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Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Remigration : le mythe mobilisateur qui rallume la volonté européenne

Idee / Dibattiti

Rimigrazione: il mito mobilitante che ravviva la volontà europea

Lo sciopero generale, la rivoluzione proletaria, la restaurazione monarchica, il Frexit, Gaza… ogni corrente politica ha il proprio mito che mobilita i propri militanti e sostenitori. Questo obiettivo finale, la cui futura realizzazione potrebbe segnare l’avvento della vittoria, permette di trascinare le masse al proprio seguito. La nostra epoca individualista, restia alle grandi narrazioni mobilitanti, sembra esserne priva. Eppure, per la gioventù europea radicata, questo mito è quello della rimigrazione.

Avere ragione non basta: ogni movimento ha bisogno di un mito. Da Georges Sorel a José Carlos Mariátegui, diversi pensatori socialisti hanno approfondito il concetto di mito politico mobilitante: un’immagine forte di un futuro potenziale che esprima le aspirazioni di una collettività e susciti passione e azione. Il mito soreliano non vale per la sua veridicità, ma per la sua efficacia: crea una dinamica. È una proiezione che ha l’obiettivo di mettere in moto le energie, un’immagine che permette di far convergere gli animi verso un obiettivo comune che funge da prospettiva.

Ogni mito è radicato in un determinato periodo storico. Lo sciopero generale era il mito mobilitante di Sorel (si articolava attorno a un potente movimento sindacalista). Nel XXe secolo, i regimi totalitari si sono basati in larga misura su narrazioni mobilitanti. Queste costruzioni simboliche, indipendentemente dal loro rapporto con la verità, hanno strutturato potenti immaginari collettivi. Hanno dimostrato che un mito non ha bisogno di essere esatto per essere efficace: basta che sia condiviso. Nel 1947, Thomas Mann descriveva in un’analisi critica1 questa capacità delle società di massa di strutturarsi attorno a narrazioni semplificate, emotive, talvolta scollegate dalla realtà. Il mito politico, scriveva in sostanza, agisce come una « fede che forma comunità », una forza che va oltre la semplice argomentazione razionale.

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«Un mito politico non si decreta. Spetta invece a noi identificarlo e strumentalizzarlo», scriveva François Bousquet2. Esso emerge, si cristallizza, si impone. Non si riduce a un programma politico dettagliato o a una politica pubblica immediatamente applicabile. Funziona piuttosto come una rappresentazione globale, un’immagine semplice e radicale di un futuro possibile. La sua forza risiede proprio in questa semplicità: propone una soluzione netta a una situazione percepita come complessa o fonte di ansia. Offre un orizzonte, una direzione, una narrazione. In quanto tale, svolge diverse funzioni: dare senso, unire, strutturare un immaginario comune e, soprattutto, suscitare l’impegno.

Il mito non va valutato solo in termini di fattibilità o razionalità. Appartiene a un ambito diverso: quello della proiezione, dell’affetto, dell’identificazione. Delinea un panorama mentale in cui l’azione appare non solo possibile, ma necessaria.

La storia come terreno di possibilità

Una delle caratteristiche distintive dei miti politici è quella di lasciare aperta la questione del futuro. Essi rifiutano il fatalismo e contestano l’idea di un’evoluzione irreversibile. A prescindere dalle analisi sul declino o sulla trasformazione delle società, essi affermano che la storia deve ancora essere scritta. Questa visione si fonda sull’idea che i percorsi storici possano essere modificati dalla volontà collettiva. In questo contesto, il mito svolge un ruolo di acceleratore: cerca di produrre il futuro. Agisce come una leva, un catalizzatore di energia militante. Non dice ciò che sarà, ma ciò che potrebbe accadere se una massa critica di individui se ne facesse carico.

Lungi dall’essere scomparsi, i miti politici possono ancora oggi dare forma a impegni e visioni del mondo. Essi testimoniano un bisogno persistente di narrazioni globali, capaci di dare una direzione all’azione collettiva. Che li si analizzi come un progetto, uno slogan o una costruzione simbolica, essi illustrano soprattutto la permanenza del fatto mitico in politica. Perché, in definitiva, una società non si muove solo per programmi o statistiche, ma anche per rappresentazioni. E finché sussisterà questo bisogno di senso e di proiezione, ci saranno miti ad alimentarlo.

Il ritorno in patria: una necessità per gli europei

La rimpatrio si inserisce in questa logica e appare come il mito più unificante per il campo dei difensori della civiltà europea. Inutile spiegare qui perché la rimpatrio sia più che mai necessaria e vitale per la sopravvivenza del nostro popolo. La demografia fa la storia e le cifre – o il semplice fatto di prendere i mezzi pubblici in qualsiasi città della Francia – confermano la Grande Sostituzione e l’assoluta necessità della rimpatrio.

Ciononostante, il termine «remigrazione» è difficile da far entrare nel linguaggio comune, poiché rimane carico di forti connotazioni politiche e ideologiche, spesso percepite come radicali o addirittura estremiste. Questa connotazione conflittuale e negativa ne frena la diffusione tra il grande pubblico, dove suscita più rifiuto o polemiche che consenso.

È proprio nell’immagine della rimpatrio, tuttavia, che si potrebbe trovare quel mito in grado di unire le volontà. Affinché il rimpatrio diventi un’immagine mobilitante, è necessario che il dibattito politico si concentri sull’immigrazione. Ma la politica elettorale è solo una parte della lotta politica.

La continuità del pensiero della Nuova Destra

Il ritorno nel proprio paese d’origine della maggioranza degli immigrati extraeuropei presenti sul nostro territorio costituisce il coronamento politico del pensiero della Nuova Destra. Fin dagli anni ’70-’80, l’etno-differenzialismo e il concetto di identità sono stati al centro della lotta ideologica condotta dai pensatori della ND. «Il desiderio di uguaglianza, succeduto al desiderio di libertà, è stato la grande passione dei tempi moderni. Quella dei tempi postmoderni sarà il desiderio di identità», analizzava Alain de Benoist nel 20024.

In questa linea, i movimenti intellettuali o militanti francesi (dall’Institut Iliade a Génération identitaire) ed europei (i Vertici della rimpatrio) si impegnano a promuovere il rimpatrio basandosi sulla difesa di un’identità europea radicata in una storia di lunga data, di una trasmissione diretta dagli Indoeuropei, primo popolo portatore di un modello di organizzazione sociale, di riferimenti culturali e di narrazioni fondanti che costituiscono la memoria più antica della civiltà europea.

L’influenza di questa corrente, sebbene numericamente esigua (intellettuali, think tank, gruppi militanti, influencer), si fa sempre più percepibile nel dibattito pubblico e lo spazio del dicibile si apre a queste tematiche, soprattutto tra le giovani generazioni. Influenzare il vocabolario per orientare le rappresentazioni: questa è la logica metapolitica all’opera. «  La semplice parola “identitario”, ignorata prima degli anni 2000 al di fuori dell’estrema destra, è ormai entrata nell’uso comune, al termine di un’evoluzione che gli attivisti del “gramscismo di destra” considerano una vittoria nella guerra delle parole che hanno intrapreso », conferma il politologo Jean-Yves Camus5.

L’idea della rimigrazione, a lungo confinata ai margini della destra radicale, si sta ormai insinuando nel dibattito politico europeo. Organizzazione di incontri, pubblicazione di testi, il termine viene ripreso in tutta Europa da attivisti e intellettuali (Jean-Yves Le Gallou naturalmente6, l’austriaco Martin Sellner, il tedesco Benedikt Kaiser, il portoghese Afonso Gonçalves, l’olandese Eva Vlaardingerbroek, il britannico Tommy Robinson) e da partiti politici (l’FPÖ austriaco, Reconquête! in Francia).

Unire le forze di destra europee

La rimigrazione rappresenta un’immagine sufficientemente forte da unire la « destra europea », oggi frammentata. L’obiettivo è quello di riunire tutte le persone che hanno ancora a cuore il futuro della nostra civiltà, di raccoglierle su una base comune, al di là delle divisioni partitiche e al di fuori delle differenze che devono essere messe da parte. «Dobbiamo formare un’ampia coalizione attorno alla questione più importante: la nostra esistenza e la nostra continuità etnoculturale. Se siete d’accordo con questo, siete dei nostri», ricorda Martin Sellner7.

È attraverso il mito politico e l’azione che si potrà forgiare in gran parte dei giovani la volontà di ritrovare il nostro retaggio. È nella lotta e nelle situazioni concrete che le persone danno prova di sé. Oggi, quali sono le cause a cui dedicarsi? Non esiste un mito mobilitante per l’avvento della «startup nation» o della società liquida. Il nostro compito è risvegliare le coscienze e dimostrare che esiste una causa per cui mobilitarsi.

La civiltà europea, forte di tre millenni di storia, sopravviverà solo se i popoli avranno il coraggio di difendere ciò che sono. Potrà ritrovare la sua grandezza solo a una condizione: riconoscere pienamente ciò che è, assumersi ciò che ne costituisce l’identità. Non mollare mai, né arrendersi. Più che mai, la storia è aperta.

© Foto: Jérémy-Günther-Heinz Jähnick. Manifestazione a favore della rimpatrio organizzata dal movimento PEGIDA nel 2015 a Calais, in Francia.

1. Thomas Mann, Il dottor Faustus, 1947.

2. François Bousquet, Dominique Venner. La fiamma non si spegne, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2023.

3. Concetto centrale della strategia e del programma politico di La France insoumise.

4. Alain de Benoist, prefazione all’edizione del 2001 di Vu de droite, Edizioni Labyrinthe.

5. Jean-Yves Camus, Il movimento identitario o la costruzione di un mito delle origini europee, Fondazione Jean-Jaurès, 2018.

6. Jean-Yves Le Gallou, Remigrazione. Per l’Europa dei nostri figli, Edizioni La Nouvelle Librairie/Istituto Iliade, 2026.

7. Martin Sellner, post pubblicato su X, 16/04/2026.

Que pensez-vous de la « remigration » ?

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Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (3)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi, la risposta del filosofo e saggista Alain de Benoist.

La rimpatrio è auspicabile e possibile? Se non è possibile (se non in astratto), non ne parliamo più. È auspicabile? Tutto dipende da cosa si intende con questo termine.

     È evidente che l’immigrazione extraeuropea in Europa, che si è trasformata in un fenomeno di insediamento e che comporta patologie sociali ormai ben note, debba essere frenata con ogni mezzo possibile. Tutti i sondaggi lo confermano: le popolazioni autoctone non ne vogliono più sapere e non ne possono più. È per questo motivo che un certo numero di gruppi e partiti politici (a volte di governo) sono oggi favorevoli alla « rimigrazione ». Il problema, a ben vedere, è che non sempre ne danno la stessa definizione. La maggior parte di loro, ad esempio, attribuisce grande importanza alla volontarietà (che può certamente essere incoraggiata), cosa che non è necessariamente vera per gli altri.

     La rimigrazione è stata presentata come un « mito mobilitante ». Ci si chiede come si possa tradurre questo mito in un progetto che non sia, come tanti altri, di pura e semplice apoliticità.

     Combattere l’immigrazione non significa combattere gli immigrati solo perché sono immigrati, ma combattere coloro che, per amore del profitto e per volontaria ignoranza della fisiologia delle culture, hanno reso possibile l’immigrazione di massa, l’hanno incoraggiata e continuano a incoraggiarla, sia per soddisfare le esigenze del sistema capitalista, sia per ingenuo idealismo umanitario o universalismo morale, sia con la perversa intenzione di cambiare in profondità la costituzione dei popoli europei, negando loro ogni diritto alla continuità storica.

     È certamente possibile arrestare i flussi di immigrazione, almeno in una certa misura (e tralasciando il potere di nuocere esercitato dai giudici allineati all’ideologia dominante). Il « ritorno al paese d’origine » non ha senso, invece, quando ne esistono diversi per una stessa famiglia, quando i paesi d’origine si rifiutano di riprendere i propri cittadini, e nel caso di coppie e famiglie miste, che molto probabilmente sono destinate ad aumentare. Dagli espulsioni ci si aspetta una diminuzione dei volumi delle scorte (in contrapposizione ai volumi dei flussi). Ciò vale per i clandestini, per i delinquenti stranieri, per gli agitatori ostili, per coloro che sono venuti solo per beneficiare di un sistema di assistenza sociale – il tutto non rappresentando la maggioranza degli immigrati. Dopodiché si entra in un terreno instabile, dove i motivi di espulsione scompaiono poco a poco. Non vedo come andare oltre, se non ricorrendo a una nuova forma di arbitrarietà che, in ogni caso, non potrà essere messa in atto. Come valutare il numero di coloro che sono un po’, molto, per niente integrati ? Di coloro che amano un po’, molto o per niente il paese in cui vivono? Le persone possono essere giudicate e sanzionate in base a ciò che fanno, non a ciò che sono (e non bisogna credere che facciano ciò che sono, è il contrario: sono ciò che fanno).

     I sostenitori della rimigrazione (che in passato parlavano di « reconquista ») sono in fin dei conti dei grandi ottimisti. Credono che la catastrofe possa ancora essere evitata. Io, invece, penso che la catastrofe sia già avvenuta. Quando una biglia, che rappresenta un determinato processo, scende su un piano inclinato cosparso di chiodi, si può tentare di modificarne la traiettoria o di indirizzarla in una direzione piuttosto che in un’altra, ma l’unica cosa che non si può fare è farla risalire. Fare questa constatazione è solo una questione di realismo.

     Aggiungo che, per prendere posizione su questo problema, non mi colloco in una prospettiva nazionale o nazionalista (non sono nazionalista), ma in una prospettiva imperiale, il che è molto diverso: la presenza di minoranze etniche all’interno della società avrebbe tutto l’interesse ad essere analizzata dal punto di vista del federalismo imperiale, non del giacobinismo dello Stato-nazione. Preciso che non credo nemmeno nell’assimilazione, che ai miei occhi non è né possibile né auspicabile, e che detesterei vedere la Francia diventare uno Stato razzista (in materia, la storia ha già dato).

Que pensez-vous de la « remigration » ?

Idee / Dibattiti

Cosa ne pensate della « rimigrazione »? (2)

Al fine di approfondire e completare il dossier del nostro numero 220, attualmente in edicola, dedicato alla «remigrazione» – un concetto che sta gradualmente acquisendo importanza nel dibattito politico francese ed europeo – abbiamo deciso di interpellare su questo tema una serie di personalità del mondo politico e culturale dissidente, ponendo loro la stessa domanda: «Ritiene che la “remigrazione” sia possibile e auspicabile e, in caso affermativo, in quale forma e a quali condizioni?» Anche i lettori sono invitati a partecipare a questo dibattito, tramite commenti o e-mail. Oggi diamo la parola a Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere, e a Yann Vallerie, animatore del sito di controinformazione Breizh Info.

Yann Vallerie, responsabile del sito di controinformazione Breizh Info 

La questione della rimpatrio è oggi all’ordine del giorno. Non è più, come vent’anni fa, relegata ai margini di un dibattito tabù: si fa strada sulle pagine dei principali quotidiani, nei programmi politici, nelle conversazioni familiari. Questo è di per sé un segnale: quello di una lucidità collettiva che sta lentamente tornando, dopo quattro decenni in cui qualsiasi interrogativo sui flussi migratori o sulla composizione demografica dei paesi europei comportava l’immediata scomunica. Resta da formulare correttamente la domanda e da rispondervi senza demagogia, né minimizzando né esagerando.

La rimigrazione, così come la intendo io, consiste nell’organizzazione di un ritorno volontario e incentivato delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa verso i loro paesi d’origine e la terra dei loro antenati. È anche — e sarebbe disonesto dimenticarlo — il ritorno delle popolazioni europee espatriate verso le loro terre d’origine. Il movimento non è a senso unico. Si tratta di restituire a ogni civiltà lo spazio geografico in cui si è storicamente sviluppata e in cui le sue istituzioni, i suoi costumi, i suoi punti di riferimento, il suo rapporto con il tempo e con il sacro hanno un senso. Auspicabile? Sì, profondamente. Realizzabile? Non allo stato attuale delle cose. Ed è proprio questa tensione che bisogna guardare in faccia.

Perché è auspicabile: la questione riguarda la civiltà, non la sicurezza

Un’osservazione preliminare, poiché condiziona tutto il resto: la giustificazione della rimpatrio non è né di natura securitaria né religiosa. È un punto su cui molti, anche nel mio stesso schieramento, si sbagliano — per pigrizia retorica o per calcolo elettorale. La stragrande maggioranza delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa non è criminale. La criminalità, anche se sovrarappresentata in alcune categorie, rimane un fenomeno minoritario che non può da solo giustificare una politica di questa portata. Lo stesso vale per la religione: in Francia si contano centinaia di migliaia di cattolici extraeuropei, profondamente legati al Paese, alle sue istituzioni e al suo retaggio cristiano. Ridurre la questione all’Islam significa mancare l’obiettivo.

La vera ragione sta altrove, ed è più profonda. Nessuna società, in nessuna regione del mondo, è mai riuscita a integrare in modo duraturo e armonioso più di una certa percentuale di contributi provenienti da civiltà radicalmente diverse dalla propria. Tale soglia, empiricamente, sembra aggirarsi intorno al cinque per cento. Al di sotto di essa, il tessuto sociale assorbe, trasforma, assimila. Oltre tale soglia, i gruppi costituiti smettono di diluirsi; mantengono i propri punti di riferimento, le proprie reti, i propri stili di vita; e ciò che doveva essere un mosaico diventa una giustapposizione. A lungo termine, uno scontro. È vero in Europa. È vero ovunque. Dovrebbe essere la regola generale in ogni paese del mondo — africano, asiatico, americano, europeo.

Quando civiltà diverse, talvolta in contrasto tra loro nella visione del mondo, nel rapporto con le donne, con la libertà individuale, con la religione, con lo Stato e con la giustizia, convivono in gran numero su uno stesso territorio, la storia insegna che finiscono per scontrarsi. I Balcani, il Libano, l’India, la Siria, il Caucaso, l’Irlanda del Nord ne sono la prova — ciascuno a modo suo. L’idea che l’Europa occidentale sfuggisse, per chissà quale grazia particolare, a questa legge antropologica, è frutto di una credenza, non di un’analisi.

È fattibile? Non allo stato attuale delle cose

Siamo realistici: la rimpatrio, inteso come partenza forzata, massiccia e immediata, è oggi una fantasia. Nessun governo europeo, anche se guidato dalle figure più determinate del momento, prenderebbe una decisione del genere. Gli ostacoli giuridici, diplomatici, economici e umani sarebbero insormontabili, e la destabilizzazione provocata da una tale politica supererebbe senza dubbio il male che pretende di curare. Bisogna dirlo chiaramente, anche a coloro che sognano una soluzione radicale: questo scenario non si verificherà.

A ciò si aggiunge un fatto di cui occorre prendere atto: una parte delle popolazioni extraeuropee stabilitesi in Europa da due, tre o quattro generazioni si considera legittimamente a casa propria. Nati qui, istruiti qui, che parlano la lingua e crescono qui i propri figli, non si considerano più ospiti — e questo sentimento, che lo si condivida o meno, è ormai una realtà. La polveriera demografica è pronta. Non si disinnescherà con un decreto.

La strada percorribile: incentivi, pressioni sui paesi d’origine, un processo a lungo termine

Rimane una via realistica, che richiede sia ambizione che pazienza. Primo punto: l’espulsione immediata, senza esitazioni, di ogni straniero in situazione irregolare, di ogni straniero condannato per un reato o un crimine, di ogni straniero che abbia manifestato ostilità nei confronti del paese ospitante o delle sue leggi. Si tratta di una condizione minima di sovranità, oggi ampiamente ostacolata dalle giurisdizioni europee e francesi. Ciò presuppone una profonda revisione degli impegni sovranazionali e una volontà politica che manca da quarant’anni.

Seconda parte: incentivi al rimpatrio per chi lo desidera. Aiuti sostanziali al rimpatrio, sostegno alla creazione di attività economiche nel paese d’origine, avvio di percorsi formativi, garanzie di reinserimento. Non si tratta di un’umiliazione, ma di un’opportunità per chi, in fin dei conti, non si sente pienamente a casa in Europa o desidera contribuire allo sviluppo del proprio paese d’origine.

Terzo aspetto, il più decisivo e il più trascurato nel dibattito attuale: la pressione diplomatica, economica e persino militare sui paesi di origine. Una rimpatrio sostenibile presuppone che i paesi di emigrazione smettano di inviare la propria popolazione verso l’Europa e che accettino — o addirittura organizzino — il ritorno dei propri cittadini stabilitisi all’estero. Ciò richiede una politica estera risoluta: subordinare gli aiuti allo sviluppo alla cooperazione in materia di migrazione, abolire i visti per i paesi recalcitranti, bloccare i trasferimenti finanziari, applicare dazi doganali differenziati. E, sul piano interno, l’attuazione da parte di questi Stati di programmi di reinserimento, leggi che facilitino il ritorno delle loro diaspore, progetti economici mobilitanti che si estendano su più generazioni. Nessuno tornerà in un paese rovinato dalla corruzione e dal nepotismo. Bisogna quindi esigere anche una profonda trasformazione di questi Stati — il che implica, di conseguenza, smettere di saccheggiarli tramite le multinazionali europee complici delle loro élite predatrici.

L’alternativa: la guerra civile

Una cosa è certa: se la questione della convivenza separata all’interno dello stesso territorio non viene risolta — che sia attraverso un graduale ritorno in patria o qualsiasi altra soluzione intelligente —, l’Europa va incontro a un conflitto interno. I segnali sono già visibili: rivolte urbane ricorrenti, secessione culturale di interi quartieri, rifiuto del modello comune, aumento dei separatismi comunitari, crescente sfiducia reciproca. Nessuno, tra gli attuali responsabili politici, ha il coraggio di formulare la diagnosi — ma la diagnosi si imporrà da sé.

Il dibattito sulla rimpatrio non è quindi, a mio avviso, un dibattito estremista o marginale. È, al contrario, il dibattito sulla responsabilità. La responsabilità di evitare il peggio organizzandolo con calma, nel lungo periodo, con rispetto ma con fermezza, piuttosto che lasciare che la realtà si imponga con la violenza. I popoli hanno diritto alla continuità storica. Tutti i popoli — europei ed extraeuropei. Ciò presuppone che ciascuno, alla fine, ritrovi, se lo desidera, la terra dei propri padri. È una visione lucida. Non è odiosa. È semplicemente civile.

Sylvain Roussillon, scrittore e conferenziere 

È una domanda complessa, ed è probabile che qualche anno fa non avrei dato la stessa risposta, se non altro perché parte della mia formazione politica è di stampo maurrassiano e la formula di Bainville («Il popolo francese è un insieme. È meglio di una razza. È una nazione») mi è ben nota.

Tuttavia, le opinioni non si formano solo attraverso le letture, ma anche grazie alle esperienze vissute. Sono piuttosto riservato su questo argomento e non mi piace mettere in mostra la mia vita privata sui social network, che riservo alla promozione delle mie attività editoriali.

È di moda, soprattutto a sinistra, inventarsi un’infanzia nei «quartieri». Per quanto mi riguarda, non ho bisogno di inventarmi nulla. Ho trascorso la mia prima infanzia in un complesso di edilizia popolare, nel quartiere di Bellecroix, oggi quartiere prioritario della politica urbana, a Metz. Poi, dall’età di 6 o 7 anni fino all’età adulta, in un altro quartiere prioritario della politica urbana, quello di Grésilles, a Digione, dove del resto vive ancora mia madre.

Se racconto tutto questo, non è per suscitare una compassione di dubbia genuinità (ho avuto un’infanzia molto felice) né per rivendicare chissà cosa. Ricordo semplicemente che quei quartieri erano all’epoca, negli anni ’60, ’70 e in parte anche ’80, autenticamente « popolari ». Cioè abitati da operai, impiegati, pensionati con scarse risorse, classi medie modeste. Gli edifici non erano fatiscenti, le rare famiglie che possedevano un’auto potevano lasciarla parcheggiata senza timori, i bambini giocavano sui marciapiedi, non si davano fuoco ai cassonetti. All’epoca non si parlava di ghetti, anche se i collegamenti erano sicuramente peggiori di adesso e l’offerta socio-culturale associativa e sovvenzionata era quasi inesistente.

Non sto, come fanno alcuni politici di destra, a glorificare una Francia prospera e felice di un tempo, con l’uomo in giacca e cravatta e la donna casalinga, che in realtà non è mai esistita. Nella Francia operaia e contadina, sia gli uomini che le donne sono sempre stati costretti a lavorare sodo per sopravvivere. No, sto solo sottolineando un’evidenza: questi quartieri, pur non essendo ben serviti dai mezzi pubblici, pur non ricevendo miliardi di denaro pubblico, pur non beneficiando di una miriade di animatori socio-culturali e mentre solo una famiglia su tre poteva andare in vacanza, ospitavano una popolazione laboriosa e tranquilla che lavorava per tirare avanti e garantire la migliore istruzione possibile ai propri figli.

I due alunni più «esotici» della mia classe di scuola materna, in questo futuro «quartiere prioritario della politica urbana», erano un bambino portoghese e una bambina della Martinica.

Naturalmente, ci veniva già ripetuto a oltranza il discorso, storicamente distorto, sulla «Francia, terra di accoglienza», dimenticando semplicemente di precisare che quell’immigrazione tanto celebrata risaliva, in quella forma, solo alla seconda metà del XIX secolo, e che bisognava relativizzarne l’importanza. Integrare in una classe un portoghese e una martinicana, o la loro famiglia in un complesso di case popolari abitato da una ventina di famiglie franco-francesi provenienti dalla Borgogna, dal Poitou o dall’Alvernia, non doveva essere molto complicato.

Probabilmente è così che interpreta l’osservazione di Bainville. Come avrebbero potuto lui o Maurras, che avevano sotto gli occhi solo le immigrazioni di lavoratori italiani e portoghesi nell’edilizia, o di robusti polacchi nelle miniere e nelle industrie, tutti di tradizione cattolica, anticipare l’ondata demografica che si è abbattuta sulla Francia a partire dagli anni ’70? Anche in questo caso, non cado in un ingenuo idealismo. Ci sono state reazioni, a volte violente, all’arrivo di questa o quella colonia di Rital, Polak o Russkof, qua e là, ma, superata la prima generazione, a parte il cognome e qualche ricetta di famiglia, nulla distingueva più i francesi «autoctoni». Tutto sommato, la caricatura dell’italiano o del polacco andava ad aggiungersi a quella del bretone testardo, del chti alcolizzato, dell’auvergnate tirchio, del parigino arrogante o del provenzale spaccone e pigro in un grande Pantheon nazionale dell’autoironia.

L’invenzione di un senso di colpa europeo, per non dire «bianco», in quasi tutti i campi – dalla schiavitù al riscaldamento globale, passando per l’inquinamento del Golfo di Guinea, i problemi sessuali dei panda o la scomparsa della Lepidiota caudata cornuta – ha modificato questa situazione più di quanto si possa immaginare.

Ripetendo incessantemente a una parte della popolazione che era colpevole di tutti i mali, e martellando a un’altra che era vittima di tutto, e in particolare della prima, abbiamo instillato nelle nostre società un veleno mentale che potrebbe benissimo ucciderle. Non sto esagerando. Ricordate il movimento « non toccare il mio amico » con tutte le sue ingiunzioni pedagogiche e morali a dimostrare, con l’ausilio di un piccolo distintivo visibile, che si era dalla parte del Bene e del pentimento di un antirazzismo inquisitorio. Chi, come me, è stato militante in quegli anni, ricorda sicuramente la forza di carattere necessaria per sopportare, ad esempio al liceo, gli sguardi furiosi dell’insegnante sul suo podio e dei circa trenta compagni di classe, tutti portatori della piccola mano liberatrice, davanti al nostro bottone disperatamente vuoto (o portatore di distintivi odiati).

Insomma, mentre da un lato si smarmava mentalmente il piccolo francese attribuendogli tutta la colpa del mondo, dall’altro si armava invece Mohammed o Fofana spiegando loro che la loro storia era pura e immacolata, che erano solo vittime, figli e nipoti di vittime.

Insomma, il modello integrativo, per quel che valeva, è stato distrutto e, allo stesso tempo, si è generato un discorso «disintegrativo» nei confronti delle popolazioni interessate. Il fatto che una ragazzina indossi il velo oggi è meno il segno di una sottomissione a Dio e al Corano che di un rifiuto visibile e rivendicato di appartenere a una nazione i cui unici modelli si riducono a celebrare la Differenza a colpi di strisce pedonali arcobaleno e di promozione del rugby femminile.

Qualche giorno fa, una mattina, mi sono fermato a osservare l’inizio dell’anno scolastico in una scuola di quartiere. Intendo dire una scuola qualsiasi. Né l’Ecole alsacienne né l’asilo nido di una zona ZEP. Una scuola «normale», standard. Ho contato meno di due alunni su dieci che avevano un aspetto europeo. Al di là della facile accusa di razzismo che mi si potrebbe rinfacciare, ci rendiamo davvero conto di cosa significhi? Quando ci si lamenta, gli insegnanti per primi, del crollo del livello degli alunni, come potrebbe essere altrimenti quando quasi l’80% degli alunni di alcune scuole non parla francese a casa? Si sono distrutte le esigenze pedagogiche così come si sono distrutte le esigenze di integrazione, il tutto in piena ondata migratoria.

Quindi sì, pur senza definirmi «identitario», penso che da un lato occorra bloccare completamente l’immigrazione, ma anche prendere in considerazione una «rimigrazione». Ovviamente, questa sarà dolorosa. Ma non più, se ben gestita, del rimpatrio dei francesi dall’Algeria o degli spostamenti massicci di popolazione che si sono verificati in Europa dopo la Prima e la Seconda Guerra Mondiale (e prima) con l’obiettivo chiaramente dichiarato di preservare una pace futura. Dove sono le anime gentili traumatizzate dalla minima applicazione di un OQTF quando si parla di Pieds-Noirs o Sudeti? Quindi sì, di fronte a un’ondata migratoria di popoli con i quali, a parte la condizione umana, non condividiamo assolutamente nulla, bisogna prendere in considerazione questa soluzione estrema.

Ma essa stessa ha senso solo se, per i « autoctoni », è accompagnata da un profondo riarmo morale. Infatti, limitarsi a rimandare Fatima in terra d’Islam senza porre fine alle manifestazioni delle idiote dai capelli blu e di altri uomini soia non fermerà il crollo. L’identitarismo senza un progetto politico rivoluzionario non ha senso. Uso volutamente la parola «rivoluzionario», in un momento in cui molti dei nostri amici si definiscono «conservatori». Ma cosa vogliono conservare? La nostra democrazia bloccata? La nostra repubblica arrugginita? La nostra società dello spettacolo?

«Quando l’ordine non è più nell’ordine, è nella rivoluzione», diceva Gramsci. Molti gramscisti di destra, più o meno autoproclamati, farebbero bene a ricordarlo.

© Fotomontaggio: Yann Vallerie e Sylvain Roussillon

Intervista a cura di Xavier Eman

Luca Marsella, président du comité « Remigration et Reconquête »

Idee / Dibattiti

La rimigrazione vista dall’Italia: intervista a Luca Marsella, presidente del comitato «Rimigrazione e Riconquista»

Per proseguire e approfondire il dibattito sulla «remigrazione» avviato nel nostro numero 220, attualmente in edicola, la nostra corrispondente da Roma, Chiara Del Fiacco, ha intervistato su questo tema Luca Marsella, dirigente di CasaPound Italia, ex consigliere comunale di Ostia e presidente del comitato «Remigrazione e Riconquista». Questo comitato è nato da un’iniziativa congiunta di quattro organizzazioni fondatrici – CasaPound Italia, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani – accomunate dalla volontà di attuare concretamente un programma di rimpatrio, in particolare presentando un disegno di legge in Parlamento.

ELEMENTI. Come è nata questa proposta di legge sulla rimpatrio volontario? Potrà diventare una legge a tutti gli effetti? E come è stata accolta al momento della sua presentazione in Parlamento?

LUCA MARSELLA. Questa proposta di legge di iniziativa popolare nasce da una necessità che non può più essere rimandata: dare una risposta concreta e radicale al totale fallimento delle politiche migratorie e multiculturaliste in Italia. Non possiamo più limitarci a gestire l’emergenza; occorre un cambiamento di rotta storico per riportare al centro la nostra sovranità, la nostra identità e la sicurezza degli italiani.

Per diventare una legge a tutti gli effetti, stiamo seguendo la procedura costituzionale prevista per i progetti di legge di iniziativa popolare. La legge richiede un minimo di 50.000 firme autenticate affinché il progetto venga esaminato in Parlamento, ma il nostro obiettivo è quello di raccogliere un sostegno così massiccio da costringere politicamente le istituzioni a non ignorarci.

Per quanto riguarda la presentazione alla Camera dei Deputati, abbiamo assistito a uno scandalo istituzionale senza precedenti. La conferenza stampa è stata semplicemente annullata dai parlamentari del PD, di AVS e del Movimento 5 Stelle, che hanno fisicamente occupato la sala stampa di Montecitorio per impedirci di parlare. Hanno messo in scena la loro solita farsa, cantando «Bella Ciao» e sventolando la Costituzione, dimostrando così che per loro la democrazia vale solo quando fa comodo. Il fatto di voler censurare, con metodi arroganti, il diritto di presentare una proposta di legge popolare dimostra solo una cosa: la sinistra ha paura del dibattito e delle idee che piacciono agli italiani.

ELEMENTI. Qual è stata la reazione dei cittadini, soprattutto alla luce dello scandalo dell’occupazione dell’aula da parte dei parlamentari del PD e del «clamore» mediatico che ne è seguito?

LUCA MARSELLA. La risposta dei cittadini è stata straordinaria e, sotto molti aspetti, un clamoroso «autogol» per la sinistra. Mentre i parlamentari del PD, di AVS e del M5S si davano alla pazza gioia con il loro «carnevale antifascista», la gente comune si è indignata per il loro atteggiamento da censori. Come reazione immediata, abbiamo raccolto 60.000 firme in un solo giorno. In sole ventiquattro ore, il popolo italiano ha polverizzato il minimo richiesto dalla legge, dando uno schiaffo morale clamoroso ai censori di palazzo. La reazione popolare è chiara: ne abbiamo abbastanza delle parate della sinistra che difende i confini degli altri mentre spalanca le porte di casa nostra. Questo «clamore» mediatico non ha fatto altro che spingere migliaia di italiani a sostenerci in massa. Più urlano nei palazzi, bloccano le sale, organizzano contro-manifestazioni e tentano di ostacolarci, più il popolo italiano risponde presente.

ELEMENTI. Come si sta svolgendo la raccolta delle firme e la sua promozione, che si può definire massiccia, in tutta Italia?

LUCA MARSELLA. La raccolta delle firme procede a un ritmo sostenuto, superando addirittura le nostre aspettative: ad oggi abbiamo già raggiunto la straordinaria cifra di 150.000 firme in tutta Italia. Non si tratta solo di un successo numerico eccezionale, che triplica la soglia minima richiesta dalla legge, ma di un vero e proprio risveglio popolare. Siamo presenti nelle piazze con i nostri attivisti, da nord a sud, e la risposta è trasversale. Organizziamo conferenze, manifestazioni e stand ovunque, in tutte le regioni. Il senso di insicurezza e la volontà di difendere la propria identità sono ormai presenti ovunque, non solo nelle grandi metropoli ma anche nelle province. Gli italiani si avvicinano ai nostri stand con determinazione, e queste 150.000 firme dimostrano che il nostro popolo vuole riprendere in mano il proprio futuro.

ELEMENTI. Alla luce dei recenti avvenimenti di Modena — una prima assoluta in Italia, che non aveva ancora conosciuto questo tipo di attentati contro la popolazione italiana come purtroppo accade da decenni nel resto d’Europa —, cosa risponde alla sinistra che, come al solito, minimizza i fatti e invoca sistematicamente l’irresponsabilità per cause di disturbo mentale?

LUCA MARSELLA. A questa sinistra angelica e complice rispondiamo che la nostra pazienza è esaurita. Ogni volta che un immigrato commette un atto di violenza o un vero e proprio attentato contro i nostri connazionali, scatta immediatamente il riflesso pavloviano del «povero pazzo isolato» o del «problema psichiatrico». È una narrazione offensiva per l’intelligenza degli italiani e per il dolore delle vittime. I fatti di Modena dimostrano che il modello europeo delle periferie e del terrorismo strisciante è purtroppo arrivato anche da noi. Non si tratta di disturbi mentali, ma di una totale incompatibilità culturale e di un’ostilità dichiarata verso il nostro popolo, alimentata da anni di impunità. Chi non ha il diritto di stare qui deve essere rimpatriato immediatamente. Il rimpatrio non è una provocazione, è l’unica vera misura di legittima difesa nazionale.

ELEMENTI. Qual è il prossimo appuntamento nazionale della vostra campagna?

LUCA MARSELLA. Il prossimo appuntamento nazionale è già fissato: ci ritroveremo a Roma il 13 giugno per una grande manifestazione. Sarà un’importante mobilitazione di piazza durante la quale porteremo fisicamente la voce, l’orgoglio e la forza delle nostre 150.000 firme. Subito dopo la manifestazione a Roma, le consegneremo ufficialmente. A quel punto, la palla passerà al campo politico: speriamo che il governo discuta e approvi questa legge senza snaturarla e, soprattutto, senza esitazioni. Non si può più scendere a compromessi sulla pelle degli italiani. La rimpatrio deve diventare la priorità assoluta e immediata dell’agenda politica nazionale.

Intervista a cura di Chiara Del Fiacco

© Foto: Shutterstock – Luca Marsella, presidente del comitato « Rimigrazione e Riconquista ».

Racisme antiblanc : François Bousquet refuse le silence et fait parler les victimes

Interviste

Razzismo contro i bianchi: François Bousquet rifiuta il silenzio e dà voce alle vittime

A un anno da «Il razzismo anti-bianchi, l’inchiesta proibita», François Bousquet torna alla ribalta con «Sale Blanc. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). Un affresco sociale più che un semplice seguito, costruito attorno a un centinaio di testimonianze crude: una madre coraggiosa, un giustiziere nell’ombra, una ragazza a cui è stata rubata la verginità, un giovane a cui è stata rubata l’adolescenza, un espatriato che ora chiede asilo politico fuori dalla Francia. Il direttore editoriale di «Éléments» vi analizza senza mezzi termini i meccanismi di un razzismo ben reale, metodicamente negato dalle istituzioni, e dispiega per l’occasione una formidabile chiave di lettura: la famosa «legge delle tre D» – negazione, delitto, delirio – che da sola riassume l’arsenale del gauchismo istituzionale contemporaneo. Riprendendo la metafora ornitologica del cuculo – quell’uccello che depone il suo uovo nel nido di un altro e il cui piccolo finisce per espellere gli uccellini legittimi –, Bousquet offre un quadro sconfortante di una generazione sacrificata.

BREIZH-INFO: Già alcuni anni fa aveva pubblicato *Le Racisme antiblanc, l’enquête interdite*. Perché riprendere oggi questo progetto con *Sale Blanc*? Cosa è cambiato – nei fatti, nelle coscienze o nel suo modo di vedere le cose – per giustificare questo nuovo lavoro che lei presenta come un libro «a sé stante» e non come un seguito?

FRANÇOIS BOUSQUET. Non ho voluto scrivere un semplice seguito, ma un libro a sé stante. Se il primo volume era un’indagine cruda, il secondo è più un affresco sociale sulla Francia contemporanea. I due libri formano un dittico: il primo rivelava un punto cieco, il secondo ne illumina il contesto. Non volevo solo raccogliere testimonianze, ma metterle in scena nel loro contesto sociale, scolastico, religioso, etnico, culturale. C’è una tale galleria di personaggi che è difficile fingere che non esistano. Si va dalla Madre Coraggio al giustiziere nell’ombra, dallo skinhead che mette in ordine le auto al geek militante, dalla ragazza a cui è stata rubata la verginità al giovane a cui è stata rubata la giovinezza, dal resistente dall’interno all’espatriato che chiede altrove l’asilo politico che non trova più a casa sua. Tutto questo era solo accennato nella prima parte. Qui, le sagome prendono corpo. La materia è così abbondante, così poco esplorata, che ci volevano almeno due libri per renderne conto. Quando si inizia a tirare il filo del razzismo anti-bianchi, non c’è fine, proprio mentre le vittime si nascondono, provano vergogna o hanno paura di essere etichettate come di estrema destra.

La questione non riguarda solo gli insulti e le violenze, ma le strutture profonde delle società, poiché il razzismo anti-bianchi comporta visioni del mondo antagoniste, rapporti di genere diversi, concezioni contrastanti dell’onore, della mescolanza, della seduzione, della festa, ecc. Ecco perché affronto in modo più diretto le violenze contro le donne, che mettono in gioco logiche di dominio e di contaminazione profondamente radicate.

Dedico inoltre un capitolo a quelli che gli americani chiamano i «bianchi adiacenti», tra cui gli asiatici, che si presume godano degli stessi presunti privilegi dei bianchi, a patto che lavorino, si integrino e rispettino le norme della maggioranza, senza mai ricorrere alla retorica vittimistica.

BREIZH-INFO: Fin dall’introduzione ci propone una metafora ornitologica di grande impatto, quella del cuculo che depone il proprio uovo nel nido di un altro uccello e il cui piccolo finisce per cacciare via gli uccellini legittimi. Perché ha scelto questa immagine piuttosto che un’analisi più classica? Non teme che le venga rimproverato un paragone ritenuto brutale, se non addirittura disumanizzante?

FRANÇOIS BOUSQUET. Sono piuttosto le vittime del razzismo anti-bianchi ad essere disumanizzate. Perché il cuculo e la sua strategia? Diciamo che un buon disegno vale più di un lungo discorso. Ciò che vale per i disegni vale anche per le metafore e le parabole: sono in grado di raggiungere un pubblico più ampio. Attraverso il cuculo, non cerco di essenzializzare una popolazione, ma di descrivere un processo: il destino riservato ai piccoli bianchi di cui ho raccolto le testimonianze. La strategia del cuculo è l’immagine che, a mio avviso, descrive meglio il sentimento di sostituzione provato dai miei testimoni: un’inversione delle legittimità. Ciò che mi ha colpito, nel corso delle testimonianze raccolte, è proprio questo: francesi di origini spesso modeste, che hanno avuto la sensazione di essere stati espulsi dal nido legittimo, soprattutto durante la loro giovinezza. Come eredi disconosciuti, intimati a cedere il posto senza sollevare la minima protesta. La brutalità, se di brutalità si tratta, non sta nella metafora, ma nella realtà che essa descrive. Da Esopo e La Fontaine, l’Europa si racconta attraverso animali – la volpe, il lupo, l’asino o il corvo – che non hanno mai scandalizzato nessuno. Perché vietarsi il cuculo?

Aggiungiamo che Florence Bergeaud-Blackler parla anche della «strategia del cuculo» per descrivere la strategia indiretta del «frérisme» musulmano: avanzare sotto mentite spoglie, infiltrandosi in strutture esistenti come LFI o i sindacati per deporvi le proprie uova ideologiche e lasciare che l’incubazione faccia il resto.

BREIZH-INFO: Avete raccolto quasi un centinaio di testimonianze. Qual è il filo conduttore che accomuna questi racconti, al di là della diversità dei profili e delle provenienze geografiche? C’è una testimonianza in particolare che ha dato una svolta alla vostra indagine, o che ancora oggi vi tormenta?

FRANÇOIS BOUSQUET. Le due costanti che attraversano il libro sono, da un lato, per quanto riguarda le vittime: l’apprendimento precoce della vergogna di essere francesi e di essere bianchi…

Intervista a cura di Yann Vallerie

François Bousquet publie un ouvrage qui brosse le tableau d’une jeune génération sacrifiée : « Sale Blanc.

Azienda

Razzismo anti-bianchi: come la strategia del cuculo sta uccidendo i nostri figli!

Dopo un libro dedicato a un tema tabù, «Il razzismo anti-bianchi. L’inchiesta proibita», François Bousquet pubblica un’opera che traccia il ritratto di una giovane generazione sacrificata: «Sporco bianco. Il razzismo che non si vuole vedere» (La Nouvelle Librairie). «Ho scritto queste due raccolte per rendere giustizia ai miei testimoni. Il mio obiettivo principale – e ultimo – è proprio questo», precisa l’autore. Grazie a Jean-Yves le Gallou per averci autorizzato a riprodurre questo articolo, originariamente pubblicato su «Polémia» a firma di Johan Hardoy.

«Non esiste una convivenza pacifica con il cuculo.» Questo uccello non costruisce un nido, ma depone il proprio uovo in quello di un altro uccello affinché quest’ultimo lo covi al posto suo e poi nutra la sua prole, che finirà per espellere i piccoli legittimi. I genitori adottivi allevano così l’intruso a scapito della propria prole. Se per caso l’ospite si difende respingendo l’uovo, il cuculo ritorna per distruggere il nido e annientare la covata.

François Bousquet vede in questa «strategia del cuculo» una metafora «crudelmente eloquente del razzismo anti-bianchi e dell’immigrazione di insediamento che subiamo». Con il pretesto della carità, «il bambino bianco diventa l’uovo che si può spingere fuori dal nido senza rischi. E l’istituzione — scuola, personale di riferimento, discorso ufficiale — interpreta il ruolo dei genitori adottivi deviati».

Non si tratta di animalizzare le nostre società, ma di « ricordare che le logiche di dominio sociale obbediscono a leggi ferree : occupazione dello spazio, eliminazione dei concorrenti più deboli, appropriazione delle risorse, neutralizzazione delle resistenze attraverso il senso di colpa ».

Giovani bianchi che provano vergogna di sé stessi

«La vergogna di essere francesi», è ciò che raccontano i testimoni intervistati. In mancanza di una solidarietà protettiva, tutti si sono, almeno temporaneamente, «inventati delle origini alternative» per sopravvivere in quanto minoranze.

«Nel migliore dei casi, la famiglia francese vittima dell’aggressione è una famiglia nucleare. Cosa può fare contro delle tribù — fratelli, sorelle, le tre mogli di un uomo, cugini, amici di amici — in grado di radunare rapidamente dalle quindici alle venti persone?»

In questi ambienti giovanili, «la cultura cede il passo alla “razza”», che è diventata «il denominatore comune — e il fattore scatenante — di queste differenze culturali».

« È questa l’eredità del multiculturalismo : voler abolire i confini, compresi quelli etnici, e reinventare la guerra tra tribù. »

Costretti ad affrontare fin da giovanissimi molestie e violenze, alcuni assumono una « dhimmitudine consenziente », definita dall’autore « sindrome di Stoccolma »: « Si modellano la propria visione e il proprio comportamento su quelli del dominante. »

Altri rifiutano «un destino alla Franck Ribéry» — «finire con un tappeto da preghiera rivolto verso La Mecca» — e diventano degli «angry white men».

Nel frattempo, gli insegnanti sono rimasti inerti, limitandosi a fare la predica. Marc, cresciuto nel «Nord rosso», ne è profondamente indignato: «Ma chi subiva il razzismo? Noi. Ciò che mi feriva di più era la totale mancanza di empatia. Perché nessuno ci difendeva ? »

«Diversi casi sono finiti in tribunale, ma già all’epoca imperversavano i giudici di sinistra, tutte donne. Gli stranieri venivano continuamente assolti o, peggio ancora, salvati dalla prescrizione, conseguenza dell’estrema lentezza della giustizia», afferma da parte sua Jean-Emmanuel.

Il risentimento, « triste passione delle società multiculturali »

«La questione che rimane aperta e che attraversa questo libro come un filo conduttore è quella dell’origine di questa violenza anti-francese e anti-bianchi».

L’autore, che fa riferimento a Nietzsche e a Dostoevskij, vede in quest’ultima l’espressione di un risentimento da cui derivano rancore e ostilità nei confronti di ciò che è considerato la causa di una frustrazione.

Secondo il teologo protestante Reinhold Niebuhr, il risentimento lusinga l’ego ferito, offre un nemico a buon mercato e esonera dallo sforzo di lucidità.

«Lungi dall’essere quella fortuna provvidenziale promessa alla Francia e all’Europa, l’immigrazione appare piuttosto come una sventura, non solo per noi, ma anche per gli immigrati, forse meno per i nuovi arrivati stessi che per i loro figli e ancor più per i loro nipoti. […] Tutto sommato, l’immigrazione è destinata a produrre una serie infinita di anime consumate dal risentimento.»

Il rapporto con le donne

François Bousquet osserva, tra i giovani Identitari, che «se in alcuni di loro esiste una fissazione per la biologia, tipica delle società multiculturali, dove l’identità si riduce a segni distintivi della pelle, è perché, fin dalla più tenera età, sono stati ricondotti alla biologia attraverso gli insulti anti-bianchi che venivano loro lanciati in faccia. È a questo che la loro esperienza di minoranza, a scuola e per strada, li aveva esposti. Tutti avevano carattere e una personalità sufficientemente solida per non cedere alle facilità dell’assimilazione al contrario. Dei self-made men e ancor più delle self-made women. È di loro che voglio parlare ».

Alice Cordier è la presidente del Collectif Némésis, che si rifà alla « generazione Colonia », in riferimento agli stupri e alle aggressioni sessuali di massa commessi in quella città il 31 dicembre 2015 da bande di individui descritti come «nordafricani» e «fortemente ubriachi», seguiti dal silenzio «politicamente corretto» delle autorità tedesche. La giovane donna confida all’autore: «Un giorno, mia sorella — aveva dodici anni — è tornata da scuola in lacrime: un uomo di origine straniera le si era strusciato contro sul tram. […] In quel momento ho sentito davvero una rabbia crescere dentro di me. Non si è mai spenta. È stata proprio quella rabbia, credo, a dare origine, anni dopo, a Némésis

Eventi del genere sono inevitabili, ci dice François Bousquet, tanto più « che l’immigrazione extraeuropea è in stragrande maggioranza maschile » : « Nei loro paesi d’origine, questi uomini non hanno quasi mai conosciuto la convivenza tra i sessi ; la loro socializzazione è avvenuta nella vergogna del desiderio e nel sospetto nei confronti del femminile. La donna occidentale appariva loro al tempo stesso come un essere affascinante e offensivo, cresciuta nella libertà del corpo e della parola. Una volta qui, questa tentazione si è tradotta meccanicamente in comportamenti di appropriazione. […] L’errore tragico dell’Europa è quello di credere che queste due antropologie possano coesistere senza conflitti. »

Il suo libro raccoglie così numerose testimonianze toccanti, tra cui una delle meno strazianti è quella di Aline, assunta in un negozio di bigiotteria a Cergy-Pontoise. Il primo giorno, quando la direttrice, di origini algerine, la accoglie, le dice: « Avevo detto niente bianche! », prima di precisare « Non è contro di te, è solo che quando le nostre commesse sono bianche, subiamo più furti. Nessuno vi rispetta. » In effetti, questa osservazione è purtroppo giustificata perché i furti « esplodono » durante la sua settimana di lavoro…

Anche gli asiatici!

Loreine, che sul suo account X si definisce una «asiatica di destra», denuncia un razzismo proveniente da membri delle comunità magrebine e nere, nonostante l’assenza di un passato coloniale che possa fungere da pretesto per tale ostilità…

Aggiunge che «gli asiatici hanno dimostrato di non rappresentare alcun pericolo per la popolazione ospitante. Da quel momento, gli occidentali hanno abbassato la guardia. È inevitabile che all’inizio ci siano pregiudizi e una certa forma di rifiuto. Quindi ci si fa da parte, si mantiene un profilo basso, non si impone nulla, non si dà fastidio».

«A Roma, comportati come un romano», ripete. Di conseguenza, viene regolarmente definita «straccio» dai progressisti: «  Per una francese di origini coreane, rispettare il popolo francese che ha accolto la mia famiglia da generazioni, la sua cultura, le sue tradizioni e la sua identità prevalentemente bianca, equivale [secondo loro] a sminuirmi e a sottomettermi.»

***

Negli ultimi giorni, François Bousquet è stato oggetto di una campagna diffamatoria da parte dei media dopo aver presentato il suo libro su CNews.

In quell’occasione ha dichiarato, tra l’altro: «Vado agli Inrockuptibles nell’edificio di Matthieu Pigasse, nel XVIII arrondissement; è un edificio enorme dove ci sono solo bianchi. Ma quando ci vai, devi scendere a Clignancourt, e Clignancourt è sbalorditivo: cammini per 500 metri e non c’è un solo bianco ».

L’autore illustrava così ciò che denuncia nel suo saggio, ovvero «il bobolchevismo: l’amore per il popolo, ma visto da una torre di guardia climatizzata».

Nel programma di infotainment Quotidien, Matthieu Pigasse, presentato come «un banchiere di sinistra che conduce una battaglia culturale contro l’estrema destra», ha risposto a questa critica con ironico disprezzo, senza entrare nel merito della questione. Il conduttore ha invece ritenuto che «molti telespettatori fossero rimasti scioccati nel sentire ciò», sottolineando al contempo il «passato controverso» di François Bousquet. Nel 2018, una collaboratrice di questo programma, recatasi nella sua libreria (ora chiusa), aveva così scoperto che questa proponeva al pubblico opere di Dominique Venner, Marc Augier alias Saint-Loup, François Duprat e Henry Coston.

Su X, François Bousquet, che ha deplorato l’impossibilità di far valere il proprio diritto di replica, ha scritto: «Vi definiscono “razzisti”, ma, nel frattempo, mai bugiardi.»

Johan Hardoy

“Esiste una terza via: quella che cerca di coniugare forza e libertà, diritti e identità, tecnologia e radici…”_intervista di Adriano Scianca

“Esiste una terza via: quella che cerca di coniugare forza e libertà, diritti e identità, tecnologia e radici…

Il giornalista e saggista italiano Adriano Scianca ha recentemente pubblicato un notevole libretto dal titolo “Europa contro Occidente. La fine di un’ambiguità”. Lungi dal limitarsi a ricordare le originarie e profonde differenze tra queste due entità, l’autore ci invita a ripensare questa dicotomia, soprattutto alla luce dei recenti sconvolgimenti geopolitici, per evitare di cadere in posizioni manichee, semplicistiche e, in definitiva, incapacitanti.

  • Adriano Scianca
  • 25 aprile 2025
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ELEMENTI. Il suo ultimo libro è dedicato alla dicotomia tra ” Europa ” e ” Occidente “, un tema ricorrente e centrale nel pensiero della Nuova Destra in particolare. Perché ha sentito la necessità di un ” chiarimento ” su questo tema ?

ADRIANO SCIANCA : Perché le reazioni alla guerra in Ucraina che ho potuto osservare nel mondo non conformista italiano (ma credo che la situazione non sia diversa in Francia) mi hanno mostrato, da un lato, ambienti filorussi che hanno seguito il discorso di Mosca fino a confondere totalmente la nozione di Europa con quella di Occidente, facendone un unico blocco “satanico” ostile all’avanzata del “mondo multipolare” ; e, dall’altro lato, ambienti ostili a questo discorso al punto da schierarsi in modo altrettanto assoluto con il campo opposto, quello dei liberali e degli occidentalizzatori, alla BHL. In pratica, la nozione di Europa veniva ridotta a quella di Occidente da due campi opposti: quelli che si opponevano a questo blocco e quelli che lo esaltavano. Per questo motivo ho ritenuto opportuno tornare su questa elementare distinzione.

ELEMENTI. Pur concludendo che esiste una differenza ontologica tra ” Europa ” e ” Occidente “, le sue osservazioni rifiutano tuttavia ogni manicheismo semplificatorio e non esita a scalfire certe ” abitudini mentali ” della destra radicale che talvolta, a suo avviso, adotterebbe posizioni caricaturali in particolare nei confronti degli Stati Uniti considerati come ” il Grande Satana “. Ma se non sono il “male assoluto”, gli Stati Uniti sono comunque il principale nemico di un’Europa sovrana, potente e indipendente che, sola, potrebbe davvero competere con loro?

ADRIANO SCIANCA: Confesso di nutrire un certo scetticismo sulla categoria di “nemico principale”, che mi sembra derivare da una lettura errata di Schmitt. Il giurista tedesco è un maestro del pensiero concreto, e quando parla di nemico e amico ha in mente un conflitto esistenziale che è già in atto ancor prima che si avviino le analisi politiche. D’altra parte, se mi mettessi ora a stilare una lista dei principali nemici, classificando una serie di potenze geopolitiche in base alle mie simpatie e antipatie filosofiche, farei un esercizio molto astratto, e quindi molto poco schmittiano. Il nemico principale di un ucraino oggi è la Russia? Il principale nemico di un italiano nel 1915 era l’Impero austro-ungarico? Il nemico principale di un francese che si è recato al Bataclan la sera del 13 novembre 2015 era l’Islam? Ho l’impressione che in tutti questi casi sia sempre la realtà a scegliere per noi, prima di qualsiasi valutazione filosofica. Ma non voglio eludere la questione: gli Stati Uniti restano certamente una potenza spirituale, culturale, geopolitica ed economica antieuropea. Su questo non ho dubbi. Gli americani ci vedono ancora come l’impero corrotto da cui sono fuggiti per fondare il Nuovo Israele. Tuttavia, rifiutare il manicheismo moralista che vede gli Stati Uniti come il Grande Satana e chiunque si dichiari antiamericano come un alleato oggettivo non significa fare un passo verso Washington, ma al contrario prevedere l’autonomia dagli Stati Uniti in modo meno infantile e più realistico, e quindi anche più efficace.

ELEMENTI. Lei afferma giustamente che il rifiuto dell'”Occidente” non deve essere confuso con il neoluddismo tecnofobico e il desiderio di tornare alla “lampada a paraffina”. Senza cadere in questi eccessi, il senso di moderazione, il rispetto per la natura e i suoi limiti, la volontà di combattere l’hybris di una certa fretta tecno-scientifica non fanno forse parte del DNA dell’Europa?

ADRIANO SCIANCA: Gli antichi Romani avevano reso sacri i confini, sotto la protezione del dio Terminus, ma non hanno mai smesso di spingerli sempre più indietro. Ogni scoperta, ogni invenzione, dalla ruota al fuoco, dalla polvere da sparo all’energia nucleare all’intelligenza artificiale, ci porta a superare i limiti e a sperimentarne altri. In fin dei conti, a nessuno, per quanto “faustiano”, piace schiantarsi contro un muro ad alta velocità o morire per le radiazioni nucleari. La totale assenza di limiti sarebbe insopportabile. Resta il fatto che una certa tensione verso l’ignoto, verso l’avventura, verso il rischio, verso la scoperta e la sperimentazione mi sembra insita nello spirito europeo, e quasi unica. Naturalmente, questo tratto identitario ha una complessa dialettica con la tensione verso l’ordine, l’armonia e la tradizione. Ma nessun ordine è eterno, nemmeno quello divino, come ci insegnano le turbolente teogonie indoeuropee. Ciò che mi sembra intrinsecamente antieuropeo è l’idea di un limite assoluto, di un divieto metafisico, di regole date una volta per tutte, che l’uomo dovrebbe accontentarsi di accettare passivamente. Quanto alla hybris, ricordiamo che in origine era l’arroganza di un uomo nei confronti di un suo simile (ad esempio Agamennone che ruba il bottino di Achille) in un gioco di potere sempre teso e contestato, e non il “peccato” di un uomo che non sa “stare al suo posto” in gerarchie ontologiche fossilizzate.

ELEMENTI. Lei scrive che per affermare la nostra “europeità” di fronte agli Stati Uniti non basta fare a meno di Coca Cola, MacDonald’s, jeans e Marvel. Non c’è dubbio, ma non è forse un prerequisito essenziale? Per ricostruire questo “essere nel mondo” specificamente europeo che lei invoca, non è forse necessario liberarsi degli abiti imposti dal “soft power” americano nel corso degli anni, che, lungi dall’essere solo superficiali, plasmano le menti e i comportamenti?

ADRIANO SCIANCA: Non può certo esistere un buon europeo che mangia solo MacDo e guarda solo film Marvel. Tuttavia, la mia critica è rivolta a un certo moralismo che risolve l’intera questione in una gara di purezza individuale. Credo anche che il soft power si combatta opponendosi al soft power, non facendo l’asceta. Vorrei aggiungere un’altra riflessione: l’americanizzazione si diffonde oggi più attraverso gli hamburger di MacDonald’s o attraverso storie che potremmo definire “dissidenti”? C’è certamente un’americanizzazione attraverso il conformismo, ma c’è un’altra forma di americanizzazione, forse più pericolosa, che si impone attraverso il cosiddetto anticonformismo. Oggi ha preso piede una “dissidenza” che pensa in termini strettamente americanizzati. Qualche anno fa, ho sentito una signora della stessa età dei miei genitori, senza affiliazioni politiche radicali, che voleva farmi credere che Biden era stato arrestato in segreto e che i media mainstream stavano nascondendo la verità. Perché questa placida nonna, che probabilmente non ha mai mangiato un Big Mac, nel cuore dell’Italia profonda e autentica, mi ripeteva con convinzione le sciocchezze di Qanon? Perché sempre più spesso sentiamo “dissidenti” che seguono predicatori religiosi, adottano categorie politiche messianiche, predicano il diritto assoluto all’autodifesa armata nella propria proprietà? Prima di giudicare gli americani lontani da noi, diamo uno sguardo a quelli che sono già con noi.

ELEMENTI. Sottolinea la necessità di un certo ” pragmatismo politico ” per allontanarsi da un improduttivo romanticismo e da un incapacitante ” assolutismo “. Fino a che punto dovrebbe spingersi questo “pragmatismo”, senza rischiare di trasformarsi in “compromesso”? Ad esempio, possiamo (o dobbiamo) sostenere Emmanuel Macron per la sua proclamata aspirazione a creare un ” esercito europeo ” che potrebbe eventualmente diventare uno dei pilastri di un'” Europa potenza ” a cui aspiriamo ?

ADRIANO SCIANCA: Se un governo “nemico” fa qualcosa che va nella direzione giusta, è giusto sottolinearne le contraddizioni, l’inadeguatezza, l’ipocrisia, ma non si può sostenere da un giorno all’altro il contrario di quello che si è sempre sostenuto solo per fare un dispetto ai leader. È chiaro a tutti che l’attivismo di Macron sul fronte della difesa comune non è altro che un disperato tentativo di passare alla storia come statista europeo nonostante i suoi fallimenti nel proprio Paese. Così come è chiaro a tutti che il suo profilo antropologico e culturale mal si adatta al ruolo di leadership che improvvisamente sostiene di poter svolgere. Eppure, dopo aver criticato questa Europa perché impotente, indifesa, disarmata, fuori dalla storia, non possiamo poi criticarla per l’esatto contrario, solo per paura di essere associati a Macron. Nel mio libro, evoco l’immagine di una “singolarità europea”, modellata sulla singolarità tecnologica. Come sappiamo, la singolarità tecnologica rappresenta la fase in cui le macchine intelligenti iniziano a programmarsi da sole, sempre più rapidamente, sfuggendo al controllo di chi le ha progettate per ben altri scopi. Allo stesso modo, è possibile che la potente Europa, una volta messa in moto da queste classi dirigenti, diventi qualcos’altro, sfuggendo al controllo di chi l’ha ideata e spazzandola via. In ogni caso, non diventerò un sostenitore della nostra impotenza per paura di apparire compromesso con il macronismo. Tanto più che coloro che lanciano tali accuse hanno in genere una compagnia ben più imbarazzante.

ELEMENTI. Nelle pagine finali del libro, lei cita come obiettivo dei “buoni europei ” il concetto di Hesperia, proposto anche da David Engels, un termine che a prima vista può sembrare un po’ astruso o almeno relativamente ” disincarnato “. Potrebbe darne una definizione concreta ?

ADRIANO SCIANCA: È un concetto che deriva da una traduzione un po’ creativa di una distinzione heideggeriana. Il filosofo tedesco contrapponeva l’Occidente e l’Abend-Land. Il primo è l’Occidente come lo conosciamo, globalista e sradicante. Il secondo è qualcosa di completamente diverso, una rinascita del genio greco ma in un contesto che non è più quello greco. I traduttori francesi hanno reso Abend-Land come Esperia (che, per inciso, è uno dei più antichi nomi dati all’Italia dai Greci). Guillaume Faye ha ripreso questo concetto e lo ha sviluppato a modo suo. Ovviamente è sempre un po’ difficile dare concretezza ai concetti filosofici, ma nel mio caso il concetto è servito a rompere la dialettica binaria tra occidentalismo illuminista e antioccidentalismo oscurantista. Esiste una terza via: quella che cerca di coniugare forza e libertà, diritti e identità, tecnologia e radici. Occidente è il nome del luogo dove il sole muore, Esperia è il nome della terra che mantiene il sole nella notte del mondo, in attesa della sua inevitabile rinascita.

Intervista di Xavier Eman

Origini e fini dell’antirazzismo (3)_di Jean Montalte

Devant l'église Saint-Jean-Baptiste-au-Béguinage, occupée par des sans-papiers en grève de la faim, à Bruxelles, le 2 juin 2021.

La società

Origini e fini dell’antirazzismo (3)

“L’antirazzismo può essere una frase trita e ritrita, ma l’attualità della questione rimane”. Jean Montalte, revisore dei conti dell’Institut Iliade e collaboratore della rivista Éléments, tenta di rispondere a questa domanda in una serie di articoli che ripercorrono la storia, i lati positivi e negativi di un fenomeno che è diventato una sorta di religione civile.

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Lo Stato laico ha una nuova religione. Quando sarà separato?

È molto importante notare che l’antirazzismo è un’ideologia di Stato prima che delle organizzazioni associative e dell’O.N.G.. Non dobbiamo credere che il Regio sarebbe stato preso d’assalto, incapace di difendersi da un’aggressione esterna, sia essa ideologica. L’ideologia è stata messa in atto non solo con il suo pieno sostegno, ma anche su sua iniziativa. Questo mette in prospettiva le teorie inverosimili sul “razzismo sistemico di Stato”, che rimane un’accusa non dimostrata, mentre l’antirazzismo come ideologia di Stato è perfettamente documentato. Solo l’antirazzismo è sistemico, che piaccia o no ai nostri professionisti della menzogna come voi.

Ecco cosa scrive Paul Yonnet nel suo Voyage au centre du malaise français :  ” Per quanto riguarda l’esercizio del potere da parte dei socialisti a partire dal 1981, è necessario moltiplicare le osservazioni precise e datate per sfuggire alla miopia del ragionamento politico. Per quanto riguarda la destra, la causa è chiara. I socialisti, che nel 1985 erano in difficoltà, si sono uniti al movimento antirazzista per trarne profitto in modo machiavellico. Ma questa è semplicemente una dimenticanza storica: l’antirazzismo era un’ideologia di Stato più di un anno prima della nascita di S.O.S. Racisme (ottobre-novembre 1984). S.O.S. Racisme discende dall’ideologia di Stato antirazzista sviluppata dal socialismo al potere, prima di ascendere “.

Nell’autunno del 1983 ebbe luogo la Marcia dei giovani per l’uguaglianza e contro il razzismo, incentrata su un nucleo di giovani nordafricani (detti “beurs”) con “difficoltà di integrazione” provenienti da Les Minguettes, un quartiere problematico di Lione. La marcia è stata pubblicamente incoraggiata e applaudita da alcuni ministri (Jack Lang, ministro della Cultura, Raymond Courrière, segretario di Stato per i rimpatri, Pierre Bérégovoy, ministro degli Affari sociali e della solidarietà, Georgina Dufoix, segretario di Stato per le donne, la popolazione e i lavoratori immigrati). Non è stato reso pubblico, ma un membro fidato del gabinetto di Georgina Dufoix ha aiutato i marciatori a organizzare il loro percorso e a gestire i problemi finanziari, materiali e di sicurezza. Il Partito Socialista, il Movimento Radicale di Sinistra e il Partito Socialista Unito hanno convocato la marcia a Parigi il 3 dicembre 1983. Un unico striscione campeggiava sulla marcia: “Vivere insieme con le nostre differenze”. Sulla scia di quella che rimase una campagna di successo, il M.R.A.P, (Movimento contro il razzismo e per l’amicizia tra i popoli) lanciò una campagna sullo stesso tema in vista di una conferenza da tenersi il 17 e 18 marzo 1984 a Parigi. Le manifestazioni, finanziate per metà dal governo (per un importo di 900.000 franchi), si svolsero presso la sede dell’Unesco, dove Georgina Dufoix dichiarò: “Dobbiamo convivere con le nostre differenze”. Questa prescrizione differenzialista significa ovviamente che i francesi sono e saranno confrontati con più persone diverse e più differenze che mai. S.O.S. Racisme non ha quindi in alcun modo inventato un discorso differenzialista anti-razzista. Lo ha preceduto. Era rannicchiato in essa ai suoi inizi”.

Nicolas Sarkozy, continuando a promuovere l’ideologia antirazzista dello Stato, ha affermato nel suo discorso sulla diversità all’Ecole Polytechnique di Palaiseau il 17 dicembre 2008 che ” la Francia deve raccogliere la sfida del métissage “. Per buona misura, si è preoccupato di affermare che ” l’universalismo della Francia si basa sul métissage “, cosa che, come si può immaginare, ha fatto rabbrividire il suo consigliere Patrick Buisson. Valéry Giscard d’Estaing, anch’egli di destra, era stato un precursore in questo campo promulgando il ricongiungimento familiare, una riforma introdotta nel 1976. Tuttavia, si scontrò con Kofi Yamgnane, nato a Bassar in Togo e Segretario di Stato per l’Integrazione dal 1991 al 1993, quando parlò di “rischio di invasione”. Kofi Yamgnane ha replicato: “Giscard d’Estaing ha ancora il diritto di preferire i neri che distribuiscono diamanti e cedono i diritti di caccia a quelli che puliscono i marciapiedi di Parigi […]. I suoi antenati con una particella hanno preso dall’Africa e venduto centocinquanta milioni di uomini, i suoi schiavi, per creare la loro ricchezza e il loro benessere. È stata invasione o immigrazione? Nonostante questi scontri occasionali, vale la pena notare che la divisione tra sinistra e destra si sta attenuando di fronte agli imperativi di questa religione secolare.

Antirazzismo: l’unione di Chiesa e Stato

Quando la psicoanalisi era ancora in voga, la Chiesa era felice di mandare i suoi seminaristi a farsi esaminare la psiche sul lettino, per determinare quale complesso disturbo potesse motivare questa vocazione fuori moda. Si trattava di un sostituto alla moda degli esercizi di Sant’Ignazio di Loyola, ritenuti in odore di naftalina da un clero bisognoso di modernizzazione. Oggi, la sete di sostegno del clero si è spostata sull’antirazzismo e sul suo corollario, l’immigrazionismo. Durante un sinodo sulla riforma del governo della Chiesa, Papa Francesco è arrivato a istituire sette nuovi peccati, in modo molto ufficiale, tra cui il “peccato contro i migranti”. Chiunque cerchi di respingerli sarebbe colpevole di questo peccato. In un attimo, la questione è risolta: una o due citazioni che raccontano la fuga della sacra famiglia in Egitto e l’esegesi teologica è completa, la garanzia evangelica sigillata. I confessionali dovranno arruffianarsi con queste confessioni, di cui il cristianesimo ha fatto a meno per due millenni?

Il paradosso è che l’enciclica che evoca la legittima difesa della razza (questi erano i termini usati all’epoca) non è altro che l’enciclica Mit Brennender Sorge, scritta il 14 marzo 1937, per mettere in guardia dal nazionalsocialismo. A mia conoscenza, è l’unica enciclica ad essere stata scritta in lingua volgare, il che la dice lunga sull’importanza che il Papa le attribuiva. All’epoca, Pio XII espresse – cito dall’enciclica – “una profonda preoccupazione e un crescente stupore per il fatto che da molto tempo seguiamo con i nostri occhi le dolorose prove della Chiesa e le sempre più gravi vessazioni subite da coloro che le rimangono fedeli nel cuore e nella condotta, in mezzo al Paese e al popolo a cui San Bonifacio portò un tempo il luminoso messaggio, la buona novella di Cristo e del Regno di Dio…”.

Il Papa prosegue e precisa l’oggetto della sua preoccupazione : ” Chiunque prenda a pretesto la razza, o il popolo, o lo Stato, o la forma dello Stato, o i depositari del potere, o qualsiasi altro valore fondamentale della comunità umana – tutte cose che occupano nell’ordine terreno un posto necessario e onorevole, – chiunque prenda queste nozioni per rimuoverle da questa scala di valori, anche religiosi, e le divinizzi attraverso un culto idolatrico, costui rovescia e distorce l’ordine delle cose creato e ordinato da Dio : è lontano dalla vera fede in Dio e da una concezione della vita che corrisponda a tale fede. ” La “razza”, dunque, secondo il Papa è un “valore fondamentale della comunità umana” e rientra tra quelle “cose che occupano nell’ordine terreno un posto necessario e onorevole”. La preoccupazione non sta nella sua difesa, che è considerata legittima perché si tratta di diritto naturale, ma nel “culto idolatrico ” a cui potrebbe essere sottoposto. Di conseguenza, condanniamo le rivelazioni “arbitrarie” che “certi portavoce del giorno d’oggi pretendono di trarre da quello che chiamano il Mito del Sangue e della Razza”.

Stiamo ancora aspettando la condanna del mito antirazzista, del cittadino senza radici e senza identità, che pretende di sostituire la Rivelazione del Vangelo. Non solo non arriva, ma questa sostituzione di rivelazioni viene attuata a capo della Chiesa, dal suo più eminente rappresentante, il Papa, che sembra vedere nella figura del migrante una nuova figura sacra, messianica per intenderci.Con un pizzico di malizia, Laurent Dandrieu non aveva messo all’inizio del suo libro Chiesa e immigrazione, il grande malessere questo tweet di Papa Francesco, datato 9 agosto 2016 : ” Chiediamo il rispetto dei popoli indigeni, la cui identità e la cui stessa esistenza sono minacciate” ?

© Foto: Alexandros Michailidis / shutterstock. Davanti alla Chiesa di SaintJeanBaptiste-au-Béguinage, occupata da migranti senza documenti in sciopero della fame, a Bruxelles, il 2 giugno 2021.

Origini e fini dell’ideologia antirazzista (1)
Aux origines de l’antiracisme (2) : ” L’idéologie française ” de Bernard-Henri Lévy

https://italiaeilmondo.com/2025/04/23/le-origini-dellantirazzismo-2-lideologie-francaise-di-bernard-henri-levy-di-jean-montalte/

Le origini dell’antirazzismo (2) : ” L’idéologie française ” di Bernard-Henri Lévy, di Jean Montalte

Le origini dell’antirazzismo (2) : ” L’idéologie française ” di Bernard-Henri Lévy

“L’antirazzismo può essere una frase trita e ritrita, ma l’attualità della questione rimane”. Jean Montalte, revisore dei conti dell’Institut Iliade e collaboratore della rivista Éléments, tenta di rispondere a questa domanda in una serie di articoli che ripercorrono la storia, i lati positivi e negativi di un fenomeno che è diventato una sorta di religione civile.

Nell’ambito della nostra indagine sulle origini dell’antirazzismo, grazie all’autore di Barbarismo dal volto umano, esploreremo quello che lui chiama fascismo con i colori della Francia. Un bel programma. L’autore è così gentile da avvertirci: “Non direi che questa discesa nell’abisso dell’ideologia francese mi sia piaciuta. A volte ho faticato a reprimere un senso di nausea per quello che stavo scoprendo e per i fumi che dovevo respirare. Quindi prendete i vostri sacchetti per il vomito, cari lettori, c’è molto da vomitare, ve lo dico io, in questa “discesa nell’abisso” che è l’indagine filosofica intitolata Ideologia franceseDico indagine filosofica perché Bernard-Henri Lévy è attento a distinguere il suo approccio da quello dello storico, e ci riesce bene…” L’idéologie française era un libro”, dice, “non di storia ma di filosofia. Era un libro che, quando diceva ” pétainisme “, intendeva una categoria, non di tempo, ma di pensiero. “ 

Così, il “petainismo”, elevato alla dignità di categoria metafisica esente dai vincoli del tempo e dello spazio, potrà designare fenomeni, atteggiamenti, pensieri e discorsi che hanno solo una relazione molto lontana con il fenomeno storicamente circoscritto della Collaborazione. In sostanza, prendiamoci un po’ in giro: questo metodo è la madre di tutti gli amalgami! Dopotutto, perché preoccuparsi dei vincoli, sostenendo le proprie argomentazioni con fatti verificabili piuttosto che divagando in modo lirico? Dobbiamo stare attenti a non confondere le tesi filosofiche di Lévy con i lavori storici di Zeev Sternhell, per esempio, per quanto discutibili possano essere, e anche se la tesi di un’origine francese dell’ideologia fascista sembra accomunarli, per così dire naturalmente, nella mente dei lettori. I loro rispettivi approcci sono ben distinti, come vedremo in seguito. Sternhell è anche desideroso di prendere pubblicamente le distanze da Bernard-Henri Lévy – non mischiamo strofinacci e tovaglioli! -È opportuno sottolineare la grande debolezza dell’opera divulgativa di Bernard-Henri Lévy L’idéologie française, che ignora gli imperativi della ricerca scientifica e non rifugge dal ridicolo affermando che esiste un’ideologia comune a tutti i francesi che si avvicina al fascismo”.

Questa singolare metodologia, che si svincola dalla logica storica e scientifica, dai fatti e dai documenti, dalla realtà, permette insomma alcune belle buffonate ermeneutiche. Permette affiliazioni retroattive, approssimazioni e generalizzazioni abusive. Permette – e questo è uno dei punti più alti dell’applicazione di questo metodo – di infangare la memoria e l’opera di Péguy, ucciso il 5 settembre 1914, cioè proprio all’inizio della Prima guerra mondiale, in un libro che tratta di fascismo e petainismo, cioè di fenomeni che si sono verificati ben dopo la sua eroica morte sul campo dell’onore. Si tratta di un esercizio concettuale che richiede una rara destrezza filosofica e, senza dubbio, una quasi totale mancanza di inibizione morale.

Combattere la “menzogna francese”.

Nella prefazione alla seconda edizione de L’idéologie française, Bernard-Henri Lévy parla della “necessità di aprire un nuovo fronte nella giusta lotta contro la menzogna francese”. Quando si ha il coraggio delle proprie convinzioni, anche se sono tedesco-pratine ai margini, si annuncia il colore. E Lévy non si tira indietro. Gli siamo tutti grati per la sua franchezza. E così pubblico questo libro […] che, nel giro di poche settimane, diventerà l’epicentro di una tempesta che ovviamente non immaginavo sarebbe arrivata, e la cui violenza, implacabilità ad hominem, ed eccesso mi sembrano, col senno di poi, molto strani. ” Il nostro soldato di una razza particolare, quella dei piccoli bichon, non ha immaginato nemmeno per un secondo che ci potessero essere reazioni vivaci ai suoi rutti diluviali anti-francesi. È un caso di curiosità psicologica, senza dubbio, ma non abbiamo un divano abbastanza ampio da invitare il suo ego a sdraiarsi.

Uno dei grandi punti di forza di Lévy, che sarà emulato, è quello di rappresentare il mainstream ideologico, di essere dalla parte giusta del bastone, e di riuscire a passare per il perseguitato, con una retorica che ha più a che fare con il delirio ossessivo che con la dimostrazione filosofica: ” L’attacco viene da sinistra e da destra. Viene dai circoli intellettuali, ma anche dalla politica e dal giornalismo. Ho l’impressione, all’epoca, di vedere la formazione di una sorta di partito, dai confini indecisi ma piuttosto vasto, visto che va da Débat a Esprit, da Action Française, o ciò che ne resta, il Partito Comunista e le reti personaliste – un partito quindi, o un asse [ enfasi aggiunta per motivi che potete immaginare ] che sembra non avere altro scopo che quello di screditare questo libro-edit. ” Così una coalizione AF-Coco-Personalista si sta sciogliendo sulla retorica antifrancese di un certo Bernard-Henri Lévy come un’idra dalle mille teste in tutto il paese. Se siete testimoni di questi eventi, contattate urgentemente la redazione e vi aggiorneremo sui segni di un’insolita paranoia, con conseguente prostrazione davanti all’idolo ingiustamente lapidato.

Sul sito di Bernard-Henri Lévy Une autre idée du monde si legge che nel 1984 ha contribuito a fondare l’associazione SOS Racisme. Ne porta chiaramente le cicatrici, tra cui questo desiderio di sminuire la Francia – “Il gallo gallico  deve avere il suo caquet ridotto ” dirà -, di infangarla e la paura panica di un ipotetico ma molto imminente – imminente da quarant’anni, ma quando si ama non si conta ! – di un’ipotetica ma imminente – imminente da quarant’anni, ma quando si ama non si conta  – ascesa del fascismo, che ormai deve aver raggiunto vette tali da essere decisamente percepibile solo via satellite ad alta tecnologia.

Paul Yonnet, in Voyage au centre du malais français, fa a questo proposito questa illuminante osservazione: ” Ma il rapporto dell’antirazzismo con la suggestione dell’idea di morte non si limita a questa magia peccaminosa basata su meccanismi storici di retroazione che portano al disgusto di sé e ai mezzi per porvi fine. C’è anche una suggestione dell’idea di morte destinata agli antirazzisti, per uso interno, progettata per aumentare la razzetofobia attraverso segnali che suggeriscono l’imminenza di un’invasione della società, non da parte di immigrati questa volta, ma di francesi razzisti”. In S.O.S. Racisme, agli attivisti viene suggerito ancora di più, come l’inevitabilità della sconfitta di fronte all’inesauribile fecondità della “bestia immonda” che sta sorgendo, o sorgerà (una delle proprietà del razzismo visto dagli antirazzisti è che “sorge”). Lo slogan utilizzato dalla stampa dell’Île-de-France per annunciare il concerto annuale di S.O.S. Racisme nel 1991 era: “La fête, vite! Questa era la risposta dell’organizzazione al famoso slogan “Le Pen, vite!” visto in tutta la Francia per un decennio. S.O.S. Racisme ha risposto a questo slogan di attesa per i primi giorni dopo la sconfitta del vecchio mondo dell’establishment repubblicano, secondo i sostenitori del Front National, con uno slogan di attesa per gli ultimi giorni. La speranza lepénista viene dirottata su un tema crepuscolare solo per rimandarlo, non per negarlo: l’ultima celebrazione, forse, prima che il cielo cada.

Porre l’ovvio fatto razzista

Come per tutte le organizzazioni di tipo S.O.S. (S.O.S. Plomberie o altre), si riferisce a squadre specializzate nell’intervento di emergenza – la loro vocazione non è né il lavoro di approfondimento né la prevenzione a evento avvenuto. Ogni volta che viene utilizzato, l’acronimo ha la funzione di affermare l’ovvietà del razzismo: i francesi razzisti colpiscono e colpiranno ancora. Sottilmente, Léon Boutbien, membro della Commissione per la nazionalità francese, ha fatto notare, durante l’audizione dei leader del movimento, che questa lotta antirazzista si svolgeva “sotto il segno di un incantesimo presbiteriano, perché in effetti S.O.S. significa Salvate le nostre anime ‘ era l’incantesimo presbiteriano dei marinai quando stavano per morire ”   ” Salvate le nostre anime, il razzismo è lì come la fatalità di un mare impetuoso che ci trascina inesorabilmente verso l’abisso ‘: questo è l’incantesimo implicito ma molto circostante – degli antirazzisti che vorrebbero credere che loro e il popolo francese ne moriranno. “.

Chi meglio di Bernard-Henri Lévy può salvarci l’anima. È talmente simile a Cristo, come solo San Francesco d’Assisi poteva fare, che è stato addirittura stigmatizzato! Lévy – sì sì ! – ha affermato che sul suo corpo sono apparse le stimmate di Cristo, semplicemente, seguendo l’esempio di Padre Pio, che deve essere lusingato – da dove la sua anima ci sovrasta – da un legame confraternale così sublime. L’aneddoto è stato confidato ai microfoni di Christophe Barbier per L’Express l’8 febbraio 2010. Barbier, che suggerisce a Bernard-Henri Lévy che un evento del genere deve cambiare un uomo, renderlo mistico, quantomeno credente, si sente rispondere come unica risposta: “no”. Poi uno sviluppo parolaio, una logorrea sull’essenza dell’uomo, che non risiede nella carne, nei muscoli e in altre proprietà secondarie, ma nel significante. L’uomo è fatto di parole e le mani sanguinanti del filosofo sono parole sanguinanti. Ecco, appunto! Ma per ora, le parole del nostro filosofo hanno come scopo principale quello di far sanguinare la Francia, di farle espiare i suoi crimini, che sono innumerevoli.

Con L’idéologie française  Bernard-Henri Lévy si è posto un obiettivo degno del Buddha: l’illuminazione. Ecco perché questo libro può essere letto solo nella posizione del loto, altrimenti non si capisce nulla. L’obiettivo non è altro che quello di strappare il velo dell’illusione che ingombra la nostra visione e ritrae una “Francia immaginaria” in cui saremmo “tutti figli della Luce, il prodotto di una Storia favolosa, un popolo di comunardi, dreyfusardi, maquisard – i nostri araldi d’onore”. Ora sappiamo che tutto questo è falso, una farsa sinistra, una favola concepita per ingannare gli sciocchi. L’ora è grave ed è compito di Lévy mettere le cose in chiaro: “È tempo, finalmente, di guardare in faccia la Francia”. Finora l’abbiamo guardata da un angolo, i più audaci hanno osato guardarla da tre quarti, ma nessuno è andato oltre in questa franchezza verso se stessi, in questo rispetto scrupoloso delle leggi dell’ottica – gli spiriti di Cartesio, che ha onorato questa scienza con il suo genio, così francese, hanno forse abbandonato le nostre deboli menti?

Il nostro affascinante autore-profeta-risvegliato-stigmatizzato passa al pettine una serie di temi che sono come i fondamenti ideologici del fascismo e del nazismo – perché fermarsi lì ? – e cioè: la Nazione, la Terra, il Corpo. Per quanto riguarda la nazione, è facile capire cosa sta facendo qui. Per quanto riguarda la terra, essa è incriminata per questo semplicissimo motivo: ” La terra dove bisogna nascere per condividere i valori della razza. La terra dove bisogna mettere radici per appartenere al grande corpo della Nazione”. Eppure Gaston Bachelard ha dedicato alla Terra due libri molto belli, nell’ambito della sua filosofia dell’immaginazione materiale : La Terre et les rêveries de la volonté e La Terre et les rêveries du repos, in cui non si tratta tanto di un’appartenenza razziale quanto di una ” metafisica dell’adesione al mondo “. Bernard-Henri Lévy sarebbe forse uno di quelli che, come scrive Jean-François Mattéi in L’ordre du monde, ” incapaci di sentire le proprie radici dentro di sé, si sforzano di strappare quelle degli altri ” ?

Ma che dire del corpo? Sta forse suggerendo che il fascismo inizia quando si inizia a fare una serie di comode flessioni nel proprio salotto? L’autore fa poi riferimento al corpo come “identità compensativa”. – una formula che vale quel che vale, cioè poco alla fine – e l’ingiunzione a ” faire corps, se faire corps, chanter haut et fort la gloire de Dieu le Corps. “. Ma poiché il nostro autore non è particolarmente stanco dello sforzo intrapreso, essendo il suo corpo troppo etereo per soffrire, continua : ” Rileggete l’inno di Drieu a Doriot ” il buon atleta “, che ” abbraccia ” il ” corpo debilitato ” di ” sua madre “, la Francia, e ” gli infonde la salute di cui è pieno “. ” Ci siamo : il trionfo della volontà, il paganesimo carnale, il salvataggio erculeo della Madrepatria…

Tutti i francesi sono colpevoli !

La tesi de L’idéologie française è molto semplice : i francesi, siano essi comunisti, anarchici, petainisti, monarchici, personalisti, cristiani, atei, pagani, rossi, marroni, rosso-bruni sono tutti colpevoli, per lo meno molto sospetti. Si parla addirittura – titolo di un capitolo – di “Petainismo rosso ” (sic). E la formula gollista ” una certa idea di Francia ” viene sottilmente soppiantata da ” una certa idea di razza “. Un Presidente della Repubblica offre una sintesi della scelta: Mitterrand. Ecco cosa ha detto Lévy su di lui: “Abbiamo avuto un Presidente della Repubblica che ha potuto affermare, senza contraddizioni, di essere stato sia un petainista che un combattente della Resistenza: allora non lo sapevo – ma che lezione! Che illustrazione improbabile ma implacabile della mia tesi! E sì, non c’è differenza tra i petainisti e i combattenti della Resistenza, perché ciò che li accomuna è che erano francesi – crimine dei crimini – e quindi responsabili dell’ignominia del fascismo. La Francia, secondo il nostro filosofo, non è forse ” la patria del nazionalsocialismo ” dove la xenofobia è ” considerata una delle belle arti ” ? Sì, osa tutti…

La Resistenza aveva comunque goduto di un trattamento favorevole e di uno sguardo indulgente, certo al prezzo di un’interpretazione fraudolenta del fenomeno reale coperto dal termine. Scrive a questo proposito Paul Yonnet, sempre in Voyage au centre du malaise français : ” La Resistenza interessa gli studenti sconfitti del ’68 e dei post-sessanta solo in quanto resistenza alla Francia, abbiamo scritto, resistenza contro la Francia. Logicamente, nasce il mito – questo sì di pura invenzione – di una Resistenza antinazionale, antipatriottica, basata sul rifiuto della “patria petainista, concreta e carnosa quanto basta, intrisa di sangue e di morte, sul cui suolo si può camminare, sentire gli odori familiari, contemplare i cimiteri e ascoltare l’angelus“. La Resistenza sarebbe motivata da una “pura idea galliana, astratta e disincarnata”, opponendo ” un nazionalismo dell’Idea” a un “nazionalismo della terra “, una Francia ” delle nuvole […], della carta […], inodore ” alla Francia ” del limo ” che è necessariamente quella del ” vecchio fondo fascista ” esagonale. Bernard-Henri Lévy, che nel 1981 ha portato a compimento in un saggio-pamphlet un decennio di revisione storica guidata dalla generazione del maggio 1968, spiega la mancanza di resistenza durante l’Occupazione con la mancanza di astrazione e l’attaccamento “ai grandi significanti dell’universalità”. L’eccessivo amore per la patria, per le radici e gli antenati, per la “nazione sostanziale ” avrebbe impedito ai francesi di prendere le armi, e sarebbe stata una rivolta contro il sentimento patriottico che avrebbe portato alla resistenza di massa, cosa che non avvenne. Come ha scritto Pierre Nora, esaminando L’idéologie française, “il disprezzo a priori dei fatti è consustanziale alle necessità della dimostrazione ” che questo libro contiene. La partecipazione alla Resistenza o alla Francia Libera era una reazione a eventi specifici che si svolgevano sul territorio francese ed era interamente sussunta nell’idea patriottica più tradizionale: era la France d’abord, l’organo del F.T.P.F. (Francs-Tireurs et Partisans). (Francs-Tireurs et Partisans français), l’organizzazione militare di un Fronte Nazionale, il Front national de lutte pour l’indépendance et la libération de la France; era Défense de la France, che alla Liberazione cambiò il suo titolo in France-Soir; “Ni traître ni boche ” definiva le motivazioni che spingevano a riunirsi alle organizzazioni riunite nel Conseil national de la Résistance. Nel genere nazionalista, de Gaulle era più un ultra, e per questo motivo viene spesso definito “maurrassien “. La Resistenza sarebbe stata sorpresa di sapere che incarnava un’idea pura e astratta contro un’idea “sostanziale” di nazione. Volente o nolente, essa voleva competere con il petainismo sullo stesso terreno dei valori patriottici, quello della “Francia eterna”, della “Francia di sempre”, della Francia dalla lunga memoria. Così Raymond Aron, parlando da Londra il 15 giugno 1941, vedeva nella messa in discussione dei “maestri del passato”, allora fiorente in Francia, il segno di un salutare “ritorno alla Francia”, capace, a suo avviso, di rafforzare le basi di uno spirito di resistenza. Come per caso, Aron rivendica Péguy, bersaglio centrale di Lévy in L’idéologie française (” Péguy le raciste “, ” Péguy le nigaud”, creatore di un ” racisme sans racisme”, etc.): ” Non c’è segno più eclatante del fervore patriottico che anima i francesi di questa messa in discussione dei maestri. Le colonne dei giornali sono piene di articoli su Molière, Corneille, Racine e Montesquieu. Fanno il punto su ciò che è sopravvissuto al disastro. Un poeta su tutti sembra essere presente, vivendo nella nostra patria martoriata: Charles Péguy – ucciso da una pallottola al fronte nel settembre 1914, Péguy, figlio del popolo, cattolico e socialista allo stesso tempo, e soprattutto francese.

Per maggiori informazioni
Origini e fini dell’ideologia antirazzista (1) di Jean-Pierre Montalte

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Origini e fini dell’ideologia antirazzista (1)_di Jean Montalte

Origini e fini dell’ideologia antirazzista (1)

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“L’antirazzismo può essere una frase trita e ritrita, ma la pertinenza della domanda rimane. Jean Montalte, revisore dei conti dell’Institut Iliade e collaboratore della rivista Éléments, tenta di rispondere a questa domanda in una serie di articoli che ripercorrono la storia, i lati positivi e negativi di un fenomeno che è diventato una sorta di religione civile.

Il sangue dei poveri è denaro, diceva Léon Bloy. Ora il sangue dei poveri è anche l’antirazzismo, quell’ideologia di morte. È stata e rimane il miglior alibi per chi odia il Paese che lo ospita e gli abitanti – i nativi – che lo hanno ereditato. Il nemico da abbattere, l’unico, è il facho, cioè il kuffar della religione antirazzista, essendo l’eretico davvero troppo fuori moda. E la conferenza episcopale si svolge ormai alla cerimonia dei Cesari o in qualsiasi altro luogo in cui si mescolano le nostre élite, più mondane che culturali. Sono lontani i tempi in cui un Claude Lévi-Strauss poteva ancora contrapporre la misurata saggezza di un umanesimo già al capolinea all’isteria collettiva che stava per impadronirsi del mondo occidentale : “Nulla compromette, indebolisce dall’interno e infanga la lotta contro il razzismo più di questo modo di porre il termine a tutti gli usi, confondendo una teoria falsa ma esplicita con inclinazioni e atteggiamenti comuni da cui sarebbe illusorio immaginare che l’umanità possa un giorno liberarsi. “

Conosciamo tutti lo slogan: “l’estrema destra uccide”, che recentemente si è arricchito della precisissima e preziosa frase “ovunque nel mondo, ogni giorno”. L’importante non è che sia vero, ma che ci si creda o che si balli intorno a questo feticcio affinché la pioggia acida cada sugli innumerevoli membri dell’internazionale nazista che governa segretamente il mondo. Marc Vanguard, uno statistico, ha reso noto il numero di attentati perpetrati dagli islamisti in Francia dal 2012, ovvero 57 attentati islamisti, oltre 300 morti ; poi quelli perpetrati dall’ultradestra, ovvero 4 attentati, 4 morti. Queste cifre hanno ispirato il commento di un attivista di estrema sinistra, di cui si può assaporare il senso logico perfettamente affinato: ” Totale dei morti causati dall’estrema destra dal 2012 : 304 “. È una retorica che sta prendendo piede, nonostante la sua evidente assurdità per chiunque non si sia fatto asportare il cervello. Clémence Guetté (LFI), non ha forse dato il segnale di partenza per questa interpretazione di qualità dichiarando :” Tutti gli attacchi in Francia sono commessi dall’estrema destra ” ?

La realtà e la logica sono razziste.

Se qui trovate la logica offesa, non avete ancora sentito : la logica è razzista ! Jean-François Braunstein, in La religione woke, ci ricorda opportunamente : ” Ma l’ideologia woke non è solo uno snobismo passeggero senza conseguenze. Abbiamo a che fare con attivisti entusiasti della loro causa. Non sono più accademici, ma combattenti al servizio di un’ideologia che dà senso alla loro vita. Chiunque abbia avuto l’opportunità di provare a discutere con i wokes capisce bene che sono, come minimo, degli entusiasti, e in molti casi quelli che Kant chiamava “visionari”. Basta guardare uno dei tanti video che raccontano la presa di potere dei wokes alla Evergreen University negli Stati Uniti per capire che è impossibile discutere con questi giovani militanti, che sono piuttosto paragonabili alle Guardie Rosse cinesi durante la Rivoluzione Culturale. Come ha detto brutalmente uno degli aggressori di Bret Weinstein, l’unico professore che ha avuto il coraggio di affrontare questi militanti e di provare a ragionare con loro: “Smettila di ragionare, la logica è razzista”. Questa affermazione riassume la radicalità di un movimento inaccessibile alla ragione. Tutta questa retorica funziona alla maniera del discorso religioso e siamo arrivati al punto in cui, per dirla con Nietzsche, ” il valore di questi valori è stato preso come dato, come reale, come fuori discussione”.

Si vorrebbe far credere, tuttavia, che gli eccessi del wokismo sarebbero infedeli a un’ideologia antirazzista originariamente pura di ogni macchia o cattiva intenzione, priva di aggressività verso l’uomo bianco, o più precisamente verso le nazioni che hanno accolto le popolazioni del Sud. Questa falsificazione ha reso praticamente impossibile l’uso del termine wokismo, che ora suona come Philippe de Villiers, tutto aggrovigliato nel suo filo spinato.

Continuità dell’antirazzismo

L’antirazzismo è stato infatti, fin dal suo inizio, un’ideologia aggressiva e odiosa. Ho scritto altrove per mostrare la continuità tra un presunto antirazzismo universalista, che sarebbe quello buono, e un cattivo antirazzismo indigenista, decoloniale e identitario, che sarebbe la deviazione, o addirittura il tradimento : “Dal punto di vista del movimento decoloniale – giustamente chiamato – la dissoluzione della “bianchezza” sembra essenziale per consentire l’assunzione di minoranze eternamente oppresse, come se questa oppressione fosse, per i bianchi, un’occupazione a tempo pieno, una preoccupazione costante ! Paranoia? Saint Coluche ha fatto la stessa cosa con l’uomo bianco, il francese autoctono, per facilitare l’adesione alle tesi dell’antirazzismo istituzionale. Ecco le sue osservazioni del 26 marzo 1985, in occasione del settimo concerto annuale di SOS Racisme: “I francesi non sono francesi  la Francia è in mezzo al resto e tutti passano di là… Nella nostra storia, tutte le nostre madri sono state violentate, tranne quelle che non lo volevano. “Tutti passano di lì”, intendendo che tutti devono continuare a passare di lì, uscendo di conseguenza al minimo accenno o tentativo di controllo dei flussi migratori.

Commento di Paul Yonnet, autore di Voyage au centre du malaise français : “Bisogna immediatamente attirare l’attenzione sul fatto che questo elemento persistente della base antirazzista collega esplicitamente – e spontaneamente – l’estinzione di un fatto nazionale francese – e persino del fatto nazionale francese – alla trasformazione della sua composizione etnica. Si tratta di una concezione razzista della nazione che rivendica tutti coloro che dicono di voler salvaguardare l’omogeneità etnica della Francia affinché il Paese possa continuare a esistere nella sua forma più profonda”. Nonostante la cultura dello stupro, questa concezione delle cose – o meglio questa retorica – non è cambiata molto: il fatto francese deve essere dissolto per avallare una società multirazziale e oggi la “bianchezza”, fattore di oppressione sistemica, universale, totalitaria e cosmica. In definitiva, questo neo-antirazzismo non è poi così innovativo… Ha solo completato la sua muta e perfezionato i suoi elementi di linguaggio per dare l’impressione di un forte quadro ideologico, il lavoro sulla semantica che sostituisce il senso della realtà. “

Se, alla fine, un Macron dichiara allegramente che ” non esiste una cultura francese “, è per rispondere alla stessa esigenza di annientare il fatto nazionale francese. In questo è in linea con l’ideologia antirazzista di ieri e di oggi.

Fin dall’inizio, la retorica antirazzista è stata inseparabile dalla retorica antifrancese. La famigerata dichiarazione che Bernard-Henri Lévy ha posto alla soglia del suo libro L’idéologie française è caratteristica di questo stato di cose e funge da modello infinitamente ripetibile : ” Non direi, ci confida, che mi sia piaciuta questa discesa nell’abisso dell’ideologia francese. A volte ho faticato a reprimere la nausea per ciò che stavo scoprendo e per i fumi che dovevo respirare. Segue uno sproloquio sul Petainismo uguale all’ideologia francese, che permette al signor Lévy di cancellare questo paese, il suo popolo, la sua storia e la sua cultura con un tratto di penna : “Il problema, in ultima analisi, non era nemmeno l’antisemitismo in quanto tale  non era l’enunciazione della tesi e, per così dire, l’atto stesso; era, a monte dell’enunciazione, nel segreto notturno dei testi dove si fomentano gli atti di pensiero, l’individuazione di una matrice, filosofica e letteraria, i cui elementi si perpetuano in gran parte fino ad oggi, e che basta sintetizzare per rivelarne, se non il peggio, almeno il sito : culto delle radici e avversione per lo spirito cosmopolita, odio per le idee e gli intellettuali nelle nuvole, antiamericanismo primario e rifiuto delle nazioni astratte, nostalgia di purezza perdutabuona comunità – tali erano le parti della macchina che, quando funziona a pieno ritmo e quando entra in contatto con l’evento, attira la forma francese del delirio e la fa nascere. ” Per finire : ” L’idéologie française era un libro, non di storia ma di filosofia. Era un libro che, quando diceva pétainisme, intendeva una categoria, non di tempo, ma di pensiero. “

Ho già avuto modo di commentare questo libro quando il canale Arte ha cambiato il suo statuto per permettere al filosofo miliardario di continuare per un ottavo mandato come presidente del consiglio di sorveglianza del canale. Ecco cosa ho scritto: “Conosco alcune malelingue che negano a Bernard-Henri Lévy lo status di filosofo con la motivazione che non ha inventato un solo concetto nella sua vita. Qui vediamo quanto si sbagliano questi critici. A lui si deve l’elevazione a categoria filosofica del concetto di Pétainismo” che non ha più bisogno di essere riferito a una realtà precisa. Questo basta a rassicurare la nostra cara deputata Delogu, che non dovrà più sentirsi ignorante in materia. L’ignoranza storica è ammessa, poiché è una categoria della mente, ormai applicabile a tante realtà diverse e per di più retroattiva. Scopriremo che si applica persino a Charles Péguy. Infangare la memoria e l’opera di Péguy, ucciso il 5 settembre 1914, cioè proprio all’inizio della Prima guerra mondiale, in un libro che tratta di fascismo e petainismo, cioè di fenomeni ben successivi alla sua eroica morte sul campo dell’onore, è un esercizio concettuale che richiede una rara padronanza della logica e una quasi totale mancanza di inibizione morale.

La prevista spaccatura tra ” Beurs ” e ” Juifs “

Vorrebbero anche farci credere che il movimento decoloniale, per antisionismo o addirittura antisemitismo, ha alienato la comunità ebraica e che questa opposizione era impossibile da prevedere agli albori del movimento antirazzista originario, che avrebbe unito tutte le comunità e le minoranze in perfetta osmosi È vero, sulle spalle del beauf, del Gaulois, del Français de souche che non esiste ma che può, nonostante la sua inesistenza, per magia senza dubbio, essere oggetto di un odio viscerale. Un breve inciso: è molto importante tenere a mente questi due assiomi: il francese autoctono non esiste quando minaccia di difendere la propria identità. Esiste quando si può riversare su di lui il proprio odio. In breve, è anche falso… La frattura tra ebrei e beurs era già in germe nell’originale SOS Racisme. Infatti, Paul Yonnet ha scritto in Voyage au centre du malaise français. L’antiracisme et le roman national : ” Alcune date chiave scandiscono la storia dell’organizzazione. Ottobre 1984: l’associazione umanitaria SOS Racisme deposita il proprio statuto presso la Questura di Parigi. Giugno 1985: picco di popolarità del movimento tra i giovani sotto i 40 anni, come testimoniano le folle di attivisti del tempo libero che accorrono al grande concerto gratuito alla Concorde. Agosto 1987: la popolarità personale del presidente Harlem Désir raggiunge l’apice dopo la sua apparizione al programma televisivo L’Heure de vérité. 1988 : l’anima del movimento, il suo principale pensatore e tattico, Julien Dray, diventa deputato del Partito Socialista, dove guida una corrente di ultra-sinistra. Fine 1990-inizio 1991: il movimento implode sull’atteggiamento da tenere nei confronti della Guerra del Golfo. Emergono due campi: quello pacifista e quello guerrafondaio. Il secondo, che comprende quasi tutta la componente ebraica e uno dei principali finanziatori (Pierre Bergé), abbandona SOS Racisme, non senza denunciare l'”infantilismo” di Harlem Désir. Le questioni internazionali hanno sempre diviso un campo antirazzista la cui unità è pura fantasia.

Ora Julien Dray ha il suo canovaccio sul set di CNews, discutendo cortesemente con Sarah Knafo sul set di FigaroTV, cavillando sulla strategia da adottare sui temi dell’insicurezza e dell’immigrazione, temi che ha sempre vietato al Galli di affrontare con il pretesto dell’antirazzismo, esercitando da decenni il suo terrorismo ideologico.

La suggestione dell’idea di morte

Paul Yonnet, sempre nel suo libro Voyage au centre du malaise français, fa riferimento agli ” effetti sugli individui o sui gruppi di individui dell’idea di morte suggerita dalla collettività “, una nozione centrale sviluppata dall’antropologo Marcel Mauss. Marcel Mauss riferisce infatti dell’esistenza di “veri e propri mali di coscienza che portano a stati di depressione mortale e che sono a loro volta causati da una magia del peccato che fa sì che l’individuo senta di essere nel torto, di essere messo nel torto “.

Paul Yonnet scrive, a proposito dell’effetto morboso causato dal discorso antirazzista, altrimenti chiamato magia del peccato da Marcel Mauss : ” Per dirla in altro modo, questo antirazzismo, liberato dai suoi due avversari europei di mezzo secolo che sono stati l’imperialismo razzista del nazismo e gli imperi coloniali, ha come base referenziale l’immigrazione (e come garanzia laterale e adiacente, fino al recente passato, volta a stabilire false equivalenze di situazioni, il lontano apartheid in Sudafrica). È legato ai fenomeni di suggestione dell’idea di morte in due modi. In primo luogo, perché risale la catena della colpa retrospettiva nazificando la tradizione francese attraverso lo slittamento e l’associazione di eventi: se alcuni individui di nazionalità francese hanno causato la morte nel corso di recenti crimini razzisti, si deve comprendere che ciò è in linea con una storia segnata dai “crimini della colonizzazione” e dalla “partecipazione francese alla Soluzione Finale”, per usare espressioni che sono tanto comuni oggi quanto erano considerate scandalose quarantacinque anni fa. Decisamente, questo Paese non poteva che dare la morte.

Così, sentendosi “nel torto”, o “messo nel torto”, secondo la definizione di Marcel Mauss della magia del peccato, il francese “antirazzista” si trova nella posizione psicologica di voler accelerare passivamente o attivamente la scomparsa della Francia che è stata tradizionalmente così mortale, di premunirsi almeno contro la rinascita di un’identità così dubbia, per “rigenerare” entrambi “con il sangue nuovo” dell’immigrazione, come spesso si legge. Ecco perché, ai francesi preoccupati per il futuro della loro identità (e l’identità è una realtà soggettiva quanto oggettiva, quindi è soprattutto una rappresentazione dell’identità), ai francesi che si chiedono: “Saremo ancora francesi tra trent’anni? Un concetto riassume questo atteggiamento: il sociocentrismo negativo, definito da Pierre-André Taguieff come “odio di sé, idealizzazione del non-identico, dello straniero, dell’Altro”. Sapendo ciò che già sappiamo, è ovvio che la resistenza a SOS Racisme e all’attuale ideologia antirazzista è una resistenza a questa magia peccaminosa.

L’esplosione del nazionalismo in Europa orientale è legata alla nostalgia dei regimi comunisti?_Lionel Baland

L’ex Germania dell’Est offre un terreno di analisi unico in Europa. Come i Paesi dell’ex blocco orientale, è stata a lungo protetta dall’immigrazione di massa dai Paesi extraeuropei, ma come Germania riunificata ha dovuto affrontarla molto presto. Questo la pone al centro dell’ascesa del populismo, a destra e a sinistra, con l’AfD e la BSW, in un contesto di nostalgia. Lo storico Ilko-Sascha Kowalczuk, figura di spicco della storiografia della Germania dell’Est, ha pubblicato un’opera importante, anche se critica nei confronti del fenomeno, sulla recrudescenza illiberale dell’Est, che non può immaginare che non si ripercuota anche sull’Ovest: “Freedom Shock. Une autre histoire de l’Allemagne de l’Est de 1989 à aujourd’hui”. Lionel Baland lo ha letto.

Se l’aumento delle idee nazionaliste nell’Europa occidentale si spiega con il massiccio afflusso di immigrati che pone gravi problemi e con la deindustrializzazione causata dalla globalizzazione sfrenata, esso solleva interrogativi nell’Europa orientale, dove gli stranieri extraeuropei sono ancora pochi e l’economia è in pieno sviluppo.

Tra tutti i luoghi dell’ex blocco orientale in cui il nazionalismo è in crescita, la Germania orientale ha la particolarità, al momento, di combinare il fatto di aver vissuto il comunismo da un lato e, dall’altro, la presenza di un gran numero di migranti, arrivati dopo l’apertura delle frontiere nel 2015 da parte dell’allora cancelliere federale cristiano-democratico (CDU), Angela Merkel, che li ha poi distribuiti in tutto il Paese, compresa la parte orientale.

In quest’area due partiti di stampo nazionalista stanno ottenendo risultati clamorosi: una versione di destra chiamata Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania – AfD) e una di sinistra anti-immigrazione, la Bündnis Sahra Wagenknecht – Für Vernunft und Gerechtigkeit (Alleanza Sahra Wagenknecht – Per la Ragione e la Giustizia – BSW), la cui figura di riferimento e co-presidente è Sahra Wagenknecht. L’AfD, pur essendo patriottico a est, può essere chiaramente descritto come nazionalista e il suo programma, che è economicamente e socialmente liberale a livello federale (guidato dalla co-presidente federale del partito Alice Weidel), è più incentrato a est su ” patriotisme solidaire ” teorizzato dallo scrittore della Nuova Destra tedesca Benedikt Kaiser nel suo libro Solidarischer Patriotismus. Die soziale Frage von rechts (” Patriottismo solidale. La question sociale vue de droite “) pubblicato nel 2020.

Questa richiesta elettoralmente forte di maggiore solidarietà e protezione di fronte alla globalizzazione e all’immigrazione di massa è legata alla nostalgia per i tempi della Repubblica Democratica Tedesca (DDR) comunista? Lo storico tedesco Ilko-Sascha Kowalczuk, uno dei più rinomati esperti di storia della Repubblica Democratica Tedesca, che si oppone all’ascesa dell’AfD e del BSW nella Germania orientale, che collega al fenomeno illiberale rappresentato dal primo ministro ungherese Viktor Orbán, ha pubblicato un libro in cui tenta di far luce su questa domanda : Freiheitsschock. Eine andere Geschichte Ostdeutschlands von 1989 bis heute (” Freedom shock. Un’altra storia della Germania Est dal 1989 a oggi “).

Lo shock della trasformazione

Ilko-Sascha Kowalczuk ritiene che, quando il Muro di Berlino e la Cortina di ferro caddero, la popolazione della Germania Est fu scioccata dall’arrivo della società aperta, teorizzata dal pensatore liberale Karl Popper nel suo libro La società aperta e i suoi nemici (1945)  e molti non percepirono questo cambiamento come una liberazione. Inoltre, la gente dell’Est pensava che la società aperta portasse necessariamente prosperità economica, ma non era così.

Dopo la caduta del comunismo alla fine del 1989 e la riunificazione della Germania meno di un anno dopo, i cittadini dell’Est, che si aspettavano cambiamenti lenti e di impatto limitato, si sono trovati di fronte a trasformazioni radicali. Molte persone sono rimaste deluse e disilluse da questi cambiamenti e dalla precarietà che ne è seguita. Inoltre, nella Repubblica Democratica Tedesca, la società civile era quasi inesistente, tranne che nelle chiese, e non era desiderata dal partito politico dominante, la SED, e dal servizio di sicurezza statale, la Stasi. In effetti, il nazionalismo era molto diffuso nella DDR. Nell’Est, i partiti politici rimangono debolmente radicati e la banalizzazione del passato comunista e nazionalsocialista è più diffusa. Inutile dire che la riunificazione ha lasciato il segno anche qui, creando molte ingiustizie. È percepita come un’operazione che ha permesso di svendere l’economia della Germania orientale agli interessi finanziari della Germania occidentale. I tedeschi dell’Est, gli ” Ossis “, si sentivano cittadini di seconda classe, discriminati sia nella Germania occidentale (perché considerati ” arretrati ” e non adattati alle esigenze produttive dell’economia di mercato) sia in patria, dove le persone arrivate dall’Ovest del Paese riunificato hanno occupato posizioni di rilievo all’interno dell’apparato statale o vi hanno creato imprese e aziende con risorse finanziarie che le persone provenienti dall’Est del Paese non avevano. Vale la pena notare che la denuncia dell’AfD sulle élite si concentra principalmente su quelle dell’Ovest. Sebbene il partito sia nato nell’ex RFT, ha ottenuto i suoi migliori risultati nell’ex DDR. La stampa del sistema, percepita come un’emanazione dell’Occidente, fu dichiarata “non veritiera”.

La voce dall’Est

Mentre alle ultime elezioni generali del 2021, il partito post-comunista Die Linke ha ottenuto solo il 4,9 %, non raggiungendo la soglia elettorale del 5 Sahra Wagenknecht, che proviene da Die Linke e ha annunciato che lascerà il partito nell’ottobre 2023 per formare il BSW, riceve una grande attenzione dai media nazionali perché è vista come la voce dell’est del Paese.

” Gran parte di ciò che l’AfD o il BSW rappresentano, ad esempio uno Stato forte, una posizione anti-occidentale legata alla vicinanza a Stati autoritari come la Russia, l’aspirazione a una società omogenea, un orientamento nazionale-etnico della politica sociale, La chiusura delle frontiere, il rifiuto dell’Europa e dell’euro, l’enfasi sul principio “prima la Germania” e la fine degli estenuanti dibattiti sulla storia tedesca sono tutti elementi che risuonano fortemente nella Germania orientale, al di là della divisione partitica “, riassume Ilko-Sascha Kowalczuk (pag.182).

L’autore ritiene che l’attuale affermazione dell’AfD a Est, con i suoi quadri politici provenienti dall’Occidente, avrà ripercussioni anche in Occidente in futuro.

Dopo il crollo finanziario del 2008, i cittadini dell’Est si sono resi conto che nel capitalismo non tutto può essere dato per scontato e si trovano ad affrontare l’instabilità creata dalla sfida del cambiamento digitale. Di conseguenza, si rivolge alla sicurezza e al passato. Ma la Germania orientale ha una lunga tradizione di regime autoritario: l’Impero tedesco, la Repubblica di Weimar, il Terzo Reich e la DDR. I tedeschi dell’Est provano quindi un senso di solidarietà con la Russia, perché vedono Vladimir Putin come rappresentante di una posizione anti-occidentale e anti-americana.

Due libri di grande successo, che secondo Ilko-Sascha Kowalczuk non offrono nulla di nuovo in termini di contenuto, hanno recentemente dato forma al dibattito : Der Osten : Eine west-deutsche Erfindung (” L’Est : un’invenzione della Germania occidentale “) del professore di letteratura Dirk Oschmann e Diesseits der Mauer. Eine neue Geschichte der DDR 1949-1990 (” Di qua dal muro. Una nuova storia della DDR 1949-1990 “) della storica Katja Hoyer. Il primo incolpa l’Occidente per tutto ciò che è andato storto dal 1990 in poi e scagiona l’Est. La seconda presenta la società della DDR come armoniosa e lontana dai governanti dittatoriali, di cui si preoccupava poco. L’Ostalgie – la nostalgia per la Germania Est comunista – ha preso il posto del ricordo delle sgradevolezze dell’epoca.

La lotta è in corso

Ilko-Sascha Kowalczuk ritiene che il sistema liberale sia minacciato in molti Paesi europei, con l’eccezione della Danimarca, dove i socialdemocratici hanno ripreso e applicato parte della retorica dei partiti patriottici, tagliandoli alle ginocchia.

Avendo vissuto il regime comunista della DDR, poi il suo crollo e il trionfo del liberalismo, teme fortemente che anche l’attuale sistema possa cadere. Infatti, nella Germania orientale – e forse in futuro anche in quella occidentale – i partiti politici del Sistema, che rappresentano la società aperta liberale, potrebbero perdere la battaglia contro i tre partiti anti-sistema che pretendono di recuperare la grandezza del passato: i nazionalisti dell’AfD, i nazional-bolscevichi del BSW e i post-comunisti di Die Linke. La partita è aperta e ci sarà un solo vincitore.

© Foto : Juergen Nowak / shutterstock. Sahra Wagenknecht e Alice Weidel durante una seduta del Bundestag, il 7 aprile 2022.

Fonte :
KOWALCZUK Ilko-Sascha, Freiheitsschock. Una storia diversa della Germania orientale dal 1989 a oggi, C.H. Beck, Monaco, 2024.

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L’età del ferro della decadenza, di Julien Freund_Un inedito

Qui sotto un inedito di Julien Freund sul tema dell’identità e della decadenza delle civilizzazioni. Lo scritto è apparso sul settimanale francese “Eléments” nel suo formato cartaceo, in occasione della riedizione del libro, pubblicato nel 1984, La décadence. Il testo è preceduto da una presentazione, anche essa tradotta in italiano, di Laurent Vergniaud. La décadénce è parte della trilogia fondamentale di Julien Freund composta da “L’essence du politique” e da “La sociologie du conflit”, nessuno dei quali, purtroppo, disponibile nella traduzione italiana. Tre testi che meriterebbero a pieno titolo la medesima attenzione riservata, sia pure in diverse gradazioni, tra gli altri, ad autori del calibro di Max Weber, Carl Schmitt, Gramsci, Vilfredo Pareto, Carl Marx. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Le lezioni del dottor Freund

sintomatologia della decadenza

di Laurent Vergniaud

La décadence (1984), opera maggiore di Julien Freund, nella riedizione di quest’anno delle éditions du Cerf. Una analisi illuminante – storica, sociologica, filosofica ed esistenziale – della decadenza.

 

Si avrebbe torto a relegare Julien Freund a un semplice ruolo di ricercatore e di teorico del Politico, in quanto nozione astratta. Benché abbia sempre rifiutato le etichette (sino a definirsi “reazionario ma di sinistra”), il suo rigetto delle ideologie non ha significato assenza di prese di posizioni particolarmente nette. Attore della Resistenza, poi osservatore degli avvenimenti del ‘68, Freund rimase per tutta la vita un feroce oppositore dei totalitarismi e un  partigiano della Unione Europea. Benché classificasse la “décadence” come “la sua ricerca puramente storica, quindi di un novizio”, egli dispiega una analisi conseguente tanto sociologica che filosofica della decadenza in quanto esperienza, secondo lui una dimensione ignorata dagli sorici del suo tempo. Intende così porre una pietra miliare di una storia della “sociologia delle mentalità”, di “esplorare le credenze vissute in epoche determinate”.

La storia, questo cimitero delle civilizzazioni

La civilizzazione è l’insieme di norme morali e imperative che uniscono un popolo ed una società funzionale, la decadenza rappresenta il degrado di queste norme. Esperienza percepita sul piano metafisico, ciò non di meno manifesta dei sintomi materiali osservabili. Freund la descrive come una accumulazione di crisi affliggenti ogni categoria della attività umana: politica, economica, artistica e religiosa.

Dagli antichi a Pierre Chaunu, passando attraverso il pensiero controrivoluzionario, i romantici tedeschi e i dissidenti sovietici, Freund documenta con pedagogia ed esaustività l’evoluzione della nostra comprensione della decadenza. Questa si è trasformata a partire dalla concezione ciclica degli antichi. Freund evidenzia due visioni inconciliabili della decadenza: una escatologica, catastrofista e utopista, profondamente irrazionale; l’altra, pessimista e realista, alla quale si rifà, erede dei valori umanisti occidentali.

Per Freund l’essenza della civilizzazione europea risiede in due virtù cardinali: la libertà, incarnata dalla democrazia e l’indipendenza nazionale; lo spirito di verità, fonte del progresso scientifico. Valori minacciati da un egualitarismo utopico che lo svuota di ogni significato, da uno scientismo e progressismo che non sono alro che le manifestazioni più moderne del pensiero escatologico. Pervertite, queste credenze spianano i rapporti gerarchici che hanno consentito alla nostra civilizzazione di irradiarsi. Si ritrova così una costante del pensiero di Freund: senza gerarchie, niente valori; senza aristocrazia, niente progresso. “Siamo noi in decadenza? A questa domanda io rispondo senza esitazione: sì”; così debutta la perorazione appassionata che conclude l’opera. In effetti la décadence non è affatto un semplice studio della storia, ma mira ad affrontare frontalmente  il problema della decadenza in Europa. Freund ne isola i sintomi: ripiegamento degli imperi di fronte al terzo mondo, emersione di iperpotenze non europee, pacifismo rinunciatario, divisione della Germania, i più recenti stati nazione europei. Ai quali si aggiunge l’affossamento della struttura della famiglia, la legislazione dell’aborto, così come il cambiamento della popolazione indotto dall’immigrazione incontrollata. Esattamente come l’Impero Romano sommerso dai barbari, la nostra decadenza è quella di una società che non crede più nel suo proprio avvenire e sacrifica i propri valori in cambio delle comodità materiali immediate, di orizzonti messianici e  della fascinazione verso l’Altro. Di fronte al pericolo di affossamento Freund si appella al risveglio politico e militare degli europei, alla difesa dei confini esterni e delle norme di regolazione interna, contro i nostri nemici, in primo luogo il comunismo. Ossessionato dalla consapevolezza di un pericolo comunista, egli sovraestimerà sino alla fine la minaccia dell’Unione Sovietica. Di fatto, la riunificazione della Germania e la fine del blocco sovietico non hanno portato al tanto auspicato risveglio generale europeo. Le conclusioni di Freund rimangono, ciononostante, profetiche, allorquando il matrimonio omosessuale cancella le antiche norme familiari o la Grande Sostituzione sconvolge ogni stato europeo. La storia è un cimitero di civilizzazioni. Raddrizzare la nostra è impossibile senza prendere coscienza della possibile sparizione.

L’età del ferro della decadenza Julien Freund

Successivamente alla comparsa del libro “La  décadence” (1984), Julien Freund ritorna sul tema in numerosi interventi pubblici. Siamo felici di offrirvi il testo di una brillante, ma inedita prolusione prevista nel marzo 1985 in una conferenza all’Università Fiamminga di Bruxelles, non pronunciata per ragioni di salute

Questa età del ferro è l’epoca che noi viviamo, se si intende per età dell’oro un periodo eccezionale durante il quale un fenomeno storico si dispiega in tutta la sua pienezza e nel quale gli uomini sono nella sostanza felici del contesto in cui vivono.

L’umanità ha conosciuto numerose fasi di decadenza: a partire dagli imperi assiro ed egiziano, inca e azteco, numerose fasi di decadenza in Cina e India, soprattutto la decadenza dell’impero romano, il quale è restato da allora paradigmatico nello studio di tali fenomeni.

Or dunque, tutti questi esempi non hanno raggiunto l’ampiezza della decadenza europea alla quale noi stiamo assistendo. È la decadenza per eccellenza. Prima di entrare nel vivo del soggetto, conviene rispondere alla questione cardinale: l’Europa è realmente in decadenza?

La nozione di decadenza è una categoria dell’interpretazione storica grazie alla quale noi cerchiamo di render conto della sparizione delle civiltà passate, la caduta della potenza da esse sviluppate e le nuove civilizzazioni alle quali hanno consentito la nascita. La nozione di decadenza, come ogni categoria storica, è una nozione relativa; non la si può, quindi, concepire che in relazione ad altri periodi che non sono stati decadenti, ma che, al contrario, sono stati marcati da una lenta progressione di potenza e dall’espansione della corrispondente civilizzazione, sino al momento in cui, raggiunto l’apogeo, intraprende il proprio declino.

Alcuni storici rifiutano il termine di decadenza, sotto pretesto che non significherebbe né più né meno che il cambiamento costante che si produce nella storia. E però non abbiamo avuto solamente un cambiamento a seguito del declino di Roma; piuttosto l’impero romano non esiste più. Un’altra configurazione storica ha preso il suo posto. L’ascesa di Roma costituì, per tanto, un cambiamento, come pure la rivoluzione degli astri. L’idea di cambiamento rimane vaga sin tanto che non la si caratterizzi, sin tanto che non si determini la sua natura e specificità.

La nozione di decadenza è la maniera di caratterizzare nella storia il cambiamento che consiste nel declino di una configurazione politica. Il fenomeno non è improvviso, ma si estende lungo numerose generazioni.

Singolarità dell’Europa

L’Europa è in decadenza in rapporto a quello che è stata. È stata la padrona delle terre e dei mari del globo; oggi  è raggomitolata nel suo spazio geografico. È il segno oggettivo della decadenza europea. Non insisterò sul fatto che questa riduzione dell’Europa in se stessa ha avuto l’effetti diversi  sulla sua mentalità. Mi interessa precisare in cosa tale decadenza si differenzia dalle altre conosciute.

  1. Tutte le civilizzazioni conosciute sono state delimitate, locali; la sola civiltà europea è stata mondiale, planetaria. Ha raggiunto quindi con gradazioni diverse, tutti i popoli del mondo. In questo è unica. Il fatto che entri in decadenza ha inevitabilmente delle implicazioni su tutti questi popoli, anche nel cado essi stessi non siano in decadenza. È ormai storicamente irreversibile il fatto che questi popoli non possano svilupparsi come se non fosse esistita la civilizzazione europea, come se non avessero avuto contatti con essa. È in questo senso, in quanto civilizzazione unica e mondiale, che quella europea costituisce la decadenza per eccellenza. Una realtà mai prodotta sino ad ora.
  2. Questa è la decadenza della potenza politica dell’Europa; aspetto che non esclude che in altri ambiti non si faccia ancora sentire, ad esempio nel dominio economico, tecnologico e artistico. Detto altrimenti, la decadenza non raggiunge uniformemente tutti i settori. In sovrappiù, gli europei  colgono comunque fascino da questa condizione. Rifiutano di prenderne coscienza perché a permettere loro di vivere bene. Gli europei continuano quindi a vivere come se non esistesse e i cittadini di paesi non europei, messi per la prima volta in contatto tra di loro dagli europei, emigrano in Europa perché anche essi vogliono profittare di tale relativo benessere.. Di fronte a questo afflusso esogeno, gli europei  tentano  di trovare soluzioni che dovrebbero in linea di principio giustificare il mantenimento di tale condizione: il pluriculturalismo, il multietnico ed altre dottrine universalistiche di questo genere. Non vogliono d’altronde rendersi conto che i loro territori sono luoghi privilegiati del terrorismo; un segno di debolezza poiché essi faticano a proteggersi da questa forma di aggressione indiretta.

La decadenza per eccellenza

 

  1. Avendo ricevuto parzialmente la civilizzazione europea, i popoli non europei hanno ugualmente ricevuto i germi di tale decadenza. Sarebbe un errore credere che essi potrebbero discernere tra gli elementi di questa civilizzazione, come si può separare il grano dal loglio. La civiltà europea è pervenuta loro nella sua globalità, nella sua tecnologia come nella sua filosofia.  I paesi non europei certamente l’integrano a modo loro, ma comunque,anche in questo caso, interiorizzano la sua potenza e le sue debolezze. Non è possibile prevedere tutti gli effetti di questo processo nell’insieme del mondo.
  2. È in ragione di questa contaminazione perché c’è decadenza in lei che gli altri popoli faranno fatica a sormontare gli effetti. Si sforzano di tutelarsi rifiutando il regime politico propriamente europeo, nella fattispecie rappresentativo, e instaurano a casa propria un sistema dispotico o semidispotico. Investendosi, però, dell’insegna del socialismo o della democrazia egalitaria, essi integrano elementi che, con ogni probabilità, creeranno delle faglie nel loro modo di governare.
  3. Essendo un dato di fatto la varietà degli scambi che la civilizzazione europea ha introdotto nel mondo, il movimento di decadenza potrà svilupparsi attraverso numerose generazioni, forse durante uno due secoli, prima che possa apparire un nuovo stile di civilizzazione nella sua unità e con le sue norme. Quale sia la durata, il nuovo stile di civilizzazione, anche al di fuori dell’Europa, avrà inevitabilmente un carattere mondiali sta; non è possibile, a meno di un cataclisma,, tornare indietro, segnare una linea su questa acquisizione. Ogni nuova forma di civilizzazione sarà erede di quella europea; poco importa se questa ritrova un altro dinamismo oppure langue per lungo tempo nella propria decadenza.

È per tutte queste ragioni che la decadenza europea  costituisce un caso unico nella storia; che rappresenti l’età d’oro della decadenza in quanto siamo in presenza di una tale ampiezza del fenomeno da poter appena supporre i possibili sviluppi nell’insieme del mondo. In ragione della sua debolezza, l’Europa non ha più avuto la forza di sfruttare le risorse tecnologiche e scientifiche delle quali è stata iniziatrice, per esempio in materia di conquiste spaziali. Sono questi due paesi non europei, gli USA e l’URSS, impregnati della sua civiltà, che lo hanno fatto. Con ogni probabilità altri sistemi egemonici prenderanno parte al concerto tecnologico e svilupperanno altre possibilità aperte dalla civiltà europea.

Affrontare il nostro declino

La questione è di sapere se l’Europa intende compiacersi nella decadenza come se questa fosse una fatalità o ancora come se avesse esaurito l’insieme delle potenzialità della sua civilizzazione. Dando seguito alla risposta da dare a questa questione o noi ci compiaceremo nella decadenza, accentuandola in virtù del nostro attuale benessere fin tanto che durerà oppure, a patto di stimarci capaci di un soprassalto, accettando i conflitti che alimentano ogni vitalità. Credo personalmente alla seconda possibilità. Per conseguirla, tuttavia, credo che ci si debba piegare a due condizioni.

La prima consiste ad assumere la condizione di decadenza, a prenderne quindi coscienza, a riconoscerla in modo da adottare le misure più idonee possibili che, senza dubbio, non ci faranno uscire dalla decadenza, ma permetteranno di instaurare una tregua in attesa che le generazioni successive prendano le misure. Vuol dire che si deve invertire la tendenza attualmente dominante negli spiriti, che si rifugiano illusoriamente nell’utopismo  di  un miglioramento continuo della situazione senza ricorrere ai mezzi necessari. Non non assumeremo consapevolezza della decadenza e non ci daremo i mezzi per una tregua, per una rivitalizzazione in qualche misura durevole, in tanto che noi persisteremo nell’ignorarla e nel fuggire nelle chimere della divagazione futuriste. L’avvenire non è rosa; crediamo che non lo sia unicamente perché continuiamo a ragionare con le categorie del secolo passato (‘800); quelle, quindi, di una espansione materiale, economica e sociale, di una espansione materiale, economica e sociale, dell’estensione della civiltà europea sino ai confini del mondo. Assumere la condizione di decadenza, induce a prevedere il peggio di essa in vista di fermarla, d’impedire che questo arrivi. Se la politica europea è in procinto di fallire, è perché essa si incammina contro una condotta politica lucida che consiste nell’individuare il peggio per darsi i mezzi per  affrontarlo.

Soccombere o persistere

La seconda condizione consiste nel prendere coscienza della nostra identità, a la volta come popolazione particolare e come civilizzazione originale.

Bisogna quindi sapere cosa vuol dire concettualmente identità. Essa implica due elementi: da una parte, la coscienza corrispondente della alterità, dall’altra la coscienza di un passato, di una tradizione.

Chiariamo questi due aspetti.

L’identità è il rapporto a sé in tanto che lo si afferma in ciò che si è. Questa affermazione è indivisibile dal riconoscimento della differenza dall’altro, dell’alterità. Impossibile pensare l’identità senza l’alterità e viceversa. È quindi attraverso l’alterità che appare la determinazione del  significato, essendo questo il rapporto al tutto di cui si fa parte o alle altre parti del tutto. Non possiamo attribuire significato a noi stessi senza rapportarci all’altro. Il senso di una parola si stabilisce attraverso la sua distinzione dalle altre parole; sarebbe sufficiente, altrimenti, una sola parola. Il secondo aspetto è il riferimento a un passato, il riferimento quindi alla durata nel tempo. È nel tempo che io resto identico, non nell’istante. È impossibile restare identico a se stesso mutando senza sosta, senza essere fedele a ciò che si è, a ciò che si è stati e a ciò che si tenterà di restare.

L’identità europea  racchiude lo spirito che fu proprio dell’Europa dalla sua esistenza in tanto che furono gli Europei ad introdurre nel mondo lo spirito filosofico, critico e storico, il regime rappresentativo libero e l’economia della crescita e dell’investimento denominato capitalismo. Ogni identità suppone conservazione; in questo senso sono conservatore.

La conservazione non esclude comunque il cambiamento; al contrario essa è creazione continua nel rispetto della propria identità. Detto altrimenti, l’identità esige un continuo rinnovamento, così come il corpo non si conserva  se non creando ripetutamente nuove cellule. L’identità europea risiede nella capacità della propria civilizzazione di uscire dagli stereotipi, di uscire da un tempo prefissato, di rinnovarsi continuamente nella critica. Tutto questo possibile se non si accetta preliminarmente la libertà. Il tempo è alla volta corruttore e creatore; l’importante è la conservazione creativa che tiene in scacco l’unilateralità, quindi in termini sociali la decadenza.

Di per sé il tempo è indifferente, fluisce. Lo trasformiamo in storia dandogli la dimensione del passato, del presente e del futuro; non si può introdurre queste dimensioni che attraverso l’azione cosciente, cioè l’azione meditata. Attraverso le loro azioni gli uomini danno consistenza al tempo, sia queste azioni siano intese nel senso di una crescita, di una ascesa, sia che in quello di una corruzione, di una decadenza. Il fatto è che l’Europa non è più in una fase ascensionale, bensì in una decadente. La decadenza, però, non esclude di poterla contrastare, a patto di averne la volontà. Non fosse altro che per darci dei nuovi mezzi nella stessa azione.

Soccombere o perdurare? L’Europa soccomberà se continua a farsi illusioni per via del rifiuto dell’idea di decadenza. Se l’assumiamo, rimangono le possibilità. La possibilità, diceva Pasteur, non sorride se non a quelli che sono preparati e che sanno tentarla. Non ha alcuna possibilità di essere acquisita da chi rifiuta l’iniziativa, di intervenire nel corso degli eventi.

(Testo recuperato da Gilles Banderier grazie all’autorizzazione di Jean Noel, René e Jacques Freund)

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