LA SINISTRA ALLE PRESE CON LA NAZIONE, L’EUROPA ED IL MONDO, di Pierluigi Fagan

Qui sotto un interessante saggio di Pierluigi Fagan (PF), con relativo link al sito originario di pubblicazione. L’argomento (la sinistra, la nazione e la geopolitica) prosegue sulla falsariga di saggi già pubblicati su questo sito e ovviamente sul blog dell’autore. Per accedervi è sufficiente digitare sulla voce dossier del menu in alto e sul nome dell’autore. Il tema è ricco di spunti; la finalità dell’autore è di contribuire a far uscire il dibattito e l’azione politica dei critici della Unione Europea dallo stallo abbarbicato com’è alle mere enunciazioni di principio e ad un approccio meramente negativo della proposta politica, specie della componente sinistrorsa. La chiosa non intende essere una critica al testo, quanto piuttosto un tentativo di focalizzare schematicamente alcuni punti sui quali sviluppare un dibattito proficuo.

Fagan in particolare, nella fase di multipolarismo complesso in via di affermazione:

  • ritiene imprescindibile il problema della dimensione degli stati nazionali. Una posizione nient’affatto scontata; sono numerosi i fautori della tesi che attribuisce anche agli stati più piccoli, purché attrezzati con una adeguata classe dirigente, significative condizioni di agibilità
  • le dinamiche geopolitiche sono altrettanto importanti delle dinamiche tra le classi sociali; anzi, una condizione ottimale nelle prime consente una migliore gestione delle formazioni sociali. In questo ambito il dibattito generale spazia tra la priorità attribuita alle dinamiche sociali e i rapporti tra stati, tema tipico della sinistra e della estrema destra e l’esclusività attribuita ai rapporti geopolitici tra stati e istituzioni, tipica degli analisti geopolitici. Nel mezzo, a dar man forte all’approccio “complesso” offerto da Fagan, trova posto a pieno titolo, come promettente chiave di interpretazione delle dinamiche politiche, la teoria lagrassiana del conflitto strategico tra centri decisori
  • affronta la questione fondamentale riguardante l’approccio al rapporto con l’Unione Europea con una importante delimitazione. Il suo discrimine riguarda non solo i sostenitori duri e puri della UE, ma anche i cosiddetti riformatori. Le possibili posizioni dipendono in pratica dalle combinazioni possibili delle relazioni tra gli stati europei eventualmente aggregati in aree omogenee
  • vede nella Francia il baricentro della costruzione europea. Una posizione originale rispetto alle tesi prevalenti che attribuiscono alla Germania il primato politico oppure agli Stati Uniti l’assoluta predeterminazione della costruzione e degli indirizzi politici comunitari.Una ricostruzione storica delle vicende comunitarie può sembrare un puro esercizio accademico; serve in realtà a determinare le dinamiche e il peso dei vari decisori. La letteratura, al netto dell’agiografia, offre diversi punti di vista. Uno di questi, ben presente nella ricerca francese e statunitense, attribuisce alla classe dirigente “sovranista” francese la volontà di sostegno al progetto comunitario nella misura in cui fosse stata la Francia, con inizialmente la Gran Bretagna, a determinare gli indirizzi. In soldoni, nella misura e nei momenti in cui sarebbe apparsa sempre più chiara l’assoluta influenza americana e la sua volontà di sostenere la Germania in funzione antifrancese e antibritannica e come importante risorsa antisovietica, l’afflato comunitario della Francia sarebbe a sua volta venuto meno. Con due eccezioni importanti tra le quali l’azione dell’oestpolitik tedesca negli anni ’70 che indusse i francesi a sostenere l’ingresso della Gran Bretagna
  • consiglia di prendere atto della progressiva formazione di più aree europee politicamente autonome per individuare in quella latino-mediterranea, il possibile coagulo di forze capace di sostenere il confronto.    

Si attendono sviluppi e contributi_Buona lettura_Giuseppe Germinario 

 

LA SINISTRA ALLE PRESE CON LA NAZIONE, L’EUROPA ED IL MONDO.

Tra un anno si va a votare per l’Europa. Su Micromega, G. Russo Spena (qui), sintetizza le posizioni in cui si divide la sinistra europea.

La prima posizione è sostenuta da Linke (Germania) e Syriza (Grecia), dove però la posizione greca rispetto ai diktat della Troika, non ha mostrato apprezzabili pratiche politiche  alternative. Cambiare l’UE dal di dentro con intenti progressisti, la difficile linea.

C’è poi Varoufakis ed il suo Diem25 sostenuto dai sindaci Luigi de Magistris e Ada Colau, oltre a Benoit Hamon,  fuoriuscito dal partito socialista francese ha creato il movimento Génération-s – e da altre piccole forze provenienti da Germania (Budnis25), Polonia (Razem), Danimarca (Alternativet), Grecia (MeRA25) e Portogallo (LIVRE). Sinistra transnazionale che vuole democratizzare l’Europa.

Infine, ci sono Bloco de Esquerda portoghese, Podemos spagnolo e France Insoumise francese che hanno firmato assieme la Dichiarazione di Lisbona a cui ha successivamente aderito anche l’italiano Potere al Popolo. Anche qui si vuole costruire un contropotere democratico all’Europa neo-ordo-liberale.

Tutti e tre gli schieramenti mostrano un nuovo interessante fenomeno che è quello del dialogo e del coordinamento tra forze politiche di più paesi. Da tempo lo facevano le forze conservatrici, liberali e socialdemocratiche ovvero le forze di governo, quelle che governano nei rispettivi paesi e quel poco che si decide al parlamento europeo. Interessante che ora anche la sinistra quasi sempre di opposizione (Bloco de Esquerda è l’unica forza al governo oltre a Syriza) faccia i conti con il formato inter-nazionale.

Tutti e tre gli schieramenti, si ripromettono sia la democratizzazione delle istituzioni europee, sia l’inversione delle politiche neoliberali che le hanno contraddistinte. Il secondo schieramento, quello di Varoufakis, più che inter-nazionale, è trans-nazionale nel senso che a quanto par di intuire, si ripromette di costruire una unica forza politica contemporaneamente presente in più paesi, posizione molto in auge negli ambienti federalisti.

Il terzo schieramento invece, si è trovato subito diviso, una divisione però sopita e rimandata, tra il famoso “Piano B” di France Insoumise e Podemos. I francesi si sono presentati alle ultime presidenziali con un programma corposo “L’avvenire in comune”, nel quale hanno declinato 83 tesi in 7 sezioni. Nella tesi 52, presentavano l’ipotesi subordinata “Piano B”. Si trattativa dell’alternativa all’eventuale (certo) fallimento dei tentativi di correzione della politica europea, l’ultima ratio era la rescissione unilaterale francese dei trattati. Come molti avevano notato ai tempi del referendum greco, le trattative politiche si basano su i rapporti di forza e chi aspira a contrastare il potere dominante deve poter -ad un certo punto- mettere sul piatto l’opzione alternativa, quella che rovescia il tavolo. Senza questa minaccia o concreata alternativa, inutile sedersi a far qualsivoglia trattativa, trattasi di verità negoziale a priori.

Il Piano B francese era “o cambiamo l’UE-euro o usciamo”, rimaneva aperta una successiva  possibilità in cui la Francia sovrana avrebbe poi  stretto patti cooperativi e di collaborazione in ambito educativo, scientifico, culturale. Questa era la tesi 52, la 53 invece, iniziava con un “Proporre un’alleanza dei paesi dell’Europa meridionale per superare l’austerità e lanciare politiche concertate per il recupero ecologico e sociale delle attività” che è appunto ciò che hanno fatto a Lisbona. Con ciò terminava la quarta sezione e si passava alla quinta. La quinta sezione si apriva col titolo “Per l’indipendenza della Francia” e quindi dava outline di ciò che la Francia avrebbe potuto e dovuto fare sia nel mentre rimaneva nelle istituzioni europee, sia a maggior ragione e con più convinzione dopo l’eventuale applicazione dell’opzione nucleare che portava al Piano B, l’uscita unilaterale. La tesi 63, metteva in campo idee concrete di cose ed iniziative  da promuovere  nel bacino Mediterraneo, un Mediterraneo braudeliano quindi considerato sia per la sponda europea (Portogallo, Spagna, Francia, Italia, Grecia), che per quella nord-africana (Marocco, Tunisia, Algeria, Libia). Il senso dell’intera questione manteneva una certa ambiguità tra questi tre livelli: Francia sovrana, Francia cooperante con i paesi latino-mediterranei nella lotta contro ma dentro l’UE, Francia perno di un nuovo sistema mediterraneo come già Sarkozy ma anche molti altri francesi avevano pensato in passato, ancora dentro l’UE ma a maggior ragione se fuori.  L’ editoriale del numero in edicola di Limes, rimarca pari ambiguità in Macron quando questo sembra superare di slancio il principio di non contraddizione nel sostenere al contempo la Francia sovrana ed uno stadio superiore di Europa federale.

Podemos, pur avendo firmato la Dichiarazione di Lisbona, pare stia ancor tentennando suDiem25 ma più che altro è interessante sottolineare come Iglesias abbia del tutto escluso la condivisione del Piano B di France Insoumise. Al di là delle opinioni specifiche di Podemos sull’euro, Iglesias ha specificato che in Spagna c’è un forte per quanto vago ultramaggioritario sentimento europeista, lo stesso che posso testimoniare personalmente vivendo lì una parte dell’anno, hanno i greci.  Sentimento europeista non vuole affatto dire adesione a questa UE o a questo euro, si tratta di una intuizione più culturale che politica.

Molta parte dell’opinione pubblica europea, è come se avvertisse che i tempi impongono il fare una qualche forma di fronte comune. Il sentimento è forte nel suo radicamento ed al contempo debole nella sua razionalizzazione, unisce i convinti supporter dell’attuale stato di cose, quanto i suoi più convinti critici oltre che ovviamente gli indecisi ed i confusi che sono la maggioranza. Vedi Trump, vedi Putin, vedi Xi Jinping, i britannici che si mettono in proprio, senti di bombe atomiche coreane, terroristi arabi, migranti africani o asiatici, la incombente matassa intricata della “globalizzazione”, l’incubo delle nuove tecnologie, il temuto collasso ambientale e ti viene facile pensare che davanti a tanta minacciosa complessità, l’unione fa la forza e da soli non si va da nessuna parte. Il passaggio da “unione” come spirito vago ad “Unione” come istituzione precisa è garantito dal meccanismo di analogia che abbiamo nel cervello, “sembra” proprio che l’uno risponda all’altro. Vale per le élite, per i medio informati ma anche per coloro che usano più neuroni della pancia che quelli della scatola cranica. Chi si muove politicamente in forma critica sulla questione europea dovrebbe tener conto di questo diffuso sentimento se non altro perché chi fa politica deve aver per interlocutore pezzi di popolazione prima che l’avversario ideologico. Si fanno discussioni con gli amici ed i nemici ideologici davanti a pezzi di popolazione perché il fine politico è conquistare cuori e menti di questi secondi. Dai temi che tratta al linguaggio che usa, questa avvertenza di parlare sempre alla generica popolazione, è del tutto ignorata dalla sinistra che oggi si interroga su dove mai sia finito il suo “popolo”.

Sembra quindi che France Insoumise abbia costruito una posizione a cerchi concentrici di definizione. Il cuore a fuoco è la battaglia contro questa UE ed euro, la corona interna meno a fuoco è la ricerca di alleanze organiche con forze politiche latino-mediterranee da cui la Dichiarazione di Lisbona, la corona esterna ancora meno a fuoco un po’ sciovinista e molto “francese”, è l’idea in fondo guida di una Francia sovrana al centro di cerchi concentrici di cooperazione asimmetrica che arriva fino a pezzi della Françafrique. Questa ultima posizione occhieggia a più vasti settori dell’opinione pubblica francese, inclusi pezzi di classe dirigente ed è forse merito di questa ampia vaghezza se France Insomise ha preso quasi il 20% al primo turno delle presidenziali. Se Mélenchon declina questo target a fasce concentriche che sembrano volersi distaccare dall’UE, Macron declina la stessa geometria egemonica  rivolta verso più UE[1].  Come mai, pur da sponde opposte, i due francesi si agitano tanto occupando più posizioni al contempo e lasciando intendere tutto ed il suo contrario?

Svegliatici, occorre dircelo, tutti un po’ tardi rispetto a ciò che si era stabilito a suo tempo nel trattato di Maastricht (che ricordiamolo è del 1992), l’analisi critica si è soffermata su gli aspetti economici e monetari, tra neo-ordo-liberismo e posizione dominante tedesca. Ma se andiamo a ritroso del registro storico, si vedrà come tutto ciò che precede Maastricht e l’euro  (ed inclusi questi) a partire dall’immediato dopoguerra, ha il suo baricentro non in Germania ma in Francia. E’ la Francia a promuovere la CECA, è la Francia a non approvare la riforma decisiva che avrebbe potuto dare un futuro politico all’Europa ovvero la CED (approvata già dai Benelux e dalla stessa Germania), è la Francia e non far entrare la Gran Bretagna in UE per poi ripensarci ed è lei stessa a sospendersi dalla NATO per diventare potenza atomica per poi ritornarci, è De Gaulle ad invitare Adenauer a Parigi per sancire il trattato dell’Eliseo (1963) quindi fissare formalmente la diarchia regnante l’europeismo, e così via fino allo stesso Maastricht e l’euro che nascono come  contropartita richiesta alla Germania per il via libera dato alla sua preoccupante riunificazione. I tedeschi, si sono limitati ad imporre la struttura economico-monetaria ai trattati, struttura che per altro avevano già nella loro Costituzione dal 1949 e dalla quale non avevano la minima intenzione di derogare perché fonda la loro nazionale narrativa post-bellica, soprattutto come spiegazione dell’irrazionalità da cui sorse il nazismo. Secondo questa narrativa, il nazismo venne dall’eccesso di inflazione.

Questo ci ha portato altrove a definire il progetto europeista, primariamente un trattato di pace tra Francia e Germania, stante che nei due secoli precedenti, questi campioni della potenza europea, si erano già combattuti e reciprocamente invasi più volte. Il  problema del confine tra Francia e Germania con tutto il portato di carbone, acciaio, metallurgia e siderurgia (quindi armi), è una costante geopolitica ovvero basata sulla politica (gli Stati, la volontà di potenza) e la geografia (confine in comune, passato indistinto, assenza di chiari segni geografici di separazione). Se Mélenchon si agita verso più autonomia e Macron verso più integrazione, l’uno pensa che la relazione con la Germania sarà sempre subalterna, l’altro pensa di poterla dominare o quantomeno contrattare secondo la tradizione del dopoguerra, il punto in comune è la Francia, la sua posizione nei prossimi decenni. Si noti come in tutta la questione europeista si incrocino sempre due assi, quello degli interessi delle classi sociali e quello degli interessi delle nazioni. Ogni governante sa che maggiore è il vantaggio portato alla propria nazione, più relativamente agevole sarà gestire i rapporti tra le classi sociali.

Tutta la faccenda europeista, se da una parte discende dal problema dei confini e dalla turbolenta convivenza dei due potenti vicini, non meno certo che da considerazioni ed interessi dell’ economia di mercato e della élite che ne beneficiano, discende anche da alcune non sbagliate considerazioni che si trovano nel Manifesto di Ventotene non meno che in Carl Schmitt, in Alexander Kojève non meno che nel primo scritto europeista del poi diventato leggenda nera principe Coudenhove Kalergi, la PanEuropa. Questi e molti altri, che data l’estrema eterogeneità non possono dirsi discendenti di una unica ideologia (ci sono accenni di Stati Uniti d’Europa addirittura in Lenin), evincono sin dai primi del Novecento che oggettivamente Europa non è più un campo di gioco unico in cui si riflettono le sorti del mondo. Gli Stati Uniti, il Giappone, la Cina, la Russia, il mondo arabo su fino all’India, segnano il prepotente allargamento del rettangolo di ogni gioco, politico, geopolitico, culturale, militare ed ovviamente economico. Lo spettro largo di queste riflessioni dura un secolo ed è la versione più colta del sentimento “unionista” di senso comune di cui abbiamo parlato prima.  Improbabile che Europa, dove a fronte di un 7% delle terre emerse si concentrano ben il 25% degli Stati mondiali, possa continuare a pensarsi come una macedonia conflittuale di stati e staterelli di più o meno antico pedigrèe. La doppia tenaglia anglosassone e sovietica per più di quattro decenni, ha reso presente a tutti come la divisione fa imperare altri soggetti, la sovranità prima ancora che monetaria, fiscale e giuridica, la si è perduta militarmente, quella politica ne è solo la conseguenza. Questo ci dice che se prima abbiamo individuato due assi ora ne dobbiamo mettere un terzo, oltre alla lotta tra le classi di una nazione e quella tra le nazioni europee tra loro, c’è anche da considerare che il quadrante di gioco non è più solo quello sub continentale ma quello mondiale.

Torniamo così al nostro discorso principale. Chi si propone di democratizzare l’UE temo stia perdendo altro tempo. Mi domando se “più democrazia” sia una invocazione infantile che serve ad acchiappare voti agitando il nobile drappo dell’autogoverno dei popoli o un preciso piano. In questo secondo -improbabile- caso, mi domando come pensano questi neo-democratici di risolvere il problema dell’oggettiva differenza che corre tra popoli latini e mediterranei e popoli germani e scandinavi, tra gli euro-occidentali e gli euro-orientali. Se domattina Mago Merlino con la bacchetta magica ci donasse il parlamento dell’euro a cui sottomettere la politica della banca centrale, i mediterranei  avrebbero la maggioranza dei 2/3, se ben convinti (e ci sono oggettivi interessi materiali nazionali a largo spettro a supporto) potrebbero far passare la riforma dell’euro facile-facile. Un millisecondo dopo la Germania, l’Olanda, la Finlandia, Lussemburgo ed i tre baltici uscirebbero.  Lo stesso varrebbe per la maggioranza italo-francese nell’eventuale parlamento della piccola federazione dei sei paesi fondatori la CEE-UE.  Così per lo statuto dell’euro ma anche per le altre necessarie riforme economiche e sempre evitando la politica estera che con la sua radice geografica, pone i mediterranei e quelli del Mare del Nord su sponde opposte, interessi diversi, prospezioni ed alleanze altrettanto diverse. Per avere democrazia ci vuole -al minimo- una Costituzione un parlamento, un governo, l’unione dei tre poteri di Montesquieu ed in definitiva niente di meno di uno Stato. Questo Stato che è l’unico sistema conosciuto in cui applicare la democrazia, a 6 se a base storica (?), 19 se su base euro o a 27 se su base UE, non è materialmente possibile per motivi auto-evidenti che i “democratici” non capisco perché si ostinino a non voler vedere. Se per fare un mercato si può essere 19 o 27 e pure eterogenei, per fare uno Stato sono richieste omogeneità giuridiche, culturali, religiose, linguistiche, storiche, politiche. Ogni volta che il sistema di mercato (UE) tenta di fare lo Stato si spacca, ma non lungo le linee ideologiche, lungo le linee geo-storiche. Ancora di recente, Macron si è speso per l’intensione (più governante quasi-federale) e Juncker ha invece ribadito l’estensione (ci sono molti paesi nel sistema, sarebbe più utile allargare il sistema ad altri paesi ad esempio i balcanici), perché le logiche per fare Stati o quelle per fare mercati sono intrinsecamente diverse.

Nessuno vuole in Europa uno Stato federale (anche perché materialmente irrealizzabile), quindi nessuno è in grado di sottomettersi a volontà generali che diventerebbero potere di popoli su altri popoli. Tra il disprezzo nei confronti dei mediterranei ed il ricambiato odio per i tedeschi o l’ironia svagata su quanto si sentono furbi i francesi senza esserlo davvero, mai come oggi stanno tornando in auge sentimenti nazionalistici che categorizzano molto sommariamente l’Altro. Far finta che non esistono i popoli o gli Stati o la storia o la geografia non aiuta, non appena si spinge troppo sull’inflazione retorica unionista, ecco spuntare subito il rimbalzo sovranista. Ma il peggio è che unionisti e sovranisti si disputano il gran premio della chiacchiera perché tanto né sembra si possa andare a più unione, né tornare alla nazione e ciò che impera, alla fine della fiera, è sempre e solo la Commissione, la BCE, i “Nien!” tedeschi. Tra il grande ed il piccolo Stato, alla fine vince sempre il Mercato.

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Siamo nel doppio vincolo, da una parte vorremmo esser più forti ed unirci ma la nostra estrema eterogeneità lo rende impossibile, dall’altra vorremmo ripristinare una accettabile democrazia e tornare a decidere noi sul “che fare?” il che però ci riporta in teoria ai nostri singoli stati che già oggi ma viepiù fra trenta anni, varranno quanto il due di coppe a briscola quando regna bastoni. Strappare più sovranità oggi, significa perderla senza speranza nell’immediato domani del commercio internazionale, della circolazione dei capitali, della dittatura dei mercati, delle nostre fragilità economiche, dei diktat anglosassoni sulla NATO, delle crescente minorità politica di nazioni piccole, sempre più anziane, sempre meno competitive e significative nello scenario mondo.

In questo dilemma che a volte si presenta come trilemma (dentro la nazione, tra le nazioni europee, nazioni europee vs resto del mondo) la sinistra ha forse una opportunità per quanto la confusione mentale ed ideologica oggi occulti proprio ciò che ha davanti a gli occhi.

Se gli otto paesi firmatari del distinguo rispetto ai sogni devolutivi macroniani sono tutti del nord Europa (inclusa la Germania dietro le quinte), se il gruppo di Visegrad unisce stati orientali confinanti ed eterogenei uniti però nel distinguersi rispetto ai dettami occidentali franco-tedeschi, se la Dichiarazione di Lisbona è firmata dai meridionali portoghesi, spagnoli, francesi ed una particella di italiani è perché l’Europa è fatta di popoli ed i popoli di culture, di storie sovrapposte su un piano geografico costante che unisce alcuni e separa altri. Sono le culture l’ordinatore che consente e non consente le eventuali fusioni tra Stati-nazione in Europa. Nessun paese latino mediterraneo avrebbe grossi problemi ad avere una banca centrale che fa quello che ogni banca centrale al mondo fa (espansione economica, controllo del cambio, aiuto nella gestione del debito pubblico oltre al fatidico controllo dell’inflazione), non così i tedeschi e la loro area egemonica nord europea. E lo stesso gruppo dei latini certo che ha interessi geopolitici comuni verso il Mediterraneo, il Nord Africa ed anche il resto del continente che s’affaccia sul nostro stesso mare (per non parlare delle opportunità di sistema con il Centro-Sud America), quindi interesse ad unire le forze in qualche modo. Interessi diversi da quelli germano-scandinavi o dei confinanti con la Russia.

Tra paesi latino mediterranei si possono fare alleanze senza speranze che si battano per una diversa UE, si possono promuovere  maggior livelli di integrazione e cooperazione fattiva mentre si rimane nell’UE, ci si può dar man forte per coordinare una simultanea uscita dall’euro tornando a chi ci crede alle rispettive valute o per uscire tutti dall’euro tedesco e confluire  in un altro euro mediterraneo espansivo, svalutabile, di aiuto alle gestione dei debiti pubblici (soprattutto quelli collocati all’estero, estero che a quel punto avendo nel nuovo sistema sei diversi paesi, diminuirebbe come impegno nel caso lo si volesse ricomprare per immunizzarsi dagli spread, come è in Giappone), sottomesso non ad un trattato ma ad un parlamento democraticamente rappresentativo.

Nel rompicapo europeo non ci sono soluzioni facili e questa invocazione di un insieme latino-mediterraneo non è esente da problemi. Si tratta però di scegliere la via meno problematica e sopratutto quella che apre a maggiori condizioni di possibilità. La comune cultura latino-mediterranea è l’unica solida base per cominciare a sviluppare progetti politici inter-nazionali per tempi che stanno velocemente scalando indici di complessità sempre meno rassicuranti. Ci conviene oltremodo svegliare tutti dal sonno dogmatico che vuole unioni a 27 o a 19 senza che sussistano gli indispensabili pre-requisiti per farlo, così come ci conviene essere realisti e responsabili e cominciare a pensare  che nel mondo nuovo paesi solitari da 60, 40, 10 milioni di abitanti avranno sovranità men che formali. Coordinarsi tra simili per criticare, provare a cambiare o abbandonare l’euro non meno che la NATO, è condizione necessaria, il fine preciso lo valuteremo assieme, intanto fissiamo il mezzo.

Non esiste una sinistra senza una Idea ed in tempi così complicati, far base su un substrato comune di origine geo-storico, quindi culturale, quindi popolare e reale, a noi sembra il modo migliore per far si che la sinistra torni a pensare e ad agire politicamente. Se le opinioni specifiche su UE, euro e vari tipi di progetti avanzati da più parti fanno perno su quel sentimento istintivo che pensa necessario unire le forze tra alcuni di noi, dare a quel sentimento la prospettiva più limitata e perciò più concreta dell’alleanza progressiva tra noi mediterranei europei (per i paesi-popoli musulmani mediterranei il discorso verrà fatto dopo, non si possono fare progetti di unione federale con paesi del nord Africa, ora), può aiutare a darci identità, egemonia nel dibattito pubblico, spinta creativa a disegnare il mondo che verrà, voglia di tornare a fare politica. Se la sinistra nasce nel conflitto sociale interno, oggi deve anche misurarsi con il formato Stato-nazionale, coi rapporti interni all’Europa che sono tra nazioni prima che tra classi e col problema di ciò che è fuori dal nostro antico mondo. L’Idea deve orizzontarsi su tutte e tre le variabili altrimenti rimane idealismo, inutile sequenza di petizioni di principio e non progetto.

La sinistra uscirà dalla sua crisi quando dimostrerà di avere un progetto positivo sulla realtà, alla funzione critica si può aderire scrivendo e comprando libri (una delle principali attività della sinistra), ma non si costruisce realtà con la “potenza del negativo”. La sinistra nata dal conflitto di classe deve sapersi riattualizzare davanti ai tre scenari sistemici mai davvero trattati in profondo dalla sua pur voluminosa produzione teorica: nazione, Europa, mondo. Niente progetto, niente sinistra.

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[1] Il Piano Macron è stato presentato a settembre 2017 alla Sorbona. Le “corone” del piano Macron erano sicurezza, difesa e politica estera, tre argomenti che si fondono come interesse francese ad agire negli “esteri” identificando l’interesse francese con quello europeo. La partecipazione francese, almeno “ideale”, al bombardamento in Siria e l’orgogliosa rivendicazione valoriale che ne ha fatto Macron il 17 aprile a Bruxelles, confermano di questa vocazione del francese ad intestarsi la funzione esteri. (Sullo sviluppo del business della difesa, si veda questo contributo di B. Montesano su Sbilanciamoci: http://sbilanciamoci.info/difesa-europea-business-della-sicurezza/ a rimarcare la costante ambiguità per la quale non si parla di esercito comune ma di business comune). Oltre ai tre argomenti “estero”, il piano Macron ha ambiente e ricerca tecnologica dove quest’ultima segna una delle croniche debolezze europee. Nessuno stato europeo è effettivamente in grado di mobilitare investimenti significativi in grado di competere con quelli americani e cinesi, mancanza che poi si riflette nelle minori condizioni di possibilità economiche e mancanza di indipendenza in un settore strategico. Infine, l’euro che Macron vorrebbe riformare con un comune bilancio e conseguente allineamento fiscale e con unico ministro delle Finanze.  Difficile che anche volendo (e sull’esistenza di questa volontà è lecito nutrire parecchi dubbi), la Germania in cui le due forze politiche in ascesa e che controllano già oggi un quarto dell’elettorato sono i Liberali euroscettici ed AfD apertamente xenofoba, aderisca al progetto se non rendendolo ancora più ambiguo tra la sua forma narrativa e la sostanza ben meno palpitante. Chissà quindi se ci sono proprio i tedeschi dietro la presa di posizione del 6 marzo, in cui otto paesi euro (Finlandia, Irlanda, Olanda, i tre baltici, Svezia e Danimarca ultimi due non in Eurozona e si tenga conto che fuori Eurozona c’è poi su posizioni simili anche il Gruppo di Visegrad) hanno pensato necessario dichiarare assieme l’assoluta contrarietà ad ulteriori devoluzioni dei poteri nazionali, bocciando in sostanza il piano Macron. A sentire le dichiarazioni di Merkel in preparazione del vertice con Macron sembrerebbe proprio di sì, i settentrionali  non vogliono alcun sistema politico comune coi meridionali, non si capisce perché i meridionali non ne prendano atto e ne traggano conclusioni.

RIFLESSIONI INTORNO A “IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE” DI PIERLUIGI FAGAN_ di Massimo Morigi

CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE O CULLA DEL NUOVO MONDO? RIFLESSIONI INTORNO A “IL CONFLITTO PERMANENTE COME CULLA DEL NUOVO MONDO MULTIPOLARE” DI PIERLUIGI FAGAN

DI MASSIMO MORIGI

Come del resto per palesemente manifestata intenzione comunicativa dell’autore, l’assai denso e stimolante contributo di Pierluigi Fagan per “L’Italia e il mondo”,  Il conflitto permanente come culla del nuovo mondo multipolare (URL di riferimento: http://italiaeilmondo.com/2018/04/05/il-conflitto-permanente-come-culla-del-nuovo-mondo-multipolare-di-pier-luigi-fagan/, WebCite: http://www.webcitation.org/6ySWLdQbR;https://pierluigifagan.wordpress.com/, WebCite: http://www.webcitation.org/6ySWkATvg) contiene due distinti livelli di analisi. Il primo, mostrato immediatamente in apertura del contributo, riguarda il problema di come e se si possa parlare di conoscenza scientifica nelle scienze politiche e sociali (Fagan, per la verità, non usa questa impostazione terminologica ed epistemologica ma ci mette in guardia contro le “false analogie”che, come sappiamo, sono state la grande trappola di tutte quelle impostazioni – in primis quella della scuola positivista, ma di questa ingenuità “analogica” non solo il positivismo si è macchiato, come ben illustra riguardo il moderno realismo classico l’articolo di Fagan –,  che volevano rendere le scienze storiche e sociali una scienza di tipo meccanicistico-naturalistico). Il secondo, che attraversa ed innerva tutto il contributo, è volto a dare un volto ed una fisiologia al nuovo mondo multipolare che stiamo vivendo dopo la caduta del muro di Berlino. Ma Fagan non vuole limitarsi a fornirci (in tutto il suo intervento: in maniera egregia) questa rappresentazione ma lo scopo finale del contributo, in gran parte riuscito (poi con qualche distinguo che avanzeremo), è intrecciare il livello di critica epistemologica contro una metodologia interpretativa facilona ed analogica del ragionamento sulla storia e la società basata  sulle false analogie con la presa d’atto del  mutamento in senso multipolare dello scenario internazionale, in un percorso argomentativo dove questo mondo multipolare, proprio per la sua novità, è da un lato la pietra tombale dell’ingenuità di tipo analogico e, dall’altro. ci deve introdurre alla consapevolezza di una visione dove il conflitto attraversa tutti i livelli dell’umano operare. Forse il passaggio dove meglio viene esplicitata questa tensione all’unione del livello della costruzione di una nuova teoresi storica e sociale con la sua (brillante) presa d’atto della multipolarità dell’attuale (e futuro) scenario internazionale è il seguente: «Quello nel quale siamo già immersi è un sistema multipolare sbilanciato con conflitto permanente. Potremmo dar nome a questa interpretazione come nuovo “realismo complesso”, un realismo che reinterpreta le costanti storiche all’attualità del mondo di oggi profondamente diverso da quello di ieri. “Conflitto” prende qui un nuovo significato che include varie forme di confronto armato ma non è riducibile solo a quello, prende il posto della guerra tradizionale dilatando però il fronte ed il tempo della tenzone. Oggi le potenze si muovono in uno scenario multidimensionale.» Il realismo che quindi dovrebbe essere all’altezza dell’interpretazione del nuovo mondo multipolare viene definito come un «nuovo “realismo complesso”» , un nuovo realismo complesso che, come il lettore potrà verificare dalla lettura del contributo, partendo dai due caposcuola del realismo politico Hans Morgenthau e Kenneth Waltz, intende su questi due autori compiere una sorta di hegeliana Aufhebung che faccia giustizia soprattutto delle false analogie che, come ben ci mostra Fagan, hanno sempre afflitto anche un’impostazione interpretativa della politica, il realismo, che, proprio per onorare il suo termine, dovrebbe stare religiosamente attaccata alla realtà effettuale e rifuggire dalle facili ed ingenue analogie tanto giustamente deprecate da Fagan (e tanto inutili, sottolinea assai opportunamente sempre per Fagan, a comprendere il nuovo mondo multipolare che non ha nessuna analogia col vecchio mondo bipolare dove esercitarono la loro dottrina Morgenthau e Waltz). Ma questo superamento/conservazione del moderno realismo politico classico (quello, per intenderci dei sunnominati Waltz e Morgenthau e di tutti coloro che hanno operato sulla loro scia nel secondo dopoguerra: per lo scrivente discorso molto diverso per il realismo à la Tucidide e, soprattutto,  à la Machiavelli, assolutamente  costoro più dialettici e teleologici dei due autori realisti che hanno segnato gli ultimi settant’anni di studi) questa Aufhebung alla luce di un nuovo realismo complesso, trova una completa definizione in Il conflitto permanente come culla del nuovo mondo multipolare? Su questo punto è lecito avanzare qualche perplessità e questo non per mancanza di acutezza critica e nell’analisi delle fallacie interpretative del moderno  realismo classico o della nuova situazione che si è prodotta nel mondo con la polverizzazione dei centri di potere ma perché nell’attuale scienza politica (e quindi questa critica non è solo per Fagan ma è anche per lo scrivente) deve essere ancora compiuto dal punto di vista della teoresi politica quel percorso di completo distacco dal meccanicismo positivistico (e quindi, di riflesso, anche dalle false analogie tanto deprecate da Fagan). Ma, del resto, è proprio Fagan ad indicarci che è proprio questo il punto che deve essere superato quando scrive che «Gli stati non sono gli atomi della fisica realista, sono entità intenzionali ed autocoscienti ». Qui Fagan con “fisica realista”si riferisce specificamente alla dinamica dei rapporti internazionali come meccanicisticamente e violentemente inquadrati dal realismo alla Morghenthau o alla Waltz ma ci sia consentito di fare un (benevolo) processo alle intenzioni a Fagan dicendo che il nostro ha (giustamente) indicato un Écrasez linfâme! nel meccanicismo pseudonaturalistico di stampo galileano e poi positivistico e neopositivistico che ormai da cinque secoli sta ammorbando le scienze storiche e sociali. A questo punto nel rilevare il non ancora soddisfacente percorso teorico del nuovo realismo politico proposto da Fagan, si potrebbe evidenziare con la matita rossa il non avere affrontato il problema del costruttivista Alexander Wendt, cioè se sia condivisibile o meno l’impostazione che l’anarchia del sistema internazionale sia un dato di natura prettamente culturale e per niente “meccanica”(problema affrontato dal Alexander Wendt in Id., Anarchy is what States Make of it: The Social Construction of Power Politics in “International Organization”, Vol. 46, No. 2. (Spring, 1992), pp. 391-425, articolo consultabile all’URL https://people.ucsc.edu/~rlipsch/migrated/Pol272/Wendt.Anarch.pdf e che noi per la sua importanza abbiamo anche caricato  su Internet Archive agli URL https://archive.org/details/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf e https://ia601506.us.archive.org/7/items/AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf/AlexanderWendt.AnarchyIsWhatStatesMakeOfIt.TheSocialConstructionOfPowerPolitics.pdf), oppure, per risalire alle origini della geopolitica (geopolitica e realismo politico moderno, come si sa, hanno stretti vincoli di parentela, e senza voler forzare troppo la mano, si potrebbe dire che il moderno realismo politico è, per molti versi, la traduzione anglosassone del secondo dopoguerra  della geopolitica di area tedesca – cfr. Patricia Chiantera-Stutte, Il pensiero geopolitico. Spazio, potere e imperialismo fra Otto e Novecento, Roma, Carocci Editore, 2014; e nonostante questa strettissima filiazione con il moderno realismo politico di area anglosassone, geopolitica condannata alla damnatio memoriae per i suoi reali, e presunti,  legami col nazismo – Haushofer maestro di Rudolf Hess, Hess  a sua volta sinistro Virgilio di geopolitica di Hitler incarcerato nella prigione di Landsberg am Lech dopo il fallito putch di Monaco e che durante questa dorata carcerazione, potendo anche approfondire la sua superficiale conoscenza della geopolitica, scrisse il Mein Kampf – e per l’essere stata  considerata la Germania del  Novecento – e quindi in extenso tutta la sua cultura politico-strategica, fra cui in prima fila la geopolitica –  la protagonista e colpevole per l’annientamento a livello globale dell’importanza del Vecchio continente), il non avere Fagan citato  Kjellén e la sua concezione dello Stato come forma di vita (Rudolf Kjellén, Staten som lifsform, Gebers, 1916): il punto vero è che sia Wendt che Kjellén, pur andando nella giusta direzione di un modello teorico antimeccanicisitico, né riescono, in fondo, a proporne uno alternativo né escono, di conseguenza, dalle false analogie tanto giustamente deprecate da Fagan.

In particolare, in Wendt, seppur particolarmente sentita la necessità di uscire dal modello meccanicistico di stampo galileiano, e allo scopo Wendt arriva a ricorrere alla meccanica quantistica da lui ritenuto alternativo alla fisica meccanicistica galileano-newtoniana (cfr. Alexander Wendt, Quantum mind and social science: unifying physical and social ontology, Cambridge, Cambridge University Press, 2015; questa impostazione “quantistica”, denunciando a giudizio del Repubblicanesimo Geopolitico, una notevole e del tutto giustificata “nostalgia” verso un ritorno di una dialettica di stampo hegeliano) non ci si decide mai, alla fine, di prendere il coraggio a due mani arrivando ad affermare, come invece in Fagan, che gli Stati  “sono entità intenzionali ed autocoscienti” ma il suo costruttivismo è orientato ad affermare che l’intenzionalità ed autocoscienza degli Stati sono, in ultima analisi, un espediente euristico per giudicare la dinamica interna ed esterna di  questi Stati e non un giudizio in merito alla loro intima natura (così facendo, è ovvio, Wendt evita false analogie di tipo organicistico ma, altrettanto ovvio, compie un debole compromesso verso quel meccanicismo che egli vorrebbe demolire in direzione di un organicismo che dovrebbe sì lasciarsi alle spalle ogni falsa analogia ma che per essere veramente epistemologicamente innovativo e produttivo dal punto di vista di un rinnovato realismo dovrebbe andare, come però non riesce alla fine ad accadere in Wendt, alla riscoperta di un organicismo antimeccanicistico lungo la direttiva teleologica – e, aggiungiamo noi, intimamente dialettica e, quindi, in ultima analisi, hegeliano-idealistica –  Aristotele-Machiavelli).

Kjellén, al contrario, col suo Stato come organismo vivente, compie sì un grande e coraggioso passo ma in lui è fortissima la presenza della falsa analogia di una visione certamente organica ma visione organica che è quasi totalmente in preda di un organicismo di stampo positivistico e meccanicistico (e, vista l’epoca, senza alcuna possibilità di fuoruscita dalla stesso attraverso la fisica “alternativa” della meccanica quantistica, in primis dei suoi principii, da un certo punto di vista alquanto dialettici,  della superposition quantistica, della complementarietà e, last but not the least per la sua immensa portata teleologica, dell’observer effect).

In conclusione, il problema è uscire dalle false analogie nel giudicare gli eventi storici e sociali, false analogie che possono originare semplicemente dal paragonare l’attuale mondo multipolare con l’appena tramontato mondo pre caduta muro di Berlino, ma, ancor più grave, false analogie che ci giungono dal vedere il mondo delle relazioni umane dominato da schemi meccanicistici e in cui, in questo caso, la corretta  via d’uscita è dotare, come ha fatto Fagan, gli Stati e le formazioni sociali umane (ma, aggiungiamo noi, anche non umane) di una loro capacità organica (ma qui con il rischio che questa loro natura organica sia immiserita e snaturata, a sua volta, da una sorta di meccanicismo deterministico, o ancor peggio – e qui lo diciamo di sfuggita, ma rischio che deve essere sottolineato –  che la natura organica e  quindi teleologica e quindi dialettica di questi aggregati – ineludibile natura teleologica e dialettica degli aggregati organici sociali, storici, culturali o biologici che siano, in assenza della quale questi non potrebbero relazionarsi con l’ambiente e, quindi, in ultima istanza, esistere: rimandiamo ancora una volta a Richard Lewins, Richard Lewontin, The Dialectical Biologist, Harvard University Press, 1985 – venga confusa con una sorta di spiritistico  ed irrazionalistico élan vital di bergsoniana memoria).

E allora? Ci permettiamo di indicare (non di dimostrare, per carità, le dimostrazioni le lasciamo ai geometri neopositivisti) la risoluzione sciogliendo la domanda retorica del titolo di queste riflessioni al contributo di Fargan in senso positivo e quindi affermando che il conflitto non è solo la culla del nuovo mondo multipolare ma è, soprattutto, la culla del mondo tout court. Ed affermando, inoltre, che perché questa “culla del mondo” possa essere il luogo di un conflitto umanamente profondo e produttivo, non è possibile prescindere da un’autentica e sentita filosofia della prassi che non si limiti ad analizzare il conflitto ma che questo conflitto costituisca e riconosca come categoria gnoseologica ed epistemologica interiormente vissuta e progressivamente ed attivamente proiettata verso una realtà esterna che, proprio in ragione di questa comune natura conflittuale, sia dinamicamente e dialetticamente legata all’agente che ne ha compresa la comune radice creativo-dialettico-strategico-conflittuale.

La proposta è, quindi, aggiornata sul piano empirico dalla consapevolezza di uno scenario politico multipolare   (e magari integrata sul piano delle scienze naturali dagli interessanti apporti euristici dati anche dalla meccanica quantistica ma non solo, vedi teoria del caos – antesegnano della quale Carl von Clausewitz ed il suo Vom Kriege ed epigenetica – vedi i lavori di Eva Jablonka, in particolare Eva Jablonka, Marion J. Lamb, Evolution in Four Dimensions: Genetic, Epigenetic, Behavioral, and Symbolic Variation in the History of Life, Bradford Books/The MIT Press. 2005 –, temi da noi già sfiorati in Dialecticvs Nvncivs e altrove, e che troveranno una più profonda trattazione in Glosse al Repubblicanesimo Geopolitico) ma su un piano teorico più alto, animata dalla consapevolezza della natura costitutiva del conflitto nella morfogenesi del mondo naturale ed umano lungo la direttiva di una filosofia della prassi che vede in Giovanni Gentile, Antonio Gramsci dei Quaderni del Carcere e nel György Lukács di Storia e coscienza di classe i suoi più recenti terminali ma che ha avuto inizio con la phronesis aristotelica per continuare con Machiavelli e poi con Hegel, quella stessa, in fondo, del “realismo complesso” indicata da Fagan. Ovviamente non pretendendo, proprio per la natura complessa di questo realismo, che egli possa concordare su ogni singolo punto qui esposto ma sperando, sempre per la natura complessa e quindi dialettica di questo realismo, che questo dibattito, ponendo la parola fine ad ogni ingenua, passiva e meccanicistica analogia, possa essere l’inizio di  nuove profonde ed attive linee di azione.

Massimo Morigi – 14 aprile 2018

 

 

Riguardo a   “La complessità di un mondo multipolare – Videointervista a Pierluigi Fagan”, di Massimo Morigi

Riflettendo in queste pagine dell’ “Italia e il mondo” sul   “ “Che fare” di Carl Schmitt. Europa, nuovi stati, Nomos del mondo” di Pierluigi Fagan (sempre pubblicato in questo blog) riassumevo nei seguenti termini il mio pensiero in merito all’odierno stato della scienza politica ritenendo che, pur nella differenza di impostazione nell’affrontare la storia del pensiero politico  fra lo scrivente e Fagan (a mio giudizio un eccesso di schematismo classificatorio in Fagan che lo porta a trascurare la presenza o meno della componente conflittuale-strategica dei singoli pensatori: «Ci sono pensatori politici di due tipi, quelli che rimangono teorici e quelli che bordeggiando contingenze pratiche, finiscono con l’addomesticare la propria teoria alla contingenza», scriveva in quell’intervento Fagan riferendosi a Carl Schmitt, accusando quindi il suo pensiero di strumentalismo e trascurandone perciò la drammatica ed euristicamente fondamentale  dialettica del confronto della teoria con la prassi politica), Pierluigi Fagan fosse pienamente convergente con me  nel cogliere il terribile deficit di pensiero che caratterizza le odierne classi dirigenti politico-intellettuali delle cosiddette democrazie rappresentative: «Conclusione che non conclude ma che (dovrebbe) aprire il cantiere del rapporto fra prassi e teoria politica: c’è indubbiamente diffusa una rinnovata consapevolezza che le vecchie mitologie politiche liberali e democraticistiche non stanno più letteralmente in piedi; ma c’è in tutti noi indubbiamente il bisogno di un rinnovato ed approfondito sforzo teorico-pratico per rimpiazzare queste consunte mitologie politiche. E l’odierno contributo di Pierluigi Fagan senza dubbio si inserisce validamente in quest’alveo.» Ora riguardo a “La complessità di un mondo multipolare – Videointervista a Pierluigi Fagan” pubblicata in tre parti in questo blog (caricata anche su YouTube e sulla quale piattaforma viene pubblicata nelle sue tre parti anche sul seguente unico URL  https://www.youtube.com/watch?v=MBVEzL4hsL0), non posso che confermare – e rafforzare – il mio giudizio totalmente positivo su questo studioso, giudizio positivo ulteriormente confermato in ragione non solo del fatto che nell’intervista Fagan ribadisce e argomenta ulteriormente l’attuale crisi che attraversa la teoresi politica ma fornisce anche indizi per fornire un contesto storico alla stessa. Per Fagan questa crisi di pensiero risale principalmente al periodo fra il primo ed il secondo dopoguerra (cita come esempio e della debolezza intrinseca di questo pensiero ed anche della scarsa produttività dello stesso il progetto della Paneuropa di Richard Nikolaus von Coudenhove-Kalergi e il Manifesto federalista di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, risibili non solo per la – dirigistica ed autoritaria –  utopicità di voler federare un’Europa che al massimo presa nel suo insieme, nell’insieme cioè delle sue immense differenze, potrebbe aspirare ad una confederazione ma anche ridicoli nel senso che sono state le uniche nuove proposte di un Vecchio continente in crisi che, invece, sul piano culturale ed artistico si era contraddistinto come l’iperproduttiva fucina della modernità); mentre, a mio giudizio, la crisi del pensiero politico moderno (e la crisi del Vecchio continente tout court, le quale due cose, come è di tutta evidenza, sono strettissimamente correlate) va piuttosto collegata col trauma della seconda guerra mondiale, conflitto che ha significato accanto alla giusta e sacrosanta damnatio memoriae del totalitarismo nazista e fascista anche la damnatio memoriae di un qualsiasi pensiero  non  di stretta osservanza universalista, liberale e/o comunista-internazionalista che fosse. Ma queste sono non dico questioni di dettaglio (non lo sono di dettaglio sia perché anche l’universalismo politico e filosofico possiede una sua dialetticità storica, e a seconda o no che si concordi sulla realtà di  questa dialetticità si è o reazionari –  absit iniuria verbis! – o appartenenti ad una tradizione realista-strategica ed intrinsecamente dialettica (Machiavelli, Mazzini, Marx, Gramsci, il György Lukács di Storia e coscienza di classe) ma certamente problemi che però non riescono ad occultare il fatto principale – e puntualmente rilevato da Fagan – che la crisi del pensiero politico occidentale – e della sua filosofia – non deriva dal fatto che la teoria ha giocato tutte le sue carte ma dal semplice dato di fatto che la crisi geopolitica dell’Europa, che ha avuto il suo acme nel Secolo breve, non poteva non produrre anche una contemporanea crisi di pensiero: non grande importanza, allora stabilire l’esatto terminus a quo, l’importante è avere ben presente il processo. Al giorno d’oggi la vera nobilitate di un pensiero e di un pensatore è sulla consapevolezza di questo inestricabile e dialettico nesso fra dato geopolitico e/o storico e dato teorico che si misura. Da questo punto di vista il pensiero di Fagan veramente molto attento, come ama concepirlo Fagan, al dato della “complessità” del mondo contro ogni ideologico tecnicismo ed invadente ed autoritaria tecnocrazia (ma noi, preferiamo dire: estremamente sensibile alla storicità e dialetticità dell’agire umano) si colloca veramente con grande autorità nell’alveo storicista di una filosofia della prassi che ha compreso che non esiste una evoluzione della teoresi politica qualora questa si consideri separata dalla “bassa” pratica del cambiamento del “politico”. E di questa non piccola consapevolezza dobbiamo continuare a ringraziare Pierluigi Fagan.

 

 

Massimo Morigi, 31 marzo 2018

 

 

 

 

 

 

 

La complessità di un mondo multipolare. Videointervista a Pierluigi Fagan_3a parte

Qui sotto il link della terza ed ultima parte dell’intervista. Pierluigi Fagan ha svolto per oltre venti anni la professione di imprenditore e manager. Da oltre tredici si è dedicato intensamente allo studio in vari campi, privilegiando in particolare l’ambito filosofico e teorico-politico. Nel 2016 ha pubblicato un libro edito da Fazi dal titolo: VERSO UN MONDO MULTIPOLARE, il gioco di tutti i gioche nell’era Trump. Buon ascolto

La complessità di un mondo multipolare. Videointervista a Pierluigi Fagan_1a parte

Qui sotto il link della prima delle tre parti dell’intervista. Pierluigi Fagan ha svolto per oltre venti anni la professione di imprenditore e manager. Da oltre tredici si è dedicato intensamente allo studio in vari campi, privilegiando in particolare l’ambito filosofico e teorico-politico. Nel 2016 ha pubblicato un libro edito da Fazi dal titolo: VERSO UN MONDO MULTIPOLARE, il gioco di tutti i gioche nell’era Trump. Buon ascolto

Europa, nuovi Stati, nomos del mondo, di Pierluigi Fagan

IL “CHE FARE?” DI CARL SCHMITT. Europa, nuovi Stati, nomos del mondo (1/2).

A cominciare da questo scritto, tratteremo una materia aggrovigliata che comprende l’attualità e la crisi del concetto di Stato, la risposta data con l’Unione europea e l’euro, questi due argomenti in relazione al divenire multipolare del Mondo, quale altra possibile strada si potrebbe percorrere riconoscendo l’esistenza di un problema-Stato ma non riconoscendosi nelle attuali soluzioni date. Lo faremo “con” e “contro” C. Schmitt che ci aiuterà anche a sviluppare -in seguito- una riflessione sulla geofilosofia. Questa è la prima parte di due di un primo approccio al non semplice tema.

Ci sono pensatori politici di due tipi, quelli che rimangono teorici e quelli che bordeggiando contingenze pratiche, finiscono con l’addomesticare la propria teoria alla contingenza. Il “bordeggiamento” citato è in qualche modo fisiologico visto che la destinazione della filosofia politica è la ragion pratica ma un conto è prevederla nel pensiero, altra cosa è piegare il pensiero alle occasioni della partecipazione della contingenza pratica. La linea del pensiero politico -diciamo così- “puro” la possiamo rappresentare con Aristotele, Machiavelli, Hobbes, Rousseau, Kant, Marx; la linea teorica che ha avuto contatti con la pratica la possiamo rinvenire in Platone, Bodin, Locke, Montesquieu, Hegel, Lenin-Mao. Ognuno di essi fa coppia con il corrispettivo dell’altra linea che gli è a volte coevo, a volte di poco successivo o comunque connesso per ispirazione od opposizione ideologica[1]. La prima linea ha il suo problema detto “problema teoria-prassi”, la seconda linea ha il problema di come la prassi, che essendo storica è sempre contingente, ha piegato la teoria. Carl Schmitt, il cui pensiero ha rilievo sul concetto del politico soprattutto in senso  giuridico, si inserisce in questa seconda linea ed ha in Hans Kelsen il suo corrispettivo inverso. Qui ci occuperemo solo del suo pensiero di politica internazionale per i rilievi critici mossi al modello anglosassone e la riflessione sulla crisi del concetto di Stato a cui diede soluzione con le idee di impero e grande spazio (Grossraum).

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L’idea di Schmitt, in politica internazionale,  era quella di collocare un termine medio tra lo Stato la cui logica e potenza vedeva in via di superamento già dai primi del Novecento e la posizione universalista-liberale basata su mercato e diritti individuali che sfociava nell’utopico (ma invero distopico) “One World”. Questo termine medio che egli basava sulla coppia “impero-grande spazio”, rivela concretamente  l’ intreccio di teoria ed opportunità pratica e contingente di cui dicevamo. Il concetto di impero, supererebbe lo Stato ma cosa sia l’impero per Schmitt non è facile da definire. Si tratterebbe specificatamente del Reich tedesco -o meglio- dei “tedeschi”, un soggetto politico-giuridico basato su una entità-identità etnica o come lui dice “nazional-popolare”. Per lo Schmitt nazional-socialista, sarebbe la nazione a determinare lo Stato e non viceversa. Schmitt non solo è un giurista ma è anche tedesco e conseguentemente, di solito, lucido e preciso nelle definizioni, come possa ritenere di fondare un diritto internazionale spostando il concetto della varietà a base del sistema da Stato a nazione in quanto popolo, non è però del tutto chiaro. Più chiaro diventa se ambientiamo la sua trattazione del 29 Marzo 1939 “L’ordinamento dei grandi spazi nel diritto internazionale. Con divieto di intervento per potenze straniere[2], all’attualità dell’istituzione del Protettorato di Boemia e Moravia  che datava -guarda il caso-, due settimane prima, il  15 Marzo 1939 e la precedente annessione dell’Austria. Il blitzkrieg della Campagna di Polonia invece, sarà del settembre dello stesso anno, previo patto di spartizione Molotov-Ribbentrop di Agosto.

Lo scritto quindi cercava di dare forma e dignità giuridica all’idea  della diade impero-grande spazio, per porla come principio di un nuovo diritto internazionale che modificava la struttura di quello dominante, quale i francesi e gli anglosassoni avevano ratificato ed imposto a Versailles nel 1919. L ‘impero dei tedeschi, la terza versione del  Deutsches Reich, doveva diventare il baricentro di un nuovo grande spazio,  stante che non tutti i popoli erano in grado di svolgere questa funzione ordinatrice, funzione che ora -diceva lui- con la guida del Fuhrer, i tedeschi erano in grado di svolgere riscattando una secolare debolezza politica che aveva fatto dell’Europa centro-orientale, un ventre molle, pulviscolare e disaggregato la cui funzione era stata quella di tenere in equilibrio il gioco della grandi potenze europee (Francia, Inghilterra, Russia). S’era imposta quindi una unificazione dei tedeschi che diventavano il popolo a base del concetto di impero che superava quello di Stato, che a loro volta imponevano la propria versione tedesca dell’americana dottrina Monroe rivista nel concetto di grande spazio, prefigurando un nuovo ordine internazionale di equilibrio e bilanciamento di potenza mondiale, basato appunto sulla logica degli imperi-grandi spazi, essenzialmente multipolare. Questa nuova unità metodologica, che riscriveva i parametri del diritto internazionale, “s’imponeva” nel senso che era frutto del decisionismo tedesco, stante che il “decisionismo” era la tipologia del diritto che Schmitt aveva già teoricamente perorato in opposizione al normativismo positivista di Kelsen,  mentre il grande spazio, era l’area amica del nuovo impero da interdire ai nemici secondo la partizione amico-nemico che Schmitt dava come definizione stessa del “politico”. Nel suo contingente, l’impero-grande spazio dei tedeschi, era la resistenza alla doppia -minacciosa- pressione dei due universalismi, quello a guida anglosassone del mercato con diritti individuali ad ovest e quello sovietico del comunismo dei diritti sociali ad est. Per Schmitt, parafrasando la Thatcher, non c’erano né individui, né classi ma solo il popolo etnicamente omogeneo che si fa Stato. In seguito sarà il caso di tornare su questa tripartizione dell’unità metodologica che divide liberali, comunisti e nazionalisti ovvero se c’è davvero un primato dell’individuo, delle classi o del popolo-nazione e soprattutto se ciò che si sceglie come primato, escluda gli altri due concetti o li metta in gerarchia, stante che -a prima vista- le tre unità sembrano tutte legittime in quanto esistenti e non si capisce bene quali sono le ragioni per sceglierne una sola che tende ad escludere le altre due. Nel grande spazio, un’area circondante l’impero a cui veniva impedito l’accesso militare dall’esterno, rimaneva l’apertura al commercio mondiale ed alla pacifica interrelazione inter-nazionale. Il concetto di impero, si doveva fondare sulla omogeneità interna, ovvero sull’esistenza di una comune sostanza spirituale, culturale, storica, delle tradizioni e dei modi di vita di un dato “popolo”[3]. Gli Stati dei grandi spazi invece, ancorché tutelati dalle minacce esterne dal loro baricentro imperiale, dovevano rimanere politicamente, giuridicamente ed economicamente indipendenti e per tutti i versi, autonomi.

Distillando l’idea dalla contingenza, il puro dal pratico, Schmitt vedeva un mondo in cui il piccolo-medio Stato europeo non era più idoneo al nuovo ambiente politico mondiale, già da tempo.  Con la prima guerra mondiale era terminata la lunga modernità a baricentro europeo, e quindi era terminata la logica di quell’equilibrio concertato nel quale le potenze europee, con l’accaparramento coloniale,  avevano tutte trasferito il conato espansivo fuori del sub-continente. Avevano colonie nell’oltremare: Portogallo, Spagna, Inghilterra, Francia ed Olanda mentre gli Asburgo si erano espansi a danno degli ottomani ed i russi verso Asia Orientale e Centrale e la Siberia. Il Reich che rappresentava la rinascita e l’affermazione dei tedeschi e occupava ora quel territorio centrale prima camera di compensazione dei conati espansivi degli altri, non aveva possibilità di trasferire il proprio conato espansivo fuori d’Europa. Impedito per condizione geografica terranea (al pari dell’Austria-Ungheria e della Russia) e non -anche o solo- marina, ma anche perché era arrivato tardi alla spartizione essendo ormai gli appezzamenti coloniali saturati dagli altri. In più, alla prima fase moderna monopolizzata dagli europei ora subentrava la fase mondiale in cui oltre agli europei si presentavano alla contesa mondiale anche gli Stati Uniti ed il Giappone, nonché i russi in versione sovietica, ognuno a suo modo impero con i suoi conati di espansione ed egemonia su un loro grande spazio. Più tardi e già nel 1952, (L’Unità del mondo), intuisce che l’allora dualità americo-sovietica si sarebbe risolta in un nuovo mondo multipolare di cui però vede tracce già prima della seconda guerra mondiale. Oltreché per vocazione teutonica quindi, l’idea di impero in quanto Stato più grande, s’imponeva per ragioni storiche e di differente struttura della competizione che da europea, si era fatta mondiale.

La successiva spartizione polacca del ’39, rientrava ancora nei diritti di “riappropriazione dei tedeschi” che facendosi popolo unito e concedendo pari diritto di grande spazio in regime di reciprocità ai russo-sovietici, provavano ad imporre nei fatti la nuova logica del nuovo diritto internazionale. L’inizio della seconda guerra mondiale, ovvero la reazione anglo-francese proprio in occasione della spartizione della Polonia, altresì precedentemente silenti su Austria e Boemia-Moravia, si potrebbe quindi leggere come l’inammissibilità di questo nuovo diritto da parte dei detentori dello standard.  In ogni epoca l’idea dominante è quella delle potenze dominanti e chi muove guerra lo fa sul piano della potenza quanto su quello delle idee fondate su un qualche principio di legittimità. Schmitt, come molti teorici tedeschi con visione geopolitica, non era in favore della successiva esplosione imperialista nazista, a cominciare dalla disgraziata campagna di Russia. Il suo impero era uno Stato grande ed omogeneo etnicamente, una volta raggiunta la sua “naturale” espansione includente tutti i “tedeschi”, doveva rimanere in sé, pacifico a meno di non essere attaccato nel suo “grande spazio” di cui -per altro- Schmitt non dettagliò mai con precisione i confini. Tale potenza imperiale ma non imperialista, avrebbe esercitato la sua tutorship sul suo grande spazio non diversamente da quanto era nella logica iniziale (1823) della americana dottrina Monroe.

Schmitt si richiama positivamente e più volte nei suoi scritti del tempo alla dottrina Monroe, sia perché concettualmente concorde, sia per fondare il suo impianto su un atto di decisionismo già posto dal “nemico”, riconoscendo la logica del nemico si sarebbe potuto convenire un nuovo diritto internazionale comune. Ma la dottrina Monroe era intesa nella sua “logica iniziale” difensiva e non offensiva come poi gli americani più volte la reinterpretarono allargando tra l’altro l’area del loro unilaterale diritto prima all’intero emisfero occidentale (Americhe più i due oceani antistanti), poi oltre avendo in obiettivo l’egemonia sull’intero mondo. Secondo Schmitt, gli americani ereditavano la logica base del loro ordinatore di mercato dagli inglesi e tendevano per forza di questo a diventare una talassocrazia commerciale senza limiti e confini perché -in effetti- è nella logica stessa del “mercato” non avere limiti e confini, così come adottare l’ordinatore del mercato è proprio di tutti coloro che sono fisicamente isole e non risentono della logica del nomos della terra. Nei fatti però, né gli americani, né i sovietici, né Hitler seguivano la logica pura del diritto che seguiva Schmitt. La sua cattedrale giuridica fondata sul sistema impero-grande spazio, avrebbe -nei suoi auspici-, rappresentato il nuovo ordine mondiale in un sostanziale equilibrio di potenza multipolare nel quale le potenze imperiali rimanevano in dialogo economico, politico, giuridico, astenendosi dalla guerra nel riconoscimento del diritto reciproco tra nemici, pacifici quindi non per astratto “pacifismo” ma per reciprocità nello stato d’equilibrio. Ma la contesa delle posizioni in questo primo accenno di situazione multipolare, non era ancora pronta per la via giuridica, come sembra non lo sia ancora oggi. La divergenza tra pensatore e realtà nasce sempre dal fatto che il pensatore, vincolato al suo sguardo specialistico, non pensa assieme tutte le variabili del sistema e del suo contesto, la sua teoria può spesso essere in anticipo sulla realtà (non è sempre l’hegeliana “nottola di Minerva”), in più, la realtà è sempre sovradimensionata in complessità rispetto alla teoria che ne è immancabilmente una “riduzione”.

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Questa parte pura del ragionamento di Schmitt ha -oggi- innegabili ed inquietanti aspetti forti di attualità. La sua percezione sulla crisi e superamento dello Stato (europeo) di allora, e ci riferiamo addirittura a gli anni ’20,  sembra del tutto esente da considerazioni demografiche, economiche, culturali e religiose, è una percezione del tutto polarizzata da fatti politici, giuridici e militari. Ma se era a suo tempo attuale (e condivisa da coevi scritti francesi ed inglesi) questa sensazione di inadeguatezza dello Stato europeo, oggi che sommiamo a gli aspetti politici, giuridici e militari tra l’altro viepiù vincolanti e limitanti, quelli economici e finanziari ma anche culturali della globalizzazione, nonché l’esuberanza del mondo islamico e le asimmetriche demografie, nonché i problemi planetari quali quelli ambientali, tale attualità  è da rilevarsi addirittura in misura maggiore. Colpisce però questa sicurezza nella diagnosi di insostenibilità del formato di Stato europeo proveniente da lunghe durate precedenti, nella letteratura di un secolo fa, colpisce il fatto che forse -oggi- monopolizzati da immagini di mondo economiciste, noi si faccia diagnosi superficiali di problemi che affondano radici nella lunga durata ed in fenomenologie più complesse.

Se il Deutsche Reich, il grande Stato dei tedeschi in forma di impero, lo soddisfaceva come potenza europea continentale di prima grandezza, è per noi altresì evidente, nella nostra attualità, che la Germania riunificata è fuori standard rispetto al livello dell’Italia, della Francia e per quanto non prettamente “europea” anche della Gran Bretagna, oggi -rispetto ad allora- ben più ridimensionata. Altresì, sebbene interpretato per via economica-monetaria oltreché giuridica con l’Unione europea e l’euro, dobbiamo rilevare attuale anche l’idea del grande spazio di cui lo Stato potente si circonda ma gli stati non tedeschi di questo grande spazio, invece che avere piena sovranità com’era nella teoria, in pratica, oggi sono tutti politicamente, economicamente-monetariamente e giuridicamente subordinati alla potenza tedesca. Schmitt non dettagliò mai la composizione del suo grande spazio ma a noi -oggi-, l’idea di fare da grande spazio ai tedeschi, non credo quadri.

In più, invece che essere i tedeschi militarmente potenti e tutor della difesa europea, siamo tutti noi e tedeschi inclusi, grande spazio degli Stati Uniti d’America. Non più solo come nella guerra fredda in via difensiva (Art. 5 della NATO) ma complici e partecipi di un sostanziale allargamento del grande spazio americano che offende il grande spazio russo (Ucraina, Georgia-Caucaso, Balcani, Baltico). Questa condizione subalterna, aggiunge a noi la privazione della sovranità nella politica estera, privazione che si somma a quelle inflitte dal dominio dell’”impero” di Berlino sul piano monetario-economico-giuridico. Poiché dire “impero” di Berlino è concedersi una semplificazione polemica che non spiega di come si sia venuta a creare questo dominio che di solito spieghiamo con la cooperativa degli interessi cosmopolitici delle élite neoliberali europee e non, occorre specificare che senza Parigi, Berlino non sarebbe stata in grado di imporre la sua visione dell’UE e neanche l’euro in quanto tale. Quando diciamo che l’UE e l’euro si basano sull’asse Parigi-Berlino descriviamo un fatto ma non ne ricaviamo una teoria. Sarebbe invece interessante sviluppare la teoria che oltre ai criteri economici e monetari delle élite dominanti potenziate dall’ideologia neo-liberista e del ruolo tutelare svolto da Washington, osservi anche quelli geopolitici che legano tra loro i due soggetti ingombranti. Europa, euro, globalizzazione, ancorché sistemi che hanno fini a promotori economici, sono pur sempre figli di una deliberazione giuridica, deliberazione che in qualche modo deve pur sempre far capo ad uno o più Stati.

Se ci si immerge nella mentalità dell’altro, dei francesi e dei tedeschi, nel loro “inconscio storico” segnato da Napoleone che esonda in Germania, la Crisi del Reno, il conflitto franco – prussiano del 1871 che portò i tedeschi a Parigi a terminare la Comune, la prima guerra mondiale e la lunga contrapposizione nell’orrore delle  trincee, a cui fa seguito Versailles con l’annessione francese dell’Alsazia-Lorena, l’umiliazione della Renania e l’occupazione della Ruhr, a cui fa seguito il disordine di Weimar e la reazione orgogliosa dei tedeschi versione nazisti che poi sfocia nella seconda guerra mondiale in un altro mattatoio e nuova occupazione di Parigi, non si può non considerare il fatto che tedeschi e francesi abbiano avuto -ed abbiano- forte il senso della problematicità del loro vicinato[4].

Ed è la cronologia dei fatti storici del dopoguerra a dirci che tra le tre diverse forme europee post-belliche di comunità (del carbone e dell’acciaio, atomica, economica) tutte degli anni’50 e la successiva fusione unificante del ’67, si colloca quel trattato dell’Eliseo tra De Gaulle ed Adenauer (1963) che, trasformando la storica inimicizia in promessa di amicizia, sancisce la diade politica direttiva egemone sull’intero processo unionista, diade tutt’oggi agente e proprio oggi richiamata in campo dal nuovo progetto Macron-Merkel.  Ed è la storia del processo di istituzione dell’euro a dirci quale fu il ruolo dell’intesa tedesco-francese, intesa basata sul diritto tedesco di imporre i suoi parametri a tutti meno che alla Francia la quale ha goduto in questi anni di molte esenzioni nel mentre occupava ruoli direttivi non sempre proporzionati alla sua effettiva potenza e reale brillantezza economica[5]. L’UE e l’euro hanno ovviamente molte cause e ragioni ma in buona sostanza, potrebbero ben definirsi il trattato di pace franco-tedesco il cui prezzo viene pagato da tutta l’Europa. Ogni volta che ci ricordano che queste istituzioni, “evitano la guerra”, è a questa problematica convivenza franco-tedesca, a questo antico motore della guerra sub-continentale  che si allude. Non si può spiegare quindi l’”impero” di Berlino se non considerando il ruolo di garante e legittimante offertogli da Parigi, “poliziotto buono” della coppia[6] in cambio del ruolo di co-leadership, con loro comune beneficio finale di aver scaricato le tensioni reciproche sul resto d’Europa, rimescolando in un minestrone mal digerito, il “sogno di una cosa” dei francesi Abate di Saint-Pierre e Rousseau da una parte e del tedesco Kant dall’altra. Ed anche il repertorio mitico, visto che non c’è una Costituzione politica europea effettiva, ha riesumato quel Carlo Magno che in quanto franco è l’unico antenato comune tanto dei francese che dei tedeschi.

Il sistema EU-euro, sembrerebbe quindi pensabile come una risposta alle contraddizioni interne del sub continente travagliato dalla conflittuale convivenza dei due pesi massimi, che scarica i costi di mediazione su tutti gli altri e concede ai due diarchi pace, potenza relativa e vari tipi di egemonia, per affrontare l’impegnativo gioco multipolare. La Francia, nella modernità, avrebbe preso il ruolo che nel Medioevo aveva il papa, quello di legittimante. Forse nelle nostre critiche all’europeismo, ci concentriamo troppo su Berlino ed osserviamo tropo poco Parigi, forse guardiamo troppo i fatti economici e troppo poco quelli geopolitici, le classi e non le nazioni, i mercati e non gli Stati.

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[1] Mentre Platone, nell’Accademia, formava veri e propri consulenti di governo che ebbero poi altrettante esperienze pratiche e lui stesso con Dionigi di Siracusa (e come cambia il pensiero politico attribuito a Platone tra Repubblica, Politico e Leggi, forse proprio in ragione di quelle esperienze), Aristotele nel Liceo, colleziona costituzioni e per ragioni politiche dovette addirittura scappare da Atene. Mentre Machiavelli perde la sua posizione di Segretario e scrive appassionato tutto quello che avrebbe detto al suo Principe se solo gliene fosse data l’occasione, Bodin fa  da Consigliere a Enrico III, è egli stesso parlamentare. Mentre Hobbes scrive il Leviatano stando in Francia ed osservando da lontano la Guerra civile di Cromwell, Locke è segretario del Lord cancelliere Shasftsbury e con i Due trattati sul governo, deve giustificare ex post la Gloriosa rivoluzione. Il nobile di toga Montesquieu è senz’altro più inserito del Rousseau che vaga per l’Europa ospitato da amici, coltivando sempre più un senso paranoide di solitudine. Mentre Hegel elabora la dottrina dello Stato etico prussiano ricavandone la cattedra di Berlino, Kant si auto imbavaglia per non polemizzare oltre il dovuto con Federico Guglielmo II. Così mentre Marx teorizza la fine dello Stato e la sua definitiva estinzione, Lenin ci pensa su e scrive Stato e rivoluzione e Mao fa la rivoluzione con la Lunga marcia che in realtà era una lotta di liberazione nazionale dall’invasione Giapponese, una riappropriazione dello Stato cinese (da sempre un impero) che ancora oggi non ci pensa minimamente di estinguersi.

[2] Lo scritto è contenuto in: C. Schmitt, Stato, Grande Spazio e Nomos, Adelphi, 2015. Questo volume è ricco di molti altri spunti nei suoi altri dodici saggi che lo compongono. Per evitare note ipertrofiche, abbiamo omesso i successivi, precisi, riferimenti.

[3] E. Hobsbawm, notò -a ragione- che l’idea dei popoli (diritto all’autodeterminazione) come unità base del politico, venne introdotta nel diritto internazionale da W. Wilson nel Trattato di Versailles. E. Hobsbawm, Nazioni e nazionalismo dal 1780, Einaudi, 1991. Peraltro, prima di lui, lo aveva notato anche lo stesso Schmitt sempre a caccia di principi di legittimità presi dal “nemico”.

[4] I fatti brevemente ricordati che in sede storica sono addirittura categorizzati nell’espressione “ostilità franco – tedesca” o “inimicizia franco – tedesca ereditaria”, vennero declinati in quella franco – prussiana, franco – asburgica, in quella, continua, del Rinascimento e del Medioevo -indietro- fino alla spartizione ereditaria dell’unità carolingia dalla quale partono anche le prime formazioni delle rispettive lingue nazionali.

[5] Di contro, si noti l’asimmetria militare per la quale la Francia, pur scivolando nel tempo a rango di media potenza per ragioni internazionali, ha a lungo mantenuto una sua autonomia militare, inclusa l’atomica ed il seggio di rappresentanza nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, mentre la Germania è rimasta praticamente disarmata. Chi ha l’arma non ha la moneta, chi ha la moneta non ha l’arma.

[6] Si torni alla crisi greca del Luglio 2015 e si ricordi il ruolo mediatore giocato da Hollande o la sorridente umanità dei burocrati francesi di Bruxelles che sembra tanto preferibile -nella forma- rispetto ai prestanome tedeschi (in genere olandesi e finlandesi), quando non differisce da questi -nella sostanza- di una virgola.