Umanesimo e tecnologia_di Marco Pugliese
Nessuno ne parla, ma siamo oltre la soglia: l’impatto reale dell’AI sul lavoro industriale
C’è un punto preciso in cui una tecnologia smette di essere “innovazione” e diventa forza strutturale. Con l’AI applicata alla robotica umanoide quel punto è stato superato. Non teoricamente. Nei fatti. E quasi nessuno lo sta dicendo.
Il debutto operativo di sistemi come Atlas di Boston Dynamics, controllata da Hyundai, segna il passaggio oltre la soglia critica: quella in cui automazione, intelligenza artificiale e continuità produttiva iniziano a sostituire interi blocchi di lavoro umano, non singole mansioni.
Partiamo dai numeri, che sono meno ideologici delle opinioni.
Un lavoratore industriale europeo opera in media 1.700–1.800 ore l’anno. Un umanoide come Atlas è progettato per superare le 8.000 ore annue, grazie a sistemi di battery swap automatico. Anche ipotizzando manutenzione, fermate e riduzioni di carico, il rapporto resta superiore a 4 a 1. Non è un miglioramento incrementale. È un cambio di scala.
Sul fronte fisico, Atlas può movimentare fino a 50 kg, contro i 20–25 kg raccomandati per un operatore umano in sollevamenti ripetuti. La rotazione a 360 gradi di arti e torso elimina movimenti inutili, riduce spazi e tempi. In fabbrica questo significa più densità produttiva, meno metri quadri per linea, meno infortuni. Non una promessa: una voce di bilancio.
Il vero salto è cognitivo. Gli algoritmi di Google DeepMind consentono ad Atlas di comprendere linguaggio naturale, adattarsi a contesti variabili e collaborare con altri sistemi. Il costo medio di riconfigurazione di una linea automatizzata può superare decine di migliaia di euro per ogni fermo. L’AI riduce drasticamente questo attrito.
Guardiamo l’impatto. Nei settori manifatturieri avanzati, logistica e movimentazione rappresentano fino al 30–40% dei costi operativi diretti. Sono anche le aree con la più alta incidenza di infortuni e assenteismo. Inserire umanoidi AI in questi nodi significa comprimere contemporaneamente costi, rischio e tempi. È un vantaggio competitivo che nessuna politica salariale può compensare.
Il costo unitario non è ancora pubblico, ma il confronto è noto. Un robot industriale avanzato oggi vale 80.000–150.000 euro, esclusa integrazione. Un lavoratore specializzato costa mediamente 45.000–55.000 euro l’anno. Con operatività h24, il break-even di un umanoide AI si colloca in 2–4 anni. Dopo, produce valore netto. Senza ferie. Senza turnover. Senza crisi demografiche.
E qui siamo oltre la soglia. Perché quando una tecnologia:
– lavora quattro volte di più
– costa meno nel medio periodo
– riduce il rischio legale e sanitario
– si adatta invece di essere riprogrammata
non è più un supporto.
Non se ne parla perché è scomodo.
Ma siamo già dall’altra parte della soglia.
E l’industria lo ha capito prima della politica.
Viene da chiedersi…ma se produciamo a basso costo chi comprerà i profitti visto che in molti non guadagneranno più nulla?

Perché sono crociano. E perché copiare l’estero è un errore (anche industriale)
Sono crociano perché questa pedagogia funziona davvero. Non nel breve periodo, non nelle metriche di moda, ma nel tempo lungo, quello in cui si formano persone capaci di pensare, non solo di eseguire. La lezione che discende dal pensiero di Benedetto Croce è netta: educare non è addestrare all’utile immediato, ma costruire una struttura mentale solida, autonoma, critica.
La pedagogia crociana lavora in profondità. La dialettica dei distinti – arte, logica, economia, etica – abitua a distinguere i piani della realtà senza confonderli. In aula questo produce un effetto concreto: studenti meno fragili davanti alla complessità, meno dipendenti da istruzioni, più capaci di giudizio. I risultati non sono rumorosi, ma durano.
Ed è qui che emerge l’assurdo italiano: copiamo modelli educativi esteri come se fossimo culturalmente in ritardo, dimenticando che siamo stati noi a costruire scuole tecniche, professionali e umanistiche di altissimo livello. Gli istituti tecnici italiani non sono nati come ripiego, ma come scuole esigenti, capaci di tenere insieme cultura generale, rigore teorico e competenze pratiche. Da lì sono usciti periti, tecnici, progettisti che hanno sostenuto industria, manifattura, artigianato avanzato.
E non è un dettaglio. L’industria italiana nasce esattamente da questa cultura, non dal puro addestramento. Nasce da persone che sapevano leggere un disegno, ma anche comprendere un contesto; risolvere un problema tecnico, ma anche valutarne le conseguenze. È questa cultura industriale – fatta di testa prima che di mano – che ha reso competitivo il Paese.
Oggi invece importiamo modelli come se bastasse cambiare etichetta per migliorare la scuola. Ma senza una base culturale forte, ogni riforma diventa cosmetica. Croce lo aveva capito: senza formazione dello spirito non esiste competenza che regga.
Copiamo troppo e riflettiamo poco.
E intanto dimentichiamo che ciò che cerchiamo fuori lo abbiamo già costruito qui, quando cultura ed educazione erano considerate una cosa seria.
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