Fallire come uno Stato, di Ran Heibrunn
Fallire come uno Stato
SAGGIO DI RECENSIONE
Lo Stato dell’informazione: la politica nell’era del controllo totale
di Jacob Siegel
Henry Holt, 2026, 336 pagine

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Jacob Siegel, nel suo libro The Information State, è alla ricerca di un concetto guida sufficientemente ampio da riunire alcuni degli sviluppi politici più significativi dell’era digitale: la fusione tra la Silicon Valley e Washington, la migrazione delle tecniche militari nella governance interna, la guerra alla disinformazione, l’ascesa della sorveglianza online e la crisi di legittimità che ha segnato la politica americana dal 2016. Il concetto che Siegel propone a tal fine è quello di «Stato dell’informazione», una nuova forma di regime che sostituisce il consenso democratico con un controllo mediato dalla tecnologia. Tuttavia, Siegel non presenta questa categoria semplicemente come un principio organizzativo del panorama politico-tecnologico contemporaneo. Con maggiore ambizione, la colloca al centro di un ampio percorso storico che si estende dalla prima modernità fino al presente.
Eppure lo “Stato dell’informazione”, il concetto destinato a unificare questo vasto arco, non acquisisce mai pienamente la sostanza storica o la precisione concettuale che l’argomentazione richiede. Il risultato è un libro caratterizzato da una persistente discrepanza tra impostazione e contenuto, tra analisi spesso convincenti di fenomeni specifici e lo scheletro tematico destinato a tenerle insieme. Ciò che viene presentato come una forma di regime coerente appare sempre più, a un esame più attento, come un insieme disorganico di argomenti legati tra loro non tanto da una dimostrabile unità istituzionale quanto piuttosto dalla curiosità intellettuale e da giudizi impressionistici. Il problema non è che il concetto sia troppo ampio, ma che l’adesione ad esso da parte del libro imponga un’immagine di coerenza intenzionale su un terreno traboccante di tensioni, incongruenze e fallimenti; ciò ha l’effetto di sopprimere le caratteristiche più interessanti dei fenomeni che cerca di analizzare.
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Breve storia dello Stato dell’informazione
The Information State trae origine dal saggio di Siegel del 2023 sull’emergere della “disinformazione” come tema dominante della vita pubblica americana dopo l’ascesa di Donald Trump. In quel testo precedente, Siegel sosteneva che lo shock delle elezioni del 2016 avesse spinto settori importanti della classe dirigente americana ad allearsi con la Silicon Valley, dando vita a un «regime di censura statale-aziendale» che, in nome della lotta alla disinformazione, utilizzava metodi tecnologici e di sicurezza nazionale per monitorare e regolamentare il discorso politico online. 1 Il presente volume amplia tale argomentazione trasformandola in una tesi molto più ampia, collocando il nesso tra le istituzioni statali e la tecnologia dell’informazione all’interno di una narrazione storica panoramica. Questo quadro storico ampliato corrisponde a una tesi concettuale altrettanto ampia. La fusione tra tecnologia digitale, Stato e agenzie di sicurezza, emersa alla ribalta dopo il 2016, sostiene Siegel, rappresenta qualcosa di molto più vasto di un nuovo apparato di censura. «Quello che chiamo Stato dell’informazione,» scrive, «si riferisce a una forma di governo che sostituisce il principio democratico del consenso con il controllo.»2
Lo Stato dell’informazione, quindi, è una nuova formazione politica il cui «obiettivo ultimo [non è] censurare o opprimere, ma governare». Esso costituisce «una terza forma di regime politico», situata a metà strada tra «i regimi autoritari che impongono la propria volontà con la forza e le democrazie che governano attraverso il consenso dei propri cittadini». A differenza dell’autoritarismo classico, che si basa su una repressione visibile, lo Stato dell’informazione «governa monopolizzando l’attenzione». Controllando le infrastrutture e i protocolli della comunicazione digitale, modella le condizioni del discorso online in modo da coltivare l’obbedienza pubblica: «Detta i parametri dell’esperienza degli utenti sui social media e su altri domini online condivisi per modificare in modo impercettibile le percezioni del pubblico e condizionare le persone a considerare determinati esiti come inevitabili».3
In “Origins”, la prima delle tre parti del libro, Siegel fa risalire le radici dell’attuale sistema governativo digitale a Francis Bacon. Con una mossa tipica delle genealogie tecnologiche, il filosofo e statista inglese del XVII secolo appare come una figura fondatrice della marcia espansionistica della civiltà occidentale dalla rivoluzione scientifica verso l’era delle macchine. Bacon rappresenta la convergenza tra autorità scientifica e politica: nel suo pensiero, la conoscenza della natura coincide con la pretesa di governare il mondo. Lo scopo dell’indagine scientifica, di conseguenza, non è la ricerca della verità, bensì l’estensione del «potere e del dominio della stessa razza umana sull’universo». 4 Incarna l’identificazione tra conoscenza e potere, scienza e arte di governare, Bacon emerge come figura archetipica della «tecnocrazia», un concetto che sarebbe diventato la categoria centrale della descrizione di Siegel dello Stato dell’informazione.
Siegel ripercorre la storia della tecnocrazia dall’Europa dell’età moderna agli Stati Uniti dell’inizio del XX secolo. Lì, il percorso della tecnocrazia si intrecciò con il movimento progressista, dando origine a una nuova tradizione di governo: la tecnocrazia progressista. Istituzionalizzata per la prima volta durante l’amministrazione Wilson, questa formazione – che Siegel considera l’ideologia dominante della classe dirigente americana ancora oggi – ha conferito al pragmatismo sterile della tecnocrazia un impegno morale verso la modernizzazione sociale. Dato il carattere incerto e ingestibile della popolazione, i tecnocrati progressisti ritenevano che la modernizzazione dovesse essere imposta dall’alto. Questa ideologia è quindi fondamentalmente elitaria: il tecnocrate progressista rivendica l’autorità di stabilire la direzione da seguire indipendentemente dalla volontà del popolo.
L’eredità di Wilson è importante anche per un altro motivo. Durante la Prima guerra mondiale, la sua amministrazione ricorse alla censura e alla propaganda per disciplinare l’opinione pubblica e reprimere il dissenso interno, in particolare attraverso il Comitato per l’Informazione Pubblica. Questo episodio ha dato vita a un fenomeno di migrazione verso l’interno, per cui le tecniche sviluppate in tempo di guerra sopravvivono al conflitto che le ha generate e si trasferiscono nella vita civile. Pertanto, sebbene l’infrastruttura della repressione wilsoniana fosse stata formalmente smantellata alla fine della guerra, «le funzioni di propaganda, censura e pubblicità si diffusero in innumerevoli uffici governativi, agenzie di pubbliche relazioni, uffici militari e di intelligence, nonché agenzie pubblicitarie», garantendo così che «l’eredità più importante di Wilson perdurasse». 5 Questa dinamica diventa uno dei temi centrali del libro: le capacità sviluppate durante l’emergenza militare, come dimostra Siegel, raramente rimangono confinate alla sfera estera. Prima o poi, si raccoglie ciò che si semina.
I capitoli conclusivi della prima parte del libro mettono maggiormente a fuoco il rapporto tra tecnologia della comunicazione e guerra. Siegel delinea l’ascesa dell’informatica, della cibernetica e della teoria dell’informazione negli anni ’40 e ’50, sottolineandone l’intreccio con la ricerca militare, prima di passare al Vietnam come laboratorio per la fusione tra arte della guerra e tecnologia dell’informazione. L’istituzione centrale nell’analisi di Siegel sull’era del Vietnam è l’ARPA—l’Agenzia per i Progetti di Ricerca Avanzata del Pentagono—che più di ogni altra organizzazione incarnava la fusione tra scienze sociali comportamentali, tecnologia digitale e pianificazione della difesa.
Questa convergenza rese l’ARPA un punto nevralgico per lo sviluppo della controinsurrezione, una dottrina bellica incentrata sulla popolazione in cui l’oggetto dell’azione militare non era più semplicemente un esercito avversario, ma le norme, i valori e le istituzioni di un’intera società. La competenza militare non poteva quindi più limitarsi a infliggere danni ai combattenti nemici; doveva essere integrata da tecniche volte a studiare, influenzare e riorientare le popolazioni civili. La controinsurrezione, in questo senso, divenne l’applicazione militare della tecnocrazia progressista: la guerra ripensata come un progetto di modernizzazione sociale, guidata dalla competenza e orientata alla trasformazione di intere popolazioni. Tuttavia, questa apparente «civilizzazione» del potere militare si trasformò rapidamente nella militarizzazione della vita civile, poiché lo sforzo di comprendere società lontane lasciò il posto a meccanismi basati sulla conoscenza per monitorarle e controllarle.
Tuttavia, l’erosione del confine tra guerra e politica causata dalla controinsurrezione non rimase confinata ai campi di battaglia stranieri. Seguendo il modello della migrazione verso l’interno, i metodi e gli strumenti sviluppati per studiare e gestire popolazioni lontane furono riassorbiti negli Stati Uniti e riutilizzati nella sorveglianza dei cittadini americani. Questa dinamica emerse negli anni ’70 con le rivelazioni sulle attività di spionaggio diffuse da parte dell’FBI e della CIA nei confronti dei cittadini americani, che Siegel presenta non come abusi isolati, ma come primi segni di un apparato di sorveglianza di massa emergente. A un livello più generale, questo modello è visibile in Arpanet, l’esperimento militare di rete che si sarebbe poi evoluto nella moderna Internet. Le strutture tecnologiche create nell’era del Vietnam, scrive Siegel, «ora ci circondano nella nostra vita quotidiana».6
La parte centrale di The Information State, intitolata “Conquest”, comprende alcuni dei passaggi più incisivi del libro. Attraverso cinque capitoli che abbracciano il periodo dagli anni ’70 agli anni 2010, Siegel traccia come, parallelamente allo sviluppo dell’informatica personale, alla commercializzazione di Internet e all’ascesa della Silicon Valley, la classe politica statunitense e l’establishment della sicurezza abbiano sempre più utilizzato le tecnologie dell’informazione per sorvegliare i cittadini in patria e condurre guerre high-tech all’estero. Tra le tappe fondamentali di questo periodo figurano la Guerra del Golfo, la Guerra al terrorismo, le rivolte della Primavera araba, le rivelazioni di Edward Snowden, la campagna contro l’ISIS e l’annessione della Crimea da parte della Russia. I temi introdotti in “Origins” – la diffusione delle tecnologie militari nel settore civile e l’ascesa della tecnocrazia progressista – vengono approfonditi e intensificati, culminando in un ritratto dei primi anni 2010 come l’età dell’oro dello Stato informazionale.
Il punto centrale di questa parte del racconto è la ridefinizione del rapporto tra tecnologia e sicurezza nazionale all’indomani dell’11 settembre. In ambito militare, le invasioni dell’Iraq e dell’Afghanistan hanno dato nuovo slancio alle teorie sulla “guerra dell’informazione”. Come osserva Siegel, “Dopo l’11 settembre, le campagne di influenza online e le operazioni di informazione sono diventate elementi fondamentali della guerra al terrorismo”. 7 Nel 2014, tra il terrorismo dell’ISIS nato in rete e il rinnovato allarme per le operazioni mediatiche del Cremlino, l’ecosistema politico dedicato alla guerra dell’informazione, oggi più spesso definita «guerra ibrida», è entrato in un altro ciclo di boom caratterizzato da grande clamore e finanziamenti. Come sostiene in modo convincente Siegel, il valore strategico e operativo di queste dottrine è, ed è sempre stato, altamente discutibile. Le vittorie nei conflitti armati rimangono radicate in realtà ormai fuori moda come la capacità di infliggere distruzione fisica.
All’interno degli Stati Uniti, la convergenza tra tecnologia dell’informazione e Stato di sicurezza si è rivelata più efficace. Gli anni successivi all’11 settembre hanno visto l’emergere di un regime di sorveglianza digitale onnicomprensivo e invasivo, fondato su una nuova alleanza tra la Silicon Valley e Washington. Man mano che l’amministrazione Bush stringeva legami più stretti con le aziende tecnologiche, la Silicon Valley si allontanava dal libertarismo degli anni ’90, riportando Internet “alle sue radici militari”. 8 Questa convergenza ha trovato il suo apice nella figura di Barack Obama, il «Presidente della Silicon Valley», il quale, unendo il Partito Democratico ai giganti della tecnologia, «ha inaugurato l’alleanza politica più significativa del XXI secolo».9
La presidenza di Obama appare quindi come l’apogeo della tecnocrazia progressista e dello Stato dell’informazione. Sotto Obama, funzionari governativi, le grandi aziende tecnologiche, le agenzie di sicurezza nazionale e i media, sostenuti da un ampio strato di liberali istruiti e progressisti militanti, si sono uniti in un potente blocco impegnato a rimodellare la società americana a propria immagine. Per attuare il proprio programma, sostiene Siegel, questa coalizione ha sviluppato una nuova «tecnica di governo che aggirava il normale processo legislativo impadronendosi delle leve del sistema digitale per attuare cambiamenti politici di ampia portata».10 Eludendo i vincoli di una aperta contesa democratica, l’amministrazione ha imparato a utilizzare i social media per plasmare l’opinione pubblica. La legittimità non doveva più fondarsi sul consenso popolare; poteva invece essere costruita attraverso il controllo della narrazione.
Dopo aver tracciato le “Origini” dello Stato dell’informazione e ne aver raccontato la “Conquista”, la narrazione di Siegel giunge alla sua sezione finale, “Rivolta”, che copre il panorama post-2016. Qui il conflitto centrale è descritto come una lotta tra lo Stato dell’informazione e le forze della ribellione populista, soprattutto l’insurrezione di Donald Trump. Secondo la ricostruzione di Siegel, l’ascesa di Trump non ha segnato il crollo immediato dello Stato dell’informazione, ma la fine della sua egemonia incontrastata. Di fronte a una sfida populista alla propria autorità, l’establishment progressista-tecnocratico ha risposto con una delle sue dimostrazioni di forza più aggressive: un tentativo di delegittimare la vittoria di Trump attraverso accuse di collusione con Mosca e allarmi sulle campagne di disinformazione online russe.
Parallelamente al “Russiagate” si sono svolte sia operazioni informative offensive rivolte al pubblico interno, sia campagne difensive contro le manipolazioni provenienti dall’estero e dal mondo online. Queste si sono presto trasformate in un vasto complesso di contrasto alla disinformazione, un’infrastruttura che riunisce agenzie governative, funzionari dei servizi segreti, piattaforme tecnologiche, organizzazioni mediatiche, istituti accademici e ONG nell’impegno comune di contrastare le falsità e proteggere la sfera pubblica dalla corruzione informativa. Con l’avvicinarsi delle elezioni del 2020, lo «Stato dell’informazione» aveva raggiunto l’apice del proprio potere, presentandosi come un sistema tentacolare di sorveglianza, controllo narrativo e gestione tecnocratica.
L’ultima parte del libro presenta gli anni di Biden come il momento in cui lo “Stato dell’informazione” viene spinto ai limiti del proprio potere e inizia a sgretolarsi. Siegel si concentra in particolare su due sviluppi: la risposta del governo al Covid-19 e la decisione, dopo il 6 gennaio, di rivolgere gli strumenti di controinsurrezione e di sorveglianza informativa verso l’interno, contro i sostenitori di Trump e altri cittadini accusati di estremismo. Il tentativo di reprimere lo scetticismo sui vaccini e di controllare il dissenso in materia di salute pubblica, che si è svolto parallelamente all’espansione post-6 gennaio delle misure antiextremismo interne, non ha ripristinato l’autorità né la pace sociale, ma ha invece accelerato una più ampia crisi di legittimità. Alla fine della narrazione, lo Stato dell’informazione appare come un regime i cui sforzi più aggressivi di autoconservazione non hanno fatto altro che aggravare le condizioni del proprio disgregarsi.
Critiche inflazionistiche
All’inizio del testo, Siegel osserva che una delle difficoltà che caratterizzano il dibattito sull’informazione è la natura polisemica del termine, ovvero il fatto che «nessuno riesca a mettersi d’accordo su cosa sia l’informazione».11 Nel corso del libro, egli gestisce questa ambiguità con notevole abilità, bilanciando significati specifici con una più ampia flessibilità concettuale. L’altra componente della frase del titolo, lo Stato, riceve un trattamento diverso. Come osservato, l’introduzione insiste nel distinguere tra lo Stato dell’informazione, la democrazia e l’autoritarismo. Da quel punto in poi, tuttavia, questa tipologia delle forme di regime cede il passo a una tendenza familiare a trattare «lo Stato» come un’entità non specificata ma evidente di per sé, la cui continua espansione diventa il principio organizzativo della storia politica dell’Occidente moderno.
All’inizio della narrazione incontriamo Jean-Baptiste Colbert, primo ministro di Stato della Francia sotto Luigi XIV. Colbert, scrive Siegel, «introdusse la gestione dell’informazione come strumento di arte di governo moderna», guidando la trasformazione della Francia feudale in «una prima versione dello Stato informativo centralizzato, che esercitava il potere attraverso un apparato amministrativo onnisciente». L’informazione e lo Stato emergono così come una formazione simbiotica. Citando lo storico Jacob Soll, Siegel sostiene che «il sogno del dominio informativo, che ha profondamente influenzato la formazione degli Stati moderni, conteneva ciò che Soll definisce “i germi del governo totalitario moderno, destinati a svilupparsi in reti di informatori e sistemi di archiviazione”». 12 Nonostante le riserve in senso contrario, i confini che separano lo Stato informativo, quello totalitario e quello «moderno» (presumibilmente democratico o assistenziale) mostrano una strana tendenza a fondersi in un’unica miscela storico-istituzionale.
In La nascita della biopolitica, Michel Foucault ha individuato due elementi di quello che ha definito il fenomeno della “statofobia”. Il primo è «l’idea che lo Stato possieda in sé e attraverso il proprio dinamismo una sorta di potere di espansione», un «imperialismo endogeno che lo spinge costantemente ad ampliare la propria superficie e ad accrescerne la […] profondità». Il secondo elemento è il pensiero «che esista una parentela, una sorta di continuità genetica o implicazione evolutiva tra le diverse forme di Stato, in cui lo Stato amministrativo, lo Stato sociale, lo Stato burocratico, lo Stato fascista e lo Stato totalitario sono tutti… i rami successivi di un unico e medesimo grande albero del controllo statale nella sua espansione continua e unificata».
Nel loro insieme, questi elementi danno origine a quella che Foucault definisce una critica inflazionistica dello Stato. «Perché inflazionistica?» Perché «non appena accettiamo l’esistenza di questa continuità o affinità genetica tra diverse forme di Stato», iniziamo a «ricollegarle l’una all’altra, privandole così della loro specificità». Con una logica simile, un amministratore francese del XVII secolo può diventare il progenitore sia delle moderne burocrazie statali che del totalitarismo, mentre il Comitato per l’Informazione Pubblica di Wilson converge con le ossessioni contemporanee sulla disinformazione online. Una seconda ragione per definire questa critica «inflazionistica» è che tali concatenazioni identificano lo Stato con un’essenza repressiva diffusa a scapito di un riferimento storico concreto: «consente di evitare di pagare il prezzo della realtà e dell’attualità, in quanto, in nome di questo dinamismo dello Stato, si può sempre trovare qualcosa di simile a una parentela o a un pericolo, qualcosa di simile alla grande fantasia dello Stato paranoico e divorante».13
Nel testo di Siegel, lo Stato subisce pressioni inflazionistiche simili. Una caratteristica fondamentale di The Information State, potremmo dire, è la sua tendenza a sottoporre lo Stato a un’inflazione informativa. La tecnologia dell’informazione non figura tanto come un ambito circoscritto quanto come un mezzo amplificatore attraverso il quale lo Stato estende e intensifica il proprio potere. Il significato del termine «Stato» a volte sembra più estetico che giuridico o istituzionale: lo Stato appare come una forza o un’energia, qualcosa che si espande, si fonde, assorbe e si diffonde: «un sistema di controllo che abbraccia il globo»; un «leviatano della sorveglianza di massa che consumava informazioni in una frenesia divorante»; un «leviatano tentacolare con tentacoli che si estendono attraverso i continenti e in ogni angolo della società americana»; un «imperialismo tecnocratico» che mira «ad espandere il potere burocratico e il controllo informativo». 14 Tali formulazioni vivide e incisive contribuiscono a rendere The Information State una lettura avvincente. Tuttavia, lasciano anche l’impressione che la categoria dello Stato dell’informazione si basi su qualità affettive piuttosto che su una precisione analitica.
Inoltre, la visione dello Stato come entità unitaria caratterizzata da un intrinseco dinamismo espansionistico sembra particolarmente inadatta all’universo storico e tematico del libro stesso. Circa due terzi del testo, dopotutto, coprono i decenni che vanno dagli anni ’70 ad oggi. Parti significative di The Information State, in altre parole, trattano del periodo neoliberista, un’era caratterizzata da una progressiva riduzione della portata pratica e dell’autorevolezza normativa dello Stato. Negli Stati Uniti, un’espressione chiave di questo processo è stata l’affermarsi nel discorso giuridico dominante di ciò che la studiosa di diritto Jodi Short ha definito «lo stile paranoico nella riforma normativa»: una «profonda ansia nei confronti della coercizione statale» che inquadra qualsiasi forma di regolamentazione governativa come una minaccia autoritaria all’autonomia e alla libertà.15
Inoltre, sebbene questo declino della legittimità dello Stato costituisca un contesto rilevante per quasi tutti i testi dedicati ai decenni a cavallo del volgere del millennio, sembra particolarmente essenziale per un’opera incentrata sull’ascesa delle Big Tech. Dopotutto, ciò che Short descrive come il contesto normativo avverso allo Stato del periodo neoliberista è stato cruciale per l’accumulo di ricchezza e influenza straordinarie da parte delle aziende tecnologiche. Eppure il neoliberismo compare a malapena nel libro di Siegel. Infatti, per quanto mi risulti, il termine stesso viene menzionato due volte, in citazioni dirette di altri autori. Naturalmente, le scelte lessicali di uno scrittore non sono importanti di per sé. In questo caso, tuttavia, l’omissione sembra davvero significativa dal punto di vista sostanziale.
In linea di massima, The Information State descrive un mondo in cui il neoliberismo non è mai esistito. O almeno un mondo in cui non si è mai manifestato come una trasformazione distinta nella storia dello Stato. Vi sono riferimenti a temi correlati quali la finanziarizzazione, la globalizzazione e la delocalizzazione dei posti di lavoro, ma questi fenomeni non vengono mai collegati al declino delle istituzioni statali e quindi non interferiscono con il quadro più ampio di una continua espansione dello Stato.
Di tanto in tanto, le conseguenze di questa emarginazione del neoliberismo vengono alla ribalta. Ad esempio, quando Siegel descrive le rivolte populiste degli anni 2010, scrive che «i populisti volevano che le questioni fondamentali di interesse nazionale, come l’immigrazione, la politica commerciale e la guerra, fossero decise dagli elettori, non dalle élite manageriali. Ciò li ha messi in conflitto con il sistema postbellico di controllo tecnocratico che ha trasferito il potere sovrano decisionale a organismi opachi e non democratici come l’Unione Europea, le burocrazie amministrative statunitensi e Google». 16 Poiché il testo non fornisce alcun indizio su quale guerra si intenda con il termine «dopoguerra», il lettore è portato a supporre che Siegel si riferisca all’ordine post-1945. In questa periodizzazione, il neoliberismo scompare in un’era “postbellica” indifferenziata, il populismo contemporaneo viene giustapposto allo statalismo della Guerra Fredda e fenomeni così diversi come “l’Unione Europea, le burocrazie amministrative statunitensi e Google” vengono raggruppati sotto termini come “élite manageriali” e “controllo tecnocratico”, che, estesi a tal punto, diventano poco più che etichette vuote.
Verso la fine del testo, diventano visibili le crepe nel tentativo di presentare la storia recente come un’ulteriore diramazione di quello che Foucault definiva “il grande albero del controllo statale”. Man mano che la narrazione si avvicina al presente, la realtà vissuta minaccia di sgonfiare il discorso gonfiato, e le falle della tesi centrale del libro emergono proprio dalla sua stessa struttura. Così, a sole trenta pagine dalla fine, scopriamo improvvisamente che questa narrazione di ampio respiro sull’ascesa dello Stato dell’informazione è in realtà una storia di ascesa e caduta. Considerato il linguaggio incisivo con cui questo sistema è stato descritto fino a questo punto, il resoconto di Siegel sulla sua disintegrazione risulta piuttosto deludente. Il penultimo capitolo si apre così: «Due grandi forze si sono unite durante la presidenza di Joe Biden, spingendo lo Stato dell’informazione ai limiti del suo potere e mettendo in moto la catena di eventi che ne avrebbe determinato il crollo. La prima è stata la risposta del governo alla pandemia di Covid-19. . . . La seconda è stata la decisione di utilizzare gli strumenti della controinsurrezione contro i cittadini americani.»17
Spiegando perché la risposta dell’amministrazione al Covid-19 abbia accelerato il crollo dello “Stato dell’informazione”, Siegel scrive che, a differenza del Russiagate, “che era essenzialmente un crimine contro astrazioni come lo ‘Stato di diritto’ e il ‘processo democratico’”, le politiche «palesemente autoritarie»18 di Biden relative alla pandemia «hanno portato lo Stato dell’informazione nella vita quotidiana delle persone». Mentre «le persone comuni che non dedicavano il proprio tempo a scorrere i feed di notizie potevano scegliere di ignorare il sordido dramma Trump-Russia», misure quali «i lockdown per il Covid e l’obbligo vaccinale hanno eliminato l’esenzione per la “gente comune”». 19 Di per sé, questa potrebbe essere un’osservazione perspicace sulle dinamiche della recente politica americana. Letta nel contesto della teoria più ampia di Siegel, tuttavia, sembra una controargomentazione sorprendente alla sua tesi centrale. Se tutto ciò che serviva per abbattere lo “Stato dell’informazione” era portare i cittadini “normali” alle urne, allora quella che è stata descritta come “una delle forze più potenti del mondo moderno” deve essere stata fin dall’inizio una formazione piuttosto vulnerabile.20 È uno strano tipo di regime autoritario la cui autorità dipende dal non pestare i piedi alla gente comune.
Il secondo fattore che ha portato alla caduta dello Stato dell’informazione lascia un senso di confusione simile. Per qualche motivo, l’uso di strumenti di sorveglianza controinsurrezionali nei confronti dei cittadini americani durante le guerre dell’informazione della presidenza Biden si è improvvisamente ritorto contro, anche se ciò è perfettamente coerente con il modo in cui lo Stato dell’informazione ha operato finora. Secondo quanto riferito dallo stesso Siegel, tali applicazioni interne delle tecnologie militari sono state una procedura standard all’interno dello Stato di sicurezza nazionale almeno fin dai tempi di Woodrow Wilson. Ciononostante, egli insiste, questa volta è stato diverso: si è trattato di una «vera e propria svolta radicalizzante, una spirale rivoluzionaria. Man mano che il partito al potere si distanziava dalla nazione nel suo complesso e perseguiva obiettivi divisivi e impopolari, ha perso non solo il consenso dei governati, ma anche il suo legame con una realtà condivisa».21
La tensione nella discussione diventa difficile da ignorare. Dopo aver definito lo Stato dell’informazione come «una forma di governo che sostituisce il principio democratico del consenso con il controllo» e aver ripetutamente descritto il suo potere come fondato sulla distorsione della realtà attraverso operazioni di informazione digitale, Siegel presenta ora proprio quelle condizioni — la mancanza di consenso e la disconnessione dalla realtà — come le forze che ne hanno determinato la caduta. Il lungo e tortuoso percorso dello Stato dell’informazione, un regime formidabile che per secoli ha affinato il proprio apparato di sorveglianza e controllo, si conclude così con notevole bruschezza. Un attimo prima c’è, un attimo dopo non c’è più.
Venerazione negativa
Nonostante i suoi difetti, The Information State è un libro intelligente e spesso avvincente, ricco di osservazioni sorprendenti e dettagli illuminanti. La sua ricchezza e la sua energia, tuttavia, finiscono per essere appesantite dall’adesione a una premessa poco plausibile: l’insistenza sul fatto che una forma di regime distinta, denominata «Stato dell’informazione», sia effettivamente esistita e che noi ne abbiamo vissuto sia l’apice che la scomparsa. Il suo finale deludente, a mio avviso, rivela una tendenza più ampia nella letteratura antitecnologica contemporanea: la tendenza a esagerare la coerenza e la durata delle forze a cui si oppone. I critici della tecnologia generano ora concettualizzazioni del panorama attuale a un ritmo che eguaglia quasi la frenesia innovativa degli imprenditori della Silicon Valley: «Lo Stato dell’informazione», «Capitalismo di sorveglianza», «Imperi del silicio», «Tecno-feudalesimo» e così via. Naturalmente, i critici si affezionano alle proprie formulazioni e quindi le investono di una grandiosità e di una densità che le realtà che descrivono faticano a sostenere.
L’espressione più generale di questa dinamica riguarda il problema del tono distopico. The Information State appartiene a una lunga tradizione di testi che considerano il cambiamento tecnologico come il principio organizzativo di un ordine sociale terrificante, caratterizzato da una radicale negazione della spontaneità e della libertà.
Come ha sottolineato Langdon Winner, «il nostro modo di concepire la tecnologia sembra indissolubilmente legato a un’unica concezione del modo in cui il potere viene utilizzato: lo stile del dominio assoluto, il controllo dispotico e unidirezionale del padrone sullo schiavo».22 L’affermazione paradigmatica di questa tradizione è La società tecnologica di Jacques Ellul del 1954, un libro il cui impatto sul testo di Siegel è innegabile. Ma la famosa affermazione di Ellul secondo cui la tecnica «non può che essere totalitaria» segue la stessa logica della convinzione degli anni ’90 secondo cui Internet fosse una forza naturalmente progressista o emancipatoria. 23 L’utopismo e il distopismo, per dire l’ovvio, sono le due facce della stessa medaglia. Il problema non è solo che entrambe le prospettive trattano la tecnologia come il motore principale del cambiamento storico, trascurando le situazioni in cui i modelli tecnologici esprimono, anziché determinare, gli assetti sociopolitici. A mio avviso, è più interessante una certa convergenza retorica tra i critici e i sostenitori della tecnologia. La tendenza di questi ultimi a glorificare la tecnologia trova riscontro nella propensione dei primi per quella che potremmo definire venerazione negativa: una forma di soggezione invertita che rifiuta la legittimità morale o politica del potere tecnologico, pur accettandone, e spesso amplificandone, la pretesa di superiorità e assolutezza.
L’opera di Shoshana Zuboff The Age of Surveillance Capitalism ha, a mio avviso, reso la venerazione negativa il tono dominante della letteratura contemporanea critica nei confronti della tecnologia. Nelle seicento pagine di quella celebre opera, la Zuboff combina un’analisi meticolosa dell’economia politica del settore tecnologico con una curiosa tendenza ad attribuire alle aziende tecnologiche una capacità quasi demoniaca di prosciugare il dinamismo e il caso dalla struttura metafisica dell’universo. La descrizione che Siegel fa del potere dello Stato dell’informazione a tratti vira in una direzione simile. Ad un certo punto, ad esempio, scrive che coloro che sono in grado di acquisire il massimo delle informazioni diventano «la cosa più onnisciente dopo Dio». Poco dopo, sostiene che ciò che rende l’«impero dell’informazione» dell’era Obama storicamente unico è il modo in cui fonde «la classica ambizione imperiale di governare un territorio con l’ambizione degli Stati totalitari del XX secolo di dominare la vita interiore dei singoli soggetti». 24 Sebbene gran parte della critica di Siegel all’amministrazione Obama sembri giustificata, descriverla come una sintesi di imperialismo e totalitarismo mi sembra un po’ esagerato. Se lo Stato dell’informazione degli anni 2000 appartenesse alla stessa categoria dell’imperialismo e del totalitarismo, allora il suo crollo negli ultimi anni dovrebbe essere annoverato tra eventi epocali come la decolonizzazione o la liberazione dell’Europa. Sebbene la politica dell’ultimo decennio possa essere stata tumultuosa, non abbiamo ancora vissuto un nuovo momento della portata del 1945, né nulla di simile.
Inoltre, la tendenza a venerare in modo negativo ciò a cui ci si oppone porta spesso a rappresentazioni incoerenti del potere tecnologico. In questa ottica, la minaccia che la tecnologia rappresenta per la libertà umana appare al tempo stesso fondamentalmente deterministica e radicalmente volontaristica.
In The Information State, i meccanismi di controllo governativo appaiono al tempo stesso come la logica impersonale della moderna società industriale e come il progetto deliberato di particolari attori politici. Pertanto, la riorganizzazione tecnocratica delle istituzioni statali operata da Wilson viene presentata come un allontanamento discutibile dalla Costituzione americana, i cui padri fondatori, sostiene Siegel, avevano compreso che il tentativo di eliminare la complessità del contributo pubblico dal processo decisionale politico minaccia la libertà su cui si fonda la repubblica. Allo stesso tempo, tuttavia, Siegel scrive che «ciò che Wilson chiamava amministrazione e che spesso viene definito burocrazia fu la prima grande tecnologia di controllo politico», una tecnologia che ben presto divenne «la struttura organizzativa essenziale di tutte le società industriali».25
La stessa tensione si ritrova nella sua descrizione dello Stato dell’informazione contemporaneo come «una società completamente automatizzata e totalizzata, che può essere programmata a vantaggio dei suoi governanti utilizzando gli individui come strumenti per regolare la stabilità del sistema».26 Il potere nell’era dello Stato dell’informazione, in altre parole, è al tempo stesso radicalmente orizzontale e intensamente verticale. La società è al tempo stesso «autocontrollata», in uno stato di autooppressione cibernetica, e programmata dall’alto dai governanti, ai cui interessi questo sistema è al servizio.
Siegel, presumo, sosterrebbe che descrivere la struttura dello stato dell’informazione in questi modi apparentemente contraddittori sia proprio il punto: che questa tensione non rappresenti un difetto dell’argomentazione, ma piuttosto colga la vera grandezza del potere tecnologico nel mondo reale. Forse. L’altra possibilità, tuttavia, è che questa oscillazione tra determinismo e volontarismo, questa convergenza tra sovranità ultima e servitù assoluta, non rifletta tanto la struttura della realtà tecnologica quanto la natura del discorso tecnologico. Qualcosa nel nostro modo di pensare alla tecnologia sembra particolarmente vulnerabile a tali orizzonti assolutisti, a piani generali onnicomprensivi e a punti archimedei supremi. La realtà, tuttavia, è che nessuno controlla il cambiamento tecnologico e nessuno progetta la vita sociale. La ricchezza senza precedenti dei nostri signori della tecnologia li rende ricchi come mai prima d’ora; non li rende onnipotenti, né tantomeno onniscienti. Come afferma Winner, «la posizione privilegiata di un’élite o di una classe non è la prova che essa guidi il meccanismo, ma solo che disponga di un comodo posto a sedere per godersi il viaggio».27
Instabilità simili nella rappresentazione del potere sono evidenti anche nel modo in cui il libro tratta il Partito Democratico. L’analisi di Siegel della politica contemporanea è chiaramente influenzata dalla simpatia per la sfida populista di Trump. Naturalmente, non c’è nulla di sbagliato in questo; la polemica è un genere antico e spesso brillante del pensiero politico. La difficoltà sta nel fatto che l’ostilità verso un avversario costituisce una base troppo ristretta per una descrizione panoramica di un fenomeno come lo Stato dell’informazione, i cui contorni, nella misura in cui emergono dall’invenzione della scienza moderna e dalla creazione del governo moderno, sono di fatto coincidenti con la modernità stessa. A questo proposito, il libro mostra qualcosa di simile a ciò che Evgeny Morozov ha definito l’«epochalismo» del discorso tecnologico contemporaneo: una forma di eccezionalismo generazionale, una tendenza a immaginarsi come protagonisti di un momento di trasformazione unico nel suo genere.28 Nella descrizione di Morozov, il linguaggio epocale serve spesso a mascherare l’ignoranza storica. Siegel, chiaramente, non ne è colpevole. Qui l’immaginario epocale svolge una funzione diversa: permette agli attuali oppositori politici di apparire non solo come prodotti delle circostanze contemporanee, ma come incarnazioni attuali di una forza secolare e di portata storica mondiale. La loro sconfitta acquisisce così un significato epocale.
Eppure, come quadro concettuale per una storia di cinquecento anni del rapporto tra tecnologia e governo, l’attuale Partito Democratico, per quanto pessimo possa essere, semplicemente non ha il peso necessario per sostenere tale fardello. Dobbiamo davvero credere che il sogno di uno Stato dell’informazione onniveggente—un regime di controllo totale e conoscenza assoluta, concepito da un filosofo inglese dell’età moderna e delineato da uno statista americano della tarda modernità, reso operativo nei laboratori bellici dell’ARPA e testato sul campo nelle zone di combattimento di Baghdad e Saigon —sia culminato nell’ossessione dell’amministrazione Obama per la gestione del discorso online?
Per essere chiari, non sto negando che la sorveglianza governativa dei social media sia sufficientemente significativa da giustificare un’analisi intellettuale approfondita. Il mio punto, piuttosto, è che non ogni affronto governativo alla democrazia equivale a un tentativo di abolirla. Inoltre, anche ammettendo che le politiche delle recenti amministrazioni democratiche abbiano rispecchiato certi impulsi autoritari, dobbiamo comunque riconoscere che, secondo qualsiasi ragionevole standard comparativo, il tentativo dello «Stato dell’informazione» americano di imporre un regime di controllo totale sui propri cittadini si è rivelato straordinariamente incompetente. Se gli anni di Obama o Biden rappresentano la coda di un sistema repressivo secolare, allora la traiettoria dello «Stato dell’informazione» è stata caratterizzata da un patetico indebolimento piuttosto che da un drammatico crescendo.
Il fallimento e l’oblio
Oltre all’esagerazione retorica, un secondo meccanismo alla base dell’amplificazione del potere della tecnologia, impiegato sia dai suoi sostenitori che dai suoi critici, può essere descritto come la cancellazione del fallimento. Il discorso pubblico e intellettuale sulla tecnologia mostra spesso una marcata tendenza a minimizzare o sopprimere il fatto che il passato e il presente dell’industria tecnologica siano costellati di spettacolari fallimenti. Questa dinamica opera a due livelli diversi. In senso stretto, specifici episodi di fallimento tecnologico vengono cancellati dalla memoria collettiva o minimizzati rispetto ai successi celebrati. L’ARPA, ad esempio, sarà ricordata per sempre come l’organizzazione che ha creato il predecessore dell’Internet moderno. Eppure, come dimostra Sharon Weinberger nella sua storia dell’agenzia, la miriade di «gloriosi fallimenti» che compongono la sua eredità, in particolare il fiasco della controinsurrezione dell’era del Vietnam, vengono o presentati come aberrazioni o silenziosamente rimossi dai registri ufficiali.
Come osserva Weinberger, il problema di questa tendenza ad attribuire alle iniziative fallite un ruolo marginale nella storia di un’organizzazione è che essa oscura una verità fondamentale sull’innovazione: il fallimento è un aspetto fondamentale, piuttosto che accidentale, dello sviluppo tecnologico. «Il prezzo del successo è il fallimento, e il prezzo di un successo importante è un fallimento significativo; le conseguenze di entrambi dovrebbero essere valutate nel giudicare l’eredità di qualsiasi istituzione.»29 Poiché sia gli ammiratori che i critici della tecnologia hanno interesse ad amplificarne il significato storico, entrambi tendono a questa sistematica dimenticanza del fallimento.
Ma la cancellazione del fallimento opera anche a un altro livello, più profondo. Negli ultimi anni, capita di tanto in tanto di imbattersi nell’ipotesi secondo cui le aziende tecnologiche contemporanee stiano creando un mondo in cui la categoria stessa del fallimento potrebbe essere eliminata dall’esistenza sociale. In tali descrizioni, ciò che scompare non è semplicemente un qualsiasi fallimento tecnologico specifico, ma il fenomeno del fallimento in quanto tale. Un’opera fondamentale in questo ambito è, ancora una volta, The Age of Surveillance Capitalism di Zuboff.
Un argomento centrale dello studio di Zuboff è che l’orientamento filosofico dell’industria tecnologica contemporanea discende dal comportamentismo radicale di B. F. Skinner. In questa tradizione, la scienza non è definita solo dalla spiegazione, ma dalla previsione, e la previsione, a sua volta, apre alla possibilità del controllo. Zuboff sostiene che le aziende tecnologiche contemporanee ereditino e mettano in pratica questa logica. Il loro modello di business si basa sull’estrazione di dati comportamentali al fine di generare previsioni sempre più accurate sul comportamento degli utenti, che vengono poi vendute agli inserzionisti online. Tuttavia, la spinta verso la previsione non si ferma qui. Poiché «la fonte più predittiva di tutte è il comportamento che è già stato modificato per orientarsi verso un risultato garantito», le aziende passano dalla previsione comportamentale al controllo comportamentale, riducendo così al minimo la probabilità di un fallimento predittivo. 30 La previsione diventa così la base di una visione del mondo come interamente ingegnerizzabile, un mondo in cui il caso appare come un problema tecnico. Sia i comportamentisti che i leader tecnologici conducono una «guerra senza quartiere contro gli incidenti, gli errori e la casualità», scrive Zuboff. 31 Man mano che sempre più aspetti della realtà fisica vengono digitalizzati e collegati in rete, questa logica tecno-comportamentista si estende oltre i domini online e si trasforma in un «nuovo ordine collettivo basato sulla certezza totale».32
Siegel sembra avere in mente qualcosa di simile nella sua descrizione della vita in un contesto di “stato dell’informazione”. La società diventa, secondo le sue parole, «più superficiale, meno radicata nelle realtà delle relazioni umane e dell’ambiente fisico. . . . Con meno punti di attrito, [il governo] potrebbe essere più efficiente e meglio in grado di attuare cambiamenti radicali a livello di sistema, come un telefono che aggiorna automaticamente il proprio codice operativo.»33 L’obiettivo finale di uno Stato di questo tipo, scrive, è «nientemeno che l’eliminazione del danno e dell’errore umano.»34
Questa dimensione comportamentista latente diventa particolarmente evidente verso la fine del libro. Prendendo in prestito una frase di Václav Havel, Siegel sostiene che l’obiettivo del moderno Stato dell’informazione sia quello di raggiungere «l’autototalità della società», di creare «una società completamente automatizzata e totalizzata [che] possa essere programmata a vantaggio dei suoi governanti utilizzando gli individui come strumenti per regolare la stabilità del sistema». Sebbene Siegel insista nel definire questo regime «cibernetico», la sua descrizione del suo funzionamento scivola in un linguaggio chiaramente comportamentista. Le tecniche di dominio dello Stato dell’informazione, scrive, equivalgono a un «condizionamento sociale onnicomprensivo»: con «stimoli informativi e regolazioni algoritmiche sufficienti», l’azione diventa «riflessiva, disumana e simile a quella di un bot». Citando N. S. Lyons, spiega che questo sistema emula le pratiche cinesi di «rinforzo costante, positivo e negativo —mescolando ricompense e punizioni, sottilmente modificate secondo necessità, come se si effettuassero regolazioni su una tavola armonica—per condizionare completamente i propri cittadini».35
Ciò che colpisce della visione di Zuboff sulla “certezza totale” e della descrizione di Siegel sul “controllo totale” è che entrambe riproducono l’ontologia tecno-comportamentista di fondo di un mondo privo di fallimenti. La loro critica, in altre parole, accetta i presupposti fondamentali delle forze a cui si oppongono. Entrambi ritengono che la possibilità di una totalizzazione completa della società e la riduzione degli esseri umani a insiemi programmabili di stimoli e risposte siano passate dalla narrativa distopica alla realtà storica. Le ambizioni dell’élite tecnologica vengono così condannate in termini morali e politici, mentre la loro coerenza teorica e fattibilità pratica rimangono in gran parte incontrastate. Ma supponendo che queste siano davvero le intenzioni dei nostri dominatori tecnologici, perché dovremmo credere che un progetto del genere sia affatto possibile? L’idea che la società possa essere trasformata in una vasta colonia di cani pavloviani si basa su presupposti antropologici e psicologici eccentrici, la cui applicabilità anche agli esperimenti> storici più distopici — per non parlare della vita ordinaria dei cittadini> del XXI secolo — rimane profondamente dubbia.
Esistono vie più efficaci per una critica del tecnocomportamentismo rispetto agli appelli morali all’autenticità e alla libertà. Tradizioni influenti nella storia del pensiero politico e militare sostengono l’idea che il problema dei sogni di eliminare il fallimento non sia la loro immoralità, ma la loro impossibilità. Una risorsa proficua per tale critica è la teoria tradizionale dell’intelligence militare. In quanto organizzazioni il cui compito fondamentale è prevedere gli attacchi imminenti, le agenzie di intelligence erano, fino all’ascesa delle Big Tech, probabilmente le istituzioni più strettamente associate all’idea di previsione.
Eppure un principio fondamentale della teoria tradizionale dell’intelligence era, come affermò Richard K. Betts in uno dei testi fondamentali del settore, che «i fallimenti dell’intelligence sono inevitabili».36 Per gran parte del XX secolo, la teoria dell’intelligence è stata plasmata dalla scuola del «pessimismo ortodosso». 37 La sua intuizione fondamentale era che il fallimento delle previsioni non può essere ridotto alla disponibilità di informazioni. Variabili organizzative, politiche, culturali e psicologiche influenzano tutte la capacità di assimilare gli avvertimenti e agire di conseguenza. Non si tratta semplicemente del fatto che non si possa mai essere certi delle intenzioni di un nemico, ma che le proprie concezioni e i propri pregiudizi non siano trasparenti nemmeno a se stessi. L’incertezza e l’ambiguità, quindi, sono irrisolvibili. Il processo di intelligence stesso, non meno dell’oggetto che cerca di conoscere, è pervaso dall’ambivalenza. A questo proposito, la teoria ortodossa dell’intelligence offre un modello di relazione tra previsione e fallimento radicalmente diverso dalla filosofia tecnico-comportamentista della previsione e del controllo. Mentre quest’ultima considera la previsione come un mezzo per eliminare il fallimento, la prima presuppone che previsione e fallimento siano inseparabili.
In The Information State, le agenzie di intelligence appaiono come strumenti chiave di progetti di controllo totale. Ciò riflette l’ironia del fatto che il campo dell’intelligence militare, dove l’inevitabilità del fallimento predittivo è stata tradizionalmente considerata una visione ortodossa, sia diventato negli ultimi decenni uno dei sostenitori più entusiasti della convinzione che i modelli predittivi basati sui dati possano eliminare l’incertezza e il caso. Ciò non significa, tuttavia, che le agenzie di intelligence abbiano ormai acquisito la tecnologia per eliminare del tutto il fallimento. Piuttosto, hanno dimenticato i principi fondamentali del proprio settore e hanno ceduto all’entusiasmo per la tecnologia.
Siegel, la cui esperienza come soldato in Afghanistan conferisce ai suoi scritti sull’argomento una particolare autorevolezza derivante dall’esperienza diretta, critica da tempo l’ossessione delle forze armate statunitensi per le tecnologie dell’informazione, come ha fatto anche in un eccellente articolo pubblicato nel 2020 su American Affairs. 38 In The Information State, la sua critica perspicace e spesso spiritosa alla tendenza delle forze armate ad abbandonare una saggezza strategica consolidata a favore di gadget scintillanti e di mode tecnologiche effimere costituisce, a mio avviso, uno dei fili conduttori più forti del libro. La sua descrizione delle «patologie dell’informazione» delle forze armate nella debacle del Vietnam, delle fantasiose ispirate alla fantascienza, sulla natura non fisica dei conflitti futuri, e della discrepanza tra l’enfasi posta sui social media durante la lotta contro l’ISIS e il fatto che l’organizzazione sia stata alla fine sconfitta con mezzi del tutto convenzionali, si sommano a un resoconto avvincente della persistente tendenza delle forze armate a essere sia le più entusiaste sostenitrici del clamore tecnologico sia l’esempio più lampante della capacità della tecnologia digitale di offuscare il giudizio e corrodere il pensiero serio.
Questo aspetto dell’argomentazione non si concilia bene con l’insistenza del libro nel presentare lo Stato informativo—un regime fondato sull’integrazione delle tecnologie militari nella politica interna—come un nemico formidabile e brillante, «una delle forze più potenti del mondo moderno». Il libro è quindi strutturato attorno a una strana tensione tra l’incompetenza della guerra informatica e il potere travolgente dello Stato dell’informazione. L’alleanza tra tecnologia ed esercito appare o inutile o patologicamente dannosa, mentre quella tra tecnologia e governo viene descritta come l’apice del potere moderno.
In diverse occasioni, Siegel cerca di risolvere questa apparente ambiguità attraverso ciò che definisce “il modello di inversione”, una dinamica in cui la tecnologia militare supera il proprio fallimento operativo e diventa una caratteristica permanente dei sistemi automatizzati di controllo e sorveglianza. I sistemi d’arma computerizzati possono quindi fallire secondo qualsiasi standard oggettivo, ma diventare «sproporzionatamente più grandi e potenti proprio a causa di quel fallimento».39 Una volta introdotta una nuova tecnologia, il suo ulteriore sviluppo e la sua implementazione proseguiranno indipendentemente dalle sue prestazioni iniziali deludenti.
Un modello simile emerge dalla sua analisi dell’incapacità della NATO e dell’apparato della difesa statunitense di frenare gli interventi della Russia in Ucraina e in Crimea, determinata dalla loro attenzione miope alle campagne mediatiche contro la disinformazione. Interpretare questa situazione come un fallimento, sostiene Siegel, significa fraintendere «la natura dell’imperialismo tecnocratico, che non mira a vincere guerre ma ad espandere il potere burocratico e il controllo dell’informazione. . . . Concentrandosi sulla comunicazione e sulle narrazioni dei social media senza fermare efficacemente l’avanzata della Russia, i funzionari statunitensi hanno ampliato la propria infrastruttura di controllo dell’informazione.»40
C’è qualcosa di intellettualmente elegante in questa spiegazione. Essa risolve, almeno concettualmente, la tensione tra la storia dei patetici fallimenti militari della tecnologia dell’informazione e la sua potenza distopica come sistema di controllo politico totale. In un certo senso, offre una terza versione della cancellazione del fallimento: non semplicemente l’oblio di fallimenti particolari, né l’eliminazione del fallimento come categoria, ma la sua sublimazione dialettica in una componente di un sistema più ampio e minacciosamente efficace. Rimango tuttavia scettico. L’idea apparentemente elegante di «un modello di inversione» nasconde, a mio avviso, il desiderio di reintrodurre lo spettro di un mondo progettato tecnologicamente, privo di fallimenti e di casualità. Eppure non vi è motivo di credere che lo Stato dell’informazione statunitense, le forze armate, la Silicon Valley o persino tutte queste forze messe insieme abbiano compiuto progressi reali in quella direzione. Il mondo rimane incontrollabile, imprevedibile e incerto, e la tecnologia digitale non può farci nulla.
Danno senza dominazione
Insistere sulla natura casuale, approssimativa e inefficace del potere tecnologico non significa sminuire o ignorare la sua capacità di causare danni. Ormai non dovrebbero esserci dubbi sul fatto che le tecnologie digitali infliggano gravi danni alla vita personale e pubblica. Eppure c’è qualcosa di rigido e omogeneo nel modo in cui concettualizziamo questo danno. Nel tentativo di analizzare la tensione tra tecnologia e società, spesso ricorriamo troppo frettolosamente al linguaggio della libertà e dell’oppressione. Ma il danno può assumere molte forme, e il vocabolario utilizzato per concettualizzarlo dovrebbe essere altrettanto variegato.
Il danno sociale specifico causato dalla tecnologia digitale, a mio avviso, non corrisponde all’immagine storica di un popolo che soffoca sotto un regime repressivo. Tale immagine non riesce a cogliere la vera natura del danno digitale: il modo in cui esso non consiste nella violazione dei diritti o nella negazione della libertà, ma nella passività, nella compulsività e nella dipendenza di persone libere e titolari di diritti. Inoltre, essa oscura la possibilità che lo straordinario potere della tecnologia digitale dipenda meno da nuove tecniche di dominio che dall’atrofia della capacità dei consumatori e dei cittadini di esercitare forme ordinarie di azione collettiva e di difendere i propri interessi attraverso le istituzioni giuridiche e politiche esistenti.
In questo senso, le teorie sul dominio tecnologico sono convincenti non solo per la loro forza critica, ma anche per il loro effetto consolatorio. Conferiscono un certo eroismo e una certa grandiosità all’idiozia e al caos del declino sociale. È più onorevole immaginarsi come vittima di una sorveglianza e di un controllo totali piuttosto che ammettere che la disintegrazione del tessuto sociale e il deterioramento del discorso pubblico possano derivare dalla nostra stessa capacità di autodistruzione. C’è, in altre parole, qualcosa di lusinghiero nell’essere oppressi. La fantasia dell’oppressione ci evita di confrontarci con il fatto che, rispetto alla storia delle rivoluzioni democratiche e dei movimenti di liberazione, la nostra attuale situazione è un po’ imbarazzante. La sfida della critica sociale nell’era delle Big Tech potrebbe essere quella di resistere al fascino delle narrazioni sull’oppressione e sviluppare modi di riflettere sulla strana banalità del danno digitale.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato su American Affairs Volume X, Numero 3 (autunno 2026): 178–97.
Note
1 Jacob Siegel, “Una guida per comprendere la bufala del secolo: tredici modi di guardare alla disinformazione”, Tablet, 29 marzo 2023.
2 Jacob Siegel, The Information State: Politics in the Age of Total Control (edizione in anteprima; New York: Henry Holt, 2026), xiv.
3 Siegel, The Information State, xiv.
4 Francis Bacon, citato in Siegel, The Information State, 4.
5 Siegel, The Information State, 29.
6 Siegel, The Information State, 69.
7 Siegel, The Information State, 161.
8 Siegel, The Information State, 117.
9 Siegel, The Information State, 124.
10 Siegel, The Information State, 142.
11 Siegel, The Information State, xvi.
12 Siegel, The Information State, 5–6.
13 Michel Foucault, La nascita della biopolitica: conferenze al Collège de France, 1978–1979 (New York: Picador, 2008), 187–88.
14 Siegel, The Information State, xx, 79, 211, 180.
15 Jodi L. Short, “The Paranoid Style in Regulatory Reform”, Hastings Law Journal 63 (2012): 4.
16 Siegel, The Information State, 178.
17 Siegel, The Information State, 219.
18 Siegel, The Information State, 239.
19 Siegel, The Information State, 219.
20 Siegel, The Information State, 211.
21 Siegel, The Information State, 237.
22 Langdon Winner, Autonomous Technology: Technics-out-of-Control as a Theme in Political Thought (Cambridge, Mass.: MIT Press, 1977), 20.
23 Jacques Ellul, La società tecnologica (New York: Vintage Books, 1964), 284.
24 Siegel, The Information State, 134–135.
25 Siegel, The Information State, 17.
26 Siegel, The Information State, 235.
27 Vincitore, Tecnologia autonoma, 41.
28 Evgeny Morozov, To Save Everything, Click Here: Technology, Solutionism, and the Urge to Fix Problems That Don’t Exist (Londra: Penguin, 2014), 35–36.
29 Sharon Weinberger, The Imagineers of War: The Untold Story of DARPA, the Pentagon Agency That Changed the World (New York: Alfred A. Knopf, 2017), 10.
30 Shoshana Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza: la lotta per un futuro umano alla nuova frontiera del potere (New York: PublicAffairs, 2019), 296.
31 Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza, 409.
32 Zuboff, L’era del capitalismo della sorveglianza, “La definizione”.
33 Siegel, The Information State, 143.
34 Siegel, The Information State, 211.
35 Siegel, The Information State, 235–36.
36 Richard K. Betts, “Analisi, guerra e decisioni: perché i fallimenti dei servizi segreti sono inevitabili”, World Politics 31, n. 1 (ottobre 1978): 61–89.
37 Richard K. Betts, “Sorpresa, scolastica e strategia: una recensione di *Intelligence and Strategic Surprises* di Ariel Levite (New York: Columbia University Press, 1987)”, *International Studies Quarterly* 33, n. 3 (settembre 1989): 329.
38 Jacob Siegel, “Data-Driven Defeat: Information versus Interests in Afghanistan”, American Affairs 4, n. 2 (estate 2020): 107–17.
39 Siegel, The Information State, 67.
40 Siegel, The Information State, 168.
Informazioni sull’autore
Ran Heilbrunn è uno scrittore e studioso israeliano il cui lavoro verte sulla tecnologia, la teoria politica e l’attualità.