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«Attento a ciò che desideri»: I cambiamenti di rotta nei rapporti tra la NATO e la “difesa europea”_di Hajnalka VINCZE

«Attento a ciò che desideri»:

I cambiamenti di rotta nei rapporti tra la NATO

e la «difesa europea»

Hajnalka VINCZE

Non-Resident Fellow presso il Foreign Policy Research Institute

(FPRI) di Filadelfia40, analista indipendente di politica internazionale e di difesa.

Dopo aver sentito esperti e responsabili politici annunciare, anno dopo anno, ora il riequilibrio dell’Alleanza, ora l’emancipazione dell’Europa, è difficile accogliere l’ennesimo slancio di questo tipo senza un briciolo di scetticismo. Eppure, questa volta, una vasta trasformazione è davvero in atto nelle relazioni transatlantiche.

Non sono le innumerevoli grida di guerra «indipendentiste» da parte europea a dimostrarlo, né le numerose dichiarazioni accese da parte americana.

Se dipendesse solo da questo scontro verbale, si potrebbe temere, o sperare, a scelta, in un ritorno alla normalità prima o poi. Purtroppo, dietro questo scontro retorico si nascondono motivazioni ideologiche, prima fra tutte il vecchio tema del federalismo.

La messa in primo piano di concetti un tempo tabù rivela un vero e proprio cambiamento di mentalità. Solo dieci anni fa, i termini «autonomia strategica» e «preferenza europea» erano mal visti nell’Unione europea. Le uniformi erano bandite dai corridoi del Consiglio, l’idea stessa di un uso militare dei progetti spaziali europei come Galileo e Copernicus era considerata un anatema – per paura di dare l’impressione di costruire un’alternativa alla NATO e provocare così il «disimpegno» degli americani.

Ma i tempi sono radicalmente cambiati. Oggi la «difesa» viene sbandierata in ogni occasione, e i burocrati di Bruxelles non fanno altro che ripetere le parole «autonomia» e «preferenza europea». Per di più, politici e analisti ora attaccano il sancta sanctorum: un tempo vacca sacra delle relazioni transatlantiche, l’articolo 5 del trattato NATO viene improvvisamente relativizzato per mettere in evidenza l’incertezza intrinseca della garanzia statunitense.41

Le dichiarazioni dei responsabili europei testimoniano ciò che l’ambasciatore francese presso la NATO ha definito «uno shock vertiginoso sul piano psicologico».42 Subito dopo le elezioni tedesche, il futuro cancelliere Friedrich Merz indicava che la sua priorità assoluta sarebbe stata quella di «rafforzare l’Europa affinché potessimo diventare indipendenti dagli Stati Uniti ».43 Qualche mese dopo, tornò alla carica. Alla fine del 2025, mise in guardia i suoi omologhi sull’importanza della posta in gioco, ovvero «decidere dell’indipendenza europea ».44 La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, aveva inviato, in primavera, una lettera ai capi di Stato e di governo in cui spiegava: «I fondamenti dell’ordine del dopoguerra sono scossi. L’Europa deve essere responsabile della propria deterrenza e della propria difesa».45 Chiude l’anno dichiarando che, per l’Europa, è «il momento dell’indipendenza» .46 Il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, arriverà addirittura a dire che gli europei devono proteggersi dai propri alleati.47

Una doppia spiegazione convenzionale viene avanzata ovunque per comprendere questo drammatico cambiamento di clima. La presa di coscienza europea sarebbe dovuta alla percezione della minaccia russa da un lato e, dall’altro, all’imprevedibilità americana sotto il presidente Trump.48 Questi due fattori entrano ovviamente in gioco, ma non spiegano tutto. Le motivazioni ideologiche pesa altrettanto e porta a una curiosa inversione dei ruoli. Gli atlantisti di un tempo, largamente maggioritari, non si riconoscono più nell’America «populista» e sono diventati, per questo motivo, i paladini dell’autonomia europea. Al contrario, i sostenitori tradizionali dell’autonomia strategica, per lo più sensibili alle questioni di sovranità, cominciano ad avere dei dubbi su come le forze integrazioniste si siano appropriate dell’obiettivo originario. Questa dimensione ideologica costituisce la grande novità dell’attuale crisi transatlantica. All’interno della NATO, una battaglia di idee oppone i «Due Occidenti»49: i governi europei e l’America di Trump. Da parte dell’UE, le aspirazioni federaliste sono tornate, sperando di prevalere sulla logica intergovernativa, con il pretesto dell’urgenza geopolitica.

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  1. La «difesa europea» esce allo scoperto

Nell’Unione europea, il settore della difesa sta vivendo un periodo di crescita senza precedenti: le misure si susseguono a un ritmo frenetico e, soprattutto, interrogativi fondamentali, finora messi sotto il tappeto, vengono ora affrontati di petto e posti in cima all’agenda. Per una volta, le due parti del termine «difesa europea» assumono pienamente il loro significato: nelle politiche condotte sotto la sua egida, l’aspetto militare prende ormai il sopravvento su quello civile e le iniziative vengono concepite con un’esigenza di autonomia. La Francia si compiace di questa presa di coscienza che sostiene da decenni. Resta il fatto che questa nuova situazione non è priva di pericoli: il progetto che Parigi avevaportato avanti a fatica rischia di sfuggirle.

11 – Una dinamica mozzafiato

Nel suo ultimo libro sulla difesa europea, Nicolas GrosVerheyde intitola un capitolo evocando «La trasformazione militare europea».50 Si tratta, infatti, dell’aspetto più spettacolare dei recenti cambiamenti. Solo pochi anni fa ancora, nelle politiche e nelle iniziative cosiddette «difesa», la componente militare poteva essere introdotta solo di nascosto, l’UE teneva a talpunto alla sua immagine di «potenza civile».

 Attualmente, è il contrario a verificarsi. Nell’aprile 2025, Charles Fries, segretario generale aggiunto del Servizio europeo per l’azione esterna dell’UE riassume così il fenomeno: « In servizio da cinque anni presso il SEAE, ho potuto constatare quanto le tematiche di sicurezza e militari abbiano acquisito importanza nell’agenda europea. Rafforzare la sicurezza e la difesa dell’Europa costituisce la priorità della nuova alta rappresentante, la signora Kallas, e l’UE dispone ormai di un commissario alla difesa. Inoltre, il Parlamento europeo dispone di una commissione per la difesa a pieno titolo e i capi di Stato e di governo affrontano ora questo tema praticamente in tutti i Consigli europei.»51

Il Fondo europeo per la pace si è trasformato per consentire, per un importo di 17 miliardi di euro, l’acquisto e/o il rimborso delle forniture di armi all’Ucraina. Le regole sugli investimenti nella difesa sono state rese più flessibili, sia per la Banca europea per gli investimenti sia attraverso la sospensione della tassonomia. I ventitré membri dell’Agenzia spaziale europea hanno adottato una risoluzione, accompagnata da un budget record di 22 miliardi di euro, che riorienta le attività dell’ESA verso la sicurezza e la difesa.52 Il Collegio d’Europa lancia un corso di un anno, specializzato in strategia e difesa. La missione di assistenza militare EUMAM Ucraina è la più importante missione PSDC (politica estera e di difesa comune dell’ UE) ad oggi, avendo permesso l’addestramento di 75.000 soldati ucraini e l’attivazione di due quartier generali di addestramento, in Germania e in Polonia. La Capacità di dispiegamento rapido (CDR), prevista dalla Bussola strategica del 2022, forte di 5.000 uomini, è ora operativa e testata durante esercitazioni che, dal 2023, sono esercitazioni reali.53 Segno del nuovo clima, più «militare», all’interno dell’UE, sempre più riunioni si svolgono ora a porte doppie chiuse: solo tra i capi, senza alcun consigliere, a porte chiuse e senza dispositivi elettronici.54

L’altro grande cambiamento riguarda l’ imperativo dell’autonomia.

L’esigenza di autonomia strategica anima attualmente tutte le iniziative. Tutte sono concepite con l’idea di un approccio a 360°, un termine in codice per mettere gli Stati Uniti, a Ovest, sullo stesso piano delle sfide di sicurezza del fianco Sud e del fianco Est.55 E questa diffidenza nei confronti dell’alleato americano si traduce ormai intermini concreti. Éric Trappier ricorda che all’epoca, insieme a Serge Dassault, «eravamo stati tra i primi a perorare a Bruxelles la preferenza europea, ma l’ambasciata francese riteneva allora che si trattasse di una provocazione ».56 In pochi anni, tutto è cambiato. Numerosi elementi della preferenza europea figurano in ciascuno degli strumenti messi in atto negli ultimi due anni. La strategia europea per l’industria della difesa (EDIS) presentata nel marzo 2024 propone tre indicatori a tal fine: entro il 2030, almeno il 40% delle attrezzature di difesa dovrà essere acquistate congiuntamente; il valore del commercio di armi all’interno dell’UE dovrà rappresentare almeno il 35% del valore del mercato della difesa dell’Unione; e non meno del 50% del budget degli appalti pubblici della difesa dovrà essere speso all’interno dell’UE (con un obiettivo del 60% entro il 2035). 57

È difficile confutare l’argomento – già sentito all’inizio del 2000, al momento del lancio della PSDC – secondo cui, di fronte a un aumento senza precedenti dei bilanci militari, i contribuenti europei non capirebbero perché, nonostante un tale investimento, i loro paesi debbano rimanere sotto la protezione degli Stati Uniti, in una posizione di dipendenza. I diplomatici francesi hanno quindi gioco facile nel far valere la logica preferenziale, spiegando che il denaro europeo deve andare all’industria europea. Come osserva Charles Fries: «Le linee di forza si sono chiaramente spostate all’interno dei Venti-Sette. Il tema di un’Europa sovrana e di un’autonomia strategica europea, portato avanti da anni dalla Francia, torna in auge». Il principio è oggi acquisito, anche se i dettagli della sua attuazione – i famosi criteri di ammissibilità per il finanziamento di acquisti e programmi, ovvero la percentuale di componenti extraeuropei, l’ubicazione dell’autorità di progettazione, l’assenza di restrizioni d’uso – rimangono «un argomento di divisione all’interno dell’Unione».58

12 – L’armamento al centro

La strategia EDIS è accompagnata da una proposta di regolamento che istituisce l’EDIP (Programma per l’industria europea della difesa). Questa mira ad ampliare l’ambito e la durata di applicazione degli strumenti precedentemente istituiti, quali ASAP per il sostegno alla produzione di munizioni ed EDIRPA per gli acquisti comuni di equipaggiamenti di difesa.59 Passare da misure puntuali di emergenza a strutture permanenti non è una cosa da poco. La Strategia lo afferma: «È tempo di passare dalle risposte di emergenza alla preparazione strutturale dell’UE in materia di difesa». La Commissione si posiziona come «facilitatore» imprescindibile nel settore degli armamenti, al crocevia tra la politica industriale e la politica estera e di difesa. Approfittando della breccia aperta dalla guerra in Ucraina, appare come l’istanza più adatta a orchestrare al contempo un aggregazione della domanda, una ristrutturazione dell’offerta e l’attrazione di capitali privati.60 L’EDIP, adottato nel dicembre 2025 e dotato di 1,5 miliardi di euro, ha lo scopo di aumentare la produzione, incoraggiare gli acquisti congiunti e propone una serie di nuove misure e nuovi strumenti, come il Fondo per l’accelerazione della trasformazione delle catene di approvvigionamento nel settore della difesa (FAST) o la struttura per i programmi di armamento europei (SPAE)61

La mobilitazione dei fondi avviene essenzialmente attraverso il PianoReArm Europe.62 Questo comprende due parti. La prima è  una clausola di deroga nazionale al Patto di stabilità e crescita per le spese di difesa. Secondo i calcoli della presidente von der Leyen: «se gli Stati membri aumentassero le loro spese di difesa fino all’1,5% del PIL in media, ciò consentirebbe di creare un margine di manovra di bilancio di circa 650 miliardi di euro in quattro anni».

 La seconda parte è un nuovo strumento di prestiti denominato SAFE (Security Action for Europe), dotato di 150 miliardi di euro, destinato agli Stati membri che desiderano investire in modo congiunto. Secondo von der Leyen, SAFE «permetterà agli Stati membri di mutualizzare la domanda e di procedere ad acquisti comuni». Fino a dicembre 2025, diciannove paesi hanno presentato domanda per un importo di 190 miliardi di euro, 40 miliardi in più rispetto alla dotazione disponibile, ma, alla fine, solo il 65% delle somme prestate andrà a acquisti congiunti, mentre il resto servirà per acquisizioni nazionali.63

Ciò non impedisce che i finanziamenti europei abbiano un effetto leva: il programma EDIRPA, dotato di 300 milioni di euro, avrebbe contribuito a un volume di ordini pari a 11 miliardi. Tuttavia, tutti questi miliardi mobilitati hanno chiaramente lo scopo di incoraggiare gli Stati membri a sviluppare e acquistare «in Europa». Il termine implica due cose. Da un lato l’indipendenza rispetto a  paesi esterni, ma anche, dall’altro, il superamento dei confini nazionali.

Al centro di questo attivismo «difensivo» c’è un inganno. La Commissione si difende da qualsiasi intento politico, di natura federalista, spiegando che rimane nel proprio ambito stretto e agisce «solo» sugli aspetti industriali e tecnologici. D’altro canto, per incoraggiare una maggiore azione nel settore, spiega quanto la BITDE costituisca la condizione sine qua non di qualsiasi politica di difesa degna di questo nome. Diventata paladina dell’autonomia strategica europea, il collegio di Bruxelles sottolinea anche i rischi di qualsiasi dipendenza da terzi. Solo che ciò che vale in un caso vale anche nell’altro. Se, senza una base industriale e tecnologica di difesa sovrana, non c’è politica di difesa, e se questa base ha senso solo se è indipendente, allora diventa difficile sostenere che l’europeizzazione a passo forzata della BITD lasci intatto il margine di manovra degli Stati membri nella conduzione della loro politica di difesa.

13 – Una federalizzazione strisciante

La Commissione europea afferma di «non essere interessata a un accaparramento di potere», ma le sue iniziative assomigliano ben a un assalto contro ciò che i trattati concepiscono come riserva degli Stati. L’articolo 346 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea stabilisce una deroga alle regole del mercato comune e conferisce a ciascuno Stato membro il diritto sia di escludere dall’ambito comunitario tutto ciò che riguarda alla produzione e al commercio di materiale bellico e di non divulgare alcuna informazione alle autorità di Bruxelles.64 Con EDIP, questa esenzione viene direttamente messa in discussione. A cominciare dal diritto alla riservatezza: la mappatura delle catene di approvvigionamento, il catalogo centralizzato dei prodotti di difesa e il monitoraggio delle capacità di produzione proposti dalla Commissione costituirebbero un’intrusione nel cuore delle informazioni sensibili delle nazioni. Thierry Breton si rallegra del fatto che un’«autorità politica europea possa vedere cosa succede in tutte le fabbriche del continente, mentre prima erano gelosamente nascoste da ciascun paese».65

E non è tutto. La Commissione vuole attribuirsi il diritto di adottare misure di intervento diretto e di effettuare ordini prioritari qualora venga dichiarato uno «stato di crisi di approvvigionamento» venga dichiarato dal Consiglio… a maggioranza qualificata. Intende inoltre presiedere il nuovo Consiglio di preparazione industriale per la difesa. Tante invasioni di competenze giuridicamente contestabili– e contestate. Tre mesi esatti dopo l’annuncio dell’EDIP, il Senato francese ha concluso che la proposta di regolamento non è conforme ai principi enunciati nei trattati.66 Ha osservato che la Commissione fonda il proprio testo su quattro basi giuridiche (articoli 173, 114, 212 e 322), tralasciando l’articolo 42, che è tuttavia quello che disciplina il settore della difesa. La proposta conferirebbe così alla Commissione un ruolo che i trattati non le attribuiscono, in un settore di competenza nazionale in cui il quadro naturale della cooperazione è intergovernativo. Secondo il Senato, l’intenzione è chiara: «la Commissione voleva proporre un testo globale, in una logica esclusivamente comunitaria». 67

A più di un anno di distanza, l’obiettivo rimane lo stesso. Il pacchetto di misure «volte a ridurre le formalità amministrative» (Omnibus Difesa) in nome della semplificazione e dell’armonizzazione non è nemmeno questo privo di incidenza sul margine di manovra degli Stati membri.68 La rappresentante permanente della Francia presso il Comitato politico e di sicurezza dell’Unione europea (COPS) mette in guardia: «La semplificazione è lodevole, ma non deve essere condotta in modo affrettato. (…) è inoltre opportuno dare prova di vigilanza poiché si tratta di settori che rientrano nella sovranità nazionale».69

Solo che questa vigilanza, nessuno la eserciterà in seno al COPS, sede che riunisce gli ambasciatori dei ventisette paesi e incaricata di guidare la PSDC. Per la semplice e valida ragione che tutte le iniziative recenti in materia di difesa sono state prese sotto un regime giuridico che le sottrae alla competenza del COPS. Più in generale, espedienti giuridici qua e là facilitano la comunitarizzazione delle questioni di difesa.

Secondo Jean-Dominique Giuliani, presidente della Fondazione Robert Schuman, questo processo deve essere messo in discussione: «La Commissione europea, sulla base giuridica dell’articolo 173 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea che riguarda l’industria, sta compiendo un’importante irruzione nella politica di difesa. Questa base giuridica deve essere almeno messa in discussione». 70

Stesso appello alla prudenza da parte di Arnaud Danjean, che consiglia di insistere sul fatto che «le azioni della Commissione europea possono rivelarsi estremamente utili purché essa rimanga nel proprio ruolo, ovvero un ruolo di facilitatore, di sostegno, o addirittura di finanziatore, ma certamente non un ruolo di operatore». Secondo Danjean, bisognerà fare in modo che ciascuno rimanga al proprio posto perché «quando la Commissione si occupa di un argomento, non lo molla più» . Tuttavia, aggiunge, «sarebbe molto pericoloso che la Commissione europea cercasse in un modo o nell’altro di sostituirsi agli Stati membri, che rimangono gli attori principali in materia di difesa, anche sul piano industriale e finanziario. In definitiva, sono gli Stati membri che effettuano gli ordini, equipaggiano le loro forze armate e le dirigono. Per noi francesi, è una cosa ovvia» .71 Solo che l’approccio « europeo» finisce per erodere, pezzo per pezzo, il margine di manovra degli Stati.

Il presidente Macron si inserisce pienamente in questa dinamica europea. Durante il suo discorso di auguri alle Forze Armate, nel gennaio 2026, non ha forse dichiarato: «Ho bisogno di un’industria della difesa che non consideri più le forze armate francesi come clienti vincolati, perché potremmo cercare soluzioni europee se queste sono più rapide o più efficaci (…) Dobbiamo essere più europei. E quindi, dobbiamo essere più europei nei nostri stessi acquisti, dobbiamo essere più europei nelle nostre strategie industriali».72

Allo stesso tempo, risulta che il Parlamento europeo intenda conferire alla Commissione europea il potere di esercitare il proprio controllo sulle esportazioni di armi degli Stati membri. Si tratta di un emendamento proposto alle direttive 2009/43/CE e 2009/81/CE (semplificazione dei trasferimenti intra-UE di prodotti legati alla difesa e semplificazione degli appalti di sicurezza e difesa). Tuttavia, come osserva Michel Cabirol: « questo emendamento è una vera e propria provocazione nei confronti degli interessi della Francia, il “controllo delle esportazioni” è una questione di vitale interesse per essa».73 A parte il fatto che, nel contesto attuale, molti considerano l’interesse nazionale come obsoleto, sarebbe quindi giunto il momento di sostituirlo con l’interesse europeo. L’unione fa la forza, ci viene detto. Ma è vero?

14 – Più problemi che soluzioni

Le tendenze attuali comportano diverse incognite, sia istituzionali che di capacità, ma soprattutto due fonti di tensione potrebbero rivelarsi fatali per l’intero progetto europeo.

La prima riguarda la rottura dell’equilibrio fondamentale, in particolare tra Francia e Germania. Tradizionalmente, l’intero edificio europeo poggiava sul fatto che i punti di forza militari della Francia (la sua deterrenza nucleare, ma anche i vantaggi che ne erano derivati in termini di industria spaziale e degli armamenti) costituivano un contrappeso alla potenza economica tedesca. Non è più così. L’equilibrio è compromesso in due modi. Da un lato, l’europeizzazione in corso della politica estera e di difesa, con tutto ciò che ciò implica in termini di messa in comune, di sottrazione finanziaria e di livellamento, erode meccanicamente i vantaggi di chi si distingueva in questi settori, ovvero la Francia.

D’altra parte, la Germania si sta riarmando con molte più riserve nazionali e decisamente meno spirito di sacrificio europeista rispetto a Parigi.74 Entro il 2029, Berlino prevede di spendere 153 miliardi di euro all’anno per la difesa, mentre la Francia conta di raggiungere un bilancio di 80 miliardi all’anno entro il 2030. I diplomatici a Bruxelles non si sbagliano, alcuni parlano di un cambiamento «tellurico» e vedono nel riarmo tedesco «la cosa più importante sulla scena europea». Un responsabile francese incaricato della difesa osserva, sotto la copertura dell’anonimato: «Sarà difficile lavorare con loro, perché saranno estremamente dominanti (…) È a metà strada tra la vigilanza e la minaccia». 75 In effetti, la Germania assume la leadership nel settore spaziale, con un contributo di 5,1 miliardi di euro al prossimo bilancio dell’ESA (Agenzia Spaziale Europea), da confrontare con i 3,7 miliardi messi sul tavolo dalla Francia.76 Più in generale, le tensioni franco-tedesche sullo SCAF (sistema di combattimento aereo del futuro)77 o ancora la rivalità tra i due paesi per stabilire chi guiderà i progetti europei di difesa antimissile dimostrano che le carte sono state rimescolate.78 Tutto va nella direzione dell’analisi del defunto generale Pierre-Marie Gallois: «A poco a poco, la Germania impone ai paesi europei ciò che vuole. È lei a dettare le regole del gioco europeo. (…) La Germania sarà la superpotenza europea attraverso la costruzione dell’Europa, in grado di competere con i grandi blocchi di domani, facendo balenare ai paesi europei un futuro di cui sarebbero, insieme a lei, i motori – sottinteso: i motori obbedienti.» Resta solo una cosa da sistemare prima: «far abbassare la bandiera alla Francia».79

Oltre alla rottura dell’equilibrio franco-tedesco, l’altra fonte di pericolo risiede in quella che è un’inversione del motto «l’unione fa la forza». L’idea era accettabile fintanto che non riguardava il cuore stesso della sovranità delle nazioni, la loro capacità di difendersi, e/o fintanto che il diritto di veto era scolpito nella pietra, garantendo che nessuno Stato membro fosse messo in minoranza su ciò che considera essere i propri interessi fondamentali. Ma attualmente le istituzioni europee stanno diventando il luogo in cui gli Stati membri trattano ormai le questioni più delicate per la loro sicurezza. Parallelamente, si moltiplicano gli appelli all’abolizione del diritto di veto e si stanno mettendo in atto strategie per aggirare il metodo intergovernativo. Piuttosto che «l’unione fa la forza», il proseguimento di questa dinamica potrebbe indebolirel’Europa in tre modi: creando risentimento, distruggendo l’eccellenza e portando alla deresponsabilizzazione.

Lungi dall’essere un fattore di divisione, il diritto di veto permette di tenere uniti i paesi membri dell’Unione nonostante la grande diversità delle loro priorità e delle loro situazioni. Li obbliga a negoziare fino a quando non si trovi un compromesso che non leda gli interessi vitali di nessuno di loro. Questa considerazione delle linee rosse di ciascuno è indispensabile per la legittimità delle decisioni comuni.

Permette inoltre di evitare che un paese venga messo in minoranza su una questione che ritiene determinante, con tutto ciò che ciò implicerebbe in termini di risentimento e desiderio di rivalsa. Un altro problema è che la Commissione europea, animata dalla sua visione sovranazionale, tende a considerare i risultati precedenti e l’eccellenza come sospetti, fonte di disuguaglianza tra gli Stati membri. In nome di un’equa ripartizione delle risorse e dei compiti, rischia di emarginare i grandi Stati a vantaggio di quelli piccoli, l’eccellenza a vantaggio dell’apprendimento, incoraggiando così, in molti casi, l’appiattimento verso il basso.80

Infine, la costruzione europea che oggi segue un doppio movimento di espansione della difesa e di arretramento del controllo nazionale, non è un moltiplicatore ma un disattivatore di potenza. Una morsa strutturale piuttosto che la leva di Archimede di un tempo.81 Sulle pagine della prestigiosa rivista Survival, un articolo dal titolo provocatorio «L’Europa ha bisogno di meno cooperazione in materia di difesa», scritto da Bence Nemeth, va contro la tendenza del momento e confuta i soliti argomenti a favore dell’accelerazione dell’integrazione in materia di difesa.82 Nemeth vi riporta le ben note lacune dei programmi collaborativi che «procedono alla velocità del partecipante più lento», e i cui benefici in termini di costi e tempi di consegna sono tutt’altro che evidenti. Egli punta il dito contro l’errore fondamentale delle analisi secondo cui le attuali inefficienze sono solo « difetti di sistema» a cui è possibile porre rimedio dall’alto, con maggiore armonizzazione e condivisione.

L’articolo prende l’esempio dell’isola di Gotland per illustrare l’importanza di dare priorità al rafforzamento delle capacità a livello nazionale: «Gotland, l’isola svedese strategicamente vitale del Mar, ospita ormai solo 370 soldati svedesi, contro i 25.000 del periodo della guerra fredda. Quando al ministro degli Esteri svedese, Tobias Billström, è stato interrogato sull’eventualità di un rafforzamento militare, si è limitato a rispondere che la Svezia avrebbe partecipato ai comitati della NATO incaricati della questione e avrebbe atteso le raccomandazioni del Comandante supremo delle forze alleate in Europa prima di prendere qualsiasi decisione». E Nemeth aggiunge: « La responsabilità primaria di un paese europeo rimane tuttavia quella di proteggere il proprio territorio, (…) piuttosto che attendere passivamente istruzioni». Purtroppo, il caso dell’isola di Gotland è sintomatico di ciò che il generale de Gaulle già denunciava come l’effetto nefasto dell’integrazione in materia di difesa: la deresponsabilizzazione degli Stati. All’epoca, questa constatazione poteva riguardare solo la NATO, ma oggi si applica ancora di più all’UE: « Accade che, nell’integrazione, il paese integrato sia portato a disinteressarsi della propria difesa nazionale poiché non ne è responsabile. Allora l’insieme (…) vi perde della propria autonomia e della propria forza ».83

2 – La NATO messa alla prova

L’ombra che grava sull’Alleanza a causa dello scontro tra gli europei e la presidenza Trump non ha cambiato granché nella routine militare dell’organizzazione, sia per quanto riguarda i piani di difesa, le esercitazioni o l’adeguamento dei comandi. Resta tuttavia il fatto che la vita dell’istituzione transatlantica è ora scandita dai momenti salienti di natura politica. A differenza di quanto avveniva nell’immediato dopoguerra fredda, i «valori» dividono attualmente le due sponde dell’Atlantico, mentre i loro interessi dovrebbero unirli sempre di più.

21 – La psicosi Trump

Nelle sue memorie, Jens Stoltenberg, ex Segretario generale della NATO dal 2014 al 2024, descrive in dettaglio il trauma causato all’interno dell’Organizzazione dall’elezione di Donald Trump. Racconta come, durante la campagna del 2016 che vedeva Trump contrapposto a Hillary Clinton, «molti membri del personale americano si divertivano a far intendere il risultato che speravano. “Siamo lieti di accogliere il prossimo leader degli Stati Uniti al vertice di maggio 2017, e sarà un grande onore incontrarla”, dicevano.» Un sentimento condiviso, si intuisce tra le righe, con quasi tutti i loro colleghi stranieri. Di conseguenza, dopo la vittoria di Trump, Stoltenberg impose una disciplina ferrea tra le file: «Ho chiarito che i sospiri di esasperazione durante le riunioni interne erano inaccettabili. Non ci sarebbero stati alzare di occhi al cielo di fronte ai tweet e alle apparizioni pubbliche di Trump; nessuna risata beffarda davanti ai video; nessuna battuta sul golf o sui suoi modi. Una tolleranza zero nei confronti di questo tipo di comportamento era assolutamente indispensabile. Basta un piccolo gruppo di persone che deridono una dichiarazione o un comportamento perché questo si diffonda in tutta l’organizzazione e finisca per trapelare all’esterno. E se ciò fosse accaduto, sarebbe bastato poco perché Washington venisse a sapere che il personale della sede della NATO si divertiva a ridere di Donald Trump. Sarebbe stato disastroso. » 84

Stoltenberg afferma di aver finito per capire come lavorare con Donald Trump: «Un giorno poteva minacciare di lasciare la NATO; il giorno dopo, poteva dichiararsi un “grande, grandissimo fan” dell’Alleanza. Ma tutta l’attenzione che aveva rivolto alla NATO aveva portato alla mobilitazione di forze significative a favore dell’Alleanza, sia tra i repubblicani che tra i democratici al Congresso. Ben presto, lo stesso Trump era diventato favorevole al coinvolgimento della NATO». Favorevole è un’esagerazione. È tuttavia vero che, man mano che gli europei facevano concessioni sulla Cina, lo spazio, i bilanci, il presidente americano si è gradualmente adattato alla NATO. Dopo un vertice, alla fine del 2019, in cui gli alleati avevano ratificato alcune di queste priorità americane, si è detto soddisfatto: «Sono diventato un sostenitore ancora più convinto della NATO perché sono stati così flessibili. Se non fossero stati così flessibili, penso che non sarei così contento. Ma sono molto flessibili.»85

Tuttavia, tutte queste pressioni poco discrete e queste concessioni forzate hanno lasciato il segno. L’ex rappresentante della Francia presso la NATO, Muriel Domenach racconta: «Quando sono arrivata alla NATO nell’autunno del 2019, ho trovato un’alleanza in stato di stress post-traumatico. Donald Trump, durante i vertici del 2017 e del 2018, aveva trattato gli alleati con grande brutalità». Non sorprende che, in vista delle prossime elezioni americane, i team della NATO pregassero per la fine dell’incubo. Secondo Domenach: «Tutti speravano nella vittoria di Biden nel 2020 e nel “ritorno alla normalità”. Ricordo la fine di quella notte elettorale estremamente tesa, a casa della mia collega ambasciatrice americana, un’ex senatrice repubblicana della vecchia guardia, Kay Bailey Hutchison. L’angoscia alla NATO era palpabile ed esistenziale.”86 I loro desideri sono stati esauditi, ma nel 2024, si ripete la storia: Kamala Harris, vicepresidentessa di Joe Biden, non ha vinto le elezioni e Donald Trump era di ritorno. Si presenta, per di più, con una squadra più affiatata, mano libera grazie alla sua maggioranza al Congresso e la determinazione ad agire in fretta.

La nuova amministrazione non ha usato mezzi termini, fin da subito ha affrontato tutti i tabù. Il nuovo Segretario alla Difesa, diventato Segretario alla Guerra, ha fatto il suo ingresso nella sede della NATO con una franchezza insolita in quelle mura: «Dure realtà strategiche impediscono agli Stati Uniti di concentrarsi principalmente sulla sicurezza dell’Europa. Sfidiamo i vostri paesi a raddoppiare gli sforzi e a rinnovare il loro impegno a favore degli obiettivi di difesa e deterrenza a lungo termine dell’Europa. Ciò richiederà ai nostri alleati europei di entrare pienamente in campo e di assumersi la responsabilità della sicurezza convenzionale sul continente. Gli Stati Uniti non tollereranno più una relazione squilibrata che incoraggia la dipendenza. Al contrario, la nostra relazione darà priorità all’autonomia dell’Europa affinché si assuma la responsabilità della propria sicurezza ».87 Per incoraggiarli in tal senso, il presidente americano ha ribadito la minaccia: «Se non pagano, non li difenderò, è una questione di buon senso».88 Il suo ambasciatore presso la NATO ha lanciato l’idea di un Comandante supremo (SACEUR) che un giorno sarebbe stato tedesco, o comunque non americano.89 Alla fine del 2025, Washington ha fatto sapere di avere in mente una data limite per il riassunzione, da parte degli europei, della maggior parte dei compiti legati alla difesa convenzionale del vecchio continente: il 2027.90

22 – Servizio minimo

Dato questo contesto politico, a dir poco turbolento, non sorprende che l’organizzazione si accontentasse di gestire gli affari correnti in una sorta di pilota automatico. Si concentrava su tre temi: l’aumento dei bilanci, l’adeguamento delle strutture di comando e il rafforzamento del fianco orientale.

Conformemente al desiderio degli Stati Uniti, al vertice dell’Aia del giugno 2025 gli Alleati si sono impegnati, per il 2035, a portare al 5% la quota del prodotto interno lordo (PIL) destinata ogni anno al finanziamento della difesa e della sicurezza in senso lato, con il 3,5% per il finanziamento delle esigenze della difesa propriamente detta.91

Gérard Araud, ex ambasciatore di Francia negli Stati Uniti, si dice scettico: «Le promesse impegnano solo chi le riceve; certamente, è certo che, a parte gli Stati membri la cui sicurezza è direttamente minacciata, come gli Stati baltici e la Polonia, questa cifra non sarà raggiunta più di quanto lo sia stata la precedente – solo il 2% – ma il fatto stesso di accettarla dimostra che gli europei erano pronti a tutto per soddisfare Trump».

Araud vede lo stesso spirito di «vassallaggio» nell’allestimento del vertice. L’incontro è stato ridotto a una sola sessione – invece delle tre o quattro abituali – per paura di annoiare il presidente americano al punto che lasciasse la sala, i capi di Stato e di governo hanno avuto solo pochi minuti ciascuno per esprimersi. Il tutto, dopo che il segretario generale della NATO, l’olandese Mark Rutte, aveva inviato a Donald Trump «un messaggio in cui, nel più puro stile nordcoreano, lo ricopriva dei complimenti più enfatici». Per l’ex ambasciatore di Francia, questo vertice «richiama irresistibilmente Tacito che, negli Annali, descrive i senatori di fronte all’imperatore: “si precipitavano alla servitù”».92

È vero che, agli occhi della maggior parte degli europei, la percezione della minaccia russa è un potente motivo per piegarsi ai desiderata degli Stati Uniti, almeno temporaneamente, in mancanza di un piano B disponibile. Nell’autunno del 2025, alcuni incidenti di violazione dello spazio aereo di diversi alleati – Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Norvegia, Polonia e Romania – da parte di droni e aerei russi, hanno ricordato a chi lo avesse dimenticato l’importanza dell’articolo 5 e delle garanzie degli Stati Uniti.

Nell’immediato, l’Alleanza ha istituito Eastern Sentry, «un’ attività multimodale e flessibile il cui obiettivo è aumentare la vigilanza della NATO su tutto il suo fianco orientale.» Questo rafforzamento si aggiunge alle Forze terrestri avanzate (FLF) composte da otto gruppi tattici multinazionali. «In origine, si trattava di unità equivalenti a battaglioni, ma nel 2022 gli Alleati hanno concordato di schierare truppe supplementari e di trasformarle in unità delle dimensioni di una brigata, dove e quando necessario».93 Gli Stati membri più esposti continuavano a «esortare la NATO ad abbandonare il modello basato sul rafforzamento e ad adottare, per il fianco orientale, una strategia consistente nel ‘ respingere, e non cacciare’ : piuttosto che contare sui rinforzi, questi Alleati dovrebbero essere in grado di respingere qualsiasi incursione sin dall’inizio».94

Nonostante l’intensificazione delle attività della NATO, quali le operazioni di polizia marittima e aerea, l’equilibrio delle forze in questo teatro non è ancora a suo favore, ma il centro di gravità dell’Alleanza si è indubbiamente spostato verso est.

Un’altra direzione prioritaria: l’Artico. Il governo norvegese ha annunciato nel maggio 2025 la sua decisione di designare la città di Bodø, situata a nord del circolo polare artico, come sede permanente per ospitare il nuovo Centro combinato di operazioni aeree (CAOC). Ne esistono già due in Europa, uno a Uedem in Germania e l’altro in Spagna, a Torrejón. Quello di Bodø è diventato operativo nel corso dell’anno e copre lo spazio aereo della regione nordica e del Grande Nord.95 Sulla stessa linea, la Finlandia, la Svezia e la Danimarca si sono unite al quartier generale della NATO a Norfolk, in Virginia. 96 Faranno quindi parte, insieme al Regno Unito, Islanda e la Norvegia, alla responsabilità dell’unico comando operativo della NATO con sede negli Stati Uniti. Il loro trasferimento dal Comando interforze di Brunssum, nei Paesi Bassi, a quello di Norfolk è in conformità con i piani di difesa regionali definiti al vertice di Vilnius nel 2023 e si rientra nella volontà di «consolidare la nostra posizione nel Grande Nord», secondo il generale Alexus Grynkewich, Comandante Supremo delle forze alleate in Europa.97

23 – I valori dall’effetto centrifugo

Dal ritorno al potere di Donald Trump, i punti di tensione si sono moltiplicati tra Europa e America. Che si tratti dell’incertezza deliberatamente alimentata intorno all’articolo5, come mezzo di pressione per ottenere un maggiore contributo dagli alleati europei; o dell’inevitabile ritiro di una parte dei circa 100.000 soldati americani di stanza nel Vecchio; o ancora della controversia sull’appartenenza dell’isola della Groenlandia – lo stesso schema si ripete. Ogni volta, i ragionamenti strategici, spesso validi, passano in secondo piano rispetto alla logica conflittuale. A questa o quella controversia si aggiunge un’opposizione di fondo che la amplifica fino al punto di rottura. Questa opposizione riguarda «i valori» e si manifesta soprattutto in occasione delle critiche formulate dall’amministrazione Trump nei confronti dell’Europa riguardo all’immigrazione di massa e alla libertà di espressione. I due momenti salienti del 2025 su questo piano sono stati il discorso del vicepresidente J. D. Vance alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza a febbraio e la pubblicazione della nuova Strategia di sicurezza nazionale alla fine dell’anno.

La nuova Strategia (National Security Strategy: NSS) mette in guardia: l’Europa si sta dirigendo verso una «scomparsa civilizzazionale», aggiungendo che «se le tendenze attuali proseguiranno, il continente sarà irriconoscibile tra 20 anni o meno». 98 La migrazione di massa è identificata come il fattore decisivo: «entro pochi decenni al massimo, alcuni membri della NATO diventeranno in maggioranza non europei». L’alleanza potrebbe inoltre essere indebolita a causa di questa trasformazione demografica in corso. La NSS ne parla in modo diretto: quando, in alcuni paesi della NATO, la maggioranza della popolazione non sarà più di origine europea, « è lecito chiedersi se questi paesi percepiranno ancora il loro posto nel mondo, o la loro alleanza con gli Stati Uniti, allo stesso modo». Agli occhi dell’amministrazione Trump, le violazioni della libertà di espressione sono anche legate, in parte, alla questione dell’immigrazione.

A Monaco, il vicepresidente Vance spiega: dal punto di vista di un’America in cui la libertà di espressione, la famosa «free speech», è garantita dalla Costituzione come quasi illimitata, il concetto di «contenuto che incita all’odio» sembra un pretesto per mettere a tacere le voci discordanti. Vance non ha mancato di notare che la conferenza di Monaco stessa aveva escluso i leader dell’AfD, il principale partito di opposizione tedesco. «Non dobbiamo necessariamente essere d’accordo con tutto — né tantomeno con qualcosa — di ciò che dicono alcune persone, ma quando i leader politici rappresentano una parte significativa dell’elettorato, è nostro dovere almeno avviare un dialogo con loro.» 99 I cordoni sanitari, gli archi repubblicani, i Brandmauern d’oltre Reno, dimostrano, secondo il vicepresidente, che i leader europei hanno paura dei propri cittadini. Egli vi vede, a lungo termine, un rischio per la resilienza e la sicurezza delle società europee.

La NSS afferma: l’America si opporrà alle «restrizioni delle libertà fondamentali in Europa, imposte dalle élite e contrarie ai principi democratici». Si darà come priorità quella di «coltivare la resistenza all’attuale traiettoria dell’Europa all’interno delle sue nazioni».

24 – Gli interessi a effetto centripeto

Le dichiarazioni dei leader americani e la stessa Strategia di sicurezza indicano chiaramente: l’amministrazione Trump ritiene sinceramente che l’Europa si stia dirigendo, a passo svelto, verso la propria auto-annullamento, e che Washington preferirebbe arginare questo movimento, se non altro per i propri interessi strategici.100

Con la fine dell’era unipolare e l’ascesa degli Stati cosiddetti revisionisti, nel senso di una messa in discussione l’ordine internazionale stabilito, Washington si ritrova in una posizione geopolitica indebolita. La sua visione strategica rimane la stessa: la sicurezza, la libertà e la prosperità americane sarebbero messe a rischio se un avversario riuscisse ad affermare la propria egemonia in una delle regioni considerate decisive, in primo luogo l’Asia.101

Per evitare che ciò accada, gli Stati Uniti devono ora essere in grado di prevalere in conflitti simultanei, su teatri lontani l’uno dall’altro, contro avversari di pari livello o quasi (peer e near-peer nella terminologia americana). Tuttavia, Washington è ben lungi dal raggiungere il suo obiettivo. La nuova legge di bilancio impone al Pentagono di stilare, il più rapidamente possibile, l’elenco del volume di munizioni di cui avrebbe bisogno in un conflitto simultaneo.102 Un rapporto bipartisan della Commissione sulla strategia di difesa nazionale ha lanciato l’allarme già nel 2024: il «nuovo allineamento di nazioni contrarie agli interessi degli Stati Uniti crea un rischio reale, se non una probabilità, che i conflitti, ovunque si verifichino, possano trasformarsi in una guerra su più teatri o in una guerra mondiale» . Il rapporto osservava senza giro di parole che, al momento, gli Stati Uniti «non sono preparati» a un simile scenario. 103

Ne derivano due conclusioni per l’Europa.

Da un lato, gli europei devono prendere sul serio gli appelli americani e ricostruire con urgenza le loro forze convenzionali. Ciò consentirebbe di ridistribuire le forze americane altrove, senza creare enormi lacune nella posizione di deterrenza della NATO.

D’altro canto, gli europei devono capire che l’America non è sul punto di abbandonarli. La NATO è il caso emblematico delle cosiddette coalizioni anti-egemoniche che gli Stati Uniti cercano per arginare i propri avversari, in primo luogo la Cina. La NSS è chiara: «L’Europa rimane vitale per gli Stati Uniti. Rinunciare all’Europa, sarebbe come spararsi sui piedi rispetto agli obiettivi che questa strategia cerca di raggiungere.»

Da parte degli europei, interessi altrettanto reali hanno di che raffreddare gli ardori dei nuovi cantori dell’autonomia. Nel corso dei decenni, la ricerca della soluzione più facile – meno spese militari, buona coscienza pacifista – ha fatto precipitare l’Europa in una situazione di dipendenza asimmetrica dagli Stati Uniti. A pochi giorni dalle elezioni presidenziali americane del 2020, il ministro della Difesa tedesco dichiarava: « Dobbiamo riconoscere che, nel prossimo futuro, rimarremo dipendenti. […] Le illusioni di un’autonomia strategica europea devono cessare: gli europei non saranno in grado di sostituire il ruolo cruciale dell’America come garante della sicurezza.»104 Da allora e paradossalmente, la retorica europea è cambiata radicalmente, mentre la dipendenza europea non ha fatto che aumentare. Come ha sottolineato Jeremy Shapiro, direttore di ricerca presso l’ECFR (Consiglio europeo per le relazioni internazionali), la dipendenza europea è aumentata in modo evidente dall’inizio della guerra in Ucraina.

La situazione precedente al 2022 — in cui la Germania, e l’Europa, erano percepite come dipendenti dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per i mercati — è profondamente cambiata: «Sempre più, l’Europa dipende dagli Stati Uniti per tutte e tre le cose.»105

Infatti, mentre l’Europa si impegna a ridurre fortemente la propria dipendenza dall’energia russa, gli Stati Uniti si sono imposti come fornitore chiave, sia di gas naturale liquefatto (GNL) che di petrolio greggio.106 Per quanto riguarda gli scambi con Pechino, gli sforzi di «derisking» e le sanzioni statunitensi sulle tecnologie avanzate complicano le relazioni commerciali. Inoltre, Inoltre, la guerra in Ucraina ha rivalutato l’ombrello nucleare americano e l’aumento degli acquisti di armi da parte dell’UE non ha fatto diminuire la quota proveniente dall’estero (il 63% di queste importazioni è ancora di origine americana). Al di là di questi interessi concreti, il ruolo indispensabile degli Stati Uniti in Europa si declina anche in un altro modo. Tradizionalmente, in qualità di potenza europea attraverso la NATO, l’America, per la sua sola dimensione, neutralizza le disparità di dimensioni e di forza e svolge così un ruolo di equalizzatore tra i paesi europei. Un contributo non trascurabile in un momento in cui la logica del potere e dei rapporti di forza sta tornando a farsi sentire nel Vecchio Continente.107

3 – Le 3D in piena ridefinizione

Gli interessi oggettivi di entrambe le parti non spingono quindi necessariamente, in questo momento, a un ribaltamento dei ruoli tra partner transatlantici. Eppure, «Sarebbe assurdo negare, scrive l’ambasciatore Araud, che le placche tettoniche di questo dibattito, che dura da decenni, abbiano recentemente iniziato a muoversi». 108 Ci sono segnali che non ingannano. Su Défense & Stratégie seguiamo da dieci anni quelli che consideriamo gli indicatori più affidabili delle evoluzioni nei rapporti UE-NATO e, più in generale, nelle relazioni transatlantiche. Si tratta delle famose 3D, ovvero i limiti imposti dagli Stati Uniti alla politica di difesa dell’UE al momento del suo avvio alla fine degli anni ’90. L’allora Segretaria di Stato Madeleine Albright le ha concettualizzate, coniando l’espressione «3D ».109 Il che significa: nessun «disaccoppiamento» tra il processo decisionale europeo e la NATO, nessuna «duplicazione» delle capacità e delle strutture della NATO e nessuna «discriminazione» nei confronti degli alleati non membri dell’UE.

Dal «rilancio» della PSDC nel 2016, e nonostante tutti gli scossoni subiti dalle relazioni transatlantiche – il primo mandato di Donald Trump, la crisi e poi la guerra in Ucraina o ancora la Brexit – i cambiamenti su questi tre aspetti sono stati minori.110 Tuttavia, improvvisamente, da un anno a questa parte, i dibattiti sui temi relativi alle 3D si svolgono su basi inedite. I concetti finora «banditi» attorno ai quali si articolavano tutti i punti nevralgici si impongono ormai con la forza dell’ evidenza. È ormai un dato di fatto che gli europei prendano alcune decisioni in materia di difesa tra di loro, prima di, o persino senza, consultare l’America; che stiano riflettendo su un piano di sostituzione credibile per garantire la loro difesa collettiva; che diano (una dose di) preferenza europea nell’intero ciclo degli armamenti; infine che riconoscano la legittimità di una distinzione tra membri UE e non UE dell’Alleanza. Ormai, l’unica questione che rimane è solo una questione di grado.

31 – Il non-disaccoppiamento

La prima richiesta avanzata dagli Stati Uniti, così come è stata formulata da Albright, stabiliva: «il processo decisionale europeo non deve essere separato dal processo decisionale più ampio all’interno dell’Alleanza». Da quell’epoca, ciò si traduceva nel rifiuto di vedere gli europei presentarsi alle discussioni della NATO con una posizione comune su cui si fossero accordati in precedenza. Joachim Bitterlich, ex ambasciatore tedesco presso la NATO, spiegava già nel 2007: «L’idea di un caucus europeo, emersa nella prima metà degli anni ’90, è un orrore per gli americani. Tuttavia, se gli europei vogliono essere presi sul serio da un lato dagli americani e dall’altro a livello mondiale, bisogna procedere verso la creazione di un tale caucus.».111 Segno dei tempi, nel 2025 l’ambasciatore francese presso la NATO, David Cvach, ha segnalato un «vero e proprio appetito per una concertazione europea più intensa». Egli ricorda: «Di solito, all’interno della NATO, ognuno ha la tendenza a rivolgersi agli Stati Uniti più che a qualsiasi altro partner, ma l’atmosfera ora, e per il momento, è un po’ diversa».112

La difficoltà consiste nell’assicurarsi che i responsabili nazionali trasmettano alla NATO lo stesso messaggio che esprimevano durante i loro contatti «tra europei». Secondo Cvach: «spesso esiste un fenomeno di “bolla” alla NATO dove non si parla esattamente allo stesso modo che altrove». Questo doppio discorso degli europei viene denunciato dagli interlocutori americani, esasperati da ciò che appare come un vero e proprio sdoppiamento di personalità in alcuni.

Durante il suo viaggio a Bruxelles nel dicembre 2025, il Sottosegretario di Stato Christopher Landau parla di palese incoerenza:

«Si tratta quasi degli stessi paesi in entrambe le organizzazioni. Quando questi paesi indossano il cappello della NATO, affermano che la cooperazione transatlantica è la pietra angolare della nostra sicurezza reciproca. Ma quando questi stessi paesi indossano il cappello europeo, perseguono ogni sorta di agenda che spesso è totalmente contraria agli interessi e alla sicurezza degli Stati Uniti».113

Questo doppio gioco è sempre esistito, ma la tendenza si è invertita negli ultimi tempi. Man mano che si moltiplicano le sedi di coordinamento europee, dai formati informali fino alle riunioni del Consiglio Affari Esteri dell’UE in configurazione difesa, non sono più, o comunque meno spesso, le posizioni assunte in NATO ad essere importate nell’Unione, ma piuttosto si verifica il contrario. Per l’ambasciatore Cvach, anche se una «grande serata» istituzionale della governance e del processo decisionale in seno alla NATO non è per domani, «gli europei possono affermarsi maggiormente in occasione dei numerosissimi dibattiti e riunioni – e lo faranno tanto più che avremo definito al di fuori della NATO le grandi linee d’azione da declinare». Un’idea in controtendenza rispetto alla condizione di non disaccoppiamento posta 25 anni fa.

32 – La non duplicazione

Il criterio della non duplicazione tra la NATO e l’UE dovrebbe incarnare il famoso concetto di complementarità tra le due organizzazioni. Finora si è manifestato attraverso tre divieti: la PSDC non poteva portare a un «doppione» dei mezzi di pianificazione e di conduzione delle operazioni della NATO; né a una copia della sua funzione essenziale che è la difesa collettiva; né alla costruzione di una «fortezza» protezionista per gli acquisti di armamenti. Questi tre ambiti rimangono altamente sensibili dal punto di vista politico, ma il divieto assoluto che li riguardava appartiene ormai al passato.

A riprova di ciò, il continuo rafforzamento della Capacità militare di pianificazione e conduzione (MPCC in inglese) dell’UE.114

All’inizio, l’idea stessa era stata esclusa: coloro che osavano evocare la necessità di un nucleo di quartier generale europeo, come la Francia, la Germania, il Lussemburgo e il Belgio durante la loro riunione di Tervuren nel 2003, venivano derisi perché stavano organizzando «un vertice dei cioccolatieri». Tuttavia, sulla scia delrilancio del 2016, è stata presa la decisione di creare una capacitàpermanente per la pianificazione e la conduzione delle operazionimilitari della PSDC – ma all’epoca solo per lemissioni cosiddette «non esecutive» (senza uso della forza, di tipoconsultivo). In dieci anni, la sua funzione si è notevolmente ampliata:è diventata la chiave -portante della Capacità di dispiegamentorapido (CDR) volta a consentire all’UE di dispiegare rapidamentefino a 5000 soldati in un’operazione interforze. Vieneregolarmente impiegata nelle esercitazioni militari reali,sul campo, che l’ l’UE organizza dal 2023: LIVEX 25 si è svolta nelmarzo-aprile 2025 con la partecipazione di 13 Stati membri perconvalidare, con successo, lo stato operativo della CDR.115Un’evoluzione simile si osserva sul fronte della difesareciproca. Al lancio della Politica europea di sicurezza edifesa, era stato concordato che la difesa territoriale sarebbe rimasta dicompetenza esclusiva della NATO, mentre l’UE si sarebbe occupata della gestione delle crisi.I responsabili dell’Alleanza hanno tenuto a ricordare a intervalliregolari: «la cooperazione europea in materia di difesa non sostituirà ladifesa collettiva che la NATO garantisce agli alleati europei».116 Per laFrancia, invece, la politica di difesa europea hasempre avuto la vocazione di includere la difesa reciproca. Il Ministero delleForze Armate presenta la questione in questi termini: « L’Europa della difesa si concretizza nellaclausola di difesa reciproca tra gli Stati membri, sancita dall’articolo 42, paragrafo 7del Trattato di Lisbona del 2009. Gli europei sono, pertanto, vincolati da unobbligo di assistenza in caso di aggressione armata sul loro territorio».117A lungo tabù, questa idea ha fatto un vero e proprio passo avanti nell’ultimoanno. Per il Commissario alla difesa, una delle questioni piùurgenti riguardo alla preparazione istituzionale dell’UE è quella di«trovare le modalità di attuazione dell’articolo 42.7 sull’obbligodi assistenza reciproca tra Stati membri in caso di aggressione armata».118 Nel2025, la parola d’ordine è «rendere operativo» l’articolo 42.7.119 Con, al termine delle riflessioni, un’eventuale europeizzazione delladissuasione nucleare francese.120La questione degli acquisti di armi è sempre stata strettamente legata aquella delle garanzie ultime.

Nel 2024, Éric Trappier, amministratore delegato di Dassault, riassume lo stato d’animo degli europei per i quali: «stare sotto l’ombrello americano richiede l’acquisto di aerei americani».121 Un anno più tardi, spiega ai senatori che lo ascoltano: «la NATO è lo strumento di difesa di molti paesi in Europa, è dominata dagli americani e ciò che accade è che molti paesi europei temono per la propria sicurezza se gli americani si allontanassero dalla NATO – e che, per prevenire questo rischio, vogliano avvicinarsi maggiormente agli americani, acquistando loro più materiale, per legarli all’Europa».122 È così che più della metà degli alleati si è impegnata ad acquistare armi americane per l’Ucraina, per un valore di 4 miliardi di dollari entro la fine del 2025, nell’ambito dell’iniziativa PURL (elenco delle esigenze prioritarie dell’Ucraina).123

Tuttavia, alcune cifre spesso citate meritano di essere chiarite.

Nella sua Nuova strategia per l’industria europea della difesa, il collegio di Bruxelles sottolinea: «Circa il 78% degli acquisti effettuati nel settore della difesa dagli Stati membri dell’UE tra l’inizio della guerra di aggressione condotta dalla Russia e il giugno 2023 proveniva da fuori dall’UE, con gli Stati Uniti che da soli rappresentavano il 63% di tali acquisti ».124 Una cifra spesso ripresa in seguito per suggerire che gli europei acquistino quasi due terzi delle loro attrezzature militari dagli Stati Uniti. Falso. In realtà, questa cifra si applica solo alle importazioni e indica la quota statunitense in esse. Se, invece, si considera il totale degli acquisti (sia le importazioni che gli acquisti intraeuropei), allora la quota degli acquisti di armi americane scende al 36%, poiché i paesi europei si riforniscono per il 52% da produttori europei.125

È vero che, al di là del volume totale, ciò che conta è anche la quota delle importazioni in settori strategici o sensibili. Così, nell’artiglieria, solo il 27% dei contratti è stato eseguito da un fornitore europeo, e nell’aeronautica militare, il 64% del valore dei contratti europei è andato a imprese americane. Tuttavia, sotto il duplice effetto delle forniture di armi all’Ucraina e dell’aumento dei bilanci militari, l’origine delle attrezzature acquistate è ormai al centro dei dibattiti politici.

Il presidente francese ha gioco facile nel far valere l’argomento: « Ciò che dimostra l’Ucraina è che possiamo dare con certezza a Kiev solo ciò che abbiamo e ciò che produciamo. E ciò che ci arriva da terzi non europei è evidentemente meno maneggevole: soggetto a scadenze, code, priorità, a volte alle autorizzazioni di paesi terzi. Dipendendo troppo dall’esterno, ci si prepara i problemi di domani».126

33 – La non discriminazione

Non sorprende quindi che sia proprio nel settore degli armamenti che il terzo pilastro delle 3D, quello che sancisce la non discriminazione nei confronti degli alleati non membri dell’UE, si pone con la massima urgenza e acutezza. Questa esigenza è stata onnipresente nei comunicati ufficiali, l’ultimo dei quali risale al vertice di Washington del 2024: «È essenziale per il partenariato strategico tra NATO e l’UE che gli alleati non membri dell’UE siano associati il più ampiamente possibile alle iniziative dell’Unione in materia di difesa».127 È su questa base che gli alleati non UE rivendicano un accesso privilegiato alle iniziative e ai finanziamenti europei in materia di armamenti.

Come spiega l’ex ambasciatrice Muriel Domenach: «È naturale che la NATO si faccia portavoce anche degli interessi di quegli alleati non membri dell’Unione che esercitano pressioni affinché i criteri di ammissibilità agli strumenti di sostegno all’industria siano il più possibile possibile».128 Naturale, certo, ma lo è anche la resistenza a questa pressione.

La Commissione e i responsabili francesi ribadiscono a turno: « i fondi europei devono rimanere per gli europei e non alimentare imprese all’estero ».129 Il Commissario incaricato del dossier assicura: « Naturalmente, ci adoperiamo per spendere i fondi europei presso imprese con sede nel continente europeo ».130

Secondo il direttore dell’Agenzia europea per la difesa, la Francia è in prima linea:

« l’ambasciatrice francese presso il Comitato politico e di sicurezza (CPS) è stata on ne più chiara, affermando che i fondi europei devono andare alle imprese europee».131 Lo stesso obiettivo viene perseguito in seno alla NATO: «ci impegneremo con grande determinazione affinché i fondi europei siano destinati a programmi europei».132

 Su questo punto, Dassault e Airbus sono sulla stessa linea – e non esitano a precisare rispetto a quale paese sia opportuno proteggere la BITD. Per il vicepresidente di Airbus, «il denaro europeo deve essere accompagnato da una serie di linee rosse, che devono essere definite, affinché questo denaro non venga utilizzato per acquistare americano»133; per l’amministratore delegato di Dassault, « il colmo sarebbe far lavorare gli americani con denaro europeo».134

Tutti questi sforzi hanno indubbiamente dato i loro frutti. Certo, gli americani non hanno detto l’ultima parola, con il Dipartimento di Stato che rimprovera agli europei «politiche protezionistiche e discriminatorie che spingono le imprese americane fuori dal mercato e minano la nostra difesa collettiva».135

Certo, il diavolo sta nei dettagli, i dibattiti sono quindi lungi dall’essere conclusi. Ne è testimonianza la mobilitazione di Stati membri come la Polonia per aprire il programma SAFE alla partecipazione degli Stati Uniti.136 Tuttavia, si osserva qui lo stesso movimento generale di emancipazione che si riscontra negli altri aspetti delle 3D. Gli europei sono passati dall’ l’imperativo di «includere il più possibile tutti gli alleati» al decidere caso per caso. Sono persino pronti a escludere definitivamente o a esigere un contributo finanziario in cambio dell’accesso, come nel caso del Canada.137 Il principio della preferenza europea ha quindi ottenuto diritto di cittadinanza, cosa che sarebbe stata inimmaginabile solo pochi anni fa.

Conclusione: per la Francia, una vittoria illusoria?

Dal ritorno al potere di Donald Trump negli Stati Uniti, la stampa straniera si entusiasma per «le intuizioni» di Emmanuel Macron e ne elogia la «lungimiranza » sulla necessaria autonomia strategica. Gli articoli più avveduti sottolineano che non si tratta di una scoperta del presidente Macron, ma della politica perseguita dalla Francia dadecenni.138 Comunque sia, questo entusiasmo mediatico è il riflesso di ciò che sta accadendo nei circoli europei e transatlantici. L’ambasciatore francese presso la NATO racconta: « Vi confesso che l’atmosfera è molto particolare; sono probabilmente l’unico ambasciatore francese nella storia della NATO a ricevere regolarmente i propri colleghi in cerca di conforto. (…) Sentiamo dire, leggiamo che ‘la Francia aveva ragione’».139

Infatti… Un mondo dominato dalla fine delleillusioni globaliste, dal ritorno della Realpolitik e dalla competizione senza veli tra le potenze non poteva che confermare la correttezza dell’analisi gollista sull’imperativo di garantire la libertà di analisi, di decisione e di azione in ogni circostanza.

Tuttavia, il modo in cui questa «autonomia strategica » sia attualmente concepita e perseguita in Europa non è necessariamente a vantaggio della Francia.

L’oscillazione dell’atteggiamento degli europei tra la prima presidenza Trump (slancio autonomista), gli anni di Biden (sollievo e distensione), e poi il secondo mandato di Trump (sfiducia dichiarata) suggerisce che la lotta ideologica giochi un ruolo altrettanto importante, forse più, rispetto ai calcoli geopolitici. Eppure, nel frattempo, i rapporti di forza stanno subendo un capovolgimento sia a livello internazionale che all’interno dell’Europa. Nel complesso, le posizioni degli Stati Uniti sono in declino, Washington avrebbe, per una volta, davvero bisogno dei suoi alleati e, se possibile, di alleati che sianoal tempo stesso affidabili e forti. Nel continente europeo, la Germania si starimilitarizzando, uno sviluppo che rischia fortemente di rompere l’equilibriofondante tra Berlino e Parigi. Nel momento in cui l’America,progressivamente messa da parte, non potrebbe più svolgere il suo ruolo dineutralizzatore dei rapporti di forza tra i paesi europei. Nelmomento in cui la Brexit ha privato l’UE dell’alleato naturale della Francianel fare da contrappeso alla potenza tedesca enel contenere le mire federaliste della Commissione e di alcuniStati membri. Contemporaneamente, in modo metodico, il collegiodi Bruxelles si sta appropriando della difesa. Le implicazioni sono innumerevoli:attacco contro i bastioni di eccellenza visti come fontedi disuguaglianza; indebolimento generalizzato man mano chevengono delegate le responsabilità; riduzione del margine di manovradegli Stati, o addirittura la loro messa in minoranza, su questioni che sono tuttavia alcuore della loro sovranità.Il processo in cui l’Europa sembra impegnarsi potrebbe, senon sta attenta, far perdere alla Francia sia il suo seggio al Consigliodi sicurezza dell’ONU sia la sua forza di dissuasione nucleare. L’Europasarebbe allora «unita», sotto la preponderanza tedesca, con lapotenza militare e la legittimità popolare diluite in una «terra di nessuno»terra di nessuno» tra le Nazioni spossessate, private di responsabilità, e labolla tecnocratica e scollegata di Bruxelles. La Francia vi siscioglierebbe «come lo zucchero nel caffè».*

40 Nota: « Le contenu de l’article n’engage que son auteur et ne reflète pas

nécessairement la position du Foreign Policy Research Institute ».

41 EU countries should have ‘multiple’ security guarantees beyond Article 5,

Kubilius says, Euronews, 17 novembre 2025.

42 Audition de David Cvach, représentant de la France auprès de l’OTAN,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 5

mars 2025.

43 Europe turns to Germany’s Merz for leadership and stability, Deutsche Welle,

24 février 2025.

44 Friedrich Merz, Wir entscheiden jetzt über die Zukunft Europas, Frankfurter

Allgemeine Zeitung, 3 décembre 2025.

45 Letter by President von der Leyen on defence to the European Council

ahead of its meeting on Thursday, 6 March 2025, Bruxelles, 4 mars 2025.

46 Speech by President von der Leyen at the European Parliament plenary

debate in preparation of the European Council meeting of 18-19 December

2025, in particular the need to support Ukraine, transatlantic relations and the

EU’s strategic autonomy, Strasbourg, 16 décembre 2025.

47 Europe needs protection from its own allies, EU chief Costa says, Euractiv, 8

décembre 2025.

48 Barry R. Posen, European Military Autonomy: What Comes First?, in

Survival, octobre-novembre 2025. Plusieurs articles du numéro de janvierfévrier 2026 de la revue Foreign Affairs partent du même constat : Matthias

Matthijs – Nathalie Tocci, How Europe Lost – Can the Continent Escape Its

Trump Trap ?; Philip H. Gordon – Mara Karlin, The Allies After America – In

Search of Plan B.

49 Mathieu Bock-Côté, Les Deux Occidents, Les Presses de la Cité, 2025.

50 Nicolas Gros-Verheyde, La défense européenne à l’heure de la guerre en Ukraine –

Des tabous tombent, Editions du Villard, 2024.

51 Audition Charles Fries, secrétaire général-adjoint du service européen pour

l’action extérieure de l’Union européenne, sur l’Europe de la défense,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 30

avril 2025.

52 Resolution on Elevating the Future of Europe through Space, 27 novembre

2025.

53 Lt. Col. Felix Nieto, Enhancing EU Crisis Management through Exercises: A

Tenure of Transformation, Impetus n°34, Bruxelles, hiver 2025.

54 Nicolas Gros-Verheyde, Idem. p.78.

55 FIREPOWER: European Council adopts 360° defence mindset, Euractiv, 12

décembre 2025.

56 Audition d’Éric Trappier, président directeur général de Dassault Aviation,

sur l’Europe de la défense et les coopérations européennes, Commission de la

Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 25 mars 2025.

57 A new European Defence Industrial Strategy: Achieving EU readiness

through a responsive and resilient European Defence Industry, Bruxelles,

Communication de la Commission, 5 mars 2024.

58 Fries, Ibid.

59 Regulation establishing the European Defence Industry Programme and a

framework of measures to ensure the timely availability and supply of defence

products (‘EDIP’), 3 mai 2024.

60 Voir de l’auteur, « Pour le meilleur ou pour le pire : en matière d’armement

l’UE s’active », DefTech n°11 octobre-décembre 2024.

61 Programme pour l’industrie européenne de la défense: le Conseil donne son

approbation définitive, Communiqué de presse, 8 décembre 2025.

62 Déclaration de la Présidente von der Leyen sur le paquet défense, Bruxelles,

3 mars 2025.

63 Total bids for the Commission’s SAFE loans reach nearly €190 billion,

Euractiv, 12 décembre 2025; EU countries opt for solo projects in €150 billion

joint defence procurement scheme, Euractiv, 11 décembre 2025.

64 Voir de l’auteur : « L’article 296 du TCE : obstacle ou garde-fou ? », in Défense

& Stratégie, n°18, automne 2006.

65 Audition de Thierry Breton, commissaire européen au marché intérieur,

chargé de la politique industrielle, du tourisme, du numérique, de l’audiovisuel,

des industries de la défense et de l’espace, à la Commission des affaires

étrangères du Sénat, 30 avril 2024.

66 Résolution du Sénat portant avis motivé sur la conformité au principe de

subsidiarité de la proposition de règlement, 5 juin 2024.

67 Voir de l’auteur : « Pour le meilleur ou pour le pire : en matière d’armement

l’UE s’active », DefTech, N°11 octobre-décembre 2024.

68 Une nouvelle simplification pour accélérer les investissements en matière de

défense dans l’UE, Commission, Direction générale de la communication, 17

juin 2025. Sur la base du White Paper for European Defence – Readiness 2030,

présenté par la Commission le 19 mars 2025. Voir aussi : Parliament seeks

middle ground on EU defence red tape, Euractiv, 15 décembre 2025.

69 Audition de Mathilde Félix-Paganon, représentante permanente de la France

au Comité politique et de sécurité (COPS) de l’Union européenne,

Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 19

mars 2025.

70 Audition de Jean-Dominique Giuliani, président de la Fondation Robert

Schuman, Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée

nationale, 5 février 2025.

71 Audition d’Arnaud Danjean, ancien député européen, ancien président du

comité de rédaction de la Revue stratégique, Commission de la Défense et des

forces armées de l’Assemblée nationale, 19 février 2025.

72 Discours du Président de la République à l’occasion des vœux aux Armées,

15 janvier 2026.

73 Michel Cabirol, Exportations d’armements : l’Europe veut imposer son

contrôle à la France, La Tribune, 16 janvier 2026.

74

« Berlin to simplify rules in bid to speed up defence surge, draft law says »,

Reuters, 27 juin 2025.

75 Germany’s rearmament upends Europe’s power balance, Politico, 12

novembre 2025. Voir aussi : Michel Cabirol, « Défense : comment l’Allemagne

se réarme pour devenir leader en Europe », La Tribune, 14 janvier 2026.

76 Voir les articles de Michel Cabirol dans La Tribune : « Comment l’Allemagne

va mettre K-O la France dans le spatial », 10 novembre 2025 ; « Spatial : La

France ne boxe plus dans la même catégorie que l’Allemagne », 26 novembre

2025 ; « Spatial : l’Europe, portée par l’Allemagne, gonfle enfin ses muscles »,

27 novembre 2025.

77 Le PDG du groupe industriel franco-allemand KNDS veut croire à la

poursuite du projet d’avion de combat du futur malgré les difficultés, Euractiv,

15 décembre 2025.

78 La rivalité industrielle franco-allemande à son apogée pour le développement

d’un bouclier antimissile européen, Euractiv, 16 décembre 2025.

79 Pierre-Marie Gallois, Le consentement fatal, Éditions Textuel, 2001.

80 Voir de l’auteur: « Le ciel va-t-il nous tomber sur la tête? L’Europe s’active

en matière de défense aérienne/antimissile », DefTech, N°9 avril-juin 2024.

81 Le général de Gaulle employait l’image du levier d’Archimède pour évoquer

le potentiel de la construction européenne, qu’il concevait dans la logique

intergouvernementale, à amplifier la puissance des Etats membres.

82

« Bence Nemeth, Europe Needs Less Defence Cooperation », Survival, juinjuillet 2025. Nemeth est le directeur du Centre for Defence Economics and

Management du King’s College de Londres.

83 Charles de Gaulle, Conférence de presse du 11 avril 1961.

84 Jens Stoltenberg, On My Watch – Leading NATO in a Time of War, W. W.

Norton & Company, 2025.

85 Point de presse du Secrétaire général Stoltenberg et du président Trump, 3

décembre 2019.

86 « Vu de Washington, le maintien de 100 000 personnels en Europe ne va pas

de soi », une conversation avec Muriel Domenach, ancienne ambassadrice à

l’OTAN, par Pierre Ramond, Le Grand continent, 30 octobre 2024.

87 Opening Remarks by Secretary of Defense Pete Hegseth at Ukraine Defense

Contact Group, Brussels, 12 février, 2025.

88 Trump: If NATO members don’t pay, US won’t defend them, Reuters, 6

mars 2025.

89 US ambassador suggests Germany take NATO’s top military role in future,

Euronews, 26 novembre 2025.

90 Exlusive: U.S. sets 2027 deadline for Europe-led NATO defense, Reuters, 6

décembre 2025.

91 Déclaration du Sommet de La Haye, 25 juin 2025. Dépenses de défense et

engagement des 5 %, Site OTAN www.nato.int, mise à jour le 18 décember

2025

92 Gérard Araud, Leçons de diplomatie, Editions Tallandier, 2025, pp148-149.

93 L’OTAN renforce son flanc oriental, Site OTAN www.nato.int, mise à jour

le 4 novembre 2025. Pour plus d’information sur les groupements tactiques de

l’OTAN, voir Gros-Verheyde, Idem. pp 107-108.

94 Rebecca Patterson (rapporteur), La future stratégie de l’OTAN vis-à-vis de la

Russie, Rapport à l’Assemblée parlementaire de l’OTAN, 12 octobre 2025.

95 NATO opens new Combined Air Operations Centre in Norway, NATO

SHAPE Newsroom, 10 octobre 2025.

96 NATO’s Allied Command Operations to update provisional, regional

boundaries, News Release, 4 décembre 2025.

97 Nordics to Norfolk: NATO trio shifts to US-based command focused on

Atlantic, High North, in Stars and Stripes, 5 décembre 2025. La nouvelle famille

de plans de défense régionaux divise l’OTAN en trois zones : la première

couvre l’Atlantique et l’Arctique européen, dirigée par le Commandement

interarmées (JFC) de Norfolk. La deuxième couvre la région baltique et

l’Europe centrale, dirigée par le JFC de Brunssum. La troisième couvre la

Méditerranée et la mer Noire et est dirigée par le JFC de Naples.

98 National Security Strategy of the United States of America, Maison Blanche,

november 2025.

99 Remarks by the Vice President J. D. Vance at the Munich Security

Conference, 14 février, 2025.

100 Voir de l’auteur, « Right Assessment, Wrong Tactics: Europe in the New

National Security Strategy », FPRI Analysis, 17 décembre 2025.

101 Pour une vision d’ensemble sa l’approche américaine, voir le livre The

Strategy of Denial – American Defense in an Age of Great Power Conflict’, Yale

University Press, 2021 par Elbridge Colby, auteur de la Stratégie de défense

nationale de 2018 et proche conseiller du vice-président Vance et actuellement

numéro trois du Pentagone.

102 National Defense Authorization Act for Fiscal Year 2026, entrée en vigueur

le 18 décembre 2025.

103 Commission on the National Defense Strategy, juillet 2024

104 Annegret Kramp-Karrenbauer, Europe still needs America, Politico, 2

novembre 2020.

105 Giada Santana, What the EU stands to lose from Trump 2.0, Euractiv

Podcast, 25 janvier 2025.

106 How did the EU get hooked on American gas?, Politico, 20 janvier 2026.

107 Voir de l’auteur: « Something Old, Something New: Transatlantic Discords

in the Second Trump Presidency », FPRI Analysis, mars 2025.

108 Araud, Idem. p150.

109 Madeleine K Albright, « The Right Balance Will Secure NATO’s Future »,

Financial Times, 7 décembre 1998.

110 Voir en particulier les numéros 40, 42, 44, 45 et 47 de Défense & Stratégie.

111 Audition de Joachim Bitterlich par la Commission du Livre blanc, 18

octobre 2007, in Défense et Sécurité Nationale. Livre blanc, Tome 2 Les Débats,

Paris, Editions Odile Jacob, La Documentation française, juin 2008. p.286.

112 Cvach, Ibid.

113 Christopher Landau sur son compte du réseau social X, le 6 décembre 2025.

114 Pour des détails sur cette structure, voir : Manel Bernado Arjona,

« European Command and Control Capabilities in Executive CSDP Missions

and Operations », Finabel – European Army Interoperability Center, décembre

2022.

115 Lt Col Felix Nieto, « Enhancing EU Crisis Management through Exercises:

A Tenure of Transformation, » EUMS/EEAS Impetus, n°34, hiver 2025.

116 Remarques de Jens Stoltenberg, Secrétaire général de l’OTAN, à la

Commission Politique étrangère et à la Sous-Commission sécurité et Défense

du Parlement européen, 8 mai 2017.

117 Europe de la défense : le réveil a sonné, Ministère des Armées,

www.defense.gouv.fr, 9 mai 2025.

118 Speech by Commissioner Kubilius at the Folk och Försvar – National

Conference 2026: “Europe Under Pressure”, Stockholm, 10 janvier 2026.

119 Brussels looking to beef up the EU’s collective defence clause, Euronews, 5

mai 2025; “We have no family of plans for European defence, as NATO does”

An interview with General Robert Brieger, former Chairman of the EU

Military Committee, The New Eastern Europe, 10 septembre 2025.

120 Voir dans ce numéro, l’article de Patrice Buffotot, « La dissuasion nucléaire

française face à l’évolution du système international ».

121 Interview d’Eric Trappier sur Cnews, Matinale, 23 avril 2024.

122 Audition d’Éric Trappier, président-directeur général de Dassault Aviation à

la Commission des affaires étrangères, de la défense et des forces armées du

Sénat, 25 juin 2025.

123 Initiative PURL : plus de 4 milliards de dollars d’équipements déjà financés

par les Alliés et leurs partenaires au profit de l’Ukraine, Site OTAN, 10

décembre 2025.

124

« Une nouvelle stratégie pour l’industrie européenne de la défense pour

préparer l’Union à toute éventualité en la dotant d’une industrie européenne de

la défense réactive et résiliente », Bruxelles, 5 mars 2025.

125

« Progress and Shortfalls in Europe’s Defence – An Assessment », The

International Institute for Strategic Studies, 2025, p58. L’analyse du IISS se

basaient sur les contrats placés entre février 2022 et septembre 2024.

126 Déclaration d’Emmanuel Macron sur la défense européenne, Inauguration

du 54ème édition du Salon International de l’Aéronautique et de l’Espace au

Bourget, 19 juin 2023.

127 Déclaration du Sommet de Washington, 10 juillet 2024, paragraphe 29.

128 Domenach, Ibid.

129 Fries, Ibid.

130 Audition d’Andrius Kubilius, commissaire européen à la Défense et à

l’Espace, Commission de la Défense et des forces armées de l’Assemblée

nationale, 25 mars 2025.

131 Audition d’André Denk, directeur exécutif-adjoint de l’Agence européenne

de défense (AED), Commission de la Défense et des forces armées de

l’Assemblée nationale, 12 mars 2025.

132 Cvach, Ibid.

133 Audition de Jean-Brice Dumont, vice-président d’Airbus, Commission de la

Défense et des forces armées de l’Assemblée nationale, 5 février 2025.

134 Trappier, Ibid.

135

« Top US official berates Europe over cutting American industry out of

defense buildup », Politico, 3 décembre 2025.

136 Fabrice Wolf, « Varsovie milite pour dépenser sa dotation SAFE vers

l’industrie américaine de défense », Meta-Defense , www.meta-defense.fr, 11

décembre 2025.

137

« Canada clinches deal to join Europe’s €150B defense schème », Euractiv, 1

décembre 2025.

138

« EU shifts on defence – and concedes maybe ‘Macron was right », The

Business Times, 7 mars 2025; « In a Europe Adrift, Macron Seizes the Moment »,

The New York Times, 13 mars 2025; « Il avait raison depuis le début » : « les

intuitions de Macron saluées par la presse étrangère », Le Point, 15 mars 2025 ;

« Macron was right about strategic autonomy », The Economist, 24 juillet 2025;

Aurélie Pugnet, « Merde! The French were right all along », Euractiv, 16 janvier

2026; Gregoire Roos, « EU leaders echo de Gaulle, saying Europe must

depend on no-one. But where should autonomy begin? », Chatham House, 29

janvier 2026.

139 Cvach, Ibid.

Discordie transatlantiche nella seconda presidenza Trump, di Hajnalka Vincze

Discordie transatlantiche nella seconda presidenza Trump

Di Hajnalka Vincze

04 marzo 2025

JUSTIN TALLIS/ REUTERS

Le tensioni stanno aumentando al di là dell’Atlantico e la retorica si sta surriscaldando. Per mesi l’Europa si è preparata al peggio: è così che la maggior parte dei leader e degli opinionisti europei vede la seconda presidenza di Donald Trump. Questa volta, giurano di essere pronti a resistere alla “prepotenza” del presidente americano. Anzi, affermano di volerlo sfruttare a proprio vantaggio e di voler portare avanti il loro progetto di autonomia strategica. Lo faranno? E in che misura? Cosa c’è di nuovo nelle relazioni transatlantiche, cosa è un semplice pretesto e quali sono le motivazioni di fondo?

Le solite vecchie lamentele

Sebbene possa essere confortante credere che gli attuali disaccordi tra gli alleati rappresentino uno shock per una relazione transatlantica altrimenti ampiamente armoniosa, ciò è ben lungi dall’essere vero. Le rimostranze per l’approccio apparentemente dirompente dell’amministrazione Trump nei confronti dell’Europa sono state, in realtà, una caratteristica costante. Si pensi, ad esempio, al cosiddetto transazionalismo, che ricorda senza mezzi termini che nulla è gratis. In cambio della difesa che forniscono, gli Stati Uniti si aspettano una partecipazione proporzionata da parte dei Paesi partner. La “Bottom-Up Review” del 1993 dell’amministrazione Clinton dichiarava senza mezzi termini che: “I nostri alleati devono essere sensibili ai legami tra un impegno sostenuto degli Stati Uniti per la loro sicurezza, da un lato, e le loro azioni in settori quali la politica commerciale, il trasferimento di tecnologia e la partecipazione a operazioni di sicurezza multinazionali, dall’altro”.

Né l’unilateralismo americano, come percepito in Europa, è stato molto diverso sotto le amministrazioni Clinton, Obama o Biden. Per citare un esempio recente, gli alleati si sono fortemente risentiti della mancata consultazione e del mancato coordinamento con l’amministrazione Biden in merito alla decisione di ritirarsi dall’Afghanistan; nonostante gli europei – su sollecitazione degli Stati Uniti – costituissero la maggior parte delle truppe NATO stanziate in loco. Allo stesso modo, gli alleati europei erano molto scontentidi quello che consideravano l’approccio iniquo dell’amministrazione Biden, a loro spese, ai prezzi del gas e alla vendita di armi nel corso del conflitto in Ucraina. Come se non bastasse, l’Inflation Reduction Act dell’agosto 2022 ha suscitato preoccupazioni in tutta Europa per il suo potenziale di prosciugare le industrie nazionali già in difficoltà, con il presidente francese Macron che lo ha definito “super aggressivo”. Come se non bastasse, il CHIPS and Science Act dell’ottobre 2022, che stabilisce severe regole di controllo delle esportazioni tecnologiche verso la Cina, è stato accompagnato da pesanti pressioni da parte degli Stati Uniti per ottenere il rispetto delle norme, come dimostrato dal caso olandese ASML.

Anche la minaccia di porre fine alla partecipazione degli Stati Uniti alla NATO è già stata sentita in passato. Già nel 2000, il Segretario di Stato americano William Cohen aveva avvertito che se la politica europea di sicurezza e difesa dell’UE, appena lanciata, avesse puntato all’autonomia, la NATO sarebbe potuta diventare “una reliquia del passato”. Il Segretario di Stato del Presidente Obama, Robert Gates, ha scatenato il panico tra gli alleati europei quando, nel suo discorso farewell del giugno 2011, li ha messi in guardia: “I futuri leader politici statunitensi potrebbero non ritenere che il ritorno dell’investimento americano nella NATO valga il costo”. Gates ha notato “la diminuzione dell’appetito e della pazienza del Congresso degli Stati Uniti – e del corpo politico americano in generale – di spendere fondi sempre più preziosi per conto di nazioni che apparentemente non sono disposte a dedicare le risorse necessarie o a fare i cambiamenti necessari per essere partner seri e capaci nella propria difesa”.

Infine, il rimprovero europeo che gli Stati Uniti sembrano tentati di applicare l’adagio “divide et impera” non è una novità. Durante l’amministrazione di George W. Bush, nel corso dello scontro transatlantico sulla guerra in Iraq, voci autorevoli sostenevano la “disaggregazione” dell’Europa. Il capo della politica estera dell’UE, l’ex segretario generale della NATO Javier Solana, ha pubblicamente denunciato questo approccio come “profondamente sbagliato”. Non si è trattato, tuttavia, di un errore sporadico. L’uomo di punta dell’amministrazione Obama per l’Europa, nonché ex consigliere per la sicurezza nazionale del vicepresidente Harris, Phil Gordon, una volta ha detto senza mezzi termini: “Vogliamo vedere un’Europa forte e unita, che parli con una sola voce. Nel migliore dei mondi possibili, quell’unica voce dirà ciò che vogliamo sentire…. Se non dice ciò che vogliamo sentire, allora preferiremmo che quella voce fosse meno unita”.

Handicap europei

Con la presidenza Trump, tutto questo viene ora criticato come inaccettabile oltreoceano. Perché, allora, gli europei hanno sopportato tutto questo per tutti questi anni? La risposta più ovvia è il free riding: avere gli Stati Uniti come protettori permette loro di godere di una difesa a basso costo e di reindirizzare altrove i fondi normalmente necessari per la difesa. Tuttavia, questa non è la storia completa. Traumatizzati dalle due devastanti guerre che hanno scatenato nella prima metà del XX secolo, gli europei hanno cercato di bandire il concetto di potenza dal loro pensiero strategico. Gli Stati Uniti, in qualità di potenza europea attraverso la NATO, sovrastano tutti gli altri per le loro dimensioni e agiscono quindi come un equalizzatore tra i loro Paesi. La presenza protettiva degli Stati Uniti ha anche permesso all’Europa di schermarsi dalla dura realtà del mondo, godendo di fantasie autogratificanti, post-nazionali e post-storiche. Questo atteggiamento ha portato Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri francese, a paragonare l’Europa a un “orsacchiotto di peluche nel mezzo di Jurassic Park”, e il suo omologo tedesco, Sigmar Gabriel, a descriverla come un “vegetariano in un mondo pieno di carnivori”.”.

Nel corso dei decenni, la ricerca della via più facile da parte dell’Europa si è tradotta in una posizione di eccessiva dipendenza nei confronti degli Stati Uniti. Pochi giorni prima delle elezioni presidenziali americane del 2020, il ministro della Difesa tedesco ha dichiarato, senza mezzi termini: “Dobbiamo riconoscere che, nel prossimo futuro, resteremo dipendenti. . . . Le illusioni di autonomia strategica europea devono finire: Gli europei non saranno in grado di sostituire il ruolo cruciale dell’America come fornitore di sicurezza”. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la dipendenza dell’Europa si è moltiplicata. Come ha osservato Jeremy Shapiro, direttore di ricerca dell’European Council on Foreign Relations a>, la situazione precedente al 2022, in cui la Germania (e l’Europa) era vista come dipendente dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Russia per l’energia e dalla Cina per i mercati, è cambiata radicalmente: “Sempre più spesso l’Europa dipende dagli Stati Uniti per tutte e tre le cose”.

Infatti, mentre l’Europa si muove per ridurre significativamente la sua dipendenza dall’energia russa, gli Stati Uniti sono intervenuti come fornitore chiave sia di gas naturale liquefatto (GNL) che di petrolio greggio. Entro il 2023, gli Stati Uniti sono diventati il principale fornitore di GNL dell’UE, rappresentando quasi il 50% delle importazioni totali di GNL – triplicando quasi le esportazioni rispetto al 2021. Nel primo trimestre del 2024, gli Stati Uniti sono diventati anche la principale fonte di importazioni di petrolio dell’UE, rappresentando il 17% di tutto il petrolio importato nel blocco. Per quanto riguarda il commercio con Pechino, le preoccupazioni politiche e geopolitiche, gli sforzi di de-risking e le sanzioni statunitensi sulle tecnologie avanzate hanno messo a dura prova le solide relazioni UE-Cina. Allo stesso tempo, sia le importazioni che le esportazioni verso gli Stati Uniti sono cresciute notevolmente. Inoltre, dall’inizio della guerra in Ucraina, la dipendenza originaria dell’Europa dagli Stati Uniti per la difesa si è ulteriormente aggravata. Il conflitto ha rimpiazzato gli arsenali nucleari al centro dei rapporti di forza geopolitici, rafforzando il ruolo critico dell’ombrello nucleare statunitense per l’Europa. Inoltre, il 63% delle maggiori acquisizioni nel campo della difesa da parte dell’UE sono arrivatedall’altra sponda dell’Atlantico.

Vecchia e nuova spinta all’autonomia

Non c’è dubbio che gli europei abbiano preso in mano la propria difesa da tempo. L’eccessiva dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti è sempre stata un’anomalia geopolitica che ha mantenuto le relazioni transatlantiche fondamentalmente malsane. Fin dai tempi del generale de Gaulle, negli anni ’60, la Francia ha incessantemente sollecitato le altre nazioni europee a “emanciparsi” dagli Stati Uniti per non essere più “vassalli” ma veri e propri partner. Man mano che il momento unipolare post-Guerra Fredda si affievoliva e diventava evidente che l’attenzione e le risorse degli Stati Uniti avevano dei limiti, la logica alla base dell’approccio francese era difficile da contraddire. Anche i britannici si sono interrogati in silenzio. Nel 2014, una commissione di esperti composta da ex alti funzionari ha sollevato la domanda cruciale: “possiamo contare sul fatto che gli Stati Uniti possiedano la capacità e la volontà di fornire [protezione] a tempo indeterminato, almeno fino alla metà del XXI secolo?” e ha concluso che questo “è in definitiva senza risposta”.

La rielezione di Donald Trump è stata vista da molti come (l’ennesima) opportunità di avanzare verso il tanto decantato obiettivo di autonomia strategica dell’UE. Nel 2016, la vittoria di Trump è stata accolta con discrezione da coloro – in particolare a Parigi – che l’hanno vista come un campanello d’allarme per le nazioni europee più esitanti e diffidenti nel compiere qualsiasi tipo di passo indipendente che potesse mettere a dura prova il legame transatlantico. Per un po’ è sembrato che fosse così. L’UE ha lanciato nuove iniziative in materia di difesa e il Cancelliere Angela Merkel ha notoriamente dichiarato: “Non è più possibile che gli Stati Uniti d’America si limitino a proteggerci. L’Europa deve invece prendere in mano il proprio destino”. Inoltre, il Presidente tedesco Frank-Walter Steinmeier ha inserito questa idea in un contesto più ampio: “Dobbiamo guardarci dall’illusione che il calo di interesse degli Stati Uniti per l’Europa sia dovuto esclusivamente all’attuale amministrazione. Sappiamo infatti che questo cambiamento è iniziato da tempo e continuerà anche dopo questa amministrazione”. Poi la Russia ha invaso l’Ucraina. E il riflesso immediato di ogni nazione europea è stato quello di correre sotto l’ombrello protettivo degli Stati Uniti e chiedere il rafforzamento della NATO.

Con la nuova amministrazione Trump, i leader europei si sono nuovamente orientati verso una posizione più assertiva. In un’intervista rilasciata al Financial Times, Emmanuel Macron ha descritto il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca come un “elettroshock” che dovrebbe spingere l’Europa a “alzare i muscoli”. Dopo il discorso del vicepresidente Vancealla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera – in cui ha sottolineato l’erosione di valori condivisi come la democrazia e la libertà di parola in Europa – il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha respinto queste osservazioni come “interferenze straniere”, mentre il suo ministro degli Esteri, Annalena Baerbock, ha avvertito di “un momento esistenziale in cui l’Europa deve alzarsi”. Per evitare di essere messi da parte nei negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina, gli europei hanno convocato riunioni di emergenza in varie forme. In una di queste riunioni, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha dichiarato: “La sicurezza europea è a un punto di svolta”. Forse è così. Eppure gli Stati membri non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno sulla lista dei partecipanti, per non parlare delle questioni più spinose come il dispiegamento delle truppe e le garanzie di sicurezza.

Controllo della realtà

Donald Trump o no, i soliti handicap rimangono. I Paesi europei sono divisi lungo molteplici linee di frattura, in particolare quando si tratta della forza e della natura delle loro relazioni con gli Stati Uniti. Anche se occasionalmente affermano i loro interessi comuni in aree specifiche – anche in opposizione alle politiche statunitensi, soprattutto in materia di commercio – il raggiungimento di una vera e propria autonomia a livello europeo rimane altamente improbabile. Gli ostacoli tradizionali non sono scomparsi: le divisioni interne, la comodità della protezione degli Stati Uniti e il modo in cui il potere americano offusca convenientemente le disparità gerarchiche tra i Paesi europei. Inoltre, come abbiamo visto, negli ultimi anni la radicata dipendenza dagli Stati Uniti per la difesa si è ulteriormente approfondita e persino estesa ad altri settori.

Alla luce di tutto ciò, perché i leader europei hanno scelto questo momento per raddoppiare il discorso sull’autonomia? In parte la risposta è che lo stile di chiusura dell’amministrazione Trump serve da pretesto per promuovere particolari agende intraeuropee. Il Presidente Trump è invocato come spauracchio dai campi autonomisti e federalisti, correnti di lunga data legate alla rivalità interna tra i membri dell’UE. La nuova amministrazione statunitense rappresenta anche una sfida ideologica fondamentale per l’Europa. Per decenni, gli europei hanno lavorato per adottare – spesso contro il loro stesso giudizio – la narrativa statunitense sulla deregolamentazione del mercato globale e la cosiddetta diplomazia basata sui valori. Ora, mentre l’America cambia apertamente rotta, l’Europa si trova intrappolata, sostenendo un quadro che il suo principale alleato ha disconosciuto. La dimensione interna è un ulteriore fattore di complicazione: la presidenza Trump è vista come una legittimazione di temi abitualmente ostracizzati, ma sempre più popolari in Europa.

L’aspetto più significativo è che la minaccia di un (parziale) disimpegno degli Stati Uniti viene ora presa sul serio. Certo, gli europei l’hanno già vista e sentita. Sia la guerra globale al terrorismo (GWOT) lanciata da George W. Bush dopo l’11 settembre, sia il pivot dell’amministrazione Obama verso l’Asia nel 2010-2012 hanno portato lo stesso messaggio all’Europa: L’America si aspetta che i suoi alleati si occupino del proprio cortile, mentre gli Stati Uniti sono impegnati in altre parti del mondo. Questa volta, però, è diverso. In parte a causa della proverbiale imprevedibilità del Presidente Trump, ma soprattutto a causa dell’evoluzione decennale degli equilibri di potere globali, che ha portato gli Stati Uniti a passare da uno standard di due guerre a uno nella loro pianificazione strategica. Gli europei sono consapevoli che chiunque sieda alla Casa Bianca li spingerà ad assumersi la loro parte di fardello e ad essere all’altezza della loro retorica sull’autonomia.

Ma qui sta il nocciolo della questione: che tipo di autonomia? I vincoli e le dipendenze delineati in precedenza suggeriscono che, una volta superata la fase iniziale di postura, è improbabile che l'”autonomia” europea invada seriamente aree cruciali per il mantenimento della supremazia americana, come l’autorità finale sulle strutture di comando della NATO, la deterrenza nucleare e la vendita di armi statunitensi. Finché l'”autonomia” si tradurrà in un aumento della spesa per la difesa, in un maggior numero di dispiegamenti di truppe e in una più profonda cooperazione europea che alleggerisca il peso della sicurezza degli Stati Uniti nel Vecchio Continente, lasciando inalterati questi settori chiave, Washington la accoglierà di buon grado. Paradossalmente, anche se l’idea di “autonomia” viene ora presentata al pubblico europeo attraverso una retorica velatamente anti-Trump e anti-americana, gli Stati Uniti potrebbero comunque finire per essere un beneficiario netto.


Hajnalka Vincze è borsista del Programma Eurasia presso il Foreign Policy Research Institute.

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Delphi a Bruxelles: la NATO e la difesa europea nel contesto della guerra in Ucraina, di Hajnalka VINCZE

Delphi a Bruxelles: la NATO e la difesa europea nel contesto della guerra in Ucraina

Hajnalka VINCZE
Senior Fellow presso il Foreign Policy Research Institute (FPRI) di Philadelphia4 , analista indipendente di sicurezza.
Una settimana dopo lo scoppio della guerra in Ucraina, il Presidente della Commissione di Bruxelles ha dichiarato che “questo è un momento di verità” per l’Unione Europea5. L’ambiguità di queste parole ricorda la deliberata vaghezza dei famosi oracoli greci di Dordogna e Delfi. Col senno di poi, saranno interpretate come l’annuncio di una determinazione e di uno slancio europei senza precedenti o, al contrario, come un cattivo presagio che anticipa l’ennesima dimostrazione di impotenza? È l’inizio di una nuova era per la sicurezza del vecchio continente e, in caso di risposta affermativa, in quale direzione penderà la bilancia? Stiamo assistendo alla “nascita dell’Europa geopolitica”, come sostiene l’Alto rappresentante Josep Borrell, o alla “NATOizzazione dell’Europa”, per citare il presidente Joe Biden?
A queste e ad altre domande simili, ognuno risponde secondo le proprie preferenze e simpatie. Le reazioni agli eventi in Ucraina si collocano quindi in scenari diametralmente opposti. Alcuni ritengono che gli europei, messi di fronte alla logica dell’equilibrio di potere che avevano ignorato per decenni, si stiano ora risvegliando dai pericoli della dipendenza e inizino a fare un salto verso l’autonomia. Da qui il passo sarebbe breve – e comporterebbe un’integrazione ancora più stretta – verso un’Europa che prende in mano il proprio destino, un “attore a pieno titolo” nel sistema internazionale. Per altri, invece, la guerra ha messo fine una volta per tutte ai sogni di indipendenza dell’Europa. Anche i più ferventi sostenitori hanno dovuto fare i conti con la realtà: quando il gioco si fa duro, gli europei, consapevoli delle proprie divisioni e debolezze, si rivolgono all’America per essere guidati e rassicurati dalle garanzie dell’Alleanza Atlantica.
Qual è la lettura giusta? Dal punto di vista politico, la crisi ha fornito a entrambe le parti una moltitudine di argomenti e ha agito da catalizzatore in entrambe le direzioni. Ciò che accadrà in seguito potrà essere visto, per quanto possibile, solo osservando da vicino i cambiamenti più significativi nella direzione della NATO, nelle ambizioni della “difesa europea” e, in particolare, nel modo in cui le due cose sono interconnesse. Il trentennale grattacapo della partenza rimane, e si aggrava man mano che le sfide si intensificano e l’orizzonte si restringe. Gli europei non vogliono certo diventare indipendenti, ma sono ben consapevoli che un giorno potrebbero essere costretti a farlo. Gli americani capiscono che avrebbero bisogno di un partner più autonomo, ma si rifiutano di permetterlo. L’equazione è insolubile?
1. La NATO rinvigorita
Per una volta, un’espressione di un capo di Stato francese ha raccolto consensi in Europa. Il Presidente Macron sembra aver trovato la parola giusta quando ha affermato che la guerra in Ucraina ha “risvegliato la NATO”, che fino a poco tempo fa considerava cerebralmente morta, “con il peggior tipo di elettroshock “7 . I dati sembrano chiaramente dargli ragione.
Rinforzi su tutti i fronti
La presenza americana nel continente è passata dai 65.000 soldati del 2018 agli oltre 100.000 di oggi. All’indomani dell’attacco russo all’Ucraina, l’Alleanza ha attivato i suoi piani di difesa e la sua forza di reazione rapida: 40.000 soldati schierati sul fianco orientale, un centinaio di aerei per sorvegliare lo spazio aereo e oltre due dozzine di navi da guerra in crociera nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Il numero di gruppi tattici multinazionali schierati a est (dall’Estonia alla Bulgaria) passerà da quattro a otto, con un numero maggiore di effettivi (dal livello di battaglione a quello di brigata). Secondo il nuovo modello di forze adottato al vertice di Madrid del giugno 2022, l’organizzazione disporrà di rinforzi ad alta prontezza fino a 300.000 uomini, disponibili in circa 30 giorni8.
Il vertice di Vilnius del luglio 2023 ha approvato una nuova generazione di piani di difesa per la regione settentrionale, l’Europa centrale (dal Baltico alle Alpi) e il fianco meridionale. Per definizione segreti, questi piani sono notevoli per due motivi. In primo luogo, il Comandante supremo alleato della NATO (SACEUR) sottolinea che, per la prima volta in trent’anni, gli obiettivi di capacità saranno basati su una pianificazione dettagliata, Stato membro per Stato membro.9 In secondo luogo, il rappresentante della Francia presso la NATO richiama l’attenzione sulla partecipazione degli Stati Uniti: “Il contributo dei piani regionali è l’integrazione degli Stati Uniti, che hanno una pianificazione nazionale in Europa, in un quadro collettivo”.10 Un altro aspetto del rafforzamento “operativo” della politica di difesa della NATO è il fatto che anche gli Stati Uniti, che hanno una pianificazione nazionale in Europa, sono coinvolti nel processo di pianificazione. Un altro aspetto del rafforzamento “operativo” dell’Alleanza è l’annosa questione della delega di autorità al SACEUR, che si ripresenta con le solite motivazioni di efficienza e di accelerazione del processo decisionale. Secondo un recente rapporto: “Il SACEUR avrà una maggiore autonomia per garantire che, sulla base del suo nuovo modello di forza, la NATO possa agire rapidamente e con decisione nelle situazioni di crisi “11 .
Tuttavia, la vera impresa delle armi è politica. Dopo la guerra in Ucraina, la dimensione politica dell’Alleanza è stata particolarmente rafforzata. Lo status di membro è doppiamente rafforzato. Da un lato, i Paesi europei vedono nella NATO l’ultimo protettore e nell’articolo 5 la loro unica assicurazione sulla vita. L’Alleanza sta facendo tutto il possibile per dare credibilità alla sua difesa collettiva: i piani di difesa sono stati attivati, le truppe mobilitate, i pattugliamenti aerei aumentati e l’amministrazione americana ha chiarito in numerose occasioni che difenderà “ogni centimetro quadrato” del territorio degli alleati. A riprova, se mai ce ne fosse bisogno, dell’attrattiva di una simile posizione in questi tempi, Svezia e Finlandia hanno deciso di aderire all’Alleanza Atlantica rinunciando al loro status di neutrali.
L’ostruzionismo turco, che ha ritardato il processo per mesi al fine di ottenere concessioni da Helsinki e Stoccolma, oltre che da Washington, ha ulteriormente evidenziato la frattura tra coloro che appartengono all’Alleanza e coloro che non vi appartengono, frattura che assume tutta la sua importanza nelle discussioni sul possibile ingresso dell’Ucraina nella NATO. Contrariamente alle voci entusiaste che sostengono che questo o quel Paese ha il “diritto” di entrare nell’Alleanza, sta diventando chiaro che questo diritto non esiste da nessuna parte. Al contrario, sono i singoli Stati membri ad avere il diritto di decidere se consentire o meno l’ingresso di un determinato candidato, in base ai propri calcoli nazionali. È alla luce di questa realtà, evidenziata in primo luogo dall’atteggiamento della Turchia, che va valutata la dichiarazione fatta al Vertice di Vilnius: “Saremo in grado di estendere un invito all’Ucraina ad aderire all’Alleanza una volta che gli Alleati avranno deciso di farlo e le condizioni saranno soddisfatte “12 . La prima di queste condizioni, prevista dall’articolo 10 del Trattato Nord Atlantico, è l’approvazione unanime.
Con l’adesione alla NATO e l’ombrello americano così rafforzato, l’ala atlantista era chiaramente in una posizione di forza. E intende spingere al massimo il suo vantaggio, soprattutto su quelle che normalmente sono le questioni più difficili. L’ex comandante supremo della NATO, il generale Philip Breedlove, non scherza: “Ora che abbiamo l’unità, affrontiamo tutte le questioni che dividono”, dice. E quali sono? L’elenco è noto da anni. Tutto ciò che punta a una maggiore integrazione sotto l’egida dell’Alleanza atlantica (finanziamento comune, deroga alla regola del consenso, trasferimento di autorità al SACEUR americano a capo delle forze alleate), così come tutto ciò che va nella direzione di un’espansione delle competenze geografiche (Asia, Africa) o di competenze funzionali (oltre allo spazio, al cyber e alla cooperazione NATO sulle tecnologie avanzate, si parla ora di accelerare le consultazioni NATO su clima, trasporti, energia e persino su questioni di politica interna, grazie a un nuovo Centro per la resilienza democratica).
Fragilità e battute d’arresto
Questo rinvigorimento nasconde tuttavia molteplici vulnerabilità. I piani di difesa sembrano impressionanti, ma la loro attuazione solleva interrogativi. Rimangono dubbi sulle capacità e sulle risorse: nonostante l’aumento generale dei bilanci per la difesa, solo 11 dei 31 Stati membri destinano il 2% del PIL all’esercito. Il presidente del Comitato militare dell’Alleanza, l’ammiraglio Rob Bauer, sottolinea inoltre che l’aumento del prezzo di munizioni ed equipaggiamenti (dovuto alla loro consegna in massa e urgente all’Ucraina) rischia di divorare il surplus di bilancio13. Gli otto gruppi tattici rinforzati avevano ancora solo 10.000 uomini alla fine dello scorso anno, rispetto ai 4.000-5.000 previsti per ciascuno. Per non parlare del fatto che l’aspetto più delicato dell’attuazione dei piani, ossia la questione della delega di autorità, rimane irrisolto. Si tratta di capire come verranno trasferiti i poteri decisionali degli Stati membri al Comandante in Capo della NATO: dovranno approvare l’attivazione dei piani di difesa prestabiliti e, una volta attivati i piani, il SACEUR avrà bisogno della loro approvazione per compiere un determinato passo nell’escalation?
Si tratta di una questione eminentemente politica, tanto più delicata se si considera che, nonostante la grande unità dimostrata negli ultimi tempi, le tensioni tra gli Stati membri rimangono elevate. Il Concetto Strategico fa la quadratura del cerchio quando afferma che “la ragion d’essere della NATO è assicurare la nostra difesa collettiva” affrontando “minacce globali interconnesse “15 . Gli europei ritengono che l’Alleanza debba concentrarsi più che mai sul suo obiettivo iniziale, ovvero la sicurezza del Nord Atlantico (Stati Uniti ed Europa), mentre i leader americani, in vista del confronto tra Washington e Pechino, vorrebbero “globalizzare” la NATO e trovano orecchie attente nella burocrazia della NATO. Il veto francese all’idea di aprire un ufficio di collegamento a Tokyo è stato ampiamente pubblicizzato dai media. Tuttavia, come spiega l’ambasciatore Domenach: “Si trattava di un’iniziativa istituzionale, non americana, presa dalle strutture della NATO, senza dubbio per sostenere la priorità strategica americana. Non appena le priorità strategiche americane cambiano direzione, è naturale che l’istituzione cerchi di “estendere il suo ufficio” su argomenti di interesse per gli Stati Uniti16.
Ma questa non è l’unica controversia. Le differenze di opinione sulla guerra in Ucraina (tra il “campo della giustizia”, che chiede la massima punizione per Mosca, e il “campo della pace”, che dà priorità alla ricerca di una stabilità duratura) sorgono inevitabilmente non appena si prospetta una soluzione diplomatica della crisi. Gli Stati membri non condividono nemmeno la stessa analisi della sfida alla sicurezza posta dall’immigrazione di massa e dall’ascesa dell’Islam politico17. Inoltre, i dubbi degli alleati sull’America si sono affievoliti solo temporaneamente. Che si tratti di decisioni unilaterali (come il ritiro dall’Afghanistan o la partnership AUKUS sui sottomarini australiani), di politica industriale (come i piani per sovvenzionare l’industria americana) o di pressioni sui contratti di armamento, dal punto di vista europeo la presidenza Biden assomiglia molto alla presidenza Trump. Per non parlare di un possibile ritorno al potere di Trump e/o dei suoi sostenitori. Non sorprende che i membri europei della NATO siano preoccupati dal fatto che il Pentagono preferisca dispiegare le proprie truppe come rinforzi a rotazione, piuttosto che assegnarle al Vecchio Continente in modo permanente.
Nonostante queste debolezze, o proprio per compensarle, una serie di iniziative mira a consolidare le relazioni tra alleati, soprattutto a livello di basi tangibili: armamenti e tecnologie. Ciò ha portato a una proliferazione di progetti, come il North Atlantic Defence Innovation Accelerator (DIANA)18 , il NATO Innovation Fund (NIF)19 e il Defence Production Action Plan20. Dietro le varie iniziative c’è una volontà, quella di catturare questo tema, un obiettivo, la standardizzazione, e un concetto per raggiungerlo, l’intercambiabilità.21 Cosa intendiamo con questo? Le dottrine, la logistica, l’addestramento e gli equipaggiamenti verrebbero armonizzati al punto che gli eserciti potrebbero operare in modo “intercambiabile”, cancellando le specificità nazionali. In occasione dei colloqui annuali della NATO sui combattenti alleati, il vice capo di Stato maggiore delle forze armate statunitensi, l’ammiraglio Christopher Grady, ha presentato questo modello: “L’interoperabilità è solo il punto di partenza. Il nostro obiettivo è passare dall’interoperabilità all’integrazione, fino all’intercambiabilità “22 . Un’agenda che tiene poco conto dell'”autonomia strategica”.
2. Una politica di sicurezza e di difesa comune rivisitata (PSDC)
Paradossalmente, è proprio nel momento in cui, in pratica, gli europei si precipitano tutti sotto l’ombrello protettivo dell’America che, nei loro discorsi, i leader europei hanno sulle labbra solo la parola “autonomia”. Il Presidente Macron si rallegra: “la battaglia ideologica è stata vinta”. E continua il Presidente francese: “Da un punto di vista dottrinale, giuridico e politico, penso che non ci sia mai stata una tale accelerazione della potenza europea “23. Ma che cos’è in realtà?
Una bussola multiuso
Dall’inizio della guerra in Ucraina, l’UE è stata assente da tutti gli aspetti politici e operativi della difesa. A parte una missione di solidarietà per addestrare i soldati ucraini24 , l’Unione si sta concentrando, per la maggior parte, sull’aspetto “armamenti”. Questo sviluppo fa parte di una tendenza iniziata in precedenza. La ripresa della PSDC nel 2016 si era già concentrata essenzialmente su questo settore attraverso la Cooperazione Strutturata Permanente e il Fondo Europeo per la Difesa. Il disaccordo sul grado di autonomia auspicabile ha frenato queste iniziative, al punto che “dall’inizio del 2020 abbiamo assistito a uno spostamento del concetto di autonomia strategica, originariamente apparso nella
PSDC, ad altri settori “25 .

Semiconduttori,
Si tratta di un “aggiornamento gradito e necessario, ma nelle circostanze attuali c’è il rischio che il fondamento originario venga diluito”. Con la guerra in Ucraina, la dimensione militare è tornata sotto i riflettori, concentrandosi sull’aspetto “armamenti”, all’incrocio tra politica di difesa e politica industriale.
Naturalmente, la Bussola strategica adottata nel marzo 2022 è molto più ambiziosa. Vi si legge: “L’Unione europea è più unita che mai.
Siamo determinati a difendere l’ordine di sicurezza europeo “26 . E lo fa concentrandosi su “quattro priorità”: azione, protezione, investimenti e cooperazione. Tutto è incluso, dalla “solidarietà e assistenza reciproca” ai sensi dell’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato (che è stato totalmente screditato dalla decisione dei due Stati membri dell’UE, Stoccolma e Helsinki, di aderire con urgenza all’Alleanza atlantica), alla lotta contro “la manipolazione delle informazioni e le attività di interferenza condotte dall’estero”. In particolare, la Bussola prevede di “sviluppare una capacità di dispiegamento rapido dell’UE che ci permetterà di schierare rapidamente fino a 5.000 truppe in ambienti ostili in risposta a diversi tipi di crisi”.
Un’impresa enorme, visti i successivi fallimenti, dal primo Headline Goal del 1999 al concetto di Battlegroups adottato nel 2004 e dichiarato operativo tre anni dopo – ma da allora mai attuato. Un importante rapporto commissionato dal Parlamento europeo esamina la nuova iniziativa Rapid Deployable Capability alla luce dei suoi precedenti, nella speranza di suggerire modi per evitare di ripetere gli errori del passato27. Tra gli insegnamenti da trarre, il documento consiglia all’UE di non dipendere dalle decisioni di altre organizzazioni, come l’ONU o la NATO. Tuttavia, anche se questa condizione potrebbe essere stabilita in linea di principio, politicamente è difficile che i 27 Stati membri la rispettino nella pratica. Per gli autori del rapporto, l’attuale modello soffre di difetti strutturali, tra cui l’insufficiente condivisione dei costi, la convergenza ancora limitata tra gli Stati membri nella percezione delle minacce e delle priorità e, per quanto riguarda l’opzione di mettere insieme una coalizione di volenterosi, “la perdita di controllo sui parametri chiave dell’operazione”. La principale raccomandazione del rapporto riguarda il packaging: non “vendere” al pubblico la nuova iniziativa come un miglioramento del concetto di battlegroups, ma presentarla come una nuova impresa governata da una diversa logica politica.
Armamenti sotto i riflettori
L’aumento dei bilanci per la difesa, uno degli obiettivi indicati nella Bussola, non sembra essere fuori portata: secondo i calcoli della Commissione, “gli Stati membri hanno annunciato aumenti dei loro bilanci per la difesa che si avvicinano, ad oggi, a 200 miliardi di euro in più nei prossimi anni “28 . Il problema è decidere come gli europei intendono spenderli. Cinque anni fa, il Presidente Macron ha parlato molto chiaramente di questo argomento sul canale americano CNN – perché l’aumento dei bilanci precede di diversi anni lo scoppio della guerra in Ucraina29 : “Non voglio vedere i Paesi europei aumentare i loro bilanci della difesa per acquistare armi americane o di altri Paesi, o attrezzature prodotte dalla vostra industria”. 30 Ha seguito la stessa linea quando ha insistito lo scorso maggio a Bruxelles: “Il denaro che stiamo per stanziare deve essere accompagnato da una strategia industriale, perché non si tratta di acquistare attrezzature prodotte altrove. Costruire la nostra sovranità significa anche costruire attrezzature che siano prodotte dagli europei per gli europei “31 .
Secondo la Francia, questa era un’occasione d’oro per rimilitarizzare e riabilitare il concetto di autonomia. Solo che, nel frattempo, gli Stati membri, poco ricettivi all’idea, l’avevano progressivamente snaturata inserendovi delle qualifiche. Oggi si parla di autonomia “aperta” e soprattutto di autonomia “inclusiva”, che garantirebbe l’accesso a Paesi terzi amici. Eppure l’Unione Europea, in quanto tale, è attiva in un modo senza precedenti. Il suo Fondo per la pace, ora dotato di 12 miliardi di euro fino al 202732 , sta rimborsando ai Paesi membri, in modo notoriamente poco trasparente, le attrezzature consegnate all’Ucraina. Lo strumento per rafforzare l’industria europea della difesa attraverso gli appalti congiunti (EDIRPA), annunciato nel luglio 2022 e adottato nell’ottobre 2023, prevede 300 milioni di euro fino al dicembre 2024 e propone “un rimborso parziale dal bilancio dell’UE quando l’appalto congiunto coinvolge un consorzio di almeno tre Stati membri “33 . Il regolamento sul sostegno alla produzione di munizioni (ASAP)34 combina queste due componenti e ne aggiunge una terza, volta a incoraggiare l’avvio della produzione industriale. I punti critici sono noti da tempo, ma rimangono gli stessi ovunque35.
I tre mostri
La “difesa europea” ha sempre dovuto evolversi sotto la pressione di tre forze sia politiche che ideologiche: la tensione pacifista, la distrazione atlantista e la tentazione federalista. È per placare le tendenze pacifiste di alcuni Stati membri, in particolare dei Paesi nordici, che l’UE si è sforzata, al momento del lancio della sua politica di difesa europea, di compensare qualsiasi iniziativa di natura militare con progressi nella “gestione civile delle crisi”. Ciò ha rassicurato anche il campo atlantista, stabilendo una divisione dei compiti più o meno tacita tra la NATO e la PSDC. Per quanto riguarda gli armamenti, la stigmatizzazione del settore e la mancata classificazione del suo posto nella tassonomia dell’UE pongono le industrie europee in una situazione di “svantaggio competitivo”, secondo Bertrand Delcaire, vicepresidente di Thales: “Le industrie sovrane hanno più gestori non europei che gestori europei “36 . La stessa BEI (Banca europea per gli investimenti) è riluttante a dare il suo sostegno all’iniziativa sulle munizioni, una questione prioritaria considerata troppo militare.
Un’altra limitazione autoinflitta degli armamenti europei è la cosiddetta lealtà atlantista. Non appena si parla di un trattamento preferenziale per le industrie europee, viene sollevato lo spettro dell’allontanamento o addirittura della rottura con l’America. Già nelle prime discussioni sul dopo 2016 sono stati lanciati degli avvertimenti, in particolare dal Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica: “L’UE non deve sostituirsi a ciò che sta facendo la NATO” e “non deve chiudere i suoi mercati della difesa” agli americani e ad altri Paesi non appartenenti all’UE.37 Non sorprende che i dibattiti più accesi sugli armamenti riguardino l’accesso ai fondi dell’UE, in altre parole il posto dato nei criteri di ammissibilità alle entità controllate da terzi. In particolare, se l’imperativo dell’autonomia europea sarà preso in considerazione nelle iniziative lanciate sotto l’egida dell’Unione e finanziate da tutti. La risposta è: sì, ma alla fine no, o meglio non del tutto… 38.
Infine, ma non meno importante, c’è la tentazione di affrettare i tempi con le istituzioni. Da un lato, dopo l’invasione della Commissione in quello che un tempo era il dominio riservato degli Stati; dall’altro, la crescente pressione per la generalizzazione del voto a maggioranza qualificata in seno al Consiglio. Per anni, il collegio di Bruxelles ha cercato di fare breccia nel bastione un tempo inespugnabile dell’articolo 346 del Trattato sull’Unione europea39 . Questo articolo consente agli Stati membri di invocare “interessi essenziali di sicurezza” per esentare dalle norme europee tutto ciò che ha a che fare con “la produzione o il commercio di armi, munizioni e materiale bellico”. Nelle sue proposte, la Commissione sta cercando di introdurre misure che le conferiscano il diritto di richiedere la condivisione di informazioni sensibili, di effettuare ordini prioritari e di autorizzare trasferimenti intraeuropei senza l’approvazione dei governi. Allo stesso tempo, si moltiplicano gli attacchi alla regola dell’unanimità in politica estera e di difesa. Quando si tratta di un settore così importante della sovranità, una simile prospettiva potrebbe facilmente rivelarsi controproducente. Per una volta, la NATO è più lucida. Come si legge in un rapporto: “Abbandonare questo principio [del consenso] e porre alcuni membri in una posizione di minoranza su questioni essenziali potrebbe generare rancore, che sarebbe dannoso per la coesione dell’Alleanza “40 . Nell’UE, la regola dell’unanimità è anche l’unica salvaguardia rimasta per coloro, spesso la sola Francia, che si oppongono a una maggioranza incurante di rinunciare all’autonomia.
3. E le tre D? Disaccoppiamento, duplicazione, discriminazione
La relazione tra PSDC e Alleanza Atlantica è sempre stata
il più affidabile indicatore della serietà delle sue ambizioni dichiarate.
Secondo l’ex direttore dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza dell’UE, Nicole Gnesotto: “Dalla creazione di una politica di sicurezza e di difesa europea quasi vent’anni fa, la NATO
è sempre stata vista come il limite superiore da non superare”. E lo storico spiega: “In altre parole, gli europei sono stati applauditi se i loro sforzi si limitavano a questioni di bilancio o di capacità tecniche per rafforzare la NATO; si proibiva loro di agire se emergeva un rischio di autonomia politica per l’Europa attraverso il progresso della difesa europea “41. Questo divieto è stato incarnato sin dall’inizio dalla triplice condizione posta da Washington per mantenere la sua mano sulla nuova politica dell’UE. Nessun disaccoppiamento del processo decisionale europeo dalla NATO, al fine di garantire la priorità all’Alleanza.
Nessuna duplicazione dei compiti, delle strutture e capacità della NATO, in modo da impedire all’Unione di acquisire strumenti che le consentano di agire in modo indipendente. Nessuna discriminazione nei confronti degli alleati non appartenenti all’UE, il che significa che la politica europea deve essere strutturalmente aperta alle interferenze permanenti dei Paesi terzi42.
Alcuni di questi argini finora incrollabili sembrano iniziare a cedere. Tabù del passato, come una sede europea permanente, la preferenza europea negli armamenti o la difesa collettiva, stanno riapparendo nelle discussioni, anche se con le consuete precauzioni. È quindi importante esaminare i dettagli di questi presunti cambiamenti e, soprattutto, confrontarli con i fatti e le azioni. Ad esempio, è opinione comune che l’adesione di Finlandia e Svezia rafforzerà automaticamente il famoso “pilastro europeo” dell’Alleanza. Ma i conti non tornano. È vero che il numero di Paesi dell’UE passerà da 21 a 23, ma il numero di alleati aumenterà da 30 a 32. D’altra parte, 23 dei 27 Stati membri dell’UE saranno anche membri della NATO, con le sole eccezioni di Austria, Irlanda, Malta e Cipro.
Più sono i Paesi dell’UE che non appartengono alla NATO, più c’è motivo di chiedere una distinzione tra le due organizzazioni e la possibilità per gli europei di condurre le proprie politiche. D’altra parte, la sovrapposizione sempre più perfetta tra le due mappe serve da pretesto per abolire le barriere tra questi due organismi e arruolare l’intera Europa nelle strategie “occidentali” sotto la bandiera della NATO. La posta in gioco è alta, tanto più nel nuovo contesto internazionale, e il disagio degli europei è palpabile. Certo, c’è stata una dichiarazione congiunta NATO-UE (secondo la NATO)43 o UE-NATO (secondo l’UE)44 dopo l’altra, nel 2016, nel 2018 e più recentemente nel gennaio 2023, ma la rivalità è innegabile. Questo spiega, secondo un rapporto del Senato francese, “le difficoltà incontrate per far sì che la cooperazione NATO-UE sia menzionata nel nuovo Concetto Strategico della NATO, nonché il rinvio del progetto di dichiarazione NATO-UE “45 .
Non disaccoppiamento
La guerra in Ucraina è stata vista da molti come un’opportunità per rafforzare i legami tra le due organizzazioni. Il nuovo Concetto strategico della NATO riconosceva l’UE come “un partner essenziale e unico” per l’Alleanza e aggiungeva alle consuete aree di cooperazione (mobilità militare, resilienza, lotta alle minacce ibride) “la risposta alle sfide sistemiche alla sicurezza euro-atlantica poste dalla Repubblica Popolare Cinese”. Questa novità è stata ripresa, con più cautela, nella dichiarazione congiunta del 202346. Oltre al dossier cinese, la continua estensione delle aree di competenza e di interesse dell’Alleanza (dal cambiamento climatico alla lotta alla disinformazione) sta forzando la mano agli europei. Una volta che un argomento viene trattato nell’arena atlantica, il doppio argomento della sicurezza e del legame con l’America fa sì che, sulla stessa questione nell’UE, gli europei vedano ridotto il loro margine di manovra.
In pratica, la guerra in Ucraina ha offerto l’opportunità di una maggiore partecipazione incrociata tra i team delle due organizzazioni in gruppi di lavoro e riunioni di ogni tipo. La cooperazione formale e informale si sta intensificando, con il rischio di rendere sempre più teorica l'”autonomia decisionale” degli europei. Tanto più che, politicamente, il “pilastro europeo” dell’Alleanza è un costrutto fittizio. Come ha sottolineato Sven Biscop nel suo libro del 2019: “Fondamentalmente, la voce dell’Europa non è presente nell’Alleanza”. A suo avviso, sarebbe logico che gli europei parlassero con una sola voce all’interno della NATO, e in linea di principio non c’è nulla che impedisca loro di raggiungere un accordo tra di loro prima delle riunioni con gli alleati. Questa sarebbe “la logica conseguenza del progressivo sviluppo dell’UE come attore strategico: una grande potenza agisce come una grande potenza ovunque “47 . Anche se riescono a trovare una posizione comune su alcune questioni, gli alleati europei rimangono profondamente divisi sull’opportunità di aderire alla NATO per paura di offendere gli Stati Uniti.

Non duplicazione
Il criterio di non duplicazione tra NATO e UE – incarnazione del famoso concetto di “complementarità” tra le due organizzazioni – si esprime attraverso tre divieti: non ci può essere “duplicazione” di compiti (la PSDC non deve toccare il monopolio della NATO sulla difesa collettiva); non ci può essere duplicazione di armamenti (gli europei sono invitati a continuare a dare priorità all’acquisto di armamenti americani, invece di pensare in termini di autonomia per l’EDTIB – European Defence Technological and Industrial Base); e non ci può essere duplicazione di risorse di pianificazione e comando (nessun quartier generale permanente per le operazioni PSDC).
La valorizzazione dell’articolo 5 del Trattato Nord Atlantico va di pari passo con la percezione dell’incredibile leggerezza delle disposizioni analoghe dell’Unione Europea, in particolare della clausola di mutua difesa definita all’articolo 42, paragrafo 7, del Trattato UE. L’affermazione del Cancelliere Scholz secondo cui la Svezia, in attesa di aderire alla NATO, “può contare sulla clausola di solidarietà dell’UE” per la sua difesa ha provocato, nel migliore dei casi, un’educata derisione. All’ombra della guerra, gli europei si precipitano tutti sotto l’ombrello americano – un chiaro ripudio degli impegni europei. Ma c’è di peggio. Secondo il relatore dell’Assemblea Nazionale sull’argomento, gli esperti del Ministero delle Forze Armate e del Ministero dell’Europa e degli Affari Esteri “hanno sottolineato che l’articolo 5 è più solido dell’articolo 42.7”, poiché include un riferimento esplicito all’uso della forza armata48.
Tuttavia, finora Parigi ha sempre sottolineato l’implicita inclusione della forza armata nell’espressione “tutti i mezzi” e l’automaticità dell’impegno previsto dall’articolo 42.7 (gli Stati membri “prestano aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro potere” a uno Stato membro attaccato). Ciò era in contrasto con la non automaticità, sottilmente negoziata all’epoca da parte americana, dell’impegno di cui all’articolo 5: se un alleato viene attaccato, ciascuno degli altri Paesi dell’Alleanza “prenderà le misure che riterrà necessarie”. Se confermata, questa inversione di rotta rispetto alla visione francese avrebbe conseguenze di vasta portata per la difesa europea. La NATO ha sempre considerato la difesa collettiva come il suo mercato vincolato e i leader dell’organizzazione tengono d’occhio qualsiasi dichiarazione, tradizionalmente francese, che possa seminare dubbi. C’è stata frustrazione nel quartier generale dell’Alleanza quando Parigi ha deciso, dopo gli attentati al Bataclan nel novembre 2015, di invocare l’articolo 42.7 dell’UE e non l’articolo 5 della NATO, come aveva fatto Washington dopo l’11 settembre.
Secondo Nicole Gnesotto: “L’elenco delle battaglie ideologiche, gigantesche e irrisorie, sul tema trito delle relazioni UE-NATO potrebbe riempire ogni piano di una biblioteca. La più dura riguardava la creazione di un comando supremo europeo per dirigere le operazioni europee “49 . Su questo tema abbiamo avuto di tutto: un divieto totale, poi parziale, senza struttura permanente, senza pianificazione strategica, un nucleo nella sfera civile con un quartier generale senza alcuna competenza per le operazioni militari in quanto tali. Per non parlare dei nomi più fantasiosi utilizzati per evitare la parola “Quartier Generale”, considerata troppo ambiziosa. Oggi, la Military Planning and Conduct Capability (MPCC) dovrebbe diventare la chiave di volta della Rapid Deployment Capability prevista dalla Strategic Compass50. Creata nel 2017 per garantire la pianificazione e la condotta di operazioni per missioni “non esecutive”, senza l’uso della forza, entro il 2025 dovrebbe essere in grado di aggiungere due operazioni militari su piccola scala e una su media scala, oltre alle regolari esercitazioni militari dal vivo51.
Un altro punto cardine della sicurezza europea, quello che determina il suo grado di autonomia in termini di risorse, è la questione degli armamenti, che sta diventando più che mai rivelatrice. A seguito della guerra in Ucraina, gli acquisti di armi americane sono in aumento: Finlandia, Germania, Grecia, Repubblica Ceca e Romania stanno ora cercando di acquistare anche gli F-35. E il super-aereo di quinta generazione è solo la punta dell’iceberg. Tutto ciò conferma l’analisi di Eric Trappier, CEO di Dassault Aviation, che parla di “preferenza americana” in Europa. Lo squilibrio è evidente fin dall’inizio: il 94% degli acquisti di armi del Pentagono proviene da fonti americane e i fornitori europei non rappresentano nemmeno il 2% del totale, mentre quasi due terzi degli acquisti di armi da parte dei Paesi dell’UE sono effettuati al di fuori dell’Unione, principalmente negli Stati Uniti. Nell’attuale situazione ucraina, Washington sta accelerando il passo: ha sbloccato 3 miliardi di dollari di aiuti per l’acquisto di armi americane da parte dei “Paesi più a rischio di aggressione russa”, tra cui 11 Stati membri dell’UE. Con tutto ciò che ne consegue in termini di conquista del mercato, indebolimento dei concorrenti e garanzia di futuri contratti di ammodernamento e manutenzione per anni, se non decenni, a venire.
Inoltre, quando gli europei compiono timidi sforzi per rifornire il loro DITB, la NATO reagisce immediatamente, con la pelle in mano. Le recenti iniziative sopra elencate, l’acceleratore di innovazione per la difesa del Nord Atlantico DIANA, il Fondo per l’innovazione della NATO e il Piano d’azione per la produzione nel settore della difesa, sono state tutte lanciate per togliere il vento alle vele del crescente attivismo dell’Unione Europea in questo settore. Allo stesso tempo, la NATO si sta adoperando per intensificare la cooperazione tra le due organizzazioni in materia di industria e tecnologia della difesa: il Commissario europeo Breton è stato invitato a presentare un documento non esposto sulle iniziative europee al Consiglio del Nord Atlantico nel dicembre 2022, e i contatti tra i rispettivi team si stanno moltiplicando. Duplicare le attività dell’UE e stringere legami sono i metodi abituali utilizzati dalla burocrazia della NATO per catturare e penetrare le iniziative europee. Ma la sua carta vincente è, come sempre, l’ultima delle tre D: la richiesta di accesso alle politiche europee per gli alleati non UE. Come si legge nella Dichiarazione congiunta del 2018, “incoraggiamo la più ampia partecipazione possibile dei membri dell’Alleanza non appartenenti all’UE alle iniziative dell’UE”.
Non discriminazione
In questo spirito, lo scorso aprile è stato concluso un accordo amministrativo tra il Pentagono e l’Agenzia europea per la difesa, atteso da tempo52 . Ma il requisito della “non discriminazione” nei confronti degli alleati esterni all’Unione europea è onnipresente in tutte le iniziative, in misura diversa. L’UE sottolinea che la partecipazione di terzi avviene sempre caso per caso e che la distinzione è chiara tra i suoi Stati membri e gli altri alleati. Tuttavia, Eric Trappier sottolinea che “in alcuni casi, i fondi europei vanno a beneficio di aziende americane piuttosto che europee, il che solleva alcuni interrogativi sull’uso del denaro pubblico in Europa “53 . Gli Stati Uniti, la Norvegia e il Canada partecipano al progetto di mobilità militare nell’ambito della Cooperazione permanente strutturata e l’azienda americana John Cockerill partecipa a tre progetti del Fondo europeo per la difesa (FAMOUS2, MARSEUS e INDY)54 .
Con il moltiplicarsi delle iniziative e dei finanziamenti dell’UE, la spinosa questione dell’accesso dei terzi (i cosiddetti “criteri di ammissibilità”) si fa sempre più pressante. I fondi liberati rimarranno all’interno dell’Unione, per rafforzare il suo ITB autonomo, o saranno utilizzati per acquistare dall’estero, anche se ciò significa diluire l’autonomia e la specificità dell’Europa all’interno del blocco euro-atlantico? Le ultime iniziative forniscono una serie di risposte. L’UE spera di alleviare la carenza di munizioni con un piano in tre parti chiamato ASAP55 , ognuna delle quali è regolata da norme diverse. Non esistono criteri vincolanti per il rimborso da parte del Fondo europeo per la pace (EPF), un fondo intergovernativo fuori bilancio, delle munizioni di artiglieria e missili prelevate dagli Stati membri dalle proprie scorte e consegnate all’Ucraina. Vi sono tuttavia alcuni vincoli all’acquisizione congiunta di queste attrezzature: gli operatori stranieri
sono ammissibili se “una fase significativa di produzione, compreso l’assemblaggio finale” è effettuata nell’UE o in Norvegia.
Per quanto riguarda la produzione industriale, le aziende che ricevono gli aiuti non devono essere soggette al controllo di terzi; se lo sono, devono essere state preventivamente sottoposte a screening per gli investimenti stranieri; se non lo sono state, possono essere ammissibili solo se la loro partecipazione è ritenuta nell’interesse dell’UE. Questa definizione lascia aperta la porta a varie deroghe. Il regolamento stabilisce, tuttavia, che il bilancio dell’UE “non dovrebbe” finanziare l’aumento della produzione di prodotti soggetti a restrizioni d’uso imposte da un Paese terzo. Ciò implica l’esclusione delle entità soggette alle normative ITAR degli Stati Uniti.
La stessa logica si ritrova nel testo finale del Regolamento sugli appalti congiunti per la difesa56 . Il paragrafo 22 afferma che “le procedure e i contratti di appalto congiunto dovrebbero anche includere un requisito che il prodotto della difesa non sia soggetto a restrizioni imposte da un Paese terzo non associato o da un’entità di un Paese terzo non associato che limitino la capacità degli Stati membri di utilizzare tale prodotto della difesa”. Come sempre quando si tratta di questioni controverse e delicate, il testo europeo lascia spazio all’interpretazione – in una lettura minimalista o massimalista, a seconda dello spirito del momento.
4. La formula magica
Nel nuovo contesto, che il Concetto strategico 2022 della NATO riassume come segue: “L’area euro-atlantica non è in pace”, europei e americani si trovano di fronte alle loro antiche contraddizioni, alle quali si aggiungono una nuova urgenza e nuovi vincoli. I governi europei sanno che la loro credibilità in termini di difesa vale tre volte zero, quindi sono desiderosi di mantenere la tutela americana, pur sapendo che questa protezione dall’esterno non è né solida né permanente. Per Washington, le ambizioni di autonomia europea porterebbero a un’intollerabile perdita di influenza e di controllo, ma non è nemmeno auspicabile un’eccessiva dipendenza dagli alleati: riconosce e aggrava la loro mancanza di responsabilità in campo militare e aggiunge benzina al fuoco degli isolazionisti americani, che non vogliono certo questo tipo di fardello.
Per ricordare che, dalla caduta del Muro di Berlino, la ricerca di modi per tagliare questo nodo gordiano ha occupato gran parte del tempo e delle energie di decisori e strateghi. In tre decenni, sono emerse solo due iniziative significative. A metà degli anni ’90, all’interno dell’Alleanza Atlantica è stata designata un’identità europea di sicurezza e difesa (ESDI), basata sul principio delle capacità “separabili ma non separate”, al fine di incanalare eventuali aspirazioni di autonomia all’interno dell’Alleanza. Tuttavia, lo slancio dell’epoca era tale che l’ESDI si rivelò insufficiente. Fu abbandonata a favore della Politica Europea di Sicurezza e Difesa (PESD), creata due anni dopo nel quadro dell’UE, al di fuori della NATO, uno sviluppo che all’epoca fu visto come una piccola rivoluzione. Il direttore politico del Ministero della Difesa britannico espresse la sua preoccupazione in questi termini: “Abbiamo lasciato che il genio scappasse dalla bottiglia “57 .
Ma si trattava di un genio meticolosamente addomesticato. Le condizioni 3D lo hanno bloccato in una camicia di forza, assicurando che, nonostante le spinte istituzionali e (mini-)operative della PESD, il primato della NATO rimanesse intatto. Il risultato è un livello di inerzia che continua a stupire anche gli osservatori più smaliziati. Nel 2017, Jeremy Shapiro, direttore della ricerca presso l’ECFR (European Council on Foreign Relations) ed ex consigliere del Dipartimento di Stato, ha sottolineato lo squilibrio: “Le nazioni europee dipendono dall’America per la loro sicurezza e l’America non dipende dall’Europa per la propria. Questa dipendenza asimmetrica è la caratteristica fondamentale e apparentemente permanente della relazione transatlantica “58 . Cinque anni dopo, è tornato sull’argomento, scrivendo: “Con l’intensificarsi della competizione geopolitica, gli europei sono diventati più dipendenti dagli Stati Uniti di quanto non lo siano mai stati dall’inizio della Guerra Fredda “59 .
È in questo contesto che il conflitto ucraino è stato introdotto nella dinamica transatlantica, nel senso di uno squilibrio più pronunciato a favore degli Stati Uniti. La discrepanza tra una “difesa europea” svalutata e una NATO rivalutata – basti ricordare gli acquisti di armi americani e la fretta di Finlandia e Svezia di mettersi sotto le ali protettive dell’Alleanza – ha fatto rivivere l’idea, molto diffusa negli anni ’90, di una difesa europea concepita come “pilastro europeo della NATO”. Il genio è tornato nella sua meravigliosa lampada. Su questa base sembra emergere un ampio consenso tra gli esperti e i decisori di tutti gli schieramenti: “La guerra in Ucraina ha evidenziato la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti per la sua sicurezza.
Anche se l’autonomia strategica è fuori portata, l’UE deve lavorare per rafforzare il pilastro europeo della NATO “60 .
A riprova, se ce ne fosse bisogno, dello zeitgeist, il rapporto del Senato francese sulle relazioni transatlantiche ripete questa antifona, che si riteneva superata negli ultimi anni, se non decenni. Torna sulla necessità di “spiegare e convincere i nostri partner americani ed europei per dimostrare, nel modo più concreto possibile, che gli sforzi di difesa europei non indeboliscono la NATO, ma la rafforzano al contrario”. Allo stesso tempo, ha fatto due osservazioni su cui riflettere: “per gli Stati membri dell’UE, questo sforzo di difesa può concretizzarsi solo nel quadro della NATO, sotto forma di un pilastro europeo dell’Alleanza” e “gli Stati Uniti continuano a percepire il progetto di difesa europeo come in competizione con – e non complementare a – la NATO “61 .
Il Presidente Emmanuel Macron intende quadrare il cerchio con la magia delle parole: “Credo che abbiamo dimostrato collettivamente che la difesa europea non è in concorrenza o in sostituzione della NATO, ma che è uno dei suoi pilastri. Anche in questo caso, noi dell’Alleanza non vogliamo essere semplici partner vassallizzati, dipendenti solo da una potenza che ne ha la capacità “62. Di quale “noi” stiamo parlando? È vero che i leader europei cercano di riempire i loro discorsi con riferimenti all’autonomia. “Questa alleanza con gli Stati Uniti implica forse che dovremmo seguire ciecamente e sistematicamente la posizione degli Stati Uniti su tutte le questioni? No!”, ha dichiarato Charles Michel, presidente del Consiglio europeo, a France Info63. Josep Borrell, Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri, ha affermato un’ovvietà: “Senza autonomia, rimaniamo dipendenti “64. Di quale autonomia stanno parlando? Di quale autonomia stanno parlando? Se negli ultimi anni la retorica europea ha ripreso il termine a lungo tabù di autonomia, è solo per usarlo, distorcendolo, al servizio di spinte federaliste. Come già osservato: “Più l’UE parla di autonomia, più chiede “maggiore integrazione”. In questa narrazione, il passaggio alla maggioranza qualificata creerebbe, con un colpo di bacchetta magica, un’Europa-potenza che parla con una sola voce, in grado di giocare il proprio ruolo sullo scacchiere geopolitico. Ma una visione così semplicistica tende a confondere la forma con la sostanza. Non è a causa della regola dell’unanimità che l’UE è incapace di avere una politica di potenza indipendente, al contrario. La posizione maggioritaria tra i partner europei è sempre stata quella di ignorare o addirittura vilipendere i concetti di potere e indipendenza”.65 Su questo punto, nulla è cambiato. Il senatore Jean-Marc Todeschini ha osservato durante una sessione dedicata al tema: “La Francia è isolata, come possiamo vedere quando ci sediamo all’Assemblea parlamentare della NATO. Possiamo continuare a sognare, ma i nostri partner europei non hanno alcuna intenzione di far progredire la difesa europea “66 .
Ottimista, Nicole Gnesotto osserva che l’odierno “riflesso atlantista” non significa necessariamente la “sepoltura” di qualsiasi idea di potenza.
Prima la NATO, poi l’Europa “67.

Solo che tutto sarà fatto per la prima fase. La Francia dovrà lottare affinché la nozione di pilastro europeo “separabile” si trasformi in quella di “separabilità in toto”. Dalle basi tecnologiche e industriali alla pianificazione strategica e operativa: una sorta di inversione di ciascuna delle componenti del famoso 3D. Ciò promette aspre battaglie in cui l'”insieme” non trova spazio. Le formule ambigue del discorso NATO-Europa, come “autonomia aperta”, “autonomia intelligente” e “complementarietà”, ingannano solo chi vuole essere ingannato.
Per definizione, l’autonomia europea deve basarsi sull’idea di essere “separabile nella sua interezza”. Solo così potremo sperare di raggiungere un giorno un partenariato veramente equilibrato con l’America. L’autonomia a buon mercato non va bene. Gli Stati Uniti hanno uno spiccato senso dei rapporti di forza e non si impegneranno con i loro alleati europei su un piano di parità finché le relazioni transatlantiche rimarranno segnate, in ultima analisi, dall’asimmetria. Nel suo libro pubblicato nel 1987, André Lebeau, ex presidente del CNES, ha riassunto la sfida in una frase che non è invecchiata di un giorno: “La strada che potrebbe un giorno portare alla dipendenza reciproca con gli Stati Uniti è la stessa che porta all’autonomia europea “68 .
Trentacinque anni dopo, gli europei si rifiutano ancora di seguire questa logica fino alla sua conclusione. Non è escluso che sia la volubilità della politica americana a costringerli, in ultima analisi, a rompere con i loro riflessi di autovassallizzazione. Lo spettro sempre più reale del disimpegno americano, totale o parziale, temporaneo o permanente, è l’unico argomento che può motivare i Paesi europei verso una maggiore autonomia – salvo che questa ambizione di autonomia viene temperata fin dall’inizio, perché viene sempre vista come una precipitazione dello stesso disimpegno tanto temuto. Si tratta di un dilemma finora insolubile, che gli elettori americani potrebbero un giorno risolvere per l’Europa.
Tuttavia, restano da affrontare sfide importanti. Una volta che le matrici della dipendenza sono ben salde, è facile passare da una dipendenza all’altra. Nulla fa pensare che, senza la leadership americana, gli europei nel loro complesso si orienterebbero verso l’affermazione del loro potere e della loro indipendenza, anziché lasciarsi tentare da una politica di acquiescenza o addirittura di sottomissione ad altre potenze o forze esterne. Soprattutto se la marcia federalista continua, denigrando e disfacendo le identità e le sovranità nazionali. Philippe Seguin ha avvertito nel suo leggendario discorso sul Trattato di Maastricht: “Il primo alibi per tutte le nostre rinunce è senza dubbio l’integrazione europea. Questo alibi per l’Europa è pieno di pericoli, perché è inutile sperare che i nostri problemi siano risolti da quella che è fondamentalmente una corsa a perdifiato. Condividere le debolezze e le mancanze degli altri non ha mai migliorato le prestazioni “69 . Il suo unico contributo è quello di paralizzare coloro che non vogliono entrare nei ranghi.

4 Nota: « Le contenu de l’article n’engage que son auteur et ne reflète pasnécessairement la position du Foreign Policy Research Institute ».

5 Discours de la présidente de la Commission Ursula von der Leyen auParlement européen, 1er mars 2022.

6 Discours du Haut représentant de l’Union pour les Affaires étrangères et laPolitique de sécurité Josep Borrel au Parlement européen, 1er mars 2022.Remarques du Président Biden à Madrid, le 29 juin 2022.

7 Discours de clôture d’Emmanuel Macron, président de la République, ForumGlobsec, Bratislava, 31 mai 2023.

8« Invasion de l’Ukraine par la Russie: implications pour la défense collectivedes alliés et impératifs du nouveau Concept stratégique », Rapport àl’Assemblée parlementaire de l’OTAN, par Cédric Pérrin, 20 novembre 2022.

9 NATO Details Defense Plans—And Reiterates Call for More MemberSpending, in Defense One, 11 mai 2023.

10 Audition, à huis clos, de Mme Muriel Domenach, ambassadrice,représentante permanente de la France au conseil de l’OTAN pour un retoursur le sommet de l’OTAN des 11 et 12 juillet 2023 à Vilnius. 19 juillet 2023

11« Guerre russe contre l’Ukraine: impératifs stratégiques pour l’OTAN »,Rapport de l’Assemblée parlementaire de l’OTAN, par Tomas Valasek, 8octobre 2023.

12 Communiqué du Sommet de Vilnius, le 11 juillet 2023

13 Rising ammunition prices set back NATO efforts to boost security, officialsays, Reuters, 16 septembre 2023.

14 The Invasion of Ukraine Spurred NATO to Revamp Its Defense PlansAgainst Russian Attack, AP, 11 juillet 2023.

15 Concept stratégique 2022 de l’OTAN, adopté à Madrid, le 29 juin 2022.

16 M. Domenach, Audition précitée.

17 Voir de l’auteur: « La Turquie dans l’OTAN, entre utilité et hostilités », Notede l’IVERIS, 26 novembre 2020.

18 Speech by Secretary General Jens Stoltenberg at the NATO-Industry Forum,25 octobre 2023. Afflux de candidatures pour le programme pilote du DIANA,l’accélérateur d’innovation de l’OTAN, www.nato.int, 31 août 2023.

19 Le Fonds OTAN pour l’innovation formalise son compartiment phare d’unmilliard d’euros, www.nato.int, 1er août 2023.

20 Déclaration du secrétaire général au Forum OTAN-Industrie: « Il n’y a pasde défense sans industrie de défense », 25 octobre 2023.

21 John A. Tirpak, “US and Partners Now Moving Toward Interchangeable—Not Just Interoperable—Weapons”, in Air&Space Forces Magazine, 30septembre 2022.

22 Allied Warfighter Talks Look to NATO’s Future, DoD, 8 novembre 2022.

23 Emmanuel Macron: « L’autonomie stratégique doit être le combat del’Europe», Les Echos, 9 avril 2023.

24 Mission d’assistance militaire de l’Union européenne en soutien à l’Ukraine(EUMAM), lancée le 15 novembre 2022 pour une période de deux ans en vuede former, à terme, 30 000 soldats ukrainiens.

25 Voir de l’auteur, « L’OTAN reprend l’avantage dans son bras de fer avecl’UE », in Défense & Stratégie n°45 printemps 2021.

26 Une boussole stratégique en matière de sécurité et de défense – Pour uneUnion européenne qui protège ses citoyens, ses valeurs et ses intérêts, et quicontribue à la paix et à la sécurité internationale, Secrétariat général du Conseilde l’Union européenne, 21 mars 2022.

27« The EU Rapid Deployment Capacity: This time, it’s for real? », Parlementeuropéen, Analyse de fond à la demande de la sous-commission sécurité etdéfense (SEDE), 28 octobre 2022.

28 Communication de la Commission sur l’analyse des déficits d’investissement dans ledomaine de la défense et sur la voie à suivre, 18 mai 2022.

29 D’après le rapport de l’Agence européenne de défense publié en décembre2022, les budgets de défense européens – des 27 sauf le Danemark –augmentent pour la septième année consécutive (avec un total de 214 milliardsd’euros en 2021, soit 1,5% du PIB), et à l’intérieur des budgets, la part desinvestissements monte elle aussi depuis trois ans, pour atteindre 24%, plus queles 20% que les Etats membres s’étaient fixés. Voir : Defence Data : Key Findingsand Analysis, AED, 8 décembre 2022.

30 Entretien du président Emmanuel Macron, CNN, 11 novembre 2018.

31 Déclaration de M. Emmanuel Macron, président de la République, surl’Union européenne face au conflit en Ukraine et ses répercussions en matièreénergétique et alimentaire, Conseil européen, Bruxelles, 31 mai 2022.

32 Décision de Conseil du 26 juin 2023 modifiant la décision (PESC) 2021/509établissant une facilité européenne pour la paix.

33 EDIRPA: feu vert du Conseil aux nouvelles règles visant à encourager lesacquisitions conjointes dans l’industrie de la défense de l’UE, Communiqué depresse, 9 octobre 2023.

34 Règlement (UE) 2023/1525 du Parlement européen et du Conseil du 20juillet 2023 relatif au soutien à la production de munitions (ASAP).

35 Voir de l’auteur: « Initiatives en matière de munitions : l’Europe se tirera-telle une balle dans le pied ? », DefTech n°7, octobre-décembre 2023.

36 Aurélie Pugnet, « Défense: l’industrie européenne veut des moyens à lahauteur des objectifs de l’UE », Euractiv, 27 juin 2023.

37 Otan: les Européens rassurent les Américains sur la défense collective, AFP,15 février 2018.

38 Voir dans la prochaine section sur les conditions 3D sous « Nondiscrimination ».

39 Article 296, avant le traité de Lisbonne. Voir de l’auteur, « L’article 296 duTCE : obstacle ou garde-fou ? », in Défense & Stratégie, N°18, automne 2006.

40« L’adaptation politique et sécuritaire de l’OTAN en réponse de la guerremenée par la Russie : prendre la mesure du nouveau Concept stratégique etmettre en œuvre les décisions prises au sommet de Madrid », Rapport del’Assemblée générale de l’OTAN, par Tomas Valasek, 19 novembre 2022.

41 Nicole Gnesotto, L’Europe: changer ou périr, Editions Tallandier, 2022, pp. 211et 143.

42 Madeleine K. Albright, « The Right Balance Will Secure NATO’s Future »,Financial Times, 7 décembre 1998. Voir de l’auteur: « Double anniversaireOTAN – défense européenne: « Plus ça change et plus c’est la même chose !»Défense & Stratégie n°44, hiver 2019.

43 Voir « Relations avec l’Union européenne », sur le site Internet de l’OTAN,mis à jour le 25 juillet 2023.

44 Voir « Coopération UE-OTAN », sur le site du Conseil européen/Conseil del’Union européenne, mis à jour le 18 janvier 2023.

45 Amis, alliés mais pas alignés Pour des relations transatlantiques équilibrées, Rapportd’information, Commission des affaires étrangères, de la défense et des forcesarmées du Sénat, 6 juillet 2022.

46« L’enhardissement de la Chine et les politiques appliquées par celle-ci sont sources de défisauxquels il nous faut répondre. », Déclaration conjointe sur la coopération entrel’UE et l’OTAN, 10 janvier 2023.

47 Sven Biscop, European strategy in the 21st century – New future for an old power,Routledge, 2019, p.109.

48 Examen et vote sur le projet de loi sur l’accession de la Finlande et de la Suède, Commission des affaires étrangères, Assemblée nationale, 27 juillet2022. Propos du rapporteur Jean-Louis Bourlanges.

49 N. Gnesotto, Ibid. p.142.

50 The Military Planning and Conduct Capacity (MPCC), Factsheet de l’Unioneuropéenne, février 2023.

51 Le premier de ces exercices eut lieu en Espagne, à la mi-octobre 2023, leprochain est prévu pour le second semestre de 2024, « avec en particulier lesoutien de l’Allemagne » d’après le Haut représentant de l’UE.

52 EDA–U.S. Department of Defense Administrative Arrangement Signed, Agenceeuropéenne de défense, 26 avril 2023.

53 Audition de M. Eric Trappier, Président-directeur général de DassaultAviation, Commission des affaires étrangères, de la défense et des forcesarmées du Sénat, 24 mai 2023.

54 Reinforcing the European defence industry, Briefing, Parlement européen, juin2023.

55 Règlement (UE) 2023/1525 du Parlement européen et du Conseil du 20juillet 2023 relatif au soutien à la production de munitions (ASAP).

56 Règlement relatif à la mise en place d’un instrument visant à renforcerl’industrie européenne de la défense au moyen d’acquisitions conjointes(EDIRPA), adopté par le Conseil le 10 octobre 2023.

57 Richard Hatfield, The Consequences of Saint-Malo, Public Lecture at IFRI,Paris, 28 April 2000.

58 Jeremy Shapiro – Dina Pardijs, The transatlantic meaning of Donald Trump:a US-EU Power Audit, ECFR, 21 septembre 2017.

59 Jeremy Shapiro, Why Europe has no say in the Russia-Ukraine crisis, ECFR,27 janvier 2022.

60 Judy Dempsey, Judy Asks, « Is European Strategic Autonomy Over? »,Carnegie Europe, 23 janvier 2023.

61 Rapport d’information sur les grandes orientations de la politique étrangèreaméricaine et les relations transatlantiques, Sénat, 6 juillet 2022.

62 Discours d’Emmanuel Macron, Président de la République à la Conférencedes ambassadeurs, Paris, 1er septembre 2022.

63 Entretien diffusé le 12 avril 2023.

64 Josep Borrell, chef de la diplomatie européenne: « Le système mondial risque de se fragmenter », in Le Monde, 24 avril 2023.

65 Voir de l’auteur, « L’OTAN reprend l’avantage dans son bras de fer avecl’UE », in Défense & Stratégie n°45 printemps 2021.

66 Propos de Jean-Marc Todeschini lors de l’examen en Commission duRapport d’information précité, Sénat, 6 juillet 2022.

67 Nicole Gnesotto, « Boussole stratégique: l’industrie ou la puissance »,Blogpost, Institut Jacques Delors, 4 avril 2022.

68 André Lebeau – Patrick Cohendet, Choix stratégiques et grands programmes, Ed.
ECONOMICA, 1987, p.171-172.
69 Discours prononcé par Philippe Seguin, Assemblée nationale, 5 mai 1992.

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AUKUS: un nuovo modello di partnership con gli steroidi, di Hajnalka Vincze

AUKUS: un nuovo modello di partnership con gli steroidi

L’annuncio di un accordo tra Australia, Stati Uniti e Regno Unito, che istituirà la partnership AUKUS nel settembre 2021, è balzato agli onori della cronaca per la cancellazione del contratto di acquisto di sottomarini francesi. Molto è stato scritto anche sull’atteggiamento della Cina, che vede l’iniziativa come un atto politico diretto contro di essa.

Mentre i piani prendono forma, non è l’aspetto delle capacità a essere al centro dell’attenzione, e nemmeno la portata strategica del patto tripartito nella regione indo-pacifica, ma il suo approccio senza precedenti alla cooperazione industriale e tecnologica. Se si crede ai protagonisti, questo rappresenta un vero e proprio cambio di paradigma. Fatta salva la riforma di uno degli elementi più sclerotici del sistema americano, il nuovo modello di quasi-fusione è destinato a diffondersi a macchia d’olio. Avviso trasmesso agli altri alleati.

Fasi, pilastri e filoni

A metà marzo, a San Diego, i leader americani, australiani e britannici hanno presentato un piano intitolato “Optimum Way Forward”, frutto di diciotto mesi di intense consultazioni. Con l’Oceano Pacifico e il sommergibile classe Virginia USS Missouri (SSN-780) sullo sfondo, hanno illustrato le fasi successive che porteranno l’Australia a dotarsi di sottomarini a propulsione nucleare di cui avrà il completo controllo. Questo progetto di cooperazione, tanto vasto quanto complesso e delicato, durerà tre decenni. Per AUKUS, questo è solo uno dei suoi due pilastri. Oltre ai sottomarini, la partnership comprende una seconda “linea di sforzo”, quella della collaborazione sulle tecnologie avanzate (inizialmente incentrata su cyber, intelligenza artificiale, capacità sottomarine correlate e campo quantistico, la sua portata è in continua espansione).

Naturalmente tutti i riflettori sono puntati sui nuovi sottomarini, un’impresa di dimensioni senza precedenti per l’Australia che costerà quasi 250 miliardi di dollari da qui al 2055, pari al 700% del suo attuale bilancio annuale per la difesa (si confronti con il programma americano di sottomarini balistici a propulsione nucleare Columbia, il cui costo per 12 unità è stimato in 112 miliardi di dollari, pari al 14% del bilancio della difesa americana nel 2023) (1). Tuttavia, ciò che caratterizzerà ogni fase – dall’addestramento del personale e dalla creazione di infrastrutture di manutenzione al co-sviluppo e alla costruzione locale della nuova generazione di SNA, compreso l’acquisto di tre-cinque sottomarini di seconda mano della classe Virginia – è la necessità di scambiare informazioni e tecnologie su una scala mai raggiunta prima.

Visto da questa prospettiva, il progetto dei sottomarini potrebbe soprattutto servire da catalizzatore per abbattere le barriere che, da parte americana, hanno finora impedito la creazione di una base industriale e tecnologica “integrata” con gli alleati britannici e australiani. Primo fra tutti l’ITAR (International Traffic in Arms Regulations), che è sempre stato uno straccio rosso. Questo pilastro “sottomarino” dovrebbe quindi segnalare, nell’immediato, la volontà dei tre alleati anglosassoni di fondersi virtualmente di fronte alla sfida cinese e di avviare una dinamica di lungo periodo per la base industriale e tecnologica. Secondo Bill Greenwalt, ex capo della politica industriale del Pentagono, “la parte “sottomarini” non arriverà in tempo per essere rilevante in un conflitto a breve termine con la Cina. Ciò che accade nel secondo pilastro potrebbe esserlo, ma solo se l’ITAR verrà radicalmente modificato”.

In teoria, il progetto AUKUS è notevolmente ben strutturato. Ciò che gli conferisce coerenza strategica è il rapido spostamento dell’equilibrio di potere regionale a favore della Cina. Nel presentare l’Australian Strategic Review 2020, l’allora Primo Ministro disse: “Il nostro ambiente strategico non è stato così incerto dalla minaccia esistenziale che abbiamo affrontato quando l’ordine mondiale e regionale è crollato negli anni ’30 e ’40 (2)”. Anche gli Stati Uniti sono preoccupati. Ogni anno, il Congresso americano ascolta con stupore gli aggiornamenti sugli sforzi militari di Pechino: “Solo nel 2022, l’esercito cinese ha aggiunto 17 grandi navi da guerra al suo inventario operativo, compresi due sottomarini d’attacco. L’aeronautica ha raddoppiato la capacità di produzione degli aerei di quinta generazione J-20. La Cina ha effettuato con successo 64 lanci spaziali e ha messo in orbita almeno 160 satelliti. Il settore missilistico continua ad espandere massicciamente il suo arsenale convenzionale e nucleare, costruendo centinaia di silos per missili nucleari e mettendo in funzione diverse centinaia di missili balistici e da crociera. (3) ” Di fronte a questa sfida, si moltiplicano le richieste di un aumento esponenziale della produzione industriale e dell’innovazione tecnologica, nonché di un immediato rafforzamento delle capacità militari sottomarine.

Sommergibili

L'”Optimum Way Forward” mira a garantire una presenza sottomarina rafforzata d’ora in poi, senza interruzioni di capacità quando i sei battelli australiani della classe Collins saranno ritirati. Nonostante la loro continua modernizzazione, sarà difficile che i Collins diesel-elettrici rimangano in servizio oltre la fine del prossimo decennio. Il piano AUKUS dovrà organizzare la transizione dell’Australia verso la propulsione nucleare, che sarà l’unico Paese al mondo a gestire senza possedere una base industriale nucleare militare o civile. A partire da quest’anno, si prevede di intensificare l’addestramento del personale australiano a bordo dei sottomarini americani e britannici e persino, una volta conclusi gli accordi necessari, nei cantieri navali di questi due Paesi. Allo stesso tempo, le visite in porto dei sottomarini del tipo Virginia, a cui si aggiungerà in seguito un Astute britannico, diventeranno più frequenti.

Dal 2027, i sottomarini di questi due Paesi saranno schierati in Australia a rotazione (Submarine Rotational Force West) e, fino ad allora, l’Australia dovrà sviluppare le infrastrutture e il know-how per la manutenzione e la logistica. Canberra acquisirà così familiarità con questo tipo di sommergibile, mentre gli Stati Uniti beneficeranno di un’ulteriore base navale (congiunta con la Royal Australian Navy) oltre all’unica di Guam nel raggio d’azione dei nuovi missili cinesi (DF-26). A partire dai primi anni 2030, l’Australia potrà acquistare da tre a cinque sottomarini di tipo Virginia per colmare il divario fino all’arrivo della nuova generazione. Ed è qui che la trama si infittisce. La vendita è soggetta al via libera del Congresso. L’industria statunitense sta lottando per costruire i propri sottomarini: invece dei due Virginia all’anno richiesti, si è arrivati a 1,2-1,4 unità. Certo, Canberra si è impegnata a finanziare un’ulteriore linea di produzione americana, ma visti i cronici problemi di approvvigionamento e di manodopera, ci chiediamo come la Marina statunitense potrà portare gli attuali 49 SNA a 66-72, in linea con il suo obiettivo. Per non parlare delle navi che dovranno sostituire quelle vendute all’Australia.

Nel frattempo, nel Regno Unito, la nuova generazione di sottomarini a propulsione nucleare e armati convenzionalmente, denominata SSN-AUKUS, dovrà essere prodotta con l’obiettivo di entrare in servizio alla fine degli anni 2030 nella Royal Navy e, due o tre navi più tardi, all’inizio degli anni 2040 in Australia. Questa classe di progettazione britannica si baserà sul programma Submersible Ship Nuclear Replacement, destinato a fornire i successori dei sette Astutes. Ma sotto l’etichetta AUKUS, includerà anche tecnologie australiane e americane. Il Rolls-Royce PWR (Pressurized Water Reactor) fornirà la propulsione, mentre le armi includeranno un sistema di lancio verticale di origine americana. L’intero sistema di combattimento sarà un’estensione di quello che gli australiani già conoscono: i Collins sono equipaggiati con il sistema AN/BYG-1, originariamente sviluppato da General Dynamics per la classe Virginia.

In Australia, naturalmente, ci sono state critiche e dubbi sui costi, sulla fattibilità industriale e/o sui tempi del progetto. Tuttavia, pochi hanno messo in dubbio la scelta della propulsione nucleare. La maggior parte degli esperti sembra essere d’accordo con le parole di Pat Conroy, il ministro responsabile dell’industria della difesa: “Ciò che chiederemo ai nostri sottomarini di fare negli anni 2030-2040, solo la propulsione nucleare permetterà loro di farlo (4)”. Che si tratti di sopravvivenza in aree in cui i sottomarini a propulsione convenzionale sono facilmente individuabili, di velocità o di capacità di portare armi, la conclusione è la stessa: l’ANS sarà la pietra angolare del nuovo concetto di difesa australiana di “proiezione d’impatto”. Secondo alcuni, per andare dalla costa occidentale dell’Australia al Mar Cinese Meridionale, un sottomarino a propulsione nucleare impiegherà un tempo tre volte inferiore rispetto al suo equivalente diesel e sarà in grado di rimanere sul posto per 70-80 giorni, rispetto alle due settimane attuali (5).

Traendo insegnamento dagli insuccessi iniziali del Collins, gli australiani stanno adottando un approccio cauto (6). Inizieranno a costruire le proprie navi solo dopo che la capoclasse e una o due altre navi costruite nel Regno Unito saranno entrate in servizio con la Royal Navy. Rimangono tuttavia seri interrogativi sulla disponibilità di manodopera, sull’addestramento di ingegneri e tecnici navali, sul reclutamento degli equipaggi e sull’opportunità di mantenere contemporaneamente due o addirittura tre classi diverse. Stanno emergendo dubbi anche sul valore stesso dei sottomarini come capacità principale. Lo sviluppo vertiginoso dei sistemi di rilevamento ha portato ad avvertire dell’imminente “trasparenza” degli oceani (7). La corsa contro il tempo tra capacità attive e passive, rilevamento e stealth, sottolinea l’importanza del secondo pilastro dell’AUKUS, che prevede un’ampia cooperazione sulle tecnologie avanzate – subordinata alla riforma del sistema normativo negli Stati Uniti.

ITAR nel mirino

Secondo l’ex Segretario della Marina Richard Spencer, l’ITAR – e il sistema di controllo delle esportazioni degli Stati Uniti in generale – è “il più grande ostacolo che dobbiamo superare per rendere AUKUS un successo”. Una tavola rotonda di esperti sul tema, tenutasi a Sydney, è giunta alla stessa conclusione: “La comunità australiana della difesa è concorde nel ritenere che l’ITAR sia il principale ostacolo alla realizzazione di un’impresa industriale e tecnologica di difesa veramente integrata, sia attraverso l’AUKUS che attraverso altri meccanismi”. (8) ” Cosa è coinvolto? Dai Paesi partner stranieri agli operatori del mercato civile, tutti hanno paura di entrare in contatto con l’ITAR. L’ultima cosa che vogliono è vedere i loro prodotti “contaminati” da queste norme e, a causa della presenza di un componente americano, dover richiedere l’autorizzazione del Dipartimento di Stato ogni volta che desiderano riesportarli o anche trasferirli da un deposito all’altro all’interno dello stesso Paese.

Il successo di AUKUS dipenderà, non solo dalla cooperazione sui sottomarini, ma anche su tutte le tecnologie più o meno correlate, dal rendere il più fluido possibile lo scambio di tecnologie, informazioni ed equipaggiamenti. L’esperienza degli australiani li induce alla cautela. Sebbene dal 2017 facciano parte della NTIB (National Technology and Industrial Base) statunitense, insieme a Canada e Regno Unito, le lungaggini burocratiche sono ancora d’intralcio, anche per la manutenzione e l’assistenza dei loro aerei che contengono parti di origine statunitense. Il programma pilota OGL (Open General License) che dovrebbe porre rimedio a questa situazione presenta ancora troppe restrizioni. Soprattutto, non si applica alle “nuove acquisizioni e capacità”, che sono il cuore di AUKUS. A meno che non si abbandoni l’approccio del DDTC (Directorate of Defense Trade Controls) del Dipartimento di Stato, la collaborazione sulle tecnologie avanzate rimarrà confinata ai margini.

Infatti, le aziende americane più innovative, ad esempio nel campo della tecnologia quantistica, sono sempre più reticenti e si circondano di avvocati all’idea di partecipare a un programma governativo. Gli eccessi del sistema, che scoraggiano l’innovazione e le partnership, sono stati criticati per molti anni. Molti vedono in AUKUS un’opportunità d’oro per cambiare questo stato di cose. L’Australia e il Regno Unito sono membri dell’NTIB e del club ultra-confidenziale di intelligence Five Eyes e sono considerati a Washington come gli alleati più vicini e affidabili. Inoltre, AUKUS è una priorità strategica, in quanto mira a contrastare l’avversario cinese. La sensazione generale è che questo sia il momento migliore per riformare l’ITAR. Ma il problema va ben oltre. Il sistema di controllo americano assomiglia a un labirinto: una miriade di agenzie e dipartimenti sono coinvolti, insieme a commissioni parlamentari, e tutti devono dare la loro approvazione. L’accesso alle informazioni è limitato dalla classificazione NOFORN (“not to be disclosed to foreign persons”) e la cooperazione effettiva è complicata da una rigida politica dei visti. AUKUS viene citato come un potenziale passo avanti in tutte queste aree.

Una matrice in divenire?

È innegabile che l’istituzione di AUKUS fornisca un enorme impulso per l’alleggerimento delle barriere normative e amministrative. L’accordo sullo scambio di informazioni sulla propulsione nucleare è stato firmato nel novembre 2021 ed è entrato in vigore nel febbraio 2022 (paradossalmente, questa è stata la parte più semplice, trattandosi di un caso speciale). Nella settimana successiva all’annuncio di metà marzo della “via ottimale per il futuro”, il Dipartimento di Stato ha autorizzato la vendita di 220 missili Tomahawk attraverso l’FMS (Foreign Military Sale), che Canberra attendeva da due anni. Il Congresso, da parte sua, ha esaminato il dossier ITAR per valutare la possibilità di accelerare o addirittura esentare gli alleati australiani e britannici. Nonostante un certo disgelo politico, va detto che i vincoli istituzionali permangono e gli scarsi progressi compiuti finora non sono all’altezza della sfida.

Tuttavia, questa riforma basata su AUKUS fa parte di un obiettivo più globale. L’ultima strategia di difesa nazionale degli Stati Uniti è estremamente chiara su questo punto: “I nostri alleati devono essere incorporati in ogni fase della pianificazione della difesa”. A tal fine, il Pentagono ridurrà gli ostacoli istituzionali alla ricerca e allo sviluppo collettivi, all’interoperabilità, alla condivisione delle informazioni e all’esportazione di capacità chiave”. (9) ” Quindi AUKUS è solo il prototipo. A quale scopo? Per ottenere una “postura di deterrenza integrata” attraverso l'”intercambiabilità”. Questo concetto è sempre più utilizzato da funzionari americani, come il capo delle operazioni navali, l’ammiraglio Mike Gilday (10). Ma cosa significa? A sentire i pochi esperti e funzionari che si azzardano a specificare, non si tratta di un semplice cambiamento di scala (ancora più interoperabilità), ma di un salto qualitativo.

Invece di essere “solo” in grado di operare insieme, le armi e i soldati dei diversi alleati diventerebbero intercambiabili. Dottrine, logistica, addestramento ed equipaggiamento sarebbero armonizzati al punto che gli eserciti potrebbero operare, secondo le parole di Ashley Townshend, uno degli esperti australiani più citati, “in modo agnostico rispetto alle nazionalità (11)”. Eppure, in occasione dell’annuale Allied Warfighter Talks della NATO, il vice capo di Stato Maggiore degli Stati Uniti, ammiraglio Christopher Grady, ha presentato questo modello come ideale parlando del futuro dell’Alleanza Atlantica: “L’interoperabilità è solo il punto di partenza. Il nostro obiettivo è passare dall’interoperabilità all’integrazione e poi all’intercambiabilità”. (12) ” Almeno questo ha il merito di essere detto.

Il 1° aprile 2023, il sito web Naval News ha stupito i suoi lettori annunciando che la Francia aveva aderito al partenariato AUKUS. Con tutta la serietà del mondo, arricchita da qualche battuta più o meno discreta, l’articolo illustrava i dettagli di questa decisione a sorpresa. Un vero e proprio scoop, vista la storia del progetto sottomarino, che è stato ripreso da diverse piattaforme prima che qualcuno si rendesse conto che si trattava di un pesce d’aprile. Solo che, per quanto possa sembrare inverosimile oggi, la realtà potrebbe un giorno unirsi allo scherzo. In ogni caso, all’interno della NATO è chiaramente percepibile una tendenza a spostare gli alleati non solo verso l’Indo-Pacifico, ma anche verso un modello di intercambiabilità che prevede una base di difesa sempre più integrata con quella degli Stati Uniti. Il tempo ci dirà se la bufala di Naval News era un eccellente pezzo di humour nero o… una premonizione.

Note

(1) Si veda Mick Ryan, “AUKUS Submarine Agreement: Historic but Not Yet Smooth Sailing”, CSIS, 17 marzo 2023, e “Navy Columbia (SSBN-826) Class Ballistic Missile Submarine Program”, Congressional Research Service, 31 marzo 2023.

(2) Osservazioni di Scott Morrison all’Accademia delle Forze di Difesa australiane, in occasione della presentazione dell’aggiornamento della strategia di difesa 2020, 1 giugno 2020.

(3) Audizione dell’ammiraglio John C. Aquilino, capo del Comando degli Stati Uniti per l’Indo-Pacifico (USINDOPACOM), davanti alla Commissione per i servizi armati della Camera, 18 aprile 2023.

(4) Intervista di Tom Elliot a Pat Conroy, 3AWMelbourne, 14 marzo 2023.

(5) “Cambio di paradigma? Australia, AUKUS and the Defence Strategic Review”, conferenza al Lowy Institute di Sydney, 23 marzo 2023.

(6) Peter Yule e Derek Woolner, The Collins Class Submarine Story, Cambridge University Press, 2008.

(7) “Oceani trasparenti? The coming SSBN counter-detection task may be insuperable”, Australian National University, Indo-Pacific Strategy Series, Undersea Deterrence Project, maggio 2020.

(8) “Defence Industry Roundtable Series, Report on Series 1: Export Controls”, United States Studies Center, University of Sydney, 23 aprile 2023.

(9) Strategia di difesa nazionale 2022, Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ottobre 2022, pag. 14.

(10) “La spinta all’intercambiabilità navale richiederà l’aiuto dell’industria”, DefenseNews, 17 gennaio 2023.

(11) “Making AUKUS Work for the U.S.-Australia Alliance”, conferenza del Carnegie Endowment for International Peace, Washington D.C., 16 marzo 2023.

(12) “Allied Warfighter Talks Look to NATO’s Future”, DoD, 8 novembre 2022.

Didascalia della foto in prima pagina: Se vuoi uccidere il tuo cane, accusalo di rabbia. L’improvvisa cancellazione della classe Attack, sviluppata da Naval Group, è stata giustificata dal costo del programma, stimato in 90 miliardi di dollari australiani per dodici navi. Ma il programma AUKUS che la sostituisce è ora stimato in oltre 370 miliardi di dollari australiani, per soli otto sottomarini… (© Naval Group)

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Disfare la Francia senza fare l’Europa . Hajnalka Vincze

Disfare la Francia senza fare l’Europa

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Hajnalka Vincze (*)

Specialista in relazioni transatlantiche

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Se le dichiarazioni del Presidente Macron sulla “sovranità” (sovranità europea, cioè) sono un dato di fatto, il concetto di autonomia strategica, sostenuto da Parigi per decenni, sta conquistando cuori e menti. Meglio ancora: “la battaglia ideologica è stata vinta”, si vanta. Ma qual è la realtà?

Un contesto contraddittorio
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Il capo di Stato ha approfittato della sua visita in Cina lo scorso aprile per gettare una nuova chiave di volta nella mischia internazionale (cfr. “Macron esorta gli europei a non considerarsi “seguaci” degli Stati Uniti”, Politico.eu, 9 aprile 2023). I suoi commenti, secondo i quali l’Europa nel suo complesso dovrebbe prendere le distanze dall’alleato americano, non erano rivolti esclusivamente alla situazione con la Cina e Taiwan. L’obiettivo era quello di dare un tono a una serie di colloqui cruciali in Europa. A seguito degli sviluppi globali degli ultimi anni, le idee francesi sull’autonomia europea stanno guadagnando terreno… nella retorica. In questo caso, Emmanuel Macron sta usando la situazione nell’Indo-Pacifico per ribadire il concetto: “La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dovremmo essere dei seguaci”. Le sue dichiarazioni arrivano in un momento di intensi negoziati europei su questioni decisive dal punto di vista dell’autonomia. Essi contrappongono la Francia, spesso sola, a una maggioranza guidata dal gruppo polacco-baltico-nordico.

Per Parigi, questa o quella crisi esterna non deve rimettere in discussione il lavoro a lungo termine della diplomazia francese, che si spera stia per trionfare. Emmanuel Macron teme che “nel momento in cui sta chiarendo la sua posizione strategica”, l’Europa sia “presa da uno sconvolgimento del mondo e da crisi”. Potrebbe trattarsi dell’Ucraina o della Cina. Per quanto riguarda il chiarimento delle posizioni sull’autonomia strategica, i due campi hanno valutazioni diametralmente opposte della situazione. Da un lato, gli shock degli ultimi anni – la presidenza Trump, il perseguimento dell’approccio “America first” da parte dell’amministrazione Biden, la pandemia e la guerra in Ucraina – hanno evidenziato la necessità di evitare dipendenze e vulnerabilità. D’altra parte, in risposta alla guerra in Ucraina, l’Europa sta “facendo la NATO”. Per usare il termine coniato da Nicole Gnesotto, ex direttore dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza dell’UE, stiamo vivendo un “momento atlantico”.

Photo MinArm.

Il progresso e i suoi limiti
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In linea con la prima caratteristica della situazione attuale, ossia la crescente consapevolezza della posta in gioco geopolitica, questioni finora vietate o bloccate nell’UE vengono messe all’ordine del giorno e affrontate – rispetto al normale ritmo delle istituzioni europee – con una rapidità senza precedenti. Semiconduttori, supercomputer, materie prime, fisica quantistica, acquisti congiunti di armi: tutto è sul tavolo e per una volta non ci sono tabù. Secondo Emmanuel Macron: “Da un punto di vista dottrinale, giuridico e politico, credo che non ci sia mai stata una tale accelerazione del potere europeo”. Forse è un’affermazione un po’ affrettata.

Da un lato, perché stiamo assistendo agli stessi vecchi blocchi in una veste diversa. Gli Stati membri che finora hanno rifiutato l’idea dell’autonomia cercano ora di snaturarla, inserendovi delle qualifiche. Si parla di autonomia “aperta”, che consentirebbe l’accesso a progetti e fondi europei a Paesi terzi, in particolare agli alleati della NATO non appartenenti all’UE. D’altra parte, c’è il rischio che questo grande slancio si trasformi in una corsa a perdifiato. Anche a causa delle richieste di generalizzazione del voto a maggioranza qualificata, con il pretesto dell’efficienza. Questo nonostante il mantenimento della regola dell’unanimità nei settori strategici sia l’unica salvaguardia rimasta per coloro che, spesso solo in Francia, si oppongono alla rinuncia all’autonomia. Senza questa regola, la maggioranza bloccherebbe l’intera Europa in una posizione di dipendenza, prima dall’America e poi da qualsiasi altra potenza in futuro.

Punti di forza e contro-forza
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Per quanto riguarda la dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti, che non è diminuita di una virgola dalla fine della Guerra Fredda, Charles Kupchan (direttore degli Affari europei presso il Consiglio di sicurezza nazionale sotto i presidenti Clinton e Obama) osserva: “Il controllo della sicurezza è il fattore decisivo per determinare chi è al posto di guida”. L’autore principale della Strategia di Difesa Nazionale degli Stati Uniti del 2018 è ancora più schietto. Per Elbridge Colby: “La sicurezza fisica è la chiave di volta di tutti i valori e gli interessi; senza di essa, la libertà e la prosperità non possono essere godute e possono persino essere perse del tutto”. Naturalmente, continua, “il potere duro non è l’unica forma di potere, ma è quella dominante”. Non è un caso che, mentre gli sforzi dell’UE mirano a “un certo grado” di autonomia nei blocchi tecnologici civili, Washington rimanga concentrata a tenere sotto controllo la dimensione militare di tale autonomia.

L’America sta consolidando il suo predominio in materia di sicurezza: la guerra in Ucraina ha confermato il suo ruolo di protettore finale, attraverso l’articolo 5, e ha rafforzato la sua posizione di “prima potenza europea”. Almeno per il momento, e con molte incertezze a medio e lungo termine. Le questioni relative agli armamenti stanno diventando più cruciali che mai: questo è sempre stato il settore in cui si gioca concretamente il rapporto di dipendenza asimmetrica tra gli Stati Uniti e gli alleati europei. Con il moltiplicarsi delle iniziative e dei finanziamenti dell’UE, la spinosa questione dell’accesso di terzi (nota come “criteri di ammissibilità”) si fa sempre più acuta. I fondi erogati rimarranno all’interno dell’Unione, per rafforzare il suo DTIB autonomo, o, al contrario, saranno utilizzati per acquistare dall’estero, anche se questo significa aumentare la dipendenza e la vulnerabilità? Purtroppo, per rimanere nelle grazie di Washington, la stragrande maggioranza dei Paesi europei preferisce tradizionalmente la seconda opzione.

Vedere un giorno i soldati europei con le stesse armi e la stessa uniforme: che strana idea! Foto DR
;Poiché il tema coinvolge i fondi europei e si estende alla sfera industriale ed economica, la Commissione si sta impegnando, su impulso di Thierry Breton, a favore dell’autonomia, ma mantiene il dibattito su un piano tecnico. In questo contesto, le dichiarazioni del Presidente Macron sono state viste come una manna dal cielo in America. Una tale presa di posizione pubblica conferisce alla questione la sua vera dimensione politica. I Paesi europei, preoccupati soprattutto di inimicarsi Washington, sono più inclini a cedere durante negoziati silenziosi presentati come tecnici che non quando la posta in gioco dell’autonomia viene esposta alla luce del sole.Tanto più che gli Stati Uniti hanno grandi ambizioni. Secondo la sua Strategia di Difesa Nazionale 2022: “I nostri alleati devono essere incorporati in ogni fase della pianificazione della difesa” per promuovere “la ricerca e lo sviluppo collettivi, l’interoperabilità, la condivisione delle informazioni e l’esportazione di capacità chiave”. L’obiettivo è quello di raggiungere ciò che i responsabili dall’altra parte dell’Atlantico chiamano “intercambiabilità”. Un’armonizzazione tale da rendere intercambiabili persone, dottrine ed equipaggiamenti, ignorando le particolarità nazionali. Ciò consentirebbe una postura di difesa realmente “integrata” tra gli alleati, creando le condizioni per un allineamento politico senza soluzione di continuità.Il rischio?
?

Dal punto di vista formale, le parole del Presidente francese – vale a dire il monito a non “seguire ciecamente” e il rischio di diventare “vassalli”, nonché l’ingiunzione a “pensare con la propria testa” e a “non lasciarsi trascinare in crisi” che non sono le nostre – ricordano innegabilmente “una certa idea” della diplomazia francese. Solo che nel caso di Emmanuel Macron non sappiamo ancora quale sia la sostanza. Troppo spesso ha lasciato intendere in che modo l’autonomia della Francia e dell’Europa debbano essere articolate. Come i suoi immediati predecessori, si è lasciato sedurre dall’idea di assecondare i partner europei rosicchiando il margine di manovra sovrano della Francia, nella speranza che in cambio accettassero di progredire sulla difesa europea. Questa scommessa è stata tentata e persa più volte. Concedere anche la minima concessione sulle questioni cruciali in gioco in questi giorni porterebbe al peggiore dei due mondi: sconfiggere la Francia, senza nemmeno fare l’Europa.

 


 

(*) Hajnalka Vincze, Senior Fellow au Foreign Policy Reserach Institute (FPRI) de Philadelphie, est une analyste indépendante spécialisée dans la politique européenne et les relations transatlantiques. Ses écrits sont publiés en Europe et aux Etats-Unis. En France elle contribue régulièrement au magazine DefTech, ainsi qu’aux revues Défense & Stratégie et Engagement.

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Lotta globale per la risorsa più importante del XXI secolo, di Hajnalka Vincze

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Lotta globale per la risorsa più importante del XXI secolo

Hajnalka Vincze, Istituto di ricerca di politica estera
11 luglio 2023 15:01

I microchip sono stati soprannominati il petrolio del XXI secolo, a indicare che il circuito integrato, per lo più basato sul silicio – da cui il nome della “valle”, la Mecca dell’alta tecnologia – è diventato l’indispensabile motore dell’economia moderna. È anche una delle principali poste in gioco nella competizione tra grandi potenze. Ma la sua caratteristica unica è che la produzione di piccoli semiconduttori non ha eguali.

 

I microchip sono il petrolio del XXI secolo, a indicare che il circuito integrato, per lo più basato sul silicio – da cui il nome della “valle”, considerata la Mecca dell’alta tecnologia – è diventato il motore indispensabile dell’economia moderna. È anche una delle principali poste in gioco nella competizione tra grandi potenze. Ma è anche unica, in quanto la produzione di minuscoli semiconduttori richiede una rete globalizzata senza precedenti, una cooperazione costruita su una rete infinitamente complessa di interdipendenze politiche ed economiche. Questo è esattamente ciò che gli Stati Uniti, che stanno cercando di mantenere la loro posizione di leader, hanno recentemente spinto per fare. La domanda è se sia in tempo.
Washington si rafforza
La legge CHIPS, firmata nell’agosto dello scorso anno, ha stanziato, tra le altre cose, 53 miliardi di dollari per sostenere le fabbriche di semiconduttori sul territorio statunitense. Ma questo è solo l’inizio. A partire da ottobre, a questa legge si è aggiunto il divieto di esportare chip ad alte prestazioni in Cina e una serie di misure per impedire a Pechino di produrli in patria. L’intera industria mondiale dei chip è rimasta scioccata dal fatto che Washington abbia anche limitato l’accesso ai chip basati sui più avanzati software di progettazione statunitensi (impedendo a qualsiasi azienda al mondo di produrli per la Cina) e abbia vietato l’esportazione in Cina delle macchine ultracomplesse necessarie per la produzione di chip di fascia alta, mettendo in riga il Giappone e i Paesi Bassi, i Paesi più colpiti. Se tutto ciò non bastasse, le norme restrittive si sono estese anche ai professionisti: i cittadini statunitensi devono scegliere se mantenere la cittadinanza o il lavoro in Cina.

IL PACCHETTO COMPLETO DI MISURE È STATO CONCEPITO PER COPRIRE TUTTE LE POSSIBILITÀ DI RECUPERO DELLA CINA NEL PROSSIMO FUTURO.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, si tratta di una misura attesa da tempo. Nel 2007, un rapporto del Pentagono ha avvertito che la posizione di leadership degli Stati Uniti potrebbe essere seriamente minacciata dalla delocalizzazione dell’industria dei chip. Nel suo libro Chip War, votato dal Financial Times come il miglior libro di economia del 2022, lo storico Chris Miller lo conferma a posteriori. La ragione della relativa perdita di terreno, sostiene, è da ricercare nei due tradizionali pilastri della politica tecnologica di Washington: una spinta acritica alla globalizzazione e un approccio del tipo “li supereremo”. Intorno al 2015 è finalmente iniziato un processo correttivo nel processo decisionale statunitense, culminato nel pacchetto di misure dello scorso autunno. Ma non è ancora finita: sono in arrivo altri piani di regolamentazione. Sapendo che anche la Cina non mollerà la presa. Ma Washington sta trattando il settore dei chip come una priorità per la sicurezza nazionale.

Gadget essenziali
L’attenzione è tanto più facile da giustificare perché i circuiti integrati in miniatura sono ovunque, dai giocattoli per bambini alle lavatrici, dai telefoni cellulari ai razzi spaziali. Oggi, gran parte del PIL mondiale proviene da dispositivi basati su semiconduttori. La Strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti per il 2022 identifica i chip come una delle tecnologie abilitanti del XXI secolo e considera fondamentale mantenere un vantaggio in questo settore. Come ha chiarito lo scorso settembre il consigliere capo per la sicurezza nazionale Jake Sullivan, i giorni in cui gli Stati Uniti potevano permettersi di accontentarsi di qualche vantaggio generazionale rispetto ai loro concorrenti sono finiti, “questa non è più la situazione strategica”. Come ha detto, “data la natura generale di alcune tecnologie, come i chip logici o di memoria, dobbiamo essere il più avanti possibile”. In altre parole, non è sufficiente “correre più veloce”, ma è necessario tenere sotto controllo il principale concorrente.

Tanto più che la dimensione militare dell’industria dei semiconduttori è altrettanto evidente. La prima esperienza di guerra degli Stati Uniti con armi a microchip è stata la Guerra del Golfo, all’inizio degli anni Novanta. Il successo è stato tale che il New York Times l’ha descritta come “il trionfo del silicio sull’acciaio”. E suggerì che il microchip avrebbe dovuto ricevere il titolo di eroe di guerra. Da allora, le forze armate sono praticamente immobili senza il microchip. Non c’è da stupirsi che i leader militari tengano d’occhio lo sviluppo del mercato dei chip. Da un lato, in futuro si prevedono sistemi d’arma autonomi e intelligenza artificiale, che richiederanno quantità incalcolabili di potenza di calcolo: la corsa alle tecnologie di chip più avanzate, misurabili in nanometri a una cifra. D’altra parte, nei dispositivi militari, oltre ai chip con requisiti specifici (più resistenti, protetti dalle radiazioni, in grado di sopportare condizioni estreme), sono molto diffusi anche i chip medi disponibili in commercio. Per mantenere la superiorità militare, quindi, gli Stati Uniti devono anche ridurre al minimo le proprie vulnerabilità nella catena di fornitura globale.

La volpe ha catturato il luccio, il luccio ha catturato la volpe
Miller sottolinea nel suo libro che la produzione globale di chip è un processo incredibilmente complesso di catene interconnesse. Come scrive, il tipico microchip è una catena complessa e articolata di chip interconnessi.

L’ASPETTO POLITICAMENTE ENTUSIASMANTE È LA CONCENTRAZIONE ALL’INTERNO DI OGNI SEZIONE.

Quasi l’80% di tutti i chip sono prodotti nel Sud-Est asiatico (il 90% della fascia alta è prodotto negli stabilimenti TSMC di Taiwan), ma quasi tutte le macchine necessarie per realizzarli provengono dagli Stati Uniti o dal Giappone. Per i chip più avanzati, il software di progettazione è americano, ma per quanto riguarda la litografia, che crea il modello iperfine, le uniche macchine che costano tra i 100 e i 150 milioni di dollari l’una sono dell’azienda olandese ASML. Allo stesso tempo, la Cina fornisce quasi l’80% delle materie prime rare, come il gallio e il germanio, e il 68% del processo metallurgico per la produzione di silicio avviene in Cina (rispetto al 3,6% degli Stati Uniti e al 2,4% dell’Europa).

L’industria internazionale dei chip è uno degli esempi più perfetti di divisione del lavoro e di cooperazione a livello globale, eppure è dominata da quasi-monopoli, i cosiddetti choke point, che creano opportunità di rottura generale o di pressione mirata. L’interdipendenza non è ancora foriera di un’era di pace e armonia eterne; al contrario, il concetto – e la pratica – dell'”interdipendenza come arma” sono in aumento negli ultimi tempi. Alcuni Paesi stanno sfruttando a proprio vantaggio la loro posizione dominante nel mondo e cercano di conquistare il maggior numero possibile di alleati. Questi ultimi stanno valutando se la loro posizione nella catena di approvvigionamento è abbastanza importante da evitare ritorsioni in una dimostrazione di forza da parte dei grandi operatori. Morris Chang, fondatore di TSMC, ha recentemente dichiarato:

Non c’è dubbio che la globalizzazione nel settore dei chip sia ormai morta.

L’Europa entrerà nel ring
L’European Chips Act, che dovrebbe essere finalizzato a breve, aumenterebbe la quota europea della produzione mondiale di chip dal 10 al 20% entro il 2030, con 43 miliardi di euro di sussidi. L’iniziativa, dalle molte sfaccettature, stimolerebbe contemporaneamente la R&S, autorizzerebbe sovvenzioni nazionali per creare capacità produttive e metterebbe in atto meccanismi di gestione delle crisi. È in quest’ultimo ambito che la proposta della Commissione renderebbe in qualche modo concreto il principio della preferenza europea. La proposta della Commissione consentirebbe di dare priorità all’approvvigionamento del fabbisogno europeo in caso di carenza, seguendo l’esempio degli Stati Uniti, e di imporre restrizioni alle esportazioni in caso di crisi. Il resto è ancora poco chiaro: non è chiaro esattamente quanto del denaro sarebbe nuovo e quanto sarebbe semplicemente una riallocazione, quanto verrebbe dal bilancio dell’UE, quanto dalle tasche degli Stati membri, quanto dal settore pubblico e quanto dal settore privato.

Sebbene vi sia una reale urgenza per l’Europa di intraprendere finalmente un’azione seria sulla microchippatura e il valore segnaletico dell’iniziativa dell’UE sia ben accetto, tra gli Stati membri permangono critiche e dubbi. C’è chi si chiede se l’Europa debba concentrarsi sull’industria manifatturiera, chi si oppone all’approccio geopolitico piuttosto che a quello puramente economico, chi teme che tutti gli investimenti vadano ai grandi Stati membri, chi teme che l’enorme consumo di energia e la produzione di chip altamente inquinanti siano in contrasto con le ambizioni ecologiche dell’Europa e chi lamenta che l’obiettivo dei 2 nanometri ignori le esigenze dell’industria europea che utilizza chip di fascia media. Molti temono anche che la legge europea sui chip possa portare nuovi conflitti nelle relazioni con gli Stati Uniti: i colloqui del Consiglio per il commercio e la tecnologia (TTC) tra UE e USA potrebbero rivelarsi insufficienti sotto il peso della concorrenza per la capacità produttiva, delle offerte di sovvenzioni e delle regole di preferenza contrastanti.

Pat Gelsinger, CEO di Intel, ha dichiarato: “Dio decide dove sono le riserve di petrolio, ma noi possiamo decidere dove sono i produttori di chip”. È vero, ma la proliferazione degli impianti non è di per sé una garanzia di sicurezza dell’approvvigionamento. La produzione di chip, come abbiamo visto, è un processo molto più complesso. Oltre ad aumentare la quota di mercato, è almeno altrettanto importante che l’Europa diventi il più possibile indipendente dai choke point esterni e che protegga la propria posizione di choke point, che è preziosa nella pressione di andata e ritorno. Che attualmente è costituita dall’olandese ASML. Non è un caso che il Presidente francese Macron sia stato di recente all’Aia, dove ha sottolineato in modo eloquente l’importanza della base tecnologica dello spazio politico. Anche il commissario europeo Thierry Breton ragiona in termini di rapporti di forza quando afferma che la legge sui chip “ci pone in una posizione di forza nella geostrategia della catena di approvvigionamento”. Questo non è ancora vero, ovviamente. Ma suggerisce almeno la possibilità di un cambiamento di mentalità di cui l’Europa ha disperatamente bisogno.

https://www.portfolio.hu/gazdasag/20230711/globalis-kuzdelem-indul-a-21-szazad-legfontosabb-eroforrasaert-627121

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SVEZIA E FINLANDIA ALLE PORTE DELLA NATO : LEZIONI, TRAPPOLE E FINZIONI, di Hajnalka Vincze

SVEZIA E FINLANDIA ALLE PORTE DELLA NATO : LEZIONI, TRAPPOLE E FINZIONI

Engagement n° 138 Primavera 2023 – 15 marzo 2023
Studio e analisi

L’effetto boomerang per il Presidente Putin della prevista adesione di Helsinki e Stoccolma all’Alleanza Atlantica viene spesso descritto in questi termini: “Mosca voleva la finlandizzazione dell’Ucraina, e otterrà la finlandizzazione di Finlandia e Svezia”. Piuttosto che snocciolare per l’ennesima volta gli elementi dell’equazione già noti – ovvi o di secondaria importanza – è tempo di concentrarsi su ciò che è essenziale, cioè su ciò che si trova, per rimanere nell’universo nordico, sotto la punta dell’iceberg. Cosa rivela, insegna e nasconde il processo di adesione dei due nuovi candidati all’Alleanza? Non c’è da preoccuparsi: su ognuno di questi punti, il principale perdente è la difesa europea.

Qualche lezione di passaggio

Da quasi un anno a questa parte, la moltitudine di relazioni, audizioni e annunci che hanno costellato il processo contiene alcuni dettagli che sono molto più edificanti di quanto questo tipo di esercizio normalmente riveli. Tra i punti di forza che i funzionari della NATO elencano per sottolineare il fatto che i due Paesi nordici saranno “contributori netti” alla sicurezza degli alleati ci sono il gran numero di carri armati, l’esperienza nella difesa del territorio e… il servizio di leva, che non è mai stato sospeso in Finlandia ed è stato ripristinato in Svezia nel 2017. In breve, ciò che dagli anni ’90 ci è stato presentato come antiquato, appartenente alla “guerra di ieri”, oggi è una risorsa. Un buon promemoria, se ce ne fosse bisogno, per non prendere per oro colato tutte le dichiarazioni del momento, a partire dalla retorica concordata intorno all’adesione di Finlandia e Svezia.

L’ostruzione turca che – per ottenere concessioni da Helsinki e Stoccolma, ma anche da Washington – sta ritardando il processo da mesi ha un innegabile vantaggio. Evidenzia il fatto che nessun Paese, nemmeno il partner più stretto della NATO, ha il “diritto di entrare” nell’Alleanza. Al contrario, sono gli Stati membri che hanno, ciascuno individualmente, il diritto di autorizzare o meno l’adesione di questo o quel candidato, secondo i propri calcoli. In questi giorni, tuttavia, si levano voci entusiaste per sostenere che l’Ucraina avrebbe il “diritto” di aderire. O, per dirla un po’ più finemente, come un importante membro del Comitato per le Relazioni Estere del Senato degli Stati Uniti, Jim Risch: “Qualsiasi Paese che soddisfi le condizioni dovrebbe poter entrare nell’Alleanza”. Ciò che dimentica di dire è che la prima delle condizioni stabilite dall’articolo 10 del Trattato Nord Atlantico è l’approvazione all’unanimità. C’è da scommettere che non tutti gli alleati vedranno l’ingresso di Kiev come una garanzia di sicurezza.

Un’altra ovvia ragione per cui due Stati membri dell’UE finora neutrali chiedono di entrare nell’Alleanza è la percezione che la clausola di difesa reciproca definita nell’articolo 42(7) dell’Unione sia incredibilmente leggera. Il fatto che si stiano precipitando verso quella che considerano una garanzia molto più solida, ovvero l’articolo 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica, è un chiaro rifiuto di questa disposizione europea, che è stata tenuta a distanza da Parigi. Ma c’è di peggio. Il relatore dell’Assemblea Nazionale sul tema, Jean-Louis Bourlanges, ha fatto un confronto tra i due, facendo riferimento a esperti del Ministero delle Forze Armate e del Ministero dell’Europa e degli Affari Esteri. Questi avrebbero “sottolineato che l’articolo 5 è più solido dell’articolo 42.7”, poiché contiene un riferimento esplicito all’uso della forza armata[1].

Se non fosse che tale interpretazione è diametralmente opposta alla posizione tradizionale della diplomazia francese. Finora, Parigi ha sempre sottolineato l’implicita inclusione della forza armata nell’espressione “tutti i mezzi” e l’automaticità dell’impegno previsto dall’articolo 42.7 (gli Stati membri “presteranno aiuto e assistenza con tutti i mezzi in loro possesso” a uno Stato membro attaccato). Ciò era in contrasto con la natura non automatica, sottilmente negoziata all’epoca da parte americana, dell’impegno di cui all’articolo 5: se un alleato viene attaccato, ciascuno degli altri Paesi dell’Alleanza “prenderà le misure che riterrà necessarie”, ovviamente “compreso l’uso della forza armata”. Se confermata, questa inversione di rotta nella visione della Francia avrebbe conseguenze di vasta portata per la difesa europea.

Retorica ingannevole

Questo gioco di specchi distorcenti e di nascondino si estende alle espressioni usate, o non usate, per parlare dell’adesione di Svezia e Finlandia all’Alleanza. Il deputato Bourlanges, presidente della Commissione Affari Esteri, contesta persino il termine “allargamento della NATO”[2], che a suo avviso dà un’immagine falsa di un’Alleanza che vuole espandersi. E non riflette adeguatamente il fatto che sono i Paesi che chiedono protezione a “prendere la decisione di aderire all’organizzazione”. Si tratta chiaramente di una battaglia di narrazioni e anche di politica.

Quando si sostiene la necessità di rafforzare la dimensione settentrionale della NATO sulla scia di quello che viene ancora definito il prossimo allargamento, il vantaggio strategico più citato è quello di aggiungere profondità strategica alla difesa del Baltico. Ma dietro a ciò si nasconde una questione molto più ampia: la regione artica. Il corollario è la competizione tra l’UE e l’Alleanza Atlantica. Dopo l’adesione dei due Paesi nordici, sette degli otto Paesi lungo la costa artica saranno membri della NATO, tutti tranne la Russia. L’Unione europea ha formulato la sua politica per la regione nel 2016 e l’ha aggiornata nell’ottobre 2021 da un punto di vista (leggermente) più geopolitico. La NATO, da parte sua, ha avuto difficoltà a definire una strategia per quello che chiama il Grande Nord, ma il rapporto dell’aprile 2021 del Comando per la Trasformazione prevede un ingresso deciso[3]. Di norma, quando un nuovo soggetto o una nuova regione rientra nella sfera di interesse della NATO, gli alleati europei subiscono un’enorme pressione per conformarsi alle priorità stabilite dall’America. Ciò riduce automaticamente il margine di manovra dell’UE.

Certo, secondo le dichiarazioni dei funzionari francesi, l’adesione di Finlandia e Svezia rafforzerà il famoso “pilastro europeo” all’interno della NATO [4], come dimostra il fatto che il numero di Paesi dell’UE passerà da 21 a 23, con la differenza che non sarà più su 30 ma su 32 alleati! D’altra parte, 23 dei 27 Stati membri dell’UE saranno ora anche membri della NATO, con le sole eccezioni di Austria, Irlanda, Malta e Cipro. Per una volta, questo esercizio contabile è importante. Più sono i Paesi dell’UE che non appartengono alla NATO, più c’è motivo di chiedere una separazione tra le due organizzazioni e la possibilità per gli europei di condurre le proprie politiche. D’altra parte, la sovrapposizione sempre più perfetta tra le due mappe serve da pretesto per abolire le barriere tra i due organismi e arruolare l’intera Europa nelle strategie “occidentali” sotto la bandiera della NATO.

Altre bombe ad orologeria

Un “punto inquietante” – per citare il relatore del Senato sulla questione [5] – del memorandum tripartito tra Svezia, Finlandia e Turchia va chiaramente nella direzione del secondo scenario. In cambio della revoca del veto della Turchia nel giugno scorso, i due Paesi nordici “si sono impegnati a sostenere la partecipazione della Turchia alle iniziative di politica di sicurezza e di difesa comune” dell’Unione Europea. L’accesso degli alleati non appartenenti all’UE alla PSDC è sempre stato uno dei temi chiave nei dibattiti transatlantici e un fattore determinante nelle relazioni UE-NATO. Parlando di rischi futuri, meritano attenzione anche altre due questioni: una riguarda le scelte di Finlandia e Svezia, l’altra deriva dal meccanismo stesso di integrazione nell’Alleanza Atlantica.

Il Presidente Putin, che vede Stoccolma e Helsinki come parte del blocco occidentale, ha convenuto che l’adesione è “affar loro”. La linea rossa per Mosca, ha detto, sarebbe il dispiegamento di contingenti e infrastrutture della NATO sul loro territorio, che provocherebbe “una risposta simmetrica”. Tuttavia, secondo le rivelazioni della stampa finlandese, i due Paesi nordici non hanno chiesto esenzioni dalla NATO, a differenza di Danimarca e Norvegia. Il primo ministro finlandese, Sanna Marin, ha ammesso di non aver posto alcuna condizione né sul dispiegamento di contingenti o basi, né sulla presenza di armi nucleari: “Non è nei nostri piani, ma non escludiamo nulla”.

C’è un pericolo più diffuso, ma che è stato osservato nel corso degli anni, nel modo in cui l’appartenenza alla NATO incoraggia il comportamento “free rider”. C’è una grande tentazione di accogliere l’ombrello protettivo americano (la cui durata è un’altra questione) e in cambio offrire solo il minimo indispensabile: eserciti potemkin, partecipazione simbolica alle operazioni, priorità per gli armamenti statunitensi e soprattutto fedeltà politica incondizionata. A lungo andare, lo spirito di difesa si diluisce e il senso di responsabilità scompare. Non a caso il generale de Gaulle decise di ritirare la Francia dalle strutture di comando integrate. Come disse lui stesso: “Ciò che accade nell’integrazione è che il Paese integrato perde interesse per la propria difesa nazionale perché non ne è responsabile. L’Alleanza nel suo complesso perde di conseguenza la sua forza e la sua resistenza”[6] e, per inciso, anche l’intera Europa.

***

[1] Esame e votazione del progetto di legge sull’adesione della Finlandia e della Svezia, Commissione per gli affari esteri, 27 luglio 2022.
[2] Rapporto sull’adesione della Finlandia e della Svezia, di Jean-Louis Bourlanges, Commissione per la difesa nazionale e le forze armate, Assemblea nazionale, 27 luglio 2022.
[3] Strategic Foresight Analysis, Region Perspectives Report on the Arctic, NATO ACT, aprile 2021.
[4] Dichiarazione di Catherine Colonna all’Assemblea nazionale, 2 agosto 2022.
[5] Relazione sull’adesione di Finlandia e Svezia, di Christian Cambon, Commissione Affari esteri, Difesa e Forze armate, Senato, 20 luglio 2022.
[Charles de Gaulle, conferenza stampa dell’11 aprile 1961.

https://hajnalka-vincze.com/list/etudes_et_analyses/642-

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Hyperguerra: esca o fatalità per l’Europa?_di Hajnalka Vincze

Hyperguerra: esca o fatalità per l’Europa?

“Suggerire che la nuova tecnologia possa cambiare la natura immutabile della guerra, non solo il modo in cui viene combattuta, è ignorante. È come dire che un nuovo orologio cambierà la natura del tempo. (
Sean McFate, Le nuove regole della guerra )

Tra dieci anni una nuova grande guerra in Europa sarebbe una iperguerra”: è in questi termini inequivocabili che due ex comandanti della NATO e un eminente specialista britannico dell’Alleanza introducono, al grande pubblico, la nozione di iperguerra nel loro recente libro ( 1). Hanno quindi messo una parola evocativa e facile da ricordare su un fenomeno annunciato da molti, ovvero un imminente cambio di paradigma della cosa militare, dovuto all’arrivo sui campi di battaglia di tecnologie dirompenti, in prima linea l’intelligenza artificiale ( AI). Il lettore perspicace sperimenterà senza dubbio una vaga sensazione di déjà vu. Le formule e l’atmosfera sono inequivocabilmente simili alla RAM (Revolution in Military Affairs) degli anni 90. Solo le tecnologie variano. Resta il fatto che gli europei si trovano ancora una volta di fronte a un dilemma. Trarranno le giuste lezioni dalle loro recenti esperienze o si condanneranno piuttosto a un puro e semplice seguito nei confronti dell’alleato americano? Per una volta, la risposta potrebbe essere meno ovvia di quanto sembri.

Nuovi gadget, nuovi concetti

il generale John R. Allen, ex comandante delle forze Nato in Afghanistan, ora presidente della prestigiosa Brookings Institution, il generale Ben Hodges, ex comandante dell’esercito degli Stati Uniti in Europa, ora a capo degli studi strategici presso il CEPA (Centro per le Policy Analysis), e il professore britannico Julian Lindley-French, consigliere onnipresente nei cenacoli dell’Alleanza, non si sono dilungati nel loro libro di recente pubblicazione, “La guerra futura e la difesa dell’Europa”. Notano che è in corso una “rivoluzione nelle tecnologie militari” e criticano “il desiderio pericolosamente limitato degli europei di cogliere questo cambiamento”. Anche se tutti i tipi di nuove tecnologie all’avanguardia (IA, quantistica, nanotecnologia, ecc.

Tuttavia, secondo questo trio di autori, “la tecnologia guiderà la politica e la strategia in modi senza precedenti”. Non a caso, citano come esempio gli Stati Uniti, dove nel 2018 è stato istituito dal Pentagono un Joint Artificial Intelligence Center (JAIC: Joint Artificial Intelligence Center), sulla base della National Defense Strategy (NDS: National Defense Strategy) di lo stesso anno. Per l’NDS, l’ambiente di sicurezza sempre più complesso è definito, in primo luogo, dal rapido ritmo del cambiamento tecnologico che altererà il carattere della guerra. Il documento elenca sinteticamente le tecnologie in questione: informatica avanzata, “big data”, intelligenza artificiale, autonomia, robotizzazione, ipersonica, biotecnologia e armi ad energia diretta. La persona responsabile di quest’area al Pentagono,

La logica americana è sempre stata chiara: non potendo prevedere il futuro o le minacce future, il modo migliore per premunirsi contro ogni eventualità è garantire, su base costante, una superiorità tecnologica, se possibile “schiacciante”. Nonostante le poche voci di dissenso qua e là, l’accordo su questo punto è, come si suol dire, bipartisan. L’ultima incarnazione di questo approccio è la cosiddetta Third Offset Strategy, lanciata sotto l’amministrazione Obama e da allora perseguita senza sosta. Come riassunto in un rapporto dell’Assemblea Parlamentare della NATO sull’argomento, “la Terza Strategia di Compensazione è in definitiva quella di preservare e aumentare la supremazia tecnologica americana” ( 2). Con il notevole vantaggio che oltre ad irrigare decine di miliardi di dollari di commesse pubbliche del tradizionale complesso militare-industriale, prevede esplicitamente un’ampia collaborazione con aziende private che non hanno alcun legame con la difesa, Silicon Valley guarda caso.

Di fronte a tanta determinazione e slancio, gli europei non mostrano né lo stesso entusiasmo né lo stesso impegno. Il suddetto rapporto osserva: “Alcuni alleati temono che la Terza strategia di offset ponga troppa enfasi su soluzioni tecnologiche avanzate progettate per ambienti operativi specifici in cui gli alleati europei non sarebbero attualmente in grado o disposti a intervenire”. Di qui le varie e varie ingiunzioni. I tre autori di “The Future War” avvertono: “Hyperwar sta arrivando in Europa, spinto non dagli europei, ma dal cambiamento tecnologico in corso negli Stati Uniti, in Cina e in Russia. Se gli europei non si comportano di conseguenza, potrebbero “trovarsi di fronte a una nuova Pearl Harbor”.3 )”. Solo che in Europa, questa volta, c’è riluttanza. E non sono estranei a certe esperienze recenti.

Ritorno della RAM, in modalità turbo: strumento di manutenzione sotto la tutela degli alleati

Dalla prima guerra del Golfo si cominciò a parlare di “rivoluzione” per designare i cambiamenti apportati nell’arte della guerra dall’uso massiccio delle tecnologie informatiche. Oggi si annuncia un salto qualitativo ancora più decisivo: nuove tecnologie emergenti e dirompenti dovrebbero accelerare ancora di più, in proporzioni “sovrumane”, il ritmo della guerra, anche – perché, in parte, di questa velocità – escludere completamente l’umano essere, a lungo termine. Va notato che questa riedizione, in meglio, della RAM arriva in un momento di crescenti rivalità tra grandi potenze. La posta in gioco è quindi molto più alta che nell’era relativamente spensierata degli anni ’90, quando l’aspetto geopolitico della RAM era più preoccupato del suo impatto sugli equilibri di potere all’interno del mondo occidentale.

Uno dei progettisti della RAM, e vicepresidente del Joint Chiefs of Staff, l’ammiraglio William A. Owens, lo scrive nero su bianco: la corsa alle nuove tecnologie è un nuovo modo di perpetuare la “leadership americana nell’Alleanza” . Nel suo libro Alto mare, pubblicato nel 1995, sviluppa l’idea secondo la quale “la superiorità americana in questi campi può darci lo stesso tipo di influenza politica che abbiamo avuto in passato grazie alle nostre capacità nucleari. In quanto superpotenza nucleare occidentale, gli Stati Uniti godevano di un’autorità preminente all’interno della NATO per organizzare e dirigere le difese dell’Europa occidentale. Per l’ammiraglio, la scomparsa dell’Urss ha svalutato questa leva nucleare, con il corollario “il crollo dell’argomento a favore del dominio americano nell’Alleanza e, per estensione, quello dell’influenza degli Stati Uniti negli affari europei. Per preservare la nostra influenza con i nostri alleati, dobbiamo trovare un sostituto dell’ombrello nucleare”.

Con la promozione delle nuove tecnologie digitali nello spazio militare, la soluzione è stata trovata. Secondo l’ammiraglio Owens, gli Stati Uniti possono “stabilire una nuova relazione [con i suoi alleati] basata sul progresso tecnologico americano nei settori del C3I, della sorveglianza e dell’acquisizione di bersagli e delle armi a guida di precisione. Questi strumenti offrono un margine di superiorità e sono attraenti per tutte le nazioni, ma sono molto costosi da sviluppare; [per gli europei, che vogliono] trarne vantaggio senza doverne sostenere i costi, lavorare a fianco degli Stati Uniti diventa un’opzione allettante. L’America avrebbe quindi voce in capitolo su ciò che fanno con le loro forze armate”.

Tra i tanti svantaggi, da parte europea, di tale dipendenza (come l’insicurezza dell’approvvigionamento o il prosciugamento della base di difesa industriale e tecnologica), ne citiamo qui solo uno, quello che riguarda direttamente l’operatività delle forze armate attrezzo. Tenere il ritmo imposto dal tecnologismo americano comporta, per gli alleati, spese colossali e comporta, di conseguenza, una riduzione del numero dei mezzi. Possono rimediare a ciò in due modi, optando per la specializzazione o accettando il formato di un esercito campione. In entrambi i casi, diventano incapaci di fare la guerra in modo indipendente. Finirebbero, come dice questo monito rivolto agli inglesi da Raymond Odierno, comandante dell’esercito americano, “combattendo non ‘accanto’,

Hubris tecnologica, eminentemente controproducente

RAM, inoltre, ha già evidenziato due punti deboli che non potranno che aumentare con gli scenari di tipo “hyperwar”. Queste sono le vulnerabilità intrinseche dell’eccessiva digitalizzazione (come evidenziato dall’aumento degli attacchi informatici) e la mancata corrispondenza con gli obiettivi politici (illustrati in modo lampante in Iraq, Libia, Afghanistan). Nel 2017, il Defense Science Board del Pentagono ha osservato che praticamente nessun sistema d’arma in servizio negli Stati Uniti era immune da un attacco informatico. L’apparato militare americano è sia il più digitalizzato che, non essendo questo nuovo, il più vulnerabile. Un rapporto della Brookings Institution, dedicato all’evoluzione della tecnologia militare 2020-2040, riassume la situazione: “Gli eserciti moderni hanno effettivamente messo i talloni d’Achille in tutto ciò che usano, creando enormi opportunità per i loro nemici. (4 )”

La scommessa americana su tutto ciò che è tecnologico va di pari passo, infatti, con una cronica incapacità di vincere le guerre. Il generale Vincent Desportes discute questo argomento nel suo libro L’ultima battaglia di Francia “La tecnologia è solo una dimensione dell’efficacia strategica. Gli armamenti vanno ovviamente considerati in termini dei loro effetti militari, ma soprattutto della loro capacità di partecipare utilmente al raggiungimento dell’effetto politico desiderato. Il minimo che si possa dire è che durante i conflitti degli ultimi trent’anni, questa efficienza e questa capacità della tecnologia all’americana non sono state dimostrate. Un recente rapporto del Parlamento europeo invita anche alla prudenza di fronte a “l’eccessivo affidamento sui sistemi tecnologici dovuto a percezioni eccessivamente ottimistiche dell’efficacia delle soluzioni tecnologiche a problemi politici complessi”. Resta il fatto che, sempre secondo questo rapporto,5 ).

Insidie ​​e sfide in Europa: dipendenze di rete

Di fronte alla prospettiva di tecnologie dirompenti, gli europei non possono più nascondersi: i rischi di dipendenza e vulnerabilità aumentano con il cambiamento rappresentato dal 5G, dalla robotizzazione avanzata, dall’intelligenza artificiale o dalla tecnologia quantistica. La sovraesposizione delle nostre aziende e dei nostri dispositivi militari sta aumentando esponenzialmente. E questo, anche se la chiusura del sistema prescelto – sovrano o sotto controllo straniero – diventa quasi completa.

Un assaggio di ciò che potrebbe attendere gli europei in questa logica di iperconnettività è offerto dal sistema informatico di supporto logistico ai velivoli F-35, compresi quelli acquistati da partner o clienti esteri, denominato Autonomic Logistics Information System, e meglio conosciuto come ALIS. È stato progettato per affrontare il problema insito negli aerei militari all’avanguardia, vale a dire costi di manutenzione esorbitanti e tassi di disponibilità ridotti. Per fare ciò, ALIS invia continuamente informazioni sullo stato del velivolo, tutti i dettagli tecnici, inclusi piani di volo, profili di missione, dati di comunicazione e immagini video, al produttore Lockheed Martin, quindi negli Stati Uniti. Se l’obiettivo era facilitare la manutenzione dei dispositivi, è chiaro che è mancato. Secondo un rapporto della Corte dei conti americana, i suoi malfunzionamenti causano più di 45.000 ore di attività aggiuntive all’anno per un’unità dell’aeronautica. Il segretario dell’aeronautica americana ha anche scherzato, dicendo:

La situazione è infinitamente più problematica per gli acquirenti stranieri. Si trovano in un sistema altamente inefficiente, sul quale non hanno alcun controllo e nessuna speranza di staccarsene. Un eccellente specialista dell’F-35, l’americano Bill Sweetman, ha osservato nel 2009 che era “difficile vedere come l’aereo potesse operare senza il supporto americano diretto e costante”, dato che “senza accesso all’ALIS, il dispositivo sarà rapidamente messo a terra. Inoltre, questo accesso comporta il continuo trasferimento di informazioni altamente sensibili, i cosiddetti dati sovrani, verso gli Stati Uniti e Lockheed Martin. Italia, Australia e Norvegia non sono riuscite a trovare soluzioni che avrebbero permesso loro di tenere per sé le proprie informazioni, e nemmeno la soluzione collettiva tramite Lockheed Martin (finanziata per 26 milioni di dollari, direttamente dai partner) ha portato i risultati sperati. L’SDM (Sovereign Data Management) progettato successivamente in aggiunta ad ALIS è sempre basato sulla fiducia, ovvero il cliente non ha la certezza che il filtraggio tra i dati che possono essere trasmessi o meno sarà realmente effettuato secondo le sue aspettative. Quest’ultima, inoltre, dispone ancora di poche ore di “volo libero” prima che l’aeromobile sia obbligato a ricollegarsi ad ALIS per continuare ad operare. vale a dire che il cliente non ha la certezza che il filtraggio tra dati trasferibili o meno sarà effettivamente effettuato secondo le sue aspettative. Quest’ultima, inoltre, dispone ancora di poche ore di “volo libero” prima che l’aeromobile sia obbligato a ricollegarsi ad ALIS per continuare ad operare. vale a dire che il cliente non ha la certezza che il filtraggio tra dati trasferibili o meno sarà effettivamente effettuato secondo le sue aspettative. Quest’ultima, inoltre, dispone ancora di poche ore di “volo libero” prima che l’aeromobile sia obbligato a ricollegarsi ad ALIS per continuare ad operare.

L’architettura JEDI (o chi le succederà) è ALIS alla potenza di dieci. La nuvola di guerra) immaginato dal Pentagono e la cui realizzazione è stata affidata a Microsoft si è presentato come la soluzione perfetta. Certo, questa Joint Enterprise Defense Infrastructure – che avrebbe gestito il cloud computing di tutto l’esercito americano, tutti i servizi e le agenzie messi insieme – è stata appena cancellata per ragioni interne, ma il concetto di un’interconnettività sempre più avanzata e sempre più avvolgente, rimane il corso. L’ottimo analista britannico Paul Cornish non ha sbagliato quando ha scritto: “JEDI è vitale non solo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ma anche per garantire che la rete informativa strategica dell’Occidente sia il più coerente e decisiva possibile”. Qualunque forma prenderà la sua successione, riapparirà la nota ingiunzione:

Orologio tiepido per l’UE

Stretto tra, da un lato, la sua dipendenza militare dagli Stati Uniti (ma anche dai colossi digitali americani, il famoso GAFAM per il quale non ha equivalenti) e, dall’altro, la sua esposizione alla Russia (nel campo della cyber ) e la pressione cinese (in termini di infrastrutture di telecomunicazioni, in particolare reti 5G), l’Europa è più una facile preda che una potenza “geopolitica” in divenire. In questo contesto, la Commissione di Bruxelles mostra un volontarismo indiscutibile, raramente visto da parte sua. Nel suo ultimo discorso sullo “Stato dell’Unione”, nel settembre 2021, la presidente Ursula von der Leyen ha affermato: “Il digitale è la questione decisiva”. Non “un”, ma “le”: si noti l’articolo determinativo (lo stesso nel testo inglese: “the”problema decisivo ). E sottolinea: “Non si tratta solo di competitività, ma anche di sovranità tecnologica”.

Le sue osservazioni sono in linea con una moltitudine di iniziative intraprese negli ultimi tre anni. Che si tratti di costituzione di alleanze industriali (per semiconduttori e tecnologie cloud), di proposte legislative (sulla governance dei dati, o sull’AI), di meccanismi di screening per gli investimenti esteri o dell’ennesima spinta di bilancio (almeno il 20% del recovery plan deve essere dedicato allo sviluppo digitale), l’intenzione della Commissione è chiara. Il commissario Thierry Breton difende, con un certo successo, il punto di vista della “sovranità”. Avverte costantemente che “la padronanza della tecnologia è al centro del nuovo ordine geopolitico”. Il Consiglio Atlantico non si sbaglia: uno dei suoi ultimi rapporti rileva che l’ambizione europea della “sovranità digitale” suscita, da parte americana, le stesse preoccupazioni del concetto di autonomia strategica. Rileviamo lo stesso desiderio di non dipendenza, persino di emancipazione. È chiaro che, in effetti, siamo lontani dal segno.

Non appena si tratta degli elementi costitutivi essenziali che darebbero sostanza a questa sovranità digitale, vale a dire le tecnologie chiave e le infrastrutture critiche, riaffiorano le tensioni degli Stati membri, e lì ritroviamo le solite prime linee. Le conclusioni del Consiglio europeo dell’ottobre 2020, relative alla politica industriale e alla dimensione digitale, parlano certamente di “riduzione delle dipendenze” e di “autonomia strategica”, ma la formulazione contorta la dice lunga sulla strada che resta da percorrere. “Il raggiungimento dell’autonomia strategica preservando un’economia aperta è un obiettivo chiave dell’Unione”. Detto così, il requisito dell’autonomia ne esce diluito e prevale l’imperativo dell’apertura. Nel gennaio 2021, dodici Stati membri hanno pubblicato una lettera aperta per sottolineare questo punto:

Sulle iniziative concrete, riaffiorano le stesse divisioni tra gli Stati membri, intorno alla distinzione tra dichiarata ambizione di autonomia e atti di reale autonomia. Diciannove paesi dell’UE si sono formalmente opposti all’iniziativa della Commissione sulla ricerca quantistica, perché vogliono che aziende e Stati stranieri possano partecipare a questo programma altamente strategico (finanziato con fondi pubblici e finalizzato, in linea di principio, all’autonomia strategica). Sul cloud Gaia-X, il supercomputer che supera la soglia dell’exaflop, equivalente a un miliardo di miliardi di operazioni al secondo, o anche sulle alleanze industriali, è sempre la solita storia: per la maggior parte dei partecipanti, oltre alla Francia, l’apertura (ovvero l’accesso concesso a partner stranieri, in particolare americani) prevale su considerazioni di non dipendenza e, di conseguenza, distorce i progetti. Tuttavia, senza questi “mattoni” critici, è impossibile costruire un ecosistema digitale fidato che permetta di garantire, in completa autonomia, il funzionamento delle nostre società e dispositivi militari sempre più digitalizzati.

Fatalità autoinflitta?

Non servono quindi scenari tipo “iperguerra” perché la questione digitale sia cruciale. Secondo il Ministro delle Forze Armate, Florence Parly, “la tecnologia digitale è ovunque nella nostra vita quotidiana. Il Ministero delle Forze Armate non fa eccezione, nelle sue fregate, nei suoi aerei, nei suoi veicoli corazzati sempre più imbottiti di microprocessori, chip o software. Le nostre comunicazioni si basano su reti digitalizzate”. Precisando che «questa realtà sarà moltiplicata per un fattore 50 o 100 in futuro». Certamente. Tuttavia, come ha affermato il generale Thierry Burkhard, capo di stato maggiore della difesa: “Sì, dobbiamo mantenere una certa superiorità tecnologica, ma se si tratta di avere una F1 efficace solo su un circuito con una scuderia intorno, è un’esca . Quindi non lasciarti trasportare dall’altissima tecnologia. I nostri sistemi d’arma devono essere sempre relativamente resistenti e stabili e, inoltre, devono essere in grado di operare in modalità degradata (6 )”. Un recente rapporto del Senato riprende da solo questo ragionamento e aggiunge altri due criteri: a costi contenuti e senza grosse dipendenze nei confronti del mondo esterno ( 7 ) .

Tuttavia, l’insistenza su un’eccessiva tecnologizzazione accelerata rischia di dirottare i bilanci europei a favore di ipotesi provenienti da culture strategiche e considerazioni economiche a loro estranee ea scapito degli investimenti in un ecosistema digitale veramente autonomo. Non è un caso che la maggior parte delle iniziative nel settore digitale, come negli armamenti in generale, inciampi sul tema della non dipendenza. Non dobbiamo solo trovare, come dice il generale Vincent Desportes, “la tecnologia giusta”, ma anche i partner giusti. In questo ambito, descritto dall’ex direttore dell’ANSII [Agenzia nazionale per la sicurezza dei sistemi informativi] Patrick Pailloux come “la sovranità della sovranità”, stare al sicuro da ogni pressione e ricatto è l’unica bussola rilevante. È chiaro che non è quello scelto il più delle volte dai partner europei della Francia.

Parlando dell’industria degli armamenti, il presidente Macron ha spiegato nel 2020: “L’autonomia è avere l’attrezzatura giusta ed essere sicuri che questa attrezzatura non dipenda da altri poteri. E quindi, non acquistare attrezzature che possono appartenere ai nostri alleati, ma che non sono sempre, in un certo senso, co-decisori di ciò che vogliamo fare. Se vogliamo una vera autonomia militare, vogliamo poter agire con gli americani ogni volta che lo decidiamo. Ma vogliamo anche poter agire anche quando non siamo d’accordo con gli americani su un argomento. E quindi, non vogliamo dipendere da loro. Ciò presuppone avere una vera industria della difesa per evitare che gli americani ci dicano, il giorno in cui interverremo in questa o quell’operazione, “no, no, no, con questo equipaggiamento che è mio,8 )”. Solo che è necessario andare fino in fondo a questa logica. In particolare per quanto riguarda l’uso della cooperazione europea per un ecosistema digitale. Intraprendere rapporti di interdipendenza con partner che si condannano – con il pretesto di rimanere “aperti” – a dipendere da qualsiasi terzo è lo stesso che accettare questa dipendenza. Con, di conseguenza, la definitiva perdita di alternative. A quel punto, qualsiasi pensiero indipendente sul futuro della guerra diventerebbe irrilevante, con gli europei che non avrebbero altra scelta che seguire l’esempio.

Giudizi

( 1 ) J. R. Allen, F. B. Hodges e J. Lindley-French, Future War and the Defence of Europe , Oxford University Press, 2021.

( 2 ) “Maintaining NATO’s Technological Edge: Strategic Adaptation and Defence Research and Development”, Report of the NATO Parliamentary Assembly, di Thomas Marino (Stati Uniti), settembre 2017.

( 3 ) “NATO 2030: Uniti per una nuova era”, analisi e raccomandazioni della Task Force istituita dal Segretario Generale della NATO, novembre 2020.

( 4 ) Michael E. O’Hanlon, Forecasting change in military technology, 2020-2040 , The Brookings Institution, settembre 2018.

( 5 ) “Innovative technologies shaping the 2040 battlefield, EPRS”, Servizio di ricerca del Parlamento europeo, agosto 2021.

( 6 ) Intervista al Generale Thierry Burkhard, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, La Tribune , 18 marzo 2021.

( 7 ) “Nagorno-Karabakh: dieci lezioni da un conflitto che ci riguarda”, rapporto di informazione (O. Cigliotti e M.-A. Carlotti), Commissione Affari Esteri, Difesa e Forze Armate del Senato, 7 luglio 2021.

( 8 ) Osservazioni del presidente Emmanuel Macron al dibattito dei cittadini con la cancelliera Angela Merkel, Aquisgrana, 22 gennaio 2020.

Didascalia della foto in prima pagina: Il termine “hyperwar” descrive un nuovo paradigma bellico, costruito attorno a nuove tecnologie dirompenti, come l’intelligenza artificiale. ©USAF

https://www.deftech.news/2021/12/08/hyperguerre-leurre-ou-fatalite-pour-leurope/

La guerra in Ucraina è una strana nebbia: sappiamo tutto sui dettagli, niente sull’essenza_di Vincze Hajnalka

Il termine “nebbia di guerra” si riferisce originariamente alla difficoltà di un accurato allineamento nel fervore della battaglia, quando si può solo brancolare alla cieca nel mezzo dell’incertezza generale. A prima vista, ciò che sta accadendo in Ucraina è l’esatto opposto. Non solo gli operatori di telefoni cellulari e i blogger locali condividono ogni minimo dettaglio, ma anche alcune agenzie di intelligence occidentali stanno gentilmente rendendo pubbliche le loro ultime valutazioni. Tuttavia, l’oscurità non si è dissipata, ma solo trasferita dalle briciole di cronaca del presente alle forze trainanti del passato e agli scenari del futuro. Di certo non spontaneamente. L’occultamento del quadro analitico a fini politici, tuttavia, non è privo di pericoli. I decisori – ora anche in Occidente – possono essere sempre più prigionieri della nebbia che hanno creato loro stessi. Nel frattempo, la posta in gioco continua a salire.

Una delle novità della guerra in corso è che le agenzie di intelligence occidentali (soprattutto americane e britanniche) sono diventate attori attivi nella comunicazione strategica, con un’apertura e una regolarità mai viste prima. Il ministero della Difesa britannico condivide quotidianamente “rapporti aggiornati dell’intelligence militare” sull’Ucraina su Twitter, Facebook e LinkedIn. Con il suo logo imponente e tutti i segni esterni di professionalità, crea contemporaneamente l’illusione di un’informazione imparziale e di un’iniziazione ai segreti più intimi. Naturalmente, gli agenti dell’intelligence non sono diventati improvvisamente tali stronzi per pura gentilezza, svolgendo una sorta di compito di servizio pubblico globale. Anche se non assumiamo una disinformazione intenzionale, possiamo supporre che le loro informazioni siano pesantemente filtrate in base alle priorità del loro governo prima di essere condivise.

Mentre il linguaggio delle organizzazioni di intelligence occidentali si è notevolmente irrigidito, tra gli esperti è successo il contrario: o si allineano o sono stigmatizzati. Ci si sta pian piano abituando alle obbligatorie cautele che vanno aggiunte a dichiarazioni analitiche che vogliono essere un po’ più indipendenti: “La Russia è l’aggressore”, “nessuno ha provocato” l’attacco , “la responsabilità dell’intero corso della il conflitto è esclusivamente con Mosca”.. Mentre la prima affermazione è un’evidenza ovvia, le altre due sono affermazioni che – in circostanze normali – sarebbero oggetto di infiniti dibattiti tra esperti. Prima dello scoppio della guerra, un buon numero dei più famosi ricercatori americani e dell’Europa occidentale, ad esempio, ammetteva: dal crollo dell’Unione Sovietica, le politiche dell’Occidente – soprattutto, la deliberata mancata chiusura dell’espansione della NATO – ha fortemente contribuito a far arrabbiare Mosca.

Quanto all’andamento del conflitto: l’inizio dell’attacco armato è sfociato davvero in una nuova – drammatica – situazione. Tuttavia, in risposta a ciò, non c’era ovviamente un unico percorso, ma una moltitudine di opzioni. Come sempre, i decisori hanno scelto tra questi quello che consideravano il più adatto dal proprio punto di vista. E da allora è stato così ogni giorno. Tuttavia, anche la qualità e l’entità delle sanzioni, delle spedizioni di armi e del linguaggio utilizzato come reazione occidentale alle azioni della Russia hanno delle conseguenze. E proprio come può plasmare la dinamica della crisi nella direzione della risoluzione, può anche portare a un’escalation. Tuttavia, menzionare tutto questo è attualmente un grave peccato, adducendo la stessa mentalità di natura diversa degli ultimi due anni e mezzo: la negazione del dogma russo.Come se non fosse evidente che la sfumatura non è parzialità, la spiegazione non è addolcimento.

Da ciò, è chiaro che ci sono parecchi casi in cui lo scopo è distorcere deliberatamente i fatti: per quanto ne sappiamo, il regime di Putin non risparmia soldi ai politici e agli opinionisti occidentali per sostenerlo e fargli luce. D’altra parte, è un male in passato – e usando il noto colpo di scena: vincerebbe il nemico – se dovessimo usarlo come riferimento al principio del pluralismo di opinione, e il dibattito legittimo diventerebbe impossibile . La “cultura della cancellazione” può imperversare contro coloro che sono fuori dal mainstream, e può emergere il metodo utilizzato più di recente in caso di epidemia: screditare e mettere a tacere. Michele BrenneroProfessore, noto specialista in relazioni transatlantiche e politica estera americana, ha anche annunciato: non continuerà. Anche negli ambienti professionali, le sue posizioni pubblicate, tipicamente dubbiose, sulla guerra in Ucraina sono state accolte con un conformismo così intenso e unanime, e sono state accolte con un’accoglienza incline agli attacchi personali, in cui non c’era possibilità di una discussione significativa. Come ha detto: ci sono stati segni di “nichilismo intellettuale” negli ultimi tempi, ma durante la sua lunga carriera non ha vissuto niente del genere.

Il presidente Zelensky è arrivato al punto di pubblicare una lista nera di esperti e politici americani che non gli piacevano.E chi l’ha preso e perché? Il senatore Rand Paul, per esempio, perché, secondo lui, l’America ha provocato la Russia con l’espansione della NATO. Da allora, ha anche affermato: se i soldi dei contribuenti americani vengono spesi per sostenere l’Ucraina, allora dovrebbe almeno essere discusso quali siano esattamente gli interessi e gli obiettivi degli Stati Uniti nel conflitto. Edward Luttwak, un esperto militare, una volta disse che varrebbe la pena indire un referendum nelle repubbliche separatiste, e ha anche osato parlare dei rischi della guerra nucleare, diventando così anche un “propagandista russo”. E non importa che fin dal primo giorno sostenga personalmente e faccia pressioni per un aumento delle spedizioni di armi in Ucraina. John Mearsheimer, figura di spicco della scuola realista delle relazioni internazionali, è stato messo nella lista della vergogna per aver menzionato il senso di minaccia russo.

OBIETTIVI, RISCHI, QUADRO INTERPRETATIVO COMPLESSO? CI SONO MOLTE COSE CHE POSSONO ATTIRARE L’ETICHETTA DI “TRADITORE” O “MERCENARIO PUTIN” AL MOMENTO.

Scenari cattivi e peggiori
La contestualizzazione sarebbe essenziale per una valutazione fattuale delle varie opzioni. Conoscendo gli antecedenti e le forze trainanti, si può solo dire per chi e dove vengono tracciate le linee rosse veramente invalicabili, e quali concessioni possono essere ancora accettabili . Ciò è particolarmente importante in un momento in cui la guerra è chiaramente entrata in una nuova fase con il contrattacco ucraino, l’aumento del supporto militare occidentale, i “referendum” di adesione e la mobilitazione russa. Quella in cui Mosca dice sempre più apertamente: a quanto pare, non è contro Kiev, ma contro Washington (e dietro la Nato) in Ucraina. E dove i protagonisti non si sottraggono più alle offerte nucleari. E dove anche il presidente Putin – e l’Occidente – devono fare i conti con la politica interna russa improvvisamente esplosiva.

In questa situazione, la prima domanda logica è cos’altro ha Mosca in termini di capacità militari. Per quanto strano, nulla è certo: gli analisti militari – anche sulle colonne dell’eccellente rivista britannica Survival – ammettono di oscillare tra gli estremi della sopravvalutazione e della sottovalutazione. Ma supponiamo che dopo questa esibizione, il presidente Putin sorprenderà tutti. Tira fuori le armi iper-super mai menzionate, le schiera in modo massiccio ed efficiente e tutto questo con un esercito coeso ed entusiasta. La NATO/America potrebbe fare due cose al riguardo. O si fa avanti e aumenta la sua partecipazione ai combattimenti (ma l’Alleanza, che è stata tenuta insieme fino ad ora, probabilmente va in pezzi al solo pensiero, cioè un conflitto nucleare si concluderebbe tangibilmente per sua stessa decisione), oppure lasciare in pace i difensori della loro patria, finora “costa quel che costa, dura finché dura”. In fondo incoraggiava e appoggiava gli ucraini (questo, però, non richiederebbe solo una spiegazione imbarazzante davanti al proprio pubblico parere, ma l’avversario principale è la Cina.

Tuttavia, se il presidente Putin non può tirare fuori nulla dal cilindro che possa chiaramente ribaltare la situazione a suo favore militarmente, allora teoricamente ci si possono aspettare due sviluppi estremi.

Uno di questi è l’opzione nucleare, di cui si è molto parlato di recente. Le riflessioni su questo portano tutte allo stesso punto: la sua probabilità può essere solo indovinata, nessuno può vedere nella mente del presidente. Nel caso di una centrale nucleare, è in definitiva una questione soggettiva quando considera che il Paese è in pericolo terminale, e quando decide – contro quale obiettivo e in quale forma – che il vantaggio di ribaltare il tabù nucleare è superiore a quello rischi. L’altra possibilità che si presenta sempre più spesso è la caduta di Putin.Mentre molte persone in Occidente sperano nella salvezza da questo, i baltici, che conoscono più da vicino la situazione russa, si raffreddano. Il segretario di Stato del ministero della Difesa lettone ha recentemente avvertito i suoi visitatori americani che “il periodo post-Putin sarà anche peggiore di quello attuale”. Ha delineato tre possibilità: o una leadership ancora più “stalinista” di quella odierna arriverà a Mosca, o le lotte di potere interne si trascineranno, o una completa disintegrazione con piccoli signori della guerra e milizie qua e là. Né è una prospettiva molto rassicurante in un paese con quasi seimila testate nucleari.

La soluzione è la stessa dall’inizio
Alla luce di ciò, uno degli aspetti più sorprendenti del conflitto in Ucraina è particolarmente bizzarro: finora non c’è stata alcuna seria iniziativa esterna per avviare negoziati di pace. Il momento più vicino alle parti per raggiungere un accordo basato su concessioni reciproche è stato ai colloqui di cessate il fuoco a Istanbul alla fine di marzo: le potenze occidentali hanno agito dappertutto come attive contropressioni. Come allora, come da allora , e anche prima della guerra, si conoscevano le linee fondamentali di un accordo equilibrato e sostenibile a lungo termine.

TUTTAVIA, MAN MANO CHE IL CONFLITTO SI TRASCINA, QUESTO DIVENTA SEMPRE PIÙ DIFFICILE: AUMENTANO IL NUMERO DELLE RIMOSTRANZE E IL DESIDERIO DI VENDETTA DA PARTE UCRAINA, MENTRE LA PARTE RUSSA È SEMPRE PIÙ CHIUSA IN UNA SPIRALE DI VIOLENZA.

Mosca – in preda al panico palpabile – si mobilita, chiede un referendum sull’annessione dei territori e grida “non sto bluffando” dispiegando “tutti i mezzi a sua disposizione”. Nel frattempo, il presidente Zelensky rifiuta l’idea di qualsiasi tipo di negoziazione sulla Cnn, e ovunque, anche all’Onu, grida che la Russia sia “punita”. E Washington – senza la quale l’Ucraina non sarebbe in piedi economicamente e militarmente, nonostante tutta la sua perseveranza e coraggio – lascia le cose così. Non si ferma nemmeno quando il governo ucraino propone sulle colonne del quotidiano britannico Guardian un attacco nucleare preventivo contro Mosca. Il che, nella logica del dare e avere delle strategie nucleari, equivarrebbe al suicidio per gli Stati Uniti.

Non c’è da stupirsi che, di fronte al tono sempre più aspro e alle prospettive sempre più cupe, la politica estera francese, che con discrezione ed entusiasmo ha preso strade separate e ha mantenuto il dialogo con il presidente Putin, sia ora ripresa. All’inizio di settembre, alla conferenza annuale degli ambasciatori, Emmanuel Macron ha dichiarato:

“Diplomazia significa parlare con tutti, compresi quelli e soprattutto quelli con cui non siamo d’accordo. Non possiamo lasciarci impantanare dal falso moralismo”.

Come in risposta a ciò, l’ex primo ministro danese e segretario generale della NATO Rasmussen (che è stato definito dal defunto presidente francese Jacques Chirac solo come “l’uomo degli americani”) ha recentemente affermato: Il presidente Macron ha “danneggiato l’Ucraina, indebolito Kiev “durante la sua ricerca di una soluzione diplomatica. Al ritorno dall’annuale Assemblea generale dell’Onu, però, il presidente francese ha ripetuto ancora: “il conflitto non può che finire al tavolo delle trattative”. La domanda è quanto dovremmo sbrigarci.

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BISCOTTI E MISSILI: IN UCRAINA IL TRIANGOLO WASHINGTON-EUROPA-RUSSIA, di Hajnalka Vincze

Al termine del confronto bipolare, l’ottimo diplomatico americano allora ambasciatore a Mosca, Robert S. Strauss, segnalava a Washington: “L’evento più rivoluzionario dell’anno 1991 per la Russia non è stato il crollo del comunismo, ma la perdita dell’Ucraina” . A trent’anni di distanza, il destino di questo Paese fratello-nemico resta, per Mosca, uno dei punti più delicati. Attraverso la NATO/America, è quindi a Kiev che si svolgono gran parte delle relazioni tra Europa e Russia. Washington sa perfettamente che, mantenendo la pressione su questo centro nevralgico, mantiene il suo posto di padrone del gioco nella sicurezza europea.

Vittoria in manovra

Nel dicembre 2013, durante le manifestazioni contro il presidente ucraino che si era rifiutato di firmare l’accordo di associazione con l’UE, il vicesegretario di Stato americano per gli affari europei è sceso in modo spettacolare nell’arena. Victoria Nuland si è unita a Independence Square con un grande sacchetto di plastica in mano, da dove ha distribuito i biscotti ai manifestanti. Lo stesso Nuland aveva spiegato al Senato degli Stati Uniti, appena un mese prima, come Washington stesse facendo pressioni sugli europei affinché offrissero questo accordo a kyiv, un accordo redatto in modo tale da poter essere visto solo come una provocazione al Cremlino. Poche settimane dopo, l’audio della conversazione telefonica tra Victoria Nuland e l’ambasciatore americano a Kiev è trapelato alla stampa; li sentiamo orchestrare la composizione del futuro governo ucraino. Fu in questo scambio che il vicesegretario di Stato pronunciò l’ormai famosa frase“Al diavolo l’Ue” , diceva in un linguaggio molto più colloquiale.

Allo stesso tempo, questo ex ambasciatore degli Stati Uniti presso la NATO ha affermato, durante una conferenza d’affari, che Washington aveva investito 5 miliardi di dollari in Ucraina per promuovere “istituzioni democratiche e altri obiettivi”. Ora sottosegretario n. 3 del Dipartimento di Stato per gli affari politici, ha detto al Financial Times che l’America ha non meno di 18 scenari nella manica se gli Stati Uniti dovessero invadere l’Ucraina attraverso Mosca. È anche lei ad affermare che il gasdotto Nord Stream 2 appena ultimato, tra Germania e Russia, verrà bloccato se necessario, anticipando allegramente qualsiasi annuncio ufficiale da parte tedesca. Incoraggia anche l’intensificazione delle consegne di armi “difensive letali”., compresi i missili antiaerei e anticarro, a Kiev, dicendo di voler rendere “una lotta molto sanguinosa” per la Russia.

Continuità americane

Capo di stato maggiore del Dipartimento di Stato sotto l’amministrazione Clinton, consigliere del vicepresidente Cheney sotto George W. Bush, Victoria Nuland incarna perfettamente il consenso bipartisan ampiamente predominante che regna su questi argomenti a Washington. Come si spiega questa coerenza quando, a 30 anni dalla fine della Guerra Fredda, la principale preoccupazione per gli Stati Uniti non è più la Russia – relegata nei documenti ufficiali allo stato di “disturber” – ma la Cina? E che, nella sua strategia di difesa nazionale, l’America non aspira nemmeno più a poter combattere due grandi guerre contemporaneamente?

In realtà, è proprio pensando alla Cina che Washington sta lavorando ancora di più per mantenere le posizioni acquisite in Europa. Perché la cosa principale, per l’America, è la sua politica di contenimento di Pechino, e la leva europea è fondamentale per raggiungere questo obiettivo. Tuttavia, senza lo spettro del pericolo russo, c’è il rischio che i suoi alleati europei gli sfuggano. D’altra parte, se la minaccia russa è forte, gli europei si schierano dietro agli Stati Uniti. In primo luogo, gli alleati orientali si precipitano sotto la loro ala protettiva, anche se ciò significa mettere, come ha detto il presidente Valéry Giscard d’Estaing,  “la fedeltà atlantista al di sopra dell’attaccamento al sistema europeo”. In secondo luogo, in un clima di animosità, essendo i legami di cooperazione gravemente ostacolati, Parigi e Berlino si trovano politicamente (ed economicamente) tagliate fuori dalla Russia. Divisi tra loro, isolati dalla Russia, gli europei sono quindi – fintanto che la questione russa resta in cima al conto – lontani anni luce dalle loro recenti ambizioni di autonomia.

L’eccellente specialista in politica estera e di sicurezza russa, Jean-Christophe Romer, parla giustamente dell’interesse degli Stati Uniti a “impedire una vera unificazione dell’Europa da Brest a Vladivostok – dove l’Ucraina avrebbe potuto fungere da ponte – e quindi un forte riavvicinamento tra l’UE e la Russia. Questa unificazione costituirebbe una competizione inaccettabile per Washington..[1] Tanto più che l’attuale status quo gli conferisce molteplici vantaggi, a cominciare dagli acquisti di armi americane da parte degli alleati, a cui si aggiungono le importazioni di gas naturale liquefatto (il cui volume aumenterebbe esponenzialmente se alcuni paesi, Germania in primis, riducessero ciò che Washington diffama come la loro eccessiva dipendenza energetica dalla Russia). Più in generale, ogni volta che una controversia commerciale contrappone l’UE agli Stati Uniti, molte voci europee si levano per spiegare che un tale fascicolo non merita di “mettere in pericolo le relazioni transatlantiche” . Non c’è da stupirsi che Washington sia soddisfatta dell’attuale stato delle cose e preferisca mantenere la Russia e l’UE il più distanti possibile.

La Nato è l’origine del male

Per realizzare questa strategia americana, la NATO è uno strumento privilegiato. Gli Stati Uniti occupano una posizione dominante innegabile lì, e questa ex controparte del tardo Patto di Varsavia irrita la Russia al massimo grado. Il peccato originale fu la rottura della promessa – a lungo negata in Occidente, ma confermata dall’apertura degli archivi – fatta a Gorbaciov, in base alla quale l’Alleanza non si sarebbe estesa “per un centimetro” verso Oriente…[2] Da allora, come se nulla fosse, il numero degli Stati membri è quasi raddoppiato, dai 16 di allora ai 30 di oggi. E per rassicurare i nuovi paesi, provenienti dall’ex blocco sovietico, la Nato ha installato sempre più le sue infrastrutture, il suo quartier generale, le sue esercitazioni ei suoi missili più a est.

Ultimamente, sempre più esperti americani si stanno rendendo conto dei danni di questo approccio “tutto o niente” , che è andato avanti senza considerare alcuno status speciale per i nuovi membri, né limiti o garanzie particolari.[3] Lo stesso presidente del prestigioso Council on Foreign Relations, Richard Haass, ammette:“L’allargamento della NATO verso est è stata la politica più significativa e controversa del periodo successivo alla Guerra Fredda. Che la NATO continui ad esistere, o anche che si espanda, non è stato scritto in anticipo”. Da parte sua, avrebbe preferito vedere un rafforzamento del programma di Partenariato per la Pace degli anni ’90, che abbracciasse, attorno all’Alleanza Atlantica, i paesi dell’Europa orientale, compresa la Russia. La decisione del presidente Clinton di aprire le porte alla NATO ha presto eliminato tale opzione. Secondo Haass, “la scelta dell’allargamento ha avuto un ruolo nell’alienazione di Mosca” .[4]

Questa tendenza è culminata nel vertice dell’Alleanza a Bucarest nel 2008, la cui dichiarazione finale parlava del futuro del codice per l’adesione di Ucraina e Georgia, senza però dare una data precisa. Al termine di un burrascoso dibattito, il consigliere americano per la sicurezza nazionale aveva deciso: “Dobbiamo far capire alla Russia che la Guerra Fredda è finita e che l’ha persa” . La storica Mary Elise Sarotte paragona la politica americana dell’ultimo quarto di secolo, spingendo per l’allargamento della NATO, a una ruota a cricchetto: ad ogni nuova svolta, anche la più insignificante, le tacche impediscono ogni ritorno sui binari, non possiamo che continuare sempre nella stessa direzione. [5] Anche se ciò significa inimicarsi la Russia e fomentare divisioni all’interno dell’Alleanza.

Europa, parco giochi

È un ovvietà: i paesi europei hanno spesso atteggiamenti diametralmente opposti nei confronti della Russia. Da un lato i baltici, i polacchi, i romeni, i bulgari temono soprattutto una rinascita del potere russo e desiderano sfruttare gli equilibri di potere favorevoli alla NATO per creare le condizioni che lo proibiscano. Dall’altro, Germania, Francia, ma anche Spagna e Italia, sono certamente critiche nei confronti di Mosca, ma aspirano a un approccio più equilibrato. Questi paesi non credono che la stabilità del continente dipenda dal radicamento della Russia, al contrario, l’umiliazione è vista come una fonte di tensione, e sono anche più sospettosi della particolare agenda degli Stati Uniti. .

In effetti, la politica ufficiale di Washington continua ad essere guidata dal desiderio di mantenere la sua posizione di tutela in Europa – e alcuni paesi europei, credendo che l’America sia il loro unico e unico protettore, fungono da intermediari. In questo contesto, l’ambizione della presidenza francese dell’Ue, ovvero “realizzare una proposta europea che costruisca un nuovo ordine di sicurezza e stabilità” è simile alla quadratura del cerchio. Secondo il presidente Macron, intervenuto al Parlamento europeo sull’argomento: “Dobbiamo costruirlo tra gli europei, quindi condividerlo con i nostri alleati nel quadro della NATO. E poi offrilo alla Russia per la trattativa”. Solo che qualsiasi accordo che normalizzi i rapporti con Mosca, grazie a garanzie di sicurezza reciproca, ridurrebbe meccanicamente l’importanza, e quindi l’influenza, dell’America con i suoi alleati europei…

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[1]Jean-Christophe Romer, Russie-Europe: des malentendus paneuropéens, L’Inventaire, 2016.
[2]National Security Archives, NATO Expansion: What Gorbaciov ha sentito?, Washington DC, 12 dicembre 2017.
[3]ME Sarotte, Contenimento oltre la Guerra Fredda – Come Washington ha perso la pace post-sovietica, Affari esteri, novembre/dicembre 2021 ; Michael Kimmage, È ora che la NATO chiuda i battenti – L’Alleanza è troppo grande – e troppo provocatoria – per il suo bene, Affari esteri, 17 gennaio 2022.
[4]Richard Haass, Un mondo allo sbando: la politica estera americana e la crisi del vecchio ordine, Penguin Press, 2017.
[5]ME Sarotte, Not one inch – America, Russia, and the making of post-guerra fredda stallo, Yale UniversityPress, 2021.

Hajnalka Vincze, Europeans Facing the Old-New American Foreign Policy, Impegno n. 134 (primavera 2022) , ASAF (Associazione di supporto dell’esercito francese).

https://hajnalka-vincze.com/list/etudes_et_analyses/617-des_biscuits_et_des_missiles_en_ukraine_le_triangle_washingtoneuroperussie

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