a scoprire i Transformers, OpenAI a scoprire le scaling laws sull’inferenza con o1, Anthropic a pubblicare gli agenti di codice che aprono la strada al self-improvement. L’esempio cinese è del resto singolare: il governo gestisce una flotta di centri datiche sta progressivamente aumentando la propria potenza. I neo-lab come Zhipu, Moonshot o MiniMax sono poi in competizione per ottenere grant, autorizzazioni d’uso a durata limitata; l’ottenimento di una sovvenzione è ovviamente subordinato ai risultati passati, il che permette di lasciare spazio alla concorrenza per far emergere nuove idee, ma allo stesso tempo disperde gli sforzi.
D’altra parte, per uno Stato con risorse limitate, le leggi di scala restringono le opzioni: qualsiasi organizzazione che voglia aspirare a un’IA di livello mondiale avrà bisogno di circa la stessa quantità di potenza di calcolo di uno dei leader americani, il che richiede direttamente diversi gigawatt, quindi centinaia di miliardi di euro. Ciò esclude a priori che la Francia, da sola o anche in coalizione, possa finanziare contemporaneamente più progetti di punta. Questo investimento dovrà quindi inevitabilmente concentrarsi su un unico progetto. Questa logica del «campione nazionale», imprescindibile, richiederebbe tuttavia una governance particolarmente ben concepita per evitare di vanificarne il potenziale di innovazione.
Si tratterà quindi di scegliere tra due strade: avvalersi di un laboratorio esistente – Mistral si profila naturalmente come l’unico candidato europeo credibile – oppure creare una struttura completamente nuova. La prima opzione renderebbe Mistral il punto di riferimento del progetto, facendogli assorbire tutte le risorse messe a disposizione dall’operazione Prométhée e adottando la roadmap della “corsa alla frontiera”. La seconda consisterebbe nel creare una struttura dedicata, eventualmente acquisendo i ricercatori e le risorse di Mistral, qualora tale soluzione consentisse un’esecuzione più rapida, una governance più snella o una migliore corrispondenza con gli obiettivi del programma. Mistral ha oggi un valore stimato di circa venti miliardi di euro, che rappresenterebbe solo un ottavo del costo annuale del presente progetto.
Segue poi la questione del ruolo dello Stato.
Due condizioni emergono chiaramente. La prima è che il progetto non potrà mai avere successo senza un impegno massiccio da parte delle autorità pubbliche, innanzitutto finanziario, ma anche politico, diplomatico e normativo. Solo lo Stato, mettendo in campo tutto il proprio potere e la propria capacità di concentrare le risorse, può infatti trasformare l’operazione Prometeo in uno sforzo nazionale prioritario, paragonabile a quello che fu la costruzione della deterrenza nucleare francese negli anni ’60 e ’70. La seconda è che lo Stato, d’altra parte, non apporta alcun valore aggiunto alla gestione del laboratorio stesso, e che anzi sarebbe quasi certamente dannoso. Tuttavia, sarebbe difficile difendere politicamente un finanziamento di tale portata senza alcun diritto di controllo pubblico.
Il fulcro dell’organizzazione consisterebbe quindi nel dividere il progetto in due parti. Da un lato, il laboratorio vero e proprio: i ricercatori con la propria cultura e liberi nelle loro scelte scientifiche, interamente dedicati all’addestramento dei modelli e con come unico quadro di riferimento una tabella di marcia generale verso la frontiera. Dall’altro, tutto il resto, ovvero in realtà un immenso progetto infrastrutturale volto a fornire, nelle quantità, ai costi e nei tempi desiderati, dal calcolo al laboratorio, ciò che lo Stato sarebbe in grado di realizzare.
A capo del settore pubblico, una direzione di programma statale garantirebbe la gestione del progetto per conto dello Stato. Il suo ruolo sarebbe interamente orientato alla facilitazione del progetto: accelerazione delle procedure amministrative e attuazione delle numerose deroghe indispensabili. Una «legge Prometeo», equivalente alla «legge Notre-Dame», dovrebbe essere adottata in materia di proprietà fondiaria, allacciamento elettrico, ambiente e diritto del lavoro.
La «legge Prometeo» includerebbe inoltre una sezione dedicata alla programmazione finanziaria che prevede un massiccio investimento pubblico nel progetto per un periodo di tre anni, pari all’1,5% del PIL all’anno. I precedenti dei grandi progetti tecno-industriali nazionali francesi e statunitensi (dissuasione nucleare francese, Progetto Manhattan, Programma Apollo) tendono a dimostrare che si tratta dell’ordine di grandezza massimo credibile per un programma molto ambizioso designato dallo Stato come priorità assoluta di sicurezza nazionale. Essenziali per conferire credibilità al progetto e attrarre gli investimenti privati francesi e stranieri destinati a sostenerlo, questi fondi pubblici, lungi dall’essere spesi senza contropartita, rappresenterebbero investimenti in grado di generare rendimenti considerevoli in caso di successo. In caso di successo, la Francia si troverebbe dotata di un bene strategico inestimabile all’interno di un club ultra-ristretto di potenze di frontiera (Stati Uniti, Cina e Francia) e di uno strumento che le consentirebbe di svolgere un ruolo di catalizzatore essenziale per l’autonomia strategica europea. Investire l’1,5% del PIL di denaro pubblico all’anno per tre anni in un progetto del genere appare, in queste condizioni, più che giustificato. Ciò è tanto più vero in quanto, una volta superata la sfida, il progetto non richiederebbe più alcun finanziamento pubblico aggiuntivo. Dal punto di vista procedurale, far investire tali importi da parte dello Stato nell’operazione Prometeo richiederebbe invece un uso sapiente del diritto europeo in materia di aiuti di Stato: la carta della sicurezza nazionale dovrebbe essere giocata senza riserve per tenere la Commissione a distanza, anche a costo di ingaggiare con essa una prova di forza giuridica.
Va sottolineato che, sebbene si tratti di uno sforzo considerevole, esso è proporzionato alla posta in gioco del progetto e va contestualizzato alla luce delle attuali scelte di bilancio della Francia. L’1,5% del PIL corrisponde infatti a meno di un terzo dell’attuale disavanzo pubblico – che finanzia in larga misura il funzionamento del sistema sociale e non gli investimenti per il futuro – e a circa il 10% della spesa pensionistica. In un contesto simile, aggiungere il 4,5% all’attuale stock di debito pubblico francese (pari al 117,5% del PIL nel primo trimestre del 2026) equivarrebbe ad aumentarlo di meno del 4%, per accrescere in modo decisivo, in caso di successo, le prospettive di prosperità economica e di sovranità del Paese per i decenni a venire. Non spetta a noi in questa sede determinare le scelte di bilancio da compiere per finanziare un simile progetto, qualora fosse necessario, che sarebbero ovviamente molto difficili, ma va sottolineato che ciò non avrebbe nulla di impossibile né di sproporzionato.
Il laboratorio assumerebbe la forma giuridica di una holding il cui unico compito sarebbe quello di implementare modelli di frontiera, senza alcuna interferenza nella sua gestione. Lo Stato ne deterrebbe una quota minoritaria significativa, dell’ordine del 25%, che lo renderebbe partecipe del suo successo, mentre il resto rimarrebbe prevalentemente privato. L’ideale sarebbe moltiplicare le partecipazioni di fondi e grandi gruppi industriali europei: per questi ultimi, non tanto per il loro capitale quanto per il loro interesse diretto a disporre di un modello di frontiera sovrano e inarrestabile. I fondatori e i dirigenti del laboratorio non dovrebbero necessariamente essere francesi; è sufficiente che siano di prim’ordine e che abbiano esperienza nella gestione dei modelli di frontiera. D’altra parte, lo Stato sarebbe il garante del controllo nazionale sul progetto, avvalendosi degli strumenti classici del diritto societario: un’azione specifica che conferisca allo Stato un diritto di veto mirato sulle operazioni sensibili, sulla base di imperativi di sicurezza nazionale; clausole relative all’ubicazione della sede e alla non delocalizzazione delle attività critiche; garanzia di non disconnessione del modello, ecc. I diritti di voto multipli, consentiti in Francia dalla legge sull’Attrattività del giugno 2024, consentirebbero di separare la dimensione economica da quella strategica all’interno del laboratorio: lo Stato, la BPI e i fondatori deterrebbero le azioni con diritto di voto rafforzato, mentre il capitale straniero investirebbe in azioni ad alto rendimento economico ma con diritto di voto ridotto o nullo.
Il calcolo, dal canto suo, sarebbe affidato a strutture distinte, filiali o joint venture dedicate, il cui unico scopo sarebbe quello di fornire al laboratorio la potenza prevista. Queste riunirebbero investitori privati di ogni provenienza e investitori pubblici dei paesi partecipanti, con una remunerazione calibrata per essere decisamente allettante: poiché tali veicoli richiedono ingenti capitali, il rendimento offerto deve essere all’altezza per attirare i fondi necessari. Esistono già dei precedenti. L’americana Poolside ha separato il proprio laboratorio dalla società di infrastrutture, il cui management riunisce figure con dieci-vent’anni di esperienza nella costruzione e nella gestione di data center presso i principali operatori del cloud. Mistral sta strutturando il proprio accesso alla potenza di calcolo tramite joint venture con la BPI, MGX o Nvidia.
Un ultimo ente pubblico, distinto dagli altri, avrebbe il compito di dare una forte spinta al nuovo nucleare affinché l’energia non diventi il collo di bottiglia del periodo post-2030. Non è oggetto della presente nota approfondire questo aspetto, ma ciò non toglie che sia essenziale.
Sostenuto dagli investimenti pubblici che conferiscono credibilità al progetto, il risparmio nazionale verrebbe mobilitato su larga scala a favore di Prométhée attraverso contributi minimi obbligatori nei piani di risparmio pensionistico e nelle assicurazioni sulla vita, un meccanismo di tipo Tibi che consentirebbe di orientare gli investimenti delle compagnie assicurative e degli investitori istituzionali, nonché uno strumento quotato in borsa detenuto in PEA (Piano di Risparmio Azionario) per il grande pubblico. La ripartizione del rischio, che vedrebbe lo Stato assumersi la quota di prima perdita in caso di necessità, consentirebbe, assumendosi il rischio non assicurabile legato alla scommessa sulla sovranità, di attrarre ingenti capitali privati. A livello di piano, la riallocazione del 2% all’anno del patrimonio assicurativo nazionale a favore di Prométhée sarebbe sufficiente a eguagliare un investimento pubblico pari all’1,5% del PIL, ma richiederebbe una struttura finanziaria completa, ambiziosa e ben concepita.
Considerata l’enorme quantità di capitali privati che sarebbe necessario attrarre, il successo del progetto dipenderebbe in modo determinante dalla sua capacità di rendere credibile il più rapidamente possibile la propria ambizione agli occhi degli attori privati e internazionali. Sarebbero essenziali sia l’entità delle risorse, sia pubbliche che private, messe a disposizione dalla Francia, sia la sua determinazione nell’attuare importanti deroghe giuridiche a sostegno del progetto, sia la capacità di reclutare talenti internazionali di prim’ordine per dirigerlo. Ottenere rapidamente i primi risultati sui modelli sarebbe poi fondamentale per innescare un circolo virtuoso.
Quale coalizione attorno alla Francia ?
In questo tipo di progetti, un riflesso ricorrente consiste nel partire da una logica europea senza sempre dimostrarne la necessità. Ciò porta troppo spesso alla ricerca di un ritorno geografico immediato (come nel settore spaziale), quindi alla frammentazione dello sforzo e, in definitiva, all’incapacità di passare a una scala più ampia. Trasformarlo in un progetto europeo multinazionale significherebbe inevitabilmente, come dimostra l’esperienza, accontentarsi di una governance plurale priva di una leadership chiara, ostacolata da diversi diritti di veto nazionali e molto probabilmente incapace di garantire la continuità e lo spirito decisionale indispensabili al successo del progetto. Ecco perché partiamo dalle capacità francesi, mentre altri paesi con obiettivi convergenti, compresi quelli non europei se del caso, potranno unirsi a noi in base alle esigenze e ai propri interessi.
La Francia è infatti oggi, dal punto di vista strutturale, nella posizione migliore per tentare di diventare il terzo Paese all’avanguardia nel campo dell’IA poiché, ad eccezione degli Stati Uniti e della Cina, è l’unica potenza che riunisce le quattro condizioni seguenti:
una massa critica economica sufficiente (a differenza dei Paesi Bassi, di Israele, della Svizzera o di Singapore) ;
un bacino di competenze a livello nazionale in questo settore (a differenza della Germania) ;
una sufficiente autonomia strategica rispetto agli Stati Uniti per non rischiare di essere oggetto di pressioni insostenibili (a differenza del Regno Unito, del Giappone e della Corea) ;
un accesso concreto al bacino di talenti internazionali nel campo dell’IA (a differenza della Russia e dell’India).
A ciò si aggiunge l’esistenza in Francia di significative capacità produttive elettriche in eccesso (e a emissioni zero), nonché la tradizione francese dei grandi progetti tecnologici di recupero del ritardo, in particolare nel settore del nucleare civile e militare, che fornirebbe un’esperienza e un’ispirazione preziose per un simile sforzo.
Il suo successo richiederebbe una governance chiara e fondata su una leadership francese assunta con determinazione, resa credibile dall’impegno finanziario massiccio e duraturo della Francia, sia pubblico (attraverso la sua legge di programmazione dedicata) che privato. Gli altri paesi partecipanti trarrebbero vantaggio dal progetto grazie ai diritti di accesso alla potenza di calcolo, ai crediti di utilizzo per i propri ricercatori e le proprie imprese, agli standard condivisi e alla progressiva integrazione delle loro aziende nella catena del valore. Inoltre, la Francia garantirebbe loro, in caso di successo, l’accesso permanente a un modello all’avanguardia per le loro esigenze e quelle delle loro imprese, a condizioni equivalenti a quelle delle imprese francesi. Attraverso un trattato multilaterale a cui sarebbero invitati ad aderire, i partner beneficerebbero di tale impegno da parte della Francia, in cambio di un impegno significativo a finanziare capacità di calcolo dedicate al progetto. Oltre al contributo dei paesi partner al finanziamento del progetto tramite un «biglietto d’ingresso» (ad esempio lo 0,3% del loro PIL all’anno per 3 anni), probabilmente svolgerebbero un ruolo essenziale nei primi anni del progetto per favorire l’accesso del laboratorio alla potenza di calcolo situata sul loro territorio, poiché l’entità delle capacità di calcolo realizzabili in Francia è limitata a breve termine dalla disponibilità di energia elettrica, in attesa che lo sforzo di accelerazione del nuovo nucleare dia i suoi frutti e consenta di subentrare.
Non è oggetto della presente nota individuare con precisione i partner che potrebbero essere interessati. Tale questione dovrebbe essere oggetto di una manovra diplomatica meticolosamente pianificata. Si può tuttavia sottolineare che, purché il progetto francese appaia credibile, un certo numero di potenze medie potrebbe avere un grande interesse a ricorrere, partecipando a questo progetto, a una forma di hedging volta a limitare la propria dipendenza dai modelli statunitensi e/o cinesi. Il Giappone e soprattutto la Corea del Sud e Taiwan appaiono come obiettivi prioritari, data la loro padronanza della filiera dei semiconduttori, ma la loro dipendenza strategica dagli Stati Uniti potrebbe indurli a esitare. Lo stesso vale per il Regno Unito, particolarmente interessante per il suo ecosistema di intelligenza artificiale. Anche a tutti i partner europei di Parigi dovrebbe essere proposta l’adesione al progetto. Oltre all’E5 (Francia, Germania, Italia, Polonia e Regno Unito), data la loro posizione, i Paesi Bassi, i paesi scandinavi e il Belgio sembrano particolarmente suscettibili di essere interessati. Al di fuori dell’Europa e dell’Asia orientale, anche gli Emirati Arabi Uniti o il Canada potrebbero costituire candidati seri.
Va inoltre sottolineato che gli eventuali partner statali potrebbero essere spinti dalle proprie imprese nazionali a sostenere il progetto francese per assicurarsi, in caso di successo, un accesso garantito ai modelli di IA di frontiera, soprattutto nell’ipotesi di un plausibile inasprimento progressivo dei controlli sulle esportazioni da parte degli Stati Uniti e della Cina. In un contesto del genere, l’operazione Prometeo trarrebbe così pieno vantaggio dalla solida reputazione di affidabilità diplomatica e strategica di cui gode oggi la Francia. Di fronte alla scomoda situazione di trovarsi intrappolati in una dipendenza critica dagli Stati Uniti e/o dalla Cina, molti attori stranieri, sia pubblici che privati, avrebbero infatti un interesse ben chiaro nel successo della scommessa francese, anche se questa rimanesse sotto controllo nazionale.
I primi tre anni
Come si svolgerebbe in pratica la gestione del progetto? Proponiamo il seguente calendario per i primi tre anni.
Queste previsioni si basano sui tempi osservati nei laboratori più recenti e di grandi dimensioni:
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Opposizioni internazionali
Al di là della gestione amministrativa di questo sprint e della sua accettabilità politica a livello interno, una delle principali difficoltà sarebbe quella di garantire l’approvvigionamento di GPU. La costruzione dei data center stessi, l’assetto giuridico del progetto e le deroghe normative sono nelle nostre mani, ma non l’accesso ai chip. Nessun laboratorio oggi addestra modelli senza chip Nvidia, ad eccezione di Google, che si affida alle proprie Tensor Processing Units, realizzate appositamente per le proprie esigenze interne. Anche i recenti modelli cinesi vengono addestrati su GPU prodotte da Nvidia. A breve termine, e fintanto che altri attori non entrino in concorrenza con questo quasi-monopolio, il progetto dipenderebbe quindi da Nvidia (ovvero dall’amministrazione statunitense). Nulla impedirebbe quindi a quest’ultima di imporre controlli sulle esportazioni dei prodotti Nvidia verso la Francia (alcuni paesi europei ne hanno già subito le conseguenze), ed è possibile che sia tentata di farlo vedendo emergere uno sforzo concorrenziale di tale portata. L’attuale amministrazione statunitense, concentrata sull’« AI dominance » e poco incline a andare incontro ai propri alleati, potrebbe ricorrere a tali misure.
La Francia ha quindi due opzioni a disposizione.
Oppure cerca comunque di procurarsi i chip Nvidia, scommettendo sul fatto che un mercato del genere sarebbe troppo redditizio per l’azienda, la quale farebbe valere la propria influenza a Washington per evitare restrizioni alle esportazioni ; nel peggiore dei casi, bisognerebbe anche convincere i Paesi Bassi a minacciare Nvidia e il governo americano di ritorsioni, sospendendo l’esportazione delle macchine fotolitografiche di ASML, indispensabili per la produzione di GPU, rendendo così ancora più essenziale la partecipazione dell’Aia al progetto.
Oppure cerchiamo di avvalerci di nuovi produttori in altre parti del mondo. Ma ad oggi è difficile trovarne che non rientrino essi stessi, in modo più o meno diretto, nell’orbita degli Stati Uniti e che dispongano al contempo della superficie necessaria. Persino i chip di Huawei (Ascend) non sono sufficienti a soddisfare il fabbisogno dei laboratori cinesi. Forse la situazione cambierà presto… La Corea del Sud, ad esempio, ha annunciato un piano di investimenti di oltre 1.000 miliardi di dollari per gli stabilimenti di semiconduttori.
Allo stato attuale, questo è uno dei rischi più gravi a cui va incontro il progetto. Non è tuttavia un ostacolo insormontabile, poiché il costo per gli Stati Uniti derivante dall’uso apertamente egemonico del proprio controllo sulle esportazioni nei confronti di un alleato accelererebbe probabilmente in modo significativo l’emergere di alternative a Nvidia, in particolare in Asia. Nel frattempo, Washington non potrebbe impedire a Prométhée di affittare a terzi capacità di calcolo per addestrare i propri modelli.
Alternative strategiche
Anche le altre vie sono rischiose
Un costo così ingente e uno sforzo così imponente potrebbero scoraggiare i responsabili politici francesi ed europei, che si riterrebbero incapaci di finanziarlo e portarlo avanti, oppure suscitare opposizioni troppo forti tra la popolazione. Quali sarebbero allora le alternative per la Francia?
La prima opzione è una scommessa sull’open source: finora i modelli open source hanno seguito con qualche mese di ritardo le prestazioni dei modelli commerciali, e l’economia europea può quindi, in ultima istanza, ricorrere ai primi per garantire il proprio approvvigionamento di intelligenza artificiale, senza dipendere da nessuno. Si tratta di una scommessa rischiosa che, per di più, comporta un costo non trascurabile. Per far funzionare questi modelli occorrono energia e infrastrutture sufficienti, il che implica di per sé ingenti investimenti. Soprattutto, nulla garantisce che il flusso di modelli aperti non si esaurisca. I loro sviluppatori, oggi prevalentemente cinesi, potrebbero improvvisamente decidere di renderli commerciali. In tal caso, l’Europa si troverebbe dipendente dalla Cina tanto quanto lo è dagli Stati Uniti. Questi modelli potrebbero inoltre essere soggetti alle stesse restrizioni di accesso dei modelli americani, chiusi ad esempio oltre una soglia di capacità del tipo « Mythos ». La stampa internazionale ha recentemente riferito di lavori in corso ad alto livello all’interno dell’apparato statale cinese volti a introdurre restrizioni all’uso, da parte di attori stranieri, dei modelli più avanzati, indicando che tale dinamica sembra già in atto 7. Se questi modelli dovessero superare il confine, potrebbero essere qualificati come rischi per la catena di approvvigionamento (supply-chain risk) dall’amministrazione statunitense, comportando restrizioni, o addirittura divieti, sul loro acquisto, utilizzo o hosting da parte delle aziende statunitensi. A causa dell’extraterritorialità, della conformità normativa o delle pressioni regolamentari, la loro adozione diventerebbe più difficile anche per le imprese europee.
La seconda strada percorribile è quella di una dipendenza negoziata dagli americani. Gli Stati Uniti realizzano modelli e l’Europa li utilizza. Per evitare una sottomissione totale, alcuni sostengono che il continente disponga di leve nella catena del valore che può a sua volta utilizzare per esercitare pressione sugli Stati Uniti; in altre parole, la sovranità dovrebbe risiedere nella dipendenza reciproca piuttosto che nell’indipendenza. È vero che le catene di produzione sono sparse in tutto il mondo e che nessuno controlla unilateralmente l’insieme dei componenti necessari allo sviluppo e alla diffusione dei grandi modelli linguistici. Ma non bisogna farsi illusioni: l’elemento fondamentale di cui dispongono gli europei — ovvero la produzione di macchine fotolitografiche per l’industria dei semiconduttori tramite ASML — non è una leva così efficace in un contesto di interdipendenza a lungo termine. Si tratta di un anello indispensabile della catena, ma con una forte latenza: se l’Europa bloccasse le esportazioni di ASML, gli effetti di tale blocco si farebbero sentire solo dopo molti mesi, poiché gli altri attori potrebbero utilizzare le loro scorte esistenti. Al contrario, bloccare un modello alla frontiera è un’opzione immediata per gli Stati Uniti, come ha dimostrato l’esempio di Fable 5. L’arma ASML potrebbe eventualmente essere utilizzata in un braccio di ferro incentrato sulle infrastrutture, come illustrato in precedenza, ma risulta meno efficace quando si tratta del prodotto finale e a regime. In un mondo in cui l’economia europea si basa interamente sull’uso di modelli americani, l’Europa potrebbe permettersi di farne a meno anche solo per pochi giorni? Niente è meno sicuro.
Nella migliore delle ipotesi, gli Stati europei possono cercare di ovviare a questo svantaggio subordinando l’accesso dei fornitori statunitensi al mercato europeo alla presenza fisica dei modelli in centri dati situati in Europa e di cui abbiano il controllo giuridico. La Corea del Sud, ad esempio, ha formalizzato una partnership tra Shinsegae, un conglomerato nazionale che si occupa dell’infrastruttura fisica, e la startup americana Reflection AI, che fornisce i modelli open weights e l’ingegneria, per costruire un sito da 250 MW presentato come una grande AI factory sovrana destinata alle imprese e alle amministrazioni coreane. Ciò eviterebbe di fornire agli Stati Uniti un « kill switch » istantaneo, come quello di cui dispongono oggi; tuttavia, ciò non impedirebbe a Washington di decidere, a suo piacimento, di bloccare l’implementazione di futuri modelli in Europa. Inoltre, l’Unione europea non ha dimostrato di essere in grado di coordinarsi per rispondere all’unanimità e con forza a pressioni di questo tipo, poiché la sua struttura favorisce comportamenti da «passeggero clandestino».
Si può, infine, sperare di sfruttare la rivalità tra Stati Uniti e Cina per non dipendere né dagli uni né dagli altri, mettendoli in concorrenza tra loro? Sarebbe una mossa rischiosa: gli Stati Uniti sarebbero ben consapevoli che un’Europa che minacciasse di passare ai modelli cinesi finirebbe immediatamente nelle mani della Cina, e viceversa, cosicché avremmo poco margine di negoziazione, senza contare l’inevitabile dipendenza dai processi e dalle tecnologie delle imprese, che renderebbe molto difficile e costosa una rapida transizione.
Forse queste soluzioni saranno proprio quelle che la Francia e l’Europa adotteranno. In tal caso, bisognerà quantomeno smettere di fare appello al concetto di sovranità e indipendenza europea, e ammettere che si tratterà di gestire al meglio la nostra dipendenza. Molti paesi europei vi sono già abituati per quanto riguarda il proprio approvvigionamento energetico, e per loro sarà quindi un passo naturale.
Uno dei rischi legati a un piano di potenziamento della potenza di calcolo è quello della sovraccapacità. Oggi Anthropic opera già su una scala di diversi gigawatt e rappresenta un punto di riferimento in termini di potenza di calcolo dispiegata. Tuttavia, se l’obiettivo è quello di non dipendere da altre potenze per lo sviluppo di un’intelligenza artificiale in grado di assistere efficacemente tutte le professioni, questi livelli rimangono insufficienti. Un modello come Fable 5 consentirebbe oggi di automatizzare solo una minima parte delle attività, con notevoli differenze a seconda dei settori professionali. Nella sua recente audizione dinanzi alla commissione d’inchiesta dell’Assemblea nazionale sulle dipendenze digitali, Arthur Mensch, presidente e cofondatore di Mistral, ha sottolineato che, mentre i costi di utilizzo dell’IA per le esigenze dei propri dipendenti rappresentavano già il 10% del proprio monte salari, se si estrapolasse questa cifra nell’arco di alcuni anni a livello del monte salari europeo, si tratterebbe di 1.000 miliardi di euro all’anno di valore aggiunto che verrebbero massicciamente assorbiti, in assenza di un’offerta europea, da attori statunitensi o cinesi. Le leggi di scalabilità suggeriscono che occorrano ancora diversi ordini di grandezza in più per coprire una quota significativa del fabbisogno economico. In altre parole, anche ipotizzando guadagni di efficienza molto significativi, ad esempio un fattore 100, una capacità di pochi gigawatt non sarebbe sufficiente a soddisfare l’intera domanda.
In definitiva, ci sembra che la sfida principale rappresentata dall’operazione Prometeo si imponga proprio perché i suoi rischi sono commisurati al momento di svolta tecnologica e strategica che l’IA sta determinando sotto i nostri occhi. A fronte dei costi e dei rischi di questo sforzo, in grado di mobilitare le forze vive della nazione come mai più da mezzo secolo, occorre infatti contrapporre quelli dell’inazione: la traiettoria del minimo sforzo rischia di portare all’irrilevanza strategica della Francia in un mondo dominato in modo duraturo dai padroni dell’intelligenza al silicio.
Perché agire adesso
Contrariamente a quanto talvolta si legge, il confine dell’IA non è destinato a diventare banale nel giro di pochi anni, nel senso che si potrebbe semplicemente aspettare che le capacità più avanzate diventino accessibili a tutti, a basso costo, senza alcuna perdita strategica per una nazione. Per alcuni usi comuni (ad esempio, sintesi, traduzione, assistenza nell’ambito dell’ufficio), essere in ritardo di una generazione può essere sufficiente: i modelli aperti o semi-aperti forniscono già capacità abbondanti e poco costose. Ma le capacità che contano per la potenza (ciberdifesa, agenti autonomi in grado di eseguire compiti di lunga durata, accelerazione della R&S, applicazioni biologiche o militari) si collocano proprio all’avanguardia. Sono anche quelle il cui accesso sarà sempre più controllato 8.
Sviluppare competenze all’avanguardia produce inoltre risultati che vanno oltre il semplice modello addestrato. I dirigenti dei principali laboratori odierni erano, in passato, ricercatori o ingegneri che operavano in prima linea in questo campo: Dario Amodei, Demis Hassabis, Ilya Sutskever, Arthur Mensch, tra gli altri. Un laboratorio francese all’avanguardia costituirebbe la base umana, organizzativa e industriale che consentirebbe alla Francia di rimanere in gara nel 2028, nel 2030 e ben oltre.
In assenza di un programma nazionale, un paese diventa progressivamente dipendente dalle valutazioni elaborate da altri. Perde la capacità di misurare in modo autonomo le prestazioni effettive dei modelli più avanzati, di individuarne le vulnerabilità e di valutare i rischi sistemici che questi potrebbero comportare per le sue infrastrutture critiche, la sua sicurezza nazionale o i suoi interessi strategici.
I laboratori all’avanguardia puntano ormai esplicitamente ad automatizzare una parte della propria attività di ricerca e sviluppo: la rapida automazione della ricerca nell’IA e del relativo ciclo di sviluppo favorisce il miglioramento continuo dei modelli all’avanguardia. Le generazioni precedenti di modelli vengono utilizzate per addestrare quelle successive. In questo scenario, rimanere fuori dalla frontiera non comporta un costo linearmente più elevato: significa perdere l’accesso al motore stesso dell’accelerazione.
Infine, l’inazione accentua una dipendenza industriale già massiccia. Gli Stati Uniti concentrano oggi la maggior parte delle capacità dei grandi cluster di calcolo per l’IA, nonché l’accesso prioritario alle catene di approvvigionamento che li alimentano. Più la Francia aspetta, più queste risorse – capacità di calcolo, talenti e infrastrutture – si consolidano altrove.
L’opportunità offerta dalla posizione della Francia e dalla situazione del settore esiste solo per un breve istante. Tra tre anni si chiuderà definitivamente, poiché i costi per recuperare il ritardo diventeranno insostenibili: è oggi che la storia bussa alla porta.
Conclusione: una nuova svolta nel settore nucleare per la Francia
Il generale de Gaulle raccontava così la reazione di Krusciov nel 1960 quando, a Rambouillet, gli comunicò il successo della bomba atomica francese: «Capisco la sua gioia. (…) Ma, sa, è molto costosa. » Il presidente francese commentava: « Il mio racconto non ha suscitato alcuna reazione da parte dei miei interlocutori, tranne questa: ‘Ah sì ! È molto costosa !’ ‘È molto costosa’, anche per gli americani, anche per i russi. (…) Ma per noi, di fronte a queste mire imperiali, è il prezzo dell’indipendenza.»
Riteniamo che lo stesso valga per l’accesso all’IA. Lo stato attuale delle nostre economie riflette solo in misura limitata il ruolo che essa assumerà ovunque nei prossimi anni. Naturalmente, la maggior parte dei paesi del mondo non potrà pretendere di produrre i propri modelli né le proprie inferenze, proprio come la maggior parte dei paesi del mondo non è in grado di produrre la propria energia. Dovranno accontentarsi di negoziare, volenti o nolenti, con potenze straniere per soddisfare i propri bisogni. Ma si vede già dove porta la dipendenza energetica: basta pensare alle difficoltà incontrate da molti Stati europei durante l’invasione dell’Ucraina. La dipendenza dall’intelligenza artificiale sarà almeno altrettanto profonda.
Dal 1945, la Francia ha scelto di sviluppare una propria fonte energetica attraverso il settore nucleare. Si è trattato di un investimento ingente e rischioso, che però oggi garantisce la nostra autonomia energetica, ci rende esportatori netti di elettricità e contribuisce al nostro ruolo nel panorama delle potenze mondiali. Ora che tutto si gioca sull’accesso all’IA, si presenta una sfida dello stesso calibro. Poiché la maggior parte dei costi di un laboratorio all’avanguardia risiede nel calcolo e quest’ultimo, in definitiva, richiede innanzitutto energia, l’ascesa di un’IA francese può essere vista come la logica continuazione del nostro impegno nel settore nucleare. Anche il metodo adottato per il programma nucleare può fungere da fonte di ispirazione. Il decreto di istituzione del Commissariato per l’energia atomica indicava nel 1945: «È emerso che tale organismo dovesse essere al tempo stesso molto vicino al Governo, e per così dire parte integrante di esso, pur essendo dotato di ampia libertà d’azione. Deve essere molto vicino al Governo perché il destino o il ruolo del Paese possono essere influenzati dagli sviluppi del ramo della scienza a cui si dedica, ed è quindi indispensabile che il Governo lo tenga sotto la propria autorità. D’altra parte, deve essere dotato di ampia libertà d’azione, poiché questa è la condizione sine qua non della sua efficacia. » 9 È questa anche la filosofia che privilegiamo per costruire un laboratorio all’avanguardia.
All’epoca in cui la Francia decise, alla fine degli anni ’50, di intraprendere da sola un immenso sforzo per dotarsi dell’arma atomica e, più in generale, di una forza di deterrenza nucleare completa in modo indipendente, molti francesi e i nostri principali alleati erano convinti che non ne avesse i mezzi e che fosse destinata al fallimento. I « razionali » dell’epoca, proprio come quelli di oggi, esortavano la Francia a « gestire la propria dipendenza » accordandosi con gli Stati Uniti sul modello fornito dagli accordi di Nassau con la Gran Bretagna. Se avesse seguito questa strada, la Francia avrebbe probabilmente ottenuto la propria bomba, ma il mantenimento della deterrenza, fino ad oggi, sarebbe dipeso dalla buona volontà degli Stati Uniti. Ci volle la volontà del generale de Gaulle per comprendere che l’arma nucleare era diventata così essenziale per la sovranità nazionale che il suo controllo autonomo giustificava sacrifici considerevoli. Oggi, l’IA ci pone di fronte a una scelta simile.
Avviare o meno l’operazione Prometeo costituirà molto probabilmente la decisione più importante che il prossimo presidente della Repubblica, che sarà eletto l’anno prossimo, dovrà prendere. Come l’arma nucleare ai tempi di de Gaulle, ciò farà la differenza tra il mantenimento del ruolo che la Francia intende svolgere nel mondo e il suo progressivo scivolamento, a lungo termine, verso l’irrilevanza strategica.
Di fronte all’incertezza, il prossimo presidente della Repubblica dovrebbe impegnarsi a creare le risorse che consentiranno ai francesi di scegliere, in futuro, tra la banalizzazione dell’IA e la corsa alla frontiera.
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L’« Operazione Prometeo » ha il raro pregio di quantificare il costo dello sviluppo di un’IA francese sovrana. Questo piano, che impegnerebbe la Francia per diverse generazioni, si basa su due ipotesi: da un lato, che la corsa al modello più potente rimarrà decisiva e, dall’altro, che Washington concederà alla Francia il tempo necessario per acquistare i chip indispensabili a colmare il divario. Potrebbe tuttavia delinearsi uno scenario alternativo: quello di un’IA banalizzata, « commoditizzata », in cui basterebbe acquistare i modelli da un mercato sempre più ampio e accessibile, sull’esempio del modello cinese Kimi 3. Nessuno può dirlo con certezza oggi. Tuttavia, le componenti di un tale sforzo non hanno lo stesso orizzonte temporale: i chip si acquistano in diciotto mesi, ma l’energia, i terreni allacciati alle reti, le competenze di formazione e le istituzioni decisionali richiedono da cinque a dieci anni. Dobbiamo quindi consolidare una strategia di indipendenza attraverso investimenti a lungo termine che, in futuro, ci daranno il potere reale di scegliere. Questo articolo propone quindi una strategia indipendente dall’evoluzione della tecnologia: investire fin da ora in ciò che sarà utile in tutti gli scenari, mappare i rischi più critici per fornire soluzioni adeguate, costruire le leve economiche e geopolitiche che renderanno credibili tali soluzioni, preparare « lo sforzo di frontiera » senza impegnarsi alla cieca e, infine, dotarsi degli strumenti di governance necessari per prendere le decisioni giuste al momento giusto.
Un dibattito ostacolato dall’incertezza tecnologica
L’articolo pubblicato l’8 luglio 2026 da Le Grand Continent, « Operazione Prometeo : la Francia può vincere la corsa all’IA. Quale ne sarebbe il prezzo ? », ha reso un servizio al dibattito francese che pochi testi hanno saputo offrire. Mentre la maggior parte degli appelli a favore di un’IA sovrana si limita a pii desideri, questo articolo propone una strategia coerente, quantificata, che ne assume i rischi e i limiti. Si discute bene solo con chi mette le proprie ipotesi sul tavolo, ed è proprio ciò che hanno fatto. La presente risposta è rivolta tanto a loro quanto al dibattito pubblico, nello stesso spirito: le nostre ipotesi sono sul tavolo e le nostre eventuali sfumature, come vedremo, riguardano meno l’ambizione, la sovranità francese ed europea che l’ordine delle tappe.
Infatti, il dibattito francese ed europeo sull’IA sovrana si è articolato attorno a due poli apparentemente inconciliabili. Da un lato, un fatalismo sofisticato: l’Europa non avrebbe né il capitale, né i talenti, né l’apparato industriale necessari per recuperare il ritardo tecnologico. La sua razionalità economica le imporrebbe quindi di acquistare i migliori modelli americani e di rinunciare alle ambizioni di autonomia ritenute rovinose. Dall’altro, un prometeismo dichiarato, di cui il documento costituisce l’espressione più compiuta: 700 miliardi di dollari in tre anni, 12 gigawatt di potenza di calcolo nel 2029 e una «legge Prometeo» derogatoria per elevare la Francia al rango di terza potenza nel settore.
Queste posizioni opposte si basano su risposte contraddittorie alla stessa domanda, raramente formulata in modo esplicito: a quale ritmo continueranno a progredire i modelli?
Esiste un primo futuro possibile: i guadagni diventano marginali, il divario tra i modelli migliori e i loro inseguitori si riduce, e l’intelligenza artificiale diventa poco a poco un prodotto di uso comune, paragonabile all’elettricità, che si sceglie in base al prezzo. Chiamiamolo lo scenario della “commoditizzazione”. In questo mondo, la corsa alla frontiera sarebbe un abisso senza ricompensa, e il campo del fatalismo finirebbe per prevalere.
In un secondo scenario possibile, le capacità continuano a progredire; i modelli migliori vengono utilizzati per addestrare quelli successivi e per automatizzare la ricerca stessa. L’evoluzione tecnologica diventa quindi esponenziale e il divario si allarga invece di ridursi. Chiamiamolo lo scenario della fuga in avanti. In questo mondo, la posizione all’avanguardia diventa un attributo di potere paragonabile all’arma nucleare e il prometeismo ha ragione sul piano strategico.
Una domanda senza una risposta definitiva
Oggi nessuno sa quale scenario prevarrà. I sostenitori dell’approccio incrementale sottolineano la riduzione dei divari nella maggior parte dei benchmark pubblici. L’ultima ondata di modelli a basso costo, tra cui Muse Spark 1.1 lanciato da Meta il 9 luglio a un quinto del prezzo dei modelli di fascia alta, ne è l’esempio più recente 1. I sostenitori di questa tesi avanzano anche argomenti di fondo. In primo luogo, un dato livello di capacità è replicabile a un costo decrescente: la distillazione e la compressione dei modelli consentono di ottenere, con una frazione del calcolo iniziale, l’essenziale delle prestazioni di ieri. In secondo luogo, le barriere all’ingresso si stanno riducendo in questo segmento ormai commoditizzato, grazie alla diffusione delle ricette di addestramento e all’abbondanza di architetture aperte, ad eccezione dell’energia e dei chip. Infine, il paradigma dei modelli attuali potrebbe raggiungere i propri limiti: Yann LeCun sostiene da tempo che i grandi modelli linguistici rappresentino un vicolo cieco verso l’intelligenza artificiale generale e che sarà necessaria una svolta architettonica, il che azzererebbe il contatore della corsa.
Gli ottimisti tecnologici ribattono, dal canto loro, che questi benchmark non misurano ciò che conta davvero. Infatti, tali benchmark raggiungono la saturazione. Diventati obiettivi di ottimizzazione, smettono di misurare. È la legge di Goodhart, e i modelli migliori raggiungono ormai i limiti di ciò che questi test sono in grado di valutare. Una constatazione emersa anche in occasione del primo Forum di esperti sull’IA di frontiera organizzato dalla Commissione europea nell’aprile 2026 2. Tali test non tengono conto né dei compiti di lunga durata affidati agli agenti, né dei salti di capacità come nel caso di Mythos 3. Aggiungono inoltre che la preferenza dei clienti per i modelli migliori traspare chiaramente dai dati relativi ai ricavi. Questa constatazione è corroborata dal Forum degli esperti dell’Ufficio europeo per l’IA, secondo cui i comportamenti di acquisto delle industrie rivelano già ora una marcata preferenza per i sistemi all’avanguardia rispetto ai loro immediati concorrenti. Il divario tra il fatturato di Anthropic e quello di Mistral si è infatti ampliato anziché ridursi. Si fa inoltre notare che la stabilizzazione annunciata non emerge ancora dai dati e che la durata delle attività svolte dall’inizio alla fine dagli agenti raddoppia all’incirca ogni sette mesi, secondo le misurazioni dell’Istituto METR 4, a un ritmo che sta accelerando, e che le barriere all’ingresso, sia in termini di potenza di calcolo che di talenti d’eccezione, sono tra le più elevate della storia industriale.
La situazione attuale può essere riassunta in un paradosso che dissipa in parte la controversia: i guadagni in termini di efficienza rendono, anno dopo anno, più economico un dato livello di capacità (ciò che ieri costava Mythos domani costerà una miseria), ma non rendono più economico il limite stesso, il cui costo continua ad aumentare. Entrambe le parti possono quindi avere ragione allo stesso tempo: rapida banalizzazione delle capacità di ieri e continuo aumento dei costi di quelle di domani. La questione è quindi se le capacità di domani giustificheranno il loro prezzo e la loro necessità. Questo disaccordo riguarda sia i laboratori che gli investitori.
Mettete in atto un metodo per garantire la solidità della strategia europea
Ne deriva una conseguenza metodologica: di fronte a una profonda incertezza, una strategia razionale non mira necessariamente a prendere la decisione ottimale in uno scenario predefinito; combina piuttosto misure robuste, reversibili e complementari, al fine di evitare che uno scenario sfavorevole provochi una perdita collettiva catastrofica. Nella teoria della decisione, questo criterio ha un nome: la minimizzazione del rimpianto massimo. La strategia migliore non è quella che frutta di più in un dato contesto, ma quella che non si rivela catastrofica in nessuno scenario. Consiste nell’acquistare opzioni piuttosto che assumere impegni irreversibili, e nel convertire l’opzione in impegno solo una volta che l’incertezza è stata superata. È a questo criterio, la robustezza rispetto ai due scenari, che sottoporremo Prometeo, il fatalismo dello scenario della mercificazione e la nostra proposta.
Questa interpretazione della fase che l’Europa sta attraversando gode ormai di un sostegno istituzionale. Il Forum di esperti convocato dall’Ufficio europeo per l’IA, che si avvale di oltre un centinaio di specialisti di punta nel campo dell’intelligenza artificiale, giunge a due conclusioni. La prima è che il 2026 sarà un anno decisivo per l’Europa, che dovrà allora elaborare e adottare una strategia coerente sia a livello dell’Unione che degli Stati membri, tenendo conto del ritmo di sviluppo delle capacità, del mercato e delle infrastrutture, nonché delle loro implicazioni per la sovranità europea. La seconda è che, in entrambi gli scenari, l’Europa deve rafforzare la propria capacità sovrana di «accedere ai modelli di frontiera, selezionarli, controllarli e trarne vantaggio», il che presuppone una visione chiara delle leve di cui dispone o che potrebbe mettere in atto a ogni livello della pila tecnologica. Nessuno di questi due compiti è stato ancora portato a termine e i prossimi mesi diranno se Bruxelles e gli Stati membri se ne occuperanno o se li lasceranno dissolversi in una nuova raffica di comunicati e annunci. La proposta che qui abbozziamo mira a rispondere alle due conclusioni degli esperti della Commissione: una strategia concepita per adattarsi ai due scenari e risolvere, al momento opportuno, la questione del confine, nonché una mappatura delle dipendenze e delle leve auspicata dagli esperti. Esaminiamo ora la proposta Prometeo.
La proposta “Prométhée” sottolinea giustamente i rischi della dipendenza europea e i limiti dell’inazione fatalista
La valutazione geoeconomica contenuta nella proposta « Prométhée » riguardo al rischio legato alla dipendenza in materia di IA è corretta.
Le restrizioni statunitensi, introdotte nella primavera del 2026 sui modelli più avanzati di Anthropic, e il loro successivo parziale allentamento alla fine di giugno, hanno portato l’accesso ai modelli di frontiera a un regime simile a quello dei semiconduttori: accesso revocabile senza preavviso, ambiguità strategica deliberata e discrezionalità amministrativa. L’interpretazione più plausibile di questo episodio è del resto preoccupante: tutto indica che un allarme di sicurezza, probabilmente legato alle capacità di pirateria informatica del modello, abbia spinto l’amministrazione statunitense a voler revocare l’accesso a tutti gli utenti, compresi quelli statunitensi. Il controllo delle esportazioni sarebbe stato l’unico strumento giuridico disponibile per raggiungere tale obiettivo. L’Europa è stata quindi una vittima collaterale. Al di là persino dello scenario di una coercizione mirata, ciò significa che l’accesso europeo alle tecnologie all’avanguardia è ormai subordinato alla valutazione del rischio interno statunitense, senza che alcun comportamento, alcuna concessione commerciale o buona volontà diplomatica possa garantirlo.
È necessario integrare questa analisi evidenziando un meccanismo che rende la minaccia strutturale e non solo temporanea e politica: la scarsità di potenza di calcolo. Fornire un modello all’avanguardia non equivale a vendere un software, la cui copia aggiuntiva non costa nulla. Ogni risposta di un grande modello consuma dei token, l’unità di misura del consumo di IA (l’equivalente del chilowattora per l’elettricità), e dietro ogni token si nasconde una potenza di calcolo ben reale. Anche i grandi laboratori si trovano in una situazione di carenza cronica e sono costretti a mediare costantemente tra i propri clienti, gli abbonamenti al grande pubblico e le proprie esigenze di ricerca. In un mondo di token razionati, l’accesso dei clienti stranieri è la variabile di aggiustamento naturale per ragioni puramente economiche, ancor prima di qualsiasi intenzione politica. La gerarchia di allocazione osservata nei principali laboratori lo conferma: la potenza disponibile serve innanzitutto i contratti governativi statunitensi, poi le aziende e infine il grande pubblico, come dimostrano le interruzioni di servizio differenziate durante i picchi di carico. Le restrizioni all’accesso dei clienti stranieri non hanno atteso una politica deliberata da parte dei laboratori per manifestarsi. È proprio questo che rende il meccanismo strutturale piuttosto che intenzionale. Anton Leicht lo aveva formulato ancor prima dell’episodio di questa primavera: l’IA non creerà abbondanza, ma scarsità.
Anche l’analisi dell’asimmetria delle leve tra l’Unione e gli Stati Uniti contenuta nella proposta Prometeo è corretta. Bloccare l’accesso a un modello ha effetto immediato, mentre bloccare le esportazioni di ASML, l’azienda olandese che produce i macchinari indispensabili per la produzione di chip avanzati, è una leva a effetto ritardato, i cui effetti si fanno sentire solo una volta esaurite le scorte. Occorre inoltre tenere conto del rischio di una ritorsione su altri fronti: gli Stati Uniti potrebbero rispondere a un blocco di ASML con restrizioni commerciali o con la revoca delle garanzie di sicurezza per l’Europa e l’Ucraina. La leva d’azione europea esiste, ma è insufficiente.
Infine, l’avvertimento contenuto nella proposta Prometeo contro una lettura ingenua dei laboratori cinesi è giustificato. Il loro rapido recupero del ritardo è in gran parte dovuto alla distillazione, una tecnica che consiste nell’interrogare massicciamente un modello avanzato per addestrare il proprio sulla base delle sue risposte; in altre parole, nell’approfittare di una potenza di calcolo finanziata da altri. Ciò non dimostra affatto che l’ingresso nel settore sarebbe economico per un nuovo operatore europeo. Occorre inoltre trarne un’ulteriore conseguenza che la nota non menziona: i laboratori statunitensi e il governo hanno ormai tutte le ragioni per chiudere la porta alla distillazione, rafforzando i controlli sull’identità degli utenti e limitandone l’accesso. La strada del seguace, che permette di raggiungere i leader a basso costo basandosi sui loro modelli, si sta chiudendo, il che rende ancora più prezioso il possesso di una capacità di addestramento autonoma.
Le tre incertezze legate al progetto Prometeo
L’analisi del progetto Prometeo mette in luce tre elementi che meritano di essere discussi.
Il primo riguarda il calendario: il progetto definisce le proprie priorità basandosi su tre anni di aumento progressivo di un flusso ininterrotto di forniture di chip americani, mentre la visibilità del progetto spingerà Washington a bloccarlo. Il sistema risulta quindi più vulnerabile proprio nel momento in cui si espone maggiormente. È difficile sostenere contemporaneamente che l’interdipendenza commerciale sia incapace di proteggere il nostro accesso ai modelli, ma che garantirà un flusso di componenti ben più strategici. Due obiezioni a questo scenario, formulate dagli autori di Prométhée, meritano tuttavia di essere prese sul serio. La prima è la seguente: finora Washington ha preferito vendere; l’attuale amministrazione ha allentato parte delle restrizioni ereditate e Nvidia sostiene efficacemente l’apertura dei mercati. Tuttavia, una politica discrezionale favorevole rimane una politica discrezionale, ed è proprio il rischio che essa cambi a costituire la preoccupazione principale. La seconda obiezione è la seguente: uno sforzo sovrano di questa natura dovrebbe essere protetto durante la sua fase di realizzazione, e gli Stati Uniti probabilmente non lo prenderebbero sul serio nei primi anni. A nostro avviso, questo argomento potrebbe valere per un programma politicamente discreto, ma non si concilia con un piano che rivendica 12 gigawatt, una legge derogatoria e un trattato multilaterale, ovvero la massima visibilità.
Il secondo elemento riguarda la stessa dinamica del recupero tecnologico. L’argomentazione è la seguente: il capitale acquista il recupero, ma lentamente, mentre il costo della frontiera raddoppia ogni sette mesi; in tre anni, quindi, l’obiettivo sarà cambiato di diversi ordini di grandezza. Gli esempi recenti sono numerosi, e Meta ne fornisce il più eloquente. L’azienda ha compiuto uno sforzo finanziario colossale che ha portato solo a un riposizionamento nella fascia media in termini di rapporto qualità-prezzo: performante e redditizio, ma lontano dalla frontiera assoluta. Tre anni di investimenti tra i più massicci al mondo hanno permesso di ottenere solo un posto solido nel gruppo, ma lontano dalla testa della corsa. La traiettoria di xAI e di Grok 4.5 conferma questa regola: per raggiungere il livello della generazione precedente dei suoi concorrenti, xAI ha dovuto dedicare tre anni allo sviluppo, avvalersi del sostegno di SpaceX e acquisire editori chiave come Cursor. Sebbene il fascino di una missione nazionale costituisca una potente leva propria delle strutture statali, sull’esempio del Progetto Manhattan o degli esordi del Commissariato per l’Energia Atomica, l’assetto di Prométhée accumula una serie di ingombri organizzativi che la nota stessa identifica come il suo principale fattore limitante. Il suo orizzonte temporale di tre anni corrisponde al periodo in cui i progetti sovracapitalizzati falliscono regolarmente per non aver imparato a bilanciare le risorse in condizioni di vincoli.
Il terzo elemento è l’obiettivo mobile. Puntare a una capacità di 12 GW nel 2029 equivale a fissarsi come obiettivo il livello raggiunto dai leader mondiali alla fine del 2026. Al ritmo attuale di espansione, il limite si collocherà di diversi ordini di grandezza al di sopra di tale livello entro la scadenza del piano. Il Forum di esperti convocato dall’Ufficio europeo per l’IA descrive una capacità di calcolo globale che raddoppia all’incirca ogni sette mesi; i siti più grandi previsti supereranno da soli i 3 gigawatt già a partire dal 2027. Puntare a 12 gigawatt per il 2029 significa puntare al presente dei leader, ma probabilmente non al loro futuro. La nota ammette del resto che questi pochi gigawatt non saranno sufficienti a coprire la domanda economica mondiale. Il progetto è quindi sottodimensionato sul piano tecnologico, mentre è schiacciante sul piano di bilancio, richiedendo tra il 4,5% e l’8% del PIL all’anno. A titolo di confronto, il piano Messmer del 1974, che ha permesso di costruire il parco nucleare francese, ha mobilitato solo circa l’1% del PIL per implementare su larga scala una tecnologia già collaudata, il cui trasferimento iniziale non era revocabile trimestre dopo trimestre. A ciò si aggiunge un’ulteriore incertezza: secondo gli esperti consultati dalla Commissione, non è stato ancora dimostrato alcun modello economico sostenibile in questo settore. Sebbene alcune recenti generazioni di modelli siano redditizie, i ricavi spettacolari dei leader sono sempre accompagnati da massicci raccolti di capitali e da perdite operative persistenti. Scommettere 700 miliardi su una posizione la cui redditività commerciale resta da dimostrare significa aggiungere una scommessa alla scommessa. Nello scenario della «commoditizzazione», Prométhée investe centinaia di miliardi di euro per conquistare una frontiera tecnologica il cui valore di mercato sta crollando. Nello scenario della «fuga», il progetto rischia di essere sospeso alla volontà del fornitore americano di chip nel momento più critico della sua realizzazione.
Le notizie di metà luglio danno un volto concreto a questa incertezza. Moonshot AI ha infatti appena pubblicato Kimi K3, un modello da 2.800 miliardi di parametri i cui pesi dovrebbero essere scaricabili gratuitamente alla fine del mese. Le prime valutazioni indipendenti lo collocano allo stesso livello di diversi grandi sistemi chiusi di recente, anche se rimane indietro rispetto ai migliori, in particolare per alcune attività specifiche. La sua imminente disponibilità in formato aperto e il suo prezzo di accesso competitivo aumentano tuttavia notevolmente la probabilità di uno scenario di «commoditizzazione», ovvero di un quasi-monopolio riproducibile, ampiamente accessibile ed esercitante una pressione continua sui prezzi dei modelli proprietari.
Questa apertura può essere interpretata come una strategia di potere industriale: spostare la concorrenza dal modello proprietario all’ecosistema, accelerare l’adozione globale delle architetture cinesi e ridurre i ricavi che finanziano la corsa al calcolo dei laboratori statunitensi. A parità di condizioni, la situazione sembra analoga a quella di altri settori industriali europei che hanno subito la stessa concorrenza a prezzi sovvenzionati, innescando un circolo vizioso geoeconomico ben identificato: un’offerta abbondante, sostenuta da capitali strategici, può rendere economicamente non sostenibile la produzione concorrente, e ciò prima ancora di aver raggiunto una posizione dominante.
Kimi K3 mette così in luce un terzo rischio per Prométhée. Dopo il rischio tecnologico di non riuscire a raggiungere una soglia che continua a spostarsi e il rischio geopolitico di perdere l’accesso ai chip necessari per recuperare il ritardo, emerge il rischio commerciale di avere successo troppo tardi su un mercato in cui i prezzi sarebbero crollati. Il raggiungimento dell’equilibrio finanziario di Prométhée presuppone infatti un percorso progressivamente autosufficiente, in cui la domanda privata subentri a quella dello Stato una volta raggiunto il limite. Se capacità simili rimanessero accessibili a lungo termine in forma aperta, il laboratorio francese potrebbe raggiungere il proprio obiettivo tecnico senza mai raggiungere il proprio equilibrio economico. Il patrimonio di 700 miliardi si svaluterebbe quindi prima ancora di essere realizzato.
Questa conseguenza vale anche per la nostra proposta. In un mercato che rischia di essere distorto in modo duraturo da strategie di prezzo e di apertura sostenute da capitali geopolitici, è necessario privilegiare gli asset il cui valore resiste meglio al crollo dei prezzi dei modelli, ovvero l’energia e i terreni allacciati alle reti, la flotta di inferenza multimodale supportata da impegni di acquisto, l’orchestrazione, la capacità di valutazione e le competenze di addestramento. Occorre soprattutto ammettere che il mantenimento di una capacità di addestramento interna probabilmente non potrà basarsi esclusivamente sul mercato. Come nel caso dell’industria della difesa, dovrà essere sostenuta da appalti pubblici pluriennali.
Il ruolo strategico sempre più importante del livello di orchestrazione dei modelli
Da alcuni mesi, il valore e il controllo strategico si stanno spostando verso il livello di orchestrazione. Questo termine indica i sistemi che collegano i modelli ai dati e ai processi delle organizzazioni e che garantiscono, in particolare, la gestione della memoria, il controllo delle autorizzazioni, la certificazione dei risultati e l’assegnazione delle attività in base al loro costo o alla loro complessità. Se i modelli sono i motori dell’intelligenza artificiale, l’orchestrazione ne costituisce il telaio, la trasmissione e il cruscotto.
I segnali di questa svolta sono numerosi. OpenRouter, una piattaforma di routing che supporta diverse centinaia di modelli, illustra la rapidità con cui il mercato sta rivalutando questo settore: valutata 1,3 miliardi di dollari nel maggio 2026 in occasione di un round di finanziamento guidato dal fondo di crescita di Alphabet e dal fondo di venture capital di Nvidia, secondo il Wall Street Journal sarebbe oggetto, appena due mesi dopo, di trattative di acquisizione da parte di Stripe per circa 10 miliardi di dollari 5. Allo stesso modo, il successo commerciale dei laboratori non si basa più sulla vendita lorda di token, ma sull’implementazione di prodotti agentiali che incapsulano i modelli in flussi di lavoro strutturati. Infine, l’emergere di offerte a basso costo, come Muse Spark o il modello a pesi aperti Inkling, accelera l’adozione di router multimodello in grado di selezionare la soluzione più economica per ogni richiesta. Rendendo le architetture tecnologiche intercambiabili, l’orchestrazione esercita una pressione continua verso la banalizzazione dei modelli. Gran parte della capacità di un modello è in realtà latente e viene rivelata o persa a seconda della qualità del sistema che lo circonda. Tuttavia, occorre fare due precisazioni. Al vertice della gerarchia delle capacità, gli stack integrati dei laboratori all’avanguardia mantengono per il momento un netto vantaggio rispetto alle configurazioni equivalenti costruite attorno a modelli aperti: l’intercambiabilità è pienamente effettiva per le attività correnti, ma non ancora per i flussi di lavoro autonomi più esigenti. D’altra parte, l’instradamento risponde innanzitutto a una logica di ottimizzazione economica: grandi gestori patrimoniali francesi hanno così implementato gateway interni che indirizzano ogni richiesta dei propri sviluppatori verso il modello meno costoso in grado di elaborarla, allineando la potenza consumata e la complessità dell’attività.
Questo cambiamento ridefinisce radicalmente i rapporti di dipendenza. È ormai a livello di orchestrazione che si cristallizzano l’adesione dell’utente, la memoria istituzionale e i costi di trasferimento da un sistema all’altro. Un’economia che padroneggia questo livello applicativo può così sostituire un fornitore di modelli con un altro a costi inferiori, proprio come si sostituisce un motore su uno stesso telaio. Al contrario, chi ne abbandona il controllo rimane vincolato, anche se dispone di un modello sovrano: non è più l’algoritmo grezzo a fidelizzare il cliente, ma l’ecosistema che lo circonda. La sovranità d’uso si gioca quindi innanzitutto a livello di orchestrazione.
È tuttavia opportuno distinguere attentamente due livelli. Sul piano economico, il livello di orchestrazione è proprio il luogo in cui si crea il valore aggiunto. Sul piano geoeconomico, i modelli sono sostituibili tra loro grazie al livello di orchestrazione, che consente di passare da un fornitore americano a uno cinese, europeo o aperto, a condizione che esista una soluzione alternativa. È proprio questo che garantisce la base che proponiamo di seguito. Restano tuttavia da identificare e scongiurare due rischi specifici di questo livello: un fornitore di modelli può limitare l’accesso degli orchestratori concorrenti alle interfacce da cui dipendono, e gli attori dell’orchestrazione legati ai laboratori dal punto di vista capitalistico possono distorcere la concorrenza a vantaggio della loro casa madre.
Questo livello di orchestrazione rappresenta un terreno favorevole per l’Europa, mentre i modelli di frontiera le sono finora sfuggiti. L’integrazione aziendale dipende dal software di settore, dalla conoscenza dei processi e dalle competenze settoriali, ovvero il core business di aziende di punta come SAP o Dassault Systèmes. In questo ambito, il biglietto d’ingresso si misura in termini di capitale umano e competenze industriali, e non di potenza di calcolo. L’urgenza è tuttavia altrettanto reale in questo settore: i laboratori statunitensi stanno ormai investendo in modo aggressivo in questo livello applicativo e la finestra di opportunità rischia di chiudersi rapidamente.
Inoltre, una strategia solida su questo tema cruciale consente di affrontare entrambi gli scenari di evoluzione tecnologica. In caso di commoditizzazione dei modelli, i margini e il valore si sposteranno a livello di orchestrazione. In caso di continua innovazione tecnologica (la «fuga»), questo livello determina la capacità di un’economia di convertire la potenza lorda dell’IA in guadagni reali di produttività. A parità di accesso ai grandi modelli, il divario di valore si amplierà in funzione della qualità dell’integrazione, un divario che già separa le aziende statunitensi dalle loro controparti europee.
Tuttavia, l’orchestrazione non può essere considerata una panacea: essa va a completare il portafoglio strategico, ma non compensa la mancanza di accesso ai modelli di potenza (della classe Mythos), indispensabili per la difesa informatica e l’intelligence. Consente tuttavia di correggere un pregiudizio persistente nel dibattito pubblico: concentrando l’attenzione esclusivamente sulla frontiera tecnologica, trascuriamo il segmento in cui i nostri punti di forza sono reali e le barriere all’ingresso superabili. Questo progetto non richiede finanziamenti sproporzionati; esige semplicemente di attivare le leve di attuazione già disponibili: appalti pubblici rigorosi in materia di sovranità degli strati applicativi critici, obblighi di ricorso a più fornitori per garantire la continuità operativa e la strutturazione di patrimoni comuni di dati settoriali per salvaguardare il nostro vantaggio sul campo.
Il test di robustezza applicato allo scenario fatalistico e allo scenario di fuga
L’approccio fatalista è inefficace di fronte alle sfide che abbiamo individuato. Nello scenario della “commoditizzazione”, priva fin dall’inizio l’Europa delle posizioni industriali che potrebbe conquistare su un mercato ormai accessibile. Nello scenario della “fuga”, la lascia indifesa di fronte a improvvise restrizioni di accesso.
Prima di formulare la nostra proposta, anticipiamo una prima obiezione che le verrà immediatamente opposta. L’esigenza di robustezza che difendiamo deve affrontare la critica più seria: una strategia di ripiegamento basata su un attore situato al di sotto della frontiera tecnologica, come Mistral, sarebbe valida solo nello scenario in cui si rivelasse inutile? Se si verifica la commoditizzazione, questo ripiegamento è facile, ma superfluo; se la frontiera tecnologica si allontana, un modello in ritardo di diciotto mesi diventa obsoleto per gli usi all’avanguardia. Questa obiezione richiede una risposta in due fasi.
In primo luogo, il rischio principale dal quale desideriamo proteggerci non è il ritardo tecnologico, bensì l’interruzione dell’accesso, una minaccia latente in entrambi gli scenari. In caso di blocco, non si tratterà più di competere con lo standard mondiale migliore, ma di preservare un’autonomia minima. Un modello sovrano vicino al limite, senza però raggiungerlo, sarà sempre infinitamente più utile per le funzioni vitali dello Stato e la continuità economica rispetto al nulla. L’esempio ucraino è significativo a questo proposito: pur non dominando il confine dei sistemi autonomi, il suo esercito ha trasformato le proprie capacità militari grazie a droni progettati a partire da componenti tecnologici accessibili e integrati sul campo.
Infine, teniamo conto del fatto che una semplice logica assicurativa non è sufficiente nello scenario di una fuga. Se le capacità di frontiera costituiscono un attributo di sovranità di primo piano, l’Europa dovrà prima o poi disporne o garantirne l’accesso strategico. È per questo motivo che la nostra proposta non si limita a una politica di protezione: si articola come una dottrina di opzione, nel senso finanziario del termine. Mentre l’assicurazione risarcisce un sinistro a posteriori, l’opzione consente di acquistare oggi, per una frazione del suo costo reale, il diritto di entrare in gara nel momento scelto. Pertanto, la sfida del percorso che proponiamo consiste nel determinare cosa occorre costruire fin da ora per garantire questa opzione, senza pagarne in anticipo il prezzo esorbitante.
La nostra proposta: costruire una base industriale indispensabile in tutti gli scenari tecnologici
Il piano che proponiamo tiene conto di un’asimmetria temporale spesso ignorata nel dibattito sull’IA sovrana. Infatti, le diverse componenti di un’iniziativa all’avanguardia non hanno tutte lo stesso orizzonte temporale: se i chip possono essere acquisiti in diciotto mesi una volta assicurati il capitale e l’accesso ai finanziamenti, l’energia, i terreni allacciati alle reti, le competenze per l’addestramento su larga scala, i protocolli di valutazione e gli organi decisionali richiedono dai cinque ai dieci anni per essere messi a punto. L’operazione Prometeo propone di finanziare immediatamente l’elemento più rapido e oneroso: il calcolo di addestramento al confine. Tuttavia, l’incertezza sul suo valore ci sembra troppo elevata. Proponiamo quindi di iniziare dai primi livelli del razzo: costruire, fin da ora e a costi contenuti, le infrastrutture a lento sviluppo che manterranno il loro valore indipendentemente dallo scenario finale.
Questo percorso alternativo si basa su cinque aree di intervento prioritarie.
Il primo riguarda l’energia e il territorio collegato alla rete. Indipendentemente dallo scenario tecnologico, l’Europa avrà un enorme fabbisogno di calcolo e l’elettricità decarbonizzata e abbondante è l’unico anello della catena del valore in cui la Francia dispone di un vantaggio comparativo a livello mondiale, a condizione di adeguare la propria politica energetica. Il divario di competitività è ben documentato: nel 2025, il prezzo dell’elettricità industriale nell’Unione europea era in media doppio rispetto a quello praticato negli Stati Uniti e superiore del 50% rispetto a quello praticato in Cina. L’energia, le autorizzazioni e l’allacciamento costituivano quindi il vero collo di bottiglia del calcolo in Europa, più del capitale o dei chip. Per porvi rimedio, è indispensabile accelerare gli allacciamenti, eliminare i progetti fantasma che intasano inutilmente le liste d’attesa, creare zone industriali dedicate per ridurre i tempi di autorizzazione a pochi mesi, istituire uno sportello unico e rilanciare il nucleare. Questa parte dell’operazione Prometeo deve essere attuata integralmente, poiché è indispensabile, anche se nessun modello venisse prodotto sul nostro territorio. Il suo costo di bilancio diretto rimane modesto, poiché l’essenziale riguarda la leva normativa, mentre l’acquisizione di terreni pubblici e le garanzie di rete ammontano a centinaia di milioni di euro all’anno.
Il secondo progetto consiste nel mettere in campo una flotta di sistemi di inferenza sovrana, ovvero un parco di centri di calcolo dedicati all’esecuzione quotidiana dei modelli. Nel breve termine, l’Europa dovrà accettare di affidarsi a Nvidia su questo punto. Rifiutare l’acquisto di processori americani con il pretesto della dipendenza equivarrebbe a confondere lo stock con il flusso: il rischio strategico risiede nelle forniture future e negli accessi al software revocabili, e non nelle infrastrutture fisiche installate. La sovranità di questa flotta non dipende dall’origine dei suoi componenti, ma da due condizioni imprescindibili: la sua ubicazione sul territorio europeo e la sua gestione esclusiva da parte di soggetti europei. Un centro dati situato in Europa, ma gestito da un soggetto terzo straniero, può essere disconnesso a distanza, istantaneamente; un centro gestito da un’azienda europea, con hardware importato, offre, nel peggiore dei casi, diversi anni di tregua prima dell’obsolescenza tecnologica, un lasso di tempo sufficiente per ribaltare i rapporti di forza. Questa valutazione non ha nulla di utopistico: le proiezioni più prudenti sulla domanda indicano che, entro il 2028, il fabbisogno di inferenza di un grande paese europeo supererà ampiamente l’insieme delle capacità attualmente pianificate nel continente. Il pericolo imminente è la carenza di infrastrutture, non l’eccesso di capacità. A questo punto, Nvidia e AMD rimangono imprescindibili, ma la sovranità hardware presuppone, nel medio termine, di spostare una quota crescente dell’inferenza verso acceleratori specializzati (ASIC) e, nel lungo termine, di controllare l’intero stack: interconnessione, memoria, packaging, compilatori e librerie, e non un singolo chip isolato. Sviluppare fin da ora una filiera europea di acceleratori è un passo naturale per ampliare la flotta di inferenza.
Per questa flotta, puntare a una capacità compresa tra 2 e 3 GW entro il 2030 comporterebbe un investimento da 66 a 101 miliardi di euro in cinque anni, se ci si basa sui costi unitari indicati dallo stesso progetto Prométhée (circa 33,4 miliardi di euro per gigawatt di capacità installata e 0,8 miliardi all’anno per la gestione) . Se l’ordine di grandezza è impressionante, è proprio il rigore del piano finanziario a garantirne la credibilità.
L’equilibrio economico di un parco di questo tipo dipende da due variabili fondamentali: il tasso di utilizzo delle capacità e il deprezzamento accelerato dei chip, che perdono la maggior parte del loro valore in quattro o cinque anni. Il primo rischio può essere neutralizzato ricorrendo a locatari di riferimento. Questi clienti strategici garantiranno la redditività dell’infrastruttura grazie a contratti vincolanti di tipo «take-or-pay» (l’impegno a pagare la capacità riservata, indipendentemente dal fatto che venga utilizzata o meno). Tali impegni saranno sottoscritti dalla pubblica amministrazione, dal gestore di competenze del terzo progetto e dalle grandi imprese europee i cui piani di continuità operativa richiedono proprio una capacità di ripiegamento sul territorio nazionale. Il secondo rischio è gestito dall’architettura del capitale. Il nucleo del round di finanziamento deve riunire investitori a lungo termine (Caisse des dépôts, Banca europea per gli investimenti, fondi infrastrutturali), sostenuti da una tranche di prima perdita assunta dallo Stato, al fine di rassicurare i capitali privati, come spiegano giustamente gli autori della nota Prométhée. Calibrato sul rischio di svalutazione, questo contributo pubblico iniziale rappresenterebbe dal 10 al 20% del totale, ovvero da 2 a 4 miliardi di euro all’anno. Il resto del capitale verrebbe raccolto presso fondi sovrani desiderosi di proteggersi dalla propria dipendenza dal duopolio sino-americano, come la Norvegia, in grado di combinare la potenza del proprio fondo da 1.800 miliardi di euro con i propri vantaggi nel settore idroelettrico, o gli Stati del Golfo, il cui interesse è già concretizzato dalla presenza del fondo emiratino MGX nel capitale di Campus AI, al fianco di Mistral, Bpifrance e Nvidia.
L’analisi degli autori di Prometeo riguardo alla necessità di ridurre il rischio per le potenze medie è corretta. La nostra proposta consiste semplicemente nell’orientare questa dinamica verso un asset redditizio in tutti gli scenari tecnologici. Questa flotta di inferenza costituisce al tempo stesso uno scudo contro le interruzioni di accesso, il supporto fisico della nostra dottrina delle opzioni e un patrimonio tangibile il cui valore residuo, ancorato agli edifici, alla rete elettrica e ai terreni, ne fa l’investimento più solido dell’intero portafoglio.
Il terzo ambito di intervento riguarda il custode delle competenze di addestramento. Si tratta di una riformulazione, più esigente, del ruolo dell’attore di ripiego. La funzione strategica di Mistral, dal punto di vista dello Stato, non risiede nel suo catalogo di modelli, ma nel fatto di essere oggi l’unico luogo in Europa dove il know-how relativo all’addestramento dei grandi modelli – quella forma di capitale umano e collettivo che non si acquista in diciotto mesi – esiste e si rinnova. Questo know-how diventa tanto più prezioso in quanto la via del recupero attraverso la distillazione si sta chiudendo: domani, bisognerà o saper addestrare da soli, oppure essere completamente dipendenti.
La base degli appalti pubblici pluriennali (difesa, sicurezza, funzioni sovrane) deve essere dimensionata e disciplinata contrattualmente per adempiere a questa funzione: mantenere una squadra di livello mondiale in condizioni di addestramento continuo, a una distanza ragionevole dal confine, con obiettivi di capacità verificabili. Concretamente, si tratta di un impegno di acquisto vincolante compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro all’anno per un periodo da cinque a sette anni, a cui si aggiunge un budget dedicato all’addestramento compreso tra 0,5 e 1 miliardo all’anno, per un totale di 2-3 miliardi di euro all’anno. Grazie a questa leva, lo Stato si assicura un’opzione. Questa formula comporta una contropartita impegnativa: il sostegno è condizionato e reversibile. Se il fornitore designato non rispetta in modo duraturo gli obiettivi fissati, l’appalto può essere trasferito a un altro soggetto, consorzio, nuova struttura o team ricostituito attorno alle stesse infrastrutture. Non si punta su un’impresa, ma su una competenza, ovunque essa si trovi. Detto questo, senza un garante della competenza, l’opzione di frontiera non esiste, indipendentemente dal capitale disponibile nel momento in cui si volesse avvalersene.
Quarto ambito di intervento: la capacità di valutazione autonoma e la mappatura delle dipendenze. Valutare in modo autonomo le prestazioni effettive, le vulnerabilità e gli utilizzi critici dei modelli più avanzati costa circa 100 milioni di euro all’anno a livello europeo. Tale valutazione determina la classificazione ufficiale degli utilizzi (quelli in cui la dipendenza è accettabile, quelli che richiedono una soluzione alternativa e quelli che la escludono), la credibilità dei negoziati di accesso e, soprattutto, l’interpretazione degli indicatori da cui dipende la decisione di esercitare l’opzione. È il sistema nervoso della dottrina, che la rende operativa e mobilitabile.
Il quinto ambito di intervento riguarda la negoziazione collettiva delle garanzie di accesso. È opportuno chiarire con precisione quali elementi potrebbero fornire all’Europa una vera leva, contrariamente all’idea diffusa secondo cui basterebbe la dimensione del mercato europeo. Infatti, in un contesto di carenza di capacità di calcolo, la perdita di clienti europei incide solo marginalmente sui laboratori statunitensi, che riassegnano senza difficoltà la potenza liberata alla loro domanda interna o alla propria ricerca. Il semplice status di «acquirente interessato» è quindi strutturalmente inoffensivo.
Il vero fulcro strategico europeo si trova altrove. Risiede innanzitutto nella nostra offerta infrastrutturale: l’Europa, e in particolare la Francia, può offrire ai fornitori americani una risorsa di cui sono gravemente carenti, ovvero siti allacciati alla rete e elettricità decarbonizzata in abbondanza, in cambio di garanzie contrattuali di accesso ai modelli migliori. Questo meccanismo presenta una preziosa caratteristica asimmetrica: una volta che il centro di calcolo è stato insediato sul territorio europeo, il capitale investito diventa ostaggio del rapporto. Il fornitore che venisse meno ai propri impegni si ritroverebbe con miliardi di asset privati privi di energia, mentre il governo americano, se tentasse di imporre restrizioni, si scontrerebbe con la potente lobby delle proprie aziende.
Questa leva si basa poi sulla coalizione dei colli di bottiglia industriali. Il monopolio di ASML non è un caso isolato; la catena del valore globale dei semiconduttori dipende anche dalle ottiche dell’azienda tedesca Zeiss, dai laser dell’azienda tedesca Trumpf e dalle architetture di memoria delle aziende sudcoreane SK Hynix e Samsung. Coordinata tra L’Aia, Berlino, Seul e Tokyo, questa posizione collettiva ha un peso geopolitico che la semplice domanda commerciale non possiede più. A questa struttura si aggiungono le classiche clausole contrattuali: preavviso, continuità del servizio, deposito dei parametri del modello presso una terza parte di fiducia in caso di interruzione dell’accesso, nonché una condizione troppo spesso elusa: la sicurezza assoluta delle nostre reti, poiché nessun laboratorio accetta di affidare i propri modelli più preziosi a infrastrutture ritenute vulnerabili. Certo, nessuna di queste garanzie equivale alla piena e totale sovranità, e gli eventi recenti ci ricordano che un accesso concesso può essere revocato. Tuttavia, combinate con la nostra flotta di inferenza e la nostra gestione delle competenze, queste garanzie stravolgono le regole del gioco: l’interruzione dell’accesso non condanna più l’Europa alla paralisi, ma impone al fornitore un costo di migrazione proibitivo. Pertanto, la dissuasione economica non elimina la dipendenza, ma ne rende onerosa la gestione.
Complessivamente, il costo di questo pilastro per la Francia e i suoi partner si attesta tra i 5 e i 7 miliardi di euro all’anno, pari a circa lo 0,2% del PIL francese. Tale importo va confrontato con l’1,5% richiesto per la sola componente pubblica di Prométhée e con il 4,5-8% del suo costo complessivo. In questi cinque anni, il nostro approccio mobilita da 90 a 135 miliardi di dollari, finanziati in larga misura dal settore privato e garantiti dai ricavi operativi. Mentre Prométhée impiega somme prevalentemente pubbliche, noi proponiamo di mobilitare un capitale prevalentemente privato, garantito da attività produttive e da ricavi operativi. Forti di questo percorso di solidità, passiamo ora all’analisi dei due scenari massimalisti.
Settore A: se la mercificazione prende piede, l’offensiva passa attraverso la diffusione
Se i prossimi diciotto mesi confermeranno l’ipotesi incrementale, caratterizzata da un restringimento delle prestazioni, da una mercificazione delle capacità e da una guerra dei prezzi di cui il riposizionamento di Meta è il segnale precursore, il baricentro strategico si sposterà definitivamente verso la diffusione, ovvero l’effettiva adozione dell’IA da parte del tessuto economico. Come ha evidenziato il rapporto Draghi, il ritardo europeo in termini di produttività è tanto un ritardo nell’adozione quanto nella produzione. I 1.000 miliardi di euro di spesa annuale citati da Arthur Mensch 6 saranno assorbiti dai modelli effettivamente implementati sul campo, e non necessariamente dalle architetture di front-end più complesse. In questo contesto, il costo di utilizzo, la velocità di esecuzione, l’integrazione con i processi aziendali, la conformità normativa, la localizzazione dei dati e la gestione dei flussi di lavoro degli agenti diventano le variabili chiave della concorrenza. Tutti ambiti in cui gli attori europei possono costruire un vantaggio comparativo duraturo. La nazionalità del fornitore mantiene inoltre un’importanza strategica fondamentale per quanto riguarda la ridistribuzione del valore generato in Europa, lo sfruttamento dei dati di utilizzo per arricchire i modelli futuri o la resilienza di fronte a potenziali restrizioni.
In questo scenario tecnologico, occorre attivare immediatamente diverse leve. Si tratta innanzitutto delle leve pubbliche che consentono di accelerare la diffusione dell’uso dell’IA: il prezzo dell’elettricità, fattore chiave del costo d’uso; gli appalti pubblici, che fungono da cliente di riferimento; la pubblica amministrazione, che rimane il principale acquirente di servizi intellettuali del continente; la creazione di patrimoni comuni di dati settoriali nei settori della sanità, dell’industria e della mobilità; l’impegno nella formazione; nonché una revisione normativa che incoraggi attivamente l’implementazione operativa.
In secondo luogo, la preferenza europea deve essere calibrata con rigore per non costituire un freno alla diffusione. Una preferenza generalizzata potrebbe infatti far lievitare artificialmente il costo dell’IA per l’intera economia, mentre è essenziale favorirne la diffusione su larga scala. Peggio ancora, una preferenza cieca rischierebbe di dotare i nostri ospedali, le nostre reti e le nostre amministrazioni di strumenti di difesa informatica di secondo ordine, mentre le capacità offensive all’avanguardia degli avversari stanno diventando sempre più comuni. Tale preferenza deve quindi essere duplamente limitata: deve essere riservata agli usi critici identificati dal nostro quadro di riferimento e subordinata a soglie di prestazione verificate in modo sovrano. Nessun meccanismo di preferenza deve essere applicato senza una soglia minima di efficacia: se l’attore europeo si dimostra incapace di mantenere il livello richiesto in un determinato segmento, la clausola viene automaticamente sospesa. Si tratta di una condizione fondamentale per allineare la preferenza economica alle esigenze di sicurezza che essa pretende di servire.
Per costruire questa dottrina di politiche pubbliche sarà necessario influire su un rapporto di forze già in atto, ma ancora del tutto aperto. Il Cloud and AI Development Act, presentato il 3 giugno 2026 come elemento centrale del Tech Sovereignty Package, propone un quadro a quattro livelli di requisiti di sovranità per gli appalti pubblici nel settore del cloud, ma questo testo è ancora solo una proposta: il suo contenuto effettivo si definirà nel corso dei negoziati tra il Parlamento europeo e il Consiglio, dove il grado effettivo di requisiti rimane oggetto di discussione. La nostra raccomandazione mira quindi a influenzare tali negoziati, piuttosto che a convincere una Commissione che parlerebbe all’unisono, sapendo che in essi continuerà a riflettersi il compromesso interno tra una DG GROW, più favorevole a una politica industriale decisa, e una DG COMP, più orientata alla neutralità concorrenziale.
Ramo B: lo scenario della fuga e l’esercizio dell’opzione
Se gli indicatori di prestazione dei modelli confermano tuttavia lo scenario di “fuga”, caratterizzato da un ampliamento dei divari nelle attività lunghe e complesse, da ripetuti balzi di prestazione, da un esaurimento delle architetture aperte e da un inasprimento dei controlli di accesso per decisione statunitense o cinese, lo sforzo di frontiera diventa pienamente giustificato. La nostra base sarà quindi stata concepita proprio per rendere possibile questa ambizione, a costi e rischi inferiori. Questo ramo operativo non fa altro che riprendere la sostanza del progetto Prometeo, ma viene attivato in un momento in cui esso diventa un’opzione certa e vincente (dal punto di vista della sovranità, della tecnologia e del commercio).
Questo lancio si discosterebbe tuttavia dalla prima impresa titanica sotto cinque aspetti fondamentali.
In primo luogo, la situazione di partenza è solida: le infrastrutture energetiche, i siti collegati, la flotta di calcolo per l’inferenza e i team di addestramento esistono già. I costi aggiuntivi si concentrano esclusivamente sul calcolo di addestramento vero e proprio, preservando così le risorse pubbliche durante la fase di avvio. L’attivazione di questa opzione non rende il confine economico, ma garantisce una decisione informata, un terreno pronto e un onere condivisibile.
In secondo luogo, il fattore scatenante si basa su parametri empirici accertati e non su un’ipotesi teorica. Tuttavia, il contesto geopolitico che imporrebbe l’attivazione di tale opzione modificherebbe profondamente anche gli equilibri: un inasprimento delle condizioni di accesso imposto da Washington legittimerebbe la nostra coalizione, dissiperebbe le esitazioni dei nostri partner, paralizzati dal timore di scontentare l’alleato americano, e accelererebbe l’emergere di architetture alternative per i chip.
In terzo luogo, la coalizione assumerebbe una forma ristretta e a geometria variabile, strutturata attorno al nostro gestore delle competenze piuttosto che a un nuovo organismo creato ex novo. Lo Stato interverrebbe in qualità di garante del controllo strategico, e non come responsabile scientifico. Se la filosofia del Commissariato per l’energia atomica, citata da Prométhée, è quella giusta, il meccanismo del trattato proposto, ovvero diritti di accesso garantiti a fronte di un contributo finanziario iniziale, deve essere esteso oltre i confini dell’Unione europea. Deve includere il Regno Unito, la Svizzera e la Norvegia per le loro competenze e la loro energia, il Giappone e la Corea del Sud per la filiera dei semiconduttori, nonché gli Stati del Golfo per il loro capitale. Tutti questi paesi hanno un interesse vitale comune: aggirare il duopolio sino-americano.
In quarto luogo, il finanziamento si baserebbe sulla collaudata architettura della flotta di inferenza, con un apporto di capitale a lungo termine da parte dei principali fondi sovrani, remunerato da diritti d’uso garantiti piuttosto che da semplici promesse di rendimento finanziario.
Infine, l’obiettivo strategico non si baserebbe più sulla promessa incerta di «raggiungere i leader in tre anni», la cui fragilità è stata evidenziata dalle recenti dinamiche di mercato. L’ambizione sarebbe quella di entrare nel gruppo di testa entro mezzo decennio, seguendo un percorso di apprendimento realistico, in linea con la storia industriale dei processi di recupero tecnologico sostenuti da ingenti investimenti.
I fattori scatenanti e la governance della decisione alla base della nostra proposta
Una dottrina opzionale ha valore solo se un organo ne monitora gli indicatori critici ed è autorizzato ad attivarne l’attuazione. Eppure, è proprio questo il punto cieco del dibattito attuale, che accumula analisi strategiche senza dotarsi di un organo decisionale. Per ovviare a questo problema, la nostra proposta si articola attorno a tre disposizioni concrete, accomunate da un principio trasversale: la geometria variabile. Nessuno dei progetti che seguono deve essere subordinato all’unanimità dei Ventisette, i cui interessi nazionali sono troppo divergenti per consentire l’attuazione di una politica di potere in materia. Occorre infatti fare affidamento fin dall’inizio su un nucleo di Stati determinati.
In primo luogo, la gestione richiede un quadro di controllo pubblico degli indicatori di scenario, gestito da un’autorità di valutazione sovrana, in collaborazione con l’Ufficio europeo per l’IA, ma indipendente dalla sua autorità di riferimento. Questo strumento consentirebbe di misurare oggettivamente l’evoluzione dei divari di prestazione nell’esecuzione di compiti complessi da parte degli agenti, e non solo le classifiche di preferenza, la frequenza e la portata delle restrizioni di accesso statunitensi e cinesi, la vitalità del flusso di modelli aperti, l’inasprimento delle protezioni contro la distillazione tecnologica, il tasso di penetrazione degli agenti autonomi nell’economia reale, nonché la maturità industriale dei chip alternativi a Nvidia. Questo quadro di controllo sarebbe oggetto di una revisione trimestrale secondo criteri predefiniti, il cui superamento innescherebbe l’attivazione dei protocolli.
In secondo luogo, la governance deve basarsi su un mandato decisionale chiaramente definito e volutamente flessibile. Gli Stati impegnati nel cofinanziamento, siano essi europei o meno, costituirebbero un comitato direttivo dei contributori, mentre la Commissione europea fornirebbe supporto tecnico e giuridico, senza tuttavia disporre di un diritto di veto. Si tratta dell’architettura collaudata dei grandi successi industriali del continente, dall’Airbus alla cooperazione spaziale, in netto contrasto con le iniziative multilaterali che si perdono nella governance. La decisione di avviare lo sforzo pionieristico rientra nella sfera politica e di bilancio. Deve basarsi su scenari quantificati e costantemente aggiornati, per non essere improvvisata nell’urgenza di una crisi di accesso tecnologico.
In terzo luogo, il sistema deve includere una componente privata, poiché la criticità di queste tecnologie riguarda in primo luogo le imprese. I consigli di amministrazione europei devono considerare l’accesso ai modelli come un rischio di approvvigionamento di primaria importanza. Ciò implica l’attuazione di politiche basate su due fornitori di inferenza, il collaudo rigoroso di piani di continuità che prevedano il passaggio a modelli gestiti sotto giurisdizione europea e l’introduzione di clausole contrattuali vincolanti in materia di preavviso. L’intero arsenale operativo deve quindi essere strutturato traendo tutti gli insegnamenti dalla prova del fuoco subita questa primavera, con la sospensione parziale dell’accesso a Mythos e Fable.
Il prezzo dell’indipendenza della Francia e dell’Europa
Il riferimento alle parole pronunciate da de Gaulle a Rambouillet — «È molto costoso, ma è il prezzo dell’indipendenza» — è di grande impatto, ma mette anche in luce ciò che potrebbe indebolire il progetto Prometeo. Se la deterrenza nucleare è stata una scommessa tecnologica audace, la sua forza è risieduta nella capacità della Francia di trasformare una dipendenza iniziale (l’acqua pesante norvegese sottratta nel 1940, le competenze balistiche tedesche recuperate nel 1946) in una filiera nazionale chiusa in quindici anni, dal plutonio di Marcoule (1956) ai missili dell’altopiano di Albion (1971). Questo completamento è stato reso possibile dall’abbandono della tecnologia dell’acqua pesante, che dipendeva da approvvigionamenti esterni, a favore della filiera grafite-gas.
L’obiezione fondamentale alla ricerca di un modello di frontiera a breve termine non riguarda solo il costo del progetto, ma anche la sequenza degli investimenti. A nostro avviso, occorre innanzitutto costruire le basi che lo rendono possibile: l’energia, le infrastrutture, le competenze e le istituzioni decisionali. Occorre dare priorità a ciò che richiede tempo. Se le ipotesi dei promotori di Prométhée dovessero confermarsi, il nostro approccio avrà almeno il merito di preparare il terreno: il progetto troverà allora partner determinati e un mercato dei componenti potenzialmente libero dagli attuali monopoli.
In un mondo incerto, la sovranità tecnologica e industriale non passa attraverso una scommessa massimalista, ma attraverso un piano solido in grado di tenere conto di tutti gli scenari tecnologici. Ciò implica la capacità di prosperare se la tecnologia diventa di uso comune, di proteggersi se gli accessi vengono chiusi e di lanciarsi nella corsa all’innovazione al momento giusto. Questa base industriale, che proponiamo come opzione, costa quasi dieci volte meno dell’operazione Prometeo e non richiede l’autorizzazione di nessuno a Washington.
Fonti
Meta ha lanciato Muse Spark 1.1 all’inizio di luglio 2026, presentato dalla stampa come un’offerta a basso costo destinata a un utilizzo di massa. Cfr. Harshita Mary Varghese, Katie Paul, « Meta debuts Muse Spark 1.1 model with preview open to developers », Reuters, 9 luglio 2026.
Su Mythos, le sue straordinarie competenze in materia di sicurezza informatica e le restrizioni al suo accesso (Project Glasswing).
METR, « Measuring AI Ability to Complete Long Tasks » (2025) : la durata delle attività svolte in autonomia con un’affidabilità del 50 % raddoppia all’incirca ogni sette mesi.
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Per raggiungere in auto l’azienda di robotica situata a Yizhuang partendo dal complesso di laboratori di intelligenza artificiale del distretto di Haidian, ci vorrà circa un’ora 1. Percorriamo quasi metà della quinta circonvallazione (ring road) della capitale, che si estende per novantotto chilometri e circonda una città che i miei amici occidentali — molti dei quali sono a Pechino per la prima volta — non smettono di definire vasta e incomprensibile. « L’urbanistica è davvero pessima », commenta uno di loro.
Pechino ha un soprannome: la «Pyongyang dell’Occidente».
Come è noto, la città non si è sviluppata nell’ottica del progresso tecnologico o del benessere dei suoi abitanti. È stata costruita per essere l’espressione visibile della volontà delle più alte istanze dello Stato. Interi quartieri sono chiusi al pubblico, del tutto invisibili: i complessi residenziali dell’amministrazione del Partito, le zone delle ambasciate e gli alloggi ad esse annessi, i parchi imperiali ereditati dalle dinastie Ming e Qing…
Sulla mappa, queste zone sono interamente ombreggiate in grigio. Non è possibile ingrandire. Non resta che aggirarle.
Sui viali periferici: una metafora e un’indagine
Alla fine di aprile, insieme ad autori e ricercatori specializzati in IA, abbiamo partecipato a un viaggio di studio di nove giorni 2 durante il quale abbiamo visitato i principali laboratori cinesi di IA a Pechino, Hangzhou, Shanghai e Shenzhen.
Questo viaggio si è svolto in un contesto caratterizzato da due eventi chiave per il panorama cinese dell’intelligenza artificiale. Le autorità di regolamentazione avevano bloccato l’acquisizione da parte di Meta, per 2 miliardi di dollari, di Manus AI — una start-up specializzata in agenti autonomi il cui prodotto era diventato virale —, che aveva tentato di nascondere le proprie origini cinesi tramite un’entità con sede a Singapore. Contemporaneamente, DeepSeek aveva lanciato V4, un modello molto atteso per la sua impressionante valutazione — 50 miliardi di dollari — e per l’identità del principale investitore che lo sosteneva: il China Integrated Circuit Industry Investment Fund, un fondo creato per finanziare i pilastri della sovranità tecnologica: chip, wafer, attrezzature legate alla litografia e capacità di produzione di semiconduttori. È la prima volta che questo fondo investe in un’azienda specializzata esclusivamente nei modelli linguistici di grandi dimensioni 3.
In Cina, la maggior parte dei ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale si concentra con un’intensità quasi monastica sulla tecnologia e nient’altro.Vattene
Bloccati così nel traffico sulla quinta tangenziale di Pechino, guardando le auto scintillanti che, corsia dopo corsia, si adeguano a un tracciato imposto dagli imperatori di un’altra epoca, è difficile non vedere una metafora perfetta dell’industria cinese dell’IA: il suo percorso segue esattamente, senza potersene discostare, il tracciato che gli uomini più potenti del Paese le consentono. L’industria cinese dell’IA è oggi il flusso sanguigno dell’innovazione e della forza produttiva del Paese. Eppure, è incanalata in vasi che non ha creato lei stessa.
In Cina, la maggior parte dei ricercatori nel campo dell’intelligenza artificiale si concentra con un’intensità quasi monastica sulla tecnologia e nient’altro. A differenza dei loro omologhi della Silicon Valley, non sembrano considerarsi dei « missionari » incaricati non solo di spingere oltre i limiti delle capacità dei modelli linguistici, ma anche di riflettere sul destino dell’umanità.
Perché i ricercatori cinesi nel campo dell’intelligenza artificiale non si interessano ad argomenti diversi dall’intelligenza artificiale stessa — come l’economia o i rischi sociali a lungo termine? Mentre nella Silicon Valley una manciata di aziende e laboratori all’avanguardia si è assunta questo compito, in Cina chi se ne sta davvero occupando?
Il contratto sociale implicito
Nathan Lambert, uno dei più importanti ricercatori nel campo dell’IA al giorno d’oggi, formula un’ipotesi: sarebbero più umili, meno spinti dal proprio ego, più disposti a svolgere un lavoro discreto per migliorare i modelli — « molto meno ricercatori cinesi hanno opinioni sofisticate » sull’economia o sui rischi sociali a lungo termine della tecnologia, e pochissimi di loro desiderano averne 4.
Questa osservazione non è oggettivamente errata. In una visione culturalista essenzialista, si potrebbe attribuire questa differenza al « temperamento degli ingegneri cinesi ».
Ma mi sembra che ci sia un’altra dimensione sottesa, che non ha nulla a che vedere con il temperamento.
La questione di chi definisca il futuro deve sempre essere risolta ben prima di quella relativa a chi lo realizzi. Nella Silicon Valley, la risposta è chiara: è l’industria, in particolare i dirigenti delle aziende di IA, a capo di ricchezze colossali, a scrivere il futuro. In Cina, la situazione è altrettanto chiara: è lo Stato a pianificare il futuro — e l’industria dell’IA non è che uno strumento per la sua attuazione.
In altre parole, anche in un settore in rapida evoluzione, l’IA come tecnologia esiste in Cina come un sotto-ambito degli obiettivi dello Stato ed è addirittura entrata a far parte del vocabolario proprio dello Stato: modernizzazione, trasformazione, nuove forze produttive di qualità — le parole chiave attraverso le quali la Repubblica Popolare descrive il proprio futuro industrializzato.
Il piano « IA Plus » del settembre 2025 e il 15° piano quinquennale del marzo 2026 hanno chiaramente indicato che l’impatto dell’IA sul lavoro era ben presente ai massimi livelli della pianificazione statale e che l’IA doveva « accelerare l’autonomizzazione in tutti i settori ». Quando lo Stato è il protagonista di questo futuro, è proprio questo contratto sociale implicito a determinare ciò che un’azienda tecnologica cinese deve fare o prendere in considerazione, e ciò che non deve fare o prendere in considerazione.
In virtù di tale contratto, le questioni filosofiche ed economiche più complesse — l’intelligenza artificiale e la sostituzione dei posti di lavoro; l’intelligenza artificiale e le disuguaglianze; l’intelligenza artificiale e il senso dell’esistenza umana — non rientrano nelle competenze di queste aziende tecnologiche. Sono di competenza dello Stato e delle istituzioni universitarie che lo Stato finanzia e sostiene.
Questa gerarchia e questa suddivisione dei compiti sono immediatamente evidenti nel modo in cui i ricercatori parlano dei propri lavori.
È vero che sono note le dichiarazioni pubbliche secondo cui anche le aziende cinesi starebbero cercando di raggiungere l’intelligenza artificiale generale (AGI): Liang Wenfeng di DeepSeek, Yang Zhilin di Moonshot AI e Yan Junjie di MiniMax hanno espresso ambizioni in tal senso. Ma quando abbiamo intervistato i ricercatori di questi laboratori, la risposta che abbiamo ottenuto era sempre la stessa frase modesta: « Voglio che l’IA mi sostituisca. » I fondatori delle aziende di robotica lo esprimevano in modo appena diverso: «& «Vogliamo che l’adozione della robotica risolva la carenza di manodopera.» È tutta un’arte saper trasmettere un messaggio senza dire troppo: di fronte a un gruppo di occidentali che potrebbero prendere nota di tutto ciò che dici, la cosa più sicura è dire il meno possibile per non rischiare di andare contro la linea ufficiale.
È lo Stato cinese a pianificare il futuro: il settore dell’IA non è che uno strumento per attuare tali piani.Afra Wang
Abbiamo tuttavia alcuni indizi su quale potrebbe essere la visione cinese dell’AGI 5. Mentre la Silicon Valley immagina «l’auto-miglioramento ricorsivo» — un’esplosione di intelligenza guidata dal software, in cui l’IA crea IA in un ciclo continuo — il pensiero cinese sembra convergere verso qualcosa di molto più concreto: un’intelligenza di livello umano che dovrebbe interagire costantemente con il mondo fisico per avere un senso. Secondo questa logica, Stati Uniti e Cina sarebbero impegnati in percorsi diversi. Laddove l’auto-miglioramento ricorsivo presenta l’IA come l’artefice del proprio futuro e il laboratorio che la costruisce come il custode di questa capacità di agire, una visione più incarnata mantiene l’IA al rango di strumento — semplicemente come una tecnologia impiegata per prevedere il tempo, facilitare il lavoro nelle fabbriche, negli ospedali, sulle strade… Quando è lo Stato a pianificare, è più semplice integrare nuovi elementi piuttosto che una nuova realtà.
Nella Silicon Valley, l’opinione generale è che il futuro sarà sempre « ciò che la Valle costruisce » — e ciò che la logica di mercato finisce sempre per rendere inevitabile. I suoi « prescelti » ritengono che la tecnologia all’avanguardia delle loro aziende rivoluzionerà profondamente l’umanità, ma che la « singolarità tecno-capitalista » finirà sempre per imporsi. Sono spinti da un imperativo dissonante che si potrebbe riassumere così : «& «il futuro sarà forse un paradiso o una catastrofe, ma in ogni caso sarà plasmato da noi». La combinazione di una società civile dinamica, di un livello di capitalizzazione assurdamente colossale e della certezza di essere i protagonisti della storia produce un certo tipo di ego e un particolare senso di responsabilità.
In Cina, l’unico attore in grado di guidare il futuro è lo Stato. In questo contesto, l’IA non è considerata né una tecnologia d’élite da contenere 6, né una minaccia antiegualitaria. È vista come lo strumento dello Stato per realizzare un’evoluzione darwiniana radicale: far passare la società cinese a uno stadio più evoluto grazie alla tecnologia. Uno strumento del genere non ha il diritto di interpretare se stesso. Questo compito spetta a chi detiene il mandato: le imprese costruiscono; lo Stato decide poi perché ciò è stato costruito.
In Cina non c’è una corsa all’intelligenza artificiale
Nel dibattito occidentale, la corsa all’intelligenza artificiale tra Stati Uniti e Cina sarebbe il fulcro della questione.
La Silicon Valley ha capito già da tempo che convincere Washington dell’idea di una competizione con la Cina era un modo rapido per ottenere praticamente tutto ciò che voleva. Nella capitale degli Stati Uniti, come documentato da Yi-Ling Liu 7, il segreto di Pulcinella è che « basta associare la parola Cina a qualsiasi cosa per sbloccare la situazione ». Il controllo delle esportazioni è la doxa, la posizione politicamente sicura, l’argomento che permette di entrare nel mainstream. La Cina è percepita attraverso una lente ristretta da molti, sia a San Francisco che a Washington: potenza di calcolo, punteggi dei benchmark, pubblicazioni open-weight, scorte di chip.
In un contesto occidentale in cui ogni discussione sull’IA assume rapidamente una connotazione politica, la corsa all’IA tra Stati Uniti e Cina non è un argomento qualsiasi. È diventata l’argomento per eccellenza.
Eppure in Cina questa competizione non esiste. Nei laboratori di intelligenza artificiale, i ricercatori semplicemente non ritengono di essere in gara.
Tra gli intellettuali cinesi, soprattutto tra gli esperti di relazioni internazionali e coloro che si occupano della competizione tra grandi potenze, si tende a presentare Pechino come « quasi alla pari » (near-peer) con Washington. Una certa élite ha fatto proprio questo termine come segno della nuova normalità. Tuttavia, in materia di intelligenza artificiale, quasi nessuno crede che la Cina sia quasi alla pari con la Silicon Valley. I risultati ottenuti dalla Cina in questo campo nell’ultimo anno sono troppo numerosi per essere contati. Ma il settore dipende ancora fondamentalmente dalla Silicon Valley.
Nel lavoro senza fine che consiste nel dare un nome alla nostra nuova realtà, i ricercatori cinesi si limitano a prendere pazientemente appunti.Afra Wang
Numerosi media cinesi specializzati si stanno costruendo un pubblico e una legittimità riprendendo e traducendo il discorso della Silicon Valley per il loro pubblico cinese. Tutti i ricercatori che abbiamo incontrato utilizzavano massicciamente Claude, accedendo al modello tramite una soluzione alternativa 8. Quasi tutti i laboratori cinesi di IA considerano la capacità di codifica una priorità assoluta, in parte perché la « corsa al codice » tra ChatGPT e Claude ha definito quella che ora è considerata la nuova frontiera.
DeepSeek V4 è stato lanciato in un silenzio generale particolarmente eloquente. Il rilascio di questo nuovo modello sarebbe stato ritardato dalla migrazione della sua infrastruttura di addestramento da Nvidia a Huawei Ascend. La versione V4 è in grado di elaborare enormi volumi di testo, con migliori capacità di programmazione e una nuova architettura ibrida di elaborazione delle informazioni — progressi che avrebbero potuto far parlare di sé… un anno fa 9. Sul campo, nessuno lo paragonava a Mythos di Anthropic o a GPT-5.5. Sul web cinese, invece, si discuteva piuttosto della scheda tecnica di 245 pagine di Claude Mythos Preview, cercando di capire a cosa i cinesi non potessero avere accesso. Secondo una stima approssimativa, gli Stati Uniti avrebbero circa sette mesi di vantaggio sulla Cina 10. In realtà, il divario potrebbe essere in fase di ampliamento 11.
Mentre le capacità dell’IA progrediscono a un ritmo vertiginoso, la tassonomia rappresenta una forma di soft power. Ebbene, quest’ultima si trova, ancora una volta, nella Silicon Valley: Anthropic inventa l’« IA costituzionale », Karpathy lancia il concetto di « vibe coding » 12, Mollick quello di « jaggedness » 13. Nel lavoro senza fine che consiste nel dare un nome alla nostra nuova realtà, i ricercatori cinesi si limitano a prendere pazientemente appunti.
Questa asimmetria è evidente anche ad altri livelli. Quasi tutti i laboratori che abbiamo visitato erano, in modo più o meno discreto, lusingati dalla nostra visita. La maggior parte ci ha mostrato screenshot di dichiarazioni di grandi personalità del settore — da Elon Musk al creatore di Open Claw Peter Steinberger, passando per Jensen Huang — che hanno speso parole di elogio su un modello cinese. Tutte queste aziende stavano lavorando alacremente alla loro presenza in lingua inglese su X. Quando la conversazione si spostava sulle soluzioni hardware, l’elemento più saliente era l’insaziabile appetito per Nvidia. Quando ho chiesto a un fondatore se i suoi laboratori utilizzassero Huawei, mi ha risposto: «È obbligatorio acquistare prodotti Huawei» — prima di aggiungere «ma non utilizziamo i chip Huawei».
Il complesso di inferiorità rimane molto presente. I reali punti di forza della Cina — energia elettrica in abbondanza, una società e uno Stato uniti nel loro ottimismo nei confronti dell’IA, un bacino di talenti molto ricco — non sono stati praticamente menzionati dai nostri interlocutori. «I migliori talenti continuano a lasciare la Cina», ha persino osservato con preoccupazione uno di loro.
Il momento Unitree: a cosa servono i robot cinesi?
L’ottimismo orchestrato dalla Cina nei confronti dell’intelligenza artificiale e della robotica è ormai ben documentato.
Il gala del Capodanno cinese, durante il quale i robot umanoidi di Unitree hanno eseguito figure di kung-fu e un numero con i nunchaku, ha fatto il giro dei social network occidentali nel giro di poche ore.
Quando siamo arrivati a Hangzhou, non ero più particolarmente entusiasta all’idea di visitare la sede di Unitree: avevo visto quegli umanoidi in televisione e il loro spettacolo mi aveva colpito, ma da allora il fascino era svanito. La settimana precedente avevamo visitato due aziende di robotica a Pechino e, in una di esse, avevo osservato una macchina Galbot prelevare farmaci da banco dagli scaffali di una farmacia. Sono entrato alla Unitree chiedendomi sinceramente cosa ci potesse essere di nuovo da scoprire.
C’è una cosa che non si riesce a percepire quando si guardano i robot di Unitree ballare su uno schermo: il suono.Afra Wang
In tutte le altre aziende specializzate in intelligenza artificiale, ci avevano dapprima condotti in una sala conferenze dove eravamo stati trattenuti per una lunga sessione di domande e risposte, vera e propria routine. Da Unitree, invece, siamo stati accompagnati direttamente nell’atrio laterale dello spazio espositivo e dimostrativo — proprio dove, poche settimane prima, si era recato Friedrich Merz, il cancelliere tedesco.
All’interno, robot quadrupedi di varie forme sono accovacciati sul pavimento — immobili, pazienti. In fondo alla sala si erge un grande palco, sul quale si trovano diversi umanoidi del modello H1 vestiti con abiti tradizionali cinesi. Più vicino a noi c’è un G1 — un robot argentato, alto circa 130 centimetri e del peso di 35 chilogrammi — già in movimento. Balla nella nostra direzione seguendo una sequenza ben coordinata: prima musica disco degli anni ’80, poi balletto, poi una strana routine autoreferenziale in cui il G1 imita i gesti che si attribuirebbero a un robot goffo — il tipo di macchina rigida e a scatti che la fantascienza ha impresso nel nostro immaginario. La sensazione che mi pervade è la stessa che ho provato la prima volta che ho tenuto un iPhone tra le mani: non solo il gesto è nuovo, ma conferisce un nuovo significato al tatto. Di fronte al robot, si è colti da una vertigine simile.
C’è una cosa che non si riesce a percepire quando si guardano i G1 di Unitree ballare su uno schermo: il suono. A seconda del modello, un G1 può avere tra i 23 e i 43 motori articolati. Quando balla, ciascuno di questi motori emette un piccolo scricchiolio ben definito che la musica diffusa a tutto volume dal suo corpo non riesce a coprire. Questi scricchiolii rendono udibile il suo sforzo meccanico: le articolazioni si coordinano, si bilanciano e ridistribuiscono la massa dei suoi trentacinque chilogrammi di metallo nel corso di una sequenza continua di movimenti complessi. In un video su Twitter, nulla di tutto ciò è percepibile. Ma nella stanza con il robot, è proprio questo suono a rendere la scena surreale.
Più tardi quella sera, cercando di esprimere a parole ciò che avevamo provato, uno di noi mi ha detto che vedere di persona Wang Xingxing, il fondatore di Unitree, era quasi come « incontrare Steve Jobs e il designer Jony Ive nel 2008. Ero molto commosso. »
Lo scrittore di fantascienza Ken Liu definisce questo sentimento « mitologico ». Gli esseri umani, afferma, ricorrono sempre «alla mitologia per esprimere e comprendere la tecnologia», poiché «la tecnologia rivela così profondamente la natura umana da rappresentare una manifestazione dei nostri desideri e dei nostri sogni più profondi». Presso la sede di Unitree, ciò a cui avevamo assistito non era una nuova dimostrazione della potenza di un prodotto. Ciò che stava accadendo in quella stanza assomigliava piuttosto a una forma di timore reverenziale, caratteristica di ciò che Liu definisce mitologia:
Pensate al modo in cui diamo un nome alle nostre tecnologie. Perché gli Stati Uniti hanno deciso di dare ai propri programmi spaziali nomi ispirati agli dei greci e romani? Il modo in cui la tecnologia si manifesta comporta una dimensione mitologica, poiché non è indipendente da ciò che siamo: la tecnologia è il modo in cui sogniamo. Basti pensare al modo in cui le aziende tecnologiche parlano delle loro creazioni e le commercializzano nelle loro campagne di marketing: c’è sempre una dimensione mitologica. 14
Eppure, questa mitologia non è quella di Wang Xingxing. Quando gli chiediamo perché costruisca umanoidi, Wang ci dà la stessa risposta che dà a tutti i giornalisti: perché fa guadagnare soldi. Nel maggio 2026, Unitree Robotics ha presentato una richiesta di quotazione alla Borsa di Shanghai con l’obiettivo di raccogliere circa 610 milioni di dollari per diventare una società quotata già quest’anno. Nella stanza in cui ci trovavamo, di lì a poco ci sarebbero stati un sacco di soldi. Abbiamo chiesto a uno dei primi ingegneri dell’azienda cosa intendesse fare con questa nuova fortuna. Ha abbozzato un piccolo sorriso discreto e, quando abbiamo scherzato dicendogli che avrebbe dovuto sbrigarsi a comprarsi una bella macchina e partire per un viaggio, non ha risposto — senza però dare l’impressione di nascondere i propri sentimenti.
Se si allarga lo sguardo oltre Unitree per considerare l’intero settore della robotica, la situazione ricorda in modo sorprendente quella dell’ecosistema cinese dei veicoli elettrici intorno al 2017: un settore strategico riceve il benestare ufficiale dello Stato e i governi locali, i capitali industriali, le catene di approvvigionamento, gli imprenditori, gli ingegneri e i media vi si riversano tutti contemporaneamente. Nel campo della robotica, ciò si traduce molto concretamente in una valanga di aziende di cui non si riesce nemmeno più a ricordare i nomi. Le «Linee guida del Ministero dell’Industria e delle Tecnologie dell’Informazione sullo sviluppo innovativo dei robot umanoidi», pubblicate nel 2023, hanno di fatto definito ufficialmente la strada da seguire: il documento afferma che i robot umanoidi potrebbero diventare il prossimo prodotto industriale dirompente dopo i computer, gli smartphone e i veicoli elettrici. Ma a differenza di questi prodotti, le applicazioni concrete dei robot umanoidi rimangono limitate.
Alla fine del viaggio, ho ripreso l’aereo per Pechino. Prima di tornare a San Francisco, ho visitato la nuova zona di Xiongan — il cosiddetto « piano millenario », una gigantesca città pianificata a sud-ovest della capitale, concepita per assorbire le funzioni in eccesso di Pechino e diventare un nuovo centro finanziario, amministrativo e di innovazione a basse emissioni di carbonio. I grattacieli scintillanti si stagliano contro un cielo vuoto. Vi abitano pochissime persone. Nessuna delle principali aziende di intelligenza artificiale vi si è insediata.
Quando lo slogan della campagna elettorale prende il sopravvento sul lavoro di innovazione, forse è proprio questo che si sta costruendo sotto i nostri occhi: una Xiongan monumentale — ma innegabilmente vuota.
Fonti
La versione inglese di questa inchiesta è disponibile nella newsletter di Afra Wang « Concurrent ».
Questo viaggio è stato organizzato dalla Substack Artificial Intelligence Library, che riunisce una comunità di autrici e autori impegnati a riflettere sulle grandi trasformazioni contemporanee legate allo sviluppo dell’IA. Ero l’unica persona del gruppo ad essere cresciuta in Cina.
Nell’ecosistema cinese dell’IA, ByteDance, la società madre di TikTok, è l’elefante nella stanza. Tutte le grandi aziende specializzate in modelli linguistici che abbiamo incontrato operano all’ombra del monopolio di ByteDance sul traffico, e quasi tutti i team con cui abbiamo parlato hanno finito per ammettere, in un modo o nell’altro, di temere Doubao — il chatbot di ByteDance e l’unico laboratorio all’avanguardia in Cina il cui codice sorgente è chiuso — che persegue una strategia incentrata sull’adozione su larga scala che nessun concorrente è in grado di eguagliare.
DeepSeek rimane l’azienda più rispettata dell’ecosistema cinese. Come ha scritto Grace Shao, « DeepSeek si occupa sempre più del lavoro di base : architettura, efficienza, ottimizzazione dell’inferenza e, ora, adattamento allo stack. » (vedi: Grace Shao, « Parte 1 : La V4 di DeepSeek fa sembrare i laboratori cinesi di IA un unico mega-laboratorio », AI Proem, 2 maggio 2026) Al di là di DeepSeek, l’intera comunità dimostra un rispetto reciproco impressionante. La concorrenza è ben reale e i drammi non mancano — ma nulla raggiunge, ad esempio, il livello di intensità della battaglia legale tra Elon Musk e Sam Altman.
Oggi, 17 luglio, a Shanghai, Xi Jinping ha tenuto il suo primo discorso alla Conferenza mondiale sull’IA, invocando «un sistema di governance globale dell’intelligenza artificiale giusto ed equo» e promettendo — secondo un’espressione resa popolare da DeepSeek — di «restituire all’umanità intera il frutto della saggezza dell’umanità».& nbsp;
Di fronte al discorso post-umano, post-democratico e imperiale della nuova Silicon Valley, il Partito Comunista Cinese contrappone una visione dell’intelligenza artificiale come bene pubblico mondiale. È difficile prendere sul serio questa posizione quando si conosce il funzionamento del regime cinese che ha fatto — secondo l’importante lavoro del sinologo Jean-Philippe Béja — della sorveglianza digitale di massa il prolungamento del Laogai e che, come ha dimostrato Giuliano da Empoli, lavora anch’esso a un mondo post-umano che converge in tutto e per tutto con la Silicon Valley.& nbsp;
È tuttavia importante leggere questo testo perché afferma una strategia discorsiva e, implicitamente, presenta una strategia materiale.
La strategia discorsiva si basa sul contrasto. Mentre Xi teneva a Shanghai un discorso preparato nei minimi dettagli, in cui proponeva una sinfonia multilaterale con citazioni classiche e riferimenti alle Nazioni Unite e ai paesi in via di sviluppo, Donald Trump pronunciava quasi in contemporanea un discorso dal tono imperioso e sconnesso, rivolto alla Cina e invocando una riforma del « catastrofico » sistema elettorale americano. Senza mai nominare Washington, Xi si erge ancora una volta a difensore dell’ordine, della stabilità e della condivisione di fronte a un egemone imprevedibile, proponendo la propria coalizione come alternativa alla « Pax Silica », l’iniziativa statunitense volta a controllare le catene di approvvigionamento dell’intelligenza artificiale e dei minerali critici.
La strategia concreta si intuisce tra le righe del calendario e degli annunci. Il discorso coincide con il lancio da parte di Moonshot AI di Kimi K3, presentato come il più grande modello aperto al mondo, le cui prestazioni superano quelle dei sistemi di Anthropic e OpenAI, un mese dopo che Washington ha bruscamente revocato l’accesso ai modelli di frontiera di Anthropic agli utenti stranieri.
L’apprezzamento espresso con forza da Xi nei confronti dell’open source non ha nulla a che vedere con un gesto filantropico. Si tratta di una logica di dumping inverso, tanto più efficace in quanto, se è possibile bloccare i veicoli elettrici alla dogana, non si può impedire la diffusione di un file copiabile all’infinito, replicato su migliaia di server non appena pubblicato. Lo schema di Uber è ben noto: vendere in perdita grazie al capitale di rischio, eliminare una concorrenza incapace di sostenere anni di perdite e poi, una volta instaurata la dipendenza, aumentare i prezzi al di sopra del livello di mercato. La Cina traspone questo meccanismo su scala geopolitica pubblicando gratuitamente i «pesi» dei propri modelli — quei miliardi di parametri derivati dall’addestramento che costituiscono il cuore stesso di un’IA: chi li possiede può far funzionare il modello sui propri computer, modificarlo, integrarlo, senza autorizzazione né canone. Laddove ChatGPT o Claude sono accessibili solo da remoto, tramite un’interfaccia a pagamento il cui accesso può essere interrotto in qualsiasi momento, i modelli cinesi che rivaleggiano con i migliori sistemi statunitensi — ieri DeepSeek, oggi Kimi K3 — sono così disponibili per il download gratuito in tutto il mondo, e in primo luogo nei paesi del Sud. La scommessa cinese è quindi una sfida di resistenza che minaccia il cuore stesso del modello finanziario americano: ogni modello open source azzererà il prezzo che i laboratori americani possono applicare, i quali devono remunerare decine di miliardi di capitali privati, mentre gli attori cinesi, sostenuti dal capitale paziente dello Stato, possono sostenere perdite senza subire conseguenze significative, almeno nel breve termine. Il giorno in cui l’innovazione avversaria fosse ormai allo stremo, nulla obbligherebbe Pechino a lanciare la generazione successiva.
È quindi tra strategia concreta e dimensione discorsiva che va intesa l’architettura istituzionale presentata da Xi Jinping: l’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’IA (WAICO), che alla vigilia del discorso contava 29 Stati membri, i 5.000 corsi di formazione promessi ai paesi in via di sviluppo, nonché i centri di cooperazione destinati all’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai (OCS), all’ASEAN, ai BRICS, alla Lega Araba, all’Unione Africana e alla CELAC, ovvero proprio quei blocchi in cui l’influenza cinese è già più marcata. Mentre si preparano i negoziati bilaterali sino-americani sull’intelligenza artificiale dell’era Trump, il messaggio di Xi Jinping, sintetizzato dall’analista George Chen, è chiaro: «La Cina non seguirà nessuno, né in materia di tecnologia né in materia di standard. Al contrario, la Cina vuole indicare la strada al resto del mondo e non permetterà a nessuno di dettarle come comportarsi».
Costruire insieme un sistema di governance globale dell’intelligenza artificiale che sia giusto ed equo
Discorso introduttivo alla cerimonia di apertura della Conferenza mondiale sull’intelligenza artificiale 2026 e della Riunione ad alto livello sulla governance globale dell’intelligenza artificiale
Cari colleghi, cari ospiti, Signore e signori, cari amici,
Settant’anni fa, un gruppo di giovani ricercatori formulò per la prima volta il concetto di intelligenza artificiale in occasione della conferenza di Dartmouth, nel New Hampshire, negli Stati Uniti. Per settant’anni, scienziati e sviluppatori di intelligenza artificiale di tutto il mondo non hanno mai smesso di esplorare l’ignoto, di avanzare tra i meandri e di aprirsi la strada con la perseveranza. Settant’anni dopo, di fronte a una nuova ondata di forte slancio dell’intelligenza artificiale, siamo qui riuniti sulle rive del fiume Huangpu per riflettere insieme su come orientare l’intelligenza artificiale mondiale verso il progresso e il bene, al servizio dell’umanità — e questo riveste un significato fondamentale.
«Verso il progresso e verso il bene», letteralmente «verso l’alto, verso il bene», formula ricorrente del discorso ufficiale cinese sulla tecnologia, che unisce l’idea di elevazione e di orientamento morale, senza un equivalente fisso in francese. Ricorre come un ritornello lungo tutto il discorso.
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A nome del governo e del popolo cinese, porgo a tutti voi un caloroso benvenuto.
Se guardiamo alla storia, l’invenzione della macchina a vapore ha dato il via alla civiltà industriale, la diffusione dell’elettricità ha illuminato la società moderna e la nascita di Internet ha collegato il mondo intero. Ogni rivoluzione scientifica e tecnica ha profondamente trasformato i modi di produzione e di vita dell’umanità, dando un notevole impulso allo sviluppo economico e sociale.
Oggi, i cambiamenti che stanno investendo il mondo, senza precedenti da un secolo a questa parte, stanno accelerando; la nuova rivoluzione scientifica, tecnologica e industriale sta moltiplicando le sue conquiste; l’innovazione globale nel campo dell’intelligenza artificiale è entrata in un periodo di fermento senza precedenti. Le tecnologie intelligenti — l’interconnessione intelligente di tutte le cose, la cooperazione tra uomo e macchina, la fusione dei confini settoriali, la creazione e la condivisione in comune — liberano, combinandosi tra loro, un’energia immensa: racchiudono immense opportunità, ma pongono anche sfide di governance. L’umanità non può più sottrarsi alle questioni del nostro tempo: quando le macchine iniziano a pensare, come deve convivere l’uomo con esse? Quando gli algoritmi partecipano alle decisioni, come garantire la sicurezza? Quando la tecnologia sfida l’etica, come può la governance stare al passo? Quando il divario continua ad ampliarsi, come garantire a tutti l’accesso ai benefici? Queste domande richiedono alla comunità internazionale una riflessione approfondita e una risposta comune.
La Cina ritiene che tutti i Paesi debbano, guidati dal principio “l’uomo prima di tutto” e dall’esigenza di progresso e benessere, fare dell’intelligenza artificiale una forza motrice essenziale per la prosperità e la sicurezza comuni, e costruire insieme un sistema di governance globale dell’intelligenza artificiale giusto ed equo. A questo proposito, vorrei formulare quattro proposte.
In primo luogo, mantenere la rotta dell’apertura reciprocamente vantaggiosa per stimolare uno sviluppo innovativo. L’intelligenza artificiale è il nuovo motore della crescita economica mondiale e l’acceleratore della trasformazione dei vecchi motori di crescita in nuovi; sta passando dal «mondo digitale» al «mondo fisico». È necessario cogliere questa rara opportunità storica, incoraggiare l’open source e l’apertura, la cooperazione e la condivisione, promuovere a tutti i livelli l’innovazione scientifica e tecnologica, lo sviluppo industriale e le applicazioni concrete dell’intelligenza artificiale, portare avanti in modo coordinato la trasformazione e il miglioramento qualitativo delle industrie tradizionali, la crescita delle industrie emergenti e l’anticipazione delle industrie del futuro, affinché l’intelligenza artificiale dia slancio a tutti i settori e a tutte le professioni.
In secondo luogo, sensibilizzare sui rischi per garantire la sicurezza e il controllo. L’intelligenza artificiale deve diventare uno strumento degno della fiducia dell’umanità. È necessario prestare la massima attenzione ai rischi di ogni natura, intrinseci o derivati, che essa comporta ; promuovere l’istituzione di sistemi legislativi e normativi, di sorveglianza tecnica, di allerta precoce e di risposta alle emergenze; consolidare le basi della sicurezza, prevenire gli abusi e gli usi malevoli e garantire che l’intelligenza artificiale rimanga costantemente sotto il controllo dell’uomo. Allo stesso tempo, è necessario opporci insieme alle pratiche che consistono nell’estendere indebitamente, nel campo dell’intelligenza artificiale, il concetto di sicurezza nazionale e nel porre la propria sicurezza al di sopra di quella degli altri.
Questo passaggio sulla « generalizzazione abusiva del concetto di sicurezza nazionale » rappresenta la frecciata più diretta del discorso nei confronti di Washington, senza che gli Stati Uniti vengano nominati, secondo un espediente retorico ricorrente nel discorso ufficiale cinese.
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In terzo luogo, incoraggiare l’inclusione e l’apertura mentale per favorire l’arricchimento reciproco delle civiltà. Lo sviluppo e l’applicazione dell’intelligenza artificiale non devono né erodere né danneggiare la diversità delle civiltà del mondo e la singolarità culturale di ciascun paese. È necessario plasmare i valori dell’intelligenza artificiale a partire dai valori comuni di tutta l’umanità, fare buon uso di queste tecnologie per accrescere la comprensione e la tolleranza tra le civiltà, promuovere i loro scambi e la loro reciproca ispirazione, e coltivare con cura un giardino dalle cento fioriture delle civiltà dove « ognuno esalta la propria bellezza, e dove tutte le bellezze sbocciano all’unisono ».
Famosa citazione del sociologo Fei Xiaotong (1990) sulla convivenza delle culture: «Che ciascuno trovi bella la propria bellezza, e che le bellezze siano belle insieme». La formula completa di Fei si conclude con «e il mondo sarà in grande armonia», un sottinteso che ogni ascoltatore cinese colto riconosce.
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In quarto luogo, promuovere la solidarietà nell’impegno volto a perfezionare la governance globale. L’intelligenza artificiale è il frutto dell’intelligenza collettiva di tutta l’umanità e costituisce un suo prezioso patrimonio. È necessario praticare un multilateralismo autentico, far valere appieno l’importante ruolo delle Nazioni Unite, rafforzare l’integrazione e il coordinamento delle strategie di sviluppo, delle regole di governance e delle norme tecniche relative all’intelligenza artificiale, e giungere al più presto a un quadro di governance globale che raccolga un ampio consenso, affinché questa tecnologia all’avanguardia possa servire al meglio la società umana. È necessario portare avanti un’ampia cooperazione internazionale, aiutare i paesi del Sud del mondo a rafforzare le loro capacità, colmare il divario digitale e di intelligenza, promuovere lo sviluppo sostenibile ed evitare che, nel campo dell’intelligenza artificiale, si creino nuove ingiustizie storiche.
Signore, signori, cari amici !
Quest’anno segna l’avvio del 15° piano quinquennale della Cina. Questo piano delinea la linea guida dello sviluppo economico e sociale cinese per i prossimi cinque anni e offre al contempo alla comunità internazionale una serie di opportunità. Negli ultimi anni, la Cina ha abbracciato con determinazione lo sviluppo dell’intelligenza artificiale: impegnata a coniugare un mercato efficiente con un ruolo attivo dello Stato, ha rafforzato l’innovazione scientifica e tecnologica in questo settore, portato avanti con determinazione l’iniziativa «IA+», e ha coltivato un ecosistema sano in cui tutti gli attori prosperano in simbiosi; il cuore industriale dell’economia intelligente supera ormai i mille miliardi di yuan.
«Mercato efficiente e Stato attivo», letteralmente «governo che agisce», è la dottrina economica ufficiale del binomio mercato/Stato sin dal 14° piano quinquennale. Per quanto riguarda « IA+ », si tratta di una variante dello slogan « Internet+ » lanciato nel 2015: integrare l’intelligenza artificiale in tutti i settori esistenti.
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I dispositivi intelligenti di ogni tipo stanno entrando in milioni di case e apportano benefici concreti alla vita della popolazione: l’«intelligenza made in China» è diventata un nuovo e brillante biglietto da visita della modernizzazione in stile cinese.
Gioco di parole intraducibile: «produzione intelligente cinese» (中国智造, Zhōngguó zhìzào) è perfettamente omofono di «Made in China» (中国制造, Zhōngguó zhìzào), cambia solo il carattere centrale nella forma scritta. Da qui la perifrasi «l’intelligenza fabbricata in Cina».
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Allo stesso tempo, la Cina continua a dare uguale importanza allo sviluppo e alla sicurezza: cogliendo le tendenze e le leggi che regolano lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, perfeziona incessantemente le leggi e i regolamenti, i meccanismi politici e istituzionali, le norme di applicazione e i principi etici correlati, affinché l’intelligenza artificiale sia sicura, affidabile e controllabile — affinché questo corridore dalle mille zampe che è l’intelligenza artificiale galoppi sia velocemente che con passo sicuro.
«Il cavallo dai mille lis» è il leggendario destriero capace di percorrere mille lis (circa 500 km) in un giorno, simbolo classico del talento eccezionale nella tradizione letteraria cinese. L’immagine del cavallo che deve «correre veloce e con passo sicuro» sintetizza in una formula la dottrina «sviluppo e sicurezza in egual misura» enunciata poco prima.
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In qualità di grande nazione responsabile, la Cina si impegna costantemente, nel campo dell’intelligenza artificiale, a fungere da fornitore di beni pubblici internazionali. Da quando ho presentato l’Iniziativa per la governance globale dell’intelligenza artificiale, la Cina si è adoperata in modo sistematico per l’adozione per consenso, in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, della risoluzione sulla cooperazione internazionale in materia di rafforzamento delle capacità nel campo dell’intelligenza artificiale; ha pubblicato il Piano per l’accesso universale allo sviluppo delle competenze nel campo dell’intelligenza artificiale e l’Iniziativa di cooperazione internazionale «IA+»; e ha proposto la creazione dell’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale — apportando senza sosta soluzioni cinesi.
I cinesi dicono spesso: una corda da sola non fa musica, un albero da solo non fa una foresta. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale non deve essere l’assolo di un singolo Paese, ma la sinfonia della cooperazione mondiale.
Proverbio tradizionale: «Una corda da sola non produce una melodia, un albero isolato non fa una foresta». Questo prepara il contrasto tra «assolo» e «sinfonia» che segue immediatamente, un’immagine che la diplomazia cinese aveva già utilizzato in riferimento all’iniziativa «La cintura e la via» (la formula consolidata di Xi era «non un assolo della Cina, ma un coro dei paesi rivieraschi»).
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Grazie agli sforzi congiunti di tutte le parti, a Shanghai è nata l’Organizzazione mondiale per la cooperazione sull’intelligenza artificiale: la visione concepita un anno fa si è trasformata in un risultato concreto. Si tratta di un’iniziativa di grande rilievo con cui la Cina risponde all’appello del Sud globale e riunisce la comunità internazionale per promuovere attivamente lo sviluppo e la governance dell’intelligenza artificiale; essa costituirà una pietra miliare nella storia dell’intelligenza artificiale.
Al fine di sostenere ulteriormente lo sviluppo globale dell’intelligenza artificiale e promuovere il rafforzamento delle capacità a livello mondiale, annuncio che, nei prossimi cinque anni, la Cina metterà a disposizione dei paesi in via di sviluppo 5.000 posti per corsi di formazione e perfezionamento specializzati in intelligenza artificiale ; che realizzerà, a beneficio dell’ASEAN, della Lega Araba, dell’Unione Africana, della CELAC, dell’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai e dei BRICS, centri internazionali di cooperazione sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale; e che si adopererà per l’implementazione in trenta paesi di «Mazu», il suo sistema di allerta meteorologica intelligente — per vegliare sulle luci di diecimila focolari e proteggere la tranquillità dei quattro mari.
In questa esaltazione poetica, la scelta delle parole non è casuale: il sistema di allerta si chiama Mazu (Māzǔ), dal nome della dea del mare, protettrice dei marinai e dei pescatori, venerata sulle coste cinesi e in tutto il Sud-Est asiatico. Il verbo utilizzato da Xi, hùyòu — « proteggere », ma con una sfumatura di protezione divina, quella concessa da una potenza tutelare —, e l’immagine dei « quattro mari placati » sviluppano quindi la metafora : la Cina si attribuisce il ruolo della divinità che veglia sulle famiglie e sulle acque del mondo.
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Signore, signori, cari amici !
« L’uomo illuminato si adegua ai tempi; il saggio adatta i propri metodi alle circostanze. »
Citazione classica tratta dallo *Yantielun* («Discorso sul sale e sul ferro»), raccolta di dibattiti di corte della dinastia Han, I secolo a.C. Concludere un discorso con una massima antica che legittimi l’adattamento pragmatico è un tratto stilistico tipico dei discorsi di Xi Jinping.
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Più lo sviluppo delle tecnologie di intelligenza artificiale avanza a passi da gigante, più è necessario orientare con accuratezza il percorso del progresso e del bene al servizio dell’umanità, più è necessario calibrare con precisione le misure di regolamentazione e di governance, più è necessario perfezionare senza indugio i meccanismi di prevenzione contro qualsiasi perdita di controllo. È necessario, in ogni circostanza, guidare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale attraverso la saggezza umana e il consenso internazionale, affinché essa diventi veramente una potente energia positiva al servizio del benessere di tutta l’umanità e del progresso della civiltà umana.
La Cina è disposta, con un atteggiamento più aperto, azioni più concrete e una visione più lungimirante, a cogliere e affrontare, insieme a tutte le parti coinvolte, le opportunità e le sfide legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, per creare insieme un futuro migliore per la società umana!
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Il secondo mandato di Donald Trump segna una svolta verso gli interessi della Silicon Valley. Gilles Gressani spiega come questa evoluzione indebolisca la coalizione popolare che ha portato il presidente americano al potere nel 2024.
Il secondo mandato di Donald Trump ha assunto una natura diversa, soprattutto a causa dell’accelerazione dell’intelligenza artificiale negli Stati Uniti. C’è un errore di interpretazione piuttosto profondo nel modo in cui guardiamo a questo secondo mandato. Per inerzia, continuiamo a considerare Donald Trump un populista. Ma a differenza del 2017, e nonostante una rielezione che si inserisce nel solco degli eventi del 6 gennaio, il suo baricentro politico è profondamente cambiato.
Trump è stato portato al potere nel 2024 da una coalizione molto particolare, che riuniva sia gli americani più poveri che quelli più ricchi, ma dal suo arrivo alla Casa Bianca sta attuando politiche che vanno sempre più chiaramente a beneficio quasi esclusivo dei super ricchi e delle élite della Silicon Valley.
Prendiamo ad esempio la guerra contro l’Iran. Pur essendo in netto contrasto con le promesse fatte in campagna elettorale, il presidente non ha praticamente spiegato i motivi della sua dichiarazione di guerra prima che questa avesse inizio, scavalcando l’opinione pubblica – e quindi la sua base elettorale – e ora che le conseguenze economiche cominciano a farsi sentire, Trump arriva addirittura a riconoscere pubblicamente che, in realtà, non tiene conto, e cito testualmente, «nemmeno un pochino», del loro impatto sugli americani.
Allo stesso tempo, il presidente sta operando tagli massicci ai meccanismi di ridistribuzione, sostenendo al contempo senza riserve gli interessi delle grandi aziende tecnologiche che hanno finanziato la sua campagna elettorale e nelle quali lui stesso investe; ci si è quindi ritrovati in una situazione assurda per cui oggi, negli Stati Uniti, un panino al tonno è soggetto a leggi e norme più rigide rispetto a un modello di intelligenza artificiale da miliardi di dollari.
Sebbene questa trasformazione sia in corso, si stanno delineando anche alcune forme di riorganizzazione politica
È proprio quello che sta cominciando ad accadere. Lo spostamento del trumpismo verso le élite tecnologiche ha emarginato Steve Bannon, l’artefice del movimento MAGA e dell’insurrezione populista nazionale del 2016. Oggi, Bannon ritiene di poter tornare nuovamente al centro della scena.
Su Le Grand Continent abbiamo tradotto e commentato insieme a Marlène Laruelle un’importante lettera aperta che egli ha firmato insieme a una sessantina di esponenti trumpisti e che sostiene la trasformazione del movimento “America First” in “Human First”, ovvero “l’uomo prima di tutto”.
Il suo obiettivo è chiaro: ricostruire una linea populista a livello nazionale contro l’intelligenza artificiale.
In fondo, Steve Bannon sembra convinto di due cose. Innanzitutto, che la rabbia che aveva portato il trumpismo nelle zone deindustrializzate della Rust Belt finirà ora per coinvolgere i colletti bianchi, in particolare gli ingegneri e le professioni qualificate minacciate dall’intelligenza artificiale. La base del movimento MAGA potrebbe quindi cambiare e apportare una nuova energia controrivoluzionaria.
In secondo luogo, che questa trasformazione stia delineando una nuova frattura di vasta portata. Lo spazio politico americano nel suo complesso potrebbe essere concepito a partire da una nuova opposizione di natura essenzialmente populista, l’uomo contro la macchina, che in realtà significa la grande maggioranza delle persone contro pochi imprenditori onnipotenti.
Bannon cerca ovviamente di incanalare questa energia per darle una forma nazionalista e di estrema destra, ma non è solo: anche a sinistra e all’interno del Partito Democratico cominciano ad emergere forme di populismo contrario all’intelligenza artificiale. Con il suo impatto socio-economico e la sua capacità di trasformare l’immaginario collettivo, l’IA ridisegnerà lo spazio politico americano e, a un anno dalle elezioni presidenziali francesi, faremmo bene a prestarle attenzione.
Nella corsa all’intelligenza artificiale, quattro colossi della tecnologia spendono ogni mese molto di più dell’intero budget del Progetto Manhattan
Nel primo trimestre del 2026, Amazon, Alphabet, Microsoft e Meta hanno speso complessivamente 130,65 miliardi di dollari in investimenti, destinati principalmente ai data center che alimentano i loro servizi di intelligenza artificiale.
Nel 2026, la loro spesa complessiva dovrebbe superare il 20% del PIL francese.
Tempo di lettura: 4 min
Dati30 aprile 2026AggiungiScarica il PDFCondividi
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Secondo i risultati finanziari pubblicati ieri, mercoledì 29 aprile, Amazon, Alphabet, Microsoft e Meta hanno stanziato complessivamente 130,65 miliardi di dollari di spese in conto capitale (capex) solo per il primo trimestre del 2026, ovvero il 71% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
Per l’intero anno 2026, le previsioni di spesa delle quattro aziende dovrebbero aggirarsi intorno ai 715 miliardi di dollari, contro i circa 375 del 2025.
Amazon prevede 200 miliardi di dollari di spese in conto capitale per l’anno 1, Alphabet (Google) 2e Microsoft 190 miliardi 3, mentre Meta 135 miliardi 4, una dotazione rivista al rialzo due volte dall’inizio dell’anno.
Il Progetto Manhattan, che ha permesso lo sviluppo delle prime armi nucleari tra il 1942 e il 1945, è costato circa 30 miliardi di dollari al valore attuale, al netto dell’inflazione.
I quattro gruppi spendono ormai ogni mese una cifra superiore a questa 5.
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A titolo di confronto, nell’arco dell’intero anno 2026, queste quattro imprese dovrebbero investire da sole più di un quinto dell’economia francese, quasi una volta e mezzo il bilancio dello Stato, e tanto quanto l’insieme degli investimenti produttivi annuali della Francia — imprese, famiglie e amministrazioni pubbliche considerate nel loro insieme.
I mercati finanziari non hanno penalizzato questa storica allocazione di capitali.
All’annuncio dei risultati, il titolo Meta ha registrato un calo superiore al 6%, con gli investitori che hanno reagito all’aumento del budget di spesa per il 2026, portato a un intervallo compreso tra 125 e 145 miliardi di dollari.
Al contrario, Alphabet e Amazon hanno registrato un rialzo delle loro quotazioni, sostenute dalla crescita delle loro attività nel settore cloud, che sta iniziando a concretizzare una parte degli investimenti effettuati nell’intelligenza artificiale.
Secondo Morgan Stanley, il flusso di cassa disponibile di Amazon potrebbe diventare negativo per circa 17 miliardi di dollari nel 2026. Bank of America prevede un deficit che potrebbe raggiungere i 28 miliardi 6.
Tuttavia, questa accelerazione preoccupa una parte degli analisti, mentre i rendimenti sugli investimenti tardano a concretizzarsi.
Secondo uno studio del MIT pubblicato nell’estate del 2025, il 95% delle aziende che avevano implementato strumenti di IA generativa non riscontrava « alcun ritorno misurabile » sui propri investimenti 7.
Andy Wu, docente alla Harvard Business School, ritiene che «la maggior parte delle aziende che operano nel settore dell’IA stia subendo perdite ingenti», a causa della mancanza di un modello economico sostenibile nel breve termine 8.
L’informatico Gary Marcus, uno dei critici più autorevoli del settore, ha definito l’attuale andamento « pura follia », ritenendo che « nessuno dei quattro [giganti] stia realizzando profitti significativi nell’ambito dell’IA » e che si tratterebbe del « più grande errore di allocazione di capitali della storia ».
Le ingenti spese previste per quest’anno riguardano essenzialmente tre voci: l’acquisto di processori specializzati, principalmente da Nvidia, la costruzione di centri dati negli Stati Uniti e le apparecchiature elettriche necessarie al loro funzionamento.
Una parte di questi investimenti anticipa una domanda che non si è ancora manifestata: gli hyperscaler descrivono un mercato «determinato dall’offerta» piuttosto che dalla domanda.
Il divario tra le risorse impiegate e i ricavi generati dall’IA rimane considerevole: su circa 400 miliardi di dollari investiti nel 2025 in infrastrutture, il mercato dell’IA aziendale ha generato solo circa 100 miliardi di dollari di fatturato.
L’annuncio arriva in un momento in cui la questione dell’intelligenza artificiale sta polarizzando sempre più la scena politica statunitense e le aziende del settore hanno recentemente visto il proprio modello di frontiera subire ritardi a causa dei controlli da parte delle autorità statunitensi.
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Dati3 luglio 2026AggiungiScarica il PDFCondividi
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OpenAI starebbe valutando una partecipazione del governo statunitense pari al 5% del proprio capitale. Queste discussioni, ancora in una fase molto preliminare, sarebbero condotte direttamente da Sam Altman 1.
Questo sistema si ispirerebbe all’Alaska Permanent Fund, un fondo sovrano che investe i proventi petroliferi dello Stato dell’Alaska e ridistribuisce i dividendi allo Stato e ai suoi abitanti. Coinvolgerebbe inoltre i concorrenti di OpenAI, tra cui Anthropic.
Sam Altman aveva già accennato in passato all’idea che una partecipazione pubblica rappresentasse il modo migliore per far sì che tutti potessero beneficiare dei vantaggi dell’IA.
Allo stesso modo, Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, aveva proposto un reddito universale finanziato da una tassa a carico delle imprese del settore.
L’annuncio giunge però in un momento in cui la questione dell’intelligenza artificiale sta polarizzando sempre più la scena politica americana e potrebbe diventare il tema chiave del prossimo ciclo elettorale, in vista delle elezioni presidenziali del 2028.
Si afferma inoltre come uno dei pochi temi che raccolgono il consenso di entrambi gli schieramenti politici.
I centri dati sono già oggetto di un massiccio rifiuto in vista delle elezioni di metà mandato del 2026. Un rapporto dell’Ufficio di intelligence e antiterrorismo di New York avverte infatti: «L’atmosfera caotica che potrebbe derivare dall’emergere delle tecnologie di intelligenza artificiale nei prossimi cinque anni potrebbe alimentare manifestazioni su larga scala che degenererebbero in disordini civili e in attività estremiste violente contro la tecnologia».
I senatori Josh Hawley (repubblicano del Missouri) e Mark Warner (democratico della Virginia) hanno presentato una proposta di legge che obbligherebbe i datori di lavoro a segnalare ogni trimestre i licenziamenti legati all’intelligenza artificiale 2.
Il senatore Bernie Sanders ha invece proposto un’imposta del 5% sul patrimonio dei miliardari, oltre a un altro disegno di legge volto ad acquisire una partecipazione una tantum del 50% nel capitale delle grandi aziende di intelligenza artificiale per finanziare versamenti diretti ai cittadini 3.
Steve Bannon e oltre 60 sostenitori di Trump avevano presentato una petizione alla Casa Bianca per chiedere che l’intelligenza artificiale fosse sottoposta a un controllo governativo prima di qualsiasi immissione sul mercato.
Nel suo approccio, Sam Altman sembra ispirarsi a un precedente: nel 2025 l’amministrazione statunitense aveva acquisito una partecipazione del 9,9% in Intel. Da allora le azioni sono salite del 400%.
L’annuncio arriva inoltre in un momento in cui il lancio dei modelli più avanzati di OpenAI e Anthropic è stato recentemente ritardato a causa della verifica da parte delle autorità statunitensi.
Questo annuncio potrebbe quindi perseguire un duplice obiettivo: dare al pubblico la sensazione di trarre beneficio dal boom dell’IA, conferendole così una legittimità pubblica, e al contempo suscitare l’interesse del governo per lo sviluppo, il lancio dei modelli e le modalità con cui vengono regolamentati.
Jasmine Sun — Una delle voci più influenti della Silicon Valley svela, per la prima volta in Europa, la sua “antropologia selvaggia” della rivoluzione tecnologica negli Stati Uniti.
AutoreGilles GressaniDati27 giugno 2026AggiungiScarica il PDFCondividi
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Jasmine Sun è una delle voci più influenti negli Stati Uniti in materia di intelligenza artificiale e delle sue interconnessioni tra politica, tecnologia e antropologia. Vive a San Francisco, nel cuore della Silicon Valley, di cui analizza le tendenze e la cultura per la sua newsletter e per la rivista americana The Atlantic. Ha concesso a Grand Continent una lunga intervista per parlare delle luci oscure che, dalle vetrate della Silicon Valley, hanno ormai penetrato i corridoi del Pentagono e della Casa Bianca. Se desiderate ricevere ciò che non si legge da nessun’altra parte (prima che venga ripreso un po’ ovunque), ricordatevi di abbonarvi alla rivista
Per descrivere i cambiamenti radicali provocati dalla corsa all’intelligenza artificiale, lei ha recentemente coniato un’espressione che sta circolando ben oltre la costa occidentale: il «populismo dell’IA». Cosa intende con questa espressione?
Il populismo dell’IA è una visione del mondo in cui l’intelligenza artificiale non è più percepita solo come una tecnologia qualsiasi, ma come un progetto politico promosso da un’élite e che va combattuto attraverso un’ampia alleanza popolare.
Secondo questa visione narrativa sempre più influente, l’IA viene interpretata come un progetto ideato da miliardari distaccati dalla realtà per scopi sinistri — la « efficienza capitalista », ovvero i licenziamenti, e la « gestione delle popolazioni », ovvero la sorveglianza —, imponendoli a una massa che non li vuole.
Il populista dell’IA non si chiede realmente se ChatGPT gli sia utile personalmente, o se le auto a guida autonoma Waymo siano più sicure dei conducenti umani. L’utilità dello strumento passa in secondo piano rispetto allo sconvolgimento sociale che esso rappresenta e una nuova tecnologia diventa il terreno fertile per una nuova politicizzazione.
Come avete scoperto questo fenomeno ?
La prima rivelazione l’ho avuta a Washington. Stavo partecipando a una riunione a porte chiuse che riuniva diverse figure di spicco che, nel contesto altamente polarizzato della politica americana, avrebbero dovuto normalmente trovarsi in netto contrasto tra loro.
Ho tuttavia osservato una convergenza inaspettata. Alcuni conservatori, che si dichiaravano sostenitori del matrimonio tradizionale, si trovavano al fianco di ambientalisti o di giuristi impegnati nella lotta contro i monopoli e le politiche antitrust. Tutti, nonostante i profondi disaccordi su quasi tutto il resto, condividevano la stessa conclusione: la necessità di regolamentare l’IA.
È stato allora che ho capito che una nuova frattura sta ridefinendo profondamente lo spazio pubblico americano: da un lato, la concentrazione di denaro e potere economico attorno all’intelligenza artificiale; dall’altro, una coalizione eterogenea ma sempre più ampia di coloro che ne contestano gli effetti.
Probabilmente non ci rendiamo ancora conto di quanto una parte significativa della popolazione respinga già l’IA.
Ma qual è la reale portata di questo fenomeno ? Se recentemente si sono verificati episodi significativi, come le proteste durante i discorsi di insediamento e l’impatto di l’enciclica del PapaPer quanto riguarda il dibattito pubblico negli Stati Uniti, i dati non sembrano tuttavia indicare un’ondata di opposizione all’IA.
È proprio questo il paradosso. Secondo i dati più attendibili a nostra disposizione, quelli di David Shor e della Blue Rose Research, in un elenco di circa quaranta temi che preoccupano gli elettori americani, l’IA si colloca all’incirca al ventinovesimo posto 1.
Non rappresenta quindi, ad oggi, una forza strutturante di primo piano nella politica americana. Ma, e questo è il punto essenziale, è senza dubbio la questione la cui rilevanza è cresciuta più rapidamente nel corso dell’ultimo anno.
È in questa dinamica metapolitica che va intesa l’ascesa di questo tema tra personalità politicamente così distanti tra loro come Bernie Sanders e Steve Bannon ? Questa convergenza non rifletterebbe forse, più che una semplice vicinanza ideologica, il fatto che l’IA cristallizzi preoccupazioni molto diverse — occupazione, potere economico, sovranità — al punto da ridefinire le divisioni tradizionali ?
Esatto. Le cinque principali preoccupazioni degli americani sono il costo della vita, l’economia, la corruzione, l’inflazione e la salute. Ora, se l’intelligenza artificiale dovesse diventare il fattore da incolpare per l’aumento del costo della vita, per l’economia, per la corruzione e per altri ambiti, essa è già parte integrante di ciò che determina le priorità dell’opinione pubblica.
Quando alcuni dirigenti del settore affermano essi stessi che la tecnologia potrebbe trasformare radicalmente il mondo del lavoro, mentre una parte significativa della crescita statunitense è trainata dagli investimenti legati ai data center e all’intelligenza artificiale, le questioni economiche quotidiane finiscono per riorientarsi attorno a essa.
C’è anche una componente di opportunismo politico, che non si limita a un solo schieramento.
Si possono aver trascorso anni a ripetere a oltranza gli stessi slogan sul costo della vita e sui miliardari, senza riuscire a renderli davvero determinanti nel dibattito pubblico. Ed ecco che arriva una forza nuova, brillante, i cui principali promotori promettono che cambierà tutto. L’IA diventa un motivo nuovo di zecca per difendere le politiche che comunque volevate far approvare.
Negli Stati Uniti, « è colpa dell’IA » sta diventando il nuovo « è colpa della Cina ».
Molti vi vedono delle analogie con la vicenda delle criptovalute e la retorica dell’« Anti-Crypto Army »& 2della senatrice democratica Elizabeth Warren, che non ha portato né a una coalizione duratura né a una trasformazione politica di rilievo. Perché questa volta dovrebbe essere diverso ?
Perché l’IA rappresenta una fetta dell’economia molto più ampia di quanto le criptovalute abbiano mai rappresentato. Le criptovalute non rappresentavano il 30 o il 40% della crescita del PIL su base annua. Le criptovalute non erano presenti nei quartieri come lo sono i data center. La maggior parte delle persone non era spinta a utilizzare le criptovalute nel proprio lavoro e l’adozione volontaria rimaneva un fenomeno di nicchia, perché erano difficili e complicate da usare. ChatGPT, al contrario, è l’applicazione che ha registrato la crescita più rapida nella storia dell’umanità.
C’è inoltre una differenza fondamentale nel discorso dei leader. Per quanto riguarda le criptovalute, Elizabeth Warren proponeva una narrativa, mentre il settore ne sosteneva un’altra, opposta. Per quanto riguarda l’IA, ciò che è affascinante è che i rischi di cui parlano i populisti sono spesso gli stessi di cui parlano i principali attori del settore.
Quando l’amministratore delegato di Anthropic, Dario Amodei, afferma che il 50% dei posti di lavoro d’ufficio di primo livello potrebbe scomparire entro il 2030, lancia un segnale politico tanto più forte in quanto è proprio uno degli ideatori di questa tecnologia.
Quindi lei è convinta che, quando Dario Amodei presenta le sue cifre, ci creda davvero. Non è solo una strategia di marketing ?
Ne sono abbastanza sicura. Mi infastidisce quando mi dicono che sta semplicemente facendo pubblicità alla sua azienda, che non crede a ciò che prevede. Innanzitutto, penso che ci creda davvero. In secondo luogo, questo gli si ritorce contro: lo rende più antipatico e fa sì che le persone siano più ostili all’IA. Come strategia di marketing, sarebbe assurdo. Infine, e questo è l’aspetto più importante, la maggior parte dei ricercatori e dei dirigenti del settore dell’IA che condividono esattamente la sua stessa convinzione non sono disposti a dirlo ad alta voce, perché non vogliono essere etichettati come coloro che licenziano i propri dipendenti grazie all’IA.
Questo è uno degli aspetti del suo lavoro che oggi sembrano più utili: le fonti del settore le confidano in privato intuizioni ben più cupe sulle future conseguenze dell’IA, per poi tornare ad essere ottimiste non appena accende il microfono…
È una caratteristica fondamentale del mio lavoro di inchiesta. Le persone mi confidano in privato cose che si rifiutano di dire pubblicamente.
Una persona molto influente mi ha confidato durante una conversazione informale: «Credo che chi si trova nella fascia media sia spacciato, semplicemente non so cosa farei se avessi diciassette anni e non avessi soldi.» Poi, durante la registrazione, quella stessa persona ha iniziato a parlare di tutte quelle piccole imprese che l’IA consentirà di creare.
Ciò che mi ha spaventata di più non è che facciano previsioni cupe, ma che cambino idea nell’istante stesso in cui chiedo loro di esprimersi pubblicamente.
Un venture capitalist3molto influente mi ha rivelato che molti dei suoi dirigenti gli confidano di voler licenziare i propri dipendenti per sostituirli con l’IA, ma si rifiutano di parlarne pubblicamente per non passare per « cattivi ».
Non so se si tratti della stessa persona, ma Marc Andreessen e alcuni altri oppongono pubblicamente a queste previsioni un argomento classico: il «volume di lavoro fisso». Ritiene che si tratti di un sofisma volto a nascondere il reale impatto dell’IA?
Analizziamo innanzitutto in modo approfondito la tesi di Dario Amodei, perché nemmeno io sono del tutto d’accordo con lui. La critica di Andreessen si basa sul sofisma del volume di lavoro fisso e sul paradosso di Jevons: se una cosa diventa più economica, la domanda aumenta. Se il software è molto economico, ne vorremo di più; se la terapia è gratuita, ancora più persone vi avranno accesso. Storicamente, è un ottimo argomento, che si è dimostrato valido.
Dario Amodei risponderebbe che questi due ragionamenti presuppongono un legame indissolubile tra il lavoro e gli esseri umani. Presuppongono che più lavoro significhi più esseri umani per svolgerlo. Ma ciò che promette l’IA — soprattutto l’IA generale, in grado di sostituire completamente l’essere umano — è proprio un lavoro senza esseri umani.
La domanda di software è in aumento, ma sono le IA a realizzarli. La domanda di terapia è in aumento, ma sono le IA a fornirla.
Prendiamo ad esempio l’ingegnere informatico: oggi la domanda complessiva è in aumento, ma sono i giovani a farne le spese, perché un principiante non è più molto più bravo di quanto possa offrirvi Claude Code.
Se si osserva l’evoluzione dei modelli nei test di programmazione, anno dopo anno, mi sembra del tutto plausibile che l’IA possa sostituire un ingegnere di livello intermedio l’anno prossimo, e poi uno senior l’anno successivo.
L’argomentazione di Dario Amodei è che l’intelligenza artificiale spezza il legame necessario tra gli esseri umani e il lavoro. È proprio questo che persone come Andreessen trascurano di considerare.
A questa risposta viene spesso opposto un altro argomento: e se tutti i responsabili del marketing o gli sviluppatori di primo livello diventassero insegnanti, infermieri o allenatori sportivi? Non sarebbe forse una buona notizia per la società nel suo complesso?
Sì, è un’argomentazione che si sente spesso. Con l’IA, ciò che diventerà raro saranno i servizi relazionali: terapeuti, coach, organizzatori di serate. Personalmente, sono piuttosto sensibile a questo argomento. Ma quando mi sento pessimista, rispondo così: le IA sono molto brave anche nel lavoro emotivo e relazionale.
Un tempo, per divertirsi, bisognava andare a teatro e ci volevano cinquanta persone per mettere in scena lo spettacolo. Oggi abbiamo Netflix e TikTok, e presto anche avatar e sceneggiature generate dall’intelligenza artificiale.
Persino le persone molto ricche spesso preferiscono guardare Netflix piuttosto che andare a teatro o all’opera. Molti preferiscono chiedere un consiglio medico a ChatGPT piuttosto che a un essere umano, anche quando possono permettersi i servizi dei migliori medici. Si vede che le persone scelgono la comodità della tecnologia a scapito del prestigio che deriva dal contatto umano. Le persone pagano di più per un Waymo che per un Uber. Il bacino di posti di lavoro esclusivamente umani potrebbe essere molto più ridotto di quanto si pensi.
Nel suo ragionamento emerge anche una dimensione più chiaramente geopolitica, che deriva da un’indagine da lei condotta in Cina.
La Cina è da tempo alle prese con un fenomeno di disoccupazione tra i colletti bianchi, per ragioni che non hanno nulla a che vedere con l’intelligenza artificiale. Una di queste è che i consumi delle famiglie sono molto bassi. Ci sono poche persone molto ricche, molti poveri e una classe media ridotta.
Eppure, la domanda di servizi si basa sulla spesa della classe media. I ricchi hanno solo ventiquattro ore al giorno, come tutti gli altri. Anche se dispongono di mezzi infinitamente maggiori, hanno solo un numero limitato di desideri.
In un mondo caratterizzato da forti disuguaglianze — come quello che promette l’IA, dato che il rendimento del capitale è destinato ad aumentare —, semplicemente non ci sarà la stessa domanda che si avrebbe in un’economia sostenuta da una forte classe media che acquista costantemente beni e servizi.
I vostri servizi giornalistici sulla costruzione, nell’immaginario della Silicon Valley, della figura della classe inferiore permanente (classe sociale emarginata in modo permanente) sono tra le pagine più inquietanti che si possano leggere sulla nuova ideologia americana.
La permanent underclass è innanzitutto un meme, nato in alcuni ambienti della Silicon Valley, e va presa per quello che è: un’iperbole. L’intuizione che ne sta alla base è che esisterebbe una finestra temporale limitata per accumulare capitale prima che l’IA e la robotica diventino in grado di sostituire completamente il lavoro umano. A quel punto — spesso associato all’avvento di un’IA generale —, rimarremo bloccati nelle nostre attuali posizioni di classe: i ricchi potrebbero impiegare macchine superintelligenti per soddisfare ogni loro desiderio, mentre tutti gli altri sarebbero resi inutili e inoccupabili, ridotti a vivere delle briciole dell’assistenza sociale.
Se ho preso sul serio questa espressione al punto da farne l’oggetto di un articolo, non è perché la condivido alla lettera, ma perché ho visto alcuni amici, a San Francisco, prendere decisioni concrete sulla propria carriera basandosi su questo principio, convinti che, senza un posto in un laboratorio all’avanguardia, rimarranno poveri per sempre.
La figura della «classe inferiore permanente» è forse il contrappunto dell’escatologia generata dall’industria dell’intelligenza artificiale? L’angoscia che l’industria nutre all’ombra delle sue promesse e che può affrontare pubblicamente solo ricorrendo all’ironia?
È proprio così. È esattamente lo stesso meccanismo di cui abbiamo già parlato: persone molto influenti che mi confidano in privato che «la persona media è spacciata», per poi tornare ad essere tecno-ottimiste non appena accendo il microfono.
In definitiva, dal suo punto di osservazione privilegiato, lei è convinta che sia proprio il contratto sociale dello Stato democratico a essere messo in discussione dallo sviluppo dell’IA. È noto tuttavia che, sebbene l’accelerazione tecnologica sia impressionante, la diffusione della tecnologia è molto più lenta. Quando si aspetta che si verifichino sconvolgimenti significativi?
Mi aspetto uno sconvolgimento del mercato del lavoro a breve termine, ma circoscritto. Alcune categorie di lavori sono infinitamente più facili da automatizzare rispetto ad altre. L’ingegneria del software rappresenta un caso molto particolare: il codice è verificabile, tutto il contesto è contenuto nel codice stesso ed esistono montagne di dati open source per addestrare i modelli.
La maggior parte delle altre professioni non rientra in questo scenario. Supponiamo che dal 5 al 10% dell’economia statunitense sia costituito da lavori molto facili da automatizzare: programmazione, marketing digitale, redazione pubblicitaria, illustrazione freelance, forse contabilità e consulenza. Questi settori subiranno un cambiamento piuttosto rapido, perché gli incentivi finanziari spingeranno i datori di lavoro a scegliere l’IA.
Le professioni legate al mondo fisico, quelle di contatto con le persone e quelle tutelate dalla normativa, come quella dei medici, richiederanno molto, molto più tempo.
Nel suo lavoro, lei sottolinea il fallimento della riconversione.
Perché gli economisti la sopravvalutano sistematicamente. Durante la deindustrializzazione americana, ai lavoratori licenziati era stato predetto che si sarebbero trasferiti o che avrebbero imparato a programmare… Oggi ci ridiamo sopra, perché sappiamo che quei lavoratori dell’acciaio non hanno imparato a programmare. E non si sono nemmeno trasferiti. Molti sono diventati dipendenti dagli oppioidi e hanno vissuto un periodo terribile. Stiamo ancora subendo le conseguenze politiche e sociali della deindustrializzazione, anche se questa ha colpito pochi lavoratori e ha creato più posti di lavoro in totale, ma altrove, a San Francisco, non a Buffalo.
Una persona di cinquant’anni non ha più la stessa flessibilità mentale né la stessa motivazione per reimparare tutto da capo. Anche se solo il 5% dei posti di lavoro fosse automatizzato, queste persone avrebbero grandi difficoltà a riqualificarsi e accumulerebbero un immenso risentimento politico. Questa volta, forse, non sarà il risentimento di destra ad aver portato Trump al potere, ma un risentimento di sinistra che prenderà di mira i miliardari dell’IA.
È possibile individuare, in recenti atti di violenza come gli attacchi contro l’abitazione di Sam Altman 4, gli spari contro un consigliere comunale accompagnati dal messaggio « niente centri dati »& 5, o l’omicidio del dirigente di UnitedHealthcare da parte di Luigi Mangione, l’emergere di una stessa forma di azione diretta diretta contro i simboli del potere economico e tecnologico ?
Hanno motivazioni diverse. L’autore del cocktail Molotov contro Altman, ad esempio, aveva scritto alcuni post sul rischio esistenziale, sulla paura che l’IA ci uccida tutti; si trattava quindi di un’angoscia specifica legata all’IA.
Eppure, ciò che mi colpisce come elemento comune a molti di questi recenti attacchi è che sono commessi da giovanissimi, piuttosto alla moda, che trascorrono il loro tempo su Discord e in comunità di nicchia dove le convinzioni si radicalizzano a tutta velocità.
Anche l’assassino di Charlie Kirk bazzicava su Discord ed era molto giovane. La violenza politica è aumentata negli Stati Uniti: secondo i sondaggi, sia tra le personalità di destra che di sinistra, dal 10 al 20 % degli americani ritiene ormai giustificato l’omicidio quando è diretto contro qualcuno che considerano malvagio 6.
Perché ?
Credo che una parte di queste persone sia profondamente convinta che il sistema democratico non possa più funzionare, o addirittura che non abbia mai funzionato. Ritengono di non disporre di alcun altro mezzo per far sentire la propria voce o influenzare l’andamento dell’economia, e considerano l’azione diretta, anche violenta, come l’unico modo per impedire i cambiamenti che intuiscono.
Lo constato su scala più ridotta con le proteste contro i centri dati. I miei amici del settore le considerano stupide: se vi sta a cuore la sicurezza dell’intelligenza artificiale, dicono, allora regolate il settore. Ma io rispondo loro: le persone comuni hanno forse la minima possibilità di influenzare la regolamentazione o il modo in cui vengono addestrati i modelli? No, non conoscono nessuno che lavori nella politica dell’IA o in un laboratorio. Non è un fenomeno contro cui si possa votare. Non è una dinamica che oggi possa essere governata democraticamente.
Ma se il capitale non ha più bisogno del lavoro, la democrazia si fonda ancora, almeno formalmente, sulla parità dei diritti e su elezioni in cui la maggioranza può imporre la propria scelta a un piccolo gruppo di persone i cui interessi sono così divergenti…
Ecco perché, anche se fossi una capitalista perfettamente egoista che se ne infischia della gente, sarei molto preoccupata all’idea di lasciare troppe persone disoccupate e prive di potere.
C’è un limite al numero di persone che si possono lasciare senza lavoro, senza reddito e senza potere. Infatti, quando gli individui perdono tutte le leve d’azione istituzionali, non resta loro altro che ricorrere a forme di confronto più radicali.
Storicamente, il lavoro ha sempre rappresentato un rapporto di forza: i lavoratori possono negoziare e organizzarsi perché il loro contributo è indispensabile. Se questa leva viene a mancare, con cosa viene sostituita? Con le manifestazioni, la disobbedienza, a volte la violenza. È questa evoluzione che mi preoccupa: alcuni cominciano a ritenere che, quando non hanno più potere economico, la perturbazione diventi il loro unico mezzo per influire sul sistema.
Eppure, questa rabbia emerge prima ancora che le conseguenze sociali più profonde dell’IA si siano concretizzate. È forse perché Donald Trump ha contribuito a politicizzare un progetto che, fino ad allora, appariva ampiamente condivisuto, sostenuto dalla narrativa del progresso, dell’innovazione e dell’accelerazione tecnologica ?
La penso così. Penso anche che la gente creda ancora di poterlo fermare.
Immagino che non stiate cercando di giustificare queste violenze.
No, e ci tengo a sottolineare che sono sostenute da persone con posizioni estreme. È proprio questo il problema dell’iperrazionalismo e del passare troppo tempo online. Hanno fatto troppi «esperimenti mentali».
La maggior parte delle persone non lancia bombe Molotov. Ma se credi sinceramente che quella cosa possa colpire te, la tua famiglia e la tua comunità, e che la violenza possa fermarla, potresti arrivare a farlo.
Torniamo alla sua analisi del populismo legato all’intelligenza artificiale. Qual è la sua più grande preoccupazione riguardo a questa riconfigurazione dello spazio politico ?
La mia più grande paura, nei momenti di angoscia, è che si crei una linea di frattura tra le élite tecno-capitaliste di entrambi gli schieramenti — i centristi, i sostenitori del neoliberismo, anch’essi favorevoli alla tecnologia — e tutti gli altri. Da una parte gli « amici del futuro », e dall’altra tutti coloro che vogliono fermare la tecnologia e il cambiamento, che siano di destra, di sinistra o di qualsiasi altra orientamento politico. Questo mi terrorizza, perché sono una persona che ama la tecnologia. Mi piace usare l’IA, adoro Internet, credo nella crescita economica. Voglio solo che i frutti di questa crescita vengano distribuiti equamente; mi sta a cuore la distribuzione. Trovarmi costretta a scegliere tra l’accelerazione e la fine del progresso mi rattrista.
Dove si collocherebbe allora la divisione partitica?
Per le elezioni del 2028, a meno che la situazione non diventi completamente folle, probabilmente saranno ancora i repubblicani e i democratici a sfidarsi. Ma, a ben vedere, penso che i democratici saranno più probabilmente i « decel ». Il che mi rattrista, perché mi sento democratico, ma anche a favore della tecnologia.
Quindi avremmo i democratici come “decelerazionisti” e i repubblicani come “accelerazionisti”?
L’intelligenza artificiale ha un impatto negativo maggiore sulla base elettorale democratica (giovani, laureati, impiegati) rispetto a quella repubblicana.
Finché Trump si è mantenuto, nel complesso, favorevole all’accelerazione tecnologica e all’intelligenza artificiale, molti repubblicani che volevano regolamentare questo strumento si sono astenuti dal farlo, per paura delle ritorsioni di un PAC allineato con lui.
Detto questo, ci sono democratici come Gavin Newsom o Jon Ossoff che puntano sulla carta dell’IA. Mi chiedo se, in un clima di crescente risentimento, avere alle spalle un super PAC 7 finanziato dalla Silicon Valley vi farà vincere o perdere le primarie contro qualcuno che grida: «& Abbasso i miliardari dell’IA!»
Proprio così, l’effetto di questi super PAC è controintuitivo.
Molto. Durante l’era delle criptovalute, Chris Lehane, che oggi lavora per OpenAI, aveva creato il PAC Fairshake, incredibilmente efficace, che passava in gran parte inosservato al grande pubblico. Lo stesso schema è stato tentato per l’IA con il PAC Leading the Future. Hanno preso di mira Alex Bores, a New York, che si batteva a favore di una regolamentazione dell’IA.
È successo invece il contrario: Bores, che era terzo nei sondaggi e destinato alla sconfitta, ha visto i miliardari dell’IA scatenarsi contro di lui e ha reagito con una propria campagna di comunicazione affermando che «i miliardari dell’IA [lo] odiano». Improvvisamente, si è portato in testa. Anche se alla fine non è riuscito a vincere per un soffio, la sua performance ha di fatto politicizzato la questione e spinto il vincitore di queste elezioni locali, Micah Lasher, a prendere esplicitamente posizione contro l’industria dell’IA. In altri collegi elettorali, i candidati ora affermano: «Grazie a Dio, non sono stato sostenuto dai miliardari dell’IA». Il sentimento populista nei confronti dell’IA è tale che essere troppo vicini all’industria è diventato un ostacolo politico.
Non c’è forse, dietro tutto questo, un’altra battaglia in corso, che non riguarda tanto la disuguaglianza intesa in senso strettamente economico, quanto piuttosto l’asimmetria di potere all’interno della società americana?
È una diagnosi azzeccata. Gran parte della rabbia nei confronti della disuguaglianza è in realtà una battaglia per procura per il potere. È per questo motivo che le persone non sono necessariamente favorevoli a un’idea come il reddito universale: sembra una forma di assistenza permanente, che comporta dipendere dall’elemosina di chi detiene realmente il denaro e il potere. Anche se vi si tiene in vita per permettervi di pagare l’affitto, non avete voce in capitolo, rimanete dipendenti.
Prendete la corruzione, uno dei cinque temi principali che preoccupano gli elettori. Guardate come Elon Musk è entrato in politica spendendo una fortuna e ha ottenuto ciò che voleva. La gente capisce bene che, quando si hanno soldi, si può influenzare la politica, comprarsi libertà che gli altri non hanno. A cosa serve il mio voto, si chiedono, se Musk può comprarsi la strada verso il potere?
Se aveste i mezzi per trasformare lo Stato, cosa consigliereste? Come sarebbe il «nuovo patto» di Jasmine Sun?
Non sono un’esperta di politiche pubbliche, e nessuno si sente molto sicuro riguardo agli scenari legati all’intelligenza artificiale, perché gli effetti non si sono ancora concretizzati. Ma è necessario pianificare in vista di diversi scenari. È abbastanza probabile che si dovrà ricorrere alla tassazione e alla ridistribuzione; si possono ipotizzare forme di imposta sulle società e sulle plusvalenze, qualora il denaro affluisca in modo massiccio verso queste imprese che gestiscono le infrastrutture dell’IA.
E ridistribuire verso cosa ?
Un’indennità di disoccupazione più lunga: in California dura sei mesi. Spesso ci vogliono uno o due anni per imparare un nuovo mestiere. Un’assicurazione sanitaria universale, perché mi aspetto un mondo con un numero maggiore di freelance e di microimprese, mentre l’attuale sistema di protezione è concepito per i tradizionali impieghi da dipendente. E una riforma dell’istruzione: sono pessimista riguardo alla sostenibilità del sistema universitario quadriennale. Questa promessa — studi storia per quattro anni e alla fine ti viene offerto un lavoro come contabile — è sempre stata un po’ ingannevole. Forse servono percorsi di apprendistato, programmi di servizio civile.
E se Dario Amodei avesse ragione ? E se investissimo ogni mese una somma superiore al budget stanziato per il Progetto Manhattan volto a eliminare il lavoro umano ? Bisogna introdurre un reddito universale, una tassa per token o un fondo sovrano ?
Penso che i ricercatori dovrebbero cominciare a delineare come sarebbe la situazione se intraprendessimo la strada verso un mondo alla Dario Amodei, strada sulla quale, lo ripeto, oggi non ci troviamo.
Sam Altman ha lanciato il suo progetto pilota sul reddito universale: quale sarà la prossima versione? Bisogna sperimentare una garanzia di occupazione? Il fondo sovrano, sul modello norvegese, è interessante. Ma la riforma strutturale a cui penso maggiormente è la riduzione dell’orario di lavoro. In un mondo in cui le macchine possono svolgere la maggior parte dei compiti, preferirei che si accorciasse la settimana lavorativa piuttosto che avere il 10% di occupati e il 90% di disoccupati. Passare da quaranta a trenta, poi a venti, poi a quindici ore, man mano che le capacità dell’IA si ampliano. Perché questo lascia ancora un po’ di margine di manovra, un ruolo nell’economia e un senso. Credo che le persone vogliano un senso. Vogliono semplicemente un lavoro relativamente facile e tranquillo.
Se il populismo dell’IA dovesse prevalere, quali sarebbero le conseguenze per gli Stati Uniti?
È uno dei miei maggiori timori: che finiamo tutti per dire «non nella mia città, non nella mia contea, non nel mio Stato», e che l’IA se ne vada altrove, che perdiamo i guadagni in termini di produttività e il miglioramento delle condizioni di lavoro, e che sia un altro Paese a trarne vantaggio. Un po’ come la Germania con la sua moratoria sul nucleare.
Ma non si può nemmeno adottare una visione tecno-ottimista senza tenere in alcun conto il modo in cui si distribuisce la ricchezza. Il modello di riferimento è il New Deal: nel XX secolo, gli Stati Uniti hanno vissuto un’ondata di automazione su vasta scala senza che ciò comportasse violenze politiche di massa né il ritorno dei luddisti.
La gente vuole vivere in un’economia in crescita, essere più produttiva: vuole semplicemente sapere che ne trarrà un vantaggio.
Ma dov’è oggi il tavolo delle trattative ?
È questa la domanda che mi pongo ora. Non sono più i settori sindacalizzati a essere colpiti, ma gli ingegneri informatici, gli esperti di marketing, persone che non fanno parte di alcun sindacato.
Quando non esiste un canale legittimo per avere queste discussioni, è proprio lì che si assiste all’emergere della violenza politica o alle moratorie sui data center. Prendiamo ad esempio Waymo: esiste un modo affinché i tassisti e Waymo si siedano attorno a un tavolo e trovino un accordo, in cui Google, che è molto redditizia e lo sarà ancora di più, condivida una parte dei propri profitti e finanzi programmi di formazione?
La mia speranza, forse un po’ ingenua, è che se si riuscirà a raggiungere un accordo, si potranno preservare i benefici della tecnologia senza quella gigantesca reazione populista che si sta profilando.
Un PAC (Political Action Committee) è un’organizzazione politica privata, il cui ruolo è quello di sostenere i rappresentanti eletti o, al contrario, di metterli in difficoltà.
Stati Uniti e Cina nella corsa all’intelligenza artificiale
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Rapporto di forza. Secondo l’AI Index 2026 dello Stanford HAI, nel marzo 2026 il miglior modello statunitense none superava più il miglior modello cinese di circa il 2,7%, mentre alla fine del 2023 il divario era ancora di decine di punti nei principali benchmark. Questo divario si è ulteriormente ridotto con il lancio di Kimi K3 e V4-Flash di DeepSeek.
Sebbene gli Stati Uniti rimangano in testa in termini di investimenti (285,9 miliardi di dollari nel 2025, contro i 12,4 miliardi investiti in Cina, senza considerare i fondi pubblici a finalità specifica) e nel settore dei semiconduttori (il B300 di Nvidia offre circa 5 volte la potenza di calcolo e 2,5 volte la larghezza di banda di memoria del miglior processore cinese attualmente in uso), la Cina domina nel campo dei brevetti (circa il 70% di quelli rilasciati tra il 2010 e il 2024), delle pubblicazioni scientifiche (il 23,2% della produzione mondiale), delle installazioni di robot industriali (volumi nove volte superiori a quelli degli Stati Uniti) e delle infrastrutture energetiche. Anche la migrazione di talenti verso gli Stati Uniti è in calo dal 2017.
Analizziamo la strategia in 1 minuto e 30 secondi.
Dal lato americano, l’IA è una corsa esistenziale e chi arriverà per primo si aggiudicherà l’intero bottino. Investimenti massicci, l’utilizzo dell’accesso all’IA e alle infrastrutture come leva geopolitica, modelli chiusi alle frontiere (la Casa Bianca ha già costretto Anthropic a bloccare l’accesso ai propri modelli agli stranieri), la costruzione massiccia di centri di dati, il tutto sostenuto dall’amministrazione trumpista incaricata di rimuovere le barriere normative. Un giurista americano ha spiegato che «negli Stati Uniti un panino al tonno è ormai più regolamentato di un’IA valutata diverse centinaia di miliardi di dollari». Leggi di piùLe somme in gioco sono davvero colossali. Nella corsa all’IA, quattro giganti della tecnologia spendono ogni mese molto di più dell’intero budget del progetto Manhattan. Leggi di piùDal punto di vista cinese. La strategia del PCC è illustrata al meglio dal discorso di Xi Jinping alla Conferenza mondiale sull’IA di Shanghai, in cui il presidente cinese ha elogiato l’open source, lasciando intravedere una logica di dumping inverso. Rendendo disponibili gratuitamente i «pesi» dei propri modelli tramite download libero, la Cina si distingue da ChatGPT o Claude, accessibili solo da remoto tramite un’interfaccia a pagamento il cui accesso può essere interrotto in qualsiasi momento. Per saperne di piùLa sfida cinese è quindi una sfida di resistenza che minaccia il cuore stesso del modello finanziario americano: ogni modello aperto riduce a zero il prezzo che le aziende farmaceutiche americane possono applicare, le quali devono remunerare decine di miliardi di capitali privati, mentre gli attori cinesi, sostenuti dal capitale paziente dello Stato, possono farsi carico diperdite. Il giorno in cui l’innovazione avversaria fosse ormai allo stremo, Pechino non avrebbe alcun obbligo di lanciare la generazione successiva. Leggi di piùLa questione energetica. Gli Stati Uniti puntano sul gas naturale e sul nucleare civile come fonti energetiche chiave per soddisfare la crescente domanda di energia dell’IA. Secondo Washington, il gas nazionale, abbondante ed economico, unito a una base industriale nucleare, costituirebbe un vantaggio decisivo. Il piano statunitense non prevede alcuno spazio per le energie rinnovabili. Per due motivi: la Cina domina le catene di approvvigionamento e le batterie non consentono ancora di superare completamente il problema dell’intermittenza. Da notare: l’amministrazione Trump sta inoltre cercando di imporre questa posizione ai propri partner.
Dal punto di vista cinese, la WAICO «mira a promuovere la cooperazione internazionale e la governance globale in materia di IA, garantendo che questa sia vantaggiosa, sicura ed equa». A differenza del quadro statunitense, essa si inserisce inoltre nel contesto delle Nazioni Unite, come dimostra la presenza del segretario generale Guterres al suo lancio.
Nessun paese che occupi una posizione strategica nella catena del valore dell’IA fa parte della WAICO. La Pax Silica riunisce i Paesi Bassi, che detengono il monopolio delle macchine per la litografia a ultravioletti estremi, la Corea del Sud, che controlla la maggior parte della produzione di chip di memoria ad alta larghezza di banda, il Regno Unito, che svolge un ruolo chiave nell’architettura dei chip ARM, nonché il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, che dispongono di ingenti capitali e di energia a basso costo per alimentare i data center.
Nota bene Xi Jinping si recherà negli Stati Uniti per una visita di Stato a settembre, e l’intelligenza artificiale dovrebbe essere al centro delle discussioni, mentre gli Stati Uniti accusano i laboratori cinesi di praticare la «distillazione» dei modelli di IA americani. Il segretario al Tesoro statunitense, Scott Bessent, ha definito tale pratica un «furto di proprietà intellettuale».
Proposte per la Francia e l’Europa
Un scenario elaborato da un gruppo di esperti mette in guardia dal rischio che l’Europa resti indietro nel campo dell’intelligenza artificiale nei prossimi cinqueanni e che il ritardo accumulato nei modelli all’avanguardia possa rendere l’Unione tecnologicamente dipendente dagli Stati Uniti.
Cosa fare? Due proposte da leggere sulla rivista:
Prometeo. I controlli statunitensi sulle esportazioni relativi a Mythos e Fable 5 hanno dimostrato che un modello di frontiera può essere interrotto senza preavviso e che importare IA equivale a dipendere da uno Stato terzo per una quota crescente della produttività e della sicurezza. Gli autori dell’articolo quantificano quindi le esigenze di un laboratorio di frontiera francese: 12 GW di potenza di calcolo nel 2029, un team ristretto di 1.700 persone, per un costo complessivo di 700 miliardi di dollari in tre anni, pari al 4,5-8% del PIL, con l’1,5% di finanziamento pubblico all’anno. Secondo gli autori, la scommessa sull’open source o la dipendenza negoziata tramite ASML non offre alcuna garanzia di reale autonomia: si tratta di un «nuovo momento nucleare», e l’unica domanda è se la Francia sia pronta a pagarne il prezzo. Leggi di piùThémis. Al contrario, secondo altri, l’Europa e la Francia potrebbero partire dagli «attivi lenti» (da 5 a 10 anni), piuttosto che dal blocco rapido e costoso del calcolo di addestramento: energia e terreni allacciati, flotta di inferenza sovrana da 2 a 3 GW, mantenimento di una competenza di addestramento interna tramite un appalto pubblico pluriennale, capacità di valutazione sovrana e negoziazione collettiva delle garanzie di accesso. A ciò si aggiunge il livello di orchestrazione, per il quale l’Europa dispone di reali punti di forza e dove il biglietto d’ingresso si misura in termini di capitale umano piuttosto che di potenza di calcolo. Costo: da 5 a 7 miliardi di euro all’anno, pari a circa lo 0,2% del PIL francese. Leggi di più
E se la vera rivoluzione tecnologica non fosse l’IA?
Secondo Martin Kenney, professore all’Università della California, sebbene l’intelligenza artificiale susciti il maggiore interesse, sono le tecnologie rinnovabili a beneficiare di miglioramenti sempre maggiori, la cui diffusione sta accelerando a livello mondiale.
Le tecnologie rinnovabili (intese come energia solare, batterie, veicoli elettrici) sembrano avere maggiori possibilità di trovarsi al centro del prossimo paradigma tecnico-economico, alla luce degli attuali sviluppi. Ciò non toglie che l’intelligenza artificiale sia una nuova tecnologia di primo piano. Leggi di piùL’enorme fabbisogno energetico dei data center rafforza questa tesi. Più che il talento, i chip o la memoria, è forse proprio l’energia a costituire il collo di bottiglia principale per l’IA.
Utilizzo e questioni politiche
Secondo un sondaggio Ipsos condotto per conto di Groundwork Collaborative, il 36% degli intervistati negli Stati Uniti non utilizza mai l’intelligenza artificiale sul lavoro e il 23% lo fa raramente. Solo il 17% ne fa uso quotidianamente e il 12% alcune volte alla settimana.
Solo il 6% dei lavoratori ritiene che l’IA sostituirà il proprio posto di lavoro, mentre il 34% pensa che lo migliorerà aiutandoli a svolgere determinati compiti. Allo stesso tempo, però, il 67% ritiene che l’IA peggiorerà l’esperienza dei lavoratori eliminando posti di lavoro e aumentando la pressione sulla produttività, contro il 30% che pensa che la migliorerà.Il divario. Il 40% dei lavoratori con un reddito superiore a 100.000 dollari si aspetta che l’intelligenza artificiale migliori la propria situazione lavorativa, contro il 19% di coloro che guadagnano meno di 50.000 dollari. Il 27% prevede che i benefici della tecnologia saranno distribuiti equamente. La questione politica e la nuova forma di populismo. La questione dell’IA sta già polarizzando la scena politica americana e potrebbe diventare il tema centrale del prossimo ciclo elettorale. Al di là del massiccio rifiuto dei centri dati, la questione della ripartizione dei profitti generati dall’IA si impone come un tema bipartisan: Bernie Sanders ha proposto un disegno di legge volto a prelevare una quota del 50% dal capitale delle grandi aziende di IA al fine di finanziare versamenti diretti ai cittadini; Steve Bannon e oltre 60 alleati di Trump hanno presentato una petizione alla Casa Bianca per chiedere che l’IA sia sottoposta a un controllo governativo; i senatori Josh Hawley (repubblicano) e Mark Warner (democratico) hanno presentato una proposta di legge che obbligherebbe i datori di lavoro a dichiarare ogni trimestre i licenziamenti legati all’IA. Leggi di piùNel suo discorso programmatico, Tucker Carlson ha dichiarato: «Le due minacce più gravi di tutta la storia conosciuta, ovvero la guerra nucleare e l’intelligenza artificiale, si profilano proprio davanti a noi.» Leggi di più
Cosa tenere d’occhio? Per Jasmine Sun, una delle nuove voci più influenti della Silicon Valley e teorica del populismo dell’IA, «L’IA ha un impatto negativo maggiore sulla base elettorale democratica (giovani, laureati, colletti bianchi) rispetto a quella repubblicana. Finché Trump è rimasto nel complesso un sostenitore dell’accelerazionismo e favorevole all’IA, molti repubblicani che volevano regolamentare questo strumento si sono astenuti dal farlo.» Leggi di piùLa Chiesa prende posizione. Centotrentacinque anni dopo la *Rerum Novarum*, la Chiesa del primo papa americano ha preso posizione nel dibattito sul futuro dell’umanità nell’era dell’intelligenza artificiale, con un’enciclica che affronta il transumanesimo, il colonialismo digitale e la nuova religione della Silicon Valley. Il gesuita Antonio Spadaro l’ha letta per noi qui. Leggi di più
A novanta giorni dalle elezioni di metà mandato, l’ex star di Fox News pubblica un manifesto in dieci punti che delinea una dottrina per l’era post-Trump.
Traduciamo e commentiamo il suo lungo discorso riga per riga.
Un discorso ed una chiosa, entrambi molto interessanti. Il primo sancisce la definitiva frattura interna a MAGA in aperto dissenso alle politiche di Trump e il tentativo di fusione con la componente ex democratica di MAHA; la seconda rivela la cieca faziosità della testata francese tutta tesa a legittimare le posizioni progressiste contrapposte ad un unico schieramento “reazionario” “razzista” e “antisemita”. Una anticipazione del livello di dibattito che dovremo subire in Europa nei prossimi mesi_Giuseppe Germinario
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Il 5 agosto 2026, novanta giorni prima delle elezioni di metà mandato , Tucker Carlson trasmise sul suo canale un monologo di circa due ore, dal titolo sobrio: ” È ora di salvare l’America”, in concomitanza con la pubblicazione di un manifesto in dieci punti.
Questo discorso, atteso da tempo, era stato annunciato quattro giorni prima dall’ex deputata trumpiana Marjorie Taylor Greene, ritratta in una foto durante un incontro con Carlson, il deputato del Kentucky Thomas Massie e Joe Kent, direttore uscente del Centro nazionale antiterrorismo.
«Abbiamo detto: basta guerre all’estero, e lo pensavamo davvero. Abbiamo sostenuto Donald Trump perché lo aveva promesso. Ma ci ha traditi tutti. Il nostro impegno è “L’America prima di tutto”, per tutti gli americani, di destra, di sinistra e di centro. Il movimento è iniziato.»
Il discorso mira a segnare una rottura con la base nazional-populista di Donald Trump e con i principali orientamenti del suo secondo mandato.
A Washington, la reazione è stata immediata. La Casa Bianca ha deriso “un’imbarazzante collezione di ribelli piagnucolosi che sopravvalutano enormemente la propria influenza e rilevanza”. 1Ha ribadito che Trump rimane il “leader indiscusso” del Partito Repubblicano. Lo stesso presidente ha affermato fin dalla primavera che Carlson “ha perso la strada” e che “non è MAGA”. Ora Carlson riconosce apertamente la rottura: “Abbiamo bisogno di alternative… Contribuirò a costruire un terzo partito”.
È attorno a questa diagnosi che questa figura estremista cerca di riunire diverse linee di pensiero critiche che attraversano la società americana. Secondo lui, questo sistema è intrappolato in una “classe Epstein”, dominata da due partiti “identici” sugli elementi essenziali (guerra, bilancio e tasse), e incapaci di rispondere alle due minacce che incombono sull’umanità: una guerra nucleare derivante dalla fusione dei conflitti in Ucraina e Iran, e l’esplosione dell’intelligenza artificiale. È anche
Se la situazione di stallo nella guerra con l’Iran è sintomo di “tradimento”, è nel caso Epstein e nel ruolo di Israele nella politica americana che l’ex star di Fox News cerca di creare divisione, sullo sfondo della normalizzazione dell’antisemitismo in una parte della destra americana alimentata dai contenuti di Nick Fuentes e dell’intelligenza artificiale negazionista .
L’obiettivo di Carlson è quello di realizzare un cambiamento sistemico. Ciò implica un “cambio di regime” interno attraverso la creazione di un terzo partito che, dividendo il voto conservatore, potrebbe privare il presidente della maggioranza già a novembre, dato che il 43% degli elettori si dichiara insoddisfatto dei due principali partiti. 2.
Il piano in dieci punti di Tucker Carlson mira a inaugurare una nuova fase di populismo nazionale negli Stati Uniti, ridefinendo una dottrina trumpiana dopo l’era Trump. A corredo della nostra analisi del rimodellamento del panorama politico americano, traduciamo e commentiamo questo importante discorso, spesso incoerente e divagante, offrendo un’analisi quasi riga per riga.
Lo scopo di qualsiasi sistema è proteggere gli interessi delle persone che serve e governa. È semplicemente nella sua natura. Quindi, qual è il ruolo di un predicatore? È prendersi cura delle anime dei suoi seguaci. Qual è il ruolo di un presidente? È salvaguardare gli interessi dei suoi cittadini e proteggerli. È davvero molto semplice. È insito nella definizione stessa di queste cariche.
È ormai evidente da tempo che il nostro sistema non funziona come dovrebbe, perché chi è al comando sembra preoccuparsi principalmente – non esclusivamente, ma principalmente – dei propri interessi. Lo si vede ovunque: i dipendenti pubblici guadagnano più del cittadino medio americano. Questo la dice lunga. È evidente a ogni livello delle istituzioni americane: molte di esse sembrano operare principalmente a beneficio di chi le gestisce. E questo è grave. E lo fanno con sempre minore segretezza. Stanno creando le proprie isole private, convinti di essere esenti dalle regole che valgono per tutti gli altri. Ciò ha causato enorme frustrazione e profondo risentimento tra la gente comune: “Un momento, non state nemmeno rispettando le vostre stesse regole. Io devo rimanere a casa durante la pandemia di COVID, mentre voi andate al French Laundry… Cosa credete di essere, dei re?”. In effetti, la risposta è sì.
La costruzione di questa argomentazione unisce due periodi temporali differenti. Il paradigma invocato è la cena di Gavin Newsom al ristorante French Laundry, premiato con tre stelle Michelin, nella Napa Valley, il 6 novembre 2020, nel pieno del lockdown, divenuta simbolo dell’ipocrisia delle élite in materia di salute pubblica. Facendo riferimento a un evento di sei anni prima, anziché agli scandali del secondo mandato di Trump, Carlson stabilisce immediatamente la tesi del suo discorso. La corruzione, sostiene, è quella di un “sistema” bipartisan, non di un singolo schieramento politico.
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Stiamo dunque assistendo a un evidente deterioramento di un sistema che, col passare del tempo, diventa sempre più corrotto, e chi detiene il potere lo usa a proprio vantaggio, nonché a quello di familiari e amici. È stato definito il “gruppo Epstein”, perché di questo si tratta esattamente.
Il termine “classe Epstein” non è di Carlson. Emerso alla fine del 2025 nel contesto della battaglia relativa agli Epstein Files , è stato introdotto nel discorso politico dal democratico californiano Ro Khanna, membro della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, e successivamente adottato dal senatore della Georgia ed ex produttore di documentari Jon Ossoff, nonché dalla destra nazionalpopulista e dall’estrema destra. Si riferisce a una rete trasversale di élite che godono di impunità di fatto. Il caso fornisce un linguaggio comune a entrambi i movimenti populisti, ed è proprio al centro di questa divisione che Carlson cerca di posizionarsi.
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Si tratta di un gruppo di persone egoiste che agiscono nel proprio interesse, a vostro discapito. Questo è chiaro. È certamente estremamente dannoso, ma può persistere a lungo perché questa è semplicemente la natura dei sistemi. È come l’Impero Ottomano, che aveva conquistato mezzo mondo e poi è caduto in uno stato piuttosto patetico, concentrandosi solo sul suo harem. E alla fine, si è dissolto.
Qualcosa di diverso è accaduto al nostro sistema. È diventato chiaro di recente: una cosa è avere un sistema gestito da persone che tutelano i propri interessi e non i tuoi – lo abbiamo già visto – tutt’altra cosa è avere un sistema completamente incapace di reagire alla realtà, praticamente paralizzato. Purtroppo, e in modo molto preoccupante, questo è il sistema che abbiamo oggi. Lo sappiamo perché probabilmente le due più grandi minacce di tutta la storia – la guerra nucleare e l’intelligenza artificiale – incombono proprio davanti a noi.
L’intero discorso si fonda su questa premessa catastrofista, radicata nell’immaginario della decadenza e del declino , elemento centrale anche nella costruzione dell’ideologia di estrema destra. La tattica consiste nell’elevare l’intelligenza artificiale al livello di una guerra nucleare, al fine di rendere ancora più riprovevole l’inazione delle élite di fronte a minacce “esistenziali”.
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E nessuno nella nostra società che ricopra una posizione di autorità sembra in grado di reagire, o persino di riconoscere veramente che tutto ciò sta accadendo. È come se fossero congelati, a fissare l’albero che sfreccia verso il parabrezza a 110 chilometri all’ora. Questa è proprio l’impressione che si ha. Se si ascolta attentamente, è esattamente dove ci troviamo.
Pertanto, se questa traiettoria dovesse continuare, ci stiamo dirigendo verso un conflitto nucleare, poiché due conflitti – uno in Medio Oriente e l’altro nell’Europa orientale, tra Ucraina e Iran – si stanno improvvisamente fondendo in un modo o nell’altro.
Sebbene i due conflitti siano attualmente solo marginalmente collegati , non esistono prove pubbliche che suggeriscano che Washington abbia preso in considerazione l’uso di armi nucleari contro l’Iran. Questa “previsione” estrapola da eventi reali, come la situazione di stallo nel conflitto, per dedurre un’escalation “inevitabile” verso l’uso di armi nucleari. Questo passaggio dal plausibile al certo è uno degli espedienti retorici impiegati in questo discorso.
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Che cosa significa? Significa una guerra mondiale.
La Russia sta fornendo all’Iran droni Shahed di ultima generazione, invertendo la tendenza del 2022, e secondo alcune fonti starebbe anche fornendo informazioni satellitari sulle forze statunitensi. Il 25 luglio, l’Ucraina ha colpito una nave mercantile iraniana nel Mar Caspio, accusata di rifornire la Russia, segnando il primo scontro diretto tra Kiev e Teheran. Il passaggio da questo concreto collegamento a una “guerra mondiale” tra due schieramenti consolidati rimane una tipica interpretazione della retorica sempre più aggressiva di Carlson.
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Ci troviamo di fronte a due fazioni con posizioni fondamentalmente inflessibili. Senza entrare nei dettagli, se seguite le notizie, se fate parte della piccola percentuale di americani che lo fa, sapete già che non si intravede una soluzione ovvia a nessuno di questi conflitti nel prossimo futuro, eppure la posta in gioco non potrebbe essere più alta. Naturalmente, i principali attori in queste due guerre, ormai diventate una sola, possiedono armi nucleari. Considerano questo, per usare un termine fin troppo abusato, una questione esistenziale. Quindi, a meno che l’angolo d’attacco e la traiettoria che stiamo seguendo non cambino molto rapidamente, finiremo inevitabilmente per usare armi di distruzione di massa. Uno dei protagonisti, il Presidente degli Stati Uniti, lo sta già minacciando apertamente su Truth Social, su internet, affinché tutti possano vederlo: “Distruggeremo la vostra civiltà”. “Non si può fare con i Tomahawk, ovviamente, ma si può fare con le armi nucleari. Il Presidente degli Stati Uniti, qualunque cosa si dica, sta minacciando apertamente di usare armi nucleari in un conflitto che non ha una soluzione immediata o ovvia.”
In un messaggio pubblicato su Truth Social il 7 aprile 2026, poche ore prima dell’ennesimo ultimatum sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, dichiarò: “Un’intera civiltà morirà stanotte, per non tornare mai più. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà”. Queste minacce apocalittiche avrebbero potuto alludere a un segnale nucleare, ma Trump non menzionò mai armi nucleari in questo contesto. L’accusa diretta ed esplicita del presidente (nonostante le critiche di Carlson nei suoi confronti, rivelate dalla stampa in messaggi privati) testimonia la profondità della frattura.
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Dove ci porterà tutto questo? A un attacco nucleare. Quanto a ciò che accadrà dopo, solo Dio lo sa.
Ma se riuscite anche solo a convivere con questo fatto, se riuscite anche solo a dire o semplicemente a riconoscere, senza esprimerlo a parole, che sì, questo potrebbe portare al lancio di armi nucleari contro popolazioni civili, avete già perso la testa. Avete già dimostrato di essere incapaci di leadership, perché questa è follia. È molto più che imprudenza. È… è letteralmente… suicidio e omicidio. E come minimo, siete paralizzati. Siete incapaci di agire per difendervi, non solo per difendere il vostro paese o la vostra civiltà, ma persino per difendere voi stessi. Ecco a che punto siamo.
Lo stesso vale per l’intelligenza artificiale. Certo, proprio come con le guerre in Ucraina e in Iran, non sappiamo dove ci porterà l’IA. Forse è semplicemente una bolla gigantesca. Sapete, è come la bolla delle dot-com del 2000. È Pets.com moltiplicato per 100. Forse, al contrario, le previsioni di chi sviluppa questa tecnologia si riveleranno vere, ovvero che questa sarà la fine. Nella migliore delle ipotesi, cederemo alle macchine la nostra capacità di prendere decisioni importanti sulla nostra vita; affideremo le nostre vite alle macchine. Questo è lo scenario migliore. Nello scenario peggiore, le macchine decideranno di ucciderci tutti e lo faranno, e non ci sarà niente che potremo fare. Questo è quello che dicono. Non i catastrofisti su Twitter, ma gli individui che sviluppano questa tecnologia: “Oh, a proposito, questa cosa che stiamo creando potrebbe uccidere tutti e, come minimo, garantirà che i vostri figli, i vostri nipoti e probabilmente anche voi stessi sarete senza lavoro”.
Nel maggio 2023, i leader di OpenAI, Anthropic e Google DeepMind hanno firmato una dichiarazione del Center for AI Safety in cui equiparavano il “rischio di estinzione” associato all’IA a quello di pandemie e guerre nucleari. Nel maggio 2025, Dario Amodei ha previsto la scomparsa della “metà di tutti i posti di lavoro qualificati di livello base entro i successivi 1-5 anni”. Pochi giorni fa è stato pubblicato un altro testo intitolato ” Pacing the Frontier “, firmato da oltre mille ingegneri di importanti laboratori, tra cui Amodei e il responsabile scientifico di OpenAI, Jakub Pachocki, che invita Washington a dotarsi dei mezzi per “rallentare deliberatamente” la corsa all’IA. L’originalità di Carlson sta nel trasformare questo catastrofismo manageriale – di cui si può analizzare anche la dimensione di marketing – in un’accusa populista contro coloro che lo professano.
↓Vicino
Immagino che faremo qualcosa al riguardo. Ma non sappiamo bene cosa, e succederà tra circa un anno. La cosa sorprendente non è solo che i responsabili lo ammettano, o che stiano effettivamente cercando di attirare la nostra attenzione dicendo: “Ecco cosa stiamo facendo”. Ma è che nessuno sta facendo niente. Sembrano tutti semplicemente ipnotizzati, con gli occhi incollati a questa cosa che potrebbe benissimo significare la fine di tutto. Chi si comporta così? Le persone normali non si comportano così, e di certo non lo fanno i sistemi funzionanti. Quindi, senza entrare troppo nei dettagli, cosa ci dice tutto questo? Ci dice che il sistema ha raggiunto i suoi limiti. Non è un sistema che funziona davvero nell’interesse di nessuno. È un sistema destinato alla distruzione, probabilmente imminente. Quindi sta scomparendo. Probabilmente sapevamo già che qualsiasi sistema che permette l’elezione di ottantenni a capo del paese, ottantenni cinici, non ha molto tempo a disposizione.
Trump ha recentemente festeggiato il suo ottantesimo compleanno alla Casa Bianca con una festa a tema MMA , mentre Biden ha lasciato l’incarico all’età di 82 anni. Carlson sta quindi ribaltando l’argomento dell’età e del declino contro Trump, un argomento che il campo MAGA ha usato contro Biden nel 2024, uno dei tabù più rigidi del trumpismo. Mentre questi “ottantenni cinici” prendono di mira entrambi i presidenti senza nominarli, fanno parte di una crescente sfida all'”oligarchia dei baby boomer” negli Stati Uniti, che ha preso di mira figure come Nancy Pelosi (il cui annuncio del ritiro nel novembre 2025 all’età di 85 anni ha riacceso la guerra generazionale tra i Democratici) e Mitch McConnell, 84 anni, che non si ricandiderà al Senato dopo i suoi episodi di assenza dalla scena pubblica.
↓Vicino
Un sistema del genere non può riprodursi, proprio come gli ottantenni non possono riprodursi. È la fine: questa è la verità, ed è triste. Ci siamo certamente lamentati a lungo di questo. Ma, a questo punto, è semplicemente ovvio.
Vale quindi la pena riflettere su cosa accadrà dopo, ammesso che saremo ancora tutti qui: dobbiamo partire da questa premessa, perché è certamente ciò che desideriamo, e anche se non lo fosse, dobbiamo comunque prepararci, perché non si sa mai. Qualcosa accadrà, qualcosa che sostituirà il sistema. Possiamo sperare che questa sostituzione, qualunque essa sia, sia il risultato di un processo graduale che le persone avranno il tempo di assimilare, accettare e approvare, in modo che non ci sia un cambiamento improvviso, perché i cambiamenti improvvisi di direzione politica sono… beh, si chiamano rivoluzioni. E in genere non sono un miglioramento rispetto a ciò che sostituiscono. Hanno i loro svantaggi. Quindi speriamo che si evolva in qualche modo in qualcosa di meno folle, meno distante dalla missione primaria di un sistema, che è quella di servire le persone che vivono qui, e più umano, sempre più umano, e così via. Che sia semplicemente migliore sotto ogni aspetto. Questo è ciò che speriamo. Ma qualunque cosa accada, ci stiamo dirigendo verso qualcosa di diverso. La domanda è: cosa sarà? Non lo sappiamo.
Sappiamo che gli sviluppi tecnologici o i cambiamenti negli equilibri di potere su scala globale, tutti questi fatti osservati sul campo, sono accompagnati e seguiti da cambiamenti politici.
In questo contesto, la cornice concettuale evocata da Carlson è di stampo materialistico. La politica viene presentata semplicemente come una “risposta” ai cambiamenti tecnologici e geopolitici. Questa visione gli permette di presentare la fine del sistema non come un programma, bensì come un evento inevitabile che deve semplicemente essere gestito. Ironicamente, l’espressione “cambio di regime”, che Carlson aborrisce in politica estera, diventa la sua profezia in politica interna.
↓Vicino
Da questi sviluppi scaturiscono cambiamenti politici. Non li causano, ma ne sono una reazione. Stiamo quindi assistendo a cambiamenti politici, destinati a trovare espressione politica. Sarà un terzo partito? Probabilmente. L’osservazione più radicale che si possa fare sulla politica americana dell’ultimo secolo, e ne abbiamo avuto conferma il 28 febbraio, è che i partiti hanno posizioni simili sulle questioni principali.
Con l’Operazione Epic Fury, lanciata il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno oltrepassato una soglia senza precedenti. Attacchi massicci e coordinati contro l’Iran, l’obiettivo del cambio di regime pubblicamente abbracciato da Trump e l’eliminazione della Guida Suprema, Ali Khamenei. Per il movimento MAGA, costruito in parte sul rifiuto delle “guerre infinite”, sul disimpegno dal Medio Oriente e sulla critica delle politiche di cambio di regime , la data segna una svolta e stabilisce un nuovo paradigma. Sul fronte politico, la rottura è stata immediata. Pochi giorni dopo, Carlson ha dichiarato che “questa è la guerra di Israele, non dell’America”, Marjorie Taylor Greene ha accusato ” America First ” di essersi trasformato in ” Israel First ” e Steve Bannon ha denunciato il “circo del cambio di regime”. Sul fronte della domanda, tuttavia, la base è rimasta solida nei primi mesi: come ha dimostrato la nostra analisi , a marzo “quasi otto elettori repubblicani su dieci che si identificavano come appartenenti al movimento MAGA hanno affermato di sostenere la guerra contro l’Iran”, con un netto aumento di 68 punti percentuali nel sostegno all’uso della forza militare tra i repubblicani MAGA, rispetto agli 11 punti percentuali degli altri. Trump può quindi ricordare ai suoi dissidenti, come ha fatto di nuovo a luglio: “Io sono MAGA”.
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Trump si sta imbarcando nell’unica cosa che aveva detto che non avrebbe mai fatto: una guerra per il cambio di regime in Medio Oriente, prendendo di mira l’Iran, un paese molto più grande e potente di quello bersaglio del nostro ultimo, fallimentare tentativo di cambio di regime. Non ci sono state proteste contro questa mossa perché, ovviamente, i leader dell’altro partito, i suoi cosiddetti nemici, erano completamente dalla sua parte, così come lo erano sulla maggior parte del suo bilancio e certamente sul sistema fiscale approvato dal partito. Cosa ci dice questo? Almeno una cosa: sulle questioni che contano davvero, le manifestazioni più ovvie e storicamente significative dell’esercizio del potere – vale a dire, la politica estera, il bilancio e il sistema fiscale – i partiti sono allineati. Sono identici. Hanno la stessa agenda, esattamente la stessa agenda. Mettono in scena tutto questo spettacolo per convincerci che no, siamo davvero nemici giurati. Ma lo sono? No, non lo sono.
Per ribadire un concetto ovvio – e che non si ripeterà mai abbastanza – se gli oppositori di Trump si opponessero davvero a ciò che sta facendo, ci sarebbero persone in piazza, lo sanno tutti. Il partito la cui stessa identità si fonda sulla partecipazione della gente alle manifestazioni per questa o quella causa, soprattutto per la pace, manifesterebbe per la pace e contro questa guerra. Ma non è così. Perché? Perché non si oppongono.
Accusando semplicemente i Democratici di non opporsi alla guerra, Carlson cerca di avvalorare la narrativa del partito unico senza prendere di mira specificamente il campo repubblicano, che è al potere. Anche questa affermazione è errata. Sebbene la mobilitazione di massa non sia stata paragonabile a quella del 2003, si sono svolte manifestazioni in circa quindici città a partire dal 28 febbraio. Bernie Sanders ha definito la guerra “incostituzionale” e decine di manifestanti, e in seguito anche veterani, sono stati arrestati a New York e al Campidoglio in aprile. Tuttavia, queste mobilitazioni sono rimaste sporadiche, non paragonabili a quelle del 2003 e prive di qualsiasi impatto politico all’interno della leadership democratica.
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Ecco perché. Non per lamentarci, ma semplicemente per gettare le basi per la prossima fase della nostra vita come cittadini americani. Sappiamo che i partiti sono allineati sulle questioni che contano… contro il popolo. Come lo sappiamo? Perché abbiamo i sondaggi d’opinione e, sebbene possano non essere del tutto accurati, col tempo ci forniscono un quadro abbastanza chiaro delle priorità della gente. Le grandi misure che il governo americano, sostenuto da entrambi i partiti, sta attuando – vale a dire, l’aumento della sorveglianza, il trasferimento di una quota sempre maggiore del prodotto interno lordo a una percentuale sempre più piccola della popolazione, l’invasione di altri paesi, la spesa di 1.500 miliardi di dollari all’anno per un esercito che non può vincere una guerra, e così via – tutte queste grandi misure non sono ciò che vuole la gente. La gente è preoccupata, nonostante tutti gli ammonimenti dei propri leader, per il prezzo dei burritos.
“Il prezzo dei burritos” si riferisce alla controversia che infuria nella destra americana. Il giorno prima, un portavoce dell’organizzazione conservatrice Turning Point USA aveva riportato la lamentela di uno studente (“un burrito non dovrebbe costare 20 dollari”). Le risposte sprezzanti di alcuni esponenti conservatori (“smettila di lamentarti, trovati un lavoro, mangia ramen” da Dan Crenshaw o “torna in cucina” da Ben Shapiro) hanno scatenato una guerra culturale interna sul tema dell'” accessibilità economica “, considerato un punto debole del secondo mandato di Trump. L’ala populista ha avvertito: “Se la nostra risposta alla crisi dei prezzi è dire alla gente di mangiare meno bene, perderemo, e ce lo saremo meritato”. Il sarcasmo che Carlson attribuisce alle élite (“bambino viziato”, “sei uno studente?”) riecheggia questo scambio quasi alla lettera. La questione dell'”accessibilità economica” è stata al centro della politica americana sin dalla vittoria di Zohran Mamdani a New York e dalla schiacciante vittoria democratica nel novembre 2025. La cifra citata da Carlson (“30% in più in un anno”) è tuttavia notevolmente esagerata: i prezzi dei generi alimentari sono aumentati solo del 2,3% circa nel 2025, ma di oltre il 25% dal 2020, con alcune taquerie californiane che hanno addirittura registrato un aumento del 60% sui loro burritos dall’inizio della pandemia.
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Potresti dire loro: “Che meschinità, non dovresti mangiare burrito da 20 dollari”. Ma forse le persone vogliono scegliere cosa mangiare e non vogliono pagare il 30% in più per un burrito in un anno, o qualcosa del genere. È un aumento significativo, e se ti interessasse davvero ciò che le persone vogliono, lo prenderesti sul serio. Ma come già detto, non solo chi è al potere non si preoccupa di ciò che vuoi, ma si oppone attivamente. E il fatto che tu lo voglia è, ai loro occhi, la prova che è illegittimo. “Come osi chiedere una cosa del genere, moccioso presuntuoso!” “Sei uno studente? Comunque, chiunque troverà un lavoro nell’era dell’IA ne è già a conoscenza.” La discrepanza è troppo grande perché questa situazione possa continuare.
Carlson dà qui un nome a quello che Jasmine Sun definisce ” populismo dell’IA “: una visione del mondo in cui l’intelligenza artificiale non è più una tecnologia ordinaria, ma un progetto politico delle élite, imposto dai miliardari a una popolazione che non ha fatto nulla per meritarselo. In linea con la diagnosi di Sun, Carlson non discute i meriti della tecnologia; contrappone gli addetti ai lavori che si accaparrano i posti di lavoro nell’era dell’IA ai giovani la cui stessa rabbia viene considerata illegittima, trasformando l’ansia economica in rivendicazioni populiste.
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Probabilmente, quindi, ci troveremo a dover coinvolgere una terza parte, o addirittura più di una.
Secondo un sondaggio Gallup condotto un anno fa, il 62% degli americani desidera un terzo partito, ma solo il 15% si dichiara molto propenso a votarlo. Sebbene Elon Musk avesse annunciato l’intenzione di lanciare un partito, l’ America Party , nel luglio 2025, ha poi deciso di finanziare i Repubblicani per le elezioni di metà mandato. Questo ripensamento, ovviamente, alimenta le speculazioni, riaccese da questo discorso, secondo cui il partito di Carlson potrebbe rappresentare un rischio considerevole per il blocco di Trump e per il Partito Repubblicano.
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È questo il sistema migliore? Non lo so. È meglio di quello che abbiamo. La domanda è se sarà sufficiente. La risposta – la risposta difficile – è no. Quando sentite dire “Non c’è una soluzione politica a questo problema”, non significa che non sperino che ce ne sia una. L’alternativa è qualcosa di “cinetico”, come si suol dire, e noi non lo vogliamo. Non vogliamo alcuna forma di violenza. Ma sappiamo anche che non esiste una soluzione politica a nulla, in realtà, in nessun sistema, perché la società si comporta in modo coerente nel tempo, secondo i valori e le preoccupazioni delle persone che la abitano. In altre parole, se si vuole cambiare il comportamento umano, approvare leggi contro quel comportamento non porterà al risultato desiderato. Ciò che porterà al risultato desiderato è convincere le persone che è la cosa giusta da fare. Ovviamente, probabilmente non esiste una legge contro l’urlare parolacce al proprio bambino al supermercato, o almeno nel parcheggio. Non si viene arrestati per questo. Non esiste una legge contro l’uso di un linguaggio volgare con i propri figli. Ma chi lo fa davvero? Pochissime persone. Potresti provare a fare un gesto offensivo a una vecchietta sulle strisce pedonali – il che probabilmente non è illegale – ma nessuno lo fa. Perché? Perché se ci provi, ovviamente, la gente penserà: “Cosa stai facendo? È disgustoso”. Quindi non lo fai.
Le ripercussioni, intenzionali o meno, sono difficili da ignorare. Il 13 gennaio 2026, nello stabilimento Ford Rouge di Dearborn, Trump ha mostrato il dito medio e ha insultato silenziosamente un operaio della UAW che gli aveva gridato “protettore di un pedofilo”. La Casa Bianca ha difeso il gesto, definendolo “appropriato e inequivocabile”.
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In altre parole, se si vuole cambiare una società, è assolutamente necessario avere più opzioni tra cui scegliere. È assolutamente necessario avere leader che vogliano servire i cittadini di quel paese perché si preoccupano per loro. Il servizio nasce da questa preoccupazione. Se ami qualcuno, vuoi essere al suo servizio: è ovvio. Ma più di ogni altra cosa, serve una popolazione con obiettivi chiari e una chiara comprensione di quale dovrebbe essere il programma. Non fate gesti osceni alle anziane sulle strisce pedonali. Semplicemente non fatelo. Su questo siamo tutti d’accordo. Ci deve essere un consenso su ciò che stiamo facendo. Qual è lo scopo di tutto questo? È da lì che dobbiamo partire. Si scopre che se si raggiunge questo consenso, molti problemi si risolvono nel tempo, non immediatamente. Alcuni problemi sono, se non irrisolvibili, quantomeno molto complessi. Ma se si gettano le basi correttamente, tendono a migliorare nel tempo. Se questo non accade, inevitabilmente peggiorano. Lo sappiamo. Pertanto, qualsiasi tentativo di risolvere i problemi sistemici degli Stati Uniti con soluzioni tecnocratiche è, per definizione, destinato al fallimento. Perché non affronta le cause profonde che ci hanno portato a questa situazione.
Come siamo arrivati ad avere un debito di diverse migliaia di miliardi di dollari? Migliaia e migliaia di miliardi, un debito impossibile da ripagare. Perché abbiamo continuato a eleggere persone che lo hanno aumentato, incluso l’attuale inquilino della Casa Bianca. Ma perché l’abbiamo fatto? Perché abbiamo una comprensione piuttosto distorta di cosa sia il debito e delle sue conseguenze per gli individui e le nazioni. Non ci poniamo gli obiettivi giusti. Non pensiamo che sia importante evitare di indebitarci. Se avessimo prestato attenzione, probabilmente non avremmo accumulato, nel corso di molti decenni, un debito impossibile da ripagare che ci controlla. Quindi tutto questo ci riporta a una di quelle cose che nessuno in politica ammette mai ad alta voce, ma che è semplicemente vera: la cosa più importante che si possa fare se si vuole cambiare un mondo, una regione, una civiltà, una nazione, un quartiere, una persona, è dire la verità ad alta voce. Sempre. Le parole sono la cosa più importante. Non sono la soluzione da sole, ma sono l’inizio del cambiamento. Dite la verità ad alta voce. Dite ciò che è vero. Esistono molti modi per dimostrarlo, ma le uniche vestigia significative che ci rimangono di qualsiasi civiltà passata sono le idee che ha promosso, le parole che ha pronunciato e, nella misura in cui queste sono sopravvissute, hanno segnato e influenzato le generazioni successive. L’eredità più importante dell’Impero Romano non sono i suoi acquedotti, alcuni dei quali sono ancora in piedi perché i suoi brillanti architetti e grandi costruttori usarono la pietra, non il cemento armato – il che è comunque impressionante. L’eredità più duratura di Roma, tuttavia, è il Cristianesimo, che, sotto Costantino, divenne la religione di stato e rimane ancora oggi la religione più diffusa al mondo.
Il cristianesimo fu legalizzato da Costantino con l’Editto di Milano (313), ma divenne religione di stato dell’Impero solo sotto Teodosio con l’Editto di Tessalonica (380).
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Quindi, le parole sono ciò che conta di più. Ecco perché i tiranni, come sappiamo, e tutti i governi, del resto, cercano di limitare ciò che puoi dire. È la prima cosa che fanno prima di tentare di disarmarti. Cercano di dettare ciò che puoi dire. Perciò abbiamo pensato che sarebbe stato utile delineare semplicemente gli obiettivi di ciò che verrà dopo, e assumerà diverse forme. Speriamo che sia meglio di quello che abbiamo ora, ma sappiamo che sarà diverso da quello che abbiamo, perché quello che abbiamo semplicemente non funziona. Non può proteggerci dalle più grandi minacce della storia umana.
Questi sono dunque i dieci principi a cui l’America dovrebbe attenersi. Probabilmente lo ha fatto in passato, ma dovrebbe certamente farlo di nuovo oggi. Se si riuscisse a metterli in pratica, se si riuscisse a convincere le persone ad aderirvi – cosa che non dovrebbe essere difficile, visto che quasi tutti concordano su questi principi – allora si potrebbe davvero sperare in un sistema più reattivo. Di certo non si autodistruggerebbe, e il Paese stesso sarebbe dinamico e vitale, non destinato a decadere. Non vivrebbe più solo del suo patrimonio culturale, come accade ancora oggi, e sta iniziando a esaurirsi. Quando le più grandi conquiste della tua società, dai testi fondativi all’architettura, sono tutte opere anteriori alla nascita dei tuoi nonni, allora c’è un problema. È la fine. Quindi cos’è il Rinascimento? Il Rinascimento inizia con la definizione di ciò che si vuole diventare. Cosa dovrebbe essere l’America? Il traffico di minori è uno di quegli argomenti di cui nessuno vuole parlare perché è semplicemente orribile. Se ne parla molto sui media, ma la gravità della situazione è tale che alcune persone scelgono di ignorarla, e a dirla tutta, noi siamo tra questi. È un argomento troppo squallido e deprimente, ma è importante e deve finire. Ecco perché il documentario Hidden War , ora disponibile in streaming su Angel , merita di essere visto. Questo film permette agli spettatori di seguire operazioni sotto copertura che iniziano in Ucraina e si estendono a diversi continenti. Vedrete vere missioni di salvataggio, indagini, trafficanti finalmente assicurati alla giustizia e gli straordinari rischi corsi da persone compassionevoli per salvare la vita di questi bambini. Questo documentario non è finzione. È un documentario vero. È fin troppo reale e, sebbene l’argomento sia incredibilmente oscuro, il film offre in definitiva speranza: dimostra che il male non sempre trionfa. Le vite possono essere salvate. I bambini possono sopravvivere alla tratta e, in alcuni casi, prosperare in seguito. Da una prospettiva più ampia, questo è il tipo di storia che pochi registi vorrebbero raccontare. Ecco perché sosteniamo Angel . Non hanno mai paura di affrontare argomenti che Hollywood evita. Angel non punta sul glamour. Ciò che conta è la verità. Unisciti oggi stesso all’Angel Guild per guardare in streaming Hidden War ed esplorare la vasta libreria di film e documentari di Angel , in continua espansione, che affrontano temi di reale importanza. Visita angel.com/carlson per iscriverti.
Questo cambio di tono non è casuale. Dal 2023, Carlson è stato bandito da Fox News e vive del suo ecosistema personale, finanziato da pubblicità lette dallo stesso conduttore. La transizione senza soluzione di continuità dal lamento profetico alla mera pubblicità è fondamentale per questo modello in cui l’indignazione funge da introito pubblicitario. Angel Studios è lo studio cristiano dietro i successi Sound of Freedom (2023) e Hidden War (2025), con Tim Ballard, figura controversa nella lotta contro la tratta di esseri umani, che dal 2023 è bersaglio di accuse di molestie sessuali, che lui nega.
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1— L’America deve essere giusta
La prima cosa che l’America dovrebbe essere è giusta. L’America dovrebbe essere giusta. Non solo l’America dovrebbe essere giusta, ma è stata creata per essere giusta. Questo è ciò che rappresenta l’America. Beh, non è mai stata giusta. Sì, d’accordo. Ma questo non cambia il fatto che sia sempre stato l’obiettivo. Quando si smette di cercare di raggiungere quell’obiettivo, si perde ogni speranza di raggiungerlo. Quindi questo Paese ha bisogno, prima di tutto, di un rinnovato impegno per la giustizia, che, vi ricordo, è un vostro diritto inalienabile. La giustizia vi è promessa da Dio. Come lo sappiamo? Perché sappiamo che Dio ha creato ogni persona. I Padri Fondatori lo sapevano, che fossero cristiani ortodossi o meno. Nessuno di loro dubitava che lo scopo di questo progetto fosse garantire la giustizia, che deriva dall’uguaglianza intrinseca di tutti i popoli, perché condividono un’origine comune, vale a dire Dio. Questo significa che avete il diritto di essere trattati secondo principi e standard oggettivi e immutabili, standard che non cambiano a seconda di chi viene giudicato. Questa è la chiave di tutto. È certamente la chiave del nostro sistema giudiziario. Un tempo era anche un principio guida del nostro sistema economico: alcune persone venivano pagate di più, altre di meno, a seconda delle loro capacità o del loro lavoro. Questo è sempre stato l’obiettivo. Ma in definitiva, tutti erano esseri umani e meritavano dignità. C’era una forma di equità in questo, ed era considerato assolutamente inaccettabile vivere in un sistema in cui i risultati erano determinati da accordi sottobanco, conoscenze o dal luogo di nascita. Certo, questo è sempre esistito in una certa misura, data la natura umana, ma non potrà mai essere accettabile. L’equità deve essere l’obiettivo. L’equità. E l’equità, ancora una volta, deriva dalla certezza che tutte le persone sono, a un livello fondamentale, uguali. Questo significa che possiamo giudicare le azioni di chiunque esattamente con gli stessi criteri. Nessuno è risparmiato. Proprio perché nessuno è risparmiato, possiamo essere uniti nonostante le nostre differenze. Lo sappiamo perché sappiamo che il modo più rapido per dividere le persone, intenzionalmente o meno, è trattarle in modo diseguale. Se vuoi che i tuoi figli si odino, fai favoritismi. Se vuoi che i tuoi figli vadano d’accordo e ti amino dopo la tua morte, trattali allo stesso modo. Trattali allo stesso modo, con la stessa quantità di amore. Questa è la chiave per garantire che i tuoi figli si amino: amarli allo stesso modo, trattarli secondo gli stessi standard. E se ci pensi, non farlo, o anche non riconoscere che questo è l’obiettivo di tutta la società – l’equità –è alla radice di quasi tutte le nostre frustrazioni.
Perché Jeffrey Epstein è così irritante? Perché questo caso è in grado di scatenare l’ira di un’intera popolazione? Certo, ci sono i crimini o i presunti crimini: un pervertito sessuale, forse un pedofilo, chiaramente coinvolto con il Mossad e chissà quali altre agenzie di intelligence straniere, e implicato nel traffico d’armi.
È opportuno notare un ribaltamento retorico. Ciò che è stato accertato in sede giudiziaria – il patteggiamento del 2008 per adescamento di minore a scopo di prostituzione e l’incriminazione federale del 2019 per traffico sessuale di minori – viene messo in discussione (“forse un pedofilo”), mentre ciò che non è mai stato provato – il collegamento con il Mossad e il traffico d’armi – diventa “chiaro”. La tesi dell’intelligence si basa principalmente sulle dichiarazioni di un testimone controverso, Ari Ben-Menashe, e l’indagine interna del Ministero della Giustizia sull’accordo del 2008 non ha trovato prove di un movente “di intelligence”. Il Primo Ministro israeliano Netanyahu ha negato qualsiasi collegamento.
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C’erano molti aspetti di quest’uomo che lo rendevano chiaramente un criminale. Ma cos’è che nel caso Epstein irrita così tanto le persone? Non è che fosse cattivo. È che sia sfuggito alla punizione per via di chi era. Le regole non si applicavano a lui. La gente non lo tollera. Li fa impazzire, e giustamente, perché smentisce qualsiasi affermazione secondo cui viviamo in una società giusta. Quando le persone vivono in società ingiuste, iniziano a comportarsi in modo molto diverso: se si vuole spingere le persone non solo a odiarsi a vicenda, ma anche a diventare criminali, a cercare trattamenti di favore, a commettere atti di corruzione, basta non punire Jeffrey Epstein e tutti quelli come lui, o lasciare che il dipartimento delle risorse umane americano gestisca le ammissioni universitarie o i sistemi di assunzione. È esattamente la stessa cosa del caso Epstein. Alcune persone ricevono trattamenti di favore per via del loro background o delle loro conoscenze. Questo fa impazzire tutti e scredita il sistema giudiziario, ma non solo il sistema giudiziario: l’intero sistema ne risente.
È quindi essenziale ricordare quotidianamente a tutta la popolazione che siamo tutti uguali al livello più fondamentale, non in termini di capacità, reddito, aspetto o origine, ma in termini di valore e diritti umani fondamentali. Ecco perché si chiamano “diritti umani”: perché sono vostri in quanto esseri umani. Ricordiamocelo: siete esattamente uguali a un senatore degli Stati Uniti, per esempio, o, quando l’FBI si presenta alla vostra porta, avete esattamente gli stessi diritti di questi agenti. Essi incarnano l’equità e la giustizia. Detengono questa autorità, ma non hanno più diritti di voi. Avete gli stessi identici diritti. Non dovete inchinarvi all’autorità perché, in definitiva, siete uguali ad essa. Questa è l’intera promessa del sistema. Quando questa promessa scompare, cosa succede? Ci ritroviamo con Epstein, con truffe legate alle criptovalute che non vengono mai punite, con una corruzione dilagante, con il collasso della società. Questo è ciò a cui stiamo assistendo. Per risolvere questo problema, non basta semplicemente approvare leggi anticorruzione: sappiamo bene come funzionano, visto che l’Ucraina ha già delle leggi anticorruzione.
Questo nuovo ribaltamento retorico è tanto più notevole se si considera che l’esempio ucraino contraddice l’argomentazione. Gli scandali del 2025-2026, come l’operazione “Midas” che ha coinvolto i 100 milioni di dollari di Energoatom, la fuga di Timur Mindich e l’incriminazione di Andriy Yermak, sono stati rivelati dalle stesse istituzioni anticorruzione ucraine (NABU, SAPO), la cui indipendenza era stata ripristinata nel luglio 2025 a seguito delle pressioni dell’opinione pubblica. Al contrario, le “truffe legate alle criptovalute che non sono mai state sanzionate” si riferiscono implicitamente all’operato dell’attuale amministrazione (che ha ritirato le accuse della SEC contro le piattaforme e concesso la grazia al fondatore di Binance nell’ottobre 2025), e Trump viene menzionato solo incidentalmente.
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È necessario un consenso unanime sul fatto che nessuno debba avere diritto a privilegi speciali. Questo vale anche per il Presidente degli Stati Uniti e, di fatto, per Jeffrey Epstein. Equità. Questa è l’eredità che l’America ha ricevuto dal mondo anglosassone. È ciò che distingue l’Occidente dall’Oriente. È il motivo per cui l’Oriente è così fortemente gerarchico e perché non c’è speranza che una persona povera possa mai ricevere lo stesso trattamento o la stessa giustizia di una persona ricca. Ma in Occidente era così. Ecco perché le persone si sono stabilite qui. Dobbiamo prima di tutto ripristinare quell’equità.
Il contrasto essenzialista tra un Occidente egualitario e un “Oriente fortemente gerarchico” è un cliché orientalista. L'”eredità anglosassone” invocata coesisteva anche con la schiavitù, poi con la segregazione, come il discorso stesso riconosce (“non è mai stato giusto”).
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2— L’America deve essere sovrana
La seconda cosa di cui l’America ha bisogno è la sovranità. Cosa significa “sovrano”? Essere sovrani significa essere liberi da ogni influenza esterna; significa avere il diritto di prendere decisioni per conto della propria nazione o in proprio nome, senza che nessuno dica cosa fare. Sovranità è sinonimo di libertà. L’opposto della sovranità è la schiavitù, dove non si ha scelta. Quindi, quando una nazione non è sovrana, si arriva inevitabilmente a situazioni come la guerra Iran-Iraq, combattuta sotto l’influenza della corruzione o delle minacce – o di entrambe – da parte di Israele, che è esattamente ciò che è accaduto.
È assodato che Netanyahu abbia presentato un piano di attacco formale a metà gennaio 2026, ma la decisione finale spetta alla Casa Bianca di Donald Trump. Questo è il punto focale per l’ala anti-interventista del MAGA (Carlson, Bannon, Greene), ed è anche il punto più controverso del dibattito. Fin dalla sua intervista conciliante con l’antisemita Nick Fuentes nell’ottobre 2025, Carlson prevede un’accusa di antisemitismo che sa essere inevitabile.
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Lo sanno tutti. Quindi, in questo caso, non siamo sovrani. Ma cosa ancora più importante, le persone perdono fiducia nel proprio paese. Che valore ha il mio paese se non possiamo nemmeno prendere le nostre decisioni? Ovviamente, questo mina l’idea stessa di democrazia rappresentativa. Non mi rappresentano. Rappresentano i lobbisti, e non solo quelli israeliani, tra l’altro, ma di ogni grande settore industriale degli Stati Uniti, dalla tecnologia ai prodotti farmaceutici, alle telecomunicazioni e a tutti gli altri. Questo è certamente il caso in Israele: sta accadendo in tempo reale. Urlare contro di te e darti del nazista o della cattiva persona perché te ne accorgi non è certo la risposta giusta. Ma questo non risponde alla domanda: perché è accettabile? Perché non è accettabile, e tutti lo sanno. La sovranità è quindi essenziale; altrimenti, che senso ha avere un paese? Anche una monarchia, forse soprattutto una monarchia, è sovrana. In effetti, il monarca è chiamato “sovrano”, il che significa che può prendere decisioni in autonomia, auspicabilmente tenendo a mente gli interessi del suo popolo. Ma in una democrazia, questo è sicuramente il cuore pulsante del progetto. È importante non solo per lo Stato, ma anche per il singolo individuo. Come persone, possediamo la sovranità. Non abbiamo creato le nostre vite, ma ne siamo responsabili finché siamo qui, nonostante i nostri numerosi legami con gli altri. In definitiva, la promessa è che una persona libera ha il diritto di prendere decisioni libere. Non si può essere costretti, ad esempio, ad assumere un farmaco sperimentale che non si desidera. Nessuno può obbligarvi. Come potrebbero? Significherebbe non avere il controllo di sé stessi. Non si appartiene a se stessi. Se non si appartiene a se stessi, a chi si appartiene? La sovranità è quindi al centro del Paese, di qualsiasi Paese, ma in particolare del nostro.
Il riferimento al “farmaco sperimentale” allude alle vaccinazioni obbligatorie durante la pandemia di Covid-19, un tema centrale per il pubblico di Carlson sin dal suo addio a Fox News. Il termine “sperimentale” riecheggia il vocabolario degli antivaccinisti. Tuttavia, il vaccino Pfizer-BioNTech aveva ottenuto la piena approvazione della FDA già nell’agosto del 2021. Questo è uno dei rari casi in cui tale repertorio viene invocato senza essere esplicitamente nominato.
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Non si tratta solo del rapporto dell’individuo con il governo. Si tratta del rapporto dell’individuo con le banche, per esempio. Come può una persona sovrana essere sommersa dai debiti? Quando si deve più di quanto si possa ripagare immediatamente, si appartiene di fatto a chi deve i soldi. Il debito, quindi, è una violazione della sovranità. È importante sottolinearlo perché nessuno lo fa mai. Viviamo in questa società e sentiamo parlare del punteggio di credito come se fosse un indicatore significativo di qualcosa. “Bisogna avere un buon punteggio di credito”. Cosa si intende veramente con questo? Che bisogna essere degni di cedere la propria sovranità a una banca, a un creditore. Il debito è, ovviamente – e questo è stato osservato nelle società precedenti fin dalla notte dei tempi – una forma di schiavitù. Non si ha alcun controllo sulla propria vita quando si devono soldi a qualcuno. Ma negli Stati Uniti, il debito è inevitabile a meno che non si sia estremamente ricchi o si possieda un livello di disciplina di gran lunga superiore a quello che ci si aspetta dalla persona media. Si è destinati a indebitarsi. È difficile realizzare qualcosa senza di esso. Ma è una cosa positiva? Perché vi partecipiamo? Perché lo accettiamo come l’ordine naturale delle cose? È la cosa più innaturale mai concepita, ed è sbagliata. Ecco perché tutte le principali religioni lo riconoscono non solo come inutile, ma come peccaminoso. Pertanto, un buon punto di partenza potrebbe essere affermare che una società organizzata attorno al debito – a livello sovrano, nazionale e personale – non è una società sana perché rende le persone schiave. È interessante notare che quando si dice questo, quando si osa usare la parola che inizia con la “U” – usura, cioè il prestito di denaro con interessi, che è illegale ed è stato illegale in molti paesi nel corso della storia perché dannoso – anche solo menzionarla, si viene messi su una lista, almeno nella mente di chi si sta parlando, come se si fosse tra i pazzi, o addirittura pericolosi. Forse questo è il vero “terzo binario”: il debito, lamentarsi del debito, sottolineare che un tasso di interesse del 25% è completamente immorale. Per generazioni, i membri della mafia sono stati imprigionati per aver prestato denaro a quel tasso. Si chiama “usura” ed era illegale, ma improvvisamente è diventata una pratica comune. Questo tasso è vicino al tasso di interesse medio delle carte di credito. La carta di credito è nel tuo portafoglio. Se non paghi ogni mese, quello è il tasso che ti verrà addebitato. Non solo è legale, ma è più che legale: è incoraggiato in nome del tuo punteggio di credito. Inoltre,Il nostro sistema è talmente imperfetto che il nostro codice tributario ti penalizza anche se non hai debiti.
Come funziona? Prendiamo ad esempio il mutuo. Supponiamo che tu l’abbia estinto completamente. Dovrai quindi pagare più tasse ogni anno, il che equivale a dire che verrai penalizzato dal governo statunitense per il “privilegio” di non essere più indebitato con una banca. Chi ha inventato questo sistema? È reale? Sì, lo è. Non solo è reale, ma è anche una realtà di cui quasi nessuno parla, pur essendo una forma di schiavitù. Col tempo, dà alle persone la sensazione – purtroppo radicata nella realtà – di non avere il controllo sulla propria vita. Se lo si applica a un’intera popolazione, potrebbe essere utile a chi vuole controllare le loro azioni, ma per loro è completamente degradante. Non c’è motivo che continui. Questo non significa che tu sia contro il capitalismo. Del resto, che ruolo hanno i prestiti ad alto interesse nel capitalismo di libero mercato? Opporsi a essi ti rende un comunista? No. La minaccia del comunismo, ovviamente, non risiede nel fatto che sia un sistema economico inefficiente. La minaccia del comunismo è il controllo totalitario. Ora, se l’intero Paese e ognuno dei suoi abitanti sono così indebitati da non poter più prendere decisioni libere, come si fa a non considerarlo un controllo totalitario? Certo che lo è. Quindi, basta con questa retorica comunista. Il debito è una forma di schiavitù, e i nostri leader ne sono così profondamente coinvolti che ti perseguiteranno se lo fai notare. È vero, e tutti lo sanno. Quindi, è importante dire che l’obiettivo è la sovranità. Basta con le lobby straniere. Nessuna. Basta con il controllo dell’industria sulle agenzie. Nessuna. E la fine della promozione del debito da parte del governo verso istituti di credito con tassi di interesse elevati. Tutto questo è collegato.
Carlson si riferisce qui alla detrazione degli interessi sui mutui , che riduce il carico fiscale per le famiglie indebitate e scompare una volta rimborsato il prestito. La presentazione è fuorviante: si tratta di un beneficio concesso ai mutuatari, non di una “penalità” imposta agli altri, e dalla riforma fiscale del 2017, circa nove famiglie su dieci optano per la detrazione standard e quindi non beneficiano più di tale detrazione.
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3— L’America deve essere produttiva
In terzo luogo, la produttività. Un paese degno di questo nome è produttivo. Essere produttivi significa creare cose che valga la pena possedere, cose che ti diano gioia, cose che migliorino la vita degli altri, o cose che siano semplicemente belle di per sé. Un tempo esisteva qualcosa chiamato “arte”, che era apprezzata per la sua bellezza. Questa era l’unica ragione per cui era apprezzata. Non aveva alcuno scopo pratico, ma elevava lo spirito delle persone. Era considerata un fine in sé. Tutte queste idee sono state, in qualche modo, cancellate passo dopo passo nel corso dell’ultimo secolo. Probabilmente negli ultimi vent’anni, l’idea che sia tuo dovere e anche tuo piacere produrre qualcosa che valga la pena possedere è andata perduta, sostituita dall’idea che lo scopo del lavoro sia guadagnare denaro per pagare gli interessi su tutte queste cose. Questo fa parte del ciclo del debito, ed è tuo dovere contribuire ad alimentarlo. Potresti persino dover rinunciare al matrimonio e ai figli per ripagare i tuoi debiti. La perversità di tutto ciò è discutibile. Ovviamente, è molto malsano, ma non possiamo ignorare il presupposto fondamentale: che ciò che produci non abbia importanza. Questa è una menzogna. Ciò che produci è di vitale importanza. Se ne dubitate, pensate a come giudichiamo le civiltà del passato. Le giudichiamo in base a ciò che hanno prodotto: ci sono molte civiltà di cui non sappiamo assolutamente nulla, né il loro nome, né la loro lingua, niente di niente. Tutto ciò che abbiamo sono i resti, le tracce fisiche degli oggetti che hanno realizzato, ed è da questi che diamo un nome a queste civiltà: dalle punte di coltello in pietra o dalle ciotole che hanno creato. Per gli archeologi, un’intera civiltà può essere riassunta dai suoi prodotti, dai frutti del suo lavoro, dall’opera delle sue mani. Ma questo vale per tutte le civiltà, e le giudichiamo – giustamente – in base alla qualità, all’ingegnosità e, sì, alla bellezza degli oggetti che hanno creato.
Se ti svegli una mattina e scopri che il tuo Paese produce solo sistemi d’arma e tecnologie di sorveglianza – due settori che potrebbero essere usati per scopi malvagi –… Ecco dove ci troviamo. Ma questi due settori non sono sostenibili a lungo termine.
Secondo un sondaggio del Wall Street Journal del 2025, il 70% degli americani ritiene che il Sogno Americano sia “senza valore” o “mai senza valore”, e un sondaggio Gallup condotto alla vigilia del 250° anniversario della nazione ha mostrato che l’orgoglio nazionale era crollato al 53%, il livello più basso in un quarto di secolo. Il populismo anti-IA prospera in questo clima. Il 49% degli americani è favorevole a una moratoria sui data center, e il 2026 ha visto i primi segnali di violenza, tra cui una molotov lanciata contro la casa di Sam Altman in aprile e la casa del deputato di Indianapolis crivellata di proiettili con il messaggio: “No Data Centers”.
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La tecnologia militare è, per definizione, un bene di consumo. La tecnologia di sorveglianza è solo una sequenza di uno e zero. Sei nei guai se i principali motori della tua economia sono queste due cose, più il settore immobiliare – che consiste nel rivendere all’infinito lo stesso terreno – e la finanza, che consiste nel prestare denaro a interesse. Quindi, a cosa corrisponde tutto questo? A niente di cui vantarsi. La gente lo percepisce. C’è stato un lungo dibattito sulla produzione manifatturiera. Non era un vero e proprio dibattito, ma c’erano alcuni eccentrici come Ross Perot e Pat Buchanan che dicevano: “Aspettate, dobbiamo produrre cose”. “Oh, smettila. Non capisci il capitalismo”, avrebbero risposto i genitori di Ben Shapiro o chiunque fosse coinvolto nelle discussioni all’epoca. No, sei tu che non capisci il capitalismo. È tutta una questione di efficienza, ed è più economico produrre lì. Poi ne raccogli i frutti. Buchanan e altri come lui avrebbero replicato: “Ma non stiamo perdendo qualcosa? Non stiamo più producendo niente”. «Oh, smettila. Non capisci niente di economia.» Ma non c’è bisogno di capire l’economia per sapere che avevano assolutamente ragione: vieni giudicato da ciò che produci, ma giudichi anche te stesso da ciò che produci. In altre parole, la tua dignità e la tua autostima derivano dal creare qualcosa di utile e/o bello, qualcosa che valga la pena possedere.
Questa è la diagnosi che Dan Wang formula quando contrappone lo “stato ingegneristico” cinese alla “società degli avvocati” americana. Il suo concetto di “conoscenza di processo” illumina precisamente la scomparsa del know-how industriale tacito con la chiusura delle fabbriche: “Puoi dare a qualcuno una cucina perfettamente attrezzata e una ricetta straordinariamente dettagliata; senza esperienza in cucina, non aspettarti un piatto eccezionale”. Quando la produzione cessa, si perde la capacità stessa di produrre, il che, secondo Wang, spiega l’attuale incapacità degli Stati Uniti di competere con il Giappone o la Germania nel settore delle macchine utensili.
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All’apice della Guerra Fredda, diciamo negli anni ’70, perché l’Unione Sovietica era famosa? Certo, aveva un arsenale nucleare più grande del nostro. Controllava un territorio molto più vasto del nostro. Era gigantesco. Ma l’unica cosa che non faceva, a differenza nostra, era produrre oggetti belli, utili e ben fatti. L’artigianato americano era probabilmente al suo apice, o almeno la sua reputazione in questo campo lo era. L’artigianato era al suo massimo splendore. L’Unione Sovietica, d’altro canto, sfornava cianfrusaglie su una catena di montaggio. Nessuno voleva un’auto sovietica che andava a cherosene e si rompeva ai semafori. Era una farsa completa, perché il sistema stesso era una farsa. Sapevamo che il sistema era una farsa per via di ciò che produceva. Quindi, che dire di un sistema che trae profitto da prestiti, speculazioni immobiliari, telecamere di sorveglianza e missili Tomahawk? È tutto qui? È questo ciò che produce una grande nazione? È vergognoso e, per di più, molto difficile da correggere. Ci sono stati tentativi benintenzionati per affrontare il problema, ma il problema è che sono partiti da una soluzione tecnocratica piuttosto che da un principio fondamentale. Il principio fondamentale è che bisogna produrre cose belle, durevoli e ben fatte per avere rispetto di sé stessi e una nazione degna di essere difesa. Questo è un dato di fatto.
Cominciamo da qui. Cosa si può fare? La reindustrializzazione è difficile. Potremmo iniziare dalle nostre risorse naturali, la più importante delle quali è ciò che chiamiamo terreno agricolo. Gli Stati Uniti hanno la più vasta e produttiva superficie agricola del mondo. Cosa produce? Cibo. Perché abbiamo bisogno di cibo? Per sopravvivere. Non è una cosa da poco. Non è un dettaglio insignificante sugli Stati Uniti. È il dettaglio essenziale sugli Stati Uniti. “America the Beautiful” si riferisce alle nostre pianure frutticole. Cosa significa? Terra che produce frutta. Era considerata davvero importante. Era motivo di orgoglio. Tanto che la canzone ha quasi sostituito l’inno nazionale. Possedere pianure frutticole era fonte di grande orgoglio per la gente. Oggi, quelle pianure frutticole sono solo un luogo dove si costruiscono data center e turbine eoliche e dove si produce etanolo. In altre parole, ora non sono altro che fattorie da cui il resto del mondo attinge le proprie risorse.
L’immagine di un’America “saccheggiata dal resto del mondo” è una nuova inversione retorica. I data center costruiti su terreni agricoli sono promossi da grandi aziende americane; la produzione di etanolo, che rappresenta oltre un terzo del raccolto di mais, è una politica federale istituita nel 2005; la proprietà straniera rappresenta solo il 3,6% dei terreni agricoli privati, detenuti principalmente dal Canada. Per quanto riguarda le turbine eoliche, oltre il 90% dei terreni interessati rimane coltivato e i contratti di locazione pagati agli agricoltori dai gestori dei parchi eolici sono regolamentati dal Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti (USDA).
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Ecco cosa sta diventando l’America. Le nostre risorse vengono usate come garanzia per il nostro debito. Anzi, se mai dovessimo dichiarare bancarotta, vedremo se riusciremo a conservare i Grandi Laghi, la più grande riserva d’acqua dolce del mondo, o se anche questi finiranno per essere dati in garanzia. È questa la direzione che stiamo prendendo, a meno che gli americani non tornino a concentrarsi su ciò che conta davvero, in base a ciò che ci è stato dato. Ciò che ci è stato dato soprattutto è l’America, il suo paesaggio, non l’America come idea astratta, teoria, capitalismo di libero mercato, difesa della democrazia. No, le montagne, Big Sur, quelle fertili pianure e tutto il resto, il continente che ci è stato donato. È la terra più bella e produttiva del mondo.
Potremmo quindi iniziare dalle aziende agricole. Potremmo iniziare coltivando il cibo migliore del mondo, cosa che in gran parte non facciamo più, almeno non per il mercato di massa. Ma potremmo farlo. Non sarebbe così difficile. Sarebbe socialista se avessimo una politica agricola federale. Ma ne abbiamo già una, e la abbiamo da quasi 100 anni su larga scala. Quasi nessun agricoltore su larga scala potrebbe esistere senza il Dipartimento dell’Agricoltura. Ma cosa fa questo dipartimento? Li incoraggia a fare cose completamente scollegate dalla sua missione principale, che è quella di coltivare cibo ottimo e sano. Non è certo una priorità “MAHA” per le mamme amanti dello yoga nella contea di Marin.
Make America Healthy Again (MAHA), il movimento di Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute dal febbraio 2025. La mossa retorica di Carlson è quella di ribaltare lo stigma sociale associato a questo movimento. L’alimentazione sana è tradizionalmente associata all’élite del benessere (le “mamme yogi” della contea di Marin, un ricco sobborgo della Bay Area di San Francisco, diventato simbolo sia del consumismo biologico che dell’esitazione vaccinale tra i californiani benestanti). Affermando che il desiderio di cibo che non faccia ammalare è una richiesta popolare fondamentale, non un capriccio dei privilegiati, Carlson sta cercando di radicare MAHA nella coscienza collettiva della classe lavoratrice americana, la cui voce dichiara di voler difendere.
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Non si tratta di qualcosa di esoterico riservato ai ricchi. Si tratta di cibo. È un bisogno primario che, insieme all’acqua e all’energia, costituisce uno dei tre pilastri essenziali per l’esistenza di qualsiasi società. Quindi, se spostiamo lo sguardo sulla realtà, concludiamo che le Grandi Pianure sono molto più importanti di BlackRock. BlackRock non dovrebbe possedere le Grandi Pianure. A livello fondamentale, sono più importanti. Non possiamo vivere senza di esse e potrebbero essere straordinarie. Perché è così difficile essere orgogliosi delle fattorie? Perché dovrebbero essere considerate il lavoro degli immigrati? Le fattorie possono essere meccanizzate, possono essere rese efficienti, ma perché non coltivare prodotti di qualità? Perché non esserne orgogliosi? Perché non parlarne senza sentimentalismo? Non come quel fiero agricoltore americano in fuga dal Dust Bowl verso la California, o come in un nostalgico viaggio alla John Steinbeck, ma in modo concreto. È incredibile. Nessuno ha quello che abbiamo noi. E cosa ne facciamo? Coltiviamo etanolo? Installiamo turbine eoliche che non funzionano? Ma stiamo scherzando? Vergognatevi. State profanando ciò che ci è più caro: la nostra terra. Perché ci comportiamo così? Perché chi si comporta in questo modo non ha alcun legame con la terra, né con la nazione. La vede, ancora una volta, non come una fattoria, ma come una risorsa. Permettiamo che accada, quando non dovremmo. E tutto inizia semplicemente dicendolo ad alta voce. No, non potete fare questo a una fattoria, a un ranch. Non potete fare questo alla cosa più bella che abbiamo, ovvero ciò che Dio ha creato, il nostro ambiente naturale. È proibito.
Possedere una casa è sempre stato al centro del sogno americano. È un vero e proprio patrimonio, qualcosa che le persone si sforzano di costruire per tutta la vita, un rifugio di stabilità, sicurezza e valore reale. Tuttavia, al momento, troppi proprietari di casa sono costretti a fare affidamento sulle carte di credito per pagare la spesa. Questo equivale essenzialmente a una “tassa di sopravvivenza” con un tasso di interesse del 20% o più. Quindi, perché continuare a dare i propri soldi alle banche quando si potrebbero conservare per la propria famiglia? Sono gli interessi che vi stanno rovinando. I nostri amici di American Financing offrono una soluzione migliore. Aiutano i proprietari di casa a sfruttare il patrimonio immobiliare faticosamente guadagnato e supportano gli americani che desiderano realizzare il sogno di possedere una casa, con tassi di interesse sui mutui attualmente intorno al 5%. American Financing aiuta i suoi clienti a risparmiare in media 800 dollari al mese, ovvero circa 10.000 dollari all’anno. Non si tratta di un semplice prestito, ma di un vero e proprio nuovo inizio finanziario. Raccomandiamo American Financing. Non a caso sono conosciuti come “la casa americana per i mutui”. Quindi, liberatevi dei debiti accumulati sulle carte di credito. Francamente, chiedere soldi in prestito è una follia. Senza voler giudicare, non ha senso indebitarsi a quel tasso. Se volete uscire da questa situazione, chiamate il numero 800-685-5696 o visitate il sito americanfinancing.net/tucker .
La seconda pubblicità è la più dissonante: dopo aver descritto il debito come “schiavitù” e l’usura come un “peccato”, Carlson promuove un prodotto di rifinanziamento ipotecario, ovvero un nuovo debito garantito dall’immobile, “intorno al 5%”.
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4— L’America deve riscoprire la bellezza
Questo ci porta al prossimo elemento che caratterizza l’America, che lo è sempre stato e che dovrebbe continuare ad esserlo: la sua bellezza. Se aveste lasciato gli Stati Uniti 40 anni fa, nel 1986, e foste andati in un posto molto lontano, come l’Uzbekistan, e poi foste tornati, la prima cosa che probabilmente avreste notato, oltre al fatto che c’erano molte più persone rispetto a 40 anni fa, sarebbe stata che il paese era meno attraente di 40 anni fa. Questa, se siete abbastanza grandi da ricordarlo, era una delle grandi attrattive di questo paese. Non importava quale fosse il sistema politico o chi lo governasse in quel momento, perché l’America era fondamentalmente un posto bellissimo, popolato da persone attraenti. Ma era anche fatta di affascinanti cittadine, graziosi edificini, tetti spioventi. La gente si impegnava. Era pulito. Ricordo di essere andato in una città chiamata D’Lo, nel Mississippi, negli anni ’80. Doveva essere una delle città più povere pro capite degli Stati Uniti – non ho controllato perché Wikipedia non esisteva all’epoca. D’Lo, Mississippi. Chissà cosa significa? Ma ho trascorso buona parte dell’estate lì. La prima cosa che ho notato è stata che i poveri abitanti di D’Lo, Mississippi – e non è condiscendenza, è solo un dato di fatto – si impegnavano molto per tenere pulite e graziose le loro casette. E lo erano davvero, con giardini e vecchi pneumatici dipinti di bianco come vialetti d’accesso. Era davvero incredibile. È stato allora che ho capito per la prima volta che bastava un po’ di amore per se stessi e determinazione per preservare la bellezza di questo ambiente che ci circonda, un nostro diritto di nascita, perché è questo che conta davvero.
D’Lo è un villaggio di meno di 400 abitanti (376 nel censimento del 2020) situato nella contea di Simpson, in Mississippi, lo stato più povero degli Stati Uniti. Il dettaglio dei pneumatici dipinti di bianco e trasformati in fioriere davanti alle modeste case ricorda il genere pastorale. La tesi sviluppata in questo capitolo è che la bruttezza sia una questione di volontà e non di mezzi, respingendo quindi qualsiasi interpretazione materiale del declino del paesaggio americano.
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Perché è importante? È piuttosto difficile da quantificare. Non sono sicuro che il Dipartimento del Tesoro possa darti una risposta chiara sull’importanza della bellezza, ma ti dirò quello che già sai: la bellezza nobilita. Essere circondati da cose belle ti rende una persona migliore. Essere circondati da cose brutte, essere bombardati da oggetti brutti, un paesaggio spoglio di alberi, pieno di negozi a basso costo, cattiva architettura, spazzatura usa e getta ovunque in casa, nella vita e in ufficio, non ti rende una persona migliore. Ti demoralizza. Ti allontana da ciò che è vero, perché la bellezza è verità.
È una totale mancanza di rispetto per ciò che abbiamo ereditato, per ciò che ci è stato dato, e non ha alcuna giustificazione. Certo, non c’è bisogno di essere un complottista per chiedersi perché alcuni degli edifici più belli d’America siano stati demoliti in tutto il paese nel giro di un decennio negli anni ’60, solo per essere sostituiti da alcuni degli edifici più brutti, in questa architettura brutalista in cemento?
Cercate su internet la vecchia Penn Station o il vecchio Madison Square Garden. Rimarrete scioccati nello scoprire che qualcuno ha deciso di demolirli e sostituirli con quello che vedete oggi, ma questo è successo in ogni città degli Stati Uniti.
L’ex Pennsylvania Station, progettata da McKim, Mead & White e inaugurata nel 1910, fu demolita a partire dall’ottobre del 1963 per far posto al Madison Square Garden, nell’ambito di un progetto immobiliare di una compagnia ferroviaria in declino. Lo shock fu tale da dare origine al movimento americano per la tutela del patrimonio, con l’adozione del Landmarks Act di New York nel 1965, seguito dalla legge federale nel 1966. Suggerendo un’agenda nascosta, Carlson sposta la storia urbana nel regno delle teorie del complotto, allineandosi al contempo alla politica trumpiana identificata con l’ordine esecutivo dell’agosto 2025, “Restore the Beauty to Federal Architecture” (Restaurare la bellezza dell’architettura federale), che stabilisce lo stile classico come stile ufficiale del governo federale, in contrapposizione allo stile brutalista.
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È stato chiamato “rinnovamento urbano”, ma in realtà è stato uno “sfiguramento” del paese.
” Uglificazione ” in inglese.
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Anche in questo caso, era evidente che dietro a tutto ciò c’era un’intenzione precisa. Gli urbanisti e gli architetti non si sono svegliati una mattina pensando: “Un edificio dell’FBI in cemento è semplicemente più bello di quello che ha sostituito”. No, certo che no. Sapevano che era brutto. Ed era proprio questo l’obiettivo.
Chissà qual era quell’obiettivo? Probabilmente non vale nemmeno la pena di speculare. L’unica certezza è che essere circondati da cose belle ti rende una persona migliore, e questo dipende da te. Sicuramente lo mette in cima alla tua lista di priorità. Questo include, tra l’altro, la pulizia. C’è qualcosa nelle richieste di pulizia che infastidisce alcune persone. Come dire: “Solo i nazisti si preoccupano della pulizia”. Davvero? Viaggia per il mondo. Un tempo, quando andavi in un paese come il Pakistan, per esempio, la gente diceva: “Voglio andare negli Stati Uniti”. Perché? Perché è pulito. La gente capisce che la pulizia è meglio della sporcizia. Se lasci che la tua città si ricopra di graffiti, se permetti alla gente di fare i propri bisogni sul marciapiede o se non raccogli la spazzatura, è un male. È persino un segno che tutto sta andando a rotoli, e forse è proprio questo il messaggio che vuoi trasmettere. Non capisco bene perché tu voglia trasmettere questo messaggio, ma è dannoso per le persone che vivono lì, non solo per motivi di salute pubblica, non solo perché diffonde malattie, ma perché fa male alla loro anima. Ecco perché rifacciamo il letto la mattina. E non solo non c’è niente di male in questo, ma è importante dirlo.
No, non sei Albert Speer solo perché ti interessano la bella architettura e le strade pulite. Perché non dovresti? Se ami il tuo paese, il tuo prossimo e te stesso, la prima cosa che faresti sarebbe ripulire tutto. Sarebbe la prima cosa da fare.
Albert Speer, principale artefice del piano di Hitler e in seguito Ministro degli Armamenti, condannato a vent’anni di prigione a Norimberga, funge da reductio ad hitlerum .
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Questo vale anche per i crimini, che sono facoltativi. Viviamo in un panopticon, uno stato di sorveglianza totalmente onnipresente. Nulla di ciò che dici rimane nascosto. Se hai un telefono in camera, puoi essere monitorato, e probabilmente lo sei già. Non puoi andare da nessuna parte senza essere tracciato. Il tuo volto è in ogni database federale. La biometria è una realtà concreta. Se non hai preso un aereo di recente, lascia che ti rassicuri: non c’è nulla che tu faccia che le autorità non possano scoprire, mai.
Questo solleva una domanda ovvia. Perché ci sono ancora stupri? Perché le persone vengono aggredite per strada? Perché esiste la criminalità? Visto che vivete in una Germania dell’Est più efficiente, perché non eliminare del tutto la criminalità? Si chiama ” Sicurezza del gregge “, quindi perché non è sicura? Ottima domanda. Stiamo solo ipotizzando, ma possiamo certamente osservarlo.
Flock Safety è il nome dell’azienda con sede ad Atlanta (fondata nel 2017) le cui telecamere per il riconoscimento delle targhe sono installate in oltre 5.000 comuni degli Stati Uniti e scansionano miliardi di veicoli ogni mese. Carlson gioca sul termine ” flock” (gregge ). L’azienda, valutata 7,5 miliardi di dollari, è al centro di una controversia riguardante l’accesso ai suoi dati da parte dell’FBI e dell’ICE. Carlson ha dedicato una puntata del suo programma a questo tema il 16 luglio 2026.
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Il fatto è che tutto questo è facoltativo. Non tutti i paesi hanno città insalubri. Non tutti i paesi hanno persone che vivono sui marciapiedi o che si drogano nei cortili delle scuole. Non siete obbligati a vivere così. Potreste risolvere tutto in un giorno. Ci sono molti problemi complessi. Come si fa a rendere solvibile la previdenza sociale? Non lo so. È una domanda difficile. Probabilmente sarebbe possibile se ci provassimo. Ma possiamo essere assolutamente certi che non abbiamo bisogno di così tanti stupri, omicidi, rapine a mano armata, furti d’auto, sequestri d’auto o tossicodipendenti che vivono per strada. Non fa bene né ai tossicodipendenti, né a nessun altro. E di certo non avete bisogno di graffiti sui vostri edifici. No, quella non è arte; è una profanazione dell’arte. È deliberata, e chiunque la tolleri fa parte del problema.
È un requisito fondamentale. Se andaste a casa di qualcuno e trovaste un mucchio di escrementi sul pavimento, ve ne andreste. Io non mangerei a casa di qualcuno in quelle condizioni; è disgustoso. Eppure lo tolleriamo, intimoriamo chiunque si lamenti dandogli del suprematista bianco, senza capirne veramente il perché. Cosa c’è di male nel pretendere ordine? Non è fascismo; è l’opposto del fascismo. Ordine e pulizia. Non criminalità.
Il resto del mondo osserva tutto questo con totale incomprensione. Perché lo tolleriamo? Perché i nostri leader lo tollerano? Non dovremmo, e dovremmo dirlo forte e chiaro, senza esitazione. Questo non significa che dovremmo comportarci come fascisti nei confronti del popolo. In realtà, tollerare disordini, stupri, omicidi e furti d’auto è di per sé una forma di fascismo. È l’oppressione del popolo. Cos’è che permette che i mezzi pubblici, le metropolitane, si riempiano di urina e graffiti se non un attacco al proprio popolo? Chiedere una soluzione a questo significa quindi liberarci da ciò che i nostri leader ci hanno inflitto, e questo dovrebbe essere un principio fondamentale, un requisito basilare.
Basta costruire edifici pubblici orribili, punto e basta. Basta usare materiali usa e getta per deturpare il nostro paesaggio con questa spazzatura che distrugge l’anima, perché siamo esseri umani e abbiamo bisogno della bellezza. Nutre la nostra anima. Non serve una laurea in discipline umanistiche a Bennington per crederci. È vero per ogni essere umano, in ogni momento. La bellezza è essenziale, e una società che non produce bellezza difficilmente sopravvive, e noi vogliamo che la nostra duri nel tempo.
Bennington è un piccolo college di arti liberali sperimentale nel Vermont, uno dei più costosi degli Stati Uniti (circa 90.000 dollari all’anno, tutto incluso). È l’alma mater di Donna Tartt e Bret Easton Ellis, due autori spesso citati come comodi cliché dell’élite intellettuale progressista nella retorica conservatrice.
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5— L’America deve essere sana
La prossima cosa di cui l’America ha bisogno – e questo va detto forte e chiaro – è di essere sana. E questo significa non solo essere sani fisicamente, ma anche spiritualmente, lucidi e perspicaci. Non c’è nulla di cui vergognarsi nel desiderarlo. C’è stato un tempo in cui la salute era data per scontata, in cui ci si aspettava in qualche modo che si fosse fisicamente robusti e mentalmente vigili. Certo, non tutti soddisfacevano questi criteri, me compreso, ma quelli erano i criteri. Poi, a un certo punto, in mezzo al generale declino e alla perversione della società, la salute è stata ridefinita in qualcosa che non assomiglia più alla salute. E gli obiettivi sono cambiati. Quindi è importante riaffermarli.
Che cosa significa salute? Significa essere fisicamente robusti, capaci di essere attivi al meglio delle proprie possibilità e avere una mente lucida. Significa, in effetti, essere sobri. E siamo molto lontani da entrambe queste cose, perché nessuno sembra avere il coraggio di dirlo ad alta voce. Cos’è la salute? La salute è, in realtà, sobrietà e vigore fisico. Quindi possiamo iniziare – e Bobby Kennedy, a suo grande merito, lo ha espresso bene – con una migliore alimentazione.
Questo è l’unico elogio proveniente da un funzionario dell’amministrazione in questo discorso: Robert F. Kennedy Jr., Segretario della Salute e dei Servizi Umani, con il quale Carlson ha un rapporto di lunga data. Il curriculum vantato coesiste con un’eredità significativa. Vedi la nostra ultima analisi: Il morbillo esplode nell’America di Donald Trump .
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Non dovremmo essere costretti a mangiare veleno. Dobbiamo sapere cosa c’è nel nostro cibo. Il governo ha certamente un ruolo da svolgere nella regolamentazione alimentare, e lo ha fin dal 1912, ma negli ultimi decenni non ha fatto un buon lavoro. Questo problema potrebbe essere facilmente risolto. Naturalmente, tutti i produttori di alimenti tossici si oppongono, ma perché dovremmo ascoltarli? Dovremmo denunciare tutto questo ancora e ancora.
Le leggi fondamentali della regolamentazione federale degli alimenti, il Pure Food and Drug Act e il Meat Inspection Act, furono approvate nel 1906 in seguito allo scandalo della giungla di Upton Sinclair. Nel 1912, venne adottato solo l’emendamento Sherley, che vietava le false dichiarazioni sulla salute sulle etichette degli alimenti.
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Tuttavia, è fin troppo semplicistico affermare che la salute si limiti a questo. La salute è molto di più. La salute è la gioia di vivere, la felicità di essere qui e, soprattutto, la lucidità mentale. Vale a dire, siamo felici di essere qui perché comprendiamo cosa sta succedendo. C’è un’enorme pressione sociale per ignorare questo aspetto e cedere all’idea che alcune cose siano semplicemente molto difficili, così difficili da dover essere in qualche modo “addormentate” da un farmaco.
Si dice che la cannabis riesca a rilassare; lo stesso vale per l’alcol e altre sostanze, ma queste non sono le più insidiose, proprio perché sono le più evidenti. È facile riconoscere una persona ubriaca. La cannabis ha un odore forte. Le benzodiazepine, d’altro canto, sono completamente nascoste e i loro effetti non sono neanche evidenti, eppure vengono prescritte indiscriminatamente per qualsiasi cosa: viaggiare in aereo, partecipare a riunioni.
Il 12,6% degli adulti americani ha assunto una benzodiazepina nell’ultimo anno, l’11,4% un antidepressivo (CDC) e le prescrizioni di stimolanti sono aumentate di oltre il 10% all’anno dall’inizio della pandemia di Covid-19. La “stragrande maggioranza” si riferisce solo a tutte le prescrizioni: dal 60 al 66% degli adulti all’anno, inclusi antibiotici e statine. L’aspettativa di vita, nel frattempo, ha raggiunto un massimo storico di circa 79 anni nel 2024, ma rimane quattro anni al di sotto della media dei paesi comparabili.
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Lo stesso vale per le anfetamine, per superare gli esami. Negli Stati Uniti non sembra esserci praticamente alcuna attività umana naturale che non richieda un farmaco, che si tratti di fare sesso o addormentarsi. Le funzioni più basilari richiedono tutte farmaci. Naturalmente, il risultato è che la stragrande maggioranza degli americani assume qualcosa. È un vantaggio netto? Ovviamente no. Lo si misura con l’aspettativa di vita, i ricoveri ospedalieri, il costo della previdenza sociale, tutti i soliti indicatori. Ma lo si misura anche con il modo in cui interagiamo con gli altri. Se qualcuno assume SSRI, benzodiazepine, Valium, Xanax, anfetamine, Adderall, quella persona è pienamente se stessa? No, ovviamente no, così come una persona che ha bevuto dieci bicchierini di vodka non è la stessa persona che avete visto stamattina a colazione. No, è una persona diversa. Quindi, se un’intera società è sotto l’influenza di sostanze, se tutti assumono qualcosa, cosa succede? Beh, non è proprio il paese che conoscevate prima, ed è un paese meno umano, perché la verità è che alcune cose sono spiacevoli, e dobbiamo sopportarle per imparare qualcosa, per crescere, per migliorare e, si spera, per sopravvivere. La sofferenza fa parte del processo, e nessuno vuole ammetterlo, ma è un dato di fatto.
Le persone non sono pronte ad ammettere che la sobrietà non è più l’obiettivo, anche se dovrebbe esserlo. Non è qualcosa di esoterico, non è strano, non è che voler essere sobri sia una sorta di eccentricità. Tutti dovrebbero essere sobri per sempre; non c’è niente di male in questo. Il problema è la situazione attuale, in cui tutti sono mezzo storditi. Quando parli con il tuo capo al lavoro – e mi è successo – vedi quello sguardo vuoto, da squalo, che non tradisce alcuna vera emozione umana. Cos’è? Si chiamava Xanax. Crea anche dipendenza fisica e si può morire se si smette di prenderlo. Eppure i medici lo prescrivono da anni. Lo stesso vale per l’Adderall. Ti fa impazzire, causa disturbi mentali se lo prendi per un periodo prolungato, ma la gente lo prende comunque. Perché è accettabile? E perché c’è una penalizzazione sociale per chi ne parla? Anche in questo caso, si possono riconoscere le proprie motivazioni. C’è chiaramente qualcosa che non va, ma non riusciamo nemmeno a immaginare cosa sia. Sembra quasi un tentativo deliberato di distruggere una popolazione. Il fatto è che ne siamo complici, e non dovremmo. Non assumere farmaci, compresi quelli prescritti per malattie gravi, non ti rende uno strano, un fanatico della salute che mangia semi di chia. Forse tutto questo è superfluo, non lo so, parliamone.
Questo cambiamento di prospettiva è caratteristico della retorica di Carlson. Il punto di partenza, ovvero la prescrizione eccessiva di farmaci, è documentato, ma attribuirgli un piano segreto sa di teoria del complotto. La crisi degli oppioidi, che ha causato oltre 700.000 morti per overdose dal 1999, e le condanne di Purdue Pharma forniscono un contesto materiale per questo sospetto, senza tuttavia alcuna prova a sostegno dell’idea di un piano concertato per distruggere la popolazione.
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Quindi, come possiamo risolvere questo problema? Ripetendo ancora una volta che non va bene. La salute è l’obiettivo. Più ci avviciniamo al concepimento naturale, più ci avviciniamo alla salute. Non siamo fatti per questi prodotti, e solo perché qualcuno ti parla di un nuovo prodotto che dovrebbe migliorare la tua vita non significa che lo faccia davvero. Sarà anche nuovo, ma questo non significa certo che sia migliore.
Questa argomentazione si basa sulla classica fallacia dell’appello alla natura. Ciò che è naturale non è necessariamente innocuo, e ciò che è artificiale non è necessariamente dannoso.
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Riflettendo e valutando la situazione – e tutto ciò è piuttosto ovvio – si comincia a comprendere che siamo stati manipolati come cittadini, ma soprattutto come consumatori. Se ti svegli e il tuo ruolo principale nella società è quello di consumatore, questo è un problema, perché sei intrinsecamente degradato. I cittadini hanno dei diritti e vengono trattati con rispetto. I consumatori, d’altro canto, sono pedine destinate a essere manipolate. È quindi importante notare che siamo stati manipolati e che la salute è l’obiettivo. Una società sana è l’obiettivo. Vai all’aeroporto o al supermercato e vedi molte persone sovrappeso e tatuate che sembrano un po’ depresse. E ti chiedi: “Cosa è venuto prima? Sei sovrappeso e tatuato perché sei depresso, o sei depresso perché sei sovrappeso e tatuato?”. È possibile che sia la seconda.
Vivere amandosi migliora te e chi ti sta intorno, e nessuno ci ama abbastanza da dircelo. Invece, ci viene detto: “Sii te stesso”. Vai in giro per Walmart in pigiama, con la faccia tatuata, e non importa. Ma importa eccome. E tu lo sai. Nessuno pensa davvero che vada bene, e le persone che te lo dicono non ti amano. Anzi, probabilmente è il contrario.
6— L’America deve essere onesta
Un’altra qualità che vorremmo vedere negli americani è l’onestà. Mentire fa parte della condizione umana – certo, mentiamo, si spera meno di quanto vorremmo – ma mentire è sbagliato, e lo è sempre. È uno di quei principi universali di cui parlavamo prima e che non cambia mai. Mentire è sempre sbagliato. Si possono avere delle scuse per farlo, e possono essere valide o sembrare valide, ma non è mai una cosa buona. Non si può mai tollerarlo, almeno non ufficialmente. Dobbiamo sempre affermare che mentire è sbagliato, e questo deve essere sancito dal codice penale. Quindi, se mentire al governo è un reato – e lo è; non si può mentire a un agente federale, e molte persone sono finite in prigione per questo, Martha Stewart, ad esempio, il cui caso è famoso – allora dovrebbe essere un reato anche per il governo federale mentire a voi.
Nel 2004, la personalità televisiva e imprenditrice americana Martha Stewart non fu condannata per insider trading (accusa poi archiviata), bensì per ostruzione alla giustizia e false dichiarazioni rese a investigatori federali, reati per i quali ricevette una pena detentiva di cinque mesi. Questo è un perfetto esempio della Sezione 1001 del Titolo 18 del Codice degli Stati Uniti, che sanziona come reato qualsiasi menzogna rilevante resa a un agente federale.
↓Vicino
Ma è un crimine per il governo federale mentire? No, anzi, è incoraggiato. Ogni operazione di infiltrazione, ogni elaborato piano dell’FBI, si basa su menzogne. Questo è un paese sicuro? Vi sentite al sicuro? Ci sono meno frodi? Certo che no. Non funziona, non ha mai funzionato, ma è la legge. La legge riflette la realtà odierna, ovvero che è perfettamente accettabile che i vostri leader vi mentano. D’altra parte, è un crimine per voi mentire ai vostri leader.
La Sezione 1001 punisce la menzogna al governo con cinque anni di carcere, mentre la Corte Suprema (Frazier contro Cupp, 1969) consente alla polizia di mentire durante gli interrogatori e l’FBI ricorre all’inganno nelle sue operazioni. Questa situazione ha suscitato critiche da parte di studiosi di diritto di diverse fazioni politiche. Tuttavia, la soluzione proposta da Carlson – criminalizzare la menzogna del governo – presenterebbe notevoli difficoltà di attuazione.
↓Vicino
Bisogna correggere questa situazione per ristabilire l’equilibrio, perché è assurda e trasmette esattamente il messaggio sbagliato: che questo è il loro paese, non il tuo. Beh, certo che è il nostro.
Mentire è sbagliato; è un peccato inaccettabile e invalidante per un leader. Se scopriste che il vostro coniuge vi mente, dicendo di essere in viaggio d’affari quando in realtà si trova alle Barbados, la vostra relazione ne risentirebbe gravemente. Eppure, per qualche ragione, quando i nostri leader ci raccontano bugie spudorate – “È a causa del programma nucleare iraniano. No, davvero, è a causa del programma nucleare iraniano” – non ingannano nessuno.
Nel giugno 2025, dopo l’Operazione Midnight Hammer contro i siti nucleari di Fordow, Natanz e Isfahan, Trump affermò di aver “annientato” il programma nucleare iraniano, una valutazione contraddetta dall’AIEA, che stimò il ritardo in pochi mesi. Otto mesi dopo, lo stesso programma fu utilizzato per giustificare la guerra del 28 febbraio. Le due affermazioni non possono essere vere contemporaneamente; questo è il punto cruciale della questione.
↓Vicino
Questo non ha nulla a che vedere con il programma nucleare iraniano, che ci avete detto di aver eliminato la scorsa estate, quindi è chiaro che state mentendo: è a questo punto che dovremmo fermarci e dire che non lo accettiamo. Non continueremo questa conversazione finché non ammetterete di mentire e non spiegherete il perché. Allo stesso modo, se scopriste che il vostro coniuge mente dicendo di essere a Scottsdale quando in realtà si trovava alle Barbados, direste: “Non lascerò correre. Cosa ci facevi alle Barbados?”. Non adottiamo questo atteggiamento con i nostri leader. Permettiamo loro di mentire e poi puniamo noi per aver mentito. E questa è la vera base di gran parte dell’ingiustizia e della corruzione che subiamo, che ha eroso la fiducia della maggior parte delle persone nel proprio governo, persino nella propria nazione.
È realistico accettare che le persone mentiranno quando sono sotto pressione. Tendono a mentire, e questo non cambierà mai. È la nostra accettazione di questa menzogna che deve cambiare, e può cambiare. L’ambito principale del nostro rapporto con i governi federali e statali in cui questo può cambiare è la classificazione. Quindi, cos’è la classificazione? La classificazione è la menzogna secondo cui la maggior parte delle azioni più importanti intraprese dal governo sono troppo importanti perché tu ne venga a conoscenza. Non hai il diritto di saperlo perché, se lo sapessi, in qualche modo saremmo tutti meno sicuri. Questa è una menzogna.
Questa affermazione è supportata dagli stessi organi ufficiali. Non esiste un censimento preciso del numero di documenti classificati; le verifiche parlamentari menzionano “miliardi” di documenti, con fino a 50 milioni di nuove classificazioni all’anno, per un costo di gestione che potrebbe raggiungere i 18 miliardi di dollari. Il Public Interest Declassification Board considera il sistema “insostenibile”. L’attribuzione di un unico movente (facilitare la corruzione), tuttavia, è un’interpretazione di Carlson. Per quanto riguarda JFK, la maggior parte dei documenti classificati è stata resa pubblica nel marzo 2025 per ordine di Trump; ciò che rimane classificato è tale principalmente per ragioni legali e fiscali, e non per motivi legati a “fonti e metodi”.
↓Vicino
Naturalmente, la ragione principale per cui oltre un miliardo di documenti federali sono classificati è quella di dare ai leader del governo la possibilità di fare ciò che vogliono, compreso arricchirsi, rubare, appropriarsi indebitamente del vostro denaro e privarvi del diritto di reagire perché non sapete cosa sta succedendo. Questo è un fatto che tutte le persone di buon senso osservano costantemente. Il male prospera nell’oscurità e la luce del sole è, come sappiamo, il miglior disinfettante. Ma non si sta facendo alcuno sforzo per “disinfettare” i nostri leader. Al contrario, hanno istituito – e questa non è un’esagerazione – un sistema bizantino di regole di classificazione con il solo scopo non di garantire la nostra sicurezza, né di porre fine al programma nucleare iraniano, né di combattere Hamas, ma di consentire loro di indulgere in una corruzione sfacciata sfruttando il doppio standard garantito dalla segretezza. Questa è la verità. Ecco perché, 63 anni dopo l’assassinio del nostro presidente a Dallas, non possiamo conoscere tutti i fatti disponibili riguardanti questo assassinio. Perché non possiamo conoscere questi fatti? Le fonti e i metodi della sicurezza nazionale. È tutta una menzogna, e la situazione non migliorerà finché la gente non smetterà di mentire, e l’unico modo per far sì che smettano di mentire è che ci rivelino la verità.
Potrebbe trattarsi di una sorta di trappola in cui rischiamo tutti di cadere. Se accade qualcosa, un evento che cambia il corso della storia come l’11 settembre, alcuni aspetti di quell’evento sembrano ovvi, come ad esempio cosa è successo: gli aerei si sono schiantati contro gli edifici. Ma altri aspetti, come il crollo dell’edificio 7, per ragioni ancora sconosciute, rimangono completamente incomprensibili a 25 anni di distanza.
Il discorso qui vira verso una teoria del complotto ben documentata: il crollo dell’Edificio 7 non è stato “confuso” per l’indagine ufficiale. Il rapporto finale del NIST (2008) lo spiega come il risultato di incendi incontrollati che hanno causato il cedimento della colonna 79, portando al primo crollo di un grattacielo causato principalmente da un incendio. La teoria della demolizione viene esplicitamente respinta. L’unico studio che giunge alla conclusione opposta (Università dell’Alaska, 2020) è stato finanziato dal gruppo di attivisti Architects & Engineers for 9/11 Truth e non è stato pubblicato su una rivista scientifica con revisione paritaria. Presentare la questione come ancora aperta fa parte della strategia del “stiamo solo ponendo domande”.
↓Vicino
Di cosa si trattava? La gente si pone queste domande, perché non dovrebbe? Chiunque abbia un minimo di buon senso guarda la situazione e pensa che ci sia qualcosa che non quadra. E poi quella persona viene etichettata come “teorica del complotto”, “pazza”, “antisemita”, “devi essere un nazista se ti poni domande sull’Edificio 7”. C’è un modo molto rapido per risolvere questo dibattito: declassificare i documenti che potrebbero far luce sulla situazione, fornire fatti concreti su ciò che è realmente accaduto, ma a nessuna delle due parti viene mai in mente. Chi si pone domande, diffamato come “teorico del complotto”, si limita a brontolare in silenzio, mentre chi continua a nascondere la verità, supponendo che ce ne sia un’altra, continua semplicemente a farlo.
Per ristabilire l’onestà – e deve assolutamente farlo, perché molte cose che vediamo oggi non potrebbero accadere in un sistema onesto; la corruzione, per esempio, sarebbe impossibile – la prima cosa da fare è riappropriarsi di ciò che già vi appartiene per Costituzione: i risultati del lavoro governativo. Chi nasconde queste informazioni non ha alcun diritto legale di farlo, se non per diritti che si è inventato, e che in realtà sono falsi. Come potete, in quanto dipendenti federali, avere il diritto di mentirmi? Su quale base agite in questo modo? Nessuno glielo ha mai chiesto, quindi continuano a farlo. E non è tutto: tutta la corruzione che vediamo, e la frustrazione che provate quando la vedete, deriva da questo. Ciò che fanno è celato sotto la maschera della “sicurezza nazionale”, ma chiedete a chiunque abbia vissuto a Washington o lavorato per il governo: è tutta una menzogna. C’è certamente una piccolissima percentuale di attività governativa che, in teoria, deve rimanere nascosta al pubblico a causa delle fonti e dei metodi, o perché è in corso un’operazione. Certo, è legittimo, ma rappresenta a malapena un centesimo dell’1% di ciò che il governo fa e ha fatto negli ultimi 100 anni e che rimane classificato. Mettiamoci fine. Potremmo farlo domani stesso, ma non lo faranno, e dovremmo pretendere che lo facciano.
7— L’America deve essere ottimista
La prossima cosa che vorremmo che l’America fosse, e che dovremmo pretendere che fosse, è ottimista. Ma perché ottimista? Le persone fraintendono questo termine. L’ottimismo non è semplicemente il risultato di un atto di volontà, in cui qualcuno sceglie di essere di buon umore a prescindere da tutto. Si può fare, e si dovrebbe fare se possibile, ma l’ottimismo è anche il prodotto dei sistemi. Il modo in cui le cose sono strutturate incoraggia l’ottimismo o garantisce il pessimismo. Perché le persone sono ottimiste? Ovviamente, perché sperano in un futuro migliore. Ma perché pensano al futuro? Questo le metterebbe in netto contrasto con i nostri leader che, data la loro età, non hanno un vero futuro da un punto di vista cronologico. Le persone pensano al futuro, fanno progetti per il futuro, sperano in qualcosa di meglio e si guardano dalla possibilità che il futuro riservi qualcosa di peggio. Vivono in anticipo sui tempi e pensano a un momento in cui non ci saranno più. Perché si comportano in questo modo? È molto semplice: è perché hanno figli.
Negli Stati Uniti, la fertilità è scesa a 1,6 figli per donna nel 2024, il livello più basso mai registrato, ben al di sotto del livello di sostituzione di 2,1. Tuttavia, questa argomentazione naturalizza una predisposizione psicologica trasformandola in un imperativo biologico, allineandosi così al natalismo che è diventato centrale per la destra americana, con figure come JD Vance e le sue ” signore dei gatti senza figli “, o Elon Musk e la sua “crisi natale”.
↓Vicino
I Paesi che valorizzano i bambini, e non solo i più piccoli che corrono e giocano, ma che pensano alle generazioni future chiedendosi cosa potrebbe esistere dopo la loro scomparsa, che si considerano parte di una sorta di continuità storica – “Io vengo da qui, i miei discendenti saranno qui” – le persone che pensano in questi termini sono, per definizione, ottimiste.
La prima cosa che si nota in chi governa il nostro Paese, e sempre più spesso in certe persone che ricoprono posizioni di responsabilità in tutto il Paese, soprattutto in ambito economico, è la mancanza di una visione a lungo termine. Tutto ruota intorno al prossimo trimestre. Sono essenzialmente dei day trader . E ci sono molti fattori nell’economia finanziaria che incoraggiano questo tipo di mentalità, questo modo di pensare che si basa su ciò che riflette il prezzo delle azioni, da un bilancio trimestrale all’altro. Questo non significa che non sia importante – lo è in una certa misura – ma non è il fondamento su cui si costruisce una società, perché è troppo limitato. È troppo focalizzato sul qui e ora. Se un numero sufficiente di persone in posizioni di responsabilità inizia a pensare in questo modo, cosa si ottiene? Si ottiene ciò che si ha ora. Si ottiene il saccheggio, perché le persone semplicemente non credono che nulla di tutto ciò esisterà ancora domani. Quindi si procurano un passaporto neozelandese e cercano di prendere il più possibile finché sono ancora in tempo. Purtroppo, è letteralmente ciò che sta accadendo ora.
La vera promessa delle criptovalute è stata in qualche misura snaturata da persone come queste.
Va precisato che questa denuncia non è rivolta a nessuno in particolare. L’esempio da manuale di uno schema “pump-and-dump” è la memecoin $TRUMP, lanciata tre giorni prima dell’insediamento e che ha causato perdite cumulative per circa 2 miliardi di dollari ai piccoli investitori, oltre a centinaia di milioni di dollari di commissioni per le entità legate a Trump. La dichiarazione patrimoniale pubblicata nel luglio 2026 riporta oltre 1,4 miliardi di dollari di reddito da criptovalute per la famiglia nel 2025. La grazia concessa al fondatore di Binance nell’ottobre 2025 è arrivata dopo un investimento di 2 miliardi di dollari dagli Emirati Arabi Uniti, veicolato attraverso la stablecoin della famiglia.
↓Vicino
È ovviamente uno schema “pump and dump” : lo esalti, intaschi i soldi e scappi. Ti comporti così non solo perché sei una cattiva persona, ma perché il tuo orizzonte temporale è estremamente breve. Non importa cosa succederà domani. Non giocheresti con la guerra nucleare se non avessi 80 anni. Un quarantenne con quattro figli spingerebbe il suo paese fino al punto in cui esiste un rischio plausibile di un attacco nucleare, in cui tutti verrebbero inceneriti in una palla di fuoco? Non prenderesti nemmeno in considerazione una cosa del genere se avessi figli piccoli a casa, perché hai figli piccoli a casa e ti preoccupi per loro, il che significa che ti preoccupi di qualcosa di diverso da te stesso.
Pertanto, molti dibattiti sui tassi di natalità e sulla famiglia diventano o irrimediabilmente astratti, come se il tasso di sostituzione dovesse essere raggiunto altrimenti la famiglia non esisterebbe – il che è troppo difficile da immaginare – oppure sono eccessivamente influenzati da uno specifico codice morale. Questo è qualcosa che certamente percepisco come cristiano. Come cristiano, ho diverse opinioni sulla famiglia che mi stanno molto a cuore, ma che non necessariamente si applicano a tutti, perché non tutti condividono le mie convinzioni religiose. Ciò che invece si applica a tutti è il modo in cui ognuno vede se stesso in relazione a ciò che è stato e a ciò che verrà, e l’unica cosa che ti ancora a questo tipo di pensiero è l’avere figli. Questo non è mai stato veramente evidente finché molti leader non hanno smesso di avere figli o non sono diventati così anziani che ciò che facevano i loro figli non aveva più importanza, perché avevano cinquant’anni. È stata la loro assenza a rendere evidente questo concetto.
Un Paese che non mette i bambini al centro delle proprie preoccupazioni ignora il futuro. Un Paese che non si preoccupa dei bambini non si preoccupa del futuro. E sotto ogni aspetto, questo Paese, per quanto sia doloroso dirlo, non si preoccupa dei bambini. Lo si può misurare in qualsiasi modo: il numero di bambini che sarebbero stati rapiti, violentati o abusati sessualmente; il caso Epstein, per citare solo un esempio tra i tanti; lo stato del nostro sistema scolastico; il fatto che l’intelligenza artificiale cancellerà ogni prospettiva futura per un’intera generazione di giovani, mentre i baby boomer si arrovellano ancora su come rifare il tetto della loro casa a Sea Island. Questa generazione ha una mentalità – senza offesa – che considera se stessa l’unica cosa che conta e che i bambini sono irrilevanti.
In quest’opera, Carlson riprende uno dei temi del populismo generazionale: la generazione dei “baby boomer” viene presentata come il nemico di classe surrogato. L’esclusiva località turistica di Sea Island, in Georgia, fa da sfondo alla vicenda.
↓Vicino
Questa mentalità non è solo ripugnante e probabilmente immorale, ma porta anche a una situazione in cui tutto nella società è distorto, perché le persone vivono solo per se stesse, qui e ora, e non per il domani. Non c’è da stupirsi, quindi, che nessuno costruisca edifici belli. Non c’è da stupirsi che le persone non si prendano il tempo di considerare la dimensione estetica di nulla, perché in fondo, che importanza ha? Certo che no. A questo punto, tutto è solo cibo spazzatura .
È quindi importante sapere che, sotto questo aspetto, non sono esistite molte società come la nostra. Ancora oggi, non appena ci si avventura oltre i nostri confini, una delle prime cose che si notano è la presenza di bambini piccoli ovunque, perché in una società sana le persone hanno figli non per obbligo religioso o attaccamento sentimentale, ma perché è un imperativo biologico di ogni individuo. Riprodursi è, in un certo senso, l’occupazione primaria dell’essere vivi. È solo negli Stati Uniti, nell’Europa occidentale, in Canada e in Australia che è in qualche modo osceno dirlo apertamente. Viene considerato bizzarro o volgare, come se si fosse un Amish o si volesse privare le donne dei loro diritti. “Sei un mostro se pensi questo”. No, in tutto il mondo, le persone normali attribuiscono la massima importanza ai propri figli. Ne hanno il più possibile e traggono immensa gioia dalla loro presenza, perché sanno ciò che tutti hanno sempre saputo: sono la fonte primaria di piacere, appagamento e gioia in questa vita e, in definitiva, rappresentano il legame più forte che un essere umano possa avere. È molto più probabile che i tuoi figli si preoccupino per te che per il tuo datore di lavoro, il governo federale o il senatore Tom Cotton dell’Arkansas, che sta cercando di salvarti dalla jihad islamica. I tuoi figli sono probabilmente un po’ più importanti.
Tom Cotton è un senatore dell’Arkansas e presidente della Commissione Intelligence del Senato. Autoproclamatosi falco, già nel 2015 sosteneva che bombardare l’Iran avrebbe richiesto solo “pochi giorni” e difendeva gli attacchi del 2025. Nel 2025 si scontrò pubblicamente con Carlson sull’assassinio di JFK. All’interno dello stesso campo di Trump, incarna il neoconservatorismo che questo discorso cerca di respingere.
↓Vicino
È quindi importante dirlo senza vergogna, senza sentirsi un fanatico religioso, un ebreo ortodosso, un amish o un membro di qualche minoranza religiosa con troppi figli che piangono incessantemente sugli aerei. Non c’è assolutamente nulla di imbarazzante; dovrebbe essere così per tutti noi. Perché non dovrebbe esserlo? Qualsiasi sistema economico che renda tutto ciò più difficile è, per definizione, dannoso. Se si privano le persone della loro principale fonte di gioia e soddisfazione, del loro patrimonio genetico, della loro capacità di trasmettere i propri geni a un’altra persona, si è forse loro amici? Si è il loro benefattore o il loro acerrimo nemico? Si è il secondo; si è il loro acerrimo nemico. È importante dirlo. Non c’è bisogno di essere mennoniti per farlo. Preghiamo che la guerra con l’Iran finisca immediatamente, ma la verità è che non sembra che accadrà. Se siete a capo di una famiglia, dovete pensare a cosa questo potrebbe significare per voi e per coloro che sono sotto la vostra tutela. Non aspettare che si verifichi una catastrofe per assicurarti di avere i beni di prima necessità: cibo, acqua, luce ed energia.
Ecco perché abbiamo creato un’azienda chiamata Last Country Supply. È il nostro negozio. Offre gli stessi prodotti per la preparazione alle emergenze che abbiamo, ad esempio, in questo fienile. Prodotti che danno tranquillità a qualsiasi capofamiglia, garantendo che in caso di grave crisi, saranno in grado di prendersi cura di coloro che sono sotto la loro tutela. Quindi continuate a pregare per la fine della guerra e della violenza, ma allo stesso tempo, assicuratevi che la vostra famiglia sia preparata. Fate scorta dei prodotti di cui ci fidiamo su lastcountrysupply.com/tucker.
La preghiera si conclude bruscamente con un consiglio per fare acquisti. Il survivalismo, a lungo confinato ai margini delle milizie, è diventato un fenomeno diffuso nella destra come pratica di “sovranità” della casa.
↓Vicino
8— L’America deve essere saggia
Ora, se metteste i bambini al centro del vostro pensiero, ovvero se metteste il futuro al centro del vostro pensiero sul presente, come dovreste sempre fare, tenendo a mente il passato, essendo consapevoli del presente, ma pensando al futuro, cioè alle conseguenze, una delle prime cose che vorreste fare sarebbe insegnare ai vostri figli qualcosa di utile affinché possano partecipare in modo significativo al futuro, per aiutarli. Cosa vorreste fare per i vostri figli? Educarli? Ovviamente no. Vorreste renderli saggi. Quindi la saggezza è l’obiettivo. Vivere in un paese saggio è l’obiettivo. In cosa si differenzia questo dall’istruzione? Abbiamo già l’istruzione, un sistema di certificazione in cui un ente esente da tasse rilascia un documento che attesta che siete stati, e cito testualmente, “istruiti”. Questo processo non ci permette più di verificare veramente se avete ricevuto un’istruzione, se sapete qualcosa o se comprendete qualcosa di grande valore.
Salvo rare eccezioni, è ormai evidente a tutti che questo sistema è completamente fallimentare. Produce persone prive di competenze, incapaci di comprendere il funzionamento delle cose e di prendere decisioni sensate, ovvero dotate di saggezza.
La fiducia dei repubblicani nell’istruzione superiore è quindi calata dal 56% nel 2015 al 23% nel 2026 (secondo Gallup), e l’amministrazione ne ha fatto un tema politico centrale, in particolare con il congelamento di 2,2 miliardi di dollari di sussidi a Harvard (dichiarati illegali nel settembre 2025) e l’imposizione di un accordo da 221 milioni di dollari alla Columbia. Carlson radicalizza la critica. Invece di riformare l’università, bisogna screditarla come un mero “sistema di certificazione”.
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Semplicemente non funziona. Eppure, in una società normale, questo sarebbe considerato un’emergenza, perché, ovviamente, l’unico modo per perpetuare questo sistema è istruire la prossima generazione. Scusate l’ovvietà, ma al giorno d’oggi spieghiamo troppo raramente come funzionano le cose, e non solo come funzionano i sistemi, sebbene questo sia fondamentale per instillare nei bambini un senso della realtà fisica. Come otteniamo l’energia? Cos’è l’energia? Da dove viene? Quando accendiamo una luce, quale processo fa sì che la lampadina si accenda? Come accendiamo un fuoco? Come prepariamo un pasto? Da dove viene l’acqua? Nessuno impara niente di tutto questo. Invece, questa conoscenza è affidata a una classe specializzata – che a questo punto è davvero una casta – un mix di operai bianchi della classe operaia e subappaltatori centroamericani che rispondono a tutte queste domande, in inglese o in qualche altra lingua. Ma la conseguenza è che la maggior parte degli americani della classe media e alta non ha idea di come funzionino realmente le cose. E questo ha implicazioni a lungo termine perché, ad esempio, se vogliamo espandere la rete elettrica, chi lo farà? Chi capisce di elettricità? Molti frequentano scuole professionali, ma non basta.
Le persone hanno bisogno di comprendere il mondo che le circonda, questa realtà fisica che non si dispiega su uno schermo, ma si basa su fatti immutabili, come il bisogno di acqua, cibo ed elettricità. Ma ciò che dobbiamo insegnare alla prossima generazione, prima di ogni altra cosa, sono le cose che non cambiano. Lo sapete bene, perché ogni tentativo di seguire una moda tecnologica si è rivelato un fallimento tanto esilarante quanto disastroso. Quindici anni fa ci fu un’ondata, con la comparsa del tablet – l’iPad – per cui ci si aspettava che ogni bambino avesse un iPad per imparare sull’iPad. Naturalmente, i risultati arrivarono entro un decennio, ed erano del tutto prevedibili: i bambini che passavano troppo tempo sui loro iPad erano in realtà molto meno intelligenti e meno informati di quelli che leggevano libri. Ma nessuno degli “esperti di istruzione” che promossero questa idea e ne richiesero i finanziamenti si è mai scusato o ha ammesso di aver sbagliato. Ogni moda educativa – come la “nuova matematica” 60 anni fa – promette un modo di fare le cose completamente diverso e rivoluzionario, e i vostri figli, senza sforzarsi troppo, impareranno moltissimo. Ovviamente, ogni generazione successiva è diventata sempre più ignorante, e internet non ha fatto altro che accelerare questo fenomeno.
Qual è l’antidoto a tutto questo? Come possiamo risolvere il problema? Se si tratta dei vostri figli, allora questa è una questione davvero importante, anche se praticamente nessuna persona influente al Congresso, ad esempio, o alla Casa Bianca, parla più di istruzione, se non in termini di finanziamenti e di chi li controllerà. Il processo stesso di accompagnare un bambino verso l’età adulta, guidandolo verso una vita produttiva e felice, viene completamente abbandonato, o perché potremmo semplicemente far venire persone dall’estero per svolgere quel lavoro, o perché non abbiamo più bisogno di quei lavori a causa dell’intelligenza artificiale o altro, o semplicemente perché è troppo complicato. Quello che abbiamo provato non ha funzionato. Le nostre ipotesi erano sbagliate e non vogliono ammetterlo. Quindi, non si sta facendo alcuno sforzo per educare la prossima generazione, tranne forse nell’ingegneria o nella programmazione informatica. Oh, ma aspetta, quei settori sono ormai obsoleti a causa dell’intelligenza artificiale. Questo dimostra davvero i limiti del tentativo di prevedere quale sarà la prossima grande tendenza. Quasi sempre ci sbagliamo. In realtà, affermano gli amministratori universitari, è difficile trovare un esempio di americani che abbiano previsto correttamente la prossima grande tendenza.
Forse sarebbe meglio, quindi, tornare all’obiettivo eterno piuttosto che acquisire una saggezza effimera, o meglio, una conoscenza effimera. Invece di cercare di capire come programmare, forse sarebbe meglio insegnare ai propri figli cose che non cambiano, come la natura umana. La natura umana è immutabile. Il comportamento delle persone descritto, ad esempio, nel Libro delle Cronache, scritto 3000 anni fa, ci è del tutto familiare. Il Codice di Hammurabi, la prima legge scritta, tratta del comportamento umano basandosi su come si comporta ancora oggi, migliaia di anni dopo, il che significa che, nonostante ciò che vi è stato detto, queste sono realtà umane che non sono cambiate per millenni e, anche con Neuralink, non dovrebbero cambiare in futuro.
Due inesattezze fattuali: il Codice di Hammurabi (circa 1750 a.C.) non è “la prima legge scritta”. Il Codice di Ur-Nammu lo precede di circa tre secoli. E il Libro delle Cronache fu scritto nel IV secolo a.C., circa 2400 anni fa, non 3000.
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Allora perché non spiegare queste cose ai bambini, così che possano beneficiare di questa saggezza, comprendere il mondo che li circonda e prendere buone decisioni basandosi su ciò che vedono? Non è questo il punto? Perché esiste un’intera lobby, ben finanziata e attiva da 60 anni, creata appositamente per impedire a chiunque di noi di dire ai bambini la verità sulla natura umana. Non voglio creare polemiche nominandola, ma in sostanza, l’intero sistema scolastico, uno dei meglio finanziati d’America, esiste per mentire ai vostri figli, ai suoi studenti, sulla natura degli esseri umani, e si basa sul presupposto che tutti nascano come una “tabula rasa” e che siamo tutti il prodotto delle influenze della nostra società o dei sistemi che si imprimono nelle nostre menti.
Metodo classico di insinuazione: di fronte a un nemico senza nome (“una lobby ben finanziata e attiva da 60 anni”), ognuno può indicarvi il proprio sospettato (i sindacati degli insegnanti, il Ministero dell’Istruzione, i programmi della Great Society), o persino ipotizzare interpretazioni più oscure.
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Questa è una menzogna bella e buona, e se ci credi davvero – se credi, ad esempio, che uomini e donne siano identici e vengano chiamati “uomini” o “donne” semplicemente perché i loro genitori hanno deciso di dar loro quel nome tre settimane dopo la nascita, a seconda del loro umore del momento – non avrai un matrimonio felice. Non avrai successo nella tua vita professionale. Non sarai felice, perché non è vero.
Qui troviamo un punto focale centrale delle guerre culturali, deciso per decreto il primo giorno del nuovo mandato di Trump, che recita: “due sessi, immutabili”.
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Se passi la vita in guerra con la realtà, in guerra con la natura, non vincerai, perché non dipende da te.
Forse varrebbe la pena riorientare l’intero progetto verso la realtà. Dopotutto, tutto questo è misurabile; niente è un mistero. Sappiamo come sono gli uomini. Sappiamo come sono le donne. Numerosi studi sono stati condotti su questo argomento, e chiunque abbia vissuto in questo mondo per più di dieci minuti può confermarlo. E possiamo discutere se queste caratterizzazioni siano giuste o sbagliate, ma ciò su cui non dovremmo mai mentire, e che dovremmo dire ai nostri figli fin dal primo giorno, è che ci sono fatti che non possiamo controllare. Ci sono realtà preesistenti sulle persone e sul mondo su cui non abbiamo alcuna influenza, e o ci adattiamo ad esse o no. Le accettiamo o le combattiamo, ma non possiamo cambiarle. Questo è il fondamento della saggezza. Non c’è alcuno sforzo organizzato per insegnarlo a livello di scuola primaria, secondaria o universitaria. Eppure dovrebbe esserci. La saggezza. Vogliamo che i nostri leader saggi vengano sostituiti dalla prossima generazione di bambini saggi.
9— L’America deve essere decente
La penultima cosa che l’America dovrebbe essere è una persona perbene. Perbene, a favore dell’umanità, a favore delle persone, che mette i bisogni degli altri prima di quelli di, diciamo, sistemi, macchine o concetti astratti. La decenza è la preoccupazione per gli individui. È sempre stato ovvio che gli Stati Uniti siano un paese perbene. Non esiste al mondo un altro paese in cui ci si possa fermare in mezzo alla strada per chiedere indicazioni e riceverle più velocemente da un gruppo numeroso di sconosciuti desiderosi di aiutare. Non esiste un paese che ami i cani più degli Stati Uniti. Non esiste un paese che, per certi versi, sia più affascinante degli Stati Uniti. Ma negli ultimi anni, la decenza è stata sotto attacco. E non solo la decenza sessuale, la “polizia della decenza”, ma la decenza umana, la gentilezza, il rispetto per gli altri. Quando vedi il tuo Ministro della Guerra che si agita come una scimmia impazzita e assetata di sangue, incitando all’uccisione di innocenti, e nessuno dice una parola, allora sai che abbiamo imboccato una strada di cui nessuno può essere orgoglioso. L’idea stessa di un Ministero della Guerra è di per sé un affronto alla decenza, perché qual è lo scopo della guerra? L’autodifesa. Solo un paese indecente intraprende guerre, a meno che non sia costretto.
Al centro del paleoconservatorismo si trova una concezione della guerra giusta ridotta alla mera difesa. Si vedano i commenti precedenti sul senso di tradimento provato dal fronte MAGA.
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L’unica ragione valida per fare la guerra, per uccidere persone, è l’autodifesa. Ecco perché è sempre stato chiamato Ministero della Difesa, almeno negli ultimi 80 anni. Il Ministero della Difesa: ci stiamo difendendo. Se non possiamo dire che ci stiamo difendendo, è perché non lo facciamo per decenza. E se, nel corso di questa difesa, uccidiamo persone – e si tratta di omicidio – che non hanno commesso alcun crimine, che non rappresentavano una minaccia per noi, che sono non combattenti, donne, bambini, ci scuseremo e lo chiameremo con il suo nome, ovvero un crimine contro il diritto internazionale, ma soprattutto, è una questione di decenza.
Quando un altro Paese commette un genocidio contro una popolazione, uccidendo decine di migliaia di bambini, come ha fatto il nostro più stretto alleato, come spesso accade – è un tema ricorrente nella storia, Israele non è l’unico Paese ad aver commesso un genocidio, né lo è stata la Germania nazista, è successo molte volte – non ce ne assumeremo la responsabilità perché è ripugnante.
Carlson afferma il genocidio pur banalizzandolo (“come tendono a fare i paesi”). Equipara quindi Israele alla Germania nazista, un doppio movimento che, nella stessa frase, muove contro Israele l’accusa più grave possibile e relativizza il genocidio presentandolo come una normale pratica statale.
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Non è difficile da dire. È un sollievo dirlo, perché lo sanno tutti. Se si fa saltare in aria una scuola femminile, ci si scusa e si pagano anche i danni, perché nessun bambino, nessuna studentessa merita di essere annientato da un missile Tomahawk o di essere colpito due volte. Che l’abbiamo fatto noi, gli iraniani, Israele o lo Sri Lanka, non importa; è comunque inaccettabile. Sosteniamo questo principio non solo perché ci preoccupiamo delle studentesse di una scuola femminile in Iran, ma perché siamo al di sopra di questo tipo di comportamento. Non tollereremo un Ministro della Guerra, e se ne avremo uno, certamente non tollereremo che si comporti come una iena o che parli di uccidere persone, non perché non ci piaccia – non è questo il caso – ma perché questo è il nostro Paese e noi siamo migliori di così. Altri possono comportarsi in questo modo, ma sono dei selvaggi, ed è per questo che non sono come noi.
Quando si tollera questo tipo di comportamento, si perde il rispetto di sé, la capacità di rispettarsi, e si rischia anche di subire una sorta di punizione eterna. Forse alcune di queste nozioni metafisiche sono reali, e forse esiste una punizione per chi bombarda le scuole femminili. Questa è solo speculazione. Ma se esistesse, vorreste correre questo rischio? Anche se non credete in nulla di tutto ciò, potreste avere una visione del mondo completamente materialistica e sapere comunque, nel profondo, che uccidere i bambini è sbagliato. Non hanno fatto nulla di male. Se si possono uccidere persone innocenti, allora che senso ha il nostro sistema giudiziario? Si basa sull’idea che solo i colpevoli vengano puniti. Punire gli innocenti, per definizione, non è giustizia. Quindi, se partecipiamo a qualcosa del genere, rischiamo tutto. A lungo termine, perché combattere per questo? L’unica ragione, a parte la coscrizione sotto la minaccia delle armi come in Ucraina, per cui le persone vanno in guerra, soprattutto in Occidente, in paesi senza coscrizione, è perché credono in quella causa. Ma chi potrebbe crederci davvero? La decenza, quindi, conta davvero, e non si esprime solo in tempo di guerra, ma in ogni funzione del governo e in ogni aspetto della nostra vita.
Quindi, se avete un sistema fiscale, per fare solo un esempio, che tassa i dipendenti a un’aliquota più che doppia rispetto a quella applicata agli investitori, cosa state dicendo? State dicendo che è due volte più virtuoso investire o ereditare denaro e lasciarlo sui mercati piuttosto che andare a lavorare la mattina. Questo è ciò che state dicendo perché ogni sistema fiscale penalizza atti empi, cattive azioni, vizi. Le sigarette costano 18 dollari a pacchetto perché siamo contro il fumo. Quindi, se un normale dipendente che si sposta dalla periferia per guadagnare 80.000 dollari all’anno viene tassato il doppio di un magnate del private equity, cosa stiamo dicendo? Che è due volte più virtuoso essere un magnate del private equity, ereditare denaro o investire? Questa non è solo una visione distorta; è indecente. È oltraggiosa. E perché è oltraggiosa? Perché ignora completamente il benessere dei propri cittadini. È letteralmente indecente, e se si continua così, anche se non ci sarà una rivoluzione, anche se non prenderanno d’assalto la Bastiglia per questo motivo – cosa che probabilmente non accadrà, visto che la maggior parte delle persone non sa nemmeno cosa sta succedendo, pur intuendo che qualcosa non va – nessuno crederà più in questo progetto. Non si può credere in qualcosa che non si rispetta. Quindi non si tratta solo di non combattere più le guerre, ma di non fare nulla per migliorare il Paese, e questo cesserà di essere un Paese. È quindi assolutamente essenziale pretendere che i nostri leader e noi stessi ci comportiamo con decenza verso gli altri. Non si tratta solo di vuota retorica sulla strada verso la ricchezza. È il cuore di tutto. In definitiva, è l’unica ragione per cui possiamo essere orgogliosi di dire di essere americani. Siamo orgogliosi di essere americani perché abbiamo un’economia più efficiente, più catene di fast food di qualsiasi altro Paese. Che senso ha essere orgogliosi di essere americani? È un paese bellissimo, ed è un paese perbene, e in fondo è tutto ciò che conta, perché le economie hanno i loro alti e bassi, i cicli economici sono reali, perdiamo le guerre, molte cose accadranno in 500 anni, ma le cose che possiamo controllare, la bellezza e la decenza, quelle sono durature e contano più di ogni altra cosa. Quindi, se rinunciamo a queste, abbiamo rinunciato a tutto.
10— L’America deve essere unita
L’ultima cosa, forse la più importante, di cui questo Paese ha bisogno è l’unità. Deve essere una nazione, e gli americani devono essere un popolo per definizione. Il Paese non può sopravvivere senza di essa. È troppo grande. Nessun Paese può sopravvivere senza un senso di appartenenza nazionale, e i Paesi che sono crollati ne erano privi, ed è per questo che sono crollati. Non è facile, perché questa nazione non ha una maggioranza coesa praticamente su nulla: né sulla razza, né sulla religione, né sull’etnia, né sulla storia, né sulla cultura. Se continua su questa strada, è ovvio che alla fine si disgregherà. Scoprirete che alcune parti del Paese non hanno semplicemente nulla in comune con altre. Allora perché esiste ancora il sistema autostradale interstatale? Perché si può volare da una città all’altra senza visto? Potreste deridere l’idea che questo possa accadere qui, ma è già successo in molti altri posti. Quindi perché non dovrebbe accadere anche qui?
Ma questo non è inevitabile. Gran parte della disunione americana è già radicata nel DNA della nazione. Pertanto, i dibattiti sull’immigrazione, pur essendo rilevanti, non cambieranno la composizione dell’America, che è, lo ripeto, un paese senza una maggioranza schiacciante in alcun ambito. In assenza di ciò, in assenza di un’identità organica ed evidente, è necessario crearne una per preservare la coesione del paese. Vale la pena farlo. Ci sono diversi passi che si possono intraprendere per raggiungere questo obiettivo.
Una sorprendente ammissione costruttivista. Affermando che un’identità è simultaneamente “organica”, “autoevidente” e “da creare”, Carlson descrive il meccanismo che il suo discorso naturalizza ovunque, e che la ricerca sui nazionalismi ha portato alla luce fin dai lavori di Benedict Anderson sulle “comunità immaginate” e di Eric Hobsbawm sull'”invenzione della tradizione”. Ogni identità nazionale presentata come naturale è il prodotto di una costruzione artificiale.
↓Vicino
La prima cosa da fare è porre fine all’immigrazione di massa negli Stati Uniti perché, a questo punto, nulla la giustifica. No, non è una posizione razzista. È la posizione di molti elettori non bianchi negli Stati Uniti. Ma è anche una posizione di buon senso, per due motivi. Primo, è stata eccessiva. Non è stata giustificata dalle nostre esigenze economiche. In realtà, non c’è stata una disperata necessità di manodopera, e non è per questo che abbiamo accolto 50 milioni di persone da altri paesi. Non è vero. Un numero molto elevato di americani si troverà presto a cercare lavoro. Quindi questa non è la realtà. Secondo, è avvenuta troppo velocemente. Anche se ogni singola persona arrivata negli Stati Uniti negli ultimi 60 anni si fosse rivelata straordinaria – e molte lo sono state – si tratterebbe comunque di un cambiamento a un ritmo che le persone non sono in grado di sostenere. Le persone non riescono a gestire questo ritmo di cambiamento; le fa impazzire e le sradica.
Un sorprendente passaggio dall’economia alla psichiatria.
La cifra di “50 milioni di persone” corrisponde approssimativamente all’intera popolazione nata all’estero e residente negli Stati Uniti, in tutte le categorie (compresi i cittadini naturalizzati e i residenti di lunga data), ovvero circa 53 milioni di persone entro l’inizio del 2025, un record che rappresenta quasi il 16% della popolazione. Presentare questo dato come il risultato di una decisione (“li abbiamo fatti entrare”) ripropone, in forma eufemistica, la narrazione della “grande sostituzione” adottata da Carlson nel 2021.
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Questo li porta a perdere qualsiasi senso di appartenenza ai propri vicini o alla propria nazione, il che non è cosa da poco, perché quando il paese è sotto pressione – se, ad esempio, non riesce a onorare il proprio debito – e non c’è nulla che unisca la popolazione, si disgrega. Pertanto, avere un certo grado di coesione nazionale, una sorta di cultura condivisa, è davvero una questione di sicurezza nazionale. La cultura non è la razza. A volte può derivare dall’identità razziale, ma non è una condizione necessaria. La cultura è un insieme condiviso di valori che lega insieme un ampio gruppo di persone.
Il secondo motivo per cui non possiamo più accettare alcuna forma di immigrazione è l’intelligenza artificiale.
Questo collegamento è ideologicamente innovativo. L’intelligenza artificiale fornisce il terzo argomento a favore della limitazione dell’immigrazione, dopo la concorrenza salariale e la coesione culturale: la fine del lavoro. L’associazione della paura della macchina e della paura dello straniero in un’unica narrazione di espropriazione costituisce l’innovazione retorica di questo passaggio.
↓Vicino
Non possiamo affermare contemporaneamente che elimineremo un terzo di tutti i posti di lavoro americani nei prossimi cinque anni e sostenere che abbiamo bisogno di molte più persone che vengano nel Paese per lavorare. Non ha assolutamente senso. Pertanto, non è un attacco a nessun altro Paese o gruppo dire: “Mi dispiace, non sappiamo cosa succederà in questo Paese. Avremo 100 milioni di persone senza lavoro. Probabilmente questo non è il momento ideale per accogliere nuovi arrivati. Anzi, sarebbe una follia accoglierli, e non sarebbe un bene nemmeno per loro”. Ma non è questo il punto. Guidare una nazione significa proteggerla e proteggere le persone che ci vivono. Pertanto, non c’è alcuna giustificazione per l’immigrazione negli Stati Uniti in nessuna forma finché non comprenderemo gli effetti dell’intelligenza artificiale.
Nessuna proiezione seria supporta queste cifre. Lo scenario più pessimistico, ipotizzato da Dario Amodei, prevede la perdita della metà di tutti i posti di lavoro impiegatizi di livello base, nonché un tasso di disoccupazione del 10-20% entro cinque anni. Secondo questo scenario, “100 milioni di disoccupati” rappresenterebbero quasi il 60% della forza lavoro americana. L’enormità di questa cifra è tale da rendere impensabile qualsiasi forma di immigrazione.
↓Vicino
Come possiamo dunque riformare il sistema di immigrazione nell’immediato? Una soluzione che nessuno ha ancora tentato è semplicemente quella di prendere i soldi delle tasse e destinarli ai cittadini americani anziché a chi non lo è. È davvero così semplice. Non è né razzista né malizioso dire alla gente: “Se venite nel nostro Paese per una vita migliore, per delle promesse o per qualsiasi altro motivo, e forse siete qui proprio per questi motivi, non vi sovvenzioneremo durante la vostra permanenza”. Perché dovremmo? Gli Stati Uniti hanno forse l’obbligo di fornire assistenza sociale al resto del mondo? E se sì, da dove deriva questo obbligo? Ovviamente, la risposta è no. La situazione era un po’ più complessa una decina di anni fa, quando la maggior parte degli americani riteneva di vivere nel Paese più ricco della storia e che questa prosperità non sarebbe mai finita. Ma ora che è fin troppo evidente che gli Stati Uniti hanno raggiunto il loro limite di spesa assoluto, che hanno sostanzialmente speso tutti i loro soldi seminando il caos in ogni angolo del mondo, non c’è alcuna giustificazione per spendere anche un solo dollaro per chiunque entri illegalmente in questo paese, nemmeno uno.
Quindi, se si trattasse semplicemente di interrompere i sussidi sociali e controllare i numeri di previdenza sociale, probabilmente non ci sarebbe bisogno di retate o di sparare a nessuno. Basterebbe dire: “Non vi paghiamo per essere qui illegalmente”. Non è complicato. Anzi, è la soluzione più semplice, il che fa chiedere perché nessuno ci abbia pensato. Inoltre, alcune persone rimarrebbero comunque e si arrangierebbero da sole, e potrebbero persino essere una risorsa per il Paese. Non si può mai sapere. Ma non paghereste mai, a meno che non siate pazzi o odiate voi stessi o la vostra nazione, delle persone per venire qui illegalmente, non lo fareste mai. Chiunque non fosse d’accordo potrebbe spiegare perché lo fareste, e nessuno ci riesce, ovviamente, quindi verreste etichettati come razzisti. Ma non è razzismo. È semplicemente ovvio.
Il termine “razzista” viene solo apparentemente confutato. Si tratta di una tecnica retorica chiamata “inoculazione”. Squalificando l’accusa a priori, si evita di affrontarla. Sebbene limitare l’immigrazione non sia di per sé razzista, l’insistenza di Carlson su questo punto si spiega anche con il suo passato. Nell’aprile del 2021, infatti, aveva adottato la teoria della “grande sostituzione” elettorale, il che aveva portato alla richiesta di espulsione dalla Anti-Defamation League. La definizione che egli delinea – il razzismo inteso esclusivamente come odio esplicito – esclude per definizione qualsiasi forma di razzismo, strutturale o indiretta.
↓Vicino
La seconda cosa da fare, se si volesse davvero unire un paese, sarebbe scegliere una lingua, e quella lingua è l’inglese. Non esiste elemento culturale più importante della lingua parlata. In un certo senso, la lingua è cultura. È ciò che accomuna persone di diversa provenienza, religione e razza. Sono unite da una lingua. Leggono gli stessi libri. La lingua plasma il nostro modo di pensare. Quindi, le persone che pensano in una determinata lingua pensano in un certo modo. Se non avete viaggiato molto, potreste non saperlo. Ma quando andate in certi paesi – se andate in Finlandia o in Ungheria, paesi con una popolazione complessiva di 15 milioni di persone – noterete che le persone pensano in modo leggermente diverso. Quindi, la lingua unisce.
Ma una cosa è certa: le diverse lingue causano notevoli divisioni.
Una lettura inversa della storia della Torre di Babele. Il capitolo 11 della Genesi mostra che la confusione delle lingue è una punizione divina inflitta a un’umanità unita e monolingue, non il riconoscimento del fallimento di una società multilingue. Inoltre, questa tesi è empiricamente debole: la Svizzera ha quattro lingue nazionali, l’India ne ha ventidue. Per di più, numerose guerre civili hanno dilaniato paesi monolingue. Una lingua unica è una scelta politica, non una legge di sopravvivenza nazionale.
↓Vicino
Questo è sempre stato vero. Era vero sotto l’Impero Romano, ed è vero oggi. È vero in Canada. È vero in Belgio. È vero ovunque. Se si vuole davvero mantenere la coesione del proprio Paese – e bisogna tenere presente che se il Paese non rimane unito, si disintegrerà, il che implica violenza, in altre parole, guerra civile, quindi la posta in gioco è altissima – bisogna concentrarsi prima di tutto sul garantire che tutti parlino la stessa lingua. Perché non farlo? Perché ti sei lasciato intimidire da qualcuno che ti ha dato del razzista? Davvero? Se questo ti spaventa, non sei fatto per guidare. Non so esattamente per cosa sei fatto, ma di certo non sei fatto per guidare una nazione se ti lasci dissuadere dal fare la cosa giusta da una falsa accusa di razzismo perché ti piace l’inglese. Per inciso, ci sono più persone che parlano inglese in Nigeria che a Miami. Quindi non ha nulla a che fare con la razza, ovviamente, ma è direttamente collegato alla sopravvivenza di un paese.
Esistono numerose ragioni per vietare la stampa di qualsiasi documento federale o scheda elettorale in una lingua diversa dall’inglese. Allo stesso modo, ci sono molte ragioni per opporsi a pubblicità multilingue, segnali stradali o indicazioni aeree scritte in altre lingue.
Che dire di chi non parla inglese? Questo potrebbe essere un lodevole progetto nazionale. Il governo federale, i governi statali o organizzazioni benefiche, a cui la maggior parte delle persone oneste contribuirebbe, potrebbero offrire corsi di inglese gratuiti a ogni cittadino americano che non parla inglese. Se vuoi imparare l’inglese, ti aiuteremo a impararlo. Nella maggior parte del mondo – nel mondo degli affari, dell’aviazione e della scienza – tutti parlano inglese. Quindi è difficile credere che il fatto che negli Stati Uniti ci siano persone che non parlano inglese non sia una scelta deliberata. Ma qualunque sia la causa, possiamo porvi rimedio, così come possiamo fornire a tutti un documento d’identità. Il fatto è che, se non lo facciamo, la tendenza attuale continuerà. E sebbene la tendenza attuale sia chiara – che si tratti di guerra nucleare, sostituzione da parte delle macchine attraverso lo sviluppo dell’intelligenza artificiale o disgregazione degli Stati Uniti in più entità – questa tendenza, se non affrontata, è inevitabile. È la direzione verso cui stiamo andando.
Qualcuno deve quindi affrontare immediatamente una domanda: cosa ci unisce tutti? Probabilmente non sarà troppo difficile, perché la maggior parte delle divisioni che crediamo insanabili non sono in realtà abissi. “Non ho assolutamente nulla in comune con quella persona. Se mia figlia la sposasse, andrei nel panico.” La maggior parte di queste divisioni sono artificiali. Ci sono state imposte dai nostri leader, la cui incompetenza e corruzione necessitavano di una copertura. Le persone intelligenti lo dicono da tempo. Questo non significa che non esistano differenze naturali tra le persone. Certo che esistono, anche tra le razze. Ovviamente esistono. Ma sono più importanti di ciò che abbiamo in comune? No, non lo sono. Ma sono state esacerbate, alimentate e deliberatamente portate alla ribalta come parte di un progetto a lungo termine per distogliere la nostra attenzione da ciò che ora è evidente.
Va notato che entrambi i partiti hanno cospirato contro la volontà del popolo per migliorare la propria condizione e peggiorare la nostra. Questo è ormai innegabile. E purtroppo, hanno avuto un enorme successo. Pertanto, se si vuole porre rimedio a questa situazione, ricostruire questo Paese e renderlo un luogo che i nostri nipoti, si spera, possano ereditare e in cui prosperare, sarà necessario affrontare l’urgente questione dell’identità americana.
Cosa significa essere americani? C’è un modo per cambiarlo. Dobbiamo solo provarci, e lo faremo. Vi terremo aggiornati sugli sviluppi.
Dopo dieci principi formulati in un linguaggio universale (equità, diritti, decenza), il discorso affronta l'”identità americana” come una “questione urgente” e un programma (“ci proveremo”). Questa è la chiave di volta di un testo che la stampa americana legge come il manifesto di un futuro riallineamento: un terzo partito o una rifondazione del populismo nazionale che fu il trumpismo, senza Trump o dopo di lui.
↓Vicino
Grazie per l’ascolto.
Fonti
Davis Ingle, addetto stampa della Casa Bianca, dichiarazione alla stampa del 6 agosto 2026.
Dal 2016, gli osservatori faticano a definire la politica estera di Trump.
Inizialmente presentata come isolazionista dopo una campagna condotta in rottura con il neoconservatorismo, poi definita «transazionale», è sembrata a lungo sfuggente. Dalla pubblicazione della National Security Strategy, e soprattutto all’indomani dell’operazione militare in Venezuela che ha portato alla destituzione di Maduro, le cose appaiono tuttavia più chiare: Trump assume ormai esplicitamente il carattere imperialista della sua politica.
Questo interventismo si distingue nettamente da quello dei neoconservatori degli anni 2000.
Se si vogliono rintracciare le origini di questa nuova grammatica, non è inutile rivolgersi al pensiero neoreazionario, che, come è noto, svolge oggi un ruolo decisivo nel rinnovamento ideologico del trumpismo.
Nel 2008, mentre l’interventismo neoconservatore era impantanato nel fallimento delle guerre in Medio Oriente, Curtis Yarvin ne avanzò una critica originale.
In un articolo dal titolo evocativo — «Come occupare e governare uno Stato straniero» — non si orientava verso l’isolazionismo, caratteristica dei paleoconservatori o, più tardi, dell’alt-right nazional-populista.
Yarvin sosteneva invece che il fallimento in Iraq fosse il segno che l’esercito americano non si fosse spinto abbastanza in là, e proponeva una « guida » volta a garantire il successo di un intervento militare all’estero.
La sua ricetta non sorprenderà i lettori che conoscono bene le sue tesi: compiere un colpo di Stato, assicurarsi la sovranità assoluta e poi trasformare il regime in uno Stato-impresa.
Questa visione verrà poi sviluppata in una serie di testi intitolata Patchwork, in cui Yarvin sostiene quella che definisce una «teoria reazionaria della pace», definita nei seguenti termini:
«Il mondo pacificato e reazionario del Patchwork è composto esclusivamente da sovrani assoluti razionali: Stati gestiti in modo competente e coerente con un obiettivo puramente finanziario. Questo mondo può esistere in una parte del pianeta, ma deve quindi provvedere alla propria difesa nei confronti del resto del mondo. Nel sistema Patchwork, pace, sicurezza e ordine sono strettamente identici. Un territorio è concepito per mantenere un livello assoluto o quasi assoluto di sicurezza e ordine. La società non conosce più le piaghe dell’era democratica: niente baraccopoli, niente strade sporche, niente bande, niente politica. […] Un sovrano razionale assoluto è centralizzato, amministrato con competenza e guidato esclusivamente dalla redditività.
«Coopera se la cooperazione è vantaggiosa — diventa predatore se la predazione lo è di più (l’obiettivo è ovviamente quello di rendere la cooperazione sempre più redditizia).»
Questo brano, così come il testo che segue, trova una sorprendente corrispondenza con la giustificazione predatoria dell’intervento di Trump in Venezuela.
Quest’affermazione è stata del resto accolta con favore dall’autore, il quale su X (ex Twitter) ha scritto: «Il Venezuela, in quanto caos dal potenziale enorme, è un laboratorio perfetto per la governance del XXI secolo.»
Il tema che tratteremo oggi è quello dell’occupazione e della governance di un paese straniero.
Per il nostro caso di studio, penso che sarebbe interessante utilizzare paesi reali e attuali.
Chiamiamoli «Gran Bretagna» e «Iran».
Se la Gran Bretagna volesse occupare e governare l’Iran, diciamo a partire dall’inizio del 2010 — è sempre bene avere un po’ di tempo per prepararsi — come si procederebbe? Ai fini di questo esercizio, supponiamo che l’Iran non riesca a costruire un’arma nucleare entro quella data.
L’estate del 2008, durante la quale Curtis Yarvin scrive questo saggio, è caratterizzata dalla ripresa dei negoziati sul nucleare con l’Iran. Da parte statunitense, William Burns, allora direttore politico del Segretario di Stato, partecipa per la prima volta direttamente e ufficialmente ai negoziati avviati dagli europei il 19 luglio 2008. Questo coinvolgimento nei negoziati è il risultato di una svolta nella politica di George W. Bush alla fine del suo secondo mandato, che si contrappone alla politica neoconservatrice del regime changeche fino ad allora aveva dominato il suo approccio alla regione mediorientale, a causa di una progressiva presa di coscienza del fallimento delle operazioni di state building in Afghanistan e in Iraq sotto il dominio americano. Questa attualità internazionale, e i dibattiti che ha suscitato, potrebbero essere nella mente di Curtis Yarvin al momento di scegliere i « casi di studio ».
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Naturalmente, è opinione comune che sarebbe del tutto impossibile per la Gran Bretagna occupare e governare l’Iran.
Sarebbe altrettanto impensabile che l’esercito americano occupasse e governasse l’Iran: gli Stati Uniti non riescono nemmeno a gestire l’Afghanistan, che pure è molto più vasto e difficile da controllare rispetto al Regno Unito.
Ma se si guarda a ciò che è accaduto quando la Gran Bretagna ha tentato di occupare e governare una sola città in Iraq, Bassora, si constata che l’opinione generale è, come spesso accade, piuttosto corretta.
Supponiamo quindi che il nostro occupante non sia l’attuale governo delle Isole Britanniche — vale a dire Whitehall — ma un regime successivo. Chiamiamolo: Young Britain.
La Giovane Gran Bretagna ha dichiarato la propria indipendenza dagli Stati Uniti, si è ritirata dalla «comunità internazionale», ha rinunciato a Whitehall e ai suoi falsi re di Hannover per ripristinare la dinastia degli Stuart sotto il regno di Joseph Wenzel, nominando suo padre Alois principe reggente.
Per il resto, le sue risorse militari e finanziarie rimangono invariate.
Arnaud MirandaQuesta ricostruzione è tipica dello stile pamphlettistico di Yarvin. Consiste nel presentare una narrazione alternativa e scandalosa rispetto alla doxa, ricorrendo a esperimenti mentali e a ironici ribaltamenti. Qui, Yarvin propone di sostituire la monarchia costituzionale britannica — il Parlamento, «Whitehall» e la famiglia reale contemporanea discendente dagli Hannover, gli «Hanoverian sham-kings» — con una monarchia restaurata sotto l’autorità del principe del Liechtenstein — discendente dagli Stuart.
Yarvin si dichiara esplicitamente sostenitore di un giacobitismo intellettuale — vale a dire di una difesa della legittimità dinastica degli Stuart, che funge soprattutto da strumento per promuovere una concezione assolutista della sovranità.
Il ricorrente riferimento al Liechtenstein è tipico del suo immaginario politico, così come di alcune correnti libertarie contemporanee, come ha ben dimostrato Quinn Slobodianin Il capitalismo dell’apocalisse. Questo microstato viene addotto come modello di un potere sovrano ridotto, efficiente, patrimoniale ed economicamente razionale. Già nel 2008, in questo testo si ritrova quella singolare combinazione tra reazionismo e libertarismo che è al centro del pensiero di Yarvin.
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Il principe Alois, per ragioni che solo lui conosce, decide di occupare e governare l’Iran a partire dalla primavera del 2010.
Da buon uomo d’affari svizzero, il principe non solo desidera ottenere successi sul piano militare, ma anche rendere redditizia la propria impresa.
Per pura generosità, dividerà i profitti in parti uguali con gli attuali cittadini iraniani, i quali riceveranno ciascuno una quota senza diritto di voto, ma che dà diritto ai dividendi e ai profitti del governo.
Le forze armate reali riceveranno il 25%, i cittadini della Giovane Gran Bretagna il 15%, mentre il principe reggente si accontenterà di un modesto 10%.
Arnaud MirandaQuesta soluzione è un nuovo esempio del formalismo di Yarvin, che mira a porre fine a ogni forma di violenza. Yarvin ritiene che nessun conflitto possa essere risolto con un argomento di legittimità. In questo caso, gli iraniani non avrebbero alcun diritto a priori di governare il proprio territorio.
Yarvin propone di mettere da parte la questione della legittimità a favore della stabilità e della prosperità, considerando lo Stato come un’impresa e «formalizzando» i rapporti di potere attraverso titoli di proprietà. Già nel 2007 proponeva questa soluzione per l’Iraq, prima di adattarla al conflitto israelo-palestinese con il suo progetto « Gaza Inc. », ripreso direttamente nel piano Blair promosso da Trump.
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La domanda è: ci riuscirà? E se sì: come?
Si noti che si tratta di una questione strettamente militare. Non ha nulla a che vedere con la questione se questo progetto rifletta bene o male il principe Alois e la Young Britain da un punto di vista morale.
Nella nostra ipotesi, il principe Alois è un vero sovrano (o «assoluto»), e il peso etico della decisione ricade interamente su di lui. Va da sé che anche l’obbedienza dell’esercito è assoluta.
Naturalmente, l’opinione generale è la stessa sia all’interno dell’esercito che all’esterno: un’impresa del genere è del tutto impossibile e destinata al fallimento.
Infatti, un governo può esistere solo con il consenso dei governati.
In altre parole, il successo sarebbe possibile solo se le forze armate britanniche riuscissero a conquistare il cuore e la mente del popolo iraniano. Ma poiché il popolo iraniano è profondamente nazionalista e legato alla libertà di un Iran libero e indipendente, non accetterà mai di essere ricolonizzato dai britannici, che detesta, i suoi ex padroni imperiali.
Questo non è ragionamento. È solo chiacchiere.
Arnaud MirandaSi tratta in questo caso di una critica a ciò che Yarvin considera la « religione » della democrazia: l’universalismo, professato da quella che egli definisce la Cattedrale — un complesso accademico-mediatico che costringerebbe i governi democratici ad agire in modo idealistico e quindi irrazionale. Nel suo saggio « Patchwork », Yarvin lo descrive come una forma di « protestantesimo ecumenico », di cui considera il progetto kantiano di pace perpetua come l’espressione più chiara.
Il termine cant, difficilmente traducibile, indica una ritornello ipocrita ripetuto meccanicamente e richiama il «canto». Il termine ha anche una connotazione religiosa, che in questo contesto si potrebbe tradurre con litania o salmodia.
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Chiunque può esercitarsi a pronunciare queste frasi, e molti lo hanno fatto.
La professione militare moderna si impegna con particolare diligenza a instillare questa mentalità, poiché il suo personale è particolarmente in grado di coglierne l’importanza.
Ma una bugia rimane una bugia. La sua durata non può essere infinita. E la verità si insinua in ogni fessura.
Il modo più semplice per dimostrare questa verità è spiegare come la Young Britain possa occupare e governare l’Iran in modo redditizio. (Per comodità, chiamiamo questa nuova entità politica «Nuova Persia»).
Siamo tutti d’accordo sul fatto che la vecchia Gran Bretagna non sia in grado di trasformare l’Iran di oggi in una nuova Persia.
Vedremo come la giovane generazione, la «Young Britain», riuscirà a farlo.
Comprendere le strategie che adotterà ci aiuterà a chiarire notevolmente la differenza tra la Gran Bretagna di un tempo e quella odierna — il che ci riporterà alla natura e alle origini del cant.
Prima che il principe Alois possa occupare l’Iran, deve ovviamente invaderlo. In altre parole, deve costringere l’attuale governo ad arrendersi senza condizioni e ad accettare l’occupazione.
Da un punto di vista militare, non riesco proprio a immaginare che questo processo possa essere minimamente difficile.
L’esercito britannico non avrà forse lo stesso numero di effettivi dell’esercito iraniano, ma il suo equipaggiamento è di gran lunga superiore. La Royal Air Force può dominare lo spazio aereo iraniano, distruggere le difese aeree e annientare ogni concentrazione di forze grazie a attacchi sferrati dai B-52 dall’isola di Diego Garcia. Anche qualora fosse necessaria un’operazione anfibia, basterebbe una sola divisione corazzata britannica sul suolo iraniano per ottenere la vittoria.
Certo, per la Gran Bretagna potrebbe essere un po’ più difficile invadere l’Iran di quanto lo sia stato per gli Stati Uniti invadere l’Iraq.
Ma l’invasione dell’Iraq — a differenza dell’occupazione che ne è seguita — è stata, secondo qualsiasi criterio storico equo, un gioco da ragazzi. Non credo che questo punto sia particolarmente contestato.
Restano quindi altre due questioni: l’occupazione e il governo — i nostri famosi problemi apparentemente irrisolvibili.
Sebbene non sia un esperto in materia, la mia soluzione è stata elaborata con l’aiuto di quattro persone: due storici e due professionisti.
I nostri storici sono James Anthony Froude ed Elie Kedourie.
I nostri professionisti sono Lord Cromer e Roger Trinquier.
Solo Dio sa quanto questo gruppo ignori del colonialismo.
Arnaud MirandaI « riferimenti » qui citati non sono ovviamente neutri. James Anthony Froude è un discepolo di Thomas Carlyle e si inserisce in una storiografia imperiale che esalta l’autorità e l’ordine. Elie Kedourie ha criticato l’anticolonialismo e il nazionalismo, sostenendo in particolare che la decolonizzazione in Algeria avesse prodotto un regime politico peggiore dell’ordine coloniale francese. Critica inoltre quella che definisce la versione « Chatham House » della storia, che consiste nel presentare il Medio Oriente come eterna vittima dell’Occidente. Per quanto riguarda i « praticanti », si tratta di due figure di una gestione coloniale repressiva. Evelyn Baring, conte di Cromer, è un amministratore coloniale britannico che per Yarvin simboleggia una gestione antidemocratica, stabile ed economicamente prospera. Roger Trinquier è un ufficiale dell’esercito francese che ha combattuto in Indocina e in Algeria e che ha teorizzato una gestione repressiva dell’insurrezione — giustificando in particolare l’uso della tortura.
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Più precisamente, a tutti i giovani ufficiali e funzionari britannici in Nuova Persia viene assegnata la seguente lista di letture: Froude, The English in Ireland in the Eighteenth Century (Google Libri: I, II, III); Cromer, Modern Egypt (Google Libri : I, II) ; Trinquier, Modern Warfare (online) ; Kedourie, The Chatham House Version (Amazon).
Come in tutti questi post del blog, Yarvin non aggiunge alcuna bibliografia, ma solo collegamenti ipertestuali. La maggior parte rimanda a pagine di Wikipedia molto generiche — che non riportiamo qui —; altre a edizioni digitali di libri o a pagine di prodotti su Amazon.
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Ma un momento! Questo è colonialismo! Beh, sì — ovviamente.
Occupare e governare un paese straniero corrisponde abbastanza bene alla definizione di colonialismo.
Soprattutto se l’obiettivo non è quello di «ristabilire la democrazia», ma di instaurare in modo permanente un’amministrazione stabile, responsabile, efficiente ed economica.
È piuttosto sorprendente che, nella conferenza stampa del 3 gennaio a Mar-a-Lago, il presidente americano Donald Trump abbia usato più o meno la stessa espressione per indicare il processo di « transizione » che stava imponendo al Venezuela dopo aver destituito il suo presidente.
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Ho il sospetto che la Nuova Persia assomiglierà un po’ a Dubai, ma sarà più grande, più ricca e con un clima più vario. Dubai è in un certo senso una sopravvissuta dell’antico Impero britannico. Non è lontana dall’Iran e molti iraniani vi risiedono.
Immagino che la maggior parte di loro ne sia piuttosto soddisfatta.
Cominciamo con un brano di Kedourie che riassume piuttosto bene la situazione. È tratto dal saggio The Kingdom of Iraq: A Retrospect, che descrive la monarchia sharifiana irachena istituita dagli inglesi nel 1921 e rovesciata nel 1958.
Va da sé che, rispetto all’attuale regime fantoccio americano, il regno dell’Iraq sembra la Prussia di Federico il Grande.
Florian LouisCurtis Yarvin propone qui una visione idealizzata e molto lontana dalla realtà del Regno hascemita dell’Iraq, creato dagli inglesi nell’agosto del 1921.
Lungi dall’essere una pacifica ed efficiente «Prussia» mediorientale, il paese era in perpetuo fermento. L’imposizione del mandato britannico e di un re proveniente dall’Arabia alla sua guida scatenò, già nel 1920, una massiccia ribellione, che richiese il ricorso all’artiglieria pesante e a massicci bombardamenti aerei da parte della Royal Air Force. La calma rimase in seguito sempre precaria, il che convinse i britannici a porre fine prematuramente al loro mandato sul paese, già nel 1932.
Il regno dell’Iraq continuò a essere caratterizzato da una forte instabilità, in particolare a causa del rifiuto, da parte della maggioranza degli iracheni di fede sciita, della dinastia sunnita insediata dagli inglesi alla guida del Paese. Anche le aspirazioni indipendentiste dei curdi alimentarono le tensioni di quello che appariva come uno Stato senza nazione, costantemente sull’orlo dell’esplosione.
In un memorandum redatto nel 1933, lo stesso re Faisal si rammarica dell’impossibilità di governare uno Stato il cui popolo, lungi dal costituire una nazione coesa, si ridurrebbe a «una massa inimmaginabile di esseri umani, privi di qualsiasi idea patriottica, intrisi di tradizioni religiose e di assurdità, senza alcun legame che li unisse, inclini al male, inclini all’anarchia e perennemente pronti a sollevarsi contro qualsiasi governo ».
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Ma le parole di Kedourie sono ancora attuali, anzi, più che mai:
Quando consideriamo la lunga esperienza della Gran Bretagna nel governo dei paesi orientali e la confrontiamo con la miserabile politica che ha imposto alle popolazioni della Mesopotamia, siamo colti da un amaro stupore. È come se l’India e l’Egitto non fossero mai esistiti, come se Lord Cornwallis, Munro e Metcalf, John e Henry Lawrence, Milner e Cromer avessero tentato invano di portare ordine, giustizia e sicurezza in Oriente, come se Burke e Macaulay, Bentham e James Mill non avessero mai dedicato la loro intelligenza ai problemi e alle prospettive del governo orientale. Non possiamo smettere di stupirci di come, alla fine, tutto ciò sia stato respinto, e di come la Mesopotamia, conquistata dalle armi britanniche, sia stata sballottata tra il talento di venditore di Lloyd George, le declamazioni intermittenti, grandiloquenti e futili di Lord Curzon, l’elemosina isterica del colonnello [T. E.] Lawrence, l’intelligenza fragile e l’entusiasmo sentimentale della signorina [Gertrude] Bell, e l’acquiescenza rassegnata di Sir Percy Cox. Che dire quando si trova un documento ufficiale presentato da un segretario di Stato al Parlamento nel 1929, in cui si dichiara senza l’ombra di un dubbio né la minima riserva che «& sembrava evidente […] che l’Iraq, giudicato secondo i criteri della sicurezza interna, di finanze pubbliche sane e di amministrazione illuminata, sarebbe stato in tutto e per tutto idoneo ad essere ammesso alla Società delle Nazioni entro il 1932 », e quindi idoneo ad esercitare la sovranità senza ostacoli di cui godono gli Stati indipendenti ? Cosa significa questo, se non che lo stile dei documenti ufficiali, come tante altre cose, ha subito un deterioramento irrimediabile durante la Prima guerra mondiale ?
Lord Cromer — un uomo adulto di nome «Evelyn» — ha governato per 25 anni un paese arabo molto simile all’Iraq, con costi minimi e senza violenze significative, e ha svolto il proprio lavoro così bene che l’Egitto è diventato una meta bohémienne internazionale per personalità come Lawrence Durrell — una sorta di Praga edoardiana.
Le sue memorie sono disponibili gratuitamente su Internet. Forse non era americano, ma scriveva in inglese. E scommetto che meno di un centinaio di persone nell’esercito americano e al Dipartimento di Stato hanno sentito parlare di quest’uomo, e ancora meno hanno letto il suo libro.
Chi dimentica la storia non può nemmeno sperare di ripeterla.
Certo, la tecnologia militare si è evoluta. A nostro vantaggio.
Gli strumenti fondamentali del rivoluzionario — le bombe e gli omicidi — sono invece senza tempo.
Cromer non disponeva né di aviazione, né di carri armati, né di elicotteri. Aveva a disposizione cinquemila soldati per occupare un paese di venti milioni di abitanti. Non aveva alcun problema. O, per dirla in altro modo, il suo problema principale erano gli altri inglesi.
Per Young Britain, questo non sarà un problema.
Abbiamo già illustrato lo schema del discorso anticolonialista.
Per gli anticolonialisti e i progressisti, l’unico modo per governare un paese è convincere il proprio popolo ad amare il proprio governo.
Dicono di «cuori e menti», ma quello che intendono davvero dire è soprattutto «cuori».
Gli anticolonialisti ritengono che il cuore dei poveri sia sempre in vendita — una teoria che porta al concetto che conosciamo con il nome di «aiuto».
Se sembrasse funzionare, forse sarebbe necessario discuterne.
Arnaud MirandaQuesto passaggio fa eco a ciò che Yarvin definisce «aidocrazia», che corrisponde più o meno al diritto internazionale umanitario e agli aiuti pubblici allo sviluppo.
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L’occupazione della Nuova Persia da parte della Young Britain si baserà su una metafora ben diversa: grasping the nettle. Si tratta di un’antica metafora inglese nota a tutti i colonialisti.
Arnaud MirandaL’espressione « grasping the nettle » (letteralmente «afferrare l’ortica» o, più idiomaticamente in francese, «prendere il toro per le corna»), utilizzata nell’inglese corrente, ha acquisito un significato particolare nel contesto imperiale britannico. Essa rimanda a una dottrina coloniale secondo cui l’autorità doveva essere imposta fin dall’inizio, senza compromessi né temporeggi, presentando la coercizione come una necessità tecnica per garantire ordine e stabilità.
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Come dice la filastrocca:
Se la prendi con delicatezza, l’ortica ti punge per punirti. Afferrala con coraggio, e rimarrà morbida come la seta.
Si potrebbero tradurre liberamente questi versi del poeta nazionale scozzese Robert Burns tratti dal suo « Address to the Devil » come segue: « Se raccogli l’ortica tremando, ti brucia ;/Afferrala con mano ferma, e diventa setosa e innocua. »
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(Si ritiene infatti che le parti dell’ortica che rilasciano le tossine della pianta si attivino solo con un leggero sfioramento, ma che si disattivino con una pressione decisa. Personalmente, non ho mai fatto la prova.)
Il significato della metafora dell’ortica deriva da una teoria della guerra civile che è l’opposto di quella del «cuore e della mente».
Secondo la teoria dell’ortica, le insurrezioni scoppiano perché — e solo perché — gli insorti ritengono di avere una possibilità di vincere.
Come tutti gli uomini, combattono per la gloria, il potere e il saccheggio.
Qualsiasi governo può prevenire e/o porre fine a qualsiasi forma di violenza interna facendo capire chiaramente ai propri oppositori che la vittoria è impossibile e che l’unico esito di qualsiasi lotta sarà, nel migliore dei casi, l’infamia e la prigionia, nel peggiore dei casi, la mutilazione e la morte.
Trasmettere questo messaggio significa letteralmente affrontare la situazione — come un uomo di carattere.
La soluzione al problema del governo coloniale consiste quindi nel governare: far rispettare l’ordine immediatamente, in modo totale e senza compromessi, senza tollerare alcuna contestazione dell’autorità occupante, sia essa militare o politica, religiosa o criminale.
Lord Cromer, ad esempio, sarebbe rimasto semplicemente sbalordito dal fatto che le autorità di occupazione statunitensi in Iraq tollerassero non solo i partiti politici locali, ma anche quelli dotati di bracci paramilitari armati.
Ci sono voluti cinque anni per correggere, in gran parte, questo incredibile errore elementare.
In un’occupazione coloniale, la tattica fondamentale — che potrebbe persino fornire una buona definizione pratica del termine «colonialismo» — consiste nell’istituire delle autorità miste in cui ufficiali e amministratori stranieri esercitano rispettivamente la loro autorità esecutiva sulle truppe e sui funzionari indigeni.
Le autorità miste funzionano perché combinano l’indipendenza e la professionalità dei dirigenti stranieri con il basso costo della manodopera locale.
In un modo al tempo stesso inquietante e esilarante, è interessante notare con quanta assiduità le «liberazioni» americane evitino l’istituzione di autorità miste.
Gli americani continuano a fornire « consigli » e « aiuto » ai loro fratelli minori, liberi, sovrani e indipendenti. Non li gestiscono mai veramente.
Potrebbe funzionare — il che sarebbe pericoloso.
In effetti, l’attuale situazione di quasi-successo in alcune zone dell’Iraq è stata raggiunta mettendo dei quasi-soldati iracheni al soldo degli Stati Uniti — il che non permette esattamente di controllarli, ma conferisce invece un certo potere.
Ma ricominciamo.
La Young Britain invade l’Iran e reprime la resistenza militare organizzata.
E poi cosa succede?
La nuova Persia inizia con l’imposizione della legge marziale — che rimarrà in vigore fino a quando non sarà ripristinata la piena stabilità e non sussisterà più alcuna minaccia di violenza.
Non saranno tollerati atti di saccheggio.
Verrà applicato un coprifuoco rigoroso: nessuno potrà trovarsi in strada dopo il tramonto.
Le truppe britanniche potranno sparare a vista per far rispettare queste direttive.
Si tratta di procedure standard per qualsiasi insediamento iniziale.
Il Paese è sotto il comando unificato del generale britannico.
Tutte le forze civili e militari rimaste dell’ex regime iraniano sono soggette ai suoi ordini, così come tutti gli altri abitanti del Paese, siano essi cittadini iraniani o stranieri.
Tutti gli stranieri devono essere in possesso di un lasciapassare militare, revocabile in qualsiasi momento, per poter rimanere nel Paese.
Porre fine all’occupazione militare diretta — in cui i soldati britannici vengono impiegati come forze di polizia — è la priorità assoluta.
I soldati sono ottimi poliziotti, ma non sono abbastanza numerosi.
Per compensare la carenza di personale, devono poter reagire con un livello di aggressività inappropriato nella maggior parte dei contesti civili. Ciò è inevitabile all’inizio di un’occupazione e, di fatto, necessario per affermare il proprio dominio.
Ma se ciò non comporta ritorsioni — secondo la teoria del «cuore e della mente» — non infonde certo un senso di sicurezza assoluta.
Il primo compito consiste quindi nell’istituire una nuova forza di polizia, composta da persiani e guidata da britannici — con un livello intermedio di personale locale bilingue. Come in India, gli amministratori britannici possono e devono agire in qualità di giudici. I primi procedimenti giudiziari devono essere rapidi e svolgersi senza avvocati.
Non esiste una linea di demarcazione netta tra insurrezione e criminalità organizzata: l’una non può essere sradicata senza l’altra.
Intorno a questo nucleo di sicurezza fondamentale possono formarsi altre istituzioni governative.
La nuova Persia non ha più bisogno del vecchio governo civile e delle forze armate della Repubblica Islamica.
Il loro scioglimento creerà un bacino di lavoratori disoccupati, ma per qualsiasi amministrazione dinamica le mani inattive sono una risorsa, non una maledizione.
Ci sarebbero ovviamente molte cose da fare… Grazie alla manodopera persiana e alla supervisione britannica, saranno portate a termine.
I confini della Persia devono essere recintati e sigillati.
La popolazione deve essere censita e identificata nuovamente — con campioni di DNA e una scansione dell’iride per ogni uomo, donna e bambino.
È necessario registrare il luogo di residenza, la professione e i dati anagrafici di ciascuno.
Tutte le armi devono essere confiscate.
Tra la morsa britannica e l’ortica persiana non può esserci alcun vuoto pericoloso.
La nuova Persia si troverà nella situazione più lontana possibile dall’anarchia mesopotamica.
Arnaud MirandaQuesto passaggio permette di comprendere perché la posizione di Yarvin sia effettivamente post-libertaria, e non semplicemente libertaria. Per Yarvin, in quanto condizione essenziale della libertà, la sicurezza è la priorità assoluta e illimitata di ogni governo. Si può inoltre notare la dimensione tecnologica di questo controllo, in particolare attraverso la rilevazione dell’impronta retinica di ogni individuo, che preannuncia il carattere fascista del progetto di Yarvin — chiaramente rivendicato nel suo ultimo testo.
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È vietata qualsiasi organizzazione politica fino a nuovo ordine.
I raduni pubblici, le «manifestazioni» e altri fenomeni di folla sono vietati — proprio come previsto dal Riot Act.
Alla folla viene ordinato di disperdersi; se non lo fa, viene presa di mira — preferibilmente con armi non letali, se disponibili.
Grazie a un efficace controllo delle folle, il «potere del popolo» non rappresenta una forza significativa: in questo ambito, l’esperienza cinese è un buon punto di riferimento.
I persiani hanno a portata di mano un eccellente esempio di paese moderno senza politica: Dubai.
Se Dubai è una prigione, se Singapore è una prigione e se la Cina è una prigione, anche la Nuova Persia sarà una prigione.
Ho il sospetto che la maggior parte dei cittadini amanti della pace dell’Iran odierno non avrebbe nulla in contrario a vivere in una prigione del genere. E sono convinto che tutti preferirebbero questa sorte a quella riservata all’Iraq.
Arnaud MirandaQuesto passaggio testimonia ancora una volta i modelli politici del pensiero neoreazionario. Per Yarvin, Dubai e Singapore sono prototipi del suo modello ideale di Stato-impresa, mentre la Cina è percepita come un contro-modello imperiale performante ed efficace. Questi modelli sono anche quelli su cui si basa l’accelerazionismo di Nick Land.
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Il terrorismo — attentati dinamitardi e omicidi — può essere e sarà giudicato.
Grazie a una conoscenza approfondita della popolazione, a un moderno sistema di identificazione, a un’operazione di intelligence alla Trinquier e alla totale assenza di legalismo sul modello del Quarto Emendamento, non è difficile reprimere le reti terroristiche.
Un potere fondamentale nella lotta al terrorismo consiste nella possibilità di spostare e ricollocare arbitrariamente intere popolazioni, senza alcuna intenzione punitiva né indagine penale.
Strutture di ricollocazione sicure e scalabili consentono inoltre di contrastare le campagne di «disobbedienza civile», in cui gli oppositori cercano di avere la meglio sulle autorità sommergendole con piccole violazioni tecniche della legge.
Dimostrare la capacità di gestire, disciplinare e riabilitare ogni membro di un partito o di una banda illegale, ogni partecipante a una rivolta illegale, ecc., è un elemento fondamentale per prendere il toro per le corna e dimostrare un controllo politico duraturo e indiscutibile.
Un altro modo per tenere sotto controllo una popolazione indigena ostile o potenzialmente ostile consiste nel dotare tutte le persone e tutti i veicoli di interesse — eventualmente tutti coloro che si trovano in una zona non controllata — di localizzatori GPS a prova di manomissione.
Questi dispositivi sono economici e il loro prezzo continua a scendere. Il fatto di monitorare una persona o un veicolo non costituisce in alcun modo una punizione.
È piuttosto difficile piazzare un ordigno esplosivo improvvisato e farla franca quando si indossa costantemente un braccialetto GPS alla caviglia.
Tuttavia, la misura più importante per reprimere le proteste politiche e militari è forse l’istituzione di un governo concepito per essere permanente, e non di un’amministrazione temporanea destinata a «ricostruire» e poi a «liberare» il paese straniero.
Nell’ambito di quest’ultimo scenario, le insurrezioni e i partiti politici continueranno a sorgere all’infinito, non perché credano di poter conquistare il potere scacciando le forze di occupazione, ma semplicemente perché la lotta contro l’occupazione crea una base di potere, militare o politica, che può aspirare alla supremazia nel vuoto lasciato dalla partenza.
Ecco perché l’occupazione della Nuova Persia da parte della Young Britain avrebbe lo scopo di istituire una nuova amministrazione permanente.
Ciò non significa che le truppe britanniche saranno necessarie in modo permanente; ai persiani non mancano certo le competenze militari. Ai livelli più alti, sia civili che militari, la presenza di personale internazionale sarà probabilmente sempre auspicabile, data la sua indipendenza dalla politica locale.
Ma la Nuova Persia è uno Stato neocameralista che considera la Persia — vale a dire: il paese, il popolo e il petrolio — come il proprio capitale e cerca di massimizzarne il valore e la produttività.
Arnaud MirandaYarvin definisce il suo modello «neocameralismo», in riferimento al cameralisme di Federico il Grande, che egli equipara a un monarchismo mercantilista volto ad accrescere la prosperità economica dello Stato.
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La libertà è un diritto degli individui, non dei paesi, e la Nuova Persia non ha alcun motivo per non garantire ai propri residenti la massima libertà personale possibile, nella misura in cui ciò sia compatibile con la sicurezza, il servizio al cliente e, ovviamente, il profitto.
Nel processo di pacificazione di un paese ostile, si assiste a una transizione graduale da uno stato di guerra a uno stato di diritto.
Arnaud MirandaLa teoria di Yarvin viene spesso vista come una versione semplificata della teoria hobbesiana della sovranità. Egli affermava inoltre nel 2007: « Concordo con Hobbes su un punto : un governo non è un governo se non adotta tutte le misure necessarie alla propria conservazione. »
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In una vera guerra, l’obiettivo è la vittoria — e il motto è « inter arma silent leges » (le leggi tacciono tra le armi).
Si consiglia ai civili di tenersi alla larga dai combattimenti — proprio come si consiglia loro di evitare di gettarsi davanti a un autobus: se vi gettate davanti a un autobus e questo vi investe, l’autista non è colpevole di un «crimine di guerra».
Man mano che il risultato diventa chiaro e il numero dei dissidenti diminuisce, è possibile ricorrere a metodi più costosi, più affidabili e meno arbitrari per contrastare la resistenza.
È facile rendere inefficace una forza militare esigendo un processo completo prima ancora che venga sparato il primo colpo.
Ma una volta che l’opposizione è ridotta a una criminalità sporadica, disorganizzata e imprevedibile, i processi, i ricorsi in appello, gli avvocati difensori e tutto il resto del circo non solo sono necessari, ma anche auspicabili. E nessuno viene ucciso senza tutto questo — non perché nessuno possa essere ucciso senza tutto questo, ma perché nessuno ha bisogno di esserlo.
La forza bruta si trasforma in giustizia, la cui maestà è ancora più inesorabile, e nasce la vera libertà — la libertà nell’ordine, e non la falsa libertà dell’anarchia.
Come ha spiegato il principe Metternich, che da solo vale quanto tutto il Secolo dei Lumi:
Per me, la parola «libertà» non rappresenta un punto di partenza, ma un obiettivo concreto da raggiungere. La parola «ordine» indica invece il punto di partenza. È solo sull’ordine che la libertà può fondarsi. Senza l’ordine come fondamento, il grido di libertà non è altro che il tentativo di una parte o dell’altra di raggiungere uno scopo che si è prefissata.
Florian LouisCurtis Yarvin propone qui un’interpretazione parziale e di parte dell’operato di Metternich.
Sebbene il grande diplomatico austriaco sia effettivamente permeato dall’eredità dell’Illuminismo, non per questo è meno l’artefice di un tentativo di ripristinare l’ordine europeo pre-rivoluzionario.
Lungi dall’aver fatto trionfare la libertà, come suggerisce Yarvin, egli ha operato per il ripristino dei regimi monarchici e di un ordine socio-politico dell’Ancien Régime, facendo un passo indietro rispetto a parte dell’eredità liberale del 1789.
Le grandi ondate rivoluzionarie che sconvolsero l’Europa negli anni Venti del XIX secolo, poi nel 1830 e nel 1848, testimoniano le frustrazioni causate dall’ordine internazionale forgiato da Metternich, percepito da molti popoli come oppressivo e certamente non promotore di libertà.
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In sintesi, la teoria secondo cui nel XX secolo sarebbe impossibile per un esercito moderno ed efficiente occupare e governare un paese straniero è semplicemente insostenibile.
Questa illusione è stata alimentata da un modello di occupazioni «morbide», unito a una teoria dell’insurrezione volta a «conquistare i cuori e le menti», che prescrive un approccio ancora più morbido non appena le cose iniziano a complicarsi.
Non c’è da stupirsi che questa prescrizione non funzioni.
Alimentando l’illusione che quel rimedio da ciarlatano che è la «conquista dei cuori e delle menti» sia efficace, gli esperti militari alimentano l’illusione che non esista alcun altro rimedio e che nessuna occupazione possa avere successo.
Eppure, non è certo una novità.
La mia opinione coincide con quella del professor Luttwak: tentare di portare avanti un’occupazione senza «affrontare il problema di petto» equivale a una negligenza militare.
Il suo articolo merita di essere letto e contiene riferimenti che io non ho.
Non condivido tuttavia l’opinione del professor Luttwak quando sottolinea l’analogia con i nazisti e l’efficacia — evidenziata anche dal colonnello Trinquier — della Schrecklichkeit, ovvero il terrorismo di Stato.
Il terrorismo funziona — ovviamente.
Funziona sia per il governo che per gli insorti.
Ma il terrorismo non è il mezzo più efficace per affermare la propria autorità.
Il ricorso alla violenza cieca è un segno di debolezza, non di forza.
Se il terrorismo va combattuto con il terrorismo, che sia così. Ma nel XXI secolo non credo che sia necessario. Per continuare con la nostra metafora, sarebbe come colpire l’ortica invece di afferrarla.
Arnaud MirandaÈ forte la tentazione di vedere in questo passaggio l’impronta di Carl Schmitt, in particolare della sua concezione della sovranità e della sua teoria del partigiano. Yarvin si fa paladino di un nuovo ordine westfaliano, aggiungendovi una dimensione post-libertaria e tecno-futurista.
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Al contrario, gli strumenti più efficaci per reprimere l’opposizione interna, sia essa politica o militare, appartengono a quella che potremmo definire la classe orwelliana.
Identificazione, sorveglianza, intelligence.
Oggi, i cinesi ne sono ovviamente i leader mondiali.
Ma questa egemonia riflette soprattutto una mancanza di concorrenza.
Sono convinto che l’ingegnosità americana possa recuperare il ritardo.
Il controllo orwelliano della popolazione non è semplicemente necessario in una società pacifica e civile, dotata di un sistema politico stabile.
È uno spreco di denaro e un affronto nei confronti dei cittadini onesti e laboriosi.
Ma in ogni tentativo di instaurare la pace dove essa non esiste, il controllo orwelliano è fondamentale.
La maggior parte di noi — o almeno la maggior parte di noi che siamo nel pieno possesso delle nostre facoltà mentali — preferiremmo che la polizia conoscesse la nostra posizione esatta ogni ora — o addirittura ogni mezz’ora, o addirittura ogni minuto — piuttosto che dover affrontare un’autobomba.
E questa forma di razionalità è ancora più diffusa tra le popolazioni non occidentali. In particolare tra coloro che hanno già avuto a che fare con autobombe.
Indebolire il governo impedendogli di ricorrere a strumenti orwelliani non è affatto un modo efficace per garantire un governo responsabile.
Arnaud MirandaL’espressione enigmatica di strumenti orwelliani evoca ovviamente l’idea di una sorveglianza generalizzata della popolazione grazie alle nuove tecnologie. Può anche essere interpretata come una difesa del Patriot Act del 2001 — la legge antiterrorismo che autorizza la raccolta di dati informatici di privati e aziende senza autorizzazione. Yarvin sembra qui schierarsi a favore di questa legge estremamente controversa.
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Se un governo è responsabile, non abuserà degli strumenti orwelliani — né, del resto, abuserà di nient’altro.
Se un governo non è responsabile, ma piuttosto sadico e tirannico, cercare di porvi rimedio limitando le sue opzioni militari — ammesso che ciò sia possibile, dato che uno Stato sadico non ha certo tempo da dedicare alle restrizioni — non è certo un modo per renderlo più responsabile.
Il fatto è che l’insurrezione e il terrorismo sono fenomeni legati all’anarchia, ovvero alla debolezza del governo.
Il rimedio alla debolezza del governo è un governo forte. Non c’è assolutamente nulla di complicato in questo.
È una tautologia militare affermare che, in un conflitto tra due forze, quella più forte ha tutte le probabilità di prevalere.
Le guerre civili classiche vedono contrapposte due forze che possono entrambe rivendicare il titolo di «governo».
Ma in uno scontro tra un governo e un movimento insurrezionale, il governo dovrebbe semplicemente avere la meglio, poiché dovrebbe essere più forte.
Se così non fosse, ci sarebbe un grave problema.
(In casi molto rari, quando un’insurrezione rovescia un governo, quest’ultimo non si ritira sulle montagne per trasformarsi a sua volta in un’insurrezione. Ciò ci permette di affermare che la vittoria dell’insurrezione non dimostra che l’insurrezione funzioni, ma piuttosto che c’era qualcosa che non andava nel governo — vale a dire che era debole.)
Pertanto, un governo occidentale che impiega il proprio esercito come forza di occupazione in un paese straniero, senza un’occupazione solida fondata sul principio dell’autorità mista, senza reprimere le attività politiche e militari concorrenti e con regole di ingaggio che imitano le procedure penali concepite per una società occidentale civilizzata, abusa di tale esercito. Lo ritengo imprudente.
Si può dare un calcio a un barboncino.
Puoi avere un lupo.
Ma se avete un lupo, non prendetelo a calci.
Peggio ancora, se il concetto di « negligenza militare » avanzato dal professor Luttwak è tecnicamente corretto, dà l’impressione che si tratti di un incidente. In realtà, la situazione è ben peggiore.
Arnaud MirandaCome già indicato in precedenza nel testo, Yarvin fa qui riferimento a Edward Luttwak, teorico militare statunitense. Secondo Luttwak, si ha negligenza militare quando i responsabili politici impongono all’esercito obiettivi morali e regole incompatibili con la vittoria, in particolare nelle guerre asimmetriche.
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Un’occupazione fallita, come quella in Afghanistan, o una vittoria di Pirro, come in Iraq o in Vietnam, riveste un notevole interesse politico per coloro la cui teoria di governo sostiene che l’occupazione militare di una popolazione ostile non possa mai avere successo.
Sarebbe il lato «democratico», «progressista» o semplicemente «di sinistra» della vostra radio.
Non è un caso che sia proprio questa la corrente che propugna la teoria del «cuore e della mente» e che fa del suo meglio per cancellare dalla memoria collettiva la teoria del «prendere il toro per le corna». (Grazie Google Books!)
Arnaud MirandaQuesto tipo di analisi è ricorrente nelle opere di Yarvin. Se non si va abbastanza in profondità nei momenti di transizione — che si tratti del colpo di Stato interno che egli auspica per abbattere la democrazia americana o del colpo di Stato esterno in questo testo —, ci si espone a un contraccolpo da parte della « Cattedrale »
Pertanto, bisognerebbe sempre avere il coraggio di varcare il Rubicone. È anche per questo motivo che Yarvin attacca i conservatori definendoli gli «idioti utili» della democrazia
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E questo ciclo funziona.
Quando un’occupazione fallisce, è perché non è riuscita a conquistare «i cuori e le menti».
E la prossima occupazione sarà ancora più dolce. Si rannicchierà in modo ancora più umile al delicato battito del cuore indigeno.
Dimenticherà completamente che anche gli indigeni hanno uno spirito, e che è molto più facile comunicare con uno spirito che con un cuore.
Ucciderà sempre più soldati americani e devasterà sempre più paesi stranieri.
(E altri paesi stranieri saranno devastati non dall’occupazione, ma dalla sua assenza, sotto forma di un Mugabe, di un Saddam o di un Idi Amin Dada.)
E chi sono i soldati che muoiono in queste esercitazioni militari? Per la maggior parte, americani.
Chi trae vantaggio politico dalla ripetuta dimostrazione che «la guerra non risolve mai nulla»? Di certo non gli americani.
Arnaud MirandaYarvin usa questo termine per riferirsi esplicitamente ai repubblicani bianchi americani — in riferimento agli afrikaner del Sudafrica.
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Queste occupazioni, ormai fallite, rivelano la loro vera natura: si tratta di guerre civili per procura.
Lo scopo della guerra è il potere politico.
In un’occupazione sabotata, la sinistra conquista il potere politico, non in Iran, in Iraq o in Vietnam, ma in America, sfruttando la morte di migliaia di soldati americani per dimostrare ai telespettatori che la realtà e la realtà progressista sono la stessa cosa.
Il fatto che nessuno ci pensi consapevolmente — i progressisti sono di per sé estremamente sinceri — non cambia il fatto che funzioni.
Ciò non cambia nulla nemmeno riguardo alla natura estremamente grave del reato.
Tuttavia, l’assenza di intenzionalità è un’ottima scusa per un’amnistia generale — un elemento comune a tutti i colpi di Stato ben riusciti. (Assicuratevi però che il vostro colpo di Stato abbia successo prima di lanciarvi in questo tipo di impresa.)
E la finzione è instabile.
La verità si insinua in ogni fessura.
Il parziale successo in Iraq è in parte vero, ma è troppo esiguo e accompagnato da troppi fallimenti per poter avere un qualsiasi effetto positivo.
Così come basta un solo corvo bianco per confutare l’ipotesi secondo cui tutti i corvi sono neri, basta una sola azione riuscita secondo il principio grasp the nettle per confutare l’ipotesi secondo cui «conquistare i cuori e le menti» sarebbe un fine in sé.
Arnaud MirandaLa metafora dei corvi è un riferimento al paradosso di Carl Hempel, filosofo della scienza, che mira a evidenziare i limiti del ragionamento induttivo — ovvero la deduzione di una regola generale dall’osservazione di casi particolari.
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L’Iraq è un corvo nero con qualche piuma grigia.
Non tutti i corvi sono neri. Anzi, la maggior parte dei corvi nel mondo è bianca.
Nel profondo del loro cuore, gli americani lo sanno.
Lasciano quindi la finestra aperta, nella speranza che un corvo bianco vi si posi.
A volte guardano persino fuori dalla finestra, nella speranza di avvistarne uno.
Purtroppo, la loro gabbia si trova in una voliera popolata esclusivamente da corvi neri.
Il corvo bianco è indispensabile.
Ma l’unico modo per ottenere un corvo bianco è prendere un corvo nero, afferrarlo, tenerlo ben stretto mentre gracchi — e cospargerlo di candeggina.
Curtis Yarvin: l’intervista approfondita con l’intellettuale organico della controrivoluzione trumpista (prima parte)
«Dopo la pandemia, il mondo era maturo: era giunto il momento della monarchia. Avevamo bisogno di un monarca.»
Pubblichiamo oggi la prima parte di una lunga intervista con Curtis Yarvin, intellettuale chiave della controrivoluzione trumpista e influente teorico dell’Illuminismo nero.
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Curtis Yarvin non ha tutte le risposte, ma quando non si sa da dove cominciare, sbalorditi dalle assurdità dell’amministrazione Trump, la risposta è spesso: Curtis Yarvin. Dopo averlo ampiamente commentato e tradotto — prima della pubblicazione del suo « Manifesto formalista » nel prossimo numero cartaceo della rivista in uscita il 17 aprile — lo abbiamo invitato a trascorrere più di tre ore nel cuore del Quartiere Latino, nella redazione di Le Grand Continent.
Nel corso di questa lunga intervista, gli abbiamo posto alcune domande cercando di capire essenzialmente due cose: come spiega la sua influenza, il successo delle sue teorie — per molti versi assolutamente radicali — all’interno della nuova amministrazione americana e in particolare presso la nuova élite che cerca di sovvertire lo Stato federale — ci confida di aver incontrato più volte J. D. Vance — e per quali ragioni il momento controrivoluzionario che sta attraversando Washington si manifesti oggi con tanta forza.
In questa prima parte della nostra intervista (la seconda è qui, la terza qui), Yarvin critica a lungo la sinistra e i progressisti, facendo risalire le origini del loro fallimento agli anni ’30. Ma, in modo più inaspettato, individua un’altra causa — su cui si soffermerà per quasi un’ora. Secondo lui, è più importante di quanto si creda per spiegare la vittoria di Trump: il Covid-19.
Ci dice:
La pandemia è un evento talmente significativo che una delle cose che mi colpisce di più delle elezioni del 2024 è che nessuno parla del Covid-19, non perché sia una questione di poco conto, ma proprio perché è una questione troppo importante.
Per cercare di capirne il motivo, abbiamo dedicato a questa domanda la prima puntata di questa intervista, che verrà pubblicata in tre parti.
Per un pubblico europeo che forse non conosce i suoi scritti, potrebbe presentarci la sua teoria politica?
La mia teoria non è molto diversa da quella di Aristotele. La questione interessante non è capire come queste nuove teorie abbiano acquisito influenza, ma piuttosto come abbiano potuto andare perdute nel corso degli ultimi 250 anni.
Quando la gente mi chiede: «È stato lei a influenzare questo? È stato lei a influenzare quello?», io rispondo sempre: «La verità non si diffonde in questo modo». Chiunque può guardare il cielo e vedere che è blu. Quando ci si trova di fronte a qualcosa di falso, a una pura invenzione, questa proviene sempre da un luogo preciso. Ma una scoperta è molto diversa. Quando si scopre qualcosa, le prime persone a rendersene conto sono quelle che hanno constatato le stesse cose.
La gente vive in un mondo che sembra funzionare e non si pone alcuna domanda. Quando torno a rileggere quel vecchio post, con cui ho lanciato il blog Unqualified Reservations, una delle prime cose che mi ha convinto di essere sulla strada giusta è stata quando qualcuno che aveva lavorato per il governo americano per dieci anni mi ha detto: «& nbsp;Non mi ero mai reso conto di come funzionasse davvero il sistema prima di leggerti. »
Di fronte a tutti i mali del nostro mondo, ci si potrebbe aspettare che questa presa di coscienza si diffonda molto più rapidamente… È come quando si cresce. Dalla nascita fino ai 10 o 11 anni, vediamo i nostri genitori come dei. Poi si compiono i 15 anni — io stesso ho due adolescenti — e lì si comincia a vedere i propri genitori come individui, e ci si rende conto che hanno dei difetti.
Ho quindi ancora qualche piccola cosa da aggiungere alla mia teoria, ma sono molte meno di quanto pensassi. Soprattutto da quando Trump e Vance sono saliti al potere e cercano di imporre questa presidenza «jupiteriana», come si dice in Francia.
Perché Trump e Vance confermano la sua teoria?
Gli americani sono un po’ sorpresi dall’idea che il presidente sia il capo dell’esecutivo — come del resto sancisce la Costituzione — e che lo prenda davvero sul serio. Ma una volta che si prende sul serio l’esecutivo, è molto difficile per i vecchi sistemi opporsi. Elon Musk può scrivere liberamente su X: «Se i burocrati sono permanenti e stanno al di sopra del governo, allora viviamo in una burocrazia e non in una democrazia.»
Se ci si riferisce al mondo politico classico premoderno, le tre forme di governo — democrazia, aristocrazia, monarchia — sono in realtà tre forze di governo. Sono i tre modi in cui il potere può esercitarsi.
La Costituzione afferma semplicemente che esistono tre poteri — non dice quale sia il più forte.Curtis Yarvin
Quello che dico sempre è che, se si vuole comprendere oggi il trittico «monarchia, democrazia, oligarchia», bisogna prendere il termine «oligarchia» e trasformarlo in «meritocrazia», «società civile», «istituzioni» o «classe professionale-manageriale» — PMC, secondo l’espressione di Barbara Ehrenreich. Si capisce come tutte queste cose siano in realtà la stessa cosa.
La democrazia è il potere della folla, delle persone in fermento. In realtà, la democrazia è populismo: è la forza delle idee che si diffonde al di fuori delle istituzioni, nelle strade, anche se non sono approvate.
Quando si parla di monarchia, ci si rende conto che il vero modo di pensare, o il modo in cui la monarchia esiste come forza concreta, non è tanto Carlo III, quanto piuttosto… Elon Musk.
Solo l’energia monarchica, quella che proviene da un unico punto, può essere efficace.
Questo non ha nulla a che vedere con l’aristocrazia. Napoleone era un monarca, Cromwell era un monarca. Non è necessario discendere dai trenta re che hanno fatto la Francia per essere un monarca.
Basta essere Donald Trump per essere un monarca?
L’altro giorno stavo parlando con una persona a Washington che svolge un lavoro — in teoria — molto importante. Mi diceva: «Ormai tutto viene gestito dallo Studio Ovale. Ed è molto efficiente.»
Non succedeva dai tempi di Franklin D. Roosevelt (FDR). Ma Roosevelt aveva la nostra stessa Costituzione.
Eppure, se si esamina la storia degli Stati Uniti, si nota che il Paese, dal punto di vista del suo funzionamento, torna di fatto a essere una monarchia all’incirca ogni 75 o 80 anni. George Washington: capo dell’esecutivo. Abraham Lincoln: capo dell’esecutivo. FDR: capo dell’esecutivo. Nel frattempo, ci sono personalità di spicco, ma nessuno può opporsi a Washington. Nessuno può opporsi a Lincoln. Nessuno può opporsi a Roosevelt, soprattutto durante la guerra.
Se si analizza questo sistema, in un certo senso, la vera genialità della Costituzione americana — come affermò Franklin Roosevelt nel suo primo discorso inaugurale — sta nel fatto che si tratta di una Costituzione mista. Tutti gli elementi sono presenti. Ma l’equilibrio tra di essi non è fisso: può variare.
In altre parole: la Costituzione afferma semplicemente che esistono tre poteri — non dice quale sia il più forte.
Perché proprio oggi assisteremmo al ritorno di una « energia monarchica »? Quali sarebbero le cause esterne — o addirittura la ragion d’essere — di quello che lei considera un cambiamento storico?
Esiste una profonda divisione tra gli storici. Da un lato, ci sono coloro che credono nelle grandi forze impersonali, come nella psico-storia di Isaac Asimov o nella scuola degli Annales in Francia, che si concentra interamente su forze economiche e culturali astratte…
Altri storici — anche se questa visione è meno in voga — ritengono che la storia dipenda dagli individui. Che un solo uomo — Napoleone, ad esempio — abbia creato la Francia, o abbia creato la Francia moderna. Uno dei libri che mi ha influenzato di più è francese — anche se l’ho letto in inglese. Si tratta di Origines de la France contemporaine di Hippolyte Taine. La sua analisi di Napoleone è incredibile. Per quanto mi riguarda, penso chiaramente che gli individui possano fare un’enorme differenza e cambiare la storia.
Pensate che Donald Trump sia di quella pasta?
Sì, Trump è fatto di quella pasta. Anche Musk. Credo che col tempo vedremo lo stesso atteggiamento da parte di Vance. E forse Vance è già così. Tutto questo si ricollega.
Ma occorre anche cercare di individuare le forze che rendono possibile l’azione di questi uomini: un grande uomo ha sempre bisogno di un’occasione.
In un certo senso, il 2020 rappresenta un altro dei «Great Awakenings» degli Stati Uniti, una nuova ondata.Curtis Yarvin
Riesce a individuare un momento preciso?
Sì, qualche anno fa è successo qualcosa di molto strano — che ha creato questa opportunità.
Cosa?
Nel 2019, in Cina, qualcuno ha fatto cadere una provetta. E il mondo intero è cambiato.
Potresti spiegarti meglio?
La vita di tutti è cambiata. Tutto perché qualcuno ha fatto cadere una provetta in un laboratorio P4. Credo fosse il ricercatore Ben Hu, ma non ne sono sicuro. Prima o poi lo scopriremo.
Conoscete l’espressione «Great Awakening»? Si usa per indicare i periodi in cui l’America è pervasa da un fervore religioso. Con il Covid-19 ne abbiamo vissuto uno nuovo.
In un certo senso, il 2020 rappresenta un altro dei «Great Awakenings» degli Stati Uniti, una nuova ondata.
Più precisamente, si tratta di un « great awokening ».
Perché?
Il nome di James Lindsay vi dice qualcosa? È uno scrittore americano. Parla della «destra woke». È uno dei miei nemici giurati. Pensa che tutti quelli che stanno alla sua destra siano nazisti. Non è l’unico a pensarla così e ha decretato che siamo nazisti — ma anche di sinistra. Bisogna capire che, per lui, anche i nazisti sono di sinistra. Dice quindi che persone come me fanno parte della « woke right ». Non sto inventando nulla. E poi sottolinea che anche i nazisti si descrivono come « woke », a quanto pare — a questo punto del suo ragionamento mi sono sdraiato per terra dalle risate…
Insomma, comunque sia, in quel momento è successo qualcosa — dal punto di vista politico — che è stato incredibile.
Il Covid ha segnato l’inizio della fase terminale della sinistra.
Perché proprio la sinistra?
È una lunga storia.
Abbiamo tempo.
La storia della sinistra americana è affascinante.
In sostanza, da un lato abbiamo la Old Left, ovvero la sinistra comunista, l’ala sinistra del Partito Comunista Americano, il CPUSA. I genitori di mio padre facevano parte del CPUSA. È un intero modo di pensare. È un mondo che conosco abbastanza bene — ed è un mondo perfettamente integrato nell’élite americana. Se ne cerchiamo le radici, bisogna risalire fino a John Reed. Cioè alla vecchia sinistra degli anni ’30. Si costituisce come fronte popolare. Diventa molto potente. È il periodo in cui il comunismo americano è al suo apice: gli anni ’30 rappresentano in un certo senso l’apogeo di questa Old Left.
Ma diversi incidenti la metteranno in difficoltà.
Il primo è il patto Molotov-Ribbentrop, con cui Stalin ordina ai suoi seguaci di compiere questo voltafaccia nei confronti della Germania. Molte persone non riescono a digerirlo dopo la guerra. Il secondo è la «lettera di Duclos». Attraverso una lettera scritta da Jacques Duclos, Stalin epura i dirigenti del Partito Comunista Americano — Earl Browder e altri 1.
Si tratta di tagli drastici, vero?
Poi inizia la Guerra Fredda. I liberali americani — all’epoca del Fronte Popolare negli Stati Uniti c’erano due tipi di sinistra: i liberali di FDR e i comunisti al servizio di Stalin — pensano che Stalin lavori per loro. Ma si sbagliano. Non sapremo mai cosa ne avrebbe pensato Franklin Roosevelt in persona, perché morì prima — e lasciò al comando quell’uomo molto mediocre, Harry Truman.
Resta il fatto che aveva lasciato dietro di sé una squadra incredibile, che è riuscita davvero a prendere le redini del Paese. È nel 1945 che il sistema americano subisce la sua transizione: è la nascita dello Stato profondo (deep state).
Cosa intende per «Stato profondo»?
Quello che viene chiamato «Stato profondo», in sostanza, è la monarchia personale di Roosevelt — senza il re.
E queste persone sono fantastiche. Sono incredibilmente competenti. Sono stati dei veri e propri pionieri delle start-up. Hanno preso decisioni sbagliate? Credo di sì. Hanno anche commesso errori gravi? Credo di sì — ma erano davvero bravi nel loro lavoro.
«Ogni rivoluzione dipende da un gruppo di giovani di talento pronti a superare i propri limiti. In questo momento, Washington pullula di questi giovani lupi rivoluzionari.»
Nella seconda parte della nostra lunga intervista con Curtis Yarvin, abbiamo cercato di comprendere la teoria del potere di colui che ispira la nuova élite reazionaria che vuole sovvertire la democrazia americana.
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Nella settimana in cui la guerra commerciale ha infiammato i mercati, Curtis Yarvin offre una chiave di lettura — ancora troppo trascurata — per comprendere gli obiettivi strategici della Casa Bianca di Donald Trump: « Il vero potere esecutivo non ha nulla a che vedere con i mercati. A Wall Street nessuno è davvero pronto a opporsi a Trump. »
Se Kojève e Schmitt sono d’accordo su qualcosa, come potrebbero avere torto entrambi?
Abbiamo cercato di saperne di più su questo «qualcosa». Su quale base bisogna interpretare la controrivoluzione condotta da Trump e dal movimento MAGA a Washington? Come si spiega il carattere apparentemente così potente, rapido e radicale di questa controrivoluzione? È l’incarnazione della sua teoria del potere? Chi la sostiene e su chi ha davvero influenza?
Dall’elogio del PCC e di Mao all’importanza di Gordon Ramsay, passando per Pompeo, il « dux » Mussolini, « Big Balls » e i giovani del Duca, le risposte di Curtis Yarvin — lunghe, a volte sconnesse, spesso digressive e punteggiate di aneddoti — convergono tutte nella stessa direzione.
Tutto inizia quando entri in una stanza e, in sostanza, fai più o meno quello che vuoi. Dici semplicemente: «Fallo». Cacci via chi non ti obbedisce. E all’improvviso, come per magia, tutti gli altri si inchinano e ti dicono: «Sì, signore». Ed ecco fatto: hai stabilito il tuo potere.
C’è un tema che ricorre spesso sin dall’inizio di questa conversazione: quello delle élite e della loro componente tecnocratico-cesarista. Lei ha affermato più volte: «& nbsp;È molto importante che un’élite senta di avere il diritto di governare — eppure la nuova élite non solo ritiene di avere il diritto di governare, ma sente davvero di avere il dovere difarlo. » Cosa intende dire ?
Questo senso del dovere è molto importante perché rimanda alla questione della competenza.
Quando le élite che voi definite «tecno-cesaristi» arrivano a Washington, si rendono conto di quanto sia grande il divario tra l’efficienza organizzativa delle fiorenti aziende della Silicon Valley e la cattiva gestione che caratterizza l’amministrazione federale. Il divario tra questi due mondi è abissale.
Ma, come diceva Napoleone, un governo è solido quando al comando ci sono le persone più competenti.
Nel 1933 e nel 1945, negli Stati Uniti erano al comando le persone più competenti. Del resto, una delle cose più notevoli di quel periodo — e non manco mai di ricordarlo quando voglio zittire un libertario — è che il Manhattan Project era un progetto governativo. Eppure è stato il progetto ingegneristico più efficace di tutti i tempi. Era efficace quanto OpenAI, se non di più. Ed era gestito esattamente allo stesso modo di OpenAI, fino a seguire il modello del « two in a box » — una diarchia — con Oppenheimer e Groves…
Una diarchia, ha detto, piuttosto che una monarchia?
Sì, è una cosa che si vede ovunque nella Silicon Valley.
Non vogliamo un fondatore unico, vogliamo due fondatori. Non vogliamo una monarchia, ma una diarchia.
La monarchia non è male — ma la diarchia è ancora meglio. Ovviamente, la diarchia è puramente retorica, in realtà è una sottocategoria della monarchia : c’è sempre un centro.
In ogni caso, se si guarda alla situazione dello Stato federale nel 2025, non si può più affermare che si tratti di un sistema efficiente e gestito in modo efficace da persone competenti.
A cura di Giuliano da Empoli. Postfazione di Benjamín Labatut.
Con i contributi di Daron Acemoğlu, Sam Altman, Marc Andreessen, Lorenzo Castellani, Adam Curtis, Mario Draghi, He Jiayan, Marietje Schaake, Vladislav Sourkov, Peter Thiel, Svetlana Tikhanovskaya, Jianwei Xun e Curtis Yarvin.
Alla fine della Repubblica romana, Roma aveva un problema di pirati. A quell’epoca, a Roma, c’erano due modi per risolvere i problemi.
C’è un modo civile: gli aristocratici se ne stanno seduti nelle loro ville a parlare e a dettare lettere ai propri schiavi. È un sistema molto corrotto, molto lento — una sorta di terzo mondo sotto certi aspetti. Da parte loro, i pirati nel Mediterraneo — un po’ come i cartelli della droga in Messico oggi — sono strutturati in modo molto profondo. È un problema endemico, un parassita di cui non c’è modo di sbarazzarsi.
Il potere inizia quando entri in una stanza e, più o meno, fai praticamente quello che vuoi.Curtis Yarvin
Ma c’è anche un altro modo di agire: brutale e aggressivo.
Il Senato esamina la questione e si chiede: «Perché non agire manu militari?» Il sistema militare romano è estremamente efficiente e interamente regolato da un principio di comando verticale — esattamente come in una monarchia. Mentre un’oligarchia funziona secondo il principio del consenso, un esercito funziona secondo il principio del comando. Ogni start-up, ogni azienda che funziona bene è regolata dallo stesso principio.
Così il Senato si chiese: «Perché non applicare questo principio?» E affidarono l’incarico a Pompeo.
In tre mesi, senza computer, senza armi da fuoco, senza iPhone, Pompeo costruì una flotta e sconfisse i pirati. Li uccise tutti!
Cosa vuoi dire con questo aneddoto?
Per quanto mi riguarda, è successa la stessa cosa a Washington con l’Obamacare.
In che senso?
Se ricordate bene, l’Obamacare è il vero precursore del D.O.G.E., che di fatto sostituisce l’USDS 1, un servizio istituito per facilitare l’attuazione dell’Obamacare.
All’epoca, Obama si disse: «Non riusciamo nemmeno a creare un sito web per l’Obamacare. Come facciamo?» Poi pensò: «Sono stato a una festa a San Francisco. Quella gente sembra sapere il fatto suo.»
Allora prende il telefono e li chiama.
All’epoca erano tutti liberali di sinistra. Non c’era nessun conservatore, tutt’altro. Se aveste fatto un sondaggio tra gli ingegneri di Google — o in qualsiasi altro posto — non era la techno-destra ma piuttosto la techno-sinistra. Il 90-95% di queste persone erano liberali convinti — con grandi fori alle orecchie, capelli rosa e persone transgender ovunque.
Posso fare una piccola digressione?
Già che ci siamo…
L’ingegnere trans è una figura di spicco di quell’epoca: una delle mie migliori amiche, Justine Tunney — una brillante hacker trans che lavorava presso Google — si era messa nei guai semplicemente per aver parlato di me 10 o 15 anni fa.
Il che significa che quell’ambiente non è affatto conservatore dal punto di vista culturale.
Trump ha ripreso il trono: è l’erede diretto della monarchia di Franklin D. Roosevelt, il cui trono era vacante dal 1945.Curtis Yarvin
Torniamo a Pompeo e all’Obamacare.
Quando i liberali di sinistra arrivano a Washington, si comportano come Pompeo. Lavorano in modo estremamente efficiente e a un ritmo frenetico.
Elon Musk capisce che il sistema, per sua natura, non può funzionare come previsto. Sa che bisogna hackerarlo per ottenere qualcosa. Individua questa cosa — l’USDS di Obama — e capisce come, in modo legale, potrebbe funzionare come un’azienda. Questo trucchetto gli permette di avere accesso a tutti i sistemi informatici del governo. Cosa fa? Rinomina semplicemente lo United States Digital Service in United States D.O.G.E. Service. E il gioco è fatto.
A proposito, c’è una cosa che vorrei ricordare e che voi europei siete in grado di comprendere, mentre la maggior parte degli americani non ne ha la minima idea: « doge » è una parola italiana, veneziana per la precisione, che deriva dal latino « dux » — e « dux » indica un capo militare.
In inglese è diventato « duke ».
In italiano standard, non è proprio il termine più appropriato da usare perché…
…il risultato è « duce », il titolo di Mussolini.
Ecco! Nessuno vuole parlarne, ma immagino la faccia di Mussolini quando Elon dice « doge »!
E quale sarebbe l’equivalente in tedesco?
Come? Ah, sì. Capisco cosa intendi, ma in realtà non credo.
Eppure…
No, davvero non credo. « Führer » significa « guida » nel senso di « conduttore », come quando si guida un’auto. Naturalmente significa anche « leader », ma in tedesco c’è anche la parola « Leiter »…
Il fatto è che oggi non si può dire «leader» senza ricorrere al termine inglese: in tedesco o in italiano, usare il termine originale costituirebbe un chiaro riferimento a Hitler o a Mussolini.
Beh, questo sì che è un problema!
Tornando alla sua idea di diarchia: è questo che definisce oggi il rapporto tra Trump e Musk?
Credo di sì, perché questa diarchia funziona in realtà perfettamente come una monarchia.
Deve parlare all’unisono. Trump e Musk non possono scontrarsi l’uno contro l’altro.
Molti vorrebbero che si sbranassero a vicenda, ma non hanno alcun interesse a farlo. Non c’è rivalità tra Musk, Trump e Vance, e questa assenza di rivalità è molto importante perché non può esserci monarchia se il centro non parla all’unisono. Altrimenti, qualcuno potrebbe seminare zizzania. Si creerebbero divisioni. Ora, penso che Trump non sarebbe in grado di gestire tali conflitti perché non è un organizzatore, non è un manager.
Cosa intendi dire?
Trump non ha mai guidato una grande azienda. La Trump Organization è una società di marketing. Non gestisce nemmeno direttamente i propri hotel. Affida tutto a terzi.
Quindi non ha davvero esperienza nella gestione di una grande organizzazione. Durante le elezioni del 2016, pensava tra l’altro che diventare presidente sarebbe stato essenzialmente vantaggioso per il suo marchio — e quindi automaticamente per lui. Il suo ragionamento era il seguente: «Se ho un hotel che porta il nome del presidente degli Stati Uniti, come potrei fallire in futuro?»
E invece ha perso.
Trump si è detto: «Sono il presidente: ora lasciamo che siano gli esperti a occuparsi di tutto». Si poteva biasimarlo? È così che funziona il sistema americano. Poi si è reso conto che le cose erano andate molto male per lui — e, a mio avviso, per tutta l’America.
Non era favorevole al ritorno di Trump nel 2024?
Prima delle elezioni ero molto scettico nei confronti di Trump. E in effetti ho scritto parecchie cose in tal senso — magari con un pizzico di ironia, a volte.
In occasione di quelle elezioni, quello che volevo in realtà era che Trump scegliesse J. D. Vance e poi perdesse.
Ciò avrebbe designato Vance come suo successore naturale nel 2028.
Anche dopo la sua elezione, non credevo che l’amministrazione Trump potesse davvero realizzare qualcosa — semplicemente perché non era successo prima, nel 2016.
Ogni rivoluzione dipende da un gruppo di giovani di talento pronti a darsi da fare. In questo momento, Washington pullula di questi giovani rivoluzionari.Curtis Yarvin
Cosa spiega il fatto che, alla fine, vi siate sbagliati?
Non avevo tenuto conto di alcune cose.
Innanzitutto, avevo sottovalutato la forza di Donald Trump stesso: un vecchio volpone che, a quanto pare, era ancora in grado di imparare nuovi stratagemmi.
In secondo luogo, avevo sottovalutato la forza della sua alleanza con Musk.
Infine, e soprattutto, avevo sottovalutato la portata della mia stessa «influenza».
Certo, non è che sia direttamente al telefono con quelle persone — ma ho davvero molta influenza sui più giovani nell’amministrazione.
Eppure questo processo di presa di coscienza culturale che descrivo — e che ci permette di dire: «Ormai possiamo semplicemente fare le cose» — è piuttosto diffuso tra questi dipendenti.
Ogni rivoluzione dipende da un gruppo di giovani di talento pronti a darsi da fare. In questo momento, Washington pullula di questi giovani rivoluzionari.
Parli spesso con loro?
Di recente stavo parlando con una persona che lavora nel settore delle «agenzie federali con sigla di tre lettere».
Aveva lavorato nella prima amministrazione Trump. È un programmatore brillante. Quando Trump è tornato al potere, lo ha nominato a una carica in cui, in sostanza, supervisiona un aspetto operativo di una di quelle agenzie. Quando mi parlava delle sue direttive, la formulazione che usava era: «viene dall’alto».
Mentre me lo raccontava, non credo che sapesse che era così che parlavano le persone del Terzo Reich quando in realtà volevano dire: «È il desiderio di Hitler»!
Pensate che sia solo una coincidenza?
In questo caso, sì. Nel gergo della Silicon Valley, penso che in realtà significhi qualcosa del tipo: «Agisci in fretta, rompi ciò che serve e esercita la tua autorità» 2.
Ma continuo con il mio aneddoto, perché è significativo.
Ottiene il posto. Deve aspettare per ottenere l’autorizzazione di sicurezza. Una volta ottenuta, chiama l’agenzia e comunica loro: «Bene, sono pronto. Sarò lì domani mattina alle 8:30. Devo parlare con il vostro direttore.» Un funzionario dell’agenzia gli risponde in preda al panico: «Possiamo rimandare? Non sono sicuro che sia il momento giusto per noi.» Al che lui risponde: «Ma per me è il momento giusto!»
A quanto pare, quando si agisce con un’autorità così disinibita, le cose si sistemano in fretta. Molto in fretta.
Tutti — me compreso, dato che mio padre ne era fermamente convinto — avevano dato per scontato a lungo che le regole del gioco fossero più o meno queste: il presidente non può semplicemente ordinare al governo di fare qualcosa.
Trump e Musk hanno avuto un’intuizione geniale. Si sono detti: «E se ci comportassimo esattamente come se avessimo questo potere illimitato? Forse, se cominciamo a comportarci come se avessimo un tale potere, avremo davvero quel potere.» Il risultato di questo esperimento è sotto gli occhi di tutti: funziona.
Allora, il protagonista della mia storia si presenta comunque in agenzia alle 8:30. Davanti a lui, tutti stanno in fila serrata. Sono terrorizzati e l’unica cosa che riescono a rispondergli è: «Sì, signore. Sì, signore. Sì, signore.»
Naturalmente, ci vuole molto di più per davvero affermare profondamente la propria autorità — come diceva Schmitt, il vero potere è l’obbedienza perpetua.
Ma tutto ha inizio quando entri in una stanza e, più o meno, fai praticamente quello che vuoi.
Basta dire semplicemente: «Fallo». Licenziate chi non vi obbedisce. E all’improvviso, come per magia, tutti gli altri si inchinano e vi rispondono: «Sì, signore». Ecco fatto: avete affermato il vostro potere.
È così che spiega l’apparente mancanza di resistenza che si registra attualmente negli Stati Uniti?
Sì. Secondo me, Trump ha ripreso il trono: è l’erede diretto della monarchia di Franklin D. Roosevelt, il cui trono era vacante dal 1945.
È come andare in bicicletta…
Una vecchia bicicletta?
Che sarebbe rimasta all’aperto, sotto la pioggia, per 80 anni. Era lì, abbandonata. Tutta arrugginita. Ma era una bicicletta di cui si conosceva il valore. La gente si metteva in posa accanto ad essa. Si sedevano sulla bicicletta — alcuni facevano persino finta di pedalare.
Poi è arrivato Trump.
Quando guardò la bicicletta, si disse: «E se la prendessi? Andrò dal punto A al punto B. Salirò su questa bicicletta e pedalerò. Forse la catena si romperà, forse la ruota si forerà. Non lo so. Ma proverò a guidarla.»
Allora ci prova davvero a guidarla, e tutti restano a bocca aperta: «Mio Dio, sta davvero usando quella vecchia bicicletta!»
Immaginate che venga rovesciato non solo l’USAID, ma anche, ad esempio, il New York Times.Curtis Yarvin
Ecco come Trump ha ripristinato il potere monarchico in America.
È successo proprio come durante l’era della Restaurazione Meiji in Giappone, quando hanno dato il via a quell’incredibile rivoluzione totale.
Pensate che negli Stati Uniti sia in atto una rivoluzione?
Non credo — almeno non ancora.
Dopo poco più di due mesi, la rivoluzione in realtà non è andata molto lontano. Non è molto profonda. Non si tratta di una completa rifondazione della società.
L’unica cosa che è davvero consolidata è una forza talmente potente a Washington che, per il momento, non esiste alcuna forza in grado di opporvisi.
Ma una cosa come lo smantellamento dell’USAID — vedremo se i tribunali glielo permetteranno — non è del tutto paragonabile allo smantellamento del Dipartimento di Stato. Si tratta certamente di un ramo molto importante del Dipartimento di Stato, forse un ramo funzionale di grande rilievo, ma non è tutto.
Secondo voi, quale sarebbe il segno di una vera rivoluzione?
Pensate alla caduta della cortina di ferro. Se lavorate alla Stasi, siete la persona più importante del mondo. Lavorare alla Stasi all’inizio del 1989 è come essere un giornalista del New York Times: tutti vogliono essere vostri amici e potete fare praticamente quello che volete. Poi, nel giro di una settimana, ti dicono: « Va bene, ora è finita. Ecco la tua pensione. Arrivederci. » Chiudono le porte dell’edificio e trasformano il tuo ufficio in un museo dove chiunque può vedere il tuo fascicolo della Stasi.
Vi piacerebbe che ciò accadesse negli Stati Uniti?
Siamo ben lontani da una situazione del genere, ma sì. Immaginate che accada la stessa cosa. Immaginate che venga rovesciato non solo l’USAID, ma anche, per esempio, il New York Times.
Cosa contengono gli archivi segreti del New York Times? Non lo so. Ma so che nessun potere è in grado di controllare il New York Times — il che lo rende una delle più grandi monarchie ereditarie sovrane degli Stati Uniti. Come dico sempre : se il New York Times fosse un ministero, sarebbe il più potente dell’amministrazione.
Trump e il movimento MAGA non hanno ancora raggiunto quel livello di potere. In realtà, gli americani non riescono nemmeno a immaginare cosa ciò potrebbe significare. Si tratta di qualcosa che va ben oltre lo smantellamento dell’USAID.
Ciò che Trump ha fatto durante il suo primo mandato si è limitato a piccole azioni simboliche che hanno dato fastidio.
Distruggere l’USAID è già tutta un’altra cosa, certo. Ma prendersela con il New York Times, prendersela con Harvard… Sarebbe una rivoluzione enorme. Non si riesce nemmeno a immaginare cosa significhi. Cosa sostituirebbe tutto questo? Come potrebbe la società moderna anche solo esistere senza queste istituzioni? Quando si cerca di immaginarlo, si rimane quasi senza parole…
Ciò che lei mette in evidenza è un limite evidente riguardo a quali potrebbero essere i prossimi passi di questa amministrazione.
Questo è uno dei problemi principali di questa «rivoluzione»: pensiamo e immaginiamo come distruggere, ma non ancora come sostituire ciò che verrà distrutto.
Cosa, secondo Elon Musk, sostituisce il New York Times? Il New York Times è la fonte suprema della verità. È l’oracolo definitivo. È il Vaticano. È il papa.
Allora, chi sostituirà il New York Times? Di certo non il Papa.
Forse, secondo Musk, le Community Notes. Sapete: quell’algoritmo molto intelligente secondo cui quando due persone solitamente in disaccordo si trovano d’accordo, probabilmente hanno ragione.
Come Schmitt e Kojève sull’autorità…
Sì. Esatto.
È un piccolo trucchetto simpatico. Ma è sufficiente? Immaginate che lo slogan del New York Times, invece di «Tutte le notizie degne di essere stampate», fosse: «Tutte le notizie su cui concordano due persone solitamente in disaccordo»…
Questo mi fa venire in mente la poesia di Constantin Cavafy, « Aspettando i barbari » 3 : senza rendersene conto, prima di Trump, l’intero establishment americano, l’intero regime, stava in un certo senso aspettando i barbari…
Questo è uno dei problemi principali di questa «rivoluzione»: pensiamo e immaginiamo come distruggere, ma non ancora come sostituire ciò che verrà distrutto.Curtis Yarvin
Ma a differenza della poesia, i barbari ci sono davvero: sono arrivati a Washington.
Esatto. E si sono stabiliti lì.
Distinguerei del resto due tipologie di élite in questo nuovo e strano regime che sta nascendo. Chiamiamole: i «Barbari» e i «Mandarini». Non si tratta di «tech» contro «MAGA». Gli uni o gli altri possono essere culturalmente blu o rossi — e il Dipartimento della Difesa conta molti Mandarini rossi, per esempio.
Ciò che li distingue sono i loro curriculum vitae. I Barbari hanno sempre operato nel settore privato. I Mandarini hanno sempre lavorato per il governo. Purtroppo, ci sono pochissimi ibridi — individui che avrebbero avuto successo sia da una parte che dall’altra di questa linea di demarcazione.
Il problema fondamentale del nuovo regime è che i Barbari non sanno governare, non vogliono governare e mirano solo a trasformare il sistema. I Mandarini, dal canto loro, vogliono governare e sanno farlo, ma in realtà non intendono nemmeno trasformare il sistema.
Eppure sia i Mandarini che i Barbari sono troppo coinvolti nel sistema per rendersi conto che è strutturalmente irreparabile.
Solo i Barbari sono disposti a distruggere alcuni sottosistemi — e anche in questo caso: solo quando il sottosistema nel suo complesso viene colto in flagrante. Nessuno è disposto a sostituire nulla, né a creare qualcosa di nuovo. Nessuno è interessato alla presa del potere o a un vero e proprio cambio di regime.
Quando i barbari entrano nella cattedrale, si aggirano per la navata, rompono un po’ di oro e pietre sulle croci, si vestono con gli abiti sacri e organizzano un barbecue sull’altare maggiore.
Quando i mandarini entrano nella cattedrale, diventano tutti cardinali, dopodiché si concentrano sulla riforma della messa e sull’ottenimento di posti da chierichetti per i loro nipoti…
Torniamo al New York Times: quando i Barbari sfondano le porte blindate ed entrano negli scintillanti edifici delle agenzie federali o nella sede del New York Times, la loro prima idea non è affatto quella di chiedersi cosa ci metteranno al loro posto. Si dicono semplicemente: « e se grigliassimo salsicce e hamburger sul tetto ? »
Forse i Barbari hanno ragione, e Trump dovrebbe semplicemente trasformare la cattedrale in un grande spazio dedicato al barbecue.
Perché non si considerano nemmeno alla ricerca del potere. Ritengono che il loro obiettivo sia quello di ridurre, contrastare o migliorare il potere. L’obiettivo dell’esercito di Musk è letteralmente quello di risparmiare i soldi dei contribuenti — è un po’ come se Alarico fosse venuto a Roma per fare shopping, visitare i musei e andare al ristorante 4.
Sembrano capaci di distruggere tutto ciò su cui posano lo sguardo, ma la loro sete di distruzione è in realtà stranamente limitata.
Non hanno alcun interesse per la cattura, un po’ per la riparazione e per niente per la costruzione.
Ecco perché è ancora molto difficile capire cosa, in un ipotetico nuovo regime post-rivoluzionario, sostituirà il New York Times.
Forse i Barbari hanno ragione, e Trump dovrebbe semplicemente trasformare la cattedrale in un grande spazio per barbecue.Curtis Yarvin
Sembra che questa sia per lei la questione fondamentale. In fondo, lei nutre grande rispetto per il New York Times…
È vero. A contatto con i giornalisti, ho imparato alcune cose che mi hanno fatto apprezzare di più il sistema e, senza dubbio, nutro molto più rispetto per il New York Times rispetto, ad esempio, a Elon Musk.
Quando guardo dall’esterno — perché sono davvero un outsider — tutte queste potenti istituzioni come Harvard o il New York Times, vedo che, nel complesso, queste istituzioni non funzionano. Penso che abbiano bisogno di cambiamenti radicali — ma cosa debbano essere, e quali saranno le istituzioni sostitutive, è una questione ancora molto mal formulata.
Tuttavia, in alcune zone ci sono ancora zone sane. È come se il fegato fosse pieno di cancro. Nel complesso, non funziona. L’organo è malato. Ma al suo interno ci sono molte cellule epatiche che svolgono egregiamente il loro lavoro — e i servizi di fact-checking del New York Times ne sono un esempio. Non riesco davvero a trovare nulla da ridire sul loro funzionamento. Le persone che vi lavorano sono le più competenti. I loro ideali sono giusti, e lo è anche la loro attuazione.
Se speri di poterli sostituire un giorno, devi rispettarli.
Pensate di poterli sostituire?
Per me è proprio questo il punto.
Quando ho accettato di parlare con David Marchese del New York Times, l’intervista è stata pesantemente modificata. Abbiamo registrato circa due ore di materiale, ma ne sono stati utilizzati solo 40 minuti. A un certo punto, ho detto qualcosa sul New York Times. Lui mi ha ribattuto: «Non puoi davvero sapere cosa succede all’interno del New York Times». La mia risposta è stata: «Si sbaglia: mi interessa molto ciò che accade all’interno del New York Times. Innanzitutto, il New York Times ha il mio tipo di governo preferito. È una monarchia ereditaria di quinta generazione, ecc.»
Hanno usato quella parte e tagliato via tutto il resto.
In quell’articolo affermavo che molti dei problemi del Times dal 2020 sono dovuti al giovane erede, A. G. Sulzberger, una sorta di re-bambino dalla costituzione fragile. Assomiglia più a Luigi XVI che a Luigi XIV. Non è forte. E di fronte a un re debole, gli aristocratici ne approfittano per ribellarsi. Il giornale è oggi minato da questa energia ribelle di cui parlavo riguardo al loro modo di trattare la pandemia.
Parla molto delle istituzioni culturali, ma non sembra preoccuparsi di Wall Street ?
Il rapporto tra l’alta finanza e il sistema politico americano è spesso frainteso. La mia impressione è che su questo argomento circoli molta disinformazione da parte della sinistra — e che ciò risalga a molto tempo fa.
Ad esempio, se torniamo indietro di cento anni, circola l’idea che l’alta finanza abbia cospirato contro Franklin D. Roosevelt e il New Deal. La verità è che, se avessero davvero cospirato, avrebbero vinto.
A mio avviso, la cultura aziendale americana è in gran parte una cultura di allineamento al potere esecutivo.
Il vero potere esecutivo non ha nulla a che vedere con i mercati.
I miliardari e l’establishment frequentano le stesse serate mondane negli Hamptons a casa di George Soros. Sono tutti progressisti, sono tutti democratici — del resto, tutti gli eredi delle vecchie dinastie sono progressisti.
In realtà, se si considera l’influenza del grande capitale sul mondo delle idee e della politica negli Stati Uniti, Soros è solo un pesce minuscolo nell’oceano della finanza. Sapete chi sono i pezzi grossi? Rockefeller, Carnegie.
Perché Rockefeller e Carnegie?
Rockefeller e Carnegie erano uomini ricchi ma privi di cultura. E desideravano acquisire una cultura.
Così hanno cercato gli americani più colti della loro epoca e hanno detto loro: «Vi darò miliardi di dollari per cambiare la cultura.»
Henry Ford era un antisemita di destra. Eppure, gran parte del 1968 è stata finanziata con i fondi della Fondazione Ford — persino la Scuola di Francoforte! Risalendo fino alla Scuola di Francoforte, si scopre che molte di queste persone erano finanziate durante il periodo tra le due guerre con fondi americani. Ecco perché, quando fuggono dai nazisti, vengono negli Stati Uniti e trovano tutti lavoro.
Permettetemi di fare una piccola digressione.
Il termine «politicamente corretto» fu usato per la prima volta, se non sbaglio, proprio da Walter Benjamin nel 1935, esattamente nel senso che gli attribuiamo oggi — solo che con «corretto» intendeva dire: conforme alla linea del Partito comunista e al gergo di sinistra.
Dice una cosa in cui credo fermamente e che si potrebbe riassumere così: «Compagno, se la tua arte è scadente, se hai scritto un pessimo romanzo proletario, non va bene per il proletariato perché non funziona». In altre parole, per essere politicamente corretti, bisogna essere artisticamente corretti. Il termine «politicamente corretto» era quindi già utilizzato nel discorso della Vecchia Sinistra prima di passare a quello della Nuova Sinistra.
Verso la fine degli anni ’70, i conservatori americani e le università si chiedevano: «Perché ci viene chiesto di essere politicamente corretti?» Ma non capivano che quel termine derivava dall’eredità del Partito Comunista Americano — e che era ormai superato!
Esattamente come nel caso del wokismo.
Cioè?
Non appena i conservatori iniziano a usare il termine «woke», i liberali smettono di farlo, perché non è più un concetto di nicchia.
È necessario avere sempre un sistema di credenze esoteriche che non sia comprensibile agli estranei — il genere di cose che si ritrovano tra i massoni o gli Illuminati. Ci vuole un po’ di questo affinché l’oligarchia funzioni. Una volta che ciò scompare e non c’è nulla che lo sostituisca, lo spirito muore.
Quando l’Unione Sovietica crollò, non fu perché fu rovesciata dal popolo.
I cittadini del sistema sovietico sono depressi, stanchi, scontenti. Ma non hanno idea di come poter sconfiggere il KGB. E non sono loro a farlo: il KGB si sconfigge da solo. Si arrende perché ha perso fiducia in se stesso. Di conseguenza, il regime deve crollare, e crollerà dall’interno — è Gorbaciov a far cadere questo sistema.
Ritiene che questo sia uno dei fattori che possono spiegare perché Trump sia così potente oggi?
Questo perché i suoi nemici non credono in se stessi.
Non credono davvero in Trump — ma non credono nemmeno in se stessi.
A Wall Street, almeno, sembravano disposti a dare una possibilità a Trump.
Non è nemmeno che siano disposti a dare una possibilità a Trump: a Wall Street nessuno è davvero disposto a opporsi a Trump.
L’unica cosa che conta a Wall Street è: «Chi finanzia chi?» Eppure si continuano a destinare molti più fondi ai Democratici che ai Repubblicani. Nella Silicon Valley, anche durante queste elezioni, finanziare Trump era ancora considerato un atto malvisto che poteva costare caro.
Peter Thiel ha iniziato molto presto e ne ha pagato le conseguenze. C’era chi cercava di estrometterlo dai consigli di amministrazione. Alcuni investitori volevano che lasciasse il consiglio di amministrazione di Facebook…
È vero, quel tipo di energia è scomparsa. Ma c’è sempre il timore che possa tornare, anche se oggi a Washington c’è qualcuno come Marc Andreessen che è molto più coinvolto di Thiel — molto di più.
In sostanza, quello che sta dicendo è che la vecchia élite si è adattata.
C’è una frase di Osama bin Laden, molto in stile Schmitt, che mi piace molto: «Quando le persone vedono un cavallo debole e un cavallo forte, per natura preferiscono il cavallo forte.»
Così nel mondo degli affari. Così in politica.
Il « vibe shift », ovvero l’allineamento del mondo della finanza a Trump, era quindi semplicemente « scommettere sul cavallo vincente »?
Esatto. A Wall Street, credo che tutti abbiano pensato più o meno questo: «Non sono arrivato fin qui scommettendo sui perdenti.»
Prima di allora, non molto sicuri di sé, si dicevano: «Non capisco bene tutta questa storia del “woke”. È un po’ strana. Ma alle feste è chiaramente la cosa giusta da dire, quindi la dico.»
In un certo senso, la fiducia di Wall Street è sempre superficiale.
Molte delle convinzioni relative alle istituzioni e ai poteri del nostro tempo, anche per i grandi imprenditori o i miliardari, richiamano in misura maggiore o minore la figura del droghiere descritta da Václav Havel nel suo saggio Il potere dei senza potere5. Solo che invece di « Proletari di tutto il mondo, unitevi ! », sul manifesto c’è scritto : « Black Lives Matter ».
È sempre la stessa storia. Come nel saggio di Havel, il tizio che mette «Black Lives Matter» sulla vetrina o sul prato di casa non capisce nulla della Critical Race Theory. Non ha letto Foucault. Non sa nemmeno cosa sia. Tutto quello che sa è che « è così che si fa ».
Tutto questo è fragile. Ogni convinzione dominante, ogni « vibe » è spesso una questione di baraka — ho sempre trovato divertente questa parola araba, « baraka », quando penso a Barack Obama, che ha la sua « baraka »… Poi arriva Trump, che gioca la sua trump card [carta vincente]…
Nomina sunt causa rerum — sembra che lei creda nel determinismo nominativo.
È proprio così!
Torniamo all’elitarismo: ha la sensazione di far parte dell’élite americana?
Vivo a Berkeley, in California. Nel cuore della Silicon Valley di sinistra. Ma non ho mai avuto problemi: quando la gente mi riconosce in pubblico, è sempre in modo amichevole. Forse le cose cambieranno, non lo so. Abbiamo qualche antifascista e pochi jihadisti.
In fondo, dal punto di vista culturale faccio parte dell’élite americana. Ho frequentato scuole di sinistra, parlo il linguaggio della sinistra…
In realtà è piuttosto tipico: prendiamo Marx. È diventato un gentiluomo inglese. Dopo il 1848 si trasferisce in Inghilterra ed entra a far parte della gentry inglese.
Allo stesso modo, J. D. Vance è un uomo del popolo che ha saputo adattarsi.
Proviene da un ambiente molto povero, ma frequenta Yale. Alla facoltà di giurisprudenza di Yale impara a parlare perfettamente e con disinvoltura il linguaggio dell’élite. La cosa straordinaria di lui è che riesce a rivolgersi a queste persone nella loro stessa lingua. Può andare su Twitter e rivolgersi alla destra, ma può anche rivolgersi alla sinistra. La sua sicurezza cresce di giorno in giorno.
La fiducia di Wall Street è sempre superficiale.Curtis Yarvin
Sì! Perché ha tutte le carte in regola. È brillante. Sa come portare avanti le cose e parla diverse lingue, mentre Trump… L’élite americana lo vede come un contadino che ha soldi. Trump è come un Beverly Hillbilly6.
Qual è esattamente la natura del suo rapporto con J. D. Vance?
L’ho incontrato un paio di volte.
Ma, come ho detto, penso che il legame più importante sia quello che ho con diversi collaboratori anonimi, che sono i destinatari delle mie idee, ormai diventate ben più importanti di me.
Nel 2012 ho coniato un acronimo: R.A.G.E. Stava per: mandare in pensione tutti i dipendenti pubblici [Retire All Government Employees].
Mi sono detto: «È davvero potente. Ha la forza di un meme. È dinamite.» Così ho fatto questa mossa, al tempo stesso astuta e stupida: ho lanciato quel meme nel mondo.
L’ho detto durante una conferenza. Non l’ho scritto da nessuna parte. Mi sono detto: vediamo come si diffonde.
E voi pensate che D.O.G.E. sia in realtà un’implementazione di R.A.G.E.?
Non proprio, perché R.A.G.E. è molto più radicale di D.O.G.E.
Ma già nel 2012 circolava l’idea che si potesse semplicemente prendere il controllo di quella burocrazia e che essa non avrebbe avuto la forza di opporre resistenza se fosse stata affrontata con una volontà di governare sufficientemente forte.
Se ci si presenta con un piano concreto e un obiettivo preciso, è chiaro che l’USAID non ha alcuna intenzione di opporre resistenza. Quando si dice «chiuderemo l’USAID», bisogna davvero togliere le insegne dall’edificio. Credo che sia proprio qui che si sia esercitata questa influenza, nella comprensione di questo atto di autorità.
Perché ritiene che sia necessario «rimuovere le lettere dall’edificio»?
Questo tipo di gesto, imponente e simbolico, era stato finora associato solo alla sinistra rivoluzionaria.
Oggi viene messa in atto dalla parte di Trump. È questo il punto.
Una delle misure che mi piace di più, anche se è estremamente stupida, è il nuovo nome del «Golfo d’America».
Ribattezzare il Golfo del Messico è un gesto umiliante: quindi è un gesto di potere. Oggi potete farlo. Trasmettere una tale impressione di determinazione spinge le persone a seguirvi.Curtis Yarvin
Stupido… ma importante?
Sì, è la cosa più stupida che ci sia, ed è proprio per questo che è importante.
Sono ormai 400 anni che lo chiamiamo «Golfo del Messico». Non c’è alcun motivo valido per cambiargli nome, se non quello di poter dire: «Ho il potere di farlo».
L’idea di rinominare tutte le strade, abbattere tutte le statue, questa imposizione del potere attraverso nomi e simboli — è una cosa che finora solo la sinistra era in grado di fare. È davvero un gesto umiliante: quindi è un gesto di potere. Oggi voi potete farlo.
Trasmettere una tale determinazione spinge le persone a seguirti.
C’è un ottimo passaggio di Taine a questo proposito, su come ogni regime si basi in fondo sulla figura del giovane ambizioso. Nel 1933, se eri un giovane ambizioso, entrare a far parte del New Deal era come andare a fare fortuna nella Silicon Valley oggi. Era incredibile. Hai 25 anni, Roosevelt è alla Casa Bianca e ti viene affidata la gestione del sistema elettrico dell’Arkansas. E sei pronto per quel potere. Nell’epoca romana, un venticinquenne avrebbe potuto comandare un esercito. Un quindicenne avrebbe potuto comandare un esercito! È quella sensazione incredibile di essere giovani, capaci, al culmine della propria vita sotto certi aspetti, e di contare qualcosa.
A cura di Giuliano da Empoli. Postfazione di Benjamín Labatut.
Con i contributi di Daron Acemoğlu, Sam Altman, Marc Andreessen, Lorenzo Castellani, Adam Curtis, Mario Draghi, He Jiayan, Marietje Schaake, Vladislav Sourkov, Peter Thiel, Svetlana Tikhanovskaya, Jianwei Xun e Curtis Yarvin.
Secondo voi, come si manifesta questa forza rivoluzionaria a Washington?
Lo vedo chiaramente nei giovani che lavorano per la D.O.G.E. di Musk, per esempio.
Arrivano di corsa. Agiscono in fretta, alla maniera dei barbari. Distruggono tutto. Sono hacker per cultura, che probabilmente non hanno mai letto un solo libro in vita loro. Magnifici ignoranti pieni di rabbia e di forza. Ed ecco che all’improvviso si ritrovano a capo di sistemi enormi. Sono persone incredibilmente giovani e di talento.
Lo chiamo «effetto Big Balls».
L’effetto «Big Balls»?
Mi riferisco al dipendente di Musk, Big Balls 7. Big Balls ha 19 anni, ha un passato discutibile che avrebbe potuto portare al suo licenziamento dal D.O.G.E., ma Musk e Vance hanno deciso che era più saggio tenerlo. Probabilmente ha un QI di 150 o 170, ed è semplicemente in grado di fare cose. Sono sicuro che lavori 120 ore alla settimana. Dorme a malapena. Big Balls è l’eccitazione rivoluzionaria allo stato puro. Una volta che ne fai parte, non lo dimentichi mai. Molti giovani con capacità simili oggi si dicono: «Voglio far parte dell’avventura».
Questo processo di formazione di nuove élite e nuove istituzioni è ancora agli inizi. Purtroppo è fortemente influenzato dal libertarismo — il che è terribile.
Ma tu non sei forse un libertario?
Non più. È un’ideologia terribile. Fa appello a una sorta di mentalità da nerd, scollegata dalla realtà e che, di fatto, spinge sempre all’inazione. La logica è la seguente: «creiamo le condizioni per una libertà totale e tutto si risolverà da sé». Il libertarismo ci dice, in sostanza: «tutto si sistemerà se avremo le regole giuste».
Nella vita reale, non è affatto così. Se vogliamo che le cose cambino, dobbiamo agire noi stessi. È qui che inizia la politica.
Avete un esempio?
Sì: il modo in cui produciamo e consumiamo le informazioni.
È proprio su questo punto che non sono d’accordo con Elon Musk.
Non c’è altra soluzione che creare nuove istituzioni che fungano da organi di verità: non si possono semplicemente calpestare queste istituzioni e poi rimetterle in sesto.
Resisteranno ogni volta.
Quindi X non basta?
Certo, ma l’idea che la Casa Bianca possa essere un’istanza legittima di verità è in realtà molto importante e molto nuova.
Si comincia infatti a vedere J. D. Vance combattere direttamente su X per distruggere i suoi nemici — e vincere di fatto tutti i suoi duelli per K.O. tecnico. Riusciamo a immaginare Kamala Harris, la vicepresidente, che risponde direttamente agli account MAGA per rimetterli al loro posto? No. Eppure, è proprio quello che fa Vance. È il vicepresidente degli Stati Uniti e pubblica su X come se avesse un account anonimo. Per me è un po’ come vedere Luigi XIV alla testa delle sue truppe mentre si lancia all’assalto del nemico.
Si potrebbe anche interpretare questo modo di rispondere compulsivamente sui social ai propri detrattori come l’espressione maldestra di una nuova élite ancora immatura e poco sicura di sé.
Quando fantasticavo su un cambiamento così radicale, uno dei pensieri che mi veniva in mente era: bisogna fare come Gordon Ramsay.
Cioè?
Gordon Ramsay è uno chef famoso in tutto il mondo che conduce quell’incredibile programma — Kitchen Nightmares — che non parla affatto di cucina, ma essenzialmente di potere.
Nei miei sogni più folli, immaginavo che Gordon Ramsay portasse la sua troupe e il suo cameraman negli uffici dell’USAID. Apre il frigorifero dell’USAID e ne tira fuori un cavolo. Il cavolo è marcio. Urla loro: «Avete pagato 80 milioni di dollari per questo cavolo. Guardatelo.» Urla: «Annusatelo. Annusate il cavolo!»
Centinaia di milioni di persone lo guardano divertite davanti alla TV.
Di fronte a una tale potenza, non c’è risposta possibile.
È in televisione, è in diretta.
Immaginate ora: Musk, Vance e Big Balls entrano in quegli uffici con una telecamera. Interrogano quei burocrati. Li rimproverano in diretta televisiva, davanti a tutto il Paese. E il mondo, l’intero universo, vede in diretta questi funzionari tremare — proprio come trema di fronte a Gordon Ramsay il cuoco obeso, in preda al panico, che pulisce il suo schifoso ristorante messicano a Phoenix, in Arizona.
Perché è proprio qui che si stringe il legame tra monarchia e democrazia.
Gran parte della sua argomentazione si basa sul fatto che le élite tradizionali americane sarebbero ormai superate perché incapaci di integrare realmente l’innovazione tecnologica, e che lo Stato non funzionerebbe a causa della natura, secondo lei, «intrinsecamente inefficace» della democrazia. Si potrebbe ribattere che nel 2025 esiste un modello che corrisponde esattamente al suo ideale.
Quale?
La Repubblica Popolare Cinese.
Ah !
Perché dovremmo preferire la versione americana, inevitabilmente fallimentare e caotica, di un sistema cinese che invece esiste davvero?
Beh… È vero che è gestito piuttosto bene…
… e che non ha particolarmente bisogno di una troupe cinematografica quando si tratta di rovesciare un governo.
È vero. Lo ammetto.
Ma per arrivare a quel punto avevano bisogno di Mao. Avevano bisogno di un pazzo.
Mao ha fatto quello che hanno fatto i comunisti nell’Est: ha ucciso tutti gli altri membri del suo partito fino a quando non si è attribuito il potere di un imperatore cinese. Era un pazzo.
Poi morì e lo stesso potere passò a un uomo, Deng Xiaoping, che non era affatto pazzo, ma perfettamente sano di mente. Deng ha creato il moderno Partito Comunista Cinese e sono assolutamente disposto a riconoscere i numerosi successi dell’attuale PCC. Vi risponderei tornando su qualcosa che ho detto prima, ovvero che non esiste una costituzione universale adatta a tutti i popoli.
Il sistema cinese funziona piuttosto bene per la Cina di oggi, ma presenta dei difetti strutturali.
Quali?
In particolare, penso che, dal punto di vista culturale, sia molto limitato. La figlia di Xi Jinping ha studiato ad Harvard — mi è difficile immaginare che i figli di J. D. Vance si iscrivano alla Summer School dell’Università di Pechino. Non succederà mai.
Nella Cina di oggi esiste un forte complesso di inferiorità culturale.
E la cosa peggiore è che credo che questa sensazione sia del tutto fondata. La Cina è, infatti, culturalmente inferiore all’Occidente. È per questo che lo ha imitato così tanto.
Certo, esiste un patrimonio culturale antico e ricco. Ma per quanto riguarda il modo in cui il PCC gestisce le informazioni, ad esempio, non credo che da noi funzionerebbe molto bene.
A pensarci bene, quando un sistema prevede un cambiamento radicale nel modo in cui vengono trattate le informazioni — ovvero: sente il bisogno di censurarle — è segno che quel sistema non funziona.
Proprio come il fatto che il New York Times non riesca a raccontare la vera storia del Covid è una prova della cronica debolezza del New York Times, così anche il fatto che il PCC non riesca a raccontare la vera storia di piazza Tienanmen è una prova della debolezza del regime cinese.
Sentire il bisogno di mentire è sempre un segno di debolezza.
Curtis Yarvin, Trump e l’apocalisse: miti, contraddizioni e menzogne (terza parte della nostra lunga intervista)
Dopo un soggiorno a Palo Alto, Carl Schmitt si trasferisce a Washington. Ma è davvero possibile consolidare un impero se lo scettro passa nelle mani dei giganti del digitale?
Questa terza e ultima parte della nostra lunga intervista con Curtis Yarvin esplora gli elementi più radicali e contraddittori della teoria politica che ispira le élite controrivoluzionarie trumpiste.
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Negli ultimi anni, tra le vetrate della Silicon Valley, ha preso forma un nuovo progetto politico. Sostenuto dall’innovazione digitale e dalle nuove tecnologie, è stato ispirato da una visione del futuro e da teorie politiche elaborate nell’ombra.
Nel nostro ultimo volume cartaceo, L’Impero dell’ombra: guerra e territorio nell’era dell’IAAbbiamo raccolto una serie di testi inediti in francese che vi consentiranno di addentrarvi nel laboratorio di questa insurrezione tecno-cesarista. Tra questi testi canonici, ancora in gran parte sconosciuti, figura il famoso «Manifesto formalista», pubblicato nel 2007 sotto pseudonimo da Curtis Yarvin.
A vent’anni dalla sua pubblicazione e mentre la sua influenza sulle nuove élite americane continua a crescere, abbiamo proposto a questo intellettuale organico della controrivoluzione trumpista di concederci un’intervista. Per diverse ore, nella nostra piccola redazione nel cuore del Quartiere Latino, ha concesso a *Le Grand Continent* la sua intervista più lunga mai rilasciata a una rivista europea.
Il risultato è una lettura indispensabile per comprendere la natura e i limiti del progetto che si sta sviluppando in modo caotico ma con forza da Washington.
Parlando di Tiananmen, lei ha messo sullo stesso piano il Partito Comunista Cinese e il New York Times — potrebbe spiegarci questo collegamento un po’ sconcertante ?
Per capirlo devo raccontare ancora una volta un aneddoto — e parlare, ancora una volta, del New York Times.
Fate pure.
È impressionante entrare negli uffici del New York Times, rilasciare un’intervista al New York Times ed essere pubblicato sul New York Times.
È il tipo di cose che avrebbero potuto rovinare non solo la mia vita, ma anche quella di molte altre persone.
Perché l’hai fatto?
Pochi lo sanno, ma una delle cose che mi ha convinto di esserne in grado è stata il fatto di aver concesso un’altra lunga intervista al New York Times nel settembre 2024.
All’epoca, il giornalista Jonathan Mahler venne a trovarmi a casa mia, a Berkeley. Il mio atteggiamento era molto aperto: avrei parlato — on the record — di tutto ciò di cui lui volesse discutere. Così ho parlato con quel tizio per due ore, con il registratore acceso, in totale libertà.
Ecco come si svolge in genere un colloquio…
Quando l’articolo è uscito, lo avevano firmato tre giornalisti — uno dei quali era un tipo al quale non avrei mai associato il mio nome per nessun motivo al mondo. L’ho letto. C’era solo un paragrafo che parlava vagamente di me — e non avevano utilizzato nessuna delle mie citazioni.
Eppure volevi assolutamente essere citato ?
Al contrario: il mio obiettivo non era quello di essere citato. Il mio obiettivo era raccontare una storia che loro non avrebbero potuto raccontare. Come ho detto, nutro grande rispetto per il New York Times — ma ho anche sempre voglia di dargli una lezione.
Il modo in cui ho iniziato questa intervista era davvero divertente — e, ovviamente, non apparirà mai sulle pagine del Times.
Ho posto al giornalista una domanda molto semplice: «Qualcuno al di fuori del New York Times può verificare i fatti riportati dal New York Times? Oppure siete come il Vaticano o il Papa — senza alcuna autorità al di sopra di voi?»
Era in imbarazzo.
Ho cercato di aiutarlo: «Secondo lei, la Columbia Journalism Review sarebbe un fact-checker affidabile?» Al che lui ha risposto: «Sì, penso di sì».
Ho grande stima del New York Times — ma ho anche sempre voglia di dargli una lezione.Curtis Yarvin
«Allora facciamo un gioco», ho proseguito. «Vi dirò una cosa e voi mi direte se è vero o no». Lui accetta e io proseguo: «Non c’è mai stato un massacro in piazza Tienanmen. Fatto o non fatto?» Lui mi risponde: «Direi senza esitazione che è un non fatto».
A quel punto tiro fuori il cellulare e gli mostro questo articolo della Columbia Journalism Review.
(L’intervista che si sta svolgendo nella nostra redazione si interrompe per qualche minuto, poiché Curtis Yarvin sta cercando qualcosa davanti a noi l’articolo in questione: il mito di Tiananmensul suo iPhone nero ultrasottile e ce lo porge affinché lo esaminiamo.).
Gli chiedo di leggere. Comincia a leggere e, arrivato a metà, ammette: «Va bene, ammetto che avevo torto.»
Pensate che Tiananmen sia un mito?
Credo che ciò che è accaduto a Tiananmen sia in realtà molto più interessante del «mito» che se ne è fatto.
È una storia che né i media occidentali né — fatto interessante e piuttosto determinante — i media cinesi possono raccontare. E l’istinto primario del PCC su questa questione è sempre lo stesso: «Insegneremo a tutti, comprese le nostre IA, a non parlare di Tiananmen».
Ma ciò che mi interessa, in realtà, è la vera storia di ciò che è successo lì.
Sembra che tu abbia una tua teoria.
Questo articolo che vi ho mostrato racconta circa il 75% di quella che ritengo sia la vera storia.
La vera storia della violenza a Tiananmen è che riguarda studenti che sono in realtà le giovani élite del partito — e verso i quali quest’ultimo è quindi particolarmente sensibile. Molti dei pezzi grossi del PCC sono i genitori di questi studenti, che rappresentano la crema della crema della Cina. In altre parole, Tiananmen è la crema della crema che si oppone al PCC. Ed è questo il vero problema: si tratta di una crisi che devono gestire con delicatezza.
Ma ciò che li convince che non possono gestire la situazione con calma è il fatto che una colonna di soldati, non a Tiananmen, ma a pochi chilometri di distanza, viene bloccata da alcuni operai. Questi operai sono organizzati. Indossano magliette che permettono loro di riconoscersi tra loro. Hanno chiaramente dei capi e una catena di comando. Sanno come fabbricare bombe Molotov — e non esitano a usarle. Attaccano la colonna di soldati. Molti vengono bruciati vivi. I soldati rispondono al fuoco. E i dirigenti cinesi concordano sul fatto che una simile alleanza tra gli studenti dell’élite e gli operai è particolarmente pericolosa e che bisogna porvi fine. Ma quando i carri armati arrivano in piazza Tiananmen, gli studenti se ne sono già andati. Non c’è nessuno. La foto dell’uomo che si erge davanti alla colonna di carri armati bloccandone l’avanzata è il classico esempio di foto ingannevole: i carri armati non stanno arrivando in piazza, la stanno lasciando.
Insomma, questi studenti, questi lavoratori in camicia con il colletto alla Mao, sono convinto che si tratti di un’operazione del NED 1 — ovvero della CIA sotto altro nome. È quello che si faceva all’epoca. Nessun altro avrebbe potuto mettere a segno un colpo del genere.
Una bugia detta per proteggere un segreto è impossibile da mantenere.Curtis Yarvin
Ma questa tesi non è supportata da alcuna prova.
Distinguo tra prove dirette e prove indirette. In questo caso, ritengo che si tratti di un indizio grave e concordante — un po’ come la fuga dal laboratorio di Wuhan: ricordo che a Wuhan non ci sono pipistrelli.
Quando vedo gruppi di persone comuni riunirsi e organizzarsi nel XX secolo, penso che non si tratti di un fenomeno spontaneo. Del resto, nel XX secolo in Cina non si sono mai viste folle spontanee di questo tipo. Quelle persone sono state organizzate da una forza esterna. Era così che si faceva all’epoca ed è senza dubbio ciò che è accaduto a Tiananmen.
In fondo, ritiene che il XX secolo non sia stato il secolo delle società che agiscono, ma quello delle masse che subiscono passivamente?
In realtà non è nemmeno questo il punto.
Ciò che conta per me è che nemmeno gli attuali leader cinesi riescono a raccontare questa storia, anche se si potrebbe pensare che non sia poi così sfavorevole al PCC.
Il fatto di aver respinto un tentativo di ingerenza esterna dovrebbe fare loro onore. Non è cosa da poco saper resistere ed essere pronti a farlo con la forza necessaria per contrastare un’operazione coordinata dalla CIA… Ma vedete, il PCC deve ritenere che ci siano già troppe informazioni: preferiscono censurare e nascondere sotto menzogne una realtà evidente. Perché? Perché non hanno la fiducia necessaria per dire tutta la verità, e nient’altro che la verità. Ed è proprio qui che risiede la loro principale debolezza.
Non crede che, se così fosse, ci troveremmo proprio di fronte a una « nobile menzogna », funzionale al sistema cinese ?
Una bugia detta per proteggere un segreto è impossibile da mantenere. Chiunque abbia già avuto la brutta esperienza di mentire — anche se si tratta di una piccola bugia innocente — ha imparato a proprie spese cosa significa rischiare che la verità venga a galla… Ecco perché cerco di non mentire mai ai giornalisti, a meno che non sia assolutamente costretto a farlo per un motivo stupido.
Mentire ai giornalisti è la cosa peggiore che si possa fare. Lo farei solo per proteggere davvero una relazione molto importante. Quando si mente, la verità può infiltrarsi come l’acqua attraverso una crepa nel tetto — e far crollare l’edificio.
Il fatto che il PCC, in questo caso specifico — e immagino in molti altri casi — debba ancora praticare una censura di tipo stalinista, marxista, leninista — cioè totalitaria — è molto eloquente e, a mio avviso, rivelatore della loro debolezza. Non riescono semplicemente ad aprire le finestre e a far entrare la verità, anche quando dovrebbero esserne capaci, anche quando la verità sostiene davvero molto bene la loro storia ed è di fatto molto distruttiva per la sinistra o per l’Occidente.
A cura di Giuliano da Empoli. Postfazione di Benjamín Labatut.
Con i contributi di Daron Acemoğlu, Sam Altman, Marc Andreessen, Lorenzo Castellani, Adam Curtis, Mario Draghi, He Jiayan, Marietje Schaake, Vladislav Sourkov, Peter Thiel, Svetlana Tikhanovskaya, Jianwei Xun e Curtis Yarvin.
Il principio fondamentale? «Tutti gli uomini sono creati uguali».
È il pilastro portante della Dichiarazione d’Indipendenza, è ciò che afferma l’esistenza di diritti inalienabili della persona umana e che costituisce il fondamento della democrazia in America…
Sì, certo — ed è una bugia.
Una proposta che forse sarei disposto ad accettare sarebbe dire: «Credo che tutti i gemelli omozigoti siano uguali».
E poi…
E poi?
Quello che abbiamo imparato sul DNA umano negli ultimi vent’anni è davvero straordinario. Nessuno ne è a conoscenza, perché tutti hanno paura di condividerlo. Abbiamo paura di seguire la scienza perché sta svelando l’inconsistenza di tutte le nostre convinzioni.
Lei sostiene che il progresso scientifico debba essere separato dal progresso sociale e politico: ma quale posizione epistemologica le permette di ritenere che ciò sia necessario per garantire il progresso della scienza?
Vi risponderò in modo molto più concreto.
Nel corso dell’ultimo secolo, la potenza americana ha creduto di poter trasformare tutti in americani. In Francia, l’Impero ha creduto di poter trasformare tutti in francesi.
Oggi ne vediamo il risultato… Si può sempre fare il giro del mondo, prendere gli abitanti di qualsiasi paese e farne — massacrerò questa parola in francese ma non ha un equivalente in inglese — degli « evoluti » 2. Si troverà sempre un Senghor — ma trasformare il Senegal in Francia? È assolutamente impossibile.
Abbiamo paura di seguire la scienza perché sta mettendo in luce l’incoerenza di tutte le nostre convinzioni.Curtis Yarvin
Portare il Senegal in Francia e mantenere sempre la Francia? Anche questo è impossibile.
I francesi ci hanno provato a lungo e talvolta con violenza: semplicemente non ha funzionato.
Sempre più persone si rendono conto che possono davvero pensare ciò che provano o ciò che la scienza rivela loro. Che quella vocina nella nostra testa e all’interno delle istituzioni tradizionali che ci diceva «non puoi dirlo, non devi pensarlo» — non ha più alcun peso.
La verità pesa molto più della menzogna… Ciò risulta particolarmente evidente se si guarda alla politica estera.
L’idea straussiana della « nobile menzogna » è stata, secondo alcuni, al centro della politica imperiale americana. Ma ascoltandola e leggendola, si ha piuttosto l’impressione che non sia proprio la decostruzione del potere a animarla…
Per comprendere la mia posizione, occorre capire cosa è successo con il ritiro dall’Afghanistan.
Per me è un momento fondamentale, perché in effetti è la prima volta che Washington ha perso una guerra.
E cosa era successo in Vietnam?
So che si dice che sia così per il Vietnam. Ma penso che si tratti di un errore di valutazione storica. Gli Stati Uniti non hanno perso la guerra in Vietnam per il semplice motivo che le forze più potenti del Paese all’epoca erano in realtà dalla parte di Ho Chi Minh. I giovani cool, Jane Fonda, la New Left e i sessantottini sostenevano tutti il Vietcong e naturalmente hanno trionfato. Il Vietnam è una guerra civile americana che si svolge in Asia: là è una guerra calda; qui è una guerra fredda, o più precisamente, una « cool war ».
Ciò che mi colpisce del ritiro dall’Afghanistan, però, è che nessuna forza occidentale ha sostenuto i talebani. Non c’è stata alcuna alleanza di questo tipo. I sessantottini non sono segretamente alleati del mullah Omar. Provano simpatia per Yasser Arafat, e persino per Osama bin Laden — se leggete i discorsi di bin Laden, sono pieni di parole della sinistra.
Ma i talebani — o l’ISIS, del resto — sono tutta un’altra storia. Queste forze sono autenticamente autoctone, estranee alla sinistra americana — eppure stanno vincendo.
La verità pesa molto più della menzogna… Ciò risulta particolarmente evidente se si guarda alla politica estera.Curtis Yarvin
Vincono, almeno in parte, perché gli Stati Uniti si ritirano dopo aver deciso di intervenire…
Dopo vent’anni, sì. La famosa operazione «Libertà immutabile» in Afghanistan porta bene il suo nome… È rimasta immutabile per vent’anni.
Il Pentagono adorava l’Afghanistan — e anche il Dipartimento di Stato.
Per i militari, era un teatro operativo ideale per addestrarsi. Un poligono di tiro su larga scala. Si poteva andare in Afghanistan senza troppi rischi, sparare con munizioni vere usando armi vere e tornare con delle medaglie per fare carriera al Pentagono. Vedere persone che venivano fatte saltare in aria a Kabul era un elemento chiave per le dinamiche interne del Pentagono.
Allo stesso modo, costruire scuole, insegnare alle donne a votare, a suonare la chitarra o a tingersi i capelli di rosa era fondamentale per il funzionamento dell’USAID: questo permetteva di fare carriera al Dipartimento di Stato.
In altre parole, l’oligarchia adorava l’Afghanistan.
Eppure è proprio Biden a porre effettivamente fine alla presenza americana.
Esatto. In questo caso, più che l’amministrazione Biden, si tratta di un ultimo lampo di grandezza monarchica da parte dell’uomo.
Cioè?
Quando Biden entra in carica, sa che deve farlo. Ma non sa come: la maggioranza dello «Stato profondo» è contro di lui.
Ma Biden, nonostante tutto ciò che gli si possa rimproverare, è un vero uomo.
Ricorda il Vietnam. È molto anziano. Sta cadendo a pezzi, dimentica tutto. Già nel 2021 non è rimasto quasi più nulla di lui, né fisicamente né mentalmente. Ma trova nel profondo di sé l’energia monarchica che gli permette di esercitare la sua autorità. Scavalca il Dipartimento di Stato e il Pentagono e decide di agire — in continuità con la politica di Trump.
Vi ricordate delle Community Notes? Quando Schmitt e Kojève sono d’accordo, quando Biden e Trump sono d’accordo — questo deve semplicemente essere il senso della storia. In questo caso, Trump e Biden erano d’accordo — contro l’oligarchia — nel dire che l’Afghanistan era un circo a cui bisognava porre fine.
Il ritiro dall’Afghanistan è stata una mossa tipicamente «alla Biden». È stato proprio Joe Biden a esercitare la sua autorità «monarchica» in un momento in cui gli Stati Uniti avevano bisogno di una decisione «monarchica» approvata dal popolo.
E lei pensa davvero, in questo caso, che sia stata una decisione positiva permettere ai talebani di tornare al potere?
Un mio amico è stato recentemente in Afghanistan. Si chiama Lord Miles, è un avventuriero britannico — una sorta di «uomo che voleva essere re» alla Kipling. È un personaggio pittoresco che non ha nulla di un Lord: è un contadino doc che parla con un accento marcatissimo della classe media-bassa britannica. Ma gli piace dire che è un Lord… Insomma, mi racconta che l’Afghanistan sotto il regime talebano è un paese molto povero – perché i talebani hanno posto fine alla produzione di oppio – ma dove non c’è più criminalità. Se sei un criminale, se sei un tossicodipendente a Kabul, oggi vieni trattato molto male dai talebani.
Si dice che quando i talebani ricevono segnalazioni su agenti stranieri che tentano di negoziare tangenti, se ne «occupano».
Il ritiro dall’Afghanistan è stata una decisione personale di Joe Biden, che ha esercitato la sua autorità monarchica in un momento in cui gli Stati Uniti avevano bisogno di una decisione monarchica approvata dal popolo.Curtis Yarvin
Nel complesso, garantiscono al loro Paese una governance ben migliore di quella che potrebbe offrire l’USAID: hanno un vero governo, hanno un vero potere, sono completamente autonomi…
Tra le altre cose, state dimenticando metà della popolazione: le donne.
Ma bisogna sapere cosa si vuole! È questa la vera decolonizzazione. La vera decolonizzazione non è l’USAID.
In fondo, ciò che è accaduto in Afghanistan è emblematico di Washington: i funzionari cercano di imporre l’oligarchia in zone dove la monarchia potrebbe benissimo avere successo — e questo dimostra loro che stanno fallendo miseramente.
Potresti essere più preciso?
Prendiamo ad esempio la guerra in Ucraina.
Vedremo se finirà prima della fine della primavera, ma credo che sarà così, perché il ritorno dell’influenza monarchica a Washington sarà di grande aiuto, a tutti i livelli.
Lei ritiene da tempo che gli Stati Uniti dovrebbero ritirarsi dall’Ucraina, perché?
Perché è semplicemente orribile. Fortunatamente, la nuova élite monarchica che circonda Trump, di fronte ai video dei droni che bombardano le trincee, reagirà pensando che sia la cosa più diabolica del mondo.
I nostri barbari si chiederanno allora: perché l’abbiamo fatto? Chi ha permesso che ciò accadesse? E si renderanno conto che lo facciamo perché Victoria Nuland 4 — e migliaia di altri funzionari con lei — volevano fare carriera al Dipartimento di Stato.
Il ritorno dell’influenza monarchica a Washington sarà di grande aiuto, a tutti i livelli.Curtis Yarvin
In realtà, questa presunta «rivalità con la Russia», questo grande gioco, non significava nulla per nessuno, tranne che per coloro che hanno cercato di instillarla nelle menti della gente.
Chiedersi se la guerra in Ucraina sia stata un bene per gli ucraini è un po’ come chiedersi se la Seconda guerra mondiale sia stata un bene per gli ebrei. Non credo…
Non c’è davvero nulla di paragonabile…
Quello che voglio dire è che ci sono casi in cui la decisione monarchica è inevitabile.
Letteralmente, nel caso dell’Ucraina, è proprio ciò che si osserva con la volontà di Trump di porre fine alla guerra. Una volta che si avverte il potere di agire nel modo giusto, ci si dice: «Non solo ho il diritto, ma il dovere di farlo ovunque. Ho il dovere di porre fine alla guerra in Ucraina. Ho il dovere di fare pace con Putin. Ho il dovere di porre fine a questa politica insensata che consiste nel sfidare Putin nell’Europa centrale in un modo che per noi non ha importanza e che invece ne ha per lui, il che è assurdo. »
Putin è un modello per voi?
Putin è esattamente ciò che il Dipartimento di Stato e l’USAID ritengono che sia: un dittatore. È un cleptocrate, una sorta di delinquente, un vero e proprio farabutto. Il suo governo sulla Russia è stato efficace sotto certi aspetti, ma molto debole sotto altri. La Russia, del resto, è sempre stata uno Stato molto debole e corrotto, anche se sotto il suo giogo ha registrato un miglioramento.
In fondo, è solo un leader come tanti: vuole mantenere in vita il suo regime. Vuole continuare a essere Putin. E poi, chi diavolo potrebbe sostituirlo? Nessuno lo sa. Ho chiesto a degli esperti russi e non ne hanno la più pallida idea.
La strategia di politica estera degli Stati Uniti consiste nel picchiare il cane per stuzzicarlo finché non morde — per poi definirlo un cane rabbioso e abbatterlo. L’America ha picchiato il cane russo per molti anni. Hanno promesso a Putin, in via ufficiosa, che non avrebbero allargato la NATO, e poi l’hanno allargata. Come avrebbe potuto Putin fare altro se non arrendersi?
Da parte mia, vedo molte analogie con l’inizio della Prima guerra mondiale. Il Foreign Office britannico aveva provocato il cane finché non ha morso, poi ha morso e così via. Il meccanismo è in realtà piuttosto semplice.
Putin è esattamente ciò che il Dipartimento di Stato e l’USAID ritengono che sia: un dittatore. È un cleptocrate, una specie di delinquente, un vero e proprio farabutto.Curtis Yarvin
Quale dovrebbe essere, secondo voi, la posizione degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa?
Ecco una cosa che mi piacerebbe leggere su Le Grand Continent.
(Curtis Yarvin tira fuori il cellulare)
Si chiama dottrina Monroe.
In questa dichiarazione, letta dal presidente Monroe e redatta da un altro grande americano, John Quincy Adams, ma che in realtà fu ispirata dal ministro degli Esteri britannico George Cannon, c’è qualcosa che mi ha sempre colpito, ma che nessuno nota…
Un’altra bugia?
Forse sì! In realtà esistono due dottrine Monroe. La dottrina Monroe definisce una politica per il continente americano, ma ne definisce anche una per il continente europeo. E la dottrina Monroe per l’Europa è la seguente.
(Sta leggendo)
« La politica che abbiamo adottato nei confronti dell’Europa, sin dall’inizio delle guerre che hanno sconvolto per così tanto tempo quella parte del globo, è sempre rimasta la stessa: consiste nel non interferire mai negli affari interni di nessuna delle potenze di quella parte del mondo ; nel considerare il governo de facto come il governo legittimo ai nostri occhi; nell’instaurare con tale governo relazioni amichevoli e nel mantenerle attraverso una politica franca, ferma e coraggiosa, accogliendo, in ogni circostanza, le giuste rivendicazioni di tutte le potenze, ma senza tollerare gli oltraggi di nessuna.»
Per Monroe si trattava effettivamente di un presupposto che serviva poi a sostenere che, di conseguenza, gli Stati europei non dovevano occuparsi del Cono Sud dell’America — che sarebbe rimasto appannaggio esclusivo o «il cortile di casa» degli Stati Uniti…
Ma è anche una riformulazione del diritto delle genti, del diritto internazionale classico, del diritto westfaliano — i principi di Vattel piuttosto che le norme delle Nazioni Unite. Le regole delle Nazioni Unite sono ciò che lo storico americano Harry Elmer Barnes ha definito « la guerra perpetua per la pace perpetua » 5.
Eppure la dottrina Monroe afferma il contrario. È una sorta di dottrina Breznev in versione americana. Se immaginate che l’America torni a questa politica essenzialmente classica nei confronti dell’Europa, dell’Europa dell’Est, dell’Europa dell’Ovest, ovunque, e diciate: «& Qualunque sia il governo al potere, per quanto legittimo possa essere, se controllate Parigi, siete il governo legittimo de facto della Francia, e noi vi compreremo del vino. » — allora mi sta bene.
È proprio questo il fulcro del rapporto tra Stati Uniti e Francia: il vino?
È una cosa di cui gli americani hanno bisogno e che voi avete… Potremmo produrre ottimo vino in California, ma non ci riusciamo — a parte alcune bottiglie molto costose. Il vino americano è terribile. Provate un cabernet americano e vi verrà da vomitare, tanto è dolce. Potremmo produrre vino buono quanto il Bordeaux, ma non lo facciamo: è una questione di vinificazione, non di uva. Insomma, abbiamo bisogno del vino francese. È chiaro e indiscutibile: almeno per quanto mi riguarda, ne ho un disperato bisogno.
Ma quello che sta dicendo è che, in fondo, l’interesse degli Stati Uniti per la Francia si limita a questo.
La posizione degli Stati Uniti nei confronti della Francia potrebbe in sostanza riassumersi così: «Non importa chi vi governa, purché possiamo continuare a comprarvi il vino».
Per me, questa è la dottrina Monroe ed è proprio di questo che l’America avrebbe bisogno.
Facciamo un’ipotesi un po’ assurda: se i carri armati di Putin entrassero a Parigi, questo non desterebbe preoccupazione negli Stati Uniti?
Se Putin prendesse il controllo della Francia e dichiarasse: «Useremo tutta l’uva francese per produrre vodka», ciò danneggerebbe gli interessi americani — e i miei. In quel caso, bisognerebbe riflettere.
Ma se Putin non interferisse con il commercio del vino con gli Stati Uniti, non avremmo assolutamente nulla da ridire sul fatto che la Francia finisca sotto il controllo russo.
In fondo, J.D. Vance a Monaco non dice altro.
Se Putin non interferisse con il commercio del vino con gli Stati Uniti, non avremmo assolutamente nulla da ridire sul fatto che la Francia finisca sotto il controllo russo.Curtis Yarvin
Ne siete sicuri? Il vicepresidente americano non ha detto che bisognerebbe accettare lo status quo. Schierandosi esplicitamente a favore dell’AfD in una campagna elettorale, rifiutandosi di incontrare il cancelliere legittimo per un avversario marginale, ha dimostrato che gli Stati Uniti puntano a un cambio di regime…
È vero, prende chiaramente posizione a favore dell’AfD in Germania. Ma, secondo me, si tratta di un ritorno alla dottrina Monroe.
È interessante che lei sostenga questo, perché, a sentirla parlare, sembra quasi che Trump non abbia anche dichiarato di voler espandere il territorio degli Stati Uniti. La dimensione monarchica che lei descrive è evidente se si osservano le misure adottate dall’amministrazione Trump all’interno… Ma se si guarda la situazione dall’esterno — se ci si trova a Kiev, a Nuuk o persino a Parigi — l’immagine cambia: non è più quella di una monarchia, ma di un impero.
Sì, sono d’accordo – e allora?
C’è una differenza tra una monarchia che si chiude in se stessa e lascia che ognuno viva secondo il proprio sistema e una potenza imperiale che si espande e provoca cambiamenti?
La logica imperiale di cui parlate era il giocattolo dell’oligarchia. La monarchia non riuscirà mai a integrarsi in questa logica.
Eppure c’è una differenza fondamentale tra Trump I e Trump II, ovvero che oggi è circondato da un gruppo di persone influenti che considerano lo spazio e il proprio spazio vitale in senso estensivo, assolutamente non isolazionista, come « un Lebensraum algoritmico ».
Adoro questa espressione. Ma ho un’altra teoria: penso che in realtà sia esattamente il contrario.
Cioè?
Abbandoniamo l’impero: la politica che descrivo è una sorta di dottrina gorbacioviana in versione americana.
Lo dice in teoria, ma nella pratica: che ne pensa delle evidenti ingerenze degli Stati Uniti in Europa?
Quando Vance si schiera a favore dell’AfD, in realtà si schiera contro l’intero ordine postbellico. Non si schiera realmente a favore di nulla, ma contro. È un rifiuto.
Mi viene in mente un libro meraviglioso, molto agiografico ma eccellente, intitolato The Atlantic Century di Kenneth Weisbrode,, su come il Dipartimento di Stato abbia dato vita all’Unione europea.
In sostanza, ciò che l’amministrazione Trump sta facendo oggi è cercare di chiudere questo capitolo dicendo all’Europa e alla Francia che l’America tornerà al sistema westfaliano.
A Washington faremo come Gorbaciov: rinunceremo all’impero.
È questa la posizione di Donald Trump — o è solo una tua teoria?
Questa è la mia posizione. E spero che sia anche quella del Presidente degli Stati Uniti, anche se ovviamente non posso esserne certo.
Credo che voglia rinunciare all’impero e lasciare che la Francia sia la Francia — e soprattutto lasciare che in Francia vinca chi è più forte.
A Washington faremo come Gorbaciov: rinunceremo all’impero.Curtis Yarvin
Ancora una volta: sostenere esplicitamente l’AfD durante le elezioni non è proprio indice di una «dottrina Gorbaciov»…
Ma, in sostanza, Donald Trump non ha bisogno dell’AfD: questa è la novità.
Che la Germania rimanga la Germania, che la Francia rimanga la Francia: è l’unica cosa che gli importa. Il fatto è che gran parte del prestigio interno del regime americano deriva da tempo dal fatto di avere il mondo dalla propria parte. L’élite della costa orientale non faceva che ripetere a più non posso che «la pensava bene» poiché si la pensava allo stesso modo in Francia, in Germania, ecc. Quell’epoca è ormai finita. È così che interpreto la politica estera di Trump.
Da un punto di vista europeo, si ha piuttosto l’impressione che gli Stati Uniti vogliano trasformare la NATO in un Patto di Varsavia.
Il Patto di Varsavia è, per così dire, il nostro gemello malvagio.
L’URSS diceva ai propri cittadini: «Portiamo la rivoluzione in tutto il mondo». Era questo lo slogan: non siamo un impero, ma una grande famiglia socialista. Eppure, quando gli americani spiegano agli europei che l’Unione europea è europea tanto quanto il Patto di Varsavia era polacco, gridano al cambio di regime! In realtà, penso che il disinteresse americano per l’Europa sia la prova migliore che non ci troviamo in questa situazione.
Andrei addirittura oltre: se dipendesse da me, chiuderei tutte le ambasciate in Europa. Trump ha iniziato ad annunciarlo, ma ce ne sono ancora un centinaio da chiudere.
Mio padre lavorava nel sistema e so che a Parigi ci sono circa 100 o 150 americani il cui compito quotidiano è quello di informare il governo francese. È abbastanza chiaro quando si leggono le rivelazioni di Wikileaks. Anch’io leggevo quel tipo di dispacci quando ero bambino. Non si tratta di un’alleanza tra pari.
A cura di Giuliano da Empoli. Postfazione di Benjamín Labatut.
Con i contributi di Daron Acemoğlu, Sam Altman, Marc Andreessen, Lorenzo Castellani, Adam Curtis, Mario Draghi, He Jiayan, Marietje Schaake, Vladislav Sourkov, Peter Thiel, Svetlana Tikhanovskaya, Jianwei Xun e Curtis Yarvin.
Per niente. Se le autorità americane hanno bisogno di comunicare con la Francia, perché non mandare semplicemente un’e-mail? Se si tratta davvero di discutere di una situazione complicata, perché non usare Zoom?
Resta il fatto che, in un ordine multipolare tra una Francia indipendente e un’America indipendente, non ci sarebbero di fatto molte questioni da risolvere. Non ci sarebbe nemmeno nulla che non si possa risolvere con una bella vecchia videochiamata su Zoom.
Se dipendesse da me, chiuderei tutte le ambasciate in Europa. Trump ha iniziato ad annunciarlo, ma ce ne sono ancora un centinaio da chiudere.Curtis Yarvin
Soffermiamoci un attimo su questo punto, poiché vi è una contraddizione troppo evidente per non essere sottolineata: in tutta l’Unione europea, una serie di norme disciplina l’uso dei dati personali su Internet, in particolare sulle piattaforme. Poiché ciò colpisce direttamente il modello economico di una parte dei dirigenti che attualmente lavorano per la nuova amministrazione, tale normativa è oggi fortemente contestata. Se vi prendete gioco delle leggi dei talebani, vi prendete meno gioco delle normative europee…
Il punto è questo: non ci interessa come vi governate. Non ci interessa più chi governa la Francia: potete eleggere un comunista, un fascista, Alain Soral, Luigi XX… non ce ne importa assolutamente nulla. L’essenziale, per gli Stati Uniti, è poter comprare vino francese.
Volete riportare la civiltà in Africa? «Missione civilizzatrice», fate pure. Nessun problema. Quando lo dite in Francia, fa effetto — ricordate: quando la gente vede un cavallo forte e uno debole, preferisce il cavallo forte. Il cavallo forte sono i francesi che, da 80 anni, vengono reclutati da Harvard e osannati sulle pagine del New York Times. Questa forza sta scomparendo. Al suo posto, sta emergendo un’altra forza. Sono rimasto colpito dalla lettera firmata da un gruppo di generali un anno e mezzo fa contro il disgregarsi della Francia. Era un segnale precursore di un movimento più ampio. La gente sta rendendosi conto che nulla le impedisce di agire.
Prendiamo Bukele, in El Salvador.
Bukele arriva con un messaggio molto semplice. Ci dice: «Ignorando tutti i consigli del Dipartimento di Stato, porrò fine alla criminalità in El Salvador. Farò di El Salvador il paese più sicuro delle Americhe.»
E ci riesce.
Sono stato in El Salvador: avevo il portatile sottobraccio, senza borsa, e potevo sedermi al bar o attraversare la piazza principale di San Salvador senza alcuna preoccupazione. Se avessi fatto lo stesso a San Paolo, per esempio, mi sarei ritrovato ben presto senza il mio MacBook.
Ma come reagisce il mondo atlantico a tutto questo in El Salvador? Cinquant’anni fa avrebbero finanziato tre distinti movimenti terroristici comunisti. Uno sarebbe stato finanziato dalla Cina, uno dall’URSS e uno dagli americani. Sarebbe scoppiato il finimondo. Il caos totale.
Ciò che è cambiato oggi è che, quando Bukele decide di agire, The Economist e il FMI possono lanciare qualche « avvertimento », ma non c’è nulla di insormontabile.
Bukele è un’ulteriore dimostrazione del fatto che il mondo è pronto per la monarchia.
E se il Salvador è in grado di porre fine ai vecchi sistemi del XX secolo, perché la Francia e la Germania non potrebbero farlo?
Bukele è la prova che il mondo è pronto per la monarchia.Curtis Yarvin
Bukele sarebbe in fondo un agente della «rivelazione» alla Peter Thiel?
Esatto! Ciò che conta, sia nel caso di Bukele che nel discorso di Monaco, è che segnano una svolta storica.
Il sostegno all’AfD non ha alcuna importanza; ciò che conta è che Vance lanci un segnale: ritira il sostegno incondizionato che gli Stati Uniti accordavano ai socialdemocratici, ai cristiano-democratici… Insomma, alla corrente dominante.
È come smantellare l’USAID. Smantellare l’USAID non è rilevante in termini di politiche pubbliche. L’obiettivo è dimostrare che tutte quelle entità che la gente credeva indipendenti sono in realtà satelliti, burattini, protettorati, ecc. Gli americani se ne rendono conto e capiscono che, invece di pensare che il mondo intero sia d’accordo con loro, dobbiamo fare le cose a modo nostro. Quando ci si rende conto che tutto «l’impero» è in realtà un mucchio di burattini finanziati da Washington, si perde tutto quel prestigio: si smaschera, finalmente, la nobile menzogna.
Ma dire agli americani che non hanno bisogno di questo sistema è un messaggio molto forte. C’è una forza liberatoria paragonabile alla fine dell’Unione Sovietica: è per questo che parlo di Gorbaciov.
Quando sento dire che Trump e Vance starebbero facendo regredire la storia di 80 anni, penso che ci si sbagli: essi stanno abbattendo un ordine unipolare che è rimasto sostanzialmente immutato sin dai tempi di Waterloo. Che il centro di gravità si trovi a Londra o a Washington, non c’è mai stato un momento nel XIX secolo in cui Parigi fosse alla pari con Londra dopo il 1815. Questo cambiamento storico ha una portata difficilmente immaginabile — ma sta avvenendo e ne vediamo i segni.
È chiaro che, per voi, il consolidamento del potere e l’autonomia politica sono la questione più importante.
La storia è sempre la storia del potere.
Ma c’è una contraddizione piuttosto evidente in ciò che dice — ed è proprio questa la differenza più lampante tra Bukele e Trump. Se Bukele può fare ciò che fa — un po’ di criptovalute, comunicazione virale, in fondo : politica vecchio stile — è soprattutto perché El Salvador non dispone di un’infrastruttura digitale ed economica che si estende al resto del mondo. Può farlo senza che ciò abbia conseguenze al di fuori dei suoi confini. Pensa davvero che ciò che dici potrebbe valere se la Silicon Valley fosse in El Salvador e se El Salvador avesse un’economia delle dimensioni di quella degli Stati Uniti?
A questo proposito, lascio a voi l’ultima parola. Avete ragione a sottolineare questa contraddizione.
È molto importante perché la logica del ritorno alla multipolarità rimanda a una questione ancora aperta.
Forse conoscete l’ultima grande opera di Carl Schmitt, Il nomos della Terra.
Cosa ne pensate?
Sì, certo, scusate… dovete capire che ho a che fare soprattutto con americani che, per la maggior parte, non hanno mai letto un vero libro in vita loro… Ebbene, ecco la domanda: qual è il nuovo nomos della Terra? È una domanda che rimane ancora senza risposta.
Credo che questa contraddizione sarà la questione determinante per il resto della prima metà del XXI secolo.
E in questa contraddizione si riscontra in realtà un problema antico, emerso con la nascita della filosofia ad Atene nel V secolo: l’opposizione tra filosofi e sofisti, tra il nomos e la physis. Da un lato, chi pensa che la legge sia propria dell’uomo e che debba quindi essere difesa e costruita; dall’altro, chi crede che la legge sia insufficiente e debole di fronte alla forza della natura.
Sì. Questa questione è assolutamente centrale per gli Stati Uniti, poiché è proprio essa a definire la guerra civile, il conflitto tra il nomos e la physis. Il Nord è dalla parte della physis e il Sud è dalla parte del nomos.
Conoscete le opere del mio amico Costin Alamariu?
Non ne sono sicuro…
Scusa, è più conosciuto con il nome di Bronze Age Pervert6.
La sua tesi di dottorato è un’altra lettura fondamentale.
La nascita della filosofia è strettamente legata a questo tipo di interrogativi. E proprio questi interrogativi sollevano anche il problema della continuità delle élite: come garantire la sopravvivenza di un’élite?
Come ho detto, il libertarismo è uno dei motivi che impedisce alla nuova élite di affermarsi in modo duraturo: offre una posizione di agio di fronte alla durezza del mondo. È chiaramente un freno. Uscirne significa uscire dalla caverna di Platone — la famosa metafora della pillola rossa che ho preso in prestito dai Wachowski.
Quando esci dalla caverna di Platone, ti ritrovi in una caverna più grande. Ci sono diversi tunnel che conducono fuori dalla caverna di Platone. Poi esci nel mondo, scopri la storia — e la luce è così accecante che quasi non riesci più a vedere nulla, è terrificante. Sei come un pesce cieco nella caverna di Platone.
Ti dici semplicemente: «È davvero incredibile. È pazzesco. Non ho nemmeno più parole.»
Sembra che lei stia preannunciando tempi inquietanti e bizzarri…
Dal mio punto di vista, molto egoisticamente, non posso che rallegrarmi di questo cambiamento.
Fonti
Il National Endowment for Democracy è un’organizzazione non governativa statunitense fondata nel 1983 durante la presidenza di Ronald Reagan con l’obiettivo di promuovere e rafforzare la democrazia in tutto il mondo. Opera quasi esclusivamente grazie a finanziamenti pubblici approvati con il consenso bipartisan.
Il sostantivo « evoluto » era usato in francese durante il periodo coloniale per indicare un africano o un asiatico che, grazie all’istruzione o all’assimilazione, aveva adottato i valori, i comportamenti e lo stile di vita europei.
Ispirandosi a Matrix, Curtis Yarvin invitava in un articolo intitolato «Contro la democrazia: dieci pillole rosse » a prendere una « pillola rossa », in riferimento a quella che, nel film, permette di prendere coscienza delle illusioni imposte dalla Matrice agli esseri umani e che, nel mondo di Curtis Yarvin, consentirebbe di sfatare una serie di luoghi comuni sui benefici della democrazia. Questo uso metaforico del film Matrix è stato ripreso anche da Elon Musk nel maggio 2020.
Victoria Nuland è stata sottosegretario di Stato per l’Europa e l’Eurasia sotto l’amministrazione Obama dal 2013 al 2017, poi sottosegretario di Stato per gli Affari politici sotto l’amministrazione Biden dal 2021 al 2024.
Barnes è uno storico americano prolifico, negazionista dell’Olocausto e, in generale, revisionista su numerosi argomenti.
Bronze Age Pervert (BAP) è lo pseudonimo di Costin Vlad Alamariu, un intellettuale rumeno-americano nato nel 1980 a Bucarest. Titolare di un dottorato in scienze politiche conseguito a Yale, è noto per i suoi scritti e interventi online che promuovono una visione reazionaria e anti-egualitaria della società.
Circa un anno fa, Curtis Yarvin è uscito dall’ombra per affermarsi come uno degli ideologi più discussi della destra radicale americana. Il grande pubblico scopriva allora le sue tesi neoreazionarie, elaborate alla fine degli anni 2000 nei meandri della blogosfera, la cui principale è quella di porre fine alla democrazia per sostituirla con una tecnomonarchia. Le prime misure dell’amministrazione Trump, così come l’adesione di grandi figure del mondo tecnologico, sembravano fare di Yarvin il profeta inaspettato di questo nuovo trumpismo.
Tuttavia, dopo l’euforia delle prime misure, il clima rivoluzionario dei primi mesi ha lasciato il posto ai primi segni di cedimento di un’alleanza ideologica eclettica.
Per portare a termine il cambio di regime, era necessario un colpo di Stato.
Sebbene all’inizio non sembrasse offrire una soluzione concreta per risolvere questo problema, le cose sono cambiate.
In un lungo testo programmatico pubblicato il 27 dicembre, Yarvin invoca la creazione di una nuova forma di partito destinata a hackerare la democrazia dall’interno: un hard party in grado di disciplinare i propri membri come soldati del cambiamento di regime e di prefigurare l’architettura dello Stato futuro.
Questo hard party deve inoltre avvalersi di un’applicazione digitale, volta a trasformare l’adesione in una sorta di esperienza di realtà aumentata. Yarvin non lo nasconde: si tratta di ripensare, nell’era digitale, le forme di partito che hanno trionfato sulla democrazia negli anni ’20 e ’30 – in altre parole, si tratta di reinventare il fascismo e di mettere la Silicon Valley al suo servizio.
Sebbene questo testo riprenda i temi centrali del pensiero neoreazionario, segna una svolta per la sua chiarezza ideologica.
Per la prima volta, la natura fascista del progetto di Curtis Yarvin non è più solo accennata, ma esplicitamente rivendicata, inventando una nuova forma politica autoritaria che si baserebbe sulle infrastrutture digitali.
Il quadro sembra ora delinearsi chiaramente: il secondo mandato di Trump si preannuncia come una tragedia.
Vediamo cosa comporta — e cosa si può ancora fare al riguardo.
Una tragedia non è un disastro come un altro.
Non c’è nulla di caotico.
Questo segue una struttura, un arco narrativo.
Le leggi del tragico sono rigorose.
In una tragedia, perdere non basta. La sconfitta è tragica solo se la vittoria era possibile.
Perdere per puro caso non è nemmeno tragico.
Perché ci sia il tragico, deve esserci l’inevitabile: la sconfitta deve derivare da una mancanza, da un errore fatale — che provoca una serie di catastrofi, secondo le regole più classiche del genere.
Ogni tragedia richiede eroi — e percorsi eroici.
Chiunque conosca anche solo un po’ l’amministrazione Trump sa che è composta, per lo più, da persone in carne e ossa che hanno trascorso gran parte della loro adolescenza e/o dei loro vent’anni subendo continue persecuzioni — sociali, professionali e spesso istituzionali — per aver osato guardare la realtà in faccia.
Non credo che si possa quantificare quanto sia elevato il numero di persone davvero eccezionali che hanno accettato incarichi nell’amministrazione Trump.
Come in una tragedia, ogni eroe si fa degli amici lungo il cammino.
Purtroppo, la vittoria morale dell’eroe non basta.
Eroi morti ma moralmente irreprensibili ce ne sono ovunque.
E i cattivi ancora in vita non si lasciano seppellire così facilmente.
La vittoria di cui abbiamo bisogno è una vittoria concreta, materiale — fisica.
A dire il vero, se dovessi scegliere tra una vittoria materiale e una morale, opterei per la prima. Ma l’unione delle due è irresistibile e irreversibile — e non credo che dobbiamo prendere una decisione.
Purtroppo, però, non abbiamo questa alleanza.
Potremmo vincere.
Ma non stiamo vincendo.
E la differenza è fondamentale.
So che può sembrare strano. Ma è proprio questa l’essenza stessa della tragedia.
Questa è la posizione che Yarvin sostiene sin dall’elezione di Trump. Se da un lato vede nella nuova amministrazione l’occasione per porre fine alla democrazia, dall’altro questo mandato rappresenta per lui anche un grave pericolo: quello di rafforzare l’opposizione.
Gli eroi non vincono solo perché sono eroi, né i cattivi perdono solo perché sono cattivi.
Questo pregiudizio rientra in quella che viene definita «l’ipotesi del mondo giusto»: si può vedere in essa una forma di cristianesimo, ma solo una forma eretica e falsa.
È un classico difetto tragico.
In realtà, tutti i nostri fallimenti e tutte le nostre sconfitte derivano da un unico errore teologico: credere che «Dio sistemerà tutto».
Che sia più errata come teologia cristiana o come ateismo razionalista, è difficile dirlo.
Ma nulla è più evidente — nella vita, nella storia come nella teologia — di questo: «Dio aiuta chi si aiuta da sé».
Stiamo davvero perdendo? A che punto siamo, esattamente?
Mi dispiace dirlo, ma bisogna ammettere che l’amministrazione Trump sembra già sconfitta.
Detto questo, sono in molti ad aver già dato per spacciato Donald Trump — e io non ho alcuna intenzione di essere tra questi.
La situazione
Detto questo, tutta l’energia di cui disponeva l’amministrazione derivava dall’aver varcato il Rubicone — quello slancio dal punto di non ritorno — e dalla possibilità di coniugare tale slancio con una reale capacità di attuazione.
Yarvin riprende qui la metafora dell’attraversamento del Rubicone, sviluppata nel suo testo dello scorso luglio, ritenendo che Trump — a differenza del primo mandato — avesse iniziato ad attraversare il Rubicone, ma si fosse fermato a metà strada. Trump avrebbe quindi avuto il coraggio di aprire la strada a un cambio di regime, ma restava ancora tutto da fare.
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Tuttavia, un’energia del genere può esistere solo in una fase di transizione.
Ora che l’amministrazione si è stabilizzata e integrata, portando a compimento il suo strano matrimonio combinato con lo Stato profondo, non c’è più spazio per quella « energia del Rubicone ».
Il Senato, sempre più concentrato sulle prossime elezioni piuttosto che su quelle precedenti, si mostra sempre più apertamente ribelle.
Nel complesso, l’amministrazione non ha compreso che a) l’entusiasmo suscitato dalla prospettiva di un vero cambiamento era la fonte di tutta la sua energia politica, e che b) tale energia si sarebbe esaurita nel momento stesso in cui l’offensiva avesse smesso di progredire.
Ma l’energia del Rubicone è difficile da riaccendere — infinitamente più difficile che accenderla per la prima volta.
L’unica cosa che oggi potrebbe risvegliarla sarebbe un conflitto o una crisi di estrema intensità.
Non appena perderà una delle due Camere nelle elezioni di medio termine — eventualità che, mentre scrivo, ha un’probabilità dell’80% — l’amministrazione si troverà a lungo sulla difensiva.
Le elezioni di medio mandato corrispondono alle elezioni legislative che determinano il rinnovo dell’intera Camera dei Rappresentanti, nonché di un terzo del Senato. Sebbene si terranno nel novembre 2026, numerosi sondaggi prevedono una vittoria dei Democratici, il che costituirebbe un importante contrappeso al potere esecutivo.
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A quel punto, il Rubicone sarà ormai irraggiungibile, e qualsiasi accenno al suo attraversamento verrà immediatamente considerato o una follia o un’impresa criminale. Nixon avrebbe forse potuto smantellare lo Stato del New Deal nel 1969, o forse ancora nel 1973 — ma non più nel 1974.
I cambiamenti di regime sono come gli squali: non si possono né fermare né rallentare.
Ma se questa settimana raggiungono x e lasciano tutti a bocca aperta, la settimana successiva dovranno raggiungere 2x.
La strategia dello «shock e del terrore» è come una droga: ogni droga crea dipendenza.
Una rivoluzione trionfa solo se, di fronte a ogni nuova soglia di assuefazione, sa aumentare la dose pur conservando il suo effetto sorpresa — fino al momento in cui diventa chiaro che non può rimanere alcuna traccia, non solo del vecchio regime, ma nemmeno del vecchio modo di vivere.
Dico «il vecchio modo di vivere» perché sì: quando si verifica un vero e proprio cambiamento di regime, la vita di ognuno si trasforma.
Un evento che sembrava impossibile fino al momento in cui si verifica apparirà, col senno di poi, inevitabile — esattamente come il crollo dell’URSS.
Come capire se ci si trova di fronte a un vero e proprio cambiamento di regime?
Molti futuri papà vivono questo tipo di incertezza nel periodo che precede il parto.
Se tua moglie ti sveglia dicendo: «Credo che mi si siano rotte le acque», allora non è così.
Se vi sveglia dicendo: «Mi si sono rotte le acque», mettete subito un asciugamano sul sedile e accompagnatela in ospedale.
In altre parole: se ci si deve chiedere se il cambiamento sia reale, significa che non lo è.
Un esempio tratto da un paese insolito può aiutarci a capirlo.
Il Regno Unito si trova oggi in una situazione politica senza precedenti nella sua storia.
Nel 2029, stando agli ultimi sondaggi, il Partito Laburista sarà semplicemente scomparso, e Nigel Farage disporrà di una maggioranza qualificata che gli garantirà il pieno controllo del Parlamento — ovvero, in sostanza, poteri di stampo mussoliniano.
«Il Parlamento può fare qualsiasi cosa», recita un antico adagio del diritto inglese, «tranne trasformare una donna in un uomo o un uomo in una donna». Testuale.
Questa frase di Jean-Louis de Lolme, giurista inglese della fine del XVIII secolo, è diventata un detto comune. Essa intende criticare, da un punto di vista liberale, lo squilibrio dei poteri a favore del potere legislativo.
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Nel bene e nel male, il XXI secolo ha eliminato questa «eccezione all’eccezione»: il Parlamento è ormai pienamente sovrano.
Racchiude in sé l’eccezione schmittiana in tutta la sua portata — almeno sulla carta.
Anche il re detiene l’eccezione schmittiana, sotto il nome di «prerogativa reale»: giuridicamente, può fare assolutamente tutto. Solo sulla carta, però. Di fatto, non fa nulla. Per quanto riguarda il Parlamento, è più o meno il contrario.
La consapevolezza che non solo il Parlamento — e non solo l’attuale Parlamento — ma la stessa democrazia rappresentativa, come tanti altri poteri nel corso della storia, dal re d’Inghilterra ai cittadini di Roma, ha perso definitivamente la propria sovranità, mi è venuta quando un giovane brillante — che, come tanti altri giovani brillanti, aspira a entrare a far parte di quell’Inghilterra «& nbsp;nigelliana », luminosa sebbene lontana — mi parlava di riforma strutturale della politica sociale britannica.
Il riferimento a Carl Schmitt è diventato estremamente frequente nei testi neoreazionari. Se Thiel ne riprende l’interpretazione teologico-politica della storia, Yarvin si interessa soprattutto alla sua teoria della sovranità e alla sua critica della democrazia parlamentare (vedi Parlamentarismo e democrazia e la Teoria della costituzione) – che egli avvicina alla propria critica della Cattedrale, ovvero a un’illusione democratica sulla natura del potere.
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Ho quindi formulato un’osservazione semplice, quasi banale: il problema non sta solo nel fatto che il Regno Unito sia diventato uno Stato social-internazionalista aberrante, retaggio del XX secolo — anche se in effetti lo è.
Il problema è il modo in cui questo waqf-alal-aulad arcobaleno, transnazionale, pan-sessuale e post-comunista, che continua a farsi chiamare «il governo di Sua Maestà» e distribuisce «prestazioni sociali» ai suoi «britannici», costituisce la perfetta rappresentazione del malgoverno.
L’Inghilterra — a prescindere dalla teoria della devoluzione, su cui sarebbe troppo lungo soffermarsi — non è una grande comunità che si amministra come un tutt’uno.
Costituisce invece un giardino brulicante di micro-democrazie in cui ogni tranquillo borgo ha i propri ex amministratori comunali, i propri notabili commercianti, i propri poeti e drammaturghi e, naturalmente, il proprio piccolo Parlamento di dignitari — quello che viene chiamato un « council ».
Chiunque si sia mai avventurato nella parte meno raccomandabile di Londra — oltre quella che viene chiamata la «Banana» — può ammirare gli incantevoli quartieri di nuova costruzione realizzati per i britannici dai loro saggi e amati consiglieri.
Sembra quasi di vedere l’elfo Elrond a Fondcombe, avvolto nella sua tunica, mentre osserva persino le più piccole volute dei cornicioni.
(Non tutti i sussidi rientrano nella sfera locale — il Servizio Sanitario Nazionale ne è un esempio — ma molti vengono erogati a questo livello, in particolare quelli relativi all’alloggio, compresi quelli destinati ai migranti. Naturalmente, non è possibile sottrarsi a tale sistema.)
Purtroppo, queste «council houses» si rivelano essere ciò che da noi chiamiamo «projects» — un termine a sua volta intriso dell’ottimismo scientifico e futuristico del XX secolo.
Bisognerebbe evacuare tutti gli abitanti e i loro animali, per poi ridurre tutto in cenere.
Se qualcuno dovesse lamentarsi del fumo, gli si ricordi da dove proviene.
Si potrebbe persino suggerirgli di trattenere il respiro fino a martedì.
Probabilmente obietterà ancora — è probabilmente un architetto o un sociologo.
Che lo facciano arrestare immediatamente.
In un’epoca in cui i «servizi sociali» rimandavano alla Poor Law elisabettiana — una legislazione che, tra l’altro, ritengo di grande prudenza e di autentica carità — e in cui erano garantiti da una Chiesa ufficiale universale — l’idea più ovvia che esista in scienze politiche —, il loro radicamento locale aveva un senso.
Ma man mano che i mezzi di trasporto hanno abolito non solo la geografia ma anche la comunità, lasciando sulla mappa solo semplici nomi, ogni idea di governo locale si è progressivamente atrofizzata.
L’unica eccezione possibile riguarda le comunità etnicamente omogenee — la famosa «segregazione», un concetto universalmente condannato ma straordinariamente difficile da sradicare.
In realtà, la politica dei consigli non ha nulla di democratico, poiché è interamente dettata dalle direttive provenienti da Whitehall.
Da quanto ho capito, non viene nemmeno attuata a livello locale, ma da grandi fornitori nazionali.
Tutto, in questo sistema di «consigli», è pura finzione, un gioco di ruolo dal vivo.
La sua unica funzione è quella di tranquillizzare gli inglesi ancora presenti nel Paese, in modo da far loro credere, in un modo o nell’altro, che continuano a utilizzare il sistema operativo dei loro antenati.
È evidente che un primo ministro come Farage dovrebbe semplicemente chiudere l’intero sistema e riunirlo sotto un’unica autorità centrale — compresi i consiglieri comunali.
Questo blocco unificato potrebbe quindi, se necessario, essere riformato.
Se qualcuno si lamentasse, cosa farebbe Nigel?
Se urlano troppo forte, potrà mettersi gli AirPods.
Se dovessero diventare violenti, potrebbero farlo a Sant’Elena. A quanto pare è un posto incantevole.
La sovranità è una cosa meravigliosa.
Ma come si fa a riformare la complessa rete dei cosiddetti «servizi municipali»?
Ho fatto questa osservazione al giovane.
Approvò senza alcuna riserva — ovviamente.
Poi mi ha chiesto se, per caso, avessi qualche idea sulla riforma strutturale della politica sociale britannica.
Non ne avevo nessuna.
Per un giovane gentiluomo inglese educato nella più pura tradizione aristocratica britannica, abolire i «consigli» sotto il regime del generalissimo Farage nel 2029 sembra plausibile quanto affittare Buckingham Palace per girarvi un film pornografico.
Eppure, per un americano, è una cosa ovvia.
Chi di noi due ha ragione?
È più facile immaginare un cambio di regime all’estero, perché la mente non è influenzata dalla realtà quotidiana del Paese in questione.
Per quanto mi riguarda, mi sembra ovvio.
Ma il mondo non è piatto e tu non sei inglese. Sei americano.
Allora: come correggere l’equivalente americano di questo campo di distorsione della realtà e stabilire se un cambio di regime sia davvero un cambio di regime?
Purtroppo è molto difficile stabilire un criterio certo per riconoscere una vera transizione di potere, poiché il vero potere sa nascondersi bene dietro apparenze ingannevoli.
Al contrario, quando riforme strutturali evidenti restano lettera morta per la semplice inerzia delle strutture, è segno che non si detiene realmente il potere.
Da qui l’importanza di un test negativo — che consiste semplicemente nel trasporre l’esempio dei «consigli» al contesto statunitense.
Ecco un modo semplice per capire che non c’è stato alcun cambio di regime: esistono ancora cinquanta Department of Motor Vehicles incaricati di registrare le targhe e di rilasciare le patenti di guida.
C’è forse un motivo — oltre alla semplice inerzia storica — per cui ce ne siano cinquanta?
Gli Stati sono davvero dei «laboratori della democrazia»… per i veicoli a motore?
Esiste un «modo di guidare tipico dell’Arkansas»? (Non rispondete a questa domanda.) No?
Non c’è stato alcun vero e proprio cambio di regime. Potete tornare a dormire. Non è successo nulla.
Per comprendere appieno questo punto, occorre rendersi conto che Yarvin critica la decentralizzazione non tanto per motivi di repubblicanesimo o nazionalismo, quanto piuttosto per denunciare l’inefficienza burocratica che essa comporta. La centralizzazione autoritaria risponde alle esigenze del suo formalismo, che mira a semplificare l’organizzazione sociale. Ritenendo che la democrazia sia dispendiosa, propone di trasformarla in uno Stato-impresa guidato da un CEO-monarca.
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Se vi ritrovate ancora a difendere, in un modo o nell’altro, «la necessità dei nostri cinquanta Department of Motor Vehicles», significa che vi state illudendo — proprio come quel povero giovane inglese.
Semplicemente non hai mobilitato abbastanza potere.
Perché un cambiamento di regime assomiglia — ahimè — a un lancio in orbita: anche se si dispone solo del 99% dell’energia necessaria per riuscirci, si va a schiantarsi. Letteralmente.
In un vero e proprio cambiamento di regime in stile americano, si tratterebbe tutto questo kabuki istituzionale — quel teatro alla Elrond in versione statunitense, con i suoi tricorni, le sue figure tutelari alla Davy Crockett o Harriet Tubman, la sua Dichiarazione, la sua Costituzione, fino alla venerabile e quasi sacra legge sulla procedura amministrativa del 1946 — con la stessa considerazione che si riserverebbe a un aborto spontaneo in Arkansas.
Lo metteremmo in un sacchetto di plastica e lo lanceremmo fuori dal tettuccio apribile.
Sul ciglio della strada, i procioni si occuperebbero del resto.
Fai finta che la vendita sia già conclusa e agisci con l’energia di un esercito di occupazione.
Nazionalizzate, razionalizzate.
Fate in modo che Palantir si occupi dei vecchi nastri magnetici.
Mandate in pensione i server ormai obsoleti.
Che Jared [Kushner] si occupi dei terreni e del settore immobiliare.
Immaginate un Dipartimento della Motorizzazione nazionale gestito come una start-up di Y Combinator.
La tua patente diventa nazionale e include una chiave pubblica.
Immaginate che a Washington tutto funzioni a questo livello.
Come l’Estonia — anzi, meglio dell’Estonia.
Cosa ce lo impedisce?
Nient’altro che qualche milione di burocrati liberali — che potrebbero invece godersi il sole di Cuba.
In un vero e proprio cambiamento di rotta, tutti ne traggono vantaggio.
Perché il vero segreto di un cambio di regime è che, una volta ottenuta la vittoria, i membri dell’antico regime diventano inoffensivi. Sia a livello individuale che collettivo.
Persino i militari.
In realtà, non solo sono innocui, ma spesso si rivelano utili. A patto, semplicemente, di non lasciarli nei loro vecchi incarichi — né tantomeno nei loro vecchi settori.
D’altra parte, onorare gli impegni concreti che lo Stato ha assunto nei confronti dei propri funzionari — i quali non possono essere ritenuti responsabili per aver servito un regime ormai scomparso — significa garantire la continuità dello Stato.
È sempre possibile cambiare regime, pur rinunciando in tutto o in parte agli obblighi del precedente, ma raramente è una buona idea. Ciò conferisce alla questione una connotazione bolscevica.
In realtà, è meglio considerare il cambio di regime come una rinascita.
Per i funzionari che avevano fatto carriera sotto l’antico regime — sia che avessero operato all’interno o all’esterno dell’apparato ufficiale — le loro cariche univano prestigio e valore economico. Erano al tempo stesso titoli nobiliari e fonti di reddito. Avevano dedicato la loro carriera a costruirsi quel rango e quella retribuzione. Cancellarli senza indugio sarebbe stata un’ingiustizia immotivata.
Il personale deve essere valorizzato e retribuito.
Le organizzazioni — siano esse cosiddette «pubbliche» o «private» — devono essere sciolte, proprio come si liquida qualsiasi impresa fallita.
L’esperimento che consisteva nell’affidare la guida di agenzie preesistenti a nuovi responsabili politici, senza modificare le procedure né l’organico, è giunto al termine.
Solo gli ingenui potevano sperare che funzionasse.
Poiché lo Stato dovrebbe essere concepito come un’impresa, il cambiamento di regime può essere concepito solo in termini di ristrutturazione economica. Yarvin presenta il colpo di Stato come una forma di liquidazione dello Stato democratico.
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Torniamo alla dura realtà. E la realtà più cupa, la più tragica, è che abbiamo davvero intravisto quel futuro. Durante l’inverno e l’inizio della primavera del 2025, abbiamo intravisto, come in un lampo di energia, il potenziale di un cambiamento vero e proprio, totale.
Diverse agenzie e programmi sono stati smantellati.
Washington non aveva mai visto nulla di simile — almeno non dai tempi precedenti alla guerra.
Anche se considerata in termini di organico, questa distruzione non rappresentava nemmeno un decimo dell’intero apparato amministrativo — e tanto meno dell’intero regime — ma non era certo una cosa da poco.
Ci furono «lotta, ferro, vulcani».
Dall’osso del vecchio dinosauro si staccavano frammenti.
È stato esaltante — e quello slancio, ben più di qualsiasi risultato concreto (persino la chiusura della frontiera), rappresentava il vero successo.
Il ciclo funzionava: l’energia generava potere, il potere causava danni e quei danni rigeneravano energia.
Purtroppo, sembra che di quella forza d’urto non sia rimasto più molto — e, finché è esistita, ha contribuito solo allo 0,001% a un cambiamento di regime.
Doveva inoltre procedere con il consueto pretesto narrativo di «risparmiare il denaro dei contribuenti» — un pretesto al quale a volte ha creduto lei stessa.
L’economia del guadagno facile è un disastro finanziario permanente che, da un secolo, sta corrodendo l’America.
Ma non è «tagliando le spese» che si risolverà questo problema.
Governare bene — mi riferisco anche alle « vittorie» più importanti, quelle più concrete — non è di per sé misurabile. Almeno non per sua natura.
Nessun cambiamento sostanziale conta davvero.
Se pensate il contrario, è semplicemente perché state guardando attraverso un microscopio. E proprio questo microscopio ha lo scopo di convincervi che non avete nulla da fare.
Prendiamo un esempio: l’immigrazione.
L’amministrazione Trump ha introdotto modifiche alla politica migratoria statunitense che si sono tradotte in un saldo netto di diversi milioni di persone. Passare da un saldo migratorio netto in entrata dell’ordine di alcuni milioni a un saldo netto in uscita della stessa entità sembra molto concreto — ed è così. Dà l’impressione che si sia fatto qualcosa di significativo. Ma non è così. Ha importanza solo in modo relativo, narrativo, microscopico.
Si tratta di un punto importante per comprendere la divergenza tra il pensiero neoreazionario e il nazional-populismo della sfera MAGA. Il problema dell’immigrazione costituisce la pietra angolare della retorica nazional-populista, che si basa sulla difesa di un popolo nazionale sano contro élite corrotte che ne organizzano la sostituzione con un «nuovo» popolo straniero. Secondo Yarvin, questa questione è essenzialmente demagogica e contribuisce a mantenere la destra in una trappola democratica. L’essenziale è operare un cambio di regime, il che passa attraverso la sostituzione dell’élite progressista al potere con una nuova élite reazionaria — sostituire gli «elfi bianchi» con gli «elfi neri», secondo la terminologia di Yarvin. Le rivendicazioni della base popolare non costituiscono in alcun modo un orientamento politico.
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Ma quale potere genera realmente questa espulsione di massa della popolazione?
In scienze politiche, «generare potere» significa questo: aver realizzato qualcosa che rende alcune azioni future — e idealmente tutte — più facili.
Nel percorso concreto verso il potere, i veri problemi sono quelli la cui risoluzione facilita quella di tutti gli altri.
Nell’ambito di una strategia politica a breve termine, contano solo i cambiamenti di potere a breve termine. Quanti voti in meno otterranno i democratici alle elezioni di medio termine del 2026 a causa di questo «successo» in materia di immigrazione — e degli altri successi di Trump?
Pochissimo, temo — ammesso che ce ne sia.
E le immagini del teatro della crudeltà dell’ICE costituiscono una propaganda ideale per l’avversario. Ogni governo è una forma di crudeltà, non appena lo si osserva da vicino — ma anche quel microscopio è una trappola. E Internet è un microscopio formidabile.
In occasione del centenario del «Processo» di Kafka, offriamo ai nostri abbonati sostenitori una nuova edizione fuori commercio del capitolo «Nella cattedrale».
« Il vero romanzo di fantascienza sull’intelligenza artificiale è Il processo di Kafka, in cui nessuno capisce cosa stia succedendo, né l’imputato, né tantomeno i giudici che lo processano, eppure gli eventi seguono il loro corso inesorabile. » — Giuliano da Empoli
Anche gli sviluppi politici a lungo termine contano — e gli immigrati, anche se in genere non votano, generano i futuri elettori. È così che hanno conquistato la California — con la famosa «maggioranza democratica emergente».
Ma i dati di Trump, in termini assoluti e nel lungo periodo, rimangono irrisori.
Gli Stati Uniti non hanno ancora conosciuto una vera e propria immigrazione di massa — né una emigrazione di massa.
Il confine spalancato di Biden, con le sue file di formiche umane che serpeggiano attraverso il Darién provenienti da ogni angolo del pianeta, è stato chiuso. Va bene. Ma potrebbe benissimo essere riaperto. E anche molto di più.
E se perdiamo di nuovo, lo sarà.
Basta un giudice per decretare che «nessuno è illegale» — e questa non è affatto l’unica acrobazia burocratica che permette di giungere allo stesso risultato.
Il sintomo non è stato nemmeno trattato in modo duraturo. È sempre un fallimento.
E, se avete avuto anche solo un minimo ruolo in questa piccola rivoluzione fallita, la frontiera non sarà l’unica cosa a riaprirsi a spalancata: daranno la caccia a tutti, per qualsiasi motivo. Tratteranno le persone nominate da Trump come gli assalitori del 6 gennaio — anche se ricoprivate solo una posizione di secondo piano nel settore culturale o scientifico.
E chissà, forse avrebbero ragione?
Si parla sempre più spesso di casi accertati di corruzione all’interno della pubblica amministrazione.
È senza dubbio molto minore rispetto a quella sotto Biden, o persino sotto Clinton — ma loro possono permettersi ciò che noi non possiamo. Clinton era certamente più abile di Biden, ma non quanto lo è Biden rispetto a Trump.
Ma la corruzione non si limita alle perdite finanziarie dello Stato: danneggia anche l’assetto giuridico del sistema.
Da qui deriva questa regola fondamentale: più è discreta, meno è distruttiva.
E tutto questo per cosa? Per una piccola possibilità di vittoria?
La decisione fondamentale dell’amministrazione di muoversi solo negli spazi autorizzati, all’interno dei confini invisibili del sistema, era stata presa ben prima dell’insediamento di Trump — e persino prima della sua elezione.
E, sebbene non sia mai stata particolarmente elevata, la reale capacità dell’amministrazione di prendere in mano le redini di Washington ha cominciato a diminuire, letteralmente di ora in ora, fin dal giorno dell’insediamento.
Già a partire da ottobre, Trump avrebbe potuto sfruttare lo shutdown per assumere il controllo della Federal Reserve (Fed), adducendo la solida argomentazione giuridica secondo cui la sentenza Humphrey’s Executor era stata emessa in modo errato — una questione già pendente dinanzi alla Corte.
Uno shutdown è una situazione di stallo istituzionale che si verifica quando il Congresso non riesce ad approvare il bilancio federale. Yarvin fa qui riferimento all’ultimo shutdown, che ha paralizzato il governo federale per 43 giorni — il più lungo della storia — a partire dal 1° ottobre 2025.
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Dal punto di vista costituzionale, il presidente dispone di un potere di comando unilaterale su tutto il potere esecutivo. Potrebbe, ad esempio, avvalersi di tale potere per finanziare direttamente lo Stato tramite la Fed, in particolare coniando la famosa «moneta da un trilione di dollari». L’idea che il Congresso possa creare o amministrare agenzie esecutive è un’aberrazione. Le «leggi» che interferirebbero con la normale discrezionalità esecutiva del presidente non sono leggi.
Ciò avrebbe permesso di abbandonare in un colpo solo il groviglio della «riforma» delle agenzie, per adottare il metodo più semplice: crearne di nuove. È, in sostanza, ciò che fece Roosevelt.
Il riferimento a Franklin Delano Roosevelt è una delle ossessioni di Yarvin. Quest’ultimo ritiene che Roosevelt abbia esercitato il potere in modo dittatoriale, il che dimostra che una svolta autocratica sarebbe possibile.
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Prima che il Congresso capisca che lo shutdown era in realtà una lettera d’addio e ripristini i finanziamenti del Tesoro all’ex « esecutivo » — in realtà un ibrido amministrativo-legislativo —, il nuovo esecutivo sarebbe già operativo.
Quanto al vecchio, lo si sarebbe visto avvizzire mentre si aggrappava al suo pezzo di liana reciso e seccato.
L’accordo per uscire dallo shutdown ha invece annullato tutti i tagli al personale previsti dal bilancio.
Era la fine della rivoluzione.
A un anno dalle elezioni di medio termine, il Campidoglio tiene già Washington al guinzaglio.
Come dicono i russi: «Speravamo che fosse diverso, ma è andato tutto come al solito».
Il Trump dello scorso inverno, quello che suscitava shock e terrore, è scomparso.
L’amministrazione è ormai troppo strettamente integrata nel governo permanente.
Questo matrimonio è un disastro, ma resta comunque un matrimonio.
I vetri che Trump dovrebbe rompere sono ormai «i suoi». Ecco perché l’azione esistenziale è possibile solo all’inizio di un mandato presidenziale.
Detto questo, non sarebbe la prima volta che Donald Trump compie l’impossibile.
Eppure, il tragico difetto di Trump è di una purezza shakespeariana.
È l’esatto contrario delle accuse che gli vengono rivolte continuamente.
Trump non desidera davvero il potere assoluto: ne ha paura.
E non è solo lui a provare questa paura: chi gli sta vicino ne ha in realtà molto più di lui.
Chi non lo sarebbe?
Quasi tutti.
E la maggior parte degli altri sono degli idioti.
Bisogna temere il potere come si teme di salire su una moto — soprattutto se non se ne è mai guidata una, né si è mai letto nulla al riguardo. Trump, dal canto suo, è davvero in sella alla moto e sfreccia a velocità incredibili.
Dedica tutte le sue energie a evitare la caduta — non a rimpiangere di non avere più potenza nella manopola.
Ma c’è dell’altro.
Trump non può aspirare al potere assoluto: i suoi elettori non intendono concederglielo. In definitiva, lavora per loro.
E non è nemmeno che gli elettori desiderino questo potere assoluto per sé stessi. Non sono gelosi della loro sovranità suprema. Anche loro hanno paura. Questo tragico difetto, quindi, non è solo di Trump. È degli Stati Uniti.
Eppure: al di fuori del potere assoluto, tutto il resto non è altro che un modo per perdere.
È proprio questa la configurazione del nostro momento storico.
Se il Partito Repubblicano dovesse perdere le prossime elezioni presidenziali, Trump trascorrerà il resto della sua vita in tribunale — o dietro le sbarre. Lo stesso vale per tutti i suoi sostenitori più in vista, le persone che ha nominato e i suoi finanziatori.
Sarà un interminabile rogo di battaglie legali, generosamente finanziato e accompagnato da una campagna di comunicazione servile.
Ogni procuratrice democratica del Paese troverà il modo di dare il proprio contributo alla grande opera di ripulitura delle rovine del trumpismo — vale a dire di dare la caccia e abbattere simbolicamente i veterani sconfitti.
Nel suo collegio elettorale deve essere successo qualcosa di tipico di Trump.
I sostenitori di MAGA sono ovunque.
Bisognerà quindi tagliare e poi sterilizzare.
Gli Stati rossi americani saranno trattati come le Highlands scozzesi dopo il 1745. Sto esagerando… ma solo un po’.
Per quanto riguarda gli elettori populisti americani, tutta la ricchezza, tutto il potere e tutta l’energia dell’America reale — l’America delle coste, l’America degli Stati blu, l’America alla moda — saranno mobilitati per garantire che non abbiano mai più, mai più, l’occasione di votare per uscire da questa trappola.
E di fronte a questo futuro che si profila ?
Siamo a dicembre, un anno dopo le elezioni, e «restituire all’America la sua grandezza» è finito per significare… un mutuo immobiliare di cinquant’anni o un buon dato sulla crescita del PIL. Va bene. Ci era stata promessa una nuova età dell’oro.
L’energia necessaria per varcare il Rubicone non può coesistere con un’autocompiacimento spavaldo.
Così come non si fa la rivoluzione dalla piazza celebrando un futuro radioso, non si può farla da un trono di bronzo vantandosi di plasmare un presente dorato — soprattutto quando brilla di un oro così appariscente.
Non appena si finge di aver vinto, ci si condanna a vivere in questa menzogna.
Eppure questa energia è davvero l’unica cosa che ha determinato il margine di vittoria che ha portato all’insediamento dell’amministrazione Trump — perché l’energia del Rubicone è inebriante.
Il regime dovrebbe impegnarsi maggiormente in questo senso, non allontanarsene.
Ma soffre di quel difetto tipico del motociclista alle prime armi che si chiama «fissazione dell’obiettivo» (target fixation): più sentono il vento contrario, più se ne allontanano di fatto — al punto da fare proprio il discorso del nuovo sindaco comunista di New York sul « costo della vita ».
Yarvin fa qui riferimento alla strategia di comunicazione del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani, che ha incentrato la propria campagna elettorale soprattutto sulla questione dell’accessibilità degli alloggi.
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È una mentalità alla Gerald Ford. (A proposito, perché a Broadway non hanno ancora realizzato un musical su Gerald Ford? Un’idea per il titolo: Gerald!)
A seguito dello scandalo Watergate, Gerald Ford, vicepresidente di Richard Nixon, assunse a sua volta la carica di presidente degli Stati Uniti. La campagna WIN che lanciò nel 1974 per combattere l’inflazione (WIN è l’acronimo di «Whip Inflation Now») è considerata un clamoroso fallimento. Yarvin fa di Ford il simbolo dell’inerzia conservatrice di fronte ai progressisti.
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Le elezioni del XXI secolo non consistono nel convincere cittadini americani riflessivi e indipendenti che il vostro governo nuovo di zecca e splendente sta ormai facendo un buon lavoro.
Consistono nel reclutare eserciti elettorali e metterli in moto.
Per la destra, vincere significa mobilitare gli elettori con scarsa propensione al voto.
A sinistra, ciò significa attirare — nel migliore dei casi — elettori passivi e apolitici.
Anche il cosiddetto « swing voter » è volubile e disinteressato: non è affatto un cittadino centrista appassionato e indeciso, avido lettore di giornali e appassionato di politiche pubbliche.
A chi importa delle statistiche, della produzione cerealicola o di chissà cos’altro?
Questo elettore ideale — sovietico nella sua pedanteria statistica — è in realtà talmente insignificante da risultare inimmaginabile.
Immagino che anche la Germania dell’Est avesse un problema legato al «costo della vita».
La soluzione non è stata quella di offrire prestiti agevolati per l’acquisto di auto Trabant.
La soluzione è consistita nel ridurre in polvere grigia e sottile — con un fragore più assordante della voce di Dio — ogni istituzione e ogni organizzazione esistente nella Repubblica Democratica Tedesca.
O almeno, quella era la prima fase di qualsiasi soluzione immaginabile — sia per il problema del «costo della vita» che per molti altri mali della politica della Germania dell’Est — dove, del resto, non tutto era del tutto negativo.
Cosa entusiasma oggi l’elettore della Generazione Z?
Un’atmosfera positiva — e soprattutto la vittoria.
Cosa lo scoraggia?
Tutto ciò che è imbarazzante — e soprattutto la sconfitta.
I repubblicani hanno già recuperato il loro consueto livello di popolarità tra i giovani — un buon indicatore della loro capacità di suscitare entusiasmo politico e del loro potenziale di potere.
Il vecchio Holden Bloodfeast III è tornato sulla sua sedia a rotelle, a vendere ordigni infernali al Dipartimento di Stato. La vita sarebbe più semplice, forse anche più redditizia, per il Congresso repubblicano se non dovesse detenere la maggioranza.
Ma che ci si può fare: anche questo sarà presto risolto.
Il nome «Holden Bloodfeast» deriva da un meme condiviso su Twitter nel 2018 che prendeva in giro i vari candidati alle elezioni di medio termine. Il personaggio che porta questo nome è una caricatura, come quelle realizzate dai reazionari, del neoconservatore interventista — « bloodfeast » significa letteralmente « banchetto di sangue ».
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Ecco come vi picchiano.
A parte i codardi, i traditori e i truffatori, esistono due metodi fondamentali.
Primo: vi convincono che avete vinto, quando in realtà non avete ancora vinto nulla. Proclamate la vittoria… e perdete.
In secondo luogo: vi accusano proprio di ciò che dovreste fare, ma che non avete ancora fatto. Lo negate… e perdete.
Questo rimedio contro il potere è stato messo a punto molto tempo fa con l’istituzione della monarchia simbolica.
Il re merovingio o hannoveriano conservava tutti gli ornamenti della regalità, senza però detenerne il potere. Mi sono chiesto a lungo come tante dinastie, in tante epoche e in tante regioni, fossero state portate ad abbandonare i propri regni pur conservando i propri troni.
È quello che è successo alla nostra repubblica, al presidente — nonostante tutti i suoi sforzi — e agli elettori.
L’oligarchia — che viene ribattezzata «meritocrazia» — ha tradito sia la monarchia che la democrazia — che ora viene definita «populismo».
Preferiamo fingere di avere il controllo piuttosto che averlo davvero.
Come ogni «monarca» cerimoniale del XX secolo, abbiamo paura del potere dalla testa ai piedi, dal presidente al contadino.
In pubblico siamo mariti irreprensibili. A letto, invece, siamo ben lontani dall’essere abbastanza «uomini» per le nostre mogli. Il vero potere è ormai nelle mani solo dello Stato profondo o della Chiesa.
Il sorriso beffardo con cui Washington obbedisce all’amministrazione Trump quando è realmente costretta a farlo è quello di una donna che vuole il figlio del marito, ma non il marito stesso.
Ecco cos’è questo «matrimonio» tra le istituzioni e i responsabili politici.
Come funziona questa trappola?
In fondo, la classe alta si considera una classe dominata, mentre la classe media si considera la classe dominante.
Il «progressismo» è la fede universalista della classe dominante — accompagnata da un’eccezione all’universalismo quando si tratta del tribalismo delle proprie cerchie di sostenitori.
Il « conservatorismo » è l’ideologia della classe media.
I conservatori falliscono perché non riescono mai a rendersi conto che l’America, in realtà, non è il loro paese.
I liberali vincono perché non riescono mai a rendersi conto che l’America è, in realtà, il loro paese.
Va ricordato che Yarvin, come la maggior parte delle correnti reazionarie che contribuiscono a rinnovare la destra americana dalla fine degli anni 2000, è estremamente critico nei confronti del conservatorismo – che considera l’«idiota utile» di quella che definisce la «Cattedrale», ovvero il complesso accademico-mediatico che orienta ideologicamente le decisioni del governo in una democrazia.
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Quel minimo di deferenza che l’apparato amministrativo concede a un presidente o a un candidato repubblicano — quel teatro delle ombre meticolosamente orchestrato che risale a Wendell Willkie —, quanto basta per fargli sentire di essere davvero importante — ma non abbastanza da causare il minimo danno sistemico — fa parte della sottile ingegneria del sistema politico post-rooseveltiano.
Infatti, più i repubblicani, il presidente o gli elettori hanno la sincera convinzione di aver vinto — senza alcuna reale prospettiva di vittoria — più cadono nella trappola.
«Stiamo vincendo, e i vincitori non possono essere dei ribelli. Dopotutto, la nostra Costituzione è intatta! Dobbiamo difendere la nostra Costituzione, che è minacciata. Almeno, avremo sempre la Costituzione.»
È triste. Queste persone non hanno nulla. Stanno andando incontro alla loro rovina.
Poiché si lasciano convincere così facilmente di aver vinto, i nostri conservatori si dimostrano deboli e passivi nella resistenza.
E poiché sono convinti di essere gli audaci outsider, i liberali schiacciano questa debole resistenza con l’energia eroica di un ribelle — un ribelle, certo, straordinariamente fortunato in questo caso.
Questa combinazione di energia ribelle e egemonia universale e storica costituisce un mix terrificante.
Si osserva lo stesso schema dai campeggi per roulotte dell’America profonda fino allo Studio Ovale.
Trump e la sua amministrazione, una volta «al potere», sono come gli Atreidi su Arrakis — omicidi compresi.
Si tratta di un riferimento al ciclo Dune di Frank Herbert. Il romanzo descrive il destino di una dinastia nobile, considerata ribelle, che viene posta al centro del sistema imperiale ricevendo il controllo di Arrakis, risorsa strategica fondamentale. Questa promozione, lungi dall’essere una vittoria, costituisce una trappola: diventata troppo popolare e troppo potente, la dinastia Atreides provoca una reazione difensiva dell’ordine imperiale, che porta a un complotto volto alla sua distruzione.
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Eppure l’energia che aveva reso possibile il trumpismo era proprio quella derivante dal crollo di questa illusione — e dalla liberazione dei conservatori dal culto della Costituzione.
Al di fuori dei riti degli antenati, si direbbe in termini più confuciani.
Del resto, nel conservatore americano medio si ritrovano diversi tratti confuciani, con il suo rispetto per le antiche e sacre forme e procedure di governo, considerate apoditticamente giuste e al di sopra di ogni critica. Insomma, i riti.
Ma nella storia ci sono momenti confuciani e momenti machiavellici.
Del resto, lo stesso Confucio, nato in un’epoca priva di dolcezza, non avrebbe probabilmente avuto nulla da ridire al riguardo.
Come direbbe Machiavelli: dei riti antichi non è rimasto nulla.
L’altare non è più sacro. Gli antichi dei se ne sono andati. Il tempio dello Stato è una trappola: un covo di demoni e scimmie.
Il tuo sacrificio non ha più nulla di sacro: è solo una crudele bestemmia.
Conservatori: vostra moglie non vi permette quasi più di baciarla da anni. Eppure continuate a pagare per i suoi aborti. È un problema, certo. Ma non è il problema. È solo un sintomo.
Sì, il matrimonio è sacro. Ma il problema è che non avete più un matrimonio: avete un feticcio.
L’intero passaggio è un invito a rompere con ogni forma di costituzionalismo. Può anche essere letto come una critica implicita al post-liberalismo che, pur essendo reazionario, ritiene che il cambiamento di regime debba passare attraverso una reinterpretazione della Costituzione. È, ad esempio, la proposta di Adrian Vermeule.
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La soluzione: un vero e proprio partito politico
Come ha sottolineato il presidente argentino Milei, bisogna prendere tutto il potere. Perché tutto ciò che non abbiamo, ce l’hanno loro.
È l’atteggiamento che ha caratterizzato tutti i cambiamenti di regime riusciti nella storia. Ed è anche, sempre più, quello della « giovane destra» dei nostri anni Venti — in tutto il mondo.
Yarvin riconosce qui la formazione di quella che potremmo definire un’internazionale reazionaria. È interessante notare che ne fa risalire la nascita agli anni 2020, e non agli anni 2010 — periodo dell’ascesa del trumpismo e dei movimenti nazional-populisti europei, come il Rassemblement National o il movimento pro-Brexit. Yarvin intende distinguere chiaramente le due strategie, una delle quali è populista e quindi ancora democratica, l’altra essenzialmente antidemocratica.
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Ma cosa significa concretamente questo atteggiamento per l’azione politica?
Innanzitutto: qual è l’obiettivo?
Supponiamo che una vera vittoria richieda molto più potere di quanto ne abbia mai mobilitato la seconda amministrazione Trump, anche nei suoi primi tempi: di quanto potere abbiamo realmente bisogno?
Se occorre un esempio tratto dall’esperienza di chi è ancora in vita, eccone uno che, a mio avviso, è andato troppo oltre — ma che tutti considerano perfettamente legittimo: il governo militare alleato in Germania, nel 1945.
C’è chi dirà che il processo di «denazificazione» è effettivamente andato troppo oltre nel cancellare le tracce del vecchio regime.
Ma sono pochi quelli che oggi direbbero che non si è spinto abbastanza in là.
Inizia copiando questo — poi alleggerisci dove ti sembra sicuro farlo.
Tutti i vecchi piani e tutte le vecchie procedure sono facili da trovare.
Ma come è potuto accadere? Come si è potuto generare un tale potere? Il 1945 fu il risultato di una guerra totale e di un’invasione devastante.
Gli Stati Uniti non possono invadere se stessi.
Non potrebbero nemmeno trovarsi in una guerra civile — non perché siano diventati tutti troppo illuminati, ma semplicemente perché nessuno ha la forza di « erezzarsi ».
Che questo vi rassicuri o vi deprima dipende senza dubbio dal vostro livello di testosterone.
Semplicemente, non c’è la volontà politica necessaria.
Questa energia non esiste. O almeno, non esiste spontaneamente. La fede nell’azione spontanea è il segno distintivo del conservatorismo della fine del XX secolo — «Ci penserà Dio», o qualcosa del genere.
L’energia politica non esiste in natura. Ciò non significa che non possa esistere. Significa che deve essere prodotta. Allora, produciamola.
Gli Stati Uniti hanno bisogno di un nuovo tipo di partito politico — che in realtà è un tipo di partito molto antico: un hard party.
L’espressione hard party evoca sia la radicalità dei metodi — la «durezza» — sia il termine hardware — l’apparato fisico su cui si basa ogni software (software) —, dato che Yarvin ha familiarità con le metafore informatiche.
Avec ce hard party, l’idée est de changer les modalités même de la prise de pouvoir. Il ne s’agit pas de radicaliser les idées (le software) mais d’organiser la structure concrète de l’ordre politique à venir (le hardware).
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Un hard party è un partito concepito per assumere il controllo incondizionato e totale dello Stato.
Un hard party è un partito in cui tutti i membri delegano il 100% della loro energia politica alla dirigenza del partito.
Iscriversi a un hard party significa stringere un legame politico, non vivere un’avventura di una notte — una notte elettorale — con un candidato qualsiasi il cui nome ha attirato la vostra attenzione su un cartello piantato in un giardino.
Un hard party è un’organizzazione privata legale il cui obiettivo è diventare il partito al governo nel prossimo governo — sulla scia del Partito Comunista Cinese.
Saranno i suoi elettori a eleggere questo governo.
Saranno i suoi dirigenti a occuparsene.
Ce sont ses donateurs qui paieront les dîners d’État.
Et ce sont ses idées qui deviendront l’idéologie officielle — la vérité officielle.
Autant dire qu’elles devront réellement être vraies.
Un État à parti unique ? Oui.
Il s’agit là explicitement d’une stratégie fasciste. Dans la doctrine fasciste, le parti a vocation à absorber l’État pour le remplacer par ses propres structures hiérarchiques. Il met aussi en place une logique de mobilisation et de discipline permanente de ses membres. C’est cette idée que Yarvin étaye longuement dans ce texte.
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Nous avons essayé de ne pas avoir d’État à parti unique et nous avons fini précisément avec un État à parti unique — jusqu’aux commissars chargés des politiques de diversité dans chaque bureau, public comme privé.
C’était un État à parti unique qui faisait semblant de ne pas en être un.
Un État à parti unique — mais pas sur le modèle du PCC ni des partis marxistes-léninistes du XXe siècle, organisés selon le principe léniniste du « centralisme démocratique ».
Il était réellement décentralisé. Cette différence de nature, si elle avait ses vertus, avait aussi et surtout ses vices.
Et, au bout du compte, elle n’a pas produit une société plus ouverte.
L’efficacité du modèle antidémocratique chinois est une obsession chez les penseurs néoréactionnaires. En témoignent à cet égard les positions de Nick Land. Le changement de régime est avant tout motivé par la thèse selon laquelle la démocratie serait incapable de mener une politique cohérente à long terme, et donc de rivaliser technologiquement avec la Chine dans le monde des empires qui se construit sous nos yeux.
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Quoi qu’il en soit, seul quelque chose peut vaincre le néant.
Un regime monopartitico decentralizzato, come quello che viviamo oggi, non può essere sostituito da nessun nuovo regime decentralizzato — che sia monopartitico, bipartitico o senza partiti.
O almeno, tutti i tentativi in tal senso sono falliti, e non vedo come si possa riuscirci — ma forse sono solo un idiota.
Al contrario, vedo come raggiungere questo obiettivo con un partito centralizzato — un «centralismo democratico».
Come diceva Deng Xiaoping: non importa se il gatto è nero o bianco, purché catturi i topi.
Questa metafora del gatto, che ricorre in tutto il testo, mira a descrivere il cambiamento di regime politico. Il gatto rappresenta lo Stato. Yarvin intende proporre la creazione di un partito destinato a sostituire lo Stato democratico — che è un gatto inefficace, incapace di catturare i topi.
Per farlo, occorre costruire un partito che assomigli più a un coniglio che a un gatto — trattandosi, infatti, di un’organizzazione parastatale.
Se la strategia fascista raggiungerà il suo obiettivo, il partito sostituirà lo Stato, risultando ben più efficiente. Yarvin fornisce la risposta nelle ultime righe del testo: «Il nostro coniglio degli anni ’30 non è solo un gatto, ma in realtà il migliore tra tutti i gatti possibili».
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Tutto quello che sappiamo è che il nostro gatto non cattura i topi — e non sembriamo in grado di insegnargli a farlo.
Forse è perché questo gatto è così dolce, così speciale.
Forse è perché in realtà non è un gatto, ma un coniglio.
Forse non abbiamo bisogno di un gatto speciale.
Forse ci basta semplicemente un gatto normale.
È una consapevolezza un po’ deprimente, me ne rendo perfettamente conto.
Magari potremmo anche prendere un gatto normale e tenere anche un coniglio? Magari.
Forse stiamo cominciando a stufarci di trovare escrementi di topo nei nostri cereali al mattino?
Forse bisognerebbe iniziare, semplicemente, dal gatto.
(So che ciò è possibile nel XXI secolo, perché esiste un partito della «giovane destra» che, da quanto vedo, ci riesce piuttosto bene: il partito Missione, in Brasile. Non seguono alcun mio piano: hanno semplicemente avuto la stessa ovvia idea. Mentre scrivo, su Polymarket sono dati al 7% per le elezioni del 2026 — il che è piuttosto impressionante.)
Yarvin si riferisce qui al partito brasiliano Missione, guidato da Renan Santos e fondato nel 2023. Il partito si basa su una dottrina post-libertaria – ovvero securitaria, conservatrice e fondata sullo smantellamento dello Stato –, sul modello delle posizioni di Milei in Argentina e di Bukele in El Salvador. Anche se Yarvin nega, le sue idee hanno probabilmente influenzato la linea di questo partito. È stato infatti invitato a uno dei suoi eventi lo scorso novembre.
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Un hard party del XXI secolo non può essere la milizia di strada paramilitare degli anni ’30 di tuo nonno.
Mentre le hard party dell’inizio del XX secolo potevano coordinarsi solo indossando uniformi per le strade, quelle dell’inizio del XXI secolo possono coordinarsi solo attraverso i pixel su uno schermo.
Anche in questo caso esistono due tipi di partiti: i partiti reali e i partiti virtuali.
In un hard party virtuale, l’unica « azione diretta » è il voto.
Se avessero avuto a disposizione i nostri strumenti, li avrebbero usati.
Ma non possiamo usare i loro.
Semplicemente non siamo abbastanza forti — e il primo passo verso la vittoria consiste nel conoscere i propri limiti.
Erano infinitamente più capaci di noi, sia in termini di violenza che di obbedienza.
Siamo ciò che siamo — e la politica è l’arte del possibile.
Un hard party del XXI secolo salirà al potere con mezzi legali e pacifici.
È questo che è possibile.
Nient’altro.
Questo passaggio è uno dei più importanti del testo. Yarvin vi espone la necessità, per la destra neoreazionaria, di riattivare la logica fascista del partito unico, adattandola alle tecnologie contemporanee. Non bisogna illudersi: Yarvin prende qui esplicitamente a modello, come strategia politica, i metodi di manipolazione dei mass media utilizzati dal NSDAP.
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Ciò che è possibile sono le applicazioni.
Ci piacciono le app. Le usiamo tutti i giorni.
Il partito del futuro sarà un’app.
L’attivista registrato di oggi sarà l’utente attivo mensile di domani.
Questi partiti virtuali — almeno per i loro utenti — non sono semplici applicazioni.
Sono applicazioni divertenti.
Applicazioni di tipo giochi in realtà aumentata.
Un gioco in realtà aumentata funziona così: nel mondo reale svolgi un compito; nell’app ottieni un badge, punti esperienza o qualcosa del genere.
Si possono certamente immaginare attività fisiche — ma nessuna è realistica, a parte il voto.
Tutti i partiti e tutte le macchine politiche sono meccanismi destinati a raccogliere voti — e a compiere altri atti democratici.
Il vecchio sistema della politica di diffusione di massa del XX secolo è, appunto, ormai superato.
Ma la gente leggerà davvero il Los Angeles Times e guarderà la CBS News nel 2050?
Cosa è più realistico: questo mondo di un tempo o le app di voto progettate per «manipolare» le elezioni nel mondo reale? Perché si vota? C’è sempre una motivazione psicologica dietro al voto.
Proposta A: partecipare al processo civico della nostra democrazia esprimendo una preoccupazione sincera, informata e prudente per il benessere della repubblica.
Proposta B: sparare un colpo in una guerra civile latente, difendendo la propria fazione della repubblica contro un’altra, in modo reattivo o proattivo.
O si è un micro-statista, oppure un micro-soldato.
Quando la vita politica di una repubblica si riduce alla proposta B, la repubblica è morta.
L’unica domanda è: quale fazione, quale organizzazione o quale partito ne uscirà vincitore assoluto? Un hard party diventa necessario quando si rinuncia finalmente all’illusione della proposta A — l’illusione della repubblica defunta, che non è morta ieri né tantomeno l’anno scorso, ma prima ancora che i vostri genitori venissero al mondo.
Non fate come quella scimmia che si porta ovunque il suo piccolo morto.
La realtà più fondamentale è questa: una volta arrivati alla proposta B, non c’è più alcuna scelta.
B è in realtà l’unico vero primo passo verso A.
Se le elezioni sono una cosa positiva, il partito, una volta vittorioso, organizzerà le proprie.
Se non lo sono, lui non lo farà.
Che importa se il gatto è nero o bianco?
Una volta ammesso che votiamo in base alla proposta B, si può finalmente comprendere la motivazione emotiva del voto.
Votare è divertente ed emozionante.
Anche la guerra lo è.
Il voto è una guerra simbolica.
Ci sono anche altre cose divertenti ed eccitanti: attaccare una tribù nemica, coglierla di sorpresa mentre dorme, massacrare i suoi combattenti e poi portare via le loro donne e i loro bambini, legati, verso la loro nuova vita da schiavi — con in spalla i resti dei loro mariti e dei loro padri, già tagliati a pezzi per il banchetto.
Dato che l’Homo sapiens ha vissuto in questo modo per milioni di anni, deve essere possibile stimolare i fattori motivazionali alla base di questo comportamento — anche solo sul proprio iPhone.
Gli scimpanzé, invece, non praticano nemmeno la schiavitù.
La guerra, tra gli scimpanzé, è un vero e proprio genocidio — con ogni sorta di tortura, anche se nessuna delle due cose viene condotta in modo «scientifico».
Gli scimpanzé non parlano; non possiamo quindi sapere se trovino la guerra tra scimpanzé eccitante e, dal punto di vista dei vincitori, divertente.
Ma è questa l’impressione che dà.
Qui nella Silicon Valley sappiamo come comunicare con lo scimpanzé che c’è nei nostri clienti — di solito senza guerre, senza torture, senza schiavitù né genocidi.
Da qui nasce il mistero: com’è possibile che abbiamo ancora un problema di impegno?
La motivazione emotiva del voto deriva dall’espressione del potere.
Poiché un hard party è concepito proprio per conquistare il potere, può offrire molto di più di quella « atmosfera da scimpanzé ».
E poiché questa dinamica è reale, risulta ben più stimolante della partecipazione alla politica del XX secolo, che invece è artificiale. Può quindi suscitare un impegno molto maggiore.
L’esperienza fondamentale di un hard party è la seguente: esserne membro non dà l’impressione di essere un dirigente, ma quella di essere un soldato.
È divertente anche questo — semplicemente, è divertente in un altro modo.
Non bisogna confondere queste due forme di impegno.
In mezzo alla folla, e a una soft party, ognuno si sente come un leader.
Si chiede a tutti di esprimere le proprie «opinioni» sulle «questioni».
A che serve? È solo una scusa.
Questa attività non è né utile né necessaria a nessuno.
Un esercito è, a parità di uomini, molto più potente di una folla.
Essere un membro di secondo piano di un hard party significa sentirsi come un semplice soldato in un esercito — il che è altrettanto divertente, soprattutto quando nessuno ti spara, ma in un altro senso.
E questo, tra l’altro, offre un’efficace metafora per i badge della vostra applicazione.
Yarvin sottolinea qui la differenza tra un movimento populista e un’organizzazione fascista. Un movimento populista rimane soggetto all’opinione pubblica, poiché mette in relazione un leader carismatico con una base elettorale di cui si fa portavoce. Un’organizzazione fascista è un gruppo gerarchico e disciplinato la cui missione è quella di sostituire lo Stato. Il trumpismo, per trionfare, dovrebbe compiere la sua trasformazione in movimento fascista.
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Un hard party è un’organizzazione privata legale il cui obiettivo è diventare il partito al governo nel prossimo governo — sulla scia del Partito Comunista Cinese.
Saranno i suoi elettori a eleggere questo governo.
Saranno i suoi dirigenti a occuparsene.
Saranno i suoi donatori a pagare le cene di Stato.
E saranno proprio le sue idee a diventare l’ideologia ufficiale — la verità ufficiale.
In altre parole, dovranno essere davvero vere.
Uno Stato a partito unico? Sì.
Abbiamo cercato di evitare uno Stato a partito unico e ci siamo ritrovati proprio con uno Stato a partito unico — fino ai commissari incaricati delle politiche sulla diversità in ogni ufficio, sia pubblico che privato.
Che sia intenzionale o meno, l’intero passaggio che precede è una ripetizione dello stesso passaggio presente alcuni paragrafi più in alto nel testo originale.
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Se questa esperienza storica non ci insegna nulla sulla scienza politica, che ci facciamo qui, in fin dei conti?
La soluzione non sta nel fingere di poter inventare un altro tipo di Stato.
La soluzione consiste nel fare ciò che va fatto — e farlo bene.
Questo nuovo Stato a partito unico sarà un governo diverso.
Il primo passo consisterà nel cancellare il vecchio regime in modo pacifico ma irreversibile — finché la vernice non sarà scomparsa e il metallo non risplenderà.
Non dovrà rimanere in piedi alcuna istituzione esistente che abbia il minimo interesse a continuare a opporsi al nuovo regime. Anche gli edifici dell’ex governo dovrebbero essere smantellati, a meno che non abbiano un reale valore storico o architettonico. Come gli Alleati avevano ben compreso nel 1945, la distruzione simbolica è importante quanto quella strutturale.
Questo passaggio permette di comprendere la differenza fondamentale tra conservatorismo e reazionismo. Un conservatore intende preservare un insieme di valori, mentre il reazionario ritiene che sia necessario creare (o ricreare) un ordine politico. Come afferma il filosofo Jean-Yves Pranchère, il reazionario è portatore di una volontà rivoluzionaria, sebbene sia finalizzata a ricostituire un ordine antico.
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Esiste ovviamente una sovrapposizione funzionale tra tutti i governi. In alcuni casi, il regime che subentrerà potrà riutilizzare temporaneamente le strutture del precedente Stato amministrativo, o addirittura avvalersi del suo personale. La sua autorità sarà tuttavia piena, riservandosi il diritto incondizionato di rivedere l’insieme degli atti, delle decisioni e degli impegni del regime precedente.
Avete ancora delle pratiche burocratiche del vecchio regime? Molto bene.
Ma cosa significa?
Non lo so: dipende.
Ogni transizione deve certamente avvenire nel modo più ordinato possibile, ma un hard party non ha né un programma né una piattaforma di riforme graduali. Ha in mente solo due cose: a) come conquistare i pieni poteri; b) cosa farne una volta ottenuti.
I pieni poteri sono la facoltà illimitata di prendere decisioni arbitrarie.
Questo tipo di potere non è vincolato da alcun documento, database o organigramma derivante dal vecchio regime — il cui modo di rappresentare la società è ormai superato.
Anche il nuovo Stato dovrà «vedere come uno Stato» — ma dovrà farlo in un modo completamente nuovo.
L’unità d’azione assoluta è l’unico modo per raggiungere questo obiettivo.
Un hard party funziona perché è un laser, non una torcia.
E la differenza tra un laser e una torcia non è solo una questione di grado.
In un hard party, ogni persona — membro, dirigente o donatore — delega la totalità del proprio potere politico al partito. In qualità di membro, voti, ad ogni elezione alla quale sei eleggibile, in conformità con le direttive del partito. Non devi prestare attenzione a nomi, programmi, idee, ecc. Non sei nemmeno tenuto a farlo. Quando voti, o agisci politicamente in qualsiasi modo, segui le direttive del partito.
Il risultato è che dovrete svolgere molte meno attività politiche faticose di quelle che ci si aspetterebbe da voi in quanto «cittadini informati» — pur esercitando un impatto politico ben maggiore. Basta installare l’app, concederle le autorizzazioni per le notifiche e, quando ci sono le elezioni, seguire semplicemente le sue indicazioni. Il gioco elettorale diventa uno strumento militare — con le schede elettorali al posto dei proiettili.
In qualità di dirigente, il tuo compito è quello di servire il partito attraverso il tuo lavoro. La tua missione principale è eccellere in ciò che fai, qualunque sia la tua professione.
Dopo il cambio di regime, in qualità di dirigente di partito, si è immediatamente qualificati per servire il nuovo potere. Ciò rende molto più facile creare grandi organizzazioni, ma anche controllarle: se si viene espulsi dal partito, ovviamente si perde anche il proprio incarico nell’amministrazione.
Per diventare dirigente, bisogna presentare la propria candidatura. Si sostiene un test. Si sostiene un colloquio. Si è al servizio del partito. Si accetta qualsiasi incarico o incarico che esso assegni. Qualsiasi membro o dirigente può essere espulso in qualsiasi momento.
L’unica cosa che cambia quando si vince è che il partito ora governa lo Stato e può offrirti un ruolo all’interno della sua struttura.
Nel frattempo, non lasciate il vostro lavoro — e non rivelate il vostro livello di impegno.
Anche i dirigenti versano una quota e svolgono incarichi per il partito.
In ogni grande azienda d’élite, sia privata che pubblica, esiste un nucleo di dirigenti del partito.
Le Grand Continent collabora con le Éditions Gallimard per lanciare una nuova collana dedicata alla geopolitica — Arnaud Miranda firma il primo volume della collana.
« Le condizioni sono cambiate con l’avvento globale del digitale, la priorità data ai problemi derivanti dall’intelligenza artificiale, ai cambiamenti climatici, agli sconvolgimenti geopolitici, alle questioni relative al mondo vivente, a tutto ciò che viene racchiuso sotto il nome di Antropocene. Spetta ad altre figure intellettuali intervenire e trovare i mezzi per farlo. Le Grand Continent ne è un buon esempio.» Pierre Nora
Questi dirigenti — che nascondono la propria identità — organizzano all’interno dell’azienda una cellula clandestina del partito. L’obiettivo di questa cellula è quello di essere così efficiente e di collaborare a tal punto da finire naturalmente per assumere il controllo dell’azienda — dato che, in ogni caso, riunisce i migliori elementi.
Si tratta di un punto fondamentale del pensiero neoreazionario: l’ordine politico e sociale deve rispecchiare le gerarchie naturali. In un mondo libero dal progressismo e dalla democrazia, gli individui migliori si troverebbero naturalmente al vertice dell’ordine politico.
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Si supera una soglia decisiva quando il partito assume il controllo delle assunzioni, e poi un’altra quando prende in mano l’intera gestione delle risorse umane. Per costituire vere e proprie cellule, i dirigenti non hanno bisogno solo di strumenti organizzativi come un’applicazione per coordinare il voto, ma anche di veri e propri strumenti di spionaggio.
Dopo la transizione, alcuni dirigenti potrebbero ricevere incarichi nel nuovo regime.
Inizieranno senza una particolare esperienza nel settore — cosa che in genere non solo è accettabile, ma spesso è addirittura ottimale. Nella maggior parte dei casi, una competenza generica e ben fondata è di gran lunga preferibile a una specializzazione ereditata dal vecchio regime. L’esperienza acquisita nel fare ciò che non si doveva fare è quasi impossibile da cancellare. Anche i dirigenti leali che operavano sotto copertura nel vecchio regime dovrebbero senza dubbio cambiare reparto.
E anche se il ruolo di una nuova agenzia corrispondesse esattamente a quello di una precedente — cosa poco probabile e, francamente, non ottimale — sarebbe comunque facile recuperare, con l’aiuto dell’IA, le politiche e le procedure della vecchia agenzia.
In qualità di donatore, versa del denaro al partito e riceve in cambio dei token.
Questi token rappresentano voti all’interno di un Soviet supremo — o qualcosa del genere. Potete usarli per votare se siete in regola con le quote di partito — che ammontano al 2% di quanto versate allo Stato — o qualcosa del genere.
Finalmente un vero partito politico parla con voce propria e pensa con la propria testa.
Se siete appassionati di notizie, ricevete le notizie dal partito.
Se leggete libri, è il partito a scriverli.
Se utilizzate l’IA, il partito ha addestrato la propria IA.
Se consultate un’enciclopedia online, il partito dispone di una propria versione di Wikipedia.
Se vi piace riflettere sulla storia, il vostro partito vi suggerisce quali libri di storia leggere.
Se vi piace il cinema, tutti i migliori sceneggiatori e registi sono dalla sua parte — e a ragione, dato che può benissimo finanziare le loro produzioni.
Se avete figli e siete in grado di occuparvi della loro istruzione, il partito ha un programma apposito — anzi, ne ha diversi, a seconda della religione.
E, naturalmente, un vero partito ha una linea politica.
Molto prima di salire al potere, sa esattamente cosa ne farà.
Questa dottrina non rappresenta l’opinione collettiva dei membri del partito: si tratta di un documento redatto dalla dirigenza. La sintesi è di dominio pubblico. Il piano vero e proprio è riservato. Una volta attuato, potrà essere reso pubblico.
Anche in questo caso, l’elaborazione di una dottrina richiama i partiti fascisti — si pensi a La dottrina del fascismo di Mussolini. Questa ossessione per l’elaborazione di una dottrina caratterizza anche il miléismo, con il progetto delle Epistolas del Cielo.
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A cosa serve un vero partito? Analizziamolo in due fasi del suo ciclo di vita: prima della conquista del potere e dopo la conquista del potere.
Prendere il potere: senza hard party
Immaginate di essere il presidente. Ma di non avere un partito forte.
Senza un partito forte, non avete né gli strumenti necessari per conquistare il potere politico, né quelli per esercitarlo.
Senza hard party, non avete un corpo di ufficiali.
Vi trovate quindi a dover affrontare enormi difficoltà nel coprire i posti di lavoro previsti dal nuovo regime.
Se i candidati alle cariche non vengono selezionati in base alla loro lealtà, la vostra amministrazione si riempirà di serpenti.
Se così fosse, il processo diventerebbe un gigantesco collo di bottiglia, intasato da giochi di potere e strani falsi negativi. Non avete nemmeno la possibilità di sostituire il vecchio governo: non avete il personale necessario per farlo. Tutto ciò che puoi fare è coprire i posti del «Plum Book», e anche questo richiede più di un anno. La risposta è semplice: questo lavoro avrebbe dovuto essere completato da tempo.
Il Plum Book è l’elenco delle nomine dei funzionari a Washington.
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Senza un partito forte, non potete nemmeno pensare di controllare gli altri politici. La tua influenza sul tuo stesso partito al Congresso è molto limitata. Non puoi né sostituire né minacciare i senatori o i rappresentanti di lungo corso. Loro dispongono sempre dell’infrastruttura necessaria per vincere le primarie. Candidarsi al Congresso è fondamentalmente un lavoro artigianale. I candidati alle primarie devono emergere dalla base e costruirsi da soli la propria infrastruttura.
L’impegno reale e appassionato degli elettori è irrisorio, anche in occasione delle elezioni senatoriali. Tutto si riduce a spese per manifesti pubblicitari e a qualche slogan ad effetto. Chiunque abbia un po’ di vitalità può definirsi «repubblicano». Se lo denigrate davanti alla stampa, questa fiuterà la discordia e offrirà al « franc-tireur » una buona copertura.
Tutto questo è davvero stancante.
Non disponete degli strumenti per conquistare il potere politico perché i vostri sostenitori non delegano efficacemente il loro potere al centro. Il vostro elettorato è una folla, non un esercito. Per quanto se ne curino, tengono a sentirsi importanti individualmente, non efficaci collettivamente. L’intera esperienza della politica della folla virtuale che è oggi la democrazia è composta per il 5% da realtà e per il 95% da intrattenimento politico — una vana stimolazione dell’istinto umano di potere, che ricorda al tempo stesso gli sport da spettacolo e la pornografia in senso letterale.
I vostri sostenitori — anche i più appassionati — votano raramente alle elezioni di medio termine e quasi mai alle primarie. E anche quando votano, non capiscono perché dovrebbero privilegiare la fedeltà piuttosto che la «qualità del candidato». In realtà, non avete nemmeno detto loro che dovevano darvi più potere — per non parlare di spiegare loro come farlo.
Senza un hard party, in un paese governato dai media, non si dispone di alcuna infrastruttura di comunicazione propria: si dipende dal proprio nemico per raggiungere i propri sostenitori.
È assurdo.
Potreste avere a disposizione aziende mediatiche che vi sono vicine. Ma non avete alcun modo di controllarne l’affidabilità né la qualità. Queste aziende potrebbero — e lo faranno — mescolare la vostra propaganda a vere e proprie sciocchezze, il che allontanerà molti dei vostri potenziali sostenitori più preziosi, in particolare nelle classi sociali più elevate.
Non esiste assolutamente alcuna soluzione a questo problema.
Prendere il potere: con un hard party
Con un hard party, la democrazia non è più una questione di pornografia.
Gli elettori possono davvero prendere il potere.
Immaginate di avere davvero un partito forte. Supponiamo che conti 15 milioni di membri fedeli. Supponiamo che i membri del partito rappresentino voti affidabili ad ogni elezione — federale, statale, locale, tribale — sia alle elezioni generali che alle primarie. Non è un partito abbastanza grande da prendere direttamente il potere. Da solo non può vincere le elezioni. Ma è abbastanza grande da rappresentare una forza significativa.
Vediamo come funziona questa forza.
Ad ogni elezione, il partito sostiene un solo candidato. Tutti i membri del partito votano automaticamente per quel candidato. Punto.
Tutto questo verrà ovviamente verificato: se non vi recate al seggio elettorale e non comunicate la vostra scelta all’applicazione — per non parlare poi di scattare una foto della scheda elettorale —, non otterrete il badge di elettore.
I tuoi nuovi compagni di partito se ne accorgeranno e si porranno delle domande. Potresti persino essere espulso. Ma cosa ti è saltato in mente?
Risultato: anche quando il partito rappresenta solo il 10% degli elettori iscritti, costituisce uno dei blocchi elettorali più significativi in qualsiasi circoscrizione — forse paragonabile ai polacchi a Chicago o alla comunità gay nella San Francisco degli anni ’70.
In questo caso, il punto di riferimento sembra essere ancora la strategia fascista di conquista del potere. Prima della marcia su Roma, alla fine del 1921, il Partito Nazionale Fascista contava meno di 350.000 iscritti.
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E poiché il partito impone una disciplina di partito, questo blocco si muove in modo perfettamente coordinato. Il segreto della scienza politica democratica sta nel fatto che la solidarietà collettiva ha un impatto ben superiore al suo peso reale.
Ad ogni elezione, il partito ricorre alle proprie procedure decisionali per orientare le azioni dei propri elettori. Se volesse organizzare delle «primarie» interne, potrebbe farlo. Ma sarebbe una mossa poco saggia. In ogni caso, tali azioni comprendono l’iscrizione al partito.
Se il partito ritiene di poter avere un impatto più positivo, in una determinata circoscrizione, partecipando alle primarie democratiche piuttosto che a quelle repubblicane, i suoi membri riceveranno l’ordine di registrarsi come democratici. Perché no? I «democratici» e i «repubblicani» non sono veri e propri partiti — hard parties. Sono solo etichette.
A chi importa delle etichette? Ciò che conta per noi è vincere.
Nel 2025, i somali disponevano del peso elettorale necessario per eleggere un sindaco somalo a Minneapolis. Ma il voto si è diviso tra i clan Darod e Hawiye. E dato che gli Hawiye preferivano servire un ebreo piuttosto che un Darod, indovinate quale clan ha avuto la meglio?
Se tutti i somali avessero prima tenuto un’elezione somala e poi votato per il vincitore somalo, Minneapolis potrebbe benissimo essere oggi sulla strada verso la piena applicazione della legge islamica.
Un tale livello di adesione a un hard party non garantisce vittorie scontate alle elezioni nazionali.
Non consente al presidente di scegliere letteralmente il proprio Congresso e di ordinargli di avallare meccanicamente il suo programma. Tuttavia, se gestito con abilità, può essere sufficiente a produrre lo stesso risultato.
In ogni caso, nella Silicon Valley, passare da 15 a 50 milioni di utenti non è mai stato il problema più difficile.
Con 50 milioni di iscritti, il presidente può vincere quasi tutte le elezioni al Congresso già nella fase delle primarie. Una volta vinta l’elezione nazionale, non ha più bisogno di arrangiarsi con i decreti. Può scrivere una legge il giovedì e farla approvare il martedì successivo. Può «riempire» la Corte. Può vincere la partita — non per sempre, ma per una generazione.
Solo allora potrà davvero riportare l’America alla sua grandezza.
Supponiamo che abbiate 50 milioni di iscritti, ma che non siate voi il presidente. Non ha alcuna importanza. Potete nominare presidente chiunque.
Non è nemmeno necessario che si tratti di una carica vera e propria: farà quello che gli direte, dato che non avrà scelta. Del resto, l’URSS aveva un presidente di facciata.
Per quanto riguarda il vostro Congresso, assomiglierà al Soviet Supremo o al Parlamento europeo: una conversazione insignificante tra persone anonime.
A Capitol Hill, l’intero partito disporrà di un unico gruppo di collaboratori. Ogni deputato o senatore voterà sempre in linea con il partito.
Inoltre, con 50 milioni di iscritti, non c’è bisogno di fare affidamento su candidati al Congresso, alle assemblee statali o ai consigli comunali che si presentino spontaneamente. Non si candidano da soli: vengono selezionati tramite un processo di selezione, come AOC — e meno esperienza politica hanno, meglio è.
Proprio come i deputati di secondo piano nel Regno Unito, sono lì semplicemente perché la carica richiede un volto e un nome.
Precisazione importante: occorre un bel viso e un nome ragionevolmente immacolato.
Il candidato vincitore non è né uno «statista» né un «legislatore» in alcun senso — è solo un nome sulla carta — quindi chiunque si preoccupi della «qualità del candidato» vi sta prendendo in giro. Dato che è comunque così che funziona, perché non accettare la realtà?
Prendere il potere: l’esperienza utente
Ma gli americani lo accetterebbero davvero?
Non ne ho la più pallida idea.
Tuttavia, la politica è l’arte del possibile e i veri professionisti della politica operano al di là del clamore che circonda l’impegno politico. La gente si interessa ancora alle elezioni di punta: le presidenziali. L’idea che gli elettori del XXI secolo nutrano ancora un attaccamento emotivo alle competizioni secondarie – il Congresso, la politica statale, ecc. – diventa sempre più improbabile.
Passare da questa situazione a una sorta di partito alla moda degli anni ’30, comunista-fascista, con camicie nere, sfilate alle fiaccole, squadroni della morte, centralismo democratico e giuramenti di fedeltà al capo, è, lo ammetto, comico.
Oltre al fatto che Yarvin ammette qui l’ispirazione fascista, il riferimento ai «partiti di moda degli anni ’30» rappresenta un cambiamento. Nei suoi primi scritti, Yarvin criticava aspramente il nazismo e il fascismo per il loro populismo e statalismo.
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È già difficile convincere i nostri sostenitori più accaniti ad andare a votare alle elezioni di medio termine; quindi dire loro semplicemente chi votare sembra andare oltre le normali tecniche di mobilitazione politica. Lo stesso vale per chiedere loro di impegnare al cento per cento le loro energie politiche.
Dal punto di vista della Silicon Valley, le tecniche di coinvolgimento dei repubblicani sono paragonabili allo spam o alle truffe telefoniche. È tutto al livello delle bacche di goji e dei « il tuo medico detesta questo rimedio della nonna ».
Quando le vostre idee compaiono accanto a questo genere di pubblicità, sapete di essere finiti.
È evidente a tutti. Ed è altrettanto evidente a chiunque abbia un po’ di buon senso che non c’è via d’uscita da questa trappola.
Ma tutti dimenticano una cosa.
Un hard party funziona perché un hard party è, in realtà, divertente.
Anche le sfilate con le torce per le strade erano divertenti. Una hard party è un gioco. Lo erano anche le ideologie del XX secolo. Pensate che non fosse divertente essere nazisti? O bolscevichi? Pensate davvero che sia divertente quanto essere repubblicani? La gente farebbe qualsiasi cosa — persino votare — basta trasformarla in un gioco.
Votare per i repubblicani è divertente quanto una pizza di cartone — ovvero: per niente.
Un hard party è divertente perché è autentico: non è solo una fregatura per fregare i baby boomer.
Negli anni ’30 non c’era Internet. C’era solo la strada. La camicia era la tua uniforme. Spesso, la tua pelle era la tua uniforme. Le parate fasciste o comuniste rimanevano un gioco — ma la strada era l’unico posto dove si poteva giocare.
Negli anni 2020 le strade sono deserte. Siamo tutti chiusi in casa, incollati ai nostri telefoni. Abbiamo bisogno di un sistema politico pensato per oggi, non per il 1930 e nemmeno per il 1960.
Il sistema politico del XX secolo è un epifenomeno del complesso mediatico-educativo del XX secolo.
Per gran parte del XXI secolo, sarà inconcepibile aspettarsi che qualcuno voti per voi se non ha la vostra app sul proprio telefono. Un elettore è un utente. Un utente è chiunque possiate contattare in modo affidabile. Se riuscite a far squillare o vibrare il suo telefono, allora è un utente.
Perché un operatore dell’assistenza non dovrebbe essere un utente?
Settantacinque milioni di «sostenitori» che, tuttavia, non vi sostengono abbastanza da permettervi di dirgli cosa fare? Anche in ambito politico? (Precisazione importante: questo non ha nulla a che vedere con i 75 milioni di «follower» su Twitter generati dall’algoritmo. Un tweet non può trasmettere né il grado di coinvolgimento né l’urgenza necessari — non più di quanto possa farlo lo spam via SMS. La vostra mailing list non è una base di utenti.)
Il giorno delle elezioni — qualsiasi elezione, ovunque in America — tutti i telefoni vibreranno.
Tutti i telefoni utilizzeranno la tua posizione e il tuo calendario per indicarti dove, quando e come votare.
La gente andrà nella cabina elettorale.
Faranno in modo che il bollettino rispecchi la loro schermata.
Scatteranno una foto della scheda elettorale.
Riceveranno un badge nell’app.
(Si possono usare anche le schede elettorali per corrispondenza, se esistono ancora — ma, in un certo senso, è meno divertente.)
È più facile — non più difficile — di quanto si chieda loro oggi. Il semplice atto di votare meccanicamente — infinitamente più potente del loro antico voto autonomo — li libera definitivamente da ogni altra responsabilità civica.
Non hanno più bisogno di seguire le «notizie».
Non hanno più bisogno di leggere quali sono le «sfide».
Non hanno più bisogno di conoscere i «candidati».
Votare non è una sorta di processo lungo e stressante, alla Norman Rockwell, fatto di scelte morali profonde.
Hanno espresso un unico grande voto: aderire al partito.
Il semplice atto di compilare i moduli non è altro che un’operazione di inserimento dati.
A lungo termine, saranno addirittura sollevati da tale responsabilità.
Il partito si limiterà a caricare il proprio elenco dei membri sul server elettorale.
Niente potrebbe essere più semplice.
L’esperienza utente definitiva per l’elettore del XXI secolo: si vota una sola volta, per un partito o un leader, in modo definitivo e cumulativo.
Sì, avete letto bene: transitiva.
Una volta scelto Trump come leader, ad ogni elezione a cui si ha diritto di voto, si voterà automaticamente per Trump.
E anche se Trump non ha alcun interesse a diventare il prossimo capo del servizio di controllo degli animali della contea di Volusia, sicuramente conosce qualcun altro che sarebbe perfetto per quel posto.
In questo modo voterete automaticamente per quella persona.
Non c’è nemmeno bisogno di imparare il suo nome — figuriamoci il suo curriculum, la sua integrità morale, i suoi risultati in materia di controllo degli animali, ecc.
Cosa fareste con questa informazione? Verifichereste ancora una volta se Trump ha fatto la scelta giusta?
Il vostro impegno nei confronti di Sua Trumpitudine è incondizionato.
A meno che non cambiate idea, ovviamente.
Puoi sempre iscriverti di nuovo come fan sfegatato di Gavin Newsom.
Non importa.
Ma il principio fondamentale è questo: meno si cambia idea, più il proprio voto ha peso.
Lo ripeto: meno siete inclini a cambiare idea, più il vostro voto ha peso — perché più il vostro voto ha potere.
Esercitare il proprio potere politico in una democrazia rappresentativa significa delegarlo a un rappresentante.
Meno questa delega è condizionata, incerta o divisa, più forte sarà il vostro sostegno.
Questo teorema, sebbene ovvio, è talmente controintuitivo che rifletterci troppo a lungo fa venire un po’ il mal di testa.
Pensate al voto come a una freccia: quando scagliate la freccia, la perdete. Interrogarsi sulla «qualità del candidato» equivale in realtà a colpire con le frecce. Se volete creare un potere collettivo, scagliate il vostro colpo — e lasciatelo andare.
Quando si delega un potere, lo si cede, il che significa che non lo si possiede più.
Vota per essere potente — non per sentirti potente.
Ecco il grande segreto.
La gente tende a non rendersene conto perché è concentrata sulla propria lotta politica contro l’altro partito — e non sulla lotta della politica stessa (la democrazia) contro la società civile (l’oligarchia).
Aumentare il numero delle elezioni rafforza il controllo degli elettori sui politici.
Ma ciò indebolisce il controllo dei responsabili politici sul governo.
Il secondo effetto prevale nettamente sul primo. È anche per questo che i «limiti al mandato» non funzionano nel populismo.
Se il potere dei rappresentanti è immutabile e assoluto, non c’è modo di ridurlo. Ma se gli eletti sono in competizione con un’altra forza, allora il potere della politica stessa — vale a dire il potere della democrazia stessa — viene profondamente messo in discussione. E non è forse questa, oggi, l’unica questione che conta: democrazia contro oligarchia?
«Una repubblica, se riuscite a mantenerla», diceva Franklin.
Oggi direi piuttosto: una repubblica, se riuscite a riprendervela.
E anche se riusciste a raccogliere con grande fatica abbastanza forza, per un istante, per riprenderla — non avete assolutamente la forza necessaria per mantenerla.
No: bisogna riprenderla e poi ridarla subito.
A chi? A uno Stato a partito unico che avrà la forza di mantenerla.
Può sembrare inverosimile. E lo è. Tuttavia, non è impossibile.
In realtà, non c’è altra possibilità.
Non ho inventato queste equazioni: le ho semplicemente scoperte.
Se notate degli errori, fatemelo sapere. Prevedono che ciò che stiamo provando oggi non funzionerà — cosa che ormai sembra evidente.
Persino il presidente Trump non ha nulla che assomigli ai poteri di un vero amministratore delegato — ma immaginate quanto ne avrebbe se dovesse essere rieletto ogni giorno.
I sondaggi sono già abbastanza fastidiosi.
È evidente che, se il presidente potesse essere eletto a vita, avrebbe molto più potere. Se agli elettori americani non si può affidare il potere di eleggere un presidente a vita — un nuovo Roosevelt — quale potere si può affidare loro? Non molto, immagino.
Sarà già abbastanza difficile «restituire all’America la sua grandezza».
Con i poteri di cui dispone nell’attuale sistema, è come chiedere al presidente Trump di costruire la Trump Tower usando giocattoli da spiaggia per bambini piccoli.
E se Trump è più un leader che un costruttore, Elon Musk non farebbe molto meglio: nemmeno lui ha costruito Starship con delle pale di plastica.
La maggior parte dei commentatori conservatori cerca istintivamente di far arrabbiare il proprio pubblico.
Questo è il loro incentivo: servire carne rossa al pubblico.
È così che si conquista un pubblico.
Yarvin fa qui riferimento all’ascesa dell’influencer antisemita di estrema destra Nick Fuentes, diventato una figura di spicco della sfera MAGA dopo la morte di Charlie Kirk. La strategia di Fuentes consiste in particolare nell’attaccare i trumpisti « moderati » (in particolare Kirk, prima della sua morte). Yarvin considera questa posizione come un ritorno al trumpismo del primo mandato, impantanato nella sua strategia populista.
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Ma far arrabbiare ancora di più la gente non serve a nulla.
Questo non aumenta la quantità di potere che tutte queste persone conferiscono a Washington. Non rafforza la loro delega di potere. Forse li rende un po’ più propensi a votare — ma si tratta di un risultato puramente binario. La retorica democratica suggerisce costantemente che i cittadini arrabbiati potrebbero intraprendere azioni diverse dal voto, come avrebbero fatto nell’America del XVIII o del XIX secolo.
Spoiler: non lo faranno.
Questo passaggio costituisce implicitamente una critica all’assalto al Campidoglio, in quanto prova che il colpo di Stato attraverso la mobilitazione popolare non funziona. Yarvin raccomanda una strategia elitaria, tipica del pensiero neoreazionario.
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Gli americani non hanno bisogno di arrabbiarsi ancora di più. C’è già abbastanza rabbia. Infatti, qualsiasi commentatore del XIX secolo — e persino la maggior parte di quelli del XX — sarebbe rimasto sbalordito nel vedere quanto gli elettori del XXI secolo tollerino — e talvolta ammirino — governi e ideologie palesemente ed esplicitamente ostili ai loro interessi a lungo termine, se non addirittura a quelli a breve termine. (Tra i liberali, votare in base ai propri interessi è addirittura percepito come un passo falso morale.)
Per esercitare un maggiore potere su Washington, gli americani devono semplicemente organizzarsi meglio.
Hanno bisogno di strumenti politici più efficaci.
Eppure continuiamo a fare politica come se tutti guardassero il telegiornale della sera e ricevessero il giornale cartaceo lanciato sulla soglia di casa dal figlio del vicino in bicicletta.
Fingere che questo mondo esista ancora non lo farà tornare.
Ciò che lo farà tornare è il fatto di essere collettivamente più efficaci dei nostri avversari.
Il primo passo consiste nel capire chi sono e come sono organizzati.
Anche se non agiremo mai come loro, dobbiamo comprendere le capacità della sinistra e metterci al loro livello.
Prendere il potere: l’opposizione
In sostanza, la sinistra americana è essenzialmente un hard party — e lo è sempre stata, almeno dal punto di vista biografico di coloro che sono oggi in vita.
Se non ha un’app per votare, è perché non ne ha bisogno.
È probabile che nel 2020 i liberali non abbiano hackerato le macchine per il voto.
Ma se avessero potuto farlo — e cavarsela senza intoppi — l’avrebbero fatto.
In generale, se la sono cavata — e continuano a farlo — in ogni modo possibile; e tutto è concepito per consentire loro di cavarsela in ogni modo possibile. Non esiste alcun freno morale a questa tendenza, che tra l’altro non è nemmeno consapevole.
Perché la sinistra americana — da Bill Clinton a Bill Ayers — costituisce un unico insieme.
E che la sinistra americana, pur non essendo affatto centralizzata, si comporta come un hard party, poiché tutte le sue convinzioni fondamentali si sono evolute per massimizzare il potere.
Non ha convinzioni fondamentali.
Ha un’unica meta-convinzione: il potere.
È così che riesce a mettere in pratica con tanta efficacia il suo motto «nessun nemico a sinistra».
Cosa può realizzare il coordinamento decentralizzato della sinistra?
Nessuno che abbia vissuto il 2020 può dimenticare la differenza tra il 1° febbraio — quando il web si prendeva gioco dell’ossessione xenofoba e marginale di QAnon riguardo al « Kung Flu» e ci ricordava che, secondo la scienza, la vera influenza era il vero pericolo — e il 1° marzo, quando ci siamo ritrovati improvvisamente in un film di Michael Crichton e dovevamo preservare i nostri preziosi fluidi corporei.
Non era sorprendente? Eppure il passaggio è passato quasi inosservato. Allora era strano. A posteriori lo è ancora di più.
Ma la cosa più strana è che ciò che ha provocato questo cambiamento non era legato ad alcun evento legato alla pandemia.
È stata una decisione inaspettata da parte dell’eccentrico Donald Trump.
Contro ogni aspettativa, si è improvvisamente presentata come una colomba del Covid. Per sopravvivere, la sinistra doveva quindi trasformarsi in un falco del Covid — cosa che ha fatto. Immediatamente! (Solo la Svezia ha resistito a questa inversione di rotta — e ha ottenuto i risultati migliori.)
Tutti hanno cambiato bandiera in un batter d’occhio — come se fossero controllati a distanza. Come se avessero un microchip. Nel cervello. Come se fossero api. Un’intelligenza decentralizzata, spaventosa, disumana.
Prima di quell’evento, ho creduto a lungo che la fine del 1984 non fosse realistica.
Il pensiero gregario è una realtà. La sinistra è in grado di agire con una delirante unanimità decentralizzata, che di solito si osserva solo nel mondo degli insetti. Questo «pensiero-alveare» possiede una flessibilità avvolgente che nessuna mente sincera può comprendere.
Da un lato può sostenere un nazionalismo basato sul sangue e sul territorio, dall’altro un globalismo alla Disney su larga scala.
Nihilista nel profondo, farà tutto il possibile purché ne esca indenne.
La giustizia è sempre dalla sua parte.
Ecco perché tutti i progressisti, anche i più moderati, «non hanno nemici a sinistra» — non che non sarebbero mai disposti a sacrificare un compagno, ma si tratta sempre di questioni personali.
(Questo atteggiamento si estende fino alle figure di spicco del «centro-destra»: basti pensare all’illustre pensatore conservatore Robert George, di Princeton, ex membro della Heritage Foundation. Mentre Tucker Carlson è troppo controverso per la delicata sensibilità del professor George, quest’ultimo si fa volentieri fotografare con Cornel West.)
Qual è il ruolo degli intellettuali in questa situazione?
Si tratta di spiegare a tutti che l’unico obiettivo della destra americana — o della destra in qualsiasi paese occidentale all’inizio del XXI secolo — è l’assunzione unilaterale, incondizionata e permanente del controllo dello Stato, con l’obiettivo di instaurare un regime completamente nuovo.
Qualsiasi vittoria che non raggiunga tale obiettivo — a meno che non costituisca una tappa tattica all’interno di un piano strategico volto a raggiungerlo — è in realtà una sconfitta, e molto probabilmente un disastro.
E poiché non siamo in grado di riprodurre automaticamente questo tipo di coordinamento inconscio, simile a un «alveare di pensieri», abbiamo bisogno di meccanismi di coordinamento concreti, efficaci e ben strutturati.
Hanno una linea di partito.
Un tempo era centralizzata.
Oggi è decentralizzata.
Dato che il conservatorismo decentralizzato non funziona, abbiamo bisogno di una linea di partito centralizzata.
Non è possibile ottenere un controllo incondizionato da parte dello Stato attraverso gli stessi meccanismi previsti dalla partecipazione costituzionale.
In quanto normiecon, vedete Washington come la vostra suocera narcisista, insopportabile, intollerabile… e per di più alcolizzata.
« Normiecon » è l’abbreviazione di normie conservatore. Un normie è un seguace, una persona tiepida. Ancora una volta, Yarvin se la prende con i conservatori in quanto opposizione controllata dal sistema progressista.
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Dato che non avete scelta e dovete convivere con questa persona, il vostro compito sarebbe quello di riportarla alla ragione — magari anche alla sobrietà. Una sorta di intervento.
Ma si tratta della famiglia. E la famiglia va rispettata.
Questo atteggiamento è ragionevole in questo contesto — il problema è che non si tratta del vero contesto.
La verità è piuttosto che la tua vera suocera è morta negli anni ’90.
Quella donna che voi chiamate «Doris» è in realtà un vampiro egiziano di 6.200 anni fa — chiamiamolo: Khemon-Ra.
Contrariamente a quanto si possa pensare, non è possibile «intervenire» per «cambiare» o «far ragionare» Khemon-Ra.
«Lei» non è «narcisista» né tantomeno «alcolizzata».
È solo una classica vampira del Calcolitico: devi conficcarle un paletto di legno nel cuore e farlo uscire dalle scapole.
Durante questa operazione, potrebbe tuttavia rivelarsi più difficile da gestire di quanto si pensi.
Chiama gli amici che chiameresti se dovessi traslocare.
E chiedete loro di indossare gli abiti che indosserebbero se vi aiutassero a ridipingere la cucina.
Il potere politico obbedisce a una formula semplice: e = mc²
L’energia (e) è pari alla massa (m) — ovvero il numero di sostenitori — moltiplicata per l’impegno — ciò che sono disposti a fare: votare? fare una donazione? prendere le armi? indossare un giubbotto suicida? — moltiplicata per la coesione — il loro grado di organizzazione.
Yarvin usa spesso il termine «energia» in modo enigmatico. In questo caso, sembra fornire una sorta di spiegazione: l’energia sarebbe la capacità di mobilitare una massa a fini strategici.
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Dobbiamo massimizzare questo numero: e.
Nel XXI secolo, l’impegno è quasi scomparso.
Non possiamo opporci a questa tendenza. Per superarla, dobbiamo essere più uniti che mai.
Non c’è bisogno di arrabbiarsi ancora di più.
Dobbiamo semplicemente organizzarci meglio.
Ma per organizzarci, dobbiamo vivere e agire nella realtà politica del XXI secolo, e non in una fantasia che pretende di provenire dal XVIII secolo — cosa che farebbe ridere gli statisti del XVIII secolo se potessero vederla.
E dobbiamo smettere di pensare che la politica non riguardi altro che la massimizzazione del potere.
Quando i nostri nemici ci accusano di pensare in questo modo, stanno «proiettando» e cercano di impedirci di farlo noi stessi.
Dobbiamo farlo — e farlo meglio.
Quello che facciamo non sarà come quello che fanno loro, perché siamo diversi.
Ma i principi dell’ingegneria politica sono intramontabili e oggettivi.
L’hard party al potere
Finché non avremo vinto, l’unico obiettivo è vincere.
È un elemento fondamentale della linea dura.
Qual è il momento giusto per prendere il potere?
Il prima possibile — e mai prima.
Sono convinto che Trump avrebbe potuto, in teoria, fare letteralmente qualsiasi cosa nella settimana successiva al suo secondo insediamento.
Non aveva né un piano né le risorse umane necessarie per attuarlo. Ma se le avesse avute? Credo che avrebbe potuto agire in modo arbitrario senza incontrare alcuna resistenza, basandosi su una teoria perfettamente legittima della parità di sovranità dei poteri, semplicemente a causa della debolezza della sua opposizione.
Come sottolineò Napoleone, è importante concentrare tutte le proprie energie nel momento e nel luogo decisivi.
Ma non c’è alcun dubbio che il controllo dei poteri legislativo ed esecutivo costituisca la norma assoluta in materia di legittimo cambio di regime nel sistema costituzionale americano.
Con 50 senatori e la Casa Bianca, potete nominare tutti i giudici della Corte Suprema che volete.
La partita è finita.
Ecco l’obiettivo da raggiungere.
Non appena il partito raggiunge il potere assoluto, agisce rapidamente per assumere il controllo incondizionato delle vecchie istituzioni civiche. Il suo obiettivo è quello di porre fine al vecchio governo e crearne uno nuovo con il minimo sovrapposizione strutturale e interruzione dei servizi.
Ciò non significa però che si debbano ricoprire le cariche «politiche», se non per motivi giuridici. (Le questioni giuridiche sono sempre di competenza delle «forze sul campo».)
Che tali nomine debbano essere effettuate o anche solo confermate, nulla deve ostacolare l’effettivo svolgimento della transizione.
Durante la transizione, il nuovo Stato ha sei compiti principali.
In primo luogo: garantire tutti i servizi essenziali.
In secondo luogo: centralizzare tutte le risorse e i mezzi di pagamento dell’esecutivo.
Terzo: federalizzare tutte le organizzazioni di cui lo Stato si fida, che autorizza o che sovvenziona.
Quarto: federalizzare l’intero sistema finanziario, convertendo i risparmi di ciascuno in dollari.
Quinto: federalizzare tutti i governi statali, locali e tribali.
Sesto: identificare biometricamente ogni persona presente nel Paese.
Queste misure conferiscono a ogni nuovo regime una sovranità moderna a tutti gli effetti.
Sebbene questo livello di centralizzazione incondizionata non sia necessariamente quello a cui miriamo in un nuovo regime, è tuttavia indispensabile in qualsiasi processo di transizione.
Qualsiasi forma di autorità instabile, frammentata o limitata è estremamente pericolosa finché tale processo non è stato portato a termine.
Queste misure eliminano ogni forma di instabilità e assicurano al nuovo regime il controllo totale dello Stato e del Paese, pur consentendo alla vita di proseguire più o meno come al solito nel breve termine.
Nel lungo e persino nel medio termine, dovrà cambiare radicalmente e orientarsi verso la ragione. Ma nel breve termine, nessuno dovrebbe avere motivi razionali per farsi prendere dal panico. Avranno motivi irrazionali a sufficienza.
Con il pretesto della transizione, Yarvin sembra propendere per la difesa di una forma di regime totalitario, che appare ben lontana dalle sue prime convinzioni libertarie. L’obiettivo rimane tuttavia quello di arrivare, a lungo termine, a un disimpegno dello Stato, fatta eccezione per quanto riguarda la sicurezza del territorio e della popolazione, che costituisce la condizione di possibilità di un quadro libertario nel senso inteso da Yarvin.
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Ma soprattutto: a meno che non si inserisca in un percorso politico realistico che conduca a un piano di tale portata, l’autorità parziale è una tentazione politica alla quale occorre resistere.
I teorici dei giochi conoscono bene la definizione di mossa vincente. Una mossa vincente è una mossa che facilita tutte le mosse future. Ogni azione intrapresa sulla via del potere deve rendere il resto di quel percorso più plausibile.
Un cambio di regime non è un massacro. È un intervento chirurgico.
Anche in questo caso si può leggere tra le righe una critica all’assalto al Campidoglio.
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Il paziente deve essere anestetizzato oppure immobilizzato.
Nel 1945, in Germania, il paziente fu immobilizzato, sopraffatto da una violenza schiacciante.
Non abbiamo questa opzione.
Abbiamo quindi bisogno di un’anestesia.
L’anestesia consiste nell’eliminare ogni forma di resistenza strutturale.
Quando si parla di potere, come in molti altri ambiti, è l’opportunità a generare energia.
Più un vecchio regime si indebolisce, meno sostegno riceve — poiché la stragrande maggioranza di quel sostegno non era reale, ma semplicemente motivata dall’ambizione.
Quando l’albero cade, le viti crollano.
E niente puzza più di un regime defunto.
Dopo il giugno 1945, il sostegno al nazionalsocialismo in Germania si limitò a una minoranza insignificante e inoffensiva.
La necrofilia storica non sarà mai altro che un feticismo di nicchia — e i morti recenti sono, del resto, i più ripugnanti.
Più la demolizione del vecchio regime è irreversibile, meno esso può opporre resistenza o tornare al potere. Qualsiasi eliminazione incompleta delle vecchie strutture di potere costituisce uno sfogo per la resistenza strutturale.
Il paziente, sotto anestesia generale, non ha bisogno di essere legato al tavolo operatorio.
Il chirurgo, desideroso di fare il maggior bene possibile e il minor male possibile, può agire con rapidità senza affrettarsi, né preoccuparsi delle sensazioni che gli procura il bisturi.
Il suo consenso è permanente: non c’è alcun modo immediato per revocarlo.
Perché mai il paziente dovrebbe cercare di alzarsi dal tavolo operatorio mentre il suo fegato è esposto ?
Se i potenziali focolai di resistenza non vengono immediatamente eliminati, generano energia propria e si trasformano in veri e propri focolai di resistenza.
Un governo di destra deve prendere l’iniziativa fin dall’inizio.
Essendo un sistema estropico, il tempo non gioca a suo favore.
L’entropia è per sua natura progressiva e/o autoalimentata: rivoluzione rapida o lenta sovversione.
L’estropia è esattamente l’opposto.
Un cambiamento di regime verso destra è un picco di energia politica che supera una soglia e porta il sistema a un nuovo stato stabile e benigno.
Questo vocabolario dell’entropia e dell’estropia presenta, in una prospettiva schmittiana, la storia come una lotta tra ordine e disordine, tra accelerazione e ritenzione (katechon). Questa visione è vicina a quella di Peter Thiel.
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Questo slancio richiede più energia di quanto molti credano, ma deve essere mantenuto solo per un breve istante. E questa energia non è una violenza caotica e incoerente, bensì una forza pacifica e irresistibile.
Acquisirà rapidamente una propria stabilità, ma solo se sarà irresistibile.
Deve dimostrare questo carattere irresistibile in tutti gli ambiti della vita.
Chi si occupa di tutta questa riorganizzazione e in che modo? Come si fa a garantire il funzionamento del governo mentre lo si ristruttura completamente? Come si concretizza questa trasformazione sul piano operativo? Si tratta di un argomento molto vasto, difficile da trattare in modo esaustivo in un breve articolo su Substack.
Eppure…
In linea generale, gli ingranaggi del vecchio Stato possono e devono essere azionati dall’esterno, attingendo ai suoi sistemi e ai suoi documenti.
In genere non è necessario integrare il personale negli uffici esistenti, né tantomeno nuovi utenti nei sistemi informatici esistenti.
Idealmente, i sistemi informatici esistenti possono essere messi in stand-by e utilizzati esclusivamente come risorsa.
I punti di servizio essenziali costituiscono un’eccezione: devono essere ricavati dalla struttura del vecchio regime.
Questa descrizione dello smantellamento dello Stato attraverso l’infiltrazione richiama certamente la strategia fascista del partito unico, ma anche quella dell’azienda Palantir. Sembra che Yarvin abbia in mente proprio la sostituzione dei servizi di sicurezza nazionale con un’azienda privata di gestione dei dati. Per comprendere la strategia di Palantir e il suo obiettivo politico, vedi La République technologique di Alex Karp.
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Il nuovo Stato non dovrebbe essere governato dall’antica capitale.
Dovrebbe essere gestito da una struttura militare chiusa, secondo regole simili a quelle che regolavano Los Alamos in tempo di guerra.
Il personale vivrebbe in loco, senza nemmeno avere accesso a Internet.
L’intero complesso costituirebbe una sala di informazione sulla sicurezza (SCIF).
I membri del personale che hanno una famiglia potrebbero farli venire.
Tutto il personale dovrebbe essere iscritto al partito — anche se è facile immaginare una procedura di adesione accelerata per gli specialisti indispensabili.
Alcuni membri del personale distaccati sul campo potrebbero dover recarsi presso i centri dati in loco per riconfigurare i firewall e proteggere i server da eventuali accessi non autorizzati.
Tuttavia, tutti i dati presenti in loco dovrebbero essere trasferiti, copiati e centralizzati, mentre i server dovrebbero essere fisicamente distrutti.
Tutti i documenti cartacei in possesso o sotto il controllo del governo statunitense dovrebbero essere digitalizzati e poi distrutti o rarchiviati.
Prima che qualsiasi struttura del governo statunitense possa essere messa fuori servizio, tutti i dati e i documenti dovrebbero essere cancellati.
Se un membro del governo americano ha già incontrato degli extraterrestri e ha scritto anche solo una breve nota a mano su un tovagliolo a riguardo, e se quel tovagliolo si trova in un magazzino self-storage a Reno affittato a nome di «John Bigbootie», il nuovo regime lo verrà a sapere.
Anche la struttura organizzativa del vecchio Stato non ha alcuna importanza.
Lo Stato tradizionale si compone di due parti: quella esterna — militare/diplomatica/di intelligence/spaziale — e quella interna — tutto il resto.
Queste due parti presentano interdipendenze relativamente minime e possono essere rilanciate da nuove organizzazioni distinte. I vecchi confini tra le agenzie non hanno tuttavia alcuna importanza.
Allo stesso modo, la distinzione tra subappaltatori e dipendenti non è rilevante: i subappaltatori che non sono più in grado di pagare i propri dipendenti possono trasferirli nei registri dello Stato.
I contratti «privati» sono fondamentalmente una finzione contabile: tutto ciò che è finanziato dal governo è un ramo del governo.
Il personale dell’ex Stato fa parte delle numerose entità e persone che ricevono assegni dalla gigantesca macchina di elaborazione degli stipendi che è il governo americano.
Sebbene l’elaborazione degli stipendi non debba cessare né essere interrotta, la maggior parte dei dipendenti del governo americano non è impegnata nell’elaborazione degli assegni né in alcun altro servizio essenziale.
A meno che non siano necessari per garantire la continuità di un servizio, i loro codici di accesso non funzioneranno e le loro tessere di accesso non consentiranno loro di entrare nell’edificio.
Ma il pagamento dei loro stipendi non deve essere interrotto.
Il cambio di regime non è una misura di risparmio, almeno non nel breve termine.
Non solo questo gruppo di burocrati improvvisamente inattivi non rappresenta affatto una minaccia, ma può addirittura rivelarsi una risorsa.
In quanto esseri umani, i funzionari del vecchio Stato sono per lo più persone del tutto rispettabili.
Il problema era dovuto all’ideologia e alle procedure.
Poiché il nuovo sistema è organizzato secondo il principio della responsabilità di missione e dell’unità di comando, il personale non ha un ruolo decisionale: è lì per attuare le direttive.
Di conseguenza, il personale già in servizio può essere riutilizzato, in particolare in diversi settori per i quali è necessario un aggiornamento professionale.
È facile sottoporre tutti a dei test di QI.
Ancora una volta, si nota l’ossessione dei neoreazionari per le gerarchie naturali. A questo proposito si può fare riferimento ai testi di Spandrell, uno dei blogger pionieri di questa galassia.
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La cosa straordinaria dello Stato di sicurezza nazionale è che, a parte il suo stesso funzionamento, non ha letteralmente alcun punto di contatto diretto.
Il governo americano non è coinvolto in nessuna guerra vera e propria.
Né i suoi confini effettivi, né tantomeno le sue rotte commerciali sono minacciati da alcuna forza.
L’intero sistema di sicurezza nazionale, a livello mondiale, può essere disattivato, tranne nei casi in cui sia necessario proteggere i beni materiali.
Sebbene, nel lungo periodo, questo aspetto dello Stato non possa essere trascurato, nel breve periodo può essere ignorato senza alcun problema.
(Le fonti di intelligence umane esistenti devono essere recuperate rapidamente, affinché tutti i fascicoli dell’impero possano essere resi pubblici senza indugio: la continuità dello Stato implica il rispetto dei debiti e degli obblighi del regime precedente. Uno di questi obblighi è garantire una pensione sicura a tutti i nostri collaboratori lontani. Qualunque siano le loro motivazioni o la loro personalità, essi appartengono agli Stati Uniti. È un piccolo prezzo da pagare per la legittimità — e inoltre, accettare questa offerta confermerà il loro posto spregevole nella storia.)
Nel settore militare vero e proprio, si prevede che molti beni materiali vengano conservati.
Alcuni documenti tecnici potrebbero dover rimanere riservati.
Molte infrastrutture fisiche meritano di essere preservate, comprese alcune stazioni di segnalazione isolate, senza dimenticare, ovviamente, le infrastrutture spaziali.
Anche le tradizioni militari — in particolare nelle accademie militari e nelle unità d’élite.
Sul piano diplomatico, i servizi consolari rimangono necessari nel breve termine.
E alcune attività di intelligence possono persino rivelarsi preziose. La geopolitica non è finita!
Ciò che appartiene ormai al passato è l’eredità della «diplomazia del guadagno di funzione» del XX secolo.
Se l’America è nuovamente chiamata a conquistare il mondo, così sia, ma almeno la prossima volta saremo onesti, con noi stessi e con il mondo, su ciò che facciamo e sul perché lo facciamo.
Al momento, è difficile capirne la necessità.
Dovremmo comunque conquistare lo spazio e continuare a costruire i migliori robot da combattimento al mondo.
Nulla di tutto ciò implica un reale bisogno militare di portaerei, carri armati da battaglia, cavalleria o altri anacronismi — per quanto esteticamente gradevoli possano essere.
A livello nazionale, il governo statunitense è essenzialmente un’enorme macchina per l’elaborazione degli assegni. Gli assegni devono circolare. Idealmente, i titoli di Stato statunitensi sono semplificati e persino cartolarizzati. La vostra previdenza sociale può essere valutata come una rendita a importo forfettario. Se così non fosse, può essere modellizzata come un titolo di Stato.
Qualsiasi cosa che permetta di escluderla dalla categoria dei regali politici, nella quale oggi rientra per legge, è benvenuta.
È facile capire che è impossibile ristrutturare lo Stato senza ristrutturarne le finanze.
E poiché le finanze del settore pubblico sono indissolubilmente legate a quelle del settore privato, l’intero sistema finanziario deve essere ristrutturato in un colpo solo.
È chiaro che ciò comporta un sistema di prezzi completamente nuovo.
È anche facile descrivere il vincolo a cui questo nuovo sistema deve rispondere: nessun cambiamento significativo nel potere d’acquisto di nessuno.
In sostanza, il governo statunitense deve riacquistare tutti i propri titoli informali ed eliminare la necessità di gestire i mercati finanziari — un processo di ristrutturazione che richiede l’emissione di un gran numero di azioni (dollari).
Ma poiché un mercato finanziario libero deve rivalutare gli attivi finanziari, l’unico modo per farlo è acquistarli e rivenderli.
Quando aprirai il tuo portafoglio, vedrai lo stesso importo, ma interamente in dollari. Anche i prezzi degli immobili devono essere rivalutati in questo modo.
La revoca dei finanziamenti a tutte le fondazioni e le organizzazioni senza scopo di lucro del XX secolo contribuirà in modo significativo a rilanciare le arti, la cultura, le idee e la politica.
Non si tratta, in senso stretto, di organizzazioni caritative o religiose; le poche che lo sono sono facili da individuare.
Il governo ha concesso loro agevolazioni fiscali perché fanno parte del governo, agiscono come il governo nell’«interesse pubblico», ma al di fuori di qualsiasi controllo governativo.
Nazionalizzarle significa semplicemente riconoscerne lo status effettivo.
Qui ritroviamo la critica alla «Cattedrale», un concetto caro a Yarvin. Lo Stato democratico sarebbe una burocrazia tentacolare e decentralizzata, alla quale parteciperebbero i media e le università. L’idea sarebbe quella di nazionalizzare queste entità per poi smantellarle, secondo il famoso acronimo RAGE («retire all government employees») coniato da Yarvin e che ha verosimilmente ispirato la creazione del DOGE.
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Nella fase di transizione, le uniche entità giuridiche che rimangono sono i privati e le piccole imprese.
Washington, in generale, impone molte norme banali.
Alcune di queste norme sono ragionevoli. Altre sono assurde.
Dato che a prima vista è difficile distinguerle l’una dall’altra, è meglio costituire un team completamente nuovo, composto da persone competenti, per redigere da zero nuove norme sensate.
Gli ex funzionari delle autorità di regolamentazione — così come gli ex lobbisti e gli ex attivisti — possono talvolta rivelarsi utili come collaboratori esterni in questo processo.
Ma nessuna delle vecchie categorie può essere ritenuta responsabile di nulla. Finché le nuove norme non saranno pronte, quelle vecchie rimangono in vigore.
Poiché la fusione degli enti parapubblici comporterà l’unione tra la stampa generalista (sovvenzionata grazie a fughe di notizie e embargo) e le università (sovvenzionate per la ricerca e incaricate di elaborare politiche), questi organismi potenti e pericolosi devono essere gestiti con fermezza e in modo adeguato.
Le risorse delle aziende editoriali vengono trasferite a un nuovo dipartimento dell’informazione; le università costituiscono un nuovo dipartimento della conoscenza.
Infine, è necessario istituire un nuovo dipartimento dell’istruzione per consolidare l’istruzione primaria sotto una gestione centrale.
Sebbene non vi sia nulla da salvare del Ministero dell’Informazione, esso deve essere sostituito da un’istituzione pubblica equivalente con standard più elevati.
Idealmente, ben prima di arrivare al potere, il partito dispone già di un’istituzione di questo tipo.
Non è difficile battere il vecchio regime al suo stesso gioco in questo campo.
Le vecchie regole del giornalismo non hanno nulla di riprovevole; sono state semplicemente aggirate sistematicamente.
Rinnovarli significa sconfiggerli — nel modo più duro possibile.
(La libertà di espressione non deve essere limitata. Gli ex dipendenti del Ministero dell’Informazione sono incoraggiati a dare sfogo alla loro eloquenza sui propri Substack o a diventare YouTuber, se hanno ancora qualcosa da dire. Dato che non hanno più scoop, fonti, editori, frequenze di trasmissione, reti via cavo o macchine da stampa, dovranno fare qualcosa di veramente interessante. E ovviamente, niente di falso o diffamatorio.)
Nel ricostruire la ricerca sistematica della conoscenza, nessun nuovo sistema può sottrarsi al compito estremamente complesso di distinguere la scienza dalla non-scienza, o addirittura dalla pseudoscienza, che oggi vengono tutte raggruppate, ai livelli più alti, sotto il nome di «scienza».
Quando applichiamo questo termine a qualsiasi forma di pensiero rigoroso, esso deve includere anche la storia, l’economia e le scienze politiche.
La buona notizia è che si tratta di un altro compito che il partito può intraprendere ben prima di entrare in contatto con il potere.
Ma come può un nuovo governo avere un Ministero della Conoscenza prima ancora di sapere cosa sa?
È un problema che il partito deve risolvere ben prima di averne bisogno.
In generale, un buon modo per affrontare il problema della revisione scientifica consiste nel ricorrere a studiosi affermati, di solito di età compresa tra i 25 e i 40 anni e, ovviamente, politicamente affidabili — per fortuna abbiamo un vero partito politico — provenienti da ambiti più quantitativi e rigorosi.
I matematici possono interrompere le loro dimostrazioni per un po’ di tempo per riflettere attentamente sulla direzione che sta prendendo la fisica, mentre i fisici sono in grado di verificare la realtà in quasi tutti i campi.
Allo stesso modo, chiunque abbia una buona padronanza dei classici è pronto per studiare storia e politica.
Nessuno può negare che il sistema sanitario americano sia un disastro dal punto di vista finanziario, amministrativo e normativo. I medici sono competenti, la tecnologia è all’avanguardia. Ma non c’è nulla di strutturale che valga la pena di essere mantenuto. Tutto deve essere ricostruito.
Un paese moderno ha bisogno di tre sistemi sanitari distinti: un sistema di base a carattere caritatevole finanziato a capitalizzazione, che non copre i costi della proprietà intellettuale; un sistema standardizzato per la classe media, basato su livelli assicurativi, che paga per la proprietà intellettuale; e un sistema esecutivo completo per i ricchi, che genera proprietà intellettuale — sperimentando sui ricchi.
Le arti, la letteratura e le discipline umanistiche devono essere completamente ripensate partendo da zero.
La soluzione è semplice: eliminare tutte le istituzioni esistenti, pubbliche o private, nel settore dell’editoria e delle arti.
Le arti stesse non possono essere e non saranno influenzate.
Anche se nel complesso fossero buoni, questa misura non potrebbe danneggiarli.
Tuttavia, la leadership artistica è un importante segno di legittimità.
Un nuovo regime, fiducioso nella propria capacità di individuare l’eccellenza, potrebbe ritenere utile dimostrare tale capacità patrocinando le arti e le lettere, al fine di stabilire un vero e proprio canone del gusto.
Non bisogna pensare che Yarvin non si interessi al mondo dell’arte. Ritiene infatti che la formazione di una nuova élite passi attraverso il sostegno di una controcultura sovversiva. È quindi in stretto contatto con numerosi artisti contemporanei, sia in California che a Times Square a New York, e aveva persino intenzione di assumere il controllo del padiglione americano alla Biennale di Venezia.
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Se una dieta che non supera questa prova diventa oggetto di scherno, quella che la supera figurerà tra le più efficaci della storia.
Pensate al New Deal e al suo rapporto con le arti, o anche all’Europa del dopoguerra nel XX secolo.
Per sconfiggere l’oligarchia, occorre dominarla secondo le sue stesse presunte regole.
Il nuovo regime eredita anche il sistema scolastico primario, nominalmente locale ma in realtà nazionale, che il vecchio regime aveva a lungo gestito nei minimi dettagli in segreto.
Le scuole elementari non possono rimanere chiuse per un anno, né tantomeno essere chiuse del tutto, ma avranno bisogno di un programma scolastico completamente nuovo. Saranno inoltre necessari nuovi test standardizzati per l’ammissione all’università — e questi dovranno evolversi di pari passo con il nuovo programma scolastico.
Tra quattro anni, tutti coloro che presenteranno domanda di ammissione alle università d’élite dovranno aver frequentato quattro anni di corsi di greco e latino.
Perché no?
Il modo migliore per una nuova élite di consolidare la propria posizione è quello di stabilire standard che le élite precedenti non riescono a raggiungere.
Un modo per valutare l’efficienza di qualsiasi nuovo sistema consiste semplicemente nel verificare in quanto tempo si ricevono le nuove targhe nazionali.
La fusione delle amministrazioni statali — i 50 Dipartimenti della Motorizzazione — è un compito amministrativo tanto titanico quanto banale.
Gli Stati Uniti pullulano di strutture inutili come questa, moltiplicate per 50.
Quasi nessuna di queste variazioni ha un contenuto significativo.
Il federalismo nel XXI secolo è, in sostanza, solo chiacchiere.
Naturalmente, l’applicazione della legge è una prerogativa importante degli Stati e degli enti locali.
Prima della fine del primo giorno del nuovo regime, quest’ultimo deve disporre di un’autorità diretta e concreta su tutte le forze dell’ordine incaricate dell’applicazione della legge nel Paese.
Il secondo giorno, tutti i poliziotti del Paese dovranno indossare un segno improvvisato che indichi la nuova catena di comando. Potrebbe trattarsi semplicemente di un pezzo di nastro adesivo blu — alla maniera ucraina.
Questa riorganizzazione d’emergenza delle forze di polizia è accompagnata da un sistema di tribunali d’emergenza.
È ovviamente assurdo pensare che un sistema giudiziario e procedurale possa essere modificato senza sostituire i suoi tribunali e i suoi giudici. Alcuni di loro sono senza dubbio persone oneste — ma come si fa a saperlo?
Indossano tutti lo stesso abito nero in poliestere. È solo un capo d’abbigliamento e non è questo a definirli.
In linea generale, un buon modo per dotare di personale un sistema di sostituzione consiste nel ricorrere a figure professionali affini, ma con requisiti più rigorosi.
Proprio come i fisici possono essere sostituiti sistematicamente dai matematici, i giudici possono essere sostituiti sistematicamente dai pubblici ministeri o persino dai poliziotti.
Non dimenticate che anche le professioni tradizionalmente considerate di medio livello — come quella del poliziotto — possono essere sfruttate per scoprire talenti nascosti grazie ai test del QI.
Forse ci sono solo un migliaio di agenti di polizia statunitensi con un QI superiore a 135.
Ma se riusciremo a riunirli tutti in una stessa stanza, potremo porre fine alla criminalità una volta per tutte.
Non abbiamo solo bisogno di nuovi giudici, ma anche di nuove leggi.
Come distinguere tra il personale e la procedura? Mantenere l’uno equivale a mantenere l’altro.
Fortunatamente, gli americani hanno finalmente smesso di nutrire quell’istintiva venerazione, ereditata dai Romani, per le loro montagne di pergamene antiche.
La maggior parte di essi non sono nemmeno venerabili pergamene antiche, ma semplicemente documenti obsoleti e burocratici del XX secolo.
E in un paese in cui l’ordine è così scarso, il concetto stesso di legge è una sorta di parodia.
Gli Stati Uniti d’America sono meno diversi dagli «Stati Uniti Messicani» di quanto credano.
La transizione non può nemmeno pretendere di rispettare il vecchio ordinamento giuridico.
In queste condizioni non si può fare nulla.
Deve svolgersi nell’ambito di un sistema giuridico d’emergenza semplice, concepito per essere rapido e flessibile: la legge marziale.
La legge marziale — che si colloca a metà strada tra la legge e il semplice ordine — pone grande enfasi sul potere discrezionale e sulla responsabilità personale dei suoi giudici. Una volta stabilizzata la transizione, potrà essere sostituita da una nuova architettura giuridica concepita dai migliori filosofi del partito in materia di giurisprudenza — ispirandosi forse più al diritto romano che alla common law.
In caso di dubbio, per sbarazzarsi di un virus basta cambiare sistema operativo.
Il sofisma politico del «governo limitato» — limitato da chi? Chiunque siano questi limitatori, non fanno forse parte del governo? — deve essere completamente abbandonato affinché questa transizione abbia successo.
Per liberarsi da questa illusione, occorre in particolare abbandonare certe concezioni di «libertà» che, in realtà, portano solo al disordine, all’anarchia e alla tirannia.
La prima di queste è l’idea che uno Stato sovrano non abbia bisogno — anzi, non dovrebbe avere — di un sistema di «identità nazionale».
In realtà, disponiamo di un sistema nazionale di identificazione.
È semplicemente terribile.
Consiste nell’utilizzare il proprio nome utente come password — e altre idee simili che dovevano sembrare sensate negli anni ’30.
Comporta problemi quali «l’usurpazione d’identità», che nel 2025 dovrebbe essere obsoleta quanto il furto di cavalli.
L’idea generale è che l’indebolimento della sovranità sia un modo per proteggere la libertà.
In realtà è proprio il contrario: solo l’ordine tutela la libertà.
Ogni volta che il cancro dell’anarchia si insedia nel mondo, ne deriva la tirannia, e non la libertà.
Ecco perché, nel nuovo sistema, tutti ottengono la certificazione CLEAR. Le vostre iridi vengono scansionate. Gratuitamente. Riceverete anche un profilo del DNA gratuito. Un rapporto astrologico gratuito generato dall’intelligenza artificiale vi dirà persino cosa significano le vostre impronte digitali.
Per Yarvin, l’ordine e la sicurezza sono presupposti della libertà. Nel 2010 scriveva: «La libertà — l’ordine spontaneo — è la forma più alta di ordine.»
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Nel XXI secolo, non si può rimanere all’oscuro dello Stato.
Non ne avete semplicemente il diritto.
Se il nuovo Stato sceglie di non «considerarsi uno Stato» (secondo le parole di James C. Scott), allora non è affatto uno Stato.
Non ha fiducia nella propria missione.
Nessuno si fiderà di lui. Nessuno dovrebbe fidarsi di lui, e sicuramente verrà rovesciato, se mai dovesse esistere.
Il modo per evitare che uno Stato malintenzionato abusi di tale potere è quello di non avere uno Stato malintenzionato.
Libertari: non avete forse uno Stato ostile in questo momento? Cosa ne pensate?
Questo passaggio potrebbe essere la definizione di ciò che chiamiamo post-libertarismo: Yarvin condivide il paradigma libertario, ma ritiene che esso sia inapplicabile al di fuori di un rigoroso quadro di sicurezza — nella fattispecie, una tecnomonarchia.
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Inoltre, non basta identificare fisicamente gli americani; occorre anche classificarli socialmente.
Se non aveste voluto che fosse così, avreste potuto essere l’Islanda. Vedere come uno Stato significa essere uno Stato che vede la realtà, e non delle illusioni.
L’illusione secondo cui gli Stati Uniti sarebbero in qualche modo un paese omogeneo, o «uniti dai nostri valori» o qualsiasi altra cosa, è una pura allucinazione.
Uscire da questa illusione è un imperativo urgente per tutti, liberali e conservatori.
Ma come fanno le persone a crederci davvero? Che droga prendono?
Obiettivamente, ovviamente non esiste alcun «cittadino americano».
Questo breve testo non riflette alcuna generalizzazione significativa sugli esseri umani. (Si potrebbe sostenere che ciò non sia mai avvenuto nella storia dell’America del Nord anglofona. Oggi gli Stati non sono altro che etichette; di certo non lo sono sempre stati.)
In che modo uno Stato del XXI secolo classifica gli esseri umani che si trovano all’interno dei propri confini?
Come in tutti i paesi, ci sono due tipi di persone: quelle che sono funzionali e quelle che non lo sono.
I membri della società che non sono in grado di svolgere le proprie funzioni — a prescindere dal motivo — devono essere assistiti, riabilitati o ricoverati in un istituto.
Ovviamente, non è necessario essere autosufficienti — che siate giovani, anziani o malati — se vivete in una famiglia funzionante o in un’altra struttura disposta ad assumersi la responsabilità di prendersi cura di voi.
La dieta ideale dovrà prevedere un programma di riabilitazione talmente efficace e sensato che le persone lo seguiranno semplicemente perché insoddisfatte della loro situazione attuale.
Ecco la vera « rete di sicurezza »: qualsiasi adulto può recarsi all’ufficio postale e dichiarare al governo di aver rinunciato a cercare di controllare la propria vita.
Allora qualcuno verrà a prenderlo.
E andrà tutto bene.
Il mercato agirà in questo modo: rinuncerà a ogni libertà.
Sarà trattato come un bambino.
Farà quello che gli viene detto di fare.
Non avrà la possibilità di prendere decisioni sbagliate.
Vivrà in una comunità chiusa e omogenea, sotto sorveglianza totale.
Dopo aver acquisito nuove competenze — adeguate alle sue capacità — e nuove abitudini, verrà reinserito nella società, idealmente dopo uno o due anni.
Un governo competente, che disponga di una domanda di manodopera sufficiente — torneremo su questo punto — può far funzionare questo sistema con qualsiasi essere umano psicologicamente normale.
Ovviamente, non tutti gli esseri umani sono psicologicamente normali.
Gli schizofrenici e gli psicopatici devono essere ricoverati in istituti di sicurezza. Le persone con disabilità che non hanno una famiglia che se ne prenda cura hanno bisogno di istituti diurni.
La strana distruzione delle istituzioni che offrono un sostegno fondamentale è una delle anomalie più inspiegabili della governance deviante della fine del XX secolo. In teoria, dovrebbe essere raro incontrare uno schizofrenico per le strade di Berkeley quanto lo è incontrare un puma.
Ma esiste un secondo modo per distinguere gli esseri umani gli uni dagli altri: moderno o tradizionale.
Anche tra gli individui autonomi del XXI secolo esistono due tipi di persone che vivono in modo fondamentalmente diverso: quelle che vivono come atomi indipendenti in una società liberale e individualista, e quelle che vivono come membri di una comunità tradizionale, seguendone le regole e obbedendo alla sua autorità.
Questi due stili di vita sono validi per gli esseri umani del XXI secolo.
Il governo deve rispettarli e incoraggiarli.
Tuttavia, è importante non confondere i confini tra i due.
Sconvolgere la tradizione e le strutture sociali e politiche tradizionali è forse il difetto più pernicioso del sistema di governo moderno. Se si osservano le sottoculture tradizionali che hanno avuto successo nel mondo moderno (come gli Amish), si nota che tutte mantengono un completo isolamento sociale rispetto alla modernità e, talvolta, persino alla tecnologia.
L’indipendenza tradizionale sarebbe quindi più facile se lo Stato la sostenesse, invece di minacciarla costantemente.
Se sei una persona fondamentalmente moderna, un americano laureato, il governo non ha alcun motivo di preoccuparsi della tua origine etnica, familiare o nazionale.
Per definizione, lei è un membro produttivo della società.
Puoi prenderti cura di te stesso senza causare alcun problema agli altri.
Ma queste norme non sono facoltative.
Se smettete di rispettarle, è ora di rimettervi in riga.
Se non siete un americano laureato, si noterà inevitabilmente che avete una forte affinità con una specifica cultura storica, sia essa straniera o locale.
Questa cultura, se è ancora in qualche modo intatta, avrà delle comunità e dei leader comunitari, generalmente di natura religiosa, politica o persino criminale.
Idealmente, il governo non interagirà mai direttamente con voi, ma con la vostra comunità, attraverso le proprie istituzioni.
In quanto americano « comunitario » — nel senso di membro di una comunità — questa è la vostra amministrazione.
Non paghi le tasse.
Voi pagate il vostro parroco, il vostro imam o chi per lui. È lui che paga le tasse.
Se causate esternalità alla società al di fuori della vostra comunità, è lei a pagare le multe.
Puoi starne certo: si vendicherà su di te, e ne ha sicuramente il potere.
I vostri figli non frequentano le scuole pubbliche. Frequentano le scuole comunitarie. Il governo effettuerà solo alcuni controlli di buon senso per assicurarsi che lì non venga insegnato nulla di veramente assurdo.
In generale, i leader di una comunità tradizionale devono dialogare con il governo laico per garantire che la comunità continui a rappresentare una risorsa per lo Stato.
L’intero passaggio può sembrare sorprendente agli occhi di un lettore di Yarvin, poiché sembra fare importanti concessioni al tradizionalismo religioso. In questo tentativo di conciliazione tra modernità e tradizione attraverso un patchwork si può vedere un modo per trovare un accordo con i teorici postliberali. Il modello neoreazionario di Yarvin si accorda qui stranamente con «l’opzione benedettina» di Rod Dreher.
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Deve sicuramente rappresentare un vantaggio economico. Non deve nemmeno costituire un ostacolo sociale.
I comportamenti negativi verranno notati.
Se non gettare rifiuti per strada non è un valore della comunità amish, deve diventare un valore della comunità amish — altrimenti la comunità amish si ritroverà su un grande autobus diretto in Germania.
Nessun nuovo regime ben organizzato può tollerare che degli stranieri vaghino a caso svolgendo lavori occasionali — o chissà cosa di ancora peggiore.
Ma la maggior parte dei paesi occidentali ospita una grande varietà di comunità straniere.
Se un americano senza titolo di studio — anche in questo caso, le origini di un cosmopolita non hanno, per definizione, alcuna importanza — non trova una comunità disposta ad accoglierlo, è sicuramente legato a un paese straniero e dovrebbe semplicemente tornare a casa.
Se una comunità di origine straniera nel suo insieme non rappresenta una risorsa per lo Stato e la società, e non può diventarlo, è giunto il momento di trasferirla nella sua totalità.
Non è un problema difficile da risolvere per un governo serio.
Non serve alcuna irruzione, né alcuna retata all’alba.
Si tratta di un processo perfettamente organizzato e pianificato, che non ha nulla di caotico né di crudele.
Infine, chiunque erediti il potere del governo americano eredita anche la sua vasta rete di carceri.
Certo, tra i detenuti ci sono veri e propri psicopatici, serial killer, pedofili e così via, ma non è questo il caso della maggior parte delle persone incarcerate.
In genere si trovano lì perché fanno parte di sottoculture criminali e un giorno sono state beccate.
Queste sottoculture criminali esistono sia all’interno che all’esterno delle carceri.
Non c’è assolutamente alcun motivo per cui una società civile debba tollerarle.
In un certo senso, l’estrema sinistra ha ragione riguardo a questo arcipelago di prigioni: la maggior parte di queste persone sono prigionieri di guerra.
E in generale, vincere una guerra significa poter liberare i prigionieri — con una certa cautela, però.
Le bande tradizionali hanno strutture organizzative flessibili e sono generalmente legate al territorio, in linea con i legami comunitari.
Affidare ai leader delle comunità il compito di vigilare rigorosamente sui criminali, e persino sulle sottoculture criminali, è un modo per smantellare queste distopie in tutta sicurezza.
Buona fortuna a condurre una vita da teppista quando devi lavorare tutto il giorno in una squadra di giardinaggio, il tuo ministro ti porta via metà dei guadagni, hai un AirTag fissato al polso e ti controllano l’urina ogni settimana.
Rilassatevi, impegnatevi e godetevi l’amore infinito di Gesù. Che importanza ha sapere se quella persona sia stata o meno l’autore di una sparatoria da un’auto in corsa nel 2015? Ciò che conta è offrirgli una vita ben strutturata in cui possa realizzarsi e non fare più del male.
(Ma se i suoi crimini dimostrano che in realtà è uno psicopatico nato, allora è un altro discorso. La mia opinione, come quella della maggior parte delle società nel corso della storia, è che gli psicopatici dovrebbero essere giustiziati.)
Gestire l’economia in modo da garantire che la domanda di manodopera corrisponda all’offerta è una responsabilità fondamentale di qualsiasi nuovo regime, anche se non è possibile risolvere la questione nell’immediato.
Nell’era dei modelli di linguaggio di grandi dimensioni (LLM) e di una robotica sempre più avanzata, è difficile stabilire in quali ambiti la maggior parte delle persone sarà più competente dei robot — ammesso che ce ne siano.
Ma lo scopo di un’economia non è solo il consumo, ma anche la produzione.
Gli esseri umani hanno bisogno di consumare, ma hanno anche bisogno di produrre.
Il problema non è solo la quantità della domanda di manodopera, ma anche la sua qualità.
In un futuro ipertecnologico, la vita diventa un videogioco a cui tutti dobbiamo giocare.
Se non c’è alcun motivo per cui debba essere estenuante, ci sono invece tutte le ragioni per cui possa essere difficile, se non addirittura pericoloso.
Un gioco sicuro e facile non è mai davvero un gioco.
In generale, potrebbero essere necessarie delle restrizioni sui prodotti automatizzati o importati che possono essere realizzati con tecniche artigianali – che richiedono una manodopera qualificata di alto livello, un lavoro che la maggior parte delle persone può imparare a svolgere e persino apprezzare – per evitare un futuro sociale e politico cupo in cui tutti sarebbero inutili.
I progressi tecnologici dovrebbero essere utilizzati per consentire a un maggior numero di persone di svolgere il lavoro per cui sono portate — e non per creare ulteriori lussi inutili, distribuiti in modo iniquo o burocratico.
Arriviamo così ai principi di più ampio respiro per un nuovo regime.
Come nel baseball, ogni colpo di mazza deve produrre un risultato.
Non possiamo permetterci molti altri piccoli contrattempi.
È quindi fondamentale, anche nel breve termine, avere una visione chiara del futuro a lungo termine.
Conclusione
La politica è l’arte del possibile.
Ma tutto questo è possibile? C’è qualcosa di possibile in tutto ciò che ho appena descritto?
Dal punto di vista dell’esperienza utente, un hard party del XXI secolo basato su un’app è allo stesso tempo più semplice e più divertente della nostra esperienza politica del XX secolo, basata sulla diffusione di messaggi.
È più facile, perché puoi smettere di fingere di essere un « cittadino », di difendere delle « cause » e persino di leggere le « notizie ».
A chi importa? È solo un divertimento.
Non importa a nessuno quanto tu sia « ben informato ».
Tutto il vostro desiderio kantiano di avere un impatto positivo sul mondo viene affidato al partito.
«Altruismo efficace» significa: sostenere il partito.
Ed è più divertente, perché sembra più reale — perché è più reale e perché è proprio quello che pretende di essere: un governo ombra il cui scopo è quello di prendere il controllo del governo reale.
Il vero ostacolo all’adozione di questo programma è che richiede di rinunciare completamente ai sogni e alle ambizioni con cui siete cresciuti.
Esige di rifiutare completamente l’intera mitologia politica americana — che sia liberale, conservatrice o libertaria.
Richiede un salto mentale verso una posizione talmente lontana dal pensiero dominante che la maggior parte delle persone non riesce nemmeno a immaginarla.
Ci sono due modi per attenuare questo impatto.
Il primo è il metodo straussiano: condurre le persone su questa strada senza dir loro dove stanno andando.
Come possono constatare tutti coloro che leggono questo articolo, non sono affatto uno straussiano.
Penso semplicemente che al giorno d’oggi non funzioni più.
Ciò che accade a chi si infiltra nel vecchio regime alla maniera di Strauss è che rimanda il momento in cui rivela il proprio livello di potere, fino a quando ciò non avviene mai.
Lo stesso vale per chi crea nuove organizzazioni secondo il modello straussiano: il piano segreto rimane sempre segreto.
E quindi non è mai un piano.
A prescindere da queste considerazioni, qualsiasi inganno è indegno della fazione della verità e non può che indebolirla nella lotta.
L’altra possibilità è rendersi conto che quando una porta si chiude, un’altra si apre.
Gli americani non possiedono più la virtù politica collettiva necessaria per far funzionare una repubblica federale del XVIII secolo, una repubblica nazionale del XIX secolo o una repubblica progressista del XX secolo.
Queste forme di governo non funzionano e non possono funzionare nel XXI secolo — semplicemente a causa dei cambiamenti intervenuti nella composizione e nelle caratteristiche della popolazione.
È triste, ma quando una porta si chiude, un’altra si apre.
Ridurre la politica a un social network con un gioco in realtà aumentata è la cosa più logica da fare nel XXI secolo.
Lo stesso vale quando si chiede a ciascuno di rinunciare ai propri cari vecchi miti politici, o addirittura di profanarli approvando il loro esatto contrario.
Niente era più ovvio, per me e per il mondo in cui sono cresciuto, del fatto che la peggiore forma di governo sia lo Stato a partito unico.
Cosa avevano in comune Hitler e Stalin?
Ecco. Liberali, conservatori e libertari sono tutti d’accordo su questo punto.
Hanno tutti torto. Abbiamo tutti torto. L’America ha torto. Tutto l’Occidente ha torto. L’impero del dopoguerra ha torto. L’impero pre-1939 aveva torto.
Ecco perché la Cina, Dubai e Singapore ci superano di gran lunga in termini di qualità complessiva della governance.
Gli esempi citati incarnano i modelli politici del pensiero neoreazionario. Accanto al centralismo cinese, caro a Nick Land, troviamo le città-Stato che Yarvin già nel 2007 indicava come prototipi dello Stato-impresa che egli auspica.
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Questi luoghi dovrebbero essere angoli sperduti e tranquilli.
Al contrario, ci battono al nostro stesso gioco — e nessuno ad Harvard o a Yale ha una teoria per spiegarne il motivo.
È il modo in cui la Storia ci ha fatto capire che nessun impero è eterno e che qualcosa di nuovo deve stare per nascere.
Quando una porta si chiude, un’altra si apre.
Nessuna società nella storia è mai stata così permeata da un nichilismo frivolo e ironico.
I nostri antenati conoscevano l’Impero romano proprio per questa sua caratteristica. I Romani della fine dell’Impero non avevano nulla da invidiarci in fatto di nichilismo frivolo e ironico.
A confronto con noi, sembrano dei puritani.
Possiamo ridere di tutto.
È del resto sorprendente che non esistano ancora programmi televisivi in cui delle persone vengano uccise davanti alle telecamere.
Non ci vorrà molto. Sarà su Rumble. Sarà incredibile.
Il gioco politico dell’app-partito è divertente e semplice allo stesso tempo.
La cosa più difficile sarà rinunciare alla nostra vecchia politica del XX secolo.
C’è una quantità sorprendente di ego legata all’idea che il nostro coniglio degli anni ’30 — quell’animale antico, squallido e obeso, lo zombie senza testa dell’impero personale di Roosevelt — non sia solo un gatto, ma in realtà il migliore tra tutti i gatti possibili.
Immaginate: vi considerate davvero il più grande amante dei gatti, il proprietario del felino più unico della storia.
E dovresti sostituire questo animale incredibile con un gatto tigrato preso a caso da un rifugio? Un gatto randagio aggressivo, non sterilizzato, affetto da AIDS felino?
Vi trasmetterà l’AIDS felino.
Eppure, quando una porta si chiude, un’altra si apre.
Allora perché no?
Perché non prendere l’AIDS dei gatti? E se colpisse solo i gatti? È abbastanza innocuo. È persino un modo per rompere il ghiaccio. Avvicinatevi alle ragazze e dite loro come vi chiamate. Poi dite loro che avete l’AIDS dei gatti. Non preoccuparti, è innocuo. Non si trasmette nemmeno con un bacio. «Hai anche tu un gatto? Forse dovresti fare un test. Ho letto da qualche parte che anche le ragazze più carine possono prendere l’AIDS dei gatti…»
Naturalmente, una volta che il tuo cliente avrà accettato l’idea dell’AIDS felino, sarai pronto a spiegargli perché, in realtà, non solo il tuo gatto è un gatto vero e proprio — senza fastidiosi retrovirus — ma anche perché è il miglior gatto della storia.
È un gatto, non un coniglio — e non lascia escrementi nei tuoi cereali…
Ecco cosa succede quando si propinano idee politiche estreme alla Generazione Z.
La politica è come la vendita — e quindi come il sesso.
Mi rivolgo ai giovani della Generazione Z: avete un mondo da conquistare. Un secolo.
Martin Motte — Trump annuncia l’istituzione di un « blocco » navale dello Stretto di Ormuz — ma è davvero possibile ?
Un secolo fa, un ammiraglio francese aveva compreso i limiti della teoria del dominio marittimo e aveva cercato di immaginare il futuro di una guerra senza scontri. Lunga intervista con lo storico Martin Motte sulla modernità di Raoul Castex.
AutoreFlorian LouisImmagineL’ammiraglio Castex visto da Tundra StudioDati12 aprile 2026AggiungiScarica il PDFCondividi
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Raoul Castex è oggi uno dei nomi più noti nel panorama del pensiero strategico francese. Cosa lo ha spinto a intraprendere la carriera militare?
Castex era figlio e nipote di ufficiali dell’esercito. Se suo nonno paterno non era andato oltre il grado di capitano, suo padre, ufficiale dei cacciatori a piedi, era diventato generale. Quest’ultimo, originario del Comminges, aveva sposato la figlia di un calzolaio fiammingo mentre era di guarnigione a Saint-Omer. È in questa città che nel 1878 nacque Raoul Castex, futuro ammiraglio.
Il duplice legame occitano e fiammingo di Raoul Castex, che egli stesso ha esplicitamente menzionato per descrivere la propria personalità, potrebbe aver contribuito ad aprirgli gli occhi sulla diversità del mondo. Da un punto di vista sociologico, la storia dei Castex è quella di una famiglia della piccola borghesia che ha fatto carriera grazie alla meritocrazia imperiale e poi repubblicana.
In questo contesto, la scelta di una carriera militare potrebbe essere stata dettata dal desiderio di perpetuare una tradizione di famiglia, ma senza dubbio è stata influenzata anche dal clima che si respirava dopo il 1870: in un paese sconfitto e privato di due province, la chiamata alle armi era una scelta ovvia per molti patrioti.
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Per quanto riguarda la scelta della marina, per il giovane Castex potrebbe aver rappresentato un modo per tracciare la propria strada all’interno della tradizione familiare. Ma anche in questo caso il clima ha avuto la sua importanza: non solo l’adolescenza del futuro ammiraglio è stata accompagnata dalla lettura di Jules Verne, ma il colonialismo della Terza Repubblica, concepito come una rivincita indiretta sulla sconfitta del 1870, era in pieno svolgimento e metteva in primo piano la marina.
Il periodo scolastico di Castex a Navale, tra il 1896 e il 1898, ebbe come sfondo la spedizione Congo-Nilo, che avrebbe portato alla crisi di Fachoda e che, in quanto tale, aveva evidenti implicazioni navali.
Quando Raoul Castex, all’inizio del Novecento, iniziò a riflettere sulle questioni di strategia navale, il panorama in Francia era dominato da quella che veniva chiamata la «Jeune École». Ha avuto un’influenza formativa su Castex, oppure la sua riflessione era indipendente?
L’espressione «Jeune École» indica una corrente dottrinale della marina francese le cui origini risalgono all’inizio del XIX secolo, ma che è entrata in primo piano negli anni Ottanta del XIX secolo e la cui influenza è rimasta forte fino al 1905 circa.
Il fulcro della sua dottrina era che le trasformazioni determinate dalla rivoluzione industriale, sia nel settore navale che nell’economia mondiale, stavano stravolgendo la gerarchia delle forme di guerra marittima. Tradizionalmente, la guerra tra squadre, o «grande guerra navale», aveva la precedenza sulla guerra al commercio e sulle operazioni costiere: infatti, per annientare il traffico marittimo del nemico o attaccarne le coste, era necessario prima affondarne le squadriglie in una grande battaglia navale. Questa battaglia richiedeva molte navi dotate della massima potenza di fuoco possibile; all’epoca di Castex, si trattava di corazzate. Tuttavia, osservava la Jeune École, la Francia non poteva permettersi sia il grande esercito di cui aveva bisogno per affrontare la Germania (rivale continentale) sia una flotta corazzata abbastanza potente da tenere testa al Regno Unito (rivale coloniale); era quindi assurdo pretendere di sconfiggere la Royal Navy in un grande scontro tra squadroni.
Di conseguenza, la Jeune École raccomandava di rinunciare alle corazzate e di concentrare lo sforzo navale francese sulla difesa delle coste e sulla guerra al commercio. L’invulnerabilità delle coste francesi al blocco o agli sbarchi sarebbe stata assicurata da torpediniere, unità di piccolo tonnellaggio, quindi economiche, ma capaci di affondare le corazzate durante attacchi a sorpresa in sciami. La guerra al commercio, dal canto suo, sarebbe stata condotta da incrociatori, o addirittura da torpediniere a lungo raggio. Secondo la Jeune École, questa sarebbe stata lo strumento decisivo, poiché la rivoluzione industriale aveva reso l’economia britannica estremamente dipendente dal trasporto marittimo. Bloccando le importazioni di materie prime da cui dipendevano le manifatture britanniche, nonché le loro esportazioni di prodotti, si sarebbe inferto un colpo fatale all’economia del Regno Unito e lo si sarebbe costretto a rinunciare alla sua egemonia sui mari del globo.
Gli scritti di Castex consentono di analizzare l’azione delle forze marine in tutta la sua gamma, dall’intimidazione allo scontro frontale.Martin Motte
Nel suo opuscolo Il pericolo giapponese in Indocina1, pubblicato all’inizio del 1904, Castex riconosceva un certo valore a queste tesi, poiché raccomandava di stazionare torpediniere e incrociatori in quella colonia per sventare un possibile tentativo di invasione giapponese.
Ma si trattava di una soluzione di ripiego dovuta al fatto che le corazzate francesi non potevano allontanarsi dalle acque europee, viste le tensioni franco-tedesche e franco-britanniche. Già l’anno successivo, del resto, Castex pubblicò il suo libro Jaunes contre Blancs. Le problème militaire indochinois2, in cui sosteneva l’invio delle corazzate in Estremo Oriente.
Questo cambiamento di rotta era dovuto a una ragione diplomatica: l’Entente cordiale dell’8 aprile 1904 aveva scongiurato il rischio di una guerra franco-britannica e aveva reso la Royal Navy la migliore garanzia contro un attacco alle coste francesi da parte della flotta tedesca. Era anche e soprattutto dovuto a una ragione strategica: la Jeune École si illudeva nel ritenere che incrociatori e torpedinieri potessero operare a lungo in alto mare. I torpedinieri non avevano né l’autonomia né la resistenza necessarie per farlo e gli incrociatori sarebbero stati prima o poi affondati dalle corazzate nemiche. La guerra di squadrone rimaneva quindi il cardine della strategia navale.
Queste tesi sono tuttavia diametralmente opposte a quelle di Alfred T. Mahan 3, il grande teorico americano della Sea Power…
Alfred T. Mahan fu infatti il principale avversario della Jeune École dal 1890 fino alla sua morte, avvenuta nel 1914.
Egli sosteneva la supremazia della guerra tra squadriglie sulla base di considerazioni fattuali (i limiti intrinseci dei cacciatorpediniere e degli incrociatori), ma ancor più sulla base di una convinzione filosofica diametralmente opposta al materialismo della Jeune École. Mahan riteneva che la guerra fosse regolata da principi il cui carattere immutabile è dimostrato dallo studio della storia militare. In altre parole, questi principi trascendono l’evoluzione tecnologica del materiale e ne condizionano l’impiego.
Eppure le strategie della Jeune École violavano il principio di concentrazione, così come veniva applicato alla difesa costiera — poiché la Jeune École imponeva di distribuire i cacciatorpediniere lungo le coste francesi — e alla guerra al commercio — poiché imponeva di sparpagliare gli incrociatori lungo le rotte marittime. Al contrario, la guerra di flotta tende alla battaglia decisiva, che presuppone la più rigorosa applicazione della concentrazione.
Castex rimase profondamente colpito da questa argomentazione, tanto più che la vittoria delle corazzate giapponesi sulla seconda flotta russa del Pacifico a Tsushima, il 27-28 maggio 1905, sembrava confermarla in modo eclatante.
Da allora è diventato una delle figure di spicco di un «mahanismo alla francese», come dimostrano le sue opere degli anni 1911-1914: essi rientrano nel «metodo storico» raccomandato da Mahan, poiché consistono nel rivisitare episodi navali del passato per ricavarne principi senza tempo.
La Prima guerra mondiale viene spesso descritta come la prima guerra totale e industriale: la vittoria dipendeva, più che mai, dalla produzione e dalla logistica. Questo conflitto ha indotto Castex a rivedere le sue tesi?
La Grande Guerra è stata per Castex una sorta di conversione, poiché gli ha fatto toccare con mano i limiti del mahanismo.
Dal 1914 al 1916 prestò servizio a bordo delle corazzate Danton e Condorcet, entrambe assegnatealla flotta del Mediterraneo, punta di diamante della marina francese. In collaborazione con la Royal Navy, la missione di questa forza era quella di annientare o almeno bloccare nei loro porti la flotta austro-ungarica e quella ottomana. Ma queste ultime, di calibro inferiore rispetto alle loro rivali franco-britanniche, si sono ben guardate dall’accettare lo scontro frontale: si trincerarono al riparo delle loro difese costiere — mine, batterie costiere, torpediniere, sottomarini —, che inflissero pesanti perdite ai loro avversari, in particolare ai Dardanelli nel 1915.
In un secondo momento, nel 1916-1917, Castex comandò l’avviso Altaïr, incaricato di pattugliare le rotte commerciali del Mediterraneo per difendere il traffico alleato dagli U-Boot tedeschi. In realtà, le navi da pattuglia erano troppo poche per adempiere alla loro missione e gli attacchi con i siluri alle navi mercantili rischiarono di provocare il crollo dell’economia alleata nella primavera del 1917. È anche in questo periodo che la corazzata Danton, a bordo della quale Castex aveva iniziato la guerra, fu affondata da un U-Boot al largo delle coste della Sardegna.
La minaccia sottomarina è stata scongiurata all’ultimo momentograzie al raggruppamento dei mercantili in convogli scortati, all’entrata in campo della US Navy e all’arrivo di nuove attrezzature, ma la componente marittima della Grande Guerra non per questo ha mancato di provocare un terremoto dottrinale, poiché le sconfitte subite dagli Alleati sono state interpretate come una rivincita della Jeune École su Mahan.
Le teorie di Castex rimangono di grande attualità: esse prendono in considerazione sia il raggiungimento del dominio sul mare attraverso la battaglia, sia il suo impiego nell’ambito di una «strategia generale».Martin Motte
In realtà, la famosa battaglia decisiva invocata da quest’ultimo non aveva mai avuto luogo. La guerra di flotta era stata soppiantata da una guerriglia navale al largo delle coste e sulle rotte commerciali. Il sottomarino, diretto discendente del cacciatorpediniere, vi aveva assunto un ruolo di primo piano.
Infine, come aveva annunciato la Jeune École, la guerra al commercio si era rivelata ben più pericolosa che in passato a causa della crescente dipendenza delle economie moderne dai flussi marittimi.
Una mente lucida come quella di Castex non poteva quindi più aderire al mahanismo dogmatico di cui era stato uno dei portavoce prima della guerra. Tuttavia, Mahan non si era completamente sbagliato, poiché se le intuizioni della Jeune École erano state confermate sul piano operativo, non avevano impedito la sconfitta delle Potenze centrali sul piano strategico. Era quindi giunto il momento di una nuova sintesi dottrinale che temperasse i principi mahaniani con i metodi della Jeune École e viceversa. Si trattava, in sostanza, di mettere in dialogo gli insegnamenti intramontabili della storia e le caratteristiche dei nuovi mezzi, invece di negare uno dei due termini dell’equazione.
Come conciliare questi due principi?
Julian Corbett elaborò una sintesi dottrinale già prima della guerra: essa apparve nel 1911 nella sua opera Principi di strategia marittima4. Questo avvocato, che all’epoca era consigliere dell’Ammiragliato britannico, concordava con Mahan sul fatto che l’eliminazione delle squadriglie nemiche tramite una battaglia decisiva fosse il modo più semplice per ottenere il dominio del mare, ma obiettava che la marina più debole non si sarebbe lasciata attirare in questa trappola e avrebbe atteso che l’avversario venisse a scontrarsi con le sue difese costiere. Consapevole della pericolosità di queste ultime, Corbett consigliava alla Royal Navy di spostare il proprio blocco al largo, il che lo avrebbe reso necessariamente meno efficace, consentendo così l’uscita di un certo numero di incrociatori nemici che avrebbero attaccato il commercio britannico. Da quel momento in poi, l’esito della guerra si sarebbe giocato sulla capacità della Royal Navy di proteggere i flussi commerciali da cui dipendeva l’economia britannica e di dissanguare lentamente ma inesorabilmente quelli da cui dipendeva l’economia tedesca.
Tutto ciò portò Corbett a ridefinire il concetto di dominio del mare: esso non consisteva in un’occupazione permanente di questo elemento, come Mahan era stato incline a credere, trasponendo ingenuamente alla strategia marittima una categoria propria della strategia terrestre, ma nella capacità di transitarvi liberamente e di impedire il transito nemico. Corbett osservava inoltre che questo dominio del mare era raramente totale. In breve, annunciava con sorprendente precisione le linee generali del conflitto a venire, da cui la rapida diffusione delle sue tesi nella Royal Navy verso la fine della Grande Guerra.
Come accoglie Castex le tesi di Corbett?
Nel 1919 Castex divenne il primo capo del Servizio storico della Marina, istituito per trarre insegnamenti dottrinali dalla Grande Guerra. In quell’occasione lesse i Principi in una traduzione sommaria che lo Stato Maggiore della Marina aveva fatto redigere nel 1918 e ne fu talmente colpito da voler commissionare una traduzione più accurata. Il progetto si arenò a causa di difficoltà di bilancio, ma Castex lo riprese in seguito e la nuova traduzione fu portata a termine nel 1932. Nel frattempo, l’essenza del pensiero corbettiano era confluita nell’opera di Castex.
Bisogna purtroppo riconoscere che quest’ultimo non si è comportato con grande rispetto nei confronti della memoria del suo predecessore, scomparso nel 1922: non solo non ha pubblicato la traduzione dei Principi — onore che è toccato a Hervé Coutau-Bégarie nel 1993 —, ma non ha risparmiato le critiche a Corbett, accusato di scetticismo ed etnocentrismo. È come se Castex avesse voluto sminuirne l’importanza in proporzione ai prestiti che ne faceva.
Le ha tuttavia riconosciuto il merito di aver scosso il dogmatismo mahaniano, costringendo così il pensiero navale a fare un esame di coscienza per integrare l’esperienza acquisita durante la Grande Guerra.
Durante la Grande Guerra, la famosa battaglia decisiva auspicata da Mahan non ebbe mai luogo: la guerra di flotta fu soppiantata da una guerriglia navale al largo delle coste e sulle rotte commerciali.Martin Motte
L’opera principale di Castex, le Teorie strategiche, fu pubblicata in cinque volumi tra il 1929 e il 1935. Perché rappresenta una pietra miliare fondamentale nella storia del pensiero strategico?
In sostanza, occorre considerare le Teorie strategiche come uno sviluppo sistematico delle intuizioni corbettiane in un contesto che Corbett non ha conosciuto, soprattutto se si considerano i due volumi che Coutau-Bégarie ha aggiunto al corpus originale nella sua riedizione del 1997, poiché essi raccolgono testi successivi al 1945.
Questi sette volumi costituiscono una fonte straordinaria per chiunque sia interessato alla guerra navale, dalla strategia alla tattica passando per le operazioni, ma anche per gli appassionati di strategia in generale, di geopolitica e di relazioni internazionali, considerate attraverso il prisma di un dialogo tra storia e attualità.
Particolarmente illuminanti sono le riflessioni di Castex sulla manovra (volume 2), sui fattori esterni della strategia quali la politica, la geografia, le coalizioni, l’opinione pubblica e i vincoli di vario genere, economici, giuridici e di altro tipo (volume 3), la dialettica terra-mare (volume 5), senza dimenticare un magnifico testo sulle due fonti della strategia, la storia e il materiale (nel volume 6).
L’insieme non costituisce solo un percorso strategico attraverso il breve XX secolo, dalla Grande Guerra alla bomba atomica, ma anche una sintesi dei pensatori navali del passato e un’eredità estremamente preziosa per il pensiero strategico attuale e futuro.
Quale testo di Castex consiglieresti di leggere per un primo approccio alla sua opera?
Domanda difficile! Da Castex c’è di tutto e di più, e tutto dipende dall’appetito del lettore, dai suoi interessi e anche dal tempo che può dedicarci, perché leggere tutta l’opera di Castex è come scalare l’Everest.
Per un primo assaggio, consiglierei il testo già citato sulle due fonti della strategia, contenuto nel volume 6 delle Teorie. Per un’esperienza immersiva, raccomando il volume 5 nella sua interezza, poiché è lì, senza dubbio, attraverso lo studio delle guerre della Rivoluzione e dell’Impero, della Grande Guerra e del rapporto della Russia con il mare, che si vedono dispiegarsi al meglio sia le concezioni di Castex in materia di strategia generale, la sua dialettica terra-mare, sia gli aspetti geopolitici e geostrategici del suo pensiero.
Castex è il primo direttore dell’Istituto di Alti Studi della Difesa Nazionale (IHEDN), fondato nel 1936, pioniere nello studio della strategia interforze. Quale impronta ha dato questo ente alla dottrina militare francese?
L’istituto in questione si chiamava all’epoca Centro di Studi Superiori di Difesa Nazionale. La sua idea fondante, nata nel 1871 nell’entourage di Gambetta e rimasta molto viva in alcuni ambienti radical-socialisti, ma anche presso alcuni militari conservatori come Foch o Lyautey, era che la difesa nazionale presuppone per definizione la mobilitazione dell’intera nazione.
Per raggiungere la piena efficacia, richiede quindi una profonda conoscenza militare da parte delle élite civili e una profonda conoscenza civile da parte delle élite militari. Il CHEDN offriva una formazione comune a queste due categorie, fungendo da forum di scambio e riflessione. Permetteva inoltre di esplorare le dimensioni interforze della strategia, poiché gli ufficiali in formazione provenivano dall’Esercito, dalla Marina e dall’Aeronautica.
Castex era la persona giusta per dirigere una struttura del genere.
Figlio di un ufficiale dell’esercito, si definiva «un fante in marina» e possedeva quindi un senso spiccato della cooperazione interforze. In quanto marinaio, d’altra parte, era abituato a operare in un ambiente aperto a tutte le nazioni, da cui derivava un acuto senso dei vincoli economici, politici e giuridici che condizionano l’azione navale e, per estensione, ogni scelta strategica.
Aggiungo che sembra fosse di orientamento radicale, come Daladier, principale artefice della creazione del CHEDN. Attraverso questa istituzione, Castex ha svolto un ruolo importante nell’approfondimento del concetto di Difesa nazionale, influenzando in particolare il tenente colonnello de Gaulle, allievo nel 1936-1937. Quest’ultimo lo ricordò nel 1959: quando l’ammiraglio Castex fu insignito della Gran Croce della Legion d’Onore, gli scrisse per dirgli quanto dovesse alle sue idee e al suo esempio.
Quella che Castex definisce la «teoria del provocatore» si applica perfettamente alle ambizioni di Putin.Martin Motte
La Seconda Guerra Mondiale scoppiò tre anni dopo la sua nomina a direttore dell’Istituto. Prima della disfatta francese, quale era la posizione di Castex riguardo alla conduzione delle operazioni?
Nel 1938 Castex era diventato ispettore generale delle forze marittime, il che lo rendeva il numero tre della Marina.
All’inizio della guerra, nell’agosto del 1939, gli fu affidato il comando delle forze incaricate di operare nella parte meridionale del Mare del Nord e nel Canale della Manica, il cui quartier generale era a Dunkerque. Segnalò molto rapidamente la vulnerabilità di quella postazione a un assalto proveniente dalla terraferma — cosa di cui François Darlan approfittò per destituirlo dal comando nel novembre 1939 con il pretesto del disfattismo e delle cattive condizioni di salute. In realtà, Castex sembra aver pagato a caro prezzo la sua indipendenza di spirito nei confronti dell’ammiraglio della flotta.
Nel giugno 1940, la caduta di Dunkerque confermò la correttezza della sua analisi. Castex, all’epoca sessantaduenne, si era ritirato nell’Alta Garonna e non ricopriva più alcun ruolo militare, limitandosi ad analizzare il conflitto in corso negli articoli scritti per La Dépêche. Ritenendo che si sarebbe potuto continuare la guerra dal Nord Africa, disapprovò l’armistizio, ma non condannò esplicitamente il regime di Vichy né cercò di mettersi in contatto con De Gaulle. Ciò rende tanto più notevole l’omaggio che quest’ultimo gli rese nel 1959.
Dopo il 1945, la bomba atomica ha rivoluzionato il concetto di deterrenza. In che modo Castex l’ha integrata nella sua riflessione?
Le dedicò un articolo sulla Revue Défense nationale già nell’ottobre 1945 5, ovvero circa due mesi dopo i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. In particolare, osservava che la bomba non avrebbe portato all’egemonia planetaria degli Stati Uniti, poiché tutte le potenze sviluppate se ne sarebbero dotate rapidamente ; che avrebbe svolto il ruolo di equalizzatore di potere tra le grandi potenze e le potenze medie ; ma che il suo effettivo impiego sarebbe stato soggetto a restrizioni di ordine geografico (a causa del rischio di danni collaterali su paesi neutrali, ad esempio), strategico (attraverso l’instaurazione di una deterrenza reciproca) ed etico-mediatico (poiché chi l’avesse utilizzata avrebbe rischiato di screditarsi agli occhi dell’opinione pubblica mondiale).
L’accuratezza di questa analisi derivava dal fatto che Castex era stato portato a riflettere sul concetto di deterrenza ben prima dell’invenzione della bomba.
In un libro del 1920 intitolato Sintesi della guerra sottomarina6, in particolare, aveva dimostrato che la netta superiorità delle squadriglie alleate su quelle delle Potenze centrali aveva dissuaso queste ultime dall’avventurarsi in mare aperto tra il 1914 e il 1918. La battaglia decisiva era rimasta virtuale, ma i suoi effetti erano stati ben reali, come avrebbe detto Clausewitz.
In seguito, Castex aveva analizzato il modo in cui si era instaurato un equilibrio di deterrenza reciproca tra le potenze dotate di armi nucleari. In breve, sebbene l’arma atomica fosse radicalmente nuova per il suo potenziale distruttivo, non era per questo scollegata da una logica strategica che Castex conosceva alla perfezione.
Il pensiero di Castex ha influenzato la strategia francese dell’epoca?
Il fatto che Castex sia stato nominato primo direttore del CHEDN nel 1936 e sia poi diventato il numero tre della Marina nel 1938 dimostra che le sue idee godevano di una certa notorietà nel periodo tra le due guerre.
Sullo sfondo di una recrudescenza delle tensioni coloniali franco-britanniche legate alla spartizione dell’Impero ottomano, aveva cercato di promuovere il concetto di «guerra delle comunicazioni», che prevedeva una stretta integrazione tra navi di superficie, sottomarini e aerei grazie al coordinamento in tempo reale reso possibile dalla radio. La flotta equilibrata di cui la Francia si dotò negli anni Venti e Trenta si sarebbe prestata abbastanza bene a tale esercizio se non fosse stato per la catastrofe del 1940, ma sarebbe abusivo vederci il risultato lineare del pensiero castexiano: questo mi sembra aver al massimo accompagnato orientamenti che erano nell’aria del tempo.
Per quanto riguarda il ruolo di Castex all’interno del CHEDN, esso è stato assunto troppo tardi per poter influenzare la strategia francese prima della catastrofe del 1940. È piuttosto nel dopoguerra, e in particolare attraverso la strategia gollista, che occorre ricercarne l’influenza a posteriori.
Le teorie di Castex prendono in considerazione sia la strategia navale che quella marittima.Martin Motte
E all’estero?
Castex è stato letto all’estero: le Teorie strategiche sono state tradotte integralmente in Argentina e parzialmente in Grecia, in Jugoslavia e in Giappone. Sono state oggetto di recensioni elogiative nel Regno Unito e in Germania.
Castex è stato studiato, in particolare, da Herbert Rosinski, una delle menti più brillanti della marina tedesca, che nel 1936 dovette andare in esilio a causa delle sue origini ebraiche, rifugiandosi prima nel Regno Unito e poi negli Stati Uniti.
La strategia perseguita dalla Kriegsmarine nel 1940-1941 illustrava bene il concetto di «guerra delle comunicazioni», ma anche in questo caso sarebbe azzardato parlare di un’influenza castexiana diretta e unilaterale.
Infine, secondo quanto riferito dall’ammiraglio Lepotier, l’ammiraglio King, capo della Marina degli Stati Uniti durante la Seconda guerra mondiale, faceva riferimento a Castex; sembra tuttavia che si tratti di un caso isolato.
È necessario leggere Castex per riflettere sui problemi strategici del XXI secolo?
Sì, senza dubbio. Abbiamo del resto assistito a una riscoperta di Castex già alla fine del secolo scorso, nelle seguenti circostanze: nel 1990, l’US Naval War College aveva celebrato il centenario dell’opera fondamentale di Mahan sullo sfondo della vittoria americana nella Guerra Fredda; ma nel 1992, in un convegno dal titolo significativo Mahan is not enough, la stessa istituzione ha ammesso che la teoria mahaniana non era la più adatta al contesto del dopoguerra fredda : troppo incentrata sulla battaglia decisiva, non insisteva abbastanza sul ruolo delle marine in tempo di pace o di crisi, sui vincoli economici, giuridici e mediatici che condizionano l’azione navale, ecc.
Eppure tutti questi dati erano stati presi in considerazione da Castex, come Hervé Coutau-Bégarie ha fatto riscoprire ai suoi interlocutori in occasione di quel convegno. Il messaggio ebbe un tale successo che, due anni dopo, la Naval Institute Press pubblicò un’antologia delle Teorie strategiche! Meglio ancora, questa antologia è stata ristampata nel 2017, in un contesto strategico tuttavia molto diverso da quello del 1994, poiché si era passati dalla gestione delle crisi al ritorno delle minacce ad alta intensità.
Questo episodio mette in luce uno dei motivi per cui le teorie di Castex rimangono di grande attualità: esse prendono in considerazione sia la strategia navale che quella marittima, per riprendere una distinzione di Corbett. La prima riguarda l’acquisizione del dominio del mare attraverso la battaglia, la seconda il suo utilizzo nell’ambito di quella che Castex definiva strategia generale, che coordina le strategie particolari (terrestre, marittima, aerea, diplomatica, economica). Questo quadro molto ampio permette di concepire l’azione delle marine su tutto lo spettro che va dall’intimidazione allo scontro frontale: basta aggiungervi ambiti contemporanei, come lo spazio o il cyberspazio, per renderlo uno strumento pienamente adatto ai problemi del nostro tempo. È ciò che ha fatto nel 2015 Lars Wedin, un ufficiale della marina svedese formatosi all’École de Guerre francese e discepolo di Coutau-Bégarie, in un libro intitolato Strategie marittime nel XXI secolo. Il contributo dell’ammiraglio Castex7.
Ma ci sono molte altre ragioni per cui Castex è al centro dell’attenzione; ne citerò solo due.
Sul piano della teoria strategica, innanzitutto, le sue riflessioni sulla dialettica tra principi e mezzi materiali conservano un valore intramontabile. Con i droni, che ricordano i cacciatorpediniere per il loro basso costo e il loro impiego in sciami volti a saturare le difese avversarie, assistiamo oggi a una corsa sfrenata alla tecnologia che richiama quella che aveva caratterizzato la Jeune École. I rischi sono gli stessi di allora: attribuire troppa importanza al fattore materiale senza vedere come si articola con la grammatica della strategia, o al contrario marginalizzarlo in nome di principi perenni che basterebbero a garantire la vittoria. Castex permette di sfuggire a questo dilemma, che non si pone solo ai marinai ma caratterizza tutti gli ambienti.
D’altra parte, Castex è un geopolitico e un geostratega di grande levatura, le cui riflessioni sulla Russia, in particolare, tornano ad essere di grande attualità nel contesto della nuova Guerra Fredda che stiamo vivendo oggi. Quella che ha definito la «teoria del perturbatore», ovvero la successione nella Storia di grandi potenze continentali che sfidano la talassocrazia dominante, si applica bene alle ambizioni di Putin. Castex aveva anche sottolineato quanto la Russia, in quanto Stato-continente ricco di risorse di ogni tipo e dotato di confini immensi — attualmente più di 20.000 chilometri, con 14 diversi vicini —, sarebbe relativamente poco vulnerabile al blocco — un punto che è stato sottovalutato dai leader occidentali dal 2022.
Fonti
Raoul Castex, Il pericolo giapponese in Indocina, Parigi, Charles-Lavauzelle, 1904.
Raoul Castex, Gialli contro Bianchi. Il problema militare indocinese, Parigi, Charles-Lavauzelle, 1905.
Alfred T. Mahan, L’influenza della potenza marittima sulla storia, Boston, Little, Brown and Co, 1890.
Julian S. Corbett, Principi di strategia marittima, Parigi, Economica, 1993.
Raoul Castex, « Appunti sulla bomba atomica », Défense nationale, ottobre 1945.
Raoul Castex, Sintesi della guerra sottomarina. Da Pontchartrain a Tirpitz, Parigi, Augustin Challamel, 1920.
Lars Wedin, Strategie marittime nel XXIsecolo – Il contributo dell’ammiraglio Castex, Parigi, Nuvis, 2015.
In un lungo testo molto intimo, l’autore di « Hillbilly Elegy » e ora vicepresidente degli Stati Uniti si confida sul percorso intellettuale che lo ha portato a convertirsi al cattolicesimo. Tra le righe, traccia il proprio ritratto ideologico e politico. Le confessioni di un figlio del Midwest — tradotte e commentate riga per riga.
A distanza di nove anni da quando è sceso dalla scala mobile della Trump Tower per annunciare la sua candidatura alle elezioni presidenziali del 2016, è ancora difficile capire come Donald Trump sia riuscito a conquistare il Partito Repubblicano. Senza una linea chiara né reali convinzioni, l’ex magnate immobiliare si è costruito un’immensa popolarità negli Stati Uniti grazie al suo ruolo nella serie televisiva The Apprentice, costruendo la sua reputazione vendendo un’immagine del sogno americano che si è affermata in seguito alla pubblicazione del suo primo libro, The Art of the Deal, nel 1987.
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Quando iniziò a stancarsi del settore immobiliare e del suo microcosmo newyorkese, Trump tentò di lanciarsi in politica per la prima volta negli anni ’80. Dopo un iniziale insuccesso, ci riprovò nel 2015, approfittando della mancanza di una leadership chiara all’interno del Partito Repubblicano dopo i due mandati di Barack Obama. Già nel 2011, la sua presenza ricorrente nei salotti di milioni di americani tramiteThe Apprentice lo ha proiettato in testa alle intenzioni di voto per le primarie repubblicane — con grande sorpresa dei sondaggisti 1. In Time to Get Tough, una diatriba anti-Obama pubblicata lo stesso anno, Trump scrive che il suo successo come imprenditore immobiliare costituisce un riferimento sufficiente a garantire che sarebbe un buon presidente. Barack Obama, invece, è un pessimo presidente perché « non ha mai concluso un accordo […] a parte l’acquisto della sua casa, ma quella non è stata una transazione onesta ».
La carriera politica di Trump è frutto di una serie di circostanze che dipendono probabilmente più dal successo dell’impresa fondata da suo padre, Fred Trump, negli anni ’20 e dal ruolo svolto dai produttori della NBC Jeff Zucker e Mark Burnett che da una qualche vocazione. Se Donald Trump è un opportunista, fondatore suo malgrado di un movimento nebuloso che viene definito «trumpismo» per mancanza di un’altra definizione, la sua decisione di nominare J.D. Vance come candidato alla vicepresidenza potrebbe portare a una trasformazione radicale del trumpismo e quindi del Partito Repubblicano, che ha completamente fagocitato in soli nove anni.
Vance è antiliberale, conservatore e anche cattolico. È stato battezzato l’11 agosto 2019 nel priorato di Santa Gertrude, a Cincinnati, da padre Henry Stephan, un sacerdote domenicano. Se Donald Trump verrà eletto a novembre, J. D. Vance diventerà il primo vicepresidente repubblicano di fede cattolica. Nel 2009, Joe Biden è diventato il primo vicepresidente cattolico eletto con un ticket democratico ed è ad oggi, insieme a John F. Kennedy, l’unico cattolico ad essere stato eletto presidente degli Stati Uniti.
A differenza di Biden o JFK, Vance non è nato in una famiglia cattolica. Cresciuto in una famiglia protestante evangelica molto devota, dove la fede era vissuta con grande fervore, durante gli studi universitari ha abbandonato per un certo periodo ogni credenza religiosa. Come egli stesso esprime con finezza, questo allontanamento gli sembrava allora un’esigenza della ragione nella sua ricerca della verità. Ma è lo stesso percorso intellettuale che lo porta in seguito a leggere il filosofo francese René Girard (1915-2003) e, soprattutto, sant’Agostino. Attraverso la lettura de La Città di Dio e delle Confessioni del vescovo di Ippona e Padre della Chiesa del IV-V secolo, scopre un modo di vivere la fede religiosa che non sembra più opporsi alla ragione, ma al contrario la richiede per dispiegarla e giustificarla. Soprattutto, nel percorso dell’autore delle Confessioni, sembra riconoscere la propria ricerca intellettuale ed esistenziale, al punto che essa costituisce una sorta di sottotesto del proprio racconto di conversione. Non sorprende che sia proprio Agostino il santo patrono scelto dal neofita cattolico.
La conversione di Vance al cattolicesimo è stata oggetto di un lungo e dettagliato racconto, che traduciamo e commentiamo riga per riga qui di seguito, intitolato «Come mi sono unito alla Resistenza», pubblicato sulla rivista cattolica americana The Lamp il 1° aprile 2020, ovvero meno di un anno dopo il suo battesimo 2. Due anni prima, nel gennaio 2018, Vance aveva dichiarato di iniziare a prendere in considerazione l’idea di candidarsi alle elezioni senatoriali in Ohio, il suo Stato natale. È solo nel gennaio 2021 che lancia ufficialmente la sua campagna, sostenuto finanziariamente dal suo ex capo Peter Thiel e spinto da un’ondata di popolarità acquisita in seguito alla pubblicazione del suo libro di successo Hillbilly Elegy (2016), adattato in un film nel novembre 2020.
La carriera di J. D. Vance ha subito una straordinaria accelerazione a partire dal 2016, che lo ha portato a far parte della lista repubblicana, al fianco di Donald Trump. Proprio come l’ex presidente, Vance ha beneficiato di un entusiasmo inaspettato, e anche la sua fulminea ascesa è dovuta principalmente a un’improbabile successione di eventi. A differenza del suo mentore, Vance porta avanti tuttavia un progetto di società il cui fondamento è costituito dalla sua fede cattolica.
Nella sua prima intervista dopo la conversione, rilasciata all’amico Rod Dreher – editorialista conservatore trasferitosi in Ungheria nel 2022 e convertitosi al cristianesimo ortodosso – Vance parla della sua visione di uno «Stato ottimale» che sarebbe abbastanza vicino « all’insegnamento sociale cattolico »3. Ancor prima di aver seriamente preso in considerazione l’idea di entrare in politica, Vance evoca la sua fede sia come forma di trascendenza sia come guida per l’azione pubblica — al contrario di quanto si impegnò a fare JFK, anch’egli cattolico, nel 1960 durante la sua campagna presidenziale 4.
Il senatore dell’Ohio fa parte di una corrente che ha provocato una scissione all’interno del Partito Repubblicano, così come lo conosciamo dai tempi di Reagan, spesso definita «conservatorismo del bene comune». Piuttosto che invocare una riduzione della spesa, la deregolamentazione e una drastica limitazione del ruolo che lo Stato federale svolge nella vita quotidiana degli americani, Vance è favorevole a una forma di « big government ». Questo, tuttavia, non si baserebbe su valori liberali, ma funzionerebbe come una forma di Stato confessionale che esalta valori che si richiamano al cristianesimo — in realtà talvolta molto distanti da quelli sostenuti dal Vaticano, in particolare la strumentalizzazione della fede a fini politici da parte dell’organizzazione CatholicVote, il cui direttore, Brian Burch, sostiene Vance 5.
Questa forma di cattolicesimo svolge un ruolo fondamentale nel modo in cui Vance concepisce la governance e il ruolo che sarebbe chiamato a ricoprire a partire dal 2025 e oltre, qualora Trump venisse eletto. Pur condividendo la visione più tradizionale del GOP di ritiro dagli affari mondiali, reindustrializzazione e arresto dei flussi migratori, egli sostiene anche una visione natalista osservabile in particolare nell’Ungheria di Viktor Orbán, si impegna più volentieri nelle guerre culturali in materia di istruzione rispetto a Donald Trump e critica allegramente le famiglie che si allontanerebbero da un modello «& nbsp;tradizionale » composto da madre, padre e figli. A luglio, Vance ha in particolare suggerito che i genitori con figli dovrebbero avere il diritto di votare a nome di questi ultimi, al fine di conferire maggiore peso elettorale agli americani che « investono » nel futuro degli Stati Uniti.
Questa nuova generazione di intellettuali cattolici — di cui fa parte anche il senatore repubblicano del Missouri Josh Hawley — rivendica per lo più l’aggettivo «post-liberale», spesso utilizzato per descriverla. Nel suo libro del 2023, lodato da Vance, il politologo Patrick Deneen, uno dei portavoce di questa corrente, invocava un « ribaltamento pacifico ma vigoroso » del potere al fine di sostituire l’élite corrotta con una nuova generazione di leader 6. Per Vance, questa « ripresa » del potere passa attraverso l’amministrazione, ma anche attraverso le università e altre istituzioni che bisognerebbe « conquistare affinché funzionino realmente per i nostri cittadini »& 7.
La Chiesa cattolica e i suoi 2000 anni di storia infondono in Vance un senso di serenità e di costanza, in netto contrasto con un «mondo moderno in continua evoluzione» che egli rifiuta 8. Se il cattolicesimo, storicamente minoritario negli Stati Uniti, riunisce ormai un adulto su cinque, questa confessione è in particolare sempre più popolare tra la giovane destra americana. Per comprendere questa corrente che potrebbe costituire la spina dorsale del GOP negli anni e nei decenni a venire, occorre leggere il modo in cui Vance parla della sua fede e del ruolo che questa potrebbe svolgere nella società.
Mi chiedo spesso cosa avrebbe pensato mia nonna — Mamaw, come la chiamavo — del fatto che suo nipote fosse diventato cattolico. Discutevamo spesso di religione. Era una donna di fede profonda, ma totalmente estranea a qualsiasi Chiesa. Amava Billy Graham e Donald Ison, un predicatore della sua zona, nel sud-est del Kentucky, ma detestava la «religione organizzata».
Billy Graham (1918-2018) è stato un pastore e predicatore battista evangelico molto mediatico, noto per i suoi legami con politici sia democratici che repubblicani, e piuttosto rappresentativo della Bible Belt del profondo Sud da cui proveniva. Pur essendo fortemente anticomunista e di grande conservatorismo sociale, non per questo smise di sostenere il movimento per i diritti civili.
In confronto, il pastore metodista del Kentucky Donald Ison (morto nel 2023) ha solo una notorietà a livello locale.
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Spesso esprimeva il suo stupore per il modo in cui i televangelisti trasmettevano il semplice messaggio del peccato, della redenzione e della grazia sui nostri schermi televisivi in Ohio all’inizio degli anni ’90. «Quelle persone sono tutte dei truffatori e dei pervertiti», mi diceva. « Vogliono solo soldi ». Ma li guardava comunque, ed era la cosa che più si avvicinava a una funzione religiosa regolare, almeno quando era in Ohio. A meno che non fosse a casa sua, nel Kentucky, raramente andava in chiesa e, se lo faceva, era generalmente per soddisfare la mia ricerca adolescenziale di un legame con il cristianesimo diverso da quello del 700 Club.
Il 700 Club, fondato nel 1966, è il principale talk show evangelico statunitense, in onda sulla rete televisiva CBS. J. D. Vance commenta qui l’ascesa del televangelismo pentecostale negli anni ’80-’90 e analizza con acutezza le ragioni che spingono il consumatore americano medio a guardarlo, tra adesione e svago.
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Come molti poveri, Mamaw votava raramente, ritenendo che la politica fosse fondamentalmente corrotta. Apprezzava Franklin D. Roosevelt e Harry Truman, e questo era più o meno tutto. Non sorprende che una donna i cui unici eroi politici fossero morti da decenni non amasse la politica in sé, e si curasse ancora meno della deriva politica del protestantesimo moderno.
Franklin Delano Roosevelt (F.D.R.), presidente democratico dal 1933 al 1945, così come il suo successore Harry S. Truman (1945-1953, anch’egli democratico), rimane nella memoria come una figura audace grazie alla sua politica sociale — il New Deal — quanto anche come figura di riferimento unanime tra i vincitori della Seconda guerra mondiale. J. D. Vance, implicitamente, sembra insinuare che nessun democratico dopo di loro sia mai riuscito a diventare altrettanto popolare.
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Il mio primo vero contatto con una Chiesa istituzionale sarebbe avvenuto solo più tardi, attraverso la congregazione pentecostale di mio padre nel sud-ovest dell’Ohio. Ma ben prima di allora, avevo già qualche nozione sul cattolicesimo. Sapevo che i cattolici adoravano Maria. Sapevo che rifiutavano l’autorità esclusiva delle Scritture. E sapevo che l’Anticristo — o almeno, il consigliere spirituale dell’Anticristo — sarebbe stato un cattolico. O, all’epoca, avrei detto «è» cattolico — poiché ero convinto che l’Anticristo camminasse in mezzo a noi.
In questo paragrafo, J. D. Vance riprende ironicamente molte delle accuse e dei pregiudizi nei confronti dei cattolici che erano diffusi nel protestantesimo tradizionale e che possono essere ancora presenti oggi nel protestantesimo evangelico: il rifiuto del culto mariano, assimilato all’idolatria, con i cattolici accusati di «adorare» Maria quasi alla stregua di Dio; la presunta svalutazione dell’autorità della Bibbia nel cattolicesimo, che la affianca a quella della Tradizione espressa nel Magistero romano; infine, l’assimilazione del papa all’Anticristo stesso (come figura archetipica), o come figura annunciatrice (qui «consigliere») di un Anticristo personale, già creduto da Lutero. J. D Vance sembra anche aver creduto che l’Anticristo fosse già nato, il che denota credenze di tipo escatologico o apocalittico.
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A Mamaw non sembravano importare granché i cattolici. La sua figlia minore ne aveva sposato uno, e lei lo considerava un brav’uomo. Riteneva che il loro modo di celebrare il culto fosse formale e un po’ strano, ma ciò che contava davvero per lei era Gesù. Il capitolo 18 dell’Apocalisse poteva riferirsi ai cattolici o a qualcos’altro, l’importante era che il cattolico che conosceva amasse Gesù, e questo le andava bene.
Il capitolo 18 del Libro dell’Apocalisse descrive infatti la caduta di «Babilonia la Grande, la famosa prostituta», identificata fin dall’inizio da molti protestanti con la Roma dei papi. Allo stesso tempo, J. D. Vance mostra che questo antico anticattolicesimo protestante aveva finito, in sua nonna, per lasciare il posto a un atteggiamento più tollerante, una sorta di latitudinarismo in cui l’importante sarebbe stato vivere un cristianesimo incentrato su Gesù.
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Eppure, Mamaw occupa un posto incredibilmente importante nel mio cuore: a più di dieci anni dalla sua morte, rimane la persona verso cui mi sento più in debito. Senza di lei, non sarei qui.
Qui si tocca un fatto sociologico degno di nota, da entrambe le sponde dell’Atlantico: l’importanza dei nonni — e molto spesso della figura femminile della nonna — per la trasmissione della fede nelle società secolarizzate. Come osservava Guillaume Cuchet, il contatto con una nonna credente e praticante rimane spesso l’unico legame residuo con la religione delle generazioni giunte all’età adulta a partire dagli anni 1990-2000. Se lo storico Jean Delumeau ha potuto parlare della «religione di mia madre» per indicare forme tradizionali e non intellettualizzate della religione cristiana vissute e trasmesse dalle donne, d’ora in poi bisognerebbe evocare, con il divario generazionale, la «religione delle nostre nonne».
L’attaccamento di Vance alla nonna si è, per molti versi, sviluppato in contrapposizione al rapporto difficile che aveva con i suoi genitori. In un’intervista rilasciata nel 2017, Vance racconta come sua madre abbia minacciato di ucciderli in un incidente stradale dopo aver detto qualcosa che non le era piaciuto. È dopo questo episodio e l’arresto di sua madre che va a vivere dai nonni. In Hillbilly Elegy racconta i problemi di dipendenza, in particolare dall’eroina, che sua madre doveva affrontare.
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In modo un po’ imbarazzante, il Cristo della Chiesa cattolica mi è sempre sembrato un po’ diverso da quello con cui ero cresciuto. Un po’ noioso, troppo formale. Il famoso ritratto di Cristo di Sallman era appeso al piano di sopra, accanto alla mia camera, ed è così che l’ho trovato: intimo e gentile, ma un po’ trascurato. Il Cristo del cattolicesimo aleggiava sopra di noi, raffigurato come un adulto o un neonato, avvolto da raggi di luce e incoronato come un re. È impossibile non provare il disagio che una donna come Mamaw provava di fronte a quel tipo di Cristo. Il Gesù cattolico era per lei una divinità maestosa,e lei aveva ben poco interesse per le divinità maestose perché noi non eravamo un popolo maestoso.
Questo è stato il problema più importante che ho incontrato quando ho iniziato a prendere in considerazione l’idea di convertirmi al cattolicesimo. Trovavo risposte alla maggior parte delle obiezioni più comuni. Si è rivelato che i cattolici non adoravano Maria. La loro accettazione dell’autorità della Scrittura e della Tradizione mi è apparsa gradualmente saggia, specialmente quando vedevo molti dei miei amici discutere sul significato di un determinato passo delle Scritture.
J. D. Vance fa qui riferimento alle «due fonti della Rivelazione» (secondo le parole del Concilio di Trento) che sono la Scrittura biblica e la Tradizione apostolica della Chiesa, di cui il Magistero romano è, nel cattolicesimo, il fedele interprete, regola che si oppone alla sola scriptura protestante — l’autorità della sola Bibbia. Il Concilio Vaticano II, in seguito, ha sfumato questa lettura nella sua costituzione dogmatica Dei Verbum : la Scrittura è l’unica fonte della Rivelazione, ma si tratta della Scrittura letta e interpretata dalla Tradizione.
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Ho persino iniziato ad avere l’impressione che il cattolicesimo avesse una continuità storica con i Padri della Chiesa — e persino con Cristo stesso — che la religione non affiliata a nessuna Chiesa, quella della mia educazione, non potesse eguagliare. Eppure, non riuscivo a liberarmi dalla sensazione che, se mi fossi convertito, non sarei più stato il nipote di mia nonna. Mi sono quindi ritrovato, per molti anni, in una situazione scomoda, diviso tra curiosità e diffidenza nei confronti del cattolicesimo.
Si tratta infatti di un argomento spesso utilizzato a favore del cattolicesimo, che rivendica una certa continuità storica con i primi tempi idealizzati della Chiesa, l’epoca dei Padri (dal I al VI secolo), o addirittura quella degli Apostoli (I secolo), continuità concretizzata nella successione apostolica dei vescovi. La fedeltà all’epoca dei Padri è rivendicata anche dall’anglicanesimo. Al contrario, il cristianesimo non confessionale in cui è cresciuto J. D. Vance, rifiutando ogni gerarchia divinamente istituita, non può vantare una tale continuità.
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Sono approdato al cattolicesimo in modo piuttosto convenzionale. Dopo il liceo mi sono arruolato nei Marines, come molti miei coetanei — infatti, l’unica altra persona che si è diplomata nel 2003 al liceo del mio quartiere si è arruolata anch’essa nei Marines. Sono partito per l’Iraq nel 2005, un giovane idealista determinato a diffondere la democrazia e il liberalismo nelle nazioni più remote del mondo. Sono tornato nel 2006, scettico riguardo alla guerra e all’ideologia che la sottende.
Si tratta in questo caso di una presa di distanza dall’ideologia neoconservatrice in voga durante i due mandati di G. W. Bush (2001-2009): su un tema così delicato come la guerra in Iraq, che rischia di dividere i repubblicani, J. D. Vance mantiene tuttavia un atteggiamento cauto.
In Hillbilly Elegy, scrive: «Come ogni hillbilly [contadino] che si rispetti, volevo andare in Medio Oriente a uccidere i terroristi». Durante un discorso pronunciato ad aprile al Senato contro il voto su un pacchetto di aiuti all’Ucraina, Vance mette in evidenza la sua esperienza in Iraq per giustificare la sua opposizione alla politica dell’amministrazione Biden nei confronti di Kiev. In questo, le sue argomentazioni non sono solo frutto di una retorica trumpista esagerata: esse mirano alla memoria delle classi medie colpite dalle guerre in Iraq e in Afghanistan e che, più in generale, si oppongono al dispiegamento a lungo termine delle forze americane all’estero.
È stato proprio durante la sua missione in Iraq che Vance afferma di aver visto con i propri occhi le « menzogne » dei responsabili dell’amministrazione Bush. All’epoca puntò il dito in particolare sulla scomparsa delle comunità cristiane storiche in Iraq, citando il Vangelo secondo Matteo: «“Li riconoscerete dai loro frutti”, ci dice la Bibbia — quali sono i frutti della politica estera americana nei confronti delle popolazioni cristiane di tutto il mondo negli ultimi decenni?»
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Mamaw era morta e, senza la Chiesa né nient’altro a tenermi ancorato alla fede della mia giovinezza, sono passato dall’essere un devoto a qualcuno che era religioso solo di nome, fino a diventare meno di questo. Quando ho lasciato i Marines nel 2007 e ho iniziato i miei studi alla Ohio State University, ho letto Christopher Hitchens e Sam Harris, e ho iniziato a considerarmi ateo.
Il britannico Christopher Hitchens (1949-2011), autore di God is not great, e l’americano Sam Harris (nato nel 1967), autore di The End of the Faith, sono due scrittori anglosassoni noti per il loro attivismo ateo e la loro lotta contro l’influenza sociale delle religioni. Insieme al biologo britannico Richard Dawkins (nato nel 1941, autore di The God Delusion), sono stati definiti la « Santa Trinità degli atei ».
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Non mi soffermerò su come ci sono arrivato, perché è un percorso al tempo stesso banale e noioso. Il senso di futilità che provavo era molto forte: sempre più spesso, i leader religiosi a cui mi rivolgevo affermavano che se avessimo pregato abbastanza e creduto con sufficiente forza, Dio avrebbe ricompensato la nostra fede con ricchezze materiali. Ma ho conosciuto molte persone che erano profondamente credenti e pregavano molto senza che ciò si traducesse in alcuna ricchezza.
J. D. Vance critica qui la «teologia della prosperità» adottata da alcuni televangelisti, come Kenneth Hagin (1917-2003): la ricchezza materiale e il successo professionale vi sono visti come segni evidenti dell’elezione divina, o addirittura come ricompense che Dio concederebbe a chi ripone in lui la propria fede. Donald Trump ha potuto, in certi momenti, sembrare vicino a questa corrente.
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Da questa fase della mia vita si possono trarre due insegnamenti, poiché entrambi hanno preannunciato un recente risveglio intellettuale che alla fine mi ha ricondotto a Cristo. Il primo è che, per un bambino povero, in ascesa sociale e proveniente da una famiglia difficile, l’ateismo porta a un’innegabile rottura familiare e culturale. Essere atei significa non far più parte della comunità che ti ha formato. Per molto tempo ho nascosto il mio ateismo alla mia famiglia — e non perché questo avrebbe avuto importanza per loro. Pochissimi membri della famiglia andavano in chiesa, ma tutti credevano in qualcosa piuttosto che in nulla.
In questo paragrafo, J. D. Vance individua con notevole acutezza le differenze nel grado di accettazione sociale dell’ateismo o dell’irreligiosità a seconda della categoria socio-professionale negli Stati Uniti: mentre le élite liberali altamente istruite si mostrano molto aperte al secolarismo e molto diffidenti nei confronti delle manifestazioni pubbliche della fede cristiana, l’ateismo rimane molto mal visto nell’America delle classi popolari o medie, a prescindere dalla religione o dall’etnia. Si tratta di una differenza fondamentale rispetto alle società europee.
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C’erano modi per compensare tutto ciò, e uno di questi — almeno per me — è stata una breve esperienza con il libertarismo. Perdere la mia fede significava perdere il mio conservatorismo culturale, e in un mondo che si allineava sempre più con il Partito Repubblicano, la mia risposta ideologica ha assunto la forma di una sovracompensazione: avendo perso il mio conservatorismo culturale, sarei stato ancora più conservatore sul piano economico. Questo è ovviamente molto ironico, perché il programma economico del Partito Repubblicano era quello che interessava meno alla mia famiglia — a nessuno di loro importava della riduzione delle aliquote fiscali per i miliardari da parte dell’amministrazione Bush. Il GOP è diventato una sorta di emblema a cui mi sono legato sempre più fortemente perché mi dava un terreno comune con la mia famiglia. E il modo più rispettabile per affezionarmi ad esso insieme ai miei nuovi amici dell’università era credere ferocemente nell’ortodossia economica neoliberista. Gli sgravi fiscali e i tagli al bilancio della previdenza sociale erano modi socialmente accettabili per essere conservatori all’interno dell’élite americana.
Anche in questo caso, J. D. Vance cerca di districare le ragioni socio-identitarie dei suoi precedenti impegni politici: mentre il suo ateismo liberale potrebbe farlo apparire come un traditore della propria classe, la fedeltà nominale al Partito Repubblicano rimane ancora ciò che lo lega identitariamente alla sua famiglia e al suo ambiente d’origine; ma Vance osserva ironicamente che l’unica forma di repubblicanesimo per lui accettabile dal punto di vista intellettuale — e socialmente per la sua cerchia di amici laureati — era proprio quella che si rivelava totalmente incompatibile con i valori politici dei suoi genitori: un neoliberismo economicista, che si voleva razionalmente fondato, e un libertarismo molto lontano dal conservatorismo.
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La seconda lezione che ne ho tratto è che il mio allontanamento dalla religione è stato più di natura culturale che intellettuale. Sotto certi aspetti, trovavo difficile conciliare la mia religione con la scienza così come mi si presentava. Non sono mai stato un darwinista classico, ad esempio, soprattutto per le stesse ragioni esposte da David Gelernter nel suo eccellente nuovo libro.
David Gelernter (nato nel 1955) è un professore di informatica all’Università di Yale, noto per le sue dichiarazioni molto controverse: oltre al suo scetticismo sul cambiamento climatico, ha assunto anche posizioni antievoluzioniste, alle quali J. D. Vance fa qui riferimento. Non è chiaro cosa intenda qui per «darwinismo classico», forse è semplicemente un modo per non urtare la sensibilità degli anti-evoluzionisti radicali.
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Ma la teoria dell’evoluzione, in un modo o nell’altro, mi è sembrata plausibile, e sebbene avessi divorato Tornado in a Junkyard e tutti gli altri libri sul creazionismo della Terra giovane, alla fine non sono più riuscito a conciliare la mia comprensione della biologia con ciò che la mia Chiesa mi diceva di credere. Non ho mai aderito al creazionismo della Terra giovane al punto da pensare di dover scegliere tra la biologia e la Genesi, ma la tensione tra il racconto scientifico delle nostre origini e il racconto biblico che avevo assimilato mi ha permesso di rifiutare più facilmente la mia fede.
Qui, J. D. Vance afferma chiaramente che uno dei motivi principali del suo allontanamento dalla fede è stata l’adesione dell’ambiente religioso in cui è cresciuto alle teorie creazioniste, comprese talvolta le loro varianti più radicali denominate « Terra Giovane », che danno una lettura letterale del Libro della Genesi — secondo cui la Terra sarebbe stata creata da Dio in 7 giorni poco più di 5.000 anni fa. Tornado in a Junkyard (il tornado in una discarica) indica un tipo di argomento fallace che, con l’ausilio di calcoli probabilistici, esclude il caso nella comparsa della vita sulla Terra, a favore di un « disegno intelligente » spesso identificato con la volontà divina. Non tutti i sostenitori dell’Intelligent Design sono tuttavia creazionisti della Terra giovane.
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E la verità è che l’ho rifiutata per il motivo più semplice che ci sia: la follia delle masse. Il mio nuovo ateismo si riduceva in gran parte al desiderio di essere socialmente accettato dalle élite americane. Ho trascorso così tanto tempo con persone diverse, con priorità diverse, che non ho potuto fare a meno di assorbire alcune delle loro preferenze. Ho iniziato a interessarmi al secolarismo proprio nel momento in cui ero concentrato sul lasciare i Marines e sul mio imminente ingresso all’università. Sapevo cosa tendono a pensare della religione le persone istruite: nel migliore dei casi, è provinciale e stupida; nel peggiore, è diabolica.
L’ammissione di Vance alla Ohio State nel 2007, dopo aver trascorso quattro anni nei Marines, lo colpì meno della sua ammissione alla facoltà di giurisprudenza di Yale tre anni dopo. In Hillbilly Elegy, Vance scrive che dopo aver lasciato la sua città, Middletown, per la prestigiosa università, non sarebbe « mai più tornato ». È proprio all’arrivo a Yale che incontra Usha Chilukuri, che diventerà sua moglie qualche anno dopo, e che conosce Peter Thiel, con cui lavorerà in seguito, ma è anche lì che passa all’« altro campo » — quello delle élite.
Nonostante le sue origini popolari, Vance afferma di sentirsi a proprio agio a Yale. Il mistero che suscita nei suoi professori e compagni lo aiuta a costruirsi un’immagine di transfuga — il che ha in parte giustificato la decisione di Trump di sceglierlo come candidato alla vicepresidenza, per poter raggiungere le classi medie del Midwest.
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Facendo eco a Hitchens, ho iniziato a pensare e persino a dire cose del tipo: «Il cosmo cristiano assomiglia più alla Corea del Nord che all’America, e so dove mi piacerebbe vivere». Mi stavo integrando nella mia nuova classe, sia nei fatti che nelle emozioni. Mi vergogno ad ammetterlo, ma la verità spesso dà una cattiva immagine di chi la dice.
E se posso dire qualcosa in mia difesa: questo cambiamento non è stato proprio consapevole. Non mi sono detto: «Non sarò cristiano perché i cristiani sono dei bifolchi e voglio radicarmi saldamente nella classe dominante della meritocrazia». La socializzazione opera in modo sottile, ma molto potente. Mio figlio ha due anni e, negli ultimi sei mesi, mentre la sua intelligenza sociale è aumentata vertiginosamente, è passato dalla fase in cui strappava i peli al nostro pastore tedesco a quella in cui lo prende in braccio e lo bacia allegramente. In parte ciò si spiega con la gioia di dare e ricevere affetto dal migliore amico dell’uomo, ma in parte deriva anche dal fatto che io e mia moglie facciamo smorfie e ci lamentiamo quando tortura il cane, ma ridiamo quando gli mostra il suo affetto. Lui reagisce un po’ come reagivo io alla classe colta a cui sono stato lentamente esposto. All’università, pochissimi dei miei amici e ancora meno dei miei professori avevano una fede religiosa. Il secolarismo forse non era una condizione sine qua non per entrare a far parte delle élite, ma rendeva le cose più facili.
In questi due paragrafi, J. D. Vance torna nuovamente a riflettere sul proprio percorso e cerca di distinguere con precisione le ragioni di accettabilità sociale — il desiderio di integrarsi tra le élite liberali — all’origine di scelte che egli riteneva tuttavia personali. In questo, la sua riflessione si avvicina all’analisi sociologica, ma la sua introspezione assume anche accenti agostiniani: come l’Agostino delle Confessioni, condanna e cerca di spiegare gli smarrimenti del suo io passato in nome della verità ritrovata del suo io presente.
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Certo, se me lo aveste detto quando avevo ventiquattro anni, avrei protestato con veemenza. Avrei citato non solo Hitchens, ma anche Russell e Ayer. Vi avrei elencato tutte le ragioni per cui C.S. Lewis era un idiota i cui argomenti potevano reggere solo di fronte a intellettuali di terza categoria.
I filosofi britannici Bertrand Russell (1872-1970) e A. J. Ayer (1910-1989), vicini al pensiero del Circolo di Vienna, hanno entrambi cercato di dimostrare l’irrazionalità delle credenze religiose ricorrendo alla logica. Da ciò si deduce anche che J. D. Vance abbia conosciuto essenzialmente la filosofia analitica nel corso dei suoi studi.
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Guardavo Ravi Zacharias solo per individuare le incongruenze nelle sue argomentazioni, nel timore che un cristiano colto potesse usarle contro di me. Ero orgoglioso di poter smentire l’opposizione con la mia logica. Al centro della mia visione del mondo c’era una sorta di arroganza emotiva e intellettuale.
Al contrario, lo scrittore britannico C. S. Lewis (1898-1963), noto nel mondo francofono soprattutto come autore di fantasy, è anche autore di una vasta opera di apologetica filosofica a favore del cristianesimo anglicano.
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Tuttavia, mi rassicuravo rifacendomi a una filosofa il cui ateismo e libertarismo mi dicevano proprio quello che volevo sentire: Ayn Rand. Gli uomini grandi e intelligenti erano arroganti solo se avevano torto — e io non avevo assolutamente torto.
Ayn Rand (1905-1982), autrice di Lo sciopero, è una scrittrice statunitense spesso citata dai libertari per la sua «filosofia oggettivista» dalle pretese scientifiche, una forma radicale di libertarismo e anticollettivismo; è anche radicalmente atea e antireligiosa.
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Ma c’erano alcuni semi di dubbio, uno piantato nella mia mente, l’altro nel mio cuore. Il primo è emerso durante una lezione di filosofia alla Ohio State University. Avevamo letto un famoso dibattito scritto tra Antony Flew, R.M. Hare e Basil Mitchell. Flew, un ateo (anche se in seguito si è ricreduto), sostiene che le affermazioni teologiche — come «Dio ama l’uomo» — sono fondamentalmente infalsificabili e quindi prive di significato. Poiché i credenti non lasciano che alcun fatto si opponga alla loro fede, i loro punti di vista non sono realmente affermazioni sul mondo. Ciò corrispondeva perfettamente alla mia esperienza di ciò che dicono i credenti quando si trovano di fronte a difficoltà apparenti. Vi trovate di fronte a una tragedia indescrivibile? «Le vie del Signore sono imperscrutabili». Affrontate la solitudine e la disperazione? «Dio vi ama sempre». Se le sfide, realistiche ed evidenti, a questi sentimenti sono state affrontate e poi ignorate dai fedeli, allora la loro fede deve essere piuttosto vuota. La nostra classe trascorreva la maggior parte del tempo a discutere della prima serie di argomenti di Flew e della risposta di Hare — che, in sostanza, ammette il punto di vista di Flew, ma sostiene che i sentimenti religiosi sono comunque significativi e potenzialmente veri.
Questo dibattito è infatti relativamente noto nel mondo della filosofia della religione anglosassone. Riguardante la scientificità della teologia, e quindi il suo carattere « infalsificabile », in una prospettiva ispirata ai lavori di Karl Popper e Ludwig Wittgenstein, ha visto contrapposti Anthony Flew (1923-2010), logico ateo che, verso la fine della sua vita, si è avvicinato a posizioni deiste — a cui allude J. D. Vance — e Basil Mitchell (1917-2011), professore di filosofia della religione a Oxford, sostenitore del carattere razionale delle affermazioni religiose. R. M. Hare (1919-2002), che si è distinto piuttosto nella filosofia morale ed etica, sviluppa la teoria del prescriptivismo (a metà strada tra l’utilitarismo e il kantismo).
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La risposta di Basil Mitchell ha ricevuto meno attenzione durante quel corso, ma le sue parole rimangono tra le più potenti che io abbia mai letto. Da allora ci penso continuamente. Inizia con una parabola su un soldato della resistenza in tempo di guerra, in un territorio occupato, che incontra uno « straniero ». Il soldato è così affascinato dallo straniero da credere che sia il capo della resistenza.
A volte si vede lo straniero aiutare i membri della resistenza, e il partigiano, riconoscente, dice ai suoi amici: «È dalla nostra parte». A volte lo si vede in divisa da poliziotto mentre consegna i patrioti all’occupante. In questo caso, i suoi amici mormorano contro di lui, ma il partigiano continua a dire: «& È dalla nostra parte ». Crede sempre che, nonostante le apparenze, lo straniero non lo abbia ingannato. A volte chiede aiuto allo straniero e lo riceve. Allora è grato. A volte chiede e non riceve. Allora dice : « Lo straniero sa meglio di chiunque altro ». A volte i suoi amici, esasperati, dicono: «Allora, cosa dovrebbe fare perché tu ammetta che ti sbagliavi e che non è dalla nostra parte?» Ma il sostenitore si rifiuta di rispondere. Non vuole accettare di mettere alla prova lo straniero. E a volte i suoi amici si lamentano: «Se è questo che intendi per “è dalla nostra parte”, prima che passi a miglior vita, meglio è». Il sostenitore della parabola non lascia che nulla si opponga in modo decisivo alla proposizione: «Lo straniero è dalla nostra parte». Questo perché si è impegnato a fidarsi dello straniero. Tuttavia, riconosce ovviamente che il comportamento ambiguo dello straniero va contro ciò che crede di lui. È proprio questa situazione che costituisce la prova della sua fede.
All’epoca feci del mio meglio per ignorare la risposta di Mitchell. Flew aveva descritto perfettamente la fede che avevo rifiutato. Ma Mitchell esprimeva una fede che non avevo mai incontrato personalmente. Il dubbio era inaccettabile. Avevo pensato che la risposta adeguata a una prova di fede fosse quella di sopprimerla e fare finta che non fosse mai esistita. Ma ecco che Mitchell ammetteva che il disgregarsi del mondo e le nostre tribolazioni individuali andavano contro l’esistenza di Dio. Ma non in modo definitivo. Alla fine giunsi alla conclusione che Mitchell avesse vinto il dibattito filosofico di anni prima, prima di rendermi conto di quanto la sua umiltà di fronte al dubbio avesse influenzato la mia stessa fede.
Il significato della «parabola di Mitchell» o «parabola del partigiano» non è di per sé evidente: piuttosto che una giustificazione dell’esistenza di Dio, essa tende a descrivere l’atteggiamento esistenziale di alcuni credenti — la fiducia iniziale concessa e mai revocata nonostante l’onnipresenza del dubbio. Per certi aspetti, la si può avvicinare alla scommessa di Pascal, o alla dottrina agostiniana del chiaroscuro delle Scritture.
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Man mano che avanzavo nel nostro sistema educativo — passando dall’università pubblica dell’Ohio alla facoltà di giurisprudenza di Yale —, ho iniziato a preoccuparmi del fatto che la mia assimilazione alla cultura dell’élite avesse un costo elevato.
Negli Stati Uniti, infatti, le università più prestigiose sono le otto che compongono l’Ivy League — Harvard, Princeton, Yale, Columbia, Brown, Cornell, Dartmouth, Università della Pennsylvania —, e sono tutte università private e di lunga tradizione. Tra queste, Yale, senza dubbio la più rinomata dopo Harvard e Princeton, si distingue in particolare nelle scienze umane e nel diritto — ovvero le materie studiate da J. D. Vance. A un livello intermedio si trovano le università pubbliche, finanziate dagli Stati federati; l’Università statale dell’Ohio è tuttavia già una delle università pubbliche più selettive.
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Un giorno mia sorella mi ha detto che la canzone che le faceva pensare a me era « Simple Man » dei Lynyrd Skynyrd. Anche se mi ero innamorato, mi sono reso conto che i demoni emotivi della mia infanzia mi impedivano di essere il partner che avevo sempre desiderato essere.
Canzone di questo gruppo rock del Sud che descrive l’incomprensione tra i valori tradizionali dei genitori e il desiderio di successo di un giovane.
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L’arroganza randiana che nutrivo nei confronti delle mie capacità è svanita quando mi sono reso conto che l’ossessione per il successo non mi avrebbe portato a realizzare ciò che era stato più importante per me per gran parte della mia vita: una famiglia felice e prospera.
Probabilmente si tratta qui della costante più importante nella vita di Vance: la struttura familiare e la stabilità che essa garantisce hanno occupato un posto centrale nella sua giovinezza in Ohio, e questo è ormai diventato uno degli argomenti più sottolineati dal candidato alla vicepresidenza di Trump nei suoi discorsi. Vance detesta coloro che, per scelta o per convinzione, decidono di non avere una famiglia. Le « childless cat ladies » — donne con gatti senza figli — un’espressione usata più volte da Vance dal 2021, incarnano tutto ciò che secondo lui non va nell’America contemporanea : una presunta mancanza di fiducia nel futuro, nell’importanza della famiglia e, inoltre, un’emancipazione delle donne troppo spinta che oggi permette loro di pensare a una carriera professionale e a una vita familiare pur non avendo figli.
Nel mese di agosto, Vance ha preso di mira diverse personalità democratiche senza figli — il segretario ai Trasporti Pete Buttigieg, il senatore del New Jersey Cory Booker, la deputata di New York Alexandria Ocasio-Cortez e la vicepresidente Kamala Harris —, accusandoli di non avere «un impegno concreto [tramite i figli] per il futuro di questo Paese».
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Mi ero immerso nella logica della meritocrazia e l’avevo trovata profondamente insoddisfacente. Ho iniziato a chiedermi se tutti quei parametri di successo mi rendessero una persona migliore. Avevo scambiato la virtù con il successo e avevo trovato quest’ultimo insufficiente. Alla donna che volevo sposare importava poco se avrei ottenuto un posto alla Corte Suprema: voleva semplicemente che fossi una brava persona.
È ovviamente possibile che esageriamo le nostre mancanze. Non ho mai tradito quella che allora era la mia futura moglie. Non sono mai stato violento con lei. Ma una voce nella mia testa esigeva di più da me: che mettessi i suoi interessi prima dei miei, che tenessi a freno il mio temperamento per il suo bene, tanto quanto per il mio. E ho cominciato a rendermi conto che quella voce, da qualunque parte venisse, non era la stessa che mi costringeva a salire il più in alto possibile sulla scala della meritocrazia. Veniva da un luogo più remoto dentro di me, più concreto — e esigeva una riflessione sulle mie origini piuttosto che un divorzio culturale da esse.
In questo passaggio e nei paragrafi precedenti si intrecciano diversi registri: forse, innanzitutto, l’abilità del politico, che sa dosare gli elementi personali e fare leva sull’emotività di un elettorato che pone i valori familiari al centro delle proprie preoccupazioni; anche il tono delle confessioni personali sui fallimenti iniziali e sull’arroganza di cui Vance si sarebbe pentito è pensato per conquistare la simpatia; ma c’è senza dubbio qualcosa di più: il riconoscimento delle carenze sociali della meritocrazia, unito a un’insoddisfazione esistenziale di fronte a ciò che gli era stato presentato come successo, ma che offre solo vacuità. Anche in questo caso, c’è qualcosa di molto agostiniano nella presentazione di questo percorso e nel tema della « voce », richiamo interiore al superamento del successo materiale.
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Mentre riflettevo su questi due desideri — il desiderio di successo e quello di moralità — e sul modo in cui si contrapponevano (o meno), mi sono imbattuto in una meditazione di Sant’Agostino sulla Genesi. Ero un fervente ammiratore di Sant’Agostino da quando un docente di teoria politica all’università mi aveva fatto leggere La Città di Dio. Ma le sue riflessioni sulla Genesi mi hanno colpito e meritano di essere riportate per esteso:
Se la Scrittura ci presenta verità oscure, al di là della nostra comprensione, che, senza scuotere la fermezza della nostra fede, si prestano a diverse interpretazioni, guardiamoci bene dall’adottare un’opinione e dall’aderirvi in modo così cieco da soccombervi, quando un esame approfondito ne dimostra la falsità; lungi dal sostenere il pensiero della Scrittura, non faremmo altro che sostenere un’opinione personale, sostituendo il nostro particolare significato a quello della Scrittura, mentre il pensiero della Scrittura deve diventare il nostro.
Ammettiamo effettivamente che, riguardo a questo passo: «Dio disse: “Sia la luce”», alcuni vedano nella luce una chiarezza intellettuale, altri un fenomeno fisico. Che esista una luce intellettuale che illumina gli animi è un punto accettato nella nostra fede; quanto all’ipotesi di una luce materiale creata nel cielo, o sopra il cielo, o addirittura prima del cielo, e in grado di far posto alla notte, essa non è contraria alla fede, purché non sia confutata da una verità incontestabile. È stata riconosciuta falsa? La Scrittura non la conteneva; era solo il frutto dell’ignoranza umana […].
E poi cosa succede? Il cielo, la terra e gli altri elementi, le rivoluzioni, la grandezza e le distanze degli astri, le eclissi del sole e della luna, il movimento periodico dell’anno e delle stagioni; le proprietà degli animali, delle piante e dei minerali sono oggetto di conoscenze precise, che si possono acquisire, senza essere cristiani, attraverso il ragionamento o l’esperienza. Ora, nulla sarebbe più vergognoso, più deplorevole e più pericoloso della situazione di un cristiano che, trattando di queste materie davanti agli infedeli come se espone loro le verità cristiane, snocciolasse tante assurdità che, vedendolo avanzare errori grandi come montagne, essi potrebbero a malapena trattenersi dal ridere. Che un uomo provochi il riso con le sue gaffe è un piccolo inconveniente; il male sta nel far credere agli infedeli che gli autori sacri ne siano gli autori, e nel dare loro, a danno delle anime di cui ci preoccupiamo per la salvezza, un’aria di grossolana e ridicola ignoranza. Come infatti, dopo aver visto un cristiano sbagliarsi su verità a loro familiari, e attribuire ai nostri Libri sacri le sue false opinioni, come, dico, potrebbero abbracciare, sull’autorità di questi stessi libri, i dogmi della resurrezione dei corpi, della vita eterna, del regno dei cieli, quando immaginano di scoprirvi errori su verità dimostrate dal ragionamento e dall’esperienza ?9
Non potevo fare a meno di pensare a come avrei reagito a quel passaggio da bambino: se qualcuno mi avesse presentato lo stesso argomento quando avevo 17 anni, l’avrei definito un eretico. Si trattava di una forma di compiacenza nei confronti della scienza, dello stesso tipo a cui cedono i cristiani moderati contemporanei e di cui Bill Maher si prende giustamente gioco. Eppure, 1.600 anni fa, qualcuno scrisse che il mio approccio alla Genesi era arrogante — del tipo che avrebbe potuto allontanare una persona dalla fede.
Bill Maher è un comico statunitense, inizialmente vicino al Partito Democratico e poi ai libertari, nonché critico del conformismo religioso oscurantista dell’America profonda. J. D. Vance ricorre a questo riferimento per dimostrare che è stato innanzitutto il razionalismo di Agostino ad affascinarlo: in lui ha scoperto un cristiano più razionale rispetto all’ambiente letteralista in cui è cresciuto.
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Si è rivelato che quelle parole fossero fin troppo azzeccate, e hanno causato la prima crepa nella mia proverbiale corazza. Ho iniziato a diffondere questa citazione tra i miei amici, credenti e non, e ci ho riflettuto a lungo.
Più o meno nello stesso periodo, ho assistito a una conferenza di Peter Thiel nella nostra facoltà di giurisprudenza. Era il 2011 e Thiel era già un affermato investitore in capitale di rischio, ma non era ancora molto conosciuto dal grande pubblico. In seguito avrebbe elogiato il mio libro ed è diventato da allora un mio caro amico, ma in quel momento non sapevo affatto cosa aspettarmi.
Peter Thiel, nato nel 1967, è un imprenditore e investitore in capitale di rischio, noto per aver fondato PayPal e successivamente Palantir, società specializzata in Big Data, nonché importante investitore in Facebook. Dal punto di vista politico, è stato vicino alle idee libertarie e alleato del Partito Repubblicano, ma le sue posizioni iconoclastiche e spesso radicali su numerosi argomenti lo rendono ormai inclassificabile, un po’ sull’esempio di Elon Musk. Nel brano raccontato da Vance, sembra assumere il ruolo di critico delle utopie tecnologiche della Silicon Valley, di cui è tuttavia un valido rappresentante.
Thiel è stato un sostenitore finanziario e politico piuttosto inaspettato di Donald Trump durante la campagna elettorale del 2016. In un’intervista rilasciata a The Atlantic nel novembre 2023, racconta che Trump ha cercato di convincerlo a donare 10 milioni di dollari 10. L’ex presidente aveva in particolare invocato il suo sostegno a Vance durante la sua campagna per l’elezione al Senato nel 2022.
Oltre al sostegno finanziario, Thiel rappresenta anche un pilastro fondamentale dello sforzo di radicalizzazione del Partito Repubblicano — talvolta definito «Nuova destra» — verso posizioni sempre più conservatrici. In particolare, dal 2019 partecipa a ogni conferenza annuale dei nazional-conservatori (NatCon).
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Ha iniziato parlando a titolo personale: ha sottolineato che nel mondo del lavoro eravamo sempre più coinvolti in una competizione spietata. Eravamo in competizione per i posti di assistente in appello, poi per quelli di assistente alla Corte Suprema. Eravamo in competizione per posti di lavoro in studi legali d’élite, poi per diventare soci in quegli stessi studi. Ad ogni fase, diceva, i nostri lavori sarebbero stati accompagnati da orari di lavoro più lunghi, alienazione sociale, in particolare rispetto ai nostri pari, e incarichi il cui prestigio non avrebbe compensato la mancanza di senso. Ha anche affermato che il mondo in cui lavora, la Silicon Valley, dedica troppo poco tempo alle innovazioni tecnologiche che migliorano la vita — in biologia, energia e trasporti — e troppo tempo a software e telefoni cellulari. Ormai tutti potevano scambiarsi tweet o pubblicare foto su Facebook, ma ci voleva molto tempo per raggiungere l’Europa, non avevamo una cura contro il declino cognitivo e la demenza, e il nostro consumo energetico inquinava sempre più il pianeta. Per lui, queste due tendenze — l’élite professionale intrappolata in lavori ipercompetitivi e la stagnazione tecnologica della società — erano collegate. Se l’innovazione tecnologica fosse il motore di una vera prosperità, le nostre élite non si sentirebbero sempre più in competizione tra loro per un numero sempre minore di risultati prestigiosi.
Thiel proviene lui stesso dalla Silicon Valley, ma non esita a scagliarsi contro le Big Tech e il monopolio che esercitano. In particolare, sostiene la necessità di una «repressione repubblicana» (Republican crackdown), il suo nemico giurato, la cui dimensione minaccia i suoi interessi finanziari. Il discorso di Thiel nei confronti delle grandi aziende tecnologiche — e in particolare dei social network, come Facebook, e del motore di ricerca di Google — converge in questo senso con quello di Musk, il quale ritiene che queste agiscano contro i conservatori, in particolare manipolando le informazioni prima delle elezioni.
Musk e Thiel condividono anche diversi elementi biografici: oltre ad aver entrambi vissuto in Sudafrica durante l’apartheid, due dei biografi dei miliardari della tecnologia, Max Chafkin e Walter Isaacson, raccontano come entrambi siano stati vittime di bullismo durante l’infanzia. Crescendo, hanno adottato meccanismi di difesa che ora sembrano spingerli verso il quadro cupo dell’America che oggi dipinge Donald Trump. Thiel ripete da diversi anni che si fida solo del candidato con il discorso più pessimista perché «se sei troppo ottimista, dimostri di non essere al passo con i tempi».
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L’intervento di Peter rimane il momento più significativo del mio soggiorno alla facoltà di giurisprudenza di Yale. Ha dato voce a un sentimento che non aveva ancora preso forma: ero ossessionato dal successo in sé, non come fine di qualcosa di significativo, ma per vincere una competizione sociale. La mia preoccupazione per il fatto di aver dato priorità allo sforzo piuttosto che al carattere ha assunto maggiore importanza: impegnarsi, ma per cosa? Non sapevo nemmeno perché mi interessassero le cose che mi interessavano. Mi consideravo istruito, illuminato e particolarmente saggio riguardo alle vie del mondo — almeno rispetto alla maggior parte degli abitanti della mia città natale. Eppure, ero ossessionato dall’ottenere referenze professionali — un tirocinio presso un giudice federale, poi un posto di socio in uno studio prestigioso — che non capivo. Odiavo la mia limitata esposizione alla pratica legale. Ho guardato al futuro e mi sono reso conto di aver partecipato a una corsa disperata il cui primo premio era un lavoro che detestavo.
Ho iniziato subito a pianificare una carriera al di fuori del diritto, il che spiega perché ho esercitato la professione di avvocato per meno di due anni dopo la laurea. Peter mi ha trasmesso un’ultima cosa: era probabilmente la persona più intelligente che avessi mai incontrato, ma era anche cristiano. Sfidava il modello sociale che mi ero costruito, secondo cui le persone stupide erano cristiane e quelle intelligenti atee. Ho iniziato a chiedermi da dove derivasse la sua fede religiosa, il che mi ha portato a René Girard, il filosofo francese con cui aveva evidentemente studiato a Stanford. Il pensiero di Girard è così ricco che qualsiasi tentativo di sintesi non gli rende giustizia. La sua teoria della rivalità mimetica, secondo cui tendiamo a competere per le cose che gli altri vogliono, si applicava direttamente ad alcune delle pressioni che avevo sentito a Yale. Ma è stata la sua teoria del capro espiatorio — e ciò che essa rivela sul cristianesimo — a farmi riconsiderare la mia fede.
Il filosofo e antropologo francese René Girard (1923-2015) ha svolto quasi tutta la sua carriera accademica nelle università americane, concludendola come professore all’Università di Stanford. Pensatore del desiderio mimetico — secondo cui ogni desiderio di un oggetto è mediato dal desiderio degli altri — e della violenza fondatrice dell’ordine sociale attraverso il fenomeno del capro espiatorio, rimane un punto di riferimento fondamentale del pensiero cristiano contemporaneo. Ha sempre affermato che sono stati gli sviluppi logici del suo sistema a portarlo a riconoscere la verità del cristianesimo, e non la sua conversione al cattolicesimo ad aver influenzato il suo pensiero in senso apologetico. Rimane piuttosto noto negli Stati Uniti nei circoli conservatori e ha esercitato una grande influenza su Peter Thiel.
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Una delle idee centrali di Girard è che le civiltà umane si fondano spesso, se non sempre, sul «mito del capro espiatorio» — un atto di violenza commesso contro qualcuno che ha arrecato danno all’intera comunità, narrato come una sorta di storia originaria della comunità stessa.
Girard sottolinea che Romolo e Remo sono, come Cristo, figli divini e, come Mosè, furono deposti in una cesta sul fiume per salvarli da un re geloso. C’è stato un tempo in cui tali paragoni mi facevano rizzare i capelli, poiché temevo che ogni apparente mancanza di originalità da parte delle Scritture significasse che non potessero essere vere. Si tratta di un espediente retorico comune del Nuovo ateismo: indicare un racconto della creazione — come il racconto del diluvio nell’Epopea di Gilgamesh — come prova che gli autori delle Scritture abbiano plagiato la loro storia da una civiltà precedente. Ne consegue ragionevolmente che, se la storia biblica è stata presa in prestito da un’altra civiltà, la versione della storia fornita dalla Bibbia potrebbe non essere la parola di Dio.
Ma Girard respinge questa deduzione e si concentra sulle analogie tra i racconti biblici e quelli di altre civiltà. Per Girard, la storia cristiana presenta una differenza fondamentale — una differenza che rivela qualcosa di «nascosto sin dalla fondazione del mondo». Nel racconto cristiano, il capro espiatorio per eccellenza non ha fatto alcun male alla civiltà, è la civiltà che ha fatto del male a lui. La vittima della follia della folla è, come lo era Cristo, infinitamente potente — in grado di impedire il proprio omicidio — e perfettamente innocente — non meritevole della rabbia e della violenza della folla. In Cristo vediamo i nostri sforzi di attribuire la colpa e le nostre mancanze a una vittima per quello che sono: una mancanza morale proiettata con violenza su qualcun altro. Cristo è il capro espiatorio che rivela le nostre imperfezioni e ci costringe a guardare ai nostri difetti piuttosto che accusare le vittime scelte dalla nostra società.
Nei paragrafi precedenti, J. D. Vance offre una sintesi piuttosto fedele del sistema girardiano, che parte dall’analisi dei miti per individuarne i meccanismi arcaici di violenza, successivamente ritualizzati. Egli solleva un’obiezione spesso mossa al cristianesimo dai sostenitori del Nuovo ateismo — ovvero Hitchens e Harris, citati in precedenza —, un’obiezione in realtà molto antica, che riguarda la somiglianza di tutti i miti religiosi. Il cristianesimo si distinguerebbe comunque in quanto sarebbe la religione che svelerebbe il meccanismo del capro espiatorio occultato da tutte le altre credenze religiose.
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Le persone giungono alla verità in modi diversi, e sono certo che alcuni troveranno questo racconto insoddisfacente. Ma nel 2013 ha colto in modo incredibilmente accurato la psicologia della mia generazione, in particolare dei suoi membri più privilegiati. Impantanati sui social media, abbiamo individuato un capro espiatorio e ci siamo avventati su di lui online. Eravamo guerrieri della tastiera, attaccando le persone su Facebook e Twitter, ciechi di fronte ai nostri stessi problemi. Lottavamo per lavori che in realtà non volevamo, fingendo al contempo di non fare alcuno sforzo per ottenerli.
Si tratta in questo caso di una nuova divulgazione del pensiero girardiano, questa volta incentrata sulla rivalità mimetica (Mensonge romantique et vérité romanesque, 1961), che ha riscosso ampio successo.
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La conseguenza, in fin dei conti, è che avevo perso il senso della virtù. Mi vergognavo di più di non superare un esame alla facoltà di giurisprudenza che di perdere le staffe con la mia ragazza.
Tutto questo doveva cambiare. Era ora di smetterla di cercare capri espiatori e di concentrarmi su ciò che potevo fare per migliorare le cose.
Queste riflessioni molto personali sulla fede, la conformità e la virtù hanno coinciso con uno dei miei progetti di scrittura che avrebbe riscosso un grande successo di pubblico: Hillbilly Elegy, un libro a metà strada tra le memorie e il commento sociale che ho pubblicato nel 2016. Ripensando alle prime bozze del libro, mi rendo conto di quanto sia cambiato tra il 2013 e il 2015: ho iniziato a scrivere il libro arrabbiato, pieno di risentimento nei confronti di mia madre e sicuro delle mie capacità. L’ho terminato con maggiore umiltà e molto incerto sulle misure da adottare per «risolvere» così tanti dei nostri problemi sociali. La risposta che ho trovato, che era insoddisfacente allora quanto lo è oggi, è che è impossibile «risolvere» i nostri problemi sociali. Il meglio che possiamo sperare è di ridurli o di attenuarne gli effetti.
In Hillbilly Elegy, il senatore e candidato alla vicepresidenza al fianco di Donald Trump traccia il ritratto di un’America in declino, caratterizzata dalla povertà, dalla droga, dalla violenza e dalla miseria cronica delle piccole città della rust belt. Il suo racconto esalta inoltre i valori tipici degli Appalachi che gli sarebbero stati trasmessi dalla sua famiglia. Sebbene siano in gran parte disoccupati, a volte dipendenti dalla previdenza sociale per sopravvivere, Vance fa ripetutamente riferimento all’orgoglio, alla solidarietà, al senso del lavoro e della famiglia degli abitanti di Middletown.
L’intento di Vance non è semplicemente quello di denunciare i danni causati dalla deindustrializzazione, ma anche di mettere in luce quelle che egli descrive come le cause della miseria in cui è cresciuto: il disinteresse della classe politica americana per «l’America dei ceti più bassi», la white working class trascurata dai governi che si sono succeduti.
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Nel corso delle mie ricerche, ho notato che molti di questi problemi sociali derivavano da comportamenti per i quali i ricercatori in scienze sociali e gli esperti politici utilizzavano un vocabolario diverso. Da una parte, la discussione verteva spesso sulla «cultura» e sulla «responsabilità personale», ovvero sul modo in cui gli individui o le comunità frenano il proprio progresso. Anche se mi sembrava evidente che ci fosse qualcosa di disfunzionale in alcuni dei luoghi in cui sono cresciuto, il discorso della destra mi appariva un po’ crudele. Non teneva conto del fatto che i comportamenti distruttivi sono quasi sempre tragedie dalle conseguenze terribili. Una cosa è puntare il dito contro una persona che non ha agito in un certo modo, ma un’altra è sentire il peso della miseria che deriva da quelle azioni.
Gli intellettuali di sinistra si sono concentrati molto di più sui problemi strutturali ed esterni che devono affrontare famiglie come la mia: la difficoltà di trovare un lavoro e la mancanza di fondi per determinati tipi di risorse. Sebbene fossi d’accordo sul fatto che spesso siano necessarie maggiori risorse, mi sembrava che i nostri comportamenti più distruttivi persistessero, o addirittura prosperassero, nei periodi di benessere materiale. La sinistra economica mostrava spesso più compassione, ma era un tipo di compassione — priva di qualsiasi aspettativa — che sapeva di rinuncia. Un sentimento di compassione che presuppone che una persona sia svantaggiata al punto da essere disperata, era come l’empatia per un animale dello zoo, e non me ne importava nulla.
Leggere questo articolo, a quattro anni dalla sua pubblicazione iniziale, può sorprendere, dato che il discorso di Vance è notevolmente cambiato riguardo all’identificazione delle cause all’origine dei problemi sociali negli Stati Uniti. Nel 2020, Vance respingeva qui la tesi della «cultura» e della «responsabilità degli individui» come origine dei problemi di povertà, dipendenza o criminalità. Dalla sua elezione al Senato nel 2022, Vance si è radicalmente orientato verso il campo delle «guerre culturali», da cui Trump si era tenuto relativamente lontano fino ad allora.
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Riflettendo su queste visioni del mondo contrastanti, sulla saggezza e sulle lacune di ciascuna di esse, aspiravo a una visione del mondo che interpretasse i nostri comportamenti scorretti come fenomeni al tempo stesso sociali e individuali, strutturali e morali; che riconoscesse che siamo il prodotto del nostro ambiente; che abbiamo la responsabilità di cambiare questo ambiente, ma che siamo sempre esseri morali con doveri individuali; che possa opporsi ai crescenti tassi di divorzio e tossicodipendenza, non traendo conclusioni asettiche sulle loro esternalità sociali negative, ma dimostrando indignazione morale.
In questo brano e nei paragrafi precedenti, J. D. Vance mette sullo stesso piano l’utilitarismo neoliberista della destra, che stigmatizza i poveri in nome della loro responsabilità personale nella propria condizione, e il sociologismo e l’economicismo della sinistra, che dissolvono i dilemmi morali della povertà in sovrastrutture che ne annullano la responsabilità, e gettano sul problema della povertà solo uno sguardo materialista e consumistico. Per J. D. Vance, l’agire morale va di pari passo con una deliberazione etica che si potrebbe avvicinare alla virtù aristotelica della prudenza (phronesis) In questo senso, egli si avvicina a un’etica delle virtù neo-aristotelica come quella sviluppata, ad esempio, dal filosofo Alasdair MacIntyre (nato nel 1929).
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Alla fine mi sono reso conto che ero già stato esposto a quella visione del mondo: attraverso il cristianesimo di Mamaw. E il nome che lei dava ai comportamenti che avevo visto distruggere vite e comunità era «peccato». Mi sono ricordato di uno dei passaggi delle Scritture che meno preferivo, Numeri 14:18, e l’ho visto sotto una nuova luce: «& nbsp;Il Signore è lento all’ira e ricco di bontà, perdona l’iniquità e la ribellione ; ma non tiene il colpevole per innocente e punisce l’iniquità dei padri sui figli fino alla terza e alla quarta generazione ».
Attingendo a questo riferimento scritturale dell’Antico Testamento, Vance spiega che il concetto religioso e morale di peccato è l’unico in grado di conciliare la responsabilità individuale con le conseguenze sociali che vanno oltre l’individuo; esso permette di collegare l’orientamento morale al discorso sociale e politico. La sua visione del peccato come struttura al tempo stesso personale e collettiva può essere accostata alla riflessione di Papa Giovanni Paolo II sulle «strutture del peccato» nella dottrina sociale della Chiesa. Sullo sfondo, la dottrina agostiniana del peccato originale è ovviamente imprescindibile per articolare l’imputabilità soggettiva e le conseguenze oggettive.
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Una decina di anni fa, vi vedevo la prova dell’esistenza di un Dio vendicativo e irrazionale. Eppure, chi potrebbe guardare alle statistiche su ciò che la nostra cultura e la politica condotta all’inizio del XXI secolo hanno generato — la miseria, l’aumento dei tassi di suicidio, le «morti per disperazione» nel paese più ricco del mondo — e dubitare che i peccati dei genitori abbiano un qualche effetto sui loro figli
E, ancora una volta, le parole di Sant’Agostino, pronunciate un millennio e mezzo prima, hanno risuonato, esprimendo una verità che sentivo da tempo ma che non avevo mai formulato. Si tratta di un brano tratto da La Città di Dio, in cui Agostino descrive la dissolutezza della classe dirigente di Roma:
Ciò che ci sta a cuore è che ciascuno accresca ogni giorno le proprie ricchezze per soddisfare le proprie continue stravaganze e sottomettere i deboli. Che i poveri corteggiino i ricchi per avere di che vivere e per godere di una tranquilla oziosità all’ombra della loro protezione; che i ricchi facciano dei poveri gli strumenti della loro vanità e del loro fastoso mecenatismo. Che i popoli salutino con i loro applausi, non i tutori dei loro interessi, ma i fornitori dei loro piaceri; che nulla di penoso sia comandato, nulla di impuro sia proibito; che i re si preoccupino di trovare nei loro sudditi, non la virtù, ma la docilità; che i sudditi obbediscano ai re, non come a direttori dei loro costumi, ma come ad arbitri della loro fortuna e a intendenti delle loro voluttà, provando per loro, al posto di un sincero rispetto, un timore servile ; che le leggi veglino piuttosto a conservare a ciascuno la sua vigna che la sua innocenza ; che siano chiamati in giudizio solo coloro che attentano al bene o alla vita altrui, e che per il resto sia permesso fare liberamente tutto ciò che si vuole dei propri cari o con i propri cari, o con tutti coloro che vogliono acconsentirvi; che le prostitute abbondino per le strade per chiunque desideri goderne, soprattutto per coloro che non hanno i mezzi per mantenere una concubina ; ovunque case vaste e magnifiche, banchetti sontuosi, dove chiunque, purché lo voglia o possa, trovi giorno e notte il gioco, il vino, il vomitorio, la voluttà ; che ovunque si senta il rumore della danza ; che il teatro fremi per i trasporti di una gioia dissoluta e per le emozioni che suscitano i piaceri più vergognosi e crudeli. Che sia dichiarato nemico pubblico chiunque osi biasimare questo genere di felicità ; e se qualcuno vuole ostacolarlo, che non sia ascoltato, che il popolo lo strappi dal suo posto e lo elimini dal numero dei viventi ; che siano considerati veri dei solo coloro che hanno procurato al popolo questa felicità e che gliela conservano.11
J. D. Vance ricorre qui a questo brano del libro II de La Città di Dio per criticare il consumismo e l’edonismo delle società occidentali, in particolare quella americana. La sua critica morale ha anche una dimensione sociale: i comportamenti edonistici che egli condanna sono soprattutto quelli dell’élite romana/washingtoniana, in contrapposizione alla massa della gente comune che avrebbe saputo conservare il senso dei valori morali.
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È la migliore critica della nostra epoca moderna che io abbia mai letto. Una società interamente orientata al consumo e al piacere, che rifiuta il dovere e la virtù. Poco dopo aver letto queste parole per la prima volta, il mio amico Oren Cassha pubblicato un libro in cui sostiene che i responsabili politici americani si sono concentrati troppo sulla promozione del consumo a scapito della produttività, o di qualsiasi altra misura del benessere. La reazione — criticare Oren per aver osato proporre politiche che potrebbero ridurre il consumo — ha quasi dimostrato la validità dell’argomento. «Sì», mi sono sorpreso a dire, «le politiche preferite da Oren potrebbero ridurre il consumo pro capite. Ma è proprio questo il problema: la nostra società è più della somma delle sue statistiche economiche. Se le persone muoiono prima pur avendo raggiunto livelli di consumo senza precedenti, allora forse l’attenzione che dedichiamo al consumo non è saggia ».
Oren Cass (nato nel 1983, come J.D. Vance) è uno spin doctor e consulente politico statunitense, capo economista del think tank conservatore American Compass. Ha partecipato, tra l’altro, alla campagna presidenziale di Mitt Romney. Il libro di Cass citato da Vance è The Once and Future Worker, un saggio di grande rilievo sulla produttività e il valore del lavoro che critica l’attenzione delle politiche pubbliche sul consumo piuttosto che sulla produzione, il che lo porta a sostenere una forma di protezionismo. Vance lo utilizza qui per contestare l’assolutizzazione delle statistiche economiche come indicatore del benessere di un paese. Lo avevamo intervistato a lungo sulla rivista per comprenderne la dottrina.
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Ed è proprio questa intuizione, più di ogni altra cosa, che alla fine mi ha condotto non solo al cristianesimo, ma anche al cattolicesimo. Nonostante mia madre non conoscesse la liturgia, né le influenze culturali romane e italiane, né quel papa straniero, ho iniziato lentamente a vedere il cattolicesimo come l’espressione più vicina al suo tipo di cristianesimo: ossessionato dalla virtù, ma consapevole del fatto che la virtù si forma nel contesto di una comunità più ampia; compassionevole verso i deboli e i poveri del mondo senza trattarli solo come vittime; protettore dei bambini e delle famiglie e dotato di ciò che è necessario per garantire loro il benessere. E soprattutto: una fede incentrata su un Cristo che esige da noi la perfezione pur amando incondizionatamente e perdonando facilmente.
Per J. D. Vance, il cattolicesimo, all’interno delle confessioni cristiane, rappresenta un giusto equilibrio tra l’esigenza di virtù e di perfezionamento morale, e quindi di responsabilizzazione, e la necessità di essere compassionevoli e di aiutare socialmente i più bisognosi; o, per dirla in termini religiosi, tra giustizia e misericordia. L’esistenza del sacramento della penitenza — la confessione individuale, inesistente tra i protestanti — e di altre istanze di mediazione, contraddistingue a suo avviso la Chiesa cattolica.
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È stata proprio questa idea a farmi passare da alcune conversazioni informali con i religiosi domenicani a un periodo di studio più approfondito, in particolare con uno di loro. Avrei quasi voluto che non fosse stato un processo così graduale, che ci fosse stato un momento decisivo che mi facesse capire che dovevo diventare cattolico. Ci sono state alcune coincidenze un po’ strane che hanno accelerato la mia decisione. Una di queste è avvenuta circa un anno fa, durante una conferenza con intellettuali prevalentemente conservatori a cui stavo partecipando. A tarda notte, al bar dell’hotel, ho interrogato uno scrittore cattolico conservatore sulle sue critiche nei confronti del Papa. (Sono sempre più convinto che troppi cattolici americani non abbiano mostrato la deferenza dovuta al papato, trattando il Papa come una figura politica da criticare o lodare a seconda dei loro capricci).
Si tratta in questo caso di una frecciatina, discreta ma evidente, rivolta ad alcuni ambienti cattolici americani, conservatori o tradizionalisti, che criticano gli orientamenti o addirittura la persona di Papa Francesco con toni che Vance giudica eccessivi: da buon neoconvertito, ritiene che il pontefice meriti in ogni circostanza un atteggiamento deferente da parte dei cattolici; ricorda che il papato non è un’istituzione di politica di parte.
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Pur ammettendo che alcuni cattolici si spingessero troppo oltre, difendeva il suo approccio più moderato, quando all’improvviso un bicchiere di vino sembrò cadere da un punto stabile dietro il bancone e si frantumò sul pavimento davanti a noi. Ci siamo guardati in silenzio per un attimo, un po’ sorpresi da ciò che avevamo appena visto, prima di interrompere bruscamente la nostra conversazione e congedarci per andare a dormire.
Qui e nel paragrafo seguente, J. D. Vance sembra suggerire di aver assistito a un intervento divino, a una sorta di miracolo a suo favore, anche se evita un tono troppo sensazionalistico. Gli ambienti pentecostali americani sono inclini a questo tipo di interpretazione provvidenzialista, in cui lo straordinario irrompe molto spesso nella vita quotidiana ; in questo senso, questo aneddoto rappresenta per Vance, volente o nolente, un retaggio della sua cultura evangelica : per lui, queste coincidenze sono significative di per sé e non sono frutto del caso, ma della Provvidenza.
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Un altro evento si è svolto a Washington, D.C., nel corso di una settimana di viaggio particolarmente faticosa. Non vedevo la mia famiglia da alcuni giorni e non avevo nemmeno avuto il tempo di telefonare al mio figlio più piccolo. In momenti come quello, mi capita di ascoltare una magnifica interpretazione di un salmo eseguita da un coro ortodosso durante la visita di Papa Francesco in Georgia nel 2016. L’ho ascoltata sul treno da New York a Washington, dove conoscevo un frate domenicano che ho deciso di invitare a prendere un caffè. Lui mi ha invitato a visitare la sua comunità, dove ho sentito i monaci cantare lo stesso salmo. So che è facile giudicare gli scettici: J. D. ha guardato un video di un prete che cantava un versetto della Bibbia, poi ha mandato un’e-mail a un membro di un ordine religioso che ha poi cantato la stessa cosa. Ma, per citare Samuel L. Jackson in Pulp Fiction: «La state valutando nel modo sbagliato. Voglio dire, potrebbe essere che Dio abbia fermato i proiettili, che abbia cambiato la Coca-Cola in Pepsi, che abbia trovato le chiavi della mia auto. Non si giudicano queste cose in base al merito. Che ciò che abbiamo vissuto sia o meno un miracolo «secondo Hoyle» non ha alcuna importanza. Ciò che conta è che ho sentito il tocco di Dio».
Da politico scaltro, J. D. Vance sa anche come allentare la tensione e smorzare un po’ l’impressione di esaltazione religiosa che i suoi precedenti aneddoti potevano suscitare. Saper ricorrere all’autoironia, in questo caso grazie a una citazione dal film di Quentin Tarantino Pulp Fiction, è un’arte molto apprezzata dal pubblico americano in un discorso politico. Con questa citazione, Vance sembra voler dire che un intervento divino è comprensibile solo per chi ne è oggetto.
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Ebbene sì, negli ultimi anni ho avvertito il tocco di Dio in piccoli momenti. Anche se renderebbe la storia più interessante, non posso dire che uno di questi eventi mi abbia fatto alzare all’improvviso dicendomi: «È ora di convertirmi». Il cambiamento è stato più graduale. Sono convinto che Mamaw avrebbe accettato la teologia cattolica anche se i suoi aspetti culturali la mettevano a disagio. Mi hanno aiutato le parole di Sant’Agostino e di Girard, e l’esempio di mio zio Dan, che si è sposato nella nostra famiglia ma che ha dimostrato virtù cristiana più di qualsiasi altra persona che abbia mai incontrato. Anche dei buoni amici mi hanno fatto capire che non avevo bisogno di abbandonare la mia ragione prima di avvicinarmi all’altare. Alla fine ho creduto che gli insegnamenti della Chiesa cattolica fossero veri, ma ciò è avvenuto lentamente e in modo discontinuo.
Per J. D. Vance, la gradualità della sua conversione al cattolicesimo è anche una prova del suo carattere razionale e ponderato: non ha vissuto un’illuminazione improvvisa, ma una serie di prese di coscienza ordinate tra loro e meditate una dopo l’altra. Anche in questo caso, Vance si avvicina così a un altro convertito al cristianesimo cattolico che ha attraversato diverse fasi di una stessa ricerca intellettuale: l’Agostino delle Confessioni.
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Alcune circostanze hanno reso la conversione più difficile, anche dopo aver preso la mia decisione. Lo scandalo degli abusi sessuali mi ha costretto a chiedermi se entrare a far parte della Chiesa significasse sottoporre mio figlio a un’istituzione che si preoccupava più della propria reputazione che della protezione dei propri membri. Affrontare questi sentimenti ha ritardato la mia conversione di almeno qualche mese. Temevo anche che fosse ingiusto nei confronti di mia moglie: lei non aveva sposato un cattolico e avevo l’impressione di trascinarla in questa situazione. Tuttavia, lei ha sostenuto la mia decisione fin dall’inizio, e quindi non posso attribuirle questo ritardo.
La crisi degli abusi sessuali nel clero cattolico è stata infatti particolarmente grave negli Stati Uniti e ha conosciuto diverse ondate di grande portata: una prima è scoppiata nel 2002 dopo le rivelazioni del Washington Post sul sistema di insabbiamento degli abusi sessuali messo in atto dal cardinale Bernard Law, arcivescovo di Boston, che ha avuto ripercussioni in tutto il paese; a seguito di questo terremoto, diverse diocesi sono state dichiarate fallite a causa del pagamento dei risarcimenti alle vittime degli abusi. Si parla di una percentuale del 7% dei sacerdoti statunitensi colpevoli di abusi sessuali su minori. Una replica non meno potente dello scandalo è scoppiata nel 2018, quando si è appreso che il cardinale Theodore McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, è egli stesso autore di numerose aggressioni sessuali su minori e seminaristi adulti, e ha contribuito in modo determinante all’occultamento di altri crimini di abusi sessuali con numerosi complici.
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Sono stato accolto nella Chiesa cattolica in una bella giornata di metà agosto, durante una cerimonia privata non lontano da casa mia. Il giorno della cerimonia mi sono svegliato con un po’ di apprensione, temendo di commettere un grave errore. Nonostante tutti i miei dubbi sulla possibile reazione di Mamaw, quella mattina ho sentito risuonare nelle mie orecchie una delle sue frasi preferite, pronunciata dalla sua voce: «È ora di cagare o di alzarsi dal water».
Sono stato battezzato e ho ricevuto la mia prima comunione. Ho trovato tutto questo molto bello, anche se devo ammettere che mi sentivo ancora a disagio di fronte a qualcosa di così lontano dalle mie esperienze giovanili in chiesa. Gran parte della mia famiglia è venuta a sostenermi. Mio figlio di due anni — uno degli aspetti che preferisco della Chiesa è che incoraggia i genitori a portare i propri figli — ha mangiato un sacco di cracker Goldfish. Infine, i frati domenicani che mi avevano accolto hanno offerto ai miei amici e alla mia famiglia caffè e ciambelle.
Nel racconto della sua cerimonia di battesimo, con la quale è stato accolto nella Chiesa cattolica, J. D. Vance intreccia costantemente il registro personale, se non addirittura intimo, al punto da usare espressioni familiari — ma ciò contribuisce all’immagine di sua nonna come «persona comune», che si esprime come chiunque altro — e la testimonianza della sua esperienza di fede. La valorizzazione della sua famiglia corrisponde alle aspettative familiste di una parte del suo elettorato. Sua moglie, Usha Vance, originaria dell’India, è tuttavia rimasta di religione indù, e la loro cerimonia di matrimonio è stata mista, al tempo stesso cristiana e indù. Il suo percorso di fede è innanzitutto un cammino intellettuale personale, anche se possiede risonanze comunitarie e politiche.
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Cerco di mostrare un po’ di umiltà riguardo alle mie conoscenze, che sono piuttosto scarse, e al fatto che, in realtà, non sono un cristiano all’altezza. È proprio parlando di idee che mi sento più a mio agio nel dialogare con le persone. Mi ha sempre interessato un po’ meno il fatto di non poter leggere qualcosa e discuterne. Ma la Chiesa non si limita alle idee e a Sant’Agostino, che ho scelto come patrono. È anche una questione di cuore e di comunità di credenti. Si tratta di andare a messa e ricevere i sacramenti, anche quando è difficile o imbarazzante farlo. Si tratta di tante cose che ignoro e del processo che consiste nel diventare meno ignorante col tempo.
Proprio qui, J. D. Vance si concentra sull’aspetto comunitario del cattolicesimo, che non è solo né principalmente una religione intellettuale, ma soprattutto una comunità di credenti da sostenere; il neofita, nel senso letterale del termine (appena battezzato), fa qui un atto di umiltà.
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Mia moglie mi ha detto che convertirmi al cattolicesimo — studiare e riflettere su ciò che studiavo — era « un bene per me ». Alla fine ho capito che aveva ragione, almeno se si ragiona su scala cosmica. Mi sono reso conto che una parte di me — la parte migliore — traeva ispirazione dal cattolicesimo. Era quella parte di me che mi imponeva di essere paziente con mio figlio e che mi faceva stare male quando non ci riuscivo, che mi imponeva di moderare il mio temperamento con tutti, ma soprattutto con la mia famiglia, che mi imponeva di preoccuparmi più della mia immagine di marito e padre che di quella di chi provvede al sostentamento della propria famiglia. Questo mi ha costretto a sacrificare il prestigio professionale a favore degli interessi della mia famiglia. Mi ha costretto a lasciar andare i rancori e a perdonare anche chi mi aveva fatto del male. Come dice San Paolo nella sua epistola ai Filippesi: «Infine, fratelli, tutto ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorevole, tutto ciò che può esserci di buono nella virtù e nella lode umana, ecco ciò di cui dovete preoccuparvi.» È stata la parte cattolica del mio cuore e della mia mente a esigere che riflettessi sulle cose che contavano davvero.
Attingendo a questa citazione della Lettera di san Paolo ai Filippesi (4, 17), J. D. Vance sottolinea infine un ultimo argomento a favore del cattolicesimo come scuola di perfezionamento morale: egli evidenzia ancora una volta il carattere graduale degli sforzi richiesti dalla sua morale, in contrasto con un pensiero evangelico fortemente improntato all’elezione divina definitiva e alla predestinazione.
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E se volevo che quella parte di me fosse nutrita e crescesse, dovevo fare qualcosa di più che limitarmi a leggere occasionalmente testi di teologia o a riflettere sui miei difetti. Avevo bisogno di pregare di più, di partecipare alla vita sacramentale della Chiesa, di confessarmi e di pentirmi pubblicamente, per quanto imbarazzante potesse essere. Insomma, avevo bisogno della grazia.
In conclusione, J. D. Vance sfuma in qualche modo l’idea secondo cui l’adesione al cattolicesimo sarebbe solo un percorso intellettuale razionale guidato dal desiderio di vera conoscenza: se il percorso che lo ha portato a condividere il Credo della Chiesa cattolica è stato per lui, certamente, un percorso intellettuale e filosofico prima di tutto, questo processo di comprensione, razionale ai suoi occhi, lo ha lasciato alle soglie della fede che richiede di più, ovvero un impegno esistenziale, un’etica di vita. Ebbene, si tratta proprio, nelle sue linee generali, del percorso di conversione vissuto da colui che egli ha scelto come suo santo patrono, Agostino di Ippona, e narrato nelle Confessioni. In questo modo, il modello agostiniano, così pregnante nel racconto della conversione, fa ancora sentire la sua eco in un contesto completamente diverso.
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In altre parole, avevo bisogno di diventare cattolico. Non bastava solo pensarci.
Il 12 settembre 1960, il candidato democratico alla presidenza John F. Kennedy tiene un discorso alla Greater Houston Ministerial Association, un’associazione di pastori protestanti, in merito alla questione della sua religione.
Bettmann/CORBIS
Guarda Kennedy mentre tiene il suo discorso sulla fede
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Il 12 settembre 1960, il candidato alla presidenza John F. Kennedy tenne un importante discorso alla Greater Houston Ministerial Association, un’associazione di pastori protestanti, sul tema della sua religione. All’epoca, molti protestanti si chiedevano se la fede cattolica romana di Kennedy gli avrebbe permesso, una volta eletto presidente, di prendere importanti decisioni nazionali in modo indipendente dalla Chiesa. Kennedy affrontò tali preoccupazioni davanti a un pubblico scettico composto da membri del clero protestante. Di seguito è riportata la trascrizione del discorso di Kennedy:
Kennedy: Reverendo Meza, Reverendo Reck, vi sono grato per il vostro generoso invito a esporre le mie opinioni.
Sebbene la cosiddetta questione religiosa sia necessariamente e giustamente l’argomento principale qui stasera, voglio sottolineare fin dall’inizio che nelle elezioni del 1960 abbiamo questioni ben più cruciali da affrontare: l’espansione dell’influenza comunista, che ormai si estende fino a 90 miglia al largo delle coste della Florida; il trattamento umiliante riservato al nostro presidente e al nostro vicepresidente da parte di chi non rispetta più il nostro potere; i bambini affamati che ho visto in West Virginia; gli anziani che non riescono a pagare le spese mediche; le famiglie costrette ad abbandonare le loro fattorie; un’America con troppi quartieri poveri, con troppo poche scuole, e in ritardo nella corsa alla luna e allo spazio.
Queste sono le vere questioni che dovrebbero determinare l’esito di questa campagna. E non si tratta di questioni religiose, poiché la guerra, la fame, l’ignoranza e la disperazione non conoscono barriere religiose.
Ma poiché sono cattolico, e nessun cattolico è mai stato eletto presidente, le vere questioni di questa campagna elettorale sono state messe in secondo piano — forse deliberatamente, da parte di alcuni ambienti meno responsabili di questo. Pertanto, sembra necessario che io ribadisca ancora una volta non in quale tipo di Chiesa credo — poiché questo dovrebbe interessare solo me — ma in quale tipo di America credo.
Credo in un’America in cui la separazione tra Chiesa e Stato sia assoluta, dove nessun prelato cattolico possa dire al presidente (ammesso che sia cattolico) come comportarsi, e nessun pastore protestante possa dire ai propri fedeli per chi votare; dove a nessuna chiesa o scuola confessionale vengano concessi fondi pubblici o privilegi politici; e dove a nessun uomo venga negata una carica pubblica semplicemente perché la sua religione differisce da quella del presidente che potrebbe nominarlo o da quella delle persone che potrebbero eleggerlo.
Credo in un’America che non sia ufficialmente né cattolica, né protestante, né ebraica; dove nessun funzionario pubblico richieda o accetti indicazioni in materia di politica pubblica dal Papa, dal Consiglio Nazionale delle Chiese o da qualsiasi altra fonte ecclesiastica; dove nessun ente religioso cerchi di imporre la propria volontà, direttamente o indirettamente, alla popolazione o agli atti pubblici dei suoi funzionari; e dove la libertà religiosa sia talmente indivisibile che un atto contro una chiesa sia considerato un atto contro tutte.
Perché se quest’anno il dito dell’accusa è puntato contro un cattolico, in altri anni è stato, e un giorno potrebbe esserlo di nuovo, un ebreo – o un quacchero, o un unitariano, o un battista. Fu proprio la persecuzione dei predicatori battisti in Virginia, ad esempio, a contribuire all’adozione della legge sulla libertà religiosa di Jefferson. Oggi potrei essere io la vittima, ma domani potresti essere tu — finché l’intero tessuto della nostra società armoniosa non verrà lacerato in un momento di grande pericolo nazionale.
Infine, credo in un’America in cui l’intolleranza religiosa un giorno avrà fine; in cui tutti gli uomini e tutte le chiese siano trattati alla pari; in cui ogni uomo abbia lo stesso diritto di frequentare o meno la chiesa di sua scelta; in cui non esista un «voto cattolico», né un «voto anticattolico», né alcun tipo di voto di blocco; e dove cattolici, protestanti ed ebrei, sia a livello laico che pastorale, si asterranno da quegli atteggiamenti di disprezzo e divisione che così spesso hanno rovinato le loro opere in passato, e promuoveranno invece l’ideale americano di fratellanza.
Questo è il tipo di America in cui credo. E rappresenta il tipo di presidenza in cui credo: una carica importante che non deve essere sminuita trasformandola in strumento di un singolo gruppo religioso, né screditata negando arbitrariamente l’accesso alla stessa ai membri di un singolo gruppo religioso. Credo in un presidente le cui opinioni religiose siano una questione privata, né imposte da lui alla nazione, né imposte dalla nazione a lui come condizione per ricoprire quella carica.
Non vedrei di buon occhio un presidente che cercasse di minare le garanzie di libertà religiosa sancite dal Primo Emendamento. Né il nostro sistema di controlli e contrappesi gli consentirebbe di farlo. E non vedo di buon occhio nemmeno coloro che cercherebbero di minare l’articolo VI della Costituzione imponendo — anche indirettamente — un criterio di appartenenza religiosa per l’accesso a tale carica. Se non sono d’accordo con tale garanzia, dovrebbero impegnarsi apertamente per abrogarla.
Voglio un capo dell’esecutivo le cui azioni pubbliche siano responsabili nei confronti di tutti i gruppi e non vincolate a nessuno; che possa partecipare a qualsiasi cerimonia, funzione o cena che la sua carica gli richieda opportunamente; e il cui adempimento del giuramento presidenziale non sia limitato o condizionato da alcun giuramento, rituale o obbligo religioso.
Questa è l’America in cui credo, quella per cui ho combattuto nel Pacifico meridionale e quella per cui mio fratello ha dato la vita in Europa. Allora nessuno insinuò che potessimo avere una «lealtà divisa», che «non credessimo nella libertà» o che appartenessimo a un gruppo sleale che minacciava le «libertà per cui i nostri antenati hanno dato la vita».
E in effetti, questa è l’America per cui i nostri padri fondatori hanno dato la vita, quando sono fuggiti qui per sfuggire ai giuramenti di fedeltà religiosa che negavano l’accesso alle cariche pubbliche ai membri delle chiese meno favorite; quando hanno combattuto per la Costituzione, la Carta dei Diritti e lo Statuto della Virginia sulla Libertà Religiosa; e quando hanno combattuto presso il santuario che ho visitato oggi, l’Alamo. Infatti, fianco a fianco con Bowie e Crockett morirono McCafferty, Bailey e Carey. Ma nessuno sa se fossero cattolici o meno, poiché ad Alamo non c’era alcun test religioso.
Vi chiedo stasera di seguire quella tradizione, di giudicarmi sulla base dei risultati ottenuti nei miei 14 anni al Congresso, delle mie posizioni dichiarate contro la nomina di un ambasciatore presso il Vaticano, contro gli aiuti incostituzionali alle scuole parrocchiali e contro qualsiasi boicottaggio delle scuole pubbliche (che io stesso ho frequentato) – invece di giudicarmi sulla base di questi opuscoli e pubblicazioni che tutti abbiamo visto, che selezionano accuratamente citazioni fuori contesto dalle dichiarazioni dei leader della Chiesa cattolica, solitamente in altri paesi, spesso in altri secoli, e omettendo sempre, ovviamente, la dichiarazione dei vescovi americani del 1948, che sosteneva con forza la separazione tra Chiesa e Stato e che riflette più da vicino le opinioni di quasi tutti i cattolici americani.
Non ritengo che queste altre citazioni siano vincolanti per le mie azioni pubbliche. Perché dovreste farlo voi? Ma lasciatemi dire, per quanto riguarda gli altri paesi, che sono totalmente contrario all’uso dello Stato da parte di qualsiasi gruppo religioso, cattolico o protestante, per costringere, proibire o perseguitare il libero esercizio di qualsiasi altra religione. E spero che voi ed io condanniamo con uguale fervore quelle nazioni che negano la presidenza ai protestanti e quelle che la negano ai cattolici. E piuttosto che citare i misfatti di coloro che la pensano diversamente, citerei la storia della Chiesa cattolica in nazioni come l’Irlanda e la Francia, e l’indipendenza di statisti come Adenauer e De Gaulle.
Ma vorrei ribadire ancora una volta che queste sono le mie opinioni personali. Infatti, contrariamente a quanto spesso si legge sui giornali, non sono il candidato cattolico alla presidenza. Sono il candidato alla presidenza del Partito Democratico, che per caso è anche cattolico. Non parlo a nome della mia Chiesa su questioni pubbliche, e la Chiesa non parla a nome mio.
Qualunque questione mi venga sottoposta in qualità di presidente — che si tratti di contraccezione, divorzio, censura, gioco d’azzardo o qualsiasi altro argomento — prenderò la mia decisione in linea con queste convinzioni, in linea con ciò che la mia coscienza mi dice essere l’interesse nazionale, e senza tener conto di pressioni o imposizioni religiose esterne. E nessun potere né minaccia di punizione potrebbe indurmi a decidere diversamente.
Ma se mai dovesse arrivare il momento — e non ritengo che un conflitto del genere sia nemmeno lontanamente possibile — in cui la mia carica mi costringesse a scegliere tra violare la mia coscienza o violare l’interesse nazionale, allora mi dimetterei; e spero che qualsiasi funzionario pubblico coscienzioso farebbe lo stesso.
Ma non intendo scusarmi per queste opinioni davanti ai miei critici, siano essi di fede cattolica o protestante, né intendo rinnegare le mie opinioni o la mia Chiesa per vincere queste elezioni.
Se dovessi perdere sulla base delle questioni concrete, tornerò al mio seggio al Senato, soddisfatto di aver fatto del mio meglio e di essere stato giudicato in modo equo. Ma se questa elezione dovesse essere decisa sulla base del fatto che 40 milioni di americani hanno perso la possibilità di diventare presidente il giorno in cui sono stati battezzati, allora sarà l’intera nazione a uscirne perdente — agli occhi dei cattolici e dei non cattolici di tutto il mondo, agli occhi della storia e agli occhi del nostro stesso popolo.
Ma se, d’altra parte, dovessi vincere le elezioni, dedicherò ogni sforzo della mia mente e del mio spirito all’adempimento del giuramento presidenziale — praticamente identico, aggiungerei, al giuramento che ho prestato per 14 anni al Congresso. Perché senza riserve, posso «giurare solennemente che eserciterò fedelmente la carica di presidente degli Stati Uniti e, al meglio delle mie capacità, preserverò, proteggerò e difenderò la Costituzione, con l’aiuto di Dio».
Trascrizione per gentile concessione della John F. Kennedy Presidential Library and Museum.
«La campagna volta a cancellare la religione americana dalla sfera pubblica non è altro che la continuazione della lotta di classe con altri mezzi.»
Vicino a Trump e a J. D. Vance, la figura di Josh Hawley ci immerge in una mistica particolare, al tempo stesso conservatrice e sociale, che incarna una nuova generazione dell’estrema destra americana — più articolata, meglio preparata, vuole conquistare i voti degli elettori poveri con un programma semplice: il nazionalismo cristiano. Traduciamo il suo ultimo grande discorso e lo commentiamo, paragrafo per paragrafo.
Tra la nuova guardia conservatrice del Partito Repubblicano, il senatore trumpista Josh Hawley, 44 anni, non è il più conosciuto in Francia. Il testo che segue lo presenta tuttavia come la mente dei repubblicani ultraconservatori, per i quali le battaglie sociali superano di gran lunga in importanza i programmi di rilancio economico.
In questo senso, proprio come J. D. Vance, è molto rappresentativo di una nuova generazione in cui il trumpismo, sia esso razionale o di adesione, non cancella lo sforzo di riflessione sui fondamenti del Grand Ole Party.
Nato in Arkansas da una famiglia benestante, laureato a Yale e a Stanford in giurisprudenza e storia, Josh Hawley è diventato nel 2017 procuratore generale del Missouri e, nel 2018, è stato eletto senatore dello stesso Stato. È noto per le sue dichiarazioni polemiche, che gli sono valse critiche indignate anche al di fuori dello schieramento democratico. Fervente sostenitore di Trump, è sembrato addirittura approvare le rivolte che hanno portato all’assalto al Campidoglio. Questi pochi elementi basterebbero a descriverlo come una testa calda del Congresso che, proprio come Marjorie Taylor-Green, non si ferma davanti a nulla pur di portare il dibattito pubblico all’estremo.
Ma il suo ultimo intervento alla 4ª edizione della National Conservatism Conference, il grande raduno della destra neonazionalista, dimostra tutt’altro. Mette in luce come raramente i fondamenti teologico-politici della «guerra culturale» che si stanno combattendo le due Americhe. Mitt Romney, repubblicano moderato, ha riconosciuto in lui uno dei senatori più intelligenti, ma anche uno dei più chiusi al dialogo.
Per Josh Hawley, i principi su cui i Padri Fondatori degli Stati Uniti hanno costruito il Paese si fondano in ultima analisi sulla dottrina agostiniana delle due città; ritrovare i veri valori degli Stati Uniti significherebbe quindi assumere un cristianesimo messianico come vera religione civile dell’America e rivendicare un «nazionalismo cristiano» come suo fondamento, con un programma in tre punti: Lavoro, Famiglia, Dio. A una lettura più attenta, si comprende che un tale trittico richiederebbe una rottura radicale con le politiche economiche neoliberiste dell’ultimo mezzo secolo, sia democratiche che repubblicane — così come, implicitamente, una rottura altrettanto radicale con il liberalismo politico e i diritti delle minoranze, a favore di una visione comunitaria e organicista della nazione.
È sorprendente constatare che nelle declinazioni del «cristianesimo identitario di fedeltà» di Josh Hawley si ritrovino molte risonanze con la storia europea dei nazionalismi, e persino echi smorzati della vecchia controversia tra Charles Maurras e Jacques Maritain sul ruolo politico del cristianesimo. L’intervento di Hawley è, in sostanza, la risposta di un Maurras americano al difensore della primazia dello spirituale.
Stasera vorrei parlarvi del futuro: del futuro del movimento conservatore e del futuro del Paese. Naturalmente, ogni futuro affonda le sue radici nel passato. Come avrebbe detto Seneca, «ogni nuovo inizio nasce dalla fine di un altro inizio».
Questo primo riferimento filosofico — ne seguiranno altri — imposta fin dall’inizio il tono di un discorso dal carattere decisamente intellettuale. Ciò lo rende tanto più interessante da commentare.
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Permettetemi quindi di iniziare dall’anno 410 d.C. L’anno di una caduta. È l’anno, come forse ricorderete, in cui la città che si credeva eterna, immutabile, invincibile, la capitale del mondo antico, Roma, finì per soccombere agli invasori visigoti.
Con la caduta di Roma, l’era dell’Impero e del mondo pagano antico giunse improvvisamente al termine.
Josh Hawley si concede una sintesi storica un po’ affrettata: da un lato, la presa di Roma nel 410 da parte dei Visigoti di Alarico non pose fine al «mondo pagano antico», poiché l’Impero romano era già ufficialmente cristiano dal 392 (editto dell’imperatore Teodosio) e il cristianesimo era la religione dominante sin dai tempi di Costantino, poco meno di un secolo prima. D’altra parte, l’età dell’Impero non è « scomparsa d’un colpo » : se il sacco di Roma da parte di Alarico è effettivamente un evento di grande rilevanza, poiché era la prima volta che Roma veniva conquistata da 800 anni, tale evento non segna la fine dell’Impero Romano d’Occidente, che convenzionalmente si fa risalire alla deposizione dell’imperatore Romolo Augustolo nel 476. Nel frattempo, Roma fu nuovamente conquistata e saccheggiata nel 455 dai Vandali di Genserico. In generale, gli storici attualmente insistono maggiormente sulle continuità civili del mondo della tarda antichità — dal IV al VI secolo, e persino oltre — piuttosto che sulle brusche rotture indotte dal concetto un po’ fallace « di invasioni barbariche ».
D’altra parte, Josh Hawley sa sfruttare molto bene l’effetto drammatico.
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Eppure, la fine di Roma segnò un inizio — il nostro inizio — l’inizio dell’Occidente. Infatti, proprio mentre Roma giaceva in rovina, distrutta e ancora fumante, a un migliaio di chilometri di distanza, dall’altra parte del Mar Tirreno, il vescovo cristiano di Ippona, un certo Agostino, prendeva la penna per descrivere una nuova era.
Agostino (354-430), vescovo di Ippona in Nord Africa, uno dei quattro Padri della Chiesa latina e figura di spicco del pensiero cristiano medievale, rimane una figura imprescindibile nel pensiero cristiano.
Attualmente sembra andare molto di moda tra gli intellettuali conservatori americani, così come tra i politici: il senatore J. D. Vance, che Donald Trump ha appena scelto come candidato repubblicano alla vicepresidenza, si è infatti convertito al cattolicesimo dopo aver letto sant’Agostino, che ha scelto come santo patrono per la cresima. Josh Hawley si inserisce pienamente in questa tendenza.
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Per millenni, la sua visione ha ispirato l’Occidente. Ha contribuito a plasmare il destino di questo paese. Ha intitolato la sua opera — il suo capolavoro — La Città di Dio. L’obiettivo principale di Agostino in questo manoscritto era quello di difendere i cristiani, accusati di aver provocato la caduta di Roma.
In questo contesto, Hawley si inserisce pienamente in quella che è stata definita «l’agostinismo politico» (Mons. Arquillière, 1934), che avrebbe costituito il quadro concettuale alla base della teoria politica medievale, anche se la pertinenza di tale nozione è stata oggetto di contestazioni.
Va notato che il vivo interesse della filosofia politica conservatrice americana per l’opera di Agostino non è una novità: lo si ritrova sia in Hannah Arendt che in Leo Strauss o Allan Bloom.
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Le malelingue sostenevano allora che la religione cristiana, con le sue nuove virtù come l’umiltà e la servitù, con la sua esaltazione delle cose comuni come il matrimonio e il lavoro, con la sua lode dei poveri di spirito e della gente comune, avesse indebolito l’impero e lo avesse reso vulnerabile ai suoi nemici. Ma Agostino sapeva che era esattamente il contrario; che la religione cristiana era l’unica forza vitale rimasta a Roma al momento del suo crollo.
Agostino vedeva questa religione sorgere dalle rovine del mondo antico per forgiare una civiltà nuova e migliore. Quale sarebbe stato il segreto di questo nuovo ordine? L’amore. L’amore era una parola importante per Agostino: racchiudeva tutta la sua scienza politica. «Ogni persona, diceva, è definita da ciò che ama. Ogni società è animata da ciò che ama».
Una nazione non è in realtà altro, per citare Agostino, «che una moltitudine di creature razionali unite da un comune accordo sulle cose che amano». Il problema di Roma, però, era che amava le cose sbagliate. E man mano che i suoi affetti si corrompevano, la Repubblica romana andava in rovina.
Roma iniziò amando la gloria e praticando il sacrificio di sé. Finì per amare il piacere e praticare ogni forma di compiacenza. Fu così che Roma marcì nel suo cuore.
Ma tra le rovine di Roma, Agostino immaginò una nuova civiltà animata da sentimenti più nobili. Non i vecchi desideri romani di gloria e onore, ma gli amori più forti della Bibbia: l’amore per la moglie e i figli, l’amore per il lavoro, per il prossimo e per la famiglia, l’amore per Dio.
Questo paragrafo, come i precedenti, costituisce una sintesi piuttosto fedele dei primi libri de La Città di Dio (De civitate Dei), l’opera principale di Agostino, che mirava effettivamente a rispondere alle accuse dei pagani secondo cui era stato l’abbandono degli dei tradizionali della città ad aver provocato la caduta di Roma nel 410. Agostino contrappone la concupiscenza, l’amore di sé, che è il principio alla base di tutte le città terrene, e l’amore di Dio, principio della città celeste. Se l’amore di sé e della gloria è ciò che assicura la nascita e la perpetuazione degli imperi, esso li mina anche silenziosamente e costituisce, in un secondo momento, la causa della loro rovina. L’amore di Dio e del prossimo, al contrario, fanno sì che il regno di Dio e la città celeste siano invisibili, indiscernibili nel mondo ma mescolati a tutte le città terrene; la città di Dio fondata sull’amore vero è orientata verso la fine dei tempi, dove troverà finalmente la sua piena realizzazione.
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Mentre Agostino affermava che tutte le nazioni sono costituite da ciò che amano, la sua filosofia descriveva in realtà un’idea di nazione del tutto nuova, sconosciuta al mondo antico: un nuovo tipo di nazionalismo — un nazionalismo cristiano, organizzato attorno a ideali cristiani. Un nazionalismo motivato non dalla conquista, ma da un obiettivo comune; unito non dalla paura, ma dall’amore comune; una nazione fatta non per i ricchi o i forti, ma per i «poveri in spirito», gli uomini comuni.
Si tratta di una distorsione dell’opera agostiniana: Agostino, che ragionava all’interno di un Impero multietnico come di una Chiesa cattolica per definizione a vocazione universale, non poteva conoscere l’idea di nazione, che è una creazione ben più tardiva, né tantomeno l’ideologia nazionalista — ancora più tardiva — che appare solo alla fine del XIX secolo.
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Il suo sogno è diventato la nostra realtà.
Mille anni dopo gli scritti di Agostino, circa 20.000 agostiniani praticanti si avventurarono su quelle rive per fondarvi una comunità basata sui suoi principi. La storia li conosce con il nome di Puritani. Ispirati dalla Città di Dio, fondarono la Città sulla collina.
Josh Hawley ripropone qui un mito alla base della vita politica americana nel lungo periodo, il messianismo del nuovo popolo eletto: fa riferimento ai 20.000 britannici che, durante la Grande Migrazione (1621-1642), si recarono in massa nelle colonie del New England. Per la maggior parte questi Padri Pellegrini erano puritani protestanti osservanti — ecco perché Hawley li definisce anche « agostiniani », nel senso che una visione agostiniana radicalizzata può trovarsi alla base del protestantesimo — e il loro mondo era davvero intriso di riferimenti biblici : nella loro vita personale, pensavano di rivivere la storia del popolo eletto dell’Antico Israele, o dei discepoli di Cristo. « The Shining City upon the Hill » indica così la città di Boston, nella quale i puritani speravano di fondare una nuova Gerusalemme, una città che vivesse secondo lo spirito del Vangelo.
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Siamo una nazione plasmata dalla visione di Agostino. Una nazione definita dalla dignità dell’uomo comune, così come ci viene trasmessa dalla religione cristiana; una nazione unita dai legami familiari espressi nella fede cristiana: l’amore per Dio, per la famiglia, per il prossimo, per la propria casa e per il proprio Paese.
Qualcuno dirà che sto trasformando l’America in una nazione cristiana. È vero. E qualcuno dirà che sostengo un nazionalismo cristiano. È proprio quello che faccio. Esiste forse un altro tipo di nazionalismo che valga la pena di essere praticato?
Il nazionalismo di Roma ha portato alla sete di sangue e alla conquista; gli antichi tribalismi pagani hanno portato all’odio etnico. Gli imperi provenienti dall’Oriente hanno schiacciato l’individuo, e il sanguinario nativismo dell’Europa degli ultimi due secoli ha portato alla barbarie e al genocidio.
Nei paragrafi precedenti, Hawley contrappone il «nazionalismo cristiano», aperto e inclusivo — il che è una contraddizione in termini, dato che la Chiesa o il messaggio cristiano non fanno distinzioni di etnia o cultura — a tutte le altre forme di «nazionalismo», o addirittura di organizzazione collettiva della società, che hanno fallito: il vecchio paganesimo degli « dei della città » sarebbe incapace di concepire un vero universalismo e porterebbe inevitabilmente alla conquista e alla sottomissione violenta dei popoli da parte di un altro ; gli « imperi dell’Est » sono un’allusione al comunismo sovietico ; il « nativismo sanguinario » europeo è una chiara allusione ai razzismi, e specialmente al nazismo. Eppure egli ricorre alla ritorsione: il « nativismo » in senso stretto è un’ideologia propriamente americana, nata e fiorita negli Stati Uniti.
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Ma il nazionalismo cristiano di Agostino è stato motivo di orgoglio per l’Occidente. È stato la nostra bussola morale e ci ha fornito i nostri ideali più cari. Pensateci: quei severi puritani, discepoli di Agostino, ci hanno dato un governo limitato, la libertà di coscienza e la sovranità del popolo.
Nuova semplificazione storica: Hawley confonde qui i Pilgrim Fathers puritani del XVII secolo con i Padri fondatori della Dichiarazione d’indipendenza americana del XVIII secolo (1776). Tuttavia, questa visione teleologica non è del tutto priva di fondamento: la libertà di coscienza divenne progressivamente un valore cardinale nelle Tredici Colonie americane perché i puritani e i non conformisti vi fuggivano dalla persecuzione delle confessioni stabilite in Gran Bretagna (l’anglicanesimo) come altrove in Europa, mentre, in origine, le loro società fortemente teocratiche non lasciavano spazio alla dissidenza religiosa — tranne che in alcune isole, come il Rhode Island. Allo stesso modo, i principi di organizzazione delle comunità congregazionaliste nel New England erano ben più democratici di quelli delle società europee dell’epoca.
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Grazie alla nostra eredità cristiana, tuteliamo la libertà di ciascuno di professare la propria fede secondo la propria coscienza. In virtù della nostra tradizione cristiana, accogliamo persone di ogni razza e origine etnica affinché entrino a far parte di una comunità fondata sull’amore reciproco.
All’idea di nazione intesa come comunità di destino eletta, Josh Hawley associa l’universalismo del messaggio cristiano; ma trascura anche un’altra fonte della libertà di coscienza, garantita dal primo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti: il pensiero della filosofia dell’Illuminismo e il concetto moderno di tolleranza che ne deriva. Come Jefferson, molti dei «Padri fondatori» degli Stati Uniti erano più deisti che credenti nella Rivelazione cristiana.
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Il nazionalismo cristiano non rappresenta una minaccia per la democrazia americana. È stato proprio esso a fondare la democrazia americana, ovvero la migliore forma di democrazia mai concepita dall’uomo: la più giusta, la più libera, la più umana e la più lodevole.
È ora che ritroviamo i principi della nostra tradizione politica cristiana — per il bene del nostro futuro. Questo vale sia che siate cristiani o meno, che professiate un’altra fede o che non ne abbiate alcuna. La tradizione politica cristiana è la nostra tradizione, è la tradizione americana, è la più grande fonte di energia e di idee della nostra politica, ed è sempre stato così. Questa tradizione ha ispirato conservatori e liberali, riformatori e attivisti, moralisti e sindacalisti nel corso della nostra storia. Oggi abbiamo nuovamente bisogno di questa grande tradizione.
In questo paragrafo, Josh Hawley delinea i contorni di una fedeltà identitaria al cristianesimo intesa come tradizione politica propria degli Stati Uniti; precisa che tale fedeltà non richiede l’adesione personale a una confessione cristiana, che rimane una questione privata garantita dalla libertà di coscienza, ma che non ci si può definire americani senza riconoscere l’ancoraggio degli Stati Uniti alla tradizione cristiana. Questa idea non è priva di analogie con il ruolo che Charles Maurras attribuiva al cattolicesimo nella storia della Francia.
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L’amore che ci unisce e che sostiene questa nazione si sta sgretolando. E così facendo, è la nazione stessa a rischiare di sgretolarsi.
Conoscete la litania dei nostri mali bene quanto me… sapete leggere i segni dei tempi.
Le nostre strade non sono sicure, soprattutto perché il nostro confine è completamente aperto. Milioni di immigrati clandestini affluiscono nel nostro Paese, senza alcun interesse per il nostro patrimonio comune né alcun impegno nei confronti dei nostri ideali condivisi.
I posti di lavoro stabili e di qualità sono troppo rari. La nostra economia è entrata in una nuova era d’oro decadente, in cui i posti di lavoro della classe operaia stanno scomparendo, gli stipendi dei lavoratori si stanno erodendo, le famiglie operaie e i quartieri si stanno disgregando, mentre i membri della classe superiore conducono una vita isolata dietro cancelli e servizi di sicurezza privati e i padroni dell’economia di mercato incassano milioni di dollari di stipendio.
Si torna a un discorso politico molto più tradizionale e a un elenco tutt’altro che originale dei problemi individuati dalla destra americana: immigrazione di massa, insicurezza, impoverimento, ecc.
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Nel frattempo, la religione viene bandita dalla sfera pubblica. E nei campus si insediano dei fanatici che scandiscono «Morte a Israele» — proprio perché disprezzano la tradizione biblica che lega la nazione di Israele alla nostra Repubblica americana.
Una nuova riattivazione del messianismo del «nuovo popolo eletto», questa volta al servizio di una tematica cara alla destra evangelica: la difesa dell’alleanza con lo Stato di Israele per ragioni politico-religiose di sostegno al progetto sionista, che sarebbe una manifestazione della volontà divina e dell’avvicinarsi della fine dei tempi.
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Alla base di ciascuna di queste tendenze e di tutte quante, al di là del caos e della divisione, c’è un attacco all’amore che condividiamo — gli affetti che ci derivano dalla nostra eredità cristiana.
Dio, il lavoro, il prossimo, la casa. I grandi affetti dell’Occidente. Si stanno sgretolando sotto i nostri occhi.
Perché? Non è un caso. La sinistra moderna vuole distruggere ciò che amiamo tutti insieme e sostituirlo con altro, distruggere i nostri legami comuni e sostituirli con un’altra fede, dissolvere la nazione così come la conosciamo e ricostruirla a sua immagine. È questo il suo progetto da oltre cinquant’anni.
Eppure, è la destra che in questo momento sta portando il Paese alla rovina. Conosciamo il programma della sinistra. Ci aspettiamo questa minaccia. E sono i conservatori che dovrebbero difendere questa nazione, difendere ciò che ci rende una nazione. Ma invece? In questo momento di crisi, sono troppo occupati a mantenere accese le braci morenti del neoliberismo, con gli occhi fissi sulle loro copie di John Stuart Mill e Ayn Rand. Stanno ancora discutendo del fusionismo e del suo trittico.
Per i conservatori americani, il «fusionismo» è la dottrina che mira a combinare la corrente sociale e quella tradizionalista del conservatorismo. Fu tematizzata in particolare sulle pagine della National Review negli anni ’50 dal filosofo Frank Meyer (1909-1972). Il « trittico » a cui allude Hawley è il difficile equilibrio tra libertarismo, conservatorismo sociale e un atteggiamento « falco » (hawkish) in politica estera. Ciò che egli auspica è di fatto un superamento di questo vecchio trilemma attraverso il nazionalismo cristiano.
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Per i conservatori, questo non basta più.
In questo momento di caos e crisi, l’unica speranza dei conservatori — e quella della nazione — è quella di ritrovare la tradizione cristiana su cui questa nazione si fonda. La nostra unica speranza è quella di rinnovare ciò che amiamo in comune.
Oggi non abbiamo bisogno dell’ideologia di Rand, di Mill o di Milton Friedman. Abbiamo bisogno della visione di Agostino.
Josh Hawley si lancia qui in una critica sistematica delle politiche condotte dal Partito Repubblicano a partire da Ronald Reagan e dalla «svolta neoliberista» degli anni ’80: per Hawley, l’economicismo di cui quest’ultimo sarebbe testimone deriva in fine dalle filosofie utilitaristiche, di cui John Stuart Mill (1806-1873) è uno dei padri fondatori, e Ayn Rand (1905-1982) una versione divulgata e radicalizzata — ma anche molto antireligiosa. Anche Milton Friedman (1912-2006), rappresentante per eccellenza del neoliberismo nella teoria economica, viene messo da parte. Questa rottura dichiarata con il neoliberismo significa, in modo sottinteso, anche una rottura con il neoconservatorismo a cui è stato associato: la critica di Josh Hawley è qui molto vicina alla corrente paleoconservatrice, che subordina il liberalismo economico alla difesa dei valori familiari tradizionali all’interno di una società organica.
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Per il futuro, per salvare questo Paese, questa deve essere la nostra missione: difendere l’amore che unisce il nostro Paese; che ci rende un’unica nazione — difendere il lavoro dell’uomo comune, la sua famiglia e la sua religione.
Temo che i miei colleghi repubblicani siano vittime di un malinteso.
La strategia della sinistra, il suo obiettivo principale, non consiste semplicemente nel rallentare la nostra economia attraverso la regolamentazione. Non si tratta nemmeno di aumentare il peso dell’amministrazione: la concentrazione del potere è solo una piccola parte del loro programma.
A essere presi di mira sono i « conservatori fiscali » e poi i libertari: secondo Hawley, l’espansione dello Stato federale non è il pericolo principale, bensì uno degli effetti deleteri del programma della sinistra.
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L’obiettivo principale della sinistra è quello di minare la nostra unità spirituale e le cose che amiamo condividere. Vuole distruggere i legami affettivi che ci uniscono gli uni agli altri e sostituirli con una serie di ideali completamente diversi.
La sinistra predica il proprio vangelo: un credo basato sull’intersezionalità che passerebbe attraverso la liberazione dalla tradizione, dalla famiglia, dal sesso biologico e, ovviamente, da Dio. Considera la fede dei nostri padri come un ostacolo da abbattere — e la nostra eredità morale comune come un motivo di pentimento.
Hawley sa bene che un tema in grado di mobilitare fortemente è l’attacco contro quello che egli identifica come un progetto nascosto della sinistra, che risiederebbe nelle lotte sociali definite « woke » — la presa in considerazione dei non detti coloniali e del « razzismo strutturale », l’intersezionalità delle lotte, gender politics, ecc. È qui che risiede, secondo lui, la minaccia fondamentale che identifica con un rifiuto globale dell’eredità e quindi con una dissoluzione della nazione, proprio mentre l’unità di queste diverse rivendicazioni « woke » non sembra affatto evidente.
Come è stato sottolineato, si potrebbe ribattere che tali manifestazioni sono forse meno antireligiose per natura, quanto piuttosto eredi dei vari risvegli pietisti della storia americana, anche se alla maniera delle « idee cristiane impazzite » (G. K. Chesterton): esse non sono meno il prodotto della storia americana quanto la sua proposta di « nazionalismo cristiano ».
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Al posto del Natale, vorrebbero un «Mese dell’Orgoglio». Al posto della preghiera nelle scuole, venerano la bandiera trans. Diversità, equità e inclusione sono le loro parole d’ordine, la loro nuova santissima trinità.
Hawley gioca a pieno titolo la carta della «guerra culturale» tra una sinistra «woke» e una destra ultraconservatrice, attraverso la sua critica ai diritti LGBT e ai dipartimenti DEI (Diversità, Equità, Inclusione) nelle amministrazioni — anche in questo caso un nuovo cavallo di battaglia della destra.
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E si aspettano che i loro sermoni vengano rispettati. Forse parlano di tolleranza, ma sono dei fondamentalisti. Chi oppone resistenza viene definito «deplorevole». Chi mette in discussione le loro idee viene considerato una minaccia per la democrazia.
Un chiaro riferimento alle parole pronunciate da Hillary Clinton durante la campagna elettorale del 2016, che avevano suscitato grande scalpore ed erano state bollate come segni di disprezzo di classe.
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Ecco perché oggi i progressisti hanno così poca pazienza nei confronti dei lavoratori, che sono troppo legati ai vecchi metodi, alla vecchia fede in Dio, nella famiglia, nella patria e nella nazione.
Questa è la vera teoria del «Grande Sostituzione» della sinistra, il suo vero programma: sostituire gli ideali cristiani su cui è stata fondata la nostra nazione e mettere a tacere gli americani che osano ancora difenderli.
Si fa riferimento questa volta alla teoria del «Grande Sostituzione» di Renaud Camus, importata oltreoceano dall’estrema destra; per Hawley, tuttavia, lo stesso «pericolo migratorio» sembra secondario rispetto alla questione dei valori.
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Purtroppo, il Partito Repubblicano degli ultimi trent’anni non è stato in grado di resistere a questo assalto. Invece di difendere i legami che ci uniscono gli uni agli altri, i repubblicani dell’era Bush-Romney hanno difeso l’economia libertaria e gli interessi delle imprese. La loro fede nel fusionismo si è trasformata in un mantra: prima i soldi, poi le persone.
In nome del «mercato», questi repubblicani hanno accolto con entusiasmo i tagli alle imposte per le imprese e l’abbattimento delle barriere commerciali, per poi assistere impotenti mentre quelle stesse imprese delocalizzavano i posti di lavoro americani all’estero e utilizzavano i profitti per assumere esperti in DEI.
In nome del capitalismo, questi repubblicani hanno cantato le lodi della globalizzazione mentre Wall Street scommetteva contro l’industria americana e acquistava case unifamiliari, cosicché, una volta che le banche si sono impossessate del posto di lavoro del lavoratore, questi non poteva più permettersi di comprare una casa per la sua famiglia. Poi Wall Street ha fatto crollare l’economia mondiale — più volte — e il mercato immobiliare, e questi stessi repubblicani hanno continuato a fare le loro vanterie. E a elargire sussidi.
Era semplicemente troppo grande per fallire.
Questi repubblicani hanno dimenticato che l’economia è innanzitutto una questione di persone e di ciò che amano. Si tratta di provvedere al sostentamento di una famiglia. Si tratta di indipendenza personale. Si tratta di avere una casa e un lavoro di cui andare fieri.
Si potrebbe dire così: il libero mercato è utile solo nella misura in cui sostiene ciò che amiamo tutti insieme. Altrimenti, non è altro che freddo profitto.
Qui e nei paragrafi precedenti assistiamo a un nuovo ritornello anti-economista: Hawley si schiera abilmente dalla parte della «gente comune», alla pari con loro, e critica il neoliberismo e il «wokismo» in nome dei valori cristiani, in un discorso morale che fa quasi risuonare le armoniche della sinistra.
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In un certo senso, i repubblicani si sono innamorati del profitto fine a se stesso. E sembrano quasi imbarazzati dal fatto che i loro elettori più fedeli e affidabili siano credenti.
Siamo onesti. Nel trittico fusionista — conservatori religiosi, libertari e falchi della sicurezza nazionale — sono sempre stati i religiosi a portare voti. Ed è la nostra tradizione religiosa comune che ha trasmesso le idee più convincenti del conservatorismo: il governo costituzionale, la libertà individuale o i diritti dei lavoratori.
Anche in questo caso emerge chiaramente la preferenza per l’ala tradizionale dei «conservatori religiosi», visti come le vittime di una farsa elettorale che andrebbe a vantaggio solo delle altre due componenti del Partito Repubblicano, i «libertari» e i «neoconservatori». Il discorso populista di Hawley mette qui la base elettorale del Partito Repubblicano contro i suoi leader, alla maniera di Trump.
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Ancora oggi, gli americani praticanti, sposati e con figli — che siano bianchi, ispanici, asiatici o di altre etnie — costituiscono la spina dorsale del Partito Repubblicano. Se i repubblicani hanno un futuro, è grazie a loro.
Un chiaro segno che il «nazionalismo cristiano» di Hawley non è né razzismo né nativismo, anche se l’assenza di riferimenti ai neri o agli indiani può sorprendere — un ritorno del rimosso?
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E sono proprio queste le persone che il partito spesso dà per scontate e che serve meno bene.
Bisogna riconoscere alla sinistra che, almeno, sa bene che sono le persone a fare la politica e che premia il proprio elettorato — come dimostrano la bandiera transgender esposta su tutti gli edifici federali e i fondi federali che affluiscono a fiumi nei progetti di lotta contro il cambiamento climatico.
E i repubblicani? Offrono ai propri elettori una scelta di Hobson, ovvero un’alternativa che non è tale. In sostanza, la gente può scegliere tra il globalismo della sinistra, caratterizzato da una forte pressione fiscale e da una forte regolamentazione, e il globalismo della destra, caratterizzato da una pressione fiscale e da una regolamentazione leggermente inferiori. Una scelta tra il social-liberalismo aggressivo della sinistra e il social-liberalismo accomodante della destra.
Qui ritroviamo una costante del discorso ultraconservatore: la sinistra saprebbe rivendicare i propri valori, mentre la destra sarebbe sempre «vergognosa», complessa per i propri.
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E i repubblicani si chiedono allora perché siano riusciti a vincere il voto popolare solo due volte nelle ultime nove elezioni presidenziali.
Hanno bisogno di un punto di riferimento. Hanno bisogno di un futuro da offrire al nostro Paese. E per i conservatori che vogliono salvare questa repubblica, c’è un solo punto di riferimento e un’unica visione da proporre: la tradizione cristiana del nazionalismo che ci unisce.
Il lavoro, la famiglia e Dio. Queste sono le tre forme d’amore che definiscono l’America. Ed è proprio questi ideali che il Partito Repubblicano deve ora difendere.
Un lettore europeo potrebbe vedere in questo una fusione tra il motto del regime di Vichy «Lavoro, famiglia, patria» e il motto nazional-cattolico «Dio, famiglia, patria», adottato di recente da Giorgia Meloni o da Jair Bolsonaro. Ma non è detto che Josh Hawley abbia in mente tutti questi riferimenti.
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I repubblicani potrebbero iniziare a difendere il lavoro dell’uomo comune. Di fronte alla scelta tra lavoro e capitale, tra denaro e persone, è ora che i repubblicani tornino alle loro radici cristiane e nazionaliste e inizino a dare la priorità al lavoratore.
Il Partito Repubblicano degli anni ’90 ha fatto di tutto per favorire i circoli finanziari. Adattando le politiche pubbliche ai loro interessi. Semplificando il codice fiscale. Lodando il loro operato. Pensate a tutti quei discorsi entusiastici sulle riduzioni fiscali per le imprese. Pensate a tutta quella retorica sull’allocazione efficiente delle risorse. Tutto ciò significava in realtà maggiori profitti per Wall Street.
Nel frattempo, i lavoratori erano lasciati a se stessi: vedevano chiudere le loro fabbriche, i loro stipendi rimanere fermi, i mutui salire alle stelle e il valore delle loro case crollare. Dovevano spiegare ai propri figli perché avevano dovuto lasciare la casa in cui erano cresciuti, perché non potevano più andare dal medico mentre il padre cercava di trovare un lavoro.
A tutto ciò, i repubblicani hanno risposto che era nella natura delle cose.
Vorrei semplicemente sottolineare che questa non è la tradizione nazionalista e cristiana di questo Paese.
È stato Abraham Lincoln a esprimerlo al meglio quando ha affermato che «il capitale non è altro che il frutto del lavoro, che è superiore al capitale e merita maggiore considerazione».
In questo paragrafo e in quelli precedenti emerge la stessa tendenza sociale: l’uomo prima del denaro, le vite prima del profitto e, in sostanza, il lavoro prima del capitale. Un discorso del genere attinge a diverse fonti: innanzitutto una tradizione di cristianesimo sociale, alimentata dalla dottrina sociale della Chiesa, che garantisce tutela ai lavoratori e rifiuta la sfrenata ricerca del profitto; ma anche una tradizione propriamente di estrema destra, più corporativista, che pretende di difendere i diritti dei lavoratori contro la finanza anonima e gli ambienti d’affari, ecc. Quest’ultima tradizione può assumere risonanze antisemite.
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Theodore Roosevelt si fece portavoce di questa stessa tradizione quando dichiarò: «Sono a favore degli affari, sì. Ma sono a favore dell’uomo prima di tutto — e degli affari solo in quanto complemento dell’uomo.»
Va ricordato che Josh Hawley ha scritto una biografia di Theodore Roosevelt quando studiava giurisprudenza a Yale.
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Ecco lo spirito giusto.
Il Partito Repubblicano di domani, un partito in grado di unire la nazione, deve anteporre le persone al denaro. E il modo per riuscirci è dare la priorità agli interessi dei lavoratori.
La sfida economica più grande della nostra epoca non è il debito, il deficit o il valore del dollaro: è il numero incredibile di persone in età lavorativa che non hanno un lavoro dignitoso.
Per garantire loro un lavoro, dobbiamo cambiare politica.
Stiamo per avviare un ampio dibattito sulla proroga delle riduzioni fiscali. Forse dovremmo iniziare con questa domanda: perché il lavoro dovrebbe essere tassato più del capitale? Non dovrebbe esserlo. Perché le famiglie dovrebbero beneficiare di meno agevolazioni fiscali rispetto alle imprese? Le famiglie dovrebbero sempre avere la priorità.
Sono ormai secoli che non si sente quasi più parlare della parola «usura». Eppure, nel corso degli anni ha occupato molti pensatori cristiani — e dovrebbe occuparci nuovamente. Non c’è alcun motivo per cui le società di carte di credito o le banche che le sostengono debbano essere autorizzate ad addebitare ai lavoratori interessi dal 30% al 40%. Nessun profitto al mondo può giustificare questo tipo di estorsione. Nessuna somma di denaro può giustificare il fatto di approfittare della sofferenza altrui. La legge dovrebbe fissare un tetto massimo ai tassi di interesse delle carte di credito.
Josh Hawley fa proprie le antiche condanne cristiane dell’usura, formulate ad esempio nel Medioevo da scolastici come Tommaso d’Aquino. Egli rifiuta i tassi d’interesse usurari che deruberebbero i lavoratori. In questo si avvicina alle riflessioni di René de La Tour du Pin (1834-1924), che ha svolto un ruolo di ponte tra il cattolicesimo sociale e il maurrassismo.
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È ora che i repubblicani si schierino dalla parte dei sindacati dei lavoratori. Non mi riferisco ai sindacati governativi, né a quelli del settore pubblico, ma ai sindacati che difendono i lavoratori e le loro famiglie.
Ho partecipato ai picchetti dei Teamsters. Ho votato per aiutarli a sindacalizzarsi presso Amazon. Ho sostenuto lo sciopero dei ferrovieri e quello dei lavoratori dell’industria automobilistica. E ne sono orgoglioso.
Per quanto riguarda le aziende « woke », dirò semplicemente questo: se volete cambiare le priorità delle aziende americane, rendetele nuovamente responsabili nei confronti della forza lavoro americana. Restituite potere ai lavoratori e cambierete le priorità del capitale.
Quest’ultima esortazione definisce l’intero quadro della riflessione socio-economica di Hawley — non a favore di un anticapitalismo, ma di una distribuzione più equa dei frutti del capitalismo — che può essere ricondotta a idee corporativiste o volte a promuovere la partecipazione e la condivisione degli utili da parte dei lavoratori nelle loro imprese.
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Uno dei motivi per cui i repubblicani non hanno dato la priorità ai lavoratori negli ultimi anni potrebbe essere che non hanno voluto dare la priorità alle loro famiglie.
Il partito di una nazione cristiana deve difendere la famiglia.
Si giunge così alla seconda parte del trittico, il discorso familista: la famiglia, «cellula fondamentale della società», dovrebbe anche fungere da baluardo contro la decadenza delle società moderne.
Il discorso di Hawley, innegabilmente conservatore, assume qui un tono decisamente sociale, incentrato soprattutto sulle difficoltà materiali che gli americani medi incontrano nel mettere su famiglia, e pone meno l’accento sui temi propriamente pro-life. Da notare che sembra riprendere il ritornello del salario familiare — sulla scia dei progetti dello Stato francese di Vichy — il che induce a pensare che le donne rimarrebbero a casa, anche se ciò non viene affermato esplicitamente. Hawley sembra inoltre mettere in relazione il lavoro delle donne con il relativo calo dei redditi delle famiglie.
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I repubblicani hanno parlato della famiglia, è vero. Non hanno mai smesso di parlarne. Ma repubblicani come Bush raramente si sono fermati un attimo a chiedersi perché così pochi dei loro connazionali mettano su famiglia. Le persone felici e piene di speranza hanno figli. Eppure sempre meno americani ne hanno. Perché? Potrebbe essere che l’economia difesa dai repubblicani — l’economia globalista e corporativista che hanno contribuito a creare — sia dannosa per la famiglia?
C’era un tempo in cui un lavoratore poteva provvedere al sostentamento della propria famiglia — moglie e figli — lavorando con le proprie mani. Quell’epoca è finita da un pezzo. Oggi gli americani si arrangiano in lavori senza prospettive, al servizio delle multinazionali, pagando nel contempo cifre esorbitanti per l’alloggio e l’assistenza sanitaria.
Non hanno una famiglia perché non hanno i mezzi per averne una.
Non c’è da stupirsi che siano ansiosi. Non c’è da stupirsi che siano depressi.
Ma c’è di peggio: chi ha figli non può permettersi di stare a casa con loro. Oggi entrambi i genitori devono lavorare per guadagnare la stessa somma, pur avendo lo stesso potere d’acquisto che un solo stipendio garantiva 50 anni fa. Gli asili nido pubblici plasmano la visione del mondo dei nostri figli. Gli schermi insegnano ai nostri figli a valorizzarsi o a svalutarsi. I media e l’industria pubblicitaria plasmano il loro senso del bene e del male.
Volete dare priorità alla famiglia? Fate in modo che sia facile avere figli. E riportate papà e mamma a casa. Trasformate la politica di questo Paese in una politica di salario familiare per i lavoratori americani — un salario che consenta a un uomo di provvedere alla propria famiglia e a una coppia sposata di crescere i propri figli come meglio crede.
Perché il vero metro di misura della forza americana è la prosperità della casa e della famiglia.
I conservatori devono difendere la religione della gente comune.
Tra tutti i legami che uniscono una società, nessuno è più forte di quello religioso: una visione condivisa della verità trascendente.
Quando i nostri leader si degnano di riconoscere la religione, di solito sottolineano che è la libertà religiosa a unire gli americani. A rigor di termini, non è vero. È la religione a unire gli americani — ed è questo il motivo principale per cui la libertà di praticarla è così importante.
Nell’ultimo capitolo del trittico, dedicato ai valori religiosi, Hawley opera un sottile spostamento: dalla «libertà religiosa» sancita dalla Costituzione americana, e che è effettivamente un valore cardine negli Stati Uniti, si passa a una celebrazione della « religione » — che non è definita, anche se si sottintende la sola religione cristiana — come principio effettivo della vita comunitaria. Ora, se la libertà religiosa è certamente quella di praticare la propria religione, implica anche la possibilità di cambiarla o di non averne alcuna — un punto che Hawley tace consapevolmente in questo caso.
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Tutte le grandi civiltà conosciute dall’umanità sono nate da una grande religione. La nostra non fa eccezione. Sebbene per decenni gli esperti abbiano detto agli americani che la religione li divideva, che distruggeva la pace civile, che li faceva uscire dai loro limiti, la maggior parte degli americani condivide convinzioni religiose ampie e fondamentali: teiste, bibliche, cristiane.
Anche in questo caso si passa da giudizi di fatto a giudizi di diritto: infatti, la società americana — oggi e a maggior ragione all’epoca dei Padri fondatori — non è una società laica, e Dio è onnipresente nel discorso pubblico. Da questa implicita permeazione del riferimento cristiano, sembra che Hawley voglia passare a una sorta di quadro normativo, cosa che i Padri fondatori si sono proprio premurati di escludere, poiché sapevano che le questioni confessionali avrebbero potuto effettivamente dividerli. Tutti i riferimenti religiosi e « pubblici » addotti da Hawley sono corretti — ma essi enunciano meno delle norme di quanto descrivano le credenze dei loro autori.
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La nostra fede nazionale è sancita nella Dichiarazione d’Indipendenza: «Tutti gli uomini sono creati uguali e dotati dal loro Creatore di diritti inalienabili.»
La nostra fede nazionale è impressa sulle nostre monete: «In God We Trust». Il presidente Eisenhower ha ben sintetizzato la situazione quando, nel 1954, ha dichiarato a proposito di questo motto: «Questo è il paese della libertà — e il paese che vive nel rispetto della misericordia dell’Onnipotente nei nostri confronti».
Il consenso dell’élite sulla religione è del tutto errato. La religione è uno dei principali fattori di coesione della vita americana, uno dei nostri grandi legami comuni. I lavoratori credono in Dio, leggono la Bibbia, vanno in chiesa — alcuni spesso, altri no. Ma in ogni caso si considerano membri di una nazione cristiana. E comprendono questa verità fondamentale: i loro diritti derivano da Dio, non dal governo.
Hawley si colloca qui chiaramente nella tradizione del diritto naturale, ancora molto viva negli Stati Uniti; anche in questo caso, attribuisce un valore normativo a una realtà della società americana, ben più religiosa di quella francese, ad esempio.
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Gli sforzi compiuti negli ultimi settant’anni per eliminare ogni traccia di pratica religiosa dalla nostra vita pubblica vanno esattamente nella direzione opposta a ciò di cui la nazione ha bisogno. Abbiamo bisogno di più religione civile, non di meno. Abbiamo bisogno di un riconoscimento aperto dell’eredità religiosa e della fede che uniscono gli americani tra loro.
Secondo Hawley, un cristianesimo non confessionale potrebbe proprio svolgere il ruolo di una «religione civile» negli Stati Uniti. Ma, oltre al fatto che ciò sia già vero in un certo senso — soprattutto se paragonato alla «laicità alla francese» —, si potrebbe obiettare che ciò significhi limitare in modo singolare la portata e il valore del cristianesimo; anche in questo caso, l’analogia con il ruolo attribuito al cattolicesimo da Maurras è inquietante.
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La campagna volta a eliminare la religione americana dalla sfera pubblica non è altro che la continuazione della lotta di classe con altri mezzi: l’élite contro l’uomo della strada, la classe agiata atea contro i lavoratori americani. E del resto non si tratta, in senso stretto, di eliminare la religione, ma di sostituirne una con un’altra.
A questo punto il discorso assume toni complottisti, nel senso che il declino religioso osservato da alcuni decenni negli Stati Uniti non è tanto il risultato di un presunto disprezzo delle «élite» nei confronti della religione – con effetti sociali, tutto sommato, limitati – quanto piuttosto un fenomeno di secolarizzazione tipico di molte altre società.
Questa radicalizzazione delle contrapposizioni è evidente anche quando la «religione» dell’élite viene equiparata a una «religione LGBT» che andrebbe a sostituire quella precedente.
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Ogni nazione professa una religione civile. Per ogni nazione esiste un’unità spirituale. La sinistra vuole una religione: la religione della bandiera del Pride. Noi vogliamo la religione della Bibbia.
Ho quindi un suggerimento da dare: che si rimuovano le bandiere trans dai nostri edifici pubblici e che al loro posto, su ogni edificio di proprietà del governo federale o da esso gestito, venga riportato il nostro motto nazionale: «In God We Trust».
I simboli sono importanti.
La maggior parte degli americani, la maggior parte dei lavoratori americani, si sente legata alla fede cristiana. Credono che Dio abbia benedetto l’America; credono che Dio abbia un piano per l’America — e vogliono farne parte. È questa convinzione che dà loro la sensazione che, come ha scritto Burke, la nazione sia un « legame tra coloro che vivono, coloro che sono morti e coloro che nasceranno ».
Altro importante punto di riferimento del pensiero conservatore, la filosofia di Edmund Burke (1729-1797) riflette sulla nazione e sul suo necessario rapporto con la trascendenza in quanto comunità di destino, rompendo con l’illusione di un contrattualismo immediato e di un’autoistituzione della società. In questo senso, la comunità politica deve necessariamente dare spazio alla religione in quanto tradizione. È qui che la visione di Hawley, quando si ricollega ai fondamenti del conservatorismo classico, si rivela la più articolata e la più abile.
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Decenni di sentenze errate e di propaganda da parte dell’élite non sono riusciti a cancellare le convinzioni religiose degli americani. Non ancora. Ed è questo uno dei motivi principali per cui abbiamo ancora una nazione. I conservatori devono difendere la nostra religione nazionale e il suo ruolo nella nostra vita nazionale. Devono difendere quel legame morale più fondamentale e antico — come disse Macaulay, «le ceneri dei [nostri] padri e i templi del [nostro] Dio».
Il riferimento a Macaulay (1800-1859) risulta tanto più sottile nel discorso di Hawley in quanto il filosofo utilitarista viene qui utilizzato in modo inusuale, per difendere una forma di valore trascendente.
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Il lavoro, la casa, Dio. Sono queste le cose che amiamo insieme. Sono queste cose che sostengono la nostra vita comune. Ci rendono una nazione e costituiscono il fondamento della nostra unità.
Ed è proprio questo il significato del nazionalismo cristiano, nel senso più vero e profondo del termine. Non tutti i cittadini americani sono cristiani, ovviamente, e non lo saranno mai. Ma ogni cittadino è erede delle libertà, della giustizia e dell’obiettivo comune che ci offre la nostra tradizione biblica e cristiana.
In questa equiparazione tra valori nazionali e cristiani, tradizioni democratiche e agostiniane, si ritrova, in chiave americana, il vivace dibattito degli anni 2000 sulle « radici cristiane dell’Europa » e sulla loro possibile inserzione nel preambolo della « Costituzione europea ».
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È proprio questa tradizione il motivo per cui crediamo nella libertà di espressione. È per questo che crediamo nella libertà di coscienza. Ed è per questo che deploriamo il virulento antisemitismo che si manifesta nelle nostre istituzioni d’élite e nei nostri campus.
Il concetto non esplicitato ma sottinteso di «civiltà giudaico-cristiana» serve ad affermare l’idea dell’alleanza con il popolo ebraico — e quindi dell’alleanza americano-israeliana — e illustra anche l’idea di un’identità cristiana intrinsecamente aperta, poiché lascia spazio nella propria narrazione a un’altra comunità. Terzo «grande monoteismo», l’Islam, rispetto agli altri due, è un grande assente in questo testo. È forse per meglio ergerlo a avversario implicito dei valori nazionali?
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Infine, noto che alcuni di coloro che si definiscono «nazionalisti cristiani» assumono un tono diverso, un sermone di disperazione. Le loro parole lasciano presagire la fine dei tempi. Tutto sarebbe perduto, ci dicono. L’America non potrebbe essere salvata — o non varrebbe la pena di essere salvata.
A chi si fa riferimento qui? Forse al complottismo apocalittico di mons. Viganò; forse anche al comunitarismo radicale di Rod Dreher, autore di The Benedict Option, che sostiene una netta separazione tra piccole comunità cristiane e la maggioranza della società in balia del male. Si tratterebbe quindi di una rottura con i principi dell’agostinismo politico.
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E da questo clima di paura, propongono politiche spaventose: una Chiesa di Stato, l’etnocentrismo — un «Franco protestante» a guidarci. Che sciocchezza!
Anche in questo caso, Josh Hawley si distingue dai nazionalisti più estremisti e respinge ogni forma di razzismo e qualsiasi idea di una «religione di Stato», il che dimostra che, nonostante il suo conservatorismo radicale, si potrebbe, in ultima analisi e in una certa misura, collocarlo nella tradizione liberale americana, nel senso originalista del termine.
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Non è questa la nostra tradizione. Non è ciò in cui crediamo. Non lasciamoci dominare dalla paura. Non torniamo al nazionalismo etnico e rigido del mondo antico o all’ideologia autoritaria del sangue e del suolo. Non è questa l’eredità che ci ha lasciato il cristianesimo. In questo paese difendiamo la libertà di tutti. In questa nazione pratichiamo l’autonomia del popolo.
Torniamo piuttosto a ciò che ci unisce, in comunione. La dignità del lavoro. Il carattere sacro del focolare domestico. L’amore per la famiglia e per Dio.
Questa è la nostra civiltà. Questa è l’America.
In conclusione, Josh Hawley torna sul tema dell’«amore», inteso nei suoi significati più immediati — e quindi in grado di parlare agli elettori comuni: l’amore per i propri cari, per il proprio lavoro, per la propria bandiera —, come fondamento di tutte le comunità politiche. Questo filo conduttore agostiniano sottolinea quanto questo vero e proprio corso di filosofia politica sia stato meditato e articolato. Se venisse messo in atto — il che, in un certo senso, è una sfida, a causa della vaghezza dei suoi aspetti pratici — il programma civilizzazionale delineato da Josh Hawley non significherebbe comunque una rottura con le pratiche politiche dei repubblicani degli ultimi decenni.
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Quei valori che condividiamo e sui quali è stata fondata la nostra nazione non hanno perso la loro validità. Sono convincenti oggi quanto lo erano quando Agostino li descrisse per la prima volta. Sono vivi oggi quanto lo erano quando i primi puritani approdarono su queste coste.
Basta che ci impegniamo nuovamente a difenderli, a rafforzarli e a ravvivare la nostra dedizione.
Quando lo faremo, salveremo la nazione.
J. D. Vance al Senato: la dottrina trumpista sull’Ucraina
È ormai noto che J. D. Vance, autore di Hillbilly Elegy, avrà un ruolo chiave se Trump venisse rieletto. Il 23 aprile, davanti al Senato, si è opposto con veemenza agli aiuti statunitensi all’Ucraina. Le sue argomentazioni non sono solo frutto di un’esagerata retorica trumpista: esse mirano alla memoria delle classi medie colpite dalla guerra in Iraq. Con Vance, forse si comprende finalmente la linea che sottende il programma di politica estera di Trump. Traduciamo e commentiamo per la prima volta il suo discorso in extenso.
Ci sono voluti sei mesi perché il Congresso americano approvasse la richiesta di 60 miliardi di dollari di finanziamenti supplementari per l’Ucraina avanzata dalla Casa Bianca nell’ottobre 2023. Nel frattempo, i legislatori hanno moltiplicato i tentativi volti a raggiungere un accordo tra Democratici e Repubblicani. Il GOP, che avrebbe potuto strappare all’amministrazione Biden concessioni — ritenute impensabili pochi mesi prima — in materia di politica migratoria e sicurezza al confine con il Messico, alla fine ha ottenuto solo vittorie minori: gli aiuti economici all’Ucraina sono stati approvati sotto forma di prestito-sovvenzione (forgivable loan), e le misure di controllo sono state rafforzate.
Contro ogni previsione, è Joe Biden a uscire vittorioso da questo scontro: la firma della legge che riunisce gli aiuti all’Ucraina, a Israele, alla regione indo-pacifica e altre misure va ad aggiungersi all’elenco delle leggi ambiziose diventate realtà — nonostante il controllo della Camera dei Rappresentanti da parte del Partito Repubblicano. Donald Trump, feroce oppositore degli aiuti militari all’Ucraina — che considera un ostacolo al suo obiettivo di porre fine al conflitto con ogni mezzo, anche se ciò implica convincere Kiev a cedere parte del proprio territorio a vantaggio della Russia —, sembra essere stato almeno temporaneamente convinto dal presidente della Camera Mike Johnson della necessità di sottoporre a votazione un testo che stanzi fondi supplementari a sostegno della difesa dell’Ucraina.
Attualmente tenuto a presentarsi quattro giorni alla settimana al processo iniziato lunedì 22 aprile nell’ambito del caso Stormy Daniels, l’ex presidente è più interessato a coltivare la propria immagine di martire perseguitato dall’establishment che alla questione dell’Ucraina — relegata in secondo piano. Donald Trump è riuscito, con le sue manovre dietro le quinte, a stroncare sul nascere il progetto bipartisan di accordo che due mesi fa avrebbe potuto portare allo sblocco degli aiuti all’Ucraina in cambio di una riforma della politica migratoria. Poiché quest’ultima è stata volutamente bloccata dall’ex presidente, egli potrà basare la sua campagna sul fallimento dell’amministrazione Biden e sui dati allarmanti relativi agli attraversamenti illegali del confine. Trump spera così di contribuire a far pendere il voto a suo favore in alcuni distretti, il che potrebbe far passare uno o più Stati dal viola al rosso nelle elezioni di novembre. Ospite del podcast dell’editorialista MAGA John Fredericks lunedì 22 aprile, l’ex presidente è arrivato persino a difendere il speaker Mike Johnson dagli attacchi che sta subendo dall’ala destra del GOP alla Camera, che vorrebbe destituirlo per aver approvato gli aiuti all’Ucraina — con il sostegno dei Democratici.
Poiché il Senato aveva già approvato a febbraio un pacchetto di aiuti all’Ucraina del valore di 60 miliardi di dollari, tutta l’attenzione si è concentrata sulla Camera, dove Johnson ha ignorato il testo proveniente dal Senato. Rispetto a febbraio, questa settimana altri nove senatori repubblicani hanno votato a favore del pacchetto di aiuti. La regola che concede a ogni senatore un’ora di intervento prima del voto ha scoraggiato la maggior parte degli osservatori dall’interessarsi a questa ultima fase prima della firma di Joe Biden, che era soprattutto una formalità.
È stato tuttavia in occasione di questa votazione che il senatore repubblicano dell’Ohio J.D. Vance, vicino a Donald Trump, ha pronunciato quello che sembra essere il discorso che offre la visione più articolata del trumpismo in materia di politica estera fino ad oggi. Vance, dato per certo per ricoprire un ruolo di primo piano nella prossima amministrazione qualora Trump venisse eletto, è un feroce oppositore della prima ora agli aiuti all’Ucraina. Pochi giorni prima, aveva pubblicato un editoriale sul New York Times sostenendo che, al di là di qualsiasi possibile volontà o interesse strategico a sostenere militarmente Kiev, gli Stati Uniti semplicemente non disponevano della capacità produttiva e delle riserve sufficienti per fornire l’assistenza militare critica di cui l’Ucraina ha disperatamente bisogno. Pochi giorni dopo, Vance ha fatto circolare un promemoria all’attenzione dei rappresentanti repubblicani della Camera e del Senato ribadendo lo stesso argomento, con cui concludeva: «Anche secondo le previsioni più ottimistiche per la prossima amministrazione presidenziale, ogni giorno in cui riforniamo l’Ucraina è un giorno in più in cui ci sprofondiamo nel baratro».
Nel suo discorso al Senato, pronunciato martedì 23 aprile, Vance inserisce questa « verità matematica » in un contesto più ampio che collega a una storia di 40 anni di fallimenti delle amministrazioni successive in materia di politica estera : nei confronti dell’Iraq, dell’Iran, dell’Europa e ora dell’Ucraina.
Vance non è né un ideologo né un intellettuale. A 18 anni, pochi mesi dopo gli attentati dell’11 settembre, si arruola nel Corpo dei Marines e partecipa all’invasione dell’Iraq nel 2003: «& come ogni hillbilly [contadino] che si rispetti, volevo andare in Medio Oriente per uccidere i terroristi » 1. È questa esperienza — sulla quale torna nel corso del suo discorso, riconoscendo il proprio « errore » di aver inizialmente sostenuto la guerra — che è all’origine della sua opposizione a qualsiasi conflitto suscettibile di causare la morte di soldati americani o di indebolire la posizione degli Stati Uniti separandosi da una parte delle proprie riserve di armamenti. Lungi dal rivendicare una più ampia considerazione strategica che tenga conto di una qualsiasi rivalità con la Russia, l’opposizione all’assistenza all’Ucraina deriva da un isolazionismo improntato a un « realismo » nei confronti delle debolezze strutturali che affliggono la difesa americana — in eco a un discorso « non-interventista » portato avanti da alcuni repubblicani nella prima metà del XX secolo, come il candidato alle elezioni presidenziali del 1940 Robert A. Taft.
L’invasione russa dell’Ucraina ha messo in luce — se mai ce ne fosse stato bisogno — la posizione sostanzialmente simile in materia di politica estera tra la frangia più conservatrice del Senato, rappresentata in particolare dal leader della minoranza Mitch McConnell, e quella del Partito Democratico incarnata da Joe Biden. Il discorso di McConnell — che lascerà il suo posto a novembre — è simile sotto molti aspetti a quello di Biden, mettendo in evidenza una decisione che li collocherà «dalla parte giusta della storia» e che, rafforzando gli alleati degli Stati Uniti, rafforzerà gli Stati Uniti stessi. Questa posizione anti-isolazionista è in declino e potrebbe diventare minoritaria al Senato dopo le elezioni di novembre. J.D. Vance incarna invece la continuazione della posizione trumpista all’interno di un organo legislativo dove i cambiamenti si inseriscono in un arco di tempo più lungo rispetto alla Camera: contestazione dell’ordine internazionale così come istituito dopo la Seconda Guerra Mondiale e delle sue strutture, diffidenza nei confronti delle alleanze, ripiegamento nazionalista e alleggerimento dell’onere finanziario che graverebbe sul contribuente americano a causa dell’impegno degli Stati Uniti nel mondo.
Signor Presidente, per quanto riguarda i miei colleghi che hanno votato contro questo testo legislativo, mi permetta di esprimere serie preoccupazioni riguardo alla direzione che sta prendendo il nostro Paese e a ciò che questo voto rappresenta in termini di preparazione degli Stati Uniti, di capacità degli Stati Uniti di difendere se stessi e i propri alleati in futuro e, cosa ancora più importante, sulla capacità dei leader americani di riconoscere a che punto siamo realmente come paese: i nostri punti di forza, le nostre debolezze, ciò che può essere costruito e ciò che deve essere completamente ricostruito.
Alcune analogie storiche dovrebbero chiarire questo dibattito: una sembra essere sempre utilizzata, mentre l’altra sembra non essere mai menzionata. Chi si oppone al proseguimento degli aiuti all’Ucraina – e io mi annovero tra questi – sostiene che si tratti di un momento in cui Chamberlain si oppone a Churchill. Avete appena sentito il mio illustre collega del Delaware fare questa osservazione. Senza mancare di rispetto al mio amico del Delaware, dobbiamo trovare altre analogie in questa Assemblea. Dobbiamo essere in grado di comprendere che la storia non si riduce alla Seconda guerra mondiale che si ripete all’infinito. Vladimir Putin non è Adolf Hitler. Ciò non significa che sia una brava persona, ma ha capacità molto inferiori rispetto al leader tedesco alla fine degli anni ’30.
L’America non è più quella della fine degli anni ’30 o dell’inizio degli anni ’40. La nostra potenza industriale è nettamente inferiore, in termini relativi, rispetto a quella di quasi 100 anni fa. L’analogia crolla sotto molti aspetti, anche se si ignorassero le capacità dell’America, della Russia, ecc. Dovremmo prendere in considerazione altre analogie storiche, e vorrei citarne alcune. La Seconda guerra mondiale, ovviamente, è stata senza dubbio la guerra più devastante della storia del mondo. È seguita da vicino dalla Prima guerra mondiale. Qual è la lezione da trarre dalla Grande Guerra?
Non è che ci siano sempre persone che placano i malvagi o che combattono contro di loro.
La lezione della Prima guerra mondiale è che, se si agisce con imprudenza, si rischia di finire coinvolti in un conflitto regionale più ampio che causerà la morte di decine di milioni di persone, molte delle quali innocenti. Nel 1914, le alleanze, la politica e il fallimento degli statisti trascinarono due blocchi militari rivali in un conflitto catastrofico.
Con i contributi di Anu Bradford, Josep Borrell, Julia Cagé, Javier Cercas, Dipesh Chakrabarty, Pierre Charbonnier, Aude Darnal, Jean-Yves Dormagen, Niall Ferguson, Timothy Garton Ash, Jean-Marc Jancovici, Paul Magnette, Hugo Micheron, Branko Milanovic, Nicholas Mulder, Vladislav Sourkov, Bruno Tertrais, Isabella Weber, Lea Ypi.
Proprio la settimana scorsa, il Council on Foreign Relations ha pubblicato un saggio in cui si esortano le truppe europee a sostenere le linee ucraine, mentre l’Ucraina fatica a reclutare uomini. Alcuni leader europei hanno dichiarato che potrebbero inviare truppe a sostegno dell’Ucraina. La lezione di storia che dovremmo trarne forse non è quella di Chamberlain contro Churchill. Forse dovremmo chiederci come un intero continente, come l’insieme dei leader di un mondo intero, si sia lasciato trascinare in un conflitto mondiale.
Esiste una soluzione diplomatica alla guerra in Ucraina? Sì, credo che ci sia. Infatti, come hanno sottolineato molti — sia i detrattori di Vladimir Putin che i sostenitori dell’Ucraina —, circa 18 mesi fa era effettivamente sul tavolo un accordo di pace. Che fine ha fatto? L’amministrazione Biden ha spinto Zelensky a mettere da parte l’accordo di pace e a lanciarsi in una disastrosa controffensiva che ha ucciso decine di migliaia di ucraini, ha esaurito un intero decennio di scorte di materiale militare e ci ha lasciati nella situazione in cui ci troviamo oggi, in cui ogni osservatore obiettivo della guerra in Ucraina riconosce che la situazione è peggiore per l’Ucraina rispetto a diciotto mesi fa.
La «soluzione diplomatica» alla guerra in Ucraina riprende qui una richiesta avanzata da Donald Trump già da diversi mesi. Nel luglio 2023, l’ex presidente si vantava di essere l’unico leader in grado di far sedere Putin e Zelensky al tavolo dei negoziati e, grazie alle «ottime relazioni» che intrattiene con i due presidenti, di ottenere un accordo in un solo giorno. Secondo diverse fonti coinvolte nelle conversazioni private che Trump ha avuto con i suoi consiglieri, questo « piano di pace » consisterebbe nel spingere Kiev ad abbandonare la Crimea e il Donbass 2.
La residenza privata di Trump a Mar-a-Lago e la Trump Tower di New York sono ormai diventate luoghi di incontro privilegiati tra il candidato favorito per tornare alla Casa Bianca nel gennaio 2025 e i leader e gli ex leader che si recano negli Stati Uniti per discutere della guerra in Ucraina e della posizione di Donald Trump.
J.D. Vance fa qui riferimento, tra l’altro, a un articolo pubblicato sulla rivista Foreign Affairs il 16 aprile 2024, in cui si sostiene che «& i partner occidentali di Kiev [in particolare Washington] erano riluttanti all’idea di essere coinvolti in una trattativa con la Russia, in particolare una trattativa che avrebbe imposto loro nuovi impegni per garantire la sicurezza dell’Ucraina […] con il fallimento dell’accerchiamento di Kiev da parte della Russia, il presidente Volodymyr Zelensky ha acquisito maggiore fiducia nel fatto che, con un sostegno occidentale sufficiente, avrebbe potuto vincere la guerra sul campo di battaglia » 3.
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Avremmo potuto evitarlo? Sì, avremmo potuto e avremmo dovuto evitarlo. Avremmo salvato molte vite, avremmo salvato molte armi americane e il nostro Paese sarebbe stato molto più stabile e in una situazione ben migliore se lo avessimo fatto.
La questione delle riserve di equipaggiamento e munizioni statunitensi è fondamentale nella politica di assistenza militare nei confronti dell’Ucraina. È tuttavia difficile dare credito all’argomentazione secondo cui tale politica avrebbe compromesso la «stabilità» degli Stati Uniti, in particolare sul piano economico.
La stragrande maggioranza — tra il 60 e il 90%, l’80% secondo le dichiarazioni di Mike Johnson del 17 aprile — dei fondi stanziati dal Congresso per fornire equipaggiamento all’Ucraina viene in realtà reinvestita nell’economia statunitense per finanziare la sostituzione delle munizioni e dei sistemi donati. L’assistenza supplementare a Kiev finanzia, tra l’altro, l’aumento delle capacità produttive statunitensi di proiettili da 155 mm e consente di finanziare l’ammodernamento di alcune attrezzature dell’esercito americano.
Inoltre, le ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale indicano un tasso di crescita dell’economia statunitense doppio rispetto a quello dei paesi del G7. La quota dell’economia statunitense nel PIL mondiale è aumentata di quasi un punto percentuale tra il 2022 e il 2024 in dollari USA correnti, mentre quella della Cina è diminuita di 0,73 punti percentuali.
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C’è un’altra analogia storica su cui vale la pena soffermarsi: l’inizio degli anni 2000. Nel 2003 frequentavo l’ultimo anno di liceo e all’epoca ricoprivo una carica politica. Credevo alla propaganda dell’amministrazione di George W. Bush secondo cui dovevamo invadere l’Iraq, che si trattasse di una guerra per la libertà e la democrazia, che chi assecondava Saddam Hussein avrebbe provocato un conflitto regionale più ampio. Vi ricorda qualcosa di ciò che sentiamo oggi?
Sono esattamente gli stessi discorsi, vent’anni dopo, con nomi diversi. Ma abbiamo imparato qualcosa negli ultimi vent’anni? No, non credo. Abbiamo imparato che battendoci il petto invece di impegnarci nella diplomazia otterremo in qualche modo dei buoni risultati. Non è vero. Abbiamo imparato che parlando incessantemente della Seconda guerra mondiale possiamo intimidire le persone, indurle a ignorare i loro impulsi morali fondamentali e condurre il Paese dritto verso un conflitto catastrofico.
Una delle grandi ironie della mia presenza al Senato negli ultimi 18 mesi è che molte persone mi hanno accusato di essere un tirapiedi di Vladimir Putin. Mi oppongo a questa affermazione perché, nel 2003, ho effettivamente commesso l’errore di sostenere la guerra in Iraq. Qualche mese dopo, mi sono anche arruolato nei Marines, uno dei due ragazzi del mio quartiere di McKinley Street a Middletown, Ohio, ad arruolarsi nei Marines quell’anno.
Ho servito il mio Paese con onore e, quando sono andato in Iraq, ho capito che mi avevano mentito, che le promesse dei responsabili della politica estera di questo Paese non erano altro che un enorme scherzo. Qualche giorno fa, abbiamo visto i nostri amici della Camera dei Rappresentanti sventolare bandiere ucraine sull’aula della Camera: mi piacerebbe vederli sventolare la bandiera americana con altrettanto entusiasmo. Non mi lamenterò del fatto che si trattasse di una violazione delle regole della Camera, anche se sicuramente lo era.
Il regolamento della Camera dei Rappresentanti non menziona un divieto esplicito di sventolare bandiere nell’aula, sebbene preveda «che i membri non debbano tenere una condotta disordinata o di disturbo». Questo evento relativamente insignificante è stato tuttavia utilizzato dai rappresentanti contrari agli aiuti all’Ucraina per denunciare una forma di « capitolazione » di Mike Johnson rispetto agli obiettivi del GOP in materia legislativa : in particolare la messa in sicurezza del confine con il Messico.
A seguito della pubblicazione di un video di quel momento da parte del deputato repubblicano del Kentucky Thomas Massie, il sergente d’armi della Camera — responsabile, tra l’altro, del protocollo — avrebbe minacciato il deputato di una multa di 500 dollari se questi non avesse ritirato il video. Questo avvertimento, rapidamente disinnescato da Mike Johnson, è stato percepito da una parte dei deputati dell’ala destra del GOP come un tentativo di « far dimenticare questo tradimento dell’America » da parte della leadership repubblicana e dei deputati democratici 4.
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Ma questo mi ha ricordato — e credo fosse nel 2005 — che proprio in quell’aula i deputati alzavano le dita macchiate di inchiostro viola per commemorare le incredibili elezioni irachene del 2005. Mi trovavo in Iraq durante il referendum costituzionale dell’ottobre 2005 e le elezioni parlamentari di dicembre. Ricordo gli iracheni che votavano con gioia, alzando il dito in aria.
Quello che voglio dire non è che il popolo iracheno fosse cattivo o che fosse cattivo perché ha votato, ma che l’ossessione per il moralismo — la democrazia è buona ; Saddam Hussein è cattivo ; l’America è buona ; la tirannia è cattiva — non è un modo di condurre una politica estera, perché ci si ritrova allora con persone che agitano le dita sul pavimento della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, anche se hanno portato il loro paese al disastro.
E lo dico in qualità di orgoglioso repubblicano. Lo dico in qualità di persona che sostiene i colleghi repubblicani, indipendentemente dal fatto che siano d’accordo o meno con me su questa questione. Il fatto di aver sostenuto George W. Bush nel perseguire un conflitto militare è stato forse il periodo più vergognoso della storia del Partito Repubblicano degli ultimi quarant’anni.
La mia scusa è che frequentavo l’ultimo anno di liceo. Qual è invece la scusa delle numerose persone che all’epoca sedevano in quest’Aula o alla Camera dei rappresentanti e che oggi ripetono esattamente lo stesso ritornello quando si tratta dell’Ucraina? Non abbiamo imparato nulla? Non abbiamo aggiornato in alcun modo il nostro modo di ragionare, i criteri che applichiamo per determinare quando dobbiamo intervenire in conflitti militari?
Non abbiamo imparato nulla sulla precarietà e sul valore della vita negli Stati Uniti e nel resto del mondo, e sul fatto che dovremmo essere un po’ più cauti nel proteggerla? All’epoca, nel 2003, in questo Paese esisteva una sinistra contro la guerra. Oggi nessuno è davvero contrario alla guerra. Nessuno si preoccupa del protrarsi dei conflitti militari all’estero. Nessuno sembra preoccuparsi delle conseguenze impreviste.
Come dimostra la cronologia delle votazioni alla Camera o al Senato sui vari provvedimenti di sostegno all’Ucraina e a Israele, una parte della sinistra rappresentata al Congresso continua a rivendicare una posizione contro la guerra.
Tuttavia, tale voto riguarda più l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza che gli aiuti alla difesa del territorio ucraino contro l’invasione russa. Al Senato, due senatori democratici — e il senatore indipendente del Vermont Bernie Sanders, vicino all’ala sinistra — hanno votato contro il pacchetto di aiuti esteri. Allo stesso modo, 37 rappresentanti democratici della Camera hanno votato contro la proposta di legge separata riguardante gli aiuti a Tel Aviv e l’assistenza umanitaria a Gaza. L’opposizione alla guerra in tutte le sue forme è incarnata nella sfera pubblica anche dal Quincy Institute, un think-tank che sostiene una « moderazione strategica ».
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Ma l’Iraq ha avuto molte conseguenze impreviste — molte conseguenze che forse erano state previste da alcune persone intelligenti; molte conseguenze che nessuno aveva previsto — una delle quali è che abbiamo dato all’Iran un alleato regionale anziché un concorrente regionale. George W. Bush si è presentato davanti al popolo americano e ha detto: «Invaseremo questo paese e daremo a uno dei nostri nemici più potenti nella regione un alleato regionale di tutto rispetto»? Pensavamo che, vent’anni dopo, l’Iraq sarebbe diventato una base per attaccare le nostre truppe in Medio Oriente? Pensavamo che ciò avrebbe rafforzato uno dei regimi più pericolosi di quella regione del mondo?
Oggi finanziamo Israele, come ritengo giusto che sia, affinché possa difendersi dagli attacchi provenienti dall’Iran, mentre proprio coloro che invocano più guerre in tutto il mondo sono gli stessi che ci hanno spinto a scatenare una guerra che ha rafforzato l’Iran.
C’è una certa ironia in tutto questo, una certa tristezza che provo al pensiero che non sembriamo mai imparare la lezione dal passato. Non sembriamo mai chiederci perché continuiamo a rovinare la politica estera americana, perché continuiamo a indebolire il nostro Paese, anche se diciamo di volerlo rendere più forte. Ecco un’altra cosa che dovremmo imparare dalla guerra in Iraq, una cosa che mi sta molto a cuore come cristiano e che, credo, dovrebbe stare a cuore anche a molti dei miei colleghi non cristiani, a molti dei miei concittadini americani non cristiani.
Gli Stati Uniti rimangono, ad oggi, la più grande nazione a maggioranza cristiana del mondo. Siamo la nazione cristiana più numerosa al mondo in termini di popolazione. Eppure, quali sono i frutti — « Li riconoscerete dai loro frutti », ci dice la Bibbia — quali sono i frutti della politica estera americana nei confronti delle popolazioni cristiane di tutto il mondo negli ultimi decenni ?
In Iraq, prima della nostra invasione, c’erano 1,5 milioni di cristiani. Molti di loro appartenevano a comunità antiche: i caldei, persone la cui discendenza e i cui antenati risalgono a coloro che hanno conosciuto gli apostoli di Gesù Cristo. Oggi, quasi tutte queste comunità cristiane storiche sono scomparse. Ecco i frutti dell’opera americana in Iraq – un alleato regionale dell’Iran – e l’eradicazione e la decimazione di una delle più antiche comunità cristiane del mondo.
È questo che ci avevano detto che sarebbe successo? Il popolo americano — la più grande nazione a maggioranza cristiana del mondo — pensava forse che fosse questo ciò in cui si stava impegnando? Io, per quanto mi riguarda, non lo pensavo affatto. E mi vergogno di non averlo pensato.
Eppure l’abbiamo fatto. Abbiamo fatto tutto questo perché non abbiamo riflettuto su come la guerra e i conflitti portino a conseguenze inaspettate.
Sono certo che applicare queste lezioni al conflitto ucraino possa sembrare assurdo. Di certo non rischia di sfociare in un conflitto regionale o addirittura mondiale più ampio. Anzi, certo che no… sto scherzando. È ovvio che sia così.
Mentre gli alleati europei propongono di inviare truppe per combattere Vladimir Putin, trascinando la NATO ancora più a fondo in questo conflitto, sì, la guerra in Ucraina rischia di trasformarsi in un conflitto regionale più ampio. E che dire dell’attacco alle comunità cristiane tradizionali? Proprio oggi, il parlamento ucraino sta valutando l’approvazione di una legge che esproprierebbe un gran numero di chiese e comunità cristiane in Ucraina. Dicono che sia perché queste chiese sono troppo vicine alla Russia. E forse alcune chiese sono troppo vicine alla Russia. Ma non si priva un’intera comunità religiosa della sua libertà di culto solo perché alcuni dei suoi membri non sono d’accordo con voi sul conflitto del momento.
La libertà di religione è sancita dalla Costituzione ucraina, che non può essere modificata durante la legge marziale. Per quanto riguarda la legge sulle comunità religiose, le discussioni sulla sua modifica sono in corso da ben prima dell’invasione su larga scala da parte della Russia. Gli emendamenti attualmente in discussione in Parlamento mirano a regolamentare tutte le organizzazioni religiose del Paese in modo tale da non minacciare la sicurezza nazionale e non ledere le convinzioni religiose.
In sostanza, solo la Chiesa ortodossa ucraina del Patriarcato di Mosca esprime preoccupazioni al riguardo, sebbene affermi di non avere alcun legame con la Russia. In ogni caso, anche se la legge venisse approvata nella sua versione attuale, il destino di ciascuna parrocchia sarà determinato solo in seguito a una decisione giudiziaria. In Ucraina, le comunità religiose sono decentralizzate e ogni parrocchia è un’entità giuridica, a differenza, ad esempio, della Chiesa ortodossa russa, dove tutte le parrocchie sono riunite sotto un’unica entità.
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Sono convinto che questa guerra finirà per causare lo sfollamento di un’importante comunità cristiana in Ucraina. E questa sarà la nostra vergogna: la nostra vergogna, noi deputati, per non averlo previsto; la nostra vergogna, noi deputati, per non fare nulla per fermarlo; la nostra vergogna per rifiutarci di utilizzare le centinaia di miliardi di dollari che inviamo all’Ucraina come leva per assicurare e garantire una vera libertà religiosa.
Era vero allora ed è vero oggi: il dibattito in questo Paese è stato stranamente distorto, e la gente non può dissentire in buona fede dalla nostra politica nei confronti dell’Ucraina. Si viene immediatamente accusati di far parte della squadra sbagliata, di stare dalla parte sbagliata.
Ricordo che, quando ero un giovane liceale conservatore, gli oppositori della guerra in Iraq all’interno dello stesso schieramento conservatore dicevano: «Voi state semplicemente dalla parte di Saddam Hussein e pensate che a Saddam Hussein debba essere permesso di continuare a maltrattare il popolo iracheno; non avete alcun amore per questo innocente popolo iracheno; non credete nell’America». E gli stessi argomenti vengono utilizzati oggi: sei un fan di Vladimir Putin se non ti piace la nostra politica nei confronti dell’Ucraina, oppure sei un fan di una terribile idea tirannica perché pensi che forse l’America dovrebbe concentrarsi maggiormente sui confini del proprio paese piuttosto che su quelli di qualcun altro.
L’ulteriore aiuto all’Ucraina richiesto da Biden al Congresso nell’ottobre 2023 è stato per un certo periodo percepito dal Partito Repubblicano come un mezzo per ottenere concessioni da parte dell’amministrazione democratica in materia di politica migratoria statunitense e di rafforzamento del confine con il Messico. Sebbene i due temi siano completamente distinti, i rappresentanti repubblicani al Congresso hanno lavorato per diversi mesi per negoziare con i democratici un accordo che consistesse nel combinare i due testi in un unico disegno di legge al fine di facilitarne l’approvazione.
Alla fine, Donald Trump si è opposto a questo «accordo» bipartisan, temendo che il miglioramento della situazione al confine potesse fornire a Biden ulteriori argomenti a favore della sua campagna per la rielezione. J.D. Vance è tra i rappresentanti repubblicani che si sono opposti fin dall’inizio a questa forma di legislazione transazionale che avrebbe potuto sbloccare entrambe le questioni e consentire a entrambi gli schieramenti di rivendicare una vittoria.
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Questa febbre bellica, questa incapacità di analizzare ciò che accade nel mondo per prendere decisioni razionali è l’aspetto più spaventoso di tutto questo dibattito. Vediamo persone che hanno servito il loro Paese, che hanno difeso buone politiche pubbliche — che fossero d’accordo o meno con esse — per tutta la loro carriera, essere trattate come agenti di un governo straniero semplicemente perché non gradiscono ciò che stiamo facendo in Ucraina.
Questo non è un dibattito in buona fede, è diffamazione. Ed è proprio questo tipo di calunnia che ci porterà a prendere decisioni sempre più sbagliate. Dovremmo tutti sentirci molto a disagio quando i nostri concittadini americani avanzano un argomento e la risposta a quell’argomento è: «Beh, no, no, ecco cosa dobbiamo fare»: Beh, no, no, ecco perché ti sbagli, o, ecco in sostanza perché non sono d’accordo con te. Ti puntano il dito in faccia e ti dicono: «Sei un burattino di Putin: sei un burattino di Putin, sei un agente di un regime straniero». È prendendo decisioni democratiche in questo modo che stiamo mandando in bancarotta il nostro Paese e che scateneremo una terza guerra mondiale. Dovremmo smetterla. Permettetemi quindi di presentare alcuni argomenti per spiegare perché la nostra politica nei confronti dell’Ucraina non ha alcun senso.
In primo luogo, non disponiamo della base industriale necessaria per sostenere una guerra terrestre in Europa. Bisogna esserne consapevoli. È interessante notare che quando ho avanzato l’argomento secondo cui non disponevamo della base industriale necessaria per sostenere un conflitto militare nell’Europa dell’Est, per sostenere un conflitto militare nell’Asia orientale e per sostenere la nostra stessa difesa nazionale, che l’America era troppo dispersiva, ho ricevuto, 18 mesi fa, una replica molto frequente.
Mi dicevano che la guerra in Ucraina rappresentava solo una frazione di una frazione del PIL americano, che potevamo fare tutto contemporaneamente e che ciò non avrebbe messo a dura prova le capacità dell’America. Oggi, sembra che tutti siano d’accordo con me. Tutti sembrano riconoscere che siamo fortemente limitati, non nel numero di dollari che possiamo inviare in Ucraina — perché ci sono dei limiti — ma nel numero di armi, proiettili di artiglieria e missili; non produciamo abbastanza armi da guerra fondamentali per inviarle in ogni angolo del mondo garantendo al contempo la nostra sicurezza.
L’argomento principale di Vance contro gli aiuti all’Ucraina consiste nel presentare la questione come un’equazione irrisolvibile: il fabbisogno di equipaggiamento e munizioni di Kiev è troppo elevato rispetto alle capacità produttive e alle riserve statunitensi. Il promemoria inviato in tal senso dal senatore ai rappresentanti repubblicani del Congresso il 16 aprile riflette un approccio pseudo-realista che distorce la realtà dello sforzo americano — ma non solo — al fine di presentare questa politica come un rischio che potrebbe portare a un notevole indebolimento della difesa americana. La sua argomentazione riprende in sostanza le argomentazioni avanzate da Vance durante la conferenza sulla sicurezza di Monaco di febbraio.
Il senatore repubblicano del Mississippi Roger Wicker ha contrapposto a Vance una serie di dati che riflettono una realtà più credibile riguardo alla natura degli aiuti all’Ucraina e all’impegno profuso da altri paesi, in una contro-memoria inviata ai senatori repubblicani il 22 aprile. In esso, Wicker, fervente sostenitore degli aiuti militari all’Ucraina, confuta punto per punto le argomentazioni di Vance, mettendo in evidenza fatti e cifre volutamente occultati dal senatore dell’Ohio: l’aiuto militare europeo all’Ucraina è quasi pari a quello fornito dagli Stati Uniti, l’Ucraina sta rapidamente sviluppando le proprie capacità di produzione di droni, proiettili e mortai, e gli Stati Uniti non devono assumersi da soli l’onere dell’aiuto all’Ucraina 5.
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Ma la gente dirà: «J.D. ha ragione, dobbiamo ricostruire la nostra base industriale della difesa, dobbiamo ricostruire la nostra capacità di produrre armi». Ma ora, il desiderio e la necessità di produrre più armi è un argomento a favore del conflitto ucraino piuttosto che contro di esso. È interessante vedere come i sostenitori di questo conflitto trovino sempre una nuova giustificazione quando quella di qualche mese fa crolla. Esaminiamo quindi alcuni fatti.
Gli ucraini hanno affermato pubblicamente — lo ha detto il loro ministro della Difesa — che hanno bisogno di migliaia di missili di difesa aerea ogni anno per proteggersi dagli attacchi russi. Ne produciamo migliaia? No. Se questo emendamento verrà approvato, come mi aspetto tra poche ore, passeremo da circa 550 missili intercettori PAC-3 a circa 650. Esistono alcuni altri sistemi d’arma che potrebbero fornire protezione in termini di difesa aerea. Ma le difese aeree dell’Ucraina sono attualmente sopraffatte perché non ne produciamo abbastanza.
E l’Europa non produce abbastanza sistemi di difesa aerea.
D’altra parte, riceviamo richieste da più parti. Gli israeliani ne hanno bisogno per respingere gli attacchi iraniani. Gli ucraini ne hanno bisogno per respingere gli attacchi russi. Potremmo, Dio non voglia, averne bisogno noi stessi. E i taiwanesi ne avrebbero bisogno se la Cina li invadesse. Non produciamo abbastanza armi per la difesa aerea, e nemmeno gli europei. Ecco perché, invece di sovraccaricarsi, l’America dovrebbe concentrarsi sulla diplomazia e fare in modo che i nostri amici e alleati possano fare tutto il possibile, pur riconoscendo i limiti e assicurando che noi – e soprattutto il nostro stesso popolo nel nostro stesso Paese – possiamo garantire la nostra difesa.
Non si tratta solo di missili per la difesa aerea. I proiettili d’artiglieria Martin da 155 mm sono una delle armi più cruciali per la guerra terrestre in Europa — forse addirittura la più cruciale. Gli Stati Uniti producono solo una minima parte di ciò di cui gli ucraini hanno bisogno. E se si somma ciò che gli Stati Uniti forniscono con ciò che gli europei sono in grado di fornire e ciò che altri sono in grado di fornire, la nostra capacità di aiutare l’Ucraina a colmare il divario che attualmente la separa dalla Russia risulta fortemente limitata.
Entro la fine del 2025, gli Stati Uniti e i paesi europei dovrebbero essere in grado di produrre congiuntamente 3 milioni di proiettili da 155 mm all’anno (1 milione per gli Stati Uniti, 2 milioni per l’Europa), ovvero 250.000 al mese. Uno studio dell’International Institute for Strategic Studies stima che l’Ucraina avrebbe bisogno di 200.000-250.000 proiettili al mese per sostenere un’offensiva su larga scala, e di 75.000-90.000 al mese per essere in grado di difendersi, ovvero il 20-50% in più rispetto al suo consumo attuale 6. Si stima che la Russia consumi invece 300.000 proiettili al mese. Una parte di questo consumo proviene tuttavia dalle sue ampie riserve accumulate durante la guerra fredda e da paesi terzi, in particolare dalla Corea del Nord.
I proiettili di artiglieria rappresentano solo una parte delle attrezzature, dei sistemi e delle munizioni di cui l’Ucraina ha bisogno per poter respingere la Russia. I dati sopra riportati dimostrano che le attuali capacità occidentali sono largamente insufficienti per fornire all’Ucraina una quantità adeguata di proiettili e contribuire al contempo al rifornimento delle riserve. In attesa di un aumento delle capacità, diversi paesi, tra cui la Repubblica Ceca, si stanno adoperando per reperire e finanziare proiettili presenti nei depositi di vari paesi al fine di inviarli all’Ucraina.
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Avete sentito alti funzionari della nostra amministrazione della difesa affermare che, se questo disegno di legge non venisse approvato, gli ucraini si troverebbero in una situazione di svantaggio di 10 a 1 per quanto riguarda le munizioni essenziali come quelle per l’artiglieria — 10 a 1. Ciò che fa meno notizia è che attualmente gli ucraini hanno uno svantaggio di 5 a 1 e che non esiste una via credibile per fornire loro qualcosa che si avvicini alla parità. E non sto parlando nemmeno di quest’anno, ma dell’anno prossimo. Durante una conversazione con l’alto funzionario della sicurezza nazionale dell’amministrazione Biden, mi è stato detto che se gli Stati Uniti e gli europei aumentassero radicalmente la loro produzione, gli ucraini avrebbero uno svantaggio di 4 a 1 in termini di artiglieria entro la fine del 2025.
E questa è stata considerata una buona notizia. Non si può vincere una guerra terrestre in Europa con uno svantaggio di 4 a 1 in termini di artiglieria, soprattutto quando il paese che si sta affrontando ha una popolazione quattro volte più numerosa della propria. La risorsa più importante in una guerra, anche in una guerra moderna, non si limita ai missili di difesa aerea e ai proiettili di artiglieria ; la risorsa più importante sono gli esseri umani. Sono sempre gli esseri umani a combattere le nostre guerre, per quanto tragico ciò sia e per quanto non sia auspicabile che sia vero, e anche l’Ucraina ha un terribile problema di manodopera.
Il New York Times ha recentemente pubblicato un articolo sulla coscrizione — forse involontaria, almeno così spero — di una persona con disabilità mentale nell’ambito di questo conflitto. Ora hanno abbassato l’età di coscrizione. E continuano ad adottare misure draconiane per arruolare le persone.
Questo non ha nulla a che vedere con il fatto che circa 600.000 uomini in età di leva siano fuggiti dal Paese. Questa guerra viene spesso paragonata, come ho detto in precedenza, alla lotta del Regno Unito contro la Germania nazista. Nel pieno della Seconda guerra mondiale, un milione di britannici ha forse lasciato la Gran Bretagna per evitare di essere arruolato dai tedeschi? Ne dubito fortemente. C’è quindi un grave problema di risorse: non ci sono abbastanza armi e non c’è abbastanza manodopera. Questo è il problema che l’Ucraina deve affrontare.
Circa 3,7 milioni di ucraini di età compresa tra i 25 e i 60 anni possono essere mobilitati per prestare servizio nell’esercito, senza contare gli 1,3 milioni di uomini che vivono all’estero e che il governo ucraino sta cercando di convincere a tornare. Con l’adozione di un nuovo testo giovedì 11 aprile, la Verkhovna Rada ha rafforzato il quadro normativo della mobilitazione e ha offerto al governo un maggiore margine di manovra per portarla a termine. Più ancora della mancanza di uomini disponibili, è il modo in cui viene condotta la mobilitazione a compromettere le capacità ucraine. Su un milione di persone mobilitate in Ucraina, un’indagine ha concluso che solo 300.000 avevano partecipato ai combattimenti.
La Russia ha tuttavia una popolazione quattro volte superiore a quella dell’Ucraina. Inoltre, il numero di uomini sotto i 30 anni in buona salute è tra i più bassi nella storia del Paese — dimezzatosi dal 1990.
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Non lo dico per attaccare gli ucraini che hanno combattuto in modo ammirevole — molti di loro sono morti per difendere il proprio Paese. Ma se vogliamo onorare il sacrificio di chi è morto in questo conflitto, dobbiamo guardare in faccia la realtà. E la realtà è che più questo conflitto dura, più ci saranno morti inutili, meno persone ci saranno per ricostruire l’Ucraina e meno l’Ucraina sarà in grado di funzionare come paese in futuro. Ma non mi preoccupa solo questo; non mi preoccupa solo sapere se l’Ucraina possa vincere. Mi preoccupano anche, come ho detto in precedenza, le conseguenze indesiderate.
Dovremmo dedicare un po’ di tempo a discutere alcune di queste questioni. La nostra ossessiva attenzione sull’Ucraina ha diverse conseguenze. In primo luogo, a vari livelli del Congresso, abbiamo approvato leggi relative all’Ucraina che cercano di limitare esplicitamente i poteri diplomatici della prossima amministrazione presidenziale. So che non parliamo spesso di politica in modo così diretto, e sono certo di non essere d’accordo con i miei colleghi dall’altra parte dell’aula sull’identità del prossimo presidente, ma vogliamo dare al prossimo presidente, chiunque esso sia, i mezzi per impegnarsi realmente nella diplomazia — e non rendere più difficile l’impegno nella diplomazia.
Eppure molte disposizioni di questa legge — ma anche di altre leggi approvate da questa Assemblea e alle quali mi sono opposto — cercano esplicitamente di legare le mani al prossimo presidente. Ammettiamo che il prossimo presidente, chiunque esso sia, decida di porre fine ai massacri e di impegnarsi nella via diplomatica. Questa Camera potrebbe fornire un motivo di impeachment nei confronti di quel prossimo presidente per il semplice fatto di essersi impegnato sulla via della diplomazia. È difficile immaginare un giudizio più ridicolo sulle priorità della leadership americana del fatto che stiamo già cercando di rendere impossibile per il prossimo presidente impegnarsi in qualsiasi forma di diplomazia. Questa non è leadership, e non è fermezza ; è un’adesione cieca a un consenso ormai superato in materia di politica estera — che purtroppo è esattamente ciò che abbiamo.
Il disegno di legge supplementare a favore dell’Ucraina, che verrà probabilmente approvato nelle prossime ore, finanzia la frontiera ucraina chiudendo gli occhi sulla crisi di frontiera degli Stati Uniti. Il disegno di legge stanzia centinaia di milioni che potrebbero essere utilizzati per rafforzare la sicurezza delle frontiere ucraine e sostenere il Servizio nazionale delle guardie di frontiera dell’Ucraina. Buon per loro. Sono lieto che abbiano a cuore la sicurezza dei propri confini. Il supplemento proroga i benefici concessi agli ucraini in libertà vigilata negli Stati Uniti. Comprende 481 milioni di dollari per i rifugiati e l’assistenza temporanea, che potrebbero essere utilizzati, in parte, affinché l’Ufficio per il reinsediamento dei rifugiati fornisca assistenza per il reinsediamento agli ucraini che arrivano negli Stati Uniti, nonché ad altre organizzazioni che — poiché il denaro è fungibile — potrebbero reinsediare altri migranti provenienti da altri paesi nel nostro paese.
Così, proprio mentre aiutiamo gli ucraini a rendere sicura la loro frontiera, non solo trascuriamo la nostra, ma finanziamo anche delle ONG che aggraveranno la crisi migratoria di Joe Biden. È del tutto assurdo. Eppure è proprio quello che stiamo facendo.
Cambiamo argomento. Questo disegno di legge contiene una disposizione molto apprezzata, il REPO Act. In breve, il REPO Act fa una cosa molto semplice: consente al Dipartimento del Tesoro di sequestrare i beni russi per aiutarli a pagare i costi della guerra. Sembra un’ottima idea. Ovviamente la Russia non avrebbe dovuto invadere l’Ucraina e, ovviamente, dovrebbe pagarne le conseguenze.
Ma chiedetevi quali ripercussioni inaspettate potrebbe avere il sequestro di decine di miliardi di dollari di attività estere. Diversi economisti di ogni orientamento politico hanno affermato che il REPO Act potrebbe rendere più difficile la vendita dei titoli del Tesoro americano. È una questione di cui molti americani non si preoccupano granché. Tuttavia, sono certo che potrebbero sgranare un po’ gli occhi: questo Paese registra deficit di quasi 2.000 miliardi di dollari ogni anno.
Vi state chiedendo: da dove provengono questi 2.000 miliardi di dollari? Provengono dalla vendita di titoli del Tesoro sul mercato. È così che finanziamo la spesa in deficit del nostro Paese. E cosa succede quando la gente inizia a preoccuparsi del fatto che i titoli del Tesoro americano non siano un buon investimento? Ne abbiamo già visto le conseguenze negli ultimi due anni: i tassi di interesse aumentano, l’inflazione aumenta, i mutui immobiliari diventano più costosi.
I beni russi congelati negli Stati Uniti ammontano a soli 5 miliardi di dollari, ovvero meno del 2% del totale congelato nei paesi del G7, nell’Unione europea, in Svizzera e in Australia. Al di là del precedente giuridico, la questione dell’utilizzo di questi beni per il sostegno e la ricostruzione dell’Ucraina — come avviene negli Stati Uniti, dove il REPO Act consente di trasferire tali beni a un fondo speciale — è oggetto di dibattito tra i sostenitori dell’Ucraina sin dalle settimane successive all’inizio dell’invasione russa.
Vance non è l’unico esponente repubblicano a opporsi al REPO Act, temendo le conseguenze negative che il sequestro di attività potrebbe avere sui mercati obbligazionari statunitensi. Del resto, il think tank repubblicano vicino a Donald Trump Heritage Foundationsi oppone anch’esso al REPO Act, temendo che possa portare a «& nbsp;minare il sistema finanziario globale denominato in dollari ed esporre un’economia già fragile a conseguenze impreviste e a rischi per i quali gli Stati Uniti non sono preparati » 7.
Sebbene diversi economisti abbiano effettivamente riconosciuto che questa normativa potrebbe avere conseguenze negative sull’economia statunitense, altri esperti ritengono che un’azione congiunta insieme agli altri paesi del G7 avrebbe l’effetto di distribuire il rischio, riducendo così l’esposizione di una singola economia 8.
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Non siamo almeno un po’ preoccupati che i mercati obbligazionari possano reagire negativamente se acquisiamo decine o centinaia di miliardi di dollari di attività? Dovremmo preoccuparcene, perché in questo Paese non possiamo già permetterci di sostenere una spesa in deficit. I rendimenti dei titoli del Tesoro sono già straordinariamente elevati. Grazie ai programmi di spesa di Joe Biden, hanno persino dimostrato una notevole tenacia negli ultimi mesi.
Ecco un’altra conseguenza involontaria.
La Germania è un alleato importante degli Stati Uniti e vanta la quarta o quinta economia mondiale. È un Paese molto importante, un alleato molto importante. Inoltre, è un Paese magnifico con persone magnifiche. Ma la Germania — sotto l’influenza di una serie di politiche cosiddette di energia verde — si sta rapidamente deindustrializzando. La Germania, tra l’altro, era uno dei pochi paesi all’indomani della Seconda guerra mondiale — in particolare negli anni ’70, ’80 e ’90 — ad aver mantenuto la propria potenza industriale in gran parte intatta.
Con i contributi di Anu Bradford, Josep Borrell, Julia Cagé, Javier Cercas, Dipesh Chakrabarty, Pierre Charbonnier, Aude Darnal, Jean-Yves Dormagen, Niall Ferguson, Timothy Garton Ash, Jean-Marc Jancovici, Paul Magnette, Hugo Micheron, Branko Milanovic, Nicholas Mulder, Vladislav Sourkov, Bruno Tertrais, Isabella Weber, Lea Ypi.
Pensate alle automobili tedesche e a tutti gli altri prodotti manifatturieri provenienti dalla Germania. Oggi il Paese è molto meno competitivo nel settore manifatturiero rispetto a dieci anni fa. Perché? Perché per fabbricare prodotti occorre energia a basso costo. Per produrre acciaio occorre energia a basso costo. Ci vuole energia a basso costo per fabbricare automobili. Questo è del resto uno dei motivi per cui l’economia manifatturiera si è trovata in condizioni così difficili sotto l’amministrazione Biden — perché le loro politiche energetiche non hanno alcun senso. Ma bisogna dire alla Germania che gli Stati Uniti non sovvenzioneranno le sue ridicole politiche energetiche e le sue politiche che indeboliscono l’industria manifatturiera tedesca. Dovremmo far capire ai tedeschi che devono fabbricare le proprie armi, che devono costituire il proprio esercito e che hanno la priorità e la responsabilità di difendere l’Europa da Vladimir Putin o da chiunque altro.
Mi chiedo: quante brigate meccanizzate potrebbe schierare oggi l’esercito tedesco? Secondo alcune stime, la risposta è zero; secondo altre, la risposta è una. La quarta potenza economica mondiale non è quindi in grado di schierare un numero sufficiente di brigate meccanizzate per difendersi da Vladimir Putin. Non stiamo parlando di cinque o dieci anni fa, ma di ieri. Sono quindi tre anni che gli europei ci dicono che Vladimir Putin è una minaccia esistenziale per l’Europa, e sono tre anni che non reagiscono come se fosse vero. Donald Trump aveva già detto alle nazioni europee che dovevano spendere di più per la propria difesa. È stato rimproverato dai membri di questa Assemblea per aver avuto l’audacia di suggerire che la Germania dovesse impegnarsi e pagare per la propria difesa.
La spesa militare degli Stati Uniti (3,36% nel 2023) è superiore del 77% rispetto a quella degli altri paesi della NATO in percentuale del PIL (1,9%). Il SIPRI stima che, lo scorso anno, solo 10 paesi europei sui 27 che compongono l’Alleanza Atlantica avessero raggiunto l’obiettivo del 2% di spesa militare. Sebbene il Segretario generale della NATO preveda che quest’anno saranno in totale 18 i paesi a raggiungere l’obiettivo — ovvero sei volte di più rispetto a dieci anni fa, al tempo dell’invasione russa della Crimea —, gli europei continuano a spendere meno per la difesa rispetto agli americani — ad eccezione della Polonia, che lo scorso anno ha destinato il 3,83% del proprio PIL alla difesa, ovvero più degli Stati Uniti.
Ma contrariamente a quanto afferma Vance, gli europei hanno aumentato in modo significativo le loro spese per la difesa dall’inizio dell’invasione russa nel febbraio 2022. La Germania ha aumentato la propria spesa del 9% tra il 2022 e il 2023, la Francia del 6,5%, la Spagna del 9,8% e la Polonia del 75%. Esiste tuttavia un ampio divario tra l’Europa occidentale e quella orientale: +10% e +31% rispettivamente. Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno visto aumentare la propria spesa per la difesa del 2,3% nel periodo considerato. Rappresentano tuttavia il 37% della spesa mondiale, ovvero il 54% in più rispetto al continente europeo (24% nel 2023).
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Ancora oggi, secondo alcune stime, la Germania non raggiunge la soglia del 2% del PIL che dovrebbe destinare alla spesa militare. E anche se raggiungesse questa soglia del 2% nel 2024, l’avrebbe raggiunta a malapena dopo letteralmente decenni di richiami. È giusto che gli americani siano costretti ad assumersi questo onere? Non credo. Ma mi preoccupa meno l’equità che il segnale che questo invia all’Europa. Se continuiamo ad assumerci una parte sostanziale dell’onere militare, se continuiamo a dare agli europei tutto ciò che vogliono, non diventeranno mai autosufficienti e non produrranno mai abbastanza armi per poter difendere il proprio paese.
I sostenitori di un finanziamento illimitato all’Ucraina continuano a ripetere che, se non inviamo risorse all’Ucraina, Vladimir Putin arriverà fino a Berlino o a Parigi. Innanzitutto, questo non ha alcun senso. Vladimir Putin non può spingersi fino all’Ucraina occidentale; come potrebbe arrivare fino a Parigi? In secondo luogo, se Vladimir Putin è una minaccia per la Germania e la Francia, se è una minaccia per Berlino e Parigi, allora questi due paesi dovrebbero spendere più soldi per le attrezzature militari.
Alcuni dei miei connazionali americani hanno avuto la fortuna di viaggiare in Europa. È un posto magnifico. Ma una delle cose che gli europei dicono spesso degli americani è che abbiamo troppe armi e troppo poca assistenza sanitaria. Uno dei motivi per cui abbiamo meno accesso all’assistenza sanitaria rispetto agli europei è che sovvenzioniamo il loro esercito e la loro difesa. Se gli europei fossero costretti a garantire la propria sicurezza, potremmo affrontare altri problemi interni. Ma non è così. Perché troppi membri di questa Assemblea hanno deciso che dobbiamo fare da poliziotti in tutto il mondo. Al diavolo il contribuente americano.
Per quarant’anni il nostro Paese ha commesso, in gran parte, un errore bipartisan. Ha permesso la delocalizzazione e l’esternalizzazione della nostra produzione, aumentando al contempo i nostri impegni in tutto il mondo. In sostanza, abbiamo esternalizzato la nostra capacità di produrre armi essenziali, rafforzando al contempo le nostre responsabilità in materia di polizia nel mondo. E, naturalmente, se dobbiamo sorvegliare il mondo, sono le truppe americane ad aver bisogno di queste armi. Da un lato, abbiamo indebolito il nostro stesso Paese; dall’altro, ci siamo espansi troppo.
C’è una certa ironia nel constatare che, se si esaminano i voti e gli impegni di questa Assemblea, le persone che si sono dimostrate più aggressive — i miei colleghi, alcuni dei miei amici — nel mandare i nostri buoni posti di lavoro nell’industria in Cina sono ora quelle che si dimostrano più aggressive nell’affermare che possiamo fare da poliziotti nel mondo. Con cosa dovremmo controllare il mondo?
La nostra produzione di artiglieria, armi e sistemi di difesa aerea, il nostro complesso militare-industriale di base, si è incredibilmente indebolito. E sentirete dire che questo disegno di legge porrà rimedio alla situazione. Non ci rimedia affatto. Questo disegno di legge, sebbene investa un po’ — e questa è una buona cosa, tra l’altro, non è poi così male — nella produzione critica di armi americane, invia queste armi all’estero più velocemente di quanto ci rifornisca.
Fonti
J.D. Vance, Hillbilly Elegy. Memorie di una famiglia e di una cultura in crisi, William Collins, 2016, p. 156.
Donald Trump ha quindi trovato il suo candidato alla vicepresidenza per le elezioni. Cosa ne pensa J.D. Vance e quale sarà la sua influenza? All’ala destra del Partito Repubblicano, l’autore di Hillbilly Elegy è un ideologo « convertito » al trumpismo — ma la sua linea avrà un peso ben oltre. Per capire su cosa si fonda la sua visione per gli Stati Uniti, traduciamo e commentiamo il suo ultimo discorso chiave.
La scelta di Vance era attesa, dato che negli ultimi anni è emerso come una delle figure di spicco all’interno del Partito Repubblicano. Dal suo ingresso al Senato nel gennaio 2023, è diventato uno dei principali sostenitori e portavoce della retorica trumpista in materia di immigrazione, politica estera e « valori » americani. Ad aprile, durante il dibattito al Senato sul voto del pacchetto di aiuti supplementari all’Ucraina, Vance ha articolato in un discorso la dottrina trumpista sull’Ucraina. Due mesi prima, a febbraio, Vance era alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco per lanciare un messaggio agli europei in vista delle elezioni di novembre: se Trump vincesse, gli Stati Uniti avrebbero voltato le spalle all’Europa per concentrarsi sulla Cina.
Negli ultimi mesi, Vance ha assunto il ruolo di principale portavoce di Trump all’estero. Ha inoltre difeso il bilancio dell’ex presidente e ha dato prova della sua incondizionata lealtà verso gli Stati Uniti in occasione di comizi e conferenze.
Sebbene nel 2016 gli fosse ostile, Vance ha in seguito difeso con forza Trump, al punto che quest’ultimo lo considera ormai uno dei portatori della sua eredità ideologica. Al di là di questa forte convergenza politica, altri fattori pratici potrebbero aver influito sull’esclusione di altri potenziali candidati: Marco Rubio, anch’egli originario della Florida, sarebbe stata una scelta poco strategica come candidato alla vicepresidenza per ampliare la base geografica; Doug Burgum, governatore del Dakota del Nord, è stato sostenuto da Karl Rowe, un ex sostenitore di Bush, sul Wall Street Journal — testata che Vance, del resto, prende apertamente di mira più volte in questo testo.
Il discorso tradotto e commentato qui di seguito è stato pronunciato il 10 luglio a Washington D.C. in occasione della quarta edizione della National Conservatism Conference. Questo evento, organizzato dal 2019 sotto l’egida del conservatore israelo-americano Yoram Hazony, autore del libro di successo The Virtue of Nationalism (2018), è il più grande raduno annuale della « nuova destra » americana.
Mentre a pochi chilometri di distanza i leader dei paesi della NATO si riunivano per impegnarsi a sostenere l’Ucraina nel lungo periodo, la Fondazione Edmund Burke riuniva contemporaneamente conservatori provenienti da tutto il mondo, venuti a sostenere un ritorno all’isolazionismo e ai valori «tradizionali».
Bisogna ammettere che abbiamo ottenuto molti successi, ma anche qualche sconfitta.
Quando sono venuto a questa conferenza nel 2019, ero un investitore in venture capital, autore di Hillbilly Elegy, e non pensavo molto alla politica — a parte il fatto che ero preoccupato che il mio Paese stesse andando nella direzione sbagliata.
Nel mio discorso di cinque anni fa avevo sollevato alcuni punti che, purtroppo, sono ancora attuali. Avevo parlato del fatto che il sogno americano di mio nonno stava svanendo proprio nel Paese in cui era nato. Questo sogno americano si basa sull’idea che, lavorando sodo e rispettando le regole, si debba essere in grado di costruirsi una vita dignitosa — per sé stessi, per la propria famiglia, nel proprio Paese. Questa idea è stata messa a dura prova dalla sinistra americana. E lo è tuttora. In un certo senso, le cose sono addirittura peggiorate.
Credo tuttavia che abbiamo ottenuto vittorie incredibili. Uno dei miei cavalli di battaglia degli ultimi anni è l’idea che la politica estera americana debba fissarsi obiettivi realistici su ciò che possiamo realizzare, sui settori su cui possiamo concentrarci e sul fatto che la potenza militare debba essere, fondamentalmente, subordinata alla potenza industriale.
La lezione più importante della Seconda guerra mondiale non è che si vince un conflitto battendosi il petto e fingendo di fare i buoni. La vera lezione è che, se il fronte interno è forte, allora possiamo vincere e proiettare la nostra potenza all’estero. I nostri attuali leader sembrano averlo dimenticato. L’esempio più significativo di questa grande dimenticanza è l’Ucraina, dove abbiamo inviato centinaia di miliardi di dollari in armamenti senza alcun obiettivo che siamo vicini a raggiungere lì.
Dal suo ingresso al Senato nel gennaio 2023, Vance si è fatto paladino della svolta isolazionista intrapresa dal Partito Repubblicano sotto la guida di Donald Trump, in opposizione alla vecchia guardia repubblicana, incarnata da figure come Mitch McConnell, che continuano a sostenere l’idea di rafforzare gli Stati Uniti attraverso il rafforzamento dei propri alleati.
Vance si oppone categoricamente agli aiuti militari all’Ucraina poiché ritiene che gli Stati Uniti non dispongano di capacità produttive e riserve di armamenti sufficienti per aiutare Kiev garantendo al contempo la propria sicurezza. In occasione di un discorso pronunciato al Senato ad aprile, ha presentato «l’equazione irrisolvibile» del sostegno a Kiev non come un dilemma morale o ideologico, ma come un problema quasi matematico guidato da un ragionamento che, secondo lui, è strettamente razionale.
Come Trump, anche Vance invoca una «soluzione diplomatica» del conflitto. Secondo fonti vicine all’ex presidente, ciò consisterebbe nel spingere l’Ucraina ad accettare di cedere il Donbass e la Crimea alla Russia. Trump non crede né nella diplomazia né nei negoziati. Nel suo libro pubblicato durante la campagna del 2011 Time to Get Tough, definiva il ruolo del presidente come quello di « dealmaker in chief ». Ai suoi occhi, i diplomatici della prima amministrazione Obama erano «
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E tanti miei colleghi ignorano le realtà fondamentali della guerra.
Ma c’è comunque una buona notizia: la maggioranza repubblicana alla Camera e quella al Senato dell’ultima legislatura hanno detto «no» a questa guerra — mai più!
È una cosa positiva e un passo avanti.
Anche se non abbiamo ancora vinto questa battaglia, stiamo cominciando a spuntarla all’interno del nostro stesso partito — credo che sia molto importante.
Per quanto riguarda questo argomento specifico, devo criticare la pagina delle opinioni del Wall Street Journal.
La più stupida di tutte le possibili soluzioni e risposte in materia di politica estera per il nostro Paese è che dovremmo lasciare che la Cina produca tutti i nostri prodotti e che dovremmo dichiararle guerra.
A mio avviso, non dovremmo entrare in guerra con la Cina se possiamo evitarlo. Né dovremmo lasciare che siano i cinesi a fabbricare tutti i nostri prodotti. Eppure, da diversi anni, il Wall Street Journal ci ripete instancabilmente che possiamo inviare munizioni e armi da guerra in Ucraina all’infinito, mentre da due generazioni sostiene il trasferimento della nostra base industriale all’estero. Non ha alcun senso. È l’incarnazione perfetta del modo più stupido di governare il nostro Paese.
Mandiamo tutta la nostra industria della difesa in paesi che ci odiano, per poi spendere le poche scorte che abbiamo in una guerra la cui fine non è affatto garantita. Questo è l’approccio della pagina editoriale del Wall Street Journal. E sono lieto di poter dire che il Partito Repubblicano lo respinge con sempre maggiore forza. È un grande successo e un progresso considerevole.
Un altro aspetto su cui abbiamo compiuto progressi concreti — come riconoscono persino i libertari e i fondamentalisti del mercato — è la consapevolezza che non si può praticare il libero scambio senza alcun limite con paesi che ci odiano. Sarebbe come permettere alla Germania nazista di costruire le nostre navi e i nostri missili nel 1942. Tutti i repubblicani concordano sul fatto che quell’epoca è ormai finita.
Anche chi prima non era d’accordo con noi su come proteggere l’industria americana ora lo è. Non possiamo lasciare che siano i cinesi a fabbricare tutti i nostri prodotti se allo stesso tempo siamo impegnati in una competizione a lungo termine con loro. Abbiamo quindi compiuto notevoli progressi in questo campo.
Eppure, alcuni echi del vecchio consenso continuano a riaffiorare. Il nostro lavoro, quindi, non è ancora finito.
La questione su cui abbiamo compiuto i maggiori progressi — e questo è un punto in cui il movimento conservatore nazionale ha svolto un ruolo fondamentale — non solo qui, ma anche all’estero, è il riconoscimento della vera minaccia alla democrazia americana. Non si tratta certamente di Donald Trump, né tantomeno di un dittatore straniero che non ama l’America o i nostri valori. La minaccia principale è che gli elettori americani continuino a votare a favore di una riduzione dell’immigrazione e che i nostri leader continuino a non ascoltarli. Questa è la minaccia.
Oggi stavo parlando con un amico inglese. In tutto il mondo occidentale — in Germania o nel Regno Unito, per esempio — la gente continua a dire ai propri governanti che vuole meno immigrazione, ma questi ultimi si rifiutano ancora di ascoltarla. È come se la funzione fondamentale della nostra sacra democrazia fosse compromessa e le nostre élite non sembrassero preoccuparsene.
Perché?
In primo luogo, perché approfittano della manodopera a basso costo. In secondo luogo, perché non amano le persone che compongono la popolazione del proprio Paese. Constatiamo regolarmente che le élite britanniche e americane sembrano non amare i propri concittadini — anche se le loro guerre sono combattute dalla gente comune e non da coloro che bighellonano per le strade di Washington D.C.
Per quanto riguarda l’immigrazione, nessuno può ignorare che essa abbia reso le nostre società più povere, meno sicure, meno prospere e meno avanzate.
La stragrande maggioranza degli studi condotti sull’argomento suggerisce che l’immigrazione, sia negli Stati Uniti che nel resto delle economie sviluppate, contribuisca alla crescita e sostenga il mercato del lavoro. In uno studio pubblicato a febbraio, il Congressional Budget Office, un’agenzia federale che fornisce analisi imparziali sul bilancio statunitense, osserva che: « & l elevato tasso di immigrazione netta iniziato nel 2022 proseguirà fino al 2026, aggiungendo in media circa 0,2 punti percentuali al tasso di crescita annuale del PIL reale nel periodo 2024-2034 »& nbsp;2.
Il discorso populista di Vance si basa interamente sulla paura dello straniero messa in primo piano da Trump nelle sue campagne elettorali, che il candidato alla vicepresidenza dell’ex presidente aveva criticato nel 2016 in un’intervista rilasciata a The American Conservative, in occasione dell’uscita del suo libro Hillbilly Elegy3.
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Ricordo che un anno fa ho litigato con un perdente su Twitter per capire se l’immigrazione facesse aumentare i prezzi degli immobili. L’argomento a cui si aggrappava era che forse gli immigrati aumentano la domanda di alloggi, ma sono loro a costruirli. Non è vero. Andate in Pennsylvania o in Ohio e vedrete: molti dei nostri concittadini nati negli Stati Uniti costruiscono ancora le nostre case.
È incredibile! Ci sono città nell’Ohio dove c’erano delle case prima dell’adozione della legge sull’immigrazione del 1964. Ve ne rendete conto? Abbiamo davvero costruito case negli Stati Uniti d’America prima che le nostre élite ci inondassero di manodopera a basso costo senza sosta! E, tra l’altro, possiamo ancora farlo. Queste persone possono ancora farlo — vogliono solo uno stipendio dignitoso.
Oggi tutti sembrano concordare sul fatto che, se l’immigrazione fosse il modo per creare ricchezza e far scendere i prezzi degli immobili, Londra starebbe benissimo, per esempio. Eppure, devo dirvi che sono stato a Londra l’anno scorso e che la città non se la passa affatto bene.
Del resto, non c’è nemmeno bisogno di andare a Londra. Potete guardare più vicino a casa vostra. Nelle nostre stesse comunità, nei nostri stessi Stati, i luoghi in cui i tassi di immigrazione sono più elevati sono proprio quelli in cui i prezzi degli immobili sono più alti. Non è nemmeno una questione di correlazione o causalità; è più che evidente. Se si esaminano le aree metropolitane, zona per zona, si nota che dove l’immigrazione è più forte, i prezzi degli immobili sono anche i più alti.
Ma non è tutto.
In Ohio c’è una città chiamata Springfield. Mi sta particolarmente a cuore, perché è quasi una copia esatta di Middletown, la città in cui sono cresciuto in Ohio. È una città di medie dimensioni, con circa 55.000 abitanti. Non crederete a questa statistica quando ve la ripeterò, perché io stesso non ci ho creduto quando ne ho sentito parlare per la prima volta: negli ultimi quattro anni, grazie alla politica di apertura delle frontiere di Joe Biden, la città di Springfield è passata da 55.000 a 75.000 abitanti. L’aumento di 20.000 abitanti è costituito quasi interamente da migranti haitiani. Andate ora a Springfield, nell’Ohio, e chiedete ai suoi abitanti se si sono arricchiti grazie a questi 20.000 nuovi arrivati in quattro anni.
Le cifre citate da Vance in questa sede non corrispondono a statistiche ufficiali, ma fanno riferimento a una lettera inviata dal responsabile municipale di Springfield, Bryan Heck, al senatore democratico dell’Ohio Sherrod Brown e al senatore repubblicano della Carolina del Sud ed ex candidato alle primarie repubblicane Tim Scott. In essa, Heck scrive: «& La popolazione haitiana di Springfield è aumentata da 15.000 a 20.000 persone negli ultimi quattro anni in una comunità che finora contava poco meno di 60.000 residenti, il che ha messo a dura prova le nostre risorse e la nostra capacità di fornire un numero sufficiente di alloggi a tutti i nostri residenti ». L’ultimo censimento ufficiale, risalente al 2020, indica che la città di Springfield è composta per il 70% da bianchi.
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I prezzi delle case sono saliti alle stelle. I membri della classe media che vivono a Springfield, a volte da generazioni, non possono più permettersi un alloggio. E ieri ho appreso che un terzo del bilancio sanitario della contea viene ora destinato alla concessione di prestazioni gratuite agli immigrati clandestini.
Naturalmente, la sinistra «verificherà i fatti» e dirà che non si tratta di immigrati clandestini perché, grazie all’abuso delle leggi sull’asilo e alle massicce liberazioni condizionali di Joe Biden, essi non sono più, «tecnicamente», clandestini — e perché comunque, secondo il Presidente, nessuno è un clandestino.
Secondo l’amministrazione Biden, gli unici clandestini in questo Paese sono quelli i cui nonni sono nati qui. Sono proprio queste persone, del resto, a non avere il diritto di esprimere un’opinione e che saranno messe a tacere, censurate e insultate in ogni modo.
Springfield, nell’Ohio, è stata sommersa. Non bisogna certo pensare che i 20.000 nuovi arrivati siano persone cattive. Immagino che molti di loro siano addirittura persone molto perbene. Ma il mio obiettivo non è proteggere gli stranieri perbene. Sono senatore dello Stato dell’Ohio. I nostri leader devono innanzitutto proteggere gli interessi dei cittadini di questo Paese. Eppure, di fatto, non lo fanno.
Sempre nel mio Stato natale, l’Ohio, abbiamo avuto alcuni referendum che non sono andati a buon fine. Nel 2022 abbiamo perso delle elezioni che avremmo dovuto vincere. Come ho detto prima, non tutti i dibattiti sulla politica estera sono andati a nostro favore, ma nel complesso il movimento conservatore nazionale sta vincendo questa battaglia e sta cambiando il dibattito.
Lo facciamo partendo da un principio fondamentale: i leader americani devono occuparsi degli americani. Per quanto riguarda i britannici qui presenti, i leader britannici dovrebbero occuparsi dei propri cittadini — e così via per i cittadini di altri paesi.
Vorrei muovere un’ulteriore critica al Regno Unito. Recentemente stavo parlando con un amico e abbiamo accennato a uno dei principali pericoli nel mondo: la proliferazione nucleare. Ovviamente, l’amministrazione Biden non se ne preoccupa affatto.
Mi chiedevo quale sarebbe stato il primo paese veramente islamista a dotarsi di un’arma nucleare. Pensavamo che forse sarebbe stato l’Iran, dopo il Pakistan. E poi alla fine ci siamo detti che forse sarebbe stato il Regno Unito, con i laburisti che hanno appena preso il potere. Dico ai miei amici conservatori: dovete riprendere in mano la situazione.
Ma c’è un motivo che mi rende ottimista riguardo al futuro di questo movimento e del nostro Paese. Per la prima volta dopo molto tempo, è chiaro che il leader del Partito Repubblicano non è un uomo che ha un disperato bisogno di manodopera a basso costo, né una figura qualsiasi che pretenda di parlare a nome di questo o quel collegio elettorale. Il leader del Partito Repubblicano è un uomo che intende mettere al primo posto i cittadini americani. Quest’uomo è Donald Trump.
Quasi vorrei che la sua memoria fosse pessima quanto quella di Joe Biden: dimenticherebbe ciò che ho detto di lui nel 2016. È stato nel 2019 che mi sono convinto della validità dell’agenda America First di Trump. Sotto molti aspetti, mi presento davanti a voi come un convertito. All’epoca, anche a Washington D.C., anche nel 2019, anche se era il presidente degli Stati Uniti, c’erano persone che respingevano la sua influenza e che stavano già pianificando un ritorno all’attuazione delle posizioni preferite del Wall Street Journal.
Quell’epoca è ormai finita. È una grande vittoria per noi, ma, cosa ancora più importante, è una grande vittoria per il popolo americano che, lo ripeto, ha bisogno di persone che mettano al primo posto gli interessi dei propri elettori, dei nostri cittadini. È questa la ragion d’essere di questo movimento, ed è ciò che la presidenza Trump ci offrirà se le daremo una nuova possibilità.
Vorrei concludere con un’osservazione.
Chiedo scusa a chi tra voi mi ha già sentito fare questa osservazione, ma ritengo che sia importante. Anche se penso che siamo in ottima posizione dal punto di vista elettorale per il 2024, ci attendono numerosi dibattiti e discussioni. Una delle cose che si sente dire, anche dalla nostra parte, è che l’America sarebbe la prima nazione fondata su una decisione astratta (creedal nation).
L’America sarebbe un’idea.
L’America è nata da idee eccellenti al momento della sua fondazione. È stata creata da uomini brillanti. La Costituzione, ovviamente, è un capolavoro di teoria politica, che ha esercitato un’influenza eccezionale; ecco perché ha resistito alla prova del tempo. Ma l’America non è solo un’idea. Siamo stati certamente fondati su grandi idee, ma l’America è una nazione. È un gruppo di persone che condividono una storia e un futuro comuni.
Una delle caratteristiche di questo popolo è che accogliamo i nuovi arrivati nel nostro Paese, ma lo facciamo alle nostre condizioni, alle condizioni dei cittadini americani. È così che preserviamo la continuità di questo progetto da 200 anni — e, mi auguro, anche per i prossimi 200 anni.
Permettetemi di illustrarlo con un esempio personale.
Sono sposato con una figlia di immigrati provenienti dall’Asia meridionale, persone straordinarie che hanno davvero arricchito il Paese sotto molti aspetti. Certo, non sono del tutto imparziale perché amo mia moglie, ma sono convinto che sia la verità.
Quando ho chiesto a mia moglie di sposarmi, frequentavamo la facoltà di giurisprudenza e le ho detto: «Tesoro, ho 120.000 dollari di debiti per gli studi di giurisprudenza e una tomba in un cimitero nel Kentucky orientale. E questo è tutto ciò che otterrai.» Quel lotto di cimitero nel Kentucky orientale, se si scende lungo la Kentucky Route 15 e si va a Jackson, si arriva alla casa ancestrale della mia famiglia, prima che emigrassimo in Ohio circa sessanta o settanta anni fa. È da lì che provengono tutti i miei parenti, dal cuore degli Appalachi. È la regione carbonifera del Kentucky, che tra l’altro è una delle dieci contee più povere di tutti gli Stati Uniti d’America.
Naturalmente, le nostre élite adorano accusare gli abitanti di queste contee di godere del privilegio bianco. Andate nella contea di Breathitt, nel Kentucky, e ditemi se quelle sono persone privilegiate. Sono persone molto laboriose e molto buone, che amano questo Paese, non perché l’America sia una « buona idea », ma perché nel profondo del loro cuore sanno che questa è la loro casa e che sarà la casa dei loro figli, e che sarebbero pronti a morire combattendo per proteggerla.
Sin dalla pubblicazione del suo libro di successo e dall’inizio della sua carriera politica, Vance ha sempre sottolineato con forza le sue origini popolari e la povertà della città in cui è cresciuto, Middletown, e della sua contea.
In Hillbilly Elegy, il senatore e candidato alla vicepresidenza al fianco di Donald Trump traccia il ritratto di un’America in declino, caratterizzata dalla povertà, dalla droga, dalla violenza e dalla miseria cronica delle piccole città della rust belt. Il suo racconto esalta inoltre i valori tipici degli Appalachi tramandati dalla sua famiglia. Sebbene in gran parte disoccupati, a volte dipendenti dalla previdenza sociale per sopravvivere, Vance fa ripetutamente riferimento all’orgoglio, alla solidarietà, al senso del lavoro e della famiglia degli abitanti di Middletown e degli Appalachi.
L’intento di Vance non è semplicemente quello di denunciare i danni causati dalla deindustrializzazione, ma anche di mettere in luce quelle che egli descrive come le cause della miseria in cui è cresciuto: il disinteresse della classe politica americana per l’America delle classi popolari, la white working class trascurata dai governi che si sono succeduti.
La scelta di Trump di nominare Vance come suo candidato alla vicepresidenza si basa in parte su una strategia elettorale volta ad attirare il voto delle classi popolari e medie bianche, rurali, negli Stati indecisi del nord-est che coprono in parte la rust belt: Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin. Sono proprio questi Stati, molto eterogenei dal punto di vista sociologico e culturale e sottoposti da diversi anni a una transizione demografica, che Trump dovrà conquistare a novembre per vincere le elezioni.
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È questa la fonte della grandezza dell’America, signore e signori.
Ho l’opportunità di rappresentare milioni di persone nello Stato dell’Ohio che sono esattamente così. Nel cimitero di cui parlo ci sono le tombe di persone nate all’epoca della guerra civile americana. E se, come spero, io e mia moglie riposeremo lì e i nostri figli ci seguiranno, ci saranno sette generazioni della mia famiglia in quel piccolo cimitero di montagna nel Kentucky orientale. Sette generazioni di persone che hanno combattuto per questo Paese, che hanno costruito questo Paese, che hanno prodotto cose in questo Paese e che combatterebbero e morirebbero per proteggere questo Paese se glielo si chiedesse.
Non è una semplice idea.
Non si tratta solo di un insieme di principi, anche se le idee e i principi sono eccellenti. È una patria. La gente non combatte e muore solo per dei principi. Combatte e muore anche — e questo è fondamentale — per la propria casa, per la propria famiglia, per il futuro dei propri figli.
Se questo movimento spera di arrivare da qualche parte, e se questo Paese vuole prosperare, dobbiamo ricordarci che l’America è una nazione.
A volte non saremo d’accordo sul modo migliore per servire questa nazione. Non saremo d’accordo, ovviamente, nemmeno in questa sala, sul modo migliore per rilanciare l’industria americana e rinnovare la famiglia americana. Non è poi così grave. Ma non dimenticate mai che se esistiamo, se facciamo tutto questo, se ci interessiamo a tutte queste grandi idee, è perché vorrei, un giorno, che i miei figli mi seppellissero in questo cimitero e sapessero che gli Stati Uniti d’America sono forti, orgogliosi e grandi come non mai.
Mettiamoci al lavoro affinché ciò avvenga. Che Dio vi benedica.
La campagna repubblicana sta vivendo una forte frattura — e uno dei punti di scontro si chiama «Project 2025», il programma ultraconservatore redatto su misura dalla Heritage Foundation di cui avevamo parlato nella rivista.
Mentre Trump cerca di prenderne le distanze senza fare troppo rumore, il suo vice J. D. Vance ha firmato la prefazione del prossimo libro del direttore della Heritage, la cui uscita, inizialmente prevista per il 24 settembre, è stata rinviata a data da destinarsi per non interferire con le elezioni. La traduciamo e la commentiamo riga per riga.
Da diversi mesi ormai la campagna di Donald Trump cerca di prendere le distanze dalla Heritage Foundation e dal suo Project 2025 — un programma radicale volto a consentire al candidato repubblicano, in caso di elezione, di tradurre le posizioni conservatrici in politiche fin dal suo arrivo alla Casa Bianca, in particolare tramite decreti (executive orders). Precedentemente sconosciuto al grande pubblico, il Project 2025 è stato oggetto negli ultimi mesi di un’intensa campagna di comunicazione democratica volta a denunciare l’estremismo e il pericolo di alcune delle sue raccomandazioni. Questa campagna si è conclusa alla fine di luglio con le dimissioni del direttore del programma dell’Heritage, Paul Dans, e con la fine delle sue « attività politiche ». Sebbene il Project 2025 esista ancora, è stato in gran parte messo « in stand-by ».
Negli ultimi mesi, Trump si è difeso più volte dall’accusa di avere legami con il progetto. Il candidato repubblicano teme di essere percepito da molti elettori moderati e indecisi — quelli che incideranno maggiormente sul risultato delle elezioni di novembre — come troppo radicale, in particolare in materia di aborto o contraccezione. Lo stesso giorno delle dimissioni di Dans, il team di Trump ha pubblicato un comunicato in cui affermava che « la campagna del presidente Trump [era] stata molto chiara da oltre un anno sul fatto che il Project 2025 non avesse nulla a che fare con la campagna », aggiungendo che « gli articoli sulla scomparsa del Project 2025 sarebbero particolarmente benvenuti e dovrebbero servire da monito a qualsiasi persona o gruppo che tenti di distorcere la propria influenza sul presidente Trump e sulla sua campagna — non finirà bene per voi »& 1.
Per goffaggine o di proposito — e in totale contraddizione con il suo staff elettorale —, Trump non ha tuttavia smesso di lanciare segnali che suggeriscono che mantenga legami con l’Heritage Foundation e il suo Project 2025. Il candidato repubblicano farà così campagna giovedì 5 settembre nel Wisconsin al fianco di Monica Crowley, che ha contribuito all’elaborazione del Project 2025 2. Due settimane fa, una registrazione audio lasciava intendere che Russell Vought — un ex membro dell’amministrazione Trump e uno dei principali artefici del Project 2025 — affermasse che Trump avesse « benedetto » la sua organizzazione e che « sostenesse molto ciò che facciamo » al Center for Renewing America, un think tank che ha partecipato all’ideazione del Project 2025 3. Un mese prima, Donald Trump aveva nominato J.D. Vance come candidato alla vicepresidenza, i cui legami con l’Heritage e l’adesione a numerose politiche conservatrici elaborate e sostenute dal think tank sono ben noti.
Vance collabora con la Heritage Foundation almeno dal 2017, anno in cui ha firmato l’introduzione di un rapporto dell’organizzazione in cui gli autori sostenevano, tra l’altro, la limitazione del diritto all’aborto o esaltavano i pregi della «famiglia tradizionale». Nel suo capitolo su « la natura umana in uno Stato sociale », l’editorialista conservatore Cal Thomas definiva « la minaccia di uno stomaco vuoto » come « una grande fonte di motivazione per le persone in grado di lavorare e di trovare un impiego » 4. Vance ha continuato in seguito a mantenere stretti legami con l’organizzazione, e in particolare con il suo direttore Kevin D. Roberts, che è stato tra gli influenti conservatori che hanno pubblicamente invitato Trump a scegliere il senatore dell’Ohio come candidato alla vicepresidenza 5.
Nonostante l’apparente nuovo timore di Trump e del suo team elettorale di essere associati alla Heritage, Vance ha accettato di firmare la prefazione del futuro libro di Roberts. Inizialmente intitolato Dawn’s Early Light : Burning Down Washington to Save America, la sua pubblicazione, prevista inizialmente per il 24 settembre, è stata rinviata a dopo le elezioni del 5 novembre. Il sottotitolo è stato inoltre edulcorato (Taking Back Washington to Save America, anziché « Burning Down »), mentre il fiammifero che figurava al centro della copertina iniziale è stato eliminato.
Poiché la data di pubblicazione inizialmente annunciata era il 24 settembre, diversi media hanno avuto accesso in anteprima al contenuto del libro, in particolare alla prefazione firmata da Vance. The New Republic ha deciso di pubblicarla integralmente. La traduciamo per la prima volta in francese e ne proponiamo un commento riga per riga.
Nel classico americano Pulp Fiction, il personaggio interpretato da John Travolta, appena tornato da Amsterdam, osserva che l’Europa offre gli stessi beni di consumo dell’America, ma che lì è semplicemente « un po’ diverso ». È quello che provo riguardo alla vita di Kevin Roberts. È cresciuto in una famiglia povera, in un angolo del Paese in gran parte ignorato dalle élite americane — per lui era la Louisiana, per me l’Ohio e il Kentucky.
Sin dalla pubblicazione del suo libro di successo e dall’inizio della sua carriera politica, Vance ha sempre sottolineato con forza le sue origini popolari, nonché la povertà della città in cui è cresciuto, Middletown, e della sua contea.
In Hillbilly Elegy, il senatore e candidato alla vicepresidenza al fianco di Donald Trump traccia il ritratto di un’America in declino, caratterizzata da povertà, droga, violenza e miseria cronica nelle piccole città della rust belt. Il suo racconto esalta inoltre i valori tipici degli Appalachi che gli sarebbero stati trasmessi dalla sua famiglia. Sebbene siano in gran parte disoccupati, a volte dipendenti dalla previdenza sociale per sopravvivere, Vance fa ripetutamente riferimento all’orgoglio, alla solidarietà, al senso del lavoro e della famiglia degli abitanti di Middletown.
L’intento di Vance non è semplicemente quello di denunciare i danni causati dalla deindustrializzazione, ma anche di mettere in luce quelle che egli descrive come le cause della miseria in cui è cresciuto: il disinteresse della classe politica americana per l’America delle classi popolari, la white working class trascurata dai governi che si sono succeduti.
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Come me, è cattolico. Ma a differenza mia, è stato cresciuto in questa fede. I suoi nonni hanno avuto un ruolo importante nella sua vita, proprio come i miei. Oggi lavora lontano dal luogo in cui è cresciuto — a pochi passi dal mio ufficio, a Washington, D.C.: è presidente di uno dei think tank più influenti di Washington; e io sono senatore degli Stati Uniti.
Vance afferma di essere stato ateo per gran parte della sua vita. Il racconto della sua conversione nel 2019, all’età di 35 anni, è stato oggetto di un articolo relativamente poco conosciuto pubblicato sulla rivista cattolica americana The Lamp6, di cui pubblicheremo prossimamente la traduzione e il commento sulle pagine della rivista. Con il titolo « Come sono entrato nella resistenza », Vance racconta in dettaglio il percorso intellettuale e spirituale che lo ha spinto ad abbracciare una corrente meno diffusa rispetto all’evangelismo o al protestantesimo negli Stati Uniti.
Da Sant’Agostino a Peter Thiel, passando per René Girard, egli descrive la fede che ha ritrovato come una sorta di crociata morale. Il cristianesimo vi è presentato non tanto come una forma di trascendenza, quanto piuttosto come uno strumento secolare: in una società che si è allontanata da ogni struttura o morale, la religione avrebbe il potere di combattere la tossicodipendenza o l’aumento del tasso di divorzi richiamando gli individui alle loro responsabilità.
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È lui l’autore del libro che avete tra le mani, un’opera che approfondisce numerosi temi sui quali mi sono soffermato nel mio lavoro. Lo fa in modo approfondito e con uno stile piacevole da leggere, che rende il suo rigore intellettuale perfettamente accessibile.
Mai prima d’ora una personalità della profondità e della statura di Kevin Roberts aveva tentato di delineare un futuro veramente nuovo per il conservatorismo all’interno della destra americana. La Heritage Foundation non è un semplice avamposto al Campidoglio; è stata ed è tuttora il motore di idee più influente per i repubblicani, da Ronald Reagan a Donald Trump. Eppure, sono proprio il potere e l’influenza della Heritage a rendere facile evitare di correre rischi: Kevin Roberts potrebbe percepire uno stipendio sostanzioso, scrivere libri convenzionali e dire ai donatori ciò che vogliono sentire. Ma egli ritiene che ripetere gli stessi errori del passato potrebbe portare alla rovina della nostra nazione.
Se avete letto molti libri conservatori o se pensate di avere una buona conoscenza del movimento conservatore, credo che le pagine che seguono vi sorprenderanno, se non addirittura vi lasceranno perplessi. Roberts capisce l’economia e sostiene i principi fondamentali del libero mercato, ma non fa delle vecchie teorie dei propri idoli. Sostiene in modo convincente che la società finanziaria moderna fosse quasi del tutto estranea ai padri fondatori della nostra nazione.
L’analogo del XVIII secolo più vicino alle moderne Apple o Google è la Compagnia britannica delle Indie orientali, un mostro ibrido di potere pubblico e privato che avrebbe reso i propri sudditi totalmente incapaci di accedere al senso americano di libertà. L’idea che i nostri fondatori volessero sottoporre i propri cittadini a questo tipo di potere ibrido è ahistorica e assurda, ma troppi «conservatori» moderni idolatrano il mercato a tal punto da non rendersene conto.
J. D. Vance ha dichiarato alcuni giorni fa in un’intervista al Financial Times di essere favorevole allo «smantellamento» di Google, che definirebbe un’azienda «troppo grande, decisamente troppo potente» — ribadendo una posizione sostenuta almeno dall’inizio del ciclo elettorale 7. L’opposizione di Vance nei confronti di alcune grandi aziende tecnologiche (in particolare Apple e Google) è dovuta tanto al monopolio che queste esercitano quanto alle critiche ricorrenti dei conservatori riguardo alla «censura» che queste eserciterebbero sulle loro piattaforme. Il candidato alla vicepresidenza al fianco di Trump ritiene che il dominio esercitato da Apple limiti l’innovazione.
L’approccio di Vance nei confronti delle grandi aziende tecnologiche sembra essere in contrasto con l’opposizione a qualsiasi forma di intervento e regolamentazione da parte del governo americano sostenuta dal Partito Repubblicano sin dai tempi di Ronald Reagan.
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Un’azienda privata in grado di censurare la libertà di parola, influenzare le elezioni e collaborare in piena trasparenza con i servizi di intelligence e altri funzionari federali merita la preoccupazione della destra — non il suo sostegno. Kevin Roberts non solo lo capisce, ma è anche in grado di articolare una visione politica per affrontare efficacemente questo problema.
Roberts concepisce un conservatorismo incentrato sulla famiglia. In questo, attinge alla vecchia destra americana che riconosceva — a ragione, secondo me — l’importanza delle norme e degli atteggiamenti culturali. Dovremmo incoraggiare i nostri figli a sposarsi e ad avere a loro volta dei figli. Dovremmo insegnare loro che il matrimonio non è solo un contratto, ma un’istituzione sacra e, per quanto possibile, un’unione per tutta la vita. Dovremmo dissuaderli dall’adottare comportamenti che minacciano la stabilità della loro famiglia. Ma dovremmo anche creare le condizioni materiali affinché avere una famiglia non sia riservato ai privilegiati.
Da quando è stato scelto come candidato alla vicepresidenza, Vance si è dedicato a fondo alle «guerre culturali» (culture wars), in gran parte trascurate all’interno del Partito Repubblicano da Donald Trump a favore del governatore della Florida Ron DeSantis. Quest’ultimo ritiene che il modello della famiglia tradizionale americana, che avrebbe offerto all’America il meglio di sé, sia in crisi: minacciato dal femminismo, dalle questioni legate al genere, all’identità o dalle persone LGBT. Questa convinzione tradizionalista si è trasformata a partire dal 2021 in un’avversione per le donne che decidono di non avere figli, definite da Vance « cat ladies » (donne con i gatti).
Da allora, il candidato alla vicepresidenza degli Stati Uniti ha sviluppato un discorso a favore della natalità che si ispira in gran parte alla politica condotta dal primo ministro ungherese Viktor Orbán. La genitorialità e il numero di figli sarebbero diventati un indicatore sociale che distinguerebbe i repubblicani patrioti, credenti e tradizionalisti dai democratici, che vivono da soli negli appartamenti delle metropoli americane. Fare figli sarebbe al tempo stesso una responsabilità, ma anche una prova di fede nel futuro del proprio Paese.
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In pratica, ciò significa: posti di lavoro migliori a tutti i livelli della scala dei redditi, la tutela delle industrie americane, anche se ciò comporta un aumento dei prezzi al consumo nel breve termine, ascoltare con maggiore attenzione i nostri giovani quando ci dicono di non potersi permettere di acquistare una casa o di mettere su famiglia, e non limitarsi a criticarli per la loro mancanza di virtù. Roberts esprime una visione fondamentalmente cristiana della cultura e dell’economia: riconoscere che la virtù e il progresso materiale vanno di pari passo.
A dirla tutta, la mia infanzia non è stata facile. E nemmeno quella di Kevin Roberts. Entrambi abbiamo subito le conseguenze negative dell’instabilità familiare ed entrambi siamo stati salvati dalla resilienza di una solida rete familiare — nonni, zie, zii… — che spesso costituisce la prima e più efficace componente della nostra rete di sicurezza sociale. Entrambi abbiamo visto come la chiusura di una fabbrica in una città potesse distruggere la stabilità economica su cui si fondavano quelle famiglie — così come entrambi abbiamo imparato ad amare il Paese che ha dato a noi e alle nostre famiglie una seconda possibilità, nonostante alcune difficoltà.
In queste pagine, Kevin cerca di capire come preservare il più possibile ciò che ha funzionato nella sua vita, correggendo al contempo ciò che non ha funzionato. Per farlo, abbiamo bisogno di qualcosa di più di un programma che si limiti ad abolire le politiche sbagliate del passato. Dobbiamo ricostruire. Abbiamo bisogno di un conservatorismo offensivo e non solo di un conservatorismo che cerchi di impedire alla sinistra di fare cose che non ci piacciono.
Il « conservatorismo offensivo » auspicato da Vance rimanda a un immaginario di riconquista utilizzato dall’estrema destra europea, ma che era stato relativamente assente dalla retorica del Partito Repubblicano fino all’emergere di Donald Trump. L’idea di « ricostruzione » costituisce la matrice dell’agenda promossa dal Progetto 2025 : che si tratti di immigrazione, finanziamento del governo federale, debito, l’economia o la presunta promozione di misure « woke » all’interno dei dipartimenti, nell’istruzione o nella cultura, i repubblicani trumpisti vogliono un ripensamento di tutto ciò che è stato fatto sotto l’attuale amministrazione democratica — e quelle precedenti — per « ristabilire » la grandezza dell’America.
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Ecco un’analogia che a volte uso per spiegare cosa ha fatto di buono e di sbagliato la generazione precedente di conservatori. Immaginate un giardino ben curato in un luogo soleggiato. Presenta ovviamente qualche imperfezione e molte erbacce. Ciò che lo rende fertile per ciò che cerchiamo di coltivare, lo rende fertile anche per ciò che non coltiviamo. Nel tentativo di eliminare le erbacce, un giardiniere ben intenzionato tratta il giardino con una soluzione chimica. Questa soluzione uccide le erbacce, ma anche molte piante buone. Senza scoraggiarsi, il giardiniere continua ad aggiungere la soluzione. Alla fine, il terreno diventa sterile.
In questa analogia, il liberalismo moderno è il giardiniere, il giardino è il nostro Paese e le voci che scoraggiano il giardiniere sono quelle dei conservatori. Avevamo ragione, ovviamente: nel tentativo di risolvere alcuni problemi — alcuni reali, altri immaginari — abbiamo commesso molti errori come Paese negli anni ’60 e ’70.
Ma per riportare il giardino in condizioni ottimali, non basta correggere gli errori del passato. Il giardino non deve solo smettere di ricevere una soluzione che lo sta uccidendo, per quanto ne abbia bisogno. Deve essere ricoltivato. Il vecchio movimento conservatore sosteneva che bastasse allontanare il governo affinché le forze naturali risolvessero i problemi: non siamo più in quella situazione e dobbiamo adottare un approccio diverso. Come scrive Kevin Roberts, «è bello adottare un approccio di laissez-faire quando si è al riparo, al sole. Ma quando cala il crepuscolo e si sentono i lupi, bisogna mettere i carri in cerchio e caricare i moschetti».
Ci stiamo tutti rendendo conto che è giunto il momento di disporre i carri in cerchio e di caricare i moschetti. Nelle battaglie che ci attendono, queste idee costituiscono un’arma fondamentale.
«Come Amleto, vorremmo rimandare il più a lungo possibile la scelta inevitabile — ma anche chi trova conforto in un mondo apatico sa che ogni cosa mediocre ha una fine.»
« Molto più che un docente di letteratura, la vera vocazione di Girard era quella di essere un predicatore della fine dei tempi. »
Nel 2005, Peter Thiel chiese per l’ultima volta al suo vecchio maestro: credeva ancora nella fine dei tempi e, se sì, come sarebbe stata?
La risposta di René Girard fu sorprendente.
In sostanza, gli disse che l’apocalisse avrebbe potuto verificarsi proprio in un periodo in cui non succede granché e che avrebbe potuto protrarsi per decenni — un po’ come in un film di zombie.
In questo testo pubblicato in occasione della Novitate Conference della Catholic University of America a Washington, nell’autunno del 2023, Peter Thiel offre una sintesi di questa sua ossessione: il moltiplicarsi dei segni premonitori dell’apocalisse in un mondo dominato dalla tecnologia e «indebolito».
La sua tesi è in fondo piuttosto semplice: le condizioni per la fine dei tempi sono presenti, ma le tracce di ciò che potrebbe ritardarla sono assenti o ormai sbiadite: «il katechon non basta più».
C’è un altro pericolo che lo preoccupa: ciò che potrebbe indurci a credere che la fine dei tempi sia evitabile — l’Anticristo — si è ormai trasformato in un sistema ed è diventato tanto più difficile da individuare e combattere.
Perché il mondo descritto da Thiel è paradossale: «Il provincialismo, l’assistenzialismo e la burocrazia hanno ridotto la scienza al rango di istituzione sociopatica e pseudo-malthusiana. Ma le hanno anche impedito di rivoluzionare il mondo.»
Nel frattempo, si sarebbe verificata una trasformazione per cui il mondo esterno sarebbe diventato qualcosa di fondamentalmente inquietante:
« Questo passaggio dal mondo degli atomi — e delle bombe atomiche — al mondo dei bit può essere considerato come uno spostamento verso l’interiorità, una perdita di interesse per il mondo esterno a favore dei mondi interiori o virtuali. Le giovani generazioni hanno trascorso più tempo rintanate nel metaverso, più tempo nelle loro cantine a giocare ai videogiochi, più tempo a dedicarsi in modo ossessivo allo yoga e alla meditazione — indipendentemente dalla quantità, questa pratica è sempre eccessiva — e si sono rivolte alla psicologia, alla parapsicologia, alle droghe psichedeliche e alla psicofarmacologia quando il loro stile di vita sotto sedativi procurava loro poca gioia. »
Per colui che è stato il primo sostenitore di Trump nella Silicon Valley, questa decadenza è evidente:
«La riluttanza a procreare, a desiderare un partner e ad avere figli è l’indicatore più preoccupante di una mimesi complessivamente e radicalmente indebolita. I baby-boomer e la generazione X sono state le ultime generazioni in grado di desiderare senza complessi: auto sportive, case di lusso, ricchezza. I millennial e la generazione Z degli anni 2020 devono accontentarsi di marijuana, Netflix e social network. »
In quest’epoca di zombie, «essere Amleto non basta più».
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Per Thiel, «l’ateismo politico» sta raggiungendo ovunque i propri limiti e resta ben poca speranza: « preghiamo affinché gli spettacoli di marionette possano durare ancora un po’, affinché ciò che resta delle antiche strutture sacre e delle vestigia del katechon possa perdurare nella nostra epoca — e affinché il Giorno del Signore non arrivi presto. »
I. La filosofia non basta
Il cristianesimo aveva risposto alla domanda dei presocratici — «Perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla?» — in modo piuttosto semplice: perché Dio lo ha voluto. Ma fin dal I secolo, i cristiani continuarono a chiedersi perché esistesse sempre qualcosa piuttosto che il nulla. Il rinnovamento cosmico della parusia sembrava tardivo a questi primi credenti 1, che finirono per accettare questo ritardo razionalizzando la storia profana e le sue istituzioni — l’Impero romano e la Chiesa cattolica — come vettori di diffusione del Vangelo. In un universo persistente (persistent universe), l’« ateismo politico » del ritiro monastico sembrava inappropriato.
Per comprendere questo inizio brusco e volutamente oscuro, occorre partire da un’immagine. Per immaginare il mondo in cui vivevano i primi cristiani, il guru girardiano della Silicon Valley che cerca di trattenere la fine dei tempi ha in mente una rappresentazione: un vasto videogioco.
L’espressione persistent universe ha un significato ben preciso: in questo contesto sembra riferirsi al mondo del gaming, indicando quegli universi di gioco in cui l’azione continua anche quando il giocatore è disconnesso — altri giocatori possono quindi interagire, perdere, vincere, costruire cose… Questa possibilità del gioco interconnesso è il presupposto di base del concetto di metaverso: un mondo parallelo, che «continua», che persiste accanto o al di sotto del mondo reale. Diverse opere di fantascienza vi fanno riferimento — come il gioco dei « Tre corpi », centrale nella costruzione della trama del grande romanzo di Liu Cixin.
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Quasi due millenni dopo, all’inizio del XX secolo, i missionari cristiani avevano percorso gran parte del globo e diffuso la buona novella a chiunque volesse ascoltarla. Quasi nello stesso momento, i segni e i prodigi si moltiplicarono. Gli ultimi «Cesari» o «Imperatori romani» rimasti — l’imperatore Guglielmo II e lo zar Nicola II — morirono. Era il segno premonitore dell’arrivo dell’Anticristo annunciato nell’Apocalisse dello Pseudo-Metodio (circa 692) e nel Libellus de l’Antéchrist di Adson de Montier-en-Der (circa 950); l’Europa si cannibalizzò, non una ma due volte ; il sole tramontò sull’Impero britannico ; e la totale disintegrazione della civiltà umana divenne ipotizzabile a Los Alamos. « Quanto al giorno e all’ora, nessuno lo sa » (Matteo 24:36), ci avverte la Bibbia. Forse possiamo conoscere il secolo — per un certo periodo, il XX secolo sembrò un’ipotesi affidabile quanto un’altra.
La questione della violenza apocalittica mette in luce l’agon tra Atene e Gerusalemme, tra la filosofia politica e la rivelazione biblica. Georg Wilhelm Friedrich Hegel e i suoi epigoni filosofici giustificano la violenza di massa come passaggio necessario verso la « fine della storia ». Il razionale è il reale. L’attuale è l’ideale. Dopo il bagno di sangue, la fine non porterà a una distruzione ardente, ma a una pace insipida. Hegel identificò prematuramente la fine con l’arrivo di Napoleone a Jena nel 1806. È stato seguito da Alexandre Kojève, che la identificò con Joseph Stalin negli anni ’30 — anche se sarebbe stato più corretto puntare agli anni ’50, con la creazione della Comunità economica europea 2. Francis Fukuyama riprese l’argomento di Kojève e annunciò che la fine era finalmente arrivata nel 1989, pochi mesi prima della caduta del muro di Berlino.
L’argomentazione di Fukuyama si è rivelata instabile. L’ultimo decennio del secolo più tumultuoso della storia umana è culminato in una sorta di interminabile «jouir le plus long»: il Web globale. Le crisi del 2001, del 2008 e del 2016 hanno minacciato di innescare nuove ere più cupe per l’umanità, ma ogni volta si sono dissolte. Le guerre post-11 settembre sono sembrate più costosi progetti postmoderni che guerre di civiltà; il sistema finanziario si è ripreso — sebbene in forma limitata — dopo lo scoppio della bolla dei subprime ; e le rivolte populiste negli Stati Uniti e nel Regno Unito hanno distolto l’attenzione dalle riforme più che provocarle.
Il contenimento di ciascuna di queste crisi ha richiesto un ampliamento sempre più consistente — dei deficit di bilancio, degli strumenti politici, della fiducia nelle istituzioni. Ma per molto tempo il centro ha tenuto duro. Nella sua cronaca della Sicilia aristocratica tardo-ottocentesca, Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa ha formulato la quintessenza della banalità rivoluzionaria: « Bisogna che tutto cambi perché nulla cambi. » 3 Nel nostro mondo statico, ci viene detto il contrario : affinché le cose continuino, tutto deve rimanere esattamente uguale.
II. I capri espiatori non bastano
Il passaggio a un mondo di torpore e indifferenza sembra confutare — o almeno complicare — la comprensione della storia moderna da parte di René Girard. Egli immaginava una violenza incontrollabile, sia interpersonale che internazionale, alimentata da duelli bellicosi: il fascismo contro il comunismo, gli Stati Uniti contro l’Unione Sovietica, le forze antiterroristiche segrete contro le cellule terroristiche. Tale violenza è incontrollabile a causa della venuta di Cristo nel mondo. Girard amava dire che Cristo era il primo ateo politico, il primo a non credere che lo Stato seguisse un ordine divino, o che un « Gott mit uns » esistesse in cielo. Perché, sul piano della teologia politica, cos’è il trinitarismo, se non l’affermazione secondo cui Cristo è il vero Figlio di Dio e, di conseguenza, che Cesare Augusto, figlio del Cesare divinizzato, non è veramente il Figlio di Dio, e che, ipso facto, l’Impero romano non è la pura volontà di Dio ? O, più in generale, cos’è il Padre Nostro se non un richiamo quotidiano al fatto che la volontà di Dio si compie sempre in cielo e raramente quaggiù?
La pretesa di trascendenza di Cesare si fonda su uno strumento di tortura: proprio quello il cui potere unificante e coercitivo è stato distrutto da Cristo. Più in generale, l’esistenza di tutti i poteri e di tutte le principati dipende dalla violenza con cui si designano i capri espiatori. Per Girard, la violenza mimetica e la designazione delle vittime come capri espiatori sono «cose nascoste sin dalla fondazione del mondo». A differenza dei mercati funzionali o delle leggi naturali della scienza, la cui migliore comprensione non impedisce né ai mercati né alle leggi naturali di funzionare, la designazione dei capri espiatori funziona solo quando, a un certo livello, i persecutori ignorano ciò che stanno facendo. Si può incanalare l’energia negativa di un villaggio rancoroso contro una donna anziana e poco attraente e accusarla di stregoneria. Questa accusa può persino unire gli abitanti del villaggio, a condizione che la percepiscano come una rivelazione quasi religiosa e non come il prodotto di una mania psicosociale. Se il sacro è una violenza mascherata o mitizzata, allora la rivelazione evangelica di questa violenza fondatrice porterà, col tempo, alla progressiva desacralizzazione, decostruzione, distruzione e morte di tutte le culture.
Nelle prime pagine di questo testo, Thiel adotta un tono volutamente enigmatico, se non addirittura profetico. In questo caso, «lo strumento di tortura» si riferisce ovviamente alla croce — ma l’immagine serve in realtà a introdurre la figura girardiana del capro espiatorio.
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Nel corso della storia, la rivelazione cristiana rende impossibile la ricerca di capri espiatori e ci obbliga a trovare spiegazioni alternative e naturali («…una moltitudine cercherà, e la conoscenza aumenterà» [Daniele 12:4]). Questa accelerazione della scienza e della tecnologia porta anche all’accelerazione di una violenza illimitata, che ora ha il potenziale di distruggere il pianeta: «& Per comprendere che stiamo già vivendo questa rivelazione, basta riflettere sul rapporto che tutti noi, in quanto membri della comunità umana mondiale, intratteniamo con il formidabile arsenale di cui l’umanità si è dotata dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.»& 4Alla questione fondamentale delle armi nucleari e termonucleari, forse bisognerebbe aggiungere quella della distruzione dell’ambiente (Matteo 24:7 o 24:29, ipotizzava Girard), la bioingegneria e le armi biologiche (la demistificazione scientifica dei « nuclei gemelli », nel 1952 con le bombe H e nel 1953 con il DNA), le nanotecnologie, i robot killer o l’IA incontrollabile — in particolare nelle sue forme rudimentali di sorveglianza totalitaria.
III. Il katechon non basta
Per Girard, le soluzioni politiche moderne alla violenza erano efficaci solo nella misura in cui rimanevano mitiche o « catecontiche » 5, contribuendo a rallentare l’impoverimento culturale. Nel peggiore dei casi, si rivelavano tragicomiche e controproducenti. Anche i filosofi politici più moderni, che tentarono di fondare la nuova società sul « fondamento vile ma solido »& 6dell’Illuminismo in senso lato, non capirono che il loro progetto avrebbe distrutto la società più di quanto l’avrebbe ricostruita.
Thomas Hobbes, Friedrich Nietzsche e Carl Schmitt sono stati pensatori fondamentali, ma non hanno riflettuto abbastanza a fondo da arrivare davvero alle fondamenta. Non sono riusciti a smitizzare tutto fin dall’inizio. La guerra hobbesiana del « tutti contro tutti » non si è risolta in un lontano passato, quando combattenti scatenati si sono seduti per tenere una piacevole conversazione giuridica durante la quale hanno elaborato un « contratto sociale ». Si è risolta trasformando la guerra del « tutti contro tutti » in una guerra del « tutti contro uno ». Girard interpretava l’eterno ritorno di Nietzsche come un ciclo sacrificale in cui la ricorrente « morte di Dio » è in realtà l’« omicidio di Dio ». Girard riteneva che Nietzsche — a differenza degli atei più banali del XVIII secolo — comprendesse almeno questo della vittimizzazione di Cristo e di Dioniso. Ma pensava anche che l’effetto di questa lotta accanita tra la modernità e la violenza del passato sarebbe stato del tutto opposto al rinnovamento e alla liberazione nietzschiani: «L’eterno ritorno è il passato che il cristianesimo ha abolito. La storia calpesta ormai gli spazi senza fondo del sapere cristiano… Non si sa se il colossale finale [del Crepuscolo degli dei] segni solo la fine di un ciclo, la promessa di mille rinnovamenti, o se sia davvero la fine del mondo, l’apocalisse cristiana, l’abisso senza fondo della vittima indimenticabile.& nbsp;» 7
Schmitt ha fondato la sua teologia politica sul katechon e non ha quindi mai perso di vista la possibilità latente di un’apocalisse 8. Girard intendeva il katechon come «un principato e un potere» — e quindi, in un certo senso, un elemento demoniaco 9 — che aveva tuttavia un ruolo stabilizzatore e pacificatore da svolgere nel cristianesimo storico. Svolge ancora questo ruolo nel 2023. Ma Girard riteneva che Il concetto di politico di Schmitt e le disavventure nazionaliste dell’autore fossero l’esatto opposto del katechontico, e consentissero piuttosto un’accelerazione della storia verso le Nazioni Unite e lo Stato unico mondiale. Da un punto di vista girardiano, Schmitt era troppo incentrato sulla politica e troppo concentrato sulla conservazione delle distinzioni — in definitiva nichiliste — tra amici e nemici.
L’ateismo politico di Girard, il suo pensiero antipolitico e apocalittico, sono diventati il bersaglio dell’attacco più devastante mai sferrato contro di lui, quello di Pierre Manent nel 1982. Manent ha denunciato Girard come più malvagio, perfido o folle di un altro filosofo politico moderno, Niccolò Machiavelli: « Ma più che a quella di Marx, Freud o Nietzsche, la teoria di René Girard si ricollega a quella del primo e più grande dei maestri del sospetto: Machiavelli. Anche Machiavelli afferma che la fondazione e la conservazione delle città sono essenzialmente violente, e che gli uomini vivono continuamente dei benefici effetti di questa violenza che non vogliono guardare in faccia. Ma Machiavelli, da parte sua, sa bene ciò che dice: se ciò che chiamiamo umanità si fonda sulla violenza, allora occorre preservare questo potere attivo della violenza e impedire agli uomini di cadere sotto l’influenza di una non-violenza menzognera — quella del cristianesimo — che tende a distruggere le condizioni stesse della loro umanità. (…) René Girard rimane rigorosamente nei termini del machiavellismo. Semplicemente, attribuisce un segno positivo dove Machiavelli ne attribuiva uno negativo, e viceversa. Ma questo ribaltamento è assurdo. Se la natura politica dell’uomo è violenza o fondata sulla violenza, allora la non-violenza del cristianesimo è proprio ciò che dice Machiavelli, violenza contro natura, al secondo grado, « pietosa crudeltà ». Se la « cultura » umana è fondata essenzialmente sulla violenza, allora il cristianesimo non può apportare altro che la distruzione dell’umanità sotto le apparenze fallaci della non-violenza. » 10
Manent avrebbe poi ammesso che la sua critica era troppo generica. L’ateismo politico di Girard non era assoluto. Girard non era un monaco. Era un attento osservatore dell’attualità. Era entusiasta del conservatorismo moderato di Charles de Gaulle. Sperava che la politica teatrale di Ronald Reagan avrebbe posto fine alla Guerra Fredda, e temeva che il rigido neoconservatorismo di George W. Bush ci trascinasse in un conflitto senza fine. Considerava il nazismo e il comunismo come doppi mimetici, due movimenti estremisti e totalitari che si imitavano a vicenda nel loro odio reciproco e nel massacro di milioni di persone ; tuttavia, distingueva il comunismo come il più pericoloso dei due, una forma di «ultracristianesimo» più allettante e quindi più pericolosa nel nostro mondo post-Apocalisse11.
Ma sul piano teorico, sul piano di quella che potremmo definire la « verità assoluta », tali interventi pratici e contingenti mancano di fondamento. Girard credeva che bisognasse desiderare di diventare santi ed essere pronti a diventare martiri. In questo senso, si discosta radicalmente dal paradigma «politico» o «filosofico» di Manent. Molto più che un professore di letteratura, la vera vocazione di Girard era quella di essere un predicatore della fine dei tempi. «Dire che ci troviamo oggettivamente in una situazione apocalittica (…) equivale a dire che l’umanità è diventata, per la prima volta, capace di autodistruggersi, cosa che era inimmaginabile solo due o tre secoli fa.»& 12Se esiste una speranza per Girard, è solo la speranza disperata di Giona a Ninive. Contro ogni ragionevole aspettativa, la città potrebbe ascoltare la lamentazione di sventura e pentirsi delle sue cattive azioni. La grande violenza potrebbe allora, per il momento, essere rinviata.
La posizione di Girard tradisce un senso di impotenza di fronte all’ondata di violenza. Egli non esagera il proprio ruolo negli avvenimenti mondiali. Per Girard, ciò che conta non è il suo messaggio pericoloso e sovversivo, né la sua teoria globale, né le sue numerose opere, ma, molto semplicemente, il grande Spirito giudaico-cristiano all’opera nella Storia:
Credo che stiamo vivendo una trasformazione davvero senza precedenti, la più radicale che l’umanità abbia mai subito. (…) Questa trasformazione (…) non dipende dai libri che possiamo scrivere o non scrivere. Essa è parte integrante della storia terrificante e meravigliosa del nostro tempo, che si incarna altrove rispetto ai nostri scritti (…). I libri stessi avranno solo un’importanza secondaria; gli eventi che li faranno emergere saranno infinitamente più eloquenti di tutto ciò che scriveremo e stabiliranno verità che abbiamo difficoltà a descrivere, che descriviamo male, anche in casi semplici e banali.13
IV. La modernità — precoce, media e tardiva — non basta
Come siamo arrivati a questo punto?
La maggior parte dei grandi profeti dell’inizio dell’età moderna non immaginava un futuro cupo. Nel XVI e all’inizio del XVII secolo, Thomas More, Tommaso Campanella e Johann Valentin Andreae intuivano il cambiamento e scrivevano opere in cui speculavano sul futuro, discutendo delle nuove società ideali che avremmo potuto costruire 14. Ma nessuno di loro era così sensibile all’importanza del progresso tecnologico come Francis Bacon, la cui Nuova Atlantide, pubblicata postuma, prediceva, o meglio prescriveva, il corso della storia moderna.
Bacon intuiva che la padronanza e il controllo della scienza fossero indissolubilmente legati alla padronanza e al controllo di tutte le cose. La città iper-avanzata, che dà il nome al libro, Bensalem 15, è amministrata da un’istituzione tecnocratica di tipo Stato profondo, detta Casa di Salomone (o « Collegio dei Lavori dei Sei Giorni ») 16. Caratteristiche dell’inizio della modernità, le ambizioni della Casa sono quasi illimitate : « Lo scopo della nostra Fondazione », rivela uno dei Padri della Maison de Salomon al narratore, « è conoscere le Cause, i Moti e le Virtù segrete che la natura racchiude in sé ; di dare all’impero dello spirito umano tutta l’estensione che può avere.» 17. Ciò suggerisce che la scienza renderà obsoleto un Dio interventista. Infatti, il Padre cita, tra l’impressionante gamma di poteri della Casa di Salomone, la capacità di creare « tutte le illusioni e gli inganni della vista, in figure, grandezze, movimenti, colori » 18— il che gli avrebbe dato la capacità di fabbricare persino i miracoli su cui si fonda la fede cristiana dei comuni Bensalemiti 19. Quando il narratore di Bacon scopre Bensalem, essa è nascosta al resto del mondo. Ma le descrizioni dettagliate dell’arsenale della città (« artiglieria e strumenti di guerra, e macchinari di ogni sorta (…) nuove composizioni di polvere : sappiamo fabbricare i fuochi greci che bruciano nell’acqua e che sono inestinguibili ») 20 possono presagire una violenta conquista mondiale. Lasciando intendere che la scienza e la tecnologia avrebbero potuto conquistare il Cielo e la Terra, Bacone ha dato prova di una visione eccezionale, anticipando lo zeitgeist dell’inizio dell’era moderna.
La Casa di Salomone è un’istituzione quasi onnipotente, ma non funziona in modo automatico: la sua grandezza è dovuta ai grandi uomini che la controllano. Nel mondo reale, Bacon era uno di questi. Ha intuito e guidato il corso degli albori della modernità con una capacità di agire e un’intelligenza oggi difficilmente credibili. Ma nonostante la sua comprensione dell’epoca e dell’orientamento della scienza e della tecnologia, nemmeno Bacon avrebbe potuto immaginare, tra le « armi e strumenti di guerra » di Bensalem, qualcosa di così potente come una bomba nucleare. Un’arma del genere avrebbe aperto il vaso di Pandora per la Casa di Salomone. La sua espansione militare sarebbe passata da una crociata virtuosa a un mezzo necessario di autoconservazione, per paura di permettere ad altre nazioni di sviluppare una tale tecnologia. Per impedire un simile sviluppo, la Casa di Salomone avrebbe forse dovuto istituire un governo mondiale — che un tempo era inteso come sinonimo dell’Anticristo biblico. Secondo la concezione dell’epoca moderna di Bacon, un singolo individuo poteva essere abbastanza potente da incarnare l’Anticristo. Una lettura attenta del testo di Bacone rivela che Joabin, un misterioso mercante che si spacciava anche per un re-filosofo di questo mondo, potrebbe essere l’Anticristo non del tutto antipatico 21.
Da poco più di due anni, l’idea che il «governo mondiale» – presentato come la risposta alle sfide dell’umanità – possa essere l’Anticristo è diventata un’ossessione per Peter Thiel. Lo aveva spiegato in un’importante intervista nel dicembre 2024.
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Man mano che la scienza e la tecnologia progredivano nel mondo reale, siamo entrati in una « modernità media », materialmente più prospera della modernità precoce, ma che presentava segni dello scetticismo della modernità tardiva nei confronti dell’azione umana 22. Il romanzo Perte et gain (1848) di John Henry Newman riflette questa evoluzione. Questo romanzo semi-autobiografico segue un giovane, Charles Reding, nel suo percorso spirituale all’Università di Oxford. I suoi coetanei anglicani gli spiegano che la dottrina anglicana considera il papa come l’Anticristo, come insegnato dall’arcivescovo Thomas Cranmer nel suo Primo libro di omelie (1547). Tuttavia, Reding si rende conto a poco a poco che i suoi coetanei non credono realmente che un individuo come il papa sia, o possa essere, l’Anticristo, e i suoi dubbi sulla Chiesa cattolica si dissipano. Mezzo secolo dopo, le più potenti rappresentazioni letterarie dell’Anticristo — Guerra, progresso e fine della storia (1900) di Vladimir Soloviev e Il Signore del mondo (1908) di Robert Hugh Benson — descrivono entrambi l’Anticristo come un individuo, ma un individuo che curiosamente presenta pochi tratti distintivi 23. Qualcosa è sottilmente cambiato tra il racconto di Bacon e il loro. I loro Anticristi sono scrittori e oratori convincenti, ma le loro parole sono, nel caso di Soloviev, sintesi incredibilmente miracolose di idee diverse, o, nel caso di Benson, totalmente dimenticate da chi le ascolta 24. Sono costruzioni — incarnazioni di idee, specchi dei nostri fallimenti.
La nostra paura della bomba atomica ha completato il nostro passaggio verso la modernità tardiva. A Los Alamos abbiamo evidentemente ceduto le redini agli scienziati, e la scienza ha, evidentemente, « finito » — nel doppio senso hegeliano di raggiungere il culmine e giungere al termine. In seguito, grandi pensatori come Bacone hanno ceduto il posto a burocrati accademici incontrastati, che non concepiscono la macchina nel suo insieme, ma ne sono piuttosto minuscoli ingranaggi. Questa macchina reprime i nostri potenziali baconeani, in quella che potremmo generosamente definire una fervezza catecontica o — meno generosamente — un’angoscia esistenziale.
Il burocrate accademico per eccellenza dei nostri giorni è il professore di Oxford Nick Bostrom, il quale, al pari dei suoi contemporanei, incarna ed esprime la nostra mediocrità e il nostro conformismo paralizzante. Bacon aveva maliziosamente lasciato intendere di simpatizzare con un Anticristo dotato di grande capacità d’azione, mentre Newman, Soloviev e Benson erano più severi nei confronti di questa figura. L’opera di Bostrom, intrisa della logica di pace e sicurezza della modernità tardiva, suggerisce una totale mancanza di comprensione del problema. In «L’ipotesi del mondo vulnerabile», Bostrom — o forse semplicemente una simulazione di se stesso — elenca i modi in cui il mondo potrebbe finire. Propone poi quattro contromisure:
1. Limitare lo sviluppo tecnologico. 2. Impedire che una vasta popolazione di individui, animati da normali motivazioni umane, possa esistere e agire liberamente. 3. Istituire una polizia preventiva estremamente efficace. 4. Istituire una governance globale efficace. 25
Vincolati dalle catene della tarda modernità, i grandi uomini vengono disprezzati o ignorati. Persino gli Anticristi di cartapesta di Soloviev e Benson farebbero fatica a convincere le folle. Ma un mondo ostile agli individui non è al riparo dalla minaccia dell’Anticristo ; al contrario, l’Anticristo potrebbe benissimo presentarsi sotto forma di un’istituzione o di un sistema. Come potrebbe un tale Anticristo arrivare al potere ? Per quanto potenti possano essere le storie di Soloviev e Benson, i metodi del daemonium ex machina con cui i loro Anticristi conquistano il mondo sembrano scarsi. Ma leggendo Bostrom, si può dedurre una risposta : giocando sulle nostre paure della tecnologia e incitandoci alla decadenza con lo slogan dell’Anticristo, « pace e sicurezza ». Bostrom non differisce da Bacon per il suo ateismo e il suo materialismo, che Bacon condivideva e che hanno definito la stessa modernità precoce. Ma lui e lo zeitgeist che incarna sono risolutamente determinati a salvarci dal progresso, a tutti i costi.
Non ci sono state grandi opere letterarie dedicate all’Anticristo dai tempi di Soloviev e Benson all’inizio del XX secolo. Ma se un autore coraggioso scrivesse un romanzo che confutasse Bostrom, farebbe bene a ricordare che una forza abbastanza potente da controllare il mondo è una forza abbastanza potente anche da distruggerlo. « Voi stessi infatti sapete bene che il giorno del Signore verrà come un ladro nella notte. Quando gli uomini diranno: Pace e sicurezza ! allora una rovina improvvisa li sorprenderà, come i dolori del parto sorprendono la donna incinta, e non sfuggiranno. Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, perché quel giorno vi sorprenda come un ladro.» (1 Tessalonicesi 5:2-4)
V. La decadenza non basta
Tutto ciò ci riporta a quella domanda vecchia di due millenni: perché esiste qualcosa piuttosto che il nulla? Per il giovane Girard, i lunghi decenni dell’era nucleare sembravano un conto alla rovescia verso l’Armageddon, con alcuni tentativi molto vicini negli anni ’50 e ’60, e un senso di crisi ancora persistente negli anni ’70 e ’80. Quando nel 2005 chiesi a un Girard più anziano se credesse ancora che stessimo vivendo la fine dei tempi, rispose di sì, ma con una certa sfumatura: la fine dei tempi potrebbe assomigliare a un’epoca in cui non succede granché e che potrebbe protrarsi per decenni — alla maniera di uno zombie.
Cosa può dire l’irriducibile girardiano di queste previsioni apparentemente smentite riguardo alla fine del mondo?
Forse bisognerebbe interpretare la nostra epoca (in particolare gli ultimi trent’anni o cinquant’anni) come una strana « terra di nessuno », a metà strada tra la vendetta totale e la totale assenza di vendetta, quello spazio specificamente moderno in cui tutto è pervaso da una vendetta malsana 26, come un luogo in cui gli uomini non sono né abbastanza folli da provocare l’Apocalisse, né abbastanza sani di mente da abbracciare il Regno di Dio. Sebbene ciò vada ben oltre lo scopo di questo saggio, l’abbozzo di una tale era culturale «zombie», in cui la storia non si ferma ma sembra rallentare, coprirebbe numerosi argomenti.
La stagnazione della scienza e della tecnologia è determinata da molteplici fattori, alimentata in parte da un eccesso di regolamentazione — basti pensare alla Food and Drug Administration o alla Nuclear Regulatory Commission —, in parte da un’istruzione troppo controllata — si pensi ai dottorandi in robotica e scienze sotto contratto —, ma soprattutto dal timore di una corsa agli armamenti incontrollabile. Il massacro industriale della Prima guerra mondiale aveva già annientato il nostro ottimismo illuminista secondo cui la scienza e la tecnologia erano forze immutabili al servizio del bene. Ma a Los Alamos, la scienza sembrava, per la prima volta, aver davvero spinto la storia in una direzione più oscura.
È poi emersa una scienza in una forma nuova, frammentata e burocratica, lontana dall’ideale infantile dell’inventore solitario e geniale. La prima istituzionalizzazione di questo modello — il progetto Apollo — ci ha permesso di camminare sulla Luna. Ma la gerarchizzazione è diventata ben presto un difetto — piuttosto che una caratteristica — trasformando il progresso scientifico in una burocrazia incrementale, politica e gerontocratica 27. Più in generale, la tecnologia ha subito un rallentamento simile, con eccezioni nel settore delle telecomunicazioni e dell’informatica 28.
Ma forse sbagliamo a definire questo rallentamento uno svantaggio, se il proseguimento del progresso non facesse altro che scovare sempre nuovi mezzi di autodistruzione. Ci si può lamentare dei fisici e degli scienziati di secondo piano che si affannano con «DEI», politiche di revisione tra pari e richieste di finanziamenti. Il provincialismo, l’assistenzialismo e la burocrazia hanno degradato la scienza al rango di istituzione sociopatica e pseudo-malthusiana. Ma le hanno anche impedito di far saltare in aria il mondo.
Il rallentamento nel campo delle scienze e delle tecnologie era già evidente durante i miei studi universitari, alla fine degli anni ’80. La maggior parte dei settori scientifici e tecnologici (ingegneria nucleare, ingegneria aerospaziale, ingegneria meccanica, fisica, chimica, ecc.) si era ormai trasformata in un vicolo cieco. Si è proseguito lungo un percorso di progresso ristretto e specifico con i computer, i software, il Web, l’Internet mobile, ecc. Questo passaggio dal mondo degli atomi — e delle bombe atomiche — al mondo dei bit può essere considerato come uno slittamento verso l’interiorità, una perdita di interesse per il mondo esterno a favore dei mondi interiori o virtuali 29. Nei decenni successivi, le giovani generazioni hanno trascorso più tempo rintanate nel metaverso, più tempo nelle loro cantine a giocare ai videogiochi, più tempo a dedicarsi in modo ossessivo allo yoga e alla meditazione — in quasi qualsiasi quantità questa pratica è eccessiva — e si sono rivolte alla psicologia, alla parapsicologia, alle droghe psichedeliche e alla psicofarmacologia quando il loro stile di vita sotto sedativi procurava loro poca gioia.
Il nostro ripiegamento su noi stessi è difficile da spiegare, ma la cosmologia potrebbe fornirci un indizio.
Man mano che i nostri modelli cosmologici ipotizzavano un universo sempre più vasto — e infine un multiverso — la nostra insignificanza è diventata più evidente. La teoria secondo cui il mondo è una simulazione al computer, con un creatore almeno semi-benevolo all’origine, è stranamente più rassicurante del modello del multiverso dei fisici, che implica che occupiamo una parte radicalmente non rappresentativa del cosmo. Ragionare per induzione — come in quasi ogni indagine scientifica — è impossibile in un multiverso quasi infinito. Di conseguenza, il multiverso diventa una porta d’accesso per esperimenti mentali sulla coscienza — cervelli di Boltzmann, Matrix, demoni cartesiani — e si insedia un orrore lovecraftiano del mondo esterno.
La scienza e la tecnologia non furono le sole a riflettere il timore di una violenza apocalittica: le nostre relazioni interpersonali divennero così tese da portare alla sterilità e a una sessualità ormai esaurita. Il tasso di crescita demografica mondiale raggiunse il picco nel 1968 al 2,1% all’anno, scatenando un’ondata di lamentazioni neo-malthusiane da parte di Paul Ehrlich 30, del Club di Roma 31e di Hollywood 32. Con la stessa rapidità con cui il tasso di crescita era salito alle stelle, crollò. Nei decenni successivi, il tasso di fertilità precipitò al di sotto della soglia di sostituzione in paesi apparentemente così diversi tra loro come gli Stati Uniti, la Corea del Sud, l’Iran e l’Italia. L’inquietante universalità del nostro antinatalismo resiste a qualsiasi spiegazione locale.
Nel 1967, durante la Summer of Love, né Gore Vidal né William Buckley avevano previsto che la rivoluzione sessuale sarebbe sfociata in una diminuzione dei rapporti sessuali e della procreazione ; che la sentenza Roe v. Wade sarebbe stata ribaltata in un contesto di relativa diminuzione degli aborti, della natalità e di rapporti tesi tra i generi ; o che l’omosessualità sarebbe scomparsa insieme ai « trans ». I conservatori tradizionalisti vedono il fenomeno transgender come un’autolesione narcisistica degli organi sessuali — che trasforma uomini e donne in eunuchi medievali. Ma fuggire verso una nuova identità è una risposta comprensibile — sebbene malsana — alla disfunzione delle dinamiche di genere moderne.
La riluttanza a procreare, a desiderare gli altri e ad avere figli è l’indicatore più preoccupante di una mimesi complessivamente e radicalmente indebolita. I baby-boomer e la generazione X sono state le ultime generazioni in grado di desiderare senza complessi: auto sportive, case di lusso, ricchezza. I millennials e la generazione Z degli anni 2020 devono accontentarsi di marijuana, Netflix e social network 33.
Il boom finanziario del 1982-2007 può essere visto come uno spostamento verso l’interiorità, con gli aspiranti cowboy che sublimavano la loro energia maschile nelle sale di negoziazione e sui fogli di calcolo Excel. Ma già alla fine degli anni ’80, il materialismo di Patrick Bateman o di Gordon Gekko appariva non solo goffo, ma anche pericoloso. Negli anni ’90 e 2000, il « trashpirationalismo » è sopravvissuto nella cultura hip-hop bling-bling, ma anche questo si è addolcito con gli abiti firmati e lo splendore (relativamente) discreto di Drake e Kanye West negli anni 2010. La Silicon Valley, la più grande fonte di ricchezza della storia moderna americana, disapprova totalmente il materialismo. L’« athleisure », gli orologi Apple e le modeste residenze a Palo Alto di ingegneri e investitori in capitale di rischio generosamente retribuiti potrebbero suggerire un sano rifiuto dei giochi di status, o forse semplicemente l’indebolimento delle funzioni utilitaristiche e la paura di distinguersi.
Questo mondo con bassi livelli di testosterone sembra incompatibile con lo spirito spietato del capitalismo espansionista; ma forse, se ci sono meno cose per cui competere, ci saranno anche meno motivi per cui potremmo ferirci o ucciderci a vicenda.
Nel suo libro del 2019, La Société décadente, Ross Douthat sembra lamentare i quattro cavalieri che sono la stagnazione, la sclerosi, la sterilità e la ripetizione, ma propone mezzi stranamente esagerati per porre fine alla nostra languidezza: una politica radicalmente post-liberale, una Rinascita afro-futurista, immensi progressi tecnologici come i «motori a distorsione». Se Douthat è in realtà tacitamente confortato dall’inverosimiglianza di queste proposte, è perché intuisce che i nostri modi docili e comodi militano certamente contro una società più dinamica — ma anche contro un’escalation apocalittica verso gli estremi.
Eppure, mentre ci divertiamo con i meme e i video su TikTok, corriamo meno rischi di ritrovarci in una delle fantasie di Douthat che in una catastrofe, banale ma più plausibile. Tutto potrebbe iniziare con il deterioramento della situazione di bilancio degli Stati Uniti — in particolare il debito studentesco di 1.600 miliardi di dollari, le bombe a orologeria rappresentate dalla previdenza sociale e da Medicare, e l’impennata degli interessi composti sul deficit e sul debito federale — senza una soluzione, per ora, che non esuli dai limiti accettabili per la maggioranza. Oppure potrebbe essere il problema — non senza attinenza — del crollo demografico quasi universale, che sembra altrettanto impossibile da risolvere 34. Se invertiamo il nostro declino demografico, la domanda energetica necessaria per soddisfare i bisogni di miliardi di persone in più si scontrerà con i limiti legati alle risorse o all’inquinamento — o entrambi. Ma se evitassimo questi vincoli grazie a un nuovo metodo di produzione di energia su larga scala, come quello derivante dalla fusione, saremmo allora messi in pericolo dalle sue applicazioni a duplice uso, geopoliticamente instabili ?
A posteriori, il consenso e lo scenario di base della globalizzazione degli anni 1970-2000 — secondo cui il mondo in via di sviluppo avrebbe semplicemente raggiunto il livello del mondo sviluppato — sembrano utopistici. Le economie di mercato emergenti dell’America Latina, dell’Africa, dell’India e della Russia hanno tutte registrato una crescita molto più lenta di quanto il mondo prevedesse alcuni decenni fa 35. Ma oggi ci troviamo di fronte a un dilemma. Se raggiungiamo questo obiettivo utopico, la concorrenza tra così tante nazioni in crescita rischia di scatenare guerre per le risorse in tutto il mondo? E se la mancata convergenza che abbiamo vissuto dovesse continuare, i paesi stanchi della stagnazione si rivolgeranno al modello comunista cinese?
VI. Amleto non basta
La nostra era zombie ha raggiunto il suo apice. Come Amleto, vorremmo rimandare il più a lungo possibile la scelta inevitabile — ma anche chi trova conforto in un mondo apatico sa che ogni cosa mediocre ha una fine. Rimane un problema per il girardiano. Il rifiuto di agire di Amleto sembra derivare da una forma di ateismo politico — piuttosto comprensibile in mezzo al marciume della Danimarca. Ma è chiaro che né Girard né Shakespeare definirebbero Amleto un modello — la sua morte e il fallimento finale della sua azione sembrano suggerire il contrario. Cosa dobbiamo pensarne?
È difficile distinguere l’ateismo politico di Amleto da quello di Shakespeare, così come è difficile distinguere l’Anticristo da Cristo. Queste due distinzioni si basano sulla sincerità e sull’autenticità — in altre parole: sulla fede. Amleto ha studiato le nobili questioni filosofiche all’Università di Wittenberg e ha commesso l’errore di credere che ciò lo elevasse al di sopra delle questioni terrene. La sua comprensione della filosofia non è riuscita a liberarlo dal suo disagio, poiché la singolarità della sua situazione — e della nostra — resiste a uno studio categorico e puramente razionale. La sua azione finale è nichilista, priva di convinzione politico-teologica e di un vero ateismo politico.
Mentre temporeggiamo come Amleto, «facciamo finta di non vedere il disfacimento della nostra vita culturale, la terribile futilità dei giochi di marionette che occupano la scena durante questo strano intervallo dello spirito umano. Un silenzio è calato sulla terra, come se un angelo si apprestasse ad aprire il settimo e ultimo sigillo di un’apocalisse. »& 36Preghiamo affinché gli spettacoli di marionette possano durare ancora un po’, affinché ciò che resta delle antiche strutture sacre e delle vestigia del katechon possa perdurare nella nostra epoca — e affinché il Giorno del Signore non arrivi presto: « Chi potrà sopportare il giorno della sua venuta ? Chi rimarrà in piedi quando apparirà ? Poiché sarà come il fuoco del fonditore, come la potassa dei lavatori. » (Malachia 3:2)
Fonti
Vedi 2 Pietro 3:3-4.
Maurice Merleau-Ponty, allievo di Kojève, suggerisce nel suo saggio Umanesimo e terrore (1947) che la violenza rivoluzionaria possa essere un ingrediente necessario per instaurare relazioni umane tra gli uomini.
Il giovane riformatore di Lampedusa, Tancredi, usa questa frase per placare i timori di suo zio, il principe Fabrizio, riguardo al Risorgimento liberale e all’unificazione d’Italia. I riformatori progressisti più recenti, come il presidente Barack Obama, hanno dovuto accontentarsi di una retorica più moderata. Lo slogan di Obama del 2008, «Un cambiamento in cui possiamo credere», non ha riscosso molto successo nei sondaggi e si è quindi trasformato in «Il cambiamento di cui abbiamo bisogno» — ovvero il minimo cambiamento assolutamente necessario.
René Girard, Cose nascoste fin dalla fondazione del mondo (1978, tradotto in inglese e ristampato nel 1987 dalla Stanford University Press), p. 255.
Il «katechon» biblico («ciò che trattiene») è una forza — forse una persona, forse un’istituzione — che trattiene l’arrivo dell’apocalisse («E ora sapete ciò che lo trattiene, affinché appaia solo a suo tempo. Poiché il mistero dell’iniquità agisce già ; occorre solo che sia tolto colui che lo trattiene. » [2 Tessalonicesi 2:6-7])
Cfr. Leo Strauss, Diritto naturale e storia (1953), University of Chicago Press, p. 247.
Paul Dumouchel (a cura di), Violenza e verità – intorno a René Girard (1988), Stanford University Press, p. 246.
Schmitt ha definito «Tre possibilità di un’immagine cristiana della storia» (1950): (1) il «grande parallelo storico» tra la storia moderna e il cristianesimo primitivo; (2) la comprensione catecontica; e, in modo più enigmatico, (3) la concezione «mariana» della storia, che richiede al credente una fede militante. Separare queste idee è illuminante, ma le istituzioni cristiane più prospere hanno sincretizzato le tre. Il Sacro Romano Impero germanico, ad esempio, in particolare sotto la guida di Carlo Magno, Federico II e Carlo V, si considerava una grande rinascita dell’Impero romano; costituiva un freno alle invasioni arabe in Europa; ma credeva anche di superare l’Impero romano, in pietà, e persino in conquiste territoriali. Nel XX secolo, la «democrazia cristiana» aveva una concezione simile di sé stessa: riconosceva che il XX secolo era un periodo cruciale per la Chiesa e il mondo; era perfettamente consapevole dell’apocalisse che bisognava prevenire ; e i suoi leader credevano di avere una comprensione più vera e più umana della teologia cristiana rispetto ai loro antenati militaristi.
Cfr. René Girard, Vedo Satana cadere come un fulmine (2001), Orbis, capitolo 8 e conclusione.
Pierre Manent, «La lezione di tenebre di René Girard», Commentaire, vol. 5, n. 19 (autunno 1982), pp. 457-463.
René Girard, Vedo Satana cadere come un fulmine, pp. 176-181.
René Girard, Cose nascoste fin dalla fondazione del mondo, p. 260.
Ibid., pp. 134-135.
Cfr. Utopia (1516) di Moro, La Città del Sole (1602) di Campanella e Christianopolis di Andrea (1618).
«Bensalem» si traduce con «figlio della pace e della sicurezza» — cfr. 1 Tessalonicesi 5:2-4.
La Casa di Salomone servì in seguito da modello alla Royal Society of London per il progresso delle scienze naturali.
Francis Bacon, La Nuova Atlantide (1626, ristampato nel 2017 da Wiley Blackwell), p. 98.
Ibid., p. 105.
Ibid., p. 107.
Bacon allude maliziosamente a un rapporto sessuale tra Joabin e il narratore (« Fu… circonciso » [p. 91]), il che concorda con un’interpretazione di Daniele 11:37 (« Non si curerà degli dei dei suoi padri, né dell’amore delle donne… »). Joabin è anche ebreo (come sottinteso in Daniele 11:37), e in realtà discende da una delle tribù perdute di Israele (« della generazione di Abramo, per un altro figlio, che chiamano Nachoran » [p. 92]), un dettaglio sottinteso in Apocalisse 7:4-8. Se Joabin è davvero l’Anticristo, allora il narratore, che Bacon suppone essere il cappellano del suo equipaggio, potrebbe essere il Falso Profeta, un personaggio che profetizza ed è sedotto dall’Anticristo (vedi in particolare l’Apocalisse). Dobbiamo quindi considerare Bensalem come una distopia e il narratore come un uomo dalla virtù dubbia? Forse. O forse Bacon simpatizza semplicemente con l’Anticristo, che cerca di strappare il potere al Dio biblico e di instaurare una « pace » e una « sicurezza » degne del paradiso.
L’opera di Thomas Carlyle, On Heroes, Hero-Worship, and the Heroic in History (1841), descrive il declino della fede nell’individuo nell’ambito della modernità media. Carlyle stesso credeva nell’influenza illimitata dei grandi uomini (« La Storia universale (…) è in fondo la Storia dei grandi uomini che hanno operato qui » [Yale University Press, 2013, p. 21), ma considerava anche questi uomini come una specie in via di estinzione (Napoleone, secondo lui, fu l’ultimo grande uomo). Già nel XIX secolo, ha la sensazione di lottare contro lo spirito del tempo intellettuale. Verso il 1946, quando venne rivelato che Goebbels aveva motivato Hitler nel bunker leggendogli la biografia di Federico il Grande di Carlyle, quest’ultimo, un tempo canonico, fu rapidamente destituito dalla sua posizione.
Il procedimento letterario più provocatorio ed efficace di Benson consiste nel far assomigliare fisicamente l’Anticristo del suo romanzo al papa della storia. Benson, proprio come Newman, si convertì al cattolicesimo in gioventù e non perse mai di vista la caratteristica più pericolosa dell’Anticristo: la sua inquietante somiglianza con Cristo e la sua profonda distanza spirituale da lui. L’affresco di Luca Signorelli, La predicazione dell’Anticristo (1499-1502), riflette una comprensione simile. Come gli « ultrachisti » di Girard, l’Anticristo desidera assomigliare a Cristo, ma in modo più grande.
Nel racconto di Soloviev, l’Anticristo pubblica un libro di grande successo intitolato La via aperta verso la pace e la prosperità universali, «un’opera che abbracciava tutto e risolveva tutti i problemi» (Vladimir Soloviev, Guerra, progresso e fine della storia, 1900, tradotto in inglese e ristampato nel 1990 da Lindisfarne Press, p. 169). Per un parallelo con il mondo reale, consideriamo One World (1943) di Wendell Willkie, che è diventato il libro di saggistica più venduto della storia americana. Il libro di Willkie incarna il paradosso di molti pensieri rivoluzionari: descrive uno Stato mondiale unificato come inevitabile e, nello stesso tempo, esorta i lettori a sostenerlo e a contribuire alla sua costruzione. Edulcora la brutalità di Stalin («Per quanto possa sembrare strano, Stalin veste di colori pastello chiari» [Cassell and Company Limited, 1943, p. 61]) e suggerisce che una cooperazione reciprocamente vantaggiosa tra Stati Uniti e Russia sia al tempo stesso auspicabile e inevitabile. Esso prefigura gran parte della retorica degli anni 1990-2000 su una Cina benevola e inevitabilmente dominante.
Nick Bostrom, «L’ipotesi del mondo vulnerabile». Global Policy, vol. 10, n. 4, 2019, pp. 455-476. Bostrom precisa che le opzioni 1 e 2 « sono poco promettenti » senza l’attuazione delle opzioni 3 e 4.
Girard ha osservato che, con l’invenzione della bomba atomica, i sacerdoti cattolici hanno smesso di pronunciare le loro omelie tradizionali basate sui testi apocalittici nel periodo dell’Avvento («Gli scandali, i capri espiatori e la Croce: Intervista a René Girard», Dialogue: A Journal of Mormon Thought, numero 43, vol. 1, primavera 2010). La nostra vicinanza alla violenza apocalittica rendeva il suo approccio troppo scomodo o difficile. Lo stesso problema si pone nella serie di successo Left Behind di Tim LaHaye e Jerry B. Jenkins, che descrive la fine del mondo ma relega le armi nucleari e altre tecnologie moderne in secondo piano. Dissociando la fine dei tempi dalla nostra storia dello sviluppo tecnologico, LaHaye e Jenkins attribuiscono la responsabilità della violenza apocalittica a Dio, piuttosto che agli esseri umani. Si potrebbe, in modo proficuo o ironico, associare la lettura della serie Left Behind ai recenti lavori del teologo progressista di Harvard, Steven Pinker. Pinker condivide l’opinione di LaHaye e Jenkins sul fatto che la violenza sia intrinsecamente legata a un Dio precedente all’Illuminismo, ma poiché Dio non esiste, Pinker ritiene che possiamo liberarci completamente della violenza.
René Girard, Shakespeare, i fuochi dell’invidia (1991, tradotto in inglese e ristampato nel 2004 da St. Augustine’s Press), p. 288.
Einstein, che nel 1905 aveva ventisei anni quando propose per la prima volta la teoria della relatività ristretta, osservò un giorno che chi non ha dato il proprio contributo più importante alla scienza prima dei trent’anni non lo farà mai. Oggi, queste giovani menti trascorrono anni sotto la guida di ricercatori più anziani prima di essere autorizzate a proseguire i propri lavori. L’età media dei beneficiari di una borsa di studio ROI (la borsa di ricerca standard del NIH) è passata da 35 anni nel 1986 a 44 anni nel 2023.
Misurare il ritmo del progresso scientifico e tecnologico è particolarmente difficile. La crescita modesta e persistente della produttività in Occidente, il restringimento della definizione linguistica di « tecnologia » (oggi quasi sempre utilizzata per descrivere le telecomunicazioni e l’informatica) e il controllo di settori scientifici e tecnologici iperspecializzati da parte di un gruppo sempre più ristretto di persone sono tutti indizi positivi che indicano l’esistenza di un problema. Un indicatore sottovalutato potrebbe essere di natura letteraria: la seconda metà del XX secolo è stata un’epoca d’oro per la fantascienza distopica. Si può citare un’opera di fantascienza importante e ottimista scritta a partire dagli anni ’70? Ma oggi, anche la fantascienza distopica è in fase di stallo: con progressi limitati, è difficile immaginare uno scenario del prossimo futuro reso possibile dalla tecnologia che non sia già stato immaginato decenni fa.
Cfr. John Milton, Paradise Lost I. 253-255 (« Lo spirito è a se stesso la propria dimora; può trasformare in sé il paradiso in inferno e l’inferno in paradiso. ») Dal punto di vista filosofico, il passaggio all’interiorità trova la sua origine in un altro pensatore del XVII secolo, Cartesio, che incoraggiava i suoi lettori a non interrogarsi esternamente sulla natura di Dio, ma a interrogarsi interiormente sulla natura dello spirito. La fallibilità della mente ha portato Cartesio a un estremo scetticismo epistemologico: tutto ciò che percepiva era opera di un demone?
Vedi La Bombe P (1968) di Ehrlich.
Vedi I limiti dello sviluppo (1972) del Club di Roma.
Si vedano Il sole verde (1973), che descrive una società che risparmia risorse utilizzando la carne umana come cibo, e Logan’s Run (1976), che raggiunge un obiettivo simile semplicemente uccidendo tutti coloro che raggiungono i 30 anni.
Durante un recente corso di teologia politica a Stanford, ho scoperto una domanda che ha sorprendentemente catturato l’attenzione degli studenti: ditemi qualcosa di reale e concreto che desiderate. Le risposte andavano dal sobrio (« un vaso di vetro ») all’immateriale (« un buon voto alla mia tesi di laurea »), passando per il generico e inautentico (« uno yacht ») e il poco ambizioso (« nbsp;viaggiare »). Ho il sospetto che questa domanda fosse così accattivante anche per via delle domande che la sottendono : per quali fini studi, o addirittura, lavori ? Perché sei qui ?
Il rapporto I limiti dello sviluppo del Club di Roma (1972) sosteneva l’idea di un mondo senza crescita demografica. Ma, come ha scoperto il Giappone, una volta arrestata la crescita, è difficile impedire il calo demografico – nel loro caso, al ritmo di un milione di persone all’anno. I problemi demografici del Giappone erano stati previsti con decenni di anticipo, eppure il Paese non è riuscito a evitarli. Teoricamente, esiste un giusto equilibrio tra una « bomba demografica » a crescita esponenziale e un declino esponenziale, ma in pratica è quasi impossibile trovarlo.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno mantenuto la loro importanza economica. Nel 1980 rappresentavano il 25,2% del PIL mondiale totale. Oggi questa cifra si attesta intorno al 24%. I dati sul PIL pro capite raccontano una storia ancora più sconcertante sulla «convergenza» promessa dalla globalizzazione. Escludendo Stati Uniti e Cina, il PIL nominale medio mondiale pro capite è passato da 2.285 $ nel 1980 a 9.029 $ nel 2022 (poco più di 4 volte), gli Stati Uniti sono passati da 11.674 $ a 70.249 $ nello stesso periodo (un aumento di oltre 6 volte), mentre la Cina è passata da 184 $ a 12.556 $ (oltre 68 volte). In altre parole, gli Stati Uniti, uno dei paesi più ricchi del mondo nel 1980, hanno guadagnato terreno rispetto al resto del mondo. La crescita americana suscita alcune riserve: l’aumento dei costi dell’istruzione e della sanità, l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro e il concomitante boom del settore dell’assistenza all’infanzia, nonché la debolezza del dollaro americano nel 1980, hanno tutti gonfiato le cifre del PIL in un modo che non riflette la nuova produzione. Queste riserve potrebbero significare che la crescita reale degli Stati Uniti fosse paragonabile a quella dell’economia mondiale. Ma esistono riserve anche riguardo ai paesi in via di sviluppo che sembravano aver registrato buoni risultati in quel periodo. Quale parte della crescita del PIL del Messico, ad esempio, è attribuibile al monopolio di fissazione dei prezzi detenuto da América Movil, l’azienda di Carlos Slim? Quale parte della «crescita» dei paesi in via di sviluppo è attribuibile all’urbanizzazione, che ha fatto passare l’economia da un’agricoltura di sussistenza non misurata all’occupazione urbana? La Cina, dal canto suo, costituisce la principale eccezione alla regola secondo cui nei paesi in via di sviluppo non si è verificata alcuna globalizzazione – intesa come guadagno economico derivante da una maggiore integrazione nell’economia mondiale – durante questo periodo.
René Girard, Shakespeare, i fuochi dell’invidia, p. 298.
Karola Brede — La Scuola di Francoforte è all’origine di Palantir ?
Negli anni ’90, un giovane dottorando americano arriva in Germania ossessionato da una domanda : come può l’aggressività diventare un fattore di integrazione sociale.
Karola Brede ha relazionato la tesi di Alexander Karp. Ha anche assistito in prima fila alla sua disputa con Habermas.
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Lei è stata la relatrice principale della tesi di Alexander Karp e lo conosce dalla metà degli anni ’90, quando stava scrivendo la sua tesi all’Università Johann Wolfgang Goethe di Francoforte sul Meno. Che impressione le ha fatto Alexander Karp durante il suo soggiorno a Francoforte?
Nel suo libro The Philosopher in the Valley1, il biografo Michael Steinberger descrive Alexander Karp in termini a volte aspri, come una persona eccentrica e distaccata dal mondo — questo aspetto mi è estraneo. È probabile che un cittadino degli Stati Uniti, come lo è l’autore, noti cose che all’epoca mi erano sfuggite.
Per me, Alexander Karp era solo un giovane dottorando che cercava di farsi strada nel mondo accademico tedesco.
Se la memoria non mi inganna, è venuto nel mio ufficio con uno zaino. Si è comportato in modo intelligente, mi ha presentato un curriculum vitae impressionante in cui potevo — e probabilmente dovevo — notare i suoi titoli di studio, ma anche le sue origini ebraiche. D’altra parte, Alexander sembrava spuntato dal nulla, senza contatti né raccomandazioni. Non c’era nulla di esaltato o anticonformista in lui.
Durante il nostro colloquio, ho avuto l’occasione di offrirgli un posto come tutor e di consigliargli di partecipare a un gruppo di lavoro dell’Istituto Freud, cosa che ha effettivamente fatto.
Secondo voi, cosa ha attirato Karp a Francoforte?
Posso solo fare delle ipotesi al riguardo, ma sono quasi certa che sia venuto dopo aver preso coscienza delle sue origini ebraiche. Dai suoi racconti ho potuto percepire una grande sensibilità verso alcuni aspetti legati a questa questione. Ha poi messo in pratica, affinato e sviluppato questa sensibilità nel corso del suo soggiorno di circa cinque anni in Germania — inizialmente, tra l’altro, senza parlare tedesco.
Leggendo la sua tesi sull’aggressività nel «mondo della vita» (Lebenswelt), si potrebbe dire che essa rifletta in qualche modo la sua evoluzione nel corso di questi cinque anni. La fase finale della sua tesi e del suo soggiorno a Francoforte ha coinciso con l’interpretazione del discorso di Walser del 1998 2. Tutto ciò che aveva elaborato in precedenza vi è quindi riunito.
Nel 1994 e nel 1995, ad esempio, abbiamo partecipato all’elaborazione di un programma di ricerca in scienze sociali presso l’Università di Francoforte, nel mio dipartimento, e abbiamo preparato un modulo sull’autoritarismo. Si trattava di un approccio sociologico e psicoanalitico al potere e alla gestione dell’aggressività.
Questo lavoro è stato appassionante per lui. Anche in questo caso, possiamo solo ipotizzare i motivi del suo interesse. Doveva avere a che fare con la questione di come i tedeschi avessero manifestato la loro aggressività nei numerosi atti di violenza contro gli ebrei durante il nazionalsocialismo, durante la guerra o meglio le due guerre che hanno combattuto e perso. Era evidente che la questione dei tedeschi come aggressori non potesse essere affrontata solo dal punto di vista psicologico, ma dovesse essere trattata in modo più globale.
Poiché l’aggressività è al tempo stesso un fenomeno psichico e comportamentale. Attraverso lo sviluppo di competenze, essa esercita un’influenza sia costruttiva che distruttiva sul mondo esterno. Tuttavia, all’interno di questo gruppo di lavoro, predominava l’influenza dei teorici dell’integrazione, che minimizzavano o negavano la notevole importanza dell’aggressività. Alexander voleva opporsi a questa tendenza.
Per me, Alexander Karp era solo un giovane dottorando che cercava di farsi strada nel mondo accademico tedesco. Karola Brede
Era quindi il contesto tedesco e il passato nazista a rendere interessante per lui questo tema dell’aggressione?
Direi di sì. Tuttavia, immagino che avesse già manifestato questo interesse quando era negli Stati Uniti.
In quale ambiente intellettuale e sociale si muoveva Alexander Karp a Francoforte in quel periodo?
Ben presto iniziò a discutere a lungo con altri studenti ebrei sul passato nazista e sull’essere ebrei in Germania nel dopoguerra. A questo proposito, un giorno mi aveva fatto notare che dovevo stare attenta, perché le cose potevano essere molto più complesse di quanto potessi immaginare. Col senno di poi, direi che in quelle discussioni ha acquisito una certa prospettiva che è stata utile anche per la sua tesi.
D’altra parte, Alexander ha collaborato direttamente con me. Dopo la pubblicazione del libro di Daniel Goldhagen, I carnefici volontari di Hitler, nel 1996 3, abbiamo ad esempio pubblicato insieme un articolo sulla rivista Psyche4. In questo testo, abbiamo preso posizione sulle critiche e sulle affermazioni formulate da Goldhagen nei confronti dei tedeschi nel suo libro di quasi 700 pagine.
Ci ha colpito il fatto che Goldhagen coinvolgesse tutti i tedeschi nella questione dei crimini e della colpa. Il suo libro presenta ovviamente anche notevoli punti deboli e alcuni storici si sono mostrati molto critici all’epoca. Ma il fatto che Goldhagen attribuisse a tutti i tedeschi una sorta di predisposizione allo sterminio degli ebrei esercitava un certo fascino.
Questa tesi ha lasciato un segno profondo nelle persone di origine ebraica e ha suscitato l’interesse anche di Alexander. Direi addirittura che lo ha affascinato.
Infine, intratteneva altri rapporti all’interno dell’Istituto Freud grazie a gruppi di lavoro e di ricerca. Il suo rapporto con il seminario di filosofia e con Habermas era importante per lui. Non ne so molto al riguardo, ma i suoi contatti sembravano aperti e stimolanti.
Quali aspetti della filosofia di Jürgen Habermas hanno influenzato in modo particolare l’opera di Alexander Karp?
Nella sua tesi, Alexander applica soprattutto la teoria dell’azione comunicativa di Habermas — in particolare la parte relativa alla teoria del linguaggio, avvalendosi del concetto di «mondo della vita». Alexander ha fatto propria questa idea, ma l’ha poi adattata alle esigenze della sua tesi.
Spesso si legge erroneamente che Alexander Karp avrebbe conseguito il dottorato sotto la guida di Jürgen Habermas, ma non è così. Come è arrivata, alla fine, a seguire il suo lavoro in qualità di relatrice?
Sembra che queste discussioni gli abbiano fornito spunti sul concetto di Lebenswelt di Habermas, che ha poi integrato nella sua tesi. Hanno affrontato alcuni punti, ma, da quanto ho capito, non sono riusciti a trovare un accordo su questioni importanti. In seguito, Alexander ha fatto visita più volte a Habermas a Starnberg.
Dopo quello che si potrebbe definire un conflitto con Habermas e dopo aver esaminato la tesi di Karp — cosa necessaria per redigere la mia relazione di tesi — non ho ancora capito perché Habermas e Karp non siano riusciti a trovare un accordo. Allora come oggi, suppongo che gli scambi che hanno avuto non fossero adatti a introdurre Habermas in modo approfondito alla questione e alle problematiche sollevate da Karp. In ogni caso, la rilettura della mia relazione e il riesame dell’intero testo della tesi nell’ambito della preparazione di questa intervista non mi hanno portato a giungere a una conclusione diversa.
Era quindi logico che scrivesse la sua tesi sotto la mia supervisione. Dopotutto, essa verte proprio su ciò che lui ed io abbiamo elaborato insieme all’Istituto Freud. Poiché ero spesso in viaggio in qualità di docente ospite, Alexander ha potuto ricoprire il mio ruolo di collaboratore all’Istituto Freud, dove lavoravano quasi esclusivamente psicoanalisti. Per questo motivo mi ha chiesto se potevo supervisionare la sua tesi, e io non ho avuto nulla in contrario. Ha anche chiarito la questione con Habermas, senza alcun problema.
Quali erano gli autori che contavano per lui all’epoca?
Fino alla laurea triennale, Alexander ha studiato all’Haverford College, in Pennsylvania. Credo che gran parte delle conoscenze in scienze sociali che ha messo in campo fino alla tesi risalgano a quel periodo.
Le conoscenze di base di Alexander non erano solo filosofiche, ma anche fortemente sociologiche. In particolare, fu influenzato dalla teoria strutturo-funzionalista di Talcott Parsons — il suo approccio teorico gli fu sicuramente trasmesso in modo specifico da un allievo di Parsons. Mi vengono in mente anche i nomi di Georg Simmel, Merton e Freud. In Germania, a questi si sono aggiunti, tra gli altri, Hegel e Plessner.
Georg Simmel è molto più conosciuto dagli americani che dai tedeschi: ha senza dubbio esercitato una grande influenza su Alexander. In Germania, invece, è stato piuttosto Adorno, vicino a Simmel, a occupare il centro della scena. Alexander ha letto Habermas con attenzione e ha fatto proprio il pensiero di Adorno, in particolare a partire dalla lettura della Dialettica negativa.
Ha avuto anche Nietzsche una certa influenza su di lui?
No, per quanto ne so, non ha avuto un ruolo significativo per lui. All’epoca, Nietzsche era ancora più tabù in Germania di quanto lo sia oggi.
Da quanto ho capito, Karp e Habermas non sono riusciti a trovare un accordo su questioni importanti.Karola Brede
Bisognerebbe chiederglielo. Non ne sono sicura, ma credo di sì — soprattutto per via del suo interesse per il periodo nazista in Germania.
Questo interesse può essere illustrato con un esempio: all’epoca, Ludwig von Friedeburg era ancora direttore dell’Istituto di ricerca sociale di Amburgo. Alexander scoprì che von Friedeburg era un ufficiale e che suo padre, Hans-Georg von Friedeburg, era stato uno dei firmatari degli atti di capitolazione della Wehrmacht. Rimase molto turbato dall’esistenza di una foto che ritraeva Ludwig von Friedeburg in uniforme.
Alexander ha avuto modo di visitare anche la mostra sui crimini di guerra della Wehrmacht, allestita ad Amburgo nel 1995. In questo modo, ha potuto stabilire il nesso tra von Friedeburg, la Wehrmacht tedesca e la Wehrmacht dell’epoca nazista.
È sempre stato molto sensibile a queste questioni.
La tesi redatta in tedesco da Alexander Karp si intitola «L’aggressività nel mondo della vita: l’ampliamento del concetto di aggressività di Parsons attraverso la descrizione del legame tra gergo, aggressività e cultura» (Aggression in der Lebenswelt: Die Erweiterung des Parsonsschen Konzepts der Aggression durch die Beschreibung des Zusammenhangs von Jargon, Aggression und Kultur). Potrebbe riassumere brevemente questo lavoro e i suoi contributi?
La parola chiave era inizialmente «aggressione», che compare anche nel titolo — ma in realtà l’aggressione compare nel testo solo attraverso il concetto adorniano di «gergo».
Ciò che è determinante è che Alexander affronta un fenomeno che non viene affatto preso in considerazione dalla sociologia. A partire da Durkheim, la questione fondamentale è capire cosa mantenga la coesione di una grande società composta da una moltitudine di individui. Questo era al centro delle preoccupazioni dei teorici dell’integrazione, compreso Parsons. La sociologia, nel complesso, non si è interessata a ciò che l’aggressività significa per una società che deve costantemente instaurare e mantenere la coesione sociale. In quanto comportamento, motivazione o atteggiamento, l’aggressività è di per sé qualcosa che separa, divide, distrugge e danneggia; costituisce quindi l’antitesi della coesione.
Eppure l’idea centrale della tesi di Alexander era proprio quella di dimostrare che l’aggressività potesse essere anche un potente fattore di integrazione sociale. Egli dimostra che esistono forme di aggressività che non vengono percepite come devianza o anomalia, né come scioccanti o inquietanti, ma che sono accettate, considerate normali e giustificate dai fondamenti culturali su cui tutti basiamo la nostra comunicazione e i nostri giudizi.
La violenza è quindi considerata un elemento legittimo di ogni società e accettata sul piano normativo. Questo punto fondamentale dell’opera di Alexander riguardava, del resto, il problema della storia tedesca.
L’accettazione dell’aggressione è ancora oggi oggetto di dibattito, ma il problema non viene compreso.
Gli estremisti di destra che si sentono integrati nella società esprimono opinioni e compiono atti che di norma non sono accettabili, ma che non sono perseguibili penalmente. Tuttavia, essi violano gravemente le norme sociali. Non solo questo comportamento non viene sanzionato, ma viene anche accettato e, in certi ambienti, gode del sostegno e dell’approvazione necessari per continuare.
Questa è la tesi principale che Alexander sostiene, prima di affrontare i fenomeni dell’interazione e dell’intersoggettività. L’aggressività è ovviamente presente ovunque. Tuttavia, una delle mie critiche al suo approccio risiede nel fatto che egli ha omesso di affrontare il concetto di aggressività nei suoi diversi significati, come suggerisce il titolo della tesi; lo ha trattato con molta cautela. Il termine « distruggere » non viene utilizzato in relazione agli atti, ma esclusivamente in relazione al discorso.
La tesi di Alexander è che l’aggressività possa essere un potente fattore di integrazione sociale.Karola Brede
Come ha seguito e vissuto questa supervisione di tesi?
Non ho mai ricoperto il ruolo di mentore o supervisore.
Direi piuttosto che, quando mi ha esposto le sue opinioni, ho sicuramente espresso il mio punto di vista. Tutto qui.
Descriverei la nostra collaborazione di allora come un work in progress comune.
Ci sono stati punti di attrito tra lei e Karp durante l’elaborazione delle sue tesi?
Non proprio. Ma dipende piuttosto dalla composizione professionale del personale dell’Istituto Freud: ero un sociologo in un istituto pieno di psicoanalisti. Nessuno sapeva bene cosa farmi fare — questo ci ha avvicinati molto.
Ha già detto in precedenza che Alexander Karp è arrivato in Germania senza conoscere il tedesco.
Sì, all’inizio non parlava tedesco, ma dopo sei mesi il più difficile era ormai passato.
Ha persino insistito per scrivere la sua tesi in tedesco, mentre avrebbe potuto farlo in inglese. Tuttavia, se si pensa a una serie di concetti intraducibili, come ad esempio il concetto di «Geborgenheit» (sicurezza) di Heidegger, era necessario farlo in tedesco. Anche in Habermas esistono numerosi concetti che possono essere trasmessi in modo autentico solo nella versione originale.
Il concetto di «mondo della vita» (Lebenswelt) di Habermas, utilizzato nella tesi di Alexander Karp, rimane piuttosto intraducibile anche in altre lingue. Che cosa significa?
Il concetto di « Lebenswelt » (mondo della vita) è legato alla sociologia fenomenologica. Esso offre il vantaggio di consentire di comprendere sia il linguaggio che la società a partire dalla vitalità degli esseri umani. In Habermas, esso diventa sistematico nella teoria dell’azione comunicativa, ma è « legato » a quello di « sistema ». Secondo Alexander, il mondo della vita può essere concepito come uno stagno in cui non nuoterebbero pesci ma fenomeni, osservazioni ed elementi linguistici che avrebbero tutti un’influenza sull’insieme della vita dello stagno e che sarebbero tutti accessibili in questo contesto per comprenderne il senso.
Per Alexander, che ha sempre attribuito grande importanza alla teoria dell’azione di Parsons, quest’ultimo ha visto in questo « stagno » solo il legame con la cultura — e non ciò che lui chiama pulsioni. Egli integra inoltre le pulsioni nella « Lebenswelt ». Come un artigiano, fissa la cultura da un lato e le pulsioni dall’altro nello stagno.
Quali erano, secondo lei, le ragioni profonde del disaccordo tra Habermas e Karp?
Si potrebbe collegare l’ipotesi di Karp sulle pulsioni a questa divergenza — ma si tratta di una pura speculazione.
Habermas si è opposto a questa ipotesi fin dalla sua Teoria dell’agire comunicativo del 1981 5, quando ha preso le distanze anche da questo elemento centrale della psicoanalisi freudiana. Per Freud e Alexander Mitscherlich, amico di Habermas, la teoria delle pulsioni costituiva invece un elemento indispensabile dell’Illuminismo.
Karp — che nella sua tesi ricorre ben poco all’argomentazione psicoanalitica — integra quindi nel concetto di « Lebenswelt » una concezione ritenuta sociologicamente controversa: la cultura si nutre di rappresentazioni sottostanti. È qui che entra in gioco un’immagine utilizzata da Parsons, quella dei coni di luce diretti verso l’oscurità. Altri temi e complessi che diventano rilevanti nella cultura entrano incessantemente nel cono di luce 6, dove vengono sviluppati, approfonditi, adottati dai partecipanti e diventano evidenze che plasmano la vita quotidiana. Questo è ciò che conta dal punto di vista culturale.
Al di là di questa semplificazione, la critica mossa da Karp a Parsons consiste nell’affermare che Parsons avrebbe tenuto conto solo di questa dimensione culturale. Karp ha reinterpretato il concetto di pulsione in modo tale che ne rimanga solo la finalità, che assume quindi la forma di bisogni e desideri.
Così, la cultura e le pulsioni — sotto forma di bisogni e, naturalmente, anche sotto forma di aggressività — si contrappongono in modo complesso. Questi due aspetti influenzano i membri della società e ogni singolo individuo che la compone, e in un certo senso li lacerano. Da un lato, c’è questo mondo culturale fatto di norme, valori, ovvietà, sullo sfondo di conoscenze di base sempre interpretate in modo diverso. Dall’altro lato, a questa Lebenswelt si aggiunge qualcosa che riguarda i bisogni o i desideri che si possono avere, ma che non devono essere espressi. Ciò che rimane allora è il ricorso all’autoconservazione sotto forma di autoillusione.
Per riuscire a conciliare questi due aspetti opposti, spiega Karp, i membri della società ricorrono a ciò che Adorno definisce «gergo». Per Karp, il gergo è sempre inautentico. È qui che risiede il carattere negativo della posizione di Karp: vi è solo menzogna, inautenticità, falsità. Semplificando, si può dire che si tratta di una radicalizzazione della posizione di Adorno nel suo saggio sul Jargon der Eigentlichkeit («Il gergo dell’autenticità») 7.
In che senso Karp fa ricorso a questo concetto adorniano?
L’effetto principale dell’uso del gergo è che include solo chi ne fa parte. Ma il gergo ha anche un’altra dimensione.
Adorno ne fornisce un esempio: quando qualcuno telefona e dice «arrivederci», cosa significa realmente questo «arrivederci»? Potrebbe significare «ci rivedremo». Significa che chi parla promette un incontro futuro e sottintende «abbiamo un rapporto che vogliamo mantenere». Pronunciato con un’intonazione un po’ severa, «arrivederci» può anche significare che si è infastiditi dall’interlocutore e che si è sollevati di poter riagganciare.
Esiste quindi un’ambiguità per cui ciò che si intende realmente dire — in questo caso «non desidero parlarle al telefono» — diventa un sottinteso. Questo sottinteso crea un’ambiguità nel messaggio espresso, che può essere percepita dall’interlocutore anche attraverso l’intonazione.
In parole povere, si può dire che Karp radicalizza il concetto adorniano di gergo.Karola Brede
Questa ambiguità è un elemento fondamentale e costituisce il cuore del gergo.
Adorno illustra questo concetto ricorrendo al concetto heideggeriano di « missione ». « Missione » significa innanzitutto, semplicemente, che qualcuno dice « Fai questo ». Ma « missione » può anche avere una connotazione religiosa. Allo stesso tempo, una missione può implicare potere e responsabilità: qualcuno può essere incaricato di un compito che non desidera svolgere o che non è autorizzato a svolgere. Il gergo comporta quindi sempre questa opposizione tra desiderio e divieto.
Il caso di studio scelto da Karp per la sua tesi verte sul controverso discorso pronunciato da Martin Walser in occasione della cerimonia di consegna del Premio della Pace dei Librai Tedeschi nel 1998 alla Paulskirche di Francoforte. Anche lei ha studiato questo discorso in modo approfondito e lo ha analizzato in un articolo 8. Potrebbe tornare sul contesto e spiegare perché Alexander Karp ha considerato questa sequenza storica particolarmente importante e adatta all’applicazione della sua tesi ?
Nel suo discorso, Martin Walser esprime il proprio malcontento per il fatto di essere costantemente confrontato con il ricordo dei crimini commessi dai tedeschi più di 50 anni fa. Egli fa dell’espressione «Moralkeule» (il ricatto morale) la parola chiave di questo momento.
Alexander ha utilizzato questo discorso perché per lui rappresenta un’applicazione perfetta del concetto di gergo menzionato in precedenza — ma in una forma particolarmente radicale.
Questo discorso ha suscitato una standing ovation e un caloroso applauso da parte del pubblico, composto da intellettuali, giuristi e politici di alto rango. Lo dimostra chiaramente una famosa foto pubblicata all’epoca sulla rivista Der Spiegel. Questo consenso era ovviamente un’osservazione interessante per Karp, poiché dimostra che il gergo funziona: spinge le persone ad applaudire Walser — anche se egli le rimprovera apertamente di ricorrere a servizi di memoria e di lasciarsi sfruttare da intellettuali e critici.
Nel libro di Alexander The Technological Republic, ho notato che citava il discorso di Walser senza però collegarlo alle spiegazioni fornite nella sua tesi. Nel suo libro, si limita a constatare che i tedeschi, dopo il 1945, avrebbero omesso di forgiarsi un’identità nazionale, a scapito di tutta l’Europa. Ritengo che ciò sia esagerato e troppo riduttivo. Molti, me compreso, hanno avuto difficoltà a identificarsi positivamente con il proprio Paese. In primo piano c’erano e ci sono — anche attraverso la loro negazione — gli atroci crimini dell’epoca nazista. È solo dopo l’integrazione della RDT che si è affermata una coscienza sociale della « nazione » al di là delle divisioni politiche, e il termine « RFT » — esso stesso appartenente al gergo nel senso adorniano — è scomparso.
Il peso che Alexander deve sopportare trova la sua origine inevitabile nella sua identità ebraica. Permettetemi quindi di tornare sulla questione dell’aggressività, accennata nella tesi, ma non sufficientemente approfondita da Alexander.
La minaccia che gravava su Israele durante la guerra seguita al 7 ottobre 2023 è stata vissuta da molti ebrei, sia in Israele che nella diaspora, come un senso di impotenza politica. L’aggressione militare di fronte a questo grave e premeditato pogrom è stata giustificata pubblicamente a più riprese dalla paura collettiva dello sterminio, profondamente radicata nell’anima del popolo ebraico israeliano. A mio avviso, questa paura non può giustificare una guerra. Tuttavia, paura e aggressione si sostituiscono a vicenda. E, come scrive il suo biografo Weinberger, Alexander Karp ha espressamente approvato la condotta aggressiva della guerra da parte di Israele.
È quindi possibile che l’autore della tesi, Karp, che in precedenza si era già schierato dalla parte dei bellicisti, si riservi inconsciamente una possibilità di agire in situazioni che minacciano l’esistenza ebraica e richiedono un atteggiamento aggressivo di resistenza attiva.
Il desiderio di una società migliore, che traspare dal suo libro Technological Republic, può essere considerato una rottura con il negativismo illuminista presente nella tesi. Mi sembra tuttavia un elemento a sé stante — quasi un tentativo di placare la paura. Si inserisce nei tratti ideologici di un ottimismo a favore di una tecnologia benefica.
Forse il tema fondamentale di Alexander Karp è proprio questo: interpretare le norme in modo diverso dagli altri.Karola Brede
Secondo lei, qual è la particolarità della tesi di Karp?
La particolarità di Karp è innanzitutto di natura metodologica: consiste nell’abbandono degli schemi comportamentali scientifici nel suo approccio. Non scrive in uno stile poetico, ma spesso non fornisce fonti, basandosi su semplici affermazioni; ciononostante, il suo lavoro presenta un filo conduttore logico.
Ci sono anche alcuni passaggi che, se l’opera fosse stata pubblicata all’epoca, considererei ancora oggi migliorabili. Alcuni passaggi non sono del tutto chiari — il tedesco non era la lingua madre di Alexander — ma nel complesso c’è un tono che funziona dall’inizio alla fine, attraverso il linguaggio. Scrive partendo dalla sua riflessione e da ciò che ne deriva, e non da un intellettualismo affettato.
La sua tesi si conclude in modo un po’ brusco, senza una lunga conclusione né un’analisi critica finale. Come lo interpreta?
È questo che intendo per «forma e metodo»: non è il tipo che rispetta le forme — non in senso personale, ma in senso scientifico.
Senza volerlo, finisce sempre per superare i limiti in un modo o nell’altro.
Forse il tema fondamentale di Alexander Karp è proprio questo: interpretare le norme in modo diverso dagli altri. Tuttavia, non l’ho mai considerato strano o bizzarro — contrariamente alla descrizione che ne fa Steinberger.
La tesi di Alexander Karp è scritta con grande distacco, in modo quasi freddo e privo di emozioni. Gli orrori a cui fa riferimento sono stati tuttavia commessi contro il popolo ebraico, da cui proviene una parte della sua famiglia. Come lo spiega?
Durante una conversazione con lui, avevo fatto notare che era possibile acquisire maggiore lucidità vivendo esperienze ambigue, a cavallo tra due mondi. Mi ha risposto che non bisognava dire una cosa del genere.
All’epoca capii che lo considerava inappropriato perché era culturalmente americano. Credo che, in fondo, fossimo d’accordo. Tuttavia, deve aver intuito il rischio che la mia osservazione potesse essere erroneamente interpretata come razzista. La sua tesi mi dimostra che da allora per lui sono cambiate molte cose.
Credo sinceramente che Alexander si trovi più a suo agio in Europa che negli Stati Uniti.
Perché?
Perché poteva assumere il ruolo di osservatore. A un certo punto del suo lavoro ha scritto che i membri ebrei della società sono osservatori migliori degli altri perché si sentono esclusi. Questo status di osservatore è stato messo in evidenza in modo molto efficace anche da Georg Simmel. Lo straniero non è mai così coinvolto come lo specialista all’interno del proprio gruppo.
Attraverso questa attività imprenditoriale, Karp sembra aver intuito che avrebbe potuto immaginare un futuro in cui si avrebbe il potere di cambiare la società.Karola Brede
Secondo lei, perché Alexander Karp non ha intrapreso una carriera accademica?
Il suo percorso attuale, così come il suo libro Technological Republic, suggeriscono una componente che mi sembra illusoria. All’Università di Francoforte c’era un certo numero di studenti che, in modo esplicito o implicito, avevano difficoltà a sopportare o ad accettare il ruolo del passato nazista e il peso che questo comportava. Alcuni hanno lasciato l’università per questo motivo. Alexander, tuttavia, ha fatto a lungo il contrario. Ne ha cercato a lungo le tracce. Questo lo attirava.
Alexander era alla ricerca di elementi tipici della Germania, di indizi che rimandassero al passato nazionalsocialista. Ho già citato l’esempio di von Friedeburg, nato nel 1924, ministro dell’Istruzione del Land dell’Assia e direttore dell’Istituto di ricerca sociale chiuso dai nazisti nel 1933, che indossava un’uniforme da ufficiale della Wehrmacht.
Ricordo anche il suo stupore nel vedere la sinagoga di Francoforte protetta da dissuasori. Dopo la partenza di Alexander, la città vi ha installato una stazione di polizia permanente. In una strada di Berlino, aveva osservato un poliziotto di guardia davanti a un memoriale dove, dopo il 1939, gli ebrei venivano radunati per essere deportati. Ciò che gli era sembrato sorprendente e sconcertante era che le minacce antisemite contro cui era diretta quella misura di polizia sembravano non esistere da nessuna parte.
Dopo la tesi, sembra tuttavia aver preso una svolta decisiva.
Una volta terminata, ha lasciato rapidamente la Germania. Si è recato prima nei paesi scandinavi, poi a San Francisco, dove ha incontrato Peter Thiel.
Tuttavia, questo cambiamento radicale — in particolare il passaggio dalla ricerca scientifica all’attività imprenditoriale — è degno di nota. Si tratta quindi di una domanda alla quale probabilmente solo lui può rispondere.
Penso che dovesse trovare un modo per uscire da questa estrema negatività — anche per quanto riguarda il suo atteggiamento personale nei confronti della riflessione contenuta nella sua tesi. Secondo Alexander, il gergo non regna solo in alcuni gruppi, ma nell’intera società. Ci si può quindi chiedere a quale società si riferisse realmente nella sua tesi. Si riferisce alla società tedesca o a quella americana — anch’essa oggetto di numerose critiche, ma che non sembrano essere al centro delle preoccupazioni? Attraverso questa attività imprenditoriale radicalmente diversa, sembra aver avuto l’idea di poter concepire un futuro in cui si avrebbe il potere di cambiare la società e di attuare l’idea di una società repubblicana grazie alla tecnologia. Il titolo del suo nuovo libro, The Technological Republic, è del resto del tutto rivelatore.
Fonti
Michael Steinberger, Il filosofo nella valle. Alex Karp, Palantir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza, New York, Simon & Schuster, 2025.
Discorso pronunciato dallo scrittore Martin Walser il 10 ottobre 1998, giorno in cui gli è stato conferito il Premio della Pace dei librai tedeschi. Il discorso suscitò polemiche per il modo in cui trattava la memoria del nazismo: Walser sosteneva infatti che nei media tedeschi si fosse instaurata «una routine di incriminazione», che rimproverava ai cittadini del Paese il passato nazista. La «strumentalizzazione di Auschwitz a fini attuali» avrebbe così agito come una sorta di «bastone morale».
Daniel Goldhagen, I carnefici volontari di Hitler. I tedeschi comuni e l’Olocausto, Parigi, Seuil, 1997.
Karola Brede e Alexander C. Karp, «Antisemitismo eliminatorio: come si può sostenere questa tesi?», Psyche, 1997, 51(6), pp. 606-628.
Jürgen Habermas, Teoria dell’agire comunicativo [in due volumi],Parigi, Fayard, 1987.
Talcott Parsons, La struttura dell’azione sociale, Glencoe, Free Press, 1937.
Theodor W. Adorno, Il gergo dell’autenticità, trad. Éliane Escoubas, Payot, 1989.
Karola Brede, «Il dibattito Walser-Bubis. L’aggressività come elemento del dibattito pubblico», Psyche, 54 (3), 2000, pp. 203-33.
Olivier Tesquet — «L’Iran è il palcoscenico su cui tutto ciò che Palantir ha costruito negli ultimi vent’anni diventa comprensibile.»
Al di là delle lezioni sull’Anticristo e del clamore suscitato dalle Crociate algoritmiche, l’azienda di Peter Thiel e Alex Karp si è resa indispensabile per il funzionamento degli Stati.
Ma dall’Ucraina all’Iran, essa definisce anche le linee del fronte.
In un’intervista approfondita, Olivier Tesquet, coautore insieme a Nastasia Hadjadji di Apocalypse Nerds (Divergences, 2025), analizza la geopolitica di una « azienda totemica del XXI secolo ».
Perché oggi Palantir è diventata un’azienda al centro dell’impresa trumpista volta a un cambio di regime negli Stati Uniti?
Palantir non si trova in questa posizione per caso o per semplice opportunismo. L’azienda è stata concepita, fin dall’inizio, come una teoria dello Stato.
Quando fu fondata nel 2004, nell’America dell’11 settembre, partiva da una diagnosi precisa: i servizi di intelligence statunitensi avevano fallito. Non per mancanza di informazioni, ma perché non disponevano della capacità di collegarle, interpretarle e trarne decisioni operative. Palantir intendeva, fin dalle sue origini, colmare questo vuoto. Ma la proposta non è semplicemente tecnica: racchiude una visione del potere.
Palantir è, a mio avviso, l’azienda simbolo del XXI secolo, sia per le circostanze della sua fondazione, sia per la sua attività, sia per il suo legame con il potere contemporaneo. Nessun’altra azienda incarna in modo così preciso ciò che questo secolo ha prodotto di più caratteristico: la fusione di sorveglianza, guerra, capitale e ideologia in un unico prodotto.
Di cosa si occupa concretamente Palantir?
In concreto, ciò che fa Palantir è produrre una « ontologia » — ci torneremo più avanti — ovvero riscrivere il mondo reale, tangibile, in un linguaggio proprietario. Le sue due soluzioni principali, Gotham e Foundry, aggregano fonti di dati eterogenee — banche dati amministrative, rapporti di intelligence, dati biometrici, precedenti penali, geolocalizzazione, social network, ecc. — per integrarle in un dashboard unificato e leggibile. Foundry si rivolge alle grandi imprese e alle amministrazioni civili, Gotham alle agenzie di sicurezza e di intelligence. Una terza piattaforma, AIP (Artificial Intelligence Platform), lanciata nel 2023, integra i grandi modelli linguistici direttamente in questi ambienti operativi, consentendo di interrogare masse di dati altrimenti inaccessibili a un operatore umano.
Cosa rende oggi unici i servizi che offre?
Palantir non vende dati, ma la capacità di dare loro un senso. La sfumatura è fondamentale, perché una volta insediata in un’amministrazione, Palantir opera ciò che nel settore del software viene definito un vendor lock-in — diventa un fornitore di cui non si può più fare a meno. In questo caso, non perché i suoi concorrenti siano meno validi, ma perché è diventata proprietaria della stessa comprensibilità delle decisioni.
I suoi sistemi si integrano nelle procedure interne, e questa dipendenza crea un potere discreto ma reale. Nel 2017, quando la polizia di New York ha voluto rescindere il contratto con Palantir, l’azienda ha ricordato di detenere la tecnologia, ovvero la capacità di leggere e interpretare le decisioni assistite dal computer. Lo stesso in Francia, quando la DGSI, al momento degli attentati del 2015, ha firmato con Palantir. All’epoca, Patrick Calvar, il capo dei servizi di intelligence interni, spiegava che si trattava di una soluzione temporanea. Dieci anni dopo, il Ministero dell’Interno ha appena rinnovato il contratto per la terza volta, mentre il ministro degli Affari esteri si è congratulato con Peter Thiel quando quest’ultimo è venuto in Francia lo scorso gennaio.
Non siamo gli unici a essere in una situazione di dipendenza. Nell’Unione europea, questo meccanismo di dipendenza ha generato due reazioni opposte: la resistenza o la vassallaggio forzato.
In Germania, la contestazione ha assunto una forma giuridicamente ambiziosa. Nel luglio 2025, un’associazione per la difesa delle libertà civili, la Gesellschaft für Freiheitsrechte, ha presentato un ricorso costituzionale contro l’uso del software VeRA — la versione bavarese di Gotham — sostenuto da una petizione con oltre 250.000 firme. Il Chaos Computer Club, la più antica associazione di hacker d’Europa, che sostiene il procedimento, riassume la questione con una precisione che vale per tutti i paesi interessati: la polizia si rende «dipendente per anni da un software deliberatamente opaco».
Ciò che il mercato acquista non è un bilancio: è una promessa escatologica. L’idea che Palantir sarà il sistema nervoso del prossimo ordine mondiale.Olivier Tesquet
Nel Regno Unito la situazione è opposta: oggi si contano 34 contratti tra Palantir e lo Stato britannico, dalla deterrenza nucleare alle tecnologie per le forze dell’ordine, per un valore superiore a 650 milioni di sterline — il che lo rende il principale cliente di Palantir dopo il governo statunitense. Le revolving doors funzionano a pieno regime, con l’assunzione di ex alti funzionari del Ministero della Difesa e visite ufficiali organizzate da intermediari come l’ex ambasciatore Peter Mandelson, la cui società di consulenza rappresentava Palantir e che da allora è stato arrestato nell’ambito del caso Epstein. Due paesi, due rapporti sullo stesso prodotto, ma in entrambi i casi è in gioco il vendor lock-in. È questo il vero prodotto, e non è un caso. Non dimentichiamolo, perché lo ha ribadito nel suo libro Da zero a uno : Thiel è un fanatico sostenitore dei monopoli.
È proprio per questo motivo che Palantir riveste un ruolo così centrale nell’opera di cambiamento di regime promossa dall’amministrazione Trump.
L’obiettivo del DOGE o dell’ICE non è semplicemente burocratico: è quello di trasferire il potere coercitivo dello Stato americano in un’architettura privatizzata e algoritmica. Nel bricolage tecnofascista dell’amministrazione Trump 1, Palantir non impone tanto un’ideologia dall’esterno. Si tratta piuttosto dell’infrastruttura più coerente con un esercizio del potere tecnofascista. Qualche anno fa, durante una sessione di domande e risposte su Reddit, un utente provocatorio aveva chiesto a Peter Thiel se Palantir fosse una copertura per la CIA, facendo riferimento al fondo di investimento dell’agenzia, In-Q-Tel, che l’aveva aiutata agli esordi. Thiel aveva risposto che era il contrario: la CIA era una copertura per Palantir. Era poco più di una battuta.
In quale contesto è stata quotata in borsa l’azienda?
Palantir è stata quotata in borsa nel settembre 2020, in un contesto significativo sotto diversi aspetti.
Ha optato per una quotazione diretta (una DPO, Direct Public Offering) anziché per una classica quotazione tramite IPO. Questa scelta tecnica non è casuale: consente di evitare le banche d’investimento come intermediari, di mantenere il massimo controllo sulla struttura azionaria e di accedere ai mercati pubblici senza diluire il potere dei fondatori. Ciò è coerente con la filosofia di Thiel, che ha sempre considerato Wall Street come un’istituzione parassitaria — utile come leva, non come partner.
Anche la tempistica è significativa. Il 2020 è l’anno del Covid e di ingenti appalti pubblici nel settore della sanità. Palantir si aggiudica in particolare un contratto con il Servizio Sanitario Nazionale britannico (NHS) per la gestione dei dati relativi alla pandemia — al prezzo di una forte polemica, che ancora oggi non si è placata. È anche l’anno in cui i titoli tecnologici salgono alle stelle, trainati dalla digitalizzazione forzata dell’economia mondiale. Palantir cavalca questa onda sfruttando al contempo una reputazione controversa, curata con attenzione sin dalle sue origini e presente persino nel suo nome, che deriva dall’universo de Il Signore degli Anelli: quella di un’azienda che sa cose che gli altri non sanno.
Al momento della quotazione, la capitalizzazione di mercato era di circa 15 miliardi di dollari. Oggi si avvicina ai 400 miliardi. Questa ascesa vertiginosa — che rende Palantir una delle società con la maggiore capitalizzazione nel settore della difesa, davanti a colossi storici come Lockheed Martin o Raytheon — è difficilmente spiegabile solo con i dati finanziari. Palantir registrerà perdite fino al 2023 e i suoi ricavi, sebbene in crescita, rimangono modesti rispetto alla sua capitalizzazione. Ciò che il mercato acquista non è un bilancio: è una promessa escatologica. L’idea che Palantir sarà il sistema nervoso del prossimo ordine mondiale.
Sì, anche se si presenta volentieri sotto le spoglie del pragmatismo tecnico.
Alex Karp lo afferma con una franchezza a volte sconcertante. Nel suo libro The Technological Republic, pubblicato all’inizio del 2025, sviluppa una tesi che merita di essere presa sul serio, soprattutto nel contesto della guerra in Iran: le democrazie occidentali starebbero perdendo la guerra tecnologica contro i loro avversari autoritari, non per mancanza di talento ma per mancanza di volontà. Gli ingegneri della Silicon Valley, secondo Karp, avrebbero sviluppato un’allergia al potere statale e alle questioni militari che li renderebbe collettivamente incapaci di mettere il loro genio al servizio della sopravvivenza dell’Occidente. Karp lo dice con una schiettezza abrasiva: un’intera generazione di ingegneri prodigi ha dedicato il proprio genio alla progettazione di app per la consegna di pasti e interfacce per la condivisione di foto, mobilitando miliardi di dollari e schiere di menti brillanti per soddisfare, dice, «i capricci della cultura capitalista tardiva», laddove i loro predecessori costruivano la bomba atomica e Internet. Per lui, l’adesione della Silicon Valley alla causa nazionale, che era un dato di fatto all’indomani della Seconda guerra mondiale, è svanita a favore di una comoda posizione di ritiro: perché rischiare la disapprovazione dei propri amici lavorando per l’esercito quando tirarsi indietro passa per etica? Si tratta, secondo Karp, di una diserzione morale oltre che di un errore strategico. Palantir sarebbe l’antidoto: un’azienda che si assume pienamente il compito di articolare tecnologia e potere sovrano.
Questo discorso, di cui si potrebbero contestare storicamente tutti i termini, ha una duplice funzione. Karp è un filosofo di formazione — ha discusso la sua tesi all’Università Goethe di Francoforte, nell’orbita intellettuale di Habermas, di cui del resto richiama la teoria della crisi di legittimità per giustificare la sua tesi centrale: le democrazie occidentali perderanno la loro credibilità se non riusciranno a garantire crescita e sicurezza. Il paradosso è gustoso: ci si arrampica sulle spalle di Habermas per arrivare a un’apologia della ragion di Stato algoritmica. Ma il discorso è anche profondamente strategico. Posizionandosi come difensore della civiltà occidentale di fronte ad avversari che, dal canto loro, «non si fermeranno a discutere i meriti delle tecnologie ad uso militare», Palantir si rende politicamente inattaccabile e commercialmente irresistibile per qualsiasi governo che non voglia apparire ingenuo di fronte alla Cina o alla Russia. L’ideologia è quindi qui indissociabile dal modello di business.
Ciò che si può dire con maggiore precisione su questa ideologia è che si fonda su una concezione profondamente schmittiana della politica: ci sono gli amici, ci sono i nemici, e la tecnologia ha il compito di distinguerli. Karp non cita Schmitt, ma la struttura del pensiero è identica. È esattamente ciò che fanno i software di Palantir: identificare, classificare, dare priorità agli obiettivi. Il prodotto è la materializzazione della dottrina.
Palantir si definisce ora un «marchio lifestyle». Cosa ci dice questo della sua strategia?
C’è un aspetto di Palantir che viene sottovalutato perché sembra superficiale: la sua deliberata trasformazione in marchio culturale.
Nel settembre 2025, Palantir ha lanciato una linea di merchandising — pantaloncini, cappellini, magliette — nell’ambito di una strategia apertamente promossa da Eliano Younes, il suo responsabile dell’impegno strategico, che ha semplicemente postato: «Palantir è un marchio lifestyle». Gli ordini arrivano accompagnati da un biglietto firmato di pugno da Karp: «Grazie per la vostra dedizione a Palantir e alla nostra missione di difendere l’Occidente. Il futuro appartiene a chi crede e a chi costruisce. E noi costruiamo per dominare ». Tra i prodotti disponibili c’è, ad esempio, una maglietta che lo raffigura con gli occhiali da sole, con il verbo « Dominate » stampato sul retro. Made in USA, ovviamente, e esaurita in pochi giorni.
La cosa più sorprendente è che Palantir non vende nient’altro al grande pubblico. Per definizione, le sue piattaforme sono riservate ai governi e alle multinazionali. Eppure, l’azienda ha una comunità di fan su Reddit, che la seguono come se fosse la loro squadra del cuore. Commentano i suoi contratti e festeggiano i suoi rialzi in borsa. Il suo CTO Shyam Sankar sta inoltre raccogliendo fondi per Founders Films, una società di produzione cinematografica con sede a Dallas, che intende proporre film sull’« eccezionalità americana », che si tratti di raccontare l’assassinio del generale iraniano Qassem Soleimani o di un adattamento in tre parti di Atlas Shrugged, la bibbia libertaria di Ayn Rand…
Tutti questi motivi ricordano i cartelli Support Our Troops che proliferavano sui prati americani durante la guerra in Iraq: Palantir è diventata un punto di riferimento culturale, una grammatica del potere, indipendentemente da qualsiasi rapporto commerciale diretto. È Gramsci applicato alla Silicon Valley: costruire un’egemonia culturale attorno a una visione del mondo prima ancora che questa visione si imponga a livello istituzionale. In questo senso, Palantir è un’impresa «metapolitica»: non si limita a fornire strumenti allo Stato, ma ne modella l’immaginario.
L’ideologia si fonda su una concezione profondamente schmittiana della politica: ci sono gli amici, ci sono i nemici, e la tecnologia ha il compito di distinguerli.Olivier Tesquet
Riguardo alla missione di Palantir, lei ha menzionato il concetto di ontologia: di cosa si tratta?
Vale davvero la pena soffermarsi su questa parola, perché non è stata scelta a caso. Anche in questo caso si tratta di una forma di appropriazione simbolica.
In filosofia, l’ontologia si interroga sulla natura dell’essere: ciò che esiste, come esiste e secondo quali categorie è possibile descriverlo. Quando Palantir chiama così uno dei suoi prodotti, lanciato nel 2021 per la sua piattaforma Foundry, non si tratta di filosofia da salotto. Rivendica qualcosa di molto più radicale: la capacità di definire ciò che esiste nel mondo di un’organizzazione, e quindi ciò che può essere visto, trattato, deciso.
In informatica, il termine «ontologia» compare già negli anni ’80 e ’90 per indicare un formalismo volto a strutturare la descrizione delle basi di conoscenza. Sebbene esista un legame con l’omonimo concetto filosofico, esso rimane relativamente labile. È tuttavia in questa accezione che Palantir Technologies riprende oggi il termine. L’« ontologia » informatica non è tuttavia né un’invenzione di Peter Thiel, Alex Karp, Joe Lonsdale o dei loro soci, né tantomeno una novità concettuale : si tratta di una buzzword ereditata dall’intelligenza artificiale degli anni ’90, ben precedente all’emergere dei grandi modelli linguistici.
In pratica, Ontology di Palantir è un livello software che modella gli oggetti del mondo reale — una persona, un veicolo, un evento, una transazione finanziaria — e le relazioni tra di essi, in un linguaggio unificato e interoperabile. Consente a sistemi informativi eterogenei, che prima non comunicavano tra loro, di condividere una stessa rappresentazione della realtà. Per un’amministrazione militare, ciò significa che le informazioni di intelligence umana, i dati satellitari, i flussi di comunicazione intercettati e i database logistici possono improvvisamente essere interrogati insieme, in tempo reale, in un’unica interfaccia.
Ciò che è in gioco qui va ben oltre l’impresa tecnica: definendo le categorie in cui il reale deve essere descritto per poter essere elaborato algoritmicamente, Palantir esercita un potere costituente sulla realtà dei propri clienti. Non si limita a trattare i dati: decide cosa conta come dato, cosa conta come minaccia, cosa conta come obiettivo. In questo senso, il nome tradisce l’ambizione: reificare il mondo e riscriverlo in un linguaggio proprietario.
La dimensione politica di questa scelta assume proporzioni vertiginose quando viene applicata al settore della repressione. Quando l’ICE utilizza gli strumenti di Palantir per rintracciare i migranti privi di documenti, non è un semplice database a funzionare, ma una suddivisione del mondo sociale in categorie operative: il regolare e l’irregolare, il cittadino e l’indesiderabile. Queste categorie non sono neutre; sono il prodotto di scelte politiche codificate nel software, rese invisibili dalla loro forma tecnica e quindi sottratte a qualsiasi dibattito democratico. E quando il sistema sbaglia — cosa che nessun software può evitare — anche l’errore è codificato nel software, poiché per definizione invisibile. La potenza del sistema risiede proprio nel fatto che rende illeggibili i propri fallimenti.
Che ruolo svolge Palantir nella repressione negli Stati Uniti in collaborazione con l’ICE?
Va innanzitutto ricordato che l’ICE non è un’invenzione di Trump. L’agenzia è stata creata da George W. Bush all’indomani dell’11 settembre 2001. Ma durante il secondo mandato di Trump, l’agenzia si è trasformata nel braccio armato di una politica di deportazione di massa dichiarata, dotata di mezzi notevolmente potenziati e, soprattutto, di un’infrastruttura tecnologica che ne ha cambiato radicalmente la portata. È qui che entra in gioco Palantir. Il contratto storico, firmato sotto Obama, si chiama FALCON. Sviluppato da Palantir per l’ICE dal 2014, è stato massicciamente esteso sotto Trump. FALCON aggrega dati provenienti da fonti estremamente eterogenee: fascicoli di arresto, precedenti penali, dati biometrici, informazioni sui veicoli, tabulati telefonici, social network, banche dati di altre agenzie federali e locali. Consente a un agente dell’ICE di costruire in pochi minuti un profilo completo di una persona, di localizzare i suoi familiari, di identificare le sue abitudini di spostamento e di pianificare un fermo. Lo si percepisce nelle deposizioni degli agenti davanti ai tribunali: senza questi strumenti, gli agenti dell’ICE sono costretti a improvvisare, come hanno dimostrato diversi video virali di arresti mancati, a Los Angeles o Chicago.
Più recentemente, Palantir ha sviluppato ImmigrationOS, progettato specificamente per coordinare l’intero ciclo di espulsione, dall’identificazione alla deportazione. Mentre FALCON aggrega i dati per individuare gli individui, ImmigrationOS mira a gestire il processo dall’inizio alla fine, esattamente come un sistema operativo — un OS — applicato a una popolazione. Il prodotto non è ancora pienamente operativo, ma il suo nome da solo rivela qualcosa che FALCON nascondeva ancora dietro un acronimo burocratico: l’immigrazione trattata come un banale problema di ottimizzazione software.
Ciò che rende il sistema particolarmente temibile — e particolarmente preoccupante — è la sua capacità di aggirare le città rifugio.
Di cosa si tratta?
Questi comuni, spesso a guida democratica, avevano compiuto la scelta politica di non collaborare attivamente con l’ICE, rifiutandosi di condividere le loro banche dati locali. Tuttavia, FALCON consente di ricostruire le informazioni mancanti incrociandole con altre fonti, rendendo questa resistenza istituzionale in gran parte inefficace. Le retate dell’estate 2025 in California, che hanno contribuito a scatenare le rivolte a Los Angeles, hanno reso visibile questo dispositivo fino ad allora discreto. Hanno anche ricordato una realtà: non sono solo gli agenti federali a decidere le espulsioni, ma un algoritmo proprietario, progettato da una società quotata in borsa, i cui criteri di selezione non sono soggetti ad alcun controllo democratico.
Il direttore dell’ICE, Todd Lyons, ha del resto sintetizzato l’ambizione del sistema con una frase agghiacciante: vuole trasformare la sua agenzia in un «Amazon Prime degli esseri umani». Quella che avrebbe dovuto essere un’analogia infamante viene rivendicata come missione aziendale. La logica è quella della catena logistica applicata all’essere umano: identificare, localizzare, raccogliere, consegnare. E questa logica ha ormai la sua architettura fisica, dato che l’ICE sta acquistando in massa magazzini che intende convertire in centri di detenzione. Questi edifici mi fanno pensare, tra l’altro, a un’altra infrastruttura che prolifera ovunque negli Stati Uniti: i data center. In un caso si immagazzinano dati. Nell’altro, corpi. Si pensa immediatamente a ciò che lo storico Johann Chapoutot ha dimostrato sul nazismo: l’orrore non procede per eccesso, ma per razionalizzazione amministrativa. La ricercatrice italiana Francesca Bria parla invece di Authoritarian Stack — l’accumulo di strati tecnici e logistici che, presi separatamente, sembrano rientrare nella semplice gestione, ma la cui integrazione produce un’infrastruttura di reclusione totale: algoritmica da un lato, fisica dall’altro. Ciò che cambia sotto Trump è che questa logica è ormai pienamente assunta, quasi rivendicata, nel cuore della più grande democrazia del mondo — o di ciò che ne resta.
Palantir è diventata un punto di riferimento culturale, una sorta di «grammatica del potere», a prescindere da qualsiasi rapporto commerciale diretto.Olivier Tesquet
E al di fuori degli Stati Uniti?
Gaza e l’Ucraina sono i due teatri in cui Palantir è più visibile al di fuori degli Stati Uniti, ma illustrano due logiche piuttosto diverse.
In Ucraina, Palantir è presente sin dall’inizio dell’invasione russa. Alex Karp si è recato a Kiev, è stato ricevuto da Zelensky, e l’azienda ha fornito le proprie piattaforme — in particolare Gotham — alle forze armate ucraine per l’intelligence, la pianificazione operativa e il puntamento dell’artiglieria. Si tratta di un caso esemplare di ciò che Palantir considera la sua missione civile: mettere la potenza dell’IA al servizio delle democrazie occidentali contro i loro avversari autoritari. La guerra in Ucraina è stata, da questo punto di vista, una straordinaria vetrina commerciale per Karp. Ha permesso a Palantir di dimostrare in condizioni reali l’efficacia dei suoi sistemi e di acquisire una credibilità operativa che nessuna dimostrazione commerciale avrebbe potuto produrre. Non è esagerato affermare che l’Ucraina è stata per Palantir ciò che la guerra del Golfo era stata per l’industria della difesa americana negli anni ’90: un laboratorio a grandezza naturale e, al contempo, un argomento di vendita. Questa vetrina ha tuttavia i suoi limiti. Dal ritorno al potere di Trump, Palantir si trova stretta in una morsa tra i suoi contratti ucraini e il suo crescente allineamento con un’amministrazione Trump desiderosa di negoziare con Mosca. Karp continua a sostenere pubblicamente Kiev, ma la tensione è reale. La «difesa dell’Occidente» si incrinava quando l’Occidente stesso cambiava campo.
Gaza è una questione molto più complessa. Palantir fornisce strumenti all’IDF da diversi anni, e le rivelazioni sull’uso dei sistemi di IA nella conduzione delle operazioni militari israeliane hanno messo in luce una realtà che l’azienda preferisce non approfondire. I sistemi noti come Gospel e Lavender sono strumenti di generazione automatizzata di bersagli, che producono raccomandazioni su obiettivi militari a un ritmo e su una scala che nessun analista umano potrebbe eguagliare. Inchieste giornalistiche, in particolare quelle del media israelo-palestinese +972, hanno documentato il modo in cui questi sistemi contribuiscono a una logica di targeting di massa, in cui la soglia di tolleranza ai danni collaterali è stata algoritmicamente innalzata. Gospel e Lavender sono sistemi sviluppati internamente dall’unità 8200 delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e, in quanto tali, non sono prodotti Palantir, ma questa distinzione non è sufficiente a scagionare l’azienda.
Ciò che Palantir fornisce all’esercito israeliano è l’infrastruttura su cui questi sistemi possono operare. Palantir forse non individua direttamente gli obiettivi, ma crea l’ambiente cognitivo in cui questi vengono individuati.
Nel contesto della guerra in Iran, il conflitto che oppone Anthropic al Pentagono accentua ulteriormente la questione della responsabilità infrastrutturale legata a Palantir…
Infatti, Anthropic era stata la prima azienda di intelligenza artificiale autorizzata a operare sulle reti classificate del Pentagono grazie a una partnership con Palantir avviata nel 2024.
Quando il Wall Street Journal ha rivelato che Claude era stato utilizzato nell’operazione statunitense che ha portato al rapimento di Nicolás Maduro a Caracas nel gennaio 2026, Anthropic ha chiesto a Palantir di chiarire in che modo esatto fosse stato impiegato il suo modello, provocando quella che le fonti descrivono come una rottura nei rapporti tra l’azienda e il Pentagono. Sempre secondo il Wall Street Journal, il comando americano avrebbe utilizzato Claude anche per valutazioni di intelligence, identificazione di obiettivi e simulazioni di combattimento durante gli attacchi contro l’Iran, solo poche ore dopo che Trump aveva ordinato a tutte le agenzie federali di smettere di utilizzare gli strumenti di una società che ora descrive come parte di una sorta di internazionale wokista. In totale, nei primi giorni del conflitto sarebbero stati colpiti più di 1200 obiettivi iraniani, coordinati in poche ore e richiedendo cento volte meno soldati rispetto all’Iraq. La compressione non significa che non ci sia più l’uomo nel ciclo decisionale, ma che l’uomo è ridotto a un ruolo sempre più simbolico.
Palantir è un’azienda «metapolitica»: non si limita a fornire strumenti allo Stato, ma ne plasma l’immaginario.Olivier Tesquet
Al di là delle inevitabili prese di posizione a livello comunicativo, questa vicenda rivela ben più di un semplice conflitto contrattuale.
È una sorta di vendor lock-in al contrario: non è più il cliente a essere vincolato dal partenariato che ha stretto, ma il fornitore a non poter più controllare come viene utilizzato il suo prodotto. Anthropic aveva esplicitamente previsto delle misure di salvaguardia contro le armi autonome e la sorveglianza di massa (almeno quella dei cittadini americani…), e Dario Amodei si è rifiutato di eliminarle, a rischio di perdere i suoi contratti governativi. Ma non è bastato: una volta integrata nell’infrastruttura di Palantir, la sua tecnologia aveva perso in parte il controllo delle proprie condizioni d’uso.
Ciò che Gaza e il caso Anthropic dimostrano insieme è una tensione intrinseca a Palantir: l’azienda si presenta come paladina delle democrazie occidentali e dei loro valori, ma i suoi strumenti sono al servizio di qualsiasi potenza in grado di pagarseli e che si inserisca in un arco geopolitico di imperialismo dichiarato. La designazione del nemico, funzione schmittiana per eccellenza, è qui affidata a un algoritmo.
Chi è un bersaglio legittimo? La questione non viene più decisa da un giudice, da un parlamento o persino da un alto ufficiale: è il risultato di un sistema di ottimizzazione i cui parametri sono proprietari e opachi. È forse in guerra che si rivela la teoria dello Stato di Palantir.
Cosa si sa delle attività di Palantir nel contesto della guerra in Iran?
È qui che tutto ciò che Palantir ha costruito negli ultimi vent’anni diventa chiaro.
Il sistema al centro delle operazioni si chiama Maven e integra Claude, il modello di Anthropic. La sua storia è di per sé rivelatrice: Maven è un programma lanciato dal Pentagono nel 2017 per analizzare automaticamente le immagini provenienti dai droni militari. Google si era aggiudicata l’appalto, prima che migliaia dei suoi ingegneri si ribellassero internamente, costringendo l’azienda a ritirarsi. È stata Palantir a raccogliere il testimone, facendone il fulcro del proprio posizionamento nel settore militare.
Dall’inizio dei bombardamenti statunitensi e israeliani alla fine di febbraio 2026, gli Stati Uniti avrebbero colpito oltre 2.000 obiettivi, di cui 1.000 nelle prime 24 ore. L’ammiraglio Brad Cooper, capo del comando militare americano per il Medio Oriente (CENTCOM), ha descritto l’operazione come due volte più vasta dell’operazione Shock and Awe in Iraq nel 2003. Un ritmo del genere è impossibile senza un massiccio supporto algoritmico. Mentre l’invasione dell’Iraq mobilitava 2.000 analisti per l’individuazione degli obiettivi, l’operazione iraniana ne mobilita cento, forse mille volte meno.
Ciò che questa sequenza rivela non è tanto la potenza del sistema quanto la profondità della sua integrazione. Quando Anthropic ha cercato di scoprire come fosse stato utilizzato Claude durante il rapimento di Maduro nel gennaio 2026, il CTO del Dipartimento della Guerra si è allarmato: «E se il software si guastasse? E se si attivasse un meccanismo di sicurezza? E se si verificasse un rifiuto durante una prossima operazione, mettendo in pericolo i nostri soldati?»
Si parla molto di Peter Thiel e Alex Karp: qual è, concretamente, il loro potere d’azione oggi?
Thiel e Karp si sono a lungo presentati come una coppia di opposti.
Thiel, il libertario nemico della modernità politica, ideologo dichiarato, finanziatore di J.D. Vance e delle cause reazionarie.
Karp, il filosofo di sinistra, allievo di Habermas, colui che votava per i democratici e lo faceva sapere.
Questa strategia del good cop, bad cop si è rivelata straordinariamente utile dal punto di vista commerciale: consentiva a Palantir di vendersi a amministrazioni di ogni orientamento politico, su entrambe le sponde dell’Atlantico, senza mai apparire ideologicamente compromettente. Come osserviamo in Apocalypse Nerds, Karp oggi non è più un contrappeso a Thiel — ammesso che lo sia mai stato : è semplicemente un secondo bad cop.
Per quanto riguarda il potere di Thiel, oggi è meno visibile rispetto a tre anni fa. Ha lasciato il consiglio di amministrazione di Palantir nel 2022 e non ha finanziato direttamente Trump nel 2024. Ma sarebbe ingenuo concludere che si sia ritirato. La sua influenza è strutturale: ha plasmato il «Thielverse», come lo definisce il suo biografo Max Chafkin — quell’ecosistema di imprenditori, investitori e politici formati a contatto con lui, che ora occupano posizioni chiave nell’amministrazione e nell’economia americana. J. D. Vance ne è l’esempio più eclatante, ma ce ne sono decine di altri. Thiel non ha più bisogno di essere presente se i suoi ex protetti sono lì per lui.
Karp, dal canto suo, ha acquisito maggiore spessore. In qualità di amministratore delegato, è il volto pubblico di Palantir, colui che testimonia davanti al Congresso, concede interviste e ora pubblica libri. Il suo potere d’azione è al tempo stesso operativo e retorico: decide sui contratti, ma costruisce anche il quadro narrativo in cui tali contratti diventano accettabili. La sua performance pubblica, quella di un personaggio eccentrico, neuroatipico, che fa flessioni durante le interviste, è indissociabile dalla strategia commerciale dell’azienda.
Palantir fa progressi laddove le procedure sono poco trasparenti, le emergenze sono reali o inventate e le alternative inesistenti.Olivier Tesquet
Chi sono le altre figure chiave dell’azienda?
Joe Lonsdale è il cofondatore meno conosciuto dal grande pubblico, ma uno dei più attivi sul piano politico.
Ha lasciato Palantir nel 2009 per fondare 8VC, una società di venture capital fortemente impegnata nei settori della difesa e della sicurezza, e gravita nell’orbita diretta dell’amministrazione Trump. È uno degli architetti discreti di questo nuovo complesso militare-industriale, e le sue recenti dichiarazioni pubbliche danno la misura del personaggio: nel dicembre 2025, su X ha invocato il ripristino delle impiccagioni pubbliche per i criminali recidivi, in nome della necessità di ripristinare una «leadership maschile» in America. Poche settimane dopo, in seguito alle sparatorie durante le manifestazioni a Minneapolis nel gennaio 2026, ha definito i manifestanti «un’insurrezione illegale organizzata». Si potrebbe vedere in questo una provocazione gratuita, ma è la coerenza di un uomo che ha anche fondato il Cicero Institute, un think tank conservatore autore di proposte legislative per criminalizzare il fenomeno dei senzatetto, adottate da allora in otto Stati americani.
Si può citare anche Shyam Sankar, direttore tecnico di Palantir. È lui che incarna al meglio la dottrina operativa dell’azienda. È lui a promuovere internamente la teoria del « human-machine teaming »: l’idea che l’IA non sostituisca l’operatore umano ma lo potenzi, consentendogli di gestire volumi di informazioni altrimenti inaccessibili. Questa dottrina è centrale nel posizionamento commerciale, in particolare di fronte alle critiche sull’autonomizzazione dei sistemi d’arma.
Ma al di là dei singoli casi, Palantir e i suoi fondatori hanno anche creato un’infrastruttura di riproduzione ideologica.
Da quindici anni, Thiel offre una borsa di studio di 200.000 dollari a giovani talenti affinché abbandonino l’università e fondino un’impresa. Al di là del semplice incubatore, vi vedo un dispositivo di trasformazione antropologica all’interno del quale si ritrovano gli elementi costanti dei fascismi storici: il culto della gioventù come risorsa strategica da inquadrare prima che venga «contaminata» dalle mediazioni liberali; l’anti-intellettualismo dichiarato, che strappa i giovani uomini — essenzialmente — alle pesantezze accademiche con il pretesto dell’emancipazione, ma soprattutto sfrutta una immaturità strategica; la naturalizzazione delle disuguaglianze, l’idea che il genio si manifesti presto e sia segno di un’attitudine biologica a creare e quindi a governare; e un’ideologia della velocità, che valorizza il passaggio immediato all’azione e l’aggiramento delle istituzioni come strategia per bypassare la politica. La Thiel Fellowship non è un semplice aiuto finanziario: è un luogo di formazione di contro-élite convinte, come lo stesso Thiel, che la democrazia sia un inutile attrito.
Palantir ha del resto esteso questa logica con il proprio programma, il Meritocracy Fellowship, che recluta già dalle scuole superiori per, come si legge, «evitare l’indottrinamento», in altre parole l’università. Karp, dal canto suo, ha annunciato il lancio di una borsa di studio destinata alle persone neuroatipiche. Dà così corpo a una teoria che circola in certi ambienti dell’alt-right: il weaponized autism, «l’autismo armato», l’idea secondo cui individui presumibilmente distaccati dagli affetti costituirebbero un braccio armato ideale, menti che funzionano come algoritmi. Il fatto che Karp riprenda questa logica sotto le spoglie dell’inclusione la dice lunga sull’essere umano di cui sogna Palantir e su ciò che intende per intelligenza — in un ambiente tecnologico molto sensibile all’eugenetica.
Cosa si sa dei rapporti e dei contratti di Palantir al di fuori dell’Europa e degli Stati Uniti?
L’impronta geopolitica di Palantir è notevole e volutamente oscura.
L’azienda non rende pubblico l’elenco dei propri clienti e una parte significativa dei suoi contratti passa attraverso entità giuridiche che rendono difficile la tracciabilità.
In Medio Oriente, la sua presenza è massiccia e dichiarata. Palantir ha avviato la sua prima joint venture negli Emirati Arabi Uniti per implementare le proprie piattaforme nei settori civile e governativo. Lo stesso Karp ha affermato che l’Arabia Saudita e gli Emirati «stanno adottando queste tecnologie in un modo da cui vorrebbe che l’Europa occidentale prendesse ispirazione». Nella zona indo-pacifica, Palantir è presente in Giappone, Corea del Sud e Australia, nell’ambito di una logica di cooperazione in materia di difesa con gli alleati degli Stati Uniti. In America Latina, la presenza documentata è soprattutto in Brasile, dove Palantir collabora con agenzie governative nel campo della sanità pubblica e dell’istruzione. L’azienda è assente in Cina e in Russia, il che è coerente con il suo posizionamento ideologico, ma anche con i vincoli normativi statunitensi sulle esportazioni di tecnologie sensibili.
Ciò che questa mappa rivela, in sostanza, è che Palantir non sceglie i propri clienti in base alle loro virtù democratiche, nonostante le dichiarazioni di Karp. L’azienda punta sugli Stati che hanno i mezzi per pagare, sulle crisi che creano un senso di urgenza e sui regimi che sollevano poche obiezioni riguardo alla sorveglianza di massa. Dove c’è un nemico da individuare, c’è un mercato per Palantir.
Ma per controbilanciare la tentazione di una lettura totalizzante, aggiungerò che questa espansione presenta anche dei punti deboli. Palantir si afferma laddove le procedure sono opache, le emergenze reali o inventate e le alternative inesistenti. Laddove esistono contrappesi, grazie alla presenza di giurisdizioni indipendenti, appalti pubblici trasparenti e società civili organizzate, il modello non attecchisce. La Germania ne è l’esempio più documentato, ma non l’unico. Pur non essendo una consolazione sufficiente, è un indicatore: la dipendenza non è una fatalità, è il prodotto di scelte politiche. Può quindi essere sconfitta, anch’essa, da scelte politiche.