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Città e civiltà: un’analisi del commento di Oswald Spengler sulla polis greca Saggio completo in quattro parti_ di Spenglarian Perspective

TESI DI DOTTORATO – Città e civiltà: un’analisi del commento di Oswald Spengler sulla polis greca

Solo sommario e indice

prospettiva spenglariana

9 maggio 2026

The City Development of Athens | UKEssays.com

Abstract

Questa tesi analizza la morfologia della storia di Oswald Spengler, così come esposta in *Il tramonto dell’Occidente*, applicandola alla storia dell’antica città-stato greca attraverso le tre fasi storiche da lui individuate: il Periodo Antico (1100 – 650 a.C. circa), il Periodo Tardo (650 – 350 a.C. circa) e il Periodo della Civiltà (350 – 31 a.C. circa). Spengler sosteneva che ciascuna delle culture da lui identificate possedesse un “simbolo primario” distintivo. Nel caso dell’antica Grecia, la “cultura apollinea” era definita dall’idea del corpo (soma) limitato e perfezionato e la polis è l’incarnazione di questo simbolo in termini di identità politica e nazionale. Questa tesi verifica questa tesi alla luce della storiografia specialistica in nove casi di studio e si interroga su come la morfologia di Spengler interagisca con la ricerca odierna.

Il capitolo 1 analizza la formazione della polis durante l’Età Oscura, il processo di sinecismo e il ruolo sociale dei basileoi e delle oligarchie. Il capitolo 2 esamina le dinamiche interne ed esterne delle poleis nel periodo tardo, approfondendo le definizioni di tirannia e democrazia fornite da Spengler e la sua interpretazione delle relazioni intercittadine. Il capitolo 3 affronta il periodo della Civiltà: la trasformazione della polis in regni ellenistici, la “Seconda Tirannia” dei Diadochi e di Dionisio di Siracusa, e il commento di Spengler sulla cosmopolis ellenistica.

La presente tesi conclude che Spengler offre un ulteriore contributo esplicativo allo sviluppo della cultura politica greca laddove la ricerca storica tradizionale raggiunge i propri limiti, pur incontrando a sua volta delle difficoltà quando si trova di fronte a particolari prove contrarie che mettono in luce i problemi della morfologia nel suo complesso nel trattare informazioni contraddittorie, nonché nella confusione tra dinamiche di potere ed esistenza di un’anima collettiva.

TESI DI DOTTORATO – La polis nel periodo arcaico, 1100–650 a.C. circa

prospettiva spenglariana

9 maggio 2026

∙ A pagamento

Cole Thomas – Il corso dell’impero, Lo stato selvaggio, 1836

1.1 Il Medioevo, 1100–900 a.C. circa

La descrizione di Spengler del passaggio dalla cultura micenea a quella ellenica mette in luce la differenza tra l’uso miceneo della pietra megalitica e quello dorico del legno. Per Spengler, si trattò di un rifiuto culturale deliberato della pietra a favore di materiali più effimeri. La successiva introduzione della pietra nello stile dorico, scrive, è un adattamento della tradizione del legno alla pietra, con le sue colonne che sono pali pietrificati e i suoi triglifi come estremità di travi fossilizzate1. La storiografia tradizionale considera quel periodo come un’epoca di perdite catastrofiche, come dimostrano il crollo delle economie palaziali, la scomparsa della scrittura, il declino del commercio a lunga distanza e la dispersione delle popolazioni in insediamenti isolati. La visione di Spengler, pur non negando tale discontinuità, ne ridefinisce il significato come un rifiuto consapevole di ciò che l’aveva preceduta. I Greci dell’età del ferro iniziale erano un nuovo popolo animato da una concezione della vita che non aveva bisogno della grandiosità micenea2.

La letteratura accademica si rapporta a Spengler in modi complessi. Lo studio di Oliver Dickinson sull’Egeo dall’età del bronzo all’età del ferro sostiene che la transizione non fu così catastrofica come si pensava in precedenza. Le caratteristiche distintive della cultura materiale ellenica, egli sostiene, hanno avuto inizio nell’età del ferro3. I cambiamenti in questione sono stati piuttosto trasformazioni graduali che rotture, molte delle quali sono rintracciabili nel corso dei secoli di transizione, anziché manifestarsi improvvisamente a seguito di un crollo4. A prima vista, ciò conferisce credibilità alla prospettiva di Spengler, poiché entrambi si oppongono al modello basato sugli eventi di catastrofe e ripresa. Si tratta di una posizione già rilevata da Snodgrass in un’opera precedente: le sue prove dimostravano infatti una progressione costante, sebbene estremamente lenta, senza un unico «picco» a partire dal quale si fosse verificato il crollo. Si tratta di una formulazione che si fonda esplicitamente sul racconto di Tucidide stesso sulla Grecia prima della nascita delle città-stato5. Inoltre, Osborne ha esaminato gli stessi dati e ha osservato che, nei casi in cui i siti venivano rioccupati, questi assumevano solitamente una nuova forma, mettendo in discussione le narrazioni sul recupero a favore di una nuova identità6.

La nostra migliore fonte antica sul panorama pre-polis è Tucidide. Nel Libro I egli descrive i primi Greci come un popolo che «si curava poco di cambiare dimora», migrando liberamente da un luogo all’altro poiché «le necessità quotidiane potevano essere soddisfatte in un luogo come in un altro», e che «non costruiva grandi città né raggiungeva alcuna altra forma di grandezza»7. Egli individua nell’assenza di attaccamento al luogo la causa primaria, contrapponendola alla povertà materiale e all’incapacità di concepire una comunità chiaramente definita e permanente che valga la pena difendere. Anche la descrizione che Spengler fa della pre-cultura è di tipo nomade, priva di radici politiche o intellettuali8, ma intorno al 900 a.C., secondo lui, gran parte di questo movimento avrebbe dovuto rallentare e stabilizzarsi. L’Età Oscura non fu un periodo di assenza di cultura, bensì una lunga gestazione di un nuovo tipo di grammatica spaziale che si sarebbe cristallizzata quando l’anima apollinea avesse acquisito una coerenza interna sufficiente a dare forma a modelli insediativi in linea con la propria visione del mondo.

Sarebbe tuttavia fuorviante presentare il consenso degli studiosi come un’adesione incondizionata alle tesi di Spengler. La precedente descrizione di Snodgrass dell’Età Oscura definiva quel periodo in base al crollo demografico, alla scomparsa della scrittura e delle competenze artigianali, al deterioramento del tenore di vita e all’interruzione dei contatti con l’esterno9. Questi criteri sono decisamente rilevanti. Ancora più rilevanti sono le prove paleoclimatiche fornite da Brandon Drake relative alla prima età del ferro. Attraverso l’analisi degli isotopi dell’ossigeno presenti negli speleotemi, egli ha dimostrato che il Mar Egeo era significativamente più arido rispetto all’ambiente dell’età del bronzo che lo aveva preceduto10. Secondo questa interpretazione, lo stress idrico causato dalla siccità avrebbe determinato il crollo degli insediamenti complessi e la dispersione delle popolazioni, indipendentemente da un presunto spirito del tempo culturale. Dickinson riconosce inoltre che durante l’Età Oscura le competenze disponibili erano minori e venivano esercitate a un livello inferiore, suggerendo un impoverimento funzionale piuttosto che una rinascita morfologica11.

Ciò ci pone di fronte a una tensione tra due interpretazioni diametralmente opposte delle cause del Medioevo, una di natura materiale e l’altra di natura ideale. Il contributo di Drake alla discussione non è strettamente causale. Egli introduce quella che definisce una metafora del «cambio di marcia» per descrivere la transizione verso la Prima Età del Ferro, sostenendo che il crollo fu il culmine di secoli di stress ambientale che indebolirono progressivamente i sistemi complessi nell’area dell’Egeo12. Il linguaggio di Drake risuona con il vocabolario di Spengler più di quanto non facciano quello di un catastrofista o un semplice modello di continuità. Entrambi respingono l’idea di una rottura improvvisa e sottolineano la lenta trasformazione che si snoda attraverso le generazioni. Ma la spiegazione di Drake è radicata nel clima come forza motrice, mentre Spengler la colloca nell’emergere di una nuova identità culturale opposta a tutto ciò che l’ha preceduta. Spengler non è estraneo ai fattori ambientali nella sua morfologia, citando i cambiamenti globali durante l’era glaciale per l’emergere di culture avanzate13, e nessuna delle due spiegazioni si esclude a vicenda. Le pressioni ambientali esterne potrebbero aver creato le condizioni in cui una nuova identità culturale ha potuto affermarsi, anche se ciò non spiegherebbe la forma specifica che essa ha assunto.

Spengler ridefinisce la questione relativa al Medioevo. La maggior parte dei resoconti storiografici si interroga su ciò che andò perduto, come la scrittura, le competenze, la popolazione, i contatti, ma Spengler si chiede invece cosa si stesse formando sulla scia di questa transizione. Le osservazioni di Tucidide identificano la mobilità come una precondizione dell’instabilità, e Spengler sostiene che le poleis, o almeno le loro precondizioni, emergono quando un popolo smette di preoccuparsi di poco e mette radici nel paesaggio, e l’esistenza limitata che ha assunto diventa un imperativo culturale piuttosto che un semplice calcolo materiale. Gli insediamenti post-micenei erano piccoli e sparsi, ma Spengler sostiene che non si trattò di un fallimento nel ricostruire Micene, bensì del successo in un compito molto diverso: gettare le basi per un insediamento autosufficiente come identità.

1.2 Il sinecismo e la formazione della polis, 800–650 a.C. circa

Il sinecismo, ovvero la fusione di insediamenti sparsi in comunità concentrate, è, secondo Spengler, il momento in cui la cultura apollinea inizia a formare un’identità nazionale e un modello di Stato che rispecchia il suo simbolo principale. È qui che ha inizio la città autonoma e dai contorni ben definiti, che restringe il proprio raggio d’azione ai limiti minimi possibili pur mantenendo la propria autonomia. Il sinecismo è descritto da Spengler come un processo “misterioso” del periodo iniziale, attraverso il quale, nel caso greco, la nazione classica si costituisce come tale14. Il termine «misterioso» è significativo perché Spengler non pretende di conoscere il meccanismo di questo processo, ma solo il fatto che gli insediamenti si siano raggruppati nel corso del tempo come atto culturale che prevale sulle motivazioni economiche, militari o amministrative addotte dagli storici moderni. Inoltre, Spengler sostiene che la polis sia opera esclusiva dell’aristocrazia. Le classi artigiane e il contadino erano già presenti sul posto, e la nobiltà formò la polis costituendosi come comunità capace di azione politica15. In sintesi, ciò significa che in questa fase la polis coincide con la sua classe nobiliare.

Tale tesi trova un parziale riscontro nelle fonti archeologiche e storiografiche. Mogens Hansen, nella sua introduzione alla città-stato greca antica, descrive il sinoecismo come «un processo lungo e quasi impercettibile»16. Questa interpretazione si accorda bene con la concezione di Spengler di una trasformazione organica ed emergente, piuttosto che essere ispirata da eventi specifici. Hansen osserva inoltre che non esiste alcuna fonte del periodo classico che parli della nascita spontanea di nuove poleis. Ogni resoconto sulla formazione delle poleis nelle fonti antiche è descritto come un processo intenzionale, a cui vengono attribuiti i nomi dei fondatori o di antenati eroizzati17. Il racconto di Tucidide sul sinecismo ateniese nel Libro II ne è un esempio. Egli attribuisce l’unificazione dell’Attica a Teseo, il quale «abolì le assemblee e le cariche magistrali delle piccole città» e impose all’Attica di avere «un unico centro politico, vale a dire Atene»18. Per spiegare questo cambiamento non si fa riferimento a fattori quali la pressione demografica, l’integrazione economica o le minacce militari esterne, bensì si cita un nobile mitologico.

Aristotele integra questa visione con una spiegazione teorica. Nella *Politica* egli sostiene che «l’uomo è per natura un animale politico», che la polis è il culmine naturale di un percorso evolutivo che va dalle famiglie ai villaggi fino alle città, e che ciò non è un’invenzione umana, ma opera della natura19. La sua concezione teleologica della polis come compimento della natura è compatibile con quella di Spengler nella misura in cui entrambi vedono la polis come un’espressione organica e non come un’invenzione. Ciò contraddice la narrazione storica di Tucidide e si discosta anche da Spengler, in quanto Aristotele estende il concetto di polis a tutta l’umanità, mentre Spengler lo limita alla Grecia arcaica e classica. Il punto essenziale che tutti condividono, tuttavia, è che il sinecismo è il prodotto di un culmine culturale. Insieme, Tucidide e Aristotele convergono sul quadro morfologico di Spengler.

William Cavanaugh esprime una posizione analoga nella sua analisi delle città e del sinoecismo, in cui sostiene che la formazione delle comunità civiche si comprenda meglio come una serie di associazioni che si fondano su forme di associazione preesistenti senza sostituirle20. Il lavoro di Osborne sulla Grecia arcaica trova eco anche nell’insofferenza di Spengler nei confronti di questo tipo di storiografia progressista, poiché egli si astiene dal distorcere ulteriormente la comprensione di un processo graduale e internamente differenziato21. Sia Osborne che Spengler sostengono che la polis non fosse il culmine di un processo evolutivo, bensì una forma specifica di espressione ellenica; tuttavia, mentre Spengler ritiene che il compito dello storico sia quello di comprendere la logica di tale forma, Osborne attribuisce alla polis una serie di piccoli cambiamenti avvenuti nel IX e nell’VIII secolo a.C., che sono essi stessi il risultato indiretto di cause materiali.

La visione di Spengler sul sinecismo trova la sua migliore contestazione nella storia economica della città-stato greca antica di Alain Bresson. Bresson sostiene che non sia possibile comprendere la struttura della polis senza considerare innanzitutto i mercati cerealicoli competitivi che, nel periodo arcaico, collegavano le poleis a un’economia mediterranea più ampia22. Secondo questa interpretazione, la polis non può essere separata dalla sua economia, e la sua formazione non può essere compresa senza tenere conto degli incentivi materiali che hanno plasmato il comportamento delle élite. Bresson aggiunge che il modello della polis, a prescindere dalla sua dignità culturale, fu di fatto distrutto nel periodo ellenistico, quando i regni territoriali soppiantarono e inglobarono questi stati più piccoli23. Inoltre, Snodgrass ha sollevato l’obiezione secondo cui la richiesta di una descrizione cronologica e causale di quando, dove e in quali condizioni determinate comunità siano passate dallo stato di pre-polis a quello di polis24.

Queste obiezioni hanno un certo peso, pur non confutando in modo sostanziale la tesi di Spengler sul piano in cui egli opera. Bresson riconosce che ogni polis, perseguendo la propria politica cerealicola, spesso comprometteva le condizioni per un approvvigionamento agricolo stabile nell’intera rete, un esito collettivamente controproducente che nessuna città intendeva provocare25. Questo paradosso è prevedibile nell’ambito di un modello spengleriano: se le città-stato greche vengono considerate come entità nazionali, la tendenza verso forme distinte e autonome genererebbe un comportamento di mercato tale da impedire l’integrazione economica in tutto il mondo arcaico. Ciò spiega perché le poleis greche rifiutassero sistematicamente le forme istituzionali che le avrebbero rese economicamente «più razionali»: una sensibilità per ciò che era vicino resisteva all’integrazione con ciò che era lontano. La città “naturale” di Aristotele e la città fondata da un eroe di Tucidide forniscono una spiegazione culturale della formazione delle polis che chiarisce perché non si siano integrate ulteriormente.

La visione del sinoecismo di Spengler, incentrata esclusivamente sull’aristocrazia, incontra un limite quando viene confrontata con le testimonianze delle poleis coloniali. L’ondata di colonizzazione greca che ebbe luogo tra la metà dell’VIII e il VI secolo portò alla fondazione di centinaia di nuove poleis in tutto il Mediterraneo. Molte di esse furono fondate da gruppi eterogenei di coloni provenienti da diverse città madri. Questi coloni spesso non appartenevano a classi nobiliari né a quei legami di parentela che Spengler identifica come forza trainante del sinoecismo sulla terraferma26. La sua spiegazione è che le città-stato si moltiplicarono anziché espandersi per mantenere il loro raggio d’azione limitato27. Sebbene, secondo la sua visione, il simbolo primario apollineo fosse sufficientemente forte da generare forme di polis ovunque si recassero i coloni greci, suggerendo una sensibilità che andava al di là delle spiegazioni materiali, Spengler non spiega con sufficiente dettaglio come questa forma culturale venisse trasmessa e riprodotta. Ciò segna un limite a ciò che l’analisi morfologica da sola può raggiungere.

1.3 I Basileoi e il declino della monarchia, 900–700 a.C. circa

La descrizione di Spengler della dissoluzione del mondo “feudale” pre-polis era “lenta, statica, quasi silenziosa, tanto da risultare difficilmente riconoscibile se non attraverso le tracce della transizione”28. Nelle epopee omeriche così come le conosciamo, «ogni località ha il proprio basileus che, com’è abbastanza evidente, un tempo era un grande vassallo – nella figura di Agamennone possiamo riconoscere le condizioni in cui il sovrano di una vasta regione scendeva in campo con il seguito dei suoi pari»29. Il vassallaggio dei basileoi nei confronti di un wanax era scomparso da tempo, lasciando i basileoi della prima età del ferro come sovrani delle proprie località. Contemporaneamente alla formazione della polis, le famiglie nobili che circondavano ciascun basileus assimilarono progressivamente le sue prerogative nelle cariche della polis stessa, finché alla casa regnante non rimase altro che quei doveri che non potevano essere toccati per via degli dei. Ciò produsse un periodo di transizione che culminò nella creazione di vari “stati di classe”, noti nel caso della Grecia come Oligarchia. Una caratteristica della polis che la distingue da altre forme di stato è che la sua nobiltà si sviluppò “a stretto contatto con la città”, tanto che non vi era quasi alcuna distinzione tra nobiltà di campagna e nobiltà di città. Il risultato fu che, con l’emergere della polis nella Grecia arcaica, questa oligarchia «si appropriò dei diritti del re, uno dopo l’altro», finché tutto ciò che restò dei Basileoi furono cariche di corte come i prytaneis e gli arconti, come residuo istituzionale del processo di assorbimento. La durata dell’arcontato ateniese si accorciò col tempo da una volta ogni dieci anni a una volta all’anno, allontanandosi il più possibile dalle lunghe durate del regno.

Le epopee omeriche ci offrono uno spaccato delle dinamiche tra i re e la loro nobiltà attraverso i ruoli degli anax e dei basileoi. Il mondo dei pari dell’Iliade, caratterizzato dalla competizione e legato all’onore, mostra questa struttura «feudale» ancora chiaramente intatta. Agamennone governa grazie al proprio prestigio e la sua assemblea, pur esistendo, non ha potere decisionale; la sua autorità è personale e performativa piuttosto che istituzionale30. Spengler osserva tuttavia che nelle parti più tarde dell’epopea omerica, databili intorno all’800 a.C., «sono i nobili a invitare il re a sedersi e persino a farlo alzare dal trono»31. Ciò suggerisce un cambiamento nel ruolo dei singoli leader in questo periodo. Anax passa dall’essere un leader tra pari, la cui autorità è contestata, a una figura la cui posizione dipende dalla discrezione della classe dei basileoi che lo circonda. La realtà politica dell’VIII secolo è particolarmente evidente nell’Odissea, poiché Spengler identifica la «vera Itaca» descritta nel poema come «una città dominata dagli oligarchi»32. I pretendenti non sono subordinati, bensì contendenti al trono, il che dimostra che il titolo di basileoi sta perdendo prestigio.

L’analisi di Mazarakis Ainian sui basileoi ha confermato questa tendenza: il potere, concentrato nei complessi residenziali dei singoli capi tribù, fu progressivamente trasferito, soprattutto a partire dalla metà dell’VIII secolo, a un sistema collegiale di nobiltà terriera33. Il complesso residenziale divenne un rifugio e la famiglia si trasformò in una città. La descrizione dello sviluppo fornita da Donlan aggiunge anche una dimensione temporale: le aristocrazie erano già presenti in forma embrionale nei capi tribù del IX secolo, ma ci vollero diverse generazioni perché emergessero, soppiantassero i basileoi come fazione competitiva e dessero vita a un organo di governo collettivo34. Il processo sociologico descritto da Donlan rappresenta per Spengler un meccanismo attraverso il quale le famiglie nobili vicine alla città assorbono le prerogative reali, assicurandosi così un accesso costante al potere istituzionale.

Il clan dei Bacchiadi di Corinto testimonia la sopravvivenza della figura del basileus in queste nuove circostanze. Intorno al 747 a.C., questo clan governava la città senza alcun basileus al di sopra di sé35. Al contrario, i prytani a capo del consiglio dei Bacchiadi ricoprivano quella che un tempo era una carica regale, ormai diventata ereditaria all’interno dell’aristocrazia, che era stata monopolizzata da questo unico clan. I Bacchiadi assorbirono la regalità in modo graduale, carica dopo carica, finché la posizione di re non divenne indistinguibile dal loro dominio clanico. È a questo che si riferisce Spengler quando scrive che l’organizzazione della polis è identica alla nobiltà36.

Al contrario, l’analisi economica di Qviller sulle poleis dell’età arcaica sostiene che l’instabilità dell’economia ridistributiva rendesse la posizione del singolo basileus strutturalmente insostenibile, indipendentemente dalle pressioni culturali o morfologiche, e che la proprietà terriera aristocratica risolvesse tale contraddizione in modi più duraturi37. Van Wees invita inoltre alla cautela nell’interpretare il materiale omerico come prova storica diretta di specifici momenti istituzionali, poiché non disponiamo di una cronologia completa e precisa della sua produzione38. Entrambe le obiezioni sono pertinenti, ma nessuna delle due affronta in modo approfondito la questione di Spengler. La spiegazione economica chiarisce perché i singoli basileoi fossero vulnerabili, ma la morfologia di Spengler spiega la forma della rivoluzione che costituì il fondamento della loro sostituzione da parte della nobiltà. La dissoluzione dei basileoi in Grecia avvenne «in sordina» perché il cambiamento si verificò in modo organico nel cuore delle poleis arcaiche.

1.4 Conclusione

I tre dibattiti che abbiamo esaminato convergono verso una conclusione comune. In ogni caso, sia che si occupi dell’Età Oscura, del processo di sinecismo o della transizione del potere dai basileoi all’oligarchia, il quadro morfologico di Spengler non sostituisce la necessità di spiegazioni di natura materiale, climatica o istituzionale che la letteratura secondaria sviluppa e sostiene in modo schiacciante, né prevale sulle testimonianze delle fonti primarie come Tucidide o Aristotele. Ciò che fa è riformulare le domande poste e le risposte fornite. Il panorama pre-polis di Tucidide, fatto di comunità mobili e senza radici, non è intrinsecamente un quadro di fallimento della civiltà per Spengler. È l’assenza di un imperativo culturale che ha ispirato la creazione delle future poleis. Il Teseo di Tucidide e la città naturale di Aristotele forniscono un’autorità per l’interpretazione del sinecismo come fenomeno culturale non interamente attribuibile a cause esterne a catena, quali i vincoli economici o ecologici. I basileoi di Omero forniscono una descrizione implicita della politica delle élite nel IXile 8ilnei secoli a.C., il che suggerisce il crescente potere dell’oligarchia nelle giovani città-stato. In ogni caso, il modello di Spengler spiega ciò che i testi antichi danno per scontato, i testi antichi radicano le astrazioni di Spengler nella specificità storica, e il modello morfologico e le fonti primarie si illuminano a vicenda.

Ma il capitolo ha anche messo in luce i limiti dell’analisi spengleriana. Il rapporto tra stress climatico e declino e rinascita culturale durante la Prima Età del Ferro rimane irrisolto. La tesi di Spengler secondo cui il sinecismo sarebbe opera esclusiva dell’aristocrazia si adatta alle testimonianze provenienti dalla terraferma, ma risulta poco convincente se si considerano le poleis coloniali. Anche la morfologia resiste a una datazione precisa; ciò serve a rendere conto di eventi “contemporanei” in culture separate in tempi e luoghi diversi, ma costituisce una guida inadeguata per la sequenzializzazione degli eventi quando ci si ferma a osservarne i meriti su una sola cultura e la rende inaffidabile per archeologi e storici. Questo non è un motivo per abbandonare la teoria, ma per usarla con discernimento. È uno strumento utile per comprendere eventi di ampio respiro senza fornire molte informazioni sui particolari.

1

O. Spengler, Il tramonto dell’Occidente, trad. C.F. Atkinson, 2 volumi (New York: Alfred A. Knopf, 1926–1928), vol. 1, p. 170.

2

Spengler, Declino, vol. 2, pp. 196–197.

3

O.T.P.K. Dickinson, «L’eredità micenea della Grecia dell’età del ferro», in S. Deger-Jalkotzy e I.S. Lemos (a cura di), La Grecia antica: dai palazzi micenei all’età di Omero (Edinburgh University Press, 2006), cap. 7, p. 122.

4

Dickinson 2006, cap. 7, p. 116.

5

A.M. Snodgrass, «Il concetto di “Età Oscura”», in L’Età Oscura della Grecia (Cambridge University Press, 1977), p. 7.

6

R. Osborne, Greece in the Making 1200–479 a.C. (Londra: Routledge, 2009), cap. 3, p. 35.

7

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 1.2, trad. di R. Crawley (Londra: Dent, 1910).

8

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 169.

9

A. Snodgrass, L’età oscura della Grecia: uno studio archeologico dall’XI all’VIII secolo a.C. (Edimburgo: Edinburgh University Press, 1971), pp. 2–5.

10

B.L. Drake, «L’influenza dei cambiamenti climatici sul crollo della tarda età del bronzo e sull’età oscura greca», Journal of Archaeological Science 39 (2012), pp. 1862–1864.

11

Dickinson, 2006, p. 23.

12

Drake, 2012, p. 1866.

13

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 33.

14

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 173.

15

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 381.

16

M.H. Hansen, Polis: Introduzione alla città-stato dell’antica Grecia (Oxford: Oxford University Press, 2006), p. 51.

17

Hansen 2006, p. 51.

18

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 2.15, trad. Crawley.

19

Aristotele, Politica, 1252b–1253a, trad. W. Ellis (Londra: Dent, 1912). La stessa sezione contiene l’affermazione ontologica secondo cui la città è «anteriore» all’individuo: «il tutto deve necessariamente precedere le parti» (1253a). Questa strutturazione teleologica della polis fa eco all’affermazione morfologica di Spengler secondo cui il simbolo primario precede la sua istanza materiale.

20

W.G. Cavanagh, «Surveys, Cities and Synoikismos», in City and Country in the Ancient World, a cura di J. Rich e A. Wallace-Hadrill (Londra: Routledge, 1992), p. 92.

21

R. Osborne, Greece in the Making, cap. 3, p. 130.

22

A. Bresson, *The Making of the Ancient Greek Economy: Institutions, Markets, and Growth in the City-States*, trad. S. Rendall (Princeton: Princeton University Press, 2015), cap. 15, p. 14.

23

Bresson 2015, p. 1.

24

Snodgrass, A. (2006). L’archeologia e lo studio della città greca. In L’archeologia e la nascita della Grecia. Edinburgh University Press. p. 270.

25

Bresson 2015, cap. XV, p. 13.

26

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 381.

27

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 173.

28

Spengler, Il declino, vol. 2, pp. 374–375.

29

Spengler, Il declino, vol. 2, pp. 374–375.

30

A. Mazarakis Ainian, «L’archeologia delle basileis», in S. Deger-Jalkotzy e I.S. Lemos (a cura di), L’antica Grecia: dai palazzi micenei all’epoca di Omero(Edinburgh University Press, 2006), cap. 10, p. 190.

31

Spengler, Riduzione, vol. 2, p. 375.

32

Spengler, Riduzione, vol. 2, p. 374.

33

Mazarakis Ainian, «L’archeologia delle basileis», cap. 10, p. 185.

34

W. Donlan, «La comunità pre-statale in Grecia», Simboli di Oslo, 64 (1989), pp. 5–6.

35

J. B. Salmon, La ricca Corinto: storia della città fino al 338 a.C.(Oxford: Clarendon Press, 1984), pp. 55–68.

36

Spengler, Riduzione, vol. 2, p. 375.

37

B. Qviller, «Le dinamiche della società omerica», Simboli di Oslo, 56 (1981), pp. 109–155, in particolare alle pp. 130–140.

38

H. Van Wees, «Re, cavalieri e guerrieri: l’archeologia dell’età eroica», in Deger-Jalkotzy e Lemos (a cura di), L’antica Grecia: dai palazzi micenei all’epoca di Omero(Edinburgh University Press, 2006), cap. 18.

TESI DI DOTTORATO – La polis nel periodo tardo, 650–350 a.C. circa

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Ancient Greek civilization - Peloponnesian War, Sparta, Athens | Britannica

2.1 Il significato di tirannia, 650–500 a.C. circa

Spengler descrive la prima tirannia, l’era delle tirannie nell’ambito del periodo tardo, come lo Stato stesso, con l’oligarchia che vi si opponeva sotto la bandiera della classe1. Le dinastie tiranniche di questo periodo sono, di fatto o di diritto, l’incarnazione dello Stato, mentre l’oligarchia rappresenta una forma di dominio di classe ormai superata. Per riferimento, Spengler paragona la prima tirannia ai monarchi europei tra il 1500 e il 1650 d.C. Ma il potere del tiranno si basa più spesso sul sostegno dei contadini e dei borghesi e non su un’ideologia di eredità. Spengler osserva che le tirannie avrebbero sostenuto i culti dionisiaci e orfici contro quelli apollinei perché questo era un mezzo per combattere contro il linguaggio formale dell’aristocrazia2. Erodoto ci fornisce un resoconto su Clistene di Sicione e sottolinea che egli vietò la recitazione dei poemi omerici «poiché in essi gli Argivi e Argo sono celebrati quasi ovunque», prima di orchestrare un trasferimento delle feste corali dedicate all’eroe argivo Adrasto a Dioniso, rinominando le tribù doriche con epiteti sprezzanti tratti dai nomi di un maiale e di un asino3. Ha riscritto il registro simbolico della sua città per sradicare la cultura e l’ideologia aristocratiche. Spengler descrive la tirannia del VI secolo come quella che ha portato a compimento l’idea di polis, stabilendo il concetto costituzionale di educate – il cittadino – a prescindere dalla sua provenienza sociale e in quanto parte integrante della collettività della città-stato4. Ciò fece sì che la tirannia fungesse da forza di transizione, dando vita al cittadino che, alla fine del secolo, avrebbe reso obsoleta l’autorità del tiranno e avrebbe posto fine alla tirannia, impedendo qualsiasi trasmissione ereditaria del potere assoluto.

La letteratura accademica fornisce una conferma involontaria della tesi di Spengler. Anthony Andrewes descrive la rivoluzione di Cipselo di Corinto come «la più pura nel suo genere: gli aristocratici erano ormai maturi per la loro caduta, il tiranno era un vero e proprio liberatore, talmente identificato con i suoi sostenitori da non aver mai avuto bisogno di una scorta».5. Questa versione è confermata dal racconto di Erodoto su Cipselo: una volta insediatosi come tiranno, egli «costretti molti corinzi all’esilio, privò molti delle loro ricchezze e molti altri ancora della vita»6. Cypselo rappresenta il primo caso di rivoluzione tirannica (circa 657 a.C.), in stretta corrispondenza con la datazione standard di Spengler relativa al periodo tardo, ed è anche l’esempio più evidente di un sovrano popolare nella Grecia arcaica che sfidò una classe dirigente consolidata e ne prese il posto. La descrizione di Sicione fornita da Andrewes conferma inoltre la fine della poesia omerica come celebrazione della gloria argiva e il trasferimento del culto a Dioniso7. Spengler non afferma mai esplicitamente che Solone appartenga alla stessa schiera di personaggi, ma le sue riforme rivestono lo stesso significato: non si tratta semplicemente di ampliare il diritto di voto, bensì di affermare lo Stato come entità parzialmente slegata dall’oligarchia ereditaria. Raaflaub ci ricorda, nel suo resoconto su Solone, che questi introdusse le classi di proprietà per sostituire la nascita con la ricchezza come criterio di partecipazione politica8. Essa privò lo Stato di quelle caratteristiche dinastiche di cui la tirannia avrebbe potuto avvalersi per consolidarsi, rafforzò l’idea che la polis fosse un’entità più ampia dell’aristocrazia e ampliò l’accesso alla politica agli interessi dei ceti benestanti. La Costituzione ateniese ne descrive il meccanismo istituzionale: quattro classi suddivise in base alla produzione in medimnoi, dove alla classe più bassa, i thetes, veniva concesso «nient’altro che un posto nell’Assemblea e nei tribunali»9. Le riforme di Solone avevano quindi un funzionamento simile a quello di un tiranno, pur senza assumerne l’etichetta.

Corinto, Sicione e Atene sono solo tre esempi all’interno di un panorama molto più ampio di casi di studio. Tuttavia, ciascuno di essi fornisce le basi e la motivazione della posizione morfologica di Spengler. Il contributo di Spengler consiste nell’identificare la tirannia come fase di maturazione dello Stato verso la democrazia.

Sparta, al contrario, offre un esempio di come una polis riuscì a impedire il diffondersi della tirannia. Andrewes individuò in Sparta una predisposizione alla tirannia che fu scongiurata grazie a una riforma istituzionale attuata in risposta alla rivoluzione di Corinto10. Sparta riuscì a scongiurare la tirannia riconoscendo la necessità di porre fine al monopolio aristocratico e optando per misure più moderate, anziché lasciare che il risentimento si inasprisse tra le fazioni interne. Ciò dimostrò che la tirannia non era sempre inevitabile, se si sapeva prevederla. Più in generale, Anderson sottolinea che la tirannia, per gran parte del periodo arcaico, «non era affatto un regime» e indicava piuttosto uno «stile di leadership insolitamente dominante che fiorì nelle prime oligarchie greche»11. La sua tesi è che la maggior parte dei tiranni fossero oligarchi di alto rango; se così fosse, si potrebbe sostenere che lo Stato non prevalga sugli ordini sociali, ma che si tratti semplicemente di una competizione tra élite. Lo stesso Andrewes ne illustra la dimensione economica: l’espansione commerciale dell’VIII secolo portò all’affermarsi di ricche famiglie non nobili che si sentivano escluse dal potere politico e lo consideravano arbitrario e irragionevole – la tirannia incarnava il loro risentimento12. Per Andrewes, il conflitto di classe economica costituisce una spiegazione sufficiente degli sviluppi del VI secolo.

Ma la teoria di Spengler resiste a entrambe le critiche. La concezione morfologica della tirannia non richiede una costituzione esplicita e omogenea per reggere la propria tesi. Le riforme spartane quali l’eforato, la Gerousia e la costituzione oplitica rappresentano i frutti della tirannia senza che vi sia stata una revisione radicale dell’ordine di classe prevalente. La tirannia è un fenomeno che esprime le tensioni politiche della fine del VII secoloile 6ilGrecia del VI secolo a.C., e Sparta ne è una variante locale che conferma tale influenza culturale. La descrizione di Anderson della polis arcaica come «spazio istituzionale dalla struttura minima e vagamente definito, in cui gli interessi privati e la competizione per il potere all’interno dell’élite potevano essere oggetto di negoziazione»13è, in una prospettiva spengleriana, una descrizione precisa della politica del periodo arcaico, mentre la tirannia è esattamente la condizione in cui questi interessi privati si trasformano in interessi pubblici. I Cipselidi, gli Ortagoridi e i Pisistratidi rappresentano un nuovo tipo di strategia elitaria che trae il proprio sostegno dalla legittimazione di nuove fazioni. La barriera metodologica tra morfologia e ricerca specialistica permane, poiché le forme politiche di Spengler resistono alla falsificazione da parte di singoli casi.

Il dibattito sulla tirannia costituisce il fulcro del capitolo 2. A prescindere dal fatto che una determinata forma di governo fosse culturalmente necessaria, il modello descritto da Spengler è evidente nei resoconti storici e nella documentazione primaria. Le tirannie emergono in risposta alle tensioni tra le vecchie e le nuove élite; il fatto che la tirannia ne sia l’espressione o che si osservi una risposta diversa non sminuisce il suo ruolo nella Grecia del VI secolo.

2.2 Il significato della democrazia, 500–400 a.C. circa

Spengler descrive la «demokratia» greca in riferimento a due modi di valutazione. «Egli iniziò a contare – denaro e persone, poiché il censimento in base al patrimonio e il suffragio universale sono entrambi armi borghesi – mentre un’aristocrazia non conta, ma valuta, e non vota in base al numero di persone, ma in base alle classi».14. L’attenzione di Spengler, e quella di questa sezione, è rivolta al rapporto di potere incarnato dalla «demokratia»: l’opposizione tra il vecchio ordine di classe e il nuovo ordine popolare, nonché le forze motrici che ne derivano. Il “Terzo Stato” schiera il proprio peso numerico contro le valutazioni qualitative di un ordine basato sui ranghi. La sua natura di terza entità è quella di una “unità di contraddizione, incapace di essere definita da un contenuto positivo”, priva di uno stile proprio e che prende in prestito la propria identità dagli stati nobiliare e sacerdotale, stati che soppianta con una politica basata sul denaro e sulla ricerca intellettuale15.

Il materiale scientifico su cui si fonda la descrizione strutturale di Spengler non è di per sé di orientamento spengleriano. Lo studio di Ostwald sulla sovranità popolare nell’Atene del V secolo individua il completamento strutturale della «demokratia» nell’iniziativa di Efialte, che conferì al popolo la piena sovranità nel giudicare i crimini contro lo Stato. Il verdetto del popolo fungeva da contrappeso a quello che in precedenza era un organo giurisdizionale composto da ricchi e nobili16. Questo provvedimento fu sancito nella costituzione ateniese. Efialte «privò il Consiglio di tutte le prerogative acquisite da cui derivava la sua funzione di custode della costituzione, assegnandone alcune al Consiglio dei Cinquecento e altre all’Assemblea e ai tribunali»17. Trasferire questo potere dall’Areopago ereditario alle istituzioni popolari costituite in base al numero dei cittadini equivale, in sostanza, all’espansione del potere esercitato dall’arma del conteggio. Ober, nella sua opera sulle Atene democratiche, sottolinea che Aristotele definisce la democrazia come il governo dei poveri, poiché la polis era popolata da un numero di individui poveri di gran lunga superiore a quello dei ricchi, il che ha consolidato la nozione di democrazia come governo della maggioranza18. Il governo della maggioranza consiste nel conteggio delle voci, che Aristotele contrappone all’oligarchia intesa come governo dei ricchi e che costituisce il fondamento della tesi di Spengler sul rapporto tra conteggio e valutazione. Tucidide approfondisce questa dinamica sottolineando come, all’epoca di Pericle, le distinzioni di classe o di ricchezza non potessero interferire con il merito19. L’analisi di Raaflaub sulla politica sociale dell’eleutheria sostiene nel complesso un contenuto democratico positivo, ma ammette inavvertitamente una tesi di negazione quando considera l’oligarchia come un gruppo chiuso e la libertà come la sua rovina20. Van Wees conferma inoltre che la seisachtheia di Solone lasciò intatta la distribuzione della ricchezza sottostante quando furono cancellati i debiti e la schiavitù per debiti21.

Ostwald individua i meccanismi istituzionali attraverso i quali il conteggio sostituisce la valutazione qualitativa. Ober, attraverso Aristotele, associa la regola della maggioranza al conteggio e l’oligarchia alla valutazione. Van Wees mostra come la liberazione fosse in opposizione al dominio di classe ma non al dominio della ricchezza. Insieme confermano la definizione di demokratia come sovranità numerica del popolo contro il potere gerarchico. Il contributo di Spengler consiste nell’affrontare questa conferma del potere del conteggio come derivante da concetti di identità costruiti in modo negativo piuttosto che da un contenuto democratico positivo. La demokratia contava le teste perché si opponeva a qualsiasi forma di distinzione.

L’argomentazione più ampia di Raaflaub, tuttavia, sostiene che la «demokratia» abbia un contenuto positivo, affermando che l’isonomia e l’isegoria costituivano valori democratici positivi risalenti a Omero. Egli fa risalire l’idea di libertà inizialmente alla nobiltà, prima che essa si espandesse progressivamente fino a comprendere l’uguaglianza politica per tutti i cittadini dello Stato, compresi i thetes22. Ostwald sottolinea inoltre che l’obiettivo di Clistene era quello di migliorare le condizioni che davano origine a lotte tra fazioni e che la «demokratia» era un risultato naturale di tale soluzione23. L’opposizione a Spengler trova la sua massima espressione in Farrar, il quale sottolinea lo sviluppo dell’interazione democratica attraverso Protagora, Democrito e Tucidide24. La tesi qui sostenuta è che l’analisi contraddittoria di Spengler sul terzo stato e sul suo ruolo nella democrazia sia riduttiva. La libertà democratica non è solo un concetto con profonde radici culturali, anche se ha impiegato tempo a manifestarsi, ma si fonda anche su un corpus di opere intellettuali che l’hanno perfezionata trasformandola in qualcosa di costituzionale e non di casuale. L’affermazione di Ostwald secondo cui essa sarebbe emersa come soluzione a problemi specifici può causare attrito con Raaflaub e Farrar, ma mette in discussione la spiegazione morfologica di Spengler secondo cui la democrazia sarebbe emersa per ragioni psicologiche specifiche legate al rapporto della Grecia con le idee di immediatezza e presenza.

Per affrontare queste sfide è necessario distinguere la tesi strutturale di Spengler dalle prove fenomenologiche addotte da Raaflaub e Farrar. Secondo Spengler, la «demokratia», proprio come la «tirannia», rappresenta un punto nella linea temporale della tensione tra concezioni antiche e moderne dello Stato e dell’identità nazionale. Il demos di Raaflaub chiama l’arma del conteggio “libertà”, “isonomia”, “isegoria”, perché queste sono le parole disponibili nel vocabolario culturale della Grecia in quel momento. Il Protagora di Farrar teorizza una democrazia già esistente, giustificando intellettualmente a posteriori la struttura di potere che, agli occhi di Ostwald, era semplicemente la soluzione alla competizione organica tra fazioni e non a dispute morali. Raaflaub cita Plutarco: «il popolo si liberò da ogni controllo… trasformò la città in una democrazia totale».25. «Scatenarsi» è un termine ostile che coglie la logica di Spengler in modo più onesto di quanto le tradizioni democratiche vorrebbero: il demos non aveva un piano, ma stava piuttosto liberando un’energia strutturale. Il risultato fu quella politica di massa che da allora è stata idealizzata. Il limite più importante è che Spengler non riesce a dimostrare che la tradizione positiva della «demokratia» fosse derivativa piuttosto che generativa. La lacuna nelle prove costituisce un limite metodologico.

2.3 La polis come entità negli affari internazionali, 500-400 a.C. circa

La teoria politica di Spengler sostiene che la storia del mondo sia la storia dell’interazione tra gli Stati. In ciascuna delle sue «alte culture», il modo in cui una nazione assume la «forma» di uno Stato varia a seconda del suo simbolo principale. Per la Grecia classica, egli inquadra le relazioni interstatali come relazioni tra poleis e la loro diplomazia, o la sua assenza, influenzata dalla generale mancanza di interesse per qualsiasi cosa al di fuori della propria comunità. Egli descrive il diritto internazionale classico come un sistema che considera la guerra come la condizione normale, interrotta di tanto in tanto da trattati di pace tra singoli Stati, e che il sistema statale classico rimaneva un aggregato di punti26. Ogni polis è un’entità indipendente; il sistema internazionale è quindi un insieme di unità distinte che non condividono né il diritto internazionale né la diplomazia. Egli sostiene che l’espansione sia essenzialmente incompatibile con l’idea di polis e che, pertanto, lo Stato classico sia l’unico Stato incapace di qualsiasi ampliamento organico, in quanto ogni nuova città non era una colonia, ma una cosa in sé nuova e completa27. Egli contrappone inoltre la politica dello Stato classico alla diplomazia del Barocco, citando il motto della casa degli Asburgo — che esorta a conquistare attraverso i matrimoni — per illustrare il rifiuto della comunità greca di instaurare tali tradizioni. Il problema della Lega di Delo diventa evidente poiché Atene mirava a realizzare ciò che l’anima apollinea non può fare, specialmente all’apice della cultura apollinea28.

Finley offre una visione anti-ideologica dell’Impero ateniese molto simile a quella di Spengler: secondo cui gli imperi non vengono costruiti consapevolmente, ma vengono riconosciuti solo dopo che sono stati costruiti29. Ciò riflette alcuni dei scritti fondamentali di Spengler sul desiderio inconscio degli organismi di espandersi30. La Lega di Delo di Finley fu, sin dalla sua fondazione, uno strumento di coercizione da parte di Atene31, a conferma della tesi di Spengler secondo cui le città-stato non sono in grado di intrattenere relazioni reciproche senza che, alla fine, una finisca per dominare l’altra. Il Dialogo di Melos esprime chiaramente la visione politica di Spengler quando afferma che «nel corso del mondo, il diritto è in discussione solo tra pari in termini di potere, mentre i forti fanno ciò che possono e i deboli subiscono ciò che devono»32. La visione classica dei loro rapporti interstatali viene descritta come priva di regole che andassero oltre i singoli città-stato, impedendo così che una diplomazia moderata prendesse il posto della politica della forza. Meiggs interpreta la formazione dell’impero ateniese a partire dalla lega come il risultato di una costante ricerca dell’interesse proprio che finì per prevalere sugli altri stati33.

Sia Finley che Meiggs sostengono l’ipotesi di un graduale cambiamento strutturale verso l’egemonia ateniese all’interno di una lega strutturalmente destinata a cedere il passo all’entità più potente al suo interno, e il dialogo di Tucidide rafforza questa tesi dall’interno del mondo classico. Le comunità delle città-stato non rispettavano regole comuni di ingaggio che avrebbero permesso l’applicazione di un ordine internazionale, consentendo all’idea di Impero di sostituire la lega. Ciò solleva l’importante questione del perché i Greci non abbiano mai ideato alcun tipo di ordine internazionale che, come minimo, imponesse standard culturali in materia di sovranità nazionale.

Ma l’argomentazione di Spengler presenta alcuni punti deboli. Kagan sostiene che la guerra del Peloponneso non fosse strutturalmente inevitabile, ma che avrebbe potuto essere evitata grazie a decisioni prudenti in diversi momenti cruciali34. Kagan contesta Spengler, ma anche la tesi di Tucidide secondo cui la guerra sarebbe stata scatenata dal crescente potere di Atene35. Secondo Kagan, nessuno Stato lo voleva né lo aveva pianificato, e ciascuna delle parti ha una parte di responsabilità per averlo provocato36. Anche gli sviluppi che hanno portato alla guerra indicano che la Grecia, sebbene non sia riuscita a portare avanti l’impresa, è stata in grado per un certo periodo di organizzarsi come comunità di Stati, e che quindi l’istinto di organizzarsi a livello internazionale non era del tutto assente.

Kagan e Spengler concordano sul fatto che nessuno avesse pianificato la guerra, ma divergono sul contesto strutturale. Secondo Spengler, indipendentemente dal fatto che sia stata Epidamno a scatenare la guerra del Peloponneso o qualche altro fattore scatenante, la causa prima era la natura del panorama statale classico, che risolveva naturalmente la maggior parte delle questioni ricorrendo alla forza, al dominio e alla guerra — posizione condivisa anche da Tucidide. Il fattore scatenante specifico della guerra era, in termini spengleriani, “incidentale” e il contesto stesso ha prodotto gli eventi storici attraverso lo sviluppo di tensioni derivanti da una sensibilità su come affrontare gli affari interstatali. Ancora una volta, Spengler non può essere smentito da alcun caso particolare di guerra evitata. Questa non falsificabilità è la questione ricorrente della morfologia in tutte e tre le sezioni di questo capitolo e richiede ulteriori ricerche che trattino la storia classica e arcaica su scala macro.

La sezione 2.3 completa l’argomentazione strutturale del capitolo, poiché l’insieme dei tre dibattiti mostra come il periodo tardo di Spengler costituisca una sequenza morfologica coerente. Ciascun dibattito ha messo alla prova la teoria di Spengler alla luce di prove contrarie e, in ogni caso, il quadro teorico rimane valido, pur con alcune precisazioni metodologiche. Si sostiene che le interpretazioni morfologiche non possano essere confutate da singoli casi isolati.

2.4 Conclusione

I tre argomenti esaminati in questo capitolo convergono su conclusioni coerenti. Il dibattito sulla tirannia dimostra che il modello strutturale descritto da Spengler è visibile in tutto il corso della storia, da Corinto ad Atene e Sicione. Le riforme di Sparta dimostrano che le riforme istituzionali possono prevenire del tutto la tirannia, ma solo perché Sparta era consapevole delle questioni del momento e ha quindi messo in atto riforme che riguardavano i problemi più ampi che interessavano la cultura greca. Il dibattito sulla democrazia conferma che il meccanismo della demokratia si basa sui numeri piuttosto che sul rango, come confermano Ostwald, Ober, Aristotele e Pericle, anche se Raaflaub dimostra che la demokratia possiede un proprio contenuto positivo. Il dibattito interstatale mostra poi l’incapacità della polis di espandersi organicamente e di cooperare a lungo termine con i vicini senza degenerare in interessi imperiali, il che ha creato il contesto per particolari conflitti che hanno dato inizio alla guerra del Peloponneso. Il tema ricorrente del capitolo è l’infalsificabilità della morfologia a livello specialistico. Ciò significa che il quadro di Spengler funziona come una lente interpretativa piuttosto che come un’ipotesi verificabile. Qualsiasi apparente confutazione può essere assorbita ridefinendo il livello di analisi. Il capitolo 3 esplorerà il periodo della Civiltà e i successivi cambiamenti alla polis man mano che la “cultura” apollinea si disintegra.

1

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 386.

2

Spengler, Declino, vol. 2, p. 386.

3

Erodoto, Storie, 5.67, trad. G.C. Macaulay (Londra: Macmillan, 1890). Il brano più ampio (5.67–68) riporta come Clistene vietò la recitazione omerica, trasferì gli onori cultuali dall’eroe argivo Adrasto a Melanippo, restituì i cori tragici a Dioniso e rinominò le tribù doriche con epiteti deliberatamente sprezzanti — una completa riscrivitura dell’ordine simbolico della città.

4

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 387.

5

A. Andrewes, *I tiranni greci* (Londra: Hutchinson, 1956), p. 43.

6

Erodoto, Storie, 5.92e. L’oracolo pronunciato a Delfi nei confronti di Cipselo aveva promesso: «Cipselo, lui e i suoi figli, ma non più i figli dei suoi figli» — una sanzione divina a favore del governo personale del tiranno, con un limite morfologico intrinseco alla continuità dinastica.

7

Andrewes 1956, pp. 58–59.

8

K. Raaflaub, «Poeti, legislatori e gli albori della riflessione politica nella Grecia arcaica», in The Cambridge History of Greek and Roman Political Thought, a cura di C. Rowe e M. Schofield (Cambridge: CUP, 2008), pp. 41–42.

9

Aristotele, Costituzione di Atene, §7, trad. F.G. Kenyon (Londra: Bell, 1891). Solone «divise la popolazione in base alla proprietà in quattro classi, proprio come era stata divisa in precedenza, vale a dire i Pentacosiomedimni, i Cavalieri, gli Zeugiti e i Theti», assegnando le magistrature «in proporzione al valore dei loro beni imponibili» e concedendo ai Theti «nient’altro che un posto nell’Assemblea e nei tribunali».

10

Andrewes 1956, p. 75.

11

G. Anderson, «Prima che i Turanni diventassero tiranni: ripensare un capitolo della storia greca antica», Classical Antiquity 24.2 (2005), p. 177.

12

Andrewes 1956, pp. 80–81.

13

Anderson 2005, pp. 179–180.

14

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 387.

15

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 355.

16

M. Ostwald, Dalla sovranità popolare alla sovranità della legge: diritto, società e politica nell’Atene del V secolo (Berkeley: California UP, 1986), p. 40.

17

Aristotele, Costituzione di Atene, §25. Il testo completo dell’atto di Efialte recita: egli «privò il Consiglio di tutte le prerogative acquisite da cui derivava la sua funzione di custode della costituzione, e ne assegnò alcune al Consiglio dei Cinquecento, altre all’Assemblea e ai tribunali».

18

J. Ober, «Massa ed élite nell’Atene democratica: retorica, ideologia e potere del popolo» (Princeton: Princeton UP, 1989), p. 238.

19

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 2.37. Il brano prosegue così: «La libertà di cui godiamo nel nostro governo si estende anche alla nostra vita quotidiana» — un’estensione del principio del conteggio dalla sfera politica a quella sociale che l’analisi di Spengler prevede come la tendenza naturale di una democrazia al culmine del suo splendore culturale.

20

K. Raaflaub, «Democrazia, oligarchia e il concetto di “cittadino libero” nell’Atene della fine del V secolo», Political Theory 11.4 (1983), pp. 524–525.

21

H. van Wees, «Massa ed élite nell’Atene di Solone: una nuova analisi delle classi proprietarie», in Solone di Atene: nuovi approcci storici e filologici, a cura di J.H. Blok e A.P.M.H. Lardinois (Leida: Brill, 2006), pp. 355–356.

22

Raaflaub 1983, pp. 518–519.

23

Ostwald 1986, p. 15.

24

C. Farrar, Le origini del pensiero democratico: l’invenzione della politica nell’Atene classica (Cambridge: CUP, 1988), pp. 1, 91.

25

K. Raaflaub, in K. Raaflaub, J. Ober e R.W. Wallace (a cura di), Origins of Democracy in Ancient Greece (Berkeley: California UP, 2007), p. 108, citando Ath. Pol. 25.1–2 e Plutarco, Cim. 15.2.

26

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 385.

27

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

28

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 391.

29

M.I. Finley, «L’Impero ateniese del V secolo: un bilancio», in The Athenian Empire, a cura di P. Low (Edimburgo: Edinburgh UP, 2008), p. 1.

30

Spengler, Declino, vol. 2, p. 440.

31

Finley, in Low (a cura di) 2008, p. 7.

32

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 5.89 (Dialogo dei Meli), trad. Crawley.

33

R. Meiggs, «The Growth of Athenian Imperialism», in The Athenian Empire, a cura di P. Low (Edimburgo: Edinburgh UP, 2008), p. 45.

34

D. Kagan, The Outbreak of the Peloponnesian War (Ithaca: Cornell UP, 1969), pp. 345–346.

35

Tucidide, Storia della guerra del Peloponneso, 1.23, trad. Crawley. Il testo completo recita: «Ritengo che la vera causa sia quella che è stata formalmente tenuta più nascosta. L’ascesa della potenza di Atene e il timore che ciò suscitò a Lacedemone resero la guerra inevitabile».

36

Kagan 1969, p. 366.

TESI DI DOTTORATO – La polis nel periodo della civiltà, 350–31 a.C. circa

Compresa la conclusione e la bibliografia della tesi

prospettiva spenglariana

9 maggio 2026

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3.1 La polis nell’epoca dei regni ellenistici, 338 – 100 a.C. circa

La tesi di Spengler sulla polis nel periodo della Civiltà si fonda sulla natura della struttura imperiale ellenistica. La sua tesi secondo cui l’espansione è in contrasto con la natura della polis1è confutabile se si considera il contesto degli imperi e dei regni ellenistici. A tal proposito, Spengler sostiene che le dinastie seleucide e tolemaica governassero dalle loro poleis – rispettivamente Antiochia e Alessandria – su una fascia periferica di territorio imperiale che non era assimilabile all’identità della polis, la quale veniva amministrata tramite «meccanismi autoctoni già esistenti»2. La polis funge da nucleo amministrativo e il territorio circostante rimane culturalmente non integrato ma subordinato ad essa; ciò pone la forma della polis al servizio di un apparato più ampio senza però trasformarla.

La descrizione dell’impero seleucide fornita da John Ma costituisce la conferma più evidente di questa tesi, poiché egli sostiene che l’esercizio del potere avvenisse in un contesto di coercizione, con le comunità locali controllate dai Seleucidi senza però essere assorbite in uno Stato imperiale3. Questa interpretazione avvalora la concezione di Spengler secondo cui la polis sarebbe dotata di un guscio rigido oltre il quale non può espandere la propria identità, il che la spinge a ricorrere alla politica della forza al di fuori del suo limitato raggio d’azione. Graham Shipley colloca il sistema delle città-stato greche in un contesto mediorientale più ampio e sostiene che il sistema delle città-stato classiche abbia rappresentato un intermezzo eccezionale nella storia del Vicino Oriente antico, che per la maggior parte era dominato da forme di governo monarchiche4. Dopo Alessandro, la forma monarchica si riafferma rapidamente, rendendo la polis un’anomalia che, al di fuori del contesto classico, si dissolve in domini territoriali caratterizzati dall’opposizione tra città e campagna. In contrasto con Shipley, Hansen fornisce una dimensione aggiuntiva con i propri dati. Il secolo che seguì la conquista di Alessandro vide la fondazione di diverse centinaia di nuove poleis in tutta l’Asia, costituite dalla classe dirigente greca e macedone e dotate delle caratteristiche tipiche di una città-stato matura, quali un consiglio, tribunali, un’assemblea del popolo e un ginnasio5. Il modo in cui gli stili di governo greci sembrano essere stati applicati come modelli prestabiliti suggerisce l’imposizione di una formula rigida piuttosto che lo sviluppo organico di un sistema di governo basato sulle esigenze locali.

Ciascuna di queste posizioni avvalora l’affermazione di Spengler in modo diverso. La tesi di Ma spiega il rapporto tra città e campagna che ha permesso alla prima di dominare la seconda. La tesi di Shipley identifica la città-stato come una forma temporanea che, una volta uscita dalla Grecia, si è gradualmente dissolta nelle realtà locali. Al contrario, Hansen riesce a confutare Shipley sottolineando la fondazione di centinaia di poleis che sembrano presentare le stesse caratteristiche in tutta la regione.

Al contrario, Hansen offre una visione diversa della storia della città-stato nel suo complesso. La sua posizione generale è che la storia della città-stato autonoma non si concluse a metà del IV secolo a.C., bensì che fu proprio allora che ebbe inizio6. Si tratta dell’opposto della tesi di Spengler, secondo cui la città-stato avrebbe completato il proprio sviluppo proprio in quel momento. Hansen fa risalire la vera fine delle poleis a Diocleziano7. Millar sostiene questa tesi sottolineando che la stragrande maggioranza dei resti delle città-stato risale a quest’epoca e che tali resti rappresentano la massima espressione della loro identità8. Se l’«anima» fosse davvero svanita dopo Alessandro, l’intensità della produzione culturale durante il periodo ellenistico risulterebbe inspiegabile secondo la teoria di Spengler.

Un’analisi critica di questo problema richiede di distinguere tra ciò che sostiene Spengler e ciò che dimostrano Hansen e Millar. La posizione di Spengler è che l’idea della polis fosse costituzionalmente attiva, ma che l’energia culturale che l’aveva generata si fosse esaurita verso la metà del IV secoloilsecolo. Soprattutto quando la polis viene creata in un nuovo contesto, essa richiama a sé precedenti strutturali già consolidati, che si sono pienamente sviluppati e cristallizzati nell’ambito della concezione di cosa sia una polis. Negli imperi seleucide e tolemaico, ciò ha dato origine a territori incentrati su insediamenti modellati sull’idea della polis piuttosto che sviluppatisi in modo organico. Nel caso di Millar, egli riconosce nei consigli di epoca romana un certo grado di stagnazione, poiché i loro membri mantenevano le loro cariche a vita, rappresentando la classe superiore della comunità9. Sistemi che sulla carta dovevano essere democratici venivano occupati da classi antidemocratiche. Aristotele osserva qualcosa di simile riguardo al passaggio dalla monarchia legittima a quella illegittima: «rimarrà solo il nome di re, oppure il re assumerà più potere di quanto gli spetti, da cui sorgerà la tirannia, il peggiore eccesso immaginabile»10. Il concetto di polis si sta realizzando, lasciando gradualmente spazio a nuove forme. Secondo Millar, la polis è una forma transitoria che evolve in monarchia, mentre secondo Spengler la forma della polis si sta dissolvendo senza assumere alcuna forma specifica, e gli imperi dell’età ellenistica rappresentano una fase di questo processo di declino.

Spengler non nega che la polis continui a esistere dopo Alessandro, ma solo che sia in declino dopo uno sviluppo costante secondo la forma-anima da lui definita. Anche Hansen e Millar confermano questa continuità, pur discutendone il significato. Spengler qui osserva cosa significhi la sopravvivenza istituzionale nel mondo post-classico, scegliendo di separare le prove materiali esterne dal suo contenuto intrinseco. Ciò solleva questioni definitorie riguardo a cosa intendano effettivamente Hansen e Millar quando parlano di Polis e se ciò possa essere conciliato con la definizione di Spengler allo stato attuale delle loro ricerche.

3.2 La «Seconda tirannia», 323 – 100 a.C. circa

Un concetto più specifico e categorico che Spengler introduce nella sua storia è quello della «Seconda Tirannia». La prima tirannia comprende i tiranni dei periodi arcaico e classico che ruppero il monopolio aristocratico sul potere politico. La Seconda Tirannia comprende i generali, i monarchi e i tiranni contemporanei che esercitarono il potere in modo extrapolitico man mano che la struttura della polis cedeva il passo a forme sempre meno rigide. Spengler cita Alcibiade e Lisandro per aver esercitato un potere personale al di fuori delle regole delle rispettive poleis durante la guerra del Peloponneso11. Egli fa riferimento al grande esercito di professione di Dionisio di Siracusa e alle sue armi da artiglieria12. Ciò che rende questo tipo di leader una categoria a sé stante è che non esistevano regole chiare per la successione dopo la loro morte, né regole per la loro ascesa al potere. Spesso si trattava semplicemente di uomini che si trovavano nel posto giusto al momento giusto per impadronirsi del potere e colmare il vuoto lasciato dalla distruzione delle vecchie linee di autorità. Le stesse regole valevano per i Diadochi: quando un re moriva, il potere doveva essere riconquistato dall’uomo successivo dotato di forza e carisma sufficienti.

Waldemar Heckel offre la conferma più accurata delle tesi di Spengler nella letteratura secondaria. Egli sostiene che i regimi politici dei Successori fossero unidimensionali, privi di autorità statale e dinastica13. Egli descrive il regime di Demetrio Poliorcete come esplicitamente fondato su se stesso e limitato a se stesso14. Possiamo fare un paragone con il Lisandro di Spengler, il cui esercito era «devoto alla sua persona», per cogliere le analogie. Bosworth sottolinea il passaggio a questa seconda forma di tirannia, descrivendo il periodo ellenistico come nato da un vero e proprio «big bang», con Antigono che nel 306 a.C. proclamò re se stesso e suo figlio Demetrio15. Spengler sostiene che il percorso dalla Prima alla Seconda Tirannia sia inequivocabile16e il «big bang» di Bosworth consolida il periodo ellenistico attraverso un’ascesa così anticonstituzionale. Bosworth descrive l’ideologia di tale situazione come una logica di conquista, in cui il re è un uomo che ha dimostrato il proprio valore in battaglia e il suo regno è il premio conquistato dalla sua lancia17; era il potere personale, extracostituzionale, a legittimare la legge in tali circostanze. Polibio ne teorizzò la struttura giuridica sottostante, descrivendo il declino della civiltà e «il ciclo regolare delle rivoluzioni costituzionali e l’ordine naturale in cui le costituzioni cambiano, si trasformano e ritornano nuovamente al loro stadio originario»18. Secondo la sua teoria dell’anaciclosi, il mondo antico stava finalmente tornando, sotto la forma dei Diadochi, alla monarchia. Il commento di Spengler trova qui conferma all’interno dello stesso mondo ellenistico, nella misura in cui riguarda l’emergere di nuove potenze per la forza dopo una lunga storia di lenta espansione del diritto di voto.

Le conclusioni sopra riportate di Heckel e Bosworth confermano la distinzione operata da Spengler tra la vecchia tirannia e quella nuova. Questi re concentravano il potere attorno alla propria persona e affermavano le dinastie attraverso la conquista, una volta caduto il sovrano precedente. L’anaciclosi di Polibio sottolinea la stessa logica morfologica riguardo alla ricomparsa della monarchia, sebbene Spengler si discosti da lui sulla natura della seconda Tyrannis, che egli considera la ricomparsa dei tradizionali Basileoi. Insieme, essi dimostrano che la Seconda Tyrannis di Spengler non è una categoria speculativa che rientra nella cerchia dei precedenti problemi metodologici di cui soffre la morfologia, ma è una forma politica attestata e riconosciuta da alcuni studiosi.

La critica più incisiva alla seconda edizione di *Tyrannis* di Spengler proviene dalla descrizione che Lund fa del funzionamento effettivo della monarchia ellenistica. Lund sostiene che le monarchie dei Diadochi poggiavano sulle fondamenta del re, amici(gli amici) e il suo esercito19Philoinon erano subordinati al re, ma comandanti indipendenti la cui fedeltà veniva comprata con ricompense. Le dinastie dei Diadochi non erano quindi estranee alla politica, ma profondamente radicate in un sistema di corte che dipendeva da un riconoscimento esterno. De Lisle respinge ulteriormente l’idea di una «Seconda Tirannia» chiaramente distinguibile quando sottolinea la posizione di Agatocle a metà strada tra la tirannia classica e la monarchia ellenistica. La sua assunzione di un titolo regale fu un momento di affermazione per rivendicare la parità con i Diadochi e non una conversione da tiranno a re20. L’Agatocle di De Lisles era al tempo stesso un tiranno siciliano e un monarca ellenistico e non vedeva alcuna discontinuità tra questi due ruoli, il che ha portato De Lisles a concludere che esistesse un unico modello greco di autocrazia piuttosto che due modelli distinti21. Se il confine tra le vecchie e le nuove forme di «tirannia» è storicamente continuo, allora l’affermazione di Spengler secondo cui il percorso che le separa è «inconfondibile» potrebbe far pensare a uno schema imposto piuttosto che a un vero e proprio modello di cambiamento. Una sequenza che appare chiara dal punto di vista morfologico, ma non altrettanto da una prospettiva sistematica o scientifica.

Nessuna delle due obiezioni è di per sé determinante per Spengler, ma mettono in luce aspetti diversi della Seconda Tyrannis. Quella di Lund amiciLa rete era in parte effimera, poiché la corte degli Amici era una struttura personale piuttosto che istituzionale. Quando il re morì, il suo amicisi dissolse attorno a lui. Ciò non complicherebbe la tesi anticostituzionale di Spengler, ma cancella quel grado di indipendenza di cui i re godrebbero se dovessero fare affidamento su altre persone. De Lisle formula la critica più fondamentale: Spengler non si limita a introdurre una nuova categoria politica, ma sostiene che tale categoria sia nettamente definita – «inconfondibile». Può essere naturale che Agatocle minacci la netta periodizzazione che tale affermazione richiede, poiché le transizioni esisterebbero comunque, per quanto nette o vaghe, ma Spengler non esplora né riconosce affatto quella transizione tra le forme di governo del periodo Tardo e del periodo della Civiltà. Piuttosto, identifica un’improvvisa comparsa del «non-Classe» – le masse – come potere, considerando tutta la politica che l’ha preceduta come nemici di sé da distruggere, sostenendo che questa sia la differenza tra la Prima e la Seconda Tirannia22. Egli cita volentieri personaggi come Dionisio I e Appio Claudio definendoli figure «napoleoniche», ma non approfondisce ulteriormente la differenza specifica di Roma, Siracusa o di qualsiasi altro tiranno23. Se De Lisle dovesse rivolgersi direttamente a Spengler, sarebbe necessario un processo meccanicistico specifico della sua «civiltà apollinea». Fino ad allora, la forma politica di Spengler appare come uno schema retrospettivo imposto alla storia.

3.3 La Cosmopolis, 333 – 31 a.C. circa

La descrizione che Spengler fa della forma terminale della città classica è concentrata in gran parte in una sezione di un capitolo in cui egli delinea a grandi linee i sintomi di ogni città-mondo in fase avanzata. Spengler descrive la Cosmopolis, il «Colosso di pietra», come la fine di ogni grande cultura – un fenomeno che si ritorce contro l’uomo della Cultura e lo possiede, asservendo l’umanità alla logica della vita urbana24. Città come Alessandria e Roma sono quindi il risultato prevedibile di una lunga storia di pensiero politico e intellettuale che ha avuto inizio nelle campagne aperte, per poi acquisire una maggiore complessità sotto forma di vasti insediamenti. Per quanto riguarda il mondo classico, Spengler scrive che la vera città-mondo classica si sforzava di restringere le sue strade in vicoli stretti e angusti, impossibili per un traffico veloce, poiché tutti coloro che vi abitavano volevano vivere il più vicino possibile al centro, dove avvenivano le cose, piuttosto che nei sobborghi circostanti25, il che sarebbe in linea con la sua concezione somatica degli insediamenti greci. Egli individua inoltre in tutte le civiltà l’emergere della «forma a scacchiera», quella che potremmo definire la griglia, apparsa nel mondo classico già nel 441 a.C. con il piano urbanistico di Mileto elaborato da Ippodamo26. Anche il periodo iniziale e quello tardivo sono caratterizzati da un senso di appartenenza a un paesaggio che Spengler definisce «razza»27. Questa razza è assente nelle popolazioni urbane e civilizzate, il che dà origine a una sorta di cultura nomade in cui l’individuo non è legato alla terra, ma è spinto a vagare e a mantenere dimore temporanee28.

Le prove archeologiche e storico-sociali a sostegno delle affermazioni di Spengler sono più consistenti di quanto ammettano i critici dei suoi metodi. Stephens, nel suo lavoro sull’Alessandria tolemaica, conferma il periodo della civiltà apollinea datando il dominio di Alessandria, menzionando che Alessandria non esisteva nel 333 a.C., eppure cinquant’anni dopo ascese rapidamente fino a diventare la prima città del Mediterraneo, uno status di cui godette fino a quando non fu soppiantata da Roma due secoli dopo. Egli ci fornisce anche una conferma del secondo nomadismo di Spengler. Gli alessandrini dei primi due Tolomei si identificavano con le loro città d’origine piuttosto che con Alessandria stessa29, e una volta diventati alessandrini, non potevano vantare quell’autoctonia che caratterizzava le terre greche da cui provenivano30. La descrizione che Owens fa di Atene e Roma è critica dal punto di vista accademico, ma positiva in chiave spengleriana. Egli osserva che Atene e Roma non erano all’altezza della loro reputazione di città principali della Grecia e dell’Italia, in particolare a causa della loro natura di luoghi angusti e sovraffollati, caratterizzati da strade strette e isolati irregolari di case ed edifici pubblici31. Egli conferma inoltre l’esistenza, nell’impero seleucide, di città a scacchiera, costruite in tempi rapidi secondo schemi urbanistici standardizzati e basati su proporzioni matematiche32. La Ptolemaia, le cui gare atletiche isolimpiche venivano celebrate in panegirici stereotipati da poeti di corte come Callimaco e Posidippo, conferma inoltre l’affermazione di Spengler secondo cui l’arte nella cosmopolis si trasforma in sport e spettacolo33. Gli scritti di Spengler sulla vita urbana furono espressamente lodati e avallati da Theodor Adorno, che li interpretò alla luce della prospettiva della Scuola di Francoforte, pur essendo questa profondamente ostile alle conclusioni politiche e metodologiche di Spengler. Egli paragonò il «nuovo uomo primitivo» di Spengler, che si riproduceva nelle soffitte e nelle cantine della metropoli, e il suo secondo nomadismo alla propria nozione di «atomizzazione»34. Adorno riconosce il valore degli scritti di Spengler perché essi rispecchiano alcuni aspetti della sua stessa analisi dell’industria culturale, dimostrando che nemmeno chi si oppone radicalmente alle sue tesi negherebbe la fondatezza delle sue affermazioni, almeno se considerate isolatamente.

Contrariamente a quanto sostiene Spengler, Owens ci dimostra inoltre che i progetti urbanistici a scacchiera esistevano già nel primo periodo coloniale, essendo nati come risposta pratica alle difficoltà legate alla fondazione o alla riorganizzazione di nuove città e comunità35. Le griglie erano e sono uno strumento pratico che non si limita a un periodo di pensiero «privo di anima». Owens dimostra inoltre che Pergamo, «il culmine della progettazione urbana ellenistica», si sviluppò seguendo l’andamento del terreno e non adottò una pianta a griglia36. Non si tratta né di una struttura a scacchiera né di una città-soma compatta, bensì di un progetto scenografico, sensibile al territorio e visivamente ambizioso. Stephens e Adorno, inoltre, sferrano un duro colpo a Spengler sostenendo che la cultura alessandrina fosse il prodotto dei problemi di potenzapiuttosto che un simbolismo preesistente. Stephens sottolinea l’assenza di culti e feste ad Alessandria, poiché i Tolomei cercavano di affermare la città come spazio greco, accogliendo al contempo i diversi popoli egiziani, sia greci che non greci37. Il tessuto di Alessandria era un mix di motivi prevalentemente greci, ma presentava anche elementi egizi quali sfingi, obelischi e colonne provenienti da varie parti dell’Egitto38. Adorno, rivolgendosi a Spengler, sottolinea che Spengler «ipostatizza la dottrina delle anime culturali come principio metafisico che funge da spiegazione ultima della dinamica storica… l’affinità con l’ideale del dominio consente a Spengler di giungere alle intuizioni più profonde ogni volta che sono in gioco le potenzialità del suo ideale»39. Egli sostiene che l’anima non sia la causa, bensì il prodotto di rapporti di potere e di problemi, che poi, a posteriori, si concretizzano in un destino culturale. Rowlandson aggiunge poi una dimensione empirica, sostenendo che il modello di dispersione tolemaico contraddice la tesi dell’addensamento, poiché i coloni greci si diffusero nelle campagne egiziane grazie a concessioni militari di terre, anziché concentrarsi nel corpo urbano40.

Poiché Adorno attacca Spengler in modo più diretto, egli rappresenta anche la chiave per comprendere la dinamica di questa sezione e dell’intera tesi. Adorno ammette nel suo saggio Prismi che le specifiche previsioni di Spengler si sono avverate «in modo ancora più eclatante nello stato statico della cultura, i cui sforzi più avanzati sono stati negati alla comprensione e a una genuina ricezione da parte della società sin dal XIX secolo. Questo stato statico impone la ripetizione incessante e mortale di ciò che è già stato accettato e, allo stesso tempo, l’arte standardizzata per le masse, con le sue formule pietrificate, esclude la storia».41Ciò che Spengler descrive come l’esaurimento della capacità dell’anima apollinea di generare forme, trasformando la cultura in civiltà, Adorno lo identifica come un fenomeno reale e osservabile, contestandone semplicemente il meccanismo. La visione di Adorno affonda le sue radici in una critica del capitalismo; la standardizzazione della cultura è il prodotto dei rapporti di mercato e della mercificazione, che riducono l’esperienza estetica al consumo e alla producibilità di massa. Per la maggior parte Adorno si concentra su ciò che Spengler significa per la sua epoca, ma l’Alessandria tolemaica lo precede di oltre due millenni, mostrando ancora gli stessi sintomi di pietrificazione culturale al di fuori del contesto di Adorno. La Ptolemaia è una replica di ciò che la Grecia dovrebbe essere, ma come un repertorio di forme che si dissolvono nella scena locale che, per Spengler, sta vivendo a sua volta la propria vita postuma culturale. Stephens osserva che la raccolta della letteratura greca e la sua mercificazione erano un simbolo di potere politico42. Se nel periodo ellenistico compaiono formule cristallizzate e una standardizzazione culturale senza che vi sia il capitalismo a generarle, allora le valutazioni di Adorno risultano insufficienti.

Si tratta, tuttavia, nel migliore dei casi solo di una rivincita parziale. Il caso dei Tolomei smentisce Spengler, poiché l’identità era stata comunque costruita in un contesto politico deliberato. La sfida per i Tolomei era quella di affermare la città come spazio greco43. Alessandria rimase un progetto concepito a fini politici, incapace di esprimere o canalizzare un’anima. Adorno affronta ancora una volta la questione fondamentale con Spengler, ovvero il fatto che egli anteponga le idee – per quanto generate inconsciamente – alla cultura materiale e ai contesti politici. Senza di essa, l’economia politica della cultura di corte tolemaica non basta a spiegare quelle formule fossilizzate.

Owens dimostra che la pianificazione a griglia non è un fenomeno esclusivo del periodo ellenistico in poi e non è quindi semplicemente un sintomo di declino44. La descrizione che Winter fa dell’architettura e della struttura urbanistica di Pergamo costituisce un controesempio alle aspettative di Spengler su come dovrebbe apparire una grande città in quella fase storica e in quella cultura. Ma Pergamo è un caso eccezionale, mentre una città-caserma seleucide non lo è. Né Owens né Winter riescono a spiegare ciò che Spengler e Adorno descrivono insieme, ovvero la convergenza di spettacolo di massa, mercificazione politica della cultura e assenza di identità comunitaria nello stesso momento storico, in città che condividono una forma urbana fondamentale ma sono prive di un’eredità culturale organica. L’interesse di Spengler per queste città affronta qualcosa che una descrizione frammentaria delle decisioni urbanistiche e delle innovazioni architettoniche non coglie. Ma a un occhio che vede la civiltà come un destino segnato, i particolari – l’architettura di Pergamo, la creatività di Callimaco, la Biblioteca di Alessandria – sono invisibili.

3.4 Conclusione

Il capitolo 3 conferma le caratteristiche strutturali della civiltà apollinea di Spengler, pur individuando alcuni punti specifici di precisazione. La questione se la polis sia sopravvissuta o abbia cessato di esistere tra i regni e gli imperi ellenistici porta Ma e Shipley a schierarsi con Spengler riguardo alla morte di tale forma, mentre Hansen e Millar dimostrano che la polis sopravvisse ben oltre la data indicata da Spengler per la scomparsa dell’anima apollinea. Il guscio istituzionale persisteva, ma al suo interno il contenuto veniva modificato e distorto per adattarsi a nuove forme e interessi emergenti. La Seconda Tirannia di Spengler è confermata da Heckel e Bosworth, con Polibio che fornisce una visione contemporanea del cambiamento, con la precisazione che il Demetrio di Bosworth dimostrava la necessità di una legittimità relazionale oltre che di forza personale, specificando la forma piuttosto che confutare Spengler in modo categorico. Infine, il dibattito su Cosmopolis mostra che Owens e Stephens forniscono una sostanziale conferma archeologica e storico-sociale delle qualità tipicamente riscontrabili nelle città-mondo di Spengler, ma che la critica teorica a Spengler rivela direttamente i limiti e le promesse della morfologia in questa sfera particolare, sostenendo sia che Spengler sia troppo concentrato sul generale per notare il particolare, sia che Adorno, nonostante i suoi meriti, fatichi ad affrontare il motivo per cui l’Egitto tolemaico mostrasse sintomi di declino che egli avrebbe attribuito solo alle forze economiche moderne.

4 Sintesi e conclusioni

Lo schema che si ripete nei tre capitoli è costante e ricorre più o meno in questo modo: «Spengler afferma che il cielo è blu. Alcuni studiosi concordano sul fatto che il cielo sia blu. Le fonti primarie lo confermano. Ma c’è anche una parte di studiosi che sosterrebbe che, al tramonto, il cielo sia giallo, arancione e rosso; alcuni dicono anche che il cielo sia nero di notte e, occasionalmente, rosa all’alba. Nulla di tutto ciò confuta Spengler. Si tratta semplicemente di cavillare su un’affermazione generale, e la sua tesi rimane sostanzialmente intatta». È stato ripetutamente dimostrato che la morfologia culturale gode della sicurezza delle affermazioni generali, mentre trascura o assimila i particolari. Il tramonto dell’Occidente tiene conto di tali attacchi etichettando i particolari, menzionati o meno, come «incidentali» rispetto al più ampio flusso della storia fin dalle prime pagine del Volume Uno45. Adorno lo criticò in modo conciso: «[Spengler] manipola la storia nelle colonne del suo piano quinquennale come Hitler sposta le minoranze da un paese all’altro. Alla fine non rimane nulla. Tutto quadra, e ogni resistenza opposta dal concreto viene eliminata».46Il tono di Adorno è aggressivo e poco indulgente, ma nel mondo del dopoguerra rappresenta un severo monito a non ignorare gli elementi che non si adattano alla propria visione del mondo, per quanto piccoli e insignificanti possano sembrare.

Eppure Adorno apre il suo saggio rivisto in *Prismi* con queste parole: «Dimenticato, Spengler si vendica minacciando di avere ragione. Il suo oblio, proprio nel momento in cui le sue tesi trovano conferma, conferisce un carattere oggettivo all’idea minacciosa di un destino cieco che emerge dalla sua concezione».47. Adorno non respinge Spengler, ma mette in guardia dal suo utilizzo. La morfologia riesce sempre a cogliere correttamente la forma generale degli eventi, come era nelle intenzioni, ma non dovrebbe essere utilizzata in modo predittivo o assoluto. La presente tesi lo ha dimostrato analizzando nove temi distinti tratti da *Il tramonto dell’Occidente* relativi alla polis greca. È necessario approfondire l’analisi di altri temi prima di poter stabilire con certezza un modello.

1

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

2

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 408.

3

J. Ma, Antioco III e le città dell’Asia Minore occidentale (Oxford: OUP, 2000), cap. 3, p. 107.

4

G. Shipley, Il mondo greco dopo Alessandro, 323–30 a.C. (Londra: Routledge, 2000), p. 59.

5

M.H. Hansen, cap. 23, pag. 134.

6

Hansen 2006, cap. 6, p. 50.

7

Hansen 2006, cap. 6, p. 50.

8

F. Millar, «La città greca nel periodo romano», in Roma, il mondo greco e l’Oriente, vol. 3: Il mondo greco, gli ebrei e l’Oriente, a cura di H.M. Cotton e G.M. Rogers (Chapel Hill: Univ. of North Carolina Press, 2006), p. 1.

9

Millar 2006, p. 11.

10

Aristotele, Politica, 1293a–b. L’argomentazione che precede sostiene che, tra tutte le deviazioni costituzionali dalla monarchia legittima, «l’eccesso immediatamente successivo è l’oligarchia; poiché l’aristocrazia differisce molto da questo tipo di governo: quello che se ne discosta meno è la democrazia» — una sequenza che corrisponde alla classificazione morfologica delle fasi elaborata dallo stesso Spengler.

11

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

12

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 407.

13

W. Heckel, Gli eredi di Alessandro: L’età dei successori (Chichester: Wiley-Blackwell, 2016), Epilogo, p. 200 (circa).

14

Heckel 2016, Epilogo.

15

A.B. Bosworth, L’eredità di Alessandro: politica, guerra e propaganda sotto i successori (Oxford: OUP, 2002), cap. 7, p. 246.

16

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 394.

17

Bosworth 2002, cap. 7, p. 252, citando Austin.

18

Polibio, Storie, 6.9–10, trad. E.S. Shuckburgh (Londra: Macmillan, 1889). La frase completa sul termine del ciclo recita: «dopo aver perso ogni traccia di civiltà, ha trovato ancora una volta un padrone e un despota»; l’affermazione teorica che segue è che «se un uomo ha una chiara comprensione di questi principi, potrà forse sbagliare riguardo alle date in cui questo o quello accadrà a una particolare costituzione; ma raramente si sbaglierà completamente riguardo allo stadio di crescita o di decadenza a cui essa è giunta». Si tratta di un’analisi morfologica delle forme costituzionali articolata dall’interno dello stesso mondo ellenistico.

19

H.S. Lund, Lisimaco: uno studio sulla monarchia dell’ellenismo antico(Routledge, 1992), cap. 6.

20

M. de Lisle, Agatocle di Siracusa: tiranno siciliano e re ellenistico(Oxford University Press, 2021), cap. 6.

21

De Lisle, Agatocle di Siracusa, cap. 11, pag. 289.

22

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 398.

23

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 408.

24

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 99.

25

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 101.

26

Spengler, Il declino, vol. 1, p. 101.

27

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 119.

28

Spengler, Il declino, vol. 2, p. 100.

29

Stephens 2010, p. 47.

30

Stephens 2010, p. 59.

31

E.J. Owens, La città nel mondo greco e romano (Londra: Routledge, 1991), cap. 2, p. 7.

32

Owens 1991, cap. 5, pp. 79–80.

33

Stephens 2010, p. 57. Il corteo di Ptolemaia comprendeva 57.600 fanti e 23.200 cavalieri: Callixeno, in Ateneo 5.201d.

34

T.W. Adorno, «Spengler dopo il Declino», in Prismi, trad. S. e S. Weber (Cambridge, MA: MIT Press, 1967), p. 55. Il brano di Spengler citato è tratto da Declino, vol. 2, p. 102.

35

Owens 1991, cap. 3, p. 49.

36

Owens 1991, cap. 5, p. 88.

37

Stephens 2010, p. 56.

38

Stephens 2010, p. 51, che cita J.S. McKenzie, *The Architecture of Alexandria and Egypt, 300 BC to AD 700* (New Haven: Yale UP, 2007), pp. 33–34, 121–145.

39

T.W. Adorno, «Spengler oggi», Studies in Philosophy and Social Science 9.2 (1941), pp. 320–321. Cfr. Prisms (1967), p. 61: «La sua intera visione della storia è misurata dall’ideale del dominio».

40

J. Rowlandson, «Città e campagna nell’Egitto tolemaico», in A Companion to the Hellenistic World, a cura di A. Erskine (Oxford: Wiley-Blackwell, 2005), p. 251.

41

Theodor W. Adorno, «Spengler dopo il declino», in Prismi, pp. 57–58.

42

Susan Stephens, «L’Alessandria tolemaica», in J. Clauss e M. Cuypers (a cura di), Manuale di letteratura ellenistica(Blackwell, 2010), pp. 55–56, 57.

43

Stephens, «L’Alessandria tolemaica», p. 56.

44

E.J. Owens, La città nel mondo greco-romano, cap. 3, pag. 49.

45

Spengler, Il declino, vol. 1, pag. 138.

46

Adorno, «Spengler oggi», p. 314.

47

Adorno, Prismi (1967), p. 53. Cfr. la versione del 1941, p. 306.


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