Ilva, la solitudine operaia _ a cura di Luigi Longo

Ilva, la solitudine operaia

a cura di Luigi Longo

 

 

Malarazza                                                               Cattiva razza

 

[…]                                                                            […]

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?                               Tu ti lamenti, ma che ti lamenti

Pigghja nu bastuni e tira fori li denti.                        Prendi un bastone e tira fuori i denti.

Un servo, tempu fa, dintra a na                                 Un servo, tempo fa, in una piazza,

piazza, prigava Cristu in cruci e ci ricia:                   pregava Cristo in croce e gli diceva:

«Cristu, lu me padruni mi trapazza,                          <<Cristo, il mio padrone mi strapazza,

mi tratta comu n’ cani pi la via.                                 Mi tratta come un cane per la via.

Si pigghja tuttu cu la sua manazza,                           Si prende tutto con la sua manaccia,

mancu la vita mia dici ch’è mia.                               Nemmeno la mia vita, dice che è mia.

Distruggila, Gesù, sta malarazza!                              Distruggila, Gesù, ‘sta cattiva razza!

Distruggila, Gesù, fallu pi mia! Fallu pi                   Distruggila, Gesù, fallo per me! Fallo

mia!»                                                                          per me!>>

[…]                                                                            […]

E Cristu m’arrispunni dalla cruci:                             E Cristo mi risponde dalla croce:

‹Picchì, si so spizzati li to vrazza?                            <<Perché, ti si sono spezzate le bracce?

Chi vuoli la giustizia, si la fazza.                              Chi vuole la giustizia, se la faccia.

Nisciuno ormai chiù la farà pi tia.                             Nessuno ormai la farà più per te.

Si tu si n’omu e nun si testa pazza,                           Se tu sei un uomo e non sei una testa pazza

ascolta beni sta sintenzia mia,                                   ascolta bene questa mia sentenza,

ca iu ’nchiudatu in cruci nun saria                            chè io non sarei inchiodato in croce

s’avissi fattu ciò ca dicu a tia,                                   se avessi fatto ciò che dico a te,

ca iu ’nchiudatu in cruci nun saria.›                          chè io non sarei inchiodato in croce>>

Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?                               Tu ti lamenti, ma che ti lamenti?

Pigghja nu bastuni e tira fori li denti.                        Prendi un bastone e tira fuori i denti.

[…]                                                                            […]

Domenico Modugno*

 

 

Propongo la lettura dell’intervista dell’operaio Massimo Solito dell’Ilva di Taranto rilasciata a Lucia Portolano ed apparsa su la Repubblica del 12 ottobre scorso.

Io ho già scritto sull’Ilva e l’ho fatto andando oltre il rapporto capitale-lavoro, capitale-ambiente, capitale-salute, proponendo una lettura basata sul lagrassiano conflitto strategico (supportato dal sapere geopolitico) che mi ha fatto ipotizzare la chiusura dell’Ilva perché incompatibile con la base Nato e con le strategie mondiali degli Usa.

Tutto questo a prescindere sia dall’esito del conflitto interno tra gli agenti strategici statunitensi, sia dal ruolo di Arcelor Mittal.

Qui mi interessa sottolineare lo stato di degrado nazionale e di incapacità dei decisori nostrani (la svendita di una industria strategica come l’Ilva è indicatore della mancanza di una idea di sviluppo del Paese) di contrastare la perdita di sovranità, di autonomia, di autodeterminazione in tutti i campi del legame sociale della Nazione.

L’ideologia della globalizzazione (nell’accezione negativa del termine) ha condizionato le nazioni, subordinate alle strategie delle potenze mondiali storicamente determinate, costringendole a svendere le loro peculiari qualità sociali, economiche, territoriali e facendo rientrare nella normalità la perdita della storia di un popolo, di un territorio. In nome delle costruzioni di reti e nodi globali del capitale (qui inteso come cosa e come rapporto sociale) le potenze mondiali tessono le trame di potere e di dominio costruendo l’ideologia della fine delle nazioni (sic); così facendo viene occultata l’incidenza della squilibrante dinamica mondiale dello sviluppo capitalistico e delle relazioni tra potenze mondiali, potenze regionali e nazioni. Con questo non voglio negare la necessità di una ri-organizzazione spaziale delle nazioni per contare nel conflitto mondiale soprattutto nella fase multicentrica e, ahinoi, nella fase policentrica. Però un conto è costruire una nuova area, regione con un patto, un accordo, una unione tra nazioni, valorizzando la loro peculiare storia nel reciproco rispetto; altro è, invece, annullare la propria storia in nome di una ideologia basata solo sulla circolazione del capitale come se i capitali non avessero storia, nazioni, rapporti sociali (si veda l’esempio eclatante dell’Unione Europea come creazione del progetto Usa per l’egemonia mondiale a partire dalla seconda guerra mondiale).

L’intervista dell’operaio Massimo Solito oltre a denunciare la reale drammatica situazione dell’Ilva e della città di Taranto (basta saper leggere oltre le righe della denuncia), evidenzia la solitudine e lo sbandamento degli operai nonché la rinuncia dei decisori a pensare una strategia di sviluppo del Paese sacrificandola alle esigenze dei pre-dominanti Usa e sub-dominanti europei. Svendere una industria strategica del peso dell’Ilva ad una multinazionale come Arcelor Mittal significa rinunciare a rilanciare lo sviluppo del Paese e forse, considerato le modalità di esecuzione complessiva del passaggio di proprietà ancora non ultimato, significa una ulteriore fase di gestione della chiusura dell’Ilva: non è facile liquidare una massa di lavoratori e lavoratrici (oltre 24 mila tra diretti e indiretti) senza una idea di sviluppo dell’area che dovrà fare i conti sia con le strategie dei pre-dominanti Usa nella regione Puglia, sia con i programmi neoliberisti dei sub-dominanti europei [si può parlare della lucacciana solidarietà antitetico-polare, in opposizione e sostegno reciproco, tra il (neo) liberismo e il (neo) keynesismo che vengono usati nelle diverse fasi della storia mondiale del capitalismo: monocentrica, multicentrica e policentrica].

La solitudine e lo sbandamento operaio è il risultato storico della incapacità intermodale, cioè del passaggio-cambiamento dalla società a modo di produzione capitalistico alla società senza classi, della fu classe operaia (non marxianamente intesa).

E’ merito di Gianfranco La Grassa e di Costanzo Preve l’aver evidenziato questo limite storico.

I lavoratori e le lavoratrici, però (che non esprimono nessuna soggettività di classe), possono organizzarsi per la difesa legittima del posto di lavoro, della tutela della salute sui luoghi di lavoro, della salvaguardia dell’ambiente, della qualità della città e del territorio, cioè per un vivere dignitoso all’interno del sistema dato (una sorta di rivoluzione dentro il capitale), smettendo di lamentarsi, prendendo un bastone e tirando fuori i denti.

Può essere l’inizio di un percorso di cambiamento perché come ci ricorda Karl Marx << l’essenza umana non è qualcosa di astratto che sia immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà essa è l’insieme dei rapporti sociali >>.

 

 

* Il brano è tratto da un sonetto di un poeta siciliano anonimo,  pubblicato nel 1857 dal poeta di Acireale Lionardo Vigo Calanna, nella prima edizione della sua Raccolta amplissima di canti popolari siciliani, con il titolo Lamento di un servo ad un Santo crocifisso. Negli anni ’70 del Novecento la versione originale del Lamento fu riscoperta da Dario Fo che l’aveva inserita nello spettacolo Ci ragiono e canto del 1973. Domenico Modugno ne trasse la sua versione nel 1977. Dario Fo citò il cantautore per plagio presso il Tribunale di Milano per aver utilizzato nella canzone “Malarazza” il testo da lui precedentemente rielaborato. Riportato in www.wikipedia.org/wiki/Malarazza

 

 

“Meglio l’incentivo che rischiare la vita nell’acciaieria” di Lucia Portolano*

 

Sono circa 500 al momento i dipendenti che hanno deciso di andare via dall’Ilva di Taranto in cambio di un incentivo. In questi giorni sono state attivate le procedure per gli esodi agevolati e anticipati previsti nell’accordo firmato al Mise il 6 settembre scorso fra sindacati, Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal. L’accordo prevede un incentivo di 100 mila euro lorde e il pagamento dello stipendio per due anni, per un ammontare di circa 1.200 euro per primi tre mesi e decurtazioni nei periodi successivi. Fra questi lavoratori c’è Massimo Solito, operaio tarantino di 45 anni, 17 dei quali trascorsi nell’acciaieria. È arrivato nel siderurgico nel 2001 e da allora fa il turnista.

 

Perché ha deciso di lasciare il suo lavoro a 45 anni?

 

«Dal 2012, l’anno del sequestro e degli arresti, la situazione all’Ilva è precipitata. Da quel momento in poi ho avuto un totale rifiuto ad andare al lavoro. Io ero a contatto diretto con i fumi giallastri, quelli che la gente vede nei servizi televisivi. Ogni mese c’era qualche collega che moriva. Ogni mese una colletta da fare per qualche amico o un giovane operaio che non ce l’aveva fatta. E ancora, tanti dipendenti giovanissimi che si ammalano di tumore. Tutto questo mi ha fatto trovare il coraggio per dire basta. Io non ce la faccio più a lavorare in queste condizioni: gli impianti sono allo sfascio e senza manutenzione da anni, ogni giorno si rischia la vita.

Come delegato sindacale Uilm ho cercato di fare qualcosa, ma le cose restano sempre uguali».

 

L’accordo è conveniente?

 

«Prima la cassa integrazione e poi il disastro del 2012: è dal 2009 che all’Ilva i lavoratori non trovano pace. Da allora lavoriamo a singhiozzo, a volte ci chiamano per due mesi e altre volte per 20 giorni. La mia decisione arriva dopo una lunga odissea. In questi ultimi anni c’è stata soltanto tanta precarietà. Con una parte dell’incentivo che prenderò dovrò prima pagare i debiti accumulati in questi anni per portare avanti la mia famiglia. Poi potrò realizzare qualcosa».

 

A parte pagare i debiti, cosa farà con questi soldi?

 

«Si parla di 100 mila euro lordi, netti saranno all’incirca 70 mila.

Vorrei aprire un’attività. Sto cercando un locale, ma è ancora tutto campato in aria. Questi soldi non mi basteranno, chiederò aiuto ai miei suoceri. Lunedì i rappresentanti aziendali incontreranno il primo gruppo di lavoratori che si è prenotato per accettare la proposta, martedì invece sarà il mio turno. Qualcuno dice che Ilva alzerà l’offerta per mandare casa più persone possibile, ma io non intendo tornare indietro. Ormai ho preso la mia decisione: non voglio più tornare lì».

 

Come immagina il suo futuro?

 

«Devo ricominciare da zero, ho una moglie e un figlio di 17 anni.

Vivo tra l’angoscia di cosa farò domani e la gioia di sapere che non entrerò più lì dentro. Sono tra due fuochi. Non faccio controlli medici da anni perché ho paura di scoprire qualcosa di brutto. È questa è la paura che soffoca chi lavora all’Ilva».

 

 

* Le domande evidenziate in corsivo e il neretto nel testo sono miei.

CHI GESTIRÀ LA FASE DI CHIUSURA DELL’ILVA DI TARANTO?, a cura di Luigi Longo

CHI GESTIRÀ LA FASE DI CHIUSURA DELL’ILVA DI TARANTO?

a cura di Luigi Longo

 

Ho sostenuto qui, qui, qui con una ragionevole ipotesi che l’Ilva di Taranto si avvierà verso la chiusura perché è incompatibile con l’allargamento della base Nato e perché gli USA ritengono Taranto e Foggia spazi fondamentali per le loro strategie nel Mediterraneo, Medio Oriente e Oriente.

L’avvio della chiusura di una impresa di livello mondiale, con il più grande impianto siderurgico d’Europa, strategica per l’economia italiana, significherà avviare l’Italia verso un più accentuato declino economico, sociale e politico; dimostrando così che siamo amministrati da sub-sub-decisori servili e stupidi ( ci vorrebbe un altro Johnathan Swift per aggiornare la follia dei decisori) nel momento in cui svendono una industria strategica ad una multinazionale facendo in modo che siano sempre più i gabinetti stranieri a decidere la sorte della nazione.

Si pone una domanda: la svendita dell’Ilva di Taranto alla Am Investco (joint venture tra AcelorMittal (85%)- multinazionale con sede in Lussemburgo con primo azionista la famiglia indiana Mittal e Marcegaglia (15%), con advisor Jp Morgan) é l’inizio della complessa fase di gestione della chiusura?

L’articolo di Comidad (L’Ilva tra nuvole tossiche e nuvole di astrazione, apparso sul sito www.comidad.org, il 14/6/2018), di seguito riportato, pone delle riflessioni che lasciano intravedere le irrisolvibili problematiche perchè l’Ilva possa continuare a produrre e fanno emergere il conflitto tra i sub-sub-decisori delle varie sfere: militare, politica, economica e ambientale, nella fase di gestione della chiusura dell’Ilva.

 

 

L’ILVA TRA NUVOLE TOSSICHE E NUVOLE DI ASTRAZIONE

di Comidad

 

 

L’ennesimo “governo del cambiamento” si è andato a scontrare con le normali emergenze”. Se il dibattito sull’ILVA di Taranto continua ad assumere gli stessi toni spesso esasperati ed esasperanti, è perché risulta astratto; risente cioè di un’assoluta mancanza di contestualizzazione. Anzitutto bisogna capire quanto ha inciso, e quanto incide tuttora, nella vicenda il fatto che lo stabilimento ILVA confini con strutture militari, tra cui una base NATO. Quale che sia il governo in Italia, la NATO ha fatto capire chiaramente che non intende mollare la presa sul Sud del Mediterraneo.
La presenza dello stabilimento ILVA a Taranto è per “caso” diventata di troppo? Ostacola con la sua presenza l’espansione delle strutture militari?
Circa tre anni fa l’allora Capo di Stato Maggiore della Marina ventilò l’ipotesi di un assorbimento dei lavoratori dell’ILVA nel personale civile della struttura militare dell’Arsenale di Taranto.
Che si tratti di un progetto abbandonato o di un progetto lasciato in sospeso, oppure di una boutade di pubbliche relazioni per far vedere quanto possono essere buoni e utili i militari, ancora non è chiaro.
Un’altra questione non da poco è cercare di stabilire quanto incida la presenza militare nell’inquinamento dell’area. Un’ILVA capro espiatorio? Certo è che nessun perito di tribunale si sentirebbe di rovinarsi l’esistenza chiamando in causa una fonte di inquinamento di origine militare. E poi col segreto militare ci sarebbe poco da fare persino se la magistratura fosse al di sopra di ogni sospetto.
Oltre la vicenda del sito di Taranto, c’è la questione della siderurgia in genere. Può esistere una siderurgia senza le sovvenzioni statali, una siderurgia di “mercato”, oppure rientra nel novero delle fiabe liberiste?
In nome del mercato si delega la produzione della gran parte dell’acciaio alla Cina, dove però i colossi dell’acciaio sono tutti statali e vanno verso una crescente cartellizzazione, sempre all’ombra della mano pubblica.
Non sarebbe molto meno oneroso per la spesa pubblica italiana una siderurgia nazionalizzata piuttosto che foraggiare il rapinatore privato di turno?
In molti settori industriali tenere in piedi la finzione del privato ha un costo esorbitante per il bilancio dello Stato che deve tappare i buchi; ma questi “sprechi” di denaro pubblico possono essere catalogati sia come costi dell’assistenzialismo per ricchi, sia come costi della lotta di classe contro il lavoro.
La fiaba liberista ci narra di governanti spendaccioni che acquistano con la spesa allegra il consenso delle masse. La realtà è l’esatto opposto: lo Stato infatti spende e paga il pedaggio alle multinazionali di turno per poter mantenere i lavoratori dei centri siderurgici sotto la spada di Damocle della perdita del posto di lavoro. La produzione siderurgica comporta infatti la presenza sul territorio di concentrazioni operaie e, per i governi, il problema è di evitare che queste concentrazioni operaie diventino, come in passato, roccaforti e punti di aggregazione dell’opposizione sociale.
Un’altra passeggiata tra le nuvole riguarda le cosiddette “bonifiche ambientali”. Persino nell’ipotesi più ottimistica, cioè che l’inquinamento di Taranto sia esclusivamente di fonte industriale e non militare, ogni bonifica costituisce un’avventura di cui non si possono quantificare costi e tempi. E ciò senza tener conto dei rischi ulteriori che comporta l’andare a smuovere strutture che hanno sedimentato scorie tossiche in stratificazioni storiche. A sentire certi discorsi sembra che il disinquinamento sia come confessarsi e farsi la comunione per ritornare puri come prima. In realtà ogni bonifica è un azzardo e le tecnologie in grado di renderlo meno azzardato non sono del tutto certe e affidabili, anche se, ovviamente, il business ambientale tende a far credere il contrario.
La storia infinita della mancata bonifica del sito di Bagnoli è stata risolta semplicisticamente dalla magistratura nei consueti schemi del caso di corruzione. Ci si propina la solita fiaba moralistica secondo cui sarebbe stato solo l’inquinamento delle anime ad impedire il disinquinamento dell’ambiente.