Kissinger, l’Ucraina e l’Ordine del Mondo, di OLIVIER CHANTRIAUX

Proseguiamo con il dibattito seguito all’intervento di Henry Kissinger al WEF, del quale abbiamo già offerto la traduzione. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Il 23 maggio, parlando in videoconferenza al World Economic Forum, Henry Kissinger ha fatto sentire una voce discordante [1] . Il messaggio principale di Kissinger non è che l’Ucraina dovrebbe accettare concessioni territoriali. Le sue osservazioni mirano a sottolineare l’urgenza della diplomazia in un clima di superiorità.

Contrariamente a molti media, così inclini a leggere le notizie internazionali in termini manichei, Kissinger ha ricordato la necessità, per risolvere i conflitti in atto, di considerare con occhio razionale la permanenza della storia e di sostituire la logica dell’escalation delle esigenze strutturali di diplomazia.

In piena coerenza con quanto espresso nell’articolo da lui pubblicato nel 2014 durante la prima crisi ucraina, in cui sottolineava che l’Ucraina, “ponte” tra est e ovest, non doveva necessariamente scegliere tra l’una o l’altra di queste strategie strategiche polarità, Kissinger ha auspicato l’apertura di negoziati che permettano ai protagonisti di affermare i propri interessi e che la Russia riconquisti, a lungo termine, un posto o un ruolo in Europa. Ha inoltre incoraggiato i due maggiori attori della vita internazionale, Stati Uniti e Cina, a tornare sulla strada di un dialogo strutturato, disegnato con la costante preoccupazione di garantire l’equilibrio di un mondo ormai plurale.

Sottolineando la necessità di un ritorno alla storia e l’urgenza della diplomazia in un mondo afflitto da molteplici tensioni, Kissinger ha dato ancora una volta prova della costanza del suo pensiero, ha espresso le esigenze e la portata della sua lettura delle relazioni internazionali, irriducibili alle mode come nonché ad ogni facile appropriazione e che possiamo qualificare, per riassumere la formula, come realismo storico. Mostrandosi animato, all’alba del suo 99° compleanno, da un’irresistibile libertà intellettuale, ha, nel dialogo così instaurato con Klaus Schwab e con Graham Allison, criticando l’opinione più attuale, ha ricordato l’interesse universale a favorire, nella condotta delle relazioni internazionali e per garantire la pace globale, frutto di una razionalità concreta, forte del lungo tempo della storia.

Realismo storico

Agli occhi di Kissinger, innanzitutto, sembra innegabile che il popolo ucraino stia attualmente dimostrando eroismo. Ma l’ardore dispiegato nei combattimenti, da qualunque parte provenga, non basta certo a risolvere la crisi. Indica quindi che per quanto riguarda la storia e la geografia, che fanno della Russia un garante degli equilibri europei e dell’Ucraina una marcia, si dovrà trovare un compromesso diplomatico che permetta di ristabilire la pace. Facendo riferimento all’articolo da lui pubblicato nel 2014, Kissinger ritiene che “l’obiettivo ultimo” da privilegiare in vista della stabilità, anche se il contesto attuale è diverso, dovrebbe essere quello di erigere l’Ucraina in “una specie di Stato neutrale.Deplora, infatti, che invece questo Paese sia diventato o sia tornato, se si ricorda la sua storia, in prima linea tra raggruppamenti di Paesi in Europa.

Questa soluzione negoziata non va quindi ricercata, secondo lui, in una forma di escalation incontrollata, che avrebbe l’effetto di rigettare la Russia in seno alla Cina. Un simile sviluppo non mancherebbe ovviamente di apparire controintuitivo, in quanto si impadronirebbe del meccanismo del pendolo triangolare, che in precedenza aveva consentito agli Stati Uniti di controbilanciare le ambizioni di una di queste due potenze giocando un rapporto costruito con l’altra.

L’obiettivo così proposto da Kissinger, il negoziato ritorno allo status quo attraverso il riconoscimento di un’Ucraina neutrale, non va necessariamente contrapposto all’analisi che era stata quella di Zbigniew Brzeziński in The Grand Chessboard. Riprendendo, a sostegno della sua tesi, le categorie forgiate da Halford Mackinder, per il quale l’egemonia mondiale dipendeva dal predominio esercitato sul cuore della terra che è l’Eurasia, Brzeziński vedeva nello stato ucraino un importante “perno geopolitico”, la cui indipendenza poteva contenere le ambizioni imperiali russe. Conserviamo dalla sua analisi la famosa frase: “Senza l’Ucraina, la Russia cessa di essere un impero eurasiatico. »

La conseguenza che Brzeziński ne trae è che l’indipendenza dell’Ucraina dovrebbe essere garantita affinché la Polonia non diventi a sua volta un perno geopolitico sul confine orientale dell’Europa unita.

In effetti, la prospettiva aperta da Kissinger, che certamente segue un metodo di analisi diverso da quello di Brzeziński e non condivide la visione del mondo di quest’ultimo, non include alcuna messa in discussione dell’indipendenza dell’Ucraina: fa semplicemente della diplomazia la chiave per ristabilire un equilibrio. E se Brzeziński metteva in guardia gli Stati Uniti e l’Europa dagli appetiti russi, per evitare che un’ipotetica annessione dell’Ucraina avesse la conseguenza di trasformare a sua volta la Polonia in un “perno geopolitico”, Kissinger comprende che, al contrario, l’integrazione dell’Ucraina nelle alleanze occidentali sarebbe portare, del resto, a una situazione equivalente, in cui, concretamente, Russia e Occidente si troverebbero a diretto contatto. La paura di vedere presto la Russia,

Si può presumere che il presidente Biden, da sempre particolarmente preoccupato per l’Ucraina, veda nel conflitto armato di cui quest’ultima è teatro un’occasione imperdibile per indebolire la Russia. È per una tale ragione geopolitica che gli Stati Uniti ei loro alleati stanno consegnando un grande volume di armi all’Ucraina. L’Occidente sotto l’egemonia americana intende quindi porre fine alle ambizioni strategiche della Russia, sottoponendola alla prova di un duro logoramento.

Dai priorità alla diplomazia

Per Kissinger, l’attrito decisivo di una grande potenza in una regione instabile, a rischio di scatenare una guerra generalizzata e catastrofica, non può costituire di per sé un obiettivo. Lungi dal sopravvalutare la geografia di Mackinder, il realismo storico kissingeriano mira all’equilibrio e favorisce la conservazione dell’ordine mondiale. Pesa la posta: un’Ucraina dello status quo ante , indipendente ma neutrale, gli sembra preferibile a un’Ucraina totalmente integrata nei gruppi occidentali, che si ritroverebbero quindi vicina di una Russia umiliata in preda al risentimento.

Allontanandosi dalla tradizione di ostilità viscerale nei confronti della Russia condivisa da molti suoi connazionali, Henry Kissinger ha mostrato la sua preferenza per la razionalità dei diplomatici e ha ritenuto necessario che i protagonisti del conflitto ucraino si impegnassero in seri negoziati entro “due mesi”.

Di fronte a questo ritorno allo stato di guerra, Kissinger ha sostenuto la diplomazia, l’unico modo per ristabilire l’equilibrio. Perché Henry Kissinger attribuisce tanta importanza al concetto di equilibrio? Perché l’equilibrio si applicava alle relazioni internazionali, come ha insistito nella sua tesi sulla composizione diplomatica della situazione in Europa dopo la caduta di Napoleone, è sinonimo di pace globale in un mondo sempre più instabile, caratterizzato dal moltiplicarsi degli attori e sotto la minaccia nucleare. L’equilibrio non passa, però, per un’alienazione degli interessi di ciascuna potenza. L’interesse nazionale resta il concetto normativo che spiega il comportamento degli enti sovrani sulla scena mondiale, ma deve essere conciliato concretamente, attraverso la diplomazia, con le ambizioni concorrenti di altri poteri.

Così il concetto di interesse nazionale rimane significativamente diverso dalla volontà di potenza, la quale, decorrelata dalla realtà plurale del mondo, può tragicamente obbedire a una motivazione molto astratta. Come sottolinea Jeremi Suri nella sua analisi della diplomazia kissingeriana, l’interesse nazionale è al centro di una vera ed essenziale “strategia del limite “.

Distinto dalla pura volontà di potenza, l’interesse nazionale, come un diamante da lucidare, deve essere rigorosamente delimitato e adattato rispetto alle forze reali a nostra disposizione e alla configurazione di potere in cui l’azione pianificata deve inserirsi. Per sua definizione molto concreta, l’interesse nazionale si distingue necessariamente dalle rivendicazioni ideologiche, il cui oggetto è per natura illimitato e che spesso sono agitate per manipolare le masse.

In hollow quindi, la scommessa kissingeriana, che in questo caso si oppone all’overbidding dei media, porta a considerare che Vladimir Putin, la cui politica è violenta e condannabile, non sarebbe per niente animato da una pura volontà di potenza. giocherebbe ancora il gioco dell’interesse nazionale. Considerato indipendentemente dalla propaganda che sta attualmente diffondendo, lo scopo geopolitico del potere russo, così come formulato almeno dal conflitto georgiano dell’agosto 2008, consentirebbe comunque di attribuirle una presunzione di razionalità, anche se questa razionalità è contraria, è vero, a quello di altri poteri. In una parola, le pretese russe sarebbero limitate ed è proprio questa limitazione che permette a Kissinger di considerare la possibilità di una soluzione diplomatica a breve o medio termine.

Riferimento alla storia

Il riferimento alla storia, così tipico della cliopolitica kissingeriana 2] , che pone il consigliere di Richard Nixon in linea con l’ Historismus di Leopold von Ranke , sembra avvalorare questa analisi, in virtù della quale si deve considerare che la Russia fa parte dell’Europa, dove essa deve svolgere un ruolo speciale, anche se l’attuale conflitto sembra tracciare i contorni di un’altra geopolitica.

Questo ruolo storico consisterebbe nel consentire l’equilibrio europeo, nell’esserne catalizzatore, come accadde alla fine dell’epopea napoleonica e negli anni successivi, poi alla Germania prima del 1939, infine, nell’ultima fase della guerra mondiale II. La chiave di lettura della crisi attuale ci verrebbe così data dalla storia.

Attraverso le sue osservazioni, Henry Kissinger colloca il conflitto armato in corso, molto localizzato, nel contesto di una più ampia evoluzione geopolitica che si manifesterebbe e la cui posta in gioco sarebbe la configurazione dell’equilibrio mondiale. Osserva che la tentazione occidentale di intensificarsi, negando la diplomazia, avrebbe il probabile effetto di indurre la Russia ad allontanarsi definitivamente dall’Europa e ad avvicinarsi alla Cina, principale concorrente degli Stati Uniti. Per Kissinger, lasciare che la Russia si appoggi alla Cina e si allontani dall’Europa, in un contesto di forte conflitto, non sembra un risultato auspicabile. Un tale sviluppo non mancherebbe di mettere l’uno contro l’altro due campi, polarizzati rispettivamente da Washington e Pechino, e di minare l’ordine mondiale,

Il rapporto tra gli Stati Uniti da un lato e la Cina dall’altro rimane infatti strutturante per l’ordine mondiale. Dà la matrice dell’equilibrio internazionale. Come fa notare Henry Kissinger, la questione centrale del rapporto sino-americano nella fase a cui è giunta è l’instaurazione di una struttura di cooperazione in grado di garantire la stabilità del mondo. La questione taiwanese sorge certamente; e Kissinger ricorda che questo è un vecchio problema, che sarà sempre preso in considerazione. Allo stesso tempo, afferma che questo problema non dovrebbe cancellare la necessità di un modus vivenditra le due potenze rivali, che hanno la reciproca capacità di distruggersi a vicenda, né l’emergere di una nuova strutturazione del concerto internazionale, che faccia spazio a potenze in divenire, come India e Brasile, e da cui dipende, in definitiva, la stabilità dell’ordine mondiale.

Le questioni sollevate dalle attuali tensioni internazionali possono essere risolte, secondo Henry Kissinger, solo attraverso i canali diplomatici.

I negoziati tra le parti presenti permetterebbero probabilmente il ritorno a una forma di stabilità nell’Europa orientale, di cui la neutralità di un’Ucraina ancora indipendente potrebbe essere la condizione principale. Così l’analisi dell’ex Segretario di Stato americano si unisce a quella del pensatore realista John Mearsheimer [10] , il quale, in occasione della crisi ucraina del 2014, aveva evidenziato l’interesse, sia per l’Alleanza Atlantica che solo per la Russia, a rimanere territorialmente separati da uno spaccato di stati neutrali.

Il messaggio principale di Kissinger non è quindi, nonostante le interpretazioni più rapide che sono state date alle sue osservazioni, che l’Ucraina dovrebbe acconsentire a concessioni territoriali. Sul punto, si può sottolineare che l’Ucraina ha acconsentito già prima dell’offensiva russa. Le sue osservazioni mirano a sottolineare l’urgenza della diplomazia in un clima di superiorità, di fronte a un mondo attraversato da tensioni, e la necessità di collegare ogni soluzione diplomatica con la più ampia definizione di un nuovo equilibrio globale tra le principali potenze, dialogo la cui strutturazione dovrebbe prevenire qualsiasi pericolosa escalation.

Con innegabile costanza, Henry Kissinger riformula la preoccupazione espressa, nel 2015, in un libro dal titolo esplicito [11] e invita i suoi ascoltatori, per il successo della pace, a non rinunciare a consolidare L’Ordre du monde .

https://www.revueconflits.com/kissinger-lukraine-et-lordre-du-monde/

 

Potere e diritto: potestas e sovranità #7, di PIERRE LOUIS BOYER

Continuiamo a pubblicare gli articoli di “Conflits”, parte del dossier dedicato al concetto di potenza. Buona lettura, Giuseppe Germinario

Nessun potere senza diritto. Giuristi e giuristi hanno riflettuto sui rapporti e sui legami del diritto di famiglia con il diritto internazionale, ponendo il riflesso della potestas e della sovranità.

Pierre-Louis Boyer è Preside della Facoltà di Giurisprudenza, Professore HDR presso l’Università di Le Mans.

Se la questione giuridica è intrinsecamente legata a quella del potere, è soprattutto che il potere segna un legame di dominio tra l’essere e la cosa, anche tra due esseri. Tuttavia, qualsiasi rapporto, o almeno qualsiasi regolamento di rapporto è, in sostanza, legale, l’adagio di Ulpiano tratto dal Digesto che fa legge “l’attribuzione a ciascuno di ciò che gli è dovuto” [1] e, per citare Platone , “La giustizia consiste nel rendere a ciascuno ciò che è opportuno  ” [2] . Lo stesso Montesquieu ha sottolineato questo legame tra potere e diritto, distinguendo tre forme di potere: quella di dettare legge, quella di regolare le relazioni internazionali, quella di regolare quelle interne:“Ci sono, in ogni Stato, tre tipi di poteri; il potere legislativo, il potere esecutivo delle cose che dipendono dal diritto delle genti , e il potere esecutivo di quelle che dipendono dal diritto civile .

In giurisprudenza esistono diverse applicazioni e definizioni della nozione di “potere”, ma che si tratti del potere esercitato o del titolare di tale potere, come può essere il potere pubblico o un “potere estero”, il potere resta l’attuazione da parte del titolare di un’autorità della sua capacità di imporre la propria volontà a un terzo. Tra il potere “potere” e il potere “ente detentore del potere”, entrambi stabiliti dalla legge, si può individuare una riflessione complessiva relativa all’espressione di tale potere, ma anche ai suoi limiti e alle conseguenze del suo esercizio.

La potestas romana e la famiglia

Nel diritto romano, attraverso la nozione di “  potestas  ”, il potere è esercitato sia sulla respublica come entità politica sia sulla famiglia come cellula primaria della vita politica romana. Il potere tribunicio, tribunicia potestas , è il potere dei magistrati romani che poggia sui diritti giurisdizionali e coercitivi [4]  ; questo potere ha una portata quasi assoluta su tutto il corpo politico romano [5] , motivo per cui Polibio scrisse che il potere tribunico era imposto a tutti, anche ai consoli [6]. Il potere paterno, dal canto suo, implica anche un potere legale e coercitivo, questa volta del padre di famiglia nei confronti del figlio, la patria potestas che fa del paterfamilias un giudice all’interno della cerchia familiare. Tuttavia, questo giudice è investito di tale potere da poter imprigionare, vendere o anche mettere a morte il figlio in potestate , cioè il figlio posto sotto il potere di questo giudice paterno [7] . Questo potere legalmente fondato deriva da questa prerogativa del diritto di vita e di morte del padre sul figlio, vitae necisque potestas , che si ritiene abbia il suo fondamento nelle origini regie di Roma [8]e che è perpetuato dalla Legge delle XII Tavole che lo introduce, di fatto, nello jus civile [9] .

Tale potere paterno si è perpetuato nei secoli, o in una continuità prettamente romanistica, o in una forma germanica chiamata mainbournie, o anche in una forma più contemporanea e condivisa chiamata “autorità genitoriale”, essendo il potere paterno sostituito da quest’ultimo con la legge del 4 giugno 1970 che prevede che “il bambino, a qualsiasi età, deve onore e rispetto al padre e alla madre” [10] . Il potere paterno ha subito, con questa evoluzione legislativa, una bilateralizzazione della sua attribuzione e, di conseguenza, un’effettiva riduzione rispetto a tale condivisione. Tale declino è proseguito con la legge 4 marzo 2002, che ha consentito l’esercizio congiunto della potestà genitoriale, d’ora in poi qualificata come co-genitorialità.

La patria potestas romana , e l’approccio patrimoniale al legame tra il padre e il gruppo familiare, portarono anche al potere coniugale, cioè a questa preponderanza del marito sulla moglie, in particolare riguardo a determinati atti diritti legali consentiti o meno alla moglie. Il cosiddetto matrimonio cum manu poneva la donna sotto la tutela del marito, integrandola nel patrimonio del detentore del potere. Diversi secoli dopo, il Codice Civile non sfuggì a questo approccio patriottico , e fu solo dalla fine dell’Ottocentosecolo che il potere coniugale è stato, a poco a poco, amputato della sua portata. La legge del 6 febbraio 1893 liberò le donne dal potere matrimoniale e conferì loro piena capacità giuridica; quella del 9 aprile 1881 autorizzava la lavoratrice sposata a fare depositi e prelievi dalla cassa di risparmio senza l’autorizzazione del marito; quella del 13 luglio 1907 permetteva alle donne di disporre liberamente del proprio salario; la legge 18 febbraio 1938 conferiva alla moglie piena capacità civile; e la legge del 22 settembre 1942 autorizzava la moglie ad aprire un conto in banca senza l’autorizzazione del marito, portando alla soppressione del dovere di obbedienza della donna e alla scomparsa dell’autorizzazione matrimoniale.

Potere pubblico e sovranità

Al di fuori delle relazioni interne, il termine potere, in diritto, si riferisce al potere pubblico, cioè a tutte le prerogative dello Stato e, per analogia, allo Stato stesso nonché alle altre persone pubbliche da esso dipendenti. Si può allora parlare di “sovranità” come caratteristica di questo potere pubblico, cioè la qualità suprema di chi esercita tale potere, la sua summa potestas [11] , sull’ente politico a lui soggetto. Jean Bodin definì la sovranità come segue: “il potere assoluto e perpetuo di una Repubblica” [12] .Gli sviluppi delle teorie assolutiste sotto l’Ancien Régime fecero sì che il potere pubblico fosse definito, prima dell’era rivoluzionaria, come l’esercizio di poteri illimitati. Tuttavia, il concetto di potere pubblico contemporaneo è una creazione del Consiglio di Stato nel XIX secolo , la giurisdizione amministrativa arrivando ad affermare nel 1873 che il potere pubblico non era illimitato perché poteva essere ritenuto responsabile [13] . Il giudice amministrativo ha così affidato alla legge il potere pubblico [14]  ; lo “stato di diritto ha prevalso sull’imperialismo del potere pubblico” [15] .

La sovranità dello Stato, in quanto potere pubblico, è il più delle volte correlativa al suo potere internazionale. È in relazione alla sua capacità di gestire il proprio ordine interno che lo Stato può definirsi una potenza a livello internazionale, pur sapendo che i suoi mutamenti interni non modificheranno il suo status di potenza internazionale. È quindi in relazione alla sua capacità di essere Stato, cioè di affermare il suo potere pubblico, che lo Stato può essere una potenza internazionale. Resta che uno Stato, ai sensi del diritto internazionale (vale a dire di entità governativa e territorialmente indipendente) oscilla nell’affermazione del proprio potere internazionale secondo la propria forza interna. Uno stato indebolito vede diminuire il proprio potere internazionale. Sorge allora la domanda, dal punto di vista del diritto internazionale, se potrebbe esistere un potere pubblico internazionale senza un potere pubblico interno: l’ONU può essere considerata una potenza? L’Unione Europea, senza sovranità, e quindi senza potere pubblico, può essere considerata una potenza internazionale?

Limita la violenza

Possiamo anche osservare che la produzione del diritto, e in particolare i mezzi del diritto, sono tanti poteri che consentono di evitare il collasso della società limitando la violenza. Infatti, la violenza interna alla società, sia che si adotti un approccio girardiano o altro antropologico, può portare “all’eradicazione della specie di per sé” [16] . Tuttavia, di fronte all’arroganzadi una violenza il cui potere può rivelarsi illimitato e, di fatto, distruttivo, la legge si oppone a un potere di regolazione, a un potere di mantenimento dell’ordine sociale. Infatti, i mezzi del diritto che sono il diritto, o anche la giurisprudenza, consentono di affermare all’interno di un tessuto sociale un potere di controllo di questa violenza. Viene poi sminuito, incanalato, grazie alla legge. Ad esempio, nel nostro Codice Civile, proteggiamo la proprietà e nel nostro Codice Penale condanniamo il furto, in modo che non venga effettuato alcun attacco a questa proprietà. Il furto è sanzionato perché la proprietà è legittimata dal potere legale del proprietario sulla cosa, il dominio . Il potere dei mezzi del diritto viene a proteggere il potere del diritto. François Terré studia questo“potere della legge contro la violenza”, sottolineando che “la forza della legge esprime brillantemente un dominio sulla violenza” [17] . Per certi versi, il diritto come potere limitante della violenza potrebbe essere assimilato al presupposto per l’espressione della nozione (o anche della virtù) di forza. Non si parla in diritto, inoltre, di forza probatoria, di esecutività o addirittura di forza maggiore e forza di legge?

potere e responsabilità

Si noti tuttavia che la nozione di potere resta sempre legata, in diritto, a quella di responsabilità, mediazione, misura, equità ( epikeia , per usare un termine aristotelico), implicando che un potere non si mette in opera solo in cambio di responsabilità proporzionale. La patria potestas romana implica che il padre di famiglia, in quanto capo di un gruppo che partecipa al corpo politico, sia responsabile degli atti dei membri del suo gruppo, ma anche che si comporti da buon cittadino. Una colpa civica, un fallimento morale come un abuso di potere, può quindi portargli, tramite la nota censoria , una pena di ignominia, vale a dire un degrado cittadino. Parimenti, il potere paterno, divenuto potestà genitoriale con la citata legge del 1970, implica una responsabilità naturale nei confronti dei figli, detta legge prevedendo che  «spetta al padre e alla madre l’autorità di tutelare il bambino nella sua sicurezza, salute e morale. Hanno il diritto e il dovere di cura, vigilanza ed educazione nei suoi confronti”.

In questa stessa impostazione, il potere pubblico è concepito come manifestazione di sovranità nei servizi che lo Stato rende ai singoli, e quindi ha una finalità, “la direzione del corpo sociale nel senso della giustizia”, ​​e una doppia responsabilità, ” rispetto dei diritti altrui” [18] da un lato e, conseguentemente, il risarcimento del danno cagionato dal titolare del potere pubblico dall’altro.

Infine, i poteri internazionali hanno anche una duplice responsabilità inerente al loro status: una responsabilità nei confronti dell’ordine internazionale in quanto soggetti di diritto internazionale, e una responsabilità politica e morale nei confronti dei singoli che li compongono.

Il potere del singolare (padre di famiglia, cittadino, ecc.) poggia quindi sulla responsabilità di quest’ultimo nei confronti di questo universale che è il bene comune, e il potere di un’entità universale plurale (Stato, potere comunità internazionale, ecc.) si basa sulla sua responsabilità nei confronti dei cittadini. Il principio del potere crea responsabilità, la legge è quindi la ricerca della proporzionalità tra il potere costituito e la relativa responsabilità. È dunque proprio il potere dell’essere che genera la sua responsabilità, il potere dell’essere sull’atto che produce comporta quest’ultimo: «Un atto è imputabile a un agente quando quest’ultimo è il suo padrone. ( in potestate ) fino al punto di esercitare su di lui il suo dominio sovrano ( dominium )”[19] . 

Anche da leggere

Guerra di diritto e diritto di guerra

[1] D. 1, 1, 10.

[2] Platone, La Repubblica , 332c.

[3] Montesquieu, Sullo spirito delle leggi , IX.

[4] M. Youni, “Violenza e potere sotto la Roma repubblicana: imperium, tribunicia potestas, patria potestas”, Dialogues d’histoire canadienne , n° 45, 2019, p. 37-64.

[5] C. Nicolet, Roma e la conquista del mondo mediterraneo (264-27 aC) , t. I, Parigi, p. 398-399.

[6] Polibio, Storia , VI, 12, 2.

[7] Dionisio di Alicarnasso, Antichità romane , II, 26, 4 e II, 27, 1.

[8] Y. Thomas, “  Vitae necisque potestas . Il padre, la città, la morte”, Pubblicazioni della Scuola Francese di Roma , n° 79, 1984, p. 499-548.

[9] Y. Thomas, “Remarks on domestic competence in Rome”, in J. Andreau, H. Bruhns (dir.), Kinships and family strategy , 1990, Roma, French School of Rome, p. 449-474.

[10] Legge n.70-459 del 4 giugno 1970, JO 5 giugno 1970, p. 5227.

[11] Hobbes, Leviatano , XIII.

[12] J. Bodin, I sei libri della Repubblica , I, VIII.

[13] TC, 8 febbraio 1873, Blanco .

[14] J.-P. Théron, “About the legittimità del giudice amministrativo”, in J. Krynen e J. Raibaut (a cura di), La legittimità dei giudici , Tolosa, PUSST, 2004, p. 97-102.

[15] G. Bigot, Introduzione storica al diritto amministrativo , Parigi, PUF, 2002.

[16] M. Serres, Risposta al discorso di accettazione di René Girard all’Académie française, 15 dicembre 2005.

[17] F. Terré, “Sul fenomeno della violenza”, Archives de philosophie du droit , n° 43, 1999, p. 243-252.

[18] M. Hauriou, Précis de droit administratif , Paris, Larose e Forcel, 1893, p. 10.

[19] Tommaso d’Aquino, Summa Theologica , Ia-IIae, q. XXI, a. 2. c: “  Tunc autem actus imputatur agenti, quando est in potestate ipsius, ita quod habeat dominium sui actus  ”.

https://www.revueconflits.com/puissance-et-droit-la-potestas-et-la-souverainete/

La grande strategia dell’Inghilterra, di OLIVIER KEMPF

Un articolo importante non solo per la ricostruzione storica e per la comprensione delle scelte di un paese dal recente passato importante, ridimensionato nel ruolo presente, ma con grandi ambizioni ed una ineguagliata capacità di muovere ed influire indirettamente sulle dinamiche geopolitiche. Il conflitto in Ucraina e la polarizzazione proatlantica di quasi tutti i paesi del Nord ed Est Europa sono almeno in parte l’esito di questo retaggio. Importante perché è la filosofia di fondo adottata per trasmissione culturale e simbiosi politica dalla potenza egemone da ormai oltre un secolo, ma che probabilmente sta conoscendo una fase di transizione e di probabile declino per molti versi simile a quella vissuta dal Regno Unito a cavallo tra ‘800 e ‘900. Le classi dirigenti statunitensi, in realtà, stanno mostrando una minore flessibilità nell’affrontare la fase transitiva al multipolarismo, segno dell’acutezza dello scontro politico interno e dell’influsso di diverse componenti culturali, in particolare tedesca, proprie di una formazione sociale particolarmente composita e polarizzata, incapace al momento di una sintesi coerente. Buona lettura, Giuseppe Germinario

La grande strategia dell’Inghilterra

di 

L’Inghilterra è un’isola. L’osservazione è nota, ma i geografi emettono subito chiarimenti: l’Inghilterra è solo una parte dell’isola principale (Gran Bretagna) che condivide con il Galles e la Scozia, a cui si deve aggiungere l’Irlanda del Nord (Ulster) per costruire il Regno Unito, a cui va aggiunta la Repubblica d’Irlanda (Eire) per finire nelle isole britanniche. Tuttavia, nonostante questi dettagli, nonostante il desiderio di indipendenza (Irlanda o Scozia) o addirittura di autonomia, ogni francese di solito designerà l’altra sponda della Manica con questo nome comune dell’Inghilterra. La rivalità è ancestrale come spesso accade in Europa quando si parla di Francia: il 20°secolo ci ha parlato del nemico ereditario parlando della Germania, facendoci dimenticare l’inespiabile lotta con la maggiore Spagna nei secoli XVI e XVII in particolare Ma è vero che abbiamo un rapporto millenario, contrastato e complicato con l’Inghilterra.

L’Inghilterra è quindi questa terra degli Angli, popolo germanico che, tra gli altri, si stabilì nell’isola al tempo delle grandi invasioni. Perché non solo Cesare o Guglielmo il Conquistatore riuscirono a sbarcare lì, ma anche tedeschi e vichinghi. Ciò diede origine ad una curiosa mescolanza tra antiche radici celtiche, poi romane e francesi, a cui infine se ne aggiunsero altre, più barbariche. Questa filiazione multipla non va omessa se si pensa a questo Paese: può manifestare talvolta una grande ferocia e poi la sua flemma e la sua correttezza possono improvvisamente scomparire. La versione più civile di questo tratto caratteriale è la tenacia e la testardaggine. Tuttavia, ci volle l’Inghilterra per passare da un paese scarsamente popolato e isolato alla più grande potenza del mondo,

Anche da leggere

Quando l’Inghilterra ha inventato la diplomazia dei diritti umani

Come spesso, tutto è iniziato con una sconfitta. Nel 1453, la battaglia di Castillon suonò la campana a morto per le ultime speranze inglesi di avere un punto d’appoggio nel continente: c’erano voluti duecento anni di guerra per giungere a questa conclusione: l’Inghilterra non avrebbe più il possesso diretto del continente europeo. Influenze ovviamente, possibilmente punti di appoggio (qui Gibilterra, là Malta o Cipro), sostenitori ovviamente, ma nessun territorio in quanto tale. L’Inghilterra tornò ad essere un’isola, in esclusiva. Dopo un Cinquecento segnato da una dichiarata autonomia (la creazione dell’Anglicanesimo), il Seicentosecolo conobbe molti problemi interni (prima rivoluzione, Rivoluzione gloriosa), ma si concluse con l’Atto di Unione del 1707 che legò la Scozia all’Inghilterra. È in un certo senso una prima colonizzazione e il Regno diventa il Regno Unito. Si stava aprendo un ciclo imperiale…

Le Americhe o commercio triangolare (XVII secolo )

Tuttavia, le sue prime fondazioni risalgono alla fine del XVI secolo . Infatti, la lotta contro l’impero spagnolo passò poi attraverso le lettere di razza consegnate ai corsari Francis Drake e John Hawkins, prima sulle coste del Nord Africa, poi fino alle Americhe. Dall’inizio del XVII secolo, l’Inghilterra stabilì i primi posti commerciali nelle Americhe e il Parlamento decretò che solo le navi inglesi potevano commerciare con le colonie inglesi Ciò portò a una serie di guerre con le Province Unite (Paesi Bassi) per tutta la prima metà del secolo, che permisero l’espansione dei possedimenti britannici: Giamaica nel 1655, Bahamas nel 1666. Nel continente americano, Jamestown fu fondata nel 1607 con la Compagnia della Virginia. Seguono altre colonie: Plymouth (1620), Maryland (1634), Rhode Island (1636), Connecticut (1639), Caroline (1663). Fort Amsterdam fu conquistata nel 1664 e ribattezzata New York, quando la Pennsylvania fu fondata nel 1681. Le colonie americane erano meno redditizie di quelle dei Caraibi, ma i vasti tratti di terra disponibili attirarono molti coloni. Nel 1670, la Compagnia della Baia di Hudson ricevette il monopolio delle terre scoperte in quello che sarebbe diventato il Canada.

Questo sistema doveva essere completato dalla fondazione nel 1672 della Royal African Company. Le condizioni economiche dei Caraibi, infatti, imposero un cambiamento nella coltivazione della canna da zucchero e quindi l’arrivo di molti schiavi neri. La popolazione africana delle isole passò dal 25% nel 1650 all’80% nel 1780 (e dal 10% al 40% nelle colonie americane, soprattutto quelle del sud). Da quel momento in poi, fu istituito un commercio triangolare con forti stabiliti nell’Africa occidentale per fornire schiavi alle colonie americane. Vengono deportati 3,5 milioni di africani (un terzo di tutte le vittime di questo traffico), il che garantisce la ricchezza di città come Bristol o Liverpool. Il primo impero britannico fu quindi americano.

L’Asia e la lotta contro i Paesi Bassi e la Francia ( XVIII secolo )

Alla fine del XVII secolo, Inghilterra e Paesi Bassi si interessarono all’Asia e al monopolio portoghese del commercio delle spezie. Se la Compagnia inglese delle Indie orientali fu fondata nel 1600 (l’America è ancora chiamata “Indie occidentali), furono gli olandesi a prenderne inizialmente il vantaggio, soprattutto perché i problemi politici interni inglesi ostacolavano il progresso. Dopo la Gloriosa Rivoluzione del 1688, Guglielmo d’Orange divenne re d’Inghilterra. Si raggiunge un accordo: agli inglesi il commercio dei tessuti, agli olandesi quello delle spezie. Ma a poco a poco il commercio del tè e del cotone si sviluppò e gli inglesi ne approfittarono all’inizio del 18° secolo .

L’Inghilterra era così riuscita a sconfiggere la potenza spagnola ea controllare la rivale navale olandese. Rimase al suo posto un ultimo avversario: la Francia. Ci vorrà un secolo per raggiungere questo obiettivo. Dal 1702 al 1714, l’Inghilterra ha preso parte alla coalizione contro la Francia durante la guerra di successione spagnola. Nel Trattato di Utrecht, l’Inghilterra riceve Gibilterra, Minorca e Acadia. Gibilterra è la principale risorsa strategica che blocca l’accesso al Mediterraneo.

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Dalla grandezza al declino

La Guerra dei Sette Anni iniziò nel 1756 e fu la prima guerra “mondiale”, viste le operazioni in Europa, India e Nord America. Nel 1763, al Trattato di Parigi, la Francia abbandonò la Nuova Francia (i famosi “arpenti di neve in Canada” derisi da Voltaire) all’Inghilterra e la Louisiana alla Spagna. In India, se la Francia mantiene le sue stazioni commerciali, deve abbandonare il suo piano di controllo del subcontinente. Il primo impero coloniale francese è dislocato. Parigi vorrà la sua vendetta e la otterrà qualche anno dopo appoggiando le colonie americane che si stanno ribellando contro Londra.

Tuttavia, la Compagnia delle Indie Orientali approfittò della nuova situazione: conquistò molti territori, amministrava più o meno direttamente, quindi organizzò un proprio esercito. L’India britannica divenne dalla fine del diciottesimo secolosecolo la più redditizia delle colonie britanniche e il “gioiello dell’Impero”. Contemporaneamente alla perdita delle tredici colonie americane durante la Guerra d’Indipendenza americana, resa possibile dal sostegno francese, in particolare dalla flotta di Grasse. L’Inghilterra mantenne alcuni possedimenti nei Caraibi e in Canada, ma ora si interessava principalmente all’Asia. Ha anche continuato la sua espansione in Oceania con l’esplorazione dell’Australia (James Cook) e della Nuova Zelanda. L’Australia inizialmente divenne una colonia penale (fino al 1840 circa) prima di sperimentare la corsa all’oro.

La lotta contro Napoleone portò alla doppia osservazione della difficoltà della lotta di terra e del vantaggio della preminenza navale, confermata dalla vittoria di Trafalgar nel 1805. I Trattati di Vienna riorganizzarono alcune colonie: Mauritius, Trinidad e Tobago o Sainte-Lucia , ma anche Ceylon o la Provincia del Capo tornarono a Londra, che restituì alla Francia Guadalupa, Martinica, Guyana e Riunione. L’inizio dell’Ottocento vide anche la progressiva abolizione della schiavitù (1833). Così, il diciottesimo secolo vide l’impero inglese spostarsi dall’America all’Asia. Questa tendenza si accentuò nel secolo successivo.

Il periodo di massimo splendore (1815-1914)

Un secolo d’oro imperiale si aprì allora per l’Inghilterra, che non ebbe più avversari marittimi e poté costituire una pax britannica legata ad una politica di splendido isolamento. Questa situazione geopolitica fu supportata da due rivoluzioni tecniche: il battello a vapore e il telegrafo consentirono a Londra di controllare l’impero che crebbe di 26 milioni di km².

Questo è stato il primo caso in Asia: Singapore e poi Malacca sono state conquistate, consentendo di estendere la rotta dall’India all’Estremo Oriente. Il commercio di oppio con la Cina è stato organizzato per bilanciare i deflussi di denaro legati all’importazione di tè cinese. L’opposizione cinese fu contrastata dalla prima guerra dell’oppio, conclusa dal Trattato di Nanchino, che concedeva a Londra il porto di Hong Kong. In India, la rivolta dei Sepoy (1857) non fu repressa. La Compagnia delle Indie Orientali viene sciolta, i suoi possedimenti trasferiti al Raj, il regime coloniale che gestirà il subcontinente. La regina Vittoria fu incoronata imperatrice d’India nel 1876.

La rivalità con la Russia (il Grande Gioco) iniziò all’inizio del XIX secolo, sullo sfondo del crollo degli imperi ottomano e persiano. L’Inghilterra tenta di conquistare l’Afghanistan senza molto successo (1842), mentre sconfigge la Russia nella guerra di Crimea (1853). L’Inghilterra annette il Balochistan (1876) mentre la Russia si impossessa del Kirghizistan, del Kazakistan e del Turkmenistan (1877). Fu finalmente firmato un accordo sulle sfere di influenza e la rivalità si spense completamente con l’accordo anglo-russo del 1907.

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Il dominio dell’impero asiatico si basava su un certo numero di staffette: Gibilterra, Malta, Cipro, attraverso il Mediterraneo, il Capo aggirando l’Africa, poi Oman, India, Singapore, Hong Kong. La Colonia del Capo era stata annessa nel 1806 e scatenò l’immigrazione britannica che si oppose ai boeri locali. Questi si trasferirono (il grande Trek) alla fine degli anni ’30 dell’Ottocento, fondando la Repubblica del Transvaal e lo Stato di Orange. La guerra boera (1899-1902) portò all’annessione di questi due stati nel 1902. All’altra estremità del continente, lo scavo del Canale di Suez collegava il Mediterraneo all’Oceano Indiano. Gli inglesi vi investirono e l’Egitto fu occupato nel 1882 dopo una rapida guerra. Poco dopo gli inglesi si spostarono a sud e alla fine sconfissero i Mahdisti del Sudan, poi respinse l’avanzata francese nell’Alto Nilo (Fashoda, 1898). Da quel momento in poi, il desiderio di collegare le colonie africane fece nascere l’idea di una ferrovia, idea spinta da Cecil Rhodes e che provocò nuove occupazioni, una delle quali prese il nome di Rhodesia in suo onore (futuro Zambia e Zimbabwe).

Altrove, le posizioni inglesi si stanno rafforzando. I territori nordamericani si estendono attraverso il continente fino al Pacifico (British Columbia, Northwest Territory, Vancouver Island). La questione dell’emancipazione delle colonie bianche è sorta abbastanza rapidamente. L’Atto di Unione del 1840 creò così la provincia del Canada, prima della creazione di un dominio nel 1867, paese dotato di totale indipendenza tranne che per quanto riguarda la diplomazia. Lo statuto fu adottato per l’Australia nel 1901, la Nuova Zelanda nel 1907 e il Sud Africa nel 1910. Il dibattito per l’applicazione di tale statuto all’Irlanda continuò per un’adozione tardiva nel 1914, troppo tardi per essere applicata: questa fu una delle cause dell’insurrezione del 1916 e della futura indipendenza della Repubblica d’Irlanda.

Potenza navale, maestria tecnica, invenzione economica, ma anche grande emigrazione, queste sono le ricette di questo grande impero mondiale che si estende dal Canada all’Africa, dalle varie staffette asiatiche (Oman, India e Hong Kong) all’Oceania. Già però l’invenzione dei domini suggerisce che questo dominio non può essere duraturo e che sarà necessario, a poco a poco, liberarlo fino al completo abbandono.

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Il declino

Le due guerre mondiali videro la relativizzazione del potere britannico. L’ascesa della Germania e la sfida posta al dominio navale sono una delle cause del cambio di posizione inglese e dell’alleanza con Giappone (1902), Francia (1904) e Russia (1907). Durante la prima guerra mondiale, i soldati dei Domini si allearono con gli inglesi. La battaglia dei Dardanelli segna quindi la coscienza nazionale australiana o neozelandese, proprio come la battaglia di Vimy Ridge fa per la coscienza canadese. Tuttavia, il Trattato di Versailles consente all’Impero britannico di trovare la sua massima espansione, con la messa sotto mandato di colonie precedentemente tedesche e ottomane. La Gran Bretagna conquistò così Palestina, Iraq, Togo, Tanganica, parte del Camerun.

Ma questi guadagni non nascondono il fatto che Londra deve comporre e lasciar andare la zavorra. Nel 1922 firmò il Trattato di Washington dove accettò la parità navale con gli Stati Uniti. L’indipendenza sta già prendendo piede. Un trattato creò lo Stato d’Irlanda nel 1921 (diventato una Repubblica nel 1937), mentre l’Egitto divenne ufficialmente indipendente nel 1922 e l’Iraq nel 1932. Una conferenza imperiale concesse ai domini il potere di gestire la propria diplomazia.

La seconda guerra mondiale completa l’indebolimento degli equilibri imperiali. Le colonie e l’India prendono parte al conflitto così come gli ex domini, l’Irlanda rimanendo neutrale. La caduta della Francia nel 1940 e la guerra combattuta dai giapponesi (offensiva contro Hong Kong e Malesia) lasciarono l’Inghilterra sola. La Carta atlantica del 1941 ha stretto un’alleanza con gli Stati Uniti, ma l’incapacità di difendere le colonie asiatiche ha inferto un duro colpo all’immagine della potenza britannica. Di certo la Gran Bretagna è stata una delle vincitrici indiscusse della guerra, che le ha conferito un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza della nuova ONU. Ma una pagina è stata irrimediabilmente voltata. L’impero aveva permesso a Londra di sconfiggere la Germania, ma era un contributo definitivo. Ora dovevamo andare avanti.

Decolonizzazione

Le elezioni del 1945 videro la sconfitta di Churchill e l’ascesa al potere dei Labour, sostenitori della decolonizzazione. La guerra aveva indebolito profondamente l’economia britannica, che era quasi in bancarotta, dalla quale Londra si salvò solo con un ultimo prestito americano. Tuttavia, in questa nascente guerra fredda, sia Mosca che Washington si opposero al sistema coloniale. Dal 1946 in India scoppiarono gli ammutinamenti che costrinsero a concedere l’indipendenza nel 1947 e la scissione in due stati, uno indù, l’altro musulmano, che causò massicci trasferimenti di popolazione. Birmania e Ceylon ottennero la loro indipendenza nel 1948. Anche la Gran Bretagna si ritirò dalla Palestina nel 1948, lasciando due stati che entrarono immediatamente in conflitto. Infine, La Malesia entrò in insurrezione nel 1948 fino ad ottenere l’indipendenza nel 1957 (Singapore se ne separò rapidamente nel 1965 mentre il Brunei rimase un protettorato fino al 1984). In Kenya, la ribellione Mau-Mau fu attiva dal 1952 al 1957.

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Conflitto di confine sino-indiano: colpa della colonizzazione britannica?

La crisi di Suez è una delle ultime manifestazioni dell’imperialismo. Volendo contrastare la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte di Nasser, Londra unì le forze con Parigi e Tel Aviv per organizzare una spedizione. Questo fu un successo militare, ma la pressione combinata dell’URSS e degli Stati Uniti costrinse l’Inghilterra a ritirarsi, che all’epoca era sentita come una “Waterloo britannica”. Altri interventi ebbero luogo (Oman nel 1957, Giordania 1958, Kuwait 1961), ma la Gran Bretagna si ritirò da Aden e Bahrain alla fine degli anni 1960. Così la decolonizzazione inglese fu forse più rapida di quella francese ma conobbe anche vicissitudini e conflitti armati.

Gli anni ’60 videro la decolonizzazione dell’Africa. Il Sudan e la Gold Coast avevano già ottenuto la loro indipendenza nel decennio precedente, ma Londra si ritirò da tutti i suoi possedimenti, nonostante la presenza di popolazioni bianche in alcuni, in particolare la Rhodesia. Cipro divenne indipendente nel 1960, così come le colonie caraibiche (Giamaica e Trinidad, poi Barbados, Guyana, ecc.). Negli anni ’70, queste erano Fiji e Vanuatu. Le ultime indipendenze sono avvenute negli anni ’80: Honduras britannico (Belize) e Rhodesia (Zimbabwe). Un ultimo colpo di stato britannico ebbe luogo nel 1982 quando l’Argentina invase l’arcipelago delle Falkland. L’Inghilterra ha lanciato una spedizione militare alla fine del mondo per mantenere questo territorio definitivo. Nel 1984 è stato raggiunto un accordo con la Cina sul futuro status di Hong Kong,

Avanzi, eredità e significato geopolitico

La Gran Bretagna conserva ancora 14 “British Overseas Territories”, a volte disabitati, il più delle volte con varie autonomie. Alcuni sono contestati (Gibilterra, Falkland, ecc.). Un Commonwealth, che riunisce i territori precedentemente britannici, è stato istituito nel 1949 (30 milioni di km², 2,5 miliardi di abitanti). Questa organizzazione intergovernativa non prevede alcun obbligo tra i membri che sono accomunati da lingua, storia, cultura e valori. 15 dei 54 stati sono monarchie guidate dalla regina d’Inghilterra.

Questo impero, tuttavia, ha lasciato molti segni. Oltre a un’intensa emigrazione di britannici in tutto il mondo e che da allora sono diventati cittadini di paesi diventati indipendenti, l’Inghilterra ha prima condiviso la sua lingua. 400 milioni di persone la condividono come lingua madre e diversi miliardi come lingua di comunicazione (grazie all’influenza americana, è vero). Ma il modello politico britannico, il suo modello giudiziario, la sua cultura, i suoi sport (calcio, rugby, cricket, tennis, golf) ei suoi missionari hanno lasciato numerose tracce in tutto il mondo.

Questo impero raggiunse il suo apice poco prima della prima guerra mondiale. Non è un caso che Halford MacKinder pubblicò The Geographical Pivot of History nel 1904, che è il testo fondante della geopolitica anglosassone. Inventa il concetto di Heartland (l’isola globale composta da Eurasia e Africa) a cui si contrappongono le isole esterne (America e Australia). In quanto potenza navale, l’Impero britannico deve controllare l’emergere delle potenze continentali (la Germania ai suoi tempi). È quindi necessario controllare l’Heartland dall’esterno, dalle rive. Il tema sarà ripreso qualche anno dopo dall’americano Spykman che inventerà il concetto di Rimland.

I nostri lettori conoscono questa fondamentale contrapposizione tra i popoli della terra ei popoli del mare: questa è infatti la ragione principale della potenza inglese che ben presto ne accettò il carattere insulare e quindi navale. Sir Walter Raleigh spiegò presto (dall’inizio del diciassettesimo secolo ) il principio che l’impero avrebbe seguito nel corso dei secoli: “Chi detiene il mare detiene il commercio del mondo; chi detiene il commercio detiene ricchezza; chi detiene la ricchezza del mondo detiene il mondo stesso. Da lì nasce l’ambizione di “ Rule Britannia, domina le onde   .

Il mare, fonte di ricchezza, esso stesso fonte di potere: questo è in fondo il destino dell’Impero Britannico. Approfittando della scoperta di un nuovo mondo, stabilendo una prima ricchezza commerciale poi estendendo il suo interesse a nuovi possedimenti sempre più lontani, inventando contemporaneamente la rivoluzione industriale, sfruttando appieno le nuove tecnologie (vapore, telegrafo), mandando i figli e le figlie a fondare stessa alla fine dei mondi per stabilirvi durevolmente la sua influenza, l’Inghilterra seppe costruire un sistema mondiale notevole per la sua durata. L’apogeo britannico durò infatti quasi un secolo, dalla caduta di Napoleone all’entrata in guerra nel 1914. Un dominio così lungo e universale è unico.

Questo orizzonte mentale su scala mondiale, questa associazione precoce della prosperità commerciale con il potere, questo feroce bisogno di una sovranità inalienabile sono invarianti inglesi: devono essere tenuti a mente per comprendere la scommessa della Brexit.

https://www.revueconflits.com/la-grande-strategie-de-langleterre/

Cos’è il Putinismo? di JEAN-ROBERT RAVIOT

Il giorno dopo il lancio dell’offensiva russa contro l’Ucraina, il 24 febbraio 2022, è stata sollevata la questione del sostegno della società russa, e più in particolare delle élite – anche ai vertici – per una guerra di portata senza precedenti sul suolo europeo dalla seconda guerra mondiale, che è più probabile che in Russia sia percepito come fratricidio. Fin dall’inizio, questa offensiva si presenta come una prova per il Putinismo. Studi sociologici indicano che il suo ruolo di signore della guerra avrebbe consentito a Vladimir Putin di estendere e persino rafforzare la base della sua legittimità politica [1] . Tuttavia, l’estensione delle operazioni, anche la sua evoluzione in guerriglia, potrebbe cambiare il punto di vista dei russi, e delle élite russe, sulla strategia scelta dal presidente russo.

Ufficialmente la Russia sta portando avanti un’operazione di liberazione dell’Ucraina, posta sotto il giogo di leader qualificati come “cricca di usurpatori” . Questa operazione è scandita da misure presentate come un’eliminazione mirata occasionale delle forze nazionaliste ucraine più radicali, qualificate come “naziste”.. Finora la propaganda ufficiale russa che accompagna le operazioni sembra dare i suoi frutti, nel senso che la dimensione offensiva di questa guerra resta nascosta agli occhi dei russi. L’uso della forza attinge dalle fonti del Putinismo. Non è quindi illogico che agisca, inizialmente, come un bagno di giovinezza. Perché il Putinismo non è né un’ideologia (conservatrice, nazionalista, eurasista), né un progetto politico (vendetta sulla storia, neoimperialismo, neosovietismo). Il Putinismo si presenta dapprima come una strategia politica volta a mostrare la propria forza, e talvolta a farne uso, al fine di rafforzare un potere cremlinocentrico [2] e cremlinocentripeto .con un obiettivo principale, che non cambia mai: difendere lo Stato russo dalle forze ostili che lo minacciano, dall’interno e dall’esterno. Il Putinismo è figlio della perestrojka e del crollo dell’URSS e del pronipote della rivoluzione russa e del crollo dell’Impero russo.

Il cesarismo di Putin

L’immagine ha fatto il giro del mondo. La scena si svolge a Mosca il 21 agosto 1991. Boris Eltsin, eletto presidente della Russia due mesi prima a suffragio universale, raggiante, è appollaiato su un carro armato, con sullo sfondo la bandiera tricolore russa. Annuncia trionfante il fallimento del golpe contro Gorbaciov. Imponendo la sua autorità ai ministeri sovrani dell’URSS, il primo presidente russo ha accelerato la cacciata di Gorbaciov e la caduta dell’URSS, avvenuta quattro mesi dopo. Due anni dopo, nell’ottobre 1993, Eltsin sciolse il Parlamento. Ordina alle forze di sicurezza interna di prendere d’assalto l’edificio, in cui si sono rifugiati alcuni oppositori armati. L’offensiva uccide 150 persone. Eltsin dichiara lo stato di emergenza, sospende le istituzioni e convoca un referendum per adottare, poche settimane dopo, la prima Costituzione liberale e democratica nella storia della Russia. Il liberalismo e la democrazia, nella nuova Russia, sono dunque segnati dal sigillo indelebile del cesarismo.

 

Erede designato da Boris Eltsin prima di essere consacrato a suffragio universale, Vladimir Putin si impossessa della torcia delle origini Cesariste. L’attacco va poi contro i focolai terroristici del Caucaso settentrionale. Questa seconda guerra interna in Cecenia (dopo quella del 1994-1996) ha fondato il Putinismo. Pone l’immagine mediatica del nuovo presidente, allora del tutto sconosciuto ai russi, come un signore della guerra a cui attribuiamo l’intenzione di ristabilire l’ordine, l’autorità dello Stato, il potere della Russia. Sostenuto, a differenza del suo predecessore, da una forte maggioranza parlamentare, Vladimir Putin consolidò la sua autorità. Se la Costituzione russa rimane essenzialmente liberale, la pratica del potere assume una svolta autoritaria sempre più assertiva. Il cesarismo di Vladimir Putin combina una forma democratica di legittimità con una realtà monarchica di potere. Il gioco democratico è limitato dall’ultra-maggioranza detenuta dal partito al governo, Russia Unita, in Parlamento e in quasi tutte le regioni dal 2004. Le forze di opposizione devono accettare di limitare le loro critiche solo alla politica economica e sociale, in mancanza della quale sono escluse il gioco elettorale e dallo spazio pubblico. Oggi l’opposizione non di sistema non ha più visibilità in Russia. in mancanza sono esclusi dal gioco elettorale e dallo spazio pubblico. Oggi l’opposizione non di sistema non ha più visibilità in Russia. in mancanza sono esclusi dal gioco elettorale e dallo spazio pubblico. Oggi l’opposizione non di sistema non ha più visibilità in Russia.

L’élite del potere e l’oligarchia di stato

Il Putinismo non si limita a un modo autoritario di esercitare il potere, a un discorso politico conservatore o all’espressione del desiderio di ripristinare il potere della Russia sulla scena internazionale. È anche un sistema di potere che si basa su una leale élite di potere, uno zoccolo duro ristretto attorno a una Guardia Pretoriana [3] composta da uomini che, per molti di loro, provengono dal municipio. Pietroburgo dove Vladimir Putin ha compiuto l’inizio della sua carriera politica negli anni 1990-1996. Troviamo questo nocciolo duro oggi ai vertici dello stato russo, in posizioni sovrane chiave (sicurezza, interni, difesa, giustizia e procura generale) così come in posizioni chiave nella korpokratura, questi nuovi grandi capi dell’apparato statale, posti dal presidente a capo di grandi gruppi e conglomerati statali (o controllati dallo stato) per orientare al meglio i settori strategici dell’economia (energia, tecnologie d’avanguardia, armamenti , infrastrutture e filiere, ecc.). La nascita di questa nuova oligarchia di Stato, verso la fine degli anni 2000, testimonia il fatto che Vladimir Putin è riuscito a capovolgere l’equilibrio di potere tra lo Stato russo e gli oligarchi che si era instaurato negli anni ’90. , nel contesto della Russia debolezza ed elevato indebitamento esterno, molto a favore di quest’ultimo.

Il ritorno del potere russo

 

Negli anni 2000, il “ripristino della verticale del potere” di Putin ha coinciso internamente con un’impennata del prezzo degli idrocarburi sul mercato mondiale, che ha consentito alla Russia di operare un vero decollo economico e di considerare, al di là della riduzione del debito, una strategia di modernizzazione e sviluppo economico. Il benessere economico consente un netto miglioramento del tenore di vita medio della popolazione, con il quale l’ascesa politica di Putin coincide con il potere d’acquisto e l’accesso ai consumi. Per molti russi, il Putinismo è sinonimo di una vita quotidiana migliorata e di uno stile di vita che si avvicina agli standard occidentali. Nel complesso, questo boom economico offre alla Russia e ai russi vendetta per le umiliazioni subite negli anni ’90,

 

Il discorso pronunciato da Vladimir Putin nel febbraio 2007 a Monaco di Baviera ha segnato una svolta nella politica estera russa. Il presidente russo afferma una volontà di potere e utilizza un vocabolario offensivo senza precedenti, che solo successivamente verrà rafforzato. Si tratta di opporsi al mondo unipolare (dominato da Washington) del dopo Guerra Fredda e di fare della Russia uno dei maggiori poli in divenire del mondo multipolare. Mosca aveva già contestato la pretesa americana di consolidare il proprio dominio unipolare, nel 1999 – opposizione agli attacchi della NATO contro la Serbia – e nel 2003 – veto contro la guerra americano-britannica in Iraq. Dopo Monaco, la Russia fa un passo avanti. Durante il vertice della NATO a Bucarest (2008), Mosca ha protestato contro la possibile adesione della Georgia e/o dell’Ucraina alla NATO, percepito come una minaccia alla sicurezza nazionale. Adattando l’azione alla parola, la Russia interviene militarmente in Georgia per sostenere la repubblica secessionista dell’Ossezia del Sud contro Tbilisi. Nel 2014, la destituzione del presidente ucraino Yanukovich è stata analizzata, a Mosca, come un colpo di stato non frutto di una rivolta popolare, ma di un lavoro approfondito delle ONG che erano state a lungo utilizzate dagli stati occidentali per far cadere l’Ucraina nella loro campo. Dopo questo cambio di potere, ritenuto illegittimo, a kyiv Mosca annesse la Crimea, dopo un inequivocabile referendum favorevole all’annessione della penisola alla Federazione Russa, poi sostenne, per otto anni, la ribellione armata delle repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk nell’Ucraina orientale,

Il consenso di Putin ha un futuro?

Il consenso della società russa attorno al Putinismo è stato costruito su un rapporto di fedeltà, piuttosto che di adesione al potere. Se l’entrata in guerra contro l’Ucraina sembra, all’inizio di questa, provocare il consolidamento di questo consenso, molti elementi portano a interrogarsi sulla sostenibilità nel lungo periodo di questo consenso putiniano. Va ricordato che la fase ascendente del putinismo ha corrisposto a un periodo di forte sviluppo economico: tra il 2000 e il 2020 il PIL russo è triplicato e il PIL pro capite, che nel 2000 rappresentava appena un terzo di quello francese, sale oggi a più di metà di quella della Francia [4]. Questo benessere economico è stato accompagnato da un forte aumento del prestigio internazionale della Russia, in particolare agli occhi dei russi stessi. Tuttavia, oggi gli indicatori socioeconomici sono molto peggiori. Sebbene sia ancora presto per misurare l’impatto delle sanzioni occidentali sulla popolazione russa, sembra indiscutibile che provocherà almeno una stagnazione del tenore di vita e un calo dei consumi. Questa crisi prevedibile sarà percepita come un ulteriore deterioramento nel contesto di un tenore di vita in costante calo, per la maggior parte dei russi, dalla metà degli anni 2010. percepito? Il ”  Volta a oriente “, cioè verso la Cina, della politica estera russa, evoluzione che dovrebbe accelerare a causa della guerra in Ucraina, riuscirà a produrre dividendi economici palpabili per la popolazione? Riusciremo, in una società dei consumi come quella russa, a fare a meno dei marchi occidentali e ad accontentarci dei marchi cinesi? Che dire di una Russia, anche prospera, totalmente riorientata verso l’Asia? Quali sono i limiti di un autoritarismo politico che, grazie a questa “operazione speciale”, si è rafforzato fino a bandire dalla scena pubblica tutte le voci dissidenti? Che dire di un gruppo d’élite consolidato attorno alla testa del Cremlino, ma che invecchia, e che ora deve organizzare imperativamente la sua successione?

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Putin, il gas e l’Europa

[1] Cfr. studio del Centro Levada, 30 marzo 2022: https://www.levada.ru/2022/03/30/odobrenie-institutov-rejtingi-partij-i-politikov/

[2] Jean-Robert Raviot, Chi gestisce la Russia? , Linee di riferimento, 2007.

[3] Jean-Robert Raviot, “Il pretorismo russo: l’esercizio del potere secondo Vladimir Poutine”, Hérodote , n . 166/167 , 2017.

[4] Dati della Banca Mondiale, in PPP. Vedi https://data.worldbank.org

https://www.revueconflits.com/quest-ce-que-le-poutinisme/

Pensare la potenza. Intervista a Rémi Brague #4 di REMI BRAGUE

Rémi Brague è professore di filosofia medievale all’Università di Parigi I Panthéon-Sorbonne e all’Università di Louis-et-Maximilien a Monaco di Baviera. Specialista in filosofia greca, araba ed ebraica, è autore di numerosi libri di consultazione su questo argomento. 

Intervista condotta da Louis du Breil. 

In Europa, la strada romana , spieghi che il contenuto dell’Europa è essere un contenitore, essere aperto all’universale. Il potere dell’Europa è stato costruito su questa cultura dell’apertura e della trasmissione?

Il libro che siete così gentili da citare celebrerà quest’anno il trentesimo anniversario della sua prima edizione e la sua diciassettesima traduzione. Non potendomi accontentare a stento di farne riferimento, mi costa un po’ tornare sulle sue tesi principali, anche se da allora non ho smesso di difenderle, anche di approfondirle. Nel mio libro, quindi, stavo solo ripetendo un gioco di parole dovuto al filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Nella sua lingua continente significa sia “continente” che “contenitore”. Detto questo, nel mio stesso lavoro, difficilmente concepivo la cultura dell’Europa, poiché è tutto ciò di cui parlo lì, in termini di potere.

In ogni caso, questa apertura all’universale che lei giustamente accenna è per me il risultato di un’apertura più fondamentale alle proprie fonti, e di un rapporto con il precedente che è ben lungi dal fomentare un sentimento di potere. . Al contrario, l’Europa si sentiva inferiore ai suoi antichi riferimenti culturali. Solo l’anno scorso ho scoperto, con mia grande vergogna, che l’idea era già stata lanciata, molto prima di me, in un libro che non avevo letto, dello storico tunisino Hichem Djaït, morto lo scorso giugno: l’umiltà dell’Europa ha stata la paradossale molla del suo sviluppo. Secondo lui, è perché l’Europa si è trovata umile davanti all’Antichità, che ha esaltato, e davanti al cristianesimo a cui è stata sottoposta, che ha potuto andare oltre la prima e mantenere la distanza dalla seconda (Europa e Islam , Parigi, Seuil, 1978, p. 157).

Molto concretamente, l’Europa ha avuto il talento di utilizzare e portare a compimento ciò che le veniva da altrove e che altre civiltà hanno trascurato. Questo vale sia per la civiltà materiale che per la vita dello spirito. I cinesi hanno inventato quasi tutto ciò che è tecnico, carta, bussola, ecc. Hanno anche “inventato la polvere da sparo”, per esempio, ma è stata l’Europa che ha saputo farne un uso militare (potremmo pentirci, tra l’altro…). Gli arabi avevano una grande filosofia, ma furono i cristiani e gli ebrei d’Europa che usarono i commenti di Averroè, dimenticato nella sua civiltà originaria. In breve, l’Europa ha fatto le pattumiere di altre civiltà. Per questo dovevi chinarti. Potrebbe anche essere ovvio che fosse arrogante. Ma alla radice di tutto,

Qual è il posto del cristianesimo in questa singolarità europea?

Dovremmo ancora insistere sull’evidenza che lo storico e filosofo italiano Benedetto Croce, che era egli stesso agnostico, ricordava nel 1943: “non possiamo non chiamarci cristiani”? Il posto del cristianesimo è cruciale, perché il cristianesimo è una seconda religione rispetto alla religione di Israele, quella di cui testimoniano gli scritti di quello che chiamiamo Antico Testamento, religione da cui proveniva anche l’ebraismo rabbinico. Abbiamo pensato abbastanza a questa stranezza della Bibbia cristiana, che inizia con la Bibbia ebraica e quindi che abbiamo allo stesso prezzo i libri sacri di due religioni? Il “Nuovo Testamento” è in gran parte una reinterpretazione dell’Antico alla luce del fatto nuovo rappresentato dall’insegnamento, dalla passione e dalla risurrezione di Gesù.

Reinterpretare l’antico è ciò che la cultura europea ha fatto per secoli, non solo con il primo dei suoi due libri sacri, ma anche con tutto il patrimonio dell’antichità greco-latina. In un piccolo trattato, ottimamente ripubblicato da Arnaud Perrot (Les Belles Lettres, 2012), San Basilio di Cesarea (m. 379) spiegava come sfruttare la letteratura antica, cioè spogliandola della sua dimensione religiosa, “pagana”. se volete, e riducendolo alla sua dimensione puramente pedagogica, morale, dunque. In questo modo, quella che io chiamo la “secondarietà” culturale dell’Europa è resa possibile dal suo ancoraggio al livello più alto, al livello stesso del rapporto con l’Assoluto-religione, per dirla semplicemente.

Secondo te, la separazione tra spirituale e temporale nella civiltà europea si spiega con la dualità delle fonti dell’Europa: Atene e Gerusalemme. Come mai ?

Questa separazione infatti è già dalla parte di “Gerusalemme”. La famosa frase di Cristo su cosa dare a Cesare e cosa appartiene a Dio è stata intesa in questo senso. I fatti hanno aiutato potentemente i cristiani a distinguere tra lo spirituale e il temporale. Infatti, durante i primi tre secoli della sua storia, lo Stato, all’epoca Stato Romano, li perseguitò. Non è troppo difficile sentirsi diversi dal tuo aguzzino. Successivamente, con Costantino, e soprattutto con Teodosio, alla fine del IV secolo, il cristianesimo assunse lo stato. Ma non fu mai puramente e semplicemente confuso con lui. La cosa divertente, è stato lo stato che avrebbe visto questa confusione in buona luce: la fede cristiana diventò l’ideologia ufficiale dell’Impero Romano e si sostituì alla religione “pagana” che sentivamo al limite della sua fune… La tentazione era forte per il popolo della Chiesa, e molti furono coloro che vi cedettero, come Eusebio di Cesarea, che lodava Costantino, nel quale vedeva, non senza ragione, una specie di «zar liberatore». Tuttavia, la Chiesa finì per secernere istituzioni che fungevano da contrappesi: il diritto canonico, il papato e il movimento monastico che le fornì le sue truppe d’assalto. Grazie a loro, nel XII secolo, al tempo della Litiga per le investiture (Chi ha nominato i vescovi?), la Chiesa seppe resistere agli imperatori d’Occidente e mantenere la propria autonomia. che lodava Costantino, nel quale vedeva, non senza ragione, una specie di “zar liberatore”. Tuttavia, la Chiesa finì per secernere istituzioni che fungevano da contrappesi: il diritto canonico, il papato e il movimento monastico che le fornì le sue truppe d’assalto. Grazie a loro, nel XII secolo, al tempo della Litiga per le investiture (Chi ha nominato i vescovi?), la Chiesa seppe resistere agli imperatori d’Occidente e mantenere la propria autonomia. che lodava Costantino, nel quale vedeva, non senza ragione, una specie di “zar liberatore”. Tuttavia, la Chiesa finì per secernere istituzioni che fungevano da contrappesi: il diritto canonico, il papato e il movimento monastico che le fornì le sue truppe d’assalto. Grazie a loro, nel XII secolo, al tempo della Litiga per le investiture (Chi ha nominato i vescovi?), la Chiesa seppe resistere agli imperatori d’Occidente e mantenere la propria autonomia.

Invocare le due città simbolo che hai citato, e ciò che rappresentano, risale a Tertulliano, nel 3° secolo, poi rifiorito nel 19° secolo con Matthew Arnold e Henri Heine, e nel 20° secolo con Leon Chestov e Leo Strauss. Mettiamo di seguito varie opposizioni: fede e ragione, etica ed estetica, ecc. Ma il semplice fatto che i due poli così messi in tensione siano sopravvissuti entrambi, senza che l’uno inghiottisse l’altro, è già un fenomeno eccezionale, che va spiegato. Qui tutto è capovolto: è piuttosto la separazione del temporale e dello spirituale che ha permesso ai due modelli culturali di sussistere nella loro autonomia e di entrare in un proficuo dialogo.

Infatti è proprio “Gerusalemme” che ha saputo accogliere “Atene”. Per dirla in termini biblici, Sem (mitico antenato degli Ebrei) fece posto nella sua tenda a Iafet (antenato dei Greci) (Genesi, 9, 27). Della Torah, San Paolo decise di mantenere solo il Decalogo nel suo senso letterale. Tutti gli altri 613 comandamenti riconosciuti dai rabbini sono da intendersi in senso allegorico. I Dieci “Comandamenti” riuniscono i principi di base che consentono a una società umana di sopravvivere e di essere pienamente umana, motivo per cui il loro contenuto si trova ovunque, in Mesopotamia come in Cina. Era fondamentale come kit di sopravvivenza, ma non bastavano le regole morali per costruire nel dettaglio un intero sistema di norme in grado di regolare una città, a differenza dell’halakha ebraica e della sharia islamica. Occorreva quindi conservare il diritto romano, la letteratura greca e la filosofia, in una parola preservare, accanto alla “religione”, qualcosa come quella che poi sarebbe stata chiamata “cultura”.

Qual è l’influenza di quella che lei chiama “modernità” sulla concezione europea del suo potere?

La parola “modernità” non è in alcun modo una mia invenzione. In lingua francese ricevette le sue lettere nobiliari da Baudelaire, che ne arrischiò una definizione. D’altra parte, ciò che è importante è che usiamo l’aggettivo “moderno” per designare una caratteristica essenziale e permanente del nostro tempo, a differenza dell’uso medievale, dove modernus significava semplicemente “recente”. Questo utilizzo è più vecchio di Baudelaire. Basti pensare alla famosa “Querelle des Anciens et des Modernes” a Parigi alla fine del XVII secolo. Ho abbozzato questa storia nel mio Moderately Modern.

Ciò che ha cambiato il modo in cui l’Europa ha inteso il proprio potere non è stata l’era moderna, un semplice riferimento cronologico, ma quello che, nel mio Regno dell’uomo, ho chiamato, dopo altri, il “progetto moderno”. Sogna un nuovo inizio da zero, un’umanità basata solo su se stessa, che elimini la dipendenza dal divino e padroneggi sempre meglio il fondamento naturale della sua esistenza: il proprio corpo, e questo tipo di “corpo esterno” (Fichte) che costituisce la biosfera.
In questa prospettiva, il potere diventa dominio, prima sulla natura, poi sul resto dell’umanità, a cominciare dalle donne. La ricezione dell’altro si trasforma in una bulimia di conquista.

Le virtù romane sono oggi indispensabili per uscire da quella che si impone come impotenza europea?

I romani non avevano virtù che fossero solo loro. Non si può inventare una virtù. È importante ricordarlo, perché immaginarlo fomenta un relativismo che, in fondo, corrompe tutte le virtù senza eccezioni. Quando Nietzsche distingue la virtù dei Greci: «mostrarsi ogni volta migliori ed essere superiori agli altri» (Iliade, 6, 208), quella degli Ebrei: onorare il proprio padre e la propria madre (Esodo, 20, 12), quella di i Persiani: non mentono e tirano bene con l’arco (Erodoto, I, 136, 2) (Così parlò Zarathustra, I: Dei mille e uno gol), vuole farci credere che le virtù sono relative e che possiamo creare nuovi. Ma nessuno dei tre popoli prende ad esempio considerava le virtù predilette degli altri due come vizi da evitare. Al massimo si può, come hanno fatto loro, sottolineando questa o quella virtù più di questa o quell’altra, a seconda del tipo di vita che si conduce. I romani insistevano su coraggio, senso civico, frugalità, virtù adatte alla dura vita di contadini e soldati.

Quella che ho chiamato la “strada romana” è un atteggiamento che ho isolato dal comportamento dell’élite di Roma, dal II secolo a.C., il “secolo degli Scipioni”, cioè poco dopo la loro vittoria militare sui Greci. Riconobbero la loro inferiorità culturale rispetto a coloro che avevano soggiogato e si misero coraggiosamente nella loro scuola, arrivando a creare un “impero greco-romano” ( Paul Veyne ). Questo è ciò che le élite europee fanno da secoli. Educarono la loro progenie facendo loro imparare il latino e il greco, cioè i classici di una civiltà che non era la loro, a differenza dei mandarini, che furono reclutati sulla loro conoscenza dei classici cinesi.

In questo momento è chiaro che l’Europa ha perso importanza: nella demografia vive di un’infusione di immigrati, nell’economia ha rilocalizzato la sua industria, nella diplomazia non gioca più nelle grandi serie, che convengono di passare oltre esso. Si ha però l’impressione che gli europei mascherino tutto questo con un eccesso di autocompiacimento. “Certo, siamo deboli, ma siamo gentili. Almeno non siamo bigotti e razzisti come gli americani, fanatici e macho come i musulmani, “formiche gialle” ossessionate dal lavoro come i cinesi, russi come i russi, ecc. Tutte queste persone ci danno dei crupper, ma pensiamo di non avere nulla da imparare da loro. Al contrario, sono loro che dobbiamo illuminare e civilizzare, ad esempio alzando la bandiera dei diritti fondamentali.

Di fronte a tutto questo, le tre virtù romane che ho citato sopra, coraggio, civismo, frugalità, potrebbero esserci di buon aiuto. La cittadinanza, ad esempio, potrebbe permetterci di temperare il nostro individualismo con la preoccupazione per il bene comune e la frugalità, aiutarci a resistere alla corsa frenetica al consumo.

Scrivi che la cultura non è un’origine pacificamente posseduta, ma una fine conquistata attraverso una dura lotta. Come combattere bene?

Ci sono molte prove lì. La cultura è qualcosa che acquisisci attraverso il duro lavoro. Anche usi e costumi, a cominciare dal linguaggio, non vengono semplicemente ricevuti nella culla e poi lasciati lì, abbandonati alla spontaneità dei bambini. Non dobbiamo accontentarci di canticchiare i canti della nostra nutrice; devi imparare a cantare secondo la teoria musicale. Non dobbiamo accontentarci di parlare “come ci viene spinto il becco”, secondo l’espressione tedesca; devi imparare a parlare la tua lingua madre secondo la grammatica, anche a scrivere poesie. Non devi solo camminare mettendo un piede davanti all’altro e ricominciando da capo; bisogna imparare, per esempio, a camminare al passo – c’è un bel passaggio su questo in Nietzsche del 1872 (Sul futuro delle nostre istituzioni educative, 2a lezione) – oppure, meglio, ballare. Tutto ciò richiede impegno, e quindi coraggio. Questa è un’altra virtù romana da cui dovremmo imparare. Non c’è battaglia più nobile di quella che combatti contro te stesso, contro la tua stessa pigrizia.

Lei scrive che la storia dell’Europa può essere vista come quella di una serie quasi ininterrotta di rinascite. Ci stiamo dirigendo verso un nuovo rinascimento?

Ho solo raccontato una storia, quella della cultura europea, una storia che ovviamente è solo una parte della storia dell’Europa, che ha dimensioni economiche, sociali, politiche e altre. in cui preferisco non entrare, per mancanza della necessaria competenza. È un dato di fatto che si sono susseguiti risvegli dal momento in cui, coincidenza interessante e forse significativa, abbiamo cominciato a prendere la parola “Europa” nel senso di entità politico-culturale — con questo sacro Carlo Magno e soprattutto il suo Ministro di Educazione Nazionale (o meglio Imperiale), Alcuino di York. Dopo la rinascita carolingia, abbiamo quella del XII secolo con il culto di Ovidio, l’ingresso del sapere greco e arabo nel XIII secolo, l’Italia dei grandi scrittori fiorentini, poi, nel XV secolo, l’ingresso della letteratura greca prima e dopo la caduta di Costantinopoli e il platonismo dei Medici, poi il classicismo di Weimar. E come continua di tutto questo, l’attività dei filologi di redigere, commentare, tradurre.

Ci sarà una nuova rinascita? Per temperamento, non sono proprio quello che viene chiamato “ottimista”. Se questo richiede di tornare allo studio delle lingue classiche, non credo che si cominci bene: da sessant’anni buoni, le autorità che pretendono di governarci hanno escogitato di renderlo impossibile; e ora negli Stati Uniti, alcune delle stesse persone che insegnano loro stanno iniziando a segare il loro ramo. Infatti è proprio l’idea di “classico”, indipendentemente dalla distanza linguistica, temporale, culturale, ecc., che ce ne separa, che dovremmo riscoprire: realtà più belle, più vere, migliori di noi, e da cui dobbiamo imparare. Ma ciò suppone un decentramento rispetto a se stessi, smettere di credersi molto scaltri, insomma una virtù meno romana che cristiana, l’umiltà…

https://www.revueconflits.com/penser-la-puissance-entretien-avec-remi-brague/

Potenza come griglia di lettura n. 12 di RAPHAEL CHAUVANCY

Potenza come griglia di lettura n. 12

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Preferendo l’amministrazione delle cose al governo degli uomini, i nostri contemporanei hanno accarezzato il sogno di un pacifico villaggio globale. Gli interessi incrociati dovevano sostituire le relazioni di dominio. Il clamoroso ritorno della storia ha spazzato via questo sogno. Le interdipendenze non impediscono gli scontri. Il Cremlino sviluppa le sue armi avanzate con componenti europei; gli americani fabbricano i loro aerei con minerali cinesi rari mentre gli ucraini si scaldano con il gas dei russi che uccidono i loro figli.

Il puro interesse materiale e le ideologie non sono quindi riusciti a pacificare il mondo né a spiegarne le convulsioni. Quindi dobbiamo cercare altrove il motore del sistema strategico globale. Criticata da autori come Bertrand Badie, la cui fragilità concettuale nasce dalla sfida insostenibile di voler spiegare le relazioni internazionali senza parlare di strategia, la nozione di potere e i suoi meccanismi offrono proprio una griglia di lettura globale e coerente. Dobbiamo ancora essere d’accordo sulla sua definizione.

Il potere è una relazione strategica

L’uomo è un essere sociale proiettato nel tempo. Vale a dire, un animale politico e storico la cui azione collettiva sposa le forme della strategia. Organismi collettivi organizzati, le società perseguono i propri obiettivi, il primo dei quali è garantire la sostenibilità e la prosperità di una comunità definita in un determinato territorio. La loro moltiplicazione porta gradualmente i loro interessi a incrociarsi, a scontrarsi.

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L’area mondiale si è così convertita in un sistema strategico animato da rivalità di potere, questo rapporto sfaccettato e sinergico che è, tenuto conto della necessità, l’effetto della proiezione nello spazio e nel tempo di una volontà strategica ragionata sull’ambiente materiale e immateriale .

La potenza è una relazione comparativa a somma zero. In un mondo che cambia, una potenza che non progredisce corre il rischio di una regressione meccanica. Per questo non può essere pensata al di fuori delle condizioni della sua crescita in un quadro di competizione, contestazione o confronto tra gli unici attori che ne raccolgono tutte le caratteristiche, gli Stati.

I meccanismi del potere si basano su tre principi uguali e senza tempo comuni a tutte le sfere culturali: necessità, volontà e legittimità. Si suddividono in fattori ed elementi.

La necessità è il peso dei dati di partenza, degli elementi quantificabili. Obiettivo, riunisce dati fisici e cognitivi. Copre la geografia, la demografia o le risorse economiche di un paese e determina i concreti equilibri di potere. Lei è il braccio.

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Principio guida, la volontà è la capacità di concepire un piano strategico, determina l’obiettivo da raggiungere, detta la procedura da seguire e avvia l’azione. Sfrutta le opportunità, supera i vincoli, aggira gli ostacoli o forza la resistenza. Lei è la testa, con tutto ciò che la mente umana ha di razionalità, ma anche di errori o imprevisti.

Infine, la legittimità assicura la coesione di una società attorno a valori o convinzioni condivisi e le dà la sensazione di compiere un’azione giusta, bella, buona o quantomeno necessaria. Riguarda le forze morali. Lei è il cuore.

Mappatura e dinamica della potenza

È possibile mappare cinque tipi principali di rilievi di potenza.

Al vertice c’è la ristretta cerchia delle superpotenze, come l’URSS ieri, gli Stati Uniti oggi, la Cina domani. Hanno tutte le carte in mano per imporre la loro direzione nel mondo.

Poi arrivano le potenze medie a vocazione globale come la Francia o l’Inghilterra, a cui un giorno potrebbero unirsi l’India o la Germania. Se la storia ha talvolta offerto loro l’illusione di una possibile egemonia, hanno imparato a misurare il peso della necessità ea conoscerne i limiti.

Il terzo piano riunisce potenze regionali, come il Brasile o l’Australia, difficili da aggirare in una sfera delimitata.

Questi livelli raggruppano i poteri attivi. Le pianure e le valli successive sono il dominio dei poteri passivi.

Vi troviamo le nazioni deboli, ma prospere, attaccate solo ai loro interessi immediati, come molti paesi europei. Per mancanza di volontà, costituiscono una semplice posta in gioco tra i grossi che contestano i clienti.

Il livello più basso è quello degli Stati deboli e poveri, che hanno solo interessi locali. Le loro carenze in tutte le aree sono tali da formare solo una landa desolata dove le grandi potenze si oppongono più o meno liberamente; ci sono un certo numero di paesi dell’Africa nera, dell’America Latina e dell’Asia.

Naturalmente entrano in gioco altri fattori. Potrebbero riguardare il clima di potere. I poteri freddi sono conservatori. Hanno interesse a congelare in misura maggiore o minore la scena mondiale e sono per definizione stabilizzanti, come la Francia o il Marocco, che perseguono politiche di sovranità, influenza ed equilibrio.

Al contrario, i poteri caldi sono revisionisti. Hanno aspirazioni imperiali, globali nel caso delle superpotenze, o regionali per stati come la Turchia .

Questa mappatura può essere dettagliata o orientata in base alle esigenze analitiche. Facilita la comprensione delle forze coinvolte e delle dinamiche del potere naturale o accidentale.

Il movimento di correnti calde o fredde porta meccanicamente a perturbazioni, come l’incontro dell’espansionismo turco e del conservatorismo francese nel Mar Egeo. I fenomeni naturali dell’erosione del potere, di cui la Russia ha notato l’importanza dopo la caduta dell’URSS, richiedono aggiustamenti o azioni più o meno riuscite per mantenere un ambiente favorevole; quando blocchi importanti si sono staccati dal corpo centrale come fa l’Ucraina, il volontarismo si oppone alla forza di gravità con le conseguenze che abbiamo visto.

Alcuni movimenti tettonici sotterranei preannunciano quindi tsunami, che possono verificarsi durante i grandi cambiamenti demografici: ci si può quindi interrogare sulla sostenibilità sociale degli Emirati Arabi Uniti dove il 10% dei cittadini annega in una massa del 90% di estranei.

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Le dinamiche di ascesa o declassamento obbediscono a determinate regole e provocano naturalmente depressioni o tempeste. Se i geografi sono stati in grado di parlare di riscaldamento globale, il riscaldamento geopolitico è una realtà molto preoccupante che richiede l’adozione di misure per mitigarlo, se possibile, per prepararci sicuramente.

Lo stratega è quindi simile al geografo. La conoscenza dei meccanismi del potere gli permette di comprendere i fenomeni indotti e di anticiparli, individuando tendenze o probabilità in assenza di certezze fuori portata.

Equilibri e squilibri

La tettonica delle potenze potrebbe essere sommariamente riassunta come un equilibrio continuamente perduto e perennemente ritrovato.

I periodi di anarchia sono quelli in cui la rottura è tale che il riequilibrio è impossibile, come dopo la caduta dell’Impero Romano. Le crisi maggiori sono l’espressione di una violenta oscillazione del pendolo per contrastare un cambiamento troppo brutale per essere digerito gradualmente. Nel 1914, la guerra non derivava tanto dal desiderio di combattere del Reich quanto dalla dinamica creata dal fantastico aumento della sua potenza demografica, economica e militare a partire dal 1870. La forza di gravità costruita attorno al potere germanico non poteva che dislocare il edificio internazionale.

I movimenti strutturali sono più durevoli del frutto degli scontri cinetici. Non fu Waterloo che spinse la Francia al secondo rango di potenza nel 19° secolo . È il processo di unificazione tedesca che ha progressivamente ridotto il suo peso relativo nel concerto europeo. Inoltre, lo schiacciamento militare totale della Germania nel 1945 non le ha impedito di riprendere gradualmente e naturalmente la leadership europea.

La legge del ritorno all’equilibrio significa che i poteri che contano sono generalmente rimasti gli stessi nel corso dei secoli. È eccezionale che una nazione esca dal cerchio che gli è proprio, ma quando ciò accade è ancora più raro che riesca a ritrovarla.

Le evoluzioni che possono causare squilibri hanno ritmi molto vari. Nel regno della necessità, sono generalmente lenti, salvo incidenti come la scoperta di materie prime vitali o di alto valore: gli idrocarburi hanno trasformato una piccola nazione remota in uno degli stati più prosperi del globo all’inizio degli anni ’70.

È in termini di volontà che le rotture sono più rapide e l’influenza del libero arbitrio individuale o collettivo è decisiva. Personalità forti come i Presidenti Putin o Erdogan hanno segnato le Relazioni Internazionali contemporanee; la resilienza collettiva del popolo ebraico ha permesso loro di superare due millenni di dispersione e persecuzione per ricreare finalmente uno stato in pochi anni.

I criteri di legittimità generalmente conoscono solo evoluzioni progressive e sotterranee. Ma quando l’architettura delle credenze è cambiata, è difficile tornare indietro. La Corte di Versailles lo scoprì a suo danno nel 1789 prima che il mondo intero ne rimanesse sconvolto.

Sebbene i cambiamenti creino opportunità, non tutti vale la pena coglierli. Uno squilibrio troppo grande a favore di un giocatore provoca in cambio una reazione virulenta e coordinata da parte dei suoi avversari, dei suoi compagni, persino dei suoi alleati. Uno Stato deve porsi anche la questione della sua capacità di assorbire un forte aumento di potere. La rana non vince volendo essere più grande del bue…

Modellazione piuttosto che shock

Altri meccanismi derivano dalle contraddizioni interne di qualsiasi stato, sistema, situazione. Mao ha anche teorizzato il suo sfruttamento strategico. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno difficoltà a conciliare la propria identità democratica e la propria natura imperiale. All’interno della stessa alleanza formata dalle democrazie, una forte antilogia distingue la visione francese del multilateralismo, considerato come un’opportunità per creare spazio di manovra, e l’approccio americano, che lo vede come una minaccia al suo status di iperpotenza.

Un paradosso è che la potenza trattenuta è maggiore della potenza impiegata. Quest’ultima, infatti, è una spesa in conto capitale il cui beneficio resta da dimostrare. L’Inghilterra ha costruito il suo dominio assistendo alle grandi conflagrazioni europee molto più che partecipando ad esse. Mentre i suoi avversari si esaurivano in futili litigi, ella accumulò capitali, costruì navi mercantili, estese le sue reti finanziarie e liberò le terre vergini d’America e dell’Oceania che offriva al suo vigore demografico e pionieristico.

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Se la manovra di Vladimir Putin in Crimea nel 2014 è un caso da manuale dell’uso strategico dei movimenti naturali al lavoro, l’aggressione in Ucraina nel 2022 illustra i misfatti di uno sterile degrado. Il potere militare, politico e diplomatico russo è stato ridotto e le sue risorse economiche sono state gravemente colpite. Allo stesso modo, l’abuso del diritto di veto da parte dei russi all’ONU è il modo migliore per mettere in discussione il principio stesso. Come contrappunto, la Francia è attenta a non usare la propria per evitare che la sua legittimità venga contestata, il che contribuisce al suo status di potenza globale responsabile.

Sorprendentemente contraddittoria, una saggia politica di potere può consistere nel… favorire l’aumento di quelli di altri attori. È improbabile che un paese come la Francia possa aumentare notevolmente le proprie risorse oltre certi limiti. D’altra parte, potrebbe mirare a rafforzare gli stati subordinati a scapito dei suoi concorrenti.

Se vuoi la pace, prepara la guerra. La debolezza uccide, lo dimostrano i telegiornali. Una griglia di lettura interessata solo agli scontri tra rivali, invece, mancherebbe il punto. L’esperienza delle due guerre mondiali, la deterrenza nucleare e la sempre più marcata riluttanza dell’opinione pubblica a versare il proprio sangue hanno provocato un cambiamento nelle rivalità di potere.

Il confronto, cioè la guerra aperta tra nemici, ha perso la sua centralità a vantaggio della contesa indiretta tra avversari e, ancor più, della competizione globale tra tutti i giocatori, anche tra gli alleati.

Mentre, anche a livello militare, conta sempre meno brillare sul campo di battaglia che durare, i percorsi contemporanei del potere emarginano le nozioni di vittoria e sconfitta. Alfa e omega del pensiero delle relazioni internazionali fino al secolo scorso, sono diventate obsolete. La vittoria riflette solo una momentanea pressione volontaristica contro la natura delle cose o l’equilibrio del potere. Inoltre i suoi risultati svaniscono rapidamente. Sarebbe esagerato paragonarlo a un’illusione?

Il potere di uno Stato non risulta da una determinata situazione, ma da un approccio integrato e da un equilibrio sostenibile tra risorse, volontà e legittimità. È perché è globalmente equilibrato internamente che la Francia è una potenza di bilanciamento esternamente. Al contrario, una Russia volontarista, povera e troppo armata può solo svolgere un ruolo destabilizzante.

Nonostante l’apparente contraddizione tra i due termini, il potere può essere equiparato al consenso, anche se è ovviamente fabbricato. Questo consenso è dovuto all’influenza di un modello sociale, prestigio politico, credibilità militare, prosperità economica, attrattiva culturale, ecc. termine di uno stato percepito come utile nel peggiore dei casi, generalmente necessario, ammirevole nel migliore dei casi.

Se l’arte della tattica dominava quando i principi misuravano il proprio potere con il metro di una provincia conquistata, è oggi emarginata da quella della strategia e della pianificazione ambientale. Quest’ultimo consiste nell’occupare spazi lacunari, rinchiudere i rivali in una fitta rete di dipendenze strutturali sotterranee e assicurarsi un margine di manovra sovrano. Possiamo così completare la cartografia dei poteri con quella delle loro dipendenze materiali e immateriali.

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Un gigante economico, la Germania, per esempio, sta pagando il prezzo dell’ingenuità, divisa tra la sua sottomissione energetica a Mosca e la sua dipendenza dalla sicurezza da Washington. Nazione prospera amministrata liberamente, scopre con stupore di non essere sovrana per mancanza di libertà di manovra. Un paese può essere uno stato di diritto, anche senza sovranità. D’altra parte, non ha più la capacità di decidere sul suo futuro e di attuare le sue scelte, che è la definizione stessa di libertà politica e la ragion d’essere della democrazia.

Conclusione

La storia è una linea spezzata. Non ha un significato particolare, ma ripercorre le avventure di competizione tra gruppi umani. Ogni confronto è, soprattutto, un movimento e un’interazione creativa le cui conseguenze non sono tutte negative.

Il mondo contemporaneo ha comunque rotto con la nozione di pace. Militari o meno, la guerra infuria tra le nazioni. Non si oppone più solo agli apparati statali come in passato, ma alle società stesse nel loro insieme.

Nulla ora sfugge al gioco dei poteri. Mark Galeotti ha pubblicato a gennaio 2022 un libro dal titolo evocativo: L’armamento di tutto . Tutto diventa strumento di combattimento. Tutto diventa un’arma.

Questo nuovo sistema globale, come abbiamo visto, non è così anarchico come si potrebbe pensare a prima vista. Se riserva naturalmente sorprese, obbedisce a regole e meccanismi accessibili alla comprensione umana.

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Gli europei in generale ei francesi in particolare non sono stati in grado di anticipare crisi sanitarie, economiche o militari che sono comunque ampiamente prevedibili. L’obsolescenza di griglie di lettura terribilmente restrittive, siano esse quella economica liberale o quella consistente nel confinare le Relazioni Internazionali a una forma di sociologia, è costata loro cara.

In un’epoca di effetti combinati e scontri interni, questi echi del passato interessano solo alla ricerca storica. Il futuro è irto di minacce e richiede strumenti concettuali in grado di conciliare l’analisi dei rapporti di potere grezzi, tenendo conto dell’imprevedibilità delle decisioni collettive o individuali e del ruolo delle forze morali. Vale a dire la necessità, la volontà e la legittimità.

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Potenza come griglia di lettura n. 12 di RAFPHAEL CHAUVANCY

Preferendo l’amministrazione delle cose al governo degli uomini, i nostri contemporanei hanno accarezzato il sogno di un villaggio globale pacifico. Gli interessi incrociati dovevano sostituire le relazioni di dominio. Il clamoroso ritorno della storia ha spazzato via questo sogno. Le interdipendenze non impediscono gli scontri. Il Cremlino sviluppa le sue armi avanzate con componenti europei; gli americani fabbricano i loro aerei con minerali cinesi rari mentre gli ucraini si riscaldano con il gas dei russi che uccidono i loro figli.

Il puro interesse materiale e le ideologie non sono quindi riusciti a pacificare il mondo né a spiegarne le convulsioni. Quindi dobbiamo cercare altrove il motore del sistema strategico globale. Criticata da autori come Bertrand Badie, la cui fragilità concettuale nasce dalla sfida insostenibile di voler spiegare le relazioni internazionali senza parlare di strategia, la nozione di potere e i suoi meccanismi offrono proprio una griglia di lettura globale e coerente. Dobbiamo ancora essere d’accordo sulla sua definizione.

Il potere è una relazione strategica

L’uomo è un essere sociale proiettato nel tempo. Vale a dire, un animale politico e storico la cui azione collettiva sposa le forme della strategia. Organismi collettivi organizzati, le società perseguono i propri obiettivi, il primo dei quali è garantire la sostenibilità e la prosperità di una comunità definita in un determinato territorio. La loro moltiplicazione ha portato gradualmente i loro interessi a incrociarsi, a scontrarsi.

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L’area mondiale si è così convertita in un sistema strategico animato da rivalità di potere, questo rapporto sfaccettato e sinergico che è, tenuto conto della necessità, l’effetto della proiezione nello spazio e nel tempo di una volontà strategica ragionata sull’ambiente materiale e immateriale .

La potenza è una relazione comparativa a somma zero. In un mondo che cambia, una potenza che non progredisce corre il rischio di una regressione meccanica. Per questo non può essere pensata al di fuori delle condizioni della sua crescita in un quadro di competizione, contestazione o confronto tra gli unici attori che ne raccolgono tutte le caratteristiche, gli Stati.

I meccanismi del potere si basano su tre principi uguali e senza tempo comuni a tutte le sfere culturali: necessità, volontà e legittimità. Si suddividono in fattori ed elementi.

La necessità è il peso dei dati di partenza, degli elementi quantificabili. Obiettivo, riunisce dati fisici e cognitivi. Copre la geografia, la demografia o le risorse economiche di un paese e determina i concreti equilibri di potere. Lei è il braccio.

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Principio guida, la volontà è la capacità di concepire un piano strategico, determina l’obiettivo da raggiungere, detta la procedura da seguire e avvia l’azione. Sfrutta le opportunità, supera i vincoli, aggira gli ostacoli o forza la resistenza. Lei è la testa, con tutto ciò che la mente umana ha di razionalità, ma anche di errori o imprevisti.

Infine, la legittimità assicura la coesione di una società attorno a valori o convinzioni condivisi e le dà la sensazione di compiere un’azione giusta, bella, buona o quantomeno necessaria. Riguarda le forze morali. Lei è il cuore.

Mappatura e dinamica della potenza

È possibile mappare cinque tipi principali di rilievi di potenza.

Al vertice c’è la ristretta cerchia delle superpotenze, come l’URSS ieri, gli Stati Uniti oggi, la Cina domani. Hanno tutte le carte in mano per imporre la loro direzione nel mondo.

Poi arrivano le potenze medie a vocazione globale come la Francia o l’Inghilterra, a cui un giorno potrebbero unirsi l’India o la Germania. Se la storia ha talvolta offerto loro l’illusione di una possibile egemonia, hanno imparato a misurare il peso della necessità e a conoscerne i limiti.

Il terzo piano riunisce potenze regionali, come il Brasile o l’Australia, difficili da aggirare in una sfera delimitata.

Questi livelli raggruppano i poteri attivi. Le pianure e le valli successive sono il dominio dei poteri passivi.

Vi troviamo le nazioni deboli, ma prospere, attaccate solo ai loro interessi immediati, come molti paesi europei. Per mancanza di volontà, costituiscono una semplice posta in gioco tra i grossi che contestano i clienti.

Il livello più basso è quello degli Stati deboli e poveri, che hanno solo interessi locali. Le loro carenze in tutte le aree sono tali da formare solo una landa desolata dove le grandi potenze si oppongono più o meno liberamente; ci sono un certo numero di paesi dell’Africa nera, dell’America Latina e dell’Asia.

Naturalmente entrano in gioco altri fattori. Potrebbero riguardare il clima di potere. I poteri freddi sono conservatori. Hanno interesse a congelare in misura maggiore o minore la scena mondiale e sono per definizione stabilizzanti, come la Francia o il Marocco, che perseguono politiche di sovranità, influenza ed equilibrio.

Al contrario, i poteri caldi sono revisionisti. Hanno aspirazioni imperiali, globali nel caso delle superpotenze, o regionali per stati come la Turchia .

Questa mappatura può essere dettagliata o orientata in base alle esigenze analitiche. Facilita la comprensione delle forze coinvolte e delle dinamiche di potere naturali o accidentali.

Il movimento di correnti calde o fredde porta meccanicamente a perturbazioni, come l’incontro dell’espansionismo turco e del conservatorismo francese nel Mar Egeo. I fenomeni naturali di erosione del potere, di cui la Russia ha notato l’importanza dopo la caduta dell’URSS, richiedono accordi o azioni più o meno riuscite per mantenere un ambiente favorevole; quando blocchi importanti si sono staccati dal corpo centrale come fa l’Ucraina, il volontarismo si oppone alla forza di gravità con le conseguenze che abbiamo visto.

Alcuni movimenti tettonici sotterranei preannunciano quindi tsunami, che possono verificarsi durante i grandi cambiamenti demografici: ci si può quindi interrogare sulla sostenibilità sociale degli Emirati Arabi Uniti dove il 10% dei cittadini annega in una massa del 90% di estranei.

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Le dinamiche di ascesa o declassamento obbediscono a determinate regole e provocano naturalmente depressioni o tempeste. Se i geografi sono stati in grado di parlare di riscaldamento globale, il riscaldamento geopolitico è una realtà molto preoccupante che richiede l’adozione di misure per mitigarlo, se possibile, per prepararci sicuramente.

Lo stratega è quindi simile al geografo. La conoscenza dei meccanismi del potere gli permette di comprendere i fenomeni indotti e di anticiparli, individuando tendenze o probabilità in assenza di certezze fuori portata.

Equilibri e squilibri

La tettonica dei poteri potrebbe essere approssimativamente riassunta come un equilibrio che viene continuamente perso e perennemente ritrovato.

I periodi di anarchia sono quelli in cui la rottura è tale che il riequilibrio è impossibile, come dopo la caduta dell’Impero Romano. Le crisi maggiori sono l’espressione di una violenta oscillazione del pendolo per contrastare un cambiamento troppo brutale per essere digerito gradualmente. Nel 1914, la guerra non derivava tanto dal desiderio di combattere del Reich quanto dalla dinamica creata dal fantastico aumento della sua potenza demografica, economica e militare a partire dal 1870. La forza di gravità costruita attorno al potere germanico non poteva che dislocare il edificio internazionale.

I movimenti strutturali sono più durevoli del frutto degli scontri cinetici. Non fu Waterloo che spinse la Francia al secondo rango di potenza nel 19° secolo . È il processo di unificazione tedesca che ha progressivamente ridotto il suo peso relativo nel concerto europeo. Inoltre, lo schiacciamento militare totale della Germania nel 1945 non le ha impedito di riprendere gradualmente e naturalmente la leadership europea.

La legge del ritorno all’equilibrio significa che i poteri che contano sono generalmente rimasti gli stessi nel corso dei secoli. È eccezionale che una nazione esca dal cerchio che gli è proprio, ma quando ciò accade è ancora più raro che riesca a ritrovarla.

Le evoluzioni che possono causare squilibri hanno ritmi molto vari. Nel regno della necessità, sono generalmente lenti, salvo incidenti come la scoperta di materie prime vitali o di alto valore: gli idrocarburi hanno trasformato una piccola nazione remota in uno degli stati più prosperi del globo all’inizio degli anni ’70.

È in termini di volontà che le rotture sono più rapide e l’influenza del libero arbitrio individuale o collettivo è decisiva. Personalità forti come i Presidenti Putin o Erdogan hanno segnato le Relazioni Internazionali contemporanee; la resilienza collettiva del popolo ebraico ha permesso loro di superare due millenni di dispersione e persecuzione per ricreare finalmente uno stato in pochi anni.

I criteri di legittimità generalmente conoscono solo evoluzioni progressive e sotterranee. Ma quando l’architettura delle credenze è cambiata, è difficile tornare indietro. La Corte di Versailles lo scoprì a suo danno nel 1789 prima che il mondo intero ne rimanesse sconvolto.

Sebbene i cambiamenti creino opportunità, non tutti vale la pena coglierli. Uno squilibrio troppo grande a favore di un attore provoca in cambio una reazione virulenta e coordinata dei suoi avversari, dei suoi partner, persino dei suoi alleati. Uno Stato deve porsi anche la questione della sua capacità di assorbire un forte aumento di potere. La rana non vince volendo essere più grande del bue…

Modellazione piuttosto che shock

Altri meccanismi derivano dalle contraddizioni interne di qualsiasi stato, sistema, situazione. Mao ha anche teorizzato il suo sfruttamento strategico. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno difficoltà a conciliare la propria identità democratica e la propria natura imperiale. All’interno della stessa alleanza formata dalle democrazie, una forte antilogia distingue la visione francese del multilateralismo, considerato come un’opportunità per creare spazio di manovra, e l’approccio americano, che lo vede come una minaccia al suo status di iperpotenza.

Un paradosso è che la potenza trattenuta è maggiore della potenza impiegata. Quest’ultima, infatti, è una spesa in conto capitale il cui beneficio resta da dimostrare. L’Inghilterra ha costruito il suo dominio assistendo alle grandi conflagrazioni europee molto più che partecipando ad esse. Mentre i suoi avversari si esaurivano in futili litigi, accumulò capitali, costruì navi mercantili, estese le sue reti finanziarie e liberò le terre vergini dell’America e dell’Oceania che offriva al suo vigore demografico e pionieristico.

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Se la manovra di Vladimir Putin in Crimea nel 2014 è un caso da manuale dell’uso strategico dei movimenti naturali al lavoro, l’aggressione in Ucraina nel 2022 illustra i misfatti di uno sterile degrado. Il potere militare, politico e diplomatico russo è stato ridotto e le sue risorse economiche sono state gravemente colpite. Allo stesso modo, l’abuso del diritto di veto da parte dei russi all’ONU è il modo migliore per mettere in discussione il principio stesso. Come contrappunto, la Francia è attenta a non usare la propria per evitare che la sua legittimità venga contestata, il che contribuisce al suo status di potenza globale responsabile.

Sorprendentemente contraddittoria, una saggia politica di potere può consistere nel… favorire l’aumento di quelli di altri attori. È improbabile che un paese come la Francia possa aumentare notevolmente le proprie risorse oltre certi limiti. D’altra parte, potrebbe mirare a rafforzare gli stati subordinati a scapito dei suoi concorrenti.

Se vuoi la pace, prepara la guerra. La debolezza uccide, lo dimostrano i telegiornali. Una griglia di lettura interessata solo agli scontri tra rivali, invece, mancherebbe il punto. L’esperienza delle due guerre mondiali, la deterrenza nucleare e la sempre più marcata riluttanza dell’opinione pubblica a versare il proprio sangue hanno provocato un cambiamento nelle rivalità di potere.

Il confronto, cioè la guerra aperta tra nemici, ha perso la sua centralità a vantaggio della contesa indiretta tra avversari e, ancor più, della competizione globale tra tutti i giocatori, anche tra gli alleati.

Mentre, anche a livello militare, conta sempre meno brillare sul campo di battaglia che durare, i percorsi contemporanei del potere emarginano le nozioni di vittoria e sconfitta. Alfa e omega del pensiero delle relazioni internazionali fino al secolo scorso, sono diventate obsolete. La vittoria riflette solo una momentanea pressione volontaristica contro la natura delle cose o l’equilibrio del potere. Inoltre i suoi risultati svaniscono rapidamente. Sarebbe esagerato paragonarlo a un’illusione?

Il potere di uno Stato non risulta da una determinata situazione, ma da un approccio integrato e da un equilibrio sostenibile tra risorse, volontà e legittimità. È perché è globalmente equilibrato internamente che la Francia è una potenza di bilanciamento esternamente. Al contrario, una Russia volontarista, povera e troppo armata può solo svolgere un ruolo destabilizzante.

Nonostante l’apparente contraddizione tra i due termini, il potere può essere equiparato al consenso, anche se è ovviamente fabbricato. Questo consenso è dovuto all’influenza di un modello sociale, prestigio politico, credibilità militare, prosperità economica, attrattiva culturale, ecc. termine di uno stato percepito come utile nel peggiore dei casi, generalmente necessario, ammirevole nel migliore dei casi.

Se l’arte della tattica dominava quando i principi misuravano il proprio potere con il metro di una provincia conquistata, è oggi emarginata da quella della strategia e della pianificazione ambientale. Quest’ultimo consiste nell’occupare spazi lacunari, rinchiudere i rivali in una fitta rete di dipendenze strutturali sotterranee e assicurarsi un margine di manovra sovrano. Possiamo così completare la cartografia dei poteri con quella delle loro dipendenze materiali e immateriali.

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Un gigante economico, la Germania, per esempio, sta pagando il prezzo dell’ingenuità, divisa tra la sua sottomissione energetica a Mosca e la sua dipendenza dalla sicurezza da Washington. Nazione prospera amministrata liberamente, scopre con stupore di non essere sovrana per mancanza di libertà di manovra. Un paese può essere uno stato di diritto, anche senza sovranità. D’altra parte, non ha più la capacità di decidere sul suo futuro e di attuare le sue scelte, che è la definizione stessa di libertà politica e la ragion d’essere della democrazia.

Conclusione

La storia è una linea spezzata. Non ha un significato particolare, ma ripercorre le avventure di competizione tra gruppi umani. Ogni confronto è, soprattutto, un movimento e un’interazione creativa le cui conseguenze non sono tutte negative.

Il mondo contemporaneo ha comunque rotto con la nozione di pace. Militari o meno, la guerra infuria tra le nazioni. Non si oppone più solo agli apparati statali come in passato, ma alle società stesse nel loro insieme.

Nulla ora sfugge al gioco dei poteri. Mark Galeotti ha pubblicato a gennaio 2022 un libro dal titolo evocativo: L’armamento di tutto . Tutto diventa strumento di combattimento. Tutto diventa un’arma.

Questo nuovo sistema globale, come abbiamo visto, non è così anarchico come si potrebbe pensare a prima vista. Se riserva naturalmente sorprese, obbedisce a regole e meccanismi accessibili alla comprensione umana.

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Gli europei in generale ei francesi in particolare non sono stati in grado di anticipare crisi sanitarie, economiche o militari che sono comunque ampiamente prevedibili. L’obsolescenza di griglie di lettura terribilmente restrittive, siano esse quella economica liberale o quella consistente nel confinare le Relazioni Internazionali a una forma di sociologia, è costata loro cara.

In un’epoca di effetti combinati e scontri interni, questi echi del passato interessano solo alla ricerca storica. Il futuro è irto di minacce e richiede strumenti concettuali in grado di conciliare l’analisi dei rapporti di potere grezzi, tenendo conto dell’imprevedibilità delle decisioni collettive o individuali e del ruolo delle forze morali. Vale a dire la necessità, la volontà e la legittimità.

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potere e territorio. Intervista a Jean-Robert Pitte #8

Presidente della Società Geografica, Jean-Robert Pitte dedica le sue ricerche alla storia della geografia dei paesaggi, della gastronomia e del vino. È membro dell’Accademia di scienze morali e politiche e autore di un’abbondante opera che gli è valsa numerosi premi. È stato anche presidente dell’Università della Sorbona (Parigi IV) dal 2003 al 2008.

Intervista condotta da Louis du Breil.

Secondo te, su cosa si basa il potere di un Paese?

Nell’evocare il potere di un Paese, pensiamo prima alla sua economia e tutti conoscono l’aforisma di Jean Bodin secondo cui “non c’è ricchezza se non per gli uomini”. Il pensatore rinascimentale aveva ragione e il suo punto di vista vale anche per gli eserciti, la politica e la cultura, altre sfaccettature del potere. Aggiungo che non è il numero degli uomini che conta per primo. Devono essere educati, animati da curiosità ed empatia verso i loro coetanei, rispettosi dello stato di diritto e, analizzando questi criteri, Singapore, la Svizzera o il Lussemburgo pesano molto più della Nigeria o del Pakistan. Il resto, ovvero il clima, la ricchezza dei terreni coltivabili, le materie prime, la facilità di accesso sono solo la ciliegina sulla torta che non conta molto senza perseveranza e un progetto strutturato.

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Il potere non si basa solo sul PIL, ma anche sulla capacità di difendersi o espandersi con mezzi militari. La storia dimostra la fragilità di queste potenzialità. Ci sono paesi con eserciti altamente addestrati che sono colossi con i piedi d’argilla, come la Corea del Nord, e paesi neutrali senza una vera autodifesa o forze d’attacco che vivono nella prosperità, come la Svizzera, i paesi scandinavi o Singapore. I paesi militarmente potenti, come la Cina o la Russia, hanno grandi risorse ed eserciti gonfi, ma i loro leader sanno anche cosa hanno da perdere se si impegnano in avventure militari. La vastità dei loro territori è per loro una sfida permanente e il mantenimento dell’unità richiede un grande sforzo. Le invettive dei loro leader nei confronti di Taiwan o dell’Ucraina sono solo mezzi più o meno illusori per rafforzare la loro unità nazionale. Non è detto che i popoli siano pronti a sacrificare il loro potere d’acquisto e il loro benessere per la gloria di una conquista territoriale. I nazionalismi un tempo galvanizzavano i popoli. È ancora rilevante? Le conquiste militari riuscite si basavano su un progetto politico, culturale ed economico attraente per i popoli conquistati. Questo era il caso di È ancora rilevante? Le conquiste militari riuscite si basavano su un progetto politico, culturale ed economico attraente per i popoli conquistati. Questo era il caso di È ancora rilevante? Le conquiste militari riuscite si basavano su un progetto politico, culturale ed economico attraente per i popoli conquistati. Questo era il caso dil’impero di Alessandro o di Roma, tanto meno per le ambizioni di Carlo V, Luigi XIV o Napoleone, in nessun modo per la Germania nazista, il Giappone imperialista degli anni ’30, l’Unione Sovietica. Lo scoraggiamento non si sarebbe impadronito ben presto di potenti eserciti formati da soldati di professione mal pagati o, a fortiori, da coscritti? La domanda potrebbe sorgere anche per l’Iran.

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La Germania è una grande potenza con relativamente poche risorse naturali, ma ha un’industria ad alte prestazioni e servizi che si irradiano in tutto il pianeta. Di conseguenza, i suoi leader sono più influenti e ascoltati rispetto a quelli dei paesi economicamente più dipendenti. Il potere, infine, dipende dall’influenza della cultura di un Paese: da questo punto di vista il Giappone, che per molto tempo visse in autarchia (dal 1601 al 1868), si è risvegliato e oggi esercita una grandissima influenza in tutti i campi artistici e culturali . Quello che stupisce è il contrasto che si può osservare con l’influenza politica di questo Paese e, ancor più, strategica, la sua capacità militare che poggia principalmente sull’alleanza con gli Stati Uniti, come quella della Germania sulla NATO. Alcuni sostengono che furono le condizioni imposte dagli Alleati a questi due paesi nel 1945 che consentirono loro di risparmiare ingenti spese militari per sviluppare il resto della loro economia. Ciò non è del tutto esatto se si pensa al ruolo trainante delle industrie militari nello sviluppo del potere economico degli Stati Uniti, della Francia o di Israele. Quest’ultimo Paese è senza dubbio l’unico – con Taiwan – in cui i giovani sarebbero pronti a prendere le armi per salvare la propria indipendenza, il proprio stile di vita e la propria democrazia. Ciò non è del tutto esatto se si pensa al ruolo trainante delle industrie militari nello sviluppo del potere economico degli Stati Uniti, della Francia o di Israele. Quest’ultimo Paese è senza dubbio l’unico – con Taiwan – in cui i giovani sarebbero pronti a prendere le armi per salvare la propria indipendenza, il proprio stile di vita e la propria democrazia. Ciò non è del tutto esatto se si pensa al ruolo trainante delle industrie militari nello sviluppo del potere economico degli Stati Uniti, della Francia o di Israele. Quest’ultimo Paese è senza dubbio l’unico – con Taiwan – in cui i giovani sarebbero pronti a prendere le armi per salvare la propria indipendenza, il proprio stile di vita e la propria democrazia.

La geografia condiziona il potere di uno stato?

Probabilmente non la sua superficie, che spesso è un handicap per Stati molto grandi. Hanno difficoltà a gestire e sviluppare il loro territorio, a creare una rete di trasporto efficiente, a mantenere le periferie nell’alma mater, a proteggere i propri confini da flussi migratori incontrollati, a meno che non spendano molti soldi e dispieghino colossali polizie o militari risorse. Lo si vede nel Caucaso per la Russia, nel Tibet o nello Xinjiang, anche a Hong Kong per la Cina, al confine tra Stati Uniti e Messico, oltreoceano per la Francia a cominciare dalla Corsica, ma ufficialmente metropolitana.

Prendiamo altri esempi. Il Sahara e il Sahel settentrionale sono molto scarsamente controllati da Algeria, Libia, Mauritania, Mali, ecc. Il Brasile ha molte difficoltà nell’impostare una sana gestione dell’Amazzonia ed è ancora più problematico per altri paesi con fitte foreste equatoriali, in Africa centrale o in Indonesia. Ma le ragioni sono più da ricercarsi nelle modalità di governo di questi paesi e nello sviluppo culturale e tecnico delle loro popolazioni che nel clima.

In una lettera al re di Prussia del 10 novembre 1804, riferendosi alla Russia, Napoleone scrisse questa frase che è stata riprodotta e distorta a suo piacimento: “la politica di tutte le potenze è nella loro geografia”. Non ci credo affatto; è una visione molto deterministica della realtà geopolitica. Credo molto di più in quanto scrisse Vidal de La Blache nel 1903 sulla Tavola Geografica di Francia: “La storia di un popolo è inseparabile dalla regione che abita”. Va da sé che i dati ambientali influiscono sul modo in cui uno Stato pianifica il proprio territorio e gestisce la propria economia, ma possono essere oggetto di molteplici scelte che dipendono dal know-how e dalla buona volontà degli abitanti e dei loro governanti, in una parola, della libertà umana. Come aveva chiaramente mostrato Pierre Gourou, le zone tropicali umide dell’Africa o dell’America Latina sono molto scarsamente popolate e poco sviluppate, mentre diverse centinaia di abitanti vivono in ogni chilometro quadrato dei delta e delle pianure del sud-est asiatico grazie alla coltivazione del riso e all’agricoltura. La mappa dell’analfabetismo è molto vicina a quella della miseria, una correlazione che è una causalità e che non ha alcun legame con il clima o con qualsiasi altro fattore ambientale.

I giacimenti di petrolio e gas naturale rappresentano una colossale ricchezza naturale di cui i paesi del Golfo hanno beneficiato per decenni. Possiamo, tuttavia, prevedere senza grandi rischi che questa manna non durerà per sempre e che solo gli Stati interessati che avranno investito nell’istruzione superiore dei loro giovani e nello sviluppo delle attività industriali e dei servizi ne usciranno vincitori quando il tempo arriva. .

L’indice di sviluppo umano è un importante criterio di differenziazione tra paesi, più interessante del potere che lascia da parte molti aspetti della vita degli abitanti. Si basa sull’aspettativa di vita, sulla ricchezza e sul livello di istruzione delle popolazioni. Tra i primi dieci paesi del pianeta, alcuni hanno un vero potere economico e politico, ma altri no: Islanda, Norvegia, Giappone, Svizzera, Finlandia, Svezia, Australia, Germania, Danimarca, Paesi Bassi. È chiaro che al di fuori dell’Australia pochi sono coloro che dispongono di abbondanti risorse energetiche o minerarie e che la maggior parte, a parte la Germania, non è favorita dal loro ambiente che è subpolare, montuoso, paludoso o regolarmente afflitto da cataclismi.

Infine, l’apertura dei paesi al mondo dipende più dalle loro scelte politiche, strategiche e culturali che dalla loro geografia fisica. Ad esempio, l’insularità non è in alcun modo determinante. Di certo la Gran Bretagna ha sempre giocato una carta diversa da quella dell’Europa continentale e il Giappone si è chiuso in se stesso dal 1601 al 1868, cosa più difficile se non fossero stati stati insulari. Ma la loro apertura internazionale è indiscutibile nel corso della storia. Inoltre, altre isole come Singapore, Mauritius, Taiwan o persino Cipro hanno una storia largamente aperta al commercio. Stessa osservazione per i paesi molto montuosi: il Nepal è largamente aperto al mondo mentre il vicino Bhutan è quasi completamente chiuso.

In che modo la pianificazione territoriale riflette il potere di un popolo?

Più che al servizio del suo potere, il corretto sviluppo del territorio di uno Stato deve essere pensato al servizio del maggior numero dei suoi abitanti. Deve soddisfare la loro sicurezza, i loro bisogni economici, la loro mobilità, ma anche il loro benessere. Questo è raramente il caso nel mondo. I paesi che hanno pensato solo al loro potere hanno favorito complessi militari-industriali che raramente hanno servito il loro popolo. È il caso degli Stati totalitari o dittatoriali: ieri la Germania nazista o l’Unione Sovietica, oggi la Repubblica popolare cinese, la Russia, la Corea del Nord, l’Iran, il Pakistan. Tra i paesi democratici solo Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Giappone, India, Corea del Sud, Israele dispone di potenti industrie di armi ed eserciti in grado di intervenire efficacemente in un conflitto senza pregiudicare il benessere della sua popolazione. In diversi paesi, queste attività creano persino posti di lavoro e ricchezza, poiché sono in gran parte orientate all’esportazione. Stimolano anche lo sviluppo di alte tecnologie in campi pacifici come l’aeronautica, l’elettronica o le telecomunicazioni.

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Cos’è il potere?

Nei paesi poveri il territorio è poco sviluppato. L’urbanizzazione è galoppante e spontanea, sfociando in città mostruose dove regnano precarietà, insicurezza, congestione e inquinamento. Risulta da un esodo rurale forzato dalla miseria contadina e dall’illusione dell’Eldorado delle città. I mezzi di trasporto sono arcaici e incompleti. Ciò si traduce nella creazione di intere aree che non sono controllate dagli stati. Può essere visto quasi ovunque in Africa, in diversi paesi del Medio Oriente, in misura minore in alcune sacche di vari paesi dell’America Latina , tutti afflitti da guerre civili mortali e affetti da una completa mancanza di governo.

Tuttavia, non tutti i paesi ricchi hanno progettato la loro pianificazione regionale per servire il maggior numero di persone. Così in Francia, dalla metà del 20° secolo, il DATAR o i suoi avatar hanno, ovviamente, decentrato un po’ a ragione l’industria dell’Ile-de-France, ma hanno pensato allo sviluppo favorendo le grandi metropoli e le connessioni veloci tra loro. Hanno in gran parte trascurato lo spazio rurale che tuttavia rappresenta una parte molto ampia del territorio francese, che è molto scarsamente popolato e costituisce un vasto deserto educativo, medico, commerciale e culturale. Jean-François Gravier lo aveva sottolineato nel 1947 quando pubblicò il suo saggio intitolato Parigi e il deserto francese. Nel turismo, lo Stato ha favorito la specializzazione di alcune regioni (Alpi settentrionali, costa della Linguadoca) lasciando molti altri al turismo diffuso e spontaneo che ha una bassa capacità di accoglienza mentre il suo potenziale è immenso su scala europea e globale per l’elevata qualità dei suoi paesaggi (Massiccio Centrale, Pirenei, Alpi meridionali, ecc.). Negli anni a venire, l’abbandono agricolo rischia di aggravare ulteriormente questi contrasti già molto forti. Data la distribuzione della popolazione, questo problema pesa poco sul piano elettorale in Francia, in particolare in occasione delle elezioni presidenziali o legislative, un po’ di più durante le elezioni senatoriali. Negli anni a venire, l’abbandono agricolo rischia di aggravare ulteriormente questi contrasti già molto forti. Data la distribuzione della popolazione, questo problema pesa poco sul piano elettorale in Francia, in particolare in occasione delle elezioni presidenziali o legislative, un po’ di più durante le elezioni senatoriali. Negli anni a venire, l’abbandono agricolo rischia di aggravare ulteriormente questi contrasti già molto forti. Data la distribuzione della popolazione, questo problema pesa poco sul piano elettorale in Francia, in particolare in occasione delle elezioni presidenziali o legislative, un po’ di più durante le elezioni senatoriali.

Ha diretto l’Università di Parigi IV, oggi Università della Sorbona, dal 2003 al 2008. In che modo l’università francese può contribuire al potere educativo del Paese?

Ho presieduto un’università che si chiamava allora Paris-Sorbonne, nome voluto dal suo primo presidente, Alphonse Dupront, che voleva far rivivere il prestigio di uno dei più famosi college dell’Università di Parigi nel Medioevo in cui eravamo situato. Per alcuni decenni, questa università ha fatto brillare le lettere e le discipline umanistiche di lingua francese in tutto il mondo favorendo standard elevati, eleganza intellettuale, pensiero critico, rispetto reciproco, trasmissione senza concessioni. Ha popolato con i suoi laureati università francesi e molte università straniere. Grazie al suo nome prestigioso e all’alto livello di insegnamento e ricerca, ha potuto aprire nel 2006 una filiale ad Abu Dhabi, che forma in francese parte dell’élite degli Emirati Arabi Uniti e del Medio Oriente.

Non spetta a me oggi valutare una casa che è stata mia per mezzo secolo e alla cui influenza mi dedico con passione fin dai tempi dei miei studi. Quello che posso dire è che deve rimanere fedele alla sua reputazione di quasi otto secoli fa. Non può accontentarsi di accogliere studenti che non scelgono corsi superiori selettivi, vivendo solo di sussidi statali che saranno sempre necessariamente limitati se alcuni dei suoi studenti abbandonano nei primi anni di corso e che alcuni dei suoi laureati trovano essi stessi disoccupati o in lavori poco qualificati. Deve anche proteggersi dalle mode intellettuali dei campus dall’altra parte dell’Atlantico. La riforma del “parcoursup” basata su una pagella scolastica esauriente e sull’espressione della motivazione del futuro studente va nella giusta direzione, ma la sua applicazione è lenta in molte università. Il potere di un paese si basa anche sulle sue grandi università, come accade nella maggior parte dei paesi sviluppati. In Francia, ahimè, le università hanno rinunciato alla formazione dell’élite e hanno lasciato questa missione alle “grandes écoles”, precedute dalle classi preparatorie, istituti propri della Francia, certamente di alta qualità, ma in cui la ricerca è spesso preoccupazione secondaria. È un peccato che, a differenza dell’Inghilterra, degli Stati Uniti o del Giappone, l’élite della Francia sia raramente qualificata nel campo delle discipline umanistiche, delle lettere e delle arti,

Fondata nel 1821, la Società Geografica che tu presiedi è la più antica del mondo. Nel contesto dell’attuazione del Congresso di Vienna e dell’intensificazione delle esplorazioni geografiche, la sua creazione è stata il risultato di una certa concezione del potere?

Napoleone aveva detto nel 1807: “Se in un punto centrale come Parigi ci fossero diversi professori di geografia che potessero raccogliere conoscenze sparse, confrontarle, purificarle, che si sarebbe nel caso di consultarli con sicurezza per essere istruiti sui fatti e cose, sarebbe un’istituzione buona e utile. » . Questo manifesto, scaturito dallo spirito di curiosità dell’Illuminismo, sfociò nel 1821, pochi mesi dopo la morte dell’imperatore deposto, nella creazione della Società Geografica dedita anzitutto alla conoscenza del mondo, a riempire il bianco di le carte che ancora oggi occupano il cuore di tutti i continenti. Naturalmente, commercianti, missionari, soldati, gli amministratori civili trarranno vantaggio da questa nuova conoscenza per dispiegare la loro attività in tutti i continenti e costituire decenni dopo un vasto impero coloniale. Possiamo quindi affermare che la potenza della Francia a cavallo del 20° secolo non avrebbe potuto affermarsi senza l’attuazione di strategie basate su una solida conoscenza della geografia terrestre e dei mari nel mondo.

L’insegnamento della geografia sembra oggi essere trascurato. Da dove pensi che derivi questa mancanza di interesse pubblico per la geografia? Questo è dannoso per la comprensione dei francesi del proprio territorio e del potere francese nel mondo?  

L’insegnamento della geografia è cambiato molto negli ultimi decenni. Purtroppo, nel volersi ancorare a basi teoriche non facilmente accessibili ai comuni mortali, a differenza della storia, ha in parte perso la capacità di far sognare, di muovere, di nutrire uno sguardo di meraviglia sul mondo. Nulla è perduto e alcuni insegnanti continuano ad entusiasmare i loro alunni e studenti. Ciò si riscontra in particolare nel campo della cartografia, che sta suscitando un crescente interesse nell’istruzione secondaria, superiore, nella stampa e nella televisione. In ogni caso, è certo che l’ignoranza geografica porta alla sfiducia, persino al disprezzo nei confronti degli altri. È anche in una certa misura un’arma di distruzione di massa.

Pensi che il potere debba essere dispiegato o piuttosto assunto nel ruolo che i paesi dovrebbero svolgere?

Un paese potente è rispettato e svolge pienamente un ruolo originale nella globalizzazione. Non ha bisogno di mostrare i suoi artigli, anche se tutti sanno che esistono e che se necessario può usarli. Tre paesi, Stati Uniti, Russia e Cina, stanno oggi valutando il potere dell’altro. Il primo manifesta piuttosto una stanchezza per il suo ruolo di poliziotto del mondo, che incoraggia gli altri due che giocano pericolosamente a spaventare le loro popolazioni e i loro vicini. Quanto all’Europa, sta lottando per unirsi, per svolgere un ruolo politico e per formare un vero esercito, che è molto sfortunato per la pace nel mondo. O avanzerà verso una maggiore coesione, o cadrà in pezzi in volo creando molti danni dentro e intorno a sé. Coloro che hanno conosciuto la seconda guerra mondiale sono praticamente tutti scomparsi e la cultura storica dei loro discendenti è troppo elementare: ahimè, i popoli hanno la memoria corta e troppo volentieri ricadono nei loro solchi preferiti. Un po’ più di cultura storica e geografica non potrebbe danneggiarli!

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L’imperatore Federico II ha segnato il suo tempo con il suo potere politico e culturale. Rappresenta uno degli archetipi del potere in epoca medievale, il suo regno illustra il modo in cui viene inteso. Intervista al medievalista Sylvain Gouguenheim.

Sylvain Gouguenheim è professore all’ENS Lyon, autore di numerosi libri e monografie dedicate in particolare ai Cavalieri Teutonici e una biografia di Federico II. Intervista condotta da Jean-Baptiste Noé.

Come era concepito il potere nel medioevo? È solo politico o include anche l’economia e il mondo intellettuale? Su quali fonti intellettuali si basa questa concezione del potere?

“La legge ha un naso di cera e il re un pugno di ferro che gli permette di torcere la legge a suo piacimento…” (Enrico III, imperatore tedesco)
La nostra parola “potere” deriva dal latino “potestas” che dava l’antico Francese il termine “pôté”. La potestas è prima di tutto la capacità di dominare uno spazio e delle persone. Questa capacità può essere acquisita da zero da un “avventuriero”, ma spesso si basa sul potere della famiglia, forgiato e tramandato attraverso gli antenati. La forza dei legami familiari è uno dei parametri più importanti del potere medievale.

Dominare uno spazio è organizzarne l’economia, definirne e proteggerne i limiti, esercitare la sua autorità sugli uomini che vi risiedono, e quindi sottoporli alla sua giustizia, alla sua tassazione, agli obblighi di servizio (lavoretti, servizio militare, eccetera.). Il “poté” designava così sia il potere del signore che il territorio dove si esercitava la sua giurisdizione. Il potere nel Medioevo si basava quindi principalmente sulla forza armata, sul possesso della terra e sui diritti umani. È quella del signore che vive di rendita fondiaria nelle sue residenze fortificate.

Senza potere, cioè senza la capacità di poter fare ciò che si vuole, di agire sugli uomini e sugli elementi, non c’è autorità. Ma al contrario, senza autorità il potere è indebolito. L’autorità è uno strumento per legittimare il potere, il suo fondamento morale. In un certo senso, l’auctoritas attenua la violenza della potestas. Con il cristianesimo, questa “auctoritas” crebbe diventando sacra: il papato pretendeva di esercitare un’autorità morale su tutta la cristianità e quindi di esercitare sanzioni sui poteri politici che non rispettavano i principi cristiani o la volontà del popolo. papi in questioni tanto delicate quanto la nomina e l’indipendenza dei vescovi e il controllo delle “chiese nazionali”.

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Detto questo, il Papato oscillava tra due tendenze: una, spesso definita teocratica, che osserviamo all’epoca della Riforma gregoriana e nel XIII secolo, da Innocenzo III a Bonifacio VIII; l’altro, di ispirazione gelasiana. Il primo ha voluto impedire ogni intrusione del potere secolare nella vita della Chiesa, per affermare il primato del papa, la “pienezza” del suo potere all’interno della Chiesa, la sua dimensione universale, senza però creare un “impero pontificio”. avrebbe regolato la vita economica e sociale. In questo contesto era necessario emanciparsi dal potere degli imperatori, desacralizzato. La Chiesa della Riforma Gregoriana si è così trasformata in un corpo politico, strutturato da una Legge in piena revisione. Bonifacio VIII si spinse oltre proclamando in “Unam Sanctam” che i re erano soggetti a un semplice sacerdote… La dottrina gelasiana (496) era più equilibrata: distingueva tra poteri temporali e spirituali (le “due spade”), che dovevano cooperare. Certo, il potere temporale doveva coadiuvare il potere spirituale, ma non gli era soggetto nell’ambito civile: doveva piegarsi all’autorità ecclesiastica solo per ciò che rientrava nella religione, la “res divinae”. C’era dunque a capo della società cristiana una dualità di poteri, voluta, secondo Gelasio I, da Dio stesso. La Chiesa (il Sacerdozio) e il Regno (il Regnum) erano due “res publicae”, due entità separate che dovevano cooperare per la salvezza dell’Umanità. distingueva tra poteri temporali e spirituali (le “due spade”), che dovevano cooperare. Certo, il potere temporale doveva coadiuvare il potere spirituale, ma non gli era soggetto nell’ambito civile: doveva piegarsi all’autorità ecclesiastica solo per ciò che rientrava nella religione, la “res divinae”. C’era dunque a capo della società cristiana una dualità di poteri, voluta, secondo Gelasio I, da Dio stesso. La Chiesa (il Sacerdozio) e il Regno (il Regnum) erano due “res publicae”, due entità separate che dovevano cooperare per la salvezza dell’Umanità. distingueva tra poteri temporali e spirituali (le “due spade”), che dovevano cooperare. Certo, il potere temporale doveva coadiuvare il potere spirituale, ma non gli era soggetto nell’ambito civile: doveva piegarsi all’autorità ecclesiastica solo per ciò che rientrava nella religione, la “res divinae”. C’era dunque a capo della società cristiana una dualità di poteri, voluta, secondo Gelasio I, da Dio stesso. La Chiesa (il Sacerdozio) e il Regno (il Regnum) erano due “res publicae”, due entità separate che dovevano cooperare per la salvezza dell’Umanità. doveva sottostare all’autorità ecclesiastica solo per le questioni attinenti alla religione, la “res divinae”. C’era dunque a capo della società cristiana una dualità di poteri, voluta, secondo Gelasio I, da Dio stesso. La Chiesa (il Sacerdozio) e il Regno (il Regnum) erano due “res publicae”, due entità separate che dovevano cooperare per la salvezza dell’Umanità. doveva sottostare all’autorità ecclesiastica solo per le questioni attinenti alla religione, la “res divinae”. C’era dunque a capo della società cristiana una dualità di poteri, voluta, secondo Gelasio I, da Dio stesso. La Chiesa (il Sacerdozio) e il Regno (il Regnum) erano due “res publicae”, due entità separate che dovevano cooperare per la salvezza dell’Umanità.

Il potere reale, che J. Le Goff ha detto essere una delle invenzioni medievali, è caratterizzato dalla sovranità, un termine feudale: il re non è vassallo di nessuno; i principi ei nobili sono suoi vassalli diretti o indiretti. A ciò si aggiunge la sovranità: il re non è politicamente soggetto a nessuno; come scrissero i giuristi nel XIII secolo, è “imperatore nel suo regno”. Infine, il re non solo fu coronato, ma consacrato, il che lo erige al di sopra e in disparte dagli altri uomini; la sacralità avvolge e rafforza la dimensione feudale e politica del suo potere; ne fa un mediatore tra Dio e gli uomini. Il modello è Cristo Re. Questo atto che appartiene al mondo soprannaturale è un elemento di un ordine istituzionale; la legittimità del potere sul mondo non viene da questo mondo… Noi siamo re “per grazia di Dio”. L’incoronazione contribuì a creare l’idea di maestà, e quindi del reato di “lesa maestà”. Questa sacralità spiega l’importanza dei rituali che circondano la pratica del potere. Il re beneficia così dei poteri taumaturgici. Certo, è vincolato dalle promesse fatte durante l’incoronazione (far regnare la pace e la giustizia, garantire la prosperità), e se deve rispettare e garantire il costume, è anche l’artefice della Legge. Non bisogna minimizzare il ruolo crescente della scrittura nel governo degli uomini: la produzione di documenti che esprimono la volontà del sovrano, la loro progressiva archiviazione, sono strumenti di potere. Questa sacralità spiega l’importanza dei rituali che circondano la pratica del potere. Il re beneficia così dei poteri taumaturgici. Certo, è vincolato dalle promesse fatte durante l’incoronazione (far regnare la pace e la giustizia, garantire la prosperità), e se deve rispettare e garantire il costume, è anche l’artefice della Legge. Non bisogna minimizzare il ruolo crescente della scrittura nel governo degli uomini: la produzione di documenti che esprimono la volontà del sovrano, la loro progressiva archiviazione, sono strumenti di potere. Questa sacralità spiega l’importanza dei rituali che circondano la pratica del potere. Il re beneficia così dei poteri taumaturgici. Certo, è vincolato dalle promesse fatte durante l’incoronazione (far regnare la pace e la giustizia, garantire la prosperità), e se deve rispettare e garantire il costume, è anche l’artefice della Legge. Non bisogna minimizzare il ruolo crescente della scrittura nel governo degli uomini: la produzione di documenti che esprimono la volontà del sovrano, la loro progressiva archiviazione, sono strumenti di potere.

Così il re crea qualcosa di nuovo: trasformare la condizione degli uomini, il loro ambiente di vita. Egli è dunque insieme “monarca” – solo al potere – e ministro (vincolato dal suo ufficio, dai suoi doveri): etimologicamente è colui che “dirige con rettitudine” nello svolgimento del servizio connesso alla sua funzione. Troviamo le tre funzioni indoeuropee: quelle della guerra, del sacro e della prosperità.

Federico II è uno di quei sovrani del medioevo di cui si è conservato il nome e il mito nella storia. Su quali elementi si basa la forza del suo potere? L’ereditarietà, la forza dell’Impero, la sua concezione della politica?

Il suo potere, Federico II (1212-1250) lo deve alla congiunzione dei propri sforzi per impadronirsene ea una costellazione politica molto speciale. Staufen dal padre, Hauteville (la dinastia dei re normanni di Sicilia) dalla madre, ereditò alla sua nascita il regno di Germania e quello di Sicilia. Quanto al titolo imperiale, doveva riceverlo dalle mani del papa poiché solo il re di Germania era un candidato legittimo per questa funzione. Ereditò quindi un doppio potere. Era anche un ostacolo perché era necessario governare questi due regni lontani l’uno dall’altro, senza confine comune, molto diversi per natura, per popolo, per istituzioni. L’ottenimento nel 1220 della corona imperiale gli permise, in teoria, di dominare il Nord e il Centro Italia oltre che il regno di Arles (con Marsiglia). Gli dava un prestigio ineguagliabile. Ma lo portò a fare i conti con la riluttanza e anche con le rivolte delle ricche città italiane, e di fronte all’ostilità di un Papato che non poteva accettare di vedere le sue terre intrappolate tra l’impero del Nord e il regno di Sicilia, che comprendeva il a sud della penisola (Calabria, Puglia, Campania). Ciò che fece della grandezza del territorio detenuto da Federico II fu anche causa della sua esposizione a contese e attacchi. Non risparmiò quindi sforzi, andando a conquistare con le armi una corona di Germania offerta dai principi germanici, ma contesa da Ottone IV allora imperatore. Fu ancora con le armi che dovette combattere contro le città longobarde e un Papato che lo perseguitò con inespiabile odio negli ultimi 15 anni del suo regno. Questo contesto, come il suo temperamento, spiegano la sua concezione del potere, che si manifesta nella sua politica, così come nelle sue osservazioni o nelle sue costruzioni: i principi, scriveva, furono stabiliti non solo da Dio, ma «dalla necessità impellente delle cose stesse» in per impedire agli uomini di distruggersi in guerre incessanti. Intende esercitare la sua autorità nella misura più ampia, non cedere nulla delle prerogative imperiali, non abbandonare nessuno dei suoi diritti o delle sue terre. In breve: nessun potere senza sovranità. Intende esercitare la sua autorità nella misura più ampia, non cedere nulla delle prerogative imperiali, non abbandonare nessuno dei suoi diritti o delle sue terre. In breve: nessun potere senza sovranità. Intende esercitare la sua autorità nella misura più ampia, non cedere nulla delle prerogative imperiali, non abbandonare nessuno dei suoi diritti o delle sue terre. In breve: nessun potere senza sovranità.

Uno dei suoi strumenti essenziali sono le insegne imperiali (corona, spada, scettro, mela d’oro) che sono più che simboli: oggetti carichi di potere effettivo, di sacralità.

Realizza i suoi progetti con tenacia, con un evidente senso dello Stato che si manifesta soprattutto nel suo regno di Sicilia, straordinariamente organizzato e dotato, ad esempio, di un codice giuridico, il “Liber Augustalis” (detto anche “Costituzioni di Melfi”). ) che rimase in uso fino all’inizio dell’Ottocento e che è la prima delle grandi codificazioni giuridiche medievali. Non era stato «mandato da Dio ad essere legge vivente» come proclama il Liber augustalis? La frase è di Giustiniano…

La totale santificazione del suo potere ha cementato la sua autorità. Alla fine, soprattutto, mancava dei mezzi finanziari e del più importante, più costante appoggio di un regno di Germania i cui Principi, laici ed ecclesiastici, tirano le fila.

Perché ha partecipato alle crociate? È per difendere il suo impero o per estenderlo a nuovi territori?

Inizialmente si impegna a fare una crociata il giorno della sua incoronazione reale ad Aix nel 1215. Vi abbiamo visto una scelta al passo con i tempi e forse anche il desiderio di vendetta per la sorte che aveva colpito suo nonno Barbarossa morto in piena gloria in Turchia quando si era incrociato. Ma subordinò la sua decisione all’ottenimento della corona imperiale e all’accettazione da parte del papa dell’eredità del trono di Germania a beneficio del figlio Enrico. Quando ricevette la corona a Roma nel 1220, rinnovò il suo giuramento di andare in Terra Santa. È difficile valutare la quota di convinzioni religiose in un uomo che certamente ha combattuto gli eretici, ma ha creato solo due chiese. Si avverte in lui più determinazione politica che devozione. Dopo diverse false partenze (ostacolate da problemi in Germania, dalla malaria che colpisce le sue truppe nel 1227) che gli valgono la scomunica… parte definitivamente nel 1228. Intanto era divenuto, per matrimonio con Isabelle de Brienne, re di Gerusalemme (1223) ed è lì che la sua visione giochi politici: come in Sicilia o in Germania, intende esercitare i suoi diritti di monarca. Si imbarcò quindi senza dubbio meno come crociato che come sovrano che si prefiggeva di prendere in carico il suo regno.

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Non commettere errori, però: ha con sé un esercito di circa 12.000 uomini, ed è impegnato in una vera impresa militare, il cui scopo è quello di riprendersi la tomba di Cristo, ricaduta nelle mani di i musulmani da Saladino. La sua fortuna fu incontrare un sultano, al-Kamil, in preda a guerre interne, e con il quale aveva negoziato dal 1227. Piuttosto che combattere, il sultano scelse di restituire la città santa ai cristiani, per 10 anni (limite stabilito da Maometto all’epoca del primo trattato concluso con i cristiani a Najran nel 631), che gli permise di evitare una guerra su due fronti. Federico II soggiornò solo due notti a Gerusalemme, tempo di essere incoronato, e tornò a pieno ritmo in Sicilia, invasa dalle truppe pontificie. Non fece mai più una crociata, ma tentò, invano, per placare il Papato alla fine del suo regno facendo penzolare la sua partenza – senza biglietto di ritorno – per l’Oriente, in cambio della pace… Nel suo testamento concesse altre 100.000 once d’oro “per il sollievo della Terra Santa” . La sua avventura oltremare, insomma, non nasceva dal desiderio di ampliare le dimensioni dell’impero, né probabilmente da una profonda religiosità, ma semplicemente dal desiderio di conformarsi all’idea che aveva della sua funzione.

Come pensa dell’Impero Romano e degli antichi imperatori? Si vede come loro erede?

Autore di un codice giuridico intitolato “Liber augustalis”, emettitore di una moneta d’oro chiamata “augustale” e sulla quale appare di profilo, il capo coronato, come gli imperatori romani, scegliendo nei suoi titoli epiteti romani (“sempre augusto”, “trionfante”, “conquistatore”….) Federico II aveva ovviamente in mente il modello imperiale romano. Sulle bolle d’oro che sigillavano i suoi documenti più importanti c’era l’immagine di Roma, sormontata dalla scritta “Roma, capo del mondo, tiene le redini del globo terrestre”. In questo non differisce da Carlo Magno né dagli altri imperatori che lo hanno preceduto. Roma era il punto di riferimento per l’impero; era il suo potere che si cercava di restaurare. Questo spiega la sua preoccupazione di controllare tutta l’Italia (ma non la “Gallia”!) inclusa Roma, quando il conflitto contro il Papa rese necessario il dominio della Città Eterna. Nel 1236 utilizzò la gloria di Roma per attirare la nobiltà romana nel suo accampamento: “il nostro cuore ha sempre ardeto per riportare la fondatrice dell’Impero Romano allo stato della sua antica nobiltà” scrisse nel 1239. Nel 1238 si offrì al Senato di Roma, nel corso di un vero e proprio trionfo antico, il carro cerimoniale dei milanesi prelevato dal campo di battaglia, trainato da un elefante, che ricorda quelli scolpiti sull’arco di Pompeo… Federico II però non volle fare di Roma la sua capitale: utilizzò la sua antica gloria al servizio della sua politica.

La caccia ha un ruolo essenziale nella sua concezione della politica. Egli stesso scrisse un trattato sulla falconeria. Com’è organizzato e cosa ci dice sulla concezione del potere e del potere?

Federico II è l’unico sovrano medievale che scrisse un trattato sulla caccia, la caccia al falco, che fu allo stesso tempo un notevole manuale di ornitologia, basato non solo su letture ma su un’esperienza trentennale. Questa monumentale “Arte della caccia con gli uccelli” è considerata uno dei capolavori del suo genere. Affronta tutti gli aspetti attraverso migliaia di osservazioni: addomesticamento e addestramento dei falchi, tecniche di caccia adattate a ciascuna categoria di falchi. È la caccia al nobile per eccellenza; quello riservato da teste coronate. È il più difficile di tutti perché l’uomo non uccide lì direttamente; lo fa per mezzo di un rapace che sapeva, dopo un complesso addestramento, come addestrare a questo scopo. A volte è stato paragonato al governo degli uomini (falchi, ben addestrati,

La sua concezione della caccia non è la sua. Sappiamo che l’aristocrazia vedeva in essa un’attività nobile e indispensabile. Si riserva la “caccia alta”, che si pratica a cavallo, senza ricorrere a trappole o attrezzi; i due più nobili sono la caccia al falco e la venerazione, in particolare la caccia al cervo: il cervo, selvaggina regale, simboleggia le virtù e le sue corna i Dieci Comandamenti; i testi indicano che bisogna dargli la caccia con un arco di tasso, frecce con punte d’oro, ecc.

La caccia è uno stile di vita, che prepara il corpo e la mente a cavalcate bellicose – senza però essere una vera e propria preparazione alla guerra, come troppo spesso si crede; lungi dall’essere solo divertimento, è un’arte di vivere, anzi una via di Salvezza perché, con il tempo che le dedichiamo, protegge dall’ozio, dalle tentazioni del mondo o della carne. “Siate sempre cacciatori e fate ciò che è saggio” dice il conte di Foix Gaston Phoebus, autore di un famoso trattato. Non bisogna dimenticare il suo aspetto utile: cibo, limitazione della selvaggina, distruzione di animali pericolosi (lupi, cinghiali, lontre). È presente anche la dimensione politica: i trofei di caccia sono doni diplomatici. L’Ordine Teutonico fornisce alle corti d’Europa falchi di qualità.
La caccia per il suo corso è anche un modo per appropriarsi dello spazio, per dimostrare il controllo del proprio territorio, sotto gli occhi di tutti (l’inseguimento di un cervo può portare il signore a coprire vaste distese). Lo spazio è addomesticato dall’uso che ne facciamo. La caccia è praticata anche in orari ben precisi; è la cornice di un tempo particolare, che non è il “tempo della Chiesa” e che si misura prendendo in prestito dalla vita del mondo animale: si fa riferimento ai periodi di “grasso”, di “carreggiata”, di ” velluto”…

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Cos’è la potenza?_di JEAN-BAPTISTE NOÉ

Cos’è la potenza?

di 

La parola è quasi bandita, persino tabù. La potenza ha una cattiva stampa perché sarebbe sinonimo di espansionismo e imperialismo. Tuttavia, è una condizione della libertà dei popoli e degli Stati. Più che mai, il potere resta la spada del mondo. 

La parola è stata praticamente bandita. Non osiamo più parlare di potenza perché evoca troppo l’imperialismo, l’arroganza espansionistica dell’Impero che vuole imporre le sue idee e il suo potere agli altri. Il potenza sarebbe la potestas , cioè il potere imposto e non l’ auctoritas , cioè l’autorità, il potere che emana dalla propria competenza, da ciò che si è. Il potere è anche grandezza e volontà di avere un ruolo sulla scena mondiale; ruolo che ci verrebbe dato dalla storia, dalla geografia, dal destino. Non solo un potere per se stessi ma anche per gli altri. Una specie di destino e di vocazione che ogni nazione avrebbe, e alcuni più di altri.

Essere potenti per essere liberi

La potenza diminuisce. Può essere militare, economico, culturale, intellettuale. La Grecia, sconfitta e occupata da Roma, non dimostrò la sua potenza impregnando il pensiero romano di ellenismo? Roma travolta dai barbari continuò il suo potere nel fatto che i Franchi, i Visigoti, gli Alemanni e altri popoli si impadronirono delle insegne romane e calzarono le scarpe politiche dell’Impero. Carlo Magno si considera ancora l’erede di Roma e dell’Impero e Napoleone, per molti versi l’ultimo romano, è vestito da Cesare e adotta l’aquila come suo simbolo. Ancora il potere di Roma anche 1.300 anni dopo la sua caduta ufficiale.

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Il potere rende libero e inevitabile. Sebbene i paesi e i popoli possano esitare al potere, raramente affermano apertamente l’impotenza e ne fanno una politica ufficiale. Può un paese impotente continuare ad esistere? Non è destinato a scomparire, in un modo o nell’altro? Solo il potere mantiene l’essere, cioè la vita. Essere potenti è essere autonomi, indipendenti, sovrani e padroni del proprio destino. La ricerca del potere è un motivo fondamentale degli Stati senza il quale non esistono. Charles de Gaulle diceva che “la Francia non può essere Francia senza grandezza [1] “. Grande nelle sue vittorie e nei suoi successi come nelle sue sconfitte e nelle sue occupazioni, come se la grandezza accompagnasse sempre la tragedia. Quindi Valéry Giscard d’Estaing fu il primo a parlare di “grande potere di mezzo” , attirando l’ira di tutti coloro per i quali l’idea del declino era odiosa. Nella tradizione francese, essere potenti è una necessità.

La paura del declino

Corollario del potere, si annida la paura del declino. Declino è diventare impotente, perdere la sua sostanza e la sua ragion d’essere. Rifiutare è diventare normale. Ci sono razze di paesi che possono esistere solo nella prima divisione, da qui il potere. E quando attraversano fasi di declino ricordano la loro età dell’oro, o supposta tale, per scongiurare il declino e tornarvi. Quando alcuni, come la Cina, sono tornati dagli anni bui, l’evocazione del tempo dell’impotenza serve a mantenere le redini della grandezza e ad indicare la strada da seguire per non ricadere in preda al declassamento. A questo punteggio gioca anche la Russia, che non vuole più conoscere i guai degli anni 1990-2000. Come il resto della Francia,

La paura del declino è sia una forza trainante che un pericolo. Motore, se lo evita guardandolo frontalmente e prendendo le misure necessarie per aggirarlo. Pericolo, se paralizza vedendo solo gli aspetti negativi e non potendo più vedere cosa funziona e cosa riesce. È spesso il caso della Francia, che parla di deindustrializzazione come se l’industria del 2022 fosse quella degli anni Cinquanta, come se il mondo non fosse cambiato, rendendo oggi impossibile un’operazione militare diversa da quella di coalizione. Il potere, per esistere, deve sposare il mondo moderno, riprenderlo quando è necessario, rifiutarlo dove è necessario, unico modo per non tagliare con il filo della storia e quindi non sprofondare nel declino. . I giorni delle lampade a olio e dei velieri sono finiti. Il potere, per restare, deve saper passare al nucleare e alle nuove tecnologie. Al potere, ci sono cose che rimangono e altre che rimangono eterne.

Perché essere potente?

Ma perché la Francia deve essere potente nel 2022? Qual e il punto ? È pragmaticamente difendere i propri interessi, conservare i mezzi per intervenire a suo piacimento nel suo ambiente strategico, mantenere l’ordine e sviluppare la ricchezza del popolo francese, garantire il suo commercio, affrontare alcune minacce esistenziali del mondo contemporaneo ? È più ideologicamente restare nella corsa al progresso universale, offrire alle popolazioni del mondo un ambiente di vita in stile occidentale, o meglio, “salvare il pianeta”? O è l’angoscia davanti ai poteri lontani che emergono e di cui abbiamo un’idea terrificante? In definitiva, dobbiamo semplicemente essere potenti per non essere meno potenti del nostro prossimo che potrebbe raggiungerci? Non è solo una questione fondamentale di sopravvivenza?«Chi è forte ha spesso ragione in materia di Stato, e chi è debole difficilmente può sottrarsi al torto nel giudizio della maggior parte del mondo [2]  » , già diceva il cardinale de Richelieu.

Una storia di classifica?

Cos’è la potenza? Una classifica internazionale, capacità militari, risorse economiche o finanziarie, influenza culturale? La Francia ha molte risorse. Di tutti i paesi europei, è forse il più dotato [3] . Allora perché questa consapevolezza, anche questa ansia di declino, attraversa le sue élite? La Francia colleziona buone carte, ma non le usa. Come un adolescente che pensa che essere libero significhi avere tutte le possibilità e non sceglierne nessuna, la Francia sta camminando sull’acqua e cercando una direzione. Tutta adornata con gli attributi del potere, si chiede perché sia ​​così vestita e anche se tale o quell’ornamento non sarebbe da buttare via.

Perché essere potenti non basta. Se dobbiamo rimanere tali per sopravvivere, questo non ci dice nulla delle ragioni per cui vogliamo vivere, perché vogliamo che la Francia viva come nazione. La questione preliminare al potere è infatti quella di ciò che si propone di difendere. Un soldato non combatte semplicemente per avere il sopravvento sul suo nemico; prima combatte per difendere la sua famiglia, la sua terra, la sua patria, forse un tesoro più grande per il quale è pronto a rischiare la vita Qual è il nostro tesoro? Esiste un capitale da proteggere e trasmettere? Il potere è prima di tutto volontà. Nessuno può essere potente se non vuole esserlo, nessuno può essere potente se non ha qualcosa di più grande di sé da difendere e proteggere. Un patrimonio storico, cultura e religione a lui care e che desidera lasciare in eredità ai suoi figli. Nessuno è potente per se stesso, sarebbe poi follia e irragionevolezza, ma ognuno deve essere potente per gli altri, cioè essere parte del filo della storia e del tempo, perché non si interrompa un’avventura iniziata diversi secoli fa per colpa nostra. Il potere è ciò che permette di rimanere, di superare la tragedia della storia e di non scomparire nelle sconfitte e nelle trasformazioni politiche.

Anche da leggere

[1] Charles de Gaulle,  Memorie di guerra, volume 1: La chiamata, 1940-1942 .

[2] Richelieu, Testamento politico , Perrin, 2017, p. 263.

[3] Cfr. n°17 ​​“ Global Power Conflicts Index”, aprile 2018.

https://www.revueconflits.com/quest-ce-que-la-puissance/

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