Italia e il mondo

ELEMENTI DI STORIA DELL’ORTODOSSIA RUSSA (cap 1-2), di Daniele Lanza

ELEMENTI DI STORIA DELL’ORTODOSSIA RUSSA (cp.1)
[*riduzione all’estremo, per chi vuole capire qualcosa di Russia e delle sue dinamiche] – PROLOGO
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C’era una volta, tanto, tanto e tanto tempo fa…la cristianità antica.
Sì, proprio come ci insegnano i manuali di storia sin dalle elementari : quella piccola comunità di credenti che striscia dentro e fuori le catacombe al calare della notte, senza mai arrendersi, fino a diventare una realtà enorme – dopo secoli interi di status ai confini della legalità, temprata da martiri e persecuzioni – e conquistare dall’interno l’IMPERO, divenirne il fulcro, il nucleo. Ciò che era illegale si fa legale e non soltanto: diventa esso stesso il pilastro spirituale dell’ordine costituito. Una lunga marcia che ha dell’omerico, un risultato storico supera ogni immaginazione dei primi cristiani: la piccola croce di legno su cui piangeva uno schiavo diventa il simbolo degli imperatori.
Epopea narrata 1000 volte…..si sa pressochè tutto.
Orbene come naturale che sia, man mano che questa realtà si fece più grande, ebbe bisogno di strutture organizzative sempre più articolate: nascono decine di diocesi, le quali a loro volta fanno capo secondo la suddivisione territoriale dell’epoca, ad una serie di città – le maggiormente rilevanti del loro tempo – che quindi sono designati a rivestire il ruolo di centri spirituali. L’insieme di diocesi e territori facente capo ad una di questi centri, si chiama PATRIARCATO (che prende il nome della città in questione). Alla vigilia della disgregazione finale dell’impero romano d’occidente – nel V sec. – i patriarcati sono CINQUE: 1 – ROMA, 2 – COSTANTINOPOLI, 3 – ALESSANDRIA, 4 – ANTIOCHIA, – GERUSALEMME. Insomma, un qualcosa che ci rivela quali fossero i centri urbani maggiori della tarda antichità romana. Nel suo insieme verrà denominato PENTARCHIA (5 centri).
Il loro riconoscimento è sancito dagli arcinoti concili che costellano la storia della chiesa cristiana tra la tarda antichità e l’alto medioevo: il primo tra questi sarà quello di Nicea nel 325 D.C. (anche qui, i manuali ci informano perfettamente). Per quanto riguarda il nostro discorso – e sorvolando e comprimendo ahimè decine di passaggi – DUE di questi concili costituiscono la base dello sviluppo storico del millennio a venire, preparando una prima faglia di divisione (come le placche terrestri in geologia) tra la dimensione orientale e quella occidentale della cristianità:
A – Concilio di Costantinopoli (381 D.C.)
B – Concilio di Calcedonia (451 D.C.)
Il primo (sotto Teodosio) eleva Costantinopoli – divenuta capitale imperiale – al rango di Patriarcato, anche superiore ad altri già esistenti (come Alessandria e Antiochia) in virtù del suo status, mentre il secondo, 70 anni più tardi, finisce col rafforzare ulteriormente lo stesso patriarcato della capitale a spese di altri (soprattutto Alessandria). Abbiamo quindi un trend chiaro in atto: tra il IV e V secolo va sbiadendosi il peso di determinati centri d’oriente (Siria ed Egitto), mentre di converso abbiamo la piena ascesa della nuova capitale che diventa inevitabilmente diretta rivale della vecchia capitale (Roma). Quest’ultima ha un prestigio inestinguibile, come è parimenti vero che Costantinopoli detiene un ruolo di enorme peso: entrambe si inseriscono a pieno diritto nella tradizione/successione apostolica (a differenza dei protestanti nordeuropei di un migliaio di anni più tardi che spezzeranno in toto quel vincolo), entrambe parte di un sistema che in realtà non prevedeva primati assoluti, ma al massimo il ruolo di “primus inter pares”, ed entrambe sono – al tempo medesimo – capitali, nell’indescrivibile compagine di caos che porta all’implosione della romanità d’occidente. A chi quindi il primato??
Il peso storico e culturale di questo interrogativo supera qualsiasi tentativo di costruire risposte razionali che siano universalmente condivise. In questa sede possiamo esclusivamente SEGUIRE il filo della storia, dei fatti concreti susseguitisi, considerando che è letteralmente impossibile da riportare nella manciata di righe che si hanno a disposizione: condensiamo dunque in modo sensato, tanto da trasmettere al lettore almeno la direzione del flusso storico. La contrapposizione primeva delle due realtà a noi note come ROMA e COSTANTINOPOLI è destinata in un certo senso a rimanere un nodo non risolto (come tanti altri che vedremo): una rivalità che cronologicamente va a combaciare col mastodontico processo di parcellizzazione dell’Impero, a cominciare dalla partizione geografica sull’asse classico occidente/oriente, per finire con l’implosione della sua parte occidentale. Insomma la lotta per una qualche supremazia su tutto l’impero è resa impossibile dal fatto che è lo stesso impero a non esistere più, giunto allo stadio conclusivo del suo sviluppo storico. Un confronto MAI risolto sul medesimo ring, dal momento che non esiste più un ring (permettetemi di esprimermi così).
In altre parole, Roma e Costantinopoli come centri spirituali non sono certo morti (anzi sono vivi più che mai), ma sono sospinte fuori dal recinto geopolitico dell’antichità che le ha viste nascere, per essere proiettate nella fase successiva della storia del continente, che vede un nuovo sistema di “strutture” materializzarsi (e col quale quindi si dovranno fare i conti): Roma e Costantinopoli continuano a vivere e prosperare, ma in sfere politico/territoriali ora SEPARATE, eternamente capitali (entrambe) non più soltanto votate a cercare di persuadere teologicamente l’opponente, bensì a conquistare più terreno possibile sul piano materiale (geopolitico), onde godere di un primato de facto, nella realtà (…). Quella che era una rivalità interna all’impero……..cessato quest’ultimo, diventa una rivalità geopolitica nei secoli a venire (il senso è questo).
Occorre tuttavia molto tempo perché tutto questo si concretizzi in modo rilevante (tempi storici, non esattamente a misura d’uomo): a partire dal V sec. in avanti – dopo la fine di Roma in occidente – per mezzo millennio la “disputa” prosegue, di concilio in concilio, senza che la situazione cambi sensibilmente, ovvero senza che uno degli opponenti convinca l’altro, ma anzi: l’ascesa poderosa degli ismailiti (ISLAM), e le conquiste irreversibili in tutto l’oriente vicino, sommergono fino a farle scomparire le realtà di Antiochia, Gerusalemme ed Alessandria, trasformandole letteralmente in residuati della cristianità antica (benchè tali chiese continueranno a esistere per lunghissimo tempo, non ho tempo di ricordare qui il cristianesimo arabo), a ruoli puramente cerimoniali, comparativamente al continente europeo non toccato dalle conquiste arabe.
Questo significa che da parte romana perde sempre più terreno l’argomento più spesso a disposizione, ossia il rifarsi all’originaria Pentarchia (ove Roma godeva del primato “inter pares”): nel mondo dell’alto medioevo NON esiste più, nei fatti, una “Pentarchia”. In breve, il mutato contesto geopolitico dell’evo antico (espansione arabo/islamica) non fa che restringere ai minimi termini la costellazione di riferimento della cristianità riducendola agli unici due pilastri ancora in piedi si riducono a ROMA e COSTANTINOPOLI: non esistono altri “competitor” credibili…..o l’uno o l’altro (e nessuno disposto a cedere). Se vogliamo interpretate il tutto secondo uno schema elementare di “movimenti” allora abbiamo un movimento in avanzata da SUD (Islam), che indirettamente influisce sulla cristianità, nella misura in cui tale pressione fa emergere in maggiore risalto la dicotomia OCCIDENTE/ORIENTE al suo interno. Questa è de facto la situazione all’ANNO 1000, benchè sul piano formale nessuna cesura sia stata in realtà fatta (ricordare bene questo): la rivalità si perpetua per circa mezzo millennio senza che vi sia uno strappo “ufficiale” tra occidente ed oriente cristiano.
Quest’ultimo avviene (anche qui, conoscenza comune), nel secolo XI e più precisamente nell’Anno Domini 1054……..
(le date in sé significano poco, ma il loro valore è inestimabile nell’aiutarci a sistematizzare, incasellare, periodizzare e in generale scientificizzare la materia storica, come coordinate)
(CONTINUA)
ELEMENTI DI STORIA DELL’ORTODOSSIA RUSSA (cap. 2)
[*riduzione all’estremo, per chi vuole capire qualcosa di Russia e delle sue dinamiche] – “Da Costantinopoli a Mosca”
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Anno 1054, ci siamo arrivati.
La data in sé (rispetto al capitolo introduttivo precedente – necessario, ma che si suppone di conoscenza comune), dice già molto meno alla maggioranza dei lettori.
Ci si era lasciati alla secolare rivalità Roma-Costantinopoli della seconda metà del PRIMO millennio dopo Cristo: un conflitto non dichiarato, una separazione mai avvenuta sulla carta, DE JURE, cioè. Si arriva anche a questo tuttavia, il giorno in cui il Patriarca di Costantinopoli (anche imperatore dato che in tale tradizione i due poteri sono unificati – labellati come cesaropapismo) e il pontefice si scomunicano a vicenda (1054 per l’appunto). Ora, ATTENZIONE: se la data canonica cui si fa retroattivamente risalire lo scisma tra chiesa ortodossa e cattolica è questo, occorre essere consapevoli che si tratta di un punto di riferimento, soltanto. Frizioni erano già emerse prima, come fatti assai più gravi verranno dopo (si intende dire che per il comune sentire non furono tanto importanti gli eventi del 1054 – quasi negletti in realtà, dalla maggioranza della società dell’epoca – quanto avvenimenti più concreti quali il saccheggio di Bisanzio nella IV crociata (1204) ed altri episodi, di maggiore impatto nella percezione popolare. Le date, spesso, sono convenzionali (ma indispensabili).
Insomma il GRANDE SCISMA tra Roma e Costantinopoli si dispiega per secoli dopo il suo inizio “tecnico” (nemmeno avvertito dai più). Va anche detto che nello spazio di tempo che copre la prima metà del secondo millennio della storia europea (1000-1500) almeno 2 volte si tentò di ricucire l’antico strappo (1284 e 1439) inseguendo una visione di unione globale che tuttavia era oramai aliena al sentire generale delle rispettive popolazioni (latino/cattolici e greco/ortodossi, avevano nel corso di numerosi secoli costruito identità separate, il cui peso oltrepassava le mosse delle alte gerarchie quand’anche esse perseguissero la via della riunione tra le due fedi).
ALT, fermiamoci un attimo (sosta di riflessione): siamo arrivati sino alle crociate coprendo in una manciata di righe 8 secoli di sviluppo umano e spirituale (mi vergogno profondamente nella mia veste di “compressore”), ribadendo molte nozioni di dominio comune, scolastico. Facendo riferimento allo scisma del 1054 ci addentriamo in un settore già più specifico della materia. Ora……proseguiamo ancora in questa direzione e più nello specifico.
Siamo oramai a un medioevo TARDO. Con le tragedie maturate durante le crociate diventa irreversibile lo strappo tra occidente e oriente cristiano (tecnicamente risalente al 1054, e quindi retrodatato ad allora): centinaia di anni di sviluppo divergente hanno dato vita a differenti dimensioni della cristianità, ci siamo (mio Dio quale sterminata autostrada di eventi che devo saltare, un’enciclopedia). La nostra Costantinopoli è oramai irreversibilmente “ortodossa”………ma si trova anch’essa – come era accaduto a Roma – allo stadio finale della propria esistenza, assediata dall’incontenibile realtà ottomana. Fine di tutto ? No…………la salvezza arriva da lontano, o meglio la sopravvivenza dell’ideale greco-ortodosso ci sarà, anche se spostata a latitudini, dalle quali mi ci si sarebbe aspettato qualcosa. Anziché giri di parole, andiamo al vero punto dei miei interventi, signori (attenzione).
Costantinopoli nel corso di lunghi secoli non era certo rimasta con le mani in mano sul piano “missionario”, quello dell’evangelizzazione di popolazioni “esterne” per così dire: se è vero da un lato che l’impero di Bisanzio è soggetto a secolare erosione territoriale sulla sue frontiere orientali e meridionali (ad opera di arabi, turchi) è altrettanto vero che sfruttando le proprie posizioni geografiche (controllo del mar Nero) avevano a disposizione un accesso del tutto particolare ad una cosiddetta “zona morta”. Un’area grigia, un continente buio (vai a trovarne di definizioni), immenso e vergine, coperto di foreste e popolazioni ingenue, ma molto resistenti, immerse nel rigore di madre natura: si parla di quel quadrante estremo dell’Europa orientale, mai toccato dalla romanità (nemmeno al suo zenit) per mancanza oggettiva di risorse ed interesse…………potremmo chiamarlo il continente della TAIGA, o il continente russo, fate voi.
Questo spazio, tanto esteso quanto l’intero occidente europeo, ma assai meno popolato poteva essere fonte di mistero (e persino fascino) per i monarchi – Basileus – di Costantinopoli, tanto quanto celti e germani lo erano stati per gli imperatori romani a suo tempo: anzi potremmo dire che gli slavi ERANO – per la mentalità greca – i barbari del nord che celti e germani erano per Roma. Non valeva nemmeno la pena mobilitare risorse per conquistare tali regioni lontane e povere (meglio utilizzarle semmai per difendere i precari confini orientali dalla marea turco/araba). Niente conquista formale quindi, niente militari………ma un flusso di missionari che modificherà il corso della storia in quest’area.
Un sovrano slavo (di quelli ancora discendenti direttissimi dei norreni rurikidi, probabilmente un barbaro vichingo per gli standard bizantini) di nome Vladimir I, dopo accurata meditazione sui vantaggi e non di tale mossa, si fa battezzare cristiano, seguito fatalmente dalla propria popolazione : è l’anno del Signore 988.
La politeista massa slava, sparsa da era antidiluviana in un cosmo assai più grande fatto di foreste, laghi e fiumi, “rinasce” – nel giro di qualche generazione – greca/ortodossa (fatte salvi tutti quei coloriti sprazzi di abitudini pagane che sopravviveranno a lungo…), rimanendolo saldamente per le ere a venire: col linguaggio odierno potremmo considerare il tutto una straordinaria mossa di SOFT POWER da parte di Bisanzio: non avranno conquistato in armi le foreste, ma ne hanno trasformato gli oscuri abitanti fermi allo stadio tribale in “sudditi cristiani di stampo greco” (grossomodo, certo).
Più realisticamente si tratta di una simbiosi, come tanto spesso avviene: cultura popolare slava che si amalgama a quella originaria greco/ortodossa: ne viene fuori un agglomerato slavo/ortodosso. Si potrebbe paragonare a grandi linee a quanto accade in occidente: la latinità sopravvive indirettamente trasfigurandosi nella molteplicità di stati romano barbarici che ne sorgono……con la sensibile differenza che nell’Europa orientale ve n’è UNO solo di grandissime proporzioni, che copre l’intero quadrante (la RUS). Riassumendo in modo più comprensibile – per quanto cervellotico – la dinamica di lunghissimo corso: la cristianità greco/ortodossa dalle sue ancestrali basi mediterranee, trasmigra verso un grande NORD, con successo……..e questo proprio mentre sull’altro versante lo stato bizantino si avvia ad essere fagocitato dalla forza turca. Un’ironia della sorte che il testimone dell’ortodossia (come potenza geopolitica) passi ad un’entità essenzialmente nordica alla quale probabilmente gli evoluti sovrani bizantini non avevano pensato.
Questa è una descrizione delle cose tuttavia molto filosofica, molto generale: su un piano pratico occorre dire ancora molte cose, occorre andare nel dettaglio: nell’essenza, così come Costantinopoli si scollò da Roma…….vediamo con più chiarezza come a sua volta MOSCA si scolla da Costantinopoli.
(CONTINUA)

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IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 5-7], di Daniele Lanza

IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 5 di 7]
Identità, ieri e oggi (riflessioni sparse sul caso tedesco e non solo. Da leggere senza impegno)
Dunque, ora andiamo avanti – coi piedi di piombo – e cerchiamo di riordinare il discorso originario tornando ai due interrogativi lasciati in sospeso dal CAP. 2 :
1) “In che misura il nazional-socialismo coincideva col corpo del paese in generale” – Soluzione in 2 punti (A – B)
[- A ] SOSTEGNO DIRETTO.
L’NSDAP al momento dell’avvento al potere nel 1933, contava 2 milioni di membri*(dato confermato).
Lo stesso partito alla data dello scioglimento legale (che avviene 5 mesi dopo la fine della guerra per essere precisi, il 10 ottobre 1945, per iniziativa dell’amministrazione alleata e non spontanea) conta 8 milioni di iscritti*(dat.c.) : una proporzione pari a 1/10 della popolazione complessiva del reich. Comparativamente sottolineerei che in Unione Sovietica il PCUS arrivò a contare la medesima proporzione rispetto ai propri abitanti a circa una generazione dopo la fine della guerra (10% della pop. adulta nel 1986, sebbene – ricordiamo – modalità di accesso partito comunista sovietico variano, nei decenni d’esordio erano più selettive e per l’appunto occorrerà un addolcimento della “griglia selettiva” nella tarda Cccp per raggiungere il livello riportato. Chi è più esperto mi corregga prontamente).
In altre parole il nazional-socialismo demoltiplica le dimensioni della propria membership a ritmo assai sostenuto e questo anche nonostante una guerra che investe direttamente il paese : non un remoto conflitto coloniale che al massimo drena le tasche, ma un conflitto TOTALE che vede sirene della contraerea che vanno in azione a giorni alterni quasi, sia di notte che di giorno e -nella fase finale – combattimenti terrestri (dalla Renania a Berlino) fin letteralmente nell’anello urbano, sotto la soglia di case ed appartamenti. Ebbene anche dopo tutto questo….la membership nazional socialista è SEMPRE di 8 milioni (…8’400’000 pare, per essere più zelanti).
A spiegazione di questo fatto, altro non vi è se non una vittoria totale del nazional socialismo sul piano dell’autoidentificazione : il partito era oramai identificato/confuso con il concetto di patria (ad esso anteriore) per giunta in pericolo. Seguendo quindi un semplice percorso psicologico si può intuire come il cittadino medio del reich non imputasse la colpa del conflitto ad un attore interno (l’Nsdap ed Hitler), bensì riversasse rancore e incomprensione verso l’esterno….ovvero il nemico straniero che bombarda con accanimento. La distinzione tra dimensione “interna” ed “esterna” è essenziale : il tedesco, politicizzato e non, localizza il nemico nella dimensione “esterna” e MAI in quella “interna”. Non ci si può scagliare contro il partito nazional socialista perchè quest’ultimo non è più un partito, ma l’intera patria al tempo medesimo (importante per mobilitare anche chi non fosse politicizzato, il che ci porta al punto B qui di sotto)
[-B] SOSTEGNO INDIRETTO
(avvertenza : tediosa analisi politologica).
…..secondo la forma mentis democratica che costituisce lo schema ragionativo della maggior parte di noi, un partito altro non è che sé medesimo ossia un mezzo finalizzato al perseguire di determinati interessi. Un partito è l’opinione di chi lo vota, nulla di più : è una rappresentazione della realtà, l’interfaccia formale traverso la quale una frazione di utenza (la società) si esprime. Un mero strumento dell’azione, se vogliamo spogliarlo di tutto il suo apparato scenografico atto ad impreziosirlo ed ampliarne la base.
Tale schema di fondo NON si applica a un partito come quello nazional-socialista : il partito nazional-socialista non concepiva sé stesso come rappresentanza di una frazione di elettorato nella compagine del sistema vigente (democratico), bensì aveva l’ambizione di diventare esso stesso sistema vigente : FARSI SISTEMA e sostituire quello in carica. L’NSDAP non aveva l’ambizione di diventare il primo partito dello stato, ma di diventare LO stato…uno stato alternativo a quello esistente.
Bene, una forza politica di questo stampo non è pertanto un “partito” nel senso in cui convenzionalmente lo si concepisce (malgrado paradossalmente si presenti all’elettorato con tale appellativo), quanto una forza la cui aspettativa è letteralmente in antitesi : superare, porsi al di sopra del vile limite del “partito” e del suo inconcludente ciarlare in aula e espandersi fino a inglobarli tutti, dall’alto (…). configurandosi quindi come sistema completo e autonomo che non si mescola ad altri partiti……..bensì li contiene (!). Il nazional socialismo aspira ad un differente ordine di grandezza – nella sua filosofia esistenziale – che non la semplice rappresentazione dei desideri dell’elettore : esso pretende di interpretare anche e soprattutto ciò che l’elettore nella sua limitata visione NON può vedere (per il proprio bene !), assumendo quindi un ruolo doppio : rappresentativo da un lato (usuale), e propositivo(/-divino) dall’altra. Il nazismo non intende servire il sistema, non intende mantenere ordine nel sistema, non intende primeggiare nel sistema, non intende governarlo o esserne permanentemente al governo (come una dittatura standard farebbe)……intende ESSERE il sistema : un ruolo sovra-ordinario la cui eccezionalità ripristina in veste aggiornata il fondamento divino, oltre-umano, delle monarchie premoderne (…). L’ampiezza del disegno è chiaramente tale da far catalogare l’Nsdap nella sezione “rivoluzionari” delle forze politiche del XX° sec. : si propone come via alternativa allo status quo della democrazia occidentale tanto quanto il marxismo-leninismo nella coeva Russia rivoluzionaria.
Parliamo quindi di un fondamento divino (senza Dio, ossia secolarizzato).
Assiomatico che ad obiettivi in questa unità di misura (si ambisce ad un ruolo “divino”) non si può ambire se non con dottrine e parole d’ordine estreme, rivoluzionarie, mistici idealismi e immense visioni da offrire all’umanità in ascolto (vale tanto per il reich quanto per la Cccp). Qualsiasi forza che voglia trasformarsi in sistema deve per forza di cose avere un’identità la cui natura profonda è messianica e che punti a un assoluto.
Morale : il nazismo NON è un partito (anche se ne porta nome e sembianze), ma è un SISTEMA. Il nazismo è (era) lo stato stesso – tanto da donargli inno e bandiera – per la generazione di tedeschi che lo attraversò. Di conseguenza sul piano della percezione individuale e collettiva è completamente confuso ciò che sia del “partito” e ciò che sia dello “stato” in quanto le due cose erano diventate una cosa sola, un sinonimo. Non si vuole affermare con questo che la società tedesca fosse integralmente nazista (erroneo) o che seguisse ciecamente e passivamente le direttive del partito (non vero) , ma è dato di fatto che lo stato in cui vivevano e che servivano era diventato sinonimo di quella forza politica. Di amalgama ontologica parliamo (mi esprimo correttamente ?), su un piano politologico : che poi su un piano umano e psicologico – individuale o collettivo – la cittadinanza del III° reich non si ritrovasse in tutto e per tutto con le direttive dei suoi gerarchi, con la sub-cultura nazista fatta di antropologia fisica e crani vari (!), con i messaggi del ministro della propaganda o con i sermoni dello stesso leader supremo…….è un altro discorso. Un italiano può anche non ritenersi soddisfatto dell’organizzazione dello stato italiano o trovare stucchevole il discorso del presidente della repubblica a Capodanno, ma con tutto ciò sul piano dell’identificazione rimangono sempre il SUO stato e il SUO presidente, che in caso di emergenza (guerre) vanno protetti.
Ergo, anche in assenza di un’adesione diretta al partito (tesseramento), la maggioranza della popolazione vi era comunque a sostegno in forma indiretta, nella misura in cui rimaneva fedele alle istituzioni statali e alla macchina amministrativa (con le quali il nazismo è diventato tutt’uno) cui ci si appoggiava normalmente per la vita quotidiana. Non si parla di “colpa”, ma semplicemente di struttura della realtà in cui si vive, anche senza accorgersene. Questo punto [A ] Sarà banale per molti….ma la tragedia sta spesso nella banalità.
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MORALE : insomma, assommando la fedeltà indiretta ossia quella de facto (fisiologica) del cittadino tedesco, anche apolitico, alle istituzioni del proprio stato [A] con quella diretta dei sostenitori di partito (che comunque ha dimensioni da statistica demografica) [B]…allora sì, se assommiamo A eB purtroppo la coincidenza tra il tedesco e il proprio stato c’è.
NO, non ci sono santi : il nazionalsocialismo NON si presenta all’analisi come una tirannide mal sopportata, un semplice sistema gerarchico e autoritario. Se così fosse stato…..se fosse stata una fredda dittatura militare da parte di una elite dispotica, reazionaria e insensibile (Ludendorff e il Kaiser, tanto per semplificare), allora atti di resistenza attiva e passiva sarebbero divampati su larga scala, tanto più in circostanze di estrema crisi come si verificarono. In un contesto che vede fronti aperti a ogni punto cardinale con perdite per milioni di giovani vite e le proprie città rase al suolo (!)…..qualsiasi regime autoritario (da “colonnelli”) collasserebbe in pochi mesi. La vecchia Germania kaiseriana resse a malapena (anzi, non lo resse) un conflitto mondiale come il primo…..mai e poi mai ne avrebbe retto uno come il secondo : nemmeno lo strumento militare sarebbe rimasto stabile di fronte a un distruzione su questa scala e si sarebbero aperte le porte a diserzioni di massa che di fatto sono l’anticamera di una RIVOLUZIONE (…). Questo nel III° reich non avvenne. Nessuna rivolta, nessuna rivoluzione. Sapete perché ? ……..perchè una “rivoluzione socialista” vi era GIA’ stata. L’ NSDAP era stato questa rivoluzione, molto tempo prima.
L’Nsdap è la sembianza fisica con cui il socialismo si afferma nell’areale germanico d’Europa : certo il “socialismo” di cui parliamo non è certo socialismo storico ossia non nasce dall’alveo canonico del marxismo-leninismo, ma è piuttosto una creatura chimerica il cui Dna fonde il più feroce etno-nazionalismo Volkish con una dottrina e uno stile di stampo sociale…diverge, fuoriesce dal socialismo canonico assai più di quanto un’eresia medievale fuoruscisse dalla cristianità, eppure il ruolo che svolse fu il medesimo (questo è fondamentale). L’Nsdap svolse in Germania un ruolo analogo a quello che il Pcus ebbe in Russia (ciascuno con tempi e modalità proprie si intende). Goebbels stesso (o chi altro) inclini ad avvicinamenti ed alleanze con la CCCP non esitarono ad affermare che il bolscevismo in Russia in fondo non era che la versione locale di quanto fosse il nazionalsocialismo nel reich. I nazionalsocialisti hanno represso i comunisti, ma NON tanto per reprimerli e basta (come un regime reazionario avrebbe fatto) : li hanno repressi con l’intento di SOSTITUIRSI a loro (!). Il nazional-socialismo non poteva cedere il proprio ruolo “rivoluzionario” ad altri…per i popoli di lingua tedesca dovevano avere l’esclusiva (…).
(CONTINUA…)
IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 6 di 7]
Identità, ieri e oggi (riflessioni sparse sul caso tedesco e non solo. Da leggere senza impegno)
Ricapitolando il tutto : SI’, la vecchia patria kaiseriana era morta ad analisi onesta e morta ben prima della fatidica firma di Keitel davanti agli alleati il 9 maggio.
Era morta con la deposizione dell’imperatore, sopravvivendo tuttavia di fatto nel costume e nella cultura, costituendo quello strato vetero conservatore che caratterizzava lo stato tedesco anche se ora era repubblicano. Uno spirito “tradizionalista” per dire, relativizzato dalla democratizzazione della statalità tedesca dopo il 1918 e destinato ad pervadere parte dell’atmosfera politica, senza tuttavia aver reali possibilità di alterare lo status quo (il “Dnvp” principale partito nazional-conservatore della compagine weimariana con epicentro in Prussia, nonostante una discreta affermazione elettorale – nel 1924 il massimo – non ebbe mai il potenziale per varcare una determinata soglia : in particolare irraggiungibili gli strati più popolari della società o aree a forte tradizione socialista).
A questo punto si verifica un fenomeno imprevisto che complica il quadro : non avviene la temuta rivoluzione marxista-leninista del KPD, ma piuttosto la più atipica rivoluzione del Nsdap (…). Il successo nazista ingarbuglia le carte : quest’ultimo si era fisicamente sostituito nell’identificazione collettiva allo spirito repubblicano di Weimar, colmandone il vuoto con uno spirito imperiale che tuttavia non era esattamente quello prussiano, ma gli somigliava : lo MIMAVA, ne prendeva a prestito l’estetica tradizionale ed elegante, se ne serviva per veicolare con efficacia determinati messaggi….ma non erano gli stessi di prima. Siamo alla confusione di forma e sostanza (che è fatale ancora oggi alla prussianità).
L’Nsdap a differenza di altri partiti monarchici e nazionalisti come il Dnvp (lo utilizzo come termine di paragone) non soltanto non intendeva servire lo status quo di allora (democrazia repubblicana), ma in realtà non intendeva nemmeno ripristinare il sistema anteriore : non voleva indietro il Kaiser !
C’è persino da dubitare che la base “quasi-socialista” del nazional socialismo volesse indietro il ciarpame targato Hohenzollern (!) : nello sterminato repertorio propagandistico nazista non esiste traccia alcuna di sostegno alla tradizione monarchica (ipotesi di eventuale restaurazione poi sono pura utopia). Malgrado tutto questo i nazisti adorano indossare la perfetta uniforme JUNKER (da ora in avanti userò solo questo termine per indicare lo strato vetero-conservatore, filomonarchico, e “prussiano”).
Dunque, siamo di nuovo di fronte ad un nodo intrigante fondato su un sottile intreccio di fattori psico-sociologici, politici e territoriali. Alla base di questo intreccio vi è un potente collante che è il nazional socialismo stesso : la proprietà più esplosiva che questo movimento abbia mai avuto è stato quello di superare la canonica e convenzionale demarcazione destra/sinistra nella percezione dell’elettorato con cui aveva a che fare….raggiungendo le frange più violentemente conservatrici quanto quelle più ferreamente rosse e rivoluzionarie. Non si vede spesso in effetti un partito appoggiato dagli Junker, ma dove al tempo stesso il 70% degli iscritti nei dintorni di Berlino sono ex-comunisti (dati della polizia di Prussia). Il nazionalsocialismo – mia opinione – è il vero antesignano di tutti i rossobruni che verranno.
Junker e nazisti si somigliavano ? Erano la medesima cosa in sembianze differenti ? Che rapporto c’è tra loro ?
Le risposte sono più di una e molto dipende dall’osservatore (dal punto di vista di chi sia molto a sinistra politicamente e non specificamente interessato all’argomento in questione, si tratta di un gioco di sfumature : “junker” e “nazista” sono due volti della stessa medaglia e non serve ulteriore analisi. Io personalmente non sono d’accordo invece e proseguo).
Sia lo Junker che il nazista (facciamo siano due persone), condividono una visione NON occidentale dell’esistenza : sono figli di una cultura continentale europea – di stampo germanico – che si sviluppa in modo divergente rispetto alle grandi correnti liberali dell’universo anglosassone che prendono rapidamente piede in tutto l’occidente (il comunismo sovietico non è differente su questo).
Lo junker ha dei limiti ad affermarsi in un’arena dove debba conquistarsi accoliti, per ragioni di ordine a) geografico – b) sociale. I
In parole altre lo spirito junker è troppo dipendente da un’identità (a) TERRITORIALE : la “Prussia ideologica” ultraconservatrice degli junker non corrispondeva – in termini di geografia elettorale del tempo – a tutta la Prussia tedesca che vediamo sulle carte del 1919, ma ad un nebuloso e frastagliato estendersi di “ridotte” elettorali, a ridosso del Baltico fino alla Prussia orientale. Cassaforte solida di voto, ma lontana dai nodi nevralgici della società tedesca, dalle masse, assumendo involontariamente una connotazione meramente territoriale senza il potenziale di imporsi sull’intera galassia di regionalità tedesche. In ed in secondo luogo troppo dipendente da un’identità di (b) CLASSE : l’elite del “partito” Junker è fatta da gente ferreamente legata ad una visione anacronistica (reazionaria) della vita – aristocrazia latifondista, medi-alti ufficiali e medi-alti funzionari – col risultato di alienarsi qualsiasi simpatia che non sia per ragioni diverse rispetto ad un attaccamento territoriale (punto precedente).
Come detto sin dal principio, questi Junker pur dall’identità così caratteristica, NON avevano reali possibilità di imporsi : le ragioni sono quasi fisiologiche, diciamo.
Per i nazisti al contrario questi due limiti NON esistevano : il nazional socialismo, sebbene molto forte proprio in Prussia inizialmente, non ha in teoria alcuna connotazione geografica di suo…è trasversale (bavaresi, austriaci e renani saranno suoi sostenitori). In secondo luogo, l’elite riflette una base elettorale assai più “terrena”, fondamentalmente popolare, in grado di penetrare in aree tanto rurali quanto metropolitane sfidando socialisti e comunisti sul medesimo terreno, strada per strada, “pugno contro pugno” (cosa impensabile per il più signorile junker, per intendersi).
A scanso di queste differenze, per tornare alle affinità, entrambi condividono una predilizione per la simbologia di tradizione e potenza – anche se ognuno a modo suo – e questo è fondamentale.
Il nazionalismo junker è più tradizionale, ingessato, di sapore aristocratico, flemmatico mentre quello nazista comparativamente una palla di fuoco (!) senza sosta : di massa, sociale, rivoluzionario e violento. Mentre i primi tendenzialmente cercano di conservare staticamente un primato (sociale) che già hanno da sempre…..i secondi (in maggioranza di estrazione piccolo borghese e anche proletaria) sognano un primato che NON hanno mai avuto. Semplificando criminalmente un densissimo discorso sul rapporto psicologico tra queste due “destre” (non uso il termine “destra/sinistra” in genere, ma faccio uno strappo), lo “junker” ha la potenza (economica/sociale) e se la conserva gelosamente…..il “nazista” non ce l’ha ma la vorrebbe molto, finendo con l’emulare il primo in tanti aspetti esteriori : e qui siamo alla famosa uniforme di taglio prussiano, mostrine e tutto il resto (…)
Sorvolando queste soggettive interpretazioni (che invito chiunque a sfidare prontamente correggendomi dove vado errato) sulla natura antropologica del rapporto Junker/nazismo e della demarcazione che io traccio………va detto che secondo molti altri il prussianesimo è comunque, in ogni caso, l’antesignano, il precursore del nazionalsocialismo : la base popolare nazista si impossessa dei simboli prussiani (vestigia), li fa suoi, infondendovi tuttavia il proprio spirito. Ne viene fuori una “popolarizzazione” una socializzazione della prestigiosa e austera cultura junker/prussiana, facendone un fenomeno di massa assai più di quanto non fosse riuscito a fare lo stato kaiseriano a suo tempo (…)
Un’interpretazione non felice per il prussianesimo potrebbe essere che il nazionalsocialismo altro non è che il medesimo concetto, semplicemente migrato dalla dimensione aristocratica del XIX° sec. per passare a quella di massa del XX°. La prussianità (volendo conferirgli un’unica mente…) potrebbe aver pensato che non aveva più bisogno di un kaiser e che l’Nsdap e il suo leader supremo assolveva analogamente il compito “imperiale” in modo più moderno (…).
Su questa linea abbiamo un nome che spicca tra tutti : OSWALD SPENGLER.
Per lo studioso il nome non ha bisogno di presentazioni. Pur mai stato nazista formalmente, ne è considerato intellettualmente uno dei precursori. Il suo Preussentum und Sozialismus, del 1919, non si sofferma affatto sulla componente aristocratica della Prussia, ma al contrario ne sottolinea una ancestrale e naturale tendenza ad un socialismo autoctono, alternativo a quello marxista quanto opposto al liberalismo occidentale : una terza via in tutto e per tutto, di matrice nazionale. Tutto ciò che il nazionalsocialismo fu……….
(CONTINUA…)
 
IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 7 di 7]
Identità, ieri e oggi
– andiamo verso l’epilogo (K. Adenauer in copertina)
1945 – 1945 – 1945
Ci siamo finalmente…..partendo dal lontano 1918 con una fiumana di considerazione psicologiche politiche e sociali, ritorniamo al nostro 9 maggio del 1945.
Non è una sconfitta qualsiasi, non un armistizio ordinario come se ne contano nella storia dei conflitti : è una resa totale, nemmeno firmata dalle superstiti autorità del reich (che gli alleati han già chiarito, NON riconoscono come soggetto di dialogo). “Resa senza condizioni” nel linguaggio del diritto internazionale ha un significato forte, assoluto….sta a dire che l’entità perdente è completamente alla mercè di quella vincitrice che può anche deciderne la continuazione dell’esistenza o meno (e così sarà).
Lo stato tedesco il 9 maggio 1945 cessa giuridicamente di esistere.
Ne nascerà un altro pochi anni dopo che non ha alcuna attinenza col primo.
Molte considerazioni è obbligatorio fare su questo. Come premessa a scanso di equivoci (che i miei interventi non diano l’idea di un nostalgia per il III° reich) : Il reich hitleriano nei 6/7 anni passati aveva dato inizio ad una politica di aggressione e quindi conquista armata ai danni degli stati vicini, degenerata in un conflitto globale che coinvolse i 5 continenti. Il conflitto , da parte tedesca, fu condotto senza esclusione di colpi : attacchi a sorpresa, mancato rispetto delle leggi di guerra, aggressione ai danni di paesi NEUTRALI (Olanda) e anche ai danni di paesi con cui vigevano accordi o quasi alleati, come l’Urss. Nei confronti di quest’ultimo soggetto, la guerra non ebbe carattere convenzionale, bensì di annientamento : una crociata messianica al di fuori (al di sopra) di qualsiasi legge terrena, ma solo al verbo del leader supremo del reich, che porta alla scomparsa del 10-12% della popolazione sovietica (25 milioni di caduti tra militari e civili).
Ovunque si pretendevano rese incondizionate, seguivano diktat e deportazioni….questo l’ultimo reich fece ai propri nemici (reali o presunti).
I capi del III° reich per primi diedero vita ad una guerra TOTALE : quando è così allora bisogna spettarsi altrettanto dai propri avversari. La resa incondizionata che gli alleati impongono alla Germania è la conseguenza naturale ed inevitabile di come Hitler per primo impostò il conflitto : il reich nel 1945 semplicemente subisce la stessa cosa che ha spietatamente dispensato ai propri vicini per i 6 anni precedenti. Come ho già detto tante altre volte, a scanso di qualsiasi considerazione morale (che riempie volumi), chi al casinò punta TUTTO sul tavolo……….può vincere moltissimo come può rimetterci tutto, per l’appunto. Hitler si è giocato un intero paese.
Hitler è il principale responsabile dell’annullamento dello stato tedesco.
Con questa premessa obbligata io andrei al punto sostanziale di tutta la serie, oramai stanco di scrivere tanti capitoli da bacheca di un social (…)
Il dramma di chi fa pazzie nell’alpinismo – analogia efficace – è che non finisce solo LUI nel precipizio, ma tira giù con sé tutti coloro che sono in cordata con lui. Questo è quanto accaduto nella Germania del 1945 : Adolf Hitler e il suo partito non hanno solo distrutto sé stessi, ma hanno tirato giù con loro l’intero paese, la sua identità che ancora oggi è oggetto di dibattito, contestazioni, problematiche irrisolte.
Gli alleati infatti (ed è anche comprensibile fino ad un certo punto) NON si limitano a mettere fuorilegge l’NSDAP e i suoi rami, SS in primo luogo. No, attuano una misura enormemente più drastica che è la scomparsa della PRUSSIA come regione storica dello stato tedesco.
Attuano un intervento chirurgico geo-culturale, per esprimersi così, decostruendo lo stato tedesco e la sua identità così come erano concepite sino a quel momento. Qualcosa che è arduo da immaginare per le generazioni successive che vedono lo stato tedesco per quel che è oggi sulle carte e nell’immaginario : io dubito che la maggior parte (anche di chi mi legge) riesca a realizzare sino in fondo l’entità del cambiamento.
Massima parte della storiografia sull’immediato dopoguerra tedesco si concentra comprensibilmente su nazionalsocialismo e denazificazione tra 1945 e 1949, facendo sì che in tal mondo passi inosservato un ALTRO processo , assai più indiretto e silenzioso, che è quello della de-prussianizzazione dell’identità germanica. Questo passaggio vitale nella palingenesi dell’odierna identità tedesca viene quasi completamente obliato, saltato o dato per scontato…..non merita l’onore della cronaca.
La mia opinione di storico della cultura è la seguente : con l’alibi (di per sé del tutto comprensibile in quel momento) di eradicare il nazionalsocialismo dalla Germania sconfitta, si è parallelamente e silenziosamente messo in atto qualcosa di assai più importante. Bandendo il prussianesimo (non ufficialmente poiché non è di un partito che parliamo ma di una sub-cultura) si è andati ad operare sul piano più profondo della psiche collettiva e dei processi di identificazione coinvolti sin dalla genesi dello stato unitario tedesco di un secolo prima.
Per usare un’analogia della medicina futuristica, si opera a livello di DNA (culturale), modificandone la trascrizione in modo da far regredire il soggetto a uno stadio embrionale e da lì in poi direzionarne lo sviluppo in una nuova forma. La Società tedesca “azzerata” moralmente dalla guerra mondiale sarebbe il soggetto regredito…..mentre il chirurgo è l’autorità alleata che sottrae dal Dna il prussianesimo, senza sostituirlo, ma piuttosto bilanciandolo con un aggiunta in altro settore (ossia il liberalismo anglosassone veicolato da Konrad Adenauer, primo presidente della Germania federale).
Il procedimento di politogenesi è praticamente riformulato dalle sua fondamenta, come se fino a quel momento uno stato tedesco non fosse esistito (si mise in effetti in dubbio se dovesse o meno esistere dopo la guerra, uno stato unitario tedesco, con varie ipotesi di Renania indipendente ed altro ancora). L’unica ragione che impedisce una parcellizzazione politica dell’areale tedesco è il bisogno (soprattutto angloamericano) di avere un baluardo contro l’est-Europa.
Come si procede dunque ? Beh, è dominio pubblico : le 3 aree di amministrazione alleata occidentale (Gb, Francia e Usa) si fondono per creare la repubblica federale tedesca nel 1949. Il primo presidente e co-fondatore culturale – K. Adenauer – è un esponente di primissimo piano del liberalismo (in chiave “bianca” e cattolica) per tutta la prima metà del XX° sec. , sin da prima del primo conflitto mondiale : acerrimo nemico del prussianesimo che egli da cattolico di Renania, pianifica di escludere dal plasma dell’identità tedesca (già molto prima del nazionalsocialismo, alla conferenza di Versailles del 1919, Adenauer – allora consigliere – pregò i vincitori inglesi e francesi di fare in modo di dissolvere la Prussia tra la clausole della resa tedesca). Adenauer più che in termini di “destra-sinistra” ragionava in termini di “occidente-oriente” facendosi campione in tale polarizzazione, dell’OCCIDENTE : tanto prussianesimo germanico quanto comunismo sovietico sono veleno (in quest’ottica), figli dell’oriente contrapposto al “positivo” liberalismo occidentale.
Su queste fondamenta nasce la Germania occidentale del 1949 : una Germania “bianca” (regnerà per decenni la CDU, analoga della nostra democrazia cristiana, sintetizzo molto scusate), liberale, saldamente schierata con la NATO e quindi al tempo stesso fortemente antinazista e ferocemente anticomunista e………del tutto antiprussiana (non viene espressamente detto, viene lasciato implicito).
E’ la concretizzazione della visione che Adenauer ha inseguito per mezzo secolo. Questa creatura dopo il 1989 ingloba anche i lander della defunta Germania orientale e abbiamo lo stato che vediamo oggi. Uno stato che ripudia la guerra e il possesso di armi nucleari, ma che al tempo medesimo accetta e giustifica apertamente la presenza di missili atomici statunitensi collocati sul proprio territorio assieme ad altre della Nato (de facto comunque controllate da Washington).
Uno stato talmente pacifista che per effetto collaterale crea problemi alla stessa Nato (!) , quando rifiuta di alzare le spese militari a sostegno della difesa comune (Washington ha voluto una società tedesca pacifista e dall’identità nazionale NON marcata : ebbene adesso li dovranno proteggere a spese del contribuente americano…..ben gli sta).
Fermo qui il mio sproloquio per ora, che evidentemente mescola fatti storici oggettivi alla mia opinione personale sugli stessi (in questo caso lo sto ammettendo apertamente tuttavia : indicatemi uno storico che NON lo faccia. Attendo, prego).
Come storico della cultura tuttavia affermo (mi ne assumo la responsabilità) : l’eliminazione del “prussianesimo” durante la palingensi dello stato tedesco post secondo conflitto mondiale ha pesato assai di più che non la denazificazione, sul lungo termine.
Il processo di denazificazione si libera di una cultura politica totalitaria e pervasiva…ma che aveva regnato in fondo solo 12 anni : eliminare il prussianesimo……ha significato metter fine a una cultura nazionale che durava da quasi un secolo, quella fondativa dell’unità pan-tedesca del XIX° sec.
Forse esagero ? Forse interpreto male ? Forse gli alleati l’hanno fatto involontariamente ? o forse era un male necessario ? (tutte queste ipotesi sono valide), perché ho come l’impressione che assieme ad Hitler…abbiano gettato via una frazione di Bismarck.

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IL POPOLO DEI LUPI. (3-4), di Daniele Lanza

IL POPOLO DEI LUPI. (3)
(note storiche sparse tra Moldova, Valacchia e Transilvania, dagli albori alla contemporaneità, ripubb. 2018*)
Torniamo a noi……dove ci ha portati la corsa dei lupi ? Attraverso una selva che pare inghiottirli più volte, eppure non lo fa, solo ogni volta che ne escono sono differenti da come ne sono entrati : sono solo gli snodi dell’etnogenesi.
Gli orgogliosi e combattivi DACI, affini ai traci, che invocano ATTIS e non credono alla morte, precipitano nel mare della latinità e quando ne riemergono 3 centinaia di anni più tardi, si esprimono in un latino volgare che ha iniziato ad evolversi a modo suo….e la sera pregano Cristo.
Senza coscienza alcuna di unità territoriale, in un mondo successivo a Roma che muta forma e senso, scivolano e si perdono nuovamente nella macchia……è il momento della grande Bulgaria altomedievale, e quando i nostri lupi riemergono dal lungo abbraccio bulgaro/bizantino 400 anni più tardi, sono ormai orientati alla fede ortodossa.
A questo punto abbiamo varcato ormai di molto l’anno 1000 e questi discendenti intrepidi dei daci, vengono adesso chiamati VLACS da gran parte delle fonti che li menzionano. Si tratta di un curioso essere….un’umanità sprofondata tra Carpazi e Balcani che parla una stravagante variante del cosmo romanzo seppur circondata da parlate comparativamente indecifrabili (dal magiaro alle slave), ma a differenza dei cugini latini (sudditi di pontefici e monarchi francesi o spagnoli) sono saldamente ortodossi. Consolidato questo fascinoso equilibrio di romanità e grecità, ma PRIVI di qualsiasi unità politica (nemmeno la cercano) si avventurano tra le spire del tardo medioevo…….
I monarchi magiari e la loro progressiva conquista porta alla creazione di TRE aree abitate dai nostri Vlacs, nel corso del cruciale XIV secolo : Valacchia e Moldavia, costituite come territori cuscinetto (materialmente messi assieme da condottieri Vlacs in nome del re d’Ungheria, ma che quasi subito diverranno principati vassalli di fatto indipendenti) la terza invece, incamerata integralmente allo spazio ungherese col nome di Transilvania.
Il quadro, considerato con la sensibilità politica di un nostro contemporaneo parrebbe sconsolante : un popolo suddiviso in due potentati minori perennemente a rischio di essere assorbiti da qualche potenza, più un terzo che invece non vanta neppure una propria forma di stato, ma è regione di un altro regno il cui nucleo è magiaro. La coscienza del suddito premoderno tuttavia NON è la nostra……e non se ne facevano gran cruccio. A maggior ragione considerando che qualsiasi eventuale diatriba sta per risultare declassata per valore, del tutto miniaturizzata a paragone di quanto si prepara : la lunga notte ottomana si stende su tutti costoro, dalle più sperdute isole dell’Egeo fino (un giorno) alla Pannonia.
Il macro evento che si sviluppa tra il XIV° e il XV° secolo cambia gli equilibri di forza nel vecchio continente, sebbene non modifichi sensibilmente le organizzazioni territoriali preesistenti (come accade con tutti gli imperi : se già esiste una suddivisione organizzativa locale, più comodo servirsi di QUELLA sostituendone l’amministrazione anziché riformare tutto dal principio).
Pertanto per quanto riguarda la nostra storia : i principati di Moldavia e Valacchia continuano a esistere, come stati vassalli soggetti a tributo: il padrone non è più il sovrano d’Ungheria, ma il sultano ottomano.
Il 15° secolo scorre così in uno stato di tensione che vede la Valacchia, ancora libera ma sempre più soggetta alle volontà del sultano (che cerca di influenzarne la successione), in pratica tra due contendenti che tentano di tirarla dalla propria parte (l’altro contendente, ancora i sovrani d’Ungheria avversari dei turchi). In questo contesto, che più caotico non potrebbe essere per numero di intrighi e contendenti, deve governare Vlad l’impalatore che tutti conosciamo……….
Il controllo ottomano si rafforza dopo la vittoria storica sugli ungheresi (battaglia di Mohac 1526) che determina relativa stabilità dell’influenza ottomana nei Balcani ed oltre : con Solimano il magnifico si inaugura quasi un secolo di dominio saldo (ed in realtà anche oltre).
Saltando arbitrariamente un susseguirsi intrigante di fatti, passaggi e spargimenti di sangue si può dire che solo verso la fine del XVII° secolo la cristianità torna ad incombere sull’areale balcano/carpatico : a partire dalla vittoria del 1689, tanto la potenza asburgica dall’Europa centrale quanto quella zarista da oriente iniziano a far sentire tutto il proprio peso.
Siamo ormai nella tarda età moderna….è il tempo di Luigi XIV di Francia a Versailles come di Pietro il grande (suo emulo) a San Pietroburgo o della nascita del regno di Prussia. Secolo di guerre di successioni della prima guerra planetaria (dei 7 anni ossia) e di Diderot e la sua Enciclopedia.
Non molto è mutato per i vlacs sottoposti al potere ottomano : dopo 300 anni di tributi ai sultani l’esistenza scorre ancora come sempre. Qualcosa tuttavia sta per cambiare…..la riscossa (mitica) della fede cristiana ortodossa riprende vigore col sempre maggiore esaurimento turco e con un nuovo attore che si affaccia sull’intricato teatro balcanico……l’impero di RUSSIA.
Il popolo dei lupi incontra lo zar alla fine, sul termine dell’età moderna.
(prosegue)
[Liber Chronicarum di Norimberga, 1493. Ill. di Transilvania]
 
IL POPOLO DEI LUPI. (4)
(nell’immagine si vede la Tuhgra, sigillo personale dei sultani
,esempio ricco dell’arte calligrafica araba anche se in lingua turca. Per la precisione sarebbe quella di Suleiman il il magnifico, Solimano).
Il lasso di tempo che gli schemi storiografici odierni chiamano “storia moderna” (1500-1800) è pertanto definito : gli antichi daci figli dei lupi, trasfigurati dal flusso della storia e rinati come VLACS “romanzofoni” ed ortodossi, vivono pacificamente (più o meno) come sudditi dei principi valacchi e moldavi, i quali a loro volta sono divenuti vassalli dei sultani osmanidi. Una parte di loro è invece suddita del re d’Ungheria e poi in seguito dell’imperatore d’Austria.
Lo schema (assai grossolano) è questo, per le centinaia di anni che vanno dalla caduta di Costantinopoli fino alla rivoluzione francese, su per giù (immaginiamola così, per dire).
In linea con lo stadio di coscienza socio-politica dell’era in questione, NON si fa sentire alcun eco di irredentismi o ricerca di un’unità nazionale più vasta : alla gente non fa differenza se il proprio regnante non parli la loro stessa lingua o se i vicini della provincia accanto abbiano un altro costume. Non si ricerca la fratellanza con chicchessia solo perché si esprime nel medesimo idioma e di conseguenza i vlacs rimangono sudditi di potentati differenti : in oltre 400 anni di influenza ottomana si registra un solo episodio (una meteora durata un battito di ciglia) in cui un pricipe vlac riesca a raccogliere sotto di sé in contemporanea Valacchia, Moldavia e Transilvania….si tratta di Mihai Viteazu nel 1600, che la effettua tra l’altro come unione personale dinastica, come norma dell’epoca (nella migliore tradizione di interpretazione romantica della storiografia patriottica ottocentesca, sarà retroattivamente eletto a campione dell’unità romena e precursore del risorgimento di questo stato).
Non è ancora il tempo e le masse sono ancora prigioniere dello schema di classe (legati ai loro “naturali superiori”, principi e granduchi) piuttosto che sviluppare un’identità etnica militante.
Se qualcosa si muove è grazie alla spinta di eventi assai più grandi che non le vicende interne di questi principati romeni e sarebbe a dire la pressione ormai congiunta di due grandi potenze (Austria e Russia) sui confini ottomani.
Nella totale impossibilità di riportare la catena innumerevole di avvenimenti che compongono la storia politico-militare del 700 nel sud-est Europa cerco di condensare per il lettore a digiuno focalizzandomi sui pochi punti cruciali (seguitemi).
Lo schema geopolitico GENERALE è il seguente : a patire dalla fine del 600 (ossia dalla fine della minaccia turca in Europa col conflitto conclusosi nel 1699 contro Russia ed Austria) per tutto il lungo corso del 18° secolo e ancora i primi decenni del secolo successivo, l’impero ottomano si ritrova ormai costantemente in una posizione DIFENSIVA. Gli equilibri tradizionali dell’età moderna sono radicalmente mutati ed ora la potenza turca anziché avanzare si ritrova in lenta, ma costante ritirata. Davanti a sé DUE grossi problemi : 1) il traballante regno d’Ungheria, suo tradizionale opponente dell’Europa centrale, si è unito dinasticamente all’Austria ed ora è un IMPERO (asburgico) con tutta la sua forza, il nuovo avversario. 2) In secundis, un nuovo rivale, di stazza sconfinata, si affaccia su tutto il perimetro che va dal Caucaso ai Carpazi, lungo la linea del mar Nero……..finalmente gli zar di Russia entrano nel gioco.
Morale della favola : gli ottomani si trovano contro due potenti concorrenti, con forti interessi nei Balcani e determinati a non retrocedere, il cui attacco sarà spesso quasi concomitante (congiunto oppure in successione).
Nello spazio di circa 150 anni menzionato sopra (1700-1850), si verificano una decina di conflitti militari tra zar e sultani (cosiddette “guerre russo-turche” tra 18°/19° sec. , come le cataloga la storiografia) e PARALLELAMENTE un’altra mezza dozzina contro gli imperatori d’Asburgo (“guerre austro-turche”) : quasi 20 confronti bellici di varia scala in un secolo e mezzo, contro antagonisti di notevole spessore. La collisione con l’occidente (austro/russo) dalla tarda modernità alla prima età contemporanea è decisamente più di quanto le risorse militari ed economiche ottomane possano oggettivamente sostenere…..gran parte di questi conflitti finiscono con sconfitte e con armistizi non memorabili : nessun insuccesso di per sé è determinante, ma messi tutti assieme determinano il lento declino della potenza ottomana.
Questo come riguarda i vlacs ? I nostri piccoli (a paragone delle forze in gioco) e coraggiosi autoctoni, sudditi di Moldavia e Valacchia si ritrovano quasi esattamente sulla linea di fuoco della contesa ! A guardare uno scacchiere bellico sono una striscia di terra che separa tutti i contendenti citati (letteralmente).
Gli effetti non si fanno attendere : GIA’ al tempo di Pietro il grande si registrano svariate defezioni da parte dei principi valacchi e moldavi (sostenute dalla Russia principalmente) il che costringe gli ottomani non soltanto a giustiziarli, ma a metter mano direttamente nel sistema di governo e successione, estromettendo i regnanti locali (ritenuti non abbastanza leali) per sostituirli con altri scelti direttamente a Istanbul. A partire dal 1715, Valacchia e Moldova non avranno più a governarli principi nativi, bensì inviati speciali dell’impero : si tratta dei “fanarioti”, ovvero nobili di origine GRECA appartenenti alle famiglie di più illustri natali residenti in una zona della capitale ottomana (l’argomento prende un capitolo a sé per interesse. Diciamo solo che ciò che simboleggiano è molto importante).
Questi greci di antichissima estrazione, discendenti di antichi clan greci o ellenizzati (in generale bizantini) da lungo tempo incorporati dall’impero ottomano (senza nulla perdere delle proprie tradizioni), sono la scelta ideale in quanto ortodossi come i popoli che dovranno governare, ma al tempo stesso distaccati da essi e ritenuti (ancora) fedeli alle istituzioni turche per il momento. Uno principe fanariota decreterà la fine del servaggio della gleba nel 1743, anche per limitare il flusso sempre maggiore di fuggitivi verso la più illuminata Transilvania asburgica.
Il trend tuttavia è ormai determinato e a partire dall’ultimo 1/3 del 18° secolo la situazione precipita per gli ottomani : nel 1768 inizia una dura guerra contro l’imperatrice Caterina II, che oltre a determinare la perdita definitiva della CRIMEA anni dopo (nonché una prima penetrazione nel Caucaso), indebolisce la posizione turca in Moldova e Valacchia. Quest’ultima è per la PRIMA VOLTA occupata dai russi che giungono fino a Bucharest e tutto si conclude quando 6 anni più tardi si firma la pace di Küçük Kaynarca : questo esotico nome è sorgente di tante cose a venire…….
[continua]

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IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 3 e 4 di 7]_di Daniele Lanza

IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 3 di 7]
Identità, ieri e oggi (riflessioni sparse sul caso tedesco e non solo. Da leggere senza impegno)
Un aquilotto spennato e imbarazzante – simboleggiante lo stato di Weimar – che impallidisce, sfigura dinnanzi alla VERA aquila tedesca (kaiseriana). L’immagine in basso (manifesto per le elezioni legislative al reichstag del 1924) rappresenterebbe il sentire del partito nazionalista Dnvp, ma in fondo proietta un’immagine diffusa nell’animo tedesco di quell’era, assai aldilà del sostegno o meno a partiti nazionalisti coevi.
Tempo addietro, un conoscente di estrazione comunista (di accademico livello) paragonò distrattamente – quasi propose un parallelo – tra lo stato sovietico e la repubblica di Weimar.
Nel senso che erano entrambe entità nuove, entrambe entità che rovesciavano ognuna a suo modo un precedente sistema reazionario e antiquato, detto a grandi linee (…).
Come tanti altri miei amici e conoscenti della medesima provenienza – mi dispiace dirlo – la sua ferrea impostazione tradizionale fatta di insuperabile (psicologicamente), inalterabile dicotomia destra/sinistra – gli inibisce, oscura, confonde la percezione di elementi che trascendono tale demarcazione dogmatica. Accettando un prisma simile si può tracciare un parallelo tra le due realtà : elemento moderno di rottura che “rottama” il ciarpame oscurantista ed elitario del passato….questa sarebbe la logica.
La verità tuttavia è che anche solo accostare casualmente due casi del genere è pura cecità intellettuale. Perché la logica (binaria) in questione sorvola sul fattore PATRIA, lo sottovaluta, lo mette in secondo piano in quanto non rilevante per essa : nega il potere profondo dell’autoidentificazione e la sua capacità insondabile di sfuggire alla categorizzazione vista sopra, aldilà (protesterebbe il sincero comunista) di qualsiasi razionalità.
Il fattore PATRIA decretò per molti versi la sopravvivenza della Russia sovietica, come all’opposto, l’implosione della Germania weimariana. Perché ? Come ? Le verità più basilari ed ineludibili dell’animo umano stanno in formule strabiliantemente semplici e quindi non sciorinerò elucubrazioni storico-politologiche, vado al punto : perché lo stato rivoluzionario sovietico pur sbarazzandosi del sistema ad esso anteriore, vi si sostituì efficacemente in tutto…..anche in quella necessità patriottica della società nel suo insieme. La rivoluzione d’ottobre (anche nonostante l’inenarrabile guerra civile che ne seguirà) si fa sistema, sulle ceneri di quello precedente, ed anche più forte di esso : diventa punto di riferimento per il multiforme sentire della parcellizzata umanità che deve governare, cooptando anche e soprattutto le fasce conservatrici/nazionaliste della “russità” , a partire da coloro che sin dal principio decidono di militare tra i rossi (bolscevichi di stampo “patriottico”, per intendersi), quanto, dopo la fine della guerra, gli sconfitti bianchi che vorranno rientrare, infondendo l’idea che l’evento cataclismatico è stato una VITTORIA nazionale (si presti attenzione doppia da questo punto in avanti perché è il perno di tutto).
Gli eventi che vanno dall’ascesa al potere di Lenin sino alla fondazione ufficiale del nuovo stato, passando traverso 4 anni di conflitto interno, sono subito storia ed entrano in brevissimo tempo a costituire il fulcro di un colossale processo di “nation-building” in seno alla società, malgrado ciò possa essere controintuitivo vista la cesura traumatica col sistema zarista e il successivo sviluppo di una divisiva e devastante guerra civile : questo perché in fondo…….tali eventi sono percepiti come un successo, in un contorto meccanismo psicologico che vede tutti, incluse le fasce conservatrici/nazionaliste – e tra queste anche gli sconfitti veri e propri – entrare a far parte di un’entità vincente.
Ma come è possibile un capovolgimento percettivo in quest’ordine di grandezza ?! Abbozzo una ragione (non è certo l’unica, nè quella scientificamente più dimostrabile, ma forse la più viscerale) : perché in fondo quanto accadde dal 1917 al 1921 era…LORO (a prescindere dalle parti). La rivoluzione era…LORO (a prescindere dalle parti).
Si intende che la consecutio di fatti che si snoda da ottobre in poi è un fenomeno INTERNO, pertinente cioè ad uno spazio profondo del paese (in senso fisico quanto morale) irraggiungibile ed inconoscibile all’”alieno”, allo straniero : una “sacra” arena che non cessa di esistere malgrado il collasso del secolare zarismo e quindi trascende il cromatismo (rosso/bianco) delle parti in causa e laddove i destini di un popolo – ed altri ad esso annessi – vengono stabiliti a prescindere da cosa avvenga al di fuori del proprio “umland” : in parole più chiare, alla storica/oggettiva polarizzazione “Rivoluzione – Reazione”, si fa concomitante su un piano inafferrabile della psiche, la polarizzazione “Russia – mondo esterno” (che sta per “occidente” in realtà, quest’ultimo effettivamente coinvolto nella lotta dai bianchi).
Se pure è vero che una parte in lotta nella guerra civile è stata sconfitta sul piano storico/oggettivo, altresì vero che su un piano più metastorico offerto dalla psiche, l’evento rivoluzionario in sé non viola un canone assai più remoto della civiltà russa (o “rossiskaya” concetto più ampio) : la propria autoctonia, la propria indipendenza dall’occidente o altre forze (queste in effetti sconfitte nel loro tentativo di penetrazione approfittando del confronto rosso/bianco), la sicurezza che dà il proprio impermeabile spazio interno (…). Questo schema delle cose permette l’innesco di una valvola di salvataggio nei meccanismi delicati dell’autoidentificazione : alla psiche del russo (anche se di parte sconfitta) viene offerta come una scialuppa che consente lui di rivedere, in linea di principio, ancora lineamenti familiari, una continuità metapolitica in quel contenitore di popoli che prima si chiamava impero ed ora si chiamava CCCP (la quale tra l’altro nonostante la cesura col passato rivendicava anzi ancor più di prima – in vesti mutate – un ruolo geopoliticamente attivo, influente, sotto il vessillo assai più messianico e patriottico di quanto potesse esserlo la corona dei Romanov).
I “bianchi” avevano perso sì, ma in fondo era anche vero che la RUSSIA, la sua dimensione peculiare contrapposta allo spazio esterno (occidente) aveva vinto a prescindere dai cromatismi delle parti in causa, riaffermando la sua potenza che anzi prima sotto gli zar era in declino….quindi alla fine (col tempo che fosse occorso per abituarsi), tutti – anche i bianchi “volenterosi” o altre fasce conservatrici potevano chiamarla degnamente patria. In definitiva sia bianchi che rossi erano ugualmente nazionalisti (si può a buona ragione discutere su chi lo fosse di più tra loro)…..esisteva un comune fondo di attaccamento a una “potente patria” : che questa non fosse più una cosmopolita aristocrazia dall’aquila a due teste, ma una coesa unione multinazionale sotto bandiera rossa forse non era poi un male, no ? Anzi….chi dice che non fosse quest’ultima la VERA patria (e l’altra un abbaglio) ?? A questo punto i colori finora menzionati cessano di esistere : i rossi bolscevichi sono patrioti che da subito hanno capito questo fatto, mentre i bianchi (quelli pentiti) sono ugualmente patrioti con l’unico peccato di aver capito più in ritardo lo stesso fatto (…)
Interrompo d’autorità questa caotica e estesa digressione (che agli occhi di molti – professionisti in primis – apparirà cervellotica, sconclusionata o peggio – agli occhi del comunista ortodosso – una litania dozzinale nel novero eretico dell’interpretazione in chiave nazionalista e slavofila della rivoluzione socialista, la quale invece “esce fuori della storia” (..)….tuttavia io replico a costoro (nel caso ci fossero) che la mia riflessione presuppone che sia proprio QUESTO il problema : un limite di comprensione di molti studiosi del passato (non essendo “national-konservativ” stentano ad entrarne nella dimensione e quindi a valutarne percorsi e forza reale).
E da qui quindi torniamo – ma con una serie di punti in mente che ci consente di intenderci e quindi di accorciare il discorso (il tempo perso in Russia ce ne fa risparmiare qui)– sul vero tema del ciclo che è il caso tedesco : tutto era iniziato con un vago accostamento tra Weimar e la CCCP giusto ? Bene, la domanda è : perché WEIMAR in fondo non fu mai considerata una vera patria ?
Risposta essenziale : perché era figlia di una sconfitta. Fattore banale, ma insuperabile.
A scanso di quali ideali sinceri potessero esservi alle spalle, a scanso della costituzione democratica (mi si ricorderà) che finalmente aveva, a scanso di tutto…..era il risultato di un’umiliazione sul campo di battaglia. La prima democrazia tedesca, per quanto democrazia, violava lo stesso principio eonico che vuole gli stati (o qualsiasi aggregazione umana, contratto sociale di qualsiasi dimensione) fondati sui SUCCESSI, sulle vittorie. Non – come in questo caso – su un “infamante” (percepito come tale sia a destra che a sinistra in fondo) trattato di pace a Versailles.
Weimar nasce dal collasso della patria kaiseriana “legittima”…senza riuscire in alcun modo a sostituirla con qualcosa che nell’immaginario possa tenervi testa. Ne occupa semplicemente lo spazio vacante in attesa che QUALCOSA di maggiormente degno e supremo la rimpiazzi (e questo qualcosa disgraziatamente arriverà). Oserei affermare che il percorso di autoidentificazione per i neo-cittadini di Weimar e quelli sovietici sia esattamente opposto : mentre quelli sovietici, come visto, trovano una dimensione comune aldilà delle parti (anche belligeranti), nella società tedesca weimariana questo è infattibile. Se la Russia zarista passa il testimone alla CCCP sul piano ideale della “patria potenza” (in fondo condivisa tanto da progressisti che da conservatori), la nuova repubblica tedesca NON riceve alcun testimone dal prestigioso predecessore ! La “patria potenza” è sostituita da un’imbarazzante “ex patria” (tanto nella percezione dei conservatori quanto in quella – non espressa apertamente – di molti progressisti).
Insomma : lo stato sovietico UNISCE nel rispetto delle sue solide istituzioni – nella sua dimensione patriottica – tanto sinistra quanto in fondo anche una buona parte di destra (anche se non ufficialmente). Lo stato weimariano UNISCE, ma nel disprezzo delle istituzioni, sia la destra quanto in fondo anche la sinistra (anche se non ufficialmente).
Eccovi l’antitesi dei casi. Sintetizzo all’estremo :
La Cccp è un EREDE di qualcosa
Weimar è un SURROGATO di qualcosa.
La formula sopra è volutamente esagerata, ma esprime – sempre su un piano psicologico – come vennero percepite le due realtà dalle rispettive società a prescindere (questo è importante) dalla demarcazione classica destra/sinistra.
(CONTINUA…)
IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 4 di 7]
Identità, ieri e oggi (riflessioni sparse sul caso tedesco e non solo. Da leggere senza impegno)
L’affermarsi del “SUPER-STATO” nella prima metà del XX° secolo (ovvero sistemi politici che si presentano non come semplici edifici politico-amministrativi regolati da un diritto civile, bensì come energie messianiche che si prefiggono di uscire al di fuori della storia e regolarla anziché esserne regolati) – o anche “totalitarismo” (!) a seconda di come si vuole definire – è una reazione fisiologica al bisogno del cittadino stesso di 100 anni orsono a quest’epoca…della sua profonda incoerenza, scarsa conoscenza di sé.
Da un lato si strillava in piazza per per uno stato più umano, più civile…..dall’altro – una volta ottenuto – questo stato “civile ed umano” era un gradino meno rispettato di quello passato. Si odiavano i preamboli delle vecchie costituzioni liberali (“per grazia di Dio e volontà della nazione”), ne si voleva smorzare il tono un tantino ultraterreno e riportarle coi piedi a terra, a misura d’uomo, umanizzarne forma e contenuto senza tante investiture celesti e giuramenti alla corona………beh, ecco fatto. Anziché una guida speciale, lo stato diventa – per l’appunto, perché ciò si voleva – un semplice contenitore, un’arena civile (de-divinizzata) all’interno della quale muoversi. Ci volle poco perché l’agognata agorà moderna divenisse invece un parco giochi (…)
Tanti abitanti di Weimar erano in realtà nel profondo delle loro menti, più “ex-sudditi” che non “neo-cittadini”. Il parlamentarismo carnevalesco dal 1919 in poi non si poteva prestare allo stesso rispetto che poteva suscitare l’incedere del Kaiser un decennio prima e questo psicologicamente è verosimile. L’illuminismo ingenuo di quella breve repubblica non teneva conto – tanti dei migliori illuministi cadono in questo, ahimè – dei bisogni più primitivi e imponderabili dei governati.
Tanti volevano sinceramente la democrazia…..ma tutti esigevano – e subito – un comandante in capo, una forza unificante che garantisse forza e sicurezza (che sono sinonimi). Per metterla in filosofia occorreva il ripristino di quel perfetto ingranaggio, quel punto di congiunzione tra cielo e terra (o tra regno delle idee e quello materiale) che è lo stato prussiano di hegeliano conio (…). Quanto l’effimera Weimar non era. Lo si vede dai manifesti elettorali dell’era…pittoreschi, teatrali lo erano tutti, ma c’è qualcosa di più : nella maggioranza (a partire naturalmente dai più estremisti, ma arrivando anche a quelli moderati) si nota una ricerca di qualcosa di perduto, un’armonia arcadica irrecuperabile che lascia dinnanzi a sé o la difesa di quel poco che si ha ancora (le “heimat” locali in genere ad appannaggio di partiti centristi) ossia la logica “bastione contro l’orda barbara” oppure soppressione dell’esistente per rifondare una nuova “grande patria”.
Detto fatto, nel giro di 15 anni circa un sostituto lo si trova (anzi si fa avanti lui) : è un po meno aristocratico rispetto alla casta JUNKER in verità, anzi decisamente più proletario e ruspante, senza tanti galloni e mustacchi, quanto in più moderna e sportiva camicia bruna + baffetto, ma questo è anche meglio (“…a pensarci non sono in fondo anche quegli spocchiosi latifondisti della Prussia orientale con la loro flemma ad averci condotto al fallimento sul fronte occidentale e inguaiato la nostra PATRIA ?” p.s. = pensiero possibile dell’elettore popolare, Nsdap).
Siamo ad un punto critico : ho inaugurato questo ciclo di libere riflessioni al primo capitolo sottolineando come la vecchia identità prussiana sia stata distrutta e gettata via arbitrariamente assieme al nazional socialismo. Ebbene si potrebbe controbattere (tanti lo fanno) che in realtà tale retaggio era GIA’ stato distrutto e superato in due fasi : dalla deposizione del kaiser in primo luogo – cui la prussianità era legata per ragioni “memetiche” e dalla successiva affermazione nazista, la cui ascesa vertiginosa a cavallo tra anni 20/30 de facto assimila, inghiotte letteralmente tutto l’elemento vetro-conservatore (chiamiamo così la prussianità junker in politica) strappandolo ai contemporanei partiti nazional-conservatori più convenzionali dell’era Weimar che surclassa quanto a violenza e audacia (…).
Il nazional socialismo nel contesto in cui si trovò ad operare, devo ammettere, costituì un catalizzatore formidabile : da un lato arrivava a quegli strati popolari refrattari ai tradizionali partiti monarchici e vetro-conservatori…..mentre dall’altro riusciva a raccogliere l’elettorato proprio di questi ultimi, fisiologicamente irraggiungibile per socialisti e comunisti. Una creatura chimerica il nazismo, essere mutaforma “capace di assumere l’aspetto che l’osservatore voleva dargli” (se non ricordo male furono più o meno le parole di A.Speer al processo di Norimberga, nel descrivere il nazional socialismo).
(CONTINUA…)

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IL POPOLO DEI LUPI (cap.1 e 2), di Daniele Lanza

IL POPOLO DEI LUPI (cap.1)
(note storiche sparse tra Moldavia, Valacchia e Transilvania, dagli albori alla contemporaneità / ripub. 2018*)
Può avere vent’anni come quaranta…forse non ha mai avuto un’età. Inebetito, steso contro un tronco che stancamente si specchia nei flutti del grande fiume. Al suo passaggio gli elementi si tingono di rosso : terra e acqua sono uniformate in flusso scarlatto…..persino l’aria attorno a lui sembra percorsa da chiazze del medesimo riflesso. Prima che il sole cali la vita se ne sarà andata.
Si chiama Sudogvast ? o Vädusan ? altro ancora ? Cerca di dirmelo, ma in un idioma incomprensibile che in ogni caso non è più in grado di articolare. Una manciata di ore avanti, durante una sortita, qualcosa è andato storto ed un giorno qualsiasi si è trasformato nell’ultimo che potrà vedere. Lui non ha rimpianti in realtà : il suo concetto di morte non è analogo alla coscienza secolarizzata di chi legge…….ritiene che sia solo il passaggio verso un’altra esistenza, non meno piena o eroica.
Oltre il “grande fiume” non possiamo seguirlo, solo osservare ciò che si è lasciato dietro nella dimensione mortale : una sagoma compatta e slanciata che affiora dalla vegetazione, coperta unicamente da brache ridotte a brandelli, gli occhi ancora spalancati e una cascata di un castano lucido sulle spalle.
Eh…..si da il caso che la nostra sgangherata navicella spazio-temporale (con cui faccio viaggiare nel tempo chi mi legge) è riemersa presso l’uncino sud-orientale del nostro continente, 500 giri della Terra attorno al sole prima che Cristo iniziasse a predicare : da qualche parte, lungo il ricco bacino idrogeografico del Danubio.
L’uomo che ci guardava poco fa prima di transitare alla nuova vita, un suo remoto abitante……la cui fisionomia incute terrore tra i piccolo uomini bruni più a sud verso il mare Egeo.
Il popolo di Sudogvast è quello dei LUPI : così lo chiama chi vi confina e così loro appellano se stessi…fondamento mitico/fantastico che trova una parte di accordo anche nell’archeologia odierna. Esso si articola in un interminabile susseguirsi di clan e tribù che si spalma su un territorio che va dai Balcani fino alla pianura sarmatica (dalla Serbia fino all’Ucraina meridionale e occidentale) : la massa aborigena della protostoria è stata indoeuropeizzata sino a dar vita a uno strato di civiltà che chiameremo (paleo) Trace.
L’elemento TRACE non ha certo bisogno di presentazioni o precisazioni dal sottoscritto o da altri…….combattivo e acerrimo, in sinergia con l’ecosistema balcano/carpatico le cui immense foreste di conifere incutono timore nelle civiltà mediterranee, a partire da quella ellenica, che la associano a quello spazio di tenebra (quel “nord” mitico) dal quale di tanto in tanto sprizzano come scintille demoni dalle barbe che brillano rossicce tra la fiamme del saccheggio.
La percezione immaginifica del greco antico chiaramente dilatava inverosimilmente la frequenza di codeste fisionomie aliene ed oggi l’archeologia (supportata dalla genetica) ritiene più plausibilmente che i barbari a nord e sud del bacino danubiano fossero assai più simili ad un qualsiasi abitante dell’Europa meridionale per aspetto (solo disseminati di elementi più chiari che generano leggenda). I traci, come norma nella struttura organizzativa umana più elementare di allora NON sono uno stato unitario, che anzi sono anni luce dal conoscere : la parcellizzazione fino al livello di clan regna sovrana. Dal brodo sopramenzionato prende forma un sottoinsieme che assume il nome di DACI…..o Geto-daci (per la precisione i geti si trovavano in Valacchia, come si chiamerà in seguito, mentre i daci veri e propri in Transilvania odierna).
Il significato dell’etnonimo (usato dagli stessi) è questione di dibattito tuttora, ma parte dell’opinione scientifica li chiama “LUPI” o loro fratelli o discendenti…..il popolo dei lupi. Questi autoctoni subiscono variegate influenze celtiche e periodicamente praticano incursioni verso sud guadagnandosi fama sinistra presso i più meridionali vicini che negli stessi anni edificano il Partenone (…).
La struttura politica è estremamente semplice, adeguata al loro stadio di evoluzione umana : un grappolo di regni, grandi quanto un francobollo, che vanno e vengono assieme alle loro rudimentali dinastie sostenute da reti di clientele e relazioni di clan. Con tale status quo si mantengono relativamente indipendenti dal turbinio della collisione greco-persiana dei secoli cruciali e, sempre in queste condizioni vanno a incontrare con l’elemento romano (o meglio quest’ultimo va a cozzargli contro) : il II° secolo dopo Cristo vede assorbire questo mondo nell’assai più caotica voragine della latinità…….alle vittorie di TRAIANO segue un afflusso (non comune) di coloni di diversa provenienza fino a creare sul posto la provincia romana di cui tutti i manuali ci informano. La Dacia romana equivale solo a metà dell’attuale Romania e arriverà a contare 1 milione e mezzo di sudditi dell’imperatore : tutti gli appartenenti a tribù non comprese nel dominio romano vengono denominati “daci liberi” e tra di essi spicca la tribù dei “carpi”. Nel giro di un secolo sorgono ben 10 città ed oltre 100 forti, impiantandosi così il seme della civiltà latina, strettamente legato all’ambiente urbano, in contrasto col vasto entroterra rurale dei nativi.
L’area nonostante gli sforzi rimarrà instabile, assorbendo circa il 10% della forza militare dell’impero e resistendo non più di 175 anni complessivamente (ovvero da Traiano fino ad Aureliano, quando l’impero ordinatamente si ritira da una regione ritenuta indifendibile : siamo nel 275 dopo Cristo).
Il disimpegno militare romano lascia tuttavia sul campo dietro di sè qualcosa di inestimabile : gli abitanti del luogo nei 2 millenni a seguire, continueranno ad esprimersi in un idioma a noi familiare classificato come componente orientale della neo-latinità.
Occorre qui fermarsi un momento poiché la questione si fa cruciale : il processo di latinizzazione possa apparire scontato o banale, nel discorso scientifico esso NON lo è.
In parole altre, la dinamica di tale latinizzazione è tutt’altro che scontata e tuttora si confrontano due opposte opinioni : secondo alcuni la romanizzazione linguistica sarebbe avvenuta secondo un linearissimo ed intuibile moto di aggregazione dell’elemento indigeno ai nuclei romani già insediati sul territorio, finchè alla fine sono TUTTI “romani”. Secondo la tesi avversa (più macchinosa, ma non impossibile) l’elemento di lingua latina sarebbe emigrato sul posto da aree romanizzate da più lungo tempo (tutto l’illirico), fuggite al momento del collasso imperiale in cerca di riparo in zone più inaccessibili, giusto nel mentre della calata dei barbari da nord.
A questo, si aggiungono svariati punti di vista intermedi……ma il punto che accomuna tutti, il grado di ideologizzazione che il tema presenta, già alla vigilia dell’età delle idee (tarda modernità), come vedremo.
(continua) 
IL POPOLO DEI LUPI. (cap. 2)
(note storiche sparse tra Moldova, Valacchia e Transilvania, dagli albori alla contemporaneità, ripub. 2018*)
Abbiamo lasciato Sudovgast morente sulle rive di un fiume, 500 anni prima di Cristo : come sono divenuti i suoi discendenti 500 anni DOPO Cristo ?
Un millennio di evoluzione non può non sentirsi e i suoi posteri riconoscerebbero molti tratti culturali in lui, tranne uno vitale : ora sarebbe complicato comunicare verbalmente con lui. Malgrado il disimpegno imperiale nella provincia di DACIA (già nel 275 d.C.), il disfacimento dell’impero stesso 200 anni ancora dopo ed il conseguente gioco imprevedibile di maree demografiche che si innesca, niente riesce a cancellare la numerosa componente daco-romana nel cuore di quella che oggi chiamiamo Romania : è come se i più numerosi e aggressivi flussi slavi (e magiari) provenienti da settentrione non riuscissero a penetrare il nucleo geografico valacco/transilvano né passarvi traverso, risultandone deviati e costretti a costeggiarlo, passarvi tutto attorno.
Un residuo vivente della remota romanità (adattata al contesto particolare) trincerato attorno ai Carpazi, mentre lo spazio immediatamente limitrofo è sommerso dal suono di parlate aliene : la sopravvivenza, su così larga scala, di un ceppo smarrito della famiglia filologica romanza, a migliaia di km dal blocco italo-franco-porto-spagnolo del Mediterraneo occidentale è un miracolo (o anomalia) geoculturale dell’intera Europa sud-orientale.
I secoli post-imperiali passano senza che alcuna organizzazione politica di rilievo venga prodotta : questi nativi “romanzofoni” costituiscono sostrato aborigeno utile del quale il governante o dominatore di turno si serve all’occorrenza. Vista l’oggettiva infattibilità di riportare fedelmente gli innumerevoli e tortuosi sentieri della storia balcano/carpatica medievale (anche per non irritare i valenti medievisti che per caso leggono) effettuo una macro-sintesi culturologica………il lettore immagini questo (grossomodo) : sui nostri amici di lingua latina gravano DUE forze acculturanti principali, una da SUD e l’altra da NORD.
1) L’”energia” che viene dal sud è l’elemento BULGARO (che da sud supera la linea del Danubio ed estende la propria influenza fino a tutto l’areale dell’odierna Romania tra il 7° ed il 10° secolo dopo Cristo : si tratta della fase storica del cosiddetto impero bulgaro, potenza dominante nei Balcani dell’era altomedievale (di tale impero vi saranno due fasi, oggi chiamate dalla storiografia 1° e 2° impero : quest’ultimo si spegne definitivamente alla fine del 14° secolo quando la Bulgaria è incamerata dagli ottomani…1396 circa).
2) L’”energia che viene da nord è l’elemento MAGIARO (che si presenta successivamente rispetto ai bulgari : inizia a comparire nel 12° secolo, penetrando dal bassopiano pannonico e nelle stesse generazioni in cui si combattono le prime crociate in Terrasanta, si fa strada sempre più a sud strappando all’influenza bulgara e bizantina le provincie più settentrionali dell’attuale Romania.
Orbene, se si tiene a mente questo basilare schema di movimenti e forze, si ha una prima chiave d’accesso alla storia dell’identità romena e moldava e i suoi asimmetrici sviluppi a seconda delle regioni che oggi troviamo viaggiando in questo paese : diciamo sinteticamente che si parte da un’originaria dominanza bulgara, che ottiene la fondamentale conversione della cristianità dell’area in questione all’ortodossia, per poi subire un processo di erosione nella frangia più settentrionale dei territori balcano/carpatici, ad opera dei monarchi d’Ungheria che nel corso del XIII° secolo riescono ad espandere durevolmente il loro confini fino a ricomprendere quella che oggi chiamiamo “Transilvania”. Quest’ultima a partire dai primi anni del 1300 è parte del regno di Ungheria di cui costituisce l’estensione più orientale. Sempre i sovrani d’Ungheria nella loro avanzata verso meridione determinano la nascita di due ulteriori principati a parte la Transilvania……….la MOLDAVIA (ad ovest) e la VALACCHIA (a sud), inizialmente pensati come cuscinetto della frontiera sempre più balcanica d’Ungheria.
Ricapitoliamo : a partire dai primi decenni del 300 nell’area di lingua romanza (non chiamiamolo ancora “romena”) vengono a costituirsi TRE principati sotto l’impulso del regno medievale d’Ungheria.
1) Transilvania (direttamente inglobata)
2) Valacchia (1330)
3) Moldavia (1359)
Codeste entità chiaramente NON costituiscono alcuno stato unitario, né ci pensano : si tratta di potentati indipendenti l’uno dall’altro che semplicemente sorgono su popoli della medesima base linguistica culturale (elemento che tuttavia in età premoderna non è fondamentale).
Teniamo a mente un punto CHIAVE : mentre Valacchia e Moldavia si rendono presto autonome dai sovrani magiari (pur rimanendo formalmente vassalli), la Transilvania invece è oggetto di una vera e propria annessione territoriale all’Ungheria medievale che ne farà una regione della mitteluropa ungherese (poi austro-ungarica) per gli oltre 600 anni a venire (!). Questo fatto apre le porte della Transilvania al torrente della cultura centro-europea e dei relativi flussi migratori, ovvero popolandosi di minoranze germaniche, ebraiche e slave per il mezzo millennio che traghetta tutta la zona fino ai primi del XX° secolo.
Questo particolare assetto geoculturale è quindi un carattere di lunghissimo periodo che persisterà nonostante il successivo “ombrello ottomano” dal tardo medioevo : Valacchia e Moldavia stati autonomi di confine, mentre la Transilvania (a dispetto della maggioranza di lingua neolatina che la abita) è parte dell’Ungheria vera e propria. I sultani osmanidi erediteranno QUESTA suddivisione, più o meno.
(continua)

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IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 2 di 7]_di Daniele Lanza

Identità, ieri e oggi (riflessioni sparse sul caso tedesco e non solo. Da leggere, ma senza impegno)
L’uomo che vedete seduto al tavolo a firmare si chiama Wilhelm Gustav Keitel (salto altri 2 nomi di battesimo) in quella che è una delle 40 o 50 istantanee più significative della guerra mondiale : feldmaresciallo e rappresentante dell’OKW – stato maggiore – al momento della capitolazione, presso i sovietici.
La sua sagoma fisica nello spazio della foto, si distingue per essere fuori del suo tempo, per il suo anacronismo già allora : azzimato, con la lente all’occhio, il guanto impeccabile alla mano sinistra e un “bastone del comando” (se lo notate) appoggiato vicino al braccio che pare essersi posato lì come appena fuggito da un 1885 (?) traverso qualche corridoio spazio-tempo……..quando nella stessa sala gli uomini attorno a lui impartiscono comandi a flotte aeree a reazione, sottomarini e (presto) ad armi nucleari e razzi che passano la stratosfera.
Sì, in realtà riflettendo a posteriori con spirito della filosofia della storia, allora l’immagine assume un significato più complesso : NON è un uomo quello che vediamo con la penna in mano a firmare l’atto di capitolazione, ma lo spettro di un’era sconfitta – quella kaiseriana – e di uno spirito che ne era l’essenza – il prussianesimo – che muore.
La prussianità, mestamente a un tavolo, riceve la notifica del proprio annullamento da controfirmare, dopo 500 anni di storia (…o anche 800, oppure solo 250, questo a seconda di come datiamo il concetto in sé, se si inizia a contare dal medioevo teutonico oppure dal più moderno Federico I°, la scelta al lettore) : al sopramenzionato Keitel l’infelice compito di prestare un volto e una figura – dare sembianza fisica – al concetto. Si badi bene il distinguo nel mio discorso senza fraintendimenti (niente confusioni che vedano una mia empatia compassionevole per la persona in questione, sulla quale in verità sospendo commento – il soggetto è condannato a Norimberga per evidenti crimini di guerra che vanno oltre la mera esecuzione dell’ordine, ma vedono un ruolo attivo. La pena capitale è eseguita l’anno seguente -).
Quanto cerco di dire è che siamo di fronte anche in questo caso – ben più che in Italia – ad una MORTE DELLA PATRIA, con tutta la problematicità che reca con sé per il vuoto che inevitabilmente lascia e conseguentemente per la capacità o meno di colmarlo da parte di chi verrà dopo.
Ora cerco di riformulare in modo più diretto per il pubblico meno preparato che mi segue in questo momento : lo stato tedesco – il reich di allora – non “perde” il conflitto, ma piuttosto si dovrebbe dire che ne è CANCELLATO. La capitolazione dell’8/9 maggio 1945 che si rievoca in questi giorni fu praticamente una resa militare più che non una resa politica : gli alleati domandarono una resa incondizionata, che non equivale ad un convenzionale armistizio quanto ad una cessazione della potestà e quindi dell’esistenza stessa della parte perdente. Non vi fu alcun trattato di pace con la parte perdente (i rappresentanti superstiti della gerarchia del reich), la cui esistenza non veniva più giuridicamente riconosciuta.
L’espressione “resa incondizionata” riveste pertanto un significato ontologico quasi, per quanto concerne l’esistenza di uno stato nazionale.
Ecco allora che emerge un punto non indifferente : tanto allora quanto oggi, parlando della fine della guerra e del sistema che ne seguirà, ci si concentra nel 99% dei casi sulla sanguinosa disfatta e quindi distruzione, emarginazione dell’apparato nazional socialista nel dopoguerra, senza prestare attenzione al fatto che questa tira giù con sé anche l’identità nazionale tedesca che esisteva da ben PRIMA dell’avvento di Hitler : probabilmente questo viene dato per scontato, “va da sé” per così dire, ma proprio per questo la faccenda è ancor più problematica, per la ragnatela di equivoci semantici che comporta.
Voler affrontarli significa riflettere su una serie di punti che si possono sintetizzare in due interrogativi pilastro della questione :
1) “In che misura, durante la sua esistenza, il nazional socialismo coincise col corpo reale del paese ?
2) “In che misura la fascia più conservatrice della società – gli esponenti del prussianesimo – coincise col nazional socialismo ? “
…dall’eventuale risposta a questi due punti consente di affrontare un ulteriore domanda chiave sul quanto sia stato lecito da parte dei vincitori sbarazzarsi dello stato tradizionale tedesco anteriore al 1933 con la scusa di denazificare il paese dopo il 1945. Entrambe le domande recitano “in che misura” , cosa che suggerirebbe la necessità scientifica di quantificare tale appoggio, il che è tuttavia – come si può intuire – più complesso del previsto, ingannevole (ma che stiamo ad ingannarci con giri di parole ? E’ infattibile. In ultima istanza siamo di fronte a opinioni e congetture per quanto argomentate, cosa che malgrado tutto mi industrierò via via di fare).
Insomma, quasi 20 anni fa Galli della Loggia conia e popolarizza (e penso fosse doveroso porre il punto) l’espressione di “morte della patria” in merito al caso italiano che tuttavia non preclude riflessioni su altri casi – come quello tedesco in questo caso – ma che ipso facto apre le porte all’insolubile enigma di COSA sia la patria di cui si parla…..ne sottolinea il carattere drammaticamente relativo, dipendente da weltanschaung divergenti e quindi in definitiva l’artificialità di questa costruzione che scaturisce dalla sensibilità soggettiva.
Il limite del social web impedisce di tuffarsi nell’argomento ad un livello scientifico nonostante il tono serio che tengo (prego di considerarlo), ma mi si permetterà di sviluppare e condividere qualche considerazione su Weimar, Wehrmacht, Prussia, NSDAP, DDR, fino ad arrivare alla repubblica federale di oggi. Procederò armato soltanto di pochi dati e logica elementare, aperto a qualsiasi osservazione e contraddittorio (anzi lo domando a chi avrà voglia : contestatemi e contradditemi senza esitazione laddove riterrete)
Per il momento lasciamo Gustav Keitel qua sotto, all’infelice momento della firma (avrà momenti assai meno felici a breve, comunque) e partiamo dalle radici…………
(CONTINUA…)

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DALLA NOVOROSSYA AL DANUBIO. (2/2) (prologo alle note storiche su Moldavia e Romania, ripubb. 2018*), di Daniele Lanza

1805.
Passano solo 13 anni prima che l’equilibrio della pace di Jassy (1792) tra russi e turchi sia compromesso.
Se è vero che ora il mondo intero ha altre preoccupazione su scala più planetaria (Bonaparte imperatore) è altresì vero che gli interpreti più minuscoli trovano il modo di avvantaggiarsi dell’ ”evento globale” e, mentre questo si dispiega, portare avanti il proprio piccolo ma prezioso “evento locale”.
In altre parole, nel mentre che in Europa infuria una vera e proprio conflitto continentale, la scricchiolante potenza turca prende la palla al balzo per iniziare un conflitto, a paragone “regionale” – e rifarsi della sconfitta subita una dozzina di anni addietro.
Per andare al dunque : giunta notizia della vittoria napoleonica ad Austerlitz contro la terza coalizione anglo-austro-russa (1805) e della conseguente debolezza russa (più percepita che reale) il sultano ottomano decide di rompere gli indugi e provocare guerra con la Russia, approfittando del momento giudicato favorevole.
In Valacchia e Moldavia sono deposti i governatori (che erano concordatamente filorussi) in perfetta coordinazione con un’azione francese in Dalmazia (che minacciava una successiva e rapida avanzata traverso i Balcani, giusto fino ai confini meridionali dell’impero russo).
Zar Alessandro I cerca di prevenire la minaccia occupando preventivamente la Valacchia….ed il dado è tratto ! (come costringere l’opponente a DICHIARARTI GUERRA, in modo poi da affermare che LUI costituisce l’aggressore. Si usa tale tecnica con la Russia da oltre 200 anni. Chi ha orecchie per intendere intenda).
Saranno complessivamente 7 anni di guerra (rammentiamo tuttavia che nel lungo corso della storia è solo UNA delle copiose “guerre russo turche” che si contano, le cui scaramucce incessanti caratterizzano la memoria di mar Nero, Caucaso e Balcani).
L’offensiva turca (“contro l’ingiusto invasore”…) è immediata e massiccia, contando giustamente, che lo zar manterrà il grosso delle proprie forze a nord per parare un’eventuale avanzata di Napoleone.
Sfortunatamente per i generali del sultano la debolezza era – come ho sottolineato – solo percepita : in 2 anni di guerra ottengono un sostanziale insuccesso terrestre (nonostante la superiorità locale di forze) e una netta sconfitta sui mari (la marina zarista arriva a controllare il mar Nero). Si andrebbe incontro ad una disfatta già allora se non fosse che da Tilsit in Prussia, Napoleone nel dettare le clausole della sua pace generale impone anche il termine di questo conflitto periferico russo-turco, imponendo allo zar di firmare una pace con gli ottomani (e quindi salvando questi ultimi dalla disfatta prossima).
Il braccio di ferro è solo silente tuttavia e divampa di nuovo l’anno seguente, degenerando tuttavia in una guerra inconcludente che si trascina avanti senza risultati per quasi tre anni : il punto di svolta lo abbiamo solo quando, nel 1811, KUTUZOV (non troppo amato dallo zar, ma considerato dai contemporanei il diretto successore di SUVOROV ovvero il miglior stratega dell’impero) prende in mano la situazione.
Dal momento in cui al generale Kutuzov è affidata la responsabilità di questo quadrante dello scacchiere bellico, nel giro di un anno ottiene una vittoria totale contro il nemico….obbligandolo a firmare la pace esattamente 2 SETTIMANE prima dell’attacco della Grand Armee napoleonica alla Russia nel maggio del 1812 : è il TRATTATO di Bucharest, oggi dimenticato se non dagli storici.
I successivi eventi, riportati sui manuali scolastici di tutto il mondo dal livello elementare in poi, cancellano letteralmente il ricordo di questa piccola guerra, comprensibilmente relegata alla storia dei conflitti minori o regionali, destinandola ad essere eternamente oscurata dall’ombra (colossale) di Napoleone in Russia……ed in tal modo ne viene silenziosamente consegnato all’oblio anche la conseguenza politica :
il trattato di pace firmato prevedeva, in sintesi, la cessione di parte del principato di Moldavia allo stato zarista e per la precisione la metà ORIENTALE, che da questo momento in poi si chiamerà BESSARABIA : una porzione di territorio insignificante in estensione a paragone di altri territori dell’impero russo, ma tuttavia assolutamente nevralgica per la storia a venire.
Grazie alla nuova conquista il confine si sposta dalla linea effimera del Dnestr per andare a toccare il delta del DANUBIO. Per la prima volta nella storia la Russia raggiunge questo importante fiume d’Europa.
Non occorrono altre spiegazioni per chi conosce le basi elementari della storia dei Balcani per immaginare le conseguenze geopolitiche : il confine imperiale russo si trova ora (soglie del nuovo, XIX° sec.) nelle immediate vicinanze di altre popolazioni europee di fede ortodossa, e in buona parte slave, che costellano tutto lo spazio carpatico/balcanico……entità perennemente in stato di tensione contro lo status quo ottomano e ben felici di trovare nello zar, ora confinante, un poderoso ed amichevole vicino.
Oltre a diritti di commercio lungo il Danubio a favore della Russia, si assiste anche ad un prolungato fenomeno di ribellione in Serbia che dopo oltre un decennio di resistenza armata parallela alla guerra russo-turca di cui parliamo, ottengono nel 1815 uno stato di semi-indipendenza dal sultano, creandosi quindi il Principato di Serbia (ancora unità amministrativa dell’impero ottomano, ma già autonoma).
Come si potrebbe descrivere il tutto ? Lo zar di Russia ottiene qualcosa come una striscia di terra geograficamente parland……ma quella striscia è già parte terminale della zona vulcanica ed esplosiva dei Balcani……

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IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 1 di 7], di Daniele Lanza

Vista la gravità dell’episodio di questi giorni a Berlino (più ci si pensa più ne diventa nitida la gravità estrema), ripubblico una vecchia serie di riflessioni in merito all’identità dello stato tedesco nell’ultimo secolo, che scrissi svariati anni fa in coincidenza dei festeggiamenti per la fine del conflitto mondiale :”IL CICLO DEI VINTI” in 7 parti.
Dato che la crisi dell’ultimo anno ha costituito una prova del 9, gettando luce sulle identità e sulle fedeltà di ognuno di noi e di ogni stato (i periodi di crisi hanno questo effetto) e in generale sull’ASSENZA di una comunità europea realmente indipendente ed efficace……..suggerisco di ripassarne i fondamentali iniziando proprio dal suo tassello più importante che è la GERMANIA contemporanea.
Buona (ri)lettura.
IL CICLO DEI VINTI – 9 maggio 1945. [cap. 1 di 7]
Identità, ieri e oggi (riflessioni sparse sul caso tedesco. Da leggere ma senza impegno)
Antichissimo buon senso orientale ci ricorda che ad ogni evento che determini un guadagno da una parte, sempre ed inevitabilmente corrisponde una perdita di analoga entità da un’altra : quest’ultima, la perdente, può essere più vicina a noi e quindi immediatamente percepibile, oppure – al contrario – meno prossima o addirittura remota, tanto da sfuggirci e darci l’illusoria impressione che il nostro successo si sia verificato senza danno, senza vittime. Di pia illusione si tratta naturalmente…..poichè per legge empirica (diciamo), ad un surplus aritmeticamente quantificabile in un determinato luogo, DEVE corrispondere un deficit altrove : possiamo infischiarcene di questo “altrove” certamente, concludere sulla base dei nostri valori e priorità che non ci riguardi (è a tutti gli effetti un diritto), ma decidere che non esista e far finta di nulla…..è una comodità che qualsiasi rigore intellettuale non consente (per dire : un governante può anche lavarsi le mani del fatto che milioni di suoi sudditi siano scalzi o soffrano carestie, ma NON può difendersi affermando di ignorare la situazione. Nel caso che veramente la ignori, mal gliene incolga – ogni riferimento all’ultimo tsar non è casuale).
La letteratura moderna ribadisce il concetto con la “teoria della somma zero” di Marx.
Mi duole prendere le cose troppo alla lontana, ma quanto avete appena letto costituisce la premessa filosofica, il senso di fondo, di quanto cercherò di esprimere in quanti capitoli sgorgheranno dalla mia tastiera da qui in avanti…….è a questo incipit che mi riallaccerò al momento dell’epilogo, chiudendo il cerchio.
Dunque…la storia – nella sua totalità – non si ferma mai, nel senso che laddove una storyline finisce, ipso facto ne nasce un’altra che prosegue (semplicemente si sostituiscono gli attori) : è la dinamica convenzionale considerando che tutto è correlato e che molto spesso una vicenda nasce dalle ceneri o dall’esaurimento di una ad essa anteriore. Orbene, questo perenne passaggio di testimone dalle alterne fortune genera naturalmente memorie differenti : tutto ciò che simboleggia gaudio e stimolo per la parte vincente in entrata -una data ad esempio – corrisponde, all’inverso, a triste epilogo per quella che soccombe, in uscita (elementare questione di prospettiva). Nel nostro caso si parla della GERMANIA, intesa come stato nazionale tanto per andare al punto senza tirarla avanti con altri fronzoli.
Il 9 maggio tutti cannoni – virtuali – di Russia (mio secondo paese), nonché di un’altra mezza dozzina di paesi del suo “commonwealth” culturale post-sovietico, sparano in commemorazione delle 75 estati trascorse dal momento in cui le forze armate germaniche firmano la capitolazione davanti al comando sovietico, concludendo il conflitto mondiale in Europa.
Il 9 maggio NESSUN cannone spara in Germania e mai lo farà. Indifferenza, un giorno come qualsiasi altro….anche in questo la tragedia del vinto : a prescindere dal tributo di sangue versato o dal valore dimostrato, lo attende l’oblio. In quanto sconfitto, diventa “male” secondo il metro di giustizia del nuovo contesto plasmato dai suoi vincitori, al punto che l’opzione più conveniente è la dimenticanza per l’appunto.
Da generazioni ogni 9 maggio milioni di adolescenti di Mosca, Leningrado, Ekaterinburg dilagano per le strade e i corsi principali contribuendo all’oceanico pubblico che segue la parata in un turbine variopinto di drappi, bandiere, striscioni, nastri, fiocchi medaglie, e qualsiasi cosa possa luccicare sotto il sole della tarda primavera, in ricordo di nonni e bisnonni.
Nel medesimo giorno i loro coetanei di Francoforte, Berlino e Amburgo sono a casa dopo un normale giorno di lezioni tra i banchi : loro nemmeno SANNO (non tutti) cosa sia stato o cosa abbia fatto il nonno o il bisnonno. E’ quasi come se non li avessero o almeno non li hanno per quanto concerne quella capsula temporale che segue l’anno 1933 e precede il 1945…pazienza per quanti di questi nonni e bis. sopravvissero e si costruirono un’esistenza nella generazione a venire, ma per coloro che ebbero sventura di cadere sul campo di battaglia la faccenda si fa problematica dato che la finestra temporale 33-45 come si è detto è zona morta.
Ecco, siamo di fronte a un triangolo delle Bermuda della memoria collettiva tedesca (come ben si sa), un buco nero che inghiotte e dissolve visi e voci, dissolvendoli riducendoli a un nebbioso e remoto mare di sagome che emette un lamento confuso : zona morta anche per i morti – scusate il gioco di parole – dove non muoiono esattamente, ma piuttosto vengono discretamente rimossi dalla linea temporale. Sì perché una morte eroica fa frastuono, attira l’attenzione pubblica…. è problematica ! L’autorità tedesca post-bellica NON poteva parlar bene dei propri uomini in uniforme, ma nemmeno male (perché aldilà del bene o del male, l’atto stesso del parlare, tiene in vita la cosa) ragion per cui si opta per la soluzione meno compromettente ed efficace : miniaturizzazione, compressione, vaporizzazione (passatemi qualche verbo originale) del soggetto tabù.
E allora ?? Quel golia chiamato “Wehrmacht” ha ancora da lamentarsi ?! Un conflitto convenzionale non demolisce demograficamente mezza dozzina di nazionalità diverse al passare di un singolo esercito ! Dire che si è passato il segno è limitativo, imbarazzante. Una dirigenza politica come quella del reich e coloro che maggiormente la sostennero (tra cui le forze armate) lanciatasi in un progetto di ambizione e incognite fuori scala, deve accettare le leggi dell’azzardo il che prevede ritrovarsi obliterati dal tavolo da gioco se qualcosa va male, le scuse non esistono nemmeno se si vede il gioco dal loro stesso punto di vista (…).
Il nodo – alla base del dibattito sull’identità tedesca dal dopoguerra in avanti – è questo, la posta in gioco : ci si è giocati integralmente il proprio paese come in una partita e quando questo accade, non soltanto la frazione più direttamente responsabile, ma tutto e tutti ne subiranno il peso…sarà la patria nella sua totalità – il concetto di essa – a pagare un tributo. La Germania non è solo nel novero dei paesi sconfitti dalla guerra, ma in quello dei paesi SCOMPARSI a seguito della guerra dal momento che le statualità post-conflitto non saranno la continuazione del paese “tradizionale” nato nel XIX° secolo : in questo senso è proprio la Germania tradizionale ad essere la prima vittima del nazionalsocialismo.
Il 9 maggio si aprono le porte al sorgere della “patria – superpotenza” diretta da Mosca, mentre conversamente, il medesimo giorno muore la “vecchia patria” in Germania.
(CONTINUA…)

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DALLA NOVOROSSYA AL DANUBIO. (1/2), di Daniele Lanza

DALLA NOVOROSSYA AL DANUBIO. (1/2)
(prologo alle note storiche su Moldavia e Romania, ripubb. 2018*)
Illustrando senza impegno qualcosa sulle origini di Odessa ho menzionato Iași (o Jassy) : temo che circa la metà del mio pur colto pubblico ignori cosa sia (tra il pubblico generale il 99,9% credo, quindi su col morale), ma non c’è dramma si rimedia in un attimo : si tratta di una modesta cittadina ad est dei Carpazi, entro i confini dell’attuale Romania.
In tal luogo, dopo un lustro di conflitto tra russi ed ottomani, viene firmato un trattato di pace che determina la cessione da parte turca della regione costiera tra il DNEPR e il DNESTR (primo fiume di Ucraina e primo fiume di Moldavia, rispettivamente) : tale territorio, chiamato “Yedisan” sotto amministrazione ottomana, è pertanto annesso all’impero di Russia dal 1792 e nella nuova compagine è ribattezzato “Херсонская губерния” (governatorato di Xerson).
Questo nuovo governatorato non si intende essere una qualsiasi unità amministrativa risultato di un temporaneo successo militare, ma si colloca a sua volta nel più ambizioso progetto di colonizzazione voluto dall’imperatrice Caterina II in persona (la Novorossiya, per l’appunto….che poi, ancora a sua volta, è un primo grande tassello di un gioco geopolitico e culturale smisurato come il piano di “rinascita greca” vagheggiato dalla nostra visionaria monarca, finalizzato al riaffermarsi di Costantinopoli) : in tale contesto sorgono nuovi centri abitati il più importante dei quali sarà Odessa, fondata appena 2 anni dopo il trattato di pace (1794). Una marcia lunga, mitologica (!) non solo in senso geografico, quanto morale, spirituale, quella sognata dall’imperatrice dal palazzo d’inverno, verso le porte di Bisanzio. Di tutto questo abbiamo già accennato.
A questo punto occorre scrutare l’intero scacchiere geografico da una prospettiva più globale al fine di ottenere una visione di insieme che consenta di gestire quel groviglio di fatti e relazioni alla base degli eventi che seguiranno (prestar attenzione pertanto).
Il 18° secolo volge al termine, consegnando a quello che segue un quadro denso di incognite, tanto ad occidente quanto a oriente : se ad un capo del continente osserviamo le macerie di una Francia rivoluzionaria prossima alla rinascita sotto le ali di una piccola fenice che sorge dalla Corsica (…), dall’altro si assiste all’atto di morte del regno lituano-polacco, il cui annullamento porta via con sé anche il fondamentale punto di equilibrio tra potenze vigente nell’Europa centro-orientale da quasi 400 anni.
Di questa disintegrazione definitiva si avvantaggiano le “tre aquile” (Prussia, Austria, Russia) : queste si contendono con bel garbo, pianificatamente, le spoglie polacche : per quanto concerne la Russia imperiale significa un generale spostamento dei confini verso occidente……
Questo è il punto : il tramonto della tarda età moderna vede il continente zarista più prossimo che in passato ai gangli vitali d’Europa, oramai a stretto contatto con i principali attori che regolano l’esistenza del vecchio mondo. Non si tratta più di assorbire o annettere vaste aree disabitate dell’Asia boreale o centrale e sottometterne le popolazioni (sovente allo stadio tribale), bensì di mirare regioni comparativamente minuscole ma DENSAMENTE abitate, anticamente civilizzate e già possesso di potenze militari più moderne che la Russia stessa. Le facili conquiste NON riguardavano certo il vecchio continente, dove conquistare una provincia richiedeva assai più risorse che non annettere una regione 20 volte più estesa in SIBERIA o in estremo oriente (per fare un confronto).
Ora, l’esito della guerra russo-turca prima accennata (1787-92) che si conclude con la creazione del governatorato di Kherson e la fondazione di Odessa, si inserisce a suo modo nel trend globale appena accennato : i successori di Caterina II avranno a che fare (sul mar Nero) con un confine maggiormente esteso sì, ma ora anche a distanza ravvicinata coi possedimenti ottomani sul continente : in pratica l’impero russo ora confina direttamente con i BALCANI sotto dominio del Sultano, punto troppo nevralgico per non causare problemi futuri (e così sarà).
Visualizziamo questo per iniziare : alla vigilia della collisione russo-turca, la porzione più nord-orientale dei domini ottomani nei Balcani (in realtà già fuori di essi) comprende 2 principalità, ossia territori autonomi , ma formalmente ancora sotto l’egida del sultano : MOLDAVIA e VALACCHIA……..
(continua)
PARLAMENTO MOLDAVO DICHIARA IL ROMENO LINGUA UFFICIALE.
(lettura consigliata*) = Passa in prima lettura il disegno di legge per modificare la costituzione della Moldavia in merito all’idioma nazionale, designandolo come “rumeno” anzichè “moldavo”: l’iniziativa è presa dal principale partito filoeuropeo, mentre immediata è la reazione del blocco social-comunista filorusso dall’altra sponda (…).
D’accordo, inutile girarci attorno: il moldavo e il rumeno sono la STESSA lingua, lo si sa da sempre.
Il problema è che la volontà di aggiornare la costituzione moldava proprio ora ha a che fare con la politica e non con la linguistica e il suo iter svela più una strada di compromessi e doppi standard che non genuini intenti.
La Moldavia in quanto stato, emerge dalla grande casa sovietica nel 1991, sull’onda del grido “Libertà ai popoli” (se si considera l’URSS un “impero”, come la vedeva Washington, e sorvolando sul fatto che al referendum autonomo sul mantenimento dell’unione quel medesimo anno, una buona parte di moldavi si espresse per il mantenimento della Cccp).
Nasce dunque come stato nazionale (ossia per principio di indipendenza propria) e non come “regione irredenta” della vicina Romania (ossia non in funzione dell’unificazione ad un altro stato), riunificazione alla quale non viene presa in considerazione dal nuovo governo moldavo e nemmeno sostenuta dall’occidente per i molti anni a seguire (per due ragioni in essenza: in primo luogo la non necessità dato che l’area in sè sullo scacchiere bellico contava molto poco……venendo quindi semplicemente dimenticata. Il fatto stesso che la crisi della Transnistria sia stata snobbata per decenni ne è un segnale). In secondo luogo, dato che la Romania all’epoca ancora non era nell’Alleanza atlantica e non sarebbe stato saggio promuovere un espansionismo rumeno verso est senza prima aver garanzia assoluta di fedeltà.
Adesso, sull’onda degli eventi, lo scacchiere moldavo (dimenticato per 30 anni letteralmente), acquisisce un valore, proprio per la questione Transnistria e degli armamenti che racchiude a Tiraspol: conviene quindi che stato moldavo diventi parte dello scudo atlantico contro il Cremlino è chiarissimo. DEVE essere così. Ma come fare ? L’Ucraina non può semplicemente invadere la Transinistria: sarebbe una mossa imbarazzante che metterebbe in discussione lo status di “vittima pacifica” di cui Kiev si serve da un anno con ottimo successo.
Allora si rispolvera il piano B (!): in fondo Moldavia e Romania sarebbero sorelle su un piano etno-linguistico…non ci sarebbe quindi nulla di male se VOLONTARIAMENTE lo stato moldavo volesse ricongiungersi a quello rumeno. La volontà dei popoli non si può negare ! Sarebbe democratico ! E così assorbendo la Moldavia nella Romania si ottiene di farne entrare il territorio automaticamente nell’ombrello Nato, senza nemmeno dover passare traverso un iter burocratico (la Romania è già membro infatti). I confini dell’Alleanza atlantica si ritroverebbero così ulteriormente espansi verso oriente, in pieno spirito democratico (come in tutti gli altri casi dell’est Europa, fino ad oggi).
Viva gli irredentismi dunque ?
Solo, di che genere di irredentismi parliamo ? Storico/culturale o culturale/politico ?
La Moldavia era sotto l’ombrello russo da molto prima che l’Unione Sovietica: lo era sin dai tempi dell’impero zarista, da quasi un secolo, quando fu strappata all’impero ottomano. Un’area che acquisisce una sua modernizzazione entro le maglie dello stato russo/sovietico in seguito (entra nella contemporaneità in simbiosi ad esso). La Moldavia esiste per via di questo sviluppo separato rispetto alla vicina Romania: un percorso divergente in un’era cruciale per lo svilupparsi delle identità nazionali. La Moldavia non sarà Russia (benchè il 90% delle persone sa esprimersi in quella lingua), ma non è nemmeno più Romania, questo è il problema non compreso.
Ora, si vuole TAGLIARE nettamente con tutto questo, ignorare tali considerazioni e dare prevalenza al fattore etno-linguistico ?
Allora……perchè non anche l’Austria e la Germania ? Parlano la medesima lingua.
E perchè non Russia e Ucraina ? Sono state in simbiosi per 500 anni (non come colonia).
Signori……….gli irredentismi valgono per tutti alle stesse regole, altrimenti approviamo pericolosi doppi standard.

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HERNAN CORTES – la SECONDA conquista (21° sec.)_di Daniele Lanza

HERNAN CORTES – la SECONDA conquista (21° sec.).
(** nota in merito all’anomala situazione geoculturale odierna nelle Americhe. Un tassello in più per la comprensione del Brasile ed altri)
[da leggere tutto, prego]
Dunque : massima parte di noi ha un’immagine scolpita, cristallizzata, del landschaft culturale latinoamericano, come di un continuum permeato di una certa cattolicità di fondo – di cui la civiltà iberica (ispano/portoghese) è storicamente intrisa – in un carosello sconfinato di cittadine e paesi dedicati a santi e numi tutelari, icone della Madre de Dios…..e processioni variopinte dalle alte sierre del Messico alle giungle amazzoniche, come 1000 documentari e pellicole del cinema ce li hanno riportati.
E’ così per la totalità dei “non preparati” tra chi mi legge (ma anche chi preparato sia, ma senza una conoscenza specifica degli equilibri culturali dell’America latina), ed è naturale che sia in fondo, dato che la cellula culturale di base di cui si parla è quella. Proprio questo tuttavia ci porta a non notare un fatto alquanto curioso : se si sfoglia un qualsiasi report statistico/demografico di un paese (a caso) di quest’area, viene fuori che 1/10 o più degli abitanti sarebbe di fede PROTESTANTE.
La prima impressione, come detto, è quanto mai curiosa (nessuno tra gli stati tradizionalmente cattolici nella storia della vecchia Europa, ha mai vantato un fenomeno demografico di questo livello – fatta eccezione per il caso ugonotto nella Francia del secolo XVI° – o per meglio dire, ha mai accettato una minoranza protestante troppo numerosa nel proprio corpo territoriale). La curiosità diventa poi stupore, andando a sfogliare in serie le statistiche di tutti i paesi circostanti : in quasi tutti la minoranza protestante “danza” tra il 10 – 15% della popolazione. In alcune fasce del continente (vicine allo strategico stretto di Panama, ossia Colombia e Venezuela) si sale ad una forbice tra il 15 -20%. Si conclude col Brasile : il maggiore stato dell’America latina intera, vanta una quota che sfiora il 25% di tutti gli abitanti.
Lo stupore a questo punto diventa attenzione (tre livelli percettivi differenti del lettore) : non si parla di un periferico staterello o provincia al confine con le Galapagos……parliamo di un paese di oltre 200 milioni di abitanti, il colosso della lusosfera (cosmo di lingua portoghese), di tradizione cattolica secolare (dalla fondazione) dove la settimana scorsa si sono concluse combattutissime elezioni (…). L’interrogativo è dunque uno : COSA STA SUCCEDENDO ?
Si ha obiettivamente l’impressione di essersi persi qualcosa, vero ? In effetti è proprio così : chi non vive nella realtà sudamericana non ha potuto notare un trend in corso nelle ultime due generazioni, che consiste nell’attività missionaria pressochè continua e metodica dei gruppi evangelici. Prendere nota di quest’ultimo termine per favore, perché è la CHIAVE di quanto seguirà : “evangelico” sta ad indicare il movimento trasdenominazionale (ossia che non si riconduce a nessuna denominazione tradizionale come “luterani”, “metodisti” o altro), nato e sviluppatori tra le maglie dell’universo protestante/anglosassone a partire dal 18° secolo.
Il protestantesimo stesso – questo tutti lo dovrebbero sapere – altro non è che termine ombrello, utilizzato spesso nella prospettiva cattolica per indicare collettivamente tutti i cristiani che rifiutano Roma come proprio faro (…) : a differenza del mondo cattolico, non esiste un’autorità spirituale universale e unica per i protestanti, i quali a tutti gli effetti non sono che un ensemble di una ventina di differenti manifestazioni senza una gerarchia centralizzata quanto quella cattolico/romana. Considerata questa struttura di base, e le legislazioni molto permissive dell’America anglosassone non deve dunque stupire il proliferare di movimenti religiosi che ne vedrà (l’allegro e talvolta violento circo spirituale di sette piccole e grandi che popola gli USA è noto a tutti). L’evangelismo – per così dire – si inserisce storicamente in questa dinamica, con fortune alterne.
Predicatori, pastori e comunità evangeliche sorgono come i funghi un po dappertutto, nell’ampio contesto anglofono nordamericano, che con i suoi spazi e le sue caratteristiche ne è il laboratorio ideale : a differenza delle correnti protestanti “standard” quelle evangeliche sono caratterizzate da un’energia non comune, una carica di proselitismo e spirito missionario che gli altri hanno perduto e che pare riportare ad antiche origini della cristianità (concetto chiave è il “BORN AGAIN” ovvero rinascita….un re-start esistenziale dell’individuo convertito). Il movimento cresce lentamente lungo tutto il secolo XIX, mentre è nel secolo ancora successivo che avverrà la vera svolta : Nel contesto oramai secolarizzato del 900 le correnti evangeliche esplodono letteralmente (complice il declino delle denominazioni standard, ormai inadeguate a intercettare i bisogni odierni) e se ad inizio secolo sono ancora un fenomeno di costume, verso la fine sono una realtà imponente. Alle soglie del 2000 gli evangelici rappresentano ormai la gran parte del mondo protestante statunitense e senza dubbio il più energico, il più fattivo (ed anche fondamentalista all’occorrenza), al punto da divenire utenza elettorale fondamentale nelle elezioni a stelle strisce, dapprima a livello locale…per arrivare sino alla Casa bianca. Il fenomeno, interno alla cultura statunitense è abbastanza noto : ad ogni elezione d’oltreoceano, decine di commentatori e sondaggisti esperti di politica yankee a spiegarci cosa sia la “BIBLE BELT” e cose simili (ci siamo sì ?).
Orbene, terminata questa (troppo breve in realtà, ma obbligatoria) parentesi introduttiva, torniamo al tema centrale del post : “COSA STA SUCCEDENDO ?” (nell’America latina). Il fatto è che l’evangelismo statunitense vive un successo di tale portata lungo il corso del 900 da non affermarsi soltanto sul suolo patrio e dintorni, ma al punto da USCIRNE, da evadere dal nativo alveo anglosassone e puntare con audacia ad una dimensione del tutto estranea come quella ispanoamericana: i primi nuclei evangelici si impiantano nei principali paesi latinoamericani nel corso della prima metà del secolo (1900-1950). In questa fase sono una realtà del tutto marginale: solite missioni e predicatori anglofoni con bibbia in mano…presenza bizzarra, senza particolare presa sulla società locale.
E’ nel segmento 1950-2000 che qualcosa si innesca. Qualcosa che probabilmente va oltre il semplice successo nell’opera di proselitismo (…) : se torniamo alle statistiche del 1970, l’insieme dei “protestanti” non supera il 3% in un paese come il Brasile, mentre oggi – ripeto – si sfiora ¼ della popolazione. Significa che quasi una persona ogni 4 ha cambiato fede in un lasso di tempo di 50 anni. Le teorie complottistiche (di parte cattolica) punto il dito contro Washington : a parere loro si tratterebbe di un ben preciso ed articolato piano di lunghissimo termine della politica statunitense ben decisa a rafforzare le propria presa politica sui paesi latinoamericani, favorendo l’affermarsi in Mesoamerica e Sudamerica di organizzate ed agguerrite minoranze protestanti, ovvero portatrici di una filosofia culturale “sorella” del protestantesimo anglosassone, con le quali vi sia una lingua comune e una perfetta sintonia di vedute. In parole povere, filiazioni culturali traverso le quali esercitare influenza e pressione nella vita interna di tali paesi. Stando alla visione complottista….la CIA ed altri poteri forti statunitensi avrebbero finanziato tenacemente e pazientemente (mentalità di lunghissimo periodo) l’evangelismo anglosassone nell’America latina a partire dal momento in cui si resero conto della non completa “affidabilità” del cattolicesimo locale : sentito l’odore delle numerose rivoluzioni reali e potenziali che covavano nel contesto latino nella generazione del secondo dopoguerra (Cuba, Cile, Bolivia, Brasile, Nicaragua, etc. nel periodo 1955-1970) lo stato di cose allarma tanto le alte sfere dell’amministrazione a stelle e strisce da indurre Richard Nixon ad approntare una politica apposita* (*tesi cospirazionista esposta ne “The Expansion of Protestantism Was Part of CIA War Plan for South America” di Jorge Rondon, stando al quale, CRUCIALE fu un memorandum del 1969 a Washington, dove si sottolineava come la chiesa cattolica – elemento cruciale della cultura latinoamericana – avesse cessato di fare gli interessi USA).
Fermiamoci un attimo dal capitolo precedente.
Solitamente non sposo le tesi cospirazioniste, anzi le evito: troppo attira l’intrigo della cospirazione o del piano segreto, la mente del lettore comune e non solo…..trasformandosi rapidamente in un morboso gioco infantile, in un processo indiziario che va avanti all’infinito. Scrivo da ANNI sul web, evitando accuratamente di farmi coinvolgere in qualsivoglia (affascinante ed oscuro) castello di carte : eppure………qui c’è qualcosa sotto e di grande. Non sottoscrivo la tesi che vi sia stato un piano accurato e definito (improbabile), ma che una politica di fondo da parte di Washington vi sia stata, posso crederlo. Signori che leggono : qui si parla di oltre 100 milioni di conversioni al protestantesimo (dato statistico reale) in un lasso di tempo di 40-50 anni. Su un terreno di gioco già occupato da un attore importante (chiesa cattolica) da svariato secoli. Da studioso di storia non mi vengono alla mente di casi di conversione (non forzata) di queste dimensioni e in una finestra cronologica così ristretta. C’è qualcosa che non quadra (anche senza voler essere complottisti).
Ritengo pertanto che qualcosa di vero vi sia e funziona più o meno così : un determinato momento (a cavallo tra gli anni 60/70) le amministrazioni statunitensi paventando il trend rivoluzionario (di matrice marxista) in tanti paesi latinoamericani, prendono atto da un lato di non potersi imporre esclusivamente con la forza (logico)…….dall’altro – cosa più critica – che non possono realmente contare sulla fragile e decadente chiesa cattolica di tali paesi per farvi fronte : quest’ultima è il VERO PROBLEMA in quanto debole e corrotta, ma cosa ancor più grave, sebbene sia contraria al marxismo è essa stessa nell’essenza una filosofia affine in un certo senso (“umanistica” se non vogliamo dire “socialista”) fatta di amore e perdono (che significa “lassismo” nella forma mentis anglosassone…) e che in fin dei conti punta alla dimensione sociale dell’uomo anziché quella individuale.
Cerco di riformulare in modo efficace ; la conclusione – e devo dire molto sottile – cui sono giunti consiglieri e decisori della casa bianca è la seguente : sebbene cattolici e comunisti si siano combattuti per generazioni (e pertanto sarebbe stato logico continuare a usare i cattolici a mo di scudo anticomunista)……..in realtà queste due entità sono interconnesse tra loro assai più di quanto non si voglia supporre, nella misura in cui la mentalità ecumenica, orientata alla società più che al singolo individuo, della cattolicità collima con le ideologie “rosse” novecentesche. Profonda è la verità in tutto questo, sebbene i sostenitori di entrambe queste entità non vogliano capacitarsene ancora oggi (la rifiutano i cattolici e ancor più la respingono i comunisti) : la contrapposizione socialismo/cattolicità, vissuta intensamente da generazioni intere, incontestabile dal punto di vista cattolico o socialista rispettivamente…..perde invece consistenza da un punto di vista anglosassone/protestante, “estraneo” ad entrambi i contendenti (ed inizia ad “avvicinarli”, associarli). Il cuore non dicibile di tutto questo è che cattolicità e comunismo sono nemici sì, ma nel senso che sono RIVALI : rivaleggiano si danno battaglia, sul medesimo piano (quello sociale), ma NON lo negano (semplicemente ognuno dei due ne vorrebbe il monopolio !). Comunismo e cattolicità condividono – sebbene da prospettive differenti (una teologica e l’altra secolare) – la medesima idea dell’uomo e del suo rapporto con la società. Idea che NON è condivisa affatto dalla più atomistica visione protestante nordamericana. Da questo assunto ne ricaviamo una conseguenza (ragionando dal punto di vista anglosassone) : la cattolicità in sé non solo non è la soluzione al problema, ma è ESSA STESSA il problema, dal momento che col proprio innato senso sociale costituisce un sostrato culturale che in fondo, involontariamente, genera e nutre il suo superamento storico costituito dal socialismo politico stesso, dal marxismo.
A questo proposito amo sottolineare come l’ortodossia slava – assai più prossima alla cattolicità che non ai protestanti, che di chiesa apostolica si tratta – con la propria anima sociale, universale ha forse, involontariamente, spianato il terreno a coloro che sarebbero venuti dopo (universalismo socialista, che potrebbe essere visto come successore desacralizzato). Forse – involontariamente – hanno preparato la strada alla rivoluzione che li travolgerà (nutrita letteratura russa in tale proposito, sui legami filosofico culturali tra ortodossia e socialismo). In parole altre le ideologie socialiste del XX secolo sono riuscite ad attecchire meglio laddove GIA’ in un certo senso regnavano filosofie sociali…..ossia cattoliche o ortodosse che fossero (contrariamente che alla fredda individualità protestante dell’anglosfera).
Arriviamo al punto, seguendo il probabile ragionamento nordamericano : posto e premesso che SIA il comunismo SIA la cattolicità sono il problema (due facce della medesima medaglia), allora conviene combatterli entrambi, con armi differenti. Se da un lato si finanziano nel breve periodo gruppi anticomunisti, contras etc. (come al solito e come ben si sa), dall’altro (questo meno si sa) inizia una possente offensiva culturale sul lungo periodo, una vera e propria guerra silenziosa, finalizzata a conquistare perlomeno uno strato della popolazione locale ad un’ideologia affine al pensiero anglosassone : a tale scopo anziché affidarsi ad un partito si affidano invece alla FEDE e anche subdolamente, potendo contare su un contesto disastrato ovvero la povertà atavica della società più arretrate del continente sudamericano. E’ tra gli strati più poveri e disperati che gli evangelici fanno proselitismo, conquistando vaste fasce della popolazione (quel 25% di brasiliani divenuti evangelici proviene dalle favelas e altri luoghi disagiati). La stessa cosa negli altri paesi : i poveri in pratica vengono sottratti alla classica “Teologia della liberazione” (socialismo cristiano sviluppatosi nell’alveo cattolico in fondo) che tanto fece parlare di sé in America latina, per darsi invece alla Teologia evangelica che promette un altro genere di liberazione (mobilità sociale, ma di stampo liberista anglosassone). Detto fatto : i sovietici avevano i partiti comunisti di ogni paese al mondo al loro servizio…..e Washington aveva invece i protestanti (evangelici) al proprio.
Il meccanismo ha un che di geniale in sé (seguitemi) : anziché ostinarsi a colpire – come al solito – i ribelli comunisti…..si è scelto invece di colpire l’alveo culturale profondo della mentalità sociale (ovvero i cattolici, supponendo che da questi – indirettamente- nascono i comunisti stessi !). Controintuitivo non è vero ? Ma formidabile se anche solo una parte della premessa su cui si fonda è vera: nel senso che non si affronta il comunista sul campo con un mitra, ma lo si “annulla”, si fa in modo che non venga mai alla luce, eliminando il terreno di coltura (che la mentalità latino cattolica è). Si instaurano quindi poderose minoranze evangelico/protestanti, le quali si rivelano (poteva essere altrimenti ?) estremamente attive in POLITICA e spesso supportando in un modo o in un altro la visione più liberista e più in linea con la mentalità nordamericana (semplifico di molto per forza di cose).
Ripeto (per la seconda volta), non si tratta di un piano preciso – dato che non si può governare con troppa sicurezza del risultato un processo di tali dimensioni – ma sicuramente una tendenza che è stata supportata con ogni mezzo dalle alte sfere di Washington. Forse la più grande manifestazione di Kulturkampf mai avvenuta (e senza che alcuno dall’Europa vi facesse troppo caso).
Washington certo, ha potuto agire contando sull’assoluta libertà di azione che gode nelle Americhe sin da prima dei conflitti mondiali e sull’assoluta supremazia economica che vanta nei confronti di paesi che comparativamente potrebbero essere considerati ancora “secondo mondo” (se non terzo), e forse i risultati raggiunti sono stati ancora più alti di quanto ci si aspettasse, forse un ordine di grandezza non completamente previsto (?), eppure è così. Se gli odierni studi di geopolitica hanno coniato l’espressione “soft power” per indicare l’ampliarsi dell’influenza di una potenza sullo spazio circostante senza l’utilizzo delle armi……direi che questo è un caso di proporzioni ciclopiche (quest’ultimo aggettivo non è esagerato considerate le dimensioni demografiche del fenomeno e ancor più che questo sta avvenendo in relativo silenzio rispetto al mondo esterno, dato che pochi al di fuori dei paesi latinoamericani ne sono veramente al corrente). Anche il lettore che non si ritrovi nelle tesi complottiste può legittimamente porsi una domanda, pensando all’ipotesi che un quarto dei suoi concittadini si converta nello spazio di 50 anni (…).
Nelle elezioni brasiliane della settimana scorsa tutto il mondo evangelico era dalla parte di bolsonaro…e LULA ha vinto per un pelo. Alla luce di quanto detto sino qui direi che non si tratta più di “destra contro sinistra”, o forse sì, ma si dovrebbe a questo punto ridefinire il significato di “destra” e “sinistra”. Bolsonaro e Lula sono entrambi fortemente riformisti, ma di segno diverso : il primo rappresenta il vessillo liberista nordamericano (il modello è quello). Lula invece propone un modello riformista affine allo spirito più “autoctono” del Brasile (si potrebbe dire così) : sebbene Lula sulla carta si di “sinistra” è a modo suo il SOVRANISTA nel contesto brasiliano, puntando ad una permanenza del modo di pensare latino e brasiliano rispetto all’influenza esterna (USA).
No, nella scelta del titolo non ho esagerato : si è di fronte ad una SECONDA conquista del nuovo mondo. Se la Germania nazista intotolò a Barbarossa il piano di conquista dell’URSS, qui si può parlare di piano CORTES.

 

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