Ancora su Macerata. Un intervento di Alessandro Visalli

Il pezzo di Roberto Buffagni è molto bello e terribile. Non siamo davvero più abituati a traguardare nei fatti il radicale altro che vi può essere incluso. L’obiettivo mi sembra un troppo facile multiculturalismo, l’idea di una sussunzione senza resti nella tecnica, ovvero nello spirito della tecnica moderna, nella creazione di valore proprio del capitalismo (nella riduzione di tutto a misura, a metrica), dell’uomo intero. Ma l’uomo ha ottenuto questo risultato, questa potente capacità di farsi macchina di valore, schermandosi e disincantando il mondo stesso. Ci sono voluti secoli e non è neppure mai davvero riuscito del tutto. Questo processo, che si raggruma in modo particolarmente chiaro nello scientismo (ed in quella sua sublimazione che è l’economia contemporanea), postula la separazione tra mente e corpo con il confinamento di tutto il senso, di tutto il significato ed il pensiero nell’intramentale (il termine è di Charles Taylor, L’Età secolare, pp.174). Quando si ottiene questo effetto, al quale nessuno di noi è esente e che ci ha determinati, la realtà diviene meccanismo. Ed il meccanismo prevede uno ‘sviluppo’. Ma non tutti gli uomini sono formati in questo modo, ed alcuni hanno radicamenti diversi. Hanno una vita religiosa intrecciata con la vita sociale, non separabile, e non separabile da un cosmo. L’uomo è radicato in una società ed in un cosmo, dunque nei riti che lo costituiscono. Qui ci mancano le parole, perché ci manca l’esperienza. Taylor parla di “mondo incantato”, in cui gli spiriti e le forze hanno a che fare con il mondo in un modo che ci è alieno (o che non vediamo nei termini in cui ancora lo facciamo, ad esempio nel feticismo della merce e del denaro). Cosa sta succedendo quando tutto viene in contatto? Quando si sradica violentemente e si propone di reinserire come oggetti, come macchine produttive costrette alle metriche del desiderio e del valore nostre proprie, biografie e personalità diversamente formate? Che si arriverà all’imperiale dominio della forma unica della modernità, al tempo unico e lineare ed allo spazio isotropo che ci ha regalato, con immenso sforzo intellettuale e mostruoso coraggio (non privo di una sua perversione) Newton? Al dominio totale e uniforme, senza resti, del capitale, della forma denaro, del lavoro astratto e preordinato allo scambio che ne è presupposto ed esito insieme? O, come teme Roberto, qualche resto ci sarà, rigurgiterà dagli altrove, e ci minaccerà?

Negli indimenticabili saggi di Koyrè sulla rivoluzione scientifica si trova il senso di quel che succede: “spiegare ciò che è partendo da ciò che non è, da ciò che non è mai. E anche partendo da ciò che non può mai essere. . . . spiegazione, o meglio ricostruzione del reale empirico partendo da un reale ideale. [la geometria e la matematica] . . . necessità di una conversione totale, di una sostituzione totale, di una sosti­tuzione radicale di un mondo matematico, platonico, alla realtà empirica – poi­ché solo in questo modo valgono e si realizzano le leggi ideali della fisica classica-” Alexander Koyrè, Studi galileiani, pag. 210. Lo scopo delle ricerche empiriche di Galileo diventa, quindi, scoprire le leggi matematiche del moto, cioè dimostrare come il moto della caduta se­gue “la legge del numero”. Legge, bisogna notare, “astratta” nel senso che non ha validità in senso stretto per i corpi reali; ma, all’opposto, poggia su di una realtà ideale interamente costruita dall’uomo. Galileo arriverà a rifiutare una teoria come quella di Gilbert (che poteva portare la sua fisica fuori delle secche nelle quali era incappata), capace di spiegare la gravità attraverso il paragone con la calamita, perché non era matematizzabile; era, cioè, una spiegazione basata su di una forza ani­mata: “Vis magnetica animata est, aut animatam imitatur, quae humanam animam dum organico corpori alligatur, in multis superat”[3]. Da questo illuminante rifiuto possiamo comprendere la na­tura della piega epistemica che si viene a creare rispetto al pensiero precedente. Da ora ciò che non si riesce a matematizzare (o geometriz­zare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osserva­bile. Ovviamente, la caratteristica di sistemi di conoscenza “dall’alto” (come proponeva di dire Gargani), come questi, è che a tutti i possibili pro­blemi sono già state fornite le risposte; nel senso che esi­ste solo un insieme di risposte “legali”, quelle che si confor­mano alle re­gole date. In altre parole, come ha sottolineato anche Foucault con una controversa affermazione, in queste teorie filosofiche o scientifiche si possono riscon­trare non tanto procedure cognitive ma strutture d’ordine, statuti di disciplinamento nei quali vengono di­stribuiti gli oggetti, i termini di riferimento di una cultura. Tali teorie, proprio per questo, non accettano e non legitti­mano problemi che non siano già previamente risolti nelle as­sunzioni di par­tenza del si­stema. Sono perciò concepibili come vere e proprie strategie di orienta­mento della vita umana, tecni­che per dirigere i processi della vita intellet­tuale entro per­corsi già assegnati e definiti; in quanto tali re­stano fun­zionali a proce­dure di regolamentazione e disposizione in qualche modo dall’alto. Per concludere: il punto di vista della matematica classica e della geome­tria euclidea è fondato su questo lungo processo di astrazione e selezione dei “fatti”, oggetto legale di cono­scenza. In questo pro­cesso intervengono argomentazioni di tipo metafisico in notevole quantità ed è inoltre pervaso, in ogni sua parte, di spirito di autorità. Ciò può essere mostrato e compreso anche se si guarda al quadro socio – politico che fa da sfondo agli eventi dei quali ab­biamo parlato: si ha, in questo periodo, infatti un gran­dioso processo di concentrazione del potere negli stati asso­luti e la ripresa di un’economia di scambio che esigeva nuovi strumenti di controllo e legittimazione. In altre parole si crea insieme lo Stato nazionale e il capitalismo.
In risposta a queste sollecitazioni l’epistemologia newtoniana unifica l’universo, costruendo un quadro coerente in cui ogni cosa può essere inserita e trovarvi il suo posto, ma realizza tale miracolo ad un alto prezzo: lo realizza, cioè, come sostiene Koyrè “sostituendo al nostro mondo delle qualità e delle percezioni sensibili; il mondo che è teatro della nostra vita, delle nostre passioni e della nostra morte, un altro mondo, il mondo della quantità, della geometria reificata, nel quale, sebbene vi sia posto per ogni cosa, non vi è posto per l’uomo”.

Ogni campo del sapere umano converge, da ora, sul principio fondante della ragione umana e sul suo strumento principe, quello control­labile e scientifico della matematica e della ge­ometria. Intorno alla fisica vincente, quella di Newton, e al suo “Spazio Assoluto” si formerà, così, anche un sapere geografico per­fettamente for­malizzato e “neutro”; capace di giu­stificarsi a posteriori attra­verso la sua potente capacità performa­tiva.

La rivoluzione compiuta in questo secolo consiste, in effetti, nella possibilità (che aveva visto già Galilei) di studiare le “leggi” di un fenomeno anche senza darne una spiegazione. È sufficiente assumere che le forze che vai a studiare agiscano secondo leggi matematiche per poi cer­care queste leggi ed applicarle alle forze reali.
Newton compirà, infatti, proprio questa operazione per un principio cardine della nuova fisica, la gravità. Secondo le sue stesse parole: “In generale assumo qui la parola attrazione per significare una qual­siasi tendenza dei corpi ad accostarsi l’uno all’altro; ….. in quanto in questo trattato esamino, come ho spiegato nelle defi­nizioni, non le specie delle forze e le qualità fisiche, ma le quan­tità e le proporzioni matematiche. In matematica vanno inve­stigati quelle quantità e quei rapporti delle forze che discendono dalle qual­siasi condizioni poste”[Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, 1729 (traduzione inglese), (traduzione ita­liana, Principi matematici della filosofia naturale, Utet 1965), pag. 339]. La “filosofia naturale” di Newton, in altre parole, non esclude affatto enti inspiegati, e nemmeno inspiegabili come il suo “Spazio As­soluto”, ma rinuncia solo alla discussione sulla loro natura. “Le tratta – es­sendo una filosofia naturale matematica – come cause matematiche o forze, cioè come concetti o relazioni mate­matiche”[Alexandre Koyrè, Dal mondo chiuso all’universo infinito, pag. 163]. Si può, infatti, leggere nei Principi. . . “dò qui uno stesso si­gnificato alle attrazioni e alle impulsioni acceleratrici e mo­trici. E adopero indifferentemente i termini attrazione, impulso o tendenza qualsiasi verso un centro, poiché considero tali forze non fisicamente ma matematicamente”[Newton, p.39].

Ciò comporta, come ha giustamente rilevato Koyrè, l’espulsione dalla legalità scientifica di tutti i ragionamenti e delle esperienze basate su concetti come: perfezione, armonia, significato, fine. Da Newton in poi questi concetti sono semplicemente soggettivi e non trovano posto nella nuova ontologia. “In altre parole, le cause finali o formali, come criteri di spiegazione spariscono – o vengono respinte – dalla nuova scienza mentre subentrano al loro posto le cause efficienti e materiali”[Alexandre Koyrè, Studi Newtoniani, pag. 8]. Abbiamo, quindi, la sostituzione di un mondo di qualità con uno di quantità e di uno del divenire con uno dell’essere “non c’è mutamento o divenire nei numeri e nelle figure”.

Tutto questo, come mostra anche Taylor ricostruendo con altri strumenti ed altre fonti il lungo percorso della secolarizzazione, è una lunga scala, la nostra scala. Non è naturale, non è ovvio, non è necessario. E’ il nostro mondo, non quello di tutti.

INTORNO AI FATTI DI MACERATA_ NON C’E’ PIU’ RELIGIONE?DIPENDE, di Roberto Buffagni

Non c’è più religione? Dipende.

Intorno ai fatti di Macerata

LA PARTICOLARE GESTIONE POLITICA DEI FATTI DI MACERATA, di Giuseppe Germinario

La giovanissima Pamela Mastropietro viene uccisa e smembrata a Macerata, pare dal criminale nigeriano Innocent Oseghale, in concorso con altro suo connazionale (identificato, non si sa perché non ancora arrestato). Immediatamente un giovane maceratese, Luca Traini, che pure non la conosce di persona, decide di vendicarla. Incensurato, con simpatie sommarie per l’estrema destra, candidato della Lega alle ultime elezioni comunali (zero voti),  in possesso di porto d’armi per uso sportivo (rilasciato dalla Questura in seguito a presentazione di certificato medico ASL attestante l’idoneità psicofisica[1], nonostante egli oggi dichiari d’essere “in cura da una sua amica psichiatra”) si propone di uccidere Oseghale. Ma Oseghale è protetto dalle FFOO, e Traini ripiega su una vendetta generica, una rappresaglia collettiva: sale in automobile e spara con la sua Glock a undici passanti neri, per fortuna senza ucciderne nessuno. Subito allertate, le FFOO lo cercano per ben due ore nella minuscola Macerata, senza trovarlo. Ci pensa Traini, a farsi trovare. Si avvolge in un tricolore e va ad attendere l’arresto-martirio, al quale non opporrà resistenza, sul monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale. Il simbolismo del gesto è limpido: Traini si considera un eroe, che ha agito per difendere la patria e la stirpe italiana come i soldati che combatterono e morirono nella Grande Guerra. Sorpresa: pare che non pochi maceratesi siano d’accordo con Traini, a giudicare da quel che riferisce il suo avvocato Giancarlo Giulianelli: “Mi ferma la gente a Macerata per darmi messaggi di solidarietà nei confronti di Luca. E’ allarmante ma ci dà la misura di quello che sta succedendo.”[2]

“Non c’è più religione?” Dipende. Non c’è più la religione del Dio che dice “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9 13): non c’è più il cristianesimo, che si è secolarizzato e tradotto (molto male) nel pensiero dominante progressista dei diritti umani e sociali e dell’accoglienza tous azimuts  per gli immigrati, un pensiero tanto dominante che l’ha fatto proprio persino il pontefice cattolico regnante; l’altro, il pontefice pensionato, ha le sue riserve ma sta ai giardinetti e se le tiene per sé.

Altre religioni, invece, ci sono eccome, e una di esse, antica, importante, diffusa nel mondo, a Macerata ha dato una prova di vigorosa esistenza in vita. E’ la religione del popolo Yoruba, al quale Karl Polanyi dedicò un bel libro, Il Dahomey e la tratta degli schiavi. Analisi di un’economia arcaica, Einaudi 1987[3]. Racconta Polanyi che il popolo yoruba viveva del commercio degli schiavi, inserendosi così nelle correnti del traffico interafricano. Per quei tempi, prima dell’arrivo dei bianchi, era la punta di lancia più avanzata dell’economia; i raziocinanti yoruba trattavano bene gli schiavi, per non far deperire la merce pregiata. Come molte religioni, per la verità tutte le religioni tranne le abramitiche[4], la religione yoruba contemplava il sacrificio umano.

La religione yoruba contemplava il sacrificio umano allora, e continua a contemplarlo anche oggi, anche se naturalmente lo proibiscono le legislazioni dei paesi in cui essa è praticata, tra i quali anzitutto la Nigeria. Per la religione yoruba, il benessere e la potenza degli dèi, gli orisha, dipendono dagli uomini.[5] Senza i sacrifici che gli uomini gli tributano, gli orisha si indeboliscono, si ammalano, cadono in depressione, si riducono a nulla.[6] Con il vettore degli schiavi, la religione yoruba si è diffusa nel mondo occidentale, e ibridandosi con elementi del cattolicesimo ha dato origine al candomblè brasiliano, al voodoo haitiano, alla santeria cubana.

Il sacrificio è al centro della religione yoruba. L’uomo sa di non essere solo, ma in comunione con forze divine, alle quali va offerto un sacrificio appropriato alla richiesta e all’occasione. Il sacrificio è il tramite di questa comunione. Si sacrifica per rendere grazie della buona fortuna e per propiziarsela, per sventare la collera divina, per cambiare situazioni spiacevoli, per difendersi dai nemici, per purificare una persona o una comunità in seguito all’infrazione di un tabù. A seconda delle circostanze e dello scopo, si sacrificano oggetti personali, piante, animali. In speciali circostanze, si sacrifica un essere umano. Come è consueto in tutto il mondo, la vittima sacrificale umana viene trattata con il massimo rispetto: ben nutrita, ne vengono esauditi tutti i desideri tranne la vita e la libertà. Se il sacrificio ha scopo riparatorio o espiatorio, la vittima viene condotta in parata lungo le vie della città mentre la popolazione prega per il perdono dei peccati. Il capro espiatorio porta con sé i peccati, la sfortuna e la morte di tutti, senza eccezione. Lo si cosparge di cenere per velare la sua identità di individuo, e il popolo lo tocca per trasferire su di lui tutti i propri mali, fisici e morali. Condotto sul luogo del sacrificio, egli canta la sua ultima canzone, che viene ripresa dagli astanti. La testa viene recisa, il sangue offerto agli dèi.[7]

Molto curiosa la somiglianza tra la religione yoruba e il luogo comune sociologico, o il moderno senso comune ateo, secondo il quale ogni religione è creazione puramente umana, rispondente al bisogno di rassicurazione contro la precarietà e i mali dell’esistenza. La dimensione pratica è in effetti prevalente, nella religione yoruba: in una civiltà cristiana, la si chiamerebbe magia, piuttosto che religione; perché la magia si propone appunto lo scopo pratico di influenzare o asservire forze numinose, per mezzo di rituali e incantesimi.

Come d’altronde la nostra (ex nostra) religione, anche la religione yoruba può secolarizzarsi e trascriversi in pratiche e persuasioni che le somigliano e ne derivano, senza essere espressamente e autenticamente religiose. Per esempio, negli omicidi rituali: molto interessante l’articolo di Patrick Egdobor Igbinova, accademico nigeriano, sugli omicidi rituali in Nigeria.[8] Sempre come avviene, o avveniva, per la nostra ex religione, anche la religione yoruba può influenzare le forme di rappresentazione, a livello artistico o commerciale. Wole Soyinka, ad esempio, il premio Nobel di origini nigeriane, quando ha voluto adattare per la scena un testo della classicità occidentale ha scelto Le baccanti di Euripide, che narra lo sparagmòs, o smembramento sacrificale del re Penteo per mano delle Baccanti, le donne invasate dal dio Dioniso.[9] A livello commerciale, è istruttivo apprendere che da quando in Nigeria c’è stato un afflusso importante di migranti dell’etnia Igbo, assai affezionati alla religione yoruba, il settore industriale degli home movies ha conosciuto una tumultuosa espansione. La trama fissa degli home movies di maggior successo è la seguente: rituali di sacrificio umano generano affermazione sociale, ricchezza, benessere. Certo: l’ autore del sacrificio è presentato come un cattivo, e alla fine della storia viene sconfitto. Però intanto la ricchezza, il successo e il piacere li ha raggiunti proprio grazie ai sacrifici umani che ha praticato.[10]

E’ stato un sacrificio umano con tutti i crismi, l’omicidio con smembramento di Pamela Mastropietro? Non lo so, non credo. E’ stato un omicidio rituale? Non lo so, credo di sì. E’ un pazzo, il criminale nigeriano che l’ha uccisa? Una specie di Jack lo Squartatore africano? Non credo proprio. E’ sicuramente un criminale (pregiudicato, spacciatore di droga, probabilmente membro della mafia nigeriana), ma non vedo perché dovrebbe essere un pazzo. Le modalità dell’omicidio corrispondono a una corrente, antica e profonda, della sua cultura. A quanto pare sinora, lo smembramento non è stato operato per facilitare il trasporto del cadavere, ma a scopo rituale: ma il rituale di smembramento ha uno scopo utilitario, esattamente come smembrare il corpo per farlo stare in valigia. Almeno questo aspetto utilitario dovremmo essere in grado di capirlo anche noi progressisti, che giudichiamo e comprendiamo tutto in chiave di economia, utilità e profitto. C’è molta differenza tra fare a pezzi il cadavere di Pamela per celebrare un rituale inteso ad accrescere il proprio successo e benessere, e fare a pezzi il cadavere dei feti abortiti per venderlo alle industrie biotecnologiche, come fa abitualmente Planned Parenthood? A me francamente non pare. Forse la differenza è che secondo noi progressisti, il rituale africano non funziona? Ma non è affatto detto. Il rituale africano può funzionare benissimo, per esempio per sviluppare la fiducia in sé e la forza del celebrante, per cementare l’intesa del gruppo, per incutere un salutare timore ai nemici, etc. E poi si possono fare soldi con entrambe le pratiche, no?

Concludo rivolgendomi al lettore, in special modo al lettore progressista, allo “hypocrite lecteur, mon semblable, mon frére”.[11]

Rifletti un momento, caro lettore. Giustamente ti ripeti che bisogna comprendere l’Altro, e io sono più che d’accordo con te. L’assassino nigeriano è un uomo, un uomo come te e me, capace di bene e di male come lo siamo tu ed io. Ha anche una sua cultura, radicata nella religione come tutte le culture – persino la tua, nonostante a te la religione non parli più – e questa cultura informa dal profondo sia il bene, sia il male che compie quest’uomo: pensieri, sentimenti, sogni, emozioni, punti di vista, amori, odi, azioni, passioni… E’ così, e non può essere che così, perché è un uomo, e nessun uomo si può ridurre ai moventi più superficiali ed evidenti dei suoi atti. Ora, rifletti: ti sembra facile, o almeno possibile, “integrare” questa cultura, questo uomo? Basterebbe mandarlo a scuola e insegnargli l’italiano, dargli un posto di lavoro decente, il diritto di voto, l’automobile, il 730 dell’Agenzia delle Entrate?

“Ma questo è un criminale,” mi ribatterai tu. “E tutti gli onesti nigeriani, che…etc., etc.”. Vero. Senz’altro vero. Ma secondo te, gli onesti nigeriani comprendono meglio te, o lui, il disonesto nigeriano, l’assassino rituale? A chi si sentono più prossimi? E tu, li capisci, i nigeriani? Onesti o disonesti che siano, come onesti o disonesti siamo noi, a volte indossando la stessa identità anagrafica nell’onestà e nella disonestà? Pensaci.

Pensaci, riflettici, parlane tra te e te, se parlarne con me o con altri ti mette a disagio. Sei sicuro che con tutte queste premure, con tutta questa accoglienza e assistenza, il disonesto nigeriano e gli onesti nigeriani diventerebbero come te, come noi? E se invece fossimo noi, a diventare come lui, come loro? Ci hai mai pensato? E se Luca Traini, il fragile balordo Luca Traini che si è autoinvestito di una missione sacra, la missione di placare col sangue i Mani della fanciulla appartenente alla sua tribù e alla sua stirpe, barbaramente trucidata dal membro di altra tribù, di altra stirpe, e ha simboleggiato la sacralità del suo gesto con i suoi poveri mezzi di bordo – la paccottiglia neonazi, il tricolore-sudario, il Monumento ai Caduti –  se Luca Traini fosse uno di noi che diventa come uno di loro? Un italiano criminale che si sforza di somigliare il più possibile al nigeriano criminale, e ci riesce piuttosto bene? Ci hai mai pensato? Prova. Pensaci. Prova a pensare, a valutare l’ipotesi che il fascismo e l’antifascismo non c’entrino proprio niente. O meglio: c’entrano, nel cuore di Luca Traini, perché da molti decenni le parole sacre “patria” e “stirpe” sono state rinchiuse nella gabbia-ghetto-cordone sanitario della parola “fascismo”.  Non do la colpa a te, per tante ragioni è andata così. Però, vedi: volere o volare, fascismo o antifascismo, patria e stirpe sono pur sempre parole sacre. Restano parole, parole come le altre, finché non accade qualcosa che le riattiva, che le circonda di nuovo dell’aura numinosa, splendida e terribile, che sempre circonda il sacro e dal sacro irradia. Qualcosa di simile l’hai certo sperimentato anche tu: quando parole come “amore” e “tu”, o un altrimenti banale nome di battesimo, vengono pronunciate tra amanti che profondamente si legano, nell’intimità splendida e terribile dell’eros; che come sai – te lo dice anche Umberto Galimberti – è sacro. Bene: non solo l’amore, è sacro. Purtroppo, vedi: nel cuore umano, la radice dell’amore e dell’odio è la stessa. Difetto di progettazione? Forse, ma è così. Anche questo, l’hai sperimentato: quando un tuo grande amore si è trasformato in odio radicato, insopportabile, rovente, e ti ha fatto fare e subire cose che mai avresti immaginato di fare e subire. Esiste, l’amore innocuo? L’amore senza effetti collaterali dannosi? L’amore sicuro, il safe-love? Si può mettere il preservativo, questo sì. Ma il preservativo del cuore e dell’anima non c’è; o se c’è, e lo indossi, anima e cuore avvizziscono, cadono in depressione e muoiono, come gli orisha della religione yoruba quando non gli tributi i sacrifici richiesti.

Come la mettiamo, adesso? Che facciamo? Mah. Un tempo c’era, la procedura seguendo la quale le parole sacre – amore, patria, stirpe, eccetera – restavano sacre ma non irradiavano un’aura radioattiva, mefitica, agghiacciante; in cui insomma si sapeva “gestire”, come ti piace dire, o addomesticare, come preferisco dire io, le sacre profondità dell’anima umana. La procedura si chiamava “civiltà”, e si usava, un tempo, contrapporle la parola “civilizzazione”. Con la parola “civilizzazione” si intendeva tutta la complessa, necessaria, benemerita macchina sociale, dallo Stato alle dighe alle fabbriche alle fogne: tutto quel che si occupa della vita esteriore dell’uomo. Con “civiltà” si intendeva il resto: quel che si prende cura della vita interiore dell’uomo, dalle cime angeliche alle profondità ctonie. La civiltà, ahimè, non c’è (quasi?) più. Ne restano in vita, o in animazione sospesa, gli innumerevoli, meravigliosi monumenti[12]. La fiamma ne è spenta, o è così fioca e impercettibile da sembrarlo. Immensa, torreggiante, la civilizzazione, la “gabbia d’acciaio” weberiana pare invincibile; e in un certo senso lo è, certo che lo è. Ma l’anima e il cuore dell’uomo, anche quando dormono, restano quelli che sono sempre stati. Nelle loro profondità, ci sono miniere d’oro di bontà e fermezza, e abissi di malvagità e violenza. Chi, ormai, sa scendervi e recarvi la luce  “come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte” [13] ?

Io no, e tu neanche, caro lettore progressista. Se ti azzardi a mettere piede sulle vertiginose scalinate, incise da Gustave Doré, che conducono nelle profondità ctonie dell’anima umana, e per illuminarti la via ti munisci della lampadina “antifascismo”, alimentandola con le batterie “diritti, accoglienza, eguaglianza”, temo che presto, molto presto resterai al buio, inciamperai e ti romperai l’osso del collo.

Temo che questo sia un momento solenne e terribile, caro lettore. Temo che l’endiadi dell’omicidio orribile della ragazzina sbandata, e la vendetta atroce e ridicola del giovane balordo, siano il segnale che si è mosso l’Acheronte. Ricordi L’interpretazione dei sogni di Freud, che hai comprato insieme a “la Repubblica” tanti anni fa? Ricordi l’exergo? “Si flectere nequeo Superos / Acheronta movebo”. Se non riesco a piegare gli Dei celesti, muoverò l’Acheronte: che è il fiume infernale. Questi due orribili fatti di sangue, caro lettore, temo proprio siano due schizzi dell’acqua d’Acheronte, che hanno bagnato la piccola città italiana di Macerata. Che Dio, il Dio “che vuole misericordia e non sacrifici” ci aiuti tutti, anche se non ce lo meritiamo.

[1] https://www.laleggepertutti.it/122839_porto-darmi-tipologie-previste-e-requisiti

[2] http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/05/news/macerata_11_i_migranti_presi_di_mira_da_traini-188082521/

[3] https://www.amazon.it/dahomey-schiavi-Analisi-uneconomia-arcaica/dp/8806593919

[4] L’episodio chiave che marca la differenza tra le religioni abramitiche e le altre è il sacrificio di Isacco. Dio ingiunge ad Abramo di sacrificare l’unico figlio Isacco. Abramo è sconvolto dal dolore, ma nient’affatto sconvolto dalla richiesta in sé e per sé: non trova insensato che il suo Dio gli chieda un sacrificio umano, perché per lui e per tutti i suoi contemporanei è scontato e normale che agli Dei si debbano sacrifici: e il sacrificio più pregiato è, naturalmente, il sacrificio umano. Tra i sacrifici umani, il più elevato è il sacrificio del figlio primogenito, il possesso più prezioso del sacrificante. Ma quando Abramo è sul punto di affondare il coltello nella vittima sacrificale, l’Angelo di Dio gli ferma la mano e gli dice: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio» (Gen. 22,13). Ricordo di passaggio l’opera di René Girard, recentemente scomparso, tutta incentrata intorno al tema del sacrificio umano e del suo disvelamento nel cristianesimo.

[5] V. J. Omosade Awolalu, Yoruba Sacrificial Practice, “Journal of Religion in Africa” Vol. 5, Fasc. 2 (1973), pp. 81-93 http://www.jstor.org/stable/1594756

[6] Karin Barber, How man makes God in West Africa: Yoruba attitudes towards the Orisa, International African Institute 1981 https://www.cambridge.org/core/journals/africa/article/how-man-makes-god-in-west-africa-yoruba-attitudes-towards-the-orisa/AB2C604A49D9A4D1712082F22E2C52BA

 

[7] V. Yoruba Sacrificial Practice, cit.

[8] Patrick Egdobor Igbinova, Ritual Murders in Nigeria, 1 april 1988, in “Internation Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology” http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0306624X8803200105

[9] Qui un’intelligente recensione di: Wole Soyinka, The Bacchae of Euripides: A Communion Rite https://www.jstor.org/stable/41153657

[10] Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230

 

[11] Charles Baudelaire, “Au lecteur”, in Les fleurs du mal, 1861. Qui testo originale e traduzione italiana con una analisi ben scritta. Invito a leggere o rileggere perché molto a proposito: http://charlesbaudelaireifioridelmale.blogspot.it/2011/04/au-lecteur-al-lettore-poesiaprologo.html

[12] Eccone uno, che fa bene al cuore più straziato, e lo placa: https://youtu.be/Z5WUO7hsgCA

[13] Purg. 22, 67-69

Ius soli 3: come funziona la propaganda, di Roberto Buffagni

IUS SOLI, DI ROBERTO BUFFAGNI

http://italiaeilmondo.com/2017/12/30/ius-soli-2-di-roberto-buffagni/

Per concludere la serie sullo ius soli, una nota sullo schema di funzionamento della propaganda, il “frame”, come lo chiamano i tecnici dei media.

Per cominciare, vi presento il “Triangolo drammatico di Karpman”[1]. Stephen Karpman è un rispettato e mite psicologo, allievo di Eric Berne, fondatore dell’analisi transazionale. Nel 1968, da giovanissimo, ha inventato lo schema di relazione a cui ha dato il nome di “triangolo drammatico” perché è un appassionato di teatro e di cinema e un attore dilettante. Il “triangolo drammatico di Karpman” è ben noto nell’ambiente dello spettacolo internazionale, e viene spesso usato da insegnanti di recitazione, sceneggiatori, registi, drammaturghi, com’è naturale specie di scuola statunitense, ma non solo; perché in effetti è molto utile per strutturare e analizzare alcuni rapporti drammatici (io ne sono venuto a conoscenza così, per informazione professionale).

Per questo lavoro, nel 1972 Karpman ha ricevuto l’Eric Berne Memorial Award. Il nome di “triangolo drammatico” descrive correttamente il modello, perché il dramma è sempre una rappresentazione di conflitti (anche interiori) tra persone, ma siccome quest’ultimo fatto non è universalmente noto, vale la pena di segnalare che un altro nome può descrivere con esattezza il modello ideato da Karpman: “triangolo conflittuale”.

Il conflitto descritto dal triangolo di Karpman è un conflitto DISTRUTTIVO e IRRAZIONALE che può aver luogo in mille circostanze della vita: tra amanti o coniugi, tra datore di lavoro e dipendenti, tra genitori e figli, etc. L’utilità del triangolo di Karpman nella terapia psicologica è duplice: da un canto, il modello è un ausilio per l’analisi strutturale (definizione dei ruoli assunti dai membri del gruppo in esame), dall’altro per l’analisi transazionale (descrizione del passaggio da un ruolo all’altro dei  membri del gruppo nel quale si è acceso il conflitto). Qualche esempio di conflitto triangolare distruttivo e irrazionale tratti dal sito ufficiale dedicato al triangolo di Karpman:  1) Triangolo (coniugi)  “Non ho mai guardato un altro uomo”/”Sono andato a letto con tua sorella ma non significava niente” 2) Triangolo (famigliare) “Sono geloso perché tu sei il preferito e io no” 3) Triangolo (dipendenze): “Smetto quando voglio”. Eccetera, eccetera.

Questa non è una trattazione psicologica, e io non sono uno psicologo, quindi mi limito a riferire quanto segue, che il lettore potrà approfondire leggendo il sito ufficiale del triangolo di Karpman. Il conflitto descritto dal triangolo drammatico di Karpman è un conflitto distruttivo e irrazionale, in cui tutti i partecipanti perdono, ripeto: TUTTI PERDONO. L’unico modo per indirizzare le persone coinvolte nel conflitto triangolare verso un risultato più positivo (magari non ideale, ma non distruttivo) è farle uscire dal triangolo, ripeto: FARLE USCIRE DAL TRIANGOLO. Finché ci si rimane dentro, il risultato è distruttivo per tutti, ripeto TUTTI. Il terapeuta che si avvale del modello descritto dal triangolo di Karpman si propone esattamente questo scopo: sciogliere la relazione triangolare.

Com’è fatto, il triangolo drammatico di Karpman? Immaginate un triangolo rovesciato, con il culmine in basso. Al vertice inferiore si situa il ruolo di VITTIMA, sugli altri due vertici si situano i ruoli di PERSECUTORE e SALVATORE. Il ruolo di VITTIMA è il ruolo dominante, perché è in relazione alla vittima che si creano e si posizionano gli altri due ruoli di salvatore e persecutore.

Com’è la VITTIMA? La vittima è sempre indifesa e incolpevole. Nega di avere la minima responsabilità per la situazione in cui si trova, nega di avere la benché minima possibilità di uscire dalla sua condizione di vittima. Non fa mai la sua parte di lavoro, compiti, doveri. Esige di essere trattata con i guanti, è altamente suscettibile e permalosa, si dichiara (finge di essere) impotente e incompetente.

Com’è il SALVATORE? Il salvatore si affanna per portare soccorsi immediati alla vittima (gli dà il pesce, non la canna da pesca), e così affannandosi trascura le sue proprie necessità. Lavora sempre sodo “per aiutare gli altri”. E’ spesso irritabile, esausto; a volte accusa malanni fisici. In lui si osserva spesso parecchia rabbia repressa, adotta volentieri atteggiamenti da martire (martire che soffre in silenzio o che protesta a gran voce). Per ottenere i suoi scopi e avere ragione nelle discussioni il suo metodo privilegiato è: far leva sul senso di colpa.

Com’è il PERSECUTORE? Il persecutore incolpa la vittima e critica il salvatore che “gliele dà tutte vinte”, ma non fornisce indicazioni, guida, assistenza o soluzioni. E’ uno sgradevole criticone, bravissimo a dar la colpa agli altri e a trovare, negli altri, mancanze e difetti. Spesso, dentro di sé, il persecutore si sente inadeguato, non all’altezza della situazione. E’ rigido, controllante, fanatico dell’ordine, facile alla minaccia. Può adottare tanto uno stile pacato quanto il suo contrario. Può essere un prepotente, ma non è detto, può benissimo non esserlo.

Sintesi: la VITTIMA è dipendente (come si dice di un drogato) da un salvatore, il SALVATORE sempre alla ricerca di un caso disperato, il PERSECUTORE ha bisogno di un capro espiatorio. Nel corso del gioco triangolare, i giocatori possono cambiare ruolo: per esempio, un salvatore sottoposto a una pressione troppo forte può scivolare nel ruolo di vittima, o di contro-persecutore.

Il conflitto descritto dal triangolo drammatico di Karpman è irrazionale e distruttivo perché la sua configurazione attiva un CONFLITTO MIMETICO, cioè un conflitto speculare, tra salvatore e persecutore. Speculare significa speculare, cioè identico, nella dinamica, a quel che avviene nella boxe con l’ombra: quando il pugile porta il sinistro, il suo riflesso risponde con il destro, e viceversa, in una fuga all’infinito che ha senso nell’allenamento dei pugili, ma che fuori da una palestra di boxe non ha né scopo, né senso, né termine. Nella fuga all’infinito del conflitto mimetico, i confliggenti perdono molto rapidamente di vista l’oggetto reale del conflitto, e a maggior ragione le possibili vie d’uscita dalla situazione conflittuale.

L’unico modo di sfuggire alla distruttiva irrazionalità del conflitto triangolare è: comportarsi da adulto, e SMETTERE DI GIOCARE.

E con questo direi che la presentazione del triangolo drammatico di Karpman è conclusa. Ringraziamo il dr. Karpman, un benefattore dell’umanità nevrotica e un valido studioso che non porta la minima responsabilità per gli usi, ahimè nient’affatto benefici, ai quali è stato piegato il suo modello.

Perché come il lettore avrà già intuito, non solo gli psicoterapeuti o l’ambiente dello spettacolo hanno notato e apprezzato l’intelligente modello proposto dal dr. Karpman. Il triangolo drammatico ha infatti suscitato vasti ed entusiastici apprezzamenti anche tra i professionisti della guerra psicologica, o per dirla all’anglosassone, delle psyops (tra i quali psichiatri, psicologi e psicoanalisti sono legione).

Come lavora il professionista della guerra psicologica, quando vuole influenzare un conflitto (reale)? Anzitutto, adotta il principio della leva lunga. Per essere vantaggiosa, la forza applicata richiesta deve essere minore della forza resistente, e questo accade solo se il braccio-resistenza (quello su cui si applica la forza) è più corto del braccio-potenza (quello che solleva il peso). Terra terra: il professionista della guerra psicologica si serve di intermediari, che chiameremo “agenti di influenza”. Quanto più numerosi sono gli agenti di influenza, e quanto più lunga la catena di agenti che si diparte e distanzia dal tecnico della guerra psicologica, tanto più vantaggiosa sarà la leva, che riuscirà a sollevare un peso enorme con l’applicazione di una forza minima. Gli agenti di influenza possono essere consapevoli d’esser tali (qualcuno, di solito in posizione professionalmente elevata, lo è) ma possono anche essere del tutto inconsapevoli (e in maggior parte sono tali). Gli agenti di influenza inconsapevoli agiscono nella direzione voluta dal tecnico della guerra psicologica per un’infinità di motivi, ad es., per semplice subordinazione in una gerarchia professionale: il giornalista che scrive quel che gli ordina il direttore. O perché la loro cultura o ideologia condivide gli scopi apparenti del tecnico della guerra psicologica: il giornalista democratico che condivide l’obiettivo di rovesciare il malvagio dittatore fascista, senza riflettere che con la sua caduta il paese piomberà nel caos e nella guerra civile, e che i mandanti del tecnico della guerra psicologica vogliono rovesciare il dittatore per i loro interessi economici e/o politici, non per sconfiggere il fascismo o impiantare la democrazia e il regno del Bene.

Un altro principio che adotterà il tecnico della guerra psicologica è il principio del filo di ferro. Come si fa a spezzare un filo di ferro? Lo si torce in opposte direzioni. Dunque il tecnico della guerra psicologica, sempre impiegando il principio della leva lunga e degli agenti d’influenza, torcerà in opposte direzioni il fil di ferro da spezzare. Esempio: si vuole far cadere il dittatore fascista? Bene. Insieme alla campagna “abbasso il feroce dittatore, salviamo le vittime del genocidio, viva la democrazia!” si darà impulso a una campagna in senso esattamente opposto: “viva il feroce dittatore, la democrazia è una truffa ipocrita, se c’è un genocidio chi se ne frega, l’importante è la nostra digestione.”

A questo punto dell’illustrazione, dovrebbe esser chiaro ai lettori quale prezioso ausilio sia, per i tecnici della guerra psicologica, il triangolo drammatico di Karpman. Per applicare insieme il principio della leva lunga e del filo di ferro, il tecnico della guerra psicologica deve fare una cosa sola: piazzare nel ruolo di VITTIMA il personaggio adatto. I più adatti al ruolo di vittima, naturalmente, sono i bambini, che sono sul serio “indifesi e incolpevoli”. Seguono a ruota le ragazze (carine, con grandi occhioni da cerbiatta). Che poi la vittima sia realmente vittima di un’ingiustizia, di un sopruso, di una disgrazia oppure no, al tecnico della guerra psicologica non importa molto. Certo, meglio se lo è: si evita la seccatura delle smentite, comunque subito affogate nel rumore di fondo dei media; ma se non se ne trovano di vere, ci sono sempre le fasulle; e in certi casi, ad esempio quando si devono simulare attacchi con gas venefici mai avvenuti, è inevitabile ricorrere al falso: c’è un limite anche ai miracoli della psicologia.

Una volta piazzata la vittima adatta al vertice inferiore del Triangolo di Karpman, il tecnico della guerra psicologica può mettersi comodo in poltrona e osservare divertito, fumandosi una meritata sigaretta, l’automatica escalation del conflitto irrazionale e distruttivo. Perché immediatamente, senza alcun bisogno di suoi ulteriori interventi, si autocandideranno al ruolo e vi si posizioneranno sia i salvatori, sia i persecutori della vittima. I quali salvatori e persecutori ingaggeranno subito tra di loro la boxe con l’ombra del conflitto mimetico, alzeranno un enorme polverone di accuse reciproche e reciproca rivalità, e nel polverone forniranno – gratis – ai superiori del tecnico della guerra psicologica  un comodo riparo, all’ombra del quale perseguire i loro scopi, di solito distruttivi (per gli altri) ma tutt’altro che irrazionali, almeno nel senso della razionalità strumentale.

Nel ruolo di vittima si possono piazzare praticamente tutti i gruppi sociali: gli immigrati, gli autoctoni, gli omosessuali, gli eterosessuali, i poveri, i ricchi, gli orchi e i puffi. Naturale che per i candidati più improbabili ci voglia uno sforzo in più, ma se si lavora a regola d’arte il risultato è garantito. Basta un minimo appiglio: per esempio, una ricca e tosta dirigente di megabanca d’affari passerà facilmente per vittima “in quanto donna”, un politico cinico e feroce “in quanto nero/ebreo/omosessuale/molestato dai genitori”, eccetera.

Tutte le operazioni di guerra psicologica, anche le più innovative e sofisticate, hanno uno scopo semplice e antichissimo: dividere le forze dell’avversario, abbatterne il morale, disunire la sua catena di comando, destrutturare la sua coesione mentale e sociale, e fare l’esatto contrario nel proprio campo. Questi obiettivi li ha perseguiti anche Giulio Cesare per conquistare la Gallia. Unica differenza qualitativa tra oggi e ieri: oggi, nella condotta delle operazioni l’importanza relativa della guerra psicologica è molto maggiore di ieri, perché in presenza dell’armamento nucleare strategico le maggiori potenze non possono rischiare il conflitto diretto, e quindi privilegiano il conflitto indiretto, campo d’applicazione ideale della guerra psicologica. C’è poi la differenza quantitativa di un secolo e mezzo di scienze psicologiche applicate, di pubblicità, e di sistema dei media; ma non erano per niente stupidi o rozzi anche gli antichi, che anzi, quanto a propaganda, toccavano vertici di eccellenza qualitativa oggi ineguagliati: per esempio, il “De bello gallico” è – anche –una psyops diretta a manipolare il senatus populusque romanus.

Ma torniamo al triangolo drammatico di Karpman. I tecnici della guerra psicologica, gli addetti all’ingegneria sociale e alla manipolazione della percezione, che sono legione e di solito legione accademica, hanno preso questo come tanti altri ritrovati delle scienze psicologiche, antropologiche, sociologiche, cibernetiche, e li impiegano per influenzare i conflitti, soprattutto i conflitti cosiddetti “a bassa intensità”, ma non solo (N.B.: li influenzano per fare più guerra, non per fare più pace). Le “rivoluzioni colorate”, per esempio, si fanno così. Tu esamini quali sono le linee di faglia polemogene, e fai leva. La linea di faglia polemogena primordiale è la differenza. In un sistema, la pluralità di codici (codici = culture, etnie, religioni, lingue, ideologie, etc.) è sempre altamente polemogena. Da una soglia non esattamente prevedibile in poi, la pluralità di codici comincia a produrre il caos sistemico. Se tu influenzi i vari codici, e li disponi nel triangolo di Karpman, ottieni l’equivalente della faida, cioè una conflittualità che va oltre il suo oggetto, tendenzialmente infinita.

Direi che a questo punto, il lettore può tranquillamente disegnare da sé il triangolo drammatico di Karpman che si disegna intorno alla VITTIMA-MIGRANTE, assegnare nomi e cognomi tanto ai salvatori quanto ai persecutori, e se lo desidera anche agli agenti di influenza che dispiegano il conflitto distruttivo e irrazionale su grandissima scala (scala mondiale). Lo invito a ricordare che anche questa operazione di guerra psicologica agisce su un conflitto REALE, e su un REALE fenomeno, imponente e concretissimo: il presente fenomeno migratorio non è creato dal nulla da un megacomplotto di Soros + Lucifero, esiste per conto suo e per ragioni che si possono individuare con l’analisi razionale, storica, sociologica, economica, politica, etc.

Resta da dare un nome e un cognome ai mandanti dei tecnici della guerra psicologica che implementano l’operazione “Notte & Nebbia sulle Migrazioni”.

Qui, in assenza di informazioni privilegiate, vado per induzione e per pura ipotesi.

1) le dirigenze mondialiste hanno un progetto strategico molto chiaro: il reset, in vista della istituzione di un governo mondiale (non per domani, eh?). Importanti settori delle suddette dirigenze già individuano la capitale, Gerusalemme. Pregherei di non tirare in ballo il nazismo e il complotto demoplutogiudomassonico, perché lo scrive e lo dice apertamente Jacques Attali, uno che si è inventato l’attuale presidente della Repubblica francese, insomma non un marginale che sproloquia alla fermata della metro. Se non avete voglia di leggere i suoi libri usate internet e cercate le sue interviste dove dice esattamente questo, non mi invento niente.

2) per fare un reset di queste proporzioni utopiche o meglio distopiche bisogna eseguire una “demolizione controllata” (espressione usata dalle suddette direzioni mondialiste, cercate e troverete) delle attuali società occidentali.

3) per eseguire la “demolizione controllata” vanno bene sia la guerra civile su base etnico/religiosa in Europa, sia l’accoglienza tous azimuts degli immigrati in numero indefinito, sia un mix tra le due cose. Perché la metamorfosi demografica indotta dalla presenza su suolo europeo di grandi masse di immigrati con curva demografica molto più alta degli autoctoni non si limita a risultare nel pacifico aumento relativo di culle diversamente colorate rispetto alle culle bianche, ma è altamente polemogena (= provoca conflitti endemici ed enormi per le risorse, il potere politico, l’affermazione delle identità, e non si può “gestire” con metodi equi & solidali, si guardi Israele e i palestinesi e si vedrà che succede quando c’è un problemino di demografia relativa tra due popoli costretti a convivere).

4)per promuovere INSIEME guerra civile su base etnico-religiosa e accoglienza indiscriminata di numero indefinito di migranti bisogna fare anzitutto una cosa: dividere le popolazioni europee in due settori, una che dice “il nostro nemico è l’Islam” e l’altra che dice “dobbiamo accogliere tutti perché fuggono da guerra, fame, etc”.

5) Essendo entrambe posizioni totalmente irrazionali (è assurdo e autolesionista indicare come nemico principale una religione con 1 MLD e mezzo di seguaci che NON ha un centro direttivo politico unico, è assurdo e autolesionista farsi invadere da centinaia di milioni di stranieri) per impiantarle nelle teste degli europei bisogna manipolare le loro emozioni, e impedire che si attivino il buonsenso e la ragione.

6) E qui viene utile il triangolo drammatico di Karpman. Con una intelligente gestione dei media, i mondialisti piazzano gli immigrati nella posizione della “vittima”, e di conseguenza chi si oppone all’invasione si dispone nella posizione del “persecutore”, chi vuole salvare la vittima si dispone nella posizione del “salvatore”.

7) Però vittima, persecutore e salvatore NON sono categorie politiche, sociologiche o in genere razionali, sono categorie emotive o religiose. Così i “persecutori” si oppongono frontalmente ai “salvatori”, in uno schema a specchio tipico della rivalità mimetica (v. anche René Girard, già che ci siamo), e la rivalità mimetica tende SEMPRE a una escalation che perde rapidamente di vista l’oggetto del contendere (l’oggetto del contendere sarebbe, in teoria e secondo ragione, che politiche adottare nei confronti dell’immigrazione). L’escalation mimetica porta i persecutori a tifare per la guerra civile su base etnico-religiosa: “l’Islam è il nostro nemico”, il salvatore a tifare per l’invasione totale, la “metamorfosi demografica”, il multiculturalismo fino all’ultima molecola, il grand remplacement come pena del taglione delle colpe occidentali, etc.

8) Risultato: i persecutori e i salvatori abboccano all’amo dei mondialisti, e nessuna, ripeto NESSUNA politica ragionevole ed efficace nei riguardi dell’immigrazione viene MAI implementata.

9) (la politica razionale sull’immigrazione di massa dovrebbe assumere come premessa metodologica che l’immigrazione di massa e lo sradicamento di cui è sintomo e causa danneggia gravemente sia chi emigra sia chi riceve gli immigrati. Poi su tutto il resto si potrebbe e si dovrebbe discutere.)

Invece abbocchiamo. Per farci abboccare, i tecnici della guerra psicologica devono anzitutto impedire al buonsenso di funzionare, perché il buonsenso presenta alla mente di tutti alcune domande elementari, che non sono né una analisi storico-politica del problema migratorio, né tantomeno una base sufficiente per la sua soluzione; ma rappresentano il minimo indispensabile della presa di coscienza generale del problema, senza la quale analisi, per quanto acute, e proposte di soluzione, per quanto azzeccate, servono zero. Esempio:

Il problema immigrazione ha molte facce, ma la prima e più immediata è: quanti ce ne stanno? E’ una domanda rozza, ma è anche una domanda razionale. Come fai a evitare di dare una risposta? Dire che l’immigrazione è un fenomeno naturale inarrestabile come i monsoni per un po’ funziona, ma poi non funziona più, è troppo clamorosamente falso, e persino il fratello più scemo dello scemo qualche volta riesce a fare due + due.

Altra domanda rozza ma razionale: c’è disoccupazione, che gli facciamo fare a questi che vengono qui? La risposta “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare” per un po’ funziona, ma poi anche il fratello più scemo dello scemo si rende conto che gli italiani si rifiutano di fare alcuni lavori solo perché sono lavori di merda pagati una miseria, e si rifiutano solo finché materialmente lo possono (qualcun altro gli da una mano, hanno risparmi), ma quando saranno finiti i soldi faranno di tutto. E allora come si fa a non rispondere?

Altra domanda inevitabile: non c’è proprio nessun rapporto tra la presenza di immigrati mussulmani e gli attentati? Difficile rispondere di botto “no”. Come si fa a non rispondere?

Altra domanda inesorabile: “Questi accettano salari di fame perché ormai sono qui e non possono fare altro, non abbatteranno anche i salari nostri? Non ci sentiremo dire ‘o così o prendo un immigrato che c’è la fila?’ Come si fa a non rispondere?

Ulteriore domanda: “A chi conviene l’immigrazione? non converrà per caso a quelli che la sostengono, o perlomeno ai loro capi?” Come si fa a non rispondere?

Ecco come si fa a non rispondere, ragazzi: col triangolo drammatico dell’incolpevole dr. Stephen Karpman.

Buon anno a lui e a tutti, e chissà che nel 2018 non la smettiamo di abboccare.

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Karpman_drama_triangle . Non esiste una voce Wikipedia in italiano. Per chi non leggesse l’inglese, c’è una voce in francese. Il sito ufficiale del triangolo drammatico di Karpman è questo:  http://www.karpmandramatriangle.com/