Italia e il mondo

LA GEOPOLITICA DELL’ACQUAIL BRAHMAPUTRA E IL POTERE CINESE SUI FIUMI TIBETANI, di Alberto Cossu

LA GEOPOLITICA DELL’ACQUAIL BRAHMAPUTRA E IL POTERE CINESE SUI FIUMI TIBETANI_Alberto Cossu

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Il fiume Brahmaputra, maestosa arteria vitale che serpeggia nel cuore dell’Asia, nasce dalle gelide vette dell’Himalaya tibetano per poi snodarsi attraverso Cina, India e Bangladesh, fino a sfociare nel Golfo del Bengala. Conosciuto con diverse denominazioni lungo il suo percorso – Yarlung Tsangpo in Tibet, Siang e Brahmaputra in India, e Jamuna in Bangladesh – questo fiume transfrontaliero rappresenta una fonte di sostentamento cruciale per centinaia di milioni di persone. Il Brahmaputra è un fiume sacro che ha una notevole valenza culturale in India. Il suo nome vuol dire figlio di Brahma ed è l’unico ad essere denominato al maschile mentre tutti i fiumi in India sono indicati al femminile. Questo per significare la sua imponenza e forza con la quale si precipita nel Gange per poi formare uno dei delta più grandi al mondo.Ma la Cina ha ambiziosi piani di sviluppo infrastrutturale lungo il suo corso superiore, in particolare la costruzione di dighe su larga scala. Tali progetti stanno destando preoccupazioni significative nelle nazioni a valle, in primis India e Bangladesh, in merito alla sicurezza idrica, all’equilibrio ecologico e alle delicate dinamiche di potere regionali. La gestione delle acque del Brahmaputra si è così trasformata in un intricato nodo geopolitico in cui si scontrano da un lato le aspirazioni energetiche della Cina legate a ragioni di sviluppo economico e dall’altra le preoccupazioni di India e Bangladesh per l’impatto sul vasto ecosistema a valle e sui timori che la Cina possa diventare un regolatore delle acque con un impatto geopolitico di notevole ampiezza.Estendendosi per circa 2.900 chilometri, il Brahmaputra non è semplicemente un corso d’acqua; esso incarna un’ancora di salvezza per la variegata gamma di ecosistemi e comunità che alimenta. Originando dal ghiacciaio Chemayungdung in Tibet, il fiume attraversa un paesaggio multiforme, spaziando dagli aridi deserti d’alta quota alle lussureggianti pianure alluvionali. Nel suo tragitto attraverso il Tibet, il fiume scorre verso est per circa 1.700 chilometri, incrementando significativamente il suo volume grazie al contributo di numerosi affluenti. Entrando in India attraverso l’Arunachal Pradesh, assume la denominazione di Siang, per poi emergere nelle pianure dell’Assam come il possente Brahmaputra. In questa fertile valle, il fiume si espande ulteriormente, configurandosi come un ampio e ramificato corso d’acqua, di vitale importanza per l’agricoltura, i trasporti e l’identità culturale del popolo assamese. Infine, una volta giunto in Bangladesh, prende il nome di Jamuna e si fonde con il Teesta e altri fiumi prima di confluire nel Gange, dando vita al delta più esteso del pianeta, il fertile e densamente popolato delta del Bengala, per poi sfociare nel Golfo del Bengala.La rilevanza del Brahmaputra per i paesi collocati lungo il suo percorso si manifesta a diversi livelli. Per la Cina, il tratto tibetano del fiume rappresenta una notevole opportunità per la produzione di energia idroelettrica, elemento cardine della sua strategia energetica nazionale e volano di sviluppo per le regioni occidentali. Per l’India, in particolare per gli stati di Arunachal Pradesh e Assam, il fiume è essenziale per l’irrigazione, sostenendo un’ampia base agricola e garantendo la sussistenza di milioni di persone. Le sue piene annuali, pur essendo talvolta fonte di devastazione, depositano anche fertile limo, arricchendo i terreni agricoli. Il fiume riveste inoltre un profondo significato culturale e religioso in India, essendo venerato come il figlio di Brahma. In Bangladesh, il Jamuna è cruciale per l’agricoltura, la pesca e la navigazione interna. La natura dinamica del fiume e il suo contributo alla formazione e al mantenimento del delta del Bengala sono altresì di notevole importanza ecologica. Tuttavia, la regione è anche altamente vulnerabile ai disastri naturali, con India e Bangladesh che sperimentano frequentemente gravi inondazioni e siccità, rendendo la prevedibilità e la gestione del flusso del Brahmaputra di primaria importanza.La crescente attenzione della Cina verso lo sfruttamento del potenziale idroelettrico dei suoi fiumi, inclusi quelli che nascono in Tibet, ha suscitato preoccupazioni tra i paesi vicini situati a valle. Sebbene la Cina abbia già costruito diverse dighe di dimensioni minori sugli affluenti del Brahmaputra, la prospettiva di dighe su larga scala sul corso principale del fiume ha innescato forti preoccupazioni. Rapporti e dichiarazioni ufficiali cinesi hanno confermato i piani per la costruzione di importanti progetti idroelettrici sullo Yarlung Tsangpo. La Cina sostiene che questi progetti sono principalmente destinati alla produzione di energia idroelettrica per soddisfare la sua crescente domanda energetica e per promuovere lo sviluppo nella Regione Autonoma del Tibet. Pechino afferma di condurre valutazioni di impatto ambientale e che i progetti sono concepiti per minimizzare gli effetti a valle. Funzionari cinesi hanno inoltre rivendicato il diritto sovrano del paese di sviluppare le risorse all’interno del proprio territorio. Tuttavia, l’opacità che circonda questi progetti, inclusa la condivisione di piani dettagliati e dati idrologici in tempo reale, ha alimentato sospetti e apprensione in India e Bangladesh. Uno dei progetti più discussi è la proposta di una mega-diga nella contea di Medog in Tibet, in prossimità del confine indiano. Sebbene i dettagli specifici rimangano scarsi, la sua potenziale portata ha generato timori di significative alterazioni del flusso del fiume a valle. Lo scopo dichiarato è spesso legato alla produzione di energia idroelettrica, ma persistono preoccupazioni riguardo a potenziali piani futuri per la deviazione dell’acqua, specialmente considerando la scarsità idrica della Cina nelle sue regioni settentrionali.La costruzione di dighe sul Brahmaputra da parte della Cina ha introdotto una significativa dimensione geopolitica nella gestione delle acque nella regione. L’acqua, risorsa fondamentale, possiede il potenziale di divenire fonte di conflitto o catalizzatore di cooperazione, e il caso del Brahmaputra esemplifica questo delicato equilibrio. Le principali preoccupazioni dell’India si concentrano sul potenziale per una riduzione del flusso d’acqua durante le stagioni secche, con gravi ripercussioni sull’agricoltura e sui mezzi di sussistenza di milioni di persone nella valle del fiume Brahmaputra. Il rilascio improvviso di ingenti volumi d’acqua dalle dighe durante la stagione dei monsoni potrebbe inoltre esacerbare le già frequenti e devastanti inondazioni in Assam e Bangladesh, senza un adeguato preavviso. Inoltre, l’India considera il controllo cinese su una risorsa idrica vitale come una vulnerabilità strategica. La mancanza di un meccanismo di condivisione dei dati robusto e trasparente da parte della Cina riguardo al flusso del fiume e alle operazioni delle dighe aggrava ulteriormente tali preoccupazioni, ostacolando un’efficace gestione delle inondazioni e la pianificazione agricola a valle. Il Bangladesh condivide simili preoccupazioni con l’India riguardo alla ridotta disponibilità d’acqua e all’aumento del rischio di inondazioni. Data la sua posizione come stato rivierasco più a valle, il Bangladesh è particolarmente vulnerabile a qualsiasi alterazione significativa del flusso del Brahmaputra. Il potenziale impatto sul delta del Bengala, una regione fragile ed ecologicamente significativa, rappresenta anch’esso una seria preoccupazione. I cambiamenti nel flusso di sedimenti dovuti alle dighe a monte potrebbero influire sulla formazione e sulla stabilità del delta, con conseguenze sulla sua biodiversità e sui mezzi di sussistenza dei suoi abitanti. Dal punto di vista cinese, lo sviluppo delle risorse idroelettriche in Tibet è considerato cruciale per la crescita economica e lo sviluppo regionale del paese. Pechino sostiene che i suoi progetti sono sostenibili e tengono nella dovuta considerazione gli impatti a valle, rivendicando inoltre il diritto sovrano di utilizzare le risorse all’interno del proprio territorio. Strategicamente, il controllo sulle sorgenti di importanti fiumi come il Brahmaputra conferisce alla Cina una significativa leva nelle sue dinamiche di potere regionali. L’assenza di un quadro giuridico internazionale globale che governi il Brahmaputra complica ulteriormente la situazione. A differenza del fiume Indo, regolato da un trattato tra India e Pakistan, non esiste un accordo generale per il Brahmaputra che coinvolga tutti e tre gli stati rivieraschi. Sebbene siano in vigore alcuni accordi bilaterali tra India e Cina per lo scambio di dati idrologici durante la stagione delle inondazioni, questi sono spesso ritenuti insufficienti per affrontare le maggiori preoccupazioni. Al di là delle immediate tensioni geopolitiche, la costruzione di grandi dighe sul Brahmaputra comporta anche significative implicazioni ambientali ed ecologiche. Le dighe possono alterare il regime di flusso naturale del fiume, influenzando i modelli di migrazione dei pesci, interrompendo l’ecosistema fluviale e potenzialmente portando alla perdita di biodiversità. I cambiamenti nel flusso di sedimenti possono influire sulla fertilità delle terre agricole a valle e sulla stabilità del delta del Bengala. Le conseguenze ecologiche a lungo termine della costruzione di dighe su larga scala in una regione sismicamente attiva come l’Himalaya richiedono inoltre un’attenta considerazione. Il futuro del Brahmaputra e la stabilità geopolitica della regione dipendono dalla ricerca di un percorso verso la cooperazione e la gestione sostenibile delle acque. Il dialogo e la trasparenza sono fondamentali. La Cina deve impegnarsi in modo più proattivo con India e Bangladesh, condividendo informazioni dettagliate sui suoi progetti di dighe e sui loro potenziali impatti. L’istituzione di un meccanismo di condivisione dei dati robusto e affidabile, che vada oltre la sola stagione delle inondazioni, è cruciale per costruire fiducia e consentire alle nazioni a valle di prepararsi a eventuali cambiamenti nel flusso d’acqua. Esplorare la possibilità di un accordo globale sulla gestione delle acque transfrontaliere che coinvolga tutti e tre gli stati potrebbe fornire un quadro per affrontare le preoccupazioni e garantire un uso equo e sostenibile delle risorse del fiume. Tale accordo potrebbe comprendere aspetti come la condivisione di informazioni, il monitoraggio congiunto e meccanismi di risoluzione delle controversie. In definitiva, il fiume Brahmaputra dovrebbe essere visto come una risorsa condivisa, un’ancora di salvezza vitale che connette tre nazioni. Affrontare le sfide geopolitiche associate alla sua gestione richiede un passaggio da azioni unilaterali a soluzioni collaborative, riconoscendo l’interconnessione della regione e la responsabilità condivisa di garantire la salute del fiume e il benessere dei milioni di persone che dipendono da esso. Le acque agitate del Brahmaputra servono come un potente promemoria della complessa interazione tra sviluppo, geopolitica e il bisogno fondamentale di una gestione sostenibile delle risorse nel XXI secolo.Il vasto e imponente altopiano tibetano, spesso definito la “Torre d’Acqua dell’Asia”, è la sorgente di alcuni dei fiumi più importanti del mondo. Da queste altitudini glaciali e dalle nevi perenni nascono circa dieci grandi fiumi che alimentano le vite e le economie di miliardi di persone in numerosi paesi a valle. Il controllo che la Cina esercita su questo altopiano strategico conferisce un potere significativo sulla gestione di queste risorse idriche transfrontaliere, con implicazioni geopolitiche di vasta portata per l’intera regione asiatica. Questa “idro-egemonia” cinese, derivante dal suo dominio sulle sorgenti di questi fiumi vitali, solleva preoccupazioni cruciali riguardo alla sicurezza idrica, all’equilibrio ecologico e alla stabilità politica dei paesi che dipendono dalle acque tibetane.Il Tibet è la culla di una rete idrografica cruciale per l’Asia. Tra i dieci principali fiumi che traggono origine da questo altopiano si annoverano: lo Yangtze (Fiume Azzurro), il fiume più lungo dell’Asia, vitale per l’agricoltura, l’industria e l’energia idroelettrica cinese; il Fiume Giallo (Huang He), culla della civiltà cinese e fondamentale per l’irrigazione e l’approvvigionamento idrico della Cina settentrionale; il Mekong, che attraversa Cina, Myanmar, Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam, sostenendo l’agricoltura, la pesca e la vita di milioni di persone nel Sud-est asiatico; il Brahmaputra (Yarlung Tsangpo), che fluisce attraverso Cina, India e Bangladesh, cruciale per l’agricoltura e i mezzi di sussistenza nelle regioni nord-orientali dell’India e in Bangladesh; l’Indo, che alimenta l’agricoltura e le popolazioni di India e Pakistan, con un’importanza storica e strategica significativa; il Salween, che attraversa Cina, Myanmar e Thailandia, noto per la sua biodiversità e le sue aree selvagge; l’Amu Darya, un tempo noto come Oxus, che scorre attraverso Afghanistan, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan, vitale per l’irrigazione in Asia centrale; il Syr Darya, che attraversa Kazakistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, anch’esso fondamentale per l’agricoltura in Asia centrale; il fiume Tarim, il fiume più lungo della Cina interna, essenziale per l’agricoltura e la sopravvivenza nelle regioni aride dello Xinjiang; e il fiume Sutlej, un importante affluente dell’Indo, che scorre attraverso Cina e India, cruciale per l’irrigazione e l’energia idroelettrica nel nord dell’India. Questi fiumi rappresentano arterie vitali per i paesi a valle, fornendo acqua per l’irrigazione di vaste aree agricole, sostenendo ecosistemi delicati, alimentando la produzione industriale e fornendo acqua potabile a miliardi di persone. La dipendenza di queste nazioni dalle risorse idriche che nascono in Tibet è profonda e significativa.

Il controllo delle sorgenti di questi fiumi conferisce alla Cina notevoli vantaggi strategici. In primo luogo, la produzione di energia idroelettrica: la Cina ha intrapreso un ambizioso programma di costruzione di dighe sull’altopiano tibetano, sfruttando il potente flusso di questi fiumi per generare enormi quantità di energia idroelettrica, fondamentale per alimentare la sua crescita economica e ridurre la sua dipendenza dai combustibili fossili. In secondo luogo, il potenziale di deviazione delle acque: sebbene attualmente non implementato su vasta scala, il controllo delle sorgenti fluviali offre alla Cina il potenziale teorico di deviare significative quantità d’acqua per soddisfare le proprie esigenze, in particolare nelle regioni settentrionali del paese che soffrono di scarsità idrica. Questa possibilità, anche se non immediata, genera preoccupazioni nei paesi a valle. Terzo, la leva geopolitica: la capacità di influenzare il flusso di fiumi transfrontalieri fornisce alla Cina una potente leva geopolitica nei confronti dei paesi a valle. Il controllo di una risorsa vitale come l’acqua può essere utilizzato come strumento di pressione diplomatica, economica o persino politica in caso di tensioni o negoziati. Infine, lo sviluppo delle regioni occidentali: i progetti di costruzione di dighe e infrastrutture idriche contribuiscono allo sviluppo economico e all’affermazione del controllo cinese nelle regioni occidentali, incluso il Tibet, un’area di importanza strategica per Pechino.I paesi a valle dei fiumi tibetani nutrono una serie di preoccupazioni significative riguardo al crescente controllo cinese sulle risorse idriche. La sicurezza idrica è la prima di queste preoccupazioni, con il timore principale che si verifichi una potenziale riduzione del flusso d’acqua, soprattutto durante le stagioni secche, a causa della costruzione e della gestione delle dighe a monte. Ciò potrebbe avere un impatto devastante sull’agricoltura, sull’industria e sull’approvvigionamento idrico domestico in paesi come India, Bangladesh, Vietnam, Cambogia, Laos, Thailandia, Myanmar, Pakistan e le nazioni dell’Asia centrale. In secondo luogo, la gestione delle inondazioni: le preoccupazioni riguardano anche il potenziale per rilasci improvvisi e massicci di acqua dalle dighe cinesi durante la stagione dei monsoni, che potrebbero esacerbare le inondazioni a valle, causando danni significativi e perdite di vite umane. La mancanza di preavviso e di coordinamento in tali situazioni è un motivo di forte ansia. Terzo, gli impatti ecologici: la costruzione di dighe altera il regime di flusso naturale dei fiumi, con conseguenze negative sugli ecosistemi fluviali, sulla biodiversità e sul trasporto di sedimenti. La riduzione del flusso di sedimenti può compromettere la fertilità dei terreni agricoli a valle e la stabilità dei delta fluviali, come nel caso del delta del Mekong e del delta del Bengala. Quarto, la mancanza di trasparenza e condivisione dei dati: una delle maggiori fonti di frustrazione per i paesi a valle è la limitata condivisione da parte della Cina di dati idrologici dettagliati e informazioni sui progetti di costruzione di dighe. Questa mancanza di trasparenza rende difficile per le nazioni a valle prevedere e prepararsi ai cambiamenti nel flusso d’acqua. Infine, lo strumento geopolitico: esiste la percezione che la Cina possa utilizzare il suo controllo sulle risorse idriche come strumento di coercizione politica o economica nei confronti dei paesi vicini, creando un clima di sfiducia e tensione regionale. A differenza di alcuni fiumi transfrontalieri che sono regolati da trattati internazionali specifici, non esiste un accordo globale che governi l’uso delle acque dei fiumi che nascono in Tibet e attraversano più paesi. Questa mancanza di un quadro giuridico internazionale completo rende difficile la risoluzione delle controversie e la promozione di una gestione equa e sostenibile delle risorse idriche. La cooperazione regionale in materia di gestione delle acque è ulteriormente complicata da sensibilità politiche, tensioni storiche e dinamiche di potere asimmetriche tra la Cina e i suoi vicini. Sebbene esistano alcuni accordi bilaterali per lo scambio di dati idrologici, la loro portata e la loro efficacia sono spesso limitate. È importante notare che la costruzione di dighe su larga scala all’interno del Tibet ha anche significative conseguenze ambientali e sociali per la regione stessa. Questi progetti possono portare allo spostamento di comunità locali, alla perdita di habitat naturali e alla degradazione di ecosistemi fragili sull’altopiano tibetano.Il controllo dei fiumi che nascono dal “Tetto del Mondo” conferisce alla Cina un potere considerevole nella regione asiatica. La sua capacità di influenzare il flusso di queste arterie vitali ha profonde implicazioni geopolitiche, sollevando preoccupazioni cruciali per la sicurezza idrica, l’equilibrio ecologico e la stabilità politica dei paesi a valle. Per evitare potenziali conflitti e garantire una condivisione equa e sostenibile di queste risorse preziose, è fondamentale promuovere una maggiore cooperazione, trasparenza e dialogo tra la Cina e i suoi vicini. Solo attraverso un approccio collaborativo sarà possibile navigare le acque del potere e assicurare un futuro idrico sicuro e prospero per l’intera regione.

Uova si, petrolio no _ di Alberto Cossu

Uova si petrolio no

Alberto Cossu 04/04/2025

I migliori economisti del mainstream sono unanimi nel prevedere un infiammata globale dell’inflazione e una prossima recessione dovuta alla politica dei dazi dell’amministrazione Trump. Mentre il mondo si interroga sulle catastrofiche conseguenze con le quali presto avremo a che fare il focus dell’attenzione dell’opinione pubblica viene quasi esclusivamente mantenuto sui dazi e le tensioni inflazionistiche.  Fioriscono sui “migliori” giornali racconti sul costo delle uova negli Usa e altre storie che ingenerano paure e preoccupazione per l’inflazione che viene rappresentata come devastante.

Il prezzo del petrolio che solitamente è un indicatore efficace per misurare le tendenze inflazionistiche viene dimenticato e sostituito dal prezzo delle uova come nuovo termometro inflazionistico. Gli analisti parlano di tutto, raccontano nei dettagli particolari a volte irrilevanti. Però sembra che il prezzo del petrolio, che nel paniere dei beni  ha un peso rilevantissimo, è oggetto del totale ostracismo da parte di insigni accademici, giornalisti paludati ed esperti in questioni internazionali. Infatti combinando la spesa per i combustibili impiegati per il trasporto con una parte della spesa per uso domestico, si può certamente affermare che la spesa per il petrolio costituisce una delle categorie  più rilevanti nel paniere dei beni per il calcolo dell’inflazione.

In questi giorni il prezzo del petrolio sia quello quotato WTO che Brent ha perso circa 10 dollari. Le quotazioni oscillano intorno a 65 $ per il Brent e 61$ per il WTO. Una bella discesa da quotazioni superiori ai 70 dollari. Le previsioni di recessione pesano, ma pare che l’Opec e in particolare l’Arabia Saudita invece non la pensino nello stesso modo. Infatti hanno aumentato l’offerta di oro nero facendo letteralmente precipitare il prezzo. Insomma i consumatori di tutto il mondo possono tirare un sospiro di sollievo perché forse l’inflazione non eroderà il loro potere d’acquisto in modo devastante. Una operazione che arriva quasi “telecomandata” ad attenuare gli effetti inflazionistici dovuti alla politica dei dazi voluta dall’amministrazione Trump.

In previsione di un periodo di recessione o di rallentamento dell’economia i paesi produttori controllano l’offerta per evitare una caduta sostenuta del prezzo. Un aumento dell’offerta è una anomalia. Infatti è questo il fattore che ha accelerato la caduta dei prezzi. Se nei prossimi giorni queste dinamiche si confermeranno esse giocheranno a favore delle politiche di Trump attenuandone il peso inflazionistico. Il futuro sarà un po’ meno cupo di come lo descrivono i media mainstream.

Insomma gli analisti di tutte le tipologie capaci di trovare il pelo nell’uovo per far quadrare le loro supponenti previsioni mettono da parte il prezzo del petrolio cosi che tutto può funzionare come vogliono. L’inflazione è assicurata.  Poi se il prezzo del petrolio cala non importa. E’ fuori dal loro modello e possono continuare a distribuire a piene mani paure economiche e generare caos mentale in tutti coloro che si espongono al loro pensiero senza le cautele dovute.

L’operazione di aumento dell’offerta da parte dell’OPEC fa riflettere sulla sincronizzazione delle politiche dei produttori petroliferi con gli USA. La precedente amministrazione quando l’inflazione è esplosa non è riuscita ad ottenere un incremento della produzione di petrolio per ammortizzare l’impatto inflazionistico. Interessi geopolitici e geoeconomici pare che si stiano armonizzando almeno momentaneamente per favorire la costruzione di un altro ordine economico.

L’Arabia Saudita al centro della Rivoluzione Logistica Globale

L’Arabia Saudita al centro della Rivoluzione Logistica Globale

Alberto Cossu

Dal cuore del Medio Oriente, l’Arabia Saudita si sta affermando come un pilastro fondamentale nell’economia globale grazie alla Vision 2030, un piano strategico che mira a trasformare il Regno in un hub logistico di rilevanza mondiale. Questo ambizioso progetto non solo cerca di diversificare l’economia saudita, tradizionalmente dipendente dal petrolio, ma punta anche a posizionare il paese come leader nell’infrastruttura logistica e nei trasporti internazionali. La Vision 2030 non è solo un piano economico, ma una dichiarazione di intenti geopolitici che riflette l’importanza strategica dell’Arabia Saudita nel commercio globale.

Situata al crocevia di tre continenti – Asia, Africa ed Europa – l’Arabia Saudita ha storicamente svolto un ruolo centrale nelle rotte commerciali internazionali. Con il 12% del commercio globale di container che attraversa il Mar Rosso, il Regno è perfettamente posizionato per sfruttare le dinamiche del commercio marittimo internazionale. La Vision 2030 mira a capitalizzare questa posizione strategica attraverso investimenti massicci in infrastrutture portuali, ferroviarie e aeroportuali.

Ad esempio, il porto di King Abdullah sul Mar Rosso è stato trasformato in un modello di sostenibilità e innovazione, riducendo le emissioni di carbonio del 20% grazie all’adozione di sistemi energetici solari e pratiche efficienti nell’uso dell’acqua. Inoltre, il piano prevede l’espansione della capacità portuale del paese per quadruplicare il volume annuale di container movimentati, passando da 10 milioni a 40 milioni di TEU (unità equivalenti a venti piedi) entro il 2030.

Uno degli obiettivi principali della Vision 2030 è posizionare l’Arabia Saudita in uno dei primi dieci paesi al mondo nel Logistics Performance Index della Banca Mondiale. Per raggiungere questo traguardo, il Regno ha introdotto una serie di riforme strutturali e investimenti strategici:

  • Zone Logistiche Integrate: La creazione di una zona logistica speciale presso l’aeroporto internazionale King Khalid a Riyadh rappresenta un esempio chiave. Questa zona mira a semplificare le procedure burocratiche e ad attrarre investimenti esteri.
  • Rete Ferroviaria Estesa: Il collegamento tra i porti del Mar Rosso e del Golfo Persico tramite una rete ferroviaria avanzata migliorerà la connettività regionale e ridurrà i costi logistici.
  • Tecnologie Avanzate: L’introduzione dell’intelligenza artificiale e della digitalizzazione nei processi logistici sta ottimizzando la gestione delle merci e migliorando l’efficienza operativa.

Questi sforzi hanno già prodotto risultati tangibili. Nel 2024, l’Arabia Saudita è salita al 15° posto nella classifica globale dei gestori di container secondo il rapporto Lloyd’s List, consolidando la sua posizione come leader regionale nel settore marittimo.

Un elemento fondamentale della strategia logistica saudita è la partecipazione al Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC). Questo progetto ambizioso mira a creare una rete multimodale che colleghi l’India all’Europa attraverso il Medio Oriente, includendo porti e infrastrutture saudite come punti chiave lungo la rotta. In particolare, il porto di Dammam è destinato a giocare un ruolo cruciale come snodo principale nel corridoio IMEC, facilitando il flusso di merci tra l’India e l’Europa.

L’IMEC rappresenta un’opportunità unica per l’Arabia Saudita di rafforzare ulteriormente la sua posizione come hub logistico globale. Il corridoio non solo migliorerà la connettività commerciale tra Asia ed Europa, ma consentirà anche al Regno di diversificare le sue rotte commerciali, riducendo la dipendenza dal Canale di Suez e aprendo nuove opportunità per collaborazioni economiche con India ed Europa. L’Arabia Saudita vede nell’IMEC un’alternativa strategica alla Belt and Road Initiative cinese, con potenziali benefici economici significativi e un rafforzamento dell’influenza regionale.

La Vision 2030 non può essere separata dal contesto geopolitico regionale e internazionale. L’Arabia Saudita sta utilizzando la sua crescente influenza logistica per rafforzare le sue relazioni con potenze globali come Stati Uniti, Cina ed Europa. Allo stesso tempo, il Regno sta cercando di bilanciare le sue relazioni con attori regionali come Israele e Iran. L’avvicinamento ad Israele, seppur cauto, è visto come un modo per stabilizzare la regione e creare un ambiente favorevole allo sviluppo economico a lungo termine.

L’investimento nella logistica è anche una risposta strategica alle sfide geopolitiche. Nel contesto delle tensioni nel Mar Rosso e delle incertezze legate alla sicurezza delle rotte marittime tradizionali, una rete logistica interna forte offre al Regno maggiore resilienza economica e una leva diplomatica significativa. La partecipazione all’IMEC, inoltre, permette all’Arabia Saudita di consolidare la sua posizione come mediatore chiave nei flussi commerciali globali.

La diversificazione economica è un aspetto cruciale della Vision 2030. L’Arabia Saudita sta investendo massicciamente in settori come il turismo, l’istruzione e la sanità, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal petrolio. Nonostante i progressi, il petrolio continua a rappresentare una quota significativa del budget nazionale, circa il 75% nel 2021.

Per attrarre investimenti stranieri, il Regno ha introdotto riforme che permettono la proprietà al 100% in alcuni settori e ha creato zone economiche speciali. Queste iniziative hanno aumentato gli investimenti diretti esteri (IDE), con l’obiettivo di raggiungere 100 miliardi di dollari entro il 2030.

L’Arabia Saudita sta rafforzando il suo settore marittimo, sfruttando la sua posizione strategica al centro delle rotte commerciali marittime più trafficate del mondo. Investimenti significativi sono stati destinati alla modernizzazione delle infrastrutture portuali e alla costruzione navale, con l’obiettivo di creare un hub logistico globale.

Fincantieri, uno dei principali costruttori navali mondiali, ha costituito Fincantieri Arabia per supportare lo sviluppo del settore marittimo saudita. Questa collaborazione include accordi per la cantieristica civile e lo sviluppo della cybersecurity navale, in linea con gli obiettivi della Vision 2030.

Il settore marittimo globale sta vivendo un momento di grande trasformazione. Nel 2025, le compagnie di navigazione dovranno affrontare sfide economiche, geopolitiche e ambientali che stanno trasformando profondamente il panorama del trasporto marittimo dei container

Nonostante i progressi impressionanti, l’Arabia Saudita deve affrontare diverse sfide per realizzare pienamente gli obiettivi della Vision 2030. Tra queste:

  • Competizione Regionale: Paesi come gli Emirati Arabi Uniti stanno anch’essi investendo pesantemente nel settore logistico, creando una competizione diretta per attrarre investimenti esteri.
  • Rischi Geopolitici: Le tensioni regionali e i conflitti in corso, come in Yemen, potrebbero influenzare negativamente lo sviluppo delle infrastrutture logistiche e la sicurezza delle rotte commerciali.
  • Sostenibilità Ambientale: Sebbene siano stati fatti progressi significativi nella riduzione delle emissioni nei porti sauditi, la transizione verso operazioni completamente sostenibili richiederà ulteriori investimenti e l’adozione di tecnologie innovative.

Tuttavia, le opportunità superano ampiamente le sfide. La crescita del settore logistico non solo diversificherà l’economia saudita, ma creerà anche migliaia di nuovi posti di lavoro e rafforzerà la posizione del paese come leader globale nel commercio internazionale. L’IMEC rappresenta un’ulteriore opportunità per attrarre investimenti e consolidare il ruolo dell’Arabia Saudita come hub logistico strategico.

Guardando al futuro, l’Arabia Saudita ha fissato obiettivi ambiziosi ma raggiungibili. Con investimenti stimati in miliardi di dollari per lo sviluppo delle infrastrutture logistiche e il supporto governativo continuo, il Regno è ben posizionato per diventare uno dei principali attori globali nel settore. L’uso dell’intelligenza artificiale, blockchain e altre tecnologie avanzate contribuirà a ottimizzare le operazioni logistiche e a ridurre i costi, rendendo l’Arabia Saudita ancora più competitiva.

Inoltre, la partecipazione a iniziative internazionali come l’IMEC rafforzerà ulteriormente la posizione dell’Arabia Saudita come ponte tra Asia ed Europa. La combinazione di innovazione tecnologica, sostenibilità ambientale e una visione strategica chiara garantirà che il Regno rimanga al centro delle dinamiche globali del commercio per i decenni a venire.

In sintesi, attraverso la Vision 2030, l’Arabia Saudita non sta solo costruendo un’infrastruttura logistica all’avanguardia; sta ridefinendo il suo ruolo nella geopolitica globale. Come crocevia naturale tra continenti e culture, il Regno si prepara a guidare una nuova era di commercio internazionale basata su efficienza, innovazione, sostenibilità e, soprattutto, sull’integrazione strategica nel panorama logistico globale attraverso iniziative come l’IMEC.

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Potere presidenziale: crisi istituzionale o ripristino della governance costituzionale, di Alberto Cossu

Potere presidenziale: crisi istituzionale o ripristino della governance costituzionale

Alberto Cossu

L’azione della nuova amministrazione americana ha generato un’ampia gamma di commenti da parte di analisti di ogni genere, molti dei quali si avventurano in campi complessi come il diritto costituzionale. Spesso, questi commenti si basano su analogie con il diritto italiano o di altri paesi occidentali, un approccio che può risultare problematico data la specificità del sistema costituzionale statunitense. I giudizi espressi riguardo alla serie di executive orders emanati dal nuovo Presidente variano dall’asserita illegittimità di alcuni di essi, alla paventata crisi istituzionale tra organi dello Stato, fino a scenari più estremi che evocano un vero e proprio colpo di stato in atto. Nell’ambito dello scontro di potere che sta avvenendo negli USA guardiamo alle dinamiche in evoluzione tra la presidenza e le agenzie indipendenti, con particolare attenzione alle azioni recenti volti a limitare il potere di queste ultime.

Per comprendere appieno il dibattito attuale, è essenziale rivisitare i principi fondanti della repubblica statunitense. I padri costituenti  hanno concepito una repubblica presidenziale in cui il Presidente, in quanto capo del ramo esecutivo, detiene un potere significativo al fine di dare coerenza ed efficacia alle politiche che hanno ottenuto il sostegno popolare. Come sottolineato da Costantino Mortati in “Le Forme di Governo”, il ruolo del Presidente era concepito come un contraltare al monarca britannico, con il Congresso che fungeva da freno al potere esecutivo.

Infatti, il Presidente sovrintende direttamente alle funzioni esecutive e amministrative del governo, assumendosi la responsabilità ultima della loro esecuzione. Questa concentrazione di autorità consente al Presidente di adempiere al mandato conferitogli dal processo elettorale. A differenza dei sistemi parlamentari in cui il potere è diffuso coinvolgendo il consiglio di ministri, il sistema statunitense attribuisce un’autorità considerevole al Presidente, che nomina i segretari a capo dei vari dipartimenti. Questi segretari non fanno parte di un consiglio formale con rilevanza costituzionale; invece, servono a discrezione del Presidente e possono essere rimossi dall’incarico in qualsiasi momento.

Il ruolo delle agenzie governative negli Stati Uniti ha subito una trasformazione significativa, in particolare a partire dall’era di Franklin D. Roosevelt. Il New Deal di Roosevelt ha ridefinito radicalmente l’ambito del governo federale, inaugurando un’era di espansione del potere e dell’influenza delle agenzie governative. Nel corso del tempo, queste agenzie si sono moltiplicate e hanno acquisito una crescente autonomia, allontanandosi dalla visione dei Padri Fondatori di un ramo esecutivo direttamente responsabile nei confronti del popolo.

La crescita delle agenzie indipendenti, come la Federal Trade Commission (FTC), la Federal Communications Commission (FCC) e la Securities and Exchange Commission (SEC), è stata particolarmente notevole. Queste agenzie operano con un certo grado di indipendenza dal diretto controllo presidenziale, ed esercitano una notevole influenza sulla società americana.

Nel febbraio 2025, il Presidente Trump ha emanato un executive order[1] volto a limitare il potere delle agenzie indipendenti e a riaffermare il controllo presidenziale sul ramo esecutivo. L’ordine invoca esplicitamente l’articolo II della Costituzione, che attribuisce tutto il potere esecutivo al Presidente. Questa affermazione costituisce la base dell’argomentazione dell’amministrazione secondo cui tutti i funzionari e i dipendenti del ramo esecutivo sono soggetti alla supervisione presidenziale e quindi possono essere rimossi qualora non si attengano alla volontà del Presidente.

L’executive order include diverse disposizioni. Tutte le agenzie, comprese quelle indipendenti (ad eccezione delle funzioni di politica monetaria della Federal Reserve), devono presentare le bozze dei regolamenti per la revisione da parte della Casa Bianca. Le agenzie sono tenute a consultarsi con la Casa Bianca sulle loro priorità e sui loro piani strategici, con la Casa Bianca che stabilisce gli standard di prestazione. L’Office of Management and Budget (OMB) adatterà le allocazioni delle agenzie indipendenti per garantire una spesa responsabile del denaro dei contribuenti.Il Presidente e il Procuratore Generale interpreteranno la legge per il ramo esecutivo, impedendo alle agenzie di adottare interpretazioni contrastanti. Implementando queste misure, l’amministrazione Trump cerca di garantire che le agenzie indipendenti siano responsabili nei confronti del Presidente e, per estensione, nei confronti del popolo americano. L’executive order riflette l’impegno a ripristinare la governance costituzionale e la responsabilità all’interno del ramo esecutivo.

Lo sforzo per limitare il potere delle agenzie indipendenti ha suscitato un intenso dibattito, con sostenitori e oppositori che presentano argomentazioni convincenti. I sostenitori della limitazione sostengono che le agenzie indipendenti operano senza sufficiente responsabilità nei confronti dei responsabili politici eletti. Sottoponendo queste agenzie alla supervisione presidenziale, l’executive order garantisce che rispondano alla volontà del popolo. Centralizzare l’interpretazione legale all’interno del ramo esecutivo promuove la coerenza e la coesione nell’applicazione delle leggi. Ciò riduce il potenziale di interpretazioni contrastanti da parte delle agenzie e rafforza lo stato di diritto. Semplificare i processi normativi e allineare le priorità delle agenzie all’agenda del Presidente può portare a una maggiore efficienza nelle operazioni governative. Infine  l’executive order è radicato nella Costituzione, che attribuisce tutto il potere esecutivo al Presidente. Perciò affermando  il controllo presidenziale sulle agenzie indipendenti, l’amministrazione sta semplicemente applicando lo spirito della costituzione.

Gli oppositori alla limitazione sostengono che l’executive order mina l’indipendenza delle agenzie che sono state create per operare libere da interferenze politiche. Questa indipendenza è considerata essenziale per garantire una regolamentazione e un’applicazione imparziali.

 Le agenzie indipendenti possiedono una competenza specializzata necessaria per un’efficace elaborazione delle politiche. Sottoponendo queste agenzie al controllo politico, l’executive order rischia di compromettere la qualità delle loro decisioni.

 Alcuni sostengono che l’executive order sconvolge il sistema di checks and balances concentrando troppo potere nel ramo esecutivo. Ciò potrebbe portare ad abusi di potere e a un indebolimento delle istituzioni democratiche.

Gli oppositori suggeriscono che il controllo presidenziale sulle agenzie indipendenti potrebbe renderle più suscettibili alla regulatory capture da parte di interessi speciali. Ciò potrebbe tradursi in politiche che avvantaggiano le industrie potenti a spese dell’interesse pubblico. Il regulatory capture è un fenomeno che si verifica quando un’agenzia di regolamentazione, creata per servire l’interesse pubblico, finisce per essere controllata dagli interessi delle aziende o dei settori che dovrebbe regolamentare. In altre parole, invece di proteggere il pubblico dai possibili abusi delle imprese, l’agenzia diventa uno strumento per favorire gli interessi di queste ultime

Il tentativo di limitare le agenzie indipendenti rappresenta uno sviluppo significativo nella governance americana. Il dibattito su questo tema solleva questioni fondamentali sull’equilibrio dei poteri tra il ramo esecutivo e gli organismi di regolamentazione. Mentre i sostenitori sostengono che un maggiore controllo presidenziale aumenta la responsabilità e l’efficienza, gli oppositori sollevano preoccupazioni sull’indipendenza, la competenza e il potenziale abuso di potere. Su questo punto si dovrà sicuramente esprimere la Corte Suprema.

In conclusione l’excutive order del 18 febbraio 2025 apre la strada ad una reinterpretazione del ruolo delle agenzie e non solo di quelle ma anche ai limiti del potere del Presidente. Gli scenari descritti dagli analisti avanzano ipotesi che sembrano discostarsi dalla realtà dei fatti che dimostra che le azioni della attuale amministrazione sono inquadrabili nell’ambito della Costituzione e non ne costituiscono un pregiudizio e meno che mai configurano un colpo di stato. Forse bisogna parlare di un ritorno allo spirito dei Padri Fondatori che concepivano la figura del Presidente con dei tratti da monarca sebbene limitato da un complesso sistema di check and balance.


[1] https://www.whitehouse.gov/fact-sheets/2025/02/fact-sheet-president-donald-j-trump-reins-in-independent-agencies-to-restore-a-government-that-answers-to-the-american-people/

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Il Manifesto dell’età Trumpiana, di Alberto Cossu

Il Manifesto dell’età Trumpiana

Alberto Cossu 05/03/2025

In un discorso carico di retorica e promesse di rinnovamento radicale, il Presidente Donald Trump si è rivolto alla sessione congiunta del Congresso il 4 marzo 2025, dipingendo un quadro di “America Rinata” e celebrando i risultati dei suoi primi 43 giorni in carica. Il discorso, caratterizzato da una combinazione di auto elogio, critiche pungenti e promesse di un futuro più prospero e sicuro, ha delineato una serie di politiche e iniziative volte a trasformare profondamente il tessuto economico, sociale e culturale degli Stati Uniti. Hanno prevalso gli argomenti di politica interna su quelli di politica estera.

Trump ha iniziato il suo discorso con una dichiarazione di intenti chiara e inequivocabile: “L’America è tornata”. Ha esaltato i risultati ottenuti in un lasso di tempo relativamente breve, sostenendo di aver fatto più in 43 giorni di quanto molte amministrazioni riescano a fare in anni. Questa affermazione, seppur esagerata, ha gettato le basi per un discorso incentrato sulla trasformazione rapida e radicale del paese.

Il Presidente ha posto l’accento sulla sua vittoria elettorale come un mandato popolare per il cambiamento, sottolineando la sua ampia vittoria nel Collegio Elettorale e nel voto popolare. Ha enfatizzato come, per la prima volta nella storia moderna, la maggior parte degli americani creda che il paese stia andando nella giusta direzione, un’inversione di tendenza che attribuisce direttamente alle sue politiche.

Il cuore del discorso è stato dedicato all’illustrazione delle politiche e delle iniziative chiave che l’amministrazione Trump ha intrapreso per realizzare la sua visione di un’America rinata. Queste politiche toccano una vasta gamma di settori, dall’immigrazione all’economia, dall’energia alla cultura.

Trump ha ribadito la sua posizione intransigente sull’immigrazione, dichiarando che ha proclamato  un’emergenza nazionale al confine meridionale con il Messico e schierato l’esercito e la Guardia di Confine per respingere l'”invasione” del paese. Ha rivendicato un drastico calo degli attraversamenti illegali come risultato diretto delle sue azioni, sottolineando il contrasto con le politiche “disastrose” dell’amministrazione Biden.

Il Presidente ha delineato una serie di misure volte a stimolare la crescita economica e a garantire l’indipendenza energetica degli Stati Uniti. Tra queste, il blocco delle assunzioni federali, la revisione delle normative, la fine degli aiuti esteri e il ritiro dall’Accordo di Parigi sul clima. Trump ha promesso di eliminare le restrizioni ambientali che ostacolano lo sviluppo industriale e di promuovere l’estrazione di petrolio e gas, sfruttando le vaste risorse energetiche del paese. L’approvazione di un gigantesco gasdotto in Alaska, con la partecipazione di investitori stranieri, è stata presentata come un simbolo di questa nuova era di prosperità energetica.

Trump ha parlato della creazione del “Dipartimento per l’Efficienza Governativa” (DOGE), guidato da Elon Musk, con l’obiettivo di eliminare gli sprechi e le frodi nel settore pubblico. Il Presidente ha elencato una serie di esempi di spese pubbliche che ha definito “assurde”, tra cui finanziamenti per programmi di diversità, equità e inclusione (DEI). Queste spese, secondo Trump, rappresentano un uso irresponsabile dei soldi dei contribuenti e devono essere eliminate.

Il Presidente ha promesso di invertire le politiche “woke” che, a suo dire, hanno minato i valori tradizionali americani. Ha annunciato la fine delle politiche DEI, il ripristino della libertà di parola, la dichiarazione dell’inglese come lingua ufficiale e il divieto agli uomini di partecipare agli sport femminili. Quest’ultima misura, in particolare, è stata presentata come una difesa delle atlete donne e un rifiuto dell’ideologia di genere.

Trump ha promesso di combattere le frodi e l’incompetenza presenti nel programma di previdenza sociale, sottolineando l’importanza di proteggere gli anziani e le persone vulnerabili. Ha citato dati “scioccanti” sui beneficiari della previdenza sociale, suggerendo che il sistema è afflitto da irregolarità e abusi.

Nonostante il tono celebrativo e ottimista, il discorso di Trump è stato segnato da critiche aspre nei confronti dei Democratici e delle politiche dell’amministrazione precedente. Il Presidente ha accusato i Democratici di non sostenere le sue politiche e di essere ostili al suo programma di cambiamento. Ha attaccato l’amministrazione Biden per aver causato una “catastrofe economica” e un’inflazione galoppante, e di aver generato l’aumento dei prezzi dell’energia e dei generi alimentari.

Tuttavia, Trump ha anche lanciato un appello all’unità e alla collaborazione, invitando i Democratici a unirsi a lui nel celebrare i successi dell’America e nel lavorare insieme per il bene della nazione. Ha esortato il Congresso a mettere da parte le divisioni partitiche e a concentrarsi sulla realizzazione di un futuro migliore per tutti gli americani.

Il discorso di Donald Trump al Congresso ha delineato un’agenda politica radicale e trasformativa, volta a smantellare le politiche dell’amministrazione Biden e a ripristinare i valori tradizionali americani. Le politiche proposte dal Presidente avranno un impatto significativo su una vasta gamma di settori, dall’economia all’energia, dall’immigrazione alla cultura.

Le implicazioni del discorso sono molteplici. In primo luogo, segnala un’intensificazione della polarizzazione politica negli Stati Uniti. Le critiche aspre di Trump nei confronti dei Democratici e la sua retorica incendiaria rischiano di esacerbare le divisioni esistenti e di rendere più difficile la cooperazione bipartisan.

In secondo luogo, il discorso riflette una visione del mondo populista e nazionalista. Trump si presenta come un difensore degli americani comuni e promette di proteggere i loro interessi dalle minacce esterne e interne. La sua enfasi sull’indipendenza energetica, sulla sicurezza dei confini e sulla lotta contro le politiche “woke” risuona con una parte significativa dell’elettorato americano.

In terzo luogo, il discorso solleva interrogativi sulla sostenibilità economica e ambientale delle politiche proposte. La promozione dell’estrazione di combustibili fossili e il ritiro dagli accordi internazionali sul clima potrebbero avere conseguenze negative sull’ambiente e sulla salute pubblica. Allo stesso modo, i tagli alla spesa pubblica e la deregolamentazione potrebbero compromettere i servizi sociali e la protezione dei lavoratori.

Il discorso di Donald Trump al Congresso ha segnato l’inizio di una nuova era nella politica americana. Le sue politiche radicali e la retorica che li caratterizza  hanno il potenziale per trasformare profondamente il paese, ma anche per accentuare le divisioni esistenti e disturbare il dialogo tra le forze politiche. Il Presidente ha i numeri nel Congresso per realizzare la sua visione di un’America rinata e allo stato attuale il programma politico dispone del sostegno necessario per superare le sfide che lo attendono.

In conclusione, il discorso di Trump è un manifesto politico che segna un cambio di paradigma e apre scenari inediti e, per molti versi, imprevedibili anche se il Presidente non si è sbilanciato sul versante della politica estera se non relativamente alla questione dei confini con il Messico, preferendo parlare dell’opera di prosciugamento della “palude” che assorbe risorse sottraendole allo sviluppo del paese. In alcuni passi soprattutto quelli dedicati al commercio internazionale si prefigura quasi un regime “autarchico” nel senso di auspicare un maggior consumo di prodotti soprattutto agroalimentari da parte del consumatore americano.

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