Italia e il mondo

W. Arthur Lewis: quando la teoria economica cozza con la realtà sociale

W. Arthur Lewis: quando la teoria economica cozza con la realtà sociale

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 Biagio De Risi

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2 Luglio 2026

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C’è qualcosa di seducente nei modelli economici eleganti. Sembrano perfetti sulla carta, puliti, logici. Poi li applichi alla realtà e… bum. La realtà si ribella.

Uno dei casi più emblematici è il modello di W. Arthur Lewis, uno dei più influenti economisti dello sviluppo degli anni Cinquanta. Un modello che sembrava geniale. E che invece si rivelò tragicamente insufficiente.

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L’idea semplice e potente di Lewis

Lewis partiva da un’osservazione comune in molti paesi post-coloniali: nelle campagne c’era un’enorme quantità di manodopera “in eccesso”. Tanta gente che lavorava la terra, ma con una produttività marginale vicina allo zero. Cioè: se togli un lavoratore, la produzione agricola non cala quasi per niente.

La soluzione sembrava ovvia: spostare quel surplus di lavoratori dall’agricoltura all’industria. L’agricoltura non avrebbe perso produzione, mentre l’industria avrebbe avuto manodopera a basso costo per crescere rapidamente.

Il meccanismo virtuoso

Il ragionamento proseguiva così: con abbondanza di lavoro, i salari nell’industria restano bassi. I profitti delle imprese diventano alti. Quei profitti vengono reinvestiti, creando nuova produzione e nuovi posti di lavoro. Il ciclo si auto-alimenta finché il surplus di manodopera agricola non si esaurisce. A quel punto l’economia entra in una fase di crescita moderna e sostenuta.

Sembrava un piano quasi perfetto.

Le politiche che ne derivarono

Sulla base di questo modello, molti governi dei paesi in via di sviluppo adottarono strategie chiare:

  • Ridurre gli investimenti nell’agricoltura tradizionale
  • Spingere l’urbanizzazione
  • Concentrare risorse sull’industrializzazione, soprattutto quella pesante

L’obiettivo era accelerare il passaggio da un’economia agricola arretrata a una moderna economia industriale.

La realtà si mise di traverso

Negli anni Sessanta, però, la teoria cominciò a scontrarsi duramente con i fatti. In India, in Egitto e in molti altri paesi post-coloniali emersero crisi agricole gravi, calo della produzione alimentare e, in alcuni casi drammatici, vere e proprie carestie.

Togliere manodopera dall’agricoltura non era indolore. Anche il lavoro “marginale” contribuiva a qualcosa. I sistemi di sussistenza rurale erano delicati: un po’ meno braccia significava spesso meno produzione complessiva, meno cura del suolo, minori rese.

Milioni di persone pagarono questo errore con la fame.

L’errore di fondo

Il modello di Lewis aveva sottovalutato la complessità dei sistemi agricoli tradizionali. La produttività marginale non era davvero zero. E soprattutto, non si può trattare l’agricoltura come un serbatoio infinito di manodopera da svuotare senza conseguenze.

Il risultato fu paradossale: si cercava l’industrializzazione rapida e si finiva con un’agricoltura indebolita, dipendenza dalle importazioni alimentari e urbanizzazione caotica senza sufficiente occupazione.

La reazione: riscoprire l’agricoltura

Di fronte a questi fallimenti cominciò una parziale correzione di rotta. Si capì che bisognava investire anche nell’agricoltura. Nacque così la Rivoluzione Verde: nuove sementi, fertilizzanti, irrigazione. La produzione alimentare aumentò in molti paesi.

Ma anche qui emersero nuovi problemi: dipendenza dai prodotti chimici, danni ambientali, squilibri sociali.

Da Lewis a Schultz: il capitale umano

Theodore Schultz, premio Nobel, criticò duramente questo approccio. Il problema non era “troppo lavoro” in agricoltura, disse. Il problema era la bassa produttività. E la bassa produttività dipendeva dalla mancanza di conoscenze, salute, istruzione.

Investire in capitale umano — istruzione, sanità, formazione — diventava quindi centrale. Lo sviluppo non era solo spostare gente da un settore all’altro. Era migliorare la qualità delle persone.

La lezione amara

Il caso Lewis resta uno degli esempi più chiari dei limiti dei modelli astratti applicati a contesti complessi. Un modello elegante sulla lavagna può rivelarsi pericoloso nella vita reale se ignora le specificità dei sistemi sociali e produttivi.

Lo sviluppo non si impone dall’alto con formule matematiche. Richiede umiltà, capacità di osservare la realtà concreta, comprensione delle relazioni intricate tra agricoltura, società e cultura.

Perché quando la teoria diventa più importante della realtà, sono sempre i più poveri a pagare il prezzo più alto.

Dualismo: quando esistono due economie nello stesso paese

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 Biagio De Risi

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27 Giugno 2026

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L’idea di dualismo nasce negli anni Cinquanta, soprattutto dal lavoro di Julius Boeke, un economista olandese che aveva studiato a lungo l’Indonesia coloniale. La sua intuizione fu semplice ma potente: molti paesi sottosviluppati non sono semplicemente “arretrati”. Sono divisi internamente in due economie e due società che coesistono, ma non si fondono.

Da una parte il settore moderno, introdotto dal colonialismo capitalistico, orientato al mercato e spesso legato all’estero. Dall’altra il settore tradizionale, basato su agricoltura di sussistenza, rapporti comunitari e logiche economiche molto diverse. Non si tratta di una fase di transizione naturale. È il risultato di una sovrapposizione forzata.

Indice

Il settore tradizionale: stagnante per natura?

Il settore tradizionale è prevalentemente rurale. Agricoltura di sussistenza, bassa produttività, scambi limitati, spesso basati sul baratto o sulla reciprocità più che sul denaro. La tecnologia è rudimentale. L’obiettivo non è massimizzare il profitto, ma soddisfare bisogni familiari e obblighi sociali: prestigio, cerimonie, solidarietà di gruppo.

Per questo, anche quando arriva un po’ di reddito extra, difficilmente viene reinvestito in modo produttivo. Il sistema tende a riprodursi identico a se stesso: stagnante.

Il settore moderno: un’isola

Il settore moderno è invece concentrato nelle città o in alcune enclaves. Industria estrattiva, manifatturiera leggera, servizi, banche. Lavora con tecnologie avanzate, salari monetari, logica del profitto. È spesso integrato nei mercati internazionali e dipende da capitali e tecnologie esterne.

Ma è un’isola. I suoi legami con il resto del paese sono deboli: compra poche materie prime locali, crea pochi posti di lavoro rispetto alla massa di forza lavoro disponibile, e i profitti tendono a essere rimpatriati o reinvestiti all’interno dello stesso settore.

La mancanza di integrazione è il vero problema

Ecco il punto centrale del dualismo: tra i due settori non esiste un meccanismo automatico di trasmissione dello sviluppo. La crescita del settore moderno non “irradia” verso quello tradizionale. Non crea occupazione sufficiente, non stimola l’agricoltura, non genera un circolo virtuoso.

Il risultato è paradossale: puoi avere crescita del PIL nazionale mentre la maggioranza della popolazione resta esclusa o addirittura peggiora la propria condizione.

Il dramma del lavoro

Un aspetto particolarmente doloroso è quello dell’occupazione. Nel settore tradizionale c’è un enorme surplus di manodopera (sottoccupazione mascherata). Il settore moderno, essendo ad alta intensità di capitale, crea pochi posti di lavoro. Così la gente in eccesso rimane schiacciata nell’agricoltura, abbassando ulteriormente la produttività. Il dualismo non solo non risolve la povertà, ma la cristallizza.

Dualismo come frattura sociale

Questo modello spiega anche tante tensioni politiche: città contro campagne, élite occidentalizzate contro masse rurali, modernità contro tradizione. Il dualismo crea instabilità perché produce uno sviluppo squilibrato e ingiusto.

Le politiche economiche pensate per un sistema unico finiscono spesso per rafforzare la parte moderna a scapito di quella tradizionale, aggravando le disuguaglianze interne.

Una critica implicita ai modelli precedenti

Il dualismo rappresenta una critica forte alle teorie dei pionieri basate sulla crescita aggregata e sui modelli Harrod-Domar. Quelle teorie assumevano un’economia omogenea, dove gli investimenti si sarebbero diffusi naturalmente. Il dualismo mostra invece che l’economia può essere profondamente spaccata. Applicare ricette universali a contesti duali produce risultati distorti: isole di modernità in un mare di arretratezza.

La lezione che resta

Il dualismo ci aiuta a capire perché tanti paesi abbiano registrato crescita economica senza un vero sviluppo diffuso. Ci ricorda che lo sviluppo non è mai uniforme. Può creare modernità senza modernizzare la società nel suo complesso.

Per questo le politiche successive dovranno affrontare non solo il problema della crescita, ma soprattutto quello dell’integrazione tra i due mondi che convivono nello stesso paese. Perché finché esisteranno due economie separate, lo sviluppo resterà sempre a metà.

Biagio De Risi

Biagio De Risi

Amante della comunicazione, dei dati e della società, indago il legame tra tecnologia, cultura e dinamiche sociali. Mi occupo di intelligenza artificiale, media, lavoro e trasformazioni digitali, adottando un prospettiva sociologica e analitica. In questo spazio propongo riflessioni, studi e idee per comprendere il presente e prospettare il futuro.

Articolo di Sergey Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa «L’Ucraina, l’Europa e la sicurezza globale» (19 giugno 2026)

Articolo di Sergey Lavrov, Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa «L’Ucraina, l’Europa e la sicurezza globale» (19 giugno 2026)

Era inizialmente previsto che l’articolo di Sergey Lavrov venisse pubblicato su Politico Europe, edizione europea di Politico; all’ultimo momento, la Redazione ha deciso di annullare la pubblicazione.

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Alcune riflessioni personali sulla soluzione della crisi ucraina,

l’Europa e la sicurezza globale 

Nel corso dell’incontro tenutosi a Londra il 7 giugno scorso, i leader di Regno Unito, Francia e Germania, assieme a Vladimir Zelensky, hanno formulato cinque condizioni da presentare alla Russia per una «pace giusta e duratura» in Ucraina. È proprio sulla base di queste cinque richieste che l’Europa unita propone di avviare il dialogo con Mosca.

Contesto storico

Negli ultimi venti e più anni, l’esperienza complessiva dei negoziati con l’Europa, in quanto parte integrante dell’«Occidente collettivo», testimonia una sola realtà: i negoziati con la Russia sono stati utilizzati come tattica di dilazione e come copertura diplomatica per l’espansione geopolitica verso Est, fino ai confini russi, dell’Occidente e delle sue istituzioni, in primis della NATO e dell’Unione Europea.

Negli ultimi venti e più anni, l’esperienza complessiva dei negoziati con l’Europa, in quanto parte integrante dell’«Occidente collettivo», testimonia una sola realtà: i negoziati con la Russia sono stati utilizzati come tattica di dilazione e come copertura diplomatica per l’espansione geopolitica verso Est, fino ai confini russi, dell’Occidente e delle sue istituzioni, in primis della NATO e dell’Unione Europea.

Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto la nostra proposta di cercare una soluzione di compromesso riguardo all’Accordo di Associazione dell’Ucraina all’UE imposto da Bruxelles a Viktor Yanukovich. Merita ricordare che all’Ucraina veniva chiesto di aprire il proprio mercato senz’alcuna garanzia di reciprocità, nonostante ciò fosse incompatibile con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich ha chiesto di rinviare la firma dell’Accordo, gli europei hanno contribuito a fomentare le proteste di piazza e, successivamente, il colpo di Stato avvenuto a Kiev nel febbraio 2014.

Anche Germania, Francia e Polonia hanno successivamente agito in modo altrettanto sleale. Dopo aver garantito l’attuazione dell’accordo tra l’opposizione e Viktor Yanukovich, non appena l’opposizione, da loro stessi sostenuta, ha preso il potere, si sono “chiamate fuori”, sostenendo che la democrazia “può assumere sviluppi inattesi”.

Da quel momento, gli europei appoggiano le nuove autorità. Quando,
il 2 maggio 2014, decine di sostenitori del riavvicinamento alla Russia sono stati bruciati vivi a Odessa, dall’Europa non si è levata una sola parola di condanna.

In qualità di garanti degli Accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania, de facto, hanno favorito il sabotaggio degli impegni da parte del regime ucraino. Come successivamente ammesso da Angela Merkel e Francois Hollande, l’attuazione degli Accordi di Minsk da parte di Kiev, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non era mai stata realmente prevista. L’obiettivo era quello di guadagnare tempo per rafforzare le Forze Armate Ucraine e rifornirle di armamenti occidentali.

Da parte sua, la Russia ha fatto tutto il possibile per superare mediante la diplomazia la crisi della sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di concludere accordi giuridicamente vincolanti su garanzie di sicurezza reciproche. I membri europei dell’Alleanza hanno preso parte attiva a questa decisione.

Dopo l’inizio dell’Operazione Militare Speciale, l’Europa unita ha sostenuto la linea del Primo Ministro britannico, vòlta a far fallire i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’invito rivolto a Kiev da Boris Johnson a «non firmare nulla e continuare a combattere» ha sbarrato per lungo tempo la strada a una reale soluzione diplomatica.

La situazione attuale

Sorge spontanea una domanda: perché i leader europei hanno improvvisamente cambiato atteggiamento, tornando a parlare di negoziati, e quali obiettivi perseguono con le loro dichiarazioni? Secondo quanto affermato da Kaja Kallas, Alta Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri, il dialogo con la Russia sarebbe necessario per trasmettere a Mosca le condizioni dell’Europa, compresi il pagamento di «riparazioni» all’Ucraina, il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale, l’abrogazione della legge sugli «agenti stranieri» e l’introduzione di limitazioni alla consistenza delle Forze Armate della Federazione Russa. A suo giudizio, «non è possibile raggiungere una pace giusta e duratura senza chiamare la Russia a rispondere delle proprie azioni». Il 19 maggio di quest’anno, nel corso di una riunione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un rappresentante dell’Unione Europea ha sottolineato che «il sostegno militare all’Ucraina non contraddice la ricerca della pace, bensì costituisce una condizione preliminare per negoziati condotti in buona fede».

L’Europa intende negoziare con la Russia perseverando, mediante il Consiglio d’Europa, nella sua aggressione giuridica. Presso questa organizzazione, infatti, vengono istituiti organismi atti a «chiamare la Russia a rispondere»: un “Registro danni”, una “Commissione per i reclami” e un “Tribunale Speciale”.

L’Unione Europea, inoltre, ha dato il via libera al fermo di navi mercantili in acque internazionali. Diversi episodi si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Atlantico, mentre l’Occidente continua a ignorare gli atti di sabotaggio terroristico attribuiti alle Forze Ucraine nel Mar Nero e nel Mediterraneo.

In queste condizioni, il vero obiettivo dei leader europei non pare quello di negoziare con la Russia, bensì di preservare il regime di Vladimir Zelensky, conservandolo come avamposto per proseguire il conflitto con Mosca. Le capitali europee, pertanto, mirano a ottenere al più presto un cessate il fuoco per evitare il collasso delle Forze Armate Ucraine sul campo di battaglia, congelando il conflitto senza eliminarne le cause profonde, e introducendo immediatamente in Ucraina contingenti militari della coalizione anglo-francese dei «volenterosi».

È noto che le élite europee hanno investito parte significativa del proprio capitale politico nel conflitto con la Russia, spendendo centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e per aumentare il bilancio militare dei Paesi dell’UE e della NATO. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di raggiungere entro il 2030 la piena prontezza operativa per un eventuale scontro con la Russia. Fino ad allora, si punta a guadagnare tempo con ogni possibile mezzo. Come cinicamente dichiarato nell’aprile di quest’anno dal Capo di Stato Maggiore belga: «Grazie al sangue degli ucraini, che ci procurano questo tempo, abbiamo ancora qualche anno».

L’Europa unita, inoltre, continua a coltivare ambizioni espansionistiche, puntando a integrare Ucraina e Moldavia, e ad attrarre l’Armenia nella propria sfera d’influenza. La NATO si è ampliata verso Est con l’ingresso di Finlandia e Svezia. L’Ucraina viene considerata come il futuro «braccio armato» di forze europee autonome rispetto agli Stati Uniti e alla stessa NATO. 

I rischi per la sicurezza globale

Questa situazione comporta gravi rischi per la sicurezza globale, poiché uno scontro diretto tra NATO e Russia potrebbe rapidamente trasformarsi in uno scambio di attacchi nucleari con conseguenze catastrofiche.

Sotto la bandiera dell’«autonomia strategica», in Europa è in corso un significativo rafforzamento delle capacità militari, compreso il settore nucleare. Suscitano particolare preoccupazione le intenzioni di Parigi di estendere il proprio «ombrello nucleare» ad alcuni Paesi dell’Unione Europea e della NATO. Siffatta iniziativa difficilmente potrebbe contribuire a rafforzare la sicurezza della Francia o degli Stati destinatari della protezione.

Al contempo, esponenti politici e militari europei continuano ad attribuire alla Russia presunti piani aggressivi che andrebbero ben oltre l’Ucraina.
Il Presidente della Federazione Russa ha più volte definito siffatte accuse prive di fondamento, qualificandole come provocazioni e campagne di disinformazione, finalizzate a giustificare maggiori stanziamenti di bilancio destinati al conflitto con la Russia. Tutto ciò non crea certamente un clima favorevole a negoziati seri e sostanziali.

La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, come ha ribadito Vladimir Putin durante il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, la Russia non rifiuta il dialogo con nessuno. Tuttavia, Mosca considera l’Europa parte direttamente interessata alla sconfitta della Russia nel conflitto, posizione che gli stessi leader europei dichiarano apertamente. Di conseguenza, il dialogo con l’Europa non può essere impostato come se l’Europa fosse un osservatore neutrale e imparziale.

La Russia non può che auspicare che gli obiettivi dell’Operazione Militare Speciale vengano raggiunti attraverso la diplomazia. A tal fine, sarebbe necessario garantire in modo affidabile la sicurezza dei confini occidentali della Federazione Russa, l’onore e la dignità dei suoi cittadini e connazionali, compreso il diritto all’uso della lingua russa e alla fede ortodossa. Inoltre, non può essere accettata la prosecuzione dell’espansione militare, politica ed economica occidentale, ritenuta incompatibile con i princìpi di un mondo multipolare.

I leader europei dovrebbero comprendere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nei decenni, a partire dall’Atto Finale di Helsinki del 1975, è stato distrutto dalle loro stesse azioni. Non sarà più possibile tornare a quel sistema. Occorre ora lavorare alla creazione di una nuova architettura di sicurezza trasversale eurasiatica, aperta a tutti i Paesi del continente, e fondata sulle realtà multipolari del mondo contemporaneo. Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato in àmbito euro-atlantico, potrebbe trovare una nuova realizzazione all’interno di questa architettura eurasiatica. Quando le condizioni saranno mature, anche l’Europa potrà partecipare a questo grande progetto.

L’elemento fondamentale per un dialogo complessivo resta, tuttavia, il ripristino della fiducia, gravemente compromessa dalle politiche anti-russe dell’Occidente e dell’Europa nel periodo successivo alla Guerra Fredda. La fiducia potrà essere ricostruita soltanto mediante azioni concrete che dimostrino l’abbandono dell’uso della diplomazia come copertura per obiettivi espansionistici. Con un ultimatum come quello presentato alla Russia a Londra il 7 giugno, la fiducia non può essere ristabilita, né si può rilanciare il dialogo.

In luogo di epilogo

È significativo che l’ultimatum di Londra sia stato ribadito in modo drastico dagli ambasciatori del Regno Unito, della Francia e della Germania durante l’incontro presso il Ministero degli Affari Esteri russo dell’11 giugno, incontro da loro stessi perorato con insistenza. Era quello, di fatto, l’unico scopo della loro visita al Dicastero della politica estera della Federazione Russa.