INTORNO AI FATTI DI MACERATA_ NON C’E’ PIU’ RELIGIONE?DIPENDE, di Roberto Buffagni

Non c’è più religione? Dipende.

Intorno ai fatti di Macerata

 

La giovanissima Pamela Mastropietro viene uccisa e smembrata a Macerata, pare dal criminale nigeriano Innocent Oseghale, in concorso con altro suo connazionale (identificato, non si sa perché non ancora arrestato). Immediatamente un giovane maceratese, Luca Traini, che pure non la conosce di persona, decide di vendicarla. Incensurato, con simpatie sommarie per l’estrema destra, candidato della Lega alle ultime elezioni comunali (zero voti),  in possesso di porto d’armi per uso sportivo (rilasciato dalla Questura in seguito a presentazione di certificato medico ASL attestante l’idoneità psicofisica[1], nonostante egli oggi dichiari d’essere “in cura da una sua amica psichiatra”) si propone di uccidere Oseghale. Ma Oseghale è protetto dalle FFOO, e Traini ripiega su una vendetta generica, una rappresaglia collettiva: sale in automobile e spara con la sua Glock a undici passanti neri, per fortuna senza ucciderne nessuno. Subito allertate, le FFOO lo cercano per ben due ore nella minuscola Macerata, senza trovarlo. Ci pensa Traini, a farsi trovare. Si avvolge in un tricolore e va ad attendere l’arresto-martirio, al quale non opporrà resistenza, sul monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale. Il simbolismo del gesto è limpido: Traini si considera un eroe, che ha agito per difendere la patria e la stirpe italiana come i soldati che combatterono e morirono nella Grande Guerra. Sorpresa: pare che non pochi maceratesi siano d’accordo con Traini, a giudicare da quel che riferisce il suo avvocato Giancarlo Giulianelli: “Mi ferma la gente a Macerata per darmi messaggi di solidarietà nei confronti di Luca. E’ allarmante ma ci dà la misura di quello che sta succedendo.”[2]

“Non c’è più religione?” Dipende. Non c’è più la religione del Dio che dice “Misericordia io voglio e non sacrifici” (Mt 9 13): non c’è più il cristianesimo, che si è secolarizzato e tradotto (molto male) nel pensiero dominante progressista dei diritti umani e sociali e dell’accoglienza tous azimuts  per gli immigrati, un pensiero tanto dominante che l’ha fatto proprio persino il pontefice cattolico regnante; l’altro, il pontefice pensionato, ha le sue riserve ma sta ai giardinetti e se le tiene per sé.

Altre religioni, invece, ci sono eccome, e una di esse, antica, importante, diffusa nel mondo, a Macerata ha dato una prova di vigorosa esistenza in vita. E’ la religione del popolo Yoruba, al quale Karl Polanyi dedicò un bel libro, Il Dahomey e la tratta degli schiavi. Analisi di un’economia arcaica, Einaudi 1987[3]. Racconta Polanyi che il popolo yoruba viveva del commercio degli schiavi, inserendosi così nelle correnti del traffico interafricano. Per quei tempi, prima dell’arrivo dei bianchi, era la punta di lancia più avanzata dell’economia; i raziocinanti yoruba trattavano bene gli schiavi, per non far deperire la merce pregiata. Come molte religioni, per la verità tutte le religioni tranne le abramitiche[4], la religione yoruba contemplava il sacrificio umano.

La religione yoruba contemplava il sacrificio umano allora, e continua a contemplarlo anche oggi, anche se naturalmente lo proibiscono le legislazioni dei paesi in cui essa è praticata, tra i quali anzitutto la Nigeria. Per la religione yoruba, il benessere e la potenza degli dèi, gli orisha, dipendono dagli uomini.[5] Senza i sacrifici che gli uomini gli tributano, gli orisha si indeboliscono, si ammalano, cadono in depressione, si riducono a nulla.[6] Con il vettore degli schiavi, la religione yoruba si è diffusa nel mondo occidentale, e ibridandosi con elementi del cattolicesimo ha dato origine al candomblè brasiliano, al voodoo haitiano, alla santeria cubana.

Il sacrificio è al centro della religione yoruba. L’uomo sa di non essere solo, ma in comunione con forze divine, alle quali va offerto un sacrificio appropriato alla richiesta e all’occasione. Il sacrificio è il tramite di questa comunione. Si sacrifica per rendere grazie della buona fortuna e per propiziarsela, per sventare la collera divina, per cambiare situazioni spiacevoli, per difendersi dai nemici, per purificare una persona o una comunità in seguito all’infrazione di un tabù. A seconda delle circostanze e dello scopo, si sacrificano oggetti personali, piante, animali. In speciali circostanze, si sacrifica un essere umano. Come è consueto in tutto il mondo, la vittima sacrificale umana viene trattata con il massimo rispetto: ben nutrita, ne vengono esauditi tutti i desideri tranne la vita e la libertà. Se il sacrificio ha scopo riparatorio o espiatorio, la vittima viene condotta in parata lungo le vie della città mentre la popolazione prega per il perdono dei peccati. Il capro espiatorio porta con sé i peccati, la sfortuna e la morte di tutti, senza eccezione. Lo si cosparge di cenere per velare la sua identità di individuo, e il popolo lo tocca per trasferire su di lui tutti i propri mali, fisici e morali. Condotto sul luogo del sacrificio, egli canta la sua ultima canzone, che viene ripresa dagli astanti. La testa viene recisa, il sangue offerto agli dèi.[7]

Molto curiosa la somiglianza tra la religione yoruba e il luogo comune sociologico, o il moderno senso comune ateo, secondo il quale ogni religione è creazione puramente umana, rispondente al bisogno di rassicurazione contro la precarietà e i mali dell’esistenza. La dimensione pratica è in effetti prevalente, nella religione yoruba: in una civiltà cristiana, la si chiamerebbe magia, piuttosto che religione; perché la magia si propone appunto lo scopo pratico di influenzare o asservire forze numinose, per mezzo di rituali e incantesimi.

Come d’altronde la nostra (ex nostra) religione, anche la religione yoruba può secolarizzarsi e trascriversi in pratiche e persuasioni che le somigliano e ne derivano, senza essere espressamente e autenticamente religiose. Per esempio, negli omicidi rituali: molto interessante l’articolo di Patrick Egdobor Igbinova, accademico nigeriano, sugli omicidi rituali in Nigeria.[8] Sempre come avviene, o avveniva, per la nostra ex religione, anche la religione yoruba può influenzare le forme di rappresentazione, a livello artistico o commerciale. Wole Soyinka, ad esempio, il premio Nobel di origini nigeriane, quando ha voluto adattare per la scena un testo della classicità occidentale ha scelto Le baccanti di Euripide, che narra lo sparagmòs, o smembramento sacrificale del re Penteo per mano delle Baccanti, le donne invasate dal dio Dioniso.[9] A livello commerciale, è istruttivo apprendere che da quando in Nigeria c’è stato un afflusso importante di migranti dell’etnia Igbo, assai affezionati alla religione yoruba, il settore industriale degli home movies ha conosciuto una tumultuosa espansione. La trama fissa degli home movies di maggior successo è la seguente: rituali di sacrificio umano generano affermazione sociale, ricchezza, benessere. Certo: l’ autore del sacrificio è presentato come un cattivo, e alla fine della storia viene sconfitto. Però intanto la ricchezza, il successo e il piacere li ha raggiunti proprio grazie ai sacrifici umani che ha praticato.[10]

E’ stato un sacrificio umano con tutti i crismi, l’omicidio con smembramento di Pamela Mastropietro? Non lo so, non credo. E’ stato un omicidio rituale? Non lo so, credo di sì. E’ un pazzo, il criminale nigeriano che l’ha uccisa? Una specie di Jack lo Squartatore africano? Non credo proprio. E’ sicuramente un criminale (pregiudicato, spacciatore di droga, probabilmente membro della mafia nigeriana), ma non vedo perché dovrebbe essere un pazzo. Le modalità dell’omicidio corrispondono a una corrente, antica e profonda, della sua cultura. A quanto pare sinora, lo smembramento non è stato operato per facilitare il trasporto del cadavere, ma a scopo rituale: ma il rituale di smembramento ha uno scopo utilitario, esattamente come smembrare il corpo per farlo stare in valigia. Almeno questo aspetto utilitario dovremmo essere in grado di capirlo anche noi progressisti, che giudichiamo e comprendiamo tutto in chiave di economia, utilità e profitto. C’è molta differenza tra fare a pezzi il cadavere di Pamela per celebrare un rituale inteso ad accrescere il proprio successo e benessere, e fare a pezzi il cadavere dei feti abortiti per venderlo alle industrie biotecnologiche, come fa abitualmente Planned Parenthood? A me francamente non pare. Forse la differenza è che secondo noi progressisti, il rituale africano non funziona? Ma non è affatto detto. Il rituale africano può funzionare benissimo, per esempio per sviluppare la fiducia in sé e la forza del celebrante, per cementare l’intesa del gruppo, per incutere un salutare timore ai nemici, etc. E poi si possono fare soldi con entrambe le pratiche, no?

Concludo rivolgendomi al lettore, in special modo al lettore progressista, allo “hypocrite lecteur, mon semblable, mon frére”.[11]

Rifletti un momento, caro lettore. Giustamente ti ripeti che bisogna comprendere l’Altro, e io sono più che d’accordo con te. L’assassino nigeriano è un uomo, un uomo come te e me, capace di bene e di male come lo siamo tu ed io. Ha anche una sua cultura, radicata nella religione come tutte le culture – persino la tua, nonostante a te la religione non parli più – e questa cultura informa dal profondo sia il bene, sia il male che compie quest’uomo: pensieri, sentimenti, sogni, emozioni, punti di vista, amori, odi, azioni, passioni… E’ così, e non può essere che così, perché è un uomo, e nessun uomo si può ridurre ai moventi più superficiali ed evidenti dei suoi atti. Ora, rifletti: ti sembra facile, o almeno possibile, “integrare” questa cultura, questo uomo? Basterebbe mandarlo a scuola e insegnargli l’italiano, dargli un posto di lavoro decente, il diritto di voto, l’automobile, il 730 dell’Agenzia delle Entrate?

“Ma questo è un criminale,” mi ribatterai tu. “E tutti gli onesti nigeriani, che…etc., etc.”. Vero. Senz’altro vero. Ma secondo te, gli onesti nigeriani comprendono meglio te, o lui, il disonesto nigeriano, l’assassino rituale? A chi si sentono più prossimi? E tu, li capisci, i nigeriani? Onesti o disonesti che siano, come onesti o disonesti siamo noi, a volte indossando la stessa identità anagrafica nell’onestà e nella disonestà? Pensaci.

Pensaci, riflettici, parlane tra te e te, se parlarne con me o con altri ti mette a disagio. Sei sicuro che con tutte queste premure, con tutta questa accoglienza e assistenza, il disonesto nigeriano e gli onesti nigeriani diventerebbero come te, come noi? E se invece fossimo noi, a diventare come lui, come loro? Ci hai mai pensato? E se Luca Traini, il fragile balordo Luca Traini che si è autoinvestito di una missione sacra, la missione di placare col sangue i Mani della fanciulla appartenente alla sua tribù e alla sua stirpe, barbaramente trucidata dal membro di altra tribù, di altra stirpe, e ha simboleggiato la sacralità del suo gesto con i suoi poveri mezzi di bordo – la paccottiglia neonazi, il tricolore-sudario, il Monumento ai Caduti –  se Luca Traini fosse uno di noi che diventa come uno di loro? Un italiano criminale che si sforza di somigliare il più possibile al nigeriano criminale, e ci riesce piuttosto bene? Ci hai mai pensato? Prova. Pensaci. Prova a pensare, a valutare l’ipotesi che il fascismo e l’antifascismo non c’entrino proprio niente. O meglio: c’entrano, nel cuore di Luca Traini, perché da molti decenni le parole sacre “patria” e “stirpe” sono state rinchiuse nella gabbia-ghetto-cordone sanitario della parola “fascismo”.  Non do la colpa a te, per tante ragioni è andata così. Però, vedi: volere o volare, fascismo o antifascismo, patria e stirpe sono pur sempre parole sacre. Restano parole, parole come le altre, finché non accade qualcosa che le riattiva, che le circonda di nuovo dell’aura numinosa, splendida e terribile, che sempre circonda il sacro e dal sacro irradia. Qualcosa di simile l’hai certo sperimentato anche tu: quando parole come “amore” e “tu”, o un altrimenti banale nome di battesimo, vengono pronunciate tra amanti che profondamente si legano, nell’intimità splendida e terribile dell’eros; che come sai – te lo dice anche Umberto Galimberti – è sacro. Bene: non solo l’amore, è sacro. Purtroppo, vedi: nel cuore umano, la radice dell’amore e dell’odio è la stessa. Difetto di progettazione? Forse, ma è così. Anche questo, l’hai sperimentato: quando un tuo grande amore si è trasformato in odio radicato, insopportabile, rovente, e ti ha fatto fare e subire cose che mai avresti immaginato di fare e subire. Esiste, l’amore innocuo? L’amore senza effetti collaterali dannosi? L’amore sicuro, il safe-love? Si può mettere il preservativo, questo sì. Ma il preservativo del cuore e dell’anima non c’è; o se c’è, e lo indossi, anima e cuore avvizziscono, cadono in depressione e muoiono, come gli orisha della religione yoruba quando non gli tributi i sacrifici richiesti.

Come la mettiamo, adesso? Che facciamo? Mah. Un tempo c’era, la procedura seguendo la quale le parole sacre – amore, patria, stirpe, eccetera – restavano sacre ma non irradiavano un’aura radioattiva, mefitica, agghiacciante; in cui insomma si sapeva “gestire”, come ti piace dire, o addomesticare, come preferisco dire io, le sacre profondità dell’anima umana. La procedura si chiamava “civiltà”, e si usava, un tempo, contrapporle la parola “civilizzazione”. Con la parola “civilizzazione” si intendeva tutta la complessa, necessaria, benemerita macchina sociale, dallo Stato alle dighe alle fabbriche alle fogne: tutto quel che si occupa della vita esteriore dell’uomo. Con “civiltà” si intendeva il resto: quel che si prende cura della vita interiore dell’uomo, dalle cime angeliche alle profondità ctonie. La civiltà, ahimè, non c’è (quasi?) più. Ne restano in vita, o in animazione sospesa, gli innumerevoli, meravigliosi monumenti[12]. La fiamma ne è spenta, o è così fioca e impercettibile da sembrarlo. Immensa, torreggiante, la civilizzazione, la “gabbia d’acciaio” weberiana pare invincibile; e in un certo senso lo è, certo che lo è. Ma l’anima e il cuore dell’uomo, anche quando dormono, restano quelli che sono sempre stati. Nelle loro profondità, ci sono miniere d’oro di bontà e fermezza, e abissi di malvagità e violenza. Chi, ormai, sa scendervi e recarvi la luce  “come quei che va di notte, che porta il lume dietro e sé non giova, ma dopo sé fa le persone dotte” [13] ?

Io no, e tu neanche, caro lettore progressista. Se ti azzardi a mettere piede sulle vertiginose scalinate, incise da Gustave Doré, che conducono nelle profondità ctonie dell’anima umana, e per illuminarti la via ti munisci della lampadina “antifascismo”, alimentandola con le batterie “diritti, accoglienza, eguaglianza”, temo che presto, molto presto resterai al buio, inciamperai e ti romperai l’osso del collo.

Temo che questo sia un momento solenne e terribile, caro lettore. Temo che l’endiadi dell’omicidio orribile della ragazzina sbandata, e la vendetta atroce e ridicola del giovane balordo, siano il segnale che si è mosso l’Acheronte. Ricordi L’interpretazione dei sogni di Freud, che hai comprato insieme a “la Repubblica” tanti anni fa? Ricordi l’exergo? “Si flectere nequeo Superos / Acheronta movebo”. Se non riesco a piegare gli Dei celesti, muoverò l’Acheronte: che è il fiume infernale. Questi due orribili fatti di sangue, caro lettore, temo proprio siano due schizzi dell’acqua d’Acheronte, che hanno bagnato la piccola città italiana di Macerata. Che Dio, il Dio “che vuole misericordia e non sacrifici” ci aiuti tutti, anche se non ce lo meritiamo.

[1] https://www.laleggepertutti.it/122839_porto-darmi-tipologie-previste-e-requisiti

[2] http://www.repubblica.it/cronaca/2018/02/05/news/macerata_11_i_migranti_presi_di_mira_da_traini-188082521/

[3] https://www.amazon.it/dahomey-schiavi-Analisi-uneconomia-arcaica/dp/8806593919

[4] L’episodio chiave che marca la differenza tra le religioni abramitiche e le altre è il sacrificio di Isacco. Dio ingiunge ad Abramo di sacrificare l’unico figlio Isacco. Abramo è sconvolto dal dolore, ma nient’affatto sconvolto dalla richiesta in sé e per sé: non trova insensato che il suo Dio gli chieda un sacrificio umano, perché per lui e per tutti i suoi contemporanei è scontato e normale che agli Dei si debbano sacrifici: e il sacrificio più pregiato è, naturalmente, il sacrificio umano. Tra i sacrifici umani, il più elevato è il sacrificio del figlio primogenito, il possesso più prezioso del sacrificante. Ma quando Abramo è sul punto di affondare il coltello nella vittima sacrificale, l’Angelo di Dio gli ferma la mano e gli dice: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unico figlio» (Gen. 22,13). Ricordo di passaggio l’opera di René Girard, recentemente scomparso, tutta incentrata intorno al tema del sacrificio umano e del suo disvelamento nel cristianesimo.

[5] V. J. Omosade Awolalu, Yoruba Sacrificial Practice, “Journal of Religion in Africa” Vol. 5, Fasc. 2 (1973), pp. 81-93 http://www.jstor.org/stable/1594756

[6] Karin Barber, How man makes God in West Africa: Yoruba attitudes towards the Orisa, International African Institute 1981 https://www.cambridge.org/core/journals/africa/article/how-man-makes-god-in-west-africa-yoruba-attitudes-towards-the-orisa/AB2C604A49D9A4D1712082F22E2C52BA

 

[7] V. Yoruba Sacrificial Practice, cit.

[8] Patrick Egdobor Igbinova, Ritual Murders in Nigeria, 1 april 1988, in “Internation Journal of Offender Therapy and Comparative Criminology” http://journals.sagepub.com/doi/abs/10.1177/0306624X8803200105

[9] Qui un’intelligente recensione di: Wole Soyinka, The Bacchae of Euripides: A Communion Rite https://www.jstor.org/stable/41153657

[10] Jenkeri Zakari Okwori, A dramatized society: representing rituals of human sacrifice as efficacious action in Nigerian home-video movies, in “Journal of African Cultural Studies” Volume 16, 2003 – Issue 1 http://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/1369681032000169230

 

[11] Charles Baudelaire, “Au lecteur”, in Les fleurs du mal, 1861. Qui testo originale e traduzione italiana con una analisi ben scritta. Invito a leggere o rileggere perché molto a proposito: http://charlesbaudelaireifioridelmale.blogspot.it/2011/04/au-lecteur-al-lettore-poesiaprologo.html

[12] Eccone uno, che fa bene al cuore più straziato, e lo placa: https://youtu.be/Z5WUO7hsgCA

[13] Purg. 22, 67-69

53 commenti

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  • Lirico , ,ma contiene una ” trascendenza ” che il tuo “interlocutore” non può capire, non vuole capire e tutto sommato nemmeno più deve capire affinché il suo fato si compia.
    L’ idea degli Yoruba che la forza degli dei sia nella intensità della fede e dei riti a loro professata è vecchia; molti spiriti elevati già la postularono vedendo il declino delle antiquae religiones davanti al tumultuoso sorgere del cristianesimo . Anche i druidi celtici la videro così, e c’è una logica : chi ha fede in se ha fede anche nell’ aiuto del proprio dio. L’ esorcismo infatti come ben sai richiede una fede salda che pochi preti hanno (*).
    E io appunto mi domando quanta ” fede” nel loro dio ci sia mai nel pavido papa “pensionato” e nel “sociologo” che l’ ha sostituito. Io direi ben poca perché se davvero “credessero” tremerebbero per la loro manifesta inadeguatezza al compito che avevano accettato su di se.

    Quindi il nostro fato si compie ,non perchè “non c’ è più religione”, ma perchè non c’ è più fede in noi stessi e nelle nostre convinzioni e perciò dovremo “tramontare” con i nostri “deboli” dei.

    (*) Nella mia giovinezza ho avuto diverse interazioni con buon sacerdote ( poi diventato pure vescovo ) di grande impegno , anche nella preghiera, ma con la consapevolezza di non avere una ” fede salda” e l’ onestà di non affettare mai ciò che non aveva.
    Un giorno, in mia presenza, costui disse a una sua parrocchiana con una bambina veramente esagitata ” sicuramente non è nulla ma falla vedere da un esorcista ” , e la madre gli disse ” don… faccia qualcosa lei ” , e lui rispose ” non ho abbastanza fede “.

  • Mettiamo invece che il nigeriano sia interamente “italianizzato”, che poco gli importi dei suoi dei e dei sacrifici umani -anche nel profondo inconscio-, che voglia “solo” integrazione, un lavoro o un lavoretto sporco, una casetta, un po’ di beni per pavoneggiarsi e misurarsi con altri che pensano come lui… E’ questo che gli manca, l’integrazione. Da qui le due politiche a) li integreremo, b) non possiamo quindi li cacceremo.
    Perché – e qui mi spiego – io credo che anche il nostro cuore, in cui eros e odio coesistono, non sia solo un organo naturale, naturalmente ripieno di impulsi primigeni, ma sia quel fibroso agglomerato funzionale che la vita moderna accidenta e ripara, e alberga sentimenti altrettanto incidentati e aggiustabili.
    Se si guarda al futuro, e si smette di involgersi in presunte costellazioni identificabili passate, abbiamo tantissimo da fare, e da pensare, le tre virtù teologali sono rivolte al futuro, infatti. Non dico altro.

  • “Si flectere nequeo Superos / Acheronta movebo” (Verg. Aen. VII 312) , maledizione di Giunone ed epigrafe del Traumdeutung di Freud, e che fu l’atteggiamento psicologico che fra negazione delle ragioni della politica e la loro realistica accettazione condusse Delio Cantimori nella sua passare dal fascismo al comunismo (da un appunto di Cantimori: «Il mio interesse per la storia religiosa è un caso della storia della cultura: cioè come ricerca di cogliere e identificare il momento di incontro fra il razionale-pratico e l’irrazionale (sordità del pregiudizio, attivismo), fra le aspirazioni, sentimenti ecc. ecc. velleità, e le volontà razionali (politiche, etiche, morali). Da ciò il mio interesse per la propaganda e in altro campo per la psicoanalisi ecc. “Flectere si nequeo superos, acheronta movebo”… » ), può essere considerata fra le migliori rappresentazioni poetiche di tutti i tempi di quella parte nascosta ed oscura della dimensione della vita associata che il politically correct penosamente tenta di occultare sotto le fesserie filosofiche universalistiche (e che il Repubblicanesimo Geopolitico tenta invece di far emergere pubblicamente) per poi accorgersi con stupore di fatti come quelli di Macerata. “Non c’è più religione? Dipende. Intorno ai fatti di Macerata”, quindi, scintillante e, come sempre, eccellente articolo di Roberto Buffagni, al quale mi permetto di aggiungere questo piccolo commento prendendo come spunto il più grande storico italiano del Novecento, Delio Cantimori, sul quale fra non molto pubblicherò una riflessione filosofico-politica e che proprio per la sua consapevolezza della natura luciferina del vivere associato e per il suo tentativo di andare oltre questa dimensione dovrebbe costituire motivo di riflessione per tutti coloro che (indubbiamente ingenuamente e con le migliori intenzioni) con la culturalmente criminale ideologia dell’accoglienza indiscriminata pongono le basi per la dissoluzione della nostra società e per lo scatenamento diffuso ed irrazionale di una furia veramente giunonica. Dalle vette cantimoriane (e se Roberto mi permette di affermarlo, senza essere per questo rimbrottato di piaggeria) e buffaniane, concludo con una mia considerazione personale molto più terra a terra ma che credo ci restituisca l’infimo livello non solo della nostra attuale classe politica ma anche della contemporanea cultura politica che, appunto, della demagogia della classe politica dovrebbe essere l’antemurale (campa cavallo…, ma mi si conceda lo stesso questa tirata retorica). Commentando l’azione del demente sparacchiatore maceratese, c’è chi ha detto che questo è il sintomo del fascismo che ritorna. Ora, è venuto il momento di dire chiaramente che la professione pubblica di antifascismo che questi politicanti richiederebbero a coloro che intendono agire in una dimensione pubblica altro non è che il marchio più evidente e persistente della perdurante ed anzi rafforzata subalternità italiana sullo scenario internazionale emersa in seguito alla sconfitta militare nel secondo conflitto mondiale. E su questa evidente e banale realtà non c’è nessuno da parte della odierna cultura politica italiana, non importa di destra o di sinistra, che abbia detto qualcosa che si avvicini minimamente a questa banale verità. Ma nessuna sorpresa. È di tutta evidenza che lo scatenamento delle furie infernali sulla nostra Patria non importa un fico secco a questa cultura mentre importa, e molto, continuare nel proprio comodo guicciardiniano particulare e al diavolo tutto il resto. Un comodo (e vigliacco) dolce tran tran contro il quale l’ultima riflessione di Roberto Buffagni sui fatti di Macerata è una bella e decisa picconata.

    Massimo Morigi – 7 febbraio 2018

    • Se mi è concesso quando scrive: “….proprio per la sua consapevolezza della natura luciferina del vivere associato….” come giunge a simile congettura?

  • roberto buffagni

    Grazie a tutti i commentatori per l’attenta lettura e per i complimenti, sempre graditi anche quando imbarazzanti come la mia convocazione in squadra con Delio Cantimori (mi piace la boxe e mi sento come se mi invitassero a fare i guanti con Tyson, onorato ma sgomento).
    Invito anche a leggere anche gli interventi molto interessanti che altri hanno inserito sulla mia pagina Facebook. Il tema è, per esprimersi con un understatement, stimolante.
    Sì, di fede non ce n’è molta, in giro, neanche nei luoghi e nelle persone dove istituzionalmente la si dovrebbe cercare, sicuri di trovarla. Non sono chiaroveggente, e non ho una fede così salda e vissuta da tentar di leggere, dai segni dei tempi, il dispiegarsi della nostra vicenda terrena; nè la posso esorcizzare. Come giustamente ricorda ws, per esorcizzare ci vuole una fede eccezionale, e qui, in questa orrenda eruzione delle forze infere su terra italiana, ci sarebbe bisogno di un esorcismo maggiore. Un esorcismo maggiore nel senso letterale, con tanto di Rituale romano, e un esorcismo maggiore simbolico, con intervento delle Autorità temporali insignite dei simboli della loro potenza e legittimità, e lunga penitenza del popolo, a espiare la colpa, la violazione della legge sacra che certamente abbiamo commesso, perchè qualcosa di simile accada. Ci saranno, ci sono invece solo chiacchiere, spaventose chiacchiere. Per trasformare le Erinni, le Furie che passeggiano per le strade di Macerata in Eumenidi, le Benevole, urgerebbe l’intervento della dèa Atena. Purtroppo la dottoressa Atena è fuori stanza (fa la spesa? dall’estetista? in missione a Bruxelles? mah). In assenza della dirigente, sono intervenuto io, un fattorino a contratto. Si fa quel che si può.
    Per il capitolo fede, la sola cosa che mi sento di dire è che se il cristianesimo non è ormai solo la luce di una stella morta, allora sta replicando la vita del suo Fondatore Gesù Cristo, e oggi ci troviamo in un lungo Venerdì Santo. E’ spenta, la lampada rossa davanti al Santissimo. Poi ci dovrebbe essere la Resurrezione. Se verrà, ce ne accorgeremo, o se ne accorgeranno i nostri posteri. Per ora, Venerdì Santo, e semaforo verde ad altri, formidabili e terribili dèi, Dioniso per esempio. Comunque su questa vicenda, che mi tocca nel profondo, tornerò.

  • Niccolò Foggi

    L’intervento di R.Buffagni – come tanti suoi altri che ho trovato in giro per blog – riesce a toccare una serie di punti nevralgici del pensiero con intelligenza e tatto. Lo ringrazio anche per avermi fatto scoprire queste realtà della cultura nigeriana e per le due citazioni a sfondo virgiliano. Volevo solo dare qualche altro spunto.
    Quello qui toccato è un grave compagno per lo meno dalla fine dell’ottocento: ma ho l’impressione che le riflessioni conservatrici sulla rivoluzione francese già manifestino qualche preoccupazione a riguardo (Burke, De Maistre) E’ bellissima l’immagine della citazione virgiliana da parte di Freud. E certamente è per lo meno da Nietzsche, dalla sua idea della radice dionisiaca della civiltà apolinea, ovvero della civilizzazione platonico-cristiana come “apollineazione” del dionisiaco (ovvero della occultazione in veste celestiale e superiore, sublime, dei moti infernali, ctonii, dell’Acheronte), che ci poniamo il problema se la ragione sarà davvero in grado di accogliere al suo interno ciò che ha riconosciuto come opposto a sé ma che al contempo la costituisce. Quello di Freud non dimentichiamo che fu uno sforzo illuministico, ma anche uno sforzo assai chiaro di portare l’illuminismo esattamente là dove non voleva entrare, là dove negava avesse ormai senso indagare qualcosa di istruttivo che non fosse solo reazione inconsulta, incomprensibile e socialmente sconveniente e per ciò da esternalizzare internando (si rammenti la lettura scolastica della lettera di Verga al suo amico scrittore sulle vittime del progresso). Illuminismo che, come insegna la Dialettica dell’illuminismo di Horkheimer e Adorno, deve necessariamente imprimere un mutamento di paradigma a sé stesso una volta raggiunto questo inglobamento dell’altro da sé. Della storia dei tentativi di tale inglobamento adesso è difficile seguire le tracce (da Basaglia e Sergio Piro al romanzo Rumore bianco di Don de Lillo, dalla mindfullness ai millepiani di Deleuze: non ci provo neanche). Parte di questa vicenda è sicuramente la sua rimozione, in parte proprio mediante il politicamente corretto, che è una versione deteriore della morale.
    A questo si aggiungono due condizioni che secondo me sono assolutamente importanti per la comprensione dell’individuo contemporaneo (forse post-moderno?)(e che in italia sono accentuati) . Una sorta di sordità e cecità nei confronti del proprio daimon, e una scarsa progettualità e dimensione del futuro in una crisi di trasmissione dei valori. Né sociologicamente né psichicamente le due cose sono scollegate.
    Seguendo l’opera di Girard il rito sacrificale è la rievocazione di un apice di violenza che funge da centro catartico delle emozioni violente, degli elementi ctonii, per trasformarsi nella loro sublimazione e principio ordinatore del sistema sociale. Questo significa che 1- c’è una violenza originaria che è incanalata e 2- il suo incanalamento, con esito violento è la radice di ciò che è bene e ciò che è male. il cristianesimo, unico caso secondo girard nella storia, ha condannato la pratica sacrificale e la violenza in genere: ha predicato l’amore incondizionato, qualcosa di inaudito e, come insegna dostoevskij, sovrumana, ma che è stato anche un importantissimo vettore di de-sacralizzazione, proprio perché la violenza era il sacro, ma non poteva esserlo. Secondo questa visione, l’inflazionata “morte di Dio”, luogo comune tra i filosofi, ha un significato piuttosto diverso, messo in luce fortemente da G.Fornari: Dio è morto, si sta decomponendo, ma non riusciamo più a trasformare la sua morte: cioè non riusciamo più a far sì che le morti siano divine e che ci siano sacrifici ordinatori, ma non riusciamo neanche a farci forti dell’anti-sacrificio cristiano per usare lui, cristo, come evento sacrificale. La morte di dio è l’afasia dell’evento catartico. Probabilmente, in termini più freudiani, è l’afasia dell’eros, l’insignificanza, del male e del sacrificio, così come del daimon.

    si consideri il seguente esempio che ho sentito stasera su piazzapulita: si dice
    -Traini è un pazzo terrorista
    -Innocent è un pazzo terrorista
    -I neofascisti sono come traini e sono centinaia di migliaia
    ->in italia ci sono sempre più pazzi terroristi.
    Secondo me questo ragionamento palesa chiaramente un misconoscimento, una radicale deviazione rispetto alla possibilità di cmprendere il male nell’uomo e nella società; mi dispiacerebbe tornare semplicemente al peccato, ma forse riusciva a svolgere un ruolo nell’economia della visione cristiana che si coniugava bene con l’amore incondizionato, col perdono e la comprensione. (Vabbè, chiaramente generalizzo).

    Vorrei anche fare un’altra ipotesi:
    A)Come la paura si trasforma in reazione aggressiva, così la paura afasica si trasforma in rabbia diffusa, mal riposta. B)Similmente anche un’identità fragile è incline alla reazione violenta.C)una cultura che non sublima, produce identità fragili e afasiche, e quindi inclini alla violenza indeterminata. D)il politicamente corretto è un dispositivo “afasizzante”, censorio, anti-erotizzante, e dunque sembra in rapporto con de-sublimazioni, scissioni e identità fragili. E) è curioso come tutto ciò sia in continuità con la creazione di capri espiatori a iosa: con le erinni all’assalto.
    La fede in una misericordia escatologica ritengo fosse e sarebbe una valvola di sfogo fondamentale per la lotta contro queste forze, ma è dura. Non voglio vederle le Erinni, cazzo, e dobbiamo coltivare una ferma e rispettosa comprensione.

    in cosa consisteva concretamente l’avere una civiltà adibita alla sublimazione degli elementi ctonii qui in Italia?

    scusate il disordine, cordiali saluti
    Niccolò Foggi

    • Mi sembra piuttosto chiaro che “lasinistra” al governo ( l’ elite radical borghese che si è impadronita della “guida” del lavoratori ) convinta complice di un progetto di ” destra” ( il trionfo del capitale sul lavoro) vede con terrore ogni tornata elettorale in cui un numero sempre più grande delle sue “pecore ” escono dal suo “recinto” .
      E il ” cerchio ideologico” in cui queste “pecore rosse” sono tenute è diventato dal mitico ’68 sempre più centrato su valori borghesi , anarcoidi, edonistici , individualistici che non possono certo riempire la pancia a chi si trova abbandonato /respinto nella scala sociale.
      Non le si può certo recuperare con “il socialismo” ( il kapitale non vuole ). L’ unico “valore” che potrebbe tenere insieme elettoralmente tutti quelli che dicono/credono di essere “di sinistra” è “l’ antifascismo”. Una bella ondata di “antifascismo” onirico è l’ unica speranza de “lasinistra”.

      E qui entra provvidenzialmente in gioco “il cretino di macerata ” il quale permette di spostare la campagna elettorale dai temi reali a questo tema onirico. Adesso ad esempio ad ogni intervista salvini dovrà difendersi dall’ accusa di fascismo/exenofobia invece di inchiodare le altre forze alle loro contraddizioni antiitaliane.

      Ora io non so se “il cretino di macerata” sia stato “orientato” ( o peggio “gestito” ) da qualche manina o semplicemente sia un deficiente in preda ad un “etat d’ esprit” creato dal sistema che vuole aizzare guerre sociali onde frantumare un fronte comune delle masse salariate/disoccupate contro di lui. Ho pero sempre più indizi che fanno pensare ad una “gestione” , ma le prove non le ho. Le dovrebbero cercare ” le istituzioni preposte ” , ma sono sempre più colluse con questo sistema ed è ingenuo credere che dalle loro “indagini” possa scaturire la VERA “verità”.

  • roberto buffagni

    Grazie a Niccolò Foggi per i molti spunti di riflessione. Ne farò tesoro tornando sui fatti di Macerata con un nuovo scritto.

  • A Macerata si vuole fare una manifestazione antifascista per solidarizzare con gli immigrati clandestini, in grande maggioranza costituiti da spacciatori, papponi e le loro ( povere “protette”) prostitute. A Macerata si è manifestata la fase ultima della degenerazione di quel meccanico riflesso condizionato che va sotto il nome di ‘antifascismo’, ormai nemmeno più una parola d’ordine identitaria e di legittimazione di una classe dirigente italiana sorta in seguito alla sconfitta militare nel secondo conflitto mondiale ma una vera e propria patologica fuga dalla realtà per masse istupidite da decenni di demagogia e sottomissione culturale, e che vogliono mostrare nelle pubbliche piazze il marchio della loro servitù credendo con ciò di definire e rafforzare una loro identità democratica ma, in realtà, ribadendo i loro vincoli di servitù. Di fronte a questa situazione di desertificazione politica e culturale, è di tutta evidenza che la via d’uscita, accanto ad azioni di denuncia come quelle a cui Buffagni ci ha abituato, è anche cercare di far comprendere che la storia italiana – come la storia del mondo – non ha avuto inizio nell’aprile del ’45 ma che è qualcosa di molto più complesso, tragico, entusiasmante e strettamente e dialetticamente interconnesso. Bisogna, in altre parole, cominciare ad intraprendere un’azione di contaminazione storicistica sulla mentalità delle masse. Delio Cantimori, proprio per la sua grandezza di intellettuale e per il suo tormentato percorso personale dal fascismo al comunismo e, infine, uscito anche dal PCI, è uno di quegli intellettuali del Novecento che più si presta, per chi non voglia facili risposte assimilabili a meccanici riflessi condizionati, a farci da guida nel difficile percorso di uscita dai crampi invalidanti delle ideologie. Proprio per questo, caro Roberto, non devi sentirti inadeguato ad essere messo nella stessa squadra col grande storico romagnolo: proprio perché lo scopo che ti proponi con i tuoi interventi va esattamente nella direzione della messa in crisi, tramite la cultura, delle ideologie oggi imperanti, Delio Cantimori deve essere considerato un indispensabile amico di viaggio e fonte di ispirazione (anche, ovviamente, non solo per le sue intuizioni ma anche per i suoi grandi e generosi errori) per te e per tutti coloro che stanno cominciando a reagire ai riflessi condizionati dell’incultura politica, primo fra tutti dell’antifascismo, che, da sempre segno di sottomissione politica e culturale, oggi è ridotto ad involontario, tragico e misero strumento di tutela di spacciatori e papponi.

    Massimo Morigi – 9 febbraio 2018 – 169° anniversario della proclamazione della Repubblica Romana del 1849

  • BIAGIO ROSCIOLI

    BIAGIOROSCIOLI
    E’ la prima volta che approdo al sito. trovo un livello di analisi molto inconsuetoche richiama in essere visioni antropologiche vicine alla psicologia analitica. Sicuramente illuminante per chi vuole farsi illuminare,accettando di ri-vedrere così aspetti della realtà che potrebbero appartenere soltanto alla cronaca nera.mi sento di apprezzare molto lo stile colloquiale,con il quale si viene accompagnati verso l’emersioni di prospettive di ampio significato Aspettando nuovi articoli ,Con rinnovato apprezzamento ,porgo il mio saluto.

  • roberto buffagni

    Grazie a Massimo Morigi. Mi abituerò a stare in compagnia della grande ombra di Cantimori, vorrà dire che gli porterò l’acqua.

    Grazie molte anche a Biagio Roscioli. Mi fa molto piacere che lei abbia apprezzato il lavoro che facciamo, spero che continuerà a seguirci, che ci segnalerà ai suoi amici e conoscenti, e che quando lo ritiene opportuno commenterà, saremo lieti di risponderle al meglio delle nostre capacità.
    Le segnalo soltanto, per amor di verità, che non sono scienziato di nessuna scienza, psicologia analitica compresa. Sono un dilettante di buone letture, tutto qua.

  • roberto buffagni

    @ ws

    Neanche io, naturalmente, so se Traini sia manipolato o no. Dovessi tirare a indovinare, direi di no, i presupposti personali per una reazione simile c’erano, mi sembra, tutti. Tutto sommato, non è molto importante. E’ molto importante quel che è avvenuto, per il suo simbolismo maestoso e tremendo. Io mi concentrerei su quello.

  • Oggetto: estrema decomposizione antifascismo a vile strumento di mobilitazione di povere masse culturalmente ed antropologicamente sempre più indótte: slogan urlato durante manifestazioni “antirazziste” del 10 febbraio 2018 (in coincidenza col giorno del ricordo dei martiri italiani delle foibe) : “Ma che belle son le foibe da Trieste in giù”…

    Massimo Morigi – 10 febbraio 2018

  • Buongiorno Buffagni, ci eravamo già incrociati qualche volta su Goofy, mi auguro proficuamente per ambedue (per me, almeno, così è stato).
    L’ analisi che oculatamente proponi è indubbiamente impietosa, terribile e coraggiosa (e in qualche maniera quest’ultimo attributo racchiude i primi due, non viceversa); redatta in questi termini ricorda la costante affermazione posta in atto dal Guénon col ricordare come i suoi scritti avessero il solo intento d’essere utili a chi avesse potuto, e voluto, ancora comprendere [ciò che prevede un aspetto didattico il quale, come ogni didattica degna del nome, si differenzia in via abissale dalla propaganda e dall’indottrinamento spacciati per insegnamento, finanche sostenuto coi migliori fini, per configurarsi come procedimento dialettico inteso almeno nei termini socratico-platonici – ma si differenzia pure dal senso del “libero pensiero” (*) così come è andato a configurarsi entro i giorni nostri: ovvero spesso una speculazione anarcoide e liberista che invece di condurre all’intelletto nel senso spirituale delle tradizioni, degenera verso l’istintualità psicologica del solo individuo contingente]. Non è cosa da poco il mero rivolgersi a chi intenda comprendere: in un mondo che ha più o meno scelto d’affidarsi interamente al sensibile transeunte, credo sia il solo atteggiamento operativo che si possa adottare – almeno nella contingenza attuale –, quantomeno per cercar di preservare quel poco o tanto che ancora giace al fondo obnubilato d’ogni essere, ovviamente secondo l’ottica dell’osservatore temporaneo poiché il Divino è di per sé incorruttibile e inalterabile (la stessa vicenda del Diluvio universale, la cui precisa storicità tanto accalora certi ricercatori, potrebbe significare qualcosa di simile a quanto testé delineato, in sintonia col simbolismo delle Acque Superiori ed Inferiori che si riscontra, ad esempio, anche nel “Genesi”). Qui dunque il coraggio sta nell’indicare come le cause del nostro malessere siano sempre di natura metafisica, e come s’ammantino d’un sembiante fisico per manifestarsi.
    Non solo Guénon riportò il problema per cui il procedere entro la materialità estrema del regno della quantità – così come lo denominò lui stesso – avrebbe condotto verso una fase ultima e degenerativa in cui le crepe all’edificio sarebbero giunte “dal basso” (l’eco è tradizionale e si ritrova in altri autori come Schuon ed Evola), cosicché anche l’iniziale pseudo-rivolta al materialismo sarebbe stata nient’altro che la fase più acuta e catabolica nella parabola del medesimo, col proliferare di pratiche, confessioni e atteggiamenti pseudo-spirituali, frutto di ibridi arbitrari (vedi new-age) o della decadenza delle forme tradizionali (**) (e la biologia offre l’analogo, del tutto comprensibile e in linea con i dettami della vita fisiologica, della fase in cui i microrganismi decompongono un corpo giunto a senescenza, come fase finale del ciclo vitale): infatti, a titolo d’esempio, l’informazione della degenerazione attuale compare dettagliata nel Vishnu Purana, tra i testi tradizionali indù, ove sono descritti i termini del periodo fortemente caratterizzato dal capovolgimento completo del senso tradizionale, mentre lo stesso Gautama affermò che perfino i monaci avrebbero avuto il cuore d’un cane durante gli ultimi giorni. Il simbolo del capovolgimento è ricorrente, al punto che la splendida cattedrale d’Amiens mostra un notevole pentalfa rovesciato in pietra a fare da struttura portante delle meravigliose vetrate policrome che compongono il rosone del transetto nord; nei termini tradizionali, il Male fa parte della dualità insita entro la manifestazione (alle nostre latitudini il nord coincide fisicamente col massimo buio possibile), cosicché l’uomo delle tradizioni, così come da qualche parte afferma Macario di Alessandria, sta a guardia delle mura a un certo invisibile (almeno fattivamente nella figura degli ierofanti destinati al non indifferente ruolo; e come informazione, per i soggetti meno qualificati alla piena comprensione) secondo lo stesso concetto che Amleto espone nelle note battute destinate all’amico Orazio; e ci sarebbe da riflettere su quanto anche le gargolle che ornano molti edifici religiosi medievali venissero intese, del pari alla funzione dei Lokapala indu e buddisti, come elementi simbolici atti a tener lontane le tendenze infere che animano la psiche umana, come riverbero dell’Anima del mondo (a cui solo lo Spirito è propriamente indenne, secondo la desueta tripartizione in Corpus, Anima, Spiritus), e che pertanto entro lo stesso complesso coacervo umano dovrebbero trovare analoga espressione (essendo che il buonismo moralistico non rende nemmeno l’effetto dell’aspirina).
    Un assioma della magia cerimoniale ammonisce sull’attendersi, dopo qualsivoglia invocazione angelica, la visita del corrispondente demoniaco poiché, per esser trascesa, la polarità dev’essere completa d’ambedue i termini che la compongono (ciò che la Qabala autentica – e non le degenerazioni psichiche e grottesche che si son potute creare in seguito – riassume nel capovolgersi delle Sephiroth, ciascuna col suo Arcangelo e Nome di Dio, nelle Qliphot ciascuna ambito di un Arcidiavolo; può scandalizzare l’idea che il Diavolo sia Iddio capovolto, ma in realtà è soltanto l’immagine divina ad esser messa gambe all’aria, e proprio perché soltanto immagine e non esperienza consolidata dello Spirito – motivo per cui il Carnevale medievale conosceva il “capovolgimento” rituale dell’ordine costituito, sia stato esso regale od ecclesiastico, non certo per motivazioni addotte dai moderni, le quali annoverano banalità come l’attenuamento del potere che le due funzioni citate comportavano, bensì proprio per ricordare, oltre al senso della morsa altalenante che la contingenza può sempre esercitare sulle vicende dell’esistere, che nessuna forma può sostituire la pienezza della rivelazione esperita); anche il saggio indu Nisargadatta, in merito alla forza sacralizzante dell’amore (liberato da ogni sovrapposizione moralistica o sentimentalistica), ebbe cura di specificare come simile ed elevatissimo ruolo venga svolto unicamente da quell’amore che non appartiene alla dualità con l’odio e che pertanto non può capovolgersi nel suo contrario.
    Da relativo ultimo, giganti della mistica e della spiritualità genuina occidentali – a titolo d’esempio elementi come Giovanni della Croce, Antonio Abate ed Evagrio Pontico (se ben rammento, anche Ignazio nei suoi “Esercizi”) – mettono in guardia da ogni possibile apparizione, ma anche consolazione celeste, che possa soggiungere entro le pratiche spirituali finché non sia inequivocabile la presenza della Grazia dello Spirito (la quale, “essendo” propriamente per natura, è inequivocabile nel senso che sostituisce la labile coscienza individuale nel giudizio). Analogamente nel sistema yogico indu, ove l’energia della Kundalini sale attraverso la colonna vertebrale, qualsiasi saggio ha sempre riconosciuto come sia l’intento d’indirizzare l’energia, piuttosto che la stessa, a compiere la trasmutazione, essendo che la Kundalini amplifica ciò che trova, rendendo pertanto il reprobo ancor più tale (nonché più dannoso e pericoloso…); Eckhart infatti scriverà che la Divinità è costretta a scendere nell’uomo che si è interamente svuotato di se stesso, e non in quello che abbia acquisito, come individuo, capacità seppur gradite a Dio medesimo.
    Esistono dunque ipostasi divine ed “ipostasi” psichiche, così come alcuni studi intenderebbero nell’ambito della decadenza finanche dei sistemi religiosi greco ed egizio, la cui degenerazione dagli originali avrebbe condotto ad un improprio politeismo animato da divinità progressivamente fin troppo simili agli umani, che sono poi le immagini pervenuteci storicamente: pertanto con valenza già inquinata dal decadimento, e dunque destinate ad un frainteso intendimento (ed Eraclito ironizza perfino sui culti misterici del suo tempo, possibilmente perché i medesimi avevano ormai subito delle vistose alterazioni nel modo d’essere intesi e praticati, sostituendovi l’atteggiamento propriamente spirituale con quello superficialmente superstizioso).
    Concordo dunque con te, Roberto, sul timore di poter essere sul ciglio di un momento solenne e terribile, che tuttavia si configura perfettamente in linea con la perenne legge di causa ed effetto: perenne nell’esercitare il suo potere almeno finché non sia trascesa, nel senso pieno e completo del termine. Ma valgono pur sempre le parole d’un Maestro (invero più d’uno) in merito agli amari calici: esperienze terribili per l’individualità psicologica, occasioni potenziali per innalzare la percezione reale del Sacro (“Terribilis est locus iste”).
    Mi scuso per la consueta prolissità.
    Grazie.

    (*) Jules Renard scriveva nei sui aforismi: “Libero pensatore. Basterebbe dire pensatore”, il che rimanda a cosa significhi ed effettivamente sia il “pensare” e quanto contribuisca a comprendere – e rendere effettiva – cosa sia la libertà.
    (**) Sottolineiamo che la decadenza riguarda le forme ma non l’essenza delle stesse, resa sempre meno riconoscibile al di sotto delle medesime; altrimenti non solo ne invalideremmo l’eternità dell’essere, ma finiremmo con lo scivolare nell’evoluzionismo della metafisica.

  • roberto buffagni

    @ Citodacal

    Grazie della tua esposizione approfondita, mi fa piacere riprendere qui il dialogo fruttuoso iniziato su Goofy.
    Apprezzo gli studi tradizionali, che tu conosci tanto meglio di me; e conosco, almeno sommariamente, i testi ai quali rimandano le tue note. Sono cristiano, e come sai, il cristianesimo intende il rapporto tra la dimensione temporale e la dimensione dell’eterno alla luce dell’Incarnazione, e dunque in modo diverso da come la intende la cultura della Tradizione.
    Non mancano i punti di contatto, e ne hai indicato tu stesso qualcuno (per inciso: rammenti bene gli “Esercizi” di Ignazio di Loyola).
    Se vuoi sapere come la penso, o meglio come la sento, credo che abbiamo appena iniziato ad assaggiare “l’amaro calice” di cui parli. L’irruzione del sacro dionisiaco a Macerata, in un mondo che come il nostro non ha più strumenti anche solo intellettuali per riconoscerlo, accoglierlo, addomesticarlo, accentuerà le tendenze, già presenti, allo smembramento delle personalità individuali e delle polis.
    Quando il sacro irrompe dove il sacro è negato, dove la civiltà si identifica con la tecnica e non fa posto a quel che tecnica non è, l’anima, il cuore dell’uomo, esso irrompe in forma terribile. A Macerata le Erinni stanno passeggiando per la strada. Ora, come insegna l’Orestea di Eschilo, le Erinni, le Furie, possono (e devono) diventare le Eumenidi, le Benevole. Per trasformare le Erinni in Eumenidi, ci vuole l’intervento della dea Atena, che nell’ultima tragedia della trilogia eschilea istituisce il tribunale e la polis proprio a questo scopo. La dottoressa Atena è fuori stanza. Nel mio scritto, mi rivolgo al lettore progressista (e a tutti) per mettere in guardia contro quel che mi pare un errore catastrofico, la “mobilitazione politica per fermarli”. La mobilitazione politica, a questa irruzione del sacro fa quel che fa un’aspirina contro la peste, se non accade di peggio, che cioè aggravi il contagio. “L’intervento della dea Atena” significa intervento della Legge e della Ragione, con le maiuscole, che servono a indicare che Legge non è la magistratura (non solo) e Ragione non è la tecnica, la “gestione” (non solo). E’ l’affermazione e l’ostensione, anzitutto simbolica, della Legittimità delle autorità temporali (e delle religiose). Il problema è che sia l’autorità temporale, sia l’autorità religiosa, letteralmente non hanno la minima idea di che si tratti, “non sanno con chi hanno a che fare”, e NON possiedono l’autorità necessaria, basta ascoltare le chiacchiere spaventose del vescovo di Macerata, che diffonde un mediocre volantino, o del sindaco, del presidente della repubblica, etc.
    Per capire qualcosa di Macerata, consiglio di leggere insieme due tragedie: “Le Eumenidi”, che indicano come si placano le Furie, e “Le baccanti”, che mostrano che accade quando Dioniso irrompe nella città. Lo smembramento del re Penteo ad opera della baccanti invasate da Dioniso segnala, sul piano dei fenomeni, il vero e reale rischio di guerra civile, di “smembramento della polis”.
    Ricambio cordialmente i saluti.

  • roberto buffagni

    @ Massimo Morigi

    E’ un errore terribile, la manifestazione antifascista di Macerata. E’ un errore terribile sul piano politico, perchè alimenta la contrapposizione nella polis e inasprisce sino al calor bianco un conflitto già rovente tra le autorità e il popolo, ed è un errore infinitamente più terribile sul piano spirituale, perchè manifesta clamorosamente una esiziale cecità di fronte a quel che realmente sta accadendo. Un drammaturgo greco riconoscerebbe al volo di che si tratta: peste. Il fatto che “le intenzioni dei manifestanti siano buone” è ininfluente, anzi semmai una conferma del carattere tragico della situazione e dell’errore.
    Si noti poi che “le intenzioni erano buone”, ma nel corso della manifestazione alcuni, temo non pochi manifestanti, hanno inneggiato a una strage di civili, (le foibe) cioè a dire allo stesso identico atto (perpetrato in forma infinitamente più grave e sanguinosa) contro il quale dicevano di manifestare. Sono imbecilli ideologizzati, certo, ma minimizzare è un grave errore, perchè l’invocazione di un massacro di civili è, logicamente e inevitabilmente, l’EVOCAZIONE di un nuovo massacro di civili. La bandierina appiccicata sul massacro di civili, rossa o nera, ideologica o razziale, non credo proprio importi alle Erinni che passeggiano per Macerata, che non sono iscritte a nessun partito e semmai li usano “come taxi”, secondo l’immortale formula di Enrico Mattei. Quos vult perdere, amentat.
    Nelle tragedie classiche, la peste non consegue a un’infrazione della legge positiva, consegue a un’infrazione della legge sacra, e si manifesta proprio come un’accecamento generale.
    Terra terra: nessuna delle autorità ufficiali ci capisce niente, in quel che sta accadendo, nessuna reagisce come sarebbe suo compito e dovere, lo smembramento della polis si aggrava, il sacro dionisiaco infuria e contagia, possono accadere (Deus avertat!) cose in confronto alle quale Macerata sembrerà cosa da poco. A peste fame et bello libera nos Domine.

    • Lei scrive, Roberto: ““le intenzioni dei manifestanti siano buone” “, io c’andrei cauto, “Dai frutti li giudicherete”.

  • In questo theatrum diabolorum che si sta inscenando oggidì vediamo le puntuali analisi di Guénon avverarsi in pieno [purtropo].

  • La minaccia di Giunone non impedì ad Enea di giungere ad integrarsi con i Latini. Se un uomo é in grado di portare sulle spalle il vecchio padre é meritevole di trovare una nuova Patria. Mi rendo conto che non sempre la migrazione si accompagna a così nobili intenti, tuttavia sarei cauto nel ricomporre sepolti inconsci e rianimarli al suono di ancestrali paure. Possiamo, generazione vivente, fare di meglio che tremare. Il presente é una porta sulla vita che chiede fede/fiducia, nella nostra umanità, nello spirito che ci sostiene. Sta a noi disegnare il futuro, anche con la giovine Africa che viene alla luce.
    L’accoglienza attiene all’apertura del cuore. E non teme di essere sbranato. Coraggio.

  • roberto buffagni

    Grazie della replica. Concordo con lei: “possiamo, generazione vivente, fare di meglio che tremare”. Non ho timore dei criminali. Ho timore del disordine altrui che si aggiunge al disordine nostro, e lo aggrava. L’Enea virgiliano è l’erede fuggiasco di una civiltà sconfitta che cerca una nuova patria, incontra un’altra civiltà, simile e diversa – “l’umile Italia/per cui morì la vergine Camilla” – e con essa si fonde, non senza che molto sangue sia versato. Certo “sta a noi disegnare il nostro futuro”, con coraggio: ma anche con prudenza, e con un senso preciso dei nostri limiti e difetti, che non sono pochi. Mettiamo ordine in casa nostra, prima di pensare di poter accogliere “la giovane Africa che viene alla luce”, o chiunque.

  • L’articolo non prende in considerazione l’aspetto karmico conseguentemente è di difficile collocazione, oppure è materialistico e quindi comprensibile.

  • Concordo pienamente in fatto di ordine e prudenza. Buona giornata.

  • Caro Roberto, concedo che le intenzioni delle manifestazioni antifasciste ed “antirazziste” fossero buone nel senso che i caporioni di questi disperati tutto avrebbero desiderato tranne che questa iniziativa “degenerasse” in slogan criminali e nel pestaggio contro le forze dell’ordine. Ma il punto vero della questione è che praticare oggi l’antifascismo risponde ad una logica di cinica mobilitazione di poveri disgraziati sprovvisti del minimo buon senso per non dire cultura politica e quindi oggi la pratica pubblica dell’antifascismo non è una cosa buona – se proprio vogliamo usare le categorie metafisiche di bene e di male – ma una cosa cattiva, molto cattiva, come cosa cattiva, molto cattiva, fu nel dopoguerra pretendere di far iniziare la storia politica e culturale del nostro paese dal rigetto in metafisici inferi del fascismo. Ma allora c’era stata la sconfitta militare e, come si dice, si dovette fare di necessità virtù di fronte ai vincitori del conflitto e per compattare una classe dirigente che aveva combattuto in vario modo il fascismo ma il cui unico punto in comune era l’essersi in vario modo contrapposta al fascismo ma con una totale divaricazione di progetti in merito alla futura società italiana. Insomma l’antifascismo fu una sorta di braghettone per coprire con la retorica una feroce e mortale lotta fra le forze che volevano sostituire il fascismo alla guida del paese. Ma, comunque lo si voglia giudicare, si trattò di un braghettone indispensabile perché l’alternativa era l’immediata guerra civile fra le forze antifasciste. Oggi, invece, l’ “antifascismo” non serve più ad impedire alcuna guerra civile, ma attraverso la mobilitazione di poveri insipienti (che poi nelle loro frange più disperate e disperanti qualora convocati pubblicamente ne fanno, come si è visto, di ogni), a fomentare per bassi scopi elettorali e di autoconferma di una corrotta classe dirigente un clima di guerra civile permanente. Che poi l’Italia abbisogni di una rivoluzione forse questo è il problema principale ma una vera ed autentica rivoluzione può solo avvenire qualora le masse si sveglino dal loro indotto ed oppiaceo sonno, di cui l’antifascismo è il principale strumento e in cui si scambiano le stupide fibrillazioni di guerra civile indotte dall’antifascismo per un preannuncio di rivoluzione mentre, in realtà, è il suo esatto contrario.

    Massimo Morigi – 12 febbraio 2018

    • roberto buffagni

      @ Massimo Morigi

      Più che d’accordo. Riporto questo stralcio di una lettera che indirizzai all’amico Costanzo Preve nel 2006:

      “…Per farla molto breve: negli ultimi anni, mi sono accorto che l’Italia – e con questa parola intendo tanto la comunità politica, quanto la tradizione culturale – è sul punto di incontrare una crisi storica al paragone della quale la crisi di fine Cinquecento sembrerà un radioso mattino di speranza.
      All’epoca, infatti, dopo la perdita dell’indipendenza politica il patrimonio genetico della cultura unitaria fu crioconservato nel freezer delle Accademie e della lingua letteraria; mentre oggi, non solo il patrimonio culturale si è parecchio sciupato (partiamo da Antonio Tabucchi e Maurizio Costanzo, mentre allora si partiva da Giovanni Pico e Angelo Poliziano) ma temo sia affatto assente il minimo di coscienza storica del problema della tradizione indispensabile a farle passare la nottata – per tacere dei luoghi istituzionali e dei ceti necessari a far da custodi. Insomma, salvo imprevisti – che si possono sempre presentare, perché la storia è piena di fantasia – l’italiano nel giro di vent’anni diventerà quel che a metà del secolo scorso erano i dialetti regionali, e si tirerà dietro nel burrone tutto il resto. Come si sa, quando una lingua non ha più il compito di articolare autonomamente l’esperienza e il compito storico e politico di un popolo, smette di portare i soldi a casa, diventa una casalinga, e si limita ad occuparsi più o meno bene della vita quotidiana (buona ma insufficiente cosa).
      Sarà che sono un fedele lettore di Vico (Scienza nuova, Degnità “Historia se repetit”) ma l’analogia storica più calzante, forse, è con la sorte del Regno delle Due Sicilie al tempo dell’unificazione. Subalternità culturale e ideologica delle classi dirigenti rispetto al nemico (i Savoia, e l’Impero britannico che gli stava alle spalle). Dissoluzione spirituale e politica, voltafaccia più o meno prezzolato, trasformazione delle suddette in borghesia compradora di una colonia interna dell’entità politica inglobante. Politica monetaria di spoliazione e deindustrializzazione (allora, i proventi delle esportazioni del Sud, agrumi e zolfo, che finanziano l’edificazione del triangolo industriale al Nord; oggi, il grande saccheggio dei giacimenti di risparmio italiano ad opera della finanza euroatlantica, che ha già messo il suo uomo al posto di comando, in una manifestazione di servilismo suicidario senza precedenti storici a me noti, equivalendo a nominare comandante in capo del proprio esercito un generale dell’armata avversaria). In breve, condanna storica a divenire una pittoresca landa di criminali, puttane, pagliacci e lacchè. Mancheranno le insorgenze sanfediste, perché, a parte che qui nessuno ha più voglia di rischiar la pelle pro aris et focis, questa guerra viene condotta per via economico-amministrativa, non per via militare, e mentre i soldati si vedono con gli occhi del corpo, le direttive economiche, le operazioni finanziarie, la Endlosung della scuola si vedono con gli occhi della mente, cioè con la coscienza storica e culturale.
      A spiegare la nostra corsa dei lemming concorrono certo tante ragioni d’ordine storico, economico, etc.; e quando mai mancano? Dal mio punto di vista, però, una cosa mi pare risalti assai netta. Che tutto questo non potrebbe accadere così, senza che una enorme fetta di salame foderasse gli occhi di gente che altrimenti ci vede anche troppo bene. Magari, anzi probabilmente, perderemmo lo stesso, ma perlomeno proveremmo a difenderci. Perdere combattendo è bruttissimo, perché sei uno sconfitto; ma perdere senza capire il perché e il percome c’è stata una guerra è molto peggio, perché sei una vittima. Per gli sconfitti c’è la possibilità della rivincita. Per le vittime, almeno in questo mondo, no.
      E qual è, questa fettona di salame? Per come si è formata la nostra classe dirigente politica e intellettuale, è la “cultura di sinistra”, quella che si è formata intorno al valore fondante dell’antifascismo e della resistenza. Nelle sue varie declinazioni, l’abbiamo assorbita tutti fin dalla più tenera età, compreso chi come me non è mai stato militante dei partiti o dei movimenti da quella espressi (gli unici esclusi sono stati gli autoreclusi in ghetti ideologici avversi e subalterni).
      Diceva Noventa che la resistenza italiana era stata più promettente e più importante dell’antifascismo, perché era stato il movimento politico degli italiani che ammettevano di non capire – più – e di non sapere – ancora; mentre l’antifascismo – quello delle “aquile cieche” del Pd’A, i suoi amici di gioventù – era il movimento di chi da sempre e per sempre aveva saputo e capito che il fascismo era stato un errore degli altri. Naturalmente, si sbagliava: come politico, Noventa non era un gran che. Era un poeta, e i poeti vedono meglio il possibile dell’attuale. Se quel possibile che Noventa credette di vedere si fosse realizzato, non dovrei fare questi discorsi da funerale, oggi.
      Insomma. Fatto sta che oggi, uno come me, che fascista non è stato mai neanche lontanamente e per distrazione, è costretto ad ammettere che il pretesto, la giustificazione sbilenca, l’autoinganno, la “falsa coscienza necessaria”, come dice Marx, dei migliori combattenti della Repubblica di Salò (“facciamo la scelta, che sappiamo disastrosa, di stare con l’alleato-nemico contro il nemico-alleato, perché la vittoria degli angloamericani ci priverà dell’indipendenza non solo politica, ma culturale e spirituale”) oggi diventa vera.
      Avevano torto, i repubblichini? Certo che avevano torto. Era bene che vincessero le potenze alleate, e con loro i resistenti italiani? Certo che era bene. C’era margine di scelta, allora, fra resistenza e RSI? No che non c’era. Eppure, la menzogna dei repubblichini di allora dice la nostra verità di oggi.
      Ora, quando si verifica una costellazione storica come questa, io non ho dubbi. Dopo venticinque anni di lavoro teatrale, se mi mettono sotto il naso una tragedia, me ne accorgo; e questa è una tragedia nella sua forma più greca, classica e pura.
      Dirò di più. So anche di quale tragedia si tratta: si tratta della più melensamente celebre delle tragedie, vale a dire dell’Antigone: perché la tragedia storica italiana è una tragedia del fratello insepolto. (Hegel, filosofo intelligentissimo ma pessimo critico d’arte, ha sbagliato di grosso nella sua lettura dell’Antigone, perché ci ha trovato solo quel che ci cercava. Il fratello ribelle e sconfitto ha torto marcio, ma Creonte non ha affatto ragione. Non ne proibisce la sepoltura per le nobili ragioni da Hegel addotte, ma solo per consolidare il suo comando e salvare la poltrona nel breve periodo: chi viene dopo, si arrangi. Di conseguenza, Antigone non ha ragione solo in cielo, ma anche in terra. Leggere senza pregiudizi quel che c’è scritto per credere).
      Non parlo solo dei repubblichini. Ci sono anche i “briganti”. Oggi 2006, buona parte degli archivi militari italiani relativi alla campagna di repressione del brigantaggio sono tuttora secretati e inaccessibili. Ci sono gli anarchici, l’espressione politica dei milioni di emigrati per i quali conquista della patria grande volle dire perdita della patria piccola. Ci sono i terroristi degli anni Settanta, i figli che delirando con intransigenza, testimoniarono visibilmente, usque ad sanguinem, l’errore dei padri.
      Nel caso dei repubblichini, però, la costellazione tragica è più evidente, perché la repubblica italiana, definendosi antifascista nella carta costituzionale, ha formalmente e simbolicamente sancito la propria fondazione sulle spoglie insepolte del fratello nemico, e si è ufficialmente vietata di seppellirlo fino a quando essa medesima non sarà seppellita. Il nuovo nato si è simbolicamente legato a un morto insepolto.
      (Avevano margini di scelta, i padri costituenti? No, certo che no. Perché, che margini di scelta ha avuto Edipo?)
      Per i greci, una violazione di leggi sacre scatenava un tremendo morbo endemico, che per semplificare chiamiamo peste. Qual è, per noi, la peste scatenata dalla violazione della legge sacra che impone di seppellire il fratello (cioè di confessarlo pubblicamente tale) anche quando si comporti non solo da ribelle, ma da criminale?
      Io credo che sia la distorsione della coscienza e della realtà che oggi ci impedisce di vedere quel che sarebbe sotto gli occhi di noi tutti, e che non so ancora bene come chiamare: genocidio culturale, come diceva Pasolini? No. Melodrammatico, e consolatorio (sembra che sia tutta colpa degli altri, e non è così). Finis Italiae? Mah. Insomma, all’ingrosso ci siamo capiti: parlo del naufragio di un progetto politico durato sette secoli, che trascina con sé una voce che qualcosa ha pur detto e cantato, nel frattempo, e che forse il mondo non ascolterà mai più, sul serio mai più. Gli uomini, le nazioni, i popoli, le culture, le civiltà finiscono infatti sul serio e per sempre, e viene il momento che questa risaputa e banale nozione riguarda – incredibile! – te, proprio te.
      L’Italia sconfitta è stata governata da una classe dirigente che si sentiva (che era, certo) un esercito vittorioso; e che ha convinto se stessa e gli italiani che non loro, ma altri – altri non veramente italiani, non veramente figli della stessa madre e dello stesso padre – avevano perduto.
      La verità è, purtroppo, che la loro vittoria era una vittoria altrui: altri, veramente altri, veramente figli di altra madre e altro padre, avevano vinto anche per loro. Se avessero (se avessimo) sepolto il fratello ribelle, lo avrebbero (avremmo) riconosciuto per fratello, per figlio della stessa madre e dello stesso padre; e avrebbero (e avremmo) allora compreso che la nostra, era una condizione di sconfitti.
      Sembra poco, ma oggi si vede chiaro che è quasi tutto: perché senza quel minimo esame di realtà, come dicono gli psicanalisti, oggi noi non capiamo nulla di quel che fummo, siamo e saremo, e andiamo al macello ridendo scherzando e chiacchierando, distratti e supponenti, cinici e infantili: e questa è la straziante commedia, l’indecente grottesco che accompagna e sfigura lo svolgersi maestoso e ammonitore di questo tragico, amaro contrappasso storico.
      Per pagare questo conto bastano, gli ex fascisti al governo? Le dichiarazioni sui “ragazzi di Salò” del sen. Violante? Le fortunate operazioni editoriali del tempestivo giornalista G. Pansa?
      No che non bastano. Dirò anzi che così, non facciamo che peggiorare la situazione. Il conto cresce. Perché un conto come questo si può pagare in due modi soli: o dicendo la verità sullo sconfitto nel momento della tua vittoria, o dicendo la verità sul vittorioso nel momento della tua sconfitta…”

  • roberto buffagni

    @ Giorgio

    Non ho capito l’allusione all’ “amaro calice” che toccherebbe a lei. E’ uno scherzo, vero?
    Quanto al karma, sono cristiano, non buddhista o induista. Nella tradizione cristiana c’è un’altra lettura, quella che si usa definire “economia di grazia”, che è dogmaticamente espressa come “comunione dei Santi” (alla quale corrisponde anche qualcosa come la “comunione dei peccatori”). L’articolo, dunque, NON è “materialista”, si riferisce a una tradizione culturale e religiosa che evidentemente non è la sua, ma che è la mia e non solo la mia: è la tradizione che ha informato la civiltà europea.

    • Lei crede di aver appena assaggiato il “calice amaro” io di averlo dovuto bere tutto.

      Roberto, confonde il cattolicesimo con il Cristianesimo, non sono nemmeno parenti.
      Giustamente mi attribuisce una tradizione culturale e religiosa diversa dalla sua.
      Non faccio fatica ad accettare il suo rilievo dal momento che tra tutti gli autori che lei usualmente elenca (collaboratore forse di “Pagine Bianche”?) nessuno e sottolineo NESSUNO ha speso una parola per evidenziare la discrepanza più sopra evidenziata, evidentemente un tema a loro sconosciuto.
      Se legge i Vangeli non filtrati da oltre il Tevere facilmente le riuscirà d’evincere che il karma non è limitato alla filosofia buddista od alla religione induista, può chiedere anche all’internauta che si firma citodacal (che credo mi permetta di tirarlo in ballo) se sono in errore nel presentarle la mia contestazione.
      Ad majora.

  • Laura Boldrini ha dichiarato che non è possibile fare due pesi e due misure fra l’originario fatto di cronaca nera di Macerata che ha visto come carnefici Innocent Oseghale e i suoi altri allegri compagni di merende spacciatori con consimili casi in cui italiani fanno fuori le proprie compagne o conviventi; in altre parole ha detto che uno squilibrato italiano omicida è come fenomeno criminale altrettanto pericoloso per la società di una gang criminale di spacciatori stranieri che per compiere i loro delitti ricorrono a procedure che fanno impallidire cosa nostra, andrangheta e cosa nostra. Conclusione: boldrinismo come ultima fase convulsiva dell’antifascismo che, originariamente male necessario come biglietto da visita presso i vincitori e come utile contributo per evitare una guerra civile fra le forze che erano subentrate al fascismo, si è tramutato ora, venuto a mancare l’oggetto politico sul quale catalizzare l’odio, in odio contro l’Italia e gli italiani tout court. Ho parlato di masse istupidite dalla ideologia antifascista; ma è di tutta evidenza, alla luce di queste dichiarazioni, che l’istupidimento (e soprattutto le pulsioni autodistruttive che oggigiorno costituiscono l’essenza di questa ideologia) non riguardano sole le masse eteroguidate (con le avanguardie delle stesse dedite al pestaggio delle forze dell’ordine) ma anche i guidatori delle stesse. In fondo succede sempre così: i demagoghi non solo gabbano il popolo ma, alla fine, credono alle balle che usano per infinocchiare il popolo stesso e, così facendo, come s’è visto per la storia del maestro di Predappio, aprono la strada per la loro discesa agli inferi.

    Massimo Morigi – 12 febbraio 2018

  • Recte: che fanno impallidire cosa nostra, andrangheta e camorra. mm

  • roberto buffagni

    @ Giorgio

    Grazie del chiarimento, ora capisco meglio da quale punto di vista lei mi rivolge la sua obiezione, che come avevo intuito non è il mio. Non sono collaboratore di “Pagine Bianche”. Non sono neanche particolarmente versato in materia teologica o tradizionale. Religione e tradizione mi interessano molto, da un canto sul piano culturale (e qui le interrogo anzitutto dal punto di vista del rapporto che hanno con l’arte, e in particolare con quella che pratico, il teatro), dall’altro sul piano spirituale (per esprimersi in sintesi, per l’anima mia). Perchè non illustra la sua lettura dei fatti? Interesserebbe a me, e certo non solo a me. Cordialmente.

    • Roberto, non stiamo giocando a tennis e ci rimpalliamo, si ha il dovere di controbattere argomentando, diversamente lo scambio si spegne prima di cominciare.
      Leggendo il suo ultimo commento e le non risposte degli altri internauti ai miei commenti concludo che siamo in posizioni antitetiche di sostanza e di forma.
      Forma perché non riesco, mio limite, a distinguere la sostanza tra tutti coloro che hanno frequentato il liceo classico od in subordine altro liceo.
      Tutti coloro che hanno preparazione scolastica umanistica non sono i miei interlocutori eletti, preferisco quelli scientifici che si riducono ai matematici, alla luce non trovo che il luogo che ci ospita sia idoneo ad affrontare materie esoteriche.
      Attualmente lo studio dell’eziologia della vita è diviso in due correnti: il creazionismo e l’evoluzionismo, io non propendo per nessuna delle due, come fare per risolvere l’enigma?

  • roberto buffagni

    @ Massimo Morigi

    Qui Giuliano Amato, in evidente malafede, rincara la dose:

    http://www.cronachemaceratesi.it/2018/02/09/giuliano-amato-a-macerata-quanto-accaduto-a-milano-e-piu-grave-nessuno-ha-detto-di-cacciare-via-i-tranvieri/1065221/

    Chissà, magari dai e dai esagerano e fanno, finalmente, il passo più lungo della gamba.

  • Quindi un crimine compiuto da un immigrato è equiparabile a un’opera di bene mentre quello compiuto da un italiano richiederebbe più o meno sempre la pena capitale. Dall’ultima segnalazione di Buffagni, per la quale lo ringrazio, l’ennesima dimostrazione che l’odierno antifascismo (e nel caso di specie, il falso antirazzismo che lo accompagna) è, accanto all’estrema degenerazione dell’originario antifascismo, anche il disvelamento della sua più intima natura, cioè una struttura politico-comportamentale basata sull’odio (in un certo senso, la degenerazione della schmittiana coppia oppositiva amico-nemico, che era sì una creazione di identità basata sul nemico ma che di per sé non comportava l’odio, e quindi l’eliminazione fisica della stesso: a questo ci penserà il nazionalsocialismo) che ora, del tutto dileguatosi l’oggetto dell’odio stesso, il fascismo, si rivolge contro coloro, gli italiani, che un tempo permisero e furono anche entusiasti dell’oggetto odiato ed ora dileguatosi. Conclusione: odierno antifascismo interessante ed inquietante esempio di psicopatologia politica che a differenza delle passate forme psicopatologiche politiche che rivolgevano le proprie pulsioni distruttive verso un esterno nemico da distruggere ora le rivolge conto la propria intima identità. Per l’odierno antifascismo il nemico non è quindi l’ebreo o il diverso ma l’Italia, la sua tradizione storico-culturale e gli abitanti stessi del bel paese. Ancora ci mancava una gestalt totalitaria politica e psicologica direttamente ed espressamente autodistruttiva …

    Massimo Morigi – 13 febbraio 2018

  • roberto buffagni

    @ Giorgio
    Non le ho risposto sul piano dei principi perché come lei giustamente osserva, i principi ai quali lei aderisce nin sono i miei, e non è questo il luogo per una discussione sui principi. L ho invitata a esporre, se lo desidera, una sua lettura degli eventi di cui parliamo. Questa è una cosa che si può, volendo, fare. Se invece preferisce di no, giudicando impossibile i inutile il dialogo con chi non condivida la sua non insisto e la saluto cordialmente

  • roberto buffagni

    Correggo l’ultima replica scritta al telefono: “L’ ho invitata a esporre, se lo desidera, una sua lettura degli eventi di cui parliamo. Questa è una cosa che si può, volendo, fare, anche a partire da principi incompatibili. Se invece preferisce di no, giudicando impossibile o inutile il dialogo con chi non condivida la sua impostazione, non insisto e la saluto cordialmente.”

  • roberto buffagni

    @ Massimo Morigi

    Concordo sulla diagnosi. Chissà che stavolta non facciano il passo più lungo della gamba e provochino una reazione importante.

  • E, oltre intima natura antifascismo come fenomeno psicopatologia politica legato all’odio, che si trasforma, dileguatosi politicamente l’oggetto odiato, in odio e furia contro sé stessi, il conseguente inevitabile corollario di questa infima e degradata forma totalitaria politica è a livello di manifestazione pubblica e cosciente (inconsciamente, come abbiamo detto, è l’odio contro sé stessi), vista la scomparsa dell’oggetto odiato, un oggetto da odiare che, in tutta evidenza, ha maggiore attualità del defunto fascismo storico. Questo oggetto da odiare pubblicamente per gli antifascisti è il razzismo. Peccato che gli odierni antifascisti ed antirazzisti – e il discorso va ben oltre l’Italia – siano tutto fuorché antirazzisti perché in primo luogo, come i razzisti, esaltano il già molto discutibile concetto di razza (solo che, al contrario dei razzisti, che ritengono che ci sia una razza superiore, vogliono che ci sia una razza riparatrice dei propri torti, la loro, verso le altre) e, in secondo luogo, fanno della propria presunta razza – quella che un tempo pretese di imporsi sulle altre, le quali invece avrebbero diritto a forme di riparazione, e da qui la giustificazione e/o la sottovalutazione dei crimini commessi dagli immigrati – un oggetto di odio (più o meno conscio) e di mobilitazione politica. Al fine di fomentare i fenomeni di immigrazione incontrollata, la chiave di lettura dell’utilizzo, da parte dei grandi agenti strategici internazionali legati alla globalizzazione internazionale, dei sensi di colpa storici legati al colonialismo, è argomento che finora in sede di trattazione scientifica non ha trovato adeguata trattazione (e, visti gli idòla theatri derivatici dall’ esito del secondo conflitto mondiale e gli odierni interessi in gioco, c’è da aspettarsi dalle attuali mainstream filosofie politiche e scienze politiche un sottrarsi sull’ argomento pervicace e prevedibilmente assai durevole). Quello che è certo è che si è in presenza, per somma ironia della storia, del vecchio razzismo che, per continuare ad essere impiegato come strumento di dominio, si ripropone facendosi anticipare dal magico prefisso ‘anti’. Come, del resto, avviene analogamente per quella parte della struttura psicologica del vecchio fascismo imperniata sull’ annullamento del nemico che, per continuare a vivere oggi, usa il medesimo trucchetto: et voilà!: W così l’antifascismo e l’antirazzismo e a morte (cioè disprezzati culturalmente e politicamente sulla pubblica piazza, e ancor peggio, annullati come cultura nazionale dai flussi incontrollati migratori) coloro che non si accodano a questa struttura d’odio e di intimo disprezzo di sé.

    Massimo Morigi – 13 febbraio 2018

  • roberto buffagni

    @ Giorgio

    No, perchè? Lei mi si è sempre rivolto con garbo. Come le dicevo più sopra, non solo capisco, ma condivido il presupposto che discussioni sui principi siano possibili solo in sede opportuna, che non è questa.
    Come lei avrà notato, nei miei interventi non metto mai in primo piano le considerazioni d’ordine metafisico o spirituale, che pure faccio, in merito al nostro presente. Da un canto non lo trovo opportuno, dall’altro non credo di essere qualificato per esprimermi in pubblico su materia così importante e difficile. Insomma, qui mi limito al piano essoterico, storico e filosofico, che basta e avanza. Per lo stesso motivo non ho intavolato con lei una discussione sui principi, diversi, ai quali ci ispiriamo. Ripeto: se lei vuole esporre la sua lettura, esoterica o essoterica, degli eventi di cui parliamo, c’è spazio nei commenti e la leggerò (la leggeremo) con piacere. Altrimenti, la saluto amichevolmente.

    • Questa repubblica ha nominato ministro la signora Kyenge che condivide come territorio di nascita la fascia sud-africana dove vigono certi costumi magici e dove non viene disdegnato il cannibalismo, il genio E. Letta le ha consegnato il ministero dell’inclusione, cosa possiamo noi miseri mortali aggiungere a queste vette di civiltà?
      Ma il male assoluto, a detta dell’intellighenzia della sinistra di cui Fiano ne è alfiere, è il fascismo da operetta del Benito, come posso spendermi a favore di un popolo che accetta simili personaggi a ricoprire le massime cariche istituzionali di questo scassatissimo stato? Posso onorarmi di essere rappresentato da Mattarella che è andato a farsi eleggere ai primordi della sua carriera dal sudtiroler volkspartei?
      Il colpevole comunque resta Traini.

  • roberto buffagni

    @ M. Morigi

    Molto acuta l’analisi del permanere della forma nel mutare del contenuto, dal razzismo all’antirazzismo.

  • Cecilia Strada sulla sua pagina facebook (ora rimossa per intervento di questo social) ha esortato a non avere rapporti sessuali con i fascisti per impedirne così la riproduzione: una sorta di dimostrazione scientifica (ammesso che le “dimostrazioni scientifiche” siano possibili nelle cose che riguardano l’uomo e la società) del permanere del fascismo e del razzismo non dove ci si aspetterebbe di trovarli ma proprio in coloro, gli antifascisti e gli “antirazzisti”, che a parole (e talvolta anche sinceramente ma sicuramente non in modo altrettanto intelligente) credono di combatterli:

    http://www.adnkronos.com/fatti/cronaca/2018/02/12/non-con-fascisti-cecilia-strada-litiga-facebook_n2g9ZzZOUW9JQ7CtSMN26H.html

    http://www.ilgiornale.it/news/cronache/figlia-gino-strada-non-fate-sesso-coi-fascisti-non-fateli-1493767.html

    Il Novecento dell’eugenetica nazista, proprio perché incastonato nella mente di chi pensa di combatterlo ma evidentemente ne ha subito e continua a subirne in pieno non solo la fascinazione ma anche la devastante azione formativa della propria intimità psichica e del proprio profilo pubblico, è vivo e combatte insieme a noi (o, meglio, insieme agli antifascisti e agli “antirazzisti”).

    Massimo Morigi – 14 febbraio 2018

    • Se consideriamo che l’eugenetica moderna nasce sostanzialmente in Inghilterra, Stati Uniti e alcuni paesi europei prima dell’esperienza nazista, abbiamo il comporsi d’un quadro sostanzialmente devastante: l’uomo moderno della “civilizzazione” – di contro alla cultura della civiltà nel senso spengleriano – opera un miglioramento della razza umana, forse perfino sostenuto coi migliori propositi (*) (ma spesso assai simili agli stessi che, secondo Bernardo, si trovano a lastricare le vie dell’Inferno), attraverso la riduzione dell’essere umano alla soglia dei piselli odorosi (Pisum sativum) di Mendel, o a quella delle razze bovine (il quale bue, nella simbologia attribuitagli, è almeno fecondo, laborioso, mite e paziente: caratteristiche queste che, interpretate invece all’infimo ribasso, fanno da prodromo per una sorta di castrazione intellettual-spirituale dell’essere umano, tralasciando oltremodo il monito a ben guardarsi dall’ira del mansueto). Considerando che la nozione stessa di “perfezione” deve per forza di cose includere l’imperfezione, questa tendenza al miglioramento eugenetico risulta dunque anch’essa tragicamente imperfetta.
      Se tralasciamo di considerare l’infinitesimale e ineludibile “casistica” per cui la Morte stessa, stupita di scorgere durante il giorno il suo obiettivo a Baghdad, lo ritrova egualmente di sera a Samarra – e proprio perché il soggetto medesimo, cercando d’eluderla, si reca con ansioso zelo di salvezza al fatale appuntamento –, ebbene amputiamo comunque all’essere umano la preziosa possibilità di “fare” coscienza di quel che è in lui condizionato e di quello che non lo è, oltre ad annullare, sostituendolo con un surrogato programmato, quel senso precipuo d’educazione ad apprendere non solo secondo l’esercizio d’un interiore discernimento, ma anche in merito a quanto a lui sia in pieno potere scegliere e coltivare – soprattutto la scelta morale e spirituale, come sosteneva Epitteto, il che si tratta di conoscenze vere e proprie, le quali delineano la qualità d’altrettante conoscenze d’ogni ordine e genere – e quanto sia invece sostanzialmente in balia del destino e della contingenza, il cui perenne altalenare riesce a simulare, ma solo temporaneamente, la certezza del raggiunto equilibrio inestinguibile [verrebbe da chiedersi se modernismo e “progressismo” attuali abbiano intenzione e coscienza di voler fermare questo pendolo costitutivo e costante dell’impermanenza, in questa abolizione ravvisando essenza e destino reali dell’essere umano: e assai diversamente da Seneca, allorché scriveva consapevolmente: “Ciò che la Fortuna non ha dato, la Fortuna non toglie” (**); togliamo la Fortuna, allora (***). Eppure non tutto sta scritto nel DNA: esso è un codice alfabetico, ma per scrivere un romanzo degno del nome, o un’opera filosofica all’altezza, non è sufficiente conoscere il solo alfabeto – e nemmeno l’intero dizionario]: che l’Uomo vero d’ogni tradizione sia quello inossidabile interiore – e non quello mutevole secondo concentrazione ormonale o permeabilità di membrana ai sali minerali – è cognizione ormai del tutto obnubilata; ed è contraddittorio affermare che sia una scelta veramente libera quella di scegliere d’agire a livello genetico, fisiologico e ormonale.
      La libertà dell’uomo moderno dunque si delinea sotto sotto pensata e progettata come quella prevedibile del pollo da batteria, e forse perché la stessa offre di poi la consolante possibilità – resa del tutto naïf – d’essere contestata, come si fa (e giustamente) con il pollame pressato negli allevamenti: definire quindi questo orizzonte “intellettuale” come schizofrenico è il minimo possibile. Un “redde rationem” s’avvicina d’obbligo.

      (*) Alexander Graham Bell, tra i pionieri dell’apparecchio telefonico, aderisce alle istanze eugenetiche onde evitare la presenza d’una certa quota di soggetti che non potrebbero utilizzare la sua invenzione: fu filantropismo – magari simile a quello dell’attuale Soros – oppure un sentimento che ricorda da vicino quello del boyscout impegnato a fare attraversare a forza la vecchietta…? (peraltro senza nemmeno la stessa ingenuità di fondo del giovane).
      (**) Lettere Morali a Lucilio, libro VI, lettera 59, 18.
      (***) Caso e Fortuna sono le realtà ove non riesce a giungere il debole sguardo umano; qualora vi riesca, lo sguardo cessa d’essere umano, e Caso e Fortuna più non possono toccarlo. Ma in ambedue le circostanze la legge di causalità agisce: senza poterla modificare o annullare nella sua sostanza, o la si subisce (per quanto favorevole o sfavorevole) ci si eleva ontologicamente al di sopra della stessa (il che implica un’altra metodologia).

  • Cito, ha trattato il karma usando altri lemmi, così facendo, a mio avviso, aumenta l’incomprensione.
    Quanto all’eugenetica vorrei condividere l’accezione che nel nostro caso le attribuisce.

  • Scorrendo la cronaca degli efferati delitti del passato balza agli occhi che nel 1999, sempre a Macerata, fu rinvenuto un corpo di donna sezionato custodito in una valigia.

  • Odierna dichiarazione dell’ultimo ex Presidente del Consiglio ed attualmente in ricerca di nuova occupazione: dando la sua adesione ed iscrivendosi alla benemerita neo-istituita “Anfagrafe nazionale antifascista” ha affermato: «Chi non è antifascista non è degno di fare parte della comunità democratica.» Carl Schmitt nella sua “Teologia politica” (Politische Theologie. Vier Kapitel zur Lehre der Souveranität, 1922) afferma che «Tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello Stato sono concetti teologici secolarizzati. Non solo in base al loro sviluppo storico, poiché essi sono passati alla dottrina dello Stato dalla teologia, come ad esempio il Dio onnipotente che è divenuto l’onnipotente legislatore, ma anche nella loro struttura sistematica, la cui conoscenza è necessaria per una considerazione sociologica di questi concetti.» Se non al campo dell’alta teologia politica, veramente le dichiarazioni del giovanilistico ex Presidente del Consiglio appartengono al campo di un pensare politico (definirlo pensiero sarebbe veramente troppo ardire) che non solo deriva direttamente da una Gestalt religiosa di infimo ordine e giunta alla sua massima degradazione (Gestalt religiosa di un mondo che ha perso la tradizionale fede in Dio ma vuole verbalmente, ad usum di direzione delle masse, mantenere le vecchie forme religiose di dominio, anche se con mutata terminologia: al posto del reato della bestemmia contro la religione, ora l’oggetto da tutelare attraverso l’esclusione dalla comunità è la democrazia) ma che della religione, o meglio della sua versione degradata, e quindi contro il senso autentico del termine che significa tenere legato, sviluppa le sue terribili potenzialità discriminatorie: in Italia e in Germania abbiamo avuto per iniziativa del fascismo e del nazismo le liste di proscrizione degli ebrei per ragioni razziali ma partendo dal comune presupposto culturale, storicamente sedimentatosi, che gli ebrei erano gli assassini di Nostro Signore Gesù Cristo ed ora abbiamo la lista degli antifascisti, non appartenendo alla quale si è, evidentemente, potenziali assassini della democrazia e certamente appartenenti ad una razza inferiore (notare la finezza, rispetto al passato, che ora si è stilata una lista dei buoni, essendo esclusi dalla quale si è cattivi, mentre col fascismo e il comunismo si veniva iscritti direttamente fra i cattivi). Un eterno ritorno sotto mutate forme …

    Massimo Morigi – 15 febbraio 2018

  • Roberto Di giuseppe

    Condivido il contenuto di questo articolo parola per parola.

  • roberto buffagni

    Per fortuna qualche genio ha rilanciato con l’anagrafe anticomunista. Lancio l’anagrafe antiabbaglianti.

  • roberto buffagni

    @ Roberto Di Giuseppe

    La ringrazio.

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